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SENTO IL FISCHIO DEL VAPORE

IL FEROCE MONARCHICO BAVA

IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA NAVE SIRIO

O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA

LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI

L'ATTENTATO A TOGLIATTI

DONNA LOMBARDA DI GUALTIERI

BELLA CIAO

L'ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA

NINA TI TE RICORDI

SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE

I TRENI PER REGGIO CALABRIA

SACCO E VANZETTI

 

 

 

Prodotto da

Guido Guglielminetti

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

Giovanna Marini

VOCE, CHITARRA

 

 

Coro e banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio

diretti da Silverio Cortesi  

 

 

Riccardo Pellegrino

VIOLINO

 

 

Guido Guglielminetti

BASSO

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Alessandro Svampa

BATTERIA

Lucio Bardi

CHITARRE

 

Alessandro Arianti

TASTIERE

Marco Rosini

MANDOLINO

Toto Torquati

HAMMOND

Greg Cohen

CONTRABBASSO

 

 

 

 

 

NUOVO DISCO CON GIOVANNA MARINI. Se ancora non c’è nulla di ufficiale sul dvd natalizio che dovrebbe documentare il tour dei quattro moschettieri Daniele-De Gregori-Mannoia-Ron, è ormai certo che a metà novembre uscirà "Il fischio del vapore", nuovo album "poco cantautorale" di Francesco De Gregori alle prese con quattordici brani della tradizione cantautorale italiana in compagnia di Giovanna Marini, signora della canzone popolare nostrana, protagonista della stagione della protesta e oggi apprezzata - purtroppo ancora più in Francia che da noi - compositrice con cui Ciccio aveva già collaborato ai tempi del "Titanic" (ricordate "L’abbigliamento di un fuochista"?) e con la quale lo scorso 28 aprile si era ritrovato per l’inaugurazione dell’Auditorium di Roma. La scaletta del disco, registrato in studio e non dal vivo com’era sembrato in un primo momento, comprende brani tradizionali come "Il Sirio" o d’autore come "Nina" del veneto Gualtiero Bertelli, ma anche pezzi dello stesso De Gregori come appunto "L’abbigliamento del fuochista" o "Viva l’Italia".

 

 

   

Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente, quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.(RINFRESCHIAMOCI LA MEMORIA COL NOSTRO PATRIMONIO FOLK - "LA STAM PA " - 16/11/2002 - GABRIELE FERRARIS)

 

 

 

 

  

 

L'ATTENTATO A TOGLIATTI

(Marino Piazza)

 

Re

Alle ore undici del quattordici luglio

                       La7

dalla Camera usciva Togliatti,

 

quattro colpi gli furono sparati

                             Re

da uno studente vile e senza cuor.

 

L'onorevole, a terra colpito,

soccorso venne immediatamente,

grida e lutto ovunque si sente,

corron subito deputati e dottor.

 

L'assassino è stato arrestato

dai carabinieri di Montecitorio

e davanti all'interrogatorio

ha confessato dicendo così:

 

"«Già  da tempo io meditavo

di riuscire a questo delitto,

appartengo a nessun partito,

è uno scopo mio personal"».

 

Rita Montagnana, che è al Senato,

coi dottori e tutto il personale,

han condotto il marito all'ospedale

sottoposto alla operazion.

 

L'onorato chirurgo Valdoni,

con i ferri che sa adoperare,

ha saputo la pallottola levare

e la vita potergli serbare.

 

Il gesto insano, brutale e crudele

al deputato dei lavoratori,

protestino contro gli attentatori

della pace e della libertà .

 

L'onorevole Togliatti auguriamo

che ben presto ritorni al suo posto,

a difendere il paese nostro,

l'interesse di noi lavorator.

 

 

Palmiro Togliatti fu gravemente ferito nel luglio del '48 da Antonio Pallante, in seguito arrestato e condannato. La meticolosa narrazione dell’accaduto ben esprime l’ansia professionale del cantastorie di non omettere il minimo particolare, e il finale rievoca felicemente il sollievo di tutti per il pronto ristabilimento di Togliatti, che valse a contenere la protesta dei lavoratori e i disordini e la repressione successivi. Un piccolo falso storico, dovuto sicuramente al perbenismo che contraddistingueva nell’Italia di allora anche la sinistra: non fu Rita Montagnana, moglie di Togliatti, ad accompagnare il marito all’ospedale, bensì Nilde Iotti, fino alla morte compagna del segretario del PCI.

