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CARDIOLOGIA |
L'ANGELO |
PER LE STRADE DI ROMA |
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LA LINEA DELLA VITA |
IN ONDA |
L'AMORE COMUNQUE |
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LA CASA |
MAYDAY |
TRE STELLE |

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Prodotto da Guido Guglielminetti
Registrato e mixato da Gianmario Lussana - LEAD Studios - Roma
Mastering di Fabrizio De Carolis
Edizioni Serraglio
Sony Music Publishing - 2006
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Guido Guglielminetti BASSO |
Francesco De Gregori VOCE, CHIT.,PIANO |
Hanno inoltre collaborato:
Fabrizio Bono VIOLINO
Marialisa Telera VIOLA
Valerio Conti VIOLA
Mora De Santi CORO
Claudia Bertè CORO
Giacomo Pecorella VIOLONCELLO
Giorgio Tentoni VIOLINO |
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Alessandro Svampa BATTERIA |
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Paolo Giovenchi CHITARRE |
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Lucio Bardi CHITARRE |
Alessandro Arianti TASTIERE |
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Alessandro Valle PEDALE STEEL GUITAR |
Ambrogio Sparagna SCRITT. ARCHI |
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Elsa Baldini CORO |
Lucy Campeti CORO |
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CARDIOLOGIA
(F. De
Gregori – Calypsos)
DO
SOL LAm FA MIm REm FA SOL
DO
SOL
Che
si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
LAm
FA
SOL
Chi
è ferito e non cade, ma continua ad andare
FA
LAm
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
MI
SOLm
LA
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
RE
LA
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
SIm
MI
LA
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
FA#
E
dice sempre con disinvoltura
SIm
SOL LA
RE
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.
FA
DO
REm
Che si veste di bianco per scandalizzare
SIb
LA
REm
E compra rose a dozzine
SOL7
DO7+(/5) REm
SOL7 DO7+(/5)
E
fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
FA
SOL
MI7
LAm
Che
si gioca per vincere e chi vince è perduto
FA
SOL
LAm
MIm
Con una chiave ed un numero il mano
FA
SOL
MI7
LAm
Tutta la notte
aspettare un saluto
RE FA SOL
E a pensare: “ti amo”
FA
SOL LAm DO SOL LAm FA MIm REm FA SOL
DO
SOL
Chi
raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
LAm
FA
SOL
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
FA
LAm
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
MI
SOLm
LA
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
RE
LA
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
SIm
MI
LA
L’amore
prepotente che si deve fare
FA#
SIm SOL
E
gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
LA
RE
Chè dell’amore non si butta niente
FA
DO REm SIb LA REm SOL7
DO7+(/5) REm SOL7 DO7+(/5)
FA
SOL MI7 LAm FA SOL LAm MIm FA
SOL MI7 LAm RE FA SOL DO
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS
Alessandro Arianti: piano acustico Yamaha, Oberheim
LA LINEA
DELLA VITA
(F. De
Gregori – Calypsos)
|
Che
è tutta una vita che passo da qua, E
tu dici una bussola, dovevi almeno portarla con te, Ci
sono amori che non si ricordano E
tu dici la vita dovevi almeno capire perché, Saranno
trent'anni che passo da qua, E
tu dici "La vita", la vita.... Questa scatola vuota
|
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Esce
«Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima
«Canto l’amore
come Fred Bongusto» De Gregori: con melodie anni ’50 mi allontano
dalla politica
|
Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS
Alessandro Arianti: piano acustico Yamaha
Alessandro Valle: pedal steel guitar
Lucio Bardi: chitarra Martin D28
Paolo Giovenchi: chitarre Gaglio, Gretsh 6120
Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro
De
Gregori parla di amore, di morte, di fragilità e di un aldilà che
probabilmente non c'è, o forse sì. Depone l'indignazione che gli aveva
fatto ventilare nello scorso disco (solo 11 mesi fa) una dipartita dal
suolo italico. Rispolvera il falsetto, acquieta il rock per uno stile
più acustico e, come se si fosse re-innamorato di una sua foto di 30
anni fa, sforna un disco di ballate emozionanti come da tempo non se ne
sentivano. Esce Calypsos, dove Calypso è la dea dell'Odissea ma anche
il ritmo di una delle canzoni più belle del disco, L'angelo, un brano
che parla di morte.
- Pensieri cupi Principe?
No. Fa parte delle esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero
come quello della morte. Soprattutto per un laico come me, uno che non
"crede" nel senso tradizionale del termine. Uno che non ha
un'idea consolidata dell'aldilà, che non si aspetta un paradiso
cattolico. Nella canzone il mistero viene risolto dalla figura di un
angelo che "viene a sciogliere e non a legare", scusa se mi
cito. Il senso è vedere la nostra fine come un momento di scioglimento
dolce, non una frattura, non una cosa di cui aver paura. Una canzone che
dovrebbe riconciliarci con l'idea della morte che in occidente è sempre
bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché poi nessuno si scandalizza
se un film o un romanzo trattano l'argomento. In una canzone è
inusuale.
A proposito di laicità. Non trovi che nell'Italia di oggi questo sia un
valore sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino a
dichiarare una qualche appartenenza religiosa?
- Vorrai mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare… Al di là del
fatto che (e non stupirò nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra
alle prossime elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi cosa poi
viene reinterpretata, strillata, ribattuta, rimasticata.
Perché,
essere laici vuol dire schierarsi?
- Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente laico. Perché mi
piacerebbe credere, vorrei tanto... L'uomo che veramente crede ha un
grande privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della morte, dei
sentimenti. E invece il laico vive una condizione più dolorosa, io mi
sento orfano. Dopodiché la fede esasperata, la fede più formale che
sostanziale, è una cosa che non mi piace. E c'è n'è tanta in giro.
Così come c'è tanta gente che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi
piacciono le persone che oltre a credere in Dio credono anche negli
uomini.
Non vuoi parlare di politica perché hai paura che ti tirino per la
giacchetta?
- A me c'è poco da
tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte sto. Ma è vero che sono
molto annoiato dalla politica.
Però c'è chi, tra i colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo
j'accuse alla democrazia perduta… E lo fa in maniera forse fin troppo
semplice, no?
-
Non starai mica tentando di farmi parlare male di Ivano?
Sia mai!

- Trovo che ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità di scrivere in un momento piuttosto che in un altro. Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove indubbiamente c'era uno sguardo più attento alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente sentito la necessità di dire la sua. Tra l'altro lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate. Anzi… lui sì che è stato tirato per la giacchetta!
Credi
che col passare del tempo la tua scrittura si sia semplificata?
- No, nient'affatto,
forse chi l'ascolta si è abituato a sentire testi meno elementari
rispetto a 20, 30 anni fa. La scrittura delle canzoni si è evoluta nel
tempo. Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta ci fu
una levata di scudi: per molti scrivevo cose incomprensibili. Se fossero
uscite oggi nessuno avrebbe detto niente.
C'è una malinconia di fondo in questo disco, anche quando si parla di
casa, una casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che si può
buttare giù con un soffio…
- La casa è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso, comunque non è sulla terra la vita vera dell'uomo. Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni. Il resto è legno cartone, non c'è né ferro né cemento.
Dopo la canzone di Celestino che se ne andava in Africa, qui c'è un altro brano che parla di fuga, "MayDay"…
Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull'isola e se ne va. È una rottura netta. A volte capita di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della propria fragilità.
Dallo
scorso disco ti sei un po' riappacificato con il suolo patrio? Oggi
diresti ancora che sei pronto ad andartene dall'Italia?
- Beh, in 11 mesi non
posso aver cambiato idea. L'Italia non è un paese rasserenante e i
problemi non si risolvono certo nell'arco di un anno.
Che musica ascolta De Gregori ultimamente?
- Essenzialmente
musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato dei timbri,
delle sonorità. Pensa che quando ho cominciato a fare questo lavoro me
ne fregavo totalmente. Per me una canzone era solo una serie di accordi,
una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un fagotto, una chitarra
o un qualsiasi altro strumento. Quando ho fatto Rimmel era così. Invece
ora voglio stare più attento ai timbri.
Ci dobbiamo aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio?
- Mai dire mai. Il
problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La
gente vuole sentirle così come le ha trovate trent'anni fa sul disco.
Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte.
(Intervista di Silvia
Boschero - L'UNITA' - 16/02/2006)
LA CASA
(F. De
Gregori – Calypsos)
De
Gregori, Calypsos, richiamo d'amore
IN ONDA
|
|
SOL/SI Costruisco
questa casa SOL9 Senza
ferro ne cemento SOL Costruisco
questa casa
SOL7 Senza
tetto e pavimento
DO Costruisco
questa casa SOL Senza
tetto e fondamento SOL/SI E
ci faccio quattro porte SOL9 Per
i punti cardinali SOL Che
ci possa entrare il cane
SOL7 Che
ci possa entrare il cane
DO Quando
sente i temporali SOL Quando
cambia la stagione SOL4 Costruisco
questa casa
RE
SOL4 RE Con
il legno e col cartone
RE7 E
ci pianto quattro rose
SOL
RE RE7 SOL Per
i quattro Evangelisti SOL
SOL7 E
ci pianto quattro rose
DO MIm
LAm E
ad ognuna do il tuo nome
DO
SOL E
le guardo arrampicarsi
RE
SOL SOL7 DO SOL RE SOL Sopra
il legno e sul cartone SOL/SI
SOL9 SOL/SI
SOL9 SOL/SI Costruisco
questa casa SOL9 Senza
inizio e senza fine SOL Come
il sole a mezzogiorno
SOL7 Quando
incendia le colline
DO Costruisco
questa casa SOL Questa
casa sul confine SOL/SI E
ci pianto quattro spine SOL9 Quattro
spine dolorose SOL E
ci pianto quattro spine
SOL7 Quattro
spine e quattro rose
DO Che
raccontano la vita SOL Che
raccontano l'amore
SOL4 Quattro
spine e quattro rose
RE
SOL4 RE Da
portare dentro al cuore
RE7 E
ci metto quattro vigne
SOL
RE RE7 SOL Per
il vino di settembre
SOL
SOL7 E
ci metto la scommessa
DO
MIm LAm Che
ti voglio amare sempre
DO
SOL E
ci metto quattro vigne
RE
SOL Per
il vino di settembre. SOL7
DO SOL RE SOL SOL7 DO SOL RE SOL SOL7 DO SOL RE SOL
|
Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS
Alessandro Arianti: piano acustico Yamaha, Oberheim, Nordlead,
Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Nashville tuning
Alessandro Valle: Pedal steel guitar
Lucio Bardi: chitarra Martin D42
Fabrizio Bono: primo violino
Giorgio Tentoni: violino
Maria Lisa Telera, Valerio Conti: viola
Giacomo Pecorella: violoncelo
Guido Guglielminetti e Ambrogio Sparagna: scrittura archi
|
De
Gregori, il singolo Cardiologia anticipa il nuovo disco Calypsos (Alessandro Gritta) Dal 3 febbraio nelle radio (da oggi in anteprima su Radio Deejay) il singolo "Cardiologia" di Francesco De Gregori che anticipa l'uscita del nuovo disco CALYPSOS (Sony-Bmg) il 17 febbraio, a meno di un anno di distanza dal precedente "Pezzi" Dal
3 febbraio nelle radio (da oggi in anteprima su Radio Deejay) il singolo
"Cardiologia" di Francesco De Gregori che anticipa l'uscita
del nuovo disco CALYPSOS (Sony-Bmg) il 17 febbraio, a meno di un anno di
distanza dal precedente "Pezzi".
|
L’ANGELO
(F.
