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SENTO IL FISCHIO DEL VAPORE

IL FEROCE MONARCHICO BAVA

IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA NAVE SIRIO

O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA

LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI

L'ATTENTATO A TOGLIATTI

DONNA LOMBARDA DI GUALTIERI

BELLA CIAO

L'ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA

NINA TI TE RICORDI

SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE

I TRENI PER REGGIO CALABRIA

SACCO E VANZETTI

 

 

 

 

 

 

NUOVO DISCO CON GIOVANNA MARINI. Se ancora non c’è nulla di ufficiale sul dvd natalizio che dovrebbe documentare il tour dei quattro moschettieri Daniele-De Gregori-Mannoia-Ron, è ormai certo che a metà novembre uscirà "Il fischio del vapore", nuovo album "poco cantautorale" di Francesco De Gregori alle prese con quattordici brani della tradizione cantautorale italiana in compagnia di Giovanna Marini, signora della canzone popolare nostrana, protagonista della stagione della protesta e oggi apprezzata - purtroppo ancora più in Francia che da noi - compositrice con cui Ciccio aveva già collaborato ai tempi del "Titanic" (ricordate "L’abbigliamento di un fuochista"?) e con la quale lo scorso 28 aprile si era ritrovato per l’inaugurazione dell’Auditorium di Roma. La scaletta del disco, registrato in studio e non dal vivo com’era sembrato in un primo momento, comprende brani tradizionali come "Il Sirio" o d’autore come "Nina" del veneto Gualtiero Bertelli, ma anche pezzi dello stesso De Gregori come appunto "L’abbigliamento del fuochista" o "Viva l’Italia".

 

 

 

 

 

Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente, quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.(RINFRESCHIAMOCI LA MEMORIA COL NOSTRO PATRIMONIO FOLK - "LA STAM PA " - 16/11/2002 - GABRIELE FERRARIS)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Marino Piazza)

 

 

 

 

Alle ore undici del quattordici luglio dalla Camera usciva Togliatti,

quattro colpi gli furono sparati da uno studente vile e senza cuor.

L'onorevole, a terra colpito, soccorso venne immediatamente,

grida e lutto ovunque si sente, corron subito deputati e dottor.

L'assassino è stato arrestato dai carabinieri di Montecitorio

e davanti all'interrogatorio ha confessato dicendo così:

"«Già  da tempo io meditavo  di riuscire a questo delitto,

appartengo a nessun partito, è uno scopo mio personal"».

Rita Montagnana, che è al Senato, coi dottori e tutto il personale,

han condotto il marito all'ospedale  sottoposto alla operazion.

L'onorato chirurgo Valdoni,  con i ferri che sa adoperare,

ha saputo la pallottola levare  e la vita potergli serbare.

Il gesto insano, brutale e crudele  al deputato dei lavoratori,

protestino contro gli attentatori  della pace e della libertà .

L'onorevole Togliatti auguriamo  che ben presto ritorni al suo posto,

a difendere il paese nostro, l'interesse di noi lavorator.

 

 

Palmiro Togliatti fu gravemente ferito nel luglio del '48 da Antonio Pallante, in seguito arrestato e condannato. La meticolosa narrazione dell’accaduto ben esprime l’ansia professionale del cantastorie di non omettere il minimo particolare, e il finale rievoca felicemente il sollievo di tutti per il pronto ristabilimento di Togliatti, che valse a contenere la protesta dei lavoratori e i disordini e la repressione successivi. Un piccolo falso storico, dovuto sicuramente al perbenismo che contraddistingueva nell’Italia di allora anche la sinistra: non fu Rita Montagnana, moglie di Togliatti, ad accompagnare il marito all’ospedale, bensì Nilde Iotti, fino alla morte compagna del segretario del PCI.

Un disco come questo sembra destinato a "parlare" ad un paio almeno di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non hanno mai sentito parlare?
Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L'idea di fare un disco come questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L'attentato a Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno. Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un'operazione d'archivio e polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…

C'e anche un prezzo abbordabile che aiuta …
Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno sforzo.

In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l'arrangiamento robusto ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico tra i '60 e i '70…
E' un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista, che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà, è rimasto solo ne "L'attentato a Togliatti": il resto è stato rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.

Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell'album "Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell'orbita dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti?
No, il disco non l'ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo consapevole di aggiornamento. E' stata un'operazione di una semplicità assoluta, in fondo…

Qualche purista potrebbe risentirsene?
Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.

"Bella ciao" l'ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del Social Forum a Firenze…E' per darle un significato diverso che avete deciso di recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?
La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io e Giovanna volevamo far conoscere quest'altra versione che, secondo me, è più bella sotto l'aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C'è, alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c'è tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini, sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.

E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere nel disco…
Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione collettiva, un po' com'è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati Uniti.

Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E l'ambiente è estremamente rumoroso.
L'operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….

Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L'hai conosciuta?
Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di una drammaticità straordinarie.

Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?
La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo, guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c'è un'armonia fissa sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano completamente affascinati.

Ripeterete l'esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?
Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica. Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di mio fratello, Luigi Grechi.

Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell'album seguendo un criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?
Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter dire che se c'è un tema comune a molte canzoni dell'album questo è l'innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…

Innocenti e vittime, tutti quanti…
Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica. Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente ai suoni.

Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo storico che va da fine Ottocento agli anni '70 del secolo appena concluso. E poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?
Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto, cominciando a scrivermi i versi da solo, sono  diventato un po' parte in causa. Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con l'industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e spessore. A parte il mio pezzo, "L'abbigliamento di un fuochista", e quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni '60 o ai primi '70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta programmatica.

Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed esprimere il sentire comune?
Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata": è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d'animo di una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"? Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione in TV. C'è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni, sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica popolare si tratta.

Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet: tradizione e modernità…
Mi sembra un'evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di tutti.

In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto meno: non abbiamo più memoria storica?
E' vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere rielaborato. E' un codice impresso dentro di noi.

Avevi familiarità con tutte le canzoni?
Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l'ha fatta conoscere Giovanna.

Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio. Gli attribuisci un significato diverso, oggi?
Stiamo parlando di trent'anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.

Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe, dunque, chi gli attribuisse un significato militante?
Io credo che si tratti di un'interpretazione sbagliata. Un disco militante sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il fischio del vapore" è un disco di sinistra.

Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…
Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E' vero che molte canzoni - quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla di Sacco e Vanzetti e di pena capitale - restano di un'attualità sconvolgente. Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.

Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?
Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di Pasolini". Quest'ultima l'abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta fuori una voce da cantautore che non c'entrava nulla con il suono che doveva avere la canzone.

Quando hai scritto "L'abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?
No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l'album "Titanic", nell '82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci conoscevamo dal '70, ma quello è stato l'inizio ufficiale della nostra collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.

Dell'Italia descritta nell'album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità di indignarci?
No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di quell'epoca.

Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in scaletta?
Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun'altra.

Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?
No, abbiamo registrato insieme "Viva l'Italia" ma l'abbiamo tolta perché era una canzone troppo programmatica, che non c'entrava nulla con il resto. E' un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come "Viva l'Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare ad un paese antagonista rispetto a questo governo…

Anche se in passato, come "Born in the USA" di Springsteen, era diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…
E' vero, ognuno l'ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E in questo disco non c'era bisogno di una bandiera da sventolare.

Per promuovere l'album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di un artista riservato come te…
Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla piazza della chiesa o del comune cinquant'anni fa.

E' un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.
Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio, non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti giornalisti, soprattutto all'inizio, l'hanno presa con scetticismo, come un'operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale, e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell'organizzazione e della produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla.

E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?
Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti, mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli club…

Una specie di "neverending tour"?
Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti del gruppo c'è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in poi, proprio non ne ho idea.
(Alfredo Marziano - Rockoil)

 

  

 

 

 

Nina ti te ricordi

quanto che gavemo messo

a andar su 'sto toco de leto insieme a far a l'amor.

Sie ani a far i morosi  a strenserla franco su franco

e mi che sero stanco  ma no te volevo tocar.

To mare che brontolava «Quando che se sposemo»;  

el prete che racomandava che no se doveva pecar. 

E dopo se semo sposai che quasi no ghe credeva

te giuro che a mi me pareva parfin che fusse un pecà.

Adesso ti speti un fio e ancuo la vita xe dura

a volte me ciapa la paura de aver dopo tanto sbaglià.

Amarse no xe no un pecato, ma ancuo el xe un lusso de pochi

e intanti ti Nina te speti e mi so disocupà.

E intanto ti Nina te speti e mi so disocupà. 

 

 

  

   

   

 

Alle grida strazianti e dolenti

Di una folla che pan domandava,

Il feroce monarchico Bava

Gli affamati col piombo sfamò.

 

Furon mille i caduti innocenti

Sotto il fuoco degli armati caini

E al furor dei soldati assassini:

"Morte ai vili!", la plebe gridò.

 

Deh, non rider, sabauda marmaglia:

Se il fucile ha domato i ribelli,

Se i fratelli hanno ucciso i fratelli,

Sul tuo capo quel sangue cadrà.

 

La panciuta caterva dei ladri,

Dopo avervi ogni bene usurpato,

La lor sete ha di sangue saziato

In quel giorno nefasto e feral.

 

Su, piangete mestissime madri,

Quando scura discende la sera,

Per i figli gettati in galera,

In quel giorno nefasto e feral.

 

Su, piangete mestissime madri,

Quando scura discende la sera,

Per i figli gettati in galera,

Per gli uccisi dal piombo fatal.

 

 

Nel 1898 scoppia la guerra tra Spagna e Stati Uniti che provoca subito un forte rincaro del pane: questo significa un aggravio per le popolazioni in Italia le quali già patiscono la fame. Il governo non provvede e in tutta la penisola si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro il caro vita che sfociano in tumulti e scontri con la forza pubblica. Gli scioperi e le agitazioni saranno repressi soprattutto a Milano dove il generale Bava Beccaris, per ordine del "re buono" Umberto I, soffocherà nel sangue i tumulti. L'ordine di sparare sulla folla inerme provocherà
ufficialmente 80 morti e per questo gesto, per aver riportato "l'ordine", Bava Beccaris sarà decorato dal re.
Sulla carneficina perpetrata durante le quattro giornate di Milano (dal 6 al 9 maggio 1898) la storiografia riprende l'informazione governativa che indica in numero di 80 i morti nelle strade del capoluogo lombardo e 450 i feriti; altre fonti non riportano alcun numero limitandosi a scrivere di numerose morti, altre notizie parlano di centinaia di morti. La
sanguinosa repressione dei tumulti milanesi del 1898 valse al generale Bava Beccaris la croce di Grand’ufficiale dell’Ordine Militare dei Savoia. Lo stile aulico del testo lascia intendere come l’anonimo autore fosse di buona cultura borghese e padroneggiasse il linguaggio letterario dell’epoca. Sulla stessa linea melodica fu scritta la Ballata di Pinelli, dopo la misteriosa morte dell’anarchico precipitato da una finestra della Questura di Milano nel corso delle indagini per l’attentato di Piazza Fontana del dicembre 1969  

 

 

   

Francesco De Gregori e Giovanna Marini all’Auditorium- Parco della Musica

W l'Italia Roma, 29 aprile 2002

Un incontro tra canzone d'autore e canzone popolare stasera si riassume in due nomi: Francesco De Gregori e Giovanna Marini.

Il primo non ha bisogno di presentazioni. Il secondo, purtroppo, può capitare di doverlo introdurre. Giovanna Marini è musicista e musicologa di fama internazionale, docente di etnomusicologia all'Università di Parigi e tra i maggiori esperti della nostra musica tradizionale. L’impegno sociale e politico è ciò che da sempre unisce i due musicisti, e che li porta qui, insieme, per questa serata dall'emblematico titolo 'W l'Italia'. UnAuditorium è un vociare lieve di attesa, sottilmente insaporita dal luogo che accoglie l'evento, uno spettacolo nello spettacolo: la firma di Renzo Piano su quello che promette di diventare un tempio della musica e che ha appena cominciato la sua storia. Puntuali, i due protagonisti si presentano al pubblico. E che bello vederli insieme sul palco! Cominciano con L'attentato a Togliatti; poi L'abbigliamento di un fuochista, che già li vedeva insieme in "Titanic": una presenza, quella della Marini, di grande significato, in questo brano dai forti contenuti sociali. Dopo Il Sirio il palco è lasciato alla Marini, che introduce al pubblico gli altri elementi del suo straordinario quartetto vocale: Patrizia Nasini, Francesca Breschi e Patrizia Bovi. Il loro omaggio alla storia comincia con Canto per il giudice Falcone, e inaugura una serie di brani che vedono protagonisti piccoli e grandi personaggi, che la storia l'hanno fatta o subita, tra pezzi popolari, di facile ascolto, e le sue composizioni complesse di armonie raffinate e suoni dissonanti: I treni per Reggio Calabria, Mi pesa andar lontano, Passione Evviva Maria.

De Gregori, insolitamente loquace e spiritoso, non convince dal punto di vista musicale: gli arrangiamenti sono poveri timbricamente e l'organo Hammond la fa da padrone, appiattendo brani classici"come Alice, Rimmel, Generale. Inoltre sembra mettere da parte quell’asciuttezza quasi declaratoria, dylaniana, che sapeva emozionare tanto. Nina ti ricordi di Gualtiero Bertelli, intonata da entrambi, chiude il primo set. Affascinante, nella seconda parte, il discorso "prettamente etnomusicologico" della Marini, che spiega l'usanza di determiriate culture di affidare ai cantanti l'intonazione dei diversi gradi della scala musicale, che hanno funzioni gerarchiche, in base alla loro posizione sociale.  

Spiega le diverse sensazioni che danno gli intervalli musicali - le terze, le seste, e così via - parole che poi trasforma in esempi sonori, descrivendo tensioni armoniche e modulazioni, facendo capire che tutto è semplicemente legato a sensazioni istintive, che la costruzione mu sicale non è un fatto elitario di teorie complicate, ma profondamente umano. Commovente poi il suo racconto dell'incontro con Pasolini, il primo a parlarle della cultura musicale contadina, facendo vacillare le sue certezze di giovane istruita tradizionalmente. Il ricordo non è fatto solo di parole: tra i momenti più toccanti infatti c'è proprio il Lamento per la morte di Pasolini. Ma il coinvolgimento del pubblico è massimo sul finale, con il palco al completo e quel verso "viva l'Italia che resiste" che fa esplodere la platea in canti e applausi. Alessia Pistolini DA "L’ISOLA CHE NON C’ERA" – Luglio 2002

 

 

  

 

 

Stamattina mi sono alzato

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

stamattina mi sono alzato

e ci ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

o partigiano, portami via

che mi sento di morir.

 

E se muoio da partigiano

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e se muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

Seppellire lassù in montagna

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

seppellire lassù in montagna

sotto l"ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e le genti che passeranno

e diranno: o che bel fior!.

 

E" questo il fiore del partigiano

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà  

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Bella Ciao (delle Mondine)

Facente parte del repertorio di Giovanna Daffini, è stata

riproposta recentemente dal 

gruppo "Les Anarchistes". Si tratta del canto originale

dal quale si sviluppò il canto partigiano

Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar.

E fra gli insetti e le zanzare o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e fra gli insetti e le zanzare un dur lavor mi tocca far.

Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.

O mamma mia, o che tormento! o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

o mamma mia o che tormento io t'invoco ogni doman.

Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.

 

Bella Ciao (Il canto partigiano)

Questa è la versione del canto partigiano generalmente

conosciuta, in una versione "mediamente accettabile". 

Ma esistono innumerevoli versioni differenti a volte per una parola...

Stamattina mi sono alzato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

Stamattina mi sono alzato E ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

O partigiano portami via Che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

E se io muoio da partigiano Tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao,

E seppellire lassú in montagna Sotto l'ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

E le genti che passeranno Mi diranno o che bel fior.

E' questo il fiore del partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao,

E' questo il fiore del partigino Morto per la libertà.

E' questo il fiore del partigiano Morto per la libertà.

 

Bella Ciao (versione inglese)

"Bella Ciao" è stato tradotto ed adattato in una caterva di lingue.

La presente è una versione inglese, di Antoinette Fawcett:

I woke this morning and all seemed peaceful 

Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao I

 woke this morning and all seemed peaceful But 

oppression still exists.

Oh freedom fighter, I want to fight too Bella ciao, bella ciao, bella ciao

ciao Oh freedom fighter, I want to fight too Against their living death.

And if I die, a freedom fighter, Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

And if I die, a freedom fighter, Then you’ll have to bury me.

Let my body rest in the mountains Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao 

Let my body rest in the mountains In the shadow of my flower.

And all the people who will pass by there Bella ciao, bella ciao,

ciao And all the people who will pass by there Will show that lovely flower.

This is the blossom of those that died here Bella ciao, bella ciao, 

ciao ciao This is the blossom of those that died here For land and liberty.