 

  

Un disco come questo sembra destinato a "parlare" ad un paio almeno di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non hanno mai sentito parlare?
Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L'idea di fare un disco come questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L'attentato a Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno. Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un'operazione d'archivio e polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…

C'e anche un prezzo abbordabile che aiuta …
Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno sforzo.

In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l'arrangiamento robusto ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico tra i '60 e i '70…
E' un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista, che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà, è rimasto solo ne "L'attentato a Togliatti": il resto è stato rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.

Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell'album "Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell'orbita dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti?
No, il disco non l'ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo consapevole di aggiornamento. E' stata un'operazione di una semplicità assoluta, in fondo…

Qualche purista potrebbe risentirsene?
Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.

"Bella ciao" l'ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del Social Forum a Firenze…E' per darle un significato diverso che avete deciso di recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?
La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io e Giovanna volevamo far conoscere quest'altra versione che, secondo me, è più bella sotto l'aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C'è, alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c'è tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini, sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.

E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere nel disco…
Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione collettiva, un po' com'è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati Uniti.

Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E l'ambiente è estremamente rumoroso.
L'operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….

Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L'hai conosciuta?
Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di una drammaticità straordinarie.

Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?
La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo, guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c'è un'armonia fissa sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano completamente affascinati.

Ripeterete l'esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?
Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica. Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di mio fratello, Luigi Grechi.

Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell'album seguendo un criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?
Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter dire che se c'è un tema comune a molte canzoni dell'album questo è l'innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…

Innocenti e vittime, tutti quanti…
Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica. Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente ai suoni.

Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo storico che va da fine Ottocento agli anni '70 del secolo appena concluso. E poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?
Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto, cominciando a scrivermi i versi da solo, sono  diventato un po' parte in causa. Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con l'industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e spessore. A parte il mio pezzo, "L'abbigliamento di un fuochista", e quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni '60 o ai primi '70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta programmatica.

Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed esprimere il sentire comune?
Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata": è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d'animo di una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"? Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione in TV. C'è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni, sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica popolare si tratta.

Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet: tradizione e modernità…
Mi sembra un'evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di tutti.

In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto meno: non abbiamo più memoria storica?
E' vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere rielaborato. E' un codice impresso dentro di noi.

Avevi familiarità con tutte le canzoni?
Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l'ha fatta conoscere Giovanna.

Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio. Gli attribuisci un significato diverso, oggi?
Stiamo parlando di trent'anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.

Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe, dunque, chi gli attribuisse un significato militante?
Io credo che si tratti di un'interpretazione sbagliata. Un disco militante sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il fischio del vapore" è un disco di sinistra.

Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…
Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E' vero che molte canzoni - quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla di Sacco e Vanzetti e di pena capitale - restano di un'attualità sconvolgente. Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.

Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?
Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di Pasolini". Quest'ultima l'abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta fuori una voce da cantautore che non c'entrava nulla con il suono che doveva avere la canzone.

Quando hai scritto "L'abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?
No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l'album "Titanic", nell '82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci conoscevamo dal '70, ma quello è stato l'inizio ufficiale della nostra collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.

Dell'Italia descritta nell'album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità di indignarci?
No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di quell'epoca.

Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in scaletta?
Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun'altra.

Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?
No, abbiamo registrato insieme "Viva l'Italia" ma l'abbiamo tolta perché era una canzone troppo programmatica, che non c'entrava nulla con il resto. E' un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come "Viva l'Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare ad un paese antagonista rispetto a questo governo…

Anche se in passato, come "Born in the USA" di Springsteen, era diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…
E' vero, ognuno l'ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E in questo disco non c'era bisogno di una bandiera da sventolare.

Per promuovere l'album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di un artista riservato come te…
Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla piazza della chiesa o del comune cinquant'anni fa.

E' un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.
Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio, non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti giornalisti, soprattutto all'inizio, l'hanno presa con scetticismo, come un'operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale, e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell'organizzazione e della produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla.