De Gregori – Calypsos)
|
SOL
DO SOL RE - SOL DO SOL RE SOL SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE e
nessuno può vedere SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE
SOL e
fa segno di tacere SOL
DO SOL RE - SOL DO
SOL RE SOL
SOL
DO E
dice sono venuto a sciogliere
SOL
RE e
non a legare SOL
DO Sono
venuto a sciogliere
SOL
RE e
non a spezzare SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE
SOL e
ti fa segno di andare SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE SOL e
ti lascia passare. SOL
DO SOL RE - SOL DO SOL MIm RE SOL SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE e
ti offre da bere SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE
SOL e
finisce il bicchiere SOL
DO E
dice sono venuto a prendere SOL
RE non
a rubare SOL
DO sono
venuto a prendere SOL
RE non
a rubare SOL
DO e
dice non devi piangere SOL
RE
SOL e
non ti devi spaventare SOL
DO Non
devi piangere SOL
RE
SOL E
non ti devi spaventare SOL
DO SOL RE - SOL DO SOL RE SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE e
nessuno può vedere SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE
SOL e
fa segno di tacere SOL
DO SOL RE - SOL DO SOL RE SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE e
ti offre da bere SOL
DO Passa
l’angelo, passa l’angelo SOL
RE e
ti offre da bere
|
E
De Gregori disse' 'ti amo' , 'Ma giuro che non è stato facile'
Come quello per Roma,
nella canzone "Per le strade di Roma"?
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Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS Smilebox
Alessandro Arianti: piano elettrico Fender Rodhes, Lahore flute
Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Nashville tuning
Lucio Bardi: chitarra Martin D42
Lucy Campeti: voce
Esce
«Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima
Che
smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie conquiste e la
sua fatale precarietà, ci affida Omero nell'episodio di Calipso, la
ninfa dai crespi capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé,
prima di restituirgli la libertà per volere di Zeus. L'amore dunque che
trafigge, sfugge e riemerge nel vivo della memoria: ché sono almeno
dieci, nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui la «voce
leggiadra» di Calipso riaffiora, evocata da veloci flashback.
Il
nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi a soli undici mesi
dallo splendido Pezzi, s'intitola appunto Calypsos, ed è non a caso
un'assorta riflessione sull'amore ineludibile, «che si gioca per
vincere e chi vince è perduto», l'amore «come una medicina/ o un
dolore da rinnovare», insomma «l'amore comunque»: con le sue fughe e
il suo persistere.
O
almeno questa è, insieme ad altre, una possibile chiave di lettura: ché
sarebbe tradire quest'album magico e proteiforme, tentarne una lettura
didascalica, imprigionandone
in un netto percorso concettuale il sottile reticolo di allusioni,
nuances, intriganti ambiguità. Infatti Calypsos è un gran disco
proprio per il suo essere intimo, enigmatico, dolcemente
contraddittorio. Perché dice senza dichiarare, mutuando l'incanto
inconscio dei sogni. Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede
d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos
è un giardino dell'animo, una partitura cameristica che svela via via,
nel riascolto, colori e profondità. A partire dai suoni: quel lieve
discorrere del pianoforte, in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur
mansueto di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese in La casa,
quel canto serpentino di In onda. Quel mondo che si svela per gradi in
Per le strade di Roma, «quando la notte scende/ e il buio diventa
brina/ e tutto si consuma e tutto si combina» e par di ritrovare certe
liriche pasoliniane. Fino a L'angelo che a me ricorda, ma a contrariis,
un'altra grande pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In realtà
quella era una canzone sociale - puntualizza Francesco - questa è una
riflessione sulla vita e la morte, sulla
loro accettazione serena», ma potrebbe celare una pensosa parafrasi del
dono d'amore: «Sono venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a
sciogliere/ e non a spezzare», la complicità che non insidia la libertà.
Non
chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione corretta: sa bene,
Francesco, che la canzone non va decrittata, ma percepita, attraverso le
sensazioni che irradia: «Non c'è niente da capire», cantava lui
stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va di raccontare l'impulso che ha
dato vita a Calypsos, quando
ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro non sembrava alle
viste: «Già quando scrivevo l'album precedente, avvertivo questo
genere di suggestioni, legate alla realtà degli affetti e dei
sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con la passione civile di
Pezzi: così le ho tenute da parte, e subito dopo mi sono rimesso
all'opera». Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante e
tenerissima: «Piace anche a me, così minimale, con quell'aspetto un
po' disneyano: i due innamorati che si ritrovano in un albergo a tre
stelle potrebbero essere Minnie e Topolino..».
Insomma,
un disco che viaggia controcorrente, questo Calypsos: parla dell'amore -
lo provoco - in un momento di così grandi tensioni sociali e politiche.
E lui: «Ma su quel versante avevo già dato, era inutile ribadire
quello che Pezzi diceva già, esplicitamente. Del resto non sono mai
stato un autore di manifesti: chi parla di me come di un artista
schierato, il solito cantautore con la kappa, mi conosce davvero poco».
(Il Giornale – 16.2.2006)
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Da Fazio a CHE TEMPO FA Pubblicato
da Furex on 12th Marzo 2006 Ho visto per la seconda volta in pochi giorni De Gregori fare promozione per il suo ultimo parto musicale, Calypsos. Da Fazio, De Gregori parla del video di Cardiologia, che a suo dire non è un video, ma un'installazione di arte moderna. Realizzato
da De Gregori in collaborazione con il suo "tastierista",
secondo Sorvolando sul concetto squisitamente paleomusicale del "tastierista", mi sono chiesto con perplessità a quale epoca risale il concetto di video tradizionale secondo De Gregori; la mia perplessità aumenta mentre penso che il video musicale come genere ha una storia non più lunga di un ventennio. Poi mi ricordo dell'ironica protesta della Littizzetto, che qualche tempo fa denunciava la divergenza crescente tra video e canzone. E osservo uno spezzone del video, che ricorda tanto i visualizzatori di Winamp. Infine Fazio chiede: qual è la canzone perfetta per te, fammi un esempio. De Gregori con la massima pace mentale risponde che forse la sua ultima, ecco quella è perfetta. Devo essere proprio fuori target.
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IN ONDA
(F.
De Gregori – Calypsos)
LA
MI
LA
E
vado in onda
MI
Silenziosamente
LA
La
mia mente sogna
E
sono fermo ai bordi della strada
E
stranamente io
RE
Non
ho vergogna
MI
Sto
aspettando e sto chiamando
LA
MI
Che
qualcuno mi risponda
LA
Sono
a casa
MI
La
mia porta è aperta
LA
E
la mia luce è accesa
Come
un ladro nella notte puoi venire
RE
lo
non ho difesa
MI
Mentre
dormo mentre sogno puoi colpire
LA
Di
sorpresa
MI
Soffia
il vento
SIm
RE
Sulla
punta del molo con un piede batto il tempo
FA#m
Spreco
il tempo
MI
Sta
piovendo
SIm
RE
La
tempesta sul mio viso sta passando
FA#m
MI
Si
sta sciogliendo
LA
Io
sono in onda
MI
Chiudo
gli occhi e ti vedo forte e chiaro
LA
e
sono in onda
Il
mio nemico è in piedi ed io lo vedo ride
RE
Fermo
sulla sponda
MI
Ed
io lo guardo e gli sorrido
LA
Mentre
la mia nave affonda
MI
SIm RE FA#m
MI
Soffia
il vento
SIm
RE
Sulla
punta del molo con un piede segno il tempo
FA#m
Passo
il tempo
MI
LA - RE MI LA
Alessandro Svampa: cajon, bonghetti
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS
Alessandro Arianti: piano Fender Rodhes, Oberheim, Nordlead
Paolo Giovenchi: chitarre Gretsh 6120, Gaglio, Gibson J45, Martin D42
Lucio Bardi: chitarra Martin D42
|
Al
Buddha Café come al pub per cantare tutti insieme aprile 2006 DI
MARINELLA VENEGONI Gentile
De Gregori, allora lei tiene concerti ma non vuol sentire la parola
«tournée». Ritorna
ai suoni duri degli ultimi tempi? E'
noto che lei non è un estimatore di Springsteen, e tuttavia anche The
Boss, come lei con Giovanna Marini nel «Fischio del vapore» ha
appena inciso in «We Shall Overcome» canzoni popolari del passato
del suo Paese. Le
nostre vecchie canzoni popolari erano praticamente scomparse
dall'immaginario collettivo. Le verrà voglia di cantarne qualcuna,
almeno a Parma il 25 aprile. Perché
solo lei, in Italia, ha avuto l'idea di riprendere questo repertorio
del passato? Non
le verrebbe di incidere un secondo volume? Le
è piaciuto «Il Caimano» di Moretti? Fino
a quando non parlerà di politica?
|
La sorpresa De Gregori: nuovo cd e svolta acustica
Paolo
Giordano
Colpo secco, nuovo ciddì. Sarà che uno non se l'aspettava così presto. O che lui, il Principe, di solito se le coccola le sue nuove canzoni, le lascia crescere e respirare sui fogli d'appunti, in sala d'incisione, sui tavolacci delle osterie. Comunque rieccolo ed è una sorpresa: appena undici mesi dopo il ciddì Pezzi, il dieci febbraio Francesco De Gregori ne pubblica un altro che nel titolo richiama una ninfa greca ma pure un ballo giamaicano, un titolo di bellezza e movimento e anche di svolta, massì. Calypso. De Gregori lo ha registrato di getto tra la seconda metà di novembre e dicembre, trascorrendo ore chiuso con la sua band nel piccolo studio di registrazione della casa di Spello, il borgo silenzioso nell'Umbria ai confini con le Marche. Settimane di lavoro al riparo dalle pressioni e dalle ansie, a pochi metri dagli uliveti che inseguivano le ombre lunghe del sole d'autunno. Lì De Gregori produce un extravergine da primato, con i riflessi verdi e asprigni dell'olio umbro, il Moraiolo o il Leccino, che già nel Trecento i contadini benedicevano col pane e il sollievo di un anno buono. E lì sono nate queste nove canzoni a bruciapelo, inattese e impegnative perché dovranno sovrastare l'eco delle altre appena uscite e anche loro subito benedette dagli osanna dei critici. Pezzi è stato un ciddì trasversale per Francesco De Gregori. Salutato come uno scampolo di poesia rock, gallonato da riferimenti simbolici a Celestino V (Vai in Africa, Celestino!) o alla Atene dei peripatetici (Gambadilegno a Parigi).