Mondine o partigiani: chi cantò prima "Bella ciao"?, Cos’è il “canto sociale”, come si lega alla battaglia politica, all’idea di musica popolare. di FRANCO FABBRI da l’Unità, 7 dicembre 2003

 

Perché la canzone "ufficiale" della Resistenza è Bella ciao, anche se i partigiani cantavano di più Fischia il vento? E cos'è la "versione delle mondine", quella inclusa nell'album ll fischio del vapore di Francesco De Gregori e Giovanna Marini? Le risposte a queste e a molte altre domande si trovano nella raccolta di saggi sul "canto sociale" di Cesare Bermani, pubblicata da Odradek col titolo Guerra guerra ai palazzi e alle chiese (un verso de L'inno dell'Internazionale, sull'aria della Marsigliese, circa 1874). Non preoccupatevi: le risposte verranno date anche qui, e il bel libro di Bermani non è una raccolta di fatterelli, buona per una serata di quiz in qualche vecchia Casa del Popolo. Tutt'altro. Ma è lo stile dell'autore, la tenacia con la quale rincorre e quasi sempre trova documenti e prove decisive, a suggerire il paradigma indiziario per questi saggi storico-antropologici rigorosi, densi, di lettura appassionante. Quasi sempre? Sì, perché ad esempio la vicenda della "versione delle mondine" di Bella ciao non è ancora conclusa, e Bermami ci lascia in sospeso al termine del saggio, dopo aver smontato e rimontato i fatti più o meno noti, e quelli di cui solo pochi ricercatori sono a conoscenza. Ci torneremo fra poco, abbiate fiducia. Ma cos'è il "canto sociale"? Dai titoli si intuisce che abbia a che fare con gli inni e le canzoni politiche e con il canto popolare. Bermani usa questa espressione consapevole delle contraddizioni insite nell'impiego disinvolto della categoria del "popolare". Se popolare, per consuetudine etnomusicologica, è sinonimo di contadino e di tradizione orale, allora gli inni di lotta, dei quali è rintracciabile un originale scritto, e che in buona parte sono nati dalla penna di intellettuali urbani, non possono essere iscritti nella categoria del popolare, se non in quanto il loro uso, la proliferazione delle modalità esecutive e delle varianti, i metodi di ricerca di chi voglia studiare questo materiale sono riconducibili a quelli tipici della musica di tradizione orale. Allora Bermani ricorre a un termine diverso per l'oggetto delle sue inquisizioni, e ci ricorda che "il canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall'altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni (...), a volte di produzione popolaresca (...), a volte interni alla produzione popolare". Insomma, in modo davvero esemplare Bermani ci mostra come per studiare un insieme di musiche occorra prima di tutto riflettere sulle categorie. E la categoria "canto sociale" riunisce musiche di origini e caratteristiche disparate, riunite dall'uso e dalla funzione. Parafrasando Gramsci si potrebbe dire: non conta se questi canti siano nati sociali, ma se sono stati accolti come tali. Difficile obiettare. Eppure, un tempo l'identificazione fra popolare e contadino esercitava un'attrazione irresistibile proprio sui ricercatori delle tradizioni, che al tempo stesso coltivavano la canzone politica cercando di modellarla su quelle tradizioni. Si discuteva se il canto popolare fosse di opposizione in sé, o se il ricercatore e l'operatore di folk revival dovesse privilegiare il repertorio che - si sarebbe detto allora - sviluppava al massimo grado la coscienza politica delle masse. Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha "trovato l'invasor" era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l'anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama "l'invenzione di una tradizione". Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l'avanzata finale nell'ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell'immediato dopoguerra come l'inno della Resistenza. Fischia il vento ha il "difetto" di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti ("il sol dell'avvenir"), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più "corretta", politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all'Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l'autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come "e tante genti che passeranno" e "bella ciao", glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente "più nero che rosso"), e la Siae dell'epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito. Il resto della vicenda lo potete trovare nel libro, splendido e utilissimo, di Bermani.

 

 

 

La "Bella Ciao della Crouzet"

Nel 1971 le operaie e gli operai della Crouzet di Milano,  che aveva una fabbrica anche a Zingonia,

 furono protagonisti  di lotte contro i licenziamenti e per migliori condizioni di lavoro.  Ne nacque una "Bella ciao" adattata alla particolare situazione: 

 

Alla mattina appena alzata a Zingonia mi tocca andar. 

con la nebbia e il brutto tempo a noi tocca anche viaggiar.

E a Zingonia noi troveremo nuovi ritmi di lavor. 

il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.

Compagne mie, ma che tormento ma che vita ci tocca far. 

Il salvagente lui ha avanzato e a noi la barca per affondar.

Il "papà" che mi vuol bene a Zingonia mi vuol mandar.

 E senza mezzi per arrivare a Zingonia a lavorar.

 

 

 

 

CON MORANDI A “UNO DI NOI” - Mimmo Rapisarda

Buongiorno e buona Domenica a tutti!

L’avete visto Ieri sera in TV su “Uno di noi”? Eccezionale! Speriamo che questo suo stato di grazia rimanga ancora per un po’, perché se si rituffa in quei lunghi periodi di silenzio e riservatezza non lo sentiremo per un paio di anni.

Ho letto che qualcuno lo preferiva come era prima. Ma perché? Lasciamolo stare così, non roviniamo questo incantesimo, facciamolo fare.

Alle 20 mi sono accorto che la VHS era guasta. Mi sono dovuto rivestire, andare in garage, prendere l’auto e cercare un’altra videocassetta. Ma ne è valsa la pena, ecco perchè:

- ne è valsa pena perché quando alla fine dell’esecuzione de “La donna cannone” (interpretata come solo un grande della musica sa fare e offerta alla gente come un collier da donare alla donna amata) tutto il pubblico si è alzato in piedi applaudendolo, in quel momento mi sono sentito gelare il sangue;

- ne è valsa la pena perchè, vedendo anche Ciccio spiazzato da quella forma di rispetto nei suoi confronti, mi sono sentito vicino a lui, da storico degregoriano;

- ne è valsa la pena perché chi ieri mi diceva che “Il fischio del vapore” non gli piaceva, oggi dovrà ricredersi;

- ne è valsa la pena perché l'ho visto finalmente in pace con Morandi (anche se, cantata da Gianni, devo dire che Francesco aveva effettivamente ragione);

- ne è valsa la pena per l’altro brivido che mi ha regalato Francesco quando con il coro di Testaccio, Giovanna e Gianni si sono mossi tutti insieme in avanti, con lo sfondo colorato di rosso, rendendo reali i personaggi raffigurati ne “Il quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo;

- ne è valsa la pena perché è stato bello vedere i componenti dell’orchestra entusiasti di suonare per lui;

- ne è valsa la pena perché ieri, dopo la standing ovation, ho visto nei suoi occhi la certezza di essere ormai riconosciuto come un monumento nazionale da esportazione come la Ferrari, Valentino, Sophia Loren, Alberto Sordi, la Torre di Pisa, O sole mio, gli spaghetti;

- ne è valsa la pena perché, dopo ieri, mai più rivedrò De Gregori dire in diretta TV “stop alle telefonate”;

- ne è valsa la pena perché ho visto YuYu;

- ne è valsa la pena perché mi convinco sempre di più di non aver fatto male a seguire per 28 anni la musica di questo signore.

Storica serata di RaiUno. RAI, di tutto, di più. Ma quel “di più” ieri sera non è stato certo Robbie Wiliams.

Grazie Francesco! Grazie Giovanna! Grazie Gianni!

Mimmo Rapisarda

(FORUM RIMMEL CLUB – DIC. 2002)  

GUARDA IL VIDEO

   

 

 

 

Dopo averci travolti con un’overdose di album dal vivo, De Gregori ora si fa interprete di un importante momento di (ri)scoperta del nostro patrimonio popolare, più o meno politicizzato che sia. Qualcuno leggerà anche questo episodio come un indizio di un certo esaurimento della sua vena artistica, ma chi ama la canzone d’autore non dovrebbe gridare allo scandalo se un artista non sforna il suo chilo di riso, pardon le sue dieci canzoni nuove di zecca ogni anno, ma, in attesa dell’ispirazione giusta, preferisce valorizzare brani altrui. L’ha fatto persino sua maestà Bob Dylan, perché non dovrebbe farlo il principe Ciccio? E poi, perché negarsi il piacere di ascoltarlo alle prese con "Nina ti te ricordi"? DE GREGORI SCEGLIE IL FOLK CON LA MARINI)

 

O Venezia che sei la più bella

E te di Mantova che sei la più forte

Gira l’acqua d’intorno alle porte

Sarà difficile poterti pigliar

 

O Venezia ti vuoi maritare

Ma per marito ti daremo Ancona

E per dote le chiavi di Roma

E per anello le onde del mar

 

Un bel giorno entrando in Venezia

Vedevo il sangue scorreva per terra

E i feriti sul campo di guerra

E tutto il popolo gridava pietà  

 

Sempre dal repertorio di Giovanna Daffini questa canzone, ricca di echi e suggestioni Verdiane, narra dell’insurrezione di Venezia del 1848 e della repressione Austriaca dell’anno successivo. L’ultima strofa, delicata e misteriosa, di rara intensità poetica, sembra in qualche modo evocare il sogno dell’Unità d’Italia. 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ventidue d'agosto

a Boston in America

Sacco e Vanzetti

sopra la sedia elettrica

e con un colpo  di elettricità

all'altro mondo li vollero mandar.

 Circa le undici e mezzo

giudici e la gran corte

entran poi tutti quanti 

nella cella della morte

«Sacco e Vanzetti state a sentir

dite se avete  da raccontar».

 Sacco e Vanzetti

tranquilli e sereni

«Noi siamo innocenti

aprite le galere».

E Ior risposero  «Non c'è pietà

voi alla morte  dovete andar».

   Entra poi nella cella

il bravo confessore

domanda a tutti e due

la santa religione.

Sacco e Vanzetti

con grande espressione

«Noi moriremo  senza religion».

 E tutto il mondo intero

reclama la loro innocenza

ma il presidente Fuller

non ebbe più clemenza

«Siano pure  di qualunque nazion

noi li uccidiamo  con gran ragion».

 «Addio moglie e figlio

a te sorella cara.

E noi per tutti e due

c'è pronta già  la bara.

Addio amici,  in cuor la fe',

viva l'Italia e abbasso il re.

 Addio amici,  in cuor la fe',

viva l'Italia  e abbasso il re.

 

 

 

 

Nicola Sacco (1891-1927) e Bartolomeo Vanzetti (1888-1927) furono due anarchici italiani che vennero arrestati, processati e giustiziati negli Stati Uniti negli anni '20, con l'accusa di omicidio di un contabile e di una guardia di una fabbrica di scarpe. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all'epoca del loro processo;non vennero nemmeno assolti dopo che un altro uomo ammise, nel 1925, la responsabilità di quei crimini.

Sacco, di origine pugliese, di professione faceva il ciabattino mentre Vanzetti - che gli amici chiamavano Tumlin, ed era originario di Villafalletto, Cuneo - gestiva una rivendita di pesci. Furono giustiziati sulla sedia elettrica a Dedham, Massachusetts, il 23 agosto 1927.

Arrivarono entrambi negli Usa nel 1908, senza conoscersi tra loro. Sacco aveva diciassette anni e Vanzetti venti. Quest'ultimo, al processo, descriverà così l'esperienza dell'immigrazione: "Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America". E in seguito scrisse: "Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me".

Sacco, che in Italia era stato calzolaio di professione, trovò lavoro in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Si sposò e andò ad abitare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Nonostante ciò, partecipava attivamente alle manifestazioni operaie dell'epoca, attraverso le quali i lavoratori chiedevano salari più alti e migliori condizioni di lavoro. In tali occasioni teneva spesso dei discorsi. A causa di queste attività venne arrestato nel 1916.

Vanzetti fece molti lavori, prendeva tutto ciò che gli capitava. Lavorò in varie trattorie, in una cava, in un'acciaieria e in una fabbrica di cordami, la Plymouth Cordage Company. Leggeva molto: Marx, Darwin, Hugo, Gorkij, Tolstoj, Zola e Dante furono tra i suoi autori preferiti. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la Plymouth e per questo motivo nessuno volle più dargli un lavoro. Si mise quindi in proprio, facendo il pescivendolo.

Fu in quell'anno che "Nick" e "Bart" si conobbero ed entrarono entrambi a far parte di un gruppo anarchico italoamericano. Tutto il collettivo fuggì in Messico per evitare la chiamata alle armi, non per vigliaccheria ma perché per un anarchico non c'è niente di peggiore che morire per uno stato.

Nicola e Bartolomeo tornarono nel Massachussets dopo la guerra, ma non sapevano di essere inclusi in una lista di sovversivi compilata dal Ministero di Giustizia, nè di essere pedinate dagli agenti segreti Usa. Nella stessa lista era incluso anche un amico di Vanzetti, il tipografo Andrea Salsedo. Questi, il 3 maggio 1920, venne assassinato dalla polizia in un modo che non può non ricordare la storia di Giuseppe Pinelli: venne buttato dal quattordicesimo piano di un edificio appartenente al Ministero di Giustizia. Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per far luce su questa vicenda, comizio che avrebbe dovuto avere luogo a Brockton il 9 maggio. Purtroppo però i due vennero arrestati prima, e l'imputazione fu il possesso dei volantini che pubblicizzavano tale iniziativa. Per tale reato rischiavano fino a un anno di carcere. Nel mentre, però, vennero accusati del doppio  omicidio del contabile e della guardia giurata, delitto che aveva avuto luogo circa un mese prima.

Alla base del verdetto di condanna - a parere di molti - vi furono da parte di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria pregiudizi e una forte volontà di perseguire una politica del terrore suggerita dal ministro della giustizia Palmer e culminata nella vicenda delle deportazioni.

Sotto questo aspetto, Sacco e Vanzetti venivano considerati due "agnelli sacrificali" utili per testare la nuova linea di condotta contro gli avversari del governo. Erano infatti immigrati italiani con una comprensione imperfetta della lingua inglese (migliore in Vanzetti, che terrà un famoso discorso, in occasione della lettura del verdetto di condanna a morte); erano inoltre note le loro idee politiche radicali. Il giudice Webster Thayer li definì senza mezze parole due anarchici bastardi.

Si trattava di un periodo della storia americana caratterizzato da una intensa paura dei comunisti, la paura rossa del 1917 - 1920. Né Sacco né Vanzetti avevano avuto precedenti con la giustizia, né si consideravano comunisti, ma erano conosciuti dalle autorità locali come militanti radicali che erano stati coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e propaganda contro la guerra.

Sacco e Vanzetti si ritenevano vittime del pregiudizio sociale e politico. Vanzetti, in particolare, ebbe a dire rivolgendosi per l'ultima volta al giudice Thayer:  "Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano [...]" (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts)

Ed è proprio in questo senso che oggi molti anarchici sostengono che i loro compagni ingiustamente incarcerati o uccisi non sono affatto innocenti; sono invece perseguitati perché sono ciò che sono, e dal punto di vista del potere, sostengono, non vi è alcun errore di giudizio.

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ben dieci giorni, fino alla data dell'esecuzione. Il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano dinanzi al carcere e sopra le sue mura vi erano mitragliatrici puntate verso i manifestanti.

Dopo la morte dei due anarchici, due catafalchi furono eretti nella camera ardente. Kenneth Whistler vi si recò e spiegò sui catafalchi un enorme striscione, sul quale era scritta una frase pronunciata dal giudice Thayer, rivolta a un amico, pochi giorni dopo aver pronunciato la sentenza: "Hai visto che cosa ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?".

 

   

 

THE BALLAD OF SACCO & VANZETTI  (testo di Baez - musica di Morricone)


PARTE 1

 

"Portatemi i vostri stanchi e i vostri poveri
le vostre masse riunite per respirare libere
i rifiuti scartati delle vostre rive affollate
mandateli, i senzacasa, quelli colpiti da tempesta, da me"
Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto
Il passo è difficile che strappa le radici
e dice addio ad amici e famiglia
i padri e le madri piangono
i bambini non possono capire
ma quando c'è una terra promessa
i coraggiosi andranno e gli altri seguiranno
la bellezza dello spirito umano
è la volontà di provare i nostri sogni
e così le masse si affollano attraverso l'oceano
in una terra di pace e speranza
ma nessuno udì una voce o vide una luce
e furono sbattuti contro la riva
e nessuno fu accolto dall'eco della frase
"alzo la mia lampada dietro la porta d'oro"
Benedetti siano i perseguitati
e benedetti siano i puri di cuore
benedetti siano i misericordiosi
e benedetti siano i portatori di lutto


PARTE 2

 

Sì Padre, son carcerato
Non aver paura di parlare del mio reato
Crimine di amare i dimenticati
Solo il silenzio è vergogna.
Ed ora ti dirò cosa abbiamo contro di noi
Un'arte che è stata viva per secoli
Percorri gli anni e troverai
cosa ha imbrattato tutta la storia.
Contro di noi è la legge con la sua immensa forza e potere
Contro di noi è la legge!
La Polizia sa come fare di un uomo un colpevole od un innocente
Contro di noi è il potere della Polizia!
Le menzogne senza vergogna dette da alcuni uomini
saranno sempre ripagate in denari.
Contro di noi è il potere del denaro
Contro di noi è l'odio razziale ed il semplice fatto
Che siamo poveri.
Mio caro padre, son carcerato
Non vergognarti di divulgare il mio reato
Crimine d'amore e fratellanza
E solo il silenzio è vergogna.
Con me ho il mio amore, la mia innocenza, i lavoratori ed i poveri
Per tutto questo sono integro, forte e pieno di speranze.
Ribellione, rivoluzione non han bisogno di dollari,
Ma di immaginazione, sofferenza, luce ed amore e rispetto
Per ogni essere umano.
Non rubare mai, non uccidere mai, sei parte della forza e della vita
La Rivoluzione si tramanda da uomo ad uomo e da cuore a cuore
E percepisco quando guardo le stelle che siamo figli della vita
... La morte è poca cosa.

