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SENTO IL FISCHIO DEL VAPORE |
IL FEROCE MONARCHICO BAVA |
IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA NAVE SIRIO |
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O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA |
LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI |
L'ATTENTATO A TOGLIATTI |
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DONNA LOMBARDA DI GUALTIERI |
BELLA CIAO |
L'ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA |
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NINA TI TE RICORDI |
SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE |
I TRENI PER REGGIO CALABRIA |
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SACCO E VANZETTI |

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Prodotto da Guido Guglielminetti |
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Giovanna Marini VOCE, CHITARRA |
Coro e banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio diretti da Silverio Cortesi
Riccardo Pellegrino VIOLINO
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Guido Guglielminetti BASSO |
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Paolo Giovenchi CHITARRE |
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Alessandro Svampa BATTERIA |
Lucio Bardi CHITARRE
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Alessandro Arianti TASTIERE |
Marco Rosini MANDOLINO |
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Toto Torquati HAMMOND |
Greg Cohen CONTRABBASSO |
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NUOVO
DISCO CON GIOVANNA MARINI. Se ancora non c’è nulla di ufficiale sul dvd natalizio
che dovrebbe documentare il tour dei quattro moschettieri Daniele-De
Gregori-Mannoia-Ron, è ormai certo che a metà novembre uscirà "Il
fischio del vapore",
nuovo album "poco cantautorale" di Francesco
De Gregori alle prese con quattordici brani della tradizione cantautorale
italiana in compagnia di Giovanna Marini, signora della canzone popolare
nostrana, protagonista della stagione della protesta e oggi apprezzata -
purtroppo ancora più in Francia che da noi - compositrice con cui Ciccio aveva
già collaborato ai tempi del "Titanic" (ricordate
"L’abbigliamento di un fuochista"?) e con la quale lo scorso 28
aprile si era ritrovato per l’inaugurazione dell’Auditorium di Roma. La
scaletta del disco, registrato in studio e non dal vivo com’era sembrato in un
primo momento, comprende brani tradizionali come "Il Sirio" o
d’autore come "Nina" del veneto Gualtiero Bertelli, ma anche pezzi
dello stesso De Gregori come appunto "L’abbigliamento del fuochista"
o "Viva l’Italia".

Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e
interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente
al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del
vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del
Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il
Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu
sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente,
quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico
dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.(RINFRESCHIAMOCI LA MEMORIA COL
NOSTRO
L'ATTENTATO A TOGLIATTI
(Marino Piazza
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Re Alle
ore undici del quattordici luglio
La7 dalla
Camera usciva Togliatti, quattro
colpi gli furono sparati
Re da
uno studente vile e senza cuor. L'onorevole,
a terra colpito, soccorso
venne immediatamente, grida
e lutto ovunque si sente, corron
subito deputati e dottor. L'assassino
è stato arrestato dai
carabinieri di Montecitorio e
davanti all'interrogatorio ha
confessato dicendo così: "«Già
da tempo io meditavo di
riuscire a questo delitto, appartengo
a nessun partito, è
uno scopo mio personal"». Rita
Montagnana, che è al Senato, coi
dottori e tutto il personale, han
condotto il marito all'ospedale sottoposto
alla operazion. L'onorato
chirurgo Valdoni, con
i ferri che sa adoperare, ha
saputo la pallottola levare e
la vita potergli serbare. Il
gesto insano, brutale e crudele al
deputato dei lavoratori, protestino
contro gli attentatori della
pace e della libertà . L'onorevole
Togliatti auguriamo che
ben presto ritorni al suo posto, a
difendere il paese nostro, l'interesse
di noi lavorator.