(Il Giornale - 16.1.2006)
Il
soffio dell'ispirazione solleva il velo sull'amore di Giorgio
Maimone
"Calypsos"
è un disco ispirato, anacronistico, fuori dal tempo: un concept album
sull'amore. Una riflessione, alta, ponderata, profonda, impregnata da
tutti i fumi della poesia, bagnata da tutte le sottili maree
dell'emozione su quella sottile vena di follia che tutti ci tiene e che,
come panni stesi a sciorinare all'aria, ci fa oscillare appesi al filo
degli improvvisi sussulti del cuore. Dimentichiamoci la copertina. E'
l'unica cosa brutta di uno splendido disco. Ma è una citazione
anch'essa: si capisce dai caratteri incerti tracciati a mano. Siamo
dalle parti dei dischi bianchi di Battisti/Panella. Dimentichiamo e poi
partiamo a sognare. Dice: ma come si fa a fare un disco nuovo undici
mesi dopo il precedente? Risponde: fa tutto l'ispirazione. Innegabile.
Dice che l'ispirazione è stata la ninfa che trattenne Ulisse, di lei comunque innamorato, per sette anni, prima di lasciarlo tornare a casa. Ma quando ascolterete "L'angelo" inizierete a sorridere: il tempo sottostante è un calypso che neanche Harry Belafonte! De Gregori gioca su due tavoli e vince sempre, perché in mano tiene carte segnate per "giocare a carte col suo destino". Il suo personale destino gli ha evidentemente consegnato una "mano" doppia che lo costringe a produrre alternativamente un disco "bianco" e un disco "nero", un disco "lento" e uno "rock", un disco "dolce" ed uno "amaro". E "Calypsos" è, prima di tutto un grande disco, uno dei più grandi della sua discografia (che poi vuol dire almeno della discografia nazionale) e poi un disco di "sole", pulito, fresco, agile e svelto. Anche troppo svelto: scorre via in appena 9 canzoni e 39'45". Ma forse 40 minuti è il tempo medio dell'amore.
E'
quindi quasi un concept album questo a cui ci troviamo di fronte, anche
se il concetto non è esattamente degregoriano, che finora, il massimo
di concettualità l'aveva dispiegato su Titanic. Però già in
"Pezzi" si percepiva un'aria unitaria di fondo che qui si fa
più precisa e calzante. Preso il mito di Calypso come parametro di
riferimento o punto di partenza per indagare sulle segrete trame
dell'amore, Francesco De Gregori approfonda il bisturi della sua poesia
pulita e chirurgica e in questo caso per niente visionaria e passa in
rassegna situazioni amorose.
Si
inizia con "Cardiologia", pianoforte e voce, con la tenue
aggiunta del basso di Guglielminetti. E' la prima canzone nella quale
Francesco dice esplicitamente "Ti amo" parlando in prima
persona, ma non è questo il motivo di interesse ("quando dice:
"è quattro giorni che ti amo/ ti prego non andare via" è una
citazione in terza persona. Cfr "Pezzi di vetro"). Le note del
piano di Alessandro Arianti possono ricordare un po' l'atmosfera de
"La donna cannone", ma la canzone prende subito altre vie.
Sono immagini degli
amori: "l'amore indecente / che non si può
guardare", quello "che si veste di bianco / per
scandalizzare" o "che raccoglie conchiglie / dopo la
mareggiata", ma soprattutto "gli amori mai passati e ancora
vivi nella mente / che dell'amore non si butta niente". Questa è
la frase finale del brano, segue una lunga coda pianistica, e sfido
chiunque ad ascoltarla senza farsi prendere da un brivido. D'altra parte
Francesco ce lo ricorda anche prima: "l'amore ha sempre fame, non
l'avevi notato?" Dice: "l'ho fatta in presa diretta, una sola
volta e buona la prima. Altrimenti non ce l'avrei fatta a rifarla".
Emozione a cuore aperto: ecco la "cardiologia" del titolo.
Piccola
citazione: "l'amore dice "sempre" con disinvoltura /senza
paura dice "mai" / senza paura mai" da un lato riecheggia
"dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre" /
nell'ipocrisia dei "mai" di De André e dall'altro riprende i
temi di "Sempre e per sempre".
"La
linea della vita" è la seconda canzone. Si cambia completamente
atmosfera: quasi un blues. Cori gospel femminili (Elisa Baldini, Claudia
Berté, Moira De Santi) di grande efficacia accompagnano la formazione
al completo che suona nel disco (da dieci e lode sia strumentisti che
arrangiamenti): sotto la direzione di Guido Guglielminetti che produce,
come al solito e suona il basso, si allineano Alessandro Svampa alla
batteria o percussioni, Alessandro Valle alla pedal steel, Paolo
Giovenchi alle chitarre elettriche o acustiche, Lucio Bardi alla
chitarra acustica, Alessandro Arianti al pianoforte e tastiere. De
Gregori in questo disco non suona quasi mai: una sola volta, in
"Per le strade di Roma" imbraccia la fida Martin D28. Tono
scanzonato e ritmo sicuro, la "Linea della vita" parla degli
"amori che non si ricordano / e baci che si dimenticano / Persone
che passano e non si salutano e sputano /e cani bianchi che a volte
ritornano".
"La
casa" è un'altro dei vertici del disco (direte: quanti vertici ha
questo disco? E' un icosaedro!) . "E ci metto la scommessa che ti
voglio amare sempre / e ci metto quattro vigne per il vino di
settembre" In una casa per l'amore ci stanno tante cose, sempre
sotto il numero sciamanico di quattro ("quattro porte per i punti
cardinali ... quattro rose per i quattro Evangelisti ... quattro spine
dolorose ... quattro spine e quattro rose"). Viola, violino e
violoncello danno ulteriore intimità a un brano da cantare sul calar
della sera, tenendo vicino la persona amata ed osservando dall'uscio di
casa il tramonto. "Costruisco questa casa / senza inizio e senza
fine / come il sole a mezzogiorno / quando incendia le colline" ...
"che ci possa entrare il cane / quando sente il temporale". E'
una canzone semplice, tutta in rima, ma non c'è una sola rima fuori
posto, forzata o abusata. E' grande dolcezza che si spande tutto
intorno.
Ancora
con l'anima turbata e con la sensibilità esacerbata dalla canzone
precedente non ho tempo di riprendermi prima di accorgermi di
"riuscire a volare" assieme a "L'angelo" che arriva
direttamente dai Caraibi e passa a volo rasente. Un angelo dolcissimo
che "è venuto a sciogliere / non a legare". "Passa
l'angelo e ti offre da bere" e in sottofondo un dolcissimo suono di
flauto (forse il Lahore flute, come dice la nota sul libretto) ti prende
per mano e ti porta esattamente dove sei disposto ad andare tu. Potrebbe
essere l'angelo di un amore estemporaneo, che si ferma esattamente il
tempo necessario per darti un sorriso ... e per offrirti da bere.
Imprescindibile.
"In
onda" è forse il brano che ha più a che fare con il mito di
Calypso, almeno direttamente, ma Francesco non ha voglia di essere
esplicito e gioca col doppio senso di essere in onda da marinaio o di
"andare in onda" in un mezzo di comunicazione di massa. E'
Ulisse che parte e che dice che "sta piovendo / la tempesta sul mio
viso sta passando / si sta sciogliendo". "Il mio nemico è in
piedi ed io lo vedo, ride / fermo sulla sponda / e io lo guardo e gli
sorrido / mentre la mia nave affonda". Una delle canzoni più
lunghe (5'24") e di grande intensità. Commuovente.
Dopo
una parte centrale così densa e ripiena di sentimento c'è bisogno di
tirare il fiato e cosa c'è di meglio di un sano e deciso rock? "Mayday"
adempie perfettamente allo scopo: camera di decompressione musicale e
testuale. Le liriche insegnano come si può fare per salvarsi la vita:
"devi comprarti un vestito nuovo / e decidere come ti sta".
Dopo di che "guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per
lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Ulisse che
lascia Calypso? "Vattene vattene adesso / ed io farò lo
stesso". Amori che si lasciano, che finiscono, che abbandonano la
scena. L'altra faccia dell'amore. L'altra faccia della musica.
"Per
le strade di Roma" sono 5'43" di scorribande per gli ambienti
della Capitale, dalla Magliana alla Tiburtina, dalla Salaria a via
Frattina. Quasi come Nanni Moretti in vespa in "Caro Diario".
Un modo in immagini e un modo in musica per esprimere l'amore per la
propria città. "C'e adrenalina nell'aria / carne fresca che gira
/... / e tutto si arroventa e tutto fumo / per le strade di Roma".
In Roma ci sono facce nuove, ma anche donne da guardare e "ragazzi
che escono da scuola / e sognano di fare il politico o l'attore / e
guardano il presente senza stupore / e il futuro intanto passa e non
perdona / si aggira come un ladro / per le strade di Roma". Una
panoramica con sguardo innamorato, dove "tutto si consuma e tutto
si combina", ossia "per le strade di Roma". Magica. E
innamorata. Una canzone d'amore per la città.
"L'amore
comunque". Dopo 7 canzoni che non fanno altro che parlare d'amore,
non avevamo più dubbi sul fatto che l'amore fosse comunque. E anche lo
stesso e persino eventualmente! "Che tu ne faccia meraviglia / o
spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di Carnevale ... / è
così che ti piace / è così che ti fa immaginare". L'amore è
comunque, non è dovunque, non è qualunque, ma è senz'altro
"comunque". Imprescindibile, imperdibile, pervasivo, ma mai
invasivo. L'amore è così che ti piace, è così che ti fa immaginare.
Altro lento d'atmosfera.
In
chiusura un altro piccolo spazio di relax. L'amore che si può fare
anche in "un tre stelle, un gran bel tre stelle /a due passi dalla
statale". Amore furtivo o fuggitivo, Clandestino o provvisorio.
Dice: l'amore tra Minnie e Topolino. Un amore rilassato. Un incontro
fugace. Con la delicatezza di un morbido country come se ne trovano
altri nel canzoniere degregoriano da "Buonanotte fiorellino"
in giù. "Tre stelle" è la canzone ma sono senza dubbio
cinque le stelle che destiniamo all'album. "Calypsos", mi
ripeto, entra nelle sfere alte della discografia di De Gregori, senza
pentimenti e senza esitazioni. Ci sono dischi in cui tutto piace e
magicamente trova il posto logico nella tua vita, nei tuoi ascolti, nei
tuoi pensieri. "Calypsos" è così: il disco giusto al posto
giusto. D'altra parte, potevamo arrivarci anche prima: lo sanno tutti
che Calypsos è un mito!