E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?
Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti, mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli club…

Una specie di "neverending tour"?
Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti del gruppo c'è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in poi, proprio non ne ho idea.
(Alfredo Marziano - Rockoil)

 

 

NINA TI TE RICORDI

 

Fa   Do      Fa

Nina ti te ricordi

        Do        Fa    Fa7

quanto che gavemo messo

    Sib         Do7     Re-

a andar su 'sto toco de leto

  Si-     Do       Fa

insieme a far a l'amor.

 

Sie ani a far i morosi

a strenserla franco su franco

e mi che sero stanco

ma no te volevo tocar.

 

To mare che brontolava

«Quando che se sposemo»;

el prete che racomandava

che no se doveva pecar.

 

E dopo se semo sposai

che quasi no ghe credeva

te giuro che a mi me pareva

parfin che fusse un pecà.

 

Adesso ti speti un fio

e ancuo la vita xe dura

a volte me ciapa la paura

de aver dopo tanto sbaglià.

 

Amarse no xe no un pecato,

ma ancuo el xe un lusso de pochi

e intanti ti Nina te speti

e mi so disocupà.

E intanto ti Nina te speti

e mi so disocupà. 

 

 

  

   

 

 

IL FEROCE MONARCHICO BAVA

 

 

     Sol           Do     Sol

Alle grida strazianti e dolenti

       Re7                Sol

Di una folla che pan domandava,

               Do    Sol

Il feroce monarchico Bava

        Re7                Sol

Gli affamati col piombo sfamò.

 

 

Furon mille i caduti innocenti

Sotto il fuoco degli armati caini

E al furor dei soldati assassini:

"Morte ai vili!", la plebe gridò.

 

Deh, non rider, sabauda marmaglia:

Se il fucile ha domato i ribelli,

Se i fratelli hanno ucciso i fratelli,

Sul tuo capo quel sangue cadrà.

 

La panciuta caterva dei ladri,

Dopo avervi ogni bene usurpato,

La lor sete ha di sangue saziato

In quel giorno nefasto e feral.

 

Su, piangete mestissime madri,

Quando scura discende la sera,

Per i figli gettati in galera,

In quel giorno nefasto e feral.

 

Su, piangete mestissime madri,

Quando scura discende la sera,

Per i figli gettati in galera,

Per gli uccisi dal piombo fatal.

 

 

Nel 1898 scoppia la guerra tra Spagna e Stati Uniti che provoca subito un forte rincaro del pane: questo significa un aggravio per le popolazioni in Italia le quali già patiscono la fame. Il governo non provvede e in tutta la penisola si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro il caro vita che sfociano in tumulti e scontri con la forza pubblica. Gli scioperi e le agitazioni saranno repressi soprattutto a Milano dove il generale Bava Beccaris, per ordine del "re buono" Umberto I, soffocherà nel sangue i tumulti. L'ordine di sparare sulla folla inerme provocherà
ufficialmente 80 morti e per questo gesto, per aver riportato "l'ordine", Bava Beccaris sarà decorato dal re.
Sulla carneficina perpetrata durante le quattro giornate di Milano (dal 6 al 9 maggio 1898) la storiografia riprende l'informazione governativa che indica in numero di 80 i morti nelle strade del capoluogo lombardo e 450 i feriti; altre fonti non riportano alcun numero limitandosi a scrivere di numerose morti, altre notizie parlano di centinaia di morti. La
sanguinosa repressione dei tumulti milanesi del 1898 valse al generale Bava Beccaris la croce di Grand’ufficiale dell’Ordine Militare dei Savoia. Lo stile aulico del testo lascia intendere come l’anonimo autore fosse di buona cultura borghese e padroneggiasse il linguaggio letterario dell’epoca. Sulla stessa linea melodica fu scritta la Ballata di Pinelli, dopo la misteriosa morte dell’anarchico precipitato da una finestra della Questura di Milano nel corso delle indagini per l’attentato di Piazza Fontana del dicembre 1969  

 

 

   

Francesco De Gregori e Giovanna Marini all’Auditorium- Parco della Musica

W l'Italia Roma, 29 aprile 2002

Un incontro tra canzone d'autore e canzone popolare stasera si riassume in due nomi: Francesco De Gregori e Giovanna Marini.

Il primo non ha bisogno di presentazioni. Il secondo, purtroppo, può capitare di doverlo introdurre. Giovanna Marini è musicista e musicologa di fama internazionale, docente di etnomusicologia all'Università di Parigi e tra i maggiori esperti della nostra musica tradizionale. L’impegno sociale e politico è ciò che da sempre unisce i due musicisti, e che li porta qui, insieme, per questa serata dall'emblematico titolo 'W l'Italia'. UnAuditorium è un vociare lieve di attesa, sottilmente insaporita dal luogo che accoglie l'evento, uno spettacolo nello spettacolo: la firma di Renzo Piano su quello che promette di diventare un tempio della musica e che ha appena cominciato la sua storia. Puntuali, i due protagonisti si presentano al pubblico. E che bello vederli insieme sul palco! Cominciano con L'attentato a Togliatti; poi L'abbigliamento di un fuochista, che già li vedeva insieme in "Titanic": una presenza, quella della Marini, di grande significato, in questo brano dai forti contenuti sociali. Dopo Il Sirio il palco è lasciato alla Marini, che introduce al pubblico gli altri elementi del suo straordinario quartetto vocale: Patrizia Nasini, Francesca Breschi e Patrizia Bovi. Il loro omaggio alla storia comincia con Canto per il giudice Falcone, e inaugura una serie di brani che vedono protagonisti piccoli e grandi personaggi, che la storia l'hanno fatta o subita, tra pezzi popolari, di facile ascolto, e le sue composizioni complesse di armonie raffinate e suoni dissonanti: I treni per Reggio Calabria, Mi pesa andar lontano, Passione Evviva Maria.

De Gregori, insolitamente loquace e spiritoso, non convince dal punto di vista musicale: gli arrangiamenti sono poveri timbricamente e l'organo Hammond la fa da padrone, appiattendo brani classici"come Alice, Rimmel, Generale. Inoltre sembra mettere da parte quell’asciuttezza quasi declaratoria, dylaniana, che sapeva emozionare tanto. Nina ti ricordi di Gualtiero Bertelli, intonata da entrambi, chiude il primo set. Affascinante, nella seconda parte, il discorso "prettamente etnomusicologico" della Marini, che spiega l'usanza di determiriate culture di affidare ai cantanti l'intonazione dei diversi gradi della scala musicale, che hanno funzioni gerarchiche, in base alla loro posizione sociale.  

Spiega le diverse sensazioni che danno gli intervalli musicali - le terze, le seste, e così via - parole che poi trasforma in esempi sonori, descrivendo tensioni armoniche e modulazioni, facendo capire che tutto è semplicemente legato a sensazioni istintive, che la costruzione mu sicale non è un fatto elitario di teorie complicate, ma profondamente umano. Commovente poi il suo racconto dell'incontro con Pasolini, il primo a parlarle della cultura musicale contadina, facendo vacillare le sue certezze di giovane istruita tradizionalmente. Il ricordo non è fatto solo di parole: tra i momenti più toccanti infatti c'è proprio il Lamento per la morte di Pasolini. Ma il coinvolgimento del pubblico è massimo sul finale, con il palco al completo e quel verso "viva l'Italia che resiste" che fa esplodere la platea in canti e applausi. Alessia Pistolini DA "L’ISOLA CHE NON C’ERA" – Luglio 2002

 

 

 

  

BELLA CIAO

 

 

La-

Stamattina mi sono alzato

 

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

      Re-            La-

stamattina mi sono alzato

           Mi7        La-

e ci ho trovato l'invasor.

 

O partigiano, portami via

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

o partigiano, portami via

che mi sento di morir.

 

E se muoio da partigiano

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e se muoio da partigiano

tu mi devi seppellir.

 

Seppellire lassù in montagna

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

seppellire lassù in montagna

sotto l"ombra di un bel fior.

 

E le genti che passeranno

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e le genti che passeranno

e diranno: o che bel fior!.

 

E" questo il fiore del partigiano

o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

è questo il fiore del partigiano

morto per la libertà  

___________________________

 

Bella Ciao (delle Mondine)

Facente parte del repertorio di Giovanna Daffini, è stata

riproposta recentemente dal 

gruppo "Les Anarchistes". Si tratta del canto originale

dal quale si sviluppò il canto partigiano

Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar.

E fra gli insetti e le zanzare o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

e fra gli insetti e le zanzare un dur lavor mi tocca far.

Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.

O mamma mia, o che tormento! o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

o mamma mia o che tormento io t'invoco ogni doman.

Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao

ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.

 

Bella Ciao (Il canto partigiano)

Questa è la versione del canto partigiano generalmente

conosciuta, in una versione "mediamente accettabile". 

Ma esistono innumerevoli versioni differenti a volte per una parola...

Stamattina mi sono alzato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

Stamattina mi sono alzato E ho trovato l'invasor.

O partigiano portami via o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

O partigiano portami via Che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

E se io muoio da partigiano Tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao,

E seppellire lassú in montagna Sotto l'ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao,

E le genti che passeranno Mi diranno o che bel fior.

E' questo il fiore del partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao,

E' questo il fiore del partigino Morto per la libertà.

E' questo il fiore del partigiano Morto per la libertà.

 

La "Bella Ciao della Crouzet"

Nel 1971 le operaie e gli operai della Crouzet di Milano, 

che aveva una fabbrica anche a Zingonia, furono protagonisti 

di lotte contro i licenziamenti e per migliori condizioni di lavoro.

 Ne nacque una "Bella ciao" adattata alla particolare situazione: 

Alla mattina appena alzata a Zingonia mi tocca andar. 

 con la nebbia e il brutto tempo a noi tocca anche viaggiar.

E a Zingonia noi troveremo nuovi ritmi di lavor. 

il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar.

Compagne mie, ma che tormento ma che vita ci tocca far. 

Il salvagente lui ha avanzato e a noi la barca per affondar.

Il "papà" che mi vuol bene a Zingonia mi vuol mandar.

 E senza mezzi per arrivare a Zingonia a lavorar.

 

Bella Ciao (versione inglese)

"Bella Ciao" è stato tradotto ed adattato in una caterva di lingue.

La presente è una versione inglese, di Antoinette Fawcett:

I woke this morning and all seemed peaceful 

Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao I

 woke this morning and all seemed peaceful But 

oppression still exists.

Oh freedom fighter, I want to fight too Bella ciao, bella ciao, bella ciao

ciao Oh freedom fighter, I want to fight too Against their living death.

And if I die, a freedom fighter, Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

And if I die, a freedom fighter, Then you’ll have to bury me.

Let my body rest in the mountains Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao 

Let my body rest in the mountains In the shadow of my flower.

And all the people who will pass by there Bella ciao, bella ciao,

ciao And all the people who will pass by there Will show that lovely flower.

This is the blossom of those that died here Bella ciao, bella ciao, 

ciao ciao This is the blossom of those that died here For land and liberty.

Mondine o partigiani: chi cantò prima "Bella ciao"?, Cos’è il “canto sociale”, come si lega alla battaglia politica, all’idea di musica popolare. di FRANCO FABBRI da l’Unità, 7 dicembre 2003

 

Perché la canzone "ufficiale" della Resistenza è Bella ciao, anche se i partigiani cantavano di più Fischia il vento? E cos'è la "versione delle mondine", quella inclusa nell'album ll fischio del vapore di Francesco De Gregori e Giovanna Marini? Le risposte a queste e a molte altre domande si trovano nella raccolta di saggi sul "canto sociale" di Cesare Bermani, pubblicata da Odradek col titolo Guerra guerra ai palazzi e alle chiese (un verso de L'inno dell'Internazionale, sull'aria della Marsigliese, circa 1874). Non preoccupatevi: le risposte verranno date anche qui, e il bel libro di Bermani non è una raccolta di fatterelli, buona per una serata di quiz in qualche vecchia Casa del Popolo. Tutt'altro. Ma è lo stile dell'autore, la tenacia con la quale rincorre e quasi sempre trova documenti e prove decisive, a suggerire il paradigma indiziario per questi saggi storico-antropologici rigorosi, densi, di lettura appassionante. Quasi sempre? Sì, perché ad esempio la vicenda della "versione delle mondine" di Bella ciao non è ancora conclusa, e Bermami ci lascia in sospeso al termine del saggio, dopo aver smontato e rimontato i fatti più o meno noti, e quelli di cui solo pochi ricercatori sono a conoscenza. Ci torneremo fra poco, abbiate fiducia. Ma cos'è il "canto sociale"? Dai titoli si intuisce che abbia a che fare con gli inni e le canzoni politiche e con il canto popolare. Bermani usa questa espressione consapevole delle contraddizioni insite nell'impiego disinvolto della categoria del "popolare". Se popolare, per consuetudine etnomusicologica, è sinonimo di contadino e di tradizione orale, allora gli inni di lotta, dei quali è rintracciabile un originale scritto, e che in buona parte sono nati dalla penna di intellettuali urbani, non possono essere iscritti nella categoria del popolare, se non in quanto il loro uso, la proliferazione delle modalità esecutive e delle varianti, i metodi di ricerca di chi voglia studiare questo materiale sono riconducibili a quelli tipici della musica di tradizione orale. Allora Bermani ricorre a un termine diverso per l'oggetto delle sue inquisizioni, e ci ricorda che "il canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall'altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni (...), a volte di produzione popolaresca (...), a volte interni alla produzione popolare". Insomma, in modo davvero esemplare Bermani ci mostra come per studiare un insieme di musiche occorra prima di tutto riflettere sulle categorie. E la categoria "canto sociale" riunisce musiche di origini e caratteristiche disparate, riunite dall'uso e dalla funzione. Parafrasando Gramsci si potrebbe dire: non conta se questi canti siano nati sociali, ma se sono stati accolti come tali. Difficile obiettare. Eppure, un tempo l'identificazione fra popolare e contadino esercitava un'attrazione irresistibile proprio sui ricercatori delle tradizioni, che al tempo stesso coltivavano la canzone politica cercando di modellarla su quelle tradizioni. Si discuteva se il canto popolare fosse di opposizione in sé, o se il ricercatore e l'operatore di folk revival dovesse privilegiare il repertorio che - si sarebbe detto allora - sviluppava al massimo grado la coscienza politica delle masse. Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha "trovato l'invasor" era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l'anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama "l'invenzione di una tradizione". Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l'avanzata finale nell'ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell'immediato dopoguerra come l'inno della Resistenza. Fischia il vento ha il "difetto" di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti ("il sol dell'avvenir"), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più "corretta", politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all'Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l'autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come "e tante genti che passeranno" e "bella ciao", glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente "più nero che rosso"), e la Siae dell'epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito. Il resto della vicenda lo potete trovare nel libro, splendido e utilissimo, di Bermani.

 

 

 

  

CON MORANDI A “UNO DI NOI” - Mimmo Rapisarda

Buongiorno e buona Domenica a tutti! L’avete visto Ieri sera in TV su “Uno di noi”? Eccezionale! Speriamo che questo suo stato di grazia rimanga ancora per un po’ perché se si rituffa in quei lunghi periodi di silenzio e riservatezza non lo sentiremo per un paio di anni. Ho letto  che qualcuno lo preferiva come era prima. Ma perché? Lasciamolo stare così. Non roviniamo questo incantesimo. Non lo svegliamo, facciamolo fare. Considerato che fra i componenti delle famiglie-campione dell’auditel c’è almeno il 2 % di degregoriani sfegatati e stimando in 100.000 il numero di “esauriti” in Italia che si sono bevuti tutta la puntata col dito pronto sul tasto REC, oggi possiamo confermare che i fans di De Gregori hanno aiutato la Rai a battere Maria De Filippi nella battaglia del sabato sera. Lo spettacolo di Morandi l’hanno dovuto vedere quasi tutto. Ma ne valeva la pena. Alle 21 mi sono accorto che la VHS era guasta. Mi sono dovuto rivestire, andare in garage, prendere l’auto e cercare un’altra videocassetta. Ma ne valeva la pena.

Ecco gli altri motivi perché ieri valeva la pena dedicare il mio sabato sera a RaiUno:

- ne è valsa pena perché quando alla fine dell’esecuzione de “La donna cannone” (interpretata come solo un grande della musica sa fare e offerta alla gente come un collier da donare alla donna amata) il pubblico si è alzato tutto in piedi applaudendolo mi sono sentito gelare il sangue; - ne è valsa la pena  perchè vedendo anche Ciccio spiazzato da quella forma di rispetto nei suoi confronti mi sono sentito vicino a lui e ORGOGLIOSO di essere un degregoriano; - ne è valsa la pena perché chi ieri mi diceva che “Il fischio del vapore” non gli piaceva, oggi dovrà ricredersi; - ne è valsa la pena perché ho visto De Gregori e Morandi finalmente in pace (ma sentendo Morandi ricantare Buonanotte fiorellino mi sono reso conto che De Gregori aveva effettivamente ragione); - ne è valsa la pena per l’altro brivido che mi ha regalato Francesco quando con il coro di Testaccio, Giovanna e Gianni si sono mossi tutti insieme in avanti, con lo sfondo colorato di rosso, rendendo reali i personaggi raffigurati ne “Il quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo; - ne è valsa la pena perché è stato bello vedere i componenti dell’orchestra entusiasti  di suonare per lui; - ne è valsa la pena perché ieri, dopo la standing ovation, ho visto negli occhi di Ciccio la certezza di essere ormai riconosciuto come un monumento nazionale da esportazione, come la Ferrari, Valentino, Sophia Loren, Alberto Sordi, la Torre di Pisa, O sole mio, gli spaghetti; - ne è valsa la pena perché, dopo ieri, mai più rivedrò De Gregori in diretta TV dire “stop alle telefonate”; - ne è valsa la pena perché ho visto YuYu; - ne è valsa la pena perché mi convinco sempre di più di non aver fatto male a seguire per 28 anni la musica di questo signore. Storica serata di RaiUno.

RAI. Di tutto, di più. Ma quel “di più” ieri sera non è stato certo Robbie Wiliams. Grazie Francesco! Grazie Giovanna! Grazie Gianni! (FORUM RIMMEL CLUB – DIC. 2002)  

 

 

 

O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA

 

  Do                   Sol7

O Venezia che sei la più bella

                               Do

E te di Mantova che sei la più forte

                            Sol7

Gira l’acqua d’intorno alle porte

                         Do

Sarà difficile poterti pigliar

 

O Venezia ti vuoi maritare

Ma per marito ti daremo Ancona

E per dote le chiavi di Roma

E per anello le onde del mar

 

Un bel giorno entrando in Venezia

Vedevo il sangue scorreva per terra

E i feriti sul campo di guerra

E tutto il popolo gridava pietà  

 

Sempre dal repertorio di Giovanna Daffini questa canzone, ricca di echi e suggestioni Verdiane, narra dell’insurrezione di Venezia del 1848 e della repressione Austriaca dell’anno successivo. L’ultima strofa, delicata e misteriosa, di rara intensità poetica, sembra in qualche modo evocare il sogno dell’Unità d’Italia. 

 

 

  

 

Dopo averci travolti con un’overdose di album dal vivo, De Gregori ora si fa interprete di un importante momento di (ri)scoperta del nostro patrimonio popolare, più o meno politicizzato che sia. Qualcuno leggerà anche questo episodio come un indizio di un certo esaurimento della sua vena artistica, ma chi ama la canzone d’autore non dovrebbe gridare allo scandalo se un artista non sforna il suo chilo di riso, pardon le sue dieci canzoni nuove di zecca ogni anno, ma, in attesa dell’ispirazione giusta, preferisce valorizzare brani altrui. L’ha fatto persino sua maestà Bob Dylan, perché non dovrebbe farlo il principe Ciccio? E poi, perché negarsi il piacere di ascoltarlo alle prese con "Nina ti te ricordi"? DE GREGORI SCEGLIE IL FOLK CON LA MARINI)

 

 

SACCO E VANZETTI

 

Fa

Il ventidue d'agosto

             Do7

a Boston in America

 

Sacco e Vanzetti

                Fa

sopra la sedia elettrica

         Sib

e con un colpo

            Fa

di elettricità

          Do7

all'altro mondo

              Fa

li vollero mandar.

 

Circa le undici e mezzo

giudici e la gran corte

entran poi tutti quanti

nella cella della morte

«Sacco e Vanzetti

state a sentir

dite se avete

da raccontar».

 

Sacco e Vanzetti

tranquilli e sereni

«Noi siamo innocenti

aprite le galere».

E Ior risposero

«Non c'è pietà

voi alla morte

dovete andar».