PARTE 3

 

Figlio mio, invece di piangere sii forte
sii coraggioso e conforta tua madre
non piangere perché le lacrime sono sprecate
non lasciare che anche gli anni siano sprecati
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
Se tua madre cerca di essere distratta
dalla tristezza e dalla depressione
portala a camminare
lungo la campagna tranquilla
e riposa sotto l'ombra degli alberi
dove qua e là raccogli fiori
oltre la musica e l'acqua
è la pace della natura
che lei apprezzerà molto
e sicuramente anche tu l'apprezzerai
ma figlio, devi ricordarti
non agire tutto da solo
ma abbassati solo un passo
per aiutare i deboli al tuo fianco
Perdonami figlio, per questa morte ingiusta
che ti porta via tuo padre
perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, quindi non piangere
I più deboli che piangono per un aiuto
il perseguitato e la vittima
sono tuoi amici
e compagni nella lotta
e sì, qualche volta cadono
proprio come tuo padre
sì, tuo padre e Bartolo
sono caduti
e ieri combatterono e caddero
ma nella ricerca di gioia e libertà
e nella lotta di questa vita troverai
che c'è amore e a volte di più
sì, nella lotta troverai
che puoi amare e anche essere amato
Perdona tutti coloro che sono miei amici
io sono con te, ti prego non piangere 

 

 

 

HERE'S TO YOU
(joanBaez / Ennio Morricone)

Here's to you Nicola and Bart

Rest forever here in our hearts

The last and final moment is yours

That agony is your triumph!

Vi rendo omaggio Nicola e Bart

Per sempre restino qui nei nostri cuori

Il vostro estremo e finale momento

Quell'agonia è il vostro trionfo!

 

 

La memoria in musica. Giovanna Marini si racconta

Giovanna Marini è nata a Roma nel 1937 da una famiglia di musicisti. Studia composizione con i maestri Ferdinandi e Pinelli. Nel 1959 consegue il diploma di chitarra classica presso il Conservatorio romano di Santa Cecilia, dove impara a suonare altri strumenti antichi. Studia anche musica medioevale e rinascimentale. Partendo da una cultura classica, si avvicina in seguito alla cultura contadina. Compie ricerche etnografiche, trascrive e suona i canti popolari delle varie regioni d’Italia facendosi portavoce del canto sociale insieme ad altri musicisti del Nuovo canzoniere italiano. Nel 1975 fonda insieme ad altri musicisti la Scuola popolare di musica di Testaccio a Roma. Impossibile dar conto di tutte le sue incisioni. Ricordiamo le ultime due: Il fischio del vapore con Francesco De Gregori (2001), Buongiorno e buonasera (2002).

Vorrei partire dagli albori della sua carriera. Per quale motivo decise di approfondire lo studio della musica trobadorica?
Accadde per caso, nel 1958 quando mi trovavo a Siena all’Accademia Chigiana a seguire i corsi di Andres Segovia. Al piano superiore, mi ricordo, c’era il maestro Pujol: un magnifico insegnante di liuto e musica trobadorica che insegnava le tablature, un antico modo di scrivere utilizzato anche dagli Aedi. Ero molto interessata allo studio del Liuto e degli strumenti a corde. Per questo motivo decisi di seguire, ma solo da uditrice, quelle lezioni.

Nei primi anni Sessanta portò i canti popolari e di lavoro al Folkstudio di Roma. Come vennero accolti?
Riproposi i canti popolari e di lavoro insieme a Maria Teresa Bulciolu, anche se in quel periodo non eravamo le sole. C’erano altri come Otello Prefazio e questo tipo di musica era accolta molto bene. Personalmente ho amato molto il canto popolare americano, per esempio i classici di Woody Guthrie. Poi ho cominciato ad apprezzare anche quelli italiani.

Dopo i primi dischi entra, a far parte del Nuovo canzoniere italiano, cosa ricorda volentieri di quel periodo?
Ne entrai a far parte nel 1963, cosa ricordo più volentieri? Beh, la vita di allora era molto eccitante e avventurosa, ma la cosa più bella sono sempre stati i viaggi, in macchina o in treno, questi viaggi lunghissimi con Michele Straniero grande intellettuale, grande ricercatore e poeta che era una fonte inesauribile di conoscenza, un ragazzo coltissimo seppur giovane. Ricordo quei momenti quando si parlava per ore, si stava insieme e le riunioni duravano fino alle tre, le quattro del mattino dentro la cascina di Piadana, la cascina dei cantori di Piadana. Sono ricordi straordinari che non passeranno mai, anche le camminate fatte per raggiungere i luoghi dove dovevamo cantare che tante volte non erano raggiungibili in macchina e talvolta perdevamo l’ultimo trenino. Ricordo una sera che facemmo quasi dieci chilometri a piedi con Ivan Della Mea in testa che ci guidava raccontando cose divertentissime prima dello spettacolo di Spoleto. C’era uno stare insieme che non si è più ripetuto, forse si ripete adesso con i miei allievi, ma senza quel senso di urgenza che avevamo noi. A quel tempo c’era proprio un senso di necessità di queste cose. Adesso c’è meno urgenza e forse più saggezza nella riflessione, ma allo stesso modo c’è uno spirito di grande unione fra le persone che amo moltissimo: un corpo unico nella diversità delle persone.

Lei ha vissuto un periodo negli Stati Uniti e subito dopo il 1966 ha composto “Vi parlo dell’America”. Com’era l’America di quegli anni?
Era terribilmente somigliante all’Italia di adesso e questo mi fa molta impressione. Quella America dove non si poteva andare a piedi, senza macchina, perché si rischiava di essere aggrediti, dove tutti facevano una vita molto uniforme, molto uguale. Noi eravamo favoriti perché abitavamo a Cambridge, città universitaria di Haward e Mit, mentre chi viveva nella città vecchia non poteva girare di notte. Un’altra somiglianza con la nostra Italia erano le scuole pubbliche, costruzioni prefabbricate, fatte apposta per non fare arrivare i loro ragazzi all’Università perché all’Università dovevano andarci solo quelli della scuola privata o in qualche rarissimo caso qualcuno della scuola pubblica che riusciva a prendere la borsa di studio. Proprio come stanno cercando di fare adesso qui da noi, in Italia.

Quando lei era in America, ci fu l’assassinio di J. F. Kennedy. Come reagirono gli studenti e gli intellettuali?
C’era un lutto profondo, perché Kennedy era amatissimo dalla maggioranza degli studenti e da tutti gli intellettuali. Il presidente aveva dato una grande spinta innovativa e una speranza di cambiamento radicale alla società americana. I giovani si fidavano di lui. Fu un duro colpo il suo assassinio.

E gli anni della guerra in Vietnam?
La protesta contro quel conflitto fu folgorante. Pensi che l’America era un paese dove non si poteva scioperare, non era permesso fare marce di protesta. Infatti, eravamo tutti costantemente spintonati dalla polizia e portati via. La protesta coinvolse larghi strati di società civile: moltissimi intellettuali e docenti persero il posto di lavoro solo per il fatto di essersi opposti all’atteggiamento guerrafondaio e imperialista dello Stato americano.

Insomma, era un’America piena di conflitti?
Sicuramente un’America con molti conflitti che assomigliava terribilmente all’Italia di adesso. Immense zone commerciali dove tutti dovevano comprare. Mi ricordo questo incubo: comprate, comprate! Come vede, l’Italia aziendalistica di oggi non ha fatto altro che copiare il modello statunitense.
Perché ha deciso di tornare in Italia?
Dopo due anni e mezzo siamo tornati in Italia, perché non era possibile restare: non c’era assistenza sanitaria, i bambini dovevano per forza andare alla scuola pubblica dove sapevamo che non gli avrebbero insegnato niente. Portarli alla privata non era possibile, perché mio marito prendeva lo stipendio del Cnr italiano che non era assolutamente sufficiente per vivere in America.

Come vede gli Stati Uniti di oggi?
Li vedo male, li vedo malissimo perché sono in mano a Bush e ai signori della guerra. Ritengo la rielezione di questo volgare guerrafondaio una tragedia per l’umanità. Peccato, perché l’America è un grande paese. Mi ricordo ancora quando giravamo col pullman insieme ai bambini e vedevamo queste zone bellissime. Vedevo la gente che lavorava i campi e dicevo “mamma mia, questo è un grande paese, potrebbe essere un paese straordinario, ha proprio una grande anima”. Pensavo alla storia di ribellione dei neri, a Malcom X, a Martin Luther King.

“I treni per Reggio Calabria” del 1975 è una delle sue ballate più note. Cosa prova, quando canta trent’anni dopo “Il treno era pieno di bandiere rosse”?
Sono molto sensibile a quel verso. Lo canto spesso in luoghi dove so che non è gradito: voglio vedere la reazione del pubblico. Ma siccome quello è un pezzo di bravura, perché bisogna ricordarsi tutte quelle parole e dirle tutte quante in modo comprensibile mantenendo un ritmo da talking blues. La gente rimane colpita da questo e applaude lo stesso. Quanto a me, provo una grande nostalgia: sembrava che fosse dato per scontato che ci sarebbero sempre state le bandiere rosse.

Le bandiere rosse non sono scomparse del tutto…
E’ vero, non sono scomparse del tutto. Però si sono stinte in rosa e talvolta, nemmeno troppo di rado, trovo difficoltà a focalizzare il rosso. E’ un pasticcio, una mistura di colori senza identità. La mia bandiera resta rossa.

Lei incise in Francia nel 1984 “Pour Pier Paolo”. E in Italia “Partenze” nel 1995. Cosa rappresentava e cosa rappresenta oggi Pasolini per la nostra cultura?
Spero che per la nostra cultura – ma non ne sono sicura – rappresenti quello che rappresenta per la Francia e per la Germania. In quei due paesi europei, Pasolini è considerato un grandissimo: come poeta, filosofo, pensatore, uomo di cinema, come genio multiforme, grande insegnante e docente. Io, quando canto quei pezzi di Pasolini ho sempre una grandissima commozione. Li ho cantati in Belgio recentemente e hanno riscosso un grande successo. Spero di poterlo cantare anche in Italia, come ho già fatto nel passato con De Gregori.

Ha citato De Gregori. In “Il fischio del vapore”, nel brano “Sento il fischio del vapore” si parla di solidarietà di classe, coscienza politica ed emancipazione femminile. Secondo lei sono concetti ancora attuali?
Non so se siano concetti attuali nel senso che la gente ne parla o cerca di viverli, ma ce n’è bisogno. Sono attuali perché se ne sente la mancanza. Probabilmente, per i nostri politici è ingombrante parlare di coscienza di classe: magari hanno paura di scontentare una parte di borghesia alleata o qualche banchiere progressista. C’è però a mio avviso bisogno di solidarietà. Nessuno può pensare di fare per sé, nessuno deve pensare che aiutare gli altri sia una perdita di tempo. Lo stare bene è un diritto di tutti, non è possibile continuare a vivere con questa corsa del privato, del singolo, perdendo completamente di vista la società e lo stare insieme.

Alcune canzoni di quel Cd provengono dal repertorio di Giovanna Daffini. Chi era questa straordinaria mondina cantastorie?
Era una donna molto intelligente, simpaticissima e affettuosa, una mondina emiliana morta nel 1969, all’età di 54 anni. Aveva fatto la cantastorie col padre e quando fu consapevole del valore dei canti che aveva imparato nella monda li ha insegnati, spiegati e divulgati. Giovanna aveva una voce con il vibrato, quasi da operetta, dall’imposto vocale classico della cantastorie.

Ne “Il tragico naufragio della nave Sirio” concorda che ci sia una similitudine drammatica con la situazione attuale dove le bagnarole affondano?
Questo è proprio il motivo per cui noi la cantiamo, perché la nave Sirio era una bagnarola piena di disperati alla ricerca di una nuova vita. Insomma, è un racconto terribilmente attuale. Ivano Malcotti

 

 

Saluteremo il signor padrone  Per il male che ci ha fatto

Che ci ha sempre maltrattato  Fino all’ultimo momen’

 

Saluteremo il signor padrone  Per la sua risera neta

Pochi soldi in la casseta  Ed i debiti a pagar

 

 Macchinista macchinista faccia sporca

 Metti l’olio nei stantuffi   Di risaia siamo stufi

 Di risaia siamo stufi

 

 Macchinista macchinista faccia sporca

 Metti l’olio nei stantuffi   Di risaia siamo stufi

 A casa nostra vogliamo andar

 

 Con un piede con un piede sulla staffa

 E quell’altro sul vagone   Ti saluto cappellone

 

Ti saluto cappellone

 Con un piede con un piede sulla staffa

 E quell’altro sul vagone   Ti saluto cappellone

 

 

 

Il lavoro delle mondine era massacrante: lontane da casa, sottoposte a turni disumani in condizioni ambientali spesso proibitive, ricevevano una paga irrisoria ed erano alla mercé del proprietario della risaia, padrone assoluto delle loro esistenze. La fine del periodo di lavoro era per loro un vero e proprio ritorno alla vita. Il “cappellone” cui si allude nei versi finali di questa canzone è probabilmente il largo cappello di paglia che le mondine usavano per proteggersi dal sole e che può finalmente essere abbandonato al momento di tornare a casa

 

 

 

 

  

 

Andavano col treno giù nel meridione

per fare una grande manifestazione

il ventidue d'ottobre del settantadue

in curva il treno che pareva un balcone

quei balconi con la coperta per la processione

il treno era coperto di bandiere rosse

slogans, cartelli e scritte a mano

da Roma Ostiense mille e duecento operai

vecchi, giovani e donne

con i bastoni e le bandierearrotolati

portati tutti a mazzo sulle spalle

Il treno parte e pare un incrociatore

tutti cantano bandiera rossa

dopo venti minuti che siamo in cammino

si ferma e non vuole più partire

si parla di una bomba sulla ferrovia

il treno torna alla stazione

tutti corrono coi megafoni in mano

richiamano "andiamo via Cassino

compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato,

chi vuole si rimetta in cammino"

dopo un'ora quel treno che pareva un balcone

ha ripreso la sua processione

anche a Cassino la linea è saltata

siamo tutti attaccati al finestrino

Roma ostiense Cisterna Roma termini Cassino

adesso siamo a Roma tiburtino

Il treno di Bologna è saltato a Priverno

è una notte una notte d'inferno

i feriti tutti sono ripartiti

caricati sopra un altro treno

funzionari responsabili sindacalisti

sdraiati sulle reti dei bagagli

per scrutare meglio la massicciata

si sono tutti addormentati

dormono dormono profondamente

sopra le bombe non sentono più niente

l'importante adesso è di essere partiti

ma i giovani hanno gli occhi spalancati

vanno in giro tutti eccitati

mentre i vecchi sono stremati

dormono dormono profondamente

sopra le bombe non sentono più niente

famiglie intere a tre generazioni

son venute tutte insieme da Torino

vanno dai parenti fanno una dimostrazione

dal treno non è sceso nessuno

la vecchia e la figlia alle rifiniture

il marito alla verniciatura

la figlia della figlia alle tappezzerie

stanno in viaggio ormai da più di venti ore

aspettano seduti sereni e contenti

sopra le bombe non gliene importa niente

aspettano che è tutta una vita

che stanno ad aspettare

per un certificato mattinate intere

anni e anni per due soldi di pensione

erano venti treni più forti del tritolo

guardare quelle facce bastava solo

con la notte le stelle e con la luna

i binari stanno luccicanti

mai guardati con tanta attenzione

e camminato sulle traversine

mai individuata una regione

dai sassi della massicciata

dalle chine di erba sulla vallata

dai buchi che fanno entrare il mare

piano piano a passo d'uomo

pareva che il treno si facesse portare

tirato per le briglie come un cavallo

tirato dal suo padrone

a Napoli la galleria illuminata

bassa e sfasciata con la fermata

il treno che pareva un balcone

qualcuno vuol salire attenzione

non fate salire nessuno

può essere una provocazione

si sporgono coi megafoni in mano

e un piede sullo scalino

e gridano gridano quello che hanno in mente

solo comizi la gente sente

ora passa la notte e con la luce

la ferrovia è tutta popolata

contadini e pastori che l'hanno sorvegliata

col gregge sparpagliato

la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa

dal tetto di una casa una signora grassa

fa le corna e alza una mano

e un gruppo di bambini ci guardano passare

e fanno il saluto romano

Ormai siamo a Reggio e la stazione

è tutta nera di gente

domani chiuso tutto in segno di lutto

ha detto Ciccio Franco "a sbarre"

e alla mattina c'era la paura

e il corteo non riusciva a partire

ma gli operai di Reggio sono andati in testa

e il corteo si è mosso improvvisamente

è partito a punta come un grosso serpente

con la testa corazzata

i cartelli schierati lateralmente

l'avevano tutto fasciato

volavano sassi e provocazioni

ma nessuno s'è neppure voltato

gli operai dell'Emilia-Romagna

guardavano con occhi stupiti

i metalmeccanici di Torino e Milano

puntavano in avanti tenendosi per mano

le voci rompevano il silenzio

e nelle pause si sentiva il mare

il silenzio di qulli fermi 

che stavano a guardare

e ogni tanto dalle vie laerali

si vedevano sassi volare

e alla sera Reggio era trasformata

pareva una giornata di mercato

quanti abbracci e quanta commozione

il nord è arrivato nel meridione

e alla sera Reggio era trasformata

pareva una giornata di mercato

quanti abbracci e quanta commozione

gli operai hanno dato una dimostrazione  

 

La rivolta inizia con la designazione di Catanzaro a capoluogo della regione nel luglio '70, subito dopo le (prime) elezioni regionali del 7 giugno 1970. E' un pretesto. Dietro c'è tutta la frustrazione del sud emarginato e oppresso da mafia, clientele e disoccupazione.

La lotta appare da subito molto dura. Dalla sinistra Lotta Continua pensa di volere "starci dentro" e fonderà un giornale nel 1971 a sostegno delle rivolte nel meridione (Mo' che il tempo si avvicina). Anche vari gruppi anarchici vedono nella rivolta una possibilità "rivoluzionaria".

L'internazionale situazionista scriverà: “Il 18 ottobre i comunisti di Reggio ammettono soltanto di “avere perso il treno”, mentre in realtà hanno perso anche i ferrovieri”. E altri anarchici: “Presto verrà che le bandiere rosse saranno issate dal popolo di Reggio sui quartieri in lotta. E allora cosa diranno i filistei che hanno volutamente confuso il terrorismo fascista con la ribellione di un popolo sfruttato? Dovranno nascondersi davanti ai lavoratori che li hanno ascoltati non sapendo la vera situazione che si è creata a Reggio Calabria!”.

Scriverà il gruppo anarchico milanese Kronstadt: “Assurdo è però vedere in questa lotta l’espressione più alta dello scontro di classe in Italia solo per la sua violenza come sembrano fare i compagni di Lotta Continua che sono arrivati a definire Reggio “capitale del proletariato”.

La violenza della lotta non basta a qualificarla come rivoluzionaria ma unico elemento di giudizio valido è il rapporto in cui si pone per forme e contenuti rispetto alla crescita della lotta di classe e quindi la sua capacità di generalizzarsi e di essere fatta propria da tutta la classe.”

Quando Adriano Sofri, allora leader di Lotta Continua, giunge a Reggio per convincere alcuni gruppi extraparlamentari e gli anarchici ad inserirsi nella rivolta per poi pilotarla a sinistra, Casile, Scordo e il gruppo anarchico rifiutarono. Si concentreranno su un'inchiesta "fotografica", che documenta la presenza di Delle Chiaie, Rauti e Borghese e dei loro attivisti nella rivolta. Finiranno uccisi in uno strano incidente stradale (vd. oltre). Queste le parole scritte in un volantino dall'anarchico Casile: "Padroni bastardi, del capoluogo non sappiamo che farcene! Il capoluogo va bene per i burocrati, gli speculatori, i parassiti, i padroni e i politicanti più grossi; va bene per le manovre dei caporioni locali, per il sindaco Battaglia e per i caporioni falliti. Va bene per il tentativo di questi “uomini importanti” di accrescere il loro potere locale, la loro area di sfruttamento, facendoci sfogare anni di malcontento con la falsa lotta per il capoluogo, dopo che hanno mandato i nostri figli e i nostri fratelli a lavorare all’estero e continuano a sfruttarci nella stessa Reggio I cosiddetti “datori di lavoro”, che in realtà sono luridi padroni, sono i nostri nemici, quegli stessi che ci mandano allo sbaraglio per il capoluogo, per la Madonna o per la squadra di calcio. Il capoluogo non ci serve! Lottiamo per farla finita con l’emigrazione, con la disoccupazione, con la fame!"

In sostanza ad appoggiare la "rivolta proletaria" furono, in vario modo, Lotta Continua, il Movimento Studentesco milanese, Servire il Popolo, il PCd'I e una parte degli anarchici. La presenza dell'estrema sinistra nei moti sarà comunque marginale. Ma i moti di Reggio serviranno a Lotta Continua per individuare nel sud (nella mafia, nella disoccupazione) alcuni temi centrali di intervento. Da destra è Ciccio Franco (inizialmente in contrasto col partito) a voler cavalcare la rivolta. Ma ci sono anche i gruppi extraparlamentari di estrema destra (Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale). Cosi' come c'è il sindaco di Reggio, Piero Battaglia, democristiano.

Già dal 1969 opera un "Comitato di agitazione per la difesa degli interessi di Reggio" che unisce amministratori locali di vari partiti (soprattutto Dc, Pri, Pli e Msi). La rivolta e i comitati clandestini di Ciccio Franco vengono finanziati da alcuni industriali reggini: da Mauro (quello del caffè) all'armatore Amedeo Matacena. I due industriali sono stati poi accusati da pentiti di mafia per la strage di Gioia Tauro e per le operazioni bombarole del '70, attuate dalla 'ndrangheta, tramite Ciccio Franco.

L'15 luglio 1970 la polizia carica e uccide l'operaio Bruno Labate, iscritto Cgil. A guida della polizia c'è il questore Emilio Santillo.

A settembre scoppia la seconda ondata di manifestazioni. E i "boia chi molla" diventano sempre più egemoni. Il 7 settembre a Reggio Calabria scoppia la dinamite in 4 luoghi. Altre bombe sui treni il 9 settembre. Il 15 vengono incendiate la sede del Psi e l’esattoria comunale. Il 17 settembre ci sono scontri tra fascisti e polizia, che si concludono con un morto (probabilmente estraneo ai moti): Angelo Campanella. Otto manifestanti rimangono feriti e Ciccio Franco viene arrestato. Con lui vengono arrestati altri rivoltosi, tra cui l’ex comandante partigiano Alfredo Perna. Ciccio Franco verrà processato e condannato a lievi pene.  

Il 26 settembre 1970 sera cinque giovani anarchici (Gianni Aricò, Angelo Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò) trovano la morte in un drammatico incidente nel tratto autostradale fra Ferentino ed Anagni, alle porte di Roma. L'incidente è causato dall'improvvisa manovra di un camion che taglia la strada alla Mini Minor dei compagni in corsia di sorpasso: manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna logica spiegazione. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire sul colpo ben quattro persone ("Muki" Borth morirà in un ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini vengono prontamente insabbiate per poi essere archiviate. Sulla morte dei 5 anarchici è uscito un libro nel 2001: Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Città del Sole Edizioni. Il camion è guidato da due dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro di tutte le trame nere di quegli anni, che di li' a poco metterà in piedi un golpe evitato di un soffio. Il 30 settembre 1970 il Ministro degli interni Restivo annuncia che dal 14 luglio al 23 settembre a Reggio Calabria ci sono stati tredici attentati dinamitardi, sei assalti alla prefettura, quattro alla questura.

Il 23 dicembre Eugenio Castellani, Ciccio Franco, Alfredo Perna e Giuseppe Lupis ottengono la libertà provvisoria, mentre rimangono latitanti Antonio Dieni e Angelo Calafiore. Si costituiranno in gennaio e saranno rilasciati dopo alcuni giorni.

Il 16 gennaio 1971 muore a Messina l'agente di Pubblica Sicurezza Antonio Bellotti, 19 anni, due giorni prima raggiunto da una sassata mentre con il I Reparto Celere di Padova abbandonava Reggio in treno. Il 4 febbraio del 1971 viene lanciata una bomba contro la folla, dopo una manifestazione antifascista a Catanzaro. L’operaio socialista Giuseppe Malacaria rimane ucciso dall’esplosione che provoca anche il ferimento di altre sette persone.

Il 16 febbraio 1971 Catanzaro viene proclamato capoluogo regionale e Reggio Calabria sede del consiglio regionale. A Reggio ricomincia la protesta.

Il 23 febbraio 1971 la polizia espugna il quartiere di Sbarre.  Nel marzo del 1971 la rivolta di Reggio è definitivamente sedata.  Nel 1971 Ciccio Franco collabora a Avanguardia.

Ciccio Franco diviene, sull'onda della rivolta, parlamentare del MSI nel 1972. E' eletto senatore e il MSI a Catanzaro, con Ciccio Franco capolista, ottiene il 36,2%.

Ancora nel 1992 Fini dichiarava: «È più che mai attuale il “Boia chi molla” di Ciccio Franco».

Tra i protagonisti della rivolta di Reggio ci sono Fortunato Aloi (missino, poi parlamentare di AN), il marchese Felice Genoese Zerbi, massone e missino. Fortunato (Natino) Aloi dirà 30 anni dopo: "Io ci sono stato dentro, sono stato addirittura alla testa di quel corteo che ha innescato la rivolta il 14 luglio del '70: siamo partiti in pochi dal rione di santa Caterina ma a piazza Italia ci siamo arrivati in trentamila".

Il bilancio finale è di 2 morti, 230 feriti, 300 arresti, tredici attentati dinamitardi, trentadue blocchi di strade porti e aeroporti, sei assalti alle prefetture, quattro alla questure, sei attentati sui treni. Secondo altri dati il bilancio è di cinque morti, dieci mutilati e invalidi permanenti, oltre cinquecento feriti tra le forze dell’ordine e un migliaio tra i civili. Milleduecentotrentuno persone denunciate per duemila reati complessivi. Solo nel periodo luglio- settembre 1970 ci furono diciannove scioperi generali, dodici attentati dinamitardi, trentadue blocchi stradali, quattordici occupazioni delle stazioni, due della posta, una dell’aeroporto, quattro assalti alla prefettura e quattro alla questura. I danni economici alla città, paralizzata per molti mesi in quasi tutte le sue attività, furono dell’ordine di diverse decine di miliardi di lire. 

 

 

 

  

    

 

Catania - "Seduto ad un caffé, io sto pensando a te...". No, questa non è una canzone di De Gregori e neanche di Battiato. Ma cosa starà pensando De Gregori seduto al bar? Forse che è "solo come un cane per le strade di Roma senza neanche un amico per bere un caffè"? Ma qui, sul set di Battiato, di gente  ce n'è tanta. E i caffè vengono distribuiti in continuazione. Comparse, amici sbirciano Francesco che, dopo l'uscita del suo disco "Il fischio del vapore" a due voci con Giovanna Marini, debutta come attore, proprio qui a Catania con Battiato come regista. Chi l'avrebbe detto! (…) Francesco, dimmi di questa strana idea di fare l'attore. "Io amo il cinema da dilettante. Amo i film vecchi e i nuovi. Più quelli vecchi, per la verità. E avevo da sempre la curiosità di vedere dall'altra parte che succede". Non eri mai stato su un set? "No. E quindi ho colto l'occasione che Battiato faceva questo film e, siccome ci sentiamo ogni tanto, anche un po' provocatoriamente scherzando, gli ho detto "E dai, fammi fare una particina, fammi fare una particina". Gliel'ho chiesto io. Battiato è stato così ottimista sulle mie possibilità di fare la particina...". (…) Come pensi che la prenderanno i tuoi fan? "Come l'ho presa io, divertendosi". In questi ultimi anni sono tanti i cantanti che si sono cimentati nel cinema come registi o come interpreti: da Ligabue a Guccini, a Paolo Conte e Gino Paoli. "Sì ma la mia è proprio una particina" Un film tuo non lo faresti? "Ma stai scherzando?!". (…) Mi hai già detto che Catania ti piace. Non è che stai pensando di comprarti una casa sull'Etna come Battiato e Dalla? "Mi colpisce la piacevolezza e la vitalità di questa città. Una casa, no! Non è che posso dividermi la vita fra tante case. Però è bello tornare. Stavolta sono qui per lavoro - si fa per dire - altre volte spero di venire come turista". (AVEVO VOGLIA DI PROVARE - LA SICILIA 24.11.2002 - MARIA LOMBARDO)

 

 

 

De Gregori e Giovanna Marini - "Il fischio del vapore" in uscita il 15 novembre 2002 - La Sicilia, 9.11.2002 – Maria Lonbardo

Una nuova creatura, figlia delle emozioni e della sensibilità civile nel momento che attraversiamo, volta alla memoria o meglio alla vitalità della memoria s'affaccia sul mercato discografico. E' "Il fischio del vapore" di Francesco De Gregori e Giovanna Marini.

"Questo disco è nato perchè Francesco è venuto a propormi di farlo - esordisce Giovanna Marini nell'intervista duplice - mi ha lasciata un po' stupita. Ho sentito poi che era una specie di necessità. Sono canzoni molto belle che ci stavano nel cuore ad entrambi. Cantare a due voci ci è sempre piaciuto. Francesco è molto intonato e fa delle terze magnifiche. Sentire di fare le terze così bene con Francesco come le abbiamo fatte ne "L'abbigliamento del fuochista" mi ha fatto molto piacere e infatti nel disco cantiamo quasi sempre tutti e due per terze in questa polifonia elementare ma che ci ha dato molta soddisfazione".

Naturalmente la melodia che tira viene cantata un po' dall'una un po' dall'altro. Ma l'affiatamento è scontato, la sintonia sul piano dei valori civili e democratici è la condizione preliminare.

- Giovanna Marini, perchè "Bella ciao delle mondine"?

"Non l'avevo mai incisa. L'aveva incisa Giovanna Daffini che era una mondina di Reggio Emilia. E' lei che ha insegnato negli anni Sessanta a me ed a tutto il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano i canti della monda. Ho avuto piacere di inciderla adesso in questo disco con Francesco".

- Signora Marini. Un'Italia semplice, di sentimenti più elementari, più genuini di quelli che presentano l'Italia e il mondo di oggi, di passioni civili. C'è anche un po' di nostalgia?

"Direi che i sentimenti che si presentano non sono tanto semplici, sono più semplici le parole. Però l'emigrazione è sempre quella, anzi si è rovesciata. Adesso c'è gente che arriva da noi con barche che fanno naufragio. Prima eravamo noi. Ma erano sempre sentimenti terribili, da apocalisse. Mi sembra appunto che le parole con cui venivano espresse tragedie come la morte di Sacco e Vanzetti siano serene, di grandissima dignità. Anche oggi c'è gente che riesce a morire con grandissima dignità e c'era ieri durante la Resistenza. E questo, raccontato in un disco, a me pare cosa bella, deve nutrire i ragazzi giovani: deve dare loro idee ed emozioni".

- Francesco De Gregori: "Bella ciao" quest'anno è stata riportata nelle piazze e persino in Parlamento. E' ancora tempo di resistenza, dunque?

"Il fatto che venga riportata nelle piazze e in Parlamento ne dimostra la vitalità: se nel 2002 questo canto risulta ancora utile, vuol dire che ha un'innervatura formidabile. Vuol dire anche che è un bel canto, che ha un valore artistico assoluto il quale gli consente di attraversare i decenni, mentre sul piano narrativo continua ad essere attuale. Giovanna canta la versione delle mondine, precedente alla più nota. E' stata una scelta forse un po' "colta" ma ci sembrava giusto far sentire alla gente una versione meno nota ma non meno bella né meno politica: c'è quel verso straordinario che dice "Ma verrà un giorno in cui lavoreremo in libertà". Ragazzi, questa è un'affermazione pesantissima politicamente perchè ancora oggi nel mondo, e anche in Italia, non è che si lavori sempre in libertà!".

- Francesco Guccini in questi giorni ha detto che la scelta di riportare nelle scalette dei suoi concerti canzoni degli anni Sessanta nasce dalla considerazione che oggi sono tornate attuali, in quanto diritti per i quali si lottava allora e che sembravano definitivamente acquisiti oggi sono rimessi in discussione.

"Sì, certo. Non so di quali canzoni parlasse Guccini. Ma è vero che molte canzoni conservano un valore di attualità, un'ascoltabilità che attraversa il momento della loro uscita, della loro comparsa".

- In "Titanic" nell'82 c'era Giovanna Marini a fare da controcanto. Oggi "Titanic" è palesemente citata nel "Tragico naufragio della nave Sirio".