MAYDAY
(F. De Gregori – Calypsos)
MIm
Per
salvarti la vita devi uscire da qua, devi lasciare la vecchia strada
MIm
Fare
un passo più in là
SOL
La
direzione nuova
LA
La
devi scegliere tu
DO
Per
salvarti la vita
MIm
Devi
rischiare di più
RE
LAm MIm -RE LAm
Mim - LAm Mim - RE LAm MIm
MIm
Per
salvarti la vita
MIm
Non
avere paura
MIm
Localizza
un'uscita
MIm
Fai
le cose con cura
SOL
Lascia
correre l'acqua
LA
Lascia
spegnere il fuoco
DO
È
questione di niente
MIm
È
questione di poco
RE
Devi
comprarti un vestito nuovo
RE
E
decidere come ti sta
SOL
SOL7
DO
E
non aver paura di dimenticare
LA
Vattene
vattene adesso
RE
Non
ti voltare
MI
Non
c'è nessuno
LA
SI
Da
salutare
MIm
SOL LA DO MIm
RE
Devi
cambiare indirizzo e telefono
RE
Devi
cambiare città
SOL
SOL7
DO
E
non aver paura di non farti più trovare
LA
Vattene
vattene adesso
RE
Ed
io farò lo stesso
MI
Non
ti voltare
LA
SI
Non
c'è nessuno da ringraziare
MIm
Per
salvarti la vita
MIm
Non
ci stare a pensare
MIm
Chiuditi
bene la porta alle spalle
MIm
E
butta la chiave
SOL
Guarda
dritto negli occhi
LA
L'amore
che stai per lasciare
DO
E
abbandona la scena
MIm
Abbandona
la nave
RE LAm Mim - RE LAm Mim
LAm Mim - RE LAm Mim - LAm Mim - RE LAm MIm
Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico Fender special
Alessandro Arianti: Fender Rodhes piano
Alessandro Valle: pedal steel guitar
Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Fender Telecaster55
Lucio Bardi: chitarra Fender Stratocaster
Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro
De
Gregori: ‘Ecco come sarà il mio nuovo album’
Fresco
di incoronazione per il suo album del 1982, “Titanic”, il più bel
disco degli ultimi 30 anni secondo un sondaggio di Repubblica, Francesco
De Gregori ha rilasciato una lunga intervista a Michele Serra nella
quale, a sorpresa, annuncia l’imminente pubblicazione di un nuovo
lavoro discografico. L’album, in vendita da metà febbraio, arriva a
meno di un anno da “Pezzi” e s’intitola “Calypso”. “L’ho
scritto in un mese”, racconta il 54enne cantautore romano. “E’
stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo
ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io stesso,
ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali
della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del
mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno
studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro
fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Mi
hanno chiesto com’è il disco? Ho risposto: intimo. Parla dei conti
non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande
indecifrabilità. Si Chiama ‘Calypso’, parla dei rapimenti d’amore:
Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al
ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra,
‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza,
quella…”.
De
Gregori, il poeta ritrova la sua musa
Meno
rock e politica ma più melodia nel nuovo album del cantautore romano,
Calypso, in uscita a metà febbraio
(di
Enrico Deregibus su Kataweb)
Calypso.
Si chiamerà così il nuovo album di Francesco De Gregori, in uscita a
metà febbraio (il 17 anche se non ci sono ancora notizie ufficiali). Un
titolo dele genere, in grado di far pensare ai tropici come alla
mitologia greca, lascia un grande margine di spazio per immaginare cosa
possa contenere. A ogni buon conto gli elementi di sorpresa dovrebbero
essere molti.
Il
primo è certamente la pubblicazione in sè, visto che l'ultimo disco di
De Gregori, Pezzi, è uscito solo alla fine di marzo dell'anno scorso e
ormai da tempo, si sa, i lavori in studio degli artisti più importanti
sono centellinati. Avvengono a piccoli sorsi, a volte perché son di
pregio, a volte perché le botti sono vuote. Lo stesso cantautore romano
dagli anni Novanta ha tenuto una media di quattro anni fra un'uscita e
l'altra.
Calypso
oltre a essere il titolo del disco è anche una delle canzoni, che in
tutto saranno nove, prodotte come ormai d'abitudine da Guido
Guglielminetti. Il quale ha solo anticipato che: "Di questo disco
ci sarà da discutere per tutto l'anno. Credo che rimarrete
scioccati".
Le
voci sull'album sono molte, circolano anticipazioni plausibili e altre
molto meno. Su un 'blog' sono comparsi addirittura i titoli e i versi di
alcune canzoni ma era una notizia totalemente priva di fondamento (i
titoli erano del tutto inventati e i versi appartenevano a canzoni di
altri, più o meno note) anche se il quotidiano 'L'Unione sarda' ha
ripreso le indiscrezioni dandole per sicure.
Quel che è certo è che Calypso (già titolo di un vecchio album di Ron) sarà meno rockettaro di Pezzi, più melodico, e tendenzialmente meno incline a tematiche politiche e sociali. Una sorta di altra faccia della medaglia rispetto al precedente. Come mai questa uscita a ridosso? La spiegazione si trova in una parola: ispirazione. Che, come disse De Gregori una volta, "effettivamente esiste, anche se scevra da qualunque romanticismo".
Prima
di Pezzi il cantautore aveva infatti confessato di non avere grandi
stimoli di scrittura, da una parte gli sembrava di aver già detto molto
e dall'altra non aveva intenzione di ripetere cose già dette. Ma il
vento è cambiato. In occasione delle interviste per Pezzi, De Gregori
aveva rivelato di aver composto molti altri brani oltre quelli e aveva
anche anticipato l'intenzione di non aspettare quattro o cinque anni per
un nuovo disco. Addirittura alla pubblicazione dell'album di Jovanotti
Buon sangue se n'era uscito con una battuta: "Con un titolo così
avrei già un disco di canzoni pronte".
A
novembre, prendendo tutti in contropiede e non seguendo i consigli dei
discografici lo invitavano ad aspettare (da Pezzi è stato da poco
estratto il terzo singolo, Passato remoto), è entrato in studio e c'è
rimasto fino alla fine di dicembre. Controcorrente per l'ennesima volta,
come quando nel 1990 pubblicò tre dischi dal vivo in contemporanea e
come quando nel 2003 uscì con il disco di brani della tradizione
italiana Il fischio del vapore insieme a Giovanna Marini.
Calypso sarà nei negozi a meno di un anno da Pezzi (25 marzo 2005) gratificato da parecchi riconoscimenti anche recenti. Quelli della critica, che l'ha premiato come miglior disco dell'anno con la Targa Tenco 2005 e nel consueto referendum della rivista di settore 'Musica e dischi'. Ma non solo. Il brano Gambadilengo a Parigi ha vinto un gioco sulla canzone più emozionante dell'anno fra i lettori della 'Stampa' di Torino, mentre l'intero album è in testa al referendum fra quelli del 'Corriere della sera' sul più bel disco del 2005. De Gregori ha sbancato anche con lettori di 'Repubblica': proprio in questi giorni il suo Titanic è stato scelto come miglior album degli ultimi trent'anni, davanti a dischi di Pink Floyd, De André, U2, Guccini, Springsteen, Clash e altri mostri sacri. (18 gennaio 2006)

|
Il
pubblico È conservatore. Sente una canzone in un certo momento della
sua vita e quella resta sempre la stessa Intervista
alla vigilia del tour ROMA
- Questa conversazione con Francesco De Gregori avviene alla vigilia
del Calypsos Tour che dall'11 luglio lo porterà in giro per l'Italia
con il disco (Calypsos, appunto) uscito lo scorso inverno. È il caso
di avvertirlo che chi gli fa le domande stavolta non è un giornalista
musicale, che non saranno domande musicali. Non si preoccupa, unico
sbarramento la vita privata. La politica sì, con l'avvertenza:
"sono solo un cantante". È
giusta l'impressione che ogni disco, forse ogni singolo concerto,
siano segnati da un sentimento? "Forse
è così, ma a me risulta chiaro solo a posteriori. Se mi guardo
indietro m'accorgo che qualche volta il mio lavoro è stato
contrassegnato da un maggior interesse verso il mondo, la politica, la
storia: Titanic per esempio. Mentre al contrario Rimmel parla del
cuore. In realtà le cose s'intrecciano ed è difficile districarle,
anche il cuore non sta sulla luna ma sta piantato nel mondo. Poi c'è
un mio normalissimo processo di crescita e anche di decadenza. Di
sostituzione di alcuni sentimenti con altri. Non un'accresciuta
capacità di maneggiare i ferri del mestiere, non sono diventato più
bravo a scrivere canzoni di quanto fossi trent'anni fa". In
tanti restano male quando lei canta una sua canzone famosa cambiandola
(ride e dice "non mi offendo"). Vuol dire che il pubblico è
conservatore e che limita la libertà artistica? E che lei si difende
e si ribella? Con un po' di malignità, perché così impedisce al
pubblico di cantare con lei nei concerti. "Il
pubblico è conservatore, e forse ha ragione di esserlo. Va a sbattere
addosso a una canzone in un certo momento della sua vita e quella
canzone resta esattamente come l'ha sentita quel giorno. Ma per me è
un giorno di vent'anni, di trent'anni prima. Per me che l'ho scritta
quella canzone non resta cristallizzata, per me che ci lavoro con le
canzoni è fatale che cambino e si rinnovino. Sarei truffaldino se
rimanessi fermo a quello che è stato vero nel '75 o nell'80 e non può
essere rimasto tale e quale. Il pubblico può cantare le mie canzoni,
ci mancherebbe, basta che non pretenda che io le canti come le canta
lui. Naturalmente
nessuno può impedire di pensare che, rifacendola, quella canzone l'ho
rovinata". Una
delle sue canzoni in particolare è stata più volte piegata a un uso
politico, da destra e da sinistra. È Viva l'Italia. Quest'anno per la
prima volta, per la campagna sul referendum costituzionale, lei ha
acconsentito. "Ho
detto di sì per la prima volta perché mi sembrava importante
contribuire alla vittoria del No. In generale non mi piace ma questa
volta negarla sarebbe stato solo spocchioso. La prima volta fu usata
dal Movimento sociale, che non mi ricordo se già si chiamava Alleanza
Nazionale. La seconda volta dal Psi di Craxi. In entrambi i casi
espressi malumore e disappunto. Più di questo è difficile fare
specialmente se, come nel primo caso, la canzone non viene usata per
una campagna - che implica la richiesta del permesso a editore e
autore - ma eseguita in una festa di partito dove basta che paghi la
Siae senza bisogno di alcun consenso. Più che dire: ma l'avete
sentita bene? "l'Italia liberata", "l'Italia che
resiste": voi che c'entrate? Non vi riguarda, o casomai vi
riguarda al contrario. Non è che siano stati grandi drammi della mia
vita comunque. Woody Guthrie si ritrovò la sua "This land is
your land" come colonna sonora pubblicitaria di una marca di
latte". Esce
in questi giorni un'antologia intitolata "L'Italia del Novecento
nella poesia del Novecento" (Ediesse editore) che include molti
testi di canzoni e tra queste Viva l'Italia. "Questione
molto dibattuta e, per me, pessima cosa. Mi sembra talmente semplice:
la poesia trova la sua musicalità e il suo ritmo nelle parole mentre
il testo di una canzone viene scritto in funzione della musica, quindi
la parola non è autonoma. La canzone senza musica è mutilata. Io non
voglio figurare così accanto a Zanzotto, anche se penso che Viva
l'Italia sia una bella canzone: ma con la sua musica. Come se
togliessimo la punteggiatura a una poesia. Trovo che sia un omaggio
non richiesto, non mi sento più elevato se paragonato a un poeta, non
l'ho mai preteso". Per
una lunga stagione - tra anni 80 e 90 - la sua figura associata ad
altre (due nomi per tutti: Nanni Moretti, Altan) è stata un simbolo
di resistenza morale. Una forzatura, un condizionamento, perfino un
equivoco? "Io
personalmente come altri personalmente possiamo essere stati percepiti
come oppositori perché abbiamo espresso disagio e dato voce al
disagio nei confronti di un percorso contrario a tante speranze.