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Palmiro Togliatti fu gravemente ferito nel luglio del '48 da Antonio Pallante, in seguito arrestato e condannato. La meticolosa narrazione dell’accaduto ben esprime l’ansia professionale del cantastorie di non omettere il minimo particolare, e il finale rievoca felicemente il sollievo di tutti per il pronto ristabilimento di Togliatti, che valse a contenere la protesta dei lavoratori e i disordini e la repressione successivi. Un piccolo falso storico, dovuto sicuramente al perbenismo che contraddistingueva nell’Italia di allora anche la sinistra: non fu Rita Montagnana, moglie di Togliatti, ad accompagnare il marito all’ospedale, bensì Nilde Iotti, fino alla morte compagna del segretario del PCI.
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Un disco come questo sembra destinato a "parlare" ad un paio almeno
di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di
mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non
hanno mai sentito parlare?
Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di
sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L'idea di fare un disco come
questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al
Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L'attentato a
Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è
venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto
pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da
quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però
racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare
curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente
contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno.
Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un'operazione d'archivio e
polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né
mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…
C'e anche un prezzo abbordabile che aiuta …
Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una
lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno
sforzo.
In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l'arrangiamento robusto
ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico
tra i '60 e i '70…
E' un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi
accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi
sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista,
che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente
a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà,
è rimasto solo ne "L'attentato a Togliatti": il resto è stato
rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E
tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.
Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai
avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell'album
"Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell'orbita dei CSI e
del Consorzio Produttori Indipendenti?
No, il disco non l'ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la
materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a
riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando
gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo
consapevole di aggiornamento. E' stata un'operazione di una semplicità
assoluta, in fondo…
Qualche purista potrebbe risentirsene?
Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una
cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono
cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo
come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce
e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a
disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i
liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno
avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.
"Bella ciao" l'ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del
Social Forum a Firenze…E' per darle un significato diverso che avete deciso di
recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?
La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io
e Giovanna volevamo far conoscere quest'altra versione che, secondo me, è più
bella sotto l'aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è
estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per
qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C'è,
alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che
lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in
condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c'è
tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini,
sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.
E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere
nel disco…
Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il
lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione
collettiva, un po' com'è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati
Uniti.
Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in
fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E
l'ambiente è estremamente rumoroso.
L'operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….
Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L'hai
conosciuta?
Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre
sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di
una drammaticità straordinarie.
Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?
La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella
timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di
intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per
Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è
stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo,
guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani
arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La
versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su
due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c'è un'armonia fissa
sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è
arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della
band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano
completamente affascinati.
Ripeterete l'esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?
Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un
capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e
magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro
riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica.
Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che
continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a
portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi
sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di
mio fratello, Luigi Grechi.
Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell'album seguendo un
criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in
sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?
Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter
dire che se c'è un tema comune a molte canzoni dell'album questo è
l'innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e
Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…
Innocenti e vittime, tutti quanti…
Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo
la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD
vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica.
Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente
ai suoni.
Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo
storico che va da fine Ottocento agli anni '70 del secolo appena concluso. E
poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare
episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?
Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri
mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I
tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto,
cominciando a scrivermi i versi da solo, sono diventato un po' parte in causa.
Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad
esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono
bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo
voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con
l'industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e
spessore. A parte il mio pezzo, "L'abbigliamento di un fuochista", e
quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te
ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni '60 o ai
primi '70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta
programmatica.
Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed
esprimere il sentire comune?
Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al
popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la
discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata":
è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d'animo di
una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"?
Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata
oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa
essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione
in TV. C'è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni,
sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica
popolare si tratta.
Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet:
tradizione e modernità…
Mi sembra un'evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta
che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di
tutti.
In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale
venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto
meno: non abbiamo più memoria storica?
E' vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver
lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un
patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere
rielaborato. E' un codice impresso dentro di noi.
Avevi familiarità con tutte le canzoni?
Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l'ha
fatta conoscere Giovanna.
Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio.
Gli attribuisci un significato diverso, oggi?
Stiamo parlando di trent'anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le
amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei
fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le
parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.
Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe,
dunque, chi gli attribuisse un significato militante?