"E' una mia citazione molto chiara. Però mentre si parlava del naufragio del "Titanic", io avevo nella testa la melodia del "Sirio" e l'ho messa dentro a ragion veduta: era congrua rispetto alla narrazione della canzone. Era un prelievo innocente".

- De Gregori, i canti popolari oggi, come si diceva prima, sono una scelta colta.

"Non so cosa succede negli altri paesi. Ieri sono stato in un grande negozio di dischi qui a Roma. C'era un grande scaffale dedicato al folk internazionale. E c'erano canzoni popolari francesi, spagnole, cubane. Nello scaffale del folk italiano il 90 per cento dei dischi era di canzoni napoletane, in parte di buon livello, altre di risulta. Mi vien da chiedermi se forse altri Paesi non sappiano tutelare le loro memorie canzonettistiche meglio di noi. In Italia c'è stato un drappello di coraggiosi: l'Istituto De Martino, il circolo Gianni Bosio".

Interviene la Marini: "Ma in Italia però c'è un fenomeno che all'estero non esiste: i canti sono mantenuti più in vita nei luoghi in cui nascono. Così in Sardegna, in Umbria, in Sicilia".

- Viceversa siamo noi oggetto di studio come dimostra il fatto che lei, Giovanna, sia stata chiamata in Francia per insegnare la tradizione del canto popolare italiano.

"Gli italiani non sanno ancora di avere questo bendidio sul piano della musica popolare. Vengono studiosi e studenti francesi a studiare i canti dei paesini sperduti della Calabria mentre uno studente di Cosenza non sa nulla. I massmedia poi fanno proprio poco".

- Una delle corde preferite di De Gregori è quella della tradizione popolare.

"Non nasce dal nulla. C'è dietro un amore e una conoscenza che porto da sempre dentro".

E per presentare le canzoni de "Il fischio del vapore" dal vivo è in programma un doppio concerto (9 e 10 dicembre) a Roma nell'Auditorium - Parco della Musica. Oltre ai motivi del disco, ciascuno dei due artisti ne eseguirà altri propri. Il 22 novembre esce anche l'album live della tournée estiva di De Gregori, Ron, Fiorella Mannoia e Pino Daniele.

  

Armato di chitarra

Francesco De Gregori parla del suo disco di Canzoni popolari e di politica. E dei giovani che preferiscono i cortei al Noioso lavoro di sezione. di Roberto Cotroneo (L’Espresso – novembre 2002)

Ho apprezzato molto quello che ha fatto Nanni Moretti, per dare un orientamento al popolo di sinistra, che sicuramente era, ed è demotivato. Ma non mi sembra che la sinistra accolga questo invito a ricompattarsi e a scegliere un leader credibile. No, forse sta addirittura peggiorando...

Sono le parole di Francesco De Gregori, che dopo anni di assoluto silenzio, parla di quest'Italia in cui viviamo e che ha cantanto molte volte nelle sue canzoni. Complice un nuovo disco, ragiona sulla destra, su D'Alema, sulla politica italiana, ma racconta anche delle sue canzoni più famose, della sua amicizia con Fabrizio De André, di quella volta al Pantheon con Claudio Baglioni...

Insomma, lo schivo De Gregori, ha abbandonato il suo riserbo, per una volta.

Anche se negli ultimi tempi lo si è ascoltato più spesso del solito. Non solo nei superconcerti assieme a Pino Daniele, Ron e Fiorella Mannoia. Ma anche sul palco di San Giovanni a Roma, al girotondo più grande di tutti, quello da ottocentomila persone. Una dichiarazione di impegno che non stupisce nessuno, se si guarda la sua storia politica di questi anni. Ma che, nel modo trasversale e silenzioso che gli è consueto, tende ad accentuarsi. Basta ascoltare il suo ultimo lavoro che uscirà il prossimo 16 novembre. Un disco del tutto particolare, suonato, arrangiato e cantato con Giovanna Marini, figura carismatica della canzone popolare italiana.

Giovanna e Francesco - così è firmato il disco - hanno interpretato assieme "Il fischio del vapore": 14 canzoni della tradizione popolare della sinistra italiana. Prodotto e registrato in uno studio assai particolare, la casa del cantautore romano. Un disco filologico, certo, ma anche un segnale politico preciso.

Domanda - Non è così De Gregori?

Risposta - Non credo a queste cose. Quando fai un disco devi poi valutare la parte sonora, non devi valutare l'aspetto culturale o l'aspetto programmatico di quello che fai, se un pezzo suona, va bene. Il risultato deve essere la musica, quello che ascolti. Non la politica.

D. - Ma la politica poi c'è però. E' uno dei risultati. L'impegno insomma.

R. - Ma non è a quello che penso.

D. - Senta, De Gregori, in questo disco avete inciso canzoni come "I treni per Reggio Calabria", "Lamento per la morte di Pasolini", "Saluteremo il signor padrone", "L'attentato a Togliatti", "Sacco e Vanzetti". Non è solo musica. Come nasce l'idea di fare un disco con Giovanna Marini?

R. - Dall'"Attentato a Togliatti". La cantavo come bis nei miei concerti. Ma avevo un problema di diritti. A chi dovevo pagarli? Chiamai Giovanna Marini, che è un'autorità assoluta. E parlando con lei, ci è venuta l'idea di fare questo disco.

D. - Che in questo momento assume un significato particolare. In questa nuova Italia movimentista, erano anni che un autore importante non incideva un disco che ha il sapore degli anni Settanta.

R. - Io non so se ha il sapore degli anni Settanta. Quello che posso dire è che queste canzoni parlano del popolo. Sa cos'è secondo me, che può racchiudere tutte le narrazioni di questo disco? Un discorso sull'innocenza.

Questo disco parla di innocenti. Perchè alla fine sono innocenti Sacco e Vanzetti, è innocente Pasolini, sono innocenti le mondine. Che poi innocenti voglia dire essere di sinistra...

D. - Non è un dettaglio da poco.

R. - Certo, capisco che non si può fare un paragone tra la spedizione in Albania della prima guerra mondiale e il pacifismo di oggi. Ma una guerra non voluta è pur sempre un discorso attuale. Sarebbe stato diverso però se noi avessimo messo dentro il disco canzoni come "Contessa" o "La ballata di Pinelli, canzoni che sono ancora attuali, ancora è nell'aria.

D. - "Contessa" è ancora nell'aria?

R. - Beh devo dire una cosa. Il '68 mi sembra l'altra ieri. Eppure sono passati 34 anni. Ma nel '68 non mi sembrava affatto che la guerra d'Abissinia - di 32 anni prima - fosse l'altro ieri. Eppure gli anni, la distanza era la stessa.

D. - Perchè è avvenuto questo?

R. - Aveva ragione Pier Paolo Pasolini quando scrisse "ci hanno distrutto, ci hanno ammazzati", era incazzatissimo. Vent'anni di fascismo non hanno fatto quello che hanno combinato anche soltanto cinque anni di consumismo. Eravamo nel '75 quando lui lo disse forte, proprio in quell'intervista famosa, prima di morire. Il consumismo ha cancellato le distanze, il senso della storia, ha appiattito ogni cosa.

D. - E' un'affermazione forte.

R. - Ma vera.

D. - Ma a San Giovanni lei era sul palco, alla manifestazione. Lei è sicuro che questo vuol dire essere distanti dalla politica?

R. - Io ci sono andato perchè ho letto quella manifestazione come una protesta contro la legge Cirami. Per la legalità. Quindi, la mia partecipazione è stata, fondamentalmente, legata a questo.

D. - Tutto qui?

R. - Ma no, io ho la sensazione che la gente voglia partecipare. Però ho anche una paura: quella che la politica, soprattutto da parte dei giovani, venga vissuta solo nei momenti delle manifestazioni. Che venga un po' saltata invece tutta la parte, logicamente più noiosa della politica, meno appariscente, che è quella che si fa lavorando semplicemente, iscrivendosi ad un partito. Quello che era la sinistra di una volta. Insomma, se tutti quelli che portano la bandiera di Che Guevara fossero anche in grado di capire che la politica si fa e si gioca anche all'interno dei partiti...

D. - Un De Gregori dalemiano...

R. - Non lo vedo più da anni, l'ho conosciuto quindici anni fa. Mi ha dato l'impressione di un uomo timido, che la sua freddezza nasca non dall'arroganza, ma l'arroganza è quella che lui tira fuori per nascondere una timidezza di fondo. Dopo di che le giuro che tutte le diatribe interne al Pds e ai Ds le ho seguite sempre con minore fascinazione, e con una noia sempre crescente, con una noia spaventosa.

D. - Meglio i movimenti?

R. - Ma, i girotondi... Con la politica io mi sento abbastanza sprovveduto, se non per quanto riguarda una mia partecipazione emotiva a concorrere ad un'Italia migliore, a un'Italia più onesta, più giusta, in cui siano difesi i deboli.

D. - Adesso mi diventa idealista.

R. - Appassionato, semmai. Guardi, aspiro anche a un paese più chiaro: sono perfettamente cosciente che, al contrario, il governo non persegue interessi politici, ma persegue interessi di altro tipo, personali. Vagheggio anche una vera destra, una destra per bene.

D. - Forse quella dovrebbero vagheggiarla quelli di destra...

R. - Viviamo in una democrazia, per cui bisogna prevedere l'esistenza di una sinistra e di una destra. Poi, se sei di sinistra fai il tifo per la sinistra. Come il derby: devi prevedere che ci sia la Lazio, non puoi pensare che si giochi il derby solo con la Roma.

D. - Si, ma poi sarebbe il caso di vincere 4 a 0...

R. - Purchè la partita sia regolare, che ci sia un arbitro credibile, e che la Lazio faccia gli interessi della Lazio. Preferisco non essere governato da una destra, ma se ci deve essere una destra, che sia una destra.

D. - Meglio i democristiani di una volta?

R. - I democristiani di un tempo avevano il senso dello Stato. Ma non mi faccia parlare troppo di politica.

D. - Torniamo alla musica, alle sue canzoni. Un giorno mi ha detto che ci sono delle sue canzoni che non ama.

R. - Ah già, si

D. - Vogliamo stupire i suoi fan?

R. - Può succedere. "La leva calcistica del '68": è una canzone che in qualche modo io reputo falsa. L'ho scritta pensando: adesso faccio questa bella parabola del ragazzino del '68, era molto costruita. Oggi, non la suono più neanche ai concerti.

D. - Canzone amatissima.

R. - Ne vuole un'altra?

D. - Un'altra rivelazione?

R. - Un'altra canzone con cui ho quasi gli stessi problemi è "La donna cannone". E' una canzone ingombrante.

D. - Mi salvi almeno "Generale". Adesso la canta anche Vasco Rossi...

R. - Bella, molto bella, mi piace molto l'interpretazione di Vasco.

D. - Adesso a lei toccherà cantare "Vita spericolata"

R. - E' la più bella canzone di Vasco, un bel manifesto di vita.

D. - Non la pensavo così vicino a Vasco. In realtà De Gregori si associa di più a Fabrizio De André.

R. - Se non c'era De André, non avrei mai cominciato a scrivere canzoni. Poi riuscimmo perfino a litigare. Alla fine degli anni Settanta con De André andammo a fare un viaggio in Canada. Mia moglie Chicca, io, Fabrizio e Dory Ghezzi: che si eramo appena messi insieme. Un po' come io e Chicca, che ci eravamo appena fidanzati. Sa, questi viaggi che parti con grande entusiasmo. Poi, in realtà il viaggio, chiaramente, è una cosa che può provocare grandi scontri, grandi incomprensioni.

D. - Cosa accadde?

R. - Fabrizio soffriva molto di una cosa, che eravamo in Canada, eravamo a Toronto, e lì si parla inglese. Lui era convinto che si parlasse francese. Poi io guidavo la macchina, perchè avevo la patente e lui no. E se bisognava chiedere un'indicazione, una cosa, al ristorante, per forza di cose la chiedevo io... Questa cosa gli provocò una specie di ingelosimento. Un giorno tornò in albergo e disse: "Guarda cosa mi sono comprato". Tira fuori un Winchester con le pallottole. Io dico: si, ma che ci devi fare, noi dobbiamo viaggiare. Poi lui voleva guidare la macchina, senza avere la patente. L'avevo noleggiata io, se per caso andava a sbattere... Insomma, alla fine litigammo. Ci separammo su un'isola, mandandoci affanculo. Loro rimasero là e io proseguii con Chicca, prendendomi la macchina. Dopo di che non ci siamo più sentiti, fino a quando non l'hanno rilasciato, dopo il rapimento. Allora ci siamo riappacificati.

D. - Ha anche una storia divertente con Claudio Baglioni...

R. - Quella è una storia ai confini della realtà. Dopo un pranzo in un ristorante al centro di Roma, ci mettemmo a suonare sulla piazzetta al Pantheon. Pensammo: adesso succederà un casino. Speravamo che qualcuno si fermasse, e invece non si fermava nessuno. Eravamo nel periodo della massima fama, nel 1975. Noi canatavamo le nostre canzoni e la gente passava come se niente fosse.

D. - De Gregori, parliamo del prossimo disco. Ci sta già pensando?

R. - No, veramente no, perchè adesso esce il disco con Giovanna. Poi non ho mai pensato molto ai dischi, a come farli. Ho due, tre canzoni, stanno lì. Tra un po' vedremo.

D. - Sarà un disco politico, visto quello che succede di questi tempi?

R. - Sarà il disco di un musicista, soltanto di un musicista. Come tutti gli altri miei dischi. Dopotutto.

 

Rinfreschiamoci la memoria col nostro patrimonio folk.

da "tuttoLibritempoLibero", inserto settimanale di "La Stampa". 16/11/2002 Gabriele Ferraris

Oggi un altro argomento s'impone. Difatti, oggi esce "Il fischio del vapore", l'album nato dalla collaborazione tra Francesco De Gregori e Giovanna Marini, i quali hanno ripreso una manciata di canzoni della tradizione popolare italiana con il lodevole scopo di rinfrescare la memoria a un Paese stolidamente immemore: immemore intanto del proprio straordinario patrimonio folklorico - ascoltiamo cantanti tuvane e percussionisti algerini e ciò è buono; però ignoriamo "Donna Lombarda", e ciò è idiota. Ma immemore pure - direi soprattutto - di ciò che è stato. Riascoltare canzoni quali "Il tragico naufragio della nave Sirio", per esempio, potrebbe far riflettere chi guarda all'"invasione" dal Terzo Mondo con rabbia e disprezzo, e non si emoziona più di tanto se qualche carico di disperati finisce in pastro ai pesci.

Operazione ampiamente no-profit (tra l'altro, il disco viene venduto a un prezzo inferiore alle correnti, rapinose tariffe), "Il fischio del vapore" ha già sortito alcuni effetti: De Gregori, solitamente restìo a pubbliche sortite promozionali, s'è ampiamente speso in interviste e pubbliche dichiarazioni; le gazzette nazionali, che di solito preferiscono dedicare una paginata a una trasmissione tv decerebrata piuttosto che spendere due righe su un fenomeno culturale, si sono accorte dell'esistenza di Giovanna Marini, uno dei pochi monumenti della musica italiana del Novecento; e, last but not least, abbiamo sul mercato della grande distribuzione (la Sony metterà l'album in vendita persino nei supermercati) un prodotto discografico di cui non vergognarci.

Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente, quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.

 

 

 

De Gregori su Rokol.it -  Alfredo Marziano - 22 novembre 2002

Inaspettatamente loquace, il cantautore romano racconta il nuovo 'Il fischio del vapore', ma anche...

Chi l’avrebbe detto: Francesco De Gregori ha voglia di esporsi in pubblico. Parla volentieri con i giornalisti, si concede al rito delle conferenze stampa (l’ha fatto di recente in occasione delle avventure estive del "quartetto" con Fiorella Mannoia, Pino Daniele e Ron), va persino in televisione a far promozione. Una mutazione imprevedibile, la sua. Merito soprattutto dell’ultimo disco uscito quasi senza preavviso, "Il fischio del vapore", collezione di canzoni popolari aggiornate in chiave elettroacustica che lo vede al fianco di Giovanna Marini, icona e musa del folk revival nostrano dai tempi eroici del Nuovo Canzoniere Italiano (roba di quarant’anni fa…). Dov’è finita la leggendaria ritrosia del Principe, vien subito da chiedersi (e chiedergli)? "Sono sempre sfuggito ai media, è vero", ammette lui. "Ma questo disco meritava un’eccezione. E’ talmente controcorrente, talmente estraneo ai canoni commerciali odierni, che ha bisogno di una visibilità speciale: se io e Giovanna non ci rendiamo disponibili a spiegarlo e a farlo sentire in giro rischia di essere dimenticato". Al telefono, Francesco è cordiale, loquace, puntuale nelle descrizioni e nei commenti. Magari resterà un’occasione rara, data la naturale riservatezza del personaggio. E non era il caso di farsela scappare…

Un disco come questo sembra destinato a "parlare" ad un paio almeno di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non hanno mai sentito parlare?

Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L’idea di fare un disco come questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L’attentato a Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno. Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un’operazione d’archivio e polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…

C’e anche un prezzo abbordabile che aiuta …

Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno sforzo.

In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l’arrangiamento robusto ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico tra i ’60 e i ’70…

E’ un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista, che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà, è rimasto solo ne "L’attentato a Togliatti": il resto è stato rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.

Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell’album "Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell’orbita dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti?

No, il disco non l’ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo consapevole di aggiornamento. E’ stata un’operazione di una semplicità assoluta, in fondo…

Qualche purista potrebbe risentirsene?

Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.

"Bella ciao" l’ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del Social Forum a Firenze…E’ per darle un significato diverso che avete deciso di recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?

La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io e Giovanna volevamo far conoscere quest’altra versione che, secondo me, è più bella sotto l’aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C’è, alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c’è tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini, sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.

E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere nel disco…

Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione collettiva, un po’ com’è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati Uniti.

Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E l’ambiente è estremamente rumoroso.

L’operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….

Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L’hai conosciuta?

Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di una drammaticità straordinarie.

Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?

La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo, guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c’è un’armonia fissa sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano completamente affascinati.

Ripeterete l’esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?

Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica. Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di mio fratello, Luigi Grechi.

Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell’album seguendo un criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?

Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter dire che se c’è un tema comune a molte canzoni dell’album questo è l’innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…

 

Innocenti e vittime, tutti quanti…

Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica. Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente ai suoni.

Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo storico che va da fine Ottocento agli anni ’70 del secolo appena concluso. E poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?

Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto, cominciando a scrivermi i versi da solo, sono diventato un po’ parte in causa. Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con l’industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e spessore. A parte il mio pezzo, "L’abbigliamento di un fuochista", e quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni ’60 o ai primi ’70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta programmatica.

Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed esprimere il sentire comune?

Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata": è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d’animo di una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"? Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione in TV. C’è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni, sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica popolare si tratta.

Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet: tradizione e modernità…

Mi sembra un’evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di tutti.

In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto meno: non abbiamo più memoria storica?

E’ vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere rielaborato. E’ un codice impresso dentro di noi.

Avevi familiarità con tutte le canzoni?

Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l’ha fatta conoscere Giovanna.

Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio. Gli attribuisci un significato diverso, oggi?

Stiamo parlando di trent’anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.

Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe, dunque, chi gli attribuisse un significato militante?

Io credo che si tratti di un’interpretazione sbagliata. Un disco militante sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il fischio del vapore" è un disco di sinistra.

Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…

Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E’ vero che molte canzoni – quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla di Sacco e Vanzetti e di pena capitale – restano di un’attualità sconvolgente. Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.

Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?

Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di Pasolini". Quest’ultima l’abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta fuori una voce da cantautore che non c’entrava nulla con il suono che doveva avere la canzone.

Quando hai scritto "L’abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?

No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l’album "Titanic", nell ’82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci conoscevamo dal ’70, ma quello è stato l’inizio ufficiale della nostra collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.

Dell’Italia descritta nell’album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità di indignarci?

No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di quell’epoca.

Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in scaletta?

Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun’altra

.

Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?

No, abbiamo registrato insieme "Viva l’Italia" ma l’abbiamo tolta perché era una canzone troppo programmatica, che non c’entrava nulla con il resto. E’ un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come "Viva l’Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare ad un paese antagonista rispetto a questo governo…

Anche se in passato, come "Born in the USA" di Springsteen, era diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…

E’ vero, ognuno l’ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E in questo disco non c’era bisogno di una bandiera da sventolare.

Per promuovere l’album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di un artista riservato come te…

Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla piazza della chiesa o del comune cinquant’anni fa.

E’ un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.

Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio, non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti giornalisti, soprattutto all’inizio, l’hanno presa con scetticismo, come un’operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale, e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell’organizzazione e della produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla.

E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?

Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti, mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli club…

Una specie di "neverending tour"?

Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti del gruppo c’è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in poi, proprio non ne ho idea.

 

 

(Giovanna Marini - 1975)

 

Persi le forze mie persi l'ingegno

la morte mi è venuta a visitare

«e leva le gambe tue da questo regno»

persi le forze mie persi l'ingegno.

 

Le undici le volte che l'ho visto

gli vidi in faccia la mia gioventù

o Cristo me l'hai fatto un bel disgusto

le undici volte che l'ho visto.

 

Le undici e un quarto mi sento ferito

davanti agli occhi ho le mani spezzate

la lingua mi diceva «è andata è andata»

le undici e un quarto mi sento ferito.

 

Le undici e mezza mi sento morire

la lingua mi cercava le parole

e tutto mi diceva che non giova

le undici e mezza mi sento morire.

 

Mezzanotte m'ho da confessare

cerco perdono dalla madre mia

e questo è un dovere che ho da fare

mezzanotte m'ho da confessare.

 

Ma quella notte volevo parlare

la pioggia il fango e l'auto per scappare

solo a morire lì vicino al mare

ma quella notte volevo parlare

non può non può, può più parlare.

 

 

Il canto ricalca la narrazione per orario tipica del modo narrativo popolare. È nelle passioni religiose, soprattutto nel Lazio, in Umbria e nelle Marche, che si cantano le ore collegandole a momenti significativi della Crocefissione . Pierpaolo Pasolini poeta, scrittore e regista cinematografico, è stato uno dei più ispirati intellettuali del '900. Fu ucciso il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia, nei pressi di Roma. 

 

   

 

 

Sento il fischio del vapore del mio amore che 'l va via,
sento il fischio del vapore del mio amore che 'l va via,
e l'è partito per l'Albania, chissà quando ritornerà!

Ritornerà sta primavera con la spada insanguinata,
Ritornerà sta primavera con la spada insanguinata,
e se mi trova già maritata, ohi che pena, ohi che dolor!

Ohi che pena, ohi che dolor, che brutta bestia è mai l'amore,
Ohi che pena, ohi che dolor, che brutta bestia è mai l'amore,
Starò piuttosto senza mangiare, ma l'amore lo voglio far,

Lo voglio far mattina e sera finché vien la primavera
Lo voglio far mattina e sera finché vien la primavera
la primavera è già arrivata ma il mio amore non è tornà.

[variante: strofa aggiuntiva]
Mi hanno rinchiuso in un convento
e mi han tagliato i miei capelli;
ed eran biondi e ricci e belli,
m'han tagliato le mie beltà.

 

Probabilmente ispirato dalla spedizione italiana in Albania del 1914 ed inserito nel clima antimilitarista della Settimana Rossa, questo canto ci viene tramandato da Giovanna Daffini, mondina e cantastorie. Il duro lavoro nelle risaie della pianura Padana produsse solidarietà di classe, coscienza politica ed emancipazione femminile. Molte delle più belle canzoni popolari dell’Italia settentrionale, legate alla quotidianità, alla cronaca, alla vita privata e collettiva, nascono e vengono cantate proprio nelle risaie. 

 

IL FISCHIO DI MIA MADRE

Com’è bello scoprir mia madre davanti al televisore

che cantava insieme a Ciccio il Fischio del vapore.

Le dissi “Mamma, non dirmi che anche tu ammiri De Gregori….”

Mi ha detto “Figlio mio, non conosco i cantautori,

è che quando la signora che ha la mia stessa età

mi ha fatto risentire un canto di cinquant’anni fa.

Ho visto nei miei occhi e nel mio cuore i quindici anni,

di quando cantavamo il Fischio mentre stiravamo i panni,

e intonavamo, nell’attesa di qualcuno, quella strofa che fa:

“La primavera è già arrivata ma il mio amore non è tornà…

 (M.R.)

 

     

Tanto di cappello, innanzitutto. In quest'epoca sbandata De Gregori è un riferimento, perlomeno nell'ambito di quelle cose che possono stare indifferentemente nelle pagine della cultura come in quelle degli spettacoli. E' diventato un punto fermo, insomma. Peccato che lui fermo non stia. Qualche tempo fa ha voluto con sé Giovanna Marini, interprete e ricercatrice di gran valore, e ha messo su un album con le canzoni della nostra tradizione popolare, quelle cose rimosse, vai a capire perché, ma terribilmente vive. Ed è venuto fuori un disco fatto senza paranoie filologiche o filosofiche. Un lavoro da "buona la prima", senza starci tanto a pensare. Nina ti te ricordi è commovente, O venezia che sei la più bella è avvolgente, Saluteremo il signor padrone è tesa, attualissima; Sento il fischio del vapore è potente, Donna lombarda di Gualtieri è affascinante, Il tragico naufragio della nave Sirio è epica, quasi eterea. Ci sono anche cose meno riuscite, certo (Sacco e Vanzetti annoia un po'), ma quel che occorre dire è che questo disco è bellissimo, bello da sentire al di là anche del suo straordinario significato. Potrebbe, e certo dovrebbe, essere un disco di svolta per tutta la musica del nostro paese, il ritorno a essere se stessi. Enrico Deregibus

 

         

 

Amami me che sono re non posso amarti tengo marì

Tuo marito fallo morire t’insegnerò come devi far
Vai nell’orto del tuo buon padre taglia la testa di un serpentin
Prima la tagli e poi la schiacci e poi la metti dentro nel vin
Ritorna a casa il marì dai campi Donna Lombarda oh che gran sé
Bevilo bianco bevilo nero bevilo pure come vuoi tu
Cos’è sto vino così giallino sarà l’avanzo di ieri ser
Ma un bambino di pochi mesi sta nella culla e vuole parlar
O caro padre non ber quel vino Donna Lombarda l’avvelenò
Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi morirai
E per amore del Re di Spagna io lo berrò e poi morirò
La prima goccia che lei beveva lei malediva il suo bambin
Seconda goccia che lei beveva lei malediva il suo marì

È una delle più antiche canzoni popolari italiane, una storia di passione e tradimento con accenti sospesi fra il favolistico ed il grottesco. Giovanna Daffini, la incise per la prima volta nei Dischi del Sole agli inizi degli anni '60 quando si incontrò con Roberto Leydi e Giovanni Bosio, musicologi e ricercatori che animavano il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano. A lei dobbiamo alcuni fra i più bei canti della risaia e della guerra partigiana. Dotata di una voce intensa e di straordinarie capacità interpretative si esibiva spesso con il marito Vittorio Carpi, violinista, nelle piazze e nei circuiti tradizionali della sinistra. Partecipò agli spettacoli “Bella Ciao” e “Ci ragiono e canto”, con Dario Fo. Il suo ricchissimo repertorio comprendeva canti di lavoro e di lotta, canzoni d’amore, pezzi classici, romanze d’opera: né disdegnava di cantare ai matrimoni dove talvolta le capitava di interpretare le ultime canzoni di Sanremo, anch’esse in qualche modo “popolari”. Giovanna Daffini è morta all’età di 54 anni il 7 luglio 1967.  

 

 

 

 

 

 

Giovanna Salviucci Marini nasce a Roma nel Gennaio del 1937 da una famiglia di musicisti.
Studia composizione con i Maestri Ferdinandi e Pinelli e nel 1959 consegue il diploma di chitarra classica presso il Conservatorio romano di Santa Cecilia dove impara a suonare anche altri strumenti antichi.
Studia anche musica medioevale e rinascimentale, musica trobadorica liuto e arciliuto con il maestro Emilio Pujol e suona tali strumenti con il “Concentus Fidesque Antiqui” del Maestro Carlo Quaranta. Frequenta l'Accademia Chigiana di Siena dove si perfeziona grazie ai corsi di chitarra classica di Andrès Segovia che frequenta per alcuni anni.
Partendo da una cultura classica la Marini si avvicina in seguito alla cultura contadina, compie ricerche etnografiche e studia, analizza, trascrive e suona i canti popolari delle varie regioni d'Italia facendosi portavoce del canto sociale e politico e della storia orale cantata.
Questo avviene grazie alla conoscenza, nei primi anni sessanta, di intellettuali come Calvino e Pasolini e di personaggi come Gianni Bosio e Diego Carpitella ed ancora quella dell'etnomusicologo Roberto Leydi, uno studioso che girò in lungo e in largo l'Italia registrando su nastro magnetico i canti della tradizione popolare, quelli di lavoro, quelli a sfondo sociale e politico, i canti di classe, i canti anarchici, i canti delle mondine, degli emigranti, delle operaie delle filande.
La Marini fa suo questo patrimonio popolare e riesce così a creare un trait d'union tra la musica classica accademica e la musica contadina accostando con grande efficacia elementi "colti" ed elementi popolari.
Ha scritto di lei Michele Straniero: "...la Marini in queste liriche riesce a dar vita ad un "neo-madrigalismo" che rappresenta il suo più recente punto d’approdo nella lunga navigazione compiuta tra le due sponde opposte e parallele della musica alta e del canto popolare".
Nei primi anni '60, a Roma, frequenta il Folk Studio, il celebre locale di Giancarlo Cesaroni che qualche anno dopo avrebbe visto passare tutti i maggiori esponenti della cosiddetta scuola romana dei cantautori.
Qui la Marini si esibisce eseguendo canti popolari spesso insieme a Maria Teresa Bulciolu.
Di lì a poco entra a far parte del gruppo denominato Nuovo Canzoniere Italiano accanto a nomi quali Sandra Mantovani, Giovanna Daffini (che la Marini considera una delle sue "maestre"), Caterina Bueno, Michele Straniero, la stessa Bulciolu ed altri, tra cui i cantautori di impegno politico come Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea e Gualtiero Bertelli.
Riguardo alla sua ricerca delle radici della musica popolare ha dichiarato: "Io sono musicista, non etnomusicologa. L’etnomusicologo conosce la teoria del suono praticato dagli uomini, le situazioni, i riti. Egli, in tre parole, conosce il mondo. Mentre io no. Io non conosco i riti e le tradizioni nel mondo: solo per conoscere quello che da Roma va a Frosinone ho impiegato vent’anni. Sono una musicista che si è appassionata al suono popolare e all’organizzazione del suono popolare, perché è più vivo, perché è un rito legato alla sua fruizione".
Tra i suoi primi lavori va ricordato senza dubbio lo spettacolo dal titolo "Bella Ciao", del 1964, un programma di canzoni popolari italiane curato da Roberto Leydi e Filippo Crivelli (per la regia di quest'ultimo) che suscitò molte polemiche per il suo stile innovativo quando venne rappresentato al Settimo Festival Dei Due Mondi di Spoleto dove fu ritenuto "scandaloso".
Nel 1965 collabora in veste di assistente musicale con Dario Fo insieme al quale mette in scena uno spettacolo teatrale che fa storia, "Ci Ragiono e Canto", rappresentato al Teatro Carignano di Torino nel 1966. Tra gli interpreti oltre alla Marini e ai già citati componenti del Nuovo Canzoniere vanno citati Ivan Della Mea, il gruppo Padano di Piadena, Paolo Chiarchi, Franco Coggiola ed altri.
I primi 33 giri di Giovanna Marini per l'etichetta dei Dischi del sole sono "Canti dell'Abruzzo - Lu Picurare" e "Canti della Sardegna - La disispirata", insieme a Maria Teresa Bulciolu.
Partecipa al Folk Festival 2 a Torino dove per la prima volta presenta in pubblico la sua famosa e lunghissima ballata dal titolo "Vi parlo dell'America".
Giovanna, infatti, ha vissuto per due anni a Boston dove il suo ex marito era fisico nucleare al Massachussetts Institute of Technology. Con questa ballata, che viene pubblicata nel 1965 e che è a metà strada tra il talking blues ed i canti popolari italiani, la Marini critica il sistema di vita americano fatto di conformismo e stigmatizza molti aspetti negativi della classe media americana e della realtà di quel Paese cantando così al riguardo: "Sono tornata qua con una sola idea molto chiara. E' tutta da combattere, è tutta da distruggere, non c'è niente da salvare".
Del '67 è la ballata "Chiesa Chiesa" mentre il 1968 è l'anno di altre due famose ballate: "Lunga vita allo spettacolo, ovvero le doglie del teatro d'oggi" e "Viva Voltaire e Montesquieu".
Nel 1969 è la volta della raccolta "Controcanale '70" che firma con lo pseudonimo "Vitavisia" cui seguono "La nave - La creatora" e "La vivazione (la partita truccata)".
Del 1974 va ricordata un'altra ballata, "L'eroe", una sorta di melodramma popolare per voci e strumenti, cui fanno seguito i 33 giri "I treni per Reggio Calabria" e "Correvano coi carri" tratto dall'omonimo spettacolo, oratorio per undici voci e chitarra, prodotto dal Teatro Spazio Zero e dalla Scuola Popolare di Musica di Testaccio di Roma.
Negli anni settanta lo stile di Giovanna Marini subisce un certo cambiamento, si interessa maggiormente all'aspetto musicale rispetto a quello legato alle istanze sociali che erano alla base delle sue prime ballate, abbandona la canzone politica in senso stretto ed esplora anche altre forme musicali. Ad esempio, nel doppio album del 1978 che si intitola "La grande madre impazzita", si avvicina al jazz. Si tratta di un album che incide con il trio di jazzisti denominato "SIC", composto da Giancarlo Schiaffini (trombone), Michele Iannaccone (batteria) ed Eugenio Colombo (clarinetto, sassofono, flauto).
Nel 1976 la Marini forma un gruppo polifonico di undici elementi dal quale, con il passare del tempo, restano in quattro. Nasce così il quartetto vocale che nel corso degli anni ha visto più volte modificare la propria composizione (fino a giungere alla formazione attuale del "Quartetto Giovanna Marini" che vede Patrizia Nasini, Patrizia Bovi, Francesca Breschi e la stessa Marini) e con il quale la cantautrice romana va in tournée in Francia, Spagna, Stati Uniti e Germania ottenendo grandi consensi di pubblico e critica e per il quale ha composto molti madrigali.
Con il quartetto Giovanna Marini incide molti dischi tra cui ricordiamo: la già citata cantata profana Correvano coi carri (Dischi del sole, 1979), Cantate de tous les jours (Le Chant du monde, 1980), Partenze - Vent'anni dopo la morte di Pier Paolo Pasolini (Silex-Auvidis, 1996), Cantico della terra (Opus 111, 1999).