Naturalmente se gli artisti diventano surrogato della politica questo
indica un fallimento della politica. Oggi non mi tiro indietro, sono
sempre lo stesso e non ho cambiato le mie idee ma leggo i giornali in
modo più disattento, con più distacco dalla partecipazione sofferta.
Sono contento che Prodi sia al posto di Berlusconi, ma non mi sveglio
con la smania di sapere che cosa ha dichiarato Pecoraro Scanio.
Preferisco ammirare un bel quadro o dedicarmi a un bel libro di
filosofia". C'è
la canzone d'amore per definizione senza tempo (Buonanotte
fiorellino), quella che invece trae ispirazione da un tempo e da un
luogo storicamente riconoscibili (Il cuoco di Salò o San Lorenzo), e
quella che difende un'idea, un principio, un valore (Generale). Che
differenza c'è, c'è una gerarchia artistica? "La
prima differenza che mi viene in mente è che Il cuoco di Salò non la
canto mai dal vivo per paura che qualcuno si alzi in platea e gridi
"viva il duce" o anche "a morte i fascisti".
Vorrebbe dire comunque non essere riuscito a farla capire. Detto
questo per me non c'è molta differenza: anche la canzone
"storica" nasce nello stesso posto dove è nata Buonanotte
fiorellino, il cuore". Lei
pratica un'arte popolare, che sta nel mercato e le fa guadagnare
denaro. C'è dentro di lei un'anima rigorista che le dice di dover
espiare la "colpa" della ricchezza? "No.
Sono uno che guadagna bene ma ha anche e sempre pagato molto bene le
tasse. Non mi sento colpevole e non mi sforzo di sentirmi
colpevole". Quanto
conta per lei il cinema? "Bufalo
Bill non l'avrei potuta nemmeno pensare se non avessi visto il film La
ballata di Cable Hogue di Peckinpah. Le parole "Il mio amico culo
di gomma famoso meccanico" nascono da lì, da quel personaggio
del West al tramonto che viene schiacciato dalla prima automobile. Fa
parte della mia cultura "da liceale" che a volte mi è stata
rimproverata". Sotto
elezioni lei è uscito con un disco dal profilo intimista, Calypsos.
Il contrario del Caimano di Moretti. "Penso
che entrambi abbiamo agito liberamente, io parlando di sentimenti e
lui di Berlusconi. Elezioni o non elezioni". (8 luglio 2006) |
PER LE
STRADE DI ROMA
(F.
De Gregori – Calypsos)
FA
DO/MI
SOL/RE 
FA/DO
DO
SOL/SI
FA
DO/MI
C'è
adrenalina nell'aria
SOL/RE
Carne
fresca che gira
FA
DO/MI
Polvere
sulla strada
SOL/RE
E
gente che se la tira
FA/DO
DO
SOL/SI
E
a tocchi a tocchi una campana suona
FA/DO
DO
SOL/SI
Per
i gabbiani che calano sulla Magliana
FA
DO/MI
SOL/RE
E
spunta il sole sui terrazzi della Tiburtina
FA/DO
DO
SOL/SI(più
alto)
E
tutto si arroventa e tutto fuma
DO
FA
Per
le strade di Roma
DO/MI
SOL/RE DO
FA DO/MI SOL/RE
Per
le strade di Roma
FA
DO/MI
Ci
sono facce nuove
SOL/RE
E
lingue da imparare
FA
DO/MI
Vino
da bere subito
SOL/RE
E
pane da non buttare
FA/DO
DO
SOL/SI
E
musica che arriva da chissà dove e donne da guardare
FA/DO
DO
SOL/SI
Posti
dove nascondersi e case da occupare
FA
DO/MI
SOL/RE
Che
sono arrivati i Turchi all'Argentina
FA/DO
DO
SOL/SI
E
c'è chi arriva presto e chi è arrivato prima
DO
FA
Per
le strade di Roma
DO/MI
SOL/RE DO
FA DO/MI SOL/RE
Per
le strade di Roma
FA
DO/MI
E
c'è un tempo per vendere
SOL/RE
E
un tempo per amare
FA
DO/MI
E
c'è uno stile di vita
SOL/RE
E
un certo modo di non sembrare
FA/DO
DO
SOL/SI
Quando
la notte scende e il buio diventa brina
FA/DO
DO
SOL/SI
E
uomini ed animali cambiano zona
FA
DO/MI SOL/RE
Lucciole
sulla Salaria e zoccole in via Frattina
FA/DO
DO
SOL/SI
E
tutto si consuma e tutto si combina
DO
FA
Per
le strade di Roma
DO/MI
SOL/RE
DO FA DO/MI SOL/RE
Per
le strade di Roma
(minimoog:
mi sol mi
sol mi si
mi sol mi
sol mi re
mi sol mi
si mi re)
FA/DO
DO
SOL/SI
E
a tocchi a tocchi una campana suona
FA/DO
DO
SOL/SI
Per
i ragazzi che escono dalla scuola
FA
DO/MI
SOL/RE
E
sognano di fare il politico o l'attore
FA
DO/MI
SOL/RE(/RE
alto)
E
guardano il presente senza stupore
FA/DO
DO
SOL/SI
Ed
il futuro intanto passa e non perdona
FA
DO/MI
SOL/RE
E
gira come un ladro
DO
FA
Per
le strade di Roma
DO/MI
SOL/RE DO
FA DO/MI SOL/RE
Per
le strade di Roma
(minimoog:
mi sol mi
sol mi si
mi sol mi
sol mi re
mi sol mi
si mi re)
Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: basso elettrico 5 corde
Alessandro Arianti: Oberheim, Nordlead, Minimoog
Alessandro Valle: pedal steel guitar
Francesco De Gregori: chitarra Martin D42
Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Gaglio
Odisseo
a Roma
«IO
RISPETTO tutti quelli che credono in un qualunque Dio, ma vorrei che
loro credessero più negli uomini. Se penso a queste forme di monoteismo
che oggi creano grande preoccupazione nel mondo, mi viene da rimpiangere
gli dei della classicità. Quel delizioso Olimpo pieno di personaggi un
po’ alla Disney, dove trovavi una Minerva dispettosa, un Nettuno
incazzoso, un Giove un po’ mollicone e tormentato dalla moglie. Dicono
che comandasse sugli altri, ma poi non si capisce quanto contasse
davvero. Quella era una forma di religione estremamente gradevole». È
di buon umore, De Gregori, malgrado una fastidiosa allergia. «Non alle
interviste», assicura lui ridendo, e questa è già una notizia.
Refrattario a infilarsi nelle sabbie mobili della politica - proprio lui
che l’impresario David Zard definisce come «l’unico sincero
cantautore di sinistra» - Francesco preferisce parlare di miti, per
commentare questo suo smagliante nuovo album, che non a caso si intitola
"Calypsos". «Con quella "s" da plurale
angloamericano, perché qui non parliamo solo di una ninfa, ma di tante
donne, e dell’indecifrabilità delle passioni. Ecco, questo è un
disco sui sentimenti, che sono pericolosi ma splendidamente necessari.
Perché la vita ha sapore quando l’anima si contorce per il
batticuore, quando l’uomo rischia di scoprire il dolore inseguendo la
felicità». De Gregori, Calypso non riesce a trattenere Ulisse sull’isola
Ogigia, malgrado le promesse di amplessi eterni in «grotte profonde».
Quello monta su un tronco, sfida il mare grosso e gli dei contrariati, e
tenta di fare rotta verso casa. È l’archetipo dell’uomo moderno,
no? «Attenzione. Calypso gli offre tutto, ma in cambio della libertà,
dopo sette anni di sequestro. Non voglio ci si vedano altre simbologie,
in filigrana, tranne l’imperscrutabilità dell’attrazione. Insomma,
Ulisse piange sulla spiaggia, ma la sera prima di partire fa sesso a
go-go con la ninfa. E lei, che lo tiene prigioniero, si comporta in modo
contraddittorio. Lo aiuta a prendere i tronchi, a caricare la zattera.
Non lo caccia via, ma quasi. Il suo è un atteggiamento incoerente. E
Calypso è una divinità. Non come Didone, che è pienamente donna, e
della quale comprendiamo la disperazione, una volta che si innamora di
Enea». Perché Ulisse deve andare: Omero pretende l’happy end a
Itaca. Poi, fatta strage di Proci, si stufa e riparte. Dante lo fa
naufragare oltre le colonne d’Ercole, altre leggende balcaniche lo
vedono come un esploratore di nuove terre, un re venuto dal mare con un
remo per scettro. «Già. È l’uomo condannato al viaggio. È il suo
tormento, il suo desiderio, il germe della conquista e della scienza.
Tutti subiamo la fascinazione di un percorso da intraprendere. Salgari o
Pessoa viaggiavano con la mente, senza muoversi da casa. E su Internet
ci illudiamo di navigare. Al contrario, gli animali non amano viaggiare:
si spostano per freddo, o per fame». Su questo nuovo disco c’è un
omaggio agli alberghi a «Tre stelle». Curioso, perché i musicisti
cantano spesso l’alienazione della vita in tournée. «In questi hotel
di medio livello trovo spesso più umanità e pulizia di quelli di gran
lusso, dove magari il portiere ti parcheggia la macchina ma non c’è
un clima accogliente e familiare. Questi alberghetti "ai margini
della statale" li devi saper cercare. Sono un antidoto alla
solitudine tipica del nostro mestiere». Che la rivedrà presto sulla
strada per altri tour, immagino. «La parola tour mi fa venire l’orticaria,
mi ricorda i viaggi di formazione degli intellettuali del Settecento.
Farò una ventina di concerti in estate, sotto le stelle, come si
conviene. Per tenere sotto controllo la band». E per tenere sotto
controllo anche gli eventi, come in quella notte di tregenda a Villa
Borghese, qualche mese fa. «Una serata in qualche modo magica, malgrado
la pioggia da tropici e il guasto all’amplificazione. Una di quelle
volte in cui il pubblico di gratifica oltre ogni misura». Che ne è
dell’ipotesi di un concerto per Roma assieme a Zero, Venditti e
Baglioni? «Francamente non ne ho mai sentito parlare. Non vorrei
sembrare scortese, ma facciamo musiche così diverse che mi parrebbe
complicato organizzare il tutto. E poi non ho mai sentito l’appartenenza
a una forma di "scuola" musicale romana. È un’invenzione
mediatica. Le mie prime canzoni dovevano molto a milanesi come Jannacci
o i Gufi, a un genovese come De Andrè. Noi romani ci incontravamo
talvolta al bar dell’Rca o al Folkstudio, ma non avevamo una
sensibilità comune, né uno stile condiviso». E questa nuova canzone,
"Per le strade di Roma"? Immagini pasoliniane e poi quei due
versi che spuntano come una lama di coltello: "uomini e animali
cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina".
«Che non vorrei spiegare, perché quando l’autore chiosa i suoi
testi, in qualche modo li impoverisce. Quanto a Roma, forse era destino
che ne scrivessi ora. Ho un rapporto bellissimo con la mia città, che
si lascia scoprire ogni giorno, anche se ci abiti da una vita. Magari ti
inoltri in un vicolo e trovi un mondo nuovo. Certo, questa che canto non
è la Roma che "nun fa la stupida stasera", ma quella che
incarna tanti problemi del mondo di oggi; un crocevia di problemi
globali che qui prendono forma in modo evidente, drammatico. Con questo
finale in cui "il futuro si aggira come un ladro". Non
chiedetemi quale sia, il suo avvenire. Lo immagino come Hermes, per
tornare alla mitologia. Si nasconde nelle strade, non so cosa voglia
rubare. Su questo, non ho profezie da fare». Un altro brano vede
protagonista un angelo. Fa il paio con "L’arcangelo" di
Ivano Fossati. «Curioso no? Se ci fossimo telefonati...Il ritmo è,
quello sì, l’unico vero calypso dell’album. Quanto all’angelo,
lui passa e con dolcezza ci dice di non aver paura. Ci annuncia la
nostra incessante trasformazione, i nostri passaggi. È un pezzo sulla
vita e sulla morte». Un anno fa mi disse che non avrebbe più suonato
dal vivo una cosa politica come "La storia", perché si diceva
disilluso sulla possibilità che le genti determinino il proprio destino
collettivo. Poi cambiò idea. «È bello che un musicista si
contraddica, no? Non c’è bisogno di fare dietrologia. Uno dei miei
musicisti avrà accennato il riff di quella canzone, avremo trovato un
nuovo arrangiamento intrigante, e sarà tornata in repertorio». Ma la
poesia civile ha davvero un senso, oggi? O è piuttosto un passaggio
obbligato per un certo coté artistico? «Può avere una sua funzione, a
patto di non prenderla come un obbligo o una missione, né a leggerla
né a scriverla. È una delle tante possibilità, ma l’impegno fine a
se stesso non ce lo ordina il dottore. E neppure il commentario
politico. Mi astengo, lo lascio volentieri a tanti colleghi». Beh, in
un mondo di cattivi maestri ci indichi almeno un esempio da seguire.
«Il Dalai Lama. E non se ne parli più».

L’AMORE
COMUNQUE
(F.
De Gregori – Calypsos)
RE
SOL
RE
SOL LA
SOL
RE LA
SOL
LA
RE
Che
tu ne faccia meraviglia
SOL
O
spettacolo banale
RE
Lacrime
a rendere
SOL
O
scherzo di carnevale
LA
Neve
di Ferragosto
SOL
O
macchina per sognare
LA
Musica
per i tuoi occhi
SOL
LA
O
parole da conservare
RE
O
come un ladro da quattro soldi
SOL
Lo
butti giù per le scale
RE
Perchè
nel buio non l'avevi visto
SOL
Ma
lo sentivi respirare
LA
SOL RE
E
ti teneva sveglia per ore
LA
Perchè
nel buio non lo volevi
SOL
LA
Ma
ti teneva sveglia per ore
SOL
Regina
del tempo,
SIm
della
sabbia e del vetro
DO
Della
fine di tutti i numeri
SOL
E
dell'inizio dell'alfabeto
SOL
Dimmelo
adesso
SIm
Dimmelo
ora
DO
LAm
Dove
posso lasciare il vestito
RE
RE7
Come
posso asciugare la pioggia
SOL
che
bagna il tappeto
MIm
SIm DO
RE
E
guarda l'amore
DO
RE LAm
che
non ha commenti da fare
RE
L'amore
comunque
LAm
RE
Che
non ha paura del mare da attraversare
SOL
RE SOL LA SOL RE LA SOL LA
RE
Che
si trasforma in colore
SOL
Per
la notte che resta
RE
E
il viola diventa rosa
SOL
E
illumina la tua finestra
LA
Come
una medicina
SOL
O
un dolore da rinnovare
LA
O
un desiderio spietato
SOL
Che
non puoi rifiutare
LA
SOL
Ed
è così che ti lasci guardare
LA
È
così che ti piace
SOL
LA
Cosi
che ti fai immaginare
SOL
Regina
del tempo,
SIm
della
sabbia e del vetro
DO
SOL
E
dell'inizio dell'alfabeto
SOL
Dimmelo
adesso
SIm
Dimmelo
ora
DO
LAm
Dove
posso lasciare il vestito
RE
RE7
Come
posso asciugare la pioggia
SOL
che
bagna il tappeto
MIm
SIm DO RE
SOL
SIm DO SOL
SOL
MIm
Alessandro Svampa: batteria
Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS
Alessandro Arianti: piano acustico Yamaha, Hammond, Oberheim
Alessandro Valle: pedal steel guitar
Lucio Bardi: chitarra Martin D28
Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Gretsh 6120
Qualcuno,
per farsi notare e non sparire nell’indifferenza generale, s’è
inventato i dischi e i concerti “evento”, effetti speciali, parate
di ospiti e sparate mediatiche utili, quando tutto va bene, a strappare
titoli ai giornali e a scuotere il pubblico dalla sua, spesso
giustificata, apatia. De Gregori, da buon bastian contrario, fa
esattamente l’opposto e si è rimesso ostinatamente a concepire il suo
mestiere come si faceva una volta. Va a suonare con la sua band (sempre
la stessa) dove lo chiamano, butta fuori un disco ogni volta che ha in
mano abbastanza materiale da giustificare l’affitto di una sala di
registrazione. Profilo basso, insomma, come antidoto alla schizofrenia
dello show business, “progettualità” e strategia al grado zero:
posso confessare che basta questo a rendermelo simpatico, a farmi
schierare immediatamente dalla sua parte? Detto ciò, bisogna sapere a
cosa si va incontro. “Calypsos” sono semplicemente le sue “9
canzoni nuove”, come sottolinea onestamente il sottotitolo di un disco
che arriva a meno di un anno da “Pezzi” nella veste più dimessa che
sia possibile immaginare: copertina “povera” e iper minimale con
nome dell’artista e titolo dell’album riprodotti su sfondo bianco (l’unico
vezzo è quel lettering che, come qualcun altro ha già acutamente
sottolineato, rimanda al tardo Battisti), suono essenzialmente
analogico, durata inferiore ai 40 minuti come ai bei tempi del vinile
nostalgicamente rievocato dall’etichetta stampata sul cd.
Circola
aria antica e familiare, insomma. Con la cover di “A chi”, incisa
per la raccolta “Mix” di fine 2003, Francesco aveva confessato un
debole insospettato per gli anni e le musiche della sua giovinezza. E
anche stavolta, tenendo a freno la lingua rock e spigolosa che
caratterizzava tanta parte di “Pezzi”, torna in un paio d’occasioni
a rivisitare l’ingenua freschezza dei Sessanta: succede nella
deliziosa “La linea della vita”, musica leggera ma pensante con
tanto di coretti e vellutata pedal steel che farebbe la sua figura anche
in un juke box, ce ne fossero ancora; e in “L’amore comunque”, una
specie di lento da mattonella non fosse per il testo che Rita Pavone o
Nico Fidenco non avrebbero mai potuto cantare. Sono canzoni d’amore,
per la maggior parte, come suggeriscono i richiami nei titoli alle
malattie del cuore e alla figura classica della ninfa Calypso, mentre la
“politica” amara e disorientata del disco precedente se ne va lei
pure in soffitta. La band che lo accompagna è quella solita, con
Arianti, Svampa, Bardi, Giovenchi, Valle e Guido Guglielminetti (anche
produttore) a ricamare con perizia e misura, mentre il titolare suona
pochissimo e pensa a scrivere e a cantare: ci sono ancora tante e belle
chitarre, scrupolosamente annotate per marca e per modello nei crediti
brano per brano, e un assolo alla Mark Knopfler (in un pezzo, “Mayday”,
che vive soprattutto di quello). Ma ci sono anche ballate classiche alla
De Gregori per voce e pianoforte come “Cardiologia”, e calypso
leggeri (rieccolo il titolo…) come “L’angelo” in duetto con Lucy
Campeti, una di quelle parentesi spensierate a cui il cantautore ci ha
abituati almeno dai tempi preistorici di “Banana republic”. E’ un
album, questo, che preferisce le rotondità agli spigoli, una certa
malinconia composta allo sdegno civile, l’universalità dei sentimenti
all’attualità dello scontro ideologico. E non è che siano tutte dei
capolavori, le 9 canzoni nuove: la struttura rock della citata “Mayday”
è didascalica, e non lascia traccia la conclusiva “Tre stelle”, un
evanescente pop soul e un clarinetto swing a far da sfondo a metafore
fin troppo prevedibili. Però è anche il disco di un Autore, e ogni
volta salta fuori una linea vincente (“Che dell’amore non si butta
niente”, canta Francesco con la sua bella voce piana in “Cardiologia”),
uno squarcio poetico, un lampo da brivido. Per esempio quella fotografia
cruda, soleggiata e sonnacchiosa che è “Per le strade di Roma”, un
omaggio lucido, agre e affettuoso a una città dove “sono arrivati i
Turchi all’Argentina” e i ragazzi “sognano di fare il politico o l’attore/E
guardano il presente senza stupore”. O quel piccolo incanto per gruppo
rock e quartetto d’archi che è “La casa”, istruzioni di bricolage
domestico e semplici proponimenti che valgono anche per la musica pop:
che può diventare un rifugio accogliente per chi ascolta, con quattro
porte ai punti cardinali “che ci possa entrare il cane/quando sente i
temporali”. Anche a questo servono le canzoni, e il De Gregori “estroverso”
e generoso degli ultimi anni sembra esserne diventato sempre più
consapevole.