Io credo che si tratti di un'interpretazione sbagliata. Un disco militante
sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio
Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta
il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare
una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il
Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono
tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il
fischio del vapore" è un disco di sinistra.
Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità
politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…
Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E' vero che
molte canzoni - quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla
di Sacco e Vanzetti e di pena capitale - restano di un'attualità sconvolgente.
Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.
Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?
Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato
che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio
Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di
Pasolini". Quest'ultima l'abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta
fuori una voce da cantautore che non c'entrava nulla con il suono che doveva
avere la canzone.
Quando hai scritto "L'abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno
sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?
No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l'album "Titanic",
nell '82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci
conoscevamo dal '70, ma quello è stato l'inizio ufficiale della nostra
collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.
Dell'Italia descritta nell'album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità
di indignarci?
No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi
completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo
perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di
quell'epoca.
Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in
scaletta?
Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre
cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in
improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci
metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il
fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun'altra.
Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?
No, abbiamo registrato insieme "Viva l'Italia" ma l'abbiamo tolta
perché era una canzone troppo programmatica, che non c'entrava nulla con il
resto. E' un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come
"Viva l'Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare
ad un paese antagonista rispetto a questo governo…
Anche se in passato, come "Born in the USA" di
Springsteen, era
diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…
E' vero, ognuno l'ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla
davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E
in questo disco non c'era bisogno di una bandiera da sventolare.
Per promuovere l'album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di
un artista riservato come te…
Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi
piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo
parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco
di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla
piazza della chiesa o del comune cinquant'anni fa.
E' un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il
disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.
Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e
quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio,
non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera
sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti
giornalisti, soprattutto all'inizio, l'hanno presa con scetticismo, come
un'operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma
facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale,
e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il
cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono
disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell'organizzazione e della
produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che
abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla.
E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?
Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti,
mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli
club…
Una specie di "neverending tour"?
Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti
del gruppo c'è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi
automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a
suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima
o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in
poi, proprio non ne ho idea. (Alfredo Marziano -
Rockoil)
NINA TI TE RICORDI
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Fa
Do Fa Nina
ti te ricordi
Do
Fa Fa7 quanto
che gavemo messo
Sib
Do7 Re- a
andar su 'sto toco de leto
Si-
Do Fa insieme
a far a l'amor. Sie
ani a far i morosi a
strenserla franco su franco e
mi che sero stanco ma
no te volevo tocar. To
mare che brontolava «Quando
che se sposemo»; el
prete che racomandava che
no se doveva pecar. E
dopo se semo sposai che
quasi no ghe credeva te
giuro che a mi me pareva parfin
che fusse un pecà. Adesso
ti speti un fio e
ancuo la vita xe dura a
volte me ciapa la paura de
aver dopo tanto sbaglià. Amarse
no xe no un pecato, ma
ancuo el xe un lusso de pochi e
intanti ti Nina te speti e
mi so disocupà. E
intanto ti Nina te speti e
mi so disocupà.
|
|
|
Sol
Do Sol Alle
grida strazianti e dolenti
Re7
Sol Di
una folla che pan domandava,
Do
Sol Il
feroce monarchico Bava
Re7
Sol Gli
affamati col piombo sfamò. Furon
mille i caduti innocenti Sotto
il fuoco degli armati caini E
al furor dei soldati assassini: "Morte
ai vili!", la plebe gridò. Deh,
non rider, sabauda marmaglia: Se
il fucile ha domato i ribelli, Se
i fratelli hanno ucciso i fratelli, Sul
tuo capo quel sangue cadrà. La
panciuta caterva dei ladri, Dopo
avervi ogni bene usurpato, La
lor sete ha di sangue saziato In
quel giorno nefasto e feral. Su,
piangete mestissime madri, Quando
scura discende la sera, Per
i figli gettati in galera, In
quel giorno nefasto e feral. Su,
piangete mestissime madri, Quando
scura discende la sera, Per
i figli gettati in galera, Per
gli uccisi dal piombo fatal.
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Francesco De Gregori e Giovanna Marini all’Auditorium- Parco della Musica W l'Italia Roma, 29 aprile 2002 Un incontro tra canzone d'autore e canzone popolare stasera si riassume in due nomi: Francesco De Gregori e Giovanna Marini. Il primo non ha bisogno di presentazioni. Il secondo,
purtroppo, può capitare di doverlo introdurre. Giovanna Marini è
musicista e musicologa di fama internazionale, docente di etnomusicologia
all'Università di Parigi e tra i maggiori esperti della nostra musica De
Gregori, insolitamente loquace e spiritoso, non
convince dal punto di vista musicale: gli arrangiamenti sono poveri
timbricamente e l'organo Hammond la fa da padrone, appiattendo brani
classici"come Alice, Rimmel, Generale. Inoltre sembra mettere da
parte quell’asciuttezza quasi declaratoria, dylaniana, che sapeva
emozionare tanto. Nina ti ricordi di Gualtiero Bertelli, intonata da
entrambi, chiude il primo set. Affascinante, nella seconda parte, il
discorso "prettamente etnomusicologico" della Marini, che spiega
l'usanza di determiriate culture di affidare ai cantanti l'intonazione dei
diversi gradi della scala musicale, che hanno funzioni gerarchiche, in
base alla loro posizione sociale. Spiega le diverse sensazioni che danno gli intervalli musicali - le terze, le seste, e così via - parole che poi trasforma in esempi sonori, descrivendo tensioni armoniche e modulazioni, facendo capire che tutto è semplicemente legato a sensazioni istintive, che la costruzione mu sicale non è un fatto elitario di teorie complicate, ma profondamente umano. Commovente poi il suo racconto dell'incontro con Pasolini, il primo a parlarle della cultura musicale contadina, facendo vacillare le sue certezze di giovane istruita tradizionalmente. Il ricordo non è fatto solo di parole: tra i momenti più toccanti infatti c'è proprio il Lamento per la morte di Pasolini. Ma il coinvolgimento del pubblico è massimo sul finale, con il palco al completo e quel verso "viva l'Italia che resiste" che fa esplodere la platea in canti e applausi. Alessia Pistolini DA "L’ISOLA CHE NON C’ERA" – Luglio 2002
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BELLA CIAO
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La- Stamattina
mi sono alzato o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Re-
La- stamattina
mi sono alzato
Mi7
La- e
ci ho trovato l'invasor. O
partigiano, portami via o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao o
partigiano, portami via che
mi sento di morir. E
se muoio da partigiano o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e
se muoio da partigiano tu
mi devi seppellir. Seppellire
lassù in montagna o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao seppellire
lassù in montagna sotto
l"ombra di un bel fior. E
le genti che passeranno o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e
le genti che passeranno e
diranno: o che bel fior!. E"
questo il fiore del partigiano o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao è
questo il fiore del partigiano morto
per la libertà ___________________________
Bella Ciao (delle Mondine) Facente parte del repertorio di Giovanna Daffini, è stata riproposta recentemente dal gruppo "Les Anarchistes". Si tratta del canto originale dal quale si sviluppò il canto partigiano Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar. E fra gli insetti e le zanzare o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e fra gli insetti e le zanzare un dur lavor mi tocca far. Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar. O mamma mia, o che tormento! o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao o mamma mia o che tormento io t'invoco ogni doman. Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.
Bella Ciao (Il canto partigiano) Questa è la versione del canto partigiano generalmente conosciuta, in una versione "mediamente accettabile". Ma esistono innumerevoli versioni differenti a volte per una parola... Stamattina mi sono alzato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, Stamattina mi sono alzato E ho trovato l'invasor. O partigiano portami via o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, O partigiano portami via Che mi sento di morir. E se io muoio da partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, E se io muoio da partigiano Tu mi devi seppellir. E seppellire lassù in montagna, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao, E seppellire lassú in montagna Sotto l'ombra di un bel fior. E le genti che passeranno o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, E le genti che passeranno Mi diranno o che bel fior. E' questo il fiore del partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao, E' questo il fiore del partigino Morto per la libertà. E' questo il fiore del partigiano Morto per la libertà.