Nel 1984 ricordiamo l'uscita in Francia di "Pour Pier Paolo", da un'idea di Laura Betti, dodici liriche di Pier Paolo Pasolini per cinque voci e cinque strumenti, prodotto dal Festival d’Automne di Parigi. L'opera è tratta da 12 poesie in dialetto friulano tra cui alcune tratte da "La Nuova Gioventù - Suite Friulana" scritte dal poeta, scrittore e regista cui la Marini aveva già dedicato un Requiem e, nel 1976, il "Lamento per la morte di Pasolini" (vedi scheda de "Il fischio del vapore" in questa stessa pagina) pubblicato sull'album "I treni per Reggio Calabria".
Del 1996 è il "Concerto per Leopardi" composto per il bicentenario della nascita del poeta di Recanati.
Del 1999 è invece "La Bague Magique" con la regia di Jean-Claude Berutti presentata all’Opera di Nancy e al Théâtre du Peuple di Bussang.
Giovanna Marini ha anche una intensa attività di composizione per il teatro e vince per due volte il prestigioso premio Ubu per la migliore musica di scena, con la musica per "Le troiane" (regia di Thierry Salmon) e "Le coèfore" (regia di Elio De Capitani).
Del 2001 va ricordata "La Cantata del secolo Breve", presentata al Théâtre de Vidy con il suo quartetto vocale.
In tempi più recenti va ricordato sicuramente l'album "Il fischio del vapore" che giunge in vetta alle classifiche di vendita e che vede la Marini cantare in coppia con il cantautore romano Francesco De Gregori una serie di antiche canzoni popolari. Insieme a De Gregori compie anche una tournèe in giro per i teatri italiani, anche questa di grande successo di pubblico e critica.
Nel Maggio del 2002 con la produzione e gli arrangiamenti dello stesso Francesco De Gregori e del bassista Guido Guglielminetti esce un nuovo disco dal titolo "Buongiorno e buonasera" che raccoglie suoi vecchi brani folk e tre inediti: “Le Fosse Ardeatine”, “Io vorrei” e “La Torre di Babele” (in riferimento all'11 Settembre).
L'ultimo album in ordine di tempo (2004) è "Passioni" in quartetto vocale con le sue compagne Bovi, Breschi e Nasini.
Giovanna Marini ha insegnato a Parigi presso l’Università di Paris VIII Saint-Denis (Corso di Etnomusicologia applicata) e dal 1977 ha insegnato "Uso della voce", "Estetica del Canto Contadino" e "Etnomusicologia applicata al canto di tradizione orale italiano" a Roma presso la Scuola Popolare di Musica di Testaccio, da lei fondata insieme ad altri musicisti nel 1974, così come al Conservatorio di Losanna. Attività, questa di insegnante, che prosegue ancora oggi.
Importantissimo è anche il lavoro di trascrizione di brani della tradizione orale che Giovanna Marini ha compiuto nel corso degli anni svolgendo ricerche sulla grafia della musica etnica ed arricchendo la possibilità espressiva della notazione musicale tradizionale.
Giovanna Marini ha scritto anche musiche per diversi film tra cui "Porci con le ali" di Paolo Pietrangeli (film del 1977 con Franco Bianchi, Benedetta Fantoli e Lou Castel), "Terminal" di Paolo Breccia (del 1974 con William Berger e Giuliana Calandra), "Cafè Express" con Nino Manfredi per la regia di Nanni Loy (1980). Ha collaborato a molti film di Francesco Citto Maselli tra i quali ricordiamo: "Il sospetto" (del 1975 con Gian Maria Volonté, Annie Girardot, Renato Salvatori e Gabriele Lavia), "Cronache del Terzo Millennio" (del 1996 con Sara Altieri e Mary Asiride) e "Codice Privato" (del 1988 con Ornella Muti).

Michele Murino (www.maggie's farm.it)

 

L'intervista
Da sempre il nome di Giovanna Marini è legato alla tradizione folk italiana. Cosa pensa dell'etichetta di "Joan Baez italiana"?

Non penso nulla di quell' etichetta che poi non è una vera etichetta è uno scherzo. Dovevamo cantare Paolo Pietrangeli e io in un circolo del Quadraro, nella periferia romana, e sul muro dell'ingresso era un manifesto fatto a mano con su scritto Il Bob Dylan e la Joan Beaz italiana. Ci ha fatto ridere e basta. Non ho nulla in comune con Joan Baez, lei viene dalla tradizione dei cantori inglesi, anche se è americana, questi hanno ripreso la tradizioni dai cantori venuti con le grandi navi di emigranti inglesi e ne sono fieri. Giovanna Daffini, che è la prima persona da cui ho cercato di imparare il modo di cantare il canto popolare italiano, mi ha spiegato con grande consapevolezza questo modo ma il mio tratto tipico è quello di uscire da un conservatorio,e nei primi tempi vedevo e sentivo tutto con occhi ed orecchi classici e cercavo anche di correggere il canto di Giovanna Daffini secondo questa ottica. Tutto il resto è stata una scoperta fatta dopo i 27 anni, non fu così per Joan Baez, lei è un'autentica, ma di famiglia borghese, quindi con un occhio più critico del vero autentico ma un modo di cantare assolutamente in lei naturale, non aveva niente da imparare.

La lezione della musica popolare ritorna in tutta la sua produzione. Quanto ha influenzato il suo modo di scrivere?

La musica popolare ha influenzato il mio modo di cantare più che il mio modo di scrivere, l'impianto delle mie partiture è sempre classico, ma di un classicismo non moderno, piuttosto scolastico, gli studi di armonia e contrappunto mi hanno influenzato molto, poi ho smesso di studiare composizione e sono rimasta ad una scrittura settecentesca, per questo i miei scritti sono naif e possono facilmente essere cantati con voci popolari, cosa che fanno magistralmente le mie colleghe Nasini, Bovi e Breschi, colleghe di quartetto vocale. Il modo di cantare quindi usa, spesso, quando vogliamo, gli stilèmi del canto di tradizione orale, ma lo scrivere si rifà all'armonia classica, al primo contrappunto.

Quanto è stato importante per lei che il grande pubblico attraverso "Il Fischio Del Vapore", riscoprisse la tradizione italiana?

Sarebbe bello che il pubblico italiano divenisse più consapevole della propria cultura, perché questo gli impedirebbe di cadere preda della cultura di serie c che ci propaga la televisione che essendo governativa ha bisogno di un pubblico di livello culturale molto basso per lasciare al governo lo spazio di fare quello che vuole e alle grandi aziende, che ormai sono i governi, di vendere i loro prodotti infischiandosene del bene pubblico. Se noi divenissimo più consapevoli della nostra cultura popolare, la conoscessimo e la amassimo, attraverso quella potremmo trovare la forza di cercare di incidere sulle decisioni del governo, di impedirgli di fare quello che gli pare, di essere uniti e forti.

La musica popolare è per lei una fonte immensa di ispirazione, e lo dimostra il suo nuovo disco, "Passioni", dove appaiono evidenti anche profonde connessioni con le Sacre Rappresentazioni del Medioevo; come riesce ad integrare il lavoro di ricerca con quello di interprete?

Questa domanda è un po' strana, il lavoro di ricerca diventa in modo naturale lavoro di interprete. Quando si ascolta, e poi si trascrive un pezzo, lo si capisce fino in fondo, se ne coglie la struttura e gli incisi diversi rispetto alla nostra cultura, dopo cantarlo è facile, viene voglia di cantarlo.

La ricerca nella musica popolare è fondamentale... Come vede la musica folk italiana in confronto a quella più nota e apprezzata (almeno in Italia) d'oltreoceano?

Vedo che la musica popolare italiana è, come succede spesso qui in Italia, più apprezzata all'estero che in Italia, ho insegnato per anni in Francia e la passione che mi hanno dimostrato i miei allievi francesi, belgi e svizzeri mi ha commosso, una mia collega Antonella Talamonti insegna in Francia e Svizzera, ci chiamano in Germania, ora anche in Italia, ma sono circoli chiusi compagnie di teatro che hanno bisogno di materiale per i loro spettacoli o di imparare a fare musica in scena, o centri specialistici di musica di tradizione orale, universitari, accademici.

Quanto l'ha influenzata il folk americano? Woody Guthrie, ad esempio, ma anche Bob Dylan...

Mi ha influenzato moltissimo il folk americano. Sono proprio partita da lì. Vero è che vivevo a Boston in America, con i bambini, mio marito e tutto, e quindi cantavo nel Club 47 (tutto questo dopo il Bella Ciao di Spoleto, cioè in Italia avevo già cominciato a cantare, ma non capivo l'importanza del canto popolare, l'ho capita in America) e lì venivano i grandi del canto popolare americano Almeda Riddle, Woody Guthrie, anche Pete Seeger, anche Bob Dylan che all'epoca si chiamava Zimmerman e che noi tutti trovavamo molto antipatico perché un gran prepotente. Noi eravamo tutti iscritti a cantare e si rispettava la fila, arrivava lui e si metteva subito a cantare bloccando tutto per ore con quelle cose che noi ritenevamo essere delle nenie insopportabili, lo trovavamo insopportabile, poi lui fece Blowin’ the wind e allora il nostro sguardo su di lui cambiò. Quando dico noi parlo di tutto il gruppo di cantori del club 47 che era un Folk Studio molto importante.

Quali sono le principali differenze che lei riscontra tra il folk italiano e quello americano?

Devo dire che grandi differenze fra il folk americano e quello italiano non ci sono, ci sono invece molte similitudini, ad esempio le voci sono sempre a imposto facciale sia lì che qui. I canti americani somigliano più alle ballads inglesi e alle west songs, inoltre hanno tutto il canto nero, soul e blues che noi non abbiamo, hanno poi i canti dei monti Appalachi che sono tipici e assomigliano un pò ai canti della Bretagna, con armonie a volte discordanti e lanci di voci verso l'alto senza seguito melodico. Da noi è presente il sud, il canto greco, albanese, ispano tunisino, ma al nord le ballate sia nei testi che nelle melodie assomigliano molto a quelle inglesi e quindi a quelle americane.

Cosa bisogna evitare della musica di oggi e cosa bisogna secondo lei assolutamente salvare dalla musica del passato?

Devo confessare che io di musica leggera attuale e anche di jazz purtroppo, ne conosco pochissima o niente. A me piace molto Frank Zappa, di lui salverei tutto, dei cantautori mi piace molto De Gregori, anche lui è tutto da salvare, Carosone, qualche canzone di Lucio Battisti ma con arrangiamenti diversi. Devo dire che gli arrangiamenti in Italia sono in genere un disastro. E' invalso un modo di armonizzare e accompagnare i canti così barocco, così pieno di strumenti e suoni vari, che il povero canto ne viene completamente sommerso, e sono tutti uguali gli accompagnamenti, le armonizzazioni. Così che la canzone non ha mai modo di uscire da sola con la sua forza, che avrebbe, ho sentito delle canzoni di Battisti cantate da un mio amico solo con la chitarra ed erano veramente belle, poi mi hanno fanno sentire il disco, inascoltabile, una pappa di suoni e di ritmi e di botti, una confusione sonora. Ecco cosa fa il conformismo musicale, uccide. Della musica del passato bisogna salvare tutta la musica classica perché anche se era per noi insignificante anni fa oggi ne cogliamo le qualità di fronte a un crollo espressivo dilagante. Oltre a tutta la musica classica quei cantori che ho citato prima e pochi altri che non mi vengono in mente ora, qualcosa di De André e Gino Paoli, anche di Lucio Dalla. Buttiamo sicuramente tutta la disco che non è musica è solo mercato e salviamo tutta la musica popolare di tradizione orale, cioé non quella scritta, il liscio di Casadei etc.

Spesso lei ha parlato del suo rapporto con Giovanna Daffini. Ci racconta questa sua esperienza con questa eroina del folk italiano?

Con Giovanna Daffini ho trascorso gli anni delle scoperte musicali, lei mi aiutava a scoprire la musica di tradizione orale, in modo semplice, però costante, vivevamo quasi insieme tanti erano gli spettacoli che davamo in giro fra il Bella Ciao e il Ci ragiono e canto. Mi ha insegnato molte regole del canto, altre le ho imparate da una donna del Salento, Mariuccia Chiriacò. Con Giovanna ho anche capito l'anima e la cultura del cantore che era simile, se mi permettete un'iperbole, a quella del guru indiano. Giovanna credeva nel suo canto in modo cieco e per lei l'importante era cantare. Una volta assicuratasi questo il resto della sua vita prendeva forma intorno a questa certezza. Aveva un senso delle priorità nella vita, e le rispettava con calma e una grande saggezza. Quando si ammalò, lei ,una donna forte, abituata a dirigere la famiglia in tutto, non disse nulla e scrisse qualche pagina di diario che restò sotto il suo cuscino. Aveva perfettamente capito che sarebbe morta e scriveva parole di conforto e di amore a marito e figli per quando sarebbe scomparsa, passò quei venti giorni in ospedale in attesa della sua morte tranquilla e forte. Una donna veramente rara.

Ci può raccontare la sua esperienza con il quartetto vocale con cui ha recentemente pubblicato "Passioni"?

La mia esperienza con il quartetto Vocale è lunghissima, dura oramai 28 anni. Troppi per poterveli raccontare così. L'importante è dire che avere un quartetto vuol dire poter scrivere ed essere eseguiti. Molti scrivono e nessuno esegue i loro pezzi, io scrivo e so che quei pezzi se sono venuti bene li canteremo. E' una grande soddisfazione. Avere tre voci a disposizione, belle, mature, allenate, estesissime, come strumenti, è un altro grande lusso. La vita in tournée, prima nella formazione con Patrizia Nasini, Lucilla Galeazzi e Maria Longo, poi con Patrizia Nasini, Patrizia Bovi e Francesca Breschi, è stata sempre una vita piacevole, le tournée molte e molto stancanti, ma sempre una grande solidarietà, e in scena una generosità difficile da trovare altrove. Ho potuto maturare con loro il mio modo di scrivere.

Alla luce del successo de "Il Fischio del vapore", "Buongiorno e Buonasera" appare in continuità con questo disco, pur essendo per certi versi più ostico per il normale ascoltatore. Quali sono le differenze tra i due progetti?

Il disco Buongiorno e buonasera è composto da scritti miei. Canzoni che facevo prima del 76, anno in cui incominciai a scrivere per quartetto e non ho ancora smesso. Erano canzoni che facevo per me, sola con la chitarra perché non trovavo nessuno che volesse cantare con me, veramente non lo cercavo nemmeno. Avevo i miei amici del Nuovo Canzoniere, ognuno di noi cantava le sue canzoni gli altri se potevano gli facevano un contro canto, sulle mie stavano zitti perché erano troppo complicate. Mentre il Fischio del Vapore oltre a contenere due canti miei e uno di Francesco De Gregori contiene un'antologia di canzoni popolari fra le più belle e classiche, questa è la differenza fra i due dischi.

Cosa la colpisce di più del personaggio Bob Dylan?

Vi ho già parlato di Bob Dylan, è un uomo molto intelligente, che mette tutto al servizio del proprio bisogno di creare, non rispetta regole, non avvicina nessuno se non gli è utile per qualcosa, questo mi sembra essere la sua indole , il suo carattere. In quanto ai suoi pezzi a me non piacciono molto a parte alcune cose veramente riuscite, ma sempre, anche in quelle, sento le idee musicali più belle di Woody Guthrie, di Leadbelly. E' un uomo con una forte intelligenza selettiva e analitica allo stesso tempo, estrae dalle opere degli altri la parte migliore e la riproduce in canzoni a volte anche molto belle. Ora questo di scegliere dalle espressioni altrui quello che poi sarà il nostro cantare, non è sbagliato, ma nelle cose di Dylan sentire gli echi di altri cantori mi dà fastidio perché ci sento un'automatica tecnica piratesca che mi dà fastidio. Sicuramente sbaglio. Sicuramente sono ancora irritata per le lunghe attese che ci ha costretto a fare al Club 47 a Boston. Quindi quello che mi colpisce più di lui è la sua protervia, il suo non temere mai di essere indigesto, di disturbare, ama le sue canzoni e le impone al mondo e di fronte a un temperamento così forte bisogna far tanto di cappello.