(Alfredo Marziano – Rockoil.it)


TRE STELLE
(F.
De Gregori – Calypsos)
MI
LA MI LA MI LA MI LA
MI
LA
Un
gran bel tre stelle
MI
LA
Fatto
apposta per noi
MI
LA
Vuoi
venirci
MI
Vuoi
venirci
LA
Vuoi?
MI MI7 LA
Ed
il giardino è tutto profumato
MI MI7 LA
E
le lenzuola sono di bucato
MI
LA
In
questo gran bel tre stelle
MI
LA
Tre
stelle
MI
LA
MI
LA
Tre
stelle
RE
RE7+
SIm
La
prima stella è per farti ammalare e morire
SOLm7
Morire
d'amore
SOLb
SOLb7
SIm
E
la seconda è per lasciarti andare
SOL
LA
E
per farti tornare
RE
RE7
In
questa notte selvatica e acquatica
SIm
SOLm7
La
terza stella è scomparsa
MI
E
riapparsa
LA
Per
farti stancare
RE
MI
SOL LA
Tre
stelle
RE
MI
SOL LA
Tre
stelle
MI
LA
Tre
stelle
MI
LA
MI
LA
Un
gran bel tre stelle
MI
LA
A
due passi dalla statale
MI
LA
MI
Puoi
venirci per dormire
LA
O
riposare
MI MI7 LA
Le
cameriere sono tutte belle
MI MI7 LA
E
sul cuscino mettono le caramelle
SOLb SIb
SI REb
In
questo gran bel tre stelle
SOLb
SIb SI
REb
Tre
stelle
SOLb
SIb SI
REb
Tre
stelle
SOLb
SOLb7+ MIbm SOLb REb
SOLb
SIb SI
REb
Tre
stelle
SOLb
SIb SI
REb
Tre
stelle
Alessandro Svampa: batteria, tamburello
Guido Guglielminetti: basso elettrico Fender special
Alessandro Arianti: piano acustico Yamaha, clarinetto
Lucio Bardi: chitarraGibson J45
Paolo Giovenchi: chitarra Fender Telecaster
Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

FRA OGIGIA E SICILIA SEGUENDO LA ROTTA DI ULISSE
"E'
un gioco del destino. In Croazia ho scoperto il luogo della ninfa"
di Maria Lombardo - La Sicilia del 13.8.2006
------------------
Navigatore
per vocazione (quanti marinai e capitani e nelle sue canzoni !) Francesco De
Gregori torna in Sicilia seguendo la rotta di Ulisse. In tournée estiva con
«Calypsos» (titolo dell'ultimo album uscito qualche mese fa) approda (non in
senso figurato ma in senso proprio, cioè in barca) per tre serate a due passi
dal mare: Siracusa, Agrigento e Taormina (rispettivamente il 20 al Palalive,
il 21 nella Valle dei Templi e il 23 agosto al Teatro Antico per la rassegna
«CiSeiMare. Musica Estate»).
M.L. Ulisse sei tu, il navigatore che si lascia incantare dalla ninfa Calipso.
No? Visto che siamo in Sicilia, in Magna Grecia, riparliamo del titolo del tuo
ultimo album che, tanto per restare in tema marino, va a gonfie vele.
F.D.G. «Non è che avessi pensato dall'inizio di chiamare il disco così. Ho
cominciato a registrare delle canzoni mentre ancora stavo finendo di
scriverle. E' stata una cosa strana, un progetto basato su una velocità non
voluta da me. Come se qualcuno dall'alto, da fuori…avesse ingranato una
marcia veloce. E alla fine avevo otto canzoni e mi sembravano poche. Mi sono
detto: meglio nove.
Avevo da molto tempo in mente di scrivere una canzone a calipso(genere
musicale tipico delle Antille, diventato anche un ballo n.d.r.) come quelle di
Harry Belafonte, il grandissimo Belafonte. Così ho scritto
"L'angelo" l'unico pezzo che è veramente un calipso.L'ho scritto in
studio. Sono andato dal batterista a fargli sentire certi accordi e gli ho
chiesto "Ma come sarebbe se li facessi a calipso?". Lui m'ha detto:
Sì, bello. Fai, fai. Avevo delle parole scritte su un foglietto ed è nato
"L'angelo".
Come titolo del disco "Calipso" mi sembrava piatto, allora ho deciso
per "Calypsos": è abbastanza naturale, sono tutte canzoni d'amore.
La storia dell'Odissea me la ricordavo, l'avevo letta da poco. E mi sono
detto: guarda come va magicamente a posto!
E per chiudere, guarda la fatalità. A giugno, prima del tour, sono andato a
fare un giro in Croazia e sono capitato su un isoletta bellissima che si
chiama Mljet ed è parco nazionale. Ristorantini, alberghetti si chiamavano
Calypso qua, Calypso là.
Ed ho scoperto che, secondo una teoria sui luoghi dell'Odissea, quella sarebbe
Ogigia l'isola in cui la ninfa Calypso sequestrò Ulisse. Era proprio l'anno
in cui dovevo occuparmi delle ninfe e dei sequestri d'amore!».
M.L. Naturalmente nei concerti di questo tour ci sono parecchie canzoni di
quest'album?
F.D.G. «Almeno quattro. Di solito quando è uscito da poco un disco mio, ne
metto solo un paio nelle scaletta. Ma stavolta mi piace molto cantare le
nuove».
M.L. Questo disco tra l'altro è molto amato dal pubblico che si esprime anche
attraverso i forum, oltre che apprezzato dai critici.
«Le critiche sono state molto belle e ringrazio tutti. Dai forum me la faccio
alla larga perché sono poco pratico del web».
In alcune canzoni di «Calypsos» c'è anche un ritorno a strumenti classici
come il pianoforte: in «Cardiologia» e «La casa» il piano la fa da
padrone.
F.D.G. «Anche gli archi».
M.L. La sonorità del pianoforte è poco evidenziata nella canzone d'oggi.
Siete in pochi.
F.D.G. «Ho sempre amato molto il pianoforte: è un amore non corrisposto
perché è uno strumento difficilissimo da suonare. Bisognerebbe studiarlo. Io
ci provo tutte le volte a suonarlo per i dischi poi invece mi tocca passare la
palla al pianista. Però è uno strumento che amo, è il più completo che ci
sia non solo per la musica classica ma per la canzone perché ha delle
possibilità dinamiche che non ha la chitarra. Accompagnare al pianoforte
riempie il piano sonoro come con nessun altro strumento. E' il più solenne,
il più modesto, il più umile: si piega a tutto il pianoforte. Dal pianissimo
al fortissimo».
M.L. Si piega meglio anche a dare evidenza alle parole.
F.D.G. «Sì. "La donna cannone" per esempio è basata tutta sul
pianoforte. Compongo molto al pianoforte. I pezzi lenti vengono tutti dal
pianoforte, però nei dischi e dal vivo non mi arrischio a suonarlo».
M.L. Hai citato "La donna cannone". In tutte le tournées, specie in
quelle estive, ci sono canzoni considerate pietre miliari, classici, le più
amate dal pubblico ma certamente scelte secondo l'estro tuo. E da una serata
all'altra non sono mai le stesse.
F.D.G. «No, non sono le stesse. Di quelle che il pubblico ama chiamare
classici ( ci metto molte virgolette), che ama di più, sto cercando di
metterne parecchie. Perché è estate, la gente paga il biglietto, si deve
divertire. Le scalette sono piene di "Rimmel", "Buonanotte
Fiorellino", "La donna cannone", "Bufalo Bill",
"Titanic". E' bello quando scopro che una canzone che non è proprio
un classico, lo sta diventando. C'è un applauso all'inizio di "Compagni
di viaggio", per dirne una recente, o anche di"Cardiologia" che
è
fra le ultime. E' bello vedere che tutte le canzoni sono contemporaneamente
vecchie e nuove».
M.L. E ogni volta che le riprendi, le affronti sempre in maniera diversa.
F.D.G. «Sì, un po' ci gioco. Però si è detta un po' troppo questa storia,
non è così vera. Lo è nei limiti fisiologici.
Anche altri artisti quando s'imbattono in una canzone scritta vent'anni prima,
non la eseguono più com'era nel disco. E' normale. Succede anche per la
musica classica con la direzione d'orchestra. Muti dirige diversamente da come
aveva diretto Toscanini la stessa partitura. Se questo è possibile per la
musica classica, figuriamoci per la musica leggera».
M.L. «Per le strade di Roma» ha fatto pensare all'episodio «Quartieri» di
«Caro diario» di Nanni Moretti. Traspare lo stesso amore per la città che
porta ad andare in giro, osservare, sentire delle emozioni secondo le strade
che si percorrono…
F.D.G. «Sia Moretti che De Gregori sono entrambi di Roma, quindi le strade di
Roma le hanno percorse indipendentemente l'uno dall'altro. Se devo avere un
padre putativo in questa canzone la trovo in una poesia di Pasolini che sta
nelle "Ceneri di Gramsci" dove dice "Io mi sento come un gatto
del Colosseo" ed è un'elencazione delle strade di Roma anche lì. Parla
anche lui della Prenestina. Quella semmai avevo un po' nelle orecchie. Però
la canzone non c'entra molto neanche con questa poesia.Non lo so… Sai qual
è la genesi di quella canzone? "Streets of Philadelphia". Mi è
piaciuta molto la sonorità di quella canzone che ho sentito solo quando ho
visto il film "Philadelphia". Bruce Springsteen cammina o corre e
sotto scorrono i titoli del film. Mi sembra di ricordare una cosa del
genere».
M.L. Al Teatro Antico di Taormina torni spesso durante le tournées estive.
Quattro anni fa nel tour con Ron, Mannoia e Pino Daniele. Cantare in questo
spazio è certamente diverso che nei campi sportivi o nelle piazze.
F.D.G. «Certamente è un luogo che si fa notare per la sua bellezza. Invidio
il pubblico. Il cantante vede le scalinate piene di gente ma lo spettatore
vede il cantante con quel magnifico sfondo, le colonne, il mare, la luna.
Quest'anno ho cantato in altri posti belli come il teatro di Ostia Antica che
però è molto più piccolo di Taormina. Poi c'è la Valle dei Templi dove
sono stato altre volte e tornerò adesso. L'Italia è piena di posti
straordinari.
Non invidio gli americani che sicuramente faranno molti più concerti di me
però se devono andare fra Detroit e Milwakie non si godono posti straordinari
come quelli ce abbiamo noi».
M.L. A proposito dell'estero, nel '98 hai inciso ed è stato distribuito in
Francia «Curve della memoria». E' stato un esperimento isolato o ci sono
altre iniziative del genere?
F.D.G. «Quello è un esperimento fatto dalla Sony: credo ce non ci sia stato
nessun esito commerciale. Il disco è stato poi molto ben venduto in Italia.
Certo nei negozi europei fra quelli di Pupo e Ramazzotti ci sono ance dischi
di De Gregori. Ma credo di essere quasi sconosciuto all'estero».
M.L. Non hai mai voluto fare tournées all'estero.
F.D.G. «No, diciamo le cose come stanno, non mi hanno mai chiamato. Se mi
chiamassero, ci andrei. Mi piacerebbe molto girare il mondo facendo il mio
mestiere invece che da viaggiatore puro».
M.L. Rileggendo la tua biografia, noto che dal '92 al '96 ci sono stati
quattro anni di silenzio. Invece negli ultimi tempi, per la gioia di chi ama
la tua musica, hai inciso molti dischi e fatto di conseguenza delle tournées.
Ci sono sempre alti e bassi nella vita degli artisti. Mi sembra che per te
questo sia un momento di grande effervescenza.
F.D.G. «Sì ma non ci sono regole. Dipende dall'ispirazione e dalla voglia di
lavorare. E' una cosa che sfugge alla codificazione. L'artista è libero,
tanto più in quanto riesce a fregarsene del mercato. Io l'ho lasciato sullo
sfondo. Non mi faccio dettare i tempi dai discografici. Può darsi che
improvvisamente faccia due dischi, uno dietro l'altro creando il panico nella
Sony oppure che stia quattro anni senza fare dischi inediti, creando panico
per motivi opposti. E' giusto che sia così. Se facessi il chirurgo o il
pilota d'aereo non potrei permettermi irregolarità nelle mie prestazioni».
M.L. Due parole sulla band che è sempre la stessa e che è sempre
magnificamente guidata da Guido Guglielminetti.
F.D.G. «Sono come il bozzolo che mi avvolge. E spero solo che non venga loro
voglia di cambiare il cantante perché sarebbe terribile per me».
M.L. Ci sarà una tournée invernale con «Calypsos»?
F.D.G. «Penso di sì e in questo caso mi piacerebbe tornare nei teatri
siciliani, a Palermo, a Catania».

|
NON
FACCIAMOCI PRENDERE DAL PANICO FORLI’ – Un PalaFiera gremito e in delirio ha accolto giovedì sera Gianni Morandi per il secondo appuntamento di “Non facciamoci prendere dal panico”, lo show itineranti organizzato da Bibi Ballandi. Se l’accoglienza del pubblico non appena si sono accesi i riflettori e la spia rossa della diretta, è stata subito delle più calorose, non può dirsi lo stesso dell’avvio dello spettacolo da parte di Morandi. Con il gioco dei “ce l’ho” – “mi manca”, l’eterno ragazzo probabilmente non ha regalato un saggio di interpretazione teatrale: del resto quella del recitare non è la sua arte prediletta, mentre lo è (e come) quella del cantare e del farsi amare dal pubblico. Lo show ha pian piano preso il volo dopo un avvio onestamente balbettante e che ha avuto il suo momento meno felice con l’ascesa sul palco di cinque belle ragazze di diverse etnie messe al cospetto della brava spagnola Esther Ortega. La quale per accontentare chi le chiedeva di essere esplosiva, si è improvvisamente slacciata la giacca mostrando una finta cintura di esplosivo. Il primo grande momento è stata il “duetto impossibile” che, grazie ad una sofisticata tecnologia, ha consentito a Gianni Morandi di cantare insieme con Anna Magnani. Lo spettacolo confezionato dagli autori Diego Cugia, Giampiero Solari, Claudio Fasulo, Benedetto Marcucci, Giulio Calcinari e lo stesso Morandi ha regalato emozioni soprattutto quando sul palco è salito Francesco De Gregori, che i tremila del PalaFiera hanno osannato con canti e cori prima con l’esibizione in coppia, poi assieme al suo gruppo e alle parole di “Titanic”. Il colpo d’occhio del palazzetto forlivese è risultato di straordinario impatto e in particolare l’orchestra diretta dal maestro ed arrangiatore Celso Valli ha creato un’atmosfera davvero elettrizzante. Forlì ricorderà questa data, la terza di Morandi a Forlì (la prima fu addirittura 47 anni fa, come lui stesso ha raccontato in conferenza stampa), come uno dei più intensi spettacoli ospitati in città.
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11
OTTOBRE 2006: in occasione della pubblicazione della sua tripla
antologia "Tra un manifesto e lo specchio" [prevista per il
prossimo
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(www.ilbarbagianni.com)
Ieri
sera ho vissuto qualcosa di unico e difficilmente ripetibile. Io e
l'inseparabile Alice siamo andati all'Alcatraz di Milano per partecipare
ad un concerto gratuito di Francesco De Gregori. L'evento è stato
registrato da All Music e andrà in onda lunedì 9 novembre alle 21:00.
Lasciando da parte le cose finte a cui abbiamo dovuto partecipare
(applausi comandati, tenerezze richieste, conduttori frivoli...), è
stata una serata indimenticabile. De
Gregori in gran forma: fin da subito saluta il pubblico, improvvisa
scenette con i musicisti, si diverte e fa divertire. Le canzoni sono
molto curate e i nuovi arrangiamenti sono eccezionali. Insomma, un gran
bel concerto. Alla
fine, posati gli strumenti e salutata la band, De Gregori si concede ad
una intervista da parte dei due conduttori, al centro del palco. Si sa,
lui è uno che parla pochissimo e, anche per questo, è un vero piacere
sentirlo parlare dal vivo; è un uomo molto intelligente, colto, che
dice quello che pensa fregandosene dei convenevoli che solitamente si
fanno in televisione. Per questo, non risparmia "frecciate"
verso i conduttori (evidentemente inconsistenti), facendo ridere tutto
il pubblico. Se
la serata fosse finita qui, sarebbe stata una serata stupenda. Invece,
una successione di eventi inaspettati l'hanno trasformata in un sogno
realizzato. Mentre
il locale si stava svuotando, prima di tornare a casa io e Alice siamo
andati in bagno. Nell'uscire dal bagno, ho visto una persona
apparentemente familiare che, dopo aver indossato un cappello (un
borsalino bianco, come quelli che indossa De Gregori), è scesa dal
palco e si dirigeva verso di noi. Era lontana ma dagli originali ciuffi
di capelli che scendevano lateralmente dal cappello mi sembrava proprio
lui. Quando era a due passi da noi, non ho avuto dubbi: Vinicio
Capossela! Volevo fermarlo per conoscerlo, ma non avrei avuto niente di
originale da dirgli (a parte "sei un genio" o qualcosa di
simile), quindi ho evitato. Inoltre, aveva in mano un bicchiere di birra
ed era in evidente stato di ubriachezza, infatti quando l’ho chiamato
«Vinicio!» lui mi ha fissato senza dire nulla; fatto che comunque non
mi sorprende, visto l’originalità del cantante e delle sue canzoni. E’
stata comunque una forte emozione vedere camminare Vinicio accanto a me,
come una persona qualunque. Ed
ecco che, quando mi giro verso il palco, a momenti fatico a trattenere l’emozione:
afferro Alice per una mano e la trascino correndo giù per gli scalini,
verso un’uscita laterale. Lì, l’incontro: Francesco De Gregori,
intento a usare il suo cellulare, accompagnato da 4 o 5 uomini. Io grido
«Francesco!», lui si gira, viene verso di noi, mi dice «Ciao» e mi
porge la mano. Io rispondo al saluto e gli stringo la mano. Rimango un
attimo stordito. Sono felicissimo, ma dopo poco mi accorgo che i secondi
passano e io lo sto fissando senza dire nulla. Penso: "Sto facendo
la figura dello stupido. Devo dirgli qualcosa, altrimenti se ne
va". Poi penso: "chissà quante persone gli hanno già detto
le solite cose, come sei bravissimo, ti seguo da sempre,… e suppongo
che lui sia stufo di sentirsi dire queste cose". Così non gli
faccio alcun complimento e subito gli chiedo se posso fargli una
domanda. Al suo consenso, ricollegandomi all’intervista precedente gli
chiedo come sia stato possibile che il gruppo "Ufo piemontesi"
abbia recentemente inciso una loro versione de "La donna
cannone", che a parer mio è a dir poco scandalosa e irriverente.
Lui mi spiega i motivi per cui hanno potuto farlo senza richiedere il
suo permesso. Poi gli chiedo se l’ha ascoltata e risponde di no. La
mia faccia assume allora un’espressione disgustata e lui aggiunge
«No, però mi basta la tua faccia…». Poi ci salutiamo e lui esce dal
locale. Durante
il resto della serata, mi è rimasto stampato in faccia un sorriso. Alice
ha commentato: «E’ stato bello assistere in prima persona alla
realizzazione di un tuo sogno: ho potuto leggere l’emozione nel tuo
volto». Che dire... sono innamorato di questa ragazza! E’
stata una serata indimenticabile. E fortunatamente avrò l'occasione di
rivivere una parte di essa in televisione. PS. Stanotte ho dormito poco, perché continuavo a ripensare a quanto accaduto. Ho solo un rimorso: non aver fatto alcun complimento a De Gregori. Se lo meritava: è un grande uomo ed ha fatto un concerto perfetto. Spero che non ci sia rimasto male. Andrea
Turati http://winterlude-space.spaces.live.com/
DIAMANTE (Fornaciari
- De Gregori)
Ieri
sera concerto di De Gregori all'Alcatraz.
la foto è di Antonio Giuliano (http://ildiariodiunviaggiatore.blogspot.com/)
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Premio
"Giorgio De Gregori" 2007 vinto da Laura Beretta Si è trattato di una piccola cerimonia, che ha interrotto per pochi minuti lo svolgimento dell'Assemblea straordinaria. A ritirare il premio dalle mani di Francesco De Gregori, forse più emozionato della vincitrice, è stata Laura Beretta con l'opera L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale. Francesco De Gregori ha raccontato che l'idea del Premio è nata in lui e in suo fratello Luigi per tener viva la memoria del padre, scomparso nel 2003, nel modo che Giorgio forse avrebbe preferito, stimolando cioè la crescita professionale dei giovani bibliotecari attraverso un piccolo riconoscimento dei loro studi. La Giuria del Premio Giorgio De Gregori, composta da Alberto Petrucciani, Igino Poggiali e Andrea Paoli, si era riunita l'8 ottobre per scegliere l'opera vincitrice decidendo all'unanimità, dopo aver esaminato gli otto lavori partecipanti e averne apprezzato la qualità e l'interesse rispetto a un ampio ventaglio di tematiche e di attività bibliotecarie, di premiare L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale con questa motivazione: "Il lavoro di Laura Beretta affronta con chiarezza e con notevole completezza il tema della lettura e dell'accesso all'informazione e alla conoscenza per le persone non vedenti e ipovedenti, soffermandosi in particolare sugli strumenti messi a disposizione da biblioteche specializzate o gener |