La "Bella Ciao della Crouzet" Nel 1971 le operaie e gli operai della Crouzet di Milano, che aveva una fabbrica anche a Zingonia, furono protagonisti di lotte contro i licenziamenti e per migliori condizioni di lavoro. Ne nacque una "Bella ciao" adattata alla particolare situazione: Alla mattina appena alzata a Zingonia mi tocca andar. con la nebbia e il brutto tempo a noi tocca anche viaggiar. E a Zingonia noi troveremo nuovi ritmi di lavor. il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar. Compagne mie, ma che tormento ma che vita ci tocca far. Il salvagente lui ha avanzato e a noi la barca per affondar. Il "papà" che mi vuol bene a Zingonia mi vuol mandar. E senza mezzi per arrivare a Zingonia a lavorar.
Bella Ciao (versione inglese) "Bella Ciao" è stato tradotto ed adattato in una caterva di lingue. La presente è una versione inglese, di Antoinette Fawcett: I woke this morning and all seemed peaceful Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao I woke this morning and all seemed peaceful But oppression still exists. Oh freedom fighter, I want to fight too Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao Oh freedom fighter, I want to fight too Against their living death. And if I die, a freedom fighter, Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao And if I die, a freedom fighter, Then you’ll have to bury me. Let my body rest in the mountains Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao Let my body rest in the mountains In the shadow of my flower. And all the people who will pass by there Bella ciao, bella ciao, ciao And all the people who will pass by there Will show that lovely flower. This is the blossom of those that died here Bella ciao, bella ciao, ciao ciao This is the blossom of those that died here For land and liberty. |
Mondine o partigiani: chi cantò prima "Bella ciao"?, Cos’è il “canto sociale”, come si lega alla battaglia politica, all’idea di musica popolare. di FRANCO FABBRI da l’Unità, 7 dicembre 2003
Perché la canzone "ufficiale" della Resistenza è Bella ciao, anche se i partigiani cantavano di più Fischia il vento? E cos'è la "versione delle mondine", quella inclusa nell'album ll fischio del vapore di Francesco De Gregori e Giovanna Marini? Le risposte a queste e a molte altre domande si trovano nella raccolta di saggi sul "canto sociale" di Cesare Bermani, pubblicata da Odradek col titolo Guerra guerra ai palazzi e alle chiese (un verso de L'inno dell'Internazionale, sull'aria della Marsigliese, circa 1874). Non preoccupatevi: le risposte verranno date anche qui, e il bel libro di Bermani non è una raccolta di fatterelli, buona per una serata di quiz in qualche vecchia Casa del Popolo. Tutt'altro. Ma è lo stile dell'autore, la tenacia con la quale rincorre e quasi sempre trova documenti e prove decisive, a suggerire il paradigma indiziario per questi saggi storico-antropologici rigorosi, densi, di lettura appassionante. Quasi sempre? Sì, perché ad esempio la vicenda della "versione delle mondine" di Bella ciao non è ancora conclusa, e Bermami ci lascia in sospeso al termine del saggio, dopo aver smontato e rimontato i fatti più o meno noti, e quelli di cui solo pochi ricercatori sono a conoscenza. Ci torneremo fra poco, abbiate fiducia. Ma cos'è il "canto sociale"? Dai titoli si intuisce che abbia a che fare con gli inni e le canzoni politiche e con il canto popolare. Bermani usa questa espressione consapevole delle contraddizioni insite nell'impiego disinvolto della categoria del "popolare". Se popolare, per consuetudine etnomusicologica, è sinonimo di contadino e di tradizione orale, allora gli inni di lotta, dei quali è rintracciabile un originale scritto, e che in buona parte sono