SER 5050352 - 25 gennaio 2002

 

Bambini venite parvulos - Un guanto - Povero me - Generale - Spad VII S2489 - Cercando un altro Egitto - Condannato a morte - Vecchi amici - I muscoli del capitano - Sangue su sangue - Battere e levare - La casa di Hilde - L'attentato a Togliatti  

 

 

Alessandro Svampa

Guido Guglelminetti

Paolo Giovenchi

Marco Rosini

Francesco De Gregori

Alessandro Arianti

Greg Cohen

Toto Torquati

BATTERIA

BASSO

CHITARRE

MANDOLINO

VOCE, CHITARRA

TASTIERE

CONTRABBASSO

HAMMOND

 

Foto di copertina: Davide Anastasi - Catania 12.8.2001  

 

Probabilmente la canzone dal vivo gli dà modo di esprimersi al meglio, o forse la sente come più vicina al suo modo di essere, sta di fatto comunque che quest'ultimo è il suo ottavo album live della sua ormai lunga carriera. Stiamo parlando di Francesco De Gregori e del suo "Fuoco amico-De Gregori live 2001" da ieri nei negozi. Artista schivo, mai troppo attratto dalla luce dei riflettori televisivi, avevamo visto recentemente De Gregori in una rara apparizione televisiva accanto a Ron. In quell'occasione i due si esibivano riproponendo, non a caso proprio dal vivo, alcuni dei loro vecchi successi. Questa raccolta, lungi dal volersi presentare come un "The best of" di concezione americana, contiene semplicemente alcune belle canzoni del cantautore romano scelte senza rispondere particolari criteri di selezione. 

Ed è possibile ascoltare momenti diversi della sua carriera, storie differenti che vanno da "Bambini venite parvulos" a "Sangue su sangue", da "La casa di Hilde" a "Cercando un altro Egitto". Ma ci sono anche "I muscoli del capitano" tratto dal bellissimo "Titanic", la sempreverde "Generale" e la recente "Condannato a morte".  (FUOCO AMICO, IL NUOVO ALBUM DI DE GREGORI - DI FABRIZIO FINAMORE)  

 

 

Intervista a Radio Rai 1, 11 Marzo 2002 - di Massimo Cotto

Massimo Cotto: Avresti parlato lo stesso con noi se Roma-Lazio non fosse finita cinque a uno?

Francesco De Gregori: Avrei parlato lo stesso, ma sono più contento adesso. Dirò delle cose più intelligenti.

Una volta hai detto: "Io scrivo canzoni come un calzolaio fabbrica scarpe". Sei d'accordo quindi con Fossati, che sostiene che la parola "artista" andrebbe sostituita dalla parola "artigiano" per dare l'idea del lavoro che sta dietro alla scrittura di un brano?

Beh, la canzone è come un paio di scarpe. E' unica e irripetibile, non è fatta in serie. Un calzolaio fa un paio di scarpe per volta, e in questo senso fare il musicista è un lavoro artigianale, anche se l'immagine è un po' pittoresca. E' un lavoro che si fa quando hai voglia e con gli strumenti che hai a disposizione al momento.

Ci hanno insegnato che le risposte dovrebbero essere cercate nella filosofia e nella storia e che in realtà il compito dell'artista è spesso anche quello di fare domande. Oggi però si chiede ai cantautori di diventare dei maestri di pensiero. Ciò accade perché non funziona più la filosofia o perché funziona troppo la musica?

Dio mio, questa è un'intervista serissima. Speravo in qualcosa di più frivolo...In realtà nessuno mi ha mai chiesto di diventare un maestro. Siamo tutti maestri di pensiero quando usciamo per strada e comunichiamo il nostro pensiero ad altre persone. E' chiaro: la canzone racconta delle storie, quindi può essere considerata un insegnamento tanto quanto un messaggio pubblicitario, un film o un libro. Non dico questo per sminuire il ruolo della canzone, ma per cercare di evitare che qualcuno vi cerchi troppi significati. Quando ho scritto "Dr. Dobermann" non ho cercato di insegnare qualcosa a qualcuno, ho soltanto raccontato delle storie, nemmeno molto chiare, che avevo nella testa. Chissà chi è questo Dr. Dobermann... secondo voi chi è?