Come vede Francesco De Gregori come alter-ego italiano di Bob Dylan, come molti lo hanno definito?

Francesco De Gregori è molto di diverso da Bob Dylan, detesta l'invadenza, è un poeta moderno completo, nella forma come nella sostanza c'è sempre ricerca, c'è sempre bisogno di dire sinceramente. Le sue canzoni non assomigliano affatto a quelle di Bob Dylan tranne quando decide di essere Dylanesco, e lo fa bene, non secondo una tecnica automatica ma secondo una sua scelta precisa di espressione di quel momento. Tutti lo chiamano il Dylan italiano. Forse perché si sente fortemente l'importanza del testo nelle sue canzoni, ma anche i temi che De Gregori tratta sono molto diversi da quelli di Dylan, e la brevità di alcune sue canzoni testimonia dell'urgenza di esprimere un'immagine, un' idea, senza aggiungere altro, questo in Dylan non capita mai. Sono per me molto diversi.

Lei ha parlato spesso dell'uso del recitativo da parte di De Gregori. Ci può spiegare in che modo lo utilizza e dove questo è più evidente? Quale è a suo avviso la caratteristica principale della musica di Francesco de Gregori?

La musica di Francesco De Gregori non so descriverla. Ci penso molto, vorrei darne un'analisi musicale ma ci vuole molto tempo e ora tempo non ne ho. Spesso quelli di Francesco De Gregori sono recitativi. Recitativi classici, che escono da una tonalità per entrare in un'altra tonalità. Che hanno improvvisamente delle trovate ritmiche. Dei cambi di atmosfera suggestivi, basti pensare alla frase musicale della "Donna cannone". E' una musica semplice, ma molto elegante. Che lui non forza mai in uno schema stilistico preciso. Ha un gusto musicale infallibile De Gregori, l'ho imparato facendo questi due dischi con lui ma l'avevo già sentito facendo insieme a lui "L'abbigliamento del fuochista". Mi ero detta "ha una sensibilità musicale da musicista completo, di classe, pur non avendo compiuto studi musicali" ma questo accade spesso a chi dovrebbe far riflettere.

Quali sono i dischi decisamente innovativi per la musica italiana nella produzione di De Gregori?

A me pare che Amore Nel Pomeriggio sia un disco tutto bellissimo, nuovo, come fu il disco che contiene La donna cannone.

Le capacità compositive e di scrittura di De Gregori sono un patrimonio acclarato. Meno notata invece è la sua bravura come cantante. Qual è il suo pensiero?

Devo invece dire che Francesco De Gregori è un grande interprete. Usa la voce con una saggezza da cantore popolare che la voce se l'è costruita da sè. E' un tenore leggero, ma quando arriva in alto, e quando è riposato arriva molto in alto, riesce a mantenere una voce piena, completa, che fa un piacere enorme sentire. Sembra una voce poco sonora, ma quel leggero tono afono, quella voluta trascuratezza nel canto, sono tipici del suo carattere schivo. Lui se una cosa non l'ha studiata bene non la fa. E non crede nella sua voce, crede più in quella sua voce quasi parlata, leggermente roca , che in effetti ha un gran fascino. Ma quando sta rilassato, gli esce cantando con me i vecchi canti americani , o i nostri canti popolari, una voce piena, forte , che è una bellezza. Ed essendo molto musicale la usa magnificamente. Non vi sbagliate, De Gregori è anche un grande cantante ed esecutore.
a cura di Salvatore Esposito e Giommaria Monti  (maggie'sfarm.it)


 

 

 

Le bandiere rosse nella hit-parade italiana

 

Veronique Mortaigne – Le Monde – dicembre 2002 (traduzione di Salvo Di Garzia)

Il duo composto da Francesco De Gregori, vedette del rock e Giovanna Marini, instancabile figura dell’opposizione, ha conquistato un successo inedito con un album abbondantemente segnato a sinistra, "Il fischio del vapore" che riprende quattordici canzoni politiche del patrimonio nazionale.

Roma dal nostro inviato speciale

Nel 1949, il registra cinematografico Giuseppe De Santis, girò Riso Amaro, con Silvana Mangano perduta in mezzo alle mondine, queste donne che lavorano a gambe nude, testa raccolta da un cappello di paglia, nelle risiere della piana del Po. Le mondine, ma anche la cantastorie Giovanna Daffini, interpretavano Bella Ciao come un lamento, senza forzare il tempo, contrariamente ai partigiani che, alcuni anni dopo, ne fecero simbolo di resistenza al fascismo. Mezzo secolo dopo la sua creazione (come simbolo perché il tema circola già dal XVmo secolo francese), Bella Ciao è inutilizzata. I "Motivati" francesi (membri dello Zebda e dei loro amici di Tolosa), prima di essere un movimento politico, ne fecero una versione gioiosa ed affascinante in un disco uscito nel 1997 per conto della LCR (Trotzkista), e sul quale si ballerà tutta l’estate.

In questo autunno 2002, Bella Ciao avrà aiutato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi a cacciare Michele Santoro, grande giornalista del Corriere della Sera e famosissimo conduttore di RaiDue, che aveva intonato "Stamattina mi sono alzato…" sullo schermo in segno di protesta. E cosa si vede apparire nel plotone di testa della classifica di vendita dei dischi della penisola in questo inizio di dicembre? Il Fischio del vapore, quattordici canzoni politiche ispirate al repertorio italiano dopo il XIXmo secolo e cantate da una vedette del rock nazionale, Francesco De Gregori ed una instancabile figura dell’Italia dell’opposizione, la musicista Giovanna Marini.

La canzone popolare è forte, dura nel tempo. E’ quello che ha detto Giovanna Marini dopo l’inizio degli anni 1960, quando fonda con un gruppo trepidante (Il Nuovo Canzoniere Italiano) l’etichetta I dischi del sole, diventata Bella Ciao, dopo il successo dello spettacolo dello stesso nome, portato in scena nel 1964 al Festival dei due mondi di Spoleto, il gruppo, che lavorerà in seguito con Dario Fo, sarà oggetto di una denuncia per attentato all’onore delle forze armate. I dischi del sole e Bella ciao, che pubblicheranno le canzoni dell’Italia lavoratrice, operaia e popolare, rossa e nera, erano state finanziate da Giovanni Pirelli, figlio del fabbricante di pneumatici che aveva rifiutato l’eredità paterna per convinzioni politiche. Affidatagli comunque per legge la sua quota del patrimonio, egli lo aveva subito investito nei dischi Arcophone (classica), nei Dischi del sole e nel Centro Studi Lumumba.

Tecnici sul "Chi va là"

Per il fischio del vapore, disco e serie di concerti, Giovanna Marini ha scelto di cantare Bella Ciao con lentezza, alla maniera della compaesana Giovanna Daffini. Gli scontri di bandiere sono altrove. Uscito il 15 novembre in Italia, Il Fischio del Vapore, è disco d’oro (100.000 copie vendute). Francesco De Gregori, il "Principe della canzone italiana", il soprannome datogli dai media e dal quale lui si dissocia generalmente, è uscito dalla sua riservatezza e Giovanna Marini la rossa, l’oppositrice, che in genere frequenta una categoria molto distante dal varietà televisivo, si è vista proporre anche il sabato sera alla televisione in "Uno di Noi", trasmissione di RaiUno presentata da Gianni Morandi, un elegante cantante diventato conduttore sulla riga di Adriano Celentano.

Giovanna Marini aveva voluto con lei quaranta dei suoi allievi della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, aperta nel 1974 accanto al vicino mattatoio di Roma, su un luogo che gli aveva indicato un suo amico, il cineasta Pierpaolo Pisolini. Senza premeditazioni, la banda è arrivata come il popolo in marcia, vestita di nero e rosso, ricostruendo, senza volerlo, "Il quarto stato", la tavola di Pelizza da Volpedo, il manifesto del 1900 di Bertolucci. Giovanna Marini e Francesco De Gregori si divertono. I tecnici sono sul "chi va là". Se Giovanna Marini non ha dimenticato nulla dell’effervescenza italiana, dal PCI ai centri sociali del 1990, il suo compagno di canto che ha ugualmente fatto strada con il PCI, è rimasto a riposo dopo il fallimento della sinistra italiana. In ottobre quindi, l’enorme manifestazione romana contro la legge Cirami, detta del "Legittimo sospetto", arma antigiudici, alla fine approvata, gli ha offerto l’occasione di riunirsi alla strada.

Il 9 e 10 dicembre, il duo ha fatto due serate al Parco della Musica di Roma, tre sale di architettura fantasiosa concepite da Renzo Piano. Per il merchandising, bisognerà passare dall’estetica "No global", t-shirts alternative (Bella ciao nei colori e nella grafica Coca-Cola, appello all’Italia che resiste, alle multinazionali etc..). Sulla scena, De Gregori ha convocato il suo gruppo di rockers e Giovanna Marini il suo quartetto vocale con il quale si esibisce abitualmente. Si tratta di quattro chitarre, di cui una elettrica, un mandolino, un organo Hammond, una batteria, un contrabbasso, tre cantanti esperte in "terze", "quinte" e polifonia, tutto insomma unito nel rispetto che si deve a Sacco e Vanzetti.

De Gregori ha spiegato d’altronde che egli ha immaginato questo disco attraverso l’amore dell’innocenza: quella dei due giovani anarchici, dei contadini e degli emigrati, dei quali tante canzoni italiane ritracciano il destino parlando di libertà: "Verrà un giorno che tutte quante/Lavoreremo in libertà" (estratto da Bella ciao).

Questo 10 dicembre, il cantante è sotto l’effetto delle dichiarazioni di Berlusconi che ha raccomandato ai lavoratori licenziati dalla Fiat di trovare "un secondo lavoro" (in nero). "Il peggio, dice questo romano, amante del Chianti e produttore di olio di oliva biologico, è questo: Berlusconi se ne frega totalmente delle idee portate avanti da questo disco, ma l’avrebbe voluto produrre, perché funziona"

Felicità e contraddizioni

Perché funziona?" Perché queste canzoni sono belle, sono la memoria del paese ed i giovani le riscoprono grazie soprattutto a questi arrangiamenti moderni", risponde Giovanna Marini, " E perché hanno una morale" (De Gregori). "Viviamo in un paese dal fondamentalismo pesante apportato da una multinazionale, il Vaticano, dal sicuro cinismo. Noi abbiamo Berlusconi, il simbolo del cattivo debitore spoglio di etica, è pesante" (Marini).

Marini-De Gregori è un duo infernale. Lui, discreto, ritto, nato da una severa famiglia romana. Lei, in costante ebollizione, determinata, l’occhio su tutto. Buontemponi, esultanti davanti un piatto di insalata o di spaghetti al pomodoro, descrivono un’Italia felice, contradditoria " dove le soubrette possono essere guevariste ed i dirigenti comunisti cantare la Passione di Cristo" (Marini), un’Italia sentimentale, capace di bloccare una guerra civile per assistere all’arrivo del Giro ciclistico (una canzone ne parla, L’attentato a Togliatti, interpretata da De Gregori nella sua ultima tournèe con un successo che gli ha dato voglia di prolungare l’esperienza).

In concerto il duo canta, secondo l’umore, Addio Lugano, scritta da un avvocato anarchista incarcerato nel 1906, che figura nell’antologia della canzone anarchica, sempre disponibile al reparto politico di Ricordi, la grande catena di negozi musicali italiani, tra Spazio interiore (i poemi del Papa, recitati da Gassman, Monica Vitti e Alberto Sordi) ed i discorsi di Mussolini per il quale, dice il malizioso cantante, nessuno ha mai scritto canzoni: il popolo diffida dal potere".

 

E da Genova il Sirio partivano per l'America varcare, varcare i confin e da bordo cantar si sentivano tutti allegri del suo, del suo destin.

Urtò il Sirio un orribile scoglio di tanta gente la mi- la misera fin: padri e madri abbracciava i suoi figli che si sparivano tra le onde, tra le onde del mar.

Più di centocinquanta annegati, che trovarli nessun- nessuno potrà; e fra loro un vescovo c'era dando a tutti la be- la sua benedizion.

 
Quasi una copertina della “Domenica del Corriere” questo bellissimo canto di emigrazione nello stile tipico dei cantastorie della pianura Padana. All’inizio del secolo, quando l’analfabetismo era largamente diffuso, la funzione del cantastorie era di grande importanza ai fini della comunicazione e l’elemento pittoresco (in questo caso un imperturbabile Vescovo) era fondamentale per attirare l’attenzione di ogni tipo di spettatore 

 

DE GREGORI CERCA I GIOVANI
Un club per il Principe - Francesco e la band per la prima volta in concerto sul palco di un piccolo locale
Francesco De Gregori, dopo la pubblicazione dell'album "Il fischio del vapore" con Giovanna Marini, affronta un insolito tour: abbandonati stadi e palazzetti, terrà alcuni concerti - con il suo repertorio classico e accompagnato dalla sua band, guidata dal bassista Guido Guglielminetti - nei club: a Torino, l'appuntamento è mercoledì 4 dicembre al "Barrumba" di via San Massimo 1. Inizio alle ore 21, biglietti a 24 euro. Nell'articolo che pubblichiamo in esclusiva, De Gregori spiega le ragioni che lo hanno indotto a cercare un contatto diverso con il pubblico.
Dopo tanti anni il pericolo più grande di questo mio bel mestiere è la prevedibilità.
Ci si ritrova sulle stesse autostrade (l'Italia è un paese tanto piccolo!), si lavora con gli stessi promoter, si cantano per forza più o meno le stesse canzoni - anzi, c'è sempre qualcuno che si arrabbia se gli cambi l'arrangiamento -, ci si ferma negli stessi autogrill, si va a dormire negli stessi alberghi. Si entra in un ritmo insomma, che poi è il ritmo del tuo lavoro. E ti potresti anche addormentare per svegliarti solo qualche minuto prima di salire sul palco a cantarti le tue cose e stai attento - anche questo può succedere - a non dimenticarti le parole. Anzi, quando succede, certe volte non è male: si inventano allora certi versi sostitutivi che a volte sono meglio degli originali e qualche volta più ispirati. Sicuramente più esilaranti.
Certe volte per evadere dalla prevedibilità io prendo qualche canzone poco conosciuta (poco conosciuta anche dalla band) e mi metto a cantarla e guardo le facce di quelli che stanno davanti, e anche la faccia di Guido Guglielminetti che sta suonando il basso accanto a me e vorrebbe prendermi a calci. Ma non potevamo provarla un po' prima?!
Si prova, si prova sempre, si prova di tutto: però spesso certe canzoni è meglio non starle a provare troppo: perdono di freschezza e quando le fai davanti al pubblico sembrano un po' certe cose surgelate - igienicamente perfette, per carità, - ma vuoi mettere come brillano di più se invece le hai provate solo una volta durante il soundcheck? E pazienza per Guido, stoico osservatore delle mie mani sulla chitarra per capire che accordi sto facendo!
Tutto questo per dire che anche cercarsi dei posti nuovi dove andare a cantare è importante. Soprattutto se vai dove ti aspetti un pubblico un po' diverso dal solito, meno abituato all'ascolto composto che normalmente si trova in un bel teatro o anche in un palazzetto. Un posto dove ti stanno a sentire bevendosi una birra e se si scocciano possono anche farsi due passi e tornare la canzone dopo, cosa che in un teatro verrebbe considerata malissimo. Ecco, suonare in un club io me lo immagino un po' così: un po' di rumore di fondo, come una distorsione naturale del suono, e le mie canzoni che ci nuotano dentro senza starsi troppo a preoccupare.
Eppoi nei locali ci va gente più giovane: io non sono un adoratore dei giovani, non me ne frega niente quando mi dicono "Aho, Francè, stasera c'è un sacco de ragazzini!": anzi, trovo che i "vecchi" - diciamo quelli da trent'anni in su - abbiano il grande merito di seguire le mie contorsioni e le mie improvvisazioni (Ah, come era bella la Donna Cannone sul disco, signora mia!) e fanno sicuramente un certo sforzo per far combaciare quello che è nella loro testa con quello che sta oggi nella mia..
Ci sono delle canzoni che vengono definite "evergreen", sempreverdi. La Siae ti paga di più per queste canzoni. E' incredibile! Io invece trovo naturale che le canzoni diventino vecchie: certe vecchie canzoni rinfrescano le stanze, si fanno fischiettare, ogni tanto viene fuori un verso, una parola e ci si può bere una birra. Andare nei club vuol dire cercare la faccia di quelli che hanno vent'anni. E vedere che faccia hanno. E sapere che esistono. E fargli sapere che esisto io, che non li adoro, ma mi piacciono.
Francesco De Gregori - 29 novembre 2002

 

 

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