nati dalla penna di intellettuali urbani, non possono essere iscritti nella categoria del popolare, se non in quanto il loro uso, la proliferazione delle modalità esecutive e delle varianti, i metodi di ricerca di chi voglia studiare questo materiale sono riconducibili a quelli tipici della musica di tradizione orale. Allora Bermani ricorre a un termine diverso per l'oggetto delle sue inquisizioni, e ci ricorda che "il canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall'altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni (...), a volte di produzione popolaresca (...), a volte interni alla produzione popolare". Insomma, in modo davvero esemplare Bermani ci mostra come per studiare un insieme di musiche occorra prima di tutto riflettere sulle categorie. E la categoria "canto sociale" riunisce musiche di origini e caratteristiche disparate, riunite dall'uso e dalla funzione. Parafrasando Gramsci si potrebbe dire: non conta se questi canti siano nati sociali, ma se sono stati accolti come tali. Difficile obiettare. Eppure, un tempo l'identificazione fra popolare e contadino esercitava un'attrazione irresistibile proprio sui ricercatori delle tradizioni, che al tempo stesso coltivavano la canzone politica cercando di modellarla su quelle tradizioni. Si discuteva se il canto popolare fosse di opposizione in sé, o se il ricercatore e l'operatore di folk revival dovesse privilegiare il repertorio che - si sarebbe detto allora - sviluppava al massimo grado la coscienza politica delle masse. Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha "trovato l'invasor" era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l'anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama "l'invenzione di una tradizione". Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l'avanzata finale nell'ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell'immediato dopoguerra come l'inno della Resistenza. Fischia il vento ha il "difetto" di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti ("il sol dell'avvenir"), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più "corretta", politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all'Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l'autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come "e tante genti che passeranno" e "bella ciao", glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente "più nero che rosso"), e la Siae dell'epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito. Il resto della vicenda lo potete trovare nel libro, splendido e utilissimo, di Bermani.
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CON MORANDI
A “UNO DI NOI” - Mimmo
Rapisarda
Buongiorno e buona Domenica a tutti! L’avete visto Ieri sera in TV su “Uno di noi”? Eccezionale! Speriamo che questo suo stato di grazia rimanga ancora per un po’ perché se si rituffa in quei lunghi periodi di silenzio e riservatezza non lo sentiremo per un paio di anni. Ho letto che qualcuno lo preferiva come era prima. Ma perché? Lasciamolo stare così. Non roviniamo questo incantesimo. Non lo svegliamo, facciamolo fare. Considerato che fra i componenti delle famiglie-campione dell’auditel c’è almeno il 2 % di degregoriani sfegatati e stimando in 100.000 il numero di “esauriti” in Italia che si sono bevuti tutta la puntata col dito pronto sul tasto REC, oggi possiamo confermare che i fans di De Gregori hanno aiutato la Rai a battere Maria De Filippi nella battaglia del sabato sera. Lo spettacolo di Morandi l’hanno dovuto vedere quasi tutto. Ma ne valeva la pena. Alle 21 mi sono accorto che la VHS era guasta. Mi sono dovuto rivestire, andare in garage, prendere l’auto e cercare un’altra videocassetta. Ma ne valeva la pena.
Ecco gli altri motivi perché ieri valeva la pena dedicare
il mio sabato sera a RaiUno:
- ne è valsa pena perché quando alla fine
dell’esecuzione de “La donna cannone” (interpretata come solo un grande
della musica sa fare e offerta alla gente come un collier da donare alla donna
amata) il pubblico si è alzato tutto in piedi applaudendolo mi sono sentito
gelare il sangue; - ne è valsa la pena perchè vedendo anche Ciccio spiazzato
da quella forma di rispetto nei suoi confronti mi sono sentito vicino a lui e
ORGOGLIOSO di essere un degregoriano; - ne è valsa la pena perché chi ieri mi
diceva che “Il fischio del vapore” non gli piaceva, oggi dovrà ricredersi;
- ne è valsa la pena perché ho visto De Gregori e Morandi finalmente in pace
(ma sentendo Morandi ricantare Buonanotte fiorellino mi sono reso conto che De
Gregori aveva effettivamente ragione); - ne è valsa la pena per l’altro
brivido che mi ha regalato Francesco quando con il coro di
Testaccio, Giovanna e
Gianni si sono mossi tutti insieme in avanti, con lo sfondo colorato di rosso,
rendendo reali i personaggi raffigurati ne “Il quarto Stato” di Giuseppe
Pellizza da Volpedo; - ne è valsa la pena perché è stato bello vedere i
componenti dell’orchestra entusiasti di
suonare per lui; - ne è valsa la pena perché ieri, dopo la standing ovation,
ho visto negli occhi di Ciccio la certezza di essere ormai riconosciuto come un
monumento nazionale da esportazione, come la Ferrari, Valentino, Sophia Loren,
Alberto Sordi, la Torre di Pisa, O sole mio, gli spaghetti; - ne è valsa la
pena perché, dopo ieri, mai più rivedrò De Gregori in diretta TV dire “stop
alle telefonate”; - ne è valsa la pena perché ho visto YuYu; - ne è valsa
la pena perché mi convinco sempre di più di non aver fatto male a seguire per
28 anni la musica di questo signore. Storica serata di RaiUno.
RAI. Di tutto, di più. Ma quel “di più” ieri sera non è stato certo Robbie Wiliams. Grazie Francesco! Grazie Giovanna! Grazie Gianni! (FORUM RIMMEL CLUB – DIC. 2002)
O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA
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Do
Sol7 O
Venezia che sei la più bella
Do E
te di Mantova che sei la più forte
Sol7 Gira
l’acqua d’intorno alle porte
Do Sarà
difficile poterti pigliar O
Venezia ti vuoi maritare Ma
per marito ti daremo Ancona E
per dote le chiavi di Roma E
per anello le onde del mar Un
bel giorno entrando in Venezia Vedevo
il sangue scorreva per terra E
i feriti sul campo di guerra E
tutto il popolo gridava pietà
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Sempre dal repertorio di Giovanna
Daffini questa canzone, ricca
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Dopo
averci travolti con un’overdose di album dal vivo, De Gregori ora si fa
interprete di un importante momento di (ri)scoperta del nostro patrimonio
popolare, più o meno politicizzato che sia. Qualcuno leggerà anche questo
episodio come un indizio di un certo
esaurimento della sua vena artistica, ma chi ama la canzone d’autore non
dovrebbe gridare allo scandalo se un artista non sforna il suo chilo di riso,
pardon le sue dieci canzoni nuove di zecca ogni anno, ma, in attesa dell’ispirazione
giusta, preferisce valorizzare brani altrui. L’ha fatto persino sua maestà
Bob Dylan, perché non dovrebbe farlo il principe Ciccio? E poi, perché negarsi
il piacere di ascoltarlo alle prese con "Nina ti te ricordi"? DE
GREGORI SCEGLIE IL FOLK CON LA MARINI)

SACCO E VANZETTI
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Fa Il
ventidue d'agosto
Do7 a
Boston in America Sacco
e Vanzetti
Fa sopra
la sedia elettrica
Sib e
con un colpo
Fa di
elettricità
Do7 all'altro
mondo
Fa li
vollero mandar. Circa
le undici e mezzo giudici
e la gran corte entran
poi tutti quanti nella
cella della morte «Sacco
e Vanzetti state
a sentir dite
se avete da
raccontar». Sacco
e Vanzetti tranquilli
e sereni «Noi
siamo innocenti aprite
le galere». E
Ior risposero «Non
c'è pietà voi
alla morte dovete
andar». |