A mio parere gli unici che devono insegnare qualcosa sono i docenti che stanno dietro una cattedra e hanno la responsabilità di educare le giovani menti e insegnargli Dante. Le canzoni vanno bene durante la ricreazione.

Tu spesso sostituisci un "e" al posto di un "ma". Ad esempio, in "Il cuoco di Salò" dici: "e qui si fa l'Italia e si muore", anziché ripetere il motto "qui o si fa l'Italia o si muore", mentre nel titolo di un tuo album rovesci il modo di dire "Prendere o lasciare" in "Prendere e lasciare". E' soltanto un modo di giocare con le parole?

Sono solo titoli di canzoni. Anche se sicuramente c'è una bella differenza tra dire "Prendere o lasciare" e "Prendere e lasciare"

Te lo domando perché solitamente all'artista si chiede di illuminare quelle parti che normalmente gli altri non vedono.

Io non illumino niente, solitamente sono io ad essere illuminato con le luci che ci sono sul palco. L'artista viene illuminato, ma non illumina nessuno. Il massimo che l'artista possa desiderare è di essere pagato... e spesso succede che non lo facciano.

In "Il bandito e il campione" si parla anche di tradimento. Sei mai stato tradito da qualcuno o da qualcosa?

Non in modo irreparabile. I tradimenti fanno parte della vita e delle nostre stanze. Di sicuro la canzone parla del tradimento di un'amicizia, ma non posso parlare di una canzone che non ho scritto io, bensì mio fratello, Luigi Grechi. E questo mi mette a disagio. Il brano narra la storia di un ciclista famoso, Costante Girardengo, che ad un certo punto pare (è meglio usare la forma dubitativa sennò mi fanno causa) abbia dato una soffiata alla polizia per favorire l'arresto di Sante Pollastri, che al tempo era un bandito famoso. La canzone però è romanzata, e il fatto giudiziario passa sicuramente in secondo luogo. Sicuramente è una storia sul tradimento, ma ai tradimenti bisogna sopravvivere.

Spesso, durante i tuoi concerti, dai l'impressione che ti infastidisca che il pubblico canti in coro. Anche questa è una eredità dylaniana? Dylan cambiava il fraseggio per evitare l'effetto karaoke.

No, non mi dà alcun fastidio se la gente canta in coro. Se cambio le canzoni non è per impedire al pubblico di seguirmi; ma è normale che una canzone, dopo tanti anni, cambi forma rispetto a quando l'ho scritta e registrata. Io non riesco più ad ascoltare i miei dischi, e non vado mai a risentirli. E' chiaro: una canzone cambia, è uno dei suoi grandi privilegi. Il quadro di un pittore, una volta completato, non può più essere modificato, ma chi scrive canzoni può cambiarle. Si possono cambiare gli accordi, le parole, aggiungerne, toglierne e soprattutto si può modificare il cantato. Io non ho più la stessa voce di quando ho scritto "Alice" ed evidentemente sarebbe un falso, un plagio di me stesso, cantarla oggi come lo facevo allora. Spesso alla radio la passano: ma quel brano non è più mio. E mi va benissimo che il pubblico mi faccia il coro.

"Alice" e "Niente da capire" sono due brani che hanno subito alcune censure. Purtroppo noi della RAI avevamo stabilito che il brano "Alice", con la frase "un mendicante arabo ha un cancro nel cappello" non potesse passare per radio attorno all'ora di pranzo; e ti abbiamo anche chiesto di sostituire, in "Niente da capire" la frase "faceva dei giochetti da impazzire". Hai subito altre forme di censura dirette o meno?

Le censure che hai citato sono sufficienti ad illuminare l'idiozia dei censori. Non c'è nessun motivo per cui si debba censurare la parola "cancro" o la parola "giochetti". Sono cose che fanno parte della vita quotidiana. A quei tempi qualcuno ha pensato che fosse disdicevole usare certi termini.

Personalmente ho trovato molto strano che le radio americane, dopo l'11 settembre, censurassero alcuni brani perché giudicati non adatti.

Ma sai, gli americani sono strani. Bisognerebbe vedere se è realmente così... io non mi fido di quello che dicono i giornalisti.

E' vero che la prima canzone che hai imparato a suonare con la chitarra è stata "Il ragazzo della Via Gluck", quando avevi quindici anni?

E' abbastanza vero.

Come "abbastanza" vero?

Ora non ricordo esattamente, ma quella canzone è stata la mia prima hit.

Sei felice del ritorno all'attività di Enzo Jannacci, dopo le difficoltà che ha avuto per trovare una casa discografica?

Per me Jannacci non è mai andato via, e quindi non è mai tornato. Jannacci è una presenza, e non riesco a vederlo prigioniero di un disco o di una casa discografica.

Se tu dovessi parlare ad una donna o ad una persona con una canzone, quale sceglieresti?

Ci mancherebbe solo che parlassi con le canzoni. Io parlo normalmente con la lingua italiana, dico: "Ciao, come stai?", le solite cose.

Ti faccio l'unica domanda che mi hai chiesto di non farti. Ti senti un poeta?

Ognuno è responsabile delle domande che fa. Si sono fatte tante chiacchiere sul rapporto canzone-poesia. E' solo un mestiere diverso. Credo che fare il mio mestiere sia più difficile che fare il poeta. Io devo fare i conti anche con la musica, un poeta invece è libero e non deve incastrare i suoi versi dentro una ritmica. Poi ci sono belle canzoni e brutte poesie, e brutte canzoni e belle poesie: ma sono mestieri diversi.

Se la televisione fosse diversa la frequenteresti di più, o pensi che il compito de musicista sia anche quello di rimanere un po' fuori dal mondo per poter giudicare e vedere meglio?.

La televisione non è l'ombelico del mondo, per un musicista. E' una cosa che sta lì e può capitare di andarci. E' come andare a Vigevano: un giorno decidi di andarci, un altro no. Trovo che sia una stortura il dover collegare il mondo della musica a quello della televisione. Il musicista deve stare sul palco e la televisione può esserne la fotografia. Sarà il musicista a scegliere il fotografo che preferisce; e sinceramente non ce ne sono molti di bravi, attualmente.

Nelle tue canzoni hai cantato spesso il disagio, la diversità e il senso di non appartenenza. Ciò è un tratto comune a chi scrive?

Sai, capita che un solo giorno, una sola ora di quel dato giorno di un anno, ci sentiamo soli, diseredati e tristi come Oliver Twist. Quel momento lo devi prendere al volo e farne una canzone. Pensi che quando si è allegri non si scrive canzoni o, come diceva Bruno Lauzi, chi fa l'amore non ha mai la chitarra in mano?

Sto scherzando. Io racconto quello che succede a me e intorno a me. Ci sono sicuramente canzoni che esprimono questo tipo di sofferenza, ma ci sono anche moltissimi romanzi e film. Forse servirebbe un grandissimo poeta per raccontare la serenità. E' sicuramente più facile parlare dei giorni storti.

Ultima domanda. Cosa non ti piace del mondo che abitiamo?

Posso dirlo veramente? Non vorrei essere poi preso per terrorista. Ti posso dire però una cosa che mi piace. Mi piacciono le telepromozioni fatte da Pippo Baudo, sono la cosa più bella che ho visto.

 

 

Francesco De Gregori - Fuoco Amico Paola De Simone

"Fuoco amico" è un live, per cui non aspettiamoci grandi messaggi, fuorché quello del titolo stesso, che, innegabilmente attuale, indica in gergo militare un attacco aereo da parte di amici e alleati, come a dire che il nemico è in casa. Del resto il dissenso in merito ai temi bellici da parte di Francesco De Gregori non ci sorprende, chiaramente palesato nel tempo il suo pensiero politico, questa virgola in più non ci fa gridare al miracolo (anzi, bella scoperta!). Per cui accettiamo questo titolo senza porci molte domande e senza neanche lamentare un nuovo silenzio per la mancata spiegazione di questa scelta da parte di un artista che usa volentieri le  parole solo quando accompagnate dalla musica. E nel tour dello scorso anno, realizzato a distanza di tre anni dal precedente, di musica ce n'era abbastanza per avvertire la necessità di questo frutto live, l'ottavo della sua trentennale carriera. Il gusto di cantare fa dunque comunella con la voglia di riflettori e De Gregori realizza una lunga tournée, con l'intento di lasciare ai posteri un chiaro documento dell'avvenuto evento. Di quest'album però sappiamo ben poco, così lo ascoltiamo e capiamo che probabilmente niente c'é da sapere. Non avvertiamo alcun filo musicale conduttore tra i brani scelti, nessun particolare che giustifichi, ad orecchio nudo e discografia a disposizione, la selezione dei tredici brani che formano questo progetto. Possiamo azzardare però un tema conduttore che prosegue sulla scia del titolo, si giustificherebbe così la scelta di inserire in tracklist anche una canzone come "Generale", che se è vero che ascoltarla non fa mai male, ci sfugge però la necessità di un'ennesima riproposizione. Il resto della scaletta tocca i vari momenti della lunga carriera del cantautore romano, restando grosso modo fedele allo sguardo attuale, accontentando un po' tutte le ipotetiche richieste, senza riproporre cavalli di battaglia ormai fortemente assorbiti. Belle canzoni dunque, un probabile concept, ma niente di nuovo, fatta eccezione per la versione reggae di "Battere e levare", per il resto il tocco in più è dato solo dal colore che un'esibizione live ha in sé. Tra "Bambini venite parvulos", "La casa di Hilde" e la più recente "Condannato a morte" si insinua, però, una timida novità, un brano popolare, dal testo semplice e narrativo, ovvero quel "L'attentato a Togliatti" scritto nel 1948 da Marino Piazza e da un anonimo e rielaborato ora da Giovanna Salviucci Marini. Il brano non è stato estrapolato dal tour in questione, anche perché intonato raramente da De Gregori, ma registrato il 14 dicembre '01 nel corso del programma televisivo "Taratatà". Prodotto dallo stesso De Gregori e da Guido Guglielminetti, che ritroviamo anche alla chitarra, "Fuoco amico" è realizzato con la collaborazione musicale di Greg Cohen al contrabbasso, Alessandro Svampa alla batteria, Paolo Giovenchi alla chitarra, Toto Torquati all'organo Hammond, Alessandro Arianti alle tastiere e Marco Rosini al mandolino. E adesso musica.

  

Il nuovo album di Francesco De Gregori

Ci sono tanti modi per esprimersi ed uno di questi è non esprimersi affatto. Questa è la chive di lettura dei pesanti silenzi di uno dei cantautori italiani più bravi e impegnati: Francesco De Gregori.

Nonostante non rilasci interviste ormai da anni, nonostante il suo ostinato mutismo perseveri anche nei suoi concerti, De Gregori riesce ugualmente a dire la sua, ma con le canzoni, cioè con quello che dovrebbe essere lo strumento di miglior esressione per un cantautore.

E nell'epoca del post-11 settembre l'album uscito il 25 gennaio, intitolato Fuoco Amico parla più di tante interviste.

Fuoco Amico è un'espressione del gergo militare che indica quando gli aerei vengono abbattuti dalla contraerea della stessa parte, per errore o per necessità. Un titolo emblematico che suona come ammonimento per indicare che il nemico vero viene dall'interno; molte sarebbero le metafore possibili, ma il senso appare univoco.

L'album è una raccolta di brani vecchi e nuovi cantati dal vivo durante il tour della scorsa estate. Una band di grande prestigio, tra cui spicca il nome di Greg Cohen al contrabbasso, e la solita fantasia nell'interpretazione dei brani, fanno di ogni live di De Gregori un disco da conservare fra le cose migliori; come l'insolita e divertente versione reggae di Battere e Levare.

La scelta dei brani completa lo svelamento dell'enigma del titolo. Infatti in sottotraccia a queste canzoni, apparentemente così diverse fra loro, passa il tema mai risolto del conflitto inteso in più maniere.

Innanzittutto sociale con Bambini Venite Parvulos, ma anche Povero Me e Condannato a Morte.

Ma altri tipi di conflitto sono denunciati in questo lavoro e cioè quelli militari con canzoni come Generale, Sangue su Sangue e Spas VII s2489 e soprattutto L'Attentato a Togliatti.

Quest'ultima è una canzone popolare del 1948 firmata Marino Piazza- Anonimo e rielaborata dall'amica Giovanna Salviucci Marini e cantata dopo molti anni nel corso della puntata di Taratatà su Raiuno.

Probabilmente questo album non sarà uno fra i più venduti dell'anno, ma la tensione critica che porta e che induce quantomeno a riflettere, vale molto di più di tanti dischi di platino.

CONCERTO IN UN POSTO SCOMODO - In attesa del prossimo concerto a Catania vi voglio raccontare cosa mi è capitato l’anno scorso in occasione dell’ultima volta che De Gregori è stato da noi, il 12 agosto del 2001.

Il suo recital era inserito nella rassegna “Le ciminiere e le stelle”, chiamata così perché svolta nell’anfiteatro dell’Ente Fiera, un grande spazio espositivo ricavato dall’antica raffineria catanese. La zona ora è moderna, le ciminiere le hanno però lasciate per abbellimento, ma quell’anfiteatro è tuttora un orribile posto per concerti di questa portata, sia per la limitata capienza (appena mille posti) sia per la pessima disposizione delle due tribunette e la prova del nove è stata proprio il concerto di Francesco. Allettati dal costo del biglietto di appena 10.000 lire i catanesi hanno fatto subito scorpaciate di biglietti  quindi il luogo risultò insufficiente. Di conseguenza la vigilia del concerto diventò un inferno, un vero tormentone dell’estate, con tante critiche pubblicate a mezzo stampa, fra le quali una mia che finiva così: “Mai come quest’anno i giovani catanesi hanno apprezzato la rassegna “Le Ciminiere e le stelle”. Proprio nella notte di San Lorenzo, seduti alle quattro del mattino sul freddo marciapiede antistante la biglietteria, col naso all’insù scrutando il cielo fra le vecchie ciminiere di Viale Africa, hanno aspettato pazientemente una stella cadente che potesse realizzare il loro desiderio: la conquista del tanto agognato biglietto al primo raggio di sole del nuovo giorno.” Io ho dovuto ottenere il biglietto con uno stile tutto all’italiana (avrete immaginato come).

Il 12 agosto, siccome non c’erano posti prenotati, mi sono presentato all’ingresso alle 18 (3 ore prima!!!). Mi sono seduto sui gradini con alcuni ragazzi più pazzi di me, attrezzatissimi ed abituati a bivaccare davanti agli ingressi dei teatri per conquistare le prime file. Per loro tutto questo faceva parte del gioco, era quasi un piacere che li faceva divertire; avevano di tutto: cuscini, tè ghiacciato, fumo, carte da gioco, libri, panini, brioches, patatine, noccioline e….(chissà perché) tappi per le orecchie.

Alle 19 ci siamo alzati e siamo stati due ore in piedi, in attesa che aprissero i cancelli. Nel frattempo quei ragazzi, con cellulare alla mano, riuscivano ad organizzare una vacanza in campeggio per venti persone in meno di dieci minuti! Beata gioventù!

Davanti ai cancelli altri giovani facevano un gran casino per ognuno che vedevano passare davanti alla loro pole-position. Fra gli altri, passano anche due signori: uno magro, pallido in viso e l’altro più robusto, stempiato, con gli occhiali scuri e accompagnato da una donna. Allora, dalla testa di un pitone prevenuto e inviperito, partiva di tutto: “Vergogna! Noi siamo qui da due ore e avete anche la sfacciataggine di far sfilare i raccomandati”, “Chi sono adesso questi due?, “Dov’è il servizio d’ordine?”, “Va bè che quello è cieco, ma noi poi dove ci sediamo?”.

Si sono calmati quando ho detto loro che quei due erano erano Gregg Cohen e Toto Torquati! E che se non passavano il concerto non poteva cominciare!!!

Comunque, appena entrato (con repentini movimenti degni di “Giochi senza frontiere”) ho conquistato una sedia della seconda fila. Prima dell’inizio intravedo la signora Chicca Gobbi che parlava con due signori del pubblico. Al centro del palco ancora con le luci spente, mentre dava le ultime disposizioni prima dell’inizio, c’era Filippo Bruni. Sempre più ossigenato e sempre più somigliante a Mario Merola.

Alle 21.30, finalmente, in quell’angusto luogo dove l’artista deve cantare faccia al muro e guardare il pubblico una volta a sinistra e una volta a destra (par condicio forzata), entra la band con Francesco. Credo che la foto di copertina di “Fuoco amico” sia stata scattata proprio lì. Con berretto a visiera, occhiali, polo blu e barba molto lunga, senza salutare, attacca: (p.s.: non voglio vantare una formidabile memoria; i titoli delle canzoni li avevo già trascritti allora) Bambini venite parvulos (in rock) L’aggettivo mitico (molta batteria, mettendo sotto tono quegli accordi portanti della canzone e sminuendo il basso, molto importante nel pezzo. Se in questa canzone fai sentire meno importante il basso non c’è più niente)  Spaad….(uguale al disco) . A questo punto ci ha detto “Grazie”, poi:

Canzone per l’estate (uguale al disco) Alice (un po’ troppo roccheggiante) Un guanto (idem come sopra) Il cuoco di Salò (uguale al disco) Vecchi amici (uguale al disco) Cercando un altro Egitto (ottima, l’ha fatta come nel disco live “Musica leggera”, ma senza sax) Buonanotte fiorellino (versione molto bella, il tempo del  walzer era accentuato dal mandolino di Rosini) Bufalo Bill (a modo suo, con una svogliata pennata alla chitarra) I muscoli del capitano (ha cambiato in peggio tutta la prima parte, stravolgendo anche gli accordi) Sangue su sangue (e dopo, naturalmente, Sangue su sangue) La valigia dell’attore (L’ha cantata bene, mimando un po’ le gesta di un attore davanti alla platea. Era accompagnato al piano da Arianti (ma quanti anni ha?) Condannato a morte (uguale al disco) Compagni di viaggio (troppa batteria) La donna cannone Povero me (uguale al disco) Stella della strada (L’ha fatta nella versione che preferisco: come nel live “Bootleg”.) Tutto questo per due ore, senza sosta. Alla fine ha detto “Grazie, grazie veramente. Buonanotte” .

Dopo i soliti “Fuori!”, eccolo di nuovo per i bis. I fans si radunano in piedi a due metri da lui, su sua mimica richiesta fatta con un cenno con la mano:

Generale (da solo con la chitarra) Chi ruba nei supermercati? (molto coinvolgente, col Maestro che incitava i ragazzi a cantare e ballare a pochi passi da lui)

Battere e levare (suonata in rap e finale con armonica). Fine.

Troppo rumore, troppa batteria e certe volte non si distingueva nemmeno la voce fra i suoni degli strumenti. Invece la voce di Francesco, come il vino, più invecchia e più diventa calda e tonante. L’indomani, però, ho avvertito un senso di oppressione e un sibilo continuo all’orecchio sinistro. Vado al pronto soccorso e dopo un esame audiometrico mi ricoverano con urgenza al reparto Otorino per un’improvvisa ipoacusia (trauma uditivo), causato dalla vicinanza agli altoparlanti e dalle frequenze mal tagliate dal fonico. Ecco perché quei ragazzi della prima fila erano forniti di tappi!.

Dopo tre giorni di ricovero ospedaliero con una terapia a base di flebo, al momento delle dimissioni il medico mi chiese se stavo meglio. Gli risposi di sì aggiungendo che l’unico aspetto negativo era quello di perdere per sempre, da lì a poco, quel naturale LA maggiore incorporato nel mio orecchio sinistro che mi avrebbe consentito di accordare la mia chitarra. Il medico, senza capire la battuta di spirito, mi guardò perplesso e si tuffò immediatamente nella mia cartella clinica controllando se per caso avevano dimenticato di precrivermi una visita alla Neuro.

Oh…però a casa il controllo l’ho fatto davvero: era, invece, un MI maggiore (cantino) molto tenue.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)