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SENTO IL FISCHIO DEL VAPORE |
IL FEROCE MONARCHICO BAVA |
IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA NAVE SIRIO |
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O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA |
LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI |
L'ATTENTATO A TOGLIATTI |
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DONNA LOMBARDA DI GUALTIERI |
BELLA CIAO |
L'ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA |
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NINA TI TE RICORDI |
SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE |
I TRENI PER REGGIO CALABRIA |
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SACCO E VANZETTI |

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Prodotto da Guido Guglielminetti |
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Giovanna Marini VOCE, CHITARRA |
Coro e banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio diretti da Silverio Cortesi
Riccardo Pellegrino VIOLINO
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Guido Guglielminetti BASSO |
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Paolo Giovenchi CHITARRE |
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Alessandro Svampa BATTERIA |
Lucio Bardi CHITARRE
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Alessandro Arianti TASTIERE |
Marco Rosini MANDOLINO |
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Toto Torquati HAMMOND |
Greg Cohen CONTRABBASSO |
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NUOVO
DISCO CON GIOVANNA MARINI. Se ancora non c’è nulla di ufficiale sul dvd natalizio
che dovrebbe documentare il tour dei quattro moschettieri Daniele-De
Gregori-Mannoia-Ron, è ormai certo che a metà novembre uscirà "Il
fischio del vapore",
nuovo album "poco cantautorale" di Francesco
De Gregori alle prese con quattordici brani della tradizione cantautorale
italiana in compagnia di Giovanna Marini, signora della canzone popolare
nostrana, protagonista della stagione della protesta e oggi apprezzata -
purtroppo ancora più in Francia che da noi - compositrice con cui Ciccio aveva
già collaborato ai tempi del "Titanic" (ricordate
"L’abbigliamento di un fuochista"?) e con la quale lo scorso 28
aprile si era ritrovato per l’inaugurazione dell’Auditorium di Roma. La
scaletta del disco, registrato in studio e non dal vivo com’era sembrato in un
primo momento, comprende brani tradizionali come "Il Sirio" o
d’autore come "Nina" del veneto Gualtiero Bertelli, ma anche pezzi
dello stesso De Gregori come appunto "L’abbigliamento del fuochista"
o "Viva l’Italia".

Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e
interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente
al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del
vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del
Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il
Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu
sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente,
quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico
dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.(RINFRESCHIAMOCI LA MEMORIA COL
NOSTRO
L'ATTENTATO A TOGLIATTI
(Marino Piazza
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Re Alle
ore undici del quattordici luglio
La7 dalla
Camera usciva Togliatti, quattro
colpi gli furono sparati
Re da
uno studente vile e senza cuor. L'onorevole,
a terra colpito, soccorso
venne immediatamente, grida
e lutto ovunque si sente, corron
subito deputati e dottor. L'assassino
è stato arrestato dai
carabinieri di Montecitorio e
davanti all'interrogatorio ha
confessato dicendo così: "«Già
da tempo io meditavo di
riuscire a questo delitto, appartengo
a nessun partito, è
uno scopo mio personal"». Rita
Montagnana, che è al Senato, coi
dottori e tutto il personale, han
condotto il marito all'ospedale sottoposto
alla operazion. L'onorato
chirurgo Valdoni, con
i ferri che sa adoperare, ha
saputo la pallottola levare e
la vita potergli serbare. Il
gesto insano, brutale e crudele al
deputato dei lavoratori, protestino
contro gli attentatori della
pace e della libertà . L'onorevole
Togliatti auguriamo che
ben presto ritorni al suo posto, a
difendere il paese nostro, l'interesse
di noi lavorator.
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Palmiro Togliatti fu gravemente ferito nel luglio del '48 da Antonio Pallante, in seguito arrestato e condannato. La meticolosa narrazione dell’accaduto ben esprime l’ansia professionale del cantastorie di non omettere il minimo particolare, e il finale rievoca felicemente il sollievo di tutti per il pronto ristabilimento di Togliatti, che valse a contenere la protesta dei lavoratori e i disordini e la repressione successivi. Un piccolo falso storico, dovuto sicuramente al perbenismo che contraddistingueva nell’Italia di allora anche la sinistra: non fu Rita Montagnana, moglie di Togliatti, ad accompagnare il marito all’ospedale, bensì Nilde Iotti, fino alla morte compagna del segretario del PCI.
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Un disco come questo sembra destinato a "parlare" ad un paio almeno
di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di
mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non
hanno mai sentito parlare?
Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di
sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L'idea di fare un disco come
questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al
Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L'attentato a
Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è
venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto
pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da
quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però
racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare
curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente
contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno.
Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un'operazione d'archivio e
polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né
mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…
C'e anche un prezzo abbordabile che aiuta …
Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una
lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno
sforzo.
In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l'arrangiamento robusto
ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico
tra i '60 e i '70…
E' un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi
accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi
sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista,
che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente
a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà,
è rimasto solo ne "L'attentato a Togliatti": il resto è stato
rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E
tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.
Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai
avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell'album
"Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell'orbita dei CSI e
del Consorzio Produttori Indipendenti?
No, il disco non l'ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la
materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a
riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando
gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo
consapevole di aggiornamento. E' stata un'operazione di una semplicità
assoluta, in fondo…
Qualche purista potrebbe risentirsene?
Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una
cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono
cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo
come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce
e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a
disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i
liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno
avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.
"Bella ciao" l'ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del
Social Forum a Firenze…E' per darle un significato diverso che avete deciso di
recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?
La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io
e Giovanna volevamo far conoscere quest'altra versione che, secondo me, è più
bella sotto l'aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è
estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per
qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C'è,
alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che
lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in
condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c'è
tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini,
sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.
E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere
nel disco…
Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il
lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione
collettiva, un po' com'è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati
Uniti.
Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in
fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E
l'ambiente è estremamente rumoroso.
L'operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….
Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L'hai
conosciuta?
Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre
sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di
una drammaticità straordinarie.
Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?
La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella
timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di
intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per
Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è
stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo,
guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani
arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La
versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su
due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c'è un'armonia fissa
sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è
arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della
band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano
completamente affascinati.
Ripeterete l'esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?
Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un
capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e
magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro
riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica.
Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che
continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a
portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi
sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di
mio fratello, Luigi Grechi.
Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell'album seguendo un
criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in
sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?
Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter
dire che se c'è un tema comune a molte canzoni dell'album questo è
l'innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e
Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…
Innocenti e vittime, tutti quanti…
Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo
la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD
vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica.
Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente
ai suoni.
Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo
storico che va da fine Ottocento agli anni '70 del secolo appena concluso. E
poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare
episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?
Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri
mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I
tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto,
cominciando a scrivermi i versi da solo, sono diventato un po' parte in causa.
Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad
esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono
bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo
voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con
l'industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e
spessore. A parte il mio pezzo, "L'abbigliamento di un fuochista", e
quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te
ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni '60 o ai
primi '70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta
programmatica.
Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed
esprimere il sentire comune?
Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al
popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la
discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata":
è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d'animo di
una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"?
Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata
oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa
essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione
in TV. C'è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni,
sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica
popolare si tratta.
Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet:
tradizione e modernità…
Mi sembra un'evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta
che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di
tutti.
In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale
venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto
meno: non abbiamo più memoria storica?
E' vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver
lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un
patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere
rielaborato. E' un codice impresso dentro di noi.
Avevi familiarità con tutte le canzoni?
Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l'ha
fatta conoscere Giovanna.
Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio.
Gli attribuisci un significato diverso, oggi?
Stiamo parlando di trent'anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le
amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei
fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le
parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.
Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe,
dunque, chi gli attribuisse un significato militante?
Io credo che si tratti di un'interpretazione sbagliata. Un disco militante
sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio
Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta
il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare
una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il
Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono
tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il
fischio del vapore" è un disco di sinistra.
Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità
politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…
Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E' vero che
molte canzoni - quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla
di Sacco e Vanzetti e di pena capitale - restano di un'attualità sconvolgente.
Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.
Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?
Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato
che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio
Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di
Pasolini". Quest'ultima l'abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta
fuori una voce da cantautore che non c'entrava nulla con il suono che doveva
avere la canzone.
Quando hai scritto "L'abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno
sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?
No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l'album "Titanic",
nell '82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci
conoscevamo dal '70, ma quello è stato l'inizio ufficiale della nostra
collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.
Dell'Italia descritta nell'album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità
di indignarci?
No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi
completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo
perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di
quell'epoca.
Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in
scaletta?
Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre
cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in
improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci
metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il
fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun'altra.
Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?
No, abbiamo registrato insieme "Viva l'Italia" ma l'abbiamo tolta
perché era una canzone troppo programmatica, che non c'entrava nulla con il
resto. E' un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come
"Viva l'Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare
ad un paese antagonista rispetto a questo governo…
Anche se in passato, come "Born in the USA" di
Springsteen, era
diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…
E' vero, ognuno l'ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla
davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E
in questo disco non c'era bisogno di una bandiera da sventolare.
Per promuovere l'album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di
un artista riservato come te…
Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi
piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo
parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco
di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla
piazza della chiesa o del comune cinquant'anni fa.
E' un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il
disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.
Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e
quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio,
non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera
sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti
giornalisti, soprattutto all'inizio, l'hanno presa con scetticismo, come
un'operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma
facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale,
e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il
cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono
disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell'organizzazione e della
produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che
abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla.
E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?
Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti,
mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli
club…
Una specie di "neverending tour"?
Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti
del gruppo c'è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi
automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a
suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima
o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in
poi, proprio non ne ho idea. (Alfredo Marziano -
Rockoil)
NINA TI TE RICORDI
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Fa
Do Fa Nina
ti te ricordi
Do
Fa Fa7 quanto
che gavemo messo
Sib
Do7 Re- a
andar su 'sto toco de leto
Si-
Do Fa insieme
a far a l'amor. Sie
ani a far i morosi a
strenserla franco su franco e
mi che sero stanco ma
no te volevo tocar. To
mare che brontolava «Quando
che se sposemo»; el
prete che racomandava che
no se doveva pecar. E
dopo se semo sposai che
quasi no ghe credeva te
giuro che a mi me pareva parfin
che fusse un pecà. Adesso
ti speti un fio e
ancuo la vita xe dura a
volte me ciapa la paura de
aver dopo tanto sbaglià. Amarse
no xe no un pecato, ma
ancuo el xe un lusso de pochi e
intanti ti Nina te speti e
mi so disocupà. E
intanto ti Nina te speti e
mi so disocupà.
|
|
|
Sol
Do Sol Alle
grida strazianti e dolenti
Re7
Sol Di
una folla che pan domandava,
Do
Sol Il
feroce monarchico Bava
Re7
Sol Gli
affamati col piombo sfamò. Furon
mille i caduti innocenti Sotto
il fuoco degli armati caini E
al furor dei soldati assassini: "Morte
ai vili!", la plebe gridò. Deh,
non rider, sabauda marmaglia: Se
il fucile ha domato i ribelli, Se
i fratelli hanno ucciso i fratelli, Sul
tuo capo quel sangue cadrà. La
panciuta caterva dei ladri, Dopo
avervi ogni bene usurpato, La
lor sete ha di sangue saziato In
quel giorno nefasto e feral. Su,
piangete mestissime madri, Quando
scura discende la sera, Per
i figli gettati in galera, In
quel giorno nefasto e feral. Su,
piangete mestissime madri, Quando
scura discende la sera, Per
i figli gettati in galera, Per
gli uccisi dal piombo fatal.
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Francesco De Gregori e Giovanna Marini all’Auditorium- Parco della Musica W l'Italia Roma, 29 aprile 2002 Un incontro tra canzone d'autore e canzone popolare stasera si riassume in due nomi: Francesco De Gregori e Giovanna Marini. Il primo non ha bisogno di presentazioni. Il secondo,
purtroppo, può capitare di doverlo introdurre. Giovanna Marini è
musicista e musicologa di fama internazionale, docente di etnomusicologia
all'Università di Parigi e tra i maggiori esperti della nostra musica De
Gregori, insolitamente loquace e spiritoso, non
convince dal punto di vista musicale: gli arrangiamenti sono poveri
timbricamente e l'organo Hammond la fa da padrone, appiattendo brani
classici"come Alice, Rimmel, Generale. Inoltre sembra mettere da
parte quell’asciuttezza quasi declaratoria, dylaniana, che sapeva
emozionare tanto. Nina ti ricordi di Gualtiero Bertelli, intonata da
entrambi, chiude il primo set. Affascinante, nella seconda parte, il
discorso "prettamente etnomusicologico" della Marini, che spiega
l'usanza di determiriate culture di affidare ai cantanti l'intonazione dei
diversi gradi della scala musicale, che hanno funzioni gerarchiche, in
base alla loro posizione sociale. Spiega le diverse sensazioni che danno gli intervalli musicali - le terze, le seste, e così via - parole che poi trasforma in esempi sonori, descrivendo tensioni armoniche e modulazioni, facendo capire che tutto è semplicemente legato a sensazioni istintive, che la costruzione mu sicale non è un fatto elitario di teorie complicate, ma profondamente umano. Commovente poi il suo racconto dell'incontro con Pasolini, il primo a parlarle della cultura musicale contadina, facendo vacillare le sue certezze di giovane istruita tradizionalmente. Il ricordo non è fatto solo di parole: tra i momenti più toccanti infatti c'è proprio il Lamento per la morte di Pasolini. Ma il coinvolgimento del pubblico è massimo sul finale, con il palco al completo e quel verso "viva l'Italia che resiste" che fa esplodere la platea in canti e applausi. Alessia Pistolini DA "L’ISOLA CHE NON C’ERA" – Luglio 2002
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BELLA CIAO
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La- Stamattina
mi sono alzato o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
Re-
La- stamattina
mi sono alzato
Mi7
La- e
ci ho trovato l'invasor. O
partigiano, portami via o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao o
partigiano, portami via che
mi sento di morir. E
se muoio da partigiano o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e
se muoio da partigiano tu
mi devi seppellir. Seppellire
lassù in montagna o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao seppellire
lassù in montagna sotto
l"ombra di un bel fior. E
le genti che passeranno o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e
le genti che passeranno e
diranno: o che bel fior!. E"
questo il fiore del partigiano o
bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao è
questo il fiore del partigiano morto
per la libertà ___________________________
Bella Ciao (delle Mondine) Facente parte del repertorio di Giovanna Daffini, è stata riproposta recentemente dal gruppo "Les Anarchistes". Si tratta del canto originale dal quale si sviluppò il canto partigiano Alla mattina appena alzata o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar. E fra gli insetti e le zanzare o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e fra gli insetti e le zanzare un dur lavor mi tocca far. Il capo in piedi col suo bastone o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar. O mamma mia, o che tormento! o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao o mamma mia o che tormento io t'invoco ogni doman. Ma verrà un giorno che tutte quante o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà.
Bella Ciao (Il canto partigiano) Questa è la versione del canto partigiano generalmente conosciuta, in una versione "mediamente accettabile". Ma esistono innumerevoli versioni differenti a volte per una parola... Stamattina mi sono alzato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, Stamattina mi sono alzato E ho trovato l'invasor. O partigiano portami via o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, O partigiano portami via Che mi sento di morir. E se io muoio da partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, E se io muoio da partigiano Tu mi devi seppellir. E seppellire lassù in montagna, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao, E seppellire lassú in montagna Sotto l'ombra di un bel fior. E le genti che passeranno o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, E le genti che passeranno Mi diranno o che bel fior. E' questo il fiore del partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao, E' questo il fiore del partigino Morto per la libertà. E' questo il fiore del partigiano Morto per la libertà.
La "Bella Ciao della Crouzet" Nel 1971 le operaie e gli operai della Crouzet di Milano, che aveva una fabbrica anche a Zingonia, furono protagonisti di lotte contro i licenziamenti e per migliori condizioni di lavoro. Ne nacque una "Bella ciao" adattata alla particolare situazione: Alla mattina appena alzata a Zingonia mi tocca andar. con la nebbia e il brutto tempo a noi tocca anche viaggiar. E a Zingonia noi troveremo nuovi ritmi di lavor. il capo in piedi col suo bastone e noi curve a lavorar. Compagne mie, ma che tormento ma che vita ci tocca far. Il salvagente lui ha avanzato e a noi la barca per affondar. Il "papà" che mi vuol bene a Zingonia mi vuol mandar. E senza mezzi per arrivare a Zingonia a lavorar.
Bella Ciao (versione inglese) "Bella Ciao" è stato tradotto ed adattato in una caterva di lingue. La presente è una versione inglese, di Antoinette Fawcett: I woke this morning and all seemed peaceful Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao I woke this morning and all seemed peaceful But oppression still exists. Oh freedom fighter, I want to fight too Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao Oh freedom fighter, I want to fight too Against their living death. And if I die, a freedom fighter, Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao And if I die, a freedom fighter, Then you’ll have to bury me. Let my body rest in the mountains Bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao Let my body rest in the mountains In the shadow of my flower. And all the people who will pass by there Bella ciao, bella ciao, ciao And all the people who will pass by there Will show that lovely flower. This is the blossom of those that died here Bella ciao, bella ciao, ciao ciao This is the blossom of those that died here For land and liberty. |
Mondine o partigiani: chi cantò prima "Bella ciao"?, Cos’è il “canto sociale”, come si lega alla battaglia politica, all’idea di musica popolare. di FRANCO FABBRI da l’Unità, 7 dicembre 2003
Perché la canzone "ufficiale" della Resistenza è Bella ciao, anche se i partigiani cantavano di più Fischia il vento? E cos'è la "versione delle mondine", quella inclusa nell'album ll fischio del vapore di Francesco De Gregori e Giovanna Marini? Le risposte a queste e a molte altre domande si trovano nella raccolta di saggi sul "canto sociale" di Cesare Bermani, pubblicata da Odradek col titolo Guerra guerra ai palazzi e alle chiese (un verso de L'inno dell'Internazionale, sull'aria della Marsigliese, circa 1874). Non preoccupatevi: le risposte verranno date anche qui, e il bel libro di Bermani non è una raccolta di fatterelli, buona per una serata di quiz in qualche vecchia Casa del Popolo. Tutt'altro. Ma è lo stile dell'autore, la tenacia con la quale rincorre e quasi sempre trova documenti e prove decisive, a suggerire il paradigma indiziario per questi saggi storico-antropologici rigorosi, densi, di lettura appassionante. Quasi sempre? Sì, perché ad esempio la vicenda della "versione delle mondine" di Bella ciao non è ancora conclusa, e Bermami ci lascia in sospeso al termine del saggio, dopo aver smontato e rimontato i fatti più o meno noti, e quelli di cui solo pochi ricercatori sono a conoscenza. Ci torneremo fra poco, abbiate fiducia. Ma cos'è il "canto sociale"? Dai titoli si intuisce che abbia a che fare con gli inni e le canzoni politiche e con il canto popolare. Bermani usa questa espressione consapevole delle contraddizioni insite nell'impiego disinvolto della categoria del "popolare". Se popolare, per consuetudine etnomusicologica, è sinonimo di contadino e di tradizione orale, allora gli inni di lotta, dei quali è rintracciabile un originale scritto, e che in buona parte sono nati dalla penna di intellettuali urbani, non possono essere iscritti nella categoria del popolare, se non in quanto il loro uso, la proliferazione delle modalità esecutive e delle varianti, i metodi di ricerca di chi voglia studiare questo materiale sono riconducibili a quelli tipici della musica di tradizione orale. Allora Bermani ricorre a un termine diverso per l'oggetto delle sue inquisizioni, e ci ricorda che "il canto sociale è quindi, sin dalle sue origini, fenomeno di frontiera tra culture ufficiali (sia dominante che di opposizione) da un lato e culture popolari dall'altro, utilizza a volte testi e musiche provenienti dalle culture egemoni (...), a volte di produzione popolaresca (...), a volte interni alla produzione popolare". Insomma, in modo davvero esemplare Bermani ci mostra come per studiare un insieme di musiche occorra prima di tutto riflettere sulle categorie. E la categoria "canto sociale" riunisce musiche di origini e caratteristiche disparate, riunite dall'uso e dalla funzione. Parafrasando Gramsci si potrebbe dire: non conta se questi canti siano nati sociali, ma se sono stati accolti come tali. Difficile obiettare. Eppure, un tempo l'identificazione fra popolare e contadino esercitava un'attrazione irresistibile proprio sui ricercatori delle tradizioni, che al tempo stesso coltivavano la canzone politica cercando di modellarla su quelle tradizioni. Si discuteva se il canto popolare fosse di opposizione in sé, o se il ricercatore e l'operatore di folk revival dovesse privilegiare il repertorio che - si sarebbe detto allora - sviluppava al massimo grado la coscienza politica delle masse. Ecco, la storia della Bella ciao delle mondine inizia da qui. Quando Giovanna Daffini, mondina e cantastorie, cantò davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi una Bella ciao nella quale ai noti versi del partigiano che ha "trovato l'invasor" era sostituita la descrizione di una giornata di lavoro delle mondine, non parve vero di aver rintracciato l'anello mancante fra un inno di lotta, espressione della più alta coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino. Nonostante qualche incongruenza e qualche sospetto, la versione venne accettata. E il Nuovo Canzoniere Italiano nel 1964 partecipò al Festival di Spoleto con lo spettacolo dal titolo Bella ciao. In quegli anni dei primi governi di centro-sinistra si compie quella che Bermani, riprendendo il concetto da Hobsbawm, chiama "l'invenzione di una tradizione". Bella ciao, una canzone cantata durante la Resistenza da sparse formazioni emiliane, e da membri delle truppe regolari durante l'avanzata finale nell'ltalia centrale viene sempre più frequentemente preferita nelle manifestazioni unitarie a Fischia il vento, canto di larghissima diffusione fra tutte le formazioni partigiane, riconosciuto nell'immediato dopoguerra come l'inno della Resistenza. Fischia il vento ha il "difetto" di essere basata su una melodia russa, di contenere espliciti riferimenti socialcomunisti ("il sol dell'avvenir"), di essere stata cantata soprattutto dai garibaldini. Bella ciao è più "corretta", politicamente e perfino culturalmente, anche se molti partigiani del Nord non la conoscevano nemmeno. Era poi un canto delle mondine, no? No. Nel maggio del 1965 arriva una lettera all'Unità. La scrive Vasco Scansani, da Gualtieri, lo stesso paese della Daffini. Dice di essere lui l'autore della Bella ciao delle mondine, e di averla scritta nel 1951, basandosi sulla versione partigiana. Dice che la Daffini gli ha chiesto le parole, nel 1963. Allarmatissimi i ricercatori del Nuovo Canzoniere Italiano interrogano Scansani e la Daffini: si rendono conto, nella confusione delle testimonianze, che il mondo dei cantori popolari è più complesso e contaminato di quanto non credessero, che ci sono esigenze di repertorio, desiderio di compiacere il pubblico, e di compiacere gli stessi ricercatori. Parte un nuovo studio, si individuano tracce di Bella ciao in vari canti popolari, non si esclude che fossero parte anche del repertorio delle mondine: ma no, quella versione della Daffini è posteriore alla Bella ciao dei partigiani. La storia, come ho anticipato, non è finita: nel 1974 salta fuori un altro preteso autore di Bella ciao, ma di una versione del 1934: è Rinaldo Salvadori, ex carabiniere, che avrebbe scritto una canzone, La risaia, per amore di una ragazza marsigliese che andava anche a fare la mondina. Il testo, con versi come "e tante genti che passeranno" e "bella ciao", glielo avrebbe messo a posto Giuseppe Rastelli (futuro autore di Papaveri e papere, politicamente "più nero che rosso"), e la Siae dell'epoca fascista ne avrebbe rifiutato il deposito. Il resto della vicenda lo potete trovare nel libro, splendido e utilissimo, di Bermani.
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CON MORANDI
A “UNO DI NOI” - Mimmo
Rapisarda
Buongiorno e buona Domenica a tutti! L’avete visto Ieri sera in TV su “Uno di noi”? Eccezionale! Speriamo che questo suo stato di grazia rimanga ancora per un po’ perché se si rituffa in quei lunghi periodi di silenzio e riservatezza non lo sentiremo per un paio di anni. Ho letto che qualcuno lo preferiva come era prima. Ma perché? Lasciamolo stare così. Non roviniamo questo incantesimo. Non lo svegliamo, facciamolo fare. Considerato che fra i componenti delle famiglie-campione dell’auditel c’è almeno il 2 % di degregoriani sfegatati e stimando in 100.000 il numero di “esauriti” in Italia che si sono bevuti tutta la puntata col dito pronto sul tasto REC, oggi possiamo confermare che i fans di De Gregori hanno aiutato la Rai a battere Maria De Filippi nella battaglia del sabato sera. Lo spettacolo di Morandi l’hanno dovuto vedere quasi tutto. Ma ne valeva la pena. Alle 21 mi sono accorto che la VHS era guasta. Mi sono dovuto rivestire, andare in garage, prendere l’auto e cercare un’altra videocassetta. Ma ne valeva la pena.
Ecco gli altri motivi perché ieri valeva la pena dedicare
il mio sabato sera a RaiUno:
- ne è valsa pena perché quando alla fine
dell’esecuzione de “La donna cannone” (interpretata come solo un grande
della musica sa fare e offerta alla gente come un collier da donare alla donna
amata) il pubblico si è alzato tutto in piedi applaudendolo mi sono sentito
gelare il sangue; - ne è valsa la pena perchè vedendo anche Ciccio spiazzato
da quella forma di rispetto nei suoi confronti mi sono sentito vicino a lui e
ORGOGLIOSO di essere un degregoriano; - ne è valsa la pena perché chi ieri mi
diceva che “Il fischio del vapore” non gli piaceva, oggi dovrà ricredersi;
- ne è valsa la pena perché ho visto De Gregori e Morandi finalmente in pace
(ma sentendo Morandi ricantare Buonanotte fiorellino mi sono reso conto che De
Gregori aveva effettivamente ragione); - ne è valsa la pena per l’altro
brivido che mi ha regalato Francesco quando con il coro di
Testaccio, Giovanna e
Gianni si sono mossi tutti insieme in avanti, con lo sfondo colorato di rosso,
rendendo reali i personaggi raffigurati ne “Il quarto Stato” di Giuseppe
Pellizza da Volpedo; - ne è valsa la pena perché è stato bello vedere i
componenti dell’orchestra entusiasti di
suonare per lui; - ne è valsa la pena perché ieri, dopo la standing ovation,
ho visto negli occhi di Ciccio la certezza di essere ormai riconosciuto come un
monumento nazionale da esportazione, come la Ferrari, Valentino, Sophia Loren,
Alberto Sordi, la Torre di Pisa, O sole mio, gli spaghetti; - ne è valsa la
pena perché, dopo ieri, mai più rivedrò De Gregori in diretta TV dire “stop
alle telefonate”; - ne è valsa la pena perché ho visto YuYu; - ne è valsa
la pena perché mi convinco sempre di più di non aver fatto male a seguire per
28 anni la musica di questo signore. Storica serata di RaiUno.
RAI. Di tutto, di più. Ma quel “di più” ieri sera non è stato certo Robbie Wiliams. Grazie Francesco! Grazie Giovanna! Grazie Gianni! (FORUM RIMMEL CLUB – DIC. 2002)
O VENEZIA CHE SEI LA PIU' BELLA
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Do
Sol7 O
Venezia che sei la più bella
Do E
te di Mantova che sei la più forte
Sol7 Gira
l’acqua d’intorno alle porte
Do Sarà
difficile poterti pigliar O
Venezia ti vuoi maritare Ma
per marito ti daremo Ancona E
per dote le chiavi di Roma E
per anello le onde del mar Un
bel giorno entrando in Venezia Vedevo
il sangue scorreva per terra E
i feriti sul campo di guerra E
tutto il popolo gridava pietà
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Sempre dal repertorio di Giovanna
Daffini questa canzone, ricca
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Dopo
averci travolti con un’overdose di album dal vivo, De Gregori ora si fa
interprete di un importante momento di (ri)scoperta del nostro patrimonio
popolare, più o meno politicizzato che sia. Qualcuno leggerà anche questo
episodio come un indizio di un certo
esaurimento della sua vena artistica, ma chi ama la canzone d’autore non
dovrebbe gridare allo scandalo se un artista non sforna il suo chilo di riso,
pardon le sue dieci canzoni nuove di zecca ogni anno, ma, in attesa dell’ispirazione
giusta, preferisce valorizzare brani altrui. L’ha fatto persino sua maestà
Bob Dylan, perché non dovrebbe farlo il principe Ciccio? E poi, perché negarsi
il piacere di ascoltarlo alle prese con "Nina ti te ricordi"? DE
GREGORI SCEGLIE IL FOLK CON LA MARINI)

SACCO E VANZETTI
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Fa Il
ventidue d'agosto
Do7 a
Boston in America Sacco
e Vanzetti
Fa sopra
la sedia elettrica
Sib e
con un colpo
Fa di
elettricità
Do7 all'altro
mondo
Fa li
vollero mandar. Circa
le undici e mezzo giudici
e la gran corte entran
poi tutti quanti nella
cella della morte «Sacco
e Vanzetti state
a sentir dite
se avete da
raccontar». Sacco
e Vanzetti tranquilli
e sereni «Noi
siamo innocenti aprite
le galere». E
Ior risposero «Non
c'è pietà voi
alla morte dovete
andar». Entra
poi nella cella il
bravo confessore domanda
a tutti e due la
santa religione. Sacco
e Vanzetti con
grande espressione «Noi
moriremo senza
religion». E
tutto il mondo intero reclama
la loro innocenza ma
il presidente Fuller non
ebbe più clemenza «Siano
pure di
qualunque nazion noi
li uccidiamo con
gran ragion». «Addio
moglie e figlio a
te sorella cara. E
noi per tutti e due c'è
pronta già la bara. Addio
amici, in
cuor la fe', viva
l'Italia e
abbasso il re. Addio
amici, in
cuor la fe', viva
l'Italia e abbasso il re.
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Nicola
Sacco (1891-1927) e Bartolomeo Vanzetti (1888-1927) furono due anarchici
italiani che vennero arrestati, processati e giustiziati negli Stati Uniti
negli anni '20, con l'accusa di omicidio di un contabile e di una guardia
di una fabbrica di scarpe. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi
già all'epoca del loro processo;non vennero nemmeno assolti dopo che un
altro uomo ammise, nel 1925, la responsabilità di quei crimini. Sacco,
di origine pugliese, di professione faceva il ciabattino mentre Vanzetti -
che gli amici chiamavano Tumlin, ed era originario di Villafalletto, Cuneo
- gestiva una rivendita di pesci. Furono giustiziati sulla sedia elettrica
a Dedham, Massachusetts, il 23 agosto 1927. Arrivarono
entrambi negli Usa nel 1908, senza conoscersi tra loro. Sacco aveva
diciassette anni e Vanzetti venti. Quest'ultimo, al processo, descriverà
così l'esperienza dell'immigrazione: "Al centro immigrazione, ebbi
la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non
una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello
di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America".
E in seguito scrisse: "Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella
era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e
non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare
a me". Sacco,
che in Italia era stato calzolaio di professione, trovò lavoro in una
fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Si sposò e andò ad
abitare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia,
Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Nonostante ciò,
partecipava attivamente alle manifestazioni operaie dell'epoca, attraverso
le quali i lavoratori chiedevano salari più alti e migliori condizioni di
lavoro. In tali occasioni teneva spesso dei discorsi. A causa di queste
attività venne arrestato nel 1916. Vanzetti
fece molti lavori, prendeva tutto ciò che gli capitava. Lavorò in varie
trattorie, in una cava, in un'acciaieria e in una fabbrica di cordami, la
Plymouth Cordage Company. Leggeva molto: Marx, Darwin, Hugo, Gorkij,
Tolstoj, Zola e Dante furono tra i suoi autori preferiti. Nel 1916 guidò
uno sciopero contro la Plymouth e per questo motivo nessuno volle più
dargli un lavoro. Si mise quindi in proprio, facendo il pescivendolo. Fu
in quell'anno che "Nick" e "Bart" si conobbero ed
entrarono entrambi a far parte di un gruppo anarchico italoamericano.
Tutto il collettivo fuggì in Messico per evitare la chiamata alle armi,
non per vigliaccheria ma perché per un anarchico non c'è niente di
peggiore che morire per uno stato. Nicola
e Bartolomeo tornarono nel Massachussets dopo la guerra, ma non sapevano
di essere inclusi in una lista di sovversivi compilata dal Ministero di
Giustizia, nè di essere pedinate dagli agenti segreti Usa. Nella stessa
lista era incluso anche un amico di Vanzetti, il tipografo Andrea Salsedo.
Questi, il 3 maggio 1920, venne assassinato dalla polizia in un modo che
non può non ricordare la storia di Giuseppe Pinelli: venne buttato dal
quattordicesimo piano di un edificio appartenente al Ministero di
Giustizia. Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per far luce su
questa vicenda, comizio che avrebbe dovuto avere luogo a Brockton il 9
maggio. Purtroppo però i due vennero arrestati prima, e l'imputazione fu
il possesso dei volantini che pubblicizzavano tale iniziativa. Per tale
reato rischiavano fino a un anno di carcere. Nel mentre, però, vennero
accusati del doppio Alla
base del verdetto di condanna - a parere di molti - vi furono da parte di
polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria pregiudizi e una forte
volontà di perseguire una politica del terrore suggerita dal ministro
della giustizia Palmer e culminata nella vicenda delle deportazioni. Sotto
questo aspetto, Sacco e Vanzetti venivano considerati due "agnelli
sacrificali" utili per testare la nuova linea di condotta contro gli
avversari del governo. Erano infatti immigrati italiani con una
comprensione imperfetta della lingua inglese (migliore in Vanzetti, che
terrà un famoso discorso, in occasione della lettura del verdetto di
condanna a morte); erano inoltre note le loro idee politiche radicali. Il
giudice Webster Thayer li definì senza mezze parole due anarchici
bastardi. Si
trattava di un periodo della storia americana caratterizzato da una
intensa paura dei comunisti, la paura rossa del 1917 - 1920. Né Sacco né
Vanzetti avevano avuto precedenti con la giustizia, né si consideravano
comunisti, ma erano conosciuti dalle autorità locali come militanti
radicali che erano stati coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e
propaganda contro la guerra. Sacco
e Vanzetti si ritenevano vittime del pregiudizio sociale e politico.
Vanzetti, in particolare, ebbe a dire rivolgendosi per l'ultima volta al
giudice Thayer: "Io non
augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata
creatura della Terra — io non augurerei a nessuna di queste ciò che io
ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia
convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto
soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io
ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano
[...]" (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham,
Massachusetts) Ed
è proprio in questo senso che oggi molti anarchici sostengono che i loro
compagni ingiustamente incarcerati o uccisi non sono affatto innocenti;
sono invece perseguitati perché sono ciò che sono, e dal punto di vista
del potere, sostengono, non vi è alcun errore di giudizio. Quando
il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al
palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ben dieci giorni,
fino alla data dell'esecuzione. Il corteo attraversò il fiume e le strade
sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia
nazionale li attendevano dinanzi al carcere e sopra le sue mura vi erano
mitragliatrici puntate verso i manifestanti. Dopo
la morte dei due anarchici, due catafalchi furono eretti nella camera
ardente. Kenneth Whistler vi si recò e spiegò sui catafalchi un enorme
striscione, sul quale era scritta una frase pronunciata dal giudice Thayer,
rivolta a un amico, pochi giorni dopo aver pronunciato la sentenza:
"Hai visto che cosa ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro
giorno?". |

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THE
BALLAD OF SACCO & VANZETTI (testo di Baez - musica di Morricone) |
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PARTE 1
"Portatemi
i vostri stanchi e i vostri poveri
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PARTE 2
Sì
Padre, son carcerato |
PARTE 3
Figlio
mio, invece di piangere sii forte
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HERE'S
TO YOU |
Here's
to you Nicola and Bart |
Vi
rendo omaggio Nicola e Bart |

La memoria in musica. Giovanna Marini si racconta
Giovanna Marini è nata a Roma nel 1937 da una famiglia di musicisti. Studia composizione con i maestri Ferdinandi e Pinelli. Nel 1959 consegue il diploma di chitarra classica presso il Conservatorio romano di Santa Cecilia, dove impara a suonare altri strumenti antichi. Studia anche musica medioevale e rinascimentale. Partendo da una cultura classica, si avvicina in seguito alla cultura contadina. Compie ricerche etnografiche, trascrive e suona i canti popolari delle varie regioni d’Italia facendosi portavoce del canto sociale insieme ad altri musicisti del Nuovo canzoniere italiano. Nel 1975 fonda insieme ad altri musicisti la Scuola popolare di musica di Testaccio a Roma. Impossibile dar conto di tutte le sue incisioni. Ricordiamo le ultime due: Il fischio del vapore con Francesco De Gregori (2001), Buongiorno e buonasera (2002).
Vorrei partire dagli albori della sua carriera. Per quale motivo decise di
approfondire lo studio della musica trobadorica?
Accadde per caso, nel 1958 quando mi trovavo a Siena all’Accademia Chigiana a
seguire i corsi di Andres Segovia. Al piano superiore, mi ricordo, c’era il
maestro Pujol: un magnifico insegnante di liuto e musica trobadorica che
insegnava le tablature, un antico modo di scrivere utilizzato anche dagli Aedi.
Ero molto interessata allo studio del Liuto e degli strumenti a corde. Per
questo motivo decisi di seguire, ma solo da uditrice, quelle lezioni.
Nei primi anni Sessanta portò i canti popolari e di lavoro al Folkstudio di
Roma. Come vennero accolti?
Riproposi i canti popolari e di lavoro insieme a Maria Teresa Bulciolu, anche se
in quel periodo non eravamo le sole. C’erano altri come Otello Prefazio e
questo tipo di musica era accolta molto bene. Personalmente ho amato molto il
canto popolare americano, per esempio i classici di Woody Guthrie. Poi ho
cominciato ad apprezzare anche quelli italiani.
Dopo i primi dischi entra, a far parte del Nuovo canzoniere italiano, cosa
ricorda volentieri di quel periodo?
Ne entrai a far parte nel 1963, cosa ricordo più volentieri? Beh, la vita di
allora era molto eccitante e avventurosa, ma la cosa più bella sono sempre
stati i viaggi, in macchina o in treno, questi viaggi lunghissimi con Michele
Straniero grande intellettuale, grande ricercatore e poeta che era una fonte
inesauribile di conoscenza, un ragazzo coltissimo seppur giovane. Ricordo quei
momenti quando si parlava per ore, si stava insieme e le riunioni duravano fino
alle tre, le quattro del mattino dentro la cascina di Piadana, la cascina dei
cantori di Piadana. Sono ricordi straordinari che non passeranno mai, anche le
camminate fatte per raggiungere i luoghi dove dovevamo cantare che tante volte
non erano raggiungibili in macchina e talvolta perdevamo l’ultimo trenino.
Ricordo una sera che facemmo quasi dieci chilometri a piedi con Ivan Della Mea
in testa che ci guidava raccontando cose divertentissime prima dello spettacolo
di Spoleto. C’era uno stare insieme che non si è più ripetuto, forse si
ripete adesso con i miei allievi, ma senza quel senso di urgenza che avevamo
noi. A quel tempo c’era proprio un senso di necessità di queste cose. Adesso
c’è meno urgenza e forse più saggezza nella riflessione, ma allo stesso modo
c’è uno spirito di grande unione fra le persone che amo moltissimo: un corpo
unico nella diversità delle persone.
Lei ha vissuto un periodo negli Stati Uniti e subito dopo il 1966 ha composto
“Vi parlo dell’America”. Com’era l’America di quegli anni?
Era terribilmente somigliante all’Italia di adesso e questo mi fa molta
impressione. Quella America dove non si poteva andare a piedi, senza macchina,
perché si rischiava di essere aggrediti, dove tutti facevano una vita molto
uniforme, molto uguale. Noi eravamo favoriti perché abitavamo a Cambridge,
città universitaria di Haward e Mit, mentre chi viveva nella città vecchia non
poteva girare di notte. Un’altra somiglianza con la nostra Italia erano le
scuole pubbliche, costruzioni prefabbricate, fatte apposta per non fare arrivare
i loro ragazzi all’Università perché all’Università dovevano andarci solo
quelli della scuola privata o in qualche rarissimo caso qualcuno della scuola
pubblica che riusciva a prendere la borsa di studio. Proprio come stanno
cercando di fare adesso qui da noi, in Italia.
Quando lei era in America, ci fu l’assassinio di J. F. Kennedy. Come
reagirono gli studenti e gli intellettuali?
C’era un lutto profondo, perché Kennedy era amatissimo dalla maggioranza
degli studenti e da tutti gli intellettuali. Il presidente aveva dato una grande
spinta innovativa e una speranza di cambiamento radicale alla società
americana. I giovani si fidavano di lui. Fu un duro colpo il suo assassinio.
E gli anni della guerra in Vietnam?
La protesta contro quel conflitto fu folgorante. Pensi che l’America era un
paese dove non si poteva scioperare, non era permesso fare marce di protesta.
Infatti, eravamo tutti costantemente spintonati dalla polizia e portati via. La
protesta coinvolse larghi strati di società civile: moltissimi intellettuali e
docenti persero il posto di lavoro solo per il fatto di essersi opposti all’atteggiamento
guerrafondaio e imperialista dello Stato americano.
Insomma, era un’America piena di conflitti?
Sicuramente un’America con molti conflitti che assomigliava terribilmente all’Italia
di adesso. Immense zone commerciali dove tutti dovevano comprare. Mi ricordo
questo incubo: comprate, comprate! Come vede, l’Italia aziendalistica di oggi
non ha fatto altro che copiare il modello statunitense.
Perché ha deciso di tornare in Italia?
Dopo due anni e mezzo siamo tornati in Italia, perché non era possibile
restare: non c’era assistenza sanitaria, i bambini dovevano per forza andare
alla scuola pubblica dove sapevamo che non gli avrebbero insegnato niente.
Portarli alla privata non era possibile, perché mio marito prendeva lo
stipendio del Cnr italiano che non era assolutamente sufficiente per vivere in
America.
Come vede gli Stati Uniti di oggi?
Li vedo male, li vedo malissimo perché sono in mano a Bush e ai signori della
guerra. Ritengo la rielezione di questo volgare guerrafondaio una tragedia per l’umanità.
Peccato, perché l’America è un grande paese. Mi ricordo ancora quando
giravamo col pullman insieme ai bambini e vedevamo queste zone bellissime.
Vedevo la gente che lavorava i campi e dicevo “mamma mia, questo è un grande
paese, potrebbe essere un paese straordinario, ha proprio una grande anima”.
Pensavo alla storia di ribellione dei neri, a Malcom X, a Martin Luther King.
“I treni per Reggio Calabria” del 1975 è una delle sue ballate più
note. Cosa prova, quando canta trent’anni dopo “Il treno era pieno di
bandiere rosse”?
Sono molto sensibile a quel verso. Lo canto spesso in luoghi dove so che non è
gradito: voglio vedere la reazione del pubblico. Ma siccome quello è un pezzo
di bravura, perché bisogna ricordarsi tutte quelle parole e dirle tutte quante
in modo comprensibile mantenendo un ritmo da talking blues. La gente rimane
colpita da questo e applaude lo stesso. Quanto a me, provo una grande nostalgia:
sembrava che fosse dato per scontato che ci sarebbero sempre state le bandiere
rosse.
Le bandiere rosse non sono scomparse del tutto…
E’ vero, non sono scomparse del tutto. Però si sono stinte in rosa e
talvolta, nemmeno troppo di rado, trovo difficoltà a focalizzare il rosso. E’
un pasticcio, una mistura di colori senza identità. La mia bandiera resta
rossa.
Lei incise in Francia nel 1984 “Pour Pier Paolo”. E in Italia “Partenze”
nel 1995. Cosa rappresentava e cosa rappresenta oggi Pasolini per la nostra
cultura?
Spero che per la nostra cultura – ma non ne sono sicura – rappresenti quello
che rappresenta per la Francia e per la Germania. In quei due paesi europei,
Pasolini è considerato un grandissimo: come poeta, filosofo, pensatore, uomo di
cinema, come genio multiforme, grande insegnante e docente. Io, quando canto
quei pezzi di Pasolini ho sempre una grandissima commozione. Li ho cantati in
Belgio recentemente e hanno riscosso un grande successo. Spero di poterlo
cantare anche in Italia, come ho già fatto nel passato con De Gregori.
Ha citato De Gregori. In “Il fischio del vapore”, nel brano “Sento il
fischio del vapore” si parla di solidarietà di classe, coscienza politica ed
emancipazione femminile. Secondo lei sono concetti ancora attuali?
Non so se siano concetti attuali nel senso che la gente ne parla o cerca di
viverli, ma ce n’è bisogno. Sono attuali perché se ne sente la mancanza.
Probabilmente, per i nostri politici è ingombrante parlare di coscienza di
classe: magari hanno paura di scontentare una parte di borghesia alleata o
qualche banchiere progressista. C’è però a mio avviso bisogno di
solidarietà. Nessuno può pensare di fare per sé, nessuno deve pensare che
aiutare gli altri sia una perdita di tempo. Lo stare bene è un diritto di
tutti, non è possibile continuare a vivere con questa corsa del privato, del
singolo, perdendo completamente di vista la società e lo stare insieme.
Alcune canzoni di quel Cd provengono dal repertorio di Giovanna Daffini. Chi
era questa straordinaria mondina cantastorie?
Era una donna molto intelligente, simpaticissima e affettuosa, una mondina
emiliana morta nel 1969, all’età di 54 anni. Aveva fatto la cantastorie col
padre e quando fu consapevole del valore dei canti che aveva imparato nella
monda li ha insegnati, spiegati e divulgati. Giovanna aveva una voce con il
vibrato, quasi da operetta, dall’imposto vocale classico della cantastorie.
Ne “Il tragico naufragio della nave Sirio” concorda che ci sia una
similitudine drammatica con la situazione attuale dove le bagnarole affondano?
Questo è proprio il motivo per cui noi la cantiamo, perché la nave Sirio era
una bagnarola piena di disperati alla ricerca di una nuova vita. Insomma, è un
racconto terribilmente attuale. Ivano Malcotti

SALUTEREMO IL SIGNOR PADRONE
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Re
La7 Saluteremo
il signor padrone
Re Per
il male che ci ha fatto
La7 Che
ci ha sempre maltrattato
Re Fino
all’ultimo momen’ Saluteremo
il signor padrone
Per
la sua risera neta
Pochi
soldi in la casseta
Ed
i debiti a pagar
Re Macchinista
macchinista faccia sporca
La7 Metti
l’olio nei stantuffi Di
risaia siamo stufi
Re Di
risaia siamo stufi Macchinista
macchinista faccia sporca Metti
l’olio nei stantuffi Di
risaia siamo stufi A
casa nostra vogliamo andar Con
un piede con un piede sulla staffa E
quell’altro sul vagone Ti
saluto cappellone Ti
saluto cappellone Con
un piede con un piede sulla staffa E
quell’altro sul vagone Ti
saluto cappellone
|
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I TRENI PER REGGIO CALABRIA
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Andavano
col treno giù nel meridione per
fare una grande manifestazione il
ventidue d'ottobre del settantadue in
curva il treno che pareva un balcone quei
balconi con la coperta per la processione il
treno era coperto di bandiere rosse slogans,
cartelli e scritte a mano da
Roma Ostiense mille e duecento operai vecchi,
giovani e donne con
i bastoni e le bandierearrotolati portati
tutti a mazzo sulle spalle Il
treno parte e pare un incrociatore tutti
cantano bandiera rossa dopo
venti minuti che siamo in cammino si
ferma e non vuole più partire si
parla di una bomba sulla ferrovia il
treno torna alla stazione tutti
corrono coi megafoni in mano richiamano
"andiamo via Cassino compagni
da qui a Reggio è tutto un campo minato, chi
vuole si rimetta in cammino" dopo
un'ora quel treno che pareva un balcone ha
ripreso la sua processione anche
a Cassino la linea è saltata siamo
tutti attaccati al finestrino Roma
ostiense Cisterna Roma termini Cassino adesso
siamo a Roma tiburtino Il
treno di Bologna è saltato a Priverno è
una notte una notte d'inferno i
feriti tutti sono ripartiti caricati
sopra un altro treno funzionari
responsabili sindacalisti sdraiati
sulle reti dei bagagli per
scrutare meglio la massicciata si
sono tutti addormentati dormono
dormono profondamente sopra
le bombe non sentono più niente l'importante
adesso è di essere partiti ma
i giovani hanno gli occhi spalancati vanno
in giro tutti eccitati mentre
i vecchi sono stremati dormono
dormono profondamente sopra
le bombe non sentono più niente famiglie
intere a tre generazioni son
venute tutte insieme da Torino vanno
dai parenti fanno una dimostrazione dal
treno non è sceso nessuno la
vecchia e la figlia alle rifiniture il
marito alla verniciatura la
figlia della figlia alle tappezzerie stanno
in viaggio ormai da più di venti ore aspettano
seduti sereni e contenti sopra
le bombe non gliene importa niente aspettano
che è tutta una vita che
stanno ad aspettare per
un certificato mattinate intere anni
e anni per due soldi di pensione erano
venti treni più forti del tritolo guardare
quelle facce bastava solo con
la notte le stelle e con la luna i
binari stanno luccicanti mai
guardati con tanta attenzione e
camminato sulle traversine mai
individuata una regione dai
sassi della massicciata dalle
chine di erba sulla vallata dai
buchi che fanno entrare il mare piano
piano a passo d'uomo pareva
che il treno si facesse portare tirato
per le briglie come un cavallo tirato
dal suo padrone a
Napoli la galleria illuminata bassa
e sfasciata con la fermata il
treno che pareva un balcone qualcuno
vuol salire attenzione non
fate salire nessuno può
essere una provocazione si
sporgono coi megafoni in mano e
un piede sullo scalino e
gridano gridano quello che hanno in mente solo
comizi la gente sente ora
passa la notte e con la luce la
ferrovia è tutta popolata contadini
e pastori che l'hanno sorvegliata col
gregge sparpagliato la
Calabria ci passa sotto i piedi ci passa dal
tetto di una casa una signora grassa fa
le corna e alza una mano e
un gruppo di bambini ci guardano passare e
fanno il saluto romano Ormai
siamo a Reggio e la stazione è
tutta nera di gente domani
chiuso tutto in segno di lutto ha
detto Ciccio Franco "a sbarre" e
alla mattina c'era la paura e
il corteo non riusciva a partire ma
gli operai di Reggio sono andati in testa e
il corteo si è mosso improvvisamente è
partito a punta come un grosso serpente con
la testa corazzata i
cartelli schierati lateralmente l'avevano
tutto fasciato volavano
sassi e provocazioni ma
nessuno s'è neppure voltato gli
operai dell'Emilia-Romagna guardavano
con occhi stupiti i
metalmeccanici di Torino e Milano puntavano
in avanti tenendosi per mano le
voci rompevano il silenzio e
nelle pause si sentiva il mare il silenzio di qulli fermi che stavano a guardare e
ogni tanto dalle vie laerali si
vedevano sassi volare e
alla sera Reggio era trasformata pareva
una giornata di mercato quanti
abbracci e quanta commozione il
nord è arrivato nel meridione e
alla sera Reggio era trasformata pareva
una giornata di mercato quanti
abbracci e quanta commozione gli
operai hanno dato una dimostrazione
|
La
rivolta inizia con la designazione di Catanzaro a capoluogo della regione
nel luglio '70, subito dopo le (prime) elezioni regionali del 7 giugno
1970. E' un pretesto. Dietro c'è tutta la frustrazione del sud emarginato
e oppresso da mafia, clientele e disoccupazione. La
lotta appare da subito molto dura. L'internazionale
situazionista scriverà: “Il 18 ottobre i comunisti di Reggio ammettono
soltanto di “avere perso il treno”, mentre in realtà hanno perso
anche i ferrovieri”. E altri anarchici: “Presto verrà che le bandiere
rosse saranno issate dal popolo di Reggio sui quartieri in lotta. E allora
cosa diranno i filistei che hanno volutamente confuso il terrorismo
fascista con la ribellione di un popolo sfruttato? Dovranno nascondersi
davanti ai lavoratori che li hanno ascoltati non sapendo la vera
situazione che si è creata a Reggio Calabria!”. Scriverà
il gruppo anarchico milanese Kronstadt: “Assurdo è però vedere in
questa lotta l’espressione più alta dello scontro di classe in Italia
solo per la sua violenza come sembrano fare i compagni di Lotta Continua
che sono arrivati a definire Reggio “capitale del proletariato”. La
violenza della lotta non basta a qualificarla come rivoluzionaria ma unico
elemento di giudizio valido è il rapporto in cui si pone per forme e
contenuti rispetto alla crescita della lotta di classe e quindi la sua
capacità di generalizzarsi e di essere fatta propria da tutta la
classe.” Quando
Adriano Sofri, allora leader di Lotta Continua, giunge a Reggio per
convincere alcuni gruppi extraparlamentari e gli anarchici ad inserirsi
nella rivolta per poi pilotarla a sinistra, Casile, Scordo e il gruppo
anarchico rifiutarono. Si concentreranno su un'inchiesta
"fotografica", che documenta la presenza di Delle Chiaie, Rauti
e Borghese e dei loro attivisti nella rivolta. Finiranno uccisi in uno
strano incidente stradale (vd. oltre). Queste le parole scritte in un
volantino dall'anarchico Casile: "Padroni bastardi, del capoluogo non
sappiamo che farcene! Il capoluogo va bene per i burocrati, gli
speculatori, i parassiti, i padroni e i politicanti più grossi; va bene
per le manovre dei caporioni locali, per il sindaco Battaglia e per i
caporioni falliti. Va bene per il tentativo di questi “uomini
importanti” di accrescere il loro potere locale, la loro area di
sfruttamento, facendoci sfogare anni di malcontento con la falsa lotta per
il capoluogo, dopo che hanno mandato i nostri figli e i nostri fratelli a
lavorare all’estero e continuano a sfruttarci nella stessa Reggio I
cosiddetti “datori di lavoro”, che in realtà sono luridi padroni,
sono i nostri nemici, quegli stessi che ci mandano allo sbaraglio per il
capoluogo, per la Madonna o per la squadra di calcio. Il capoluogo non ci
serve! Lottiamo per farla finita con l’emigrazione, con la
disoccupazione, con la fame!" In
sostanza ad appoggiare la "rivolta proletaria" furono, in vario
modo, Lotta Continua, il Movimento Studentesco milanese, Servire il
Popolo, il PCd'I e una parte degli anarchici. Già
dal 1969 opera un "Comitato di agitazione per la difesa degli
interessi di Reggio" che unisce amministratori locali di vari partiti
(soprattutto Dc, Pri, Pli e Msi). L'15
luglio 1970 la polizia carica e uccide l'operaio Bruno Labate, iscritto
Cgil. A guida della polizia c'è il questore Emilio Santillo. A
settembre scoppia la seconda ondata di manifestazioni. E i "boia chi
molla" diventano sempre più egemoni. Il 7 settembre a Reggio
Calabria scoppia la dinamite in 4 luoghi. Altre bombe sui treni il 9
settembre. Il 15 vengono incendiate la sede del Psi e l’esattoria
comunale. Il 17 settembre ci sono scontri tra fascisti e polizia, che si
concludono con un morto (probabilmente estraneo ai moti): Angelo
Campanella. Otto manifestanti rimangono feriti e Ciccio Franco viene
arrestato. Con lui vengono arrestati altri rivoltosi, tra cui l’ex
comandante partigiano Alfredo Perna. Ciccio Franco verrà processato e
condannato a lievi pene.
Il
26 settembre 1970 sera cinque giovani anarchici (Gianni Aricò, Angelo
Casile e Franco Scordo di Reggio Calabria, Luigi Lo Celso di Cosenza ed
Annalise Borth, la giovanissima moglie tedesca di Aricò) trovano la morte
in un drammatico incidente nel tratto autostradale fra Ferentino ed Anagni,
alle porte di Roma. L'incidente è causato dall'improvvisa manovra di un
camion che taglia la strada alla Mini Minor dei compagni in corsia di
sorpasso: manovra che nella sua dinamica non riesce a trovare alcuna
logica spiegazione. Nonostante le evidenti stranezze e incongruenze subito
rilevate dalla Stradale e la drammaticità di un incidente che vede morire
sul colpo ben quattro persone ("Muki" Borth morirà in un
ospedale romano dopo venti giorni di coma profondo), le indagini vengono
prontamente insabbiate per poi essere archiviate. Sulla morte dei 5
anarchici è uscito un libro nel 2001: Cinque anarchici del sud. Una
storia negata, Città del Sole Edizioni. Il camion è guidato da due
dipendenti del principe nero Junio Valerio Borghese, il fascista al centro
di tutte le trame nere di quegli anni, che di li' a poco metterà in piedi
un golpe evitato di un soffio. Il 30 settembre 1970 il Ministro degli
interni Restivo annuncia che dal 14 luglio al 23 settembre a Reggio
Calabria ci sono stati tredici attentati dinamitardi, sei assalti alla
prefettura, quattro alla questura. Il
23 dicembre Eugenio Castellani, Ciccio Franco, Alfredo Perna e Giuseppe
Lupis ottengono la libertà provvisoria, mentre rimangono latitanti
Antonio Dieni e Angelo Calafiore. Si costituiranno in gennaio e saranno
rilasciati dopo alcuni giorni. Il
16 gennaio 1971 muore a Messina l'agente di Pubblica Sicurezza Antonio
Bellotti, 19 anni, due giorni prima raggiunto da una sassata mentre con il
I Reparto Celere di Padova abbandonava Reggio in treno. Il 4 febbraio del
1971 viene lanciata una bomba contro la folla, dopo una manifestazione
antifascista a Catanzaro. L’operaio socialista Giuseppe Malacaria rimane
ucciso dall’esplosione che provoca anche il ferimento di altre sette
persone. Il
16 febbraio 1971 Catanzaro viene proclamato capoluogo regionale e Reggio
Calabria sede del consiglio regionale. A Reggio ricomincia la protesta. Il
23 febbraio 1971 la polizia espugna il quartiere di Sbarre. Nel
marzo del 1971 la rivolta di Reggio è definitivamente sedata. Nel
1971 Ciccio Franco collabora a Avanguardia. Ciccio
Franco diviene, sull'onda della rivolta, parlamentare del MSI nel 1972. E'
eletto senatore e il MSI a Catanzaro, con Ciccio Franco capolista, ottiene
il 36,2%. Ancora
nel 1992 Fini dichiarava: «È più che mai attuale il “Boia chi
molla” di Ciccio Franco». Tra
i protagonisti della rivolta di Reggio ci sono Fortunato Aloi (missino,
poi parlamentare di AN), il marchese Felice Genoese Zerbi, massone e
missino. Fortunato (Natino) Aloi dirà 30 anni dopo: "Io ci sono
stato dentro, sono stato addirittura alla testa di quel corteo che ha
innescato la rivolta il 14 luglio del '70: siamo partiti in pochi dal
rione di santa Caterina ma a piazza Italia ci siamo arrivati in
trentamila". Il bilancio finale è di 2 morti, 230 feriti, 300 arresti, tredici attentati dinamitardi, trentadue blocchi di strade porti e aeroporti, sei assalti alle prefetture, quattro alla questure, sei attentati sui treni. Secondo altri dati il bilancio è di cinque morti, dieci mutilati e invalidi permanenti, oltre cinquecento feriti tra le forze dell’ordine e un migliaio tra i civili. Milleduecentotrentuno persone denunciate per duemila reati complessivi. Solo nel periodo luglio- settembre 1970 ci furono diciannove scioperi generali, dodici attentati dinamitardi, trentadue blocchi stradali, quattordici occupazioni delle stazioni, due della posta, una dell’aeroporto, quattro assalti alla prefettura e quattro alla questura. I danni economici alla città, paralizzata per molti mesi in quasi tutte le sue attività, furono dell’ordine di diverse decine di miliardi di lire. |
Catania - "Seduto ad un
caffé, io sto pensando a
te...". No, questa non è una canzone di De Gregori e neanche di Battiato.
Ma cosa starà pensando De Gregori seduto al bar? Forse che è "solo come
un cane per le strade di Roma senza neanche un amico per bere un caffè"?
Ma qui, sul set di Battiato, di gente
ce n'è tanta. E i caffè vengono
distribuiti in continuazione. Comparse, amici sbirciano Francesco che, dopo
l'uscita del suo disco "Il fischio del vapore" a due voci con Giovanna
Marini, debutta come attore, proprio qui a Catania con Battiato come regista.
Chi l'avrebbe detto! (…) Francesco, dimmi di questa strana idea di fare
l'attore. "Io amo il cinema da dilettante. Amo i film vecchi e i nuovi. Più
quelli vecchi, per la verità. E avevo da sempre la curiosità di vedere
dall'altra parte che succede". Non eri mai stato su un set? "No. E
quindi ho colto l'occasione che Battiato faceva questo film e, siccome ci
sentiamo ogni tanto, anche un po' provocatoriamente scherzando, gli ho detto
"E dai, fammi fare una particina, fammi fare una particina". Gliel'ho
chiesto io. Battiato è stato così ottimista sulle mie possibilità di fare la
particina...". (…) Come pensi che la prenderanno i tuoi fan? "Come
l'ho presa io, divertendosi". In questi ultimi anni sono tanti i cantanti
che si sono cimentati nel cinema come registi o come interpreti: da Ligabue a
Guccini, a Paolo Conte e Gino Paoli. "Sì ma la mia è proprio una
particina" Un film tuo non lo faresti? "Ma stai scherzando?!".
(…) Mi hai già detto che Catania ti piace. Non è che stai pensando di
comprarti una casa sull'Etna come Battiato e Dalla? "Mi colpisce la
piacevolezza e la vitalità di questa città. Una casa, no! Non è che posso
dividermi la vita fra tante case. Però è bello tornare. Stavolta sono qui per
lavoro - si fa per dire - altre volte spero di venire come turista". (AVEVO VOGLIA DI PROVARE - LA
SICILIA 24.11.2002 - MARIA LOMBARDO)

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De Gregori e Giovanna Marini - "Il fischio del vapore" in uscita il 15 novembre 2002 - La Sicilia, 9.11.2002 – Maria Lonbardo Una nuova creatura, figlia delle emozioni e della sensibilità civile nel momento che attraversiamo, volta alla memoria o meglio alla vitalità della memoria s'affaccia sul mercato discografico. E' "Il fischio del vapore" di Francesco De Gregori e Giovanna Marini. "Questo disco è nato perchè Francesco è venuto a propormi di farlo - esordisce Giovanna Marini nell'intervista duplice - mi ha lasciata un po' stupita. Ho sentito poi che era una specie di necessità. Sono canzoni molto belle che ci stavano nel cuore ad entrambi. Cantare a due voci ci è sempre piaciuto. Francesco è molto intonato e fa delle terze magnifiche. Sentire di fare le terze così bene con Francesco come le abbiamo fatte ne "L'abbigliamento del fuochista" mi ha fatto molto piacere e infatti nel disco cantiamo quasi sempre tutti e due per terze in questa polifonia elementare ma che ci ha dato molta soddisfazione". Naturalmente la melodia che tira viene cantata un po' dall'una un po' dall'altro. Ma l'affiatamento è scontato, la sintonia sul piano dei valori civili e democratici è la condizione preliminare. - Giovanna Marini, perchè "Bella ciao delle mondine"? "Non l'avevo mai incisa. L'aveva incisa Giovanna Daffini che era una mondina di Reggio Emilia. E' lei che ha insegnato negli anni Sessanta a me ed a tutto il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano i canti della monda. Ho avuto piacere di inciderla adesso in questo disco con Francesco". - Signora Marini. Un'Italia semplice, di sentimenti più elementari, più genuini di quelli che presentano l'Italia e il mondo di oggi, di passioni civili. C'è anche un po' di nostalgia? "Direi che i sentimenti che si presentano non sono tanto semplici, sono più semplici le parole. Però l'emigrazione è sempre quella, anzi si è rovesciata. Adesso c'è gente che arriva da noi con barche che fanno naufragio. Prima eravamo noi. Ma erano sempre sentimenti terribili, da apocalisse. Mi sembra appunto che le parole con cui venivano espresse tragedie come la morte di Sacco e Vanzetti siano serene, di grandissima dignità. Anche oggi c'è gente che riesce a morire con grandissima dignità e c'era ieri durante la Resistenza. E questo, raccontato in un disco, a me pare cosa bella, deve nutrire i ragazzi giovani: deve dare loro idee ed emozioni". - Francesco De Gregori: "Bella ciao" quest'anno è stata riportata nelle piazze e persino in Parlamento. E' ancora tempo di resistenza, dunque? "Il fatto che venga riportata nelle piazze e in Parlamento ne dimostra la vitalità: se nel 2002 questo canto risulta ancora utile, vuol dire che ha un'innervatura formidabile. Vuol dire anche che è un bel canto, che ha un valore artistico assoluto il quale gli consente di attraversare i decenni, mentre sul piano narrativo continua ad essere attuale. Giovanna canta la versione delle mondine, precedente alla più nota. E' stata una scelta forse un po' "colta" ma ci sembrava giusto far sentire alla gente una versione meno nota ma non meno bella né meno politica: c'è quel verso straordinario che dice "Ma verrà un giorno in cui lavoreremo in libertà". Ragazzi, questa è un'affermazione pesantissima politicamente perchè ancora oggi nel mondo, e anche in Italia, non è che si lavori sempre in libertà!". - Francesco Guccini in questi giorni ha detto che la scelta di riportare nelle scalette dei suoi concerti canzoni degli anni Sessanta nasce dalla considerazione che oggi sono tornate attuali, in quanto diritti per i quali si lottava allora e che sembravano definitivamente acquisiti oggi sono rimessi in discussione. "Sì, certo. Non so di quali canzoni parlasse
Guccini. Ma è vero che molte canzoni conservano un valore di attualità,
un'ascoltabilità che attraversa il momento della loro uscita, della loro
comparsa". - In "Titanic" nell'82 c'era Giovanna Marini a fare da controcanto. Oggi "Titanic" è palesemente citata nel "Tragico naufragio della nave Sirio". "E' una mia citazione molto chiara. Però mentre si parlava del naufragio del "Titanic", io avevo nella testa la melodia del "Sirio" e l'ho messa dentro a ragion veduta: era congrua rispetto alla narrazione della canzone. Era un prelievo innocente". - De Gregori, i canti popolari oggi, come si diceva prima, sono una scelta colta. "Non so cosa succede negli altri paesi. Ieri sono stato in un grande negozio di dischi qui a Roma. C'era un grande scaffale dedicato al folk internazionale. E c'erano canzoni popolari francesi, spagnole, cubane. Nello scaffale del folk italiano il 90 per cento dei dischi era di canzoni napoletane, in parte di buon livello, altre di risulta. Mi vien da chiedermi se forse altri Paesi non sappiano tutelare le loro memorie canzonettistiche meglio di noi. In Italia c'è stato un drappello di coraggiosi: l'Istituto De Martino, il circolo Gianni Bosio". Interviene la Marini: "Ma in Italia però c'è un fenomeno che all'estero non esiste: i canti sono mantenuti più in vita nei luoghi in cui nascono. Così in Sardegna, in Umbria, in Sicilia". - Viceversa siamo noi oggetto di studio come dimostra il fatto che lei, Giovanna, sia stata chiamata in Francia per insegnare la tradizione del canto popolare italiano. "Gli italiani non sanno ancora di avere questo bendidio sul piano della musica popolare. Vengono studiosi e studenti francesi a studiare i canti dei paesini sperduti della Calabria mentre uno studente di Cosenza non sa nulla. I massmedia poi fanno proprio poco". - Una delle corde preferite di De Gregori è quella della tradizione popolare. "Non nasce dal nulla. C'è dietro un amore e una conoscenza che porto da sempre dentro". E per presentare le canzoni de "Il fischio del vapore" dal vivo è in programma un doppio concerto (9 e 10 dicembre) a Roma nell'Auditorium - Parco della Musica. Oltre ai motivi del disco, ciascuno dei due artisti ne eseguirà altri propri. Il 22 novembre esce anche l'album live della tournée estiva di De Gregori, Ron, Fiorella Mannoia e Pino Daniele.
Armato di chitarra Francesco De Gregori parla del suo disco di Canzoni popolari e di politica. E dei giovani che preferiscono i cortei al Noioso lavoro di sezione. di Roberto Cotroneo (L’Espresso – novembre 2002) Ho apprezzato molto quello che ha fatto Nanni Moretti, per dare un orientamento al popolo di sinistra, che sicuramente era, ed è demotivato. Ma non mi sembra che la sinistra accolga questo invito a ricompattarsi e a scegliere un leader credibile. No, forse sta addirittura peggiorando... Sono le parole di Francesco De Gregori, che dopo anni di assoluto silenzio, parla di quest'Italia in cui viviamo e che ha cantanto molte volte nelle sue canzoni. Complice un nuovo disco, ragiona sulla destra, su D'Alema, sulla politica italiana, ma racconta anche delle sue canzoni più famose, della sua amicizia con Fabrizio De André, di quella volta al Pantheon con Claudio Baglioni... Insomma, lo schivo De Gregori, ha abbandonato il suo
riserbo, per una volta. Anche se negli ultimi tempi lo si è ascoltato più spesso del solito. Non solo nei superconcerti assieme a Pino Daniele, Ron e Fiorella Mannoia. Ma anche sul palco di San Giovanni a Roma, al girotondo più grande di tutti, quello da ottocentomila persone. Una dichiarazione di impegno che non stupisce nessuno, se si guarda la sua storia politica di questi anni. Ma che, nel modo trasversale e silenzioso che gli è consueto, tende ad accentuarsi. Basta ascoltare il suo ultimo lavoro che uscirà il prossimo 16 novembre. Un disco del tutto particolare, suonato, arrangiato e cantato con Giovanna Marini, figura carismatica della canzone popolare italiana. Giovanna e Francesco - così è firmato il disco - hanno interpretato assieme "Il fischio del vapore": 14 canzoni della tradizione popolare della sinistra italiana. Prodotto e registrato in uno studio assai particolare, la casa del cantautore romano. Un disco filologico, certo, ma anche un segnale politico preciso. Domanda - Non è così De Gregori? Risposta - Non credo a queste cose. Quando fai un disco devi poi valutare la parte sonora, non devi valutare l'aspetto culturale o l'aspetto programmatico di quello che fai, se un pezzo suona, va bene. Il risultato deve essere la musica, quello che ascolti. Non la politica. D. - Ma la politica poi c'è però. E' uno dei risultati. L'impegno insomma. R. - Ma non è a quello che penso. D. - Senta, De Gregori, in questo disco avete inciso canzoni come "I treni per Reggio Calabria", "Lamento per la morte di Pasolini", "Saluteremo il signor padrone", "L'attentato a Togliatti", "Sacco e Vanzetti". Non è solo musica. Come nasce l'idea di fare un disco con Giovanna Marini? R. - Dall'"Attentato a Togliatti". La cantavo come bis nei miei concerti. Ma avevo un problema di diritti. A chi dovevo pagarli? Chiamai Giovanna Marini, che è un'autorità assoluta. E parlando con lei, ci è venuta l'idea di fare questo disco. D. - Che in questo momento assume un significato particolare. In questa nuova Italia movimentista, erano anni che un autore importante non incideva un disco che ha il sapore degli anni Settanta. R. - Io non so se ha il sapore degli anni Settanta. Quello che posso dire è che queste canzoni parlano del popolo. Sa cos'è secondo me, che può racchiudere tutte le narrazioni di questo disco? Un discorso sull'innocenza. Questo disco parla di innocenti. Perchè alla fine sono innocenti Sacco e Vanzetti, è innocente Pasolini, sono innocenti le mondine. Che poi innocenti voglia dire essere di sinistra... D. - Non è un dettaglio da poco. R. - Certo, capisco che non si può fare un paragone tra la spedizione in Albania della prima guerra mondiale e il pacifismo di oggi. Ma una guerra non voluta è pur sempre un discorso attuale. Sarebbe stato diverso però se noi avessimo messo dentro il disco canzoni come "Contessa" o "La ballata di Pinelli, canzoni che sono ancora attuali, ancora è nell'aria. D. - "Contessa" è ancora nell'aria? R. - Beh devo dire una cosa. Il '68 mi sembra l'altra ieri. Eppure sono passati 34 anni. Ma nel '68 non mi sembrava affatto che la guerra d'Abissinia - di 32 anni prima - fosse l'altro ieri. Eppure gli anni, la distanza era la stessa. D. - Perchè è avvenuto questo? R. - Aveva ragione Pier Paolo Pasolini quando scrisse "ci hanno distrutto, ci hanno ammazzati", era incazzatissimo. Vent'anni di fascismo non hanno fatto quello che hanno combinato anche soltanto cinque anni di consumismo. Eravamo nel '75 quando lui lo disse forte, proprio in quell'intervista famosa, prima di morire. Il consumismo ha cancellato le distanze, il senso della storia, ha appiattito ogni cosa. D. - E' un'affermazione forte. R. - Ma vera. D. - Ma a San Giovanni lei era sul palco, alla manifestazione. Lei è sicuro che questo vuol dire essere distanti dalla politica? R. - Io ci sono andato perchè ho letto quella manifestazione come una protesta contro la legge Cirami. Per la legalità. Quindi, la mia partecipazione è stata, fondamentalmente, legata a questo. D. - Tutto qui? R. - Ma no, io ho la sensazione che la gente voglia partecipare. Però ho anche una paura: quella che la politica, soprattutto da parte dei giovani, venga vissuta solo nei momenti delle manifestazioni. Che venga un po' saltata invece tutta la parte, logicamente più noiosa della politica, meno appariscente, che è quella che si fa lavorando semplicemente, iscrivendosi ad un partito. Quello che era la sinistra di una volta. Insomma, se tutti quelli che portano la bandiera di Che Guevara fossero anche in grado di capire che la politica si fa e si gioca anche all'interno dei partiti... D. - Un De Gregori dalemiano... R. - Non lo vedo più da anni, l'ho conosciuto quindici anni fa. Mi ha dato l'impressione di un uomo timido, che la sua freddezza nasca non dall'arroganza, ma l'arroganza è quella che lui tira fuori per nascondere una timidezza di fondo. Dopo di che le giuro che tutte le diatribe interne al Pds e ai Ds le ho seguite sempre con minore fascinazione, e con una noia sempre crescente, con una noia spaventosa. D. - Meglio i movimenti? R. - Ma, i girotondi... Con la politica io mi sento abbastanza sprovveduto, se non per quanto riguarda una mia partecipazione emotiva a concorrere ad un'Italia migliore, a un'Italia più onesta, più giusta, in cui siano difesi i deboli. D. - Adesso mi diventa idealista. R. - Appassionato, semmai. Guardi, aspiro anche a un paese più chiaro: sono perfettamente cosciente che, al contrario, il governo non persegue interessi politici, ma persegue interessi di altro tipo, personali. Vagheggio anche una vera destra, una destra per bene. D. - Forse quella dovrebbero vagheggiarla quelli di destra... R. - Viviamo in una democrazia, per cui bisogna prevedere l'esistenza di una sinistra e di una destra. Poi, se sei di sinistra fai il tifo per la sinistra. Come il derby: devi prevedere che ci sia la Lazio, non puoi pensare che si giochi il derby solo con la Roma. D. - Si, ma poi sarebbe il caso di vincere 4 a 0... R. - Purchè la partita sia regolare, che ci sia un arbitro credibile, e che la Lazio faccia gli interessi della Lazio. Preferisco non essere governato da una destra, ma se ci deve essere una destra, che sia una destra. D. - Meglio i democristiani di una volta? R. - I democristiani di un tempo avevano il senso dello Stato. Ma non mi faccia parlare troppo di politica. D. - Torniamo alla musica, alle sue canzoni. Un giorno mi ha detto che ci sono delle sue canzoni che non ama. R. - Ah già, si D. - Vogliamo stupire i suoi fan? R. - Può succedere. "La leva calcistica del '68": è una canzone che in qualche modo io reputo falsa. L'ho scritta pensando: adesso faccio questa bella parabola del ragazzino del '68, era molto costruita. Oggi, non la suono più neanche ai concerti. D. - Canzone amatissima. R. - Ne vuole un'altra? D. - Un'altra rivelazione? R. - Un'altra canzone con cui ho quasi gli stessi problemi è "La donna cannone". E' una canzone ingombrante. D. - Mi salvi almeno "Generale". Adesso la canta anche Vasco Rossi... R. - Bella, molto bella, mi piace molto l'interpretazione di Vasco. D. - Adesso a lei toccherà cantare "Vita spericolata" R. - E' la più bella canzone di Vasco, un bel manifesto di vita. D. - Non la pensavo così vicino a Vasco. In realtà De Gregori si associa di più a Fabrizio De André. R. - Se non c'era De André, non avrei mai cominciato a scrivere canzoni. Poi riuscimmo perfino a litigare. Alla fine degli anni Settanta con De André andammo a fare un viaggio in Canada. Mia moglie Chicca, io, Fabrizio e Dory Ghezzi: che si eramo appena messi insieme. Un po' come io e Chicca, che ci eravamo appena fidanzati. Sa, questi viaggi che parti con grande entusiasmo. Poi, in realtà il viaggio, chiaramente, è una cosa che può provocare grandi scontri, grandi incomprensioni. D. - Cosa accadde? R. - Fabrizio soffriva molto di una cosa, che eravamo in Canada, eravamo a Toronto, e lì si parla inglese. Lui era convinto che si parlasse francese. Poi io guidavo la macchina, perchè avevo la patente e lui no. E se bisognava chiedere un'indicazione, una cosa, al ristorante, per forza di cose la chiedevo io... Questa cosa gli provocò una specie di ingelosimento. Un giorno tornò in albergo e disse: "Guarda cosa mi sono comprato". Tira fuori un Winchester con le pallottole. Io dico: si, ma che ci devi fare, noi dobbiamo viaggiare. Poi lui voleva guidare la macchina, senza avere la patente. L'avevo noleggiata io, se per caso andava a sbattere... Insomma, alla fine litigammo. Ci separammo su un'isola, mandandoci affanculo. Loro rimasero là e io proseguii con Chicca, prendendomi la macchina. Dopo di che non ci siamo più sentiti, fino a quando non l'hanno rilasciato, dopo il rapimento. Allora ci siamo riappacificati. D. - Ha anche una storia divertente con Claudio Baglioni... R. - Quella è una storia ai confini della realtà. Dopo un pranzo in un ristorante al centro di Roma, ci mettemmo a suonare sulla piazzetta al Pantheon. Pensammo: adesso succederà un casino. Speravamo che qualcuno si fermasse, e invece non si fermava nessuno. Eravamo nel periodo della massima fama, nel 1975. Noi canatavamo le nostre canzoni e la gente passava come se niente fosse. D. - De Gregori, parliamo del prossimo disco. Ci sta già pensando? R. - No, veramente no, perchè adesso esce il disco con Giovanna. Poi non ho mai pensato molto ai dischi, a come farli. Ho due, tre canzoni, stanno lì. Tra un po' vedremo. D. - Sarà un disco politico, visto quello che succede di questi tempi? R. - Sarà il disco di un musicista, soltanto di un musicista. Come tutti gli altri miei dischi. Dopotutto.
Rinfreschiamoci la memoria col nostro patrimonio folk. da "tuttoLibritempoLibero", inserto settimanale di "La Stampa". 16/11/2002 Gabriele Ferraris Oggi un altro argomento s'impone. Difatti, oggi esce "Il fischio del vapore", l'album nato dalla collaborazione tra Francesco De Gregori e Giovanna Marini, i quali hanno ripreso una manciata di canzoni della tradizione popolare italiana con il lodevole scopo di rinfrescare la memoria a un Paese stolidamente immemore: immemore intanto del proprio straordinario patrimonio folklorico - ascoltiamo cantanti tuvane e percussionisti algerini e ciò è buono; però ignoriamo "Donna Lombarda", e ciò è idiota. Ma immemore pure - direi soprattutto - di ciò che è stato. Riascoltare canzoni quali "Il tragico naufragio della nave Sirio", per esempio, potrebbe far riflettere chi guarda all'"invasione" dal Terzo Mondo con rabbia e disprezzo, e non si emoziona più di tanto se qualche carico di disperati finisce in pastro ai pesci. Operazione ampiamente no-profit (tra l'altro, il disco viene venduto a un prezzo inferiore alle correnti, rapinose tariffe), "Il fischio del vapore" ha già sortito alcuni effetti: De Gregori, solitamente restìo a pubbliche sortite promozionali, s'è ampiamente speso in interviste e pubbliche dichiarazioni; le gazzette nazionali, che di solito preferiscono dedicare una paginata a una trasmissione tv decerebrata piuttosto che spendere due righe su un fenomeno culturale, si sono accorte dell'esistenza di Giovanna Marini, uno dei pochi monumenti della musica italiana del Novecento; e, last but not least, abbiamo sul mercato della grande distribuzione (la Sony metterà l'album in vendita persino nei supermercati) un prodotto discografico di cui non vergognarci. Suonato con gran classe dalla band degregoriana, e interpretato da una Marini stellare e da un De Gregori che s'è messo umilmente al servizio dello stile delle canzoni scelte per l'album, "Il fischio del vapore" suggerisce anche una modesta proposta: leggiamo che la Giunta del Veneto è alla ricerca di un "inno regionale", e forse, se il Governatore Galan si prestasse ad ascoltare una canzone come "O Venezia tu sei la più bella", il problema si risolverebbe con eleganza. Ovviamente, quello che avete appena terminato di leggere è un periodo ipotetico dell'irrealtà. Ma è stato bello scriverlo.
De Gregori su Rokol.it - Alfredo Marziano - 22 novembre 2002 Inaspettatamente loquace, il cantautore romano racconta il nuovo 'Il fischio del vapore', ma anche... Chi l’avrebbe detto: Francesco De Gregori ha voglia di esporsi in pubblico. Parla volentieri con i giornalisti, si concede al rito delle conferenze stampa (l’ha fatto di recente in occasione delle avventure estive del "quartetto" con Fiorella Mannoia, Pino Daniele e Ron), va persino in televisione a far promozione. Una mutazione imprevedibile, la sua. Merito soprattutto dell’ultimo disco uscito quasi senza preavviso, "Il fischio del vapore", collezione di canzoni popolari aggiornate in chiave elettroacustica che lo vede al fianco di Giovanna Marini, icona e musa del folk revival nostrano dai tempi eroici del Nuovo Canzoniere Italiano (roba di quarant’anni fa…). Dov’è finita la leggendaria ritrosia del Principe, vien subito da chiedersi (e chiedergli)? "Sono sempre sfuggito ai media, è vero", ammette lui. "Ma questo disco meritava un’eccezione. E’ talmente controcorrente, talmente estraneo ai canoni commerciali odierni, che ha bisogno di una visibilità speciale: se io e Giovanna non ci rendiamo disponibili a spiegarlo e a farlo sentire in giro rischia di essere dimenticato". Al telefono, Francesco è cordiale, loquace, puntuale nelle descrizioni e nei commenti. Magari resterà un’occasione rara, data la naturale riservatezza del personaggio. E non era il caso di farsela scappare… Un disco come questo sembra destinato a
"parlare" ad un paio almeno di generazioni. Ti sei chiesto se lo
capiranno anche i più giovani, che di mondine, di Togliatti e forse anche
di Pasolini hanno solo una vaga idea o non hanno mai sentito parlare? Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L’idea di fare un disco come questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e "L’attentato a Togliatti", che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da quella di oggi, con un ritmo desueto che fa "zum pa pa" e che però racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno. Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un’operazione d’archivio e polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda… C’e anche un prezzo abbordabile che aiuta … Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno sforzo. In pezzi come "Sento il fischio del vapore" l’arrangiamento robusto ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico tra i ’60 e i ’70… E’ un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista, che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente a questi moduli ritmici diversi. Lo "zum pa pa" classico, in realtà, è rimasto solo ne "L’attentato a Togliatti": il resto è stato rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé. Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell’album "Matrilineare", gruppi e solisti che ruotavano nell’orbita dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti? No, il disco non l’ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo consapevole di aggiornamento. E’ stata un’operazione di una semplicità assoluta, in fondo… Qualche purista potrebbe risentirsene? Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo come "Bella ciao", che è nato in risaia, non era in origine per voce e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza. "Bella ciao" l’ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del Social Forum a Firenze…E’ per darle un significato diverso che avete deciso di recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine? La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io e Giovanna volevamo far conoscere quest’altra versione che, secondo me, è più bella sotto l’aspetto lirico. La "Bella ciao" dei partigiani è estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C’è, alla fine, quel verso straordinario che dice: "Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà". Ricorda come queste donne fossero allora quasi in condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c’è tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini, sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori. E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere nel disco… Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione collettiva, un po’ com’è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati Uniti. Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E l’ambiente è estremamente rumoroso. L’operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano…. Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L’hai conosciuta? Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di una drammaticità straordinarie. Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece? La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: "I treni per Reggio Calabria" è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo, guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La versione più consueta de "Il feroce monarchico Bava" è giocata su due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c’è un’armonia fissa sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano completamente affascinati. Ripeterete l’esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata? Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica. Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di mio fratello, Luigi Grechi. Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell’album seguendo un criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro? Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter dire che se c’è un tema comune a molte canzoni dell’album questo è l’innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio… Innocenti e vittime, tutti quanti… Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica. Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente ai suoni. Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo storico che va da fine Ottocento agli anni ’70 del secolo appena concluso. E poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie? Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto, cominciando a scrivermi i versi da solo, sono diventato un po’ parte in causa. Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad esempio "I morti di Reggio Emilia" o "Contessa", che sono bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con l’industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e spessore. A parte il mio pezzo, "L’abbigliamento di un fuochista", e quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è "Nina ti te ricordi" di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni ’60 o ai primi ’70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta programmatica. Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed esprimere il sentire comune? Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente "Vita spericolata": è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d’animo di una generazione. Se vai primo in classifica non sei più "popolare"? Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione in TV. C’è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni, sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica popolare si tratta. Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione
anche su Internet: tradizione e modernità… Mi sembra un’evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di tutti. In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto meno: non abbiamo più memoria storica? E’ vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere rielaborato. E’ un codice impresso dentro di noi. Avevi familiarità con tutte le canzoni? Sì, tranne un paio. Questa versione di "Sacco e Vanzetti" me l’ha fatta conoscere Giovanna. Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio. Gli attribuisci un significato diverso, oggi? Stiamo parlando di trent’anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente. Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe, dunque, chi gli attribuisse un significato militante? Io credo che si tratti di un’interpretazione sbagliata. Un disco militante sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati "I morti di Reggio Emilia", "Contessa", "La ballata di Pinelli". Ma resta il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso "Il fischio del vapore" è un disco di sinistra. Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia… Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E’ vero che molte canzoni – quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla di Sacco e Vanzetti e di pena capitale – restano di un’attualità sconvolgente. Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime. Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani? Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato che è già perfetto in sé. Così è stato per "I treni per Reggio Calabria", per "Bella ciao" e per "Lamento per la morte di Pasolini". Quest’ultima l’abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta fuori una voce da cantautore che non c’entrava nulla con il suono che doveva avere la canzone. Quando hai scritto "L’abbigliamento di un fuochista" hai fatto uno sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione? No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l’album "Titanic", nell ’82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci conoscevamo dal ’70, ma quello è stato l’inizio ufficiale della nostra collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione. Dell’Italia descritta nell’album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità di indignarci? No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di quell’epoca. Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in scaletta? Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de "Il fischio del vapore" ne aggiungeremo qualcun’altra Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare? No, abbiamo registrato insieme "Viva l’Italia" ma l’abbiamo tolta perché era una canzone troppo programmatica, che non c’entrava nulla con il resto. E’ un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come "Viva l’Italia che resiste" mi rendo conto che viene naturale pensare ad un paese antagonista rispetto a questo governo… Anche se in passato, come "Born in the USA" di Springsteen, era diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni… E’ vero, ognuno l’ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E in questo disco non c’era bisogno di una bandiera da sventolare. Per promuovere l’album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di un artista riservato come te… Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla piazza della chiesa o del comune cinquant’anni fa. E’ un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il disco del "quartetto" con Pino Daniele, Ron e la Mannoia. Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio, non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti giornalisti, soprattutto all’inizio, l’hanno presa con scetticismo, come un’operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale, e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell’organizzazione e della produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che abbiamo fatto, come il vecchio "Banana Republic" con Lucio Dalla. E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso? Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti, mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli club… Una specie di "neverending tour"? Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti del gruppo c’è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in poi, proprio non ne ho idea. |

LAMENTO PER LA MORTE DI PASOLINI
(Giovanna Marini - 1975)
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Persi
le forze mie persi l'ingegno la
morte mi è venuta a visitare «e
leva le gambe tue da questo regno» persi
le forze mie persi l'ingegno. Le
undici le volte che l'ho visto gli
vidi in faccia la mia gioventù o
Cristo me l'hai fatto un bel disgusto le
undici volte che l'ho visto. Le
undici e un quarto mi sento ferito davanti
agli occhi ho le mani spezzate la
lingua mi diceva «è andata è andata» le
undici e un quarto mi sento ferito. Le
undici e mezza mi sento morire la
lingua mi cercava le parole e
tutto mi diceva che non giova le
undici e mezza mi sento morire. Mezzanotte
m'ho da confessare cerco
perdono dalla madre mia e
questo è un dovere che ho da fare mezzanotte
m'ho da confessare. Ma
quella notte volevo parlare la
pioggia il fango e l'auto per scappare solo
a morire lì vicino al mare ma
quella notte volevo parlare non può non può, può più parlare.
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Il canto ricalca la narrazione per
orario tipica del modo narrativo popolare. È nelle passioni religiose,
soprattutto nel Lazio, in
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SENTO IL FISCHIO DEL VAPORE
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Sento
il fischio del vapore del mio amore che 'l va via,
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Probabilmente ispirato dalla spedizione italiana in
Albania del 1914 ed inserito nel clima antimilitarista della Settimana Rossa,
questo canto ci viene tramandato da Giovanna Daffini, mondina e cantastorie. Il
duro lavoro nelle risaie della pianura Padana produsse solidarietà di classe,
coscienza politica ed emancipazione femminile. Molte delle più belle canzoni
popolari dell’Italia settentrionale, legate alla quotidianità, alla cronaca,
alla vita privata e collettiva, nascono e vengono cantate proprio nelle risaie.
IL
FISCHIO DI MIA MADRE Com’è bello scoprir mia madre davanti al televisore che cantava
insieme a Ciccio il Fischio del vapore. Le
dissi “Mamma, non dirmi che anche tu ammiri De Gregori….” Mi
ha detto “Figlio mio, non conosco i cantautori, è
che quando la signora che ha la mia stessa età mi ha fatto risentire un canto di cinquant’anni fa ho
visto nei miei occhi e nel mio cuore i quindici anni, di
quando cantavamo il Fischio mentre stiravamo i panni, e
intonavamo, nell’attesa di qualcuno, quella strofa che fa: “La primavera è già arrivata ma il mio amore non è tornà… (M.R.)
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Tanto di cappello, innanzitutto. In quest'epoca sbandata De Gregori è un riferimento, perlomeno nell'ambito di quelle cose che possono stare indifferentemente nelle pagine della cultura come in quelle degli spettacoli. E' diventato un punto fermo, insomma. Peccato che lui fermo non stia. Qualche tempo fa ha voluto con sé Giovanna Marini, interprete e ricercatrice di gran valore, e ha messo su un album con le canzoni della nostra tradizione popolare, quelle cose rimosse, vai a capire perché, ma terribilmente vive. Ed è venuto fuori un disco fatto senza paranoie filologiche o filosofiche. Un lavoro da "buona la prima", senza starci tanto a pensare. Nina ti te ricordi è commovente, O venezia che sei la più bella è avvolgente, Saluteremo il signor padrone è tesa, attualissima; Sento il fischio del vapore è potente, Donna lombarda di Gualtieri è affascinante, Il tragico naufragio della nave Sirio è epica, quasi eterea. Ci sono anche cose meno riuscite, certo (Sacco e Vanzetti annoia un po'), ma quel che occorre dire è che questo disco è bellissimo, bello da sentire al di là anche del suo straordinario significato. Potrebbe, e certo dovrebbe, essere un disco di svolta per tutta la musica del nostro paese, il ritorno a essere se stessi. Enrico Deregibus
DONNA LOMBARDA DI GUALTIERI
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Amami me che sono re non posso amarti tengo marì
Vai nell’orto del tuo buon padre taglia la testa di un serpentin
Prima la tagli e poi la schiacci e poi la metti dentro nel vin
Ritorna a casa il marì dai campi Donna Lombarda oh che gran sé
Bevilo bianco bevilo nero bevilo pure come vuoi tu
Cos’è sto vino così giallino sarà l’avanzo di ieri ser
Ma un bambino di pochi mesi sta nella culla e vuole parlar
O caro padre non ber quel vino Donna Lombarda l’avvelenò
Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi morirai
E per amore del Re di Spagna io lo berrò e poi morirò
La prima goccia che lei beveva lei malediva il suo bambin Seconda goccia che lei beveva lei malediva il suo marì |
È una delle più antiche canzoni popolari italiane, una storia di passione e tradimento con accenti sospesi fra il favolistico ed il grottesco. Giovanna Daffini, la incise per la prima volta nei Dischi del Sole agli inizi degli anni '60 quando si incontrò con Roberto Leydi e Giovanni Bosio, musicologi e ricercatori che animavano il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano. A lei dobbiamo alcuni fra i più bei canti della risaia e della guerra partigiana. Dotata di una voce intensa e di straordinarie capacità interpretative si esibiva spesso con il marito Vittorio Carpi, violinista, nelle piazze e nei circuiti tradizionali della sinistra. Partecipò agli spettacoli “Bella Ciao” e “Ci ragiono e canto”, con Dario Fo. Il suo ricchissimo repertorio comprendeva canti di lavoro e di lotta, canzoni d’amore, pezzi classici, romanze d’opera: né disdegnava di cantare ai matrimoni dove talvolta le capitava di interpretare le ultime canzoni di Sanremo, anch’esse in qualche modo “popolari”. Giovanna Daffini è morta all’età di 54 anni il 7 luglio 1967. |
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Le bandiere rosse nella hit-parade italiana Veronique Mortaigne – Le Monde – dicembre 2002 (traduzione di Salvo Di Garzia) Il duo composto da Francesco De Gregori, vedette del rock e Giovanna Marini, instancabile figura dell’opposizione, ha conquistato un successo inedito con un album abbondantemente segnato a sinistra, "Il fischio del vapore" che riprende quattordici canzoni politiche del patrimonio nazionale. Roma dal nostro inviato speciale Nel 1949, il registra cinematografico Giuseppe De Santis, girò Riso Amaro, con Silvana Mangano perduta in mezzo alle mondine, queste donne che lavorano a gambe nude, testa raccolta da un cappello di paglia, nelle risiere della piana del Po. Le mondine, ma anche la cantastorie Giovanna Daffini, interpretavano Bella Ciao come un lamento, senza forzare il tempo, contrariamente ai partigiani che, alcuni anni dopo, ne fecero simbolo di resistenza al fascismo. Mezzo secolo dopo la sua creazione (come simbolo perché il tema circola già dal XVmo secolo francese), Bella Ciao è inutilizzata. I "Motivati" francesi (membri dello Zebda e dei loro amici di Tolosa), prima di essere un movimento politico, ne fecero una versione gioiosa ed affascinante in un disco uscito nel 1997 per conto della LCR (Trotzkista), e sul quale si ballerà tutta l’estate. In questo autunno 2002, Bella Ciao avrà aiutato il presidente del consiglio Silvio Berlusconi a cacciare Michele Santoro, grande giornalista del Corriere della Sera e famosissimo conduttore di RaiDue, che aveva intonato "Stamattina mi sono alzato…" sullo schermo in segno di protesta. E cosa si vede apparire nel plotone di testa della classifica di vendita dei dischi della penisola in questo inizio di dicembre? Il Fischio del vapore, quattordici canzoni politiche ispirate al repertorio italiano dopo il XIXmo secolo e cantate da una vedette del rock nazionale, Francesco De Gregori ed una instancabile figura dell’Italia dell’opposizione, la musicista Giovanna Marini. La canzone popolare è forte, dura nel tempo. E’ quello che ha detto Giovanna Marini dopo l’inizio degli anni 1960, quando fonda con un gruppo trepidante (Il Nuovo Canzoniere Italiano) l’etichetta I dischi del sole, diventata Bella Ciao, dopo il successo dello spettacolo dello stesso nome, portato in scena nel 1964 al Festival dei due mondi di Spoleto, il gruppo, che lavorerà in seguito con Dario Fo, sarà oggetto di una denuncia per attentato all’onore delle forze armate. I dischi del sole e Bella ciao, che pubblicheranno le canzoni dell’Italia lavoratrice, operaia e popolare, rossa e nera, erano state finanziate da Giovanni Pirelli, figlio del fabbricante di pneumatici che aveva rifiutato l’eredità paterna per convinzioni politiche. Affidatagli comunque per legge la sua quota del patrimonio, egli lo aveva subito investito nei dischi Arcophone (classica), nei Dischi del sole e nel Centro Studi Lumumba. Tecnici sul "Chi va là" Per il fischio del vapore, disco e serie di concerti, Giovanna Marini ha scelto di cantare Bella Ciao con lentezza, alla maniera della compaesana Giovanna Daffini. Gli scontri di bandiere sono altrove. Uscito il 15 novembre in Italia, Il Fischio del Vapore, è disco d’oro (100.000 copie vendute). Francesco De Gregori, il "Principe della canzone italiana", il soprannome datogli dai media e dal quale lui si dissocia generalmente, è uscito dalla sua riservatezza e Giovanna Marini la rossa, l’oppositrice, che in genere frequenta una categoria molto distante dal varietà televisivo, si è vista proporre anche il sabato sera alla televisione in "Uno di Noi", trasmissione di RaiUno presentata da Gianni Morandi, un elegante cantante diventato conduttore sulla riga di Adriano Celentano. Giovanna Marini aveva voluto con lei quaranta dei suoi allievi della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, aperta nel 1974 accanto al vicino mattatoio di Roma, su un luogo che gli aveva indicato un suo amico, il cineasta Pierpaolo Pisolini. Senza premeditazioni, la banda è arrivata come il popolo in marcia, vestita di nero e rosso, ricostruendo, senza volerlo, "Il quarto stato", la tavola di Pelizza da Volpedo, il manifesto del 1900 di Bertolucci. Giovanna Marini e Francesco De Gregori si divertono. I tecnici sono sul "chi va là". Se Giovanna Marini non ha dimenticato nulla dell’effervescenza italiana, dal PCI ai centri sociali del 1990, il suo compagno di canto che ha ugualmente fatto strada con il PCI, è rimasto a riposo dopo il fallimento della sinistra italiana. In ottobre quindi, l’enorme manifestazione romana contro la legge Cirami, detta del "Legittimo sospetto", arma antigiudici, alla fine approvata, gli ha offerto l’occasione di riunirsi alla strada. Il 9 e 10 dicembre, il duo ha fatto due serate al Parco della Musica di Roma, tre sale di architettura fantasiosa concepite da Renzo Piano. Per il merchandising, bisognerà passare dall’estetica "No global", t-shirts alternative (Bella ciao nei colori e nella grafica Coca-Cola, appello all’Italia che resiste, alle multinazionali etc..). Sulla scena, De Gregori ha convocato il suo gruppo di rockers e Giovanna Marini il suo quartetto vocale con il quale si esibisce abitualmente. Si tratta di quattro chitarre, di cui una elettrica, un mandolino, un organo Hammond, una batteria, un contrabbasso, tre cantanti esperte in "terze", "quinte" e polifonia, tutto insomma unito nel rispetto che si deve a Sacco e Vanzetti. De Gregori ha spiegato d’altronde che egli ha immaginato questo disco attraverso l’amore dell’innocenza: quella dei due giovani anarchici, dei contadini e degli emigrati, dei quali tante canzoni italiane ritracciano il destino parlando di libertà: "Verrà un giorno che tutte quante/Lavoreremo in libertà" (estratto da Bella ciao). Questo 10 dicembre, il cantante è sotto l’effetto delle dichiarazioni di Berlusconi che ha raccomandato ai lavoratori licenziati dalla Fiat di trovare "un secondo lavoro" (in nero). "Il peggio, dice questo romano, amante del Chianti e produttore di olio di oliva biologico, è questo: Berlusconi se ne frega totalmente delle idee portate avanti da questo disco, ma l’avrebbe voluto produrre, perché funziona" Felicità e contraddizioni Perché funziona?" Perché queste canzoni sono belle, sono la memoria del paese ed i giovani le riscoprono grazie soprattutto a questi arrangiamenti moderni", risponde Giovanna Marini, " E perché hanno una morale" (De Gregori). "Viviamo in un paese dal fondamentalismo pesante apportato da una multinazionale, il Vaticano, dal sicuro cinismo. Noi abbiamo Berlusconi, il simbolo del cattivo debitore spoglio di etica, è pesante" (Marini). Marini-De Gregori è un duo infernale. Lui, discreto, ritto, nato da una severa famiglia romana. Lei, in costante ebollizione, determinata, l’occhio su tutto. Buontemponi, esultanti davanti un piatto di insalata o di spaghetti al pomodoro, descrivono un’Italia felice, contradditoria " dove le soubrette possono essere guevariste ed i dirigenti comunisti cantare la Passione di Cristo" (Marini), un’Italia sentimentale, capace di bloccare una guerra civile per assistere all’arrivo del Giro ciclistico (una canzone ne parla, L’attentato a Togliatti, interpretata da De Gregori nella sua ultima tournèe con un successo che gli ha dato voglia di prolungare l’esperienza). In concerto il duo canta, secondo l’umore, Addio Lugano, scritta da un avvocato anarchista incarcerato nel 1906, che figura nell’antologia della canzone anarchica, sempre disponibile al reparto politico di Ricordi, la grande catena di negozi musicali italiani, tra Spazio interiore (i poemi del Papa, recitati da Gassman, Monica Vitti e Alberto Sordi) ed i discorsi di Mussolini per il quale, dice il malizioso cantante, nessuno ha mai scritto canzoni: il popolo diffida dal potere". |
IL TRAGICO NAUFRAGIO DELLA NAVE SIRIO
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E da Genova il Sirio partivano per l'America varcare, varcare i confin e da bordo cantar si sentivano tutti allegri del suo, del suo destin. Urtò il Sirio un orribile scoglio di tanta gente la mi- la misera fin: padri e madri abbracciava i suoi figli che si sparivano tra le onde, tra le onde del mar. Più di centocinquanta annegati, che trovarli nessun- nessuno potrà; e fra loro un vescovo c'era dando a tutti la be- la sua benedizion. |
Quasi una copertina della “Domenica del Corriere” questo bellissimo canto di emigrazione nello stile tipico dei cantastorie della pianura Padana. All’inizio del secolo, quando l’analfabetismo era largamente diffuso, la funzione del cantastorie era di grande importanza ai fini della comunicazione e l’elemento pittoresco (in questo caso un imperturbabile Vescovo) era fondamentale per attirare l’attenzione di ogni tipo di spettatore |
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DE
GREGORI CERCA I GIOVANI
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