COL 8287679371 2 - 17 febbraio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

CARDIOLOGIA

L'ANGELO

PER LE STRADE DI ROMA

LA LINEA DELLA VITA

IN ONDA

L'AMORE COMUNQUE

LA CASA

MAYDAY

TRE STELLE

 

 

Prodotto da Guido Guglielminetti

 

 

Registrato e mixato da Gianmario Lussana - LEAD Studios - Roma 

 

 

Mastering di Fabrizio De Carolis

 

 

 

Edizioni Serraglio

 

 

Sony Music Publishing - 2006

 

 

 

 

Guido Guglielminetti

BASSO

Francesco De Gregori

VOCE, CHIT.,PIANO

Hanno inoltre collaborato:

 

Fabrizio Bono

VIOLINO

 

 Marialisa Telera

VIOLA

 

Valerio Conti

VIOLA

 

Mora De Santi

CORO

 

Claudia Bertè

CORO

 

Giacomo Pecorella

VIOLONCELLO

 

Giorgio Tentoni

VIOLINO

Alessandro Svampa

BATTERIA

 

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Lucio Bardi

CHITARRE

Alessandro Arianti

TASTIERE

Alessandro Valle

PEDALE STEEL GUITAR

Ambrogio Sparagna

SCRITT. ARCHI

Elsa Baldini

CORO

Lucy Campeti

CORO

 

 

 

 

“E’ stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io  stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Il disco si chiama Calypsos. Parla dei conti non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande indecifrabilità, dei rapimenti d’amore. Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra, ‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza, quella…”. 

(Francesco De Gregori)

 

 

 

 

 

Che di Calypsos non si butta niente (Antonio Piccolo)

 Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è un’esegesi. Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco, spontaneo, vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che racchiude in sé evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.

De Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” - contro ogni logica di mercato - con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita, isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore: non è così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è palese. Questo è un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche suonato in poco tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma per questo sì. Può essere suonato senza maniacali precisioni, senza essere inciso e re-inciso più volte prima di essere reso pubblico. Perché basta il traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è come un universo a sé: ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero perplesso. Al secondo stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al terzo ne ero perdutamente innamorato.

Inoltre, questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e riferimenti altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che non c’è niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa dimostrare che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.

Cominciamo con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua forma scarna - con il titolo scritto a penna - è una dedica affettuosa a Lucio Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi album. Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso (“l’ho scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice De Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore, lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è anche il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo - “9 canzoni nuove” - che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard Cohen.

Continuiamo sottolineando che i testi sono la vera forza di questo disco: parlano del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né scontati né banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori, diciamolo: sono poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico che appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e, soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi, è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più e niente di meno.

1. Cardiologia Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa c’è che non va in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo titolo che indica la “scienza del cuore”, è di un’emotività penetrante. Per questo canto perfetto, che scende e risale a mo’ dell’album “Bufalo Bill”; per questo preponderante pianoforte suonato da Alessandro Arianti e delicatamente supportato dal basso di Guglielminetti; per questo testo che è veramente un breve saggio in toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la mareggiata / e il cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina la sabbia dentro i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”. Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che sulla Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la prima volta De Gregori dice “ti amo”: e Pezzi di vetro dove la mettiamo?

2. La linea della vita Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con invettiva e divertimento (sacrificando un po' di estetica per dei ridicoli cori femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è sbalorditivo, con considerazioni generiche sui rapporti, su quegli strani meccanismi che si creano, per cui magari si fa finta di non riconoscersi, e non ci si saluta. Com'è genuina la goffaggine dell'io parlante che, quando lei dice "una bussola dovevi almeno portarla con te!", risponde "una bussola! potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa!".

3. La casa Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de La casa di Sergio Endrigo. E' la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta delle nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza. Una piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De Gregori: "è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto". Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi esclusivamente musica classica. E si sente: un gioco di timbri studiato e raffinato, archi lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il tutto. Quant'è bello il cambio melodico nel verso "e ci pianto quattro rose / e ad ognuna do il tuo nome" o nel simmetrico "e ci metto la scommessa / che ti voglio amare sempre"?

4. L'angelo L'unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato insieme a Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla tutta. Ma che idea geniale: il protagonista è l'angelo della morte, ma non è minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con assolute buone intenzioni, "e dice sono venuto a sciogliere / e non a spezzare", "sono venuto a prendere / e non a rubare". Perché la morte, sembra strano, fa parte della vita. Sarei portato a pensare che prima di scriverla, De Gregori ha letto l'ultimo romanzo di Saramago - "Le intermittenze della morte" -, se non sapessi che è uscito mentre lui registrava.

5. In onda Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del mare, ma anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché nemmeno l'autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento, porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.  

6. Mayday Uno dei vertici dell'album. Pur ringraziando tutta l'infleunza dei Dire Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A partire dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli della chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i cori finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a finire in questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse qualunque che, per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia d'amore logorante, "lasciare la vecchia strada", "rischiare di più", "comprare un vestito nuovo", "non aver paura di dimenticare". "Mayday", come la richiesta di aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così: "per salvarti la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la porta alle spalle / e butta la chiave / guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Piccola nota: viste e considerate le sonorità distorte del pezzo, sembra essere interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel precedente "Pezzi".

7. Per le strade di Roma Anello debole del disco. Testo privo di retorica, senza dubbio, dove è rappresentata la Roma del popolo e quella della dolce vita, quella delle campane e quella di ragazzi che "sognano di fare il politico o l'attore", quella di "donne da guardare" e quella di "zoccole in via Frattina". Ha anche un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una novità per De Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il volo. Senza contare la partenza identica (musicalmente) a In onda.

8. L'amore comunque Degregoriana fino all'osso, un'elegia ad una "regina del tempo, della sabbia e del vetro", carica di immagini d'impatto. Un ritornello rimato ed orecchiabile, cantato a due voci (entrambe registrate da De Gregori stesso). Piccola considerazione sull'amore, e anche difesa a suo modo. "Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di carnevale"...l'amore, comunque, c'è sempre.

9. Tre stelle Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un motel. "E' un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine, abbiamo scherzato, l'amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada", dichiara De Gregori. Come in Stella della strada, pure incentrata su una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il country. Un divertissment significativo, con un pianoforte spensierato ed un allegro clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si sentiva nei suoi dischi uno strumento a fiato che non fosse l'armonica a bocca). Dopo otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo, parafrasando Guccini, l'amore e la morte non sono altro che due delle tante sciocchezze della vita.

 

Vortici - di Max Klingher (ricorda qualcosa?)

Niente, nemmeno un dente. . .. 

(lettera a Calypso) (Mimmo Rapisarda)

Cara Calypso,
spero che queste parole di conforto possano raggiungerti, ovunque tu sia.
Chi ti scrive è uno stupido mortale che in queste giorni non ha fatto altro che pensare a te, ascoltare te, anelare te. Riempirsi le orecchie di te.
Sento il bisogno di consolarti, triste musa innamorata di colui che hai trattenuto, che per te era il figlio, il padre, lo sposo, l'amico e il signore della tua isola, e che adesso è partito lasciandoti sola. Lo so, lo so che vuoi dirmi, che due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, che dovrebbero essere per sempre due marinai. Ma fatti coraggio, il tuo cuore malato lo ricorda ancora mentre passeggiava solitario sulla spiaggia ogni mattina, a raccoglier conghiglie dopo la mareggiata, piangendo sullo scoglio guardando il mare.
Dal ritorno della guerra di Elena, tempo fa è stato nella terra dei Ciclopi e un giorno qualcuno gli chiese come mai la prima strofa che parla di un uomo con la gamba di legno e che sognava Atene era tronca, si interrompeva. Lui rispose che era stata scritta così perché a quell’uomo mancava una gamba e inciampava ad ogni spigolo, e quindi anche sulle parole di una canzone. Gli dissero che era una trovata geniale, arguta, astuta come quel nome Outis, Nessuno, che utilizzò quando con vigore s’intrattenne nelle caverne dei giganti che fecero a Pezzi i suoi compagni, sfiancati da pietre agitate e rotolanti, fino a quando un giorno disse “Alice non abita più qui”. Era giunta l’ora di tornare a casa, l’Odisseo sentiva il bisogno di navigare nei suoi mari, di ritornare ad Itaca. E così in breve tempo, viaggiando all’incontrario con la follia del capitano Smith, è approdato sfinito sul bagnasciuga della tua ammaliante tunica.
Non in sette anni ma in sette settimane stavolta l’hai amato e non ti è bastato promettergli l’immortalità per tenerlo stretto al tuo seno, suo confortevole guanciale di notte e muro del suo pianto al mattino. Non è bastato. A malincuore e con esperienza teatrale (ma anche nostra fortuna), tuo malgrado hai dovuto spingerlo a partire, aiutarlo addirittura a costruirsi un’imbarcazione in soli cinque giorni, o comunque in brevissimo tempo. Così il tuo amante è salpato su una zattera, una semplicissima zattera bianca sulla quale ha scritto, di suo pugno, soltanto il tuo nome: “Calypsos”, con quella s finale per sottolineare la pluralità di tutte le volte che ti ha amata in queste settimane. Nove volte, e che prima di partire ti ha ricordato come se fossero lettere d’amore.
Nella prima te lo dichiara subito quello che provava per te. E te lo dice mentre è già in mezzo al mare, te lo dice adesso, ti chiama Regina del tempo, della sabbia e del vetro. Te lo dichiara ora, a priori, il suo AMORE COMUNQUE senza commenti, che tiene svegli per ore a tutti i costi con un pizzico di godimento fra lacrime che bagnano le lenzuola. E’ come uno spietato desiderio nel buio che non puoi o non vuoi rifiutare. Più stai male e più ti piace; anche se piangi, anche se gioisci è amore in ogni caso. Cinismo, masochismo malinconia e orgoglio si prendono tutti per mano e vagano nella notte alla ricerca di un cuore lontano, soffrendo, nascosti dal manto notturno. Lui lo sa che stai leggendo e le onde alte venti metri non gli faranno mai paura in quel mare da attraversare, e non sarà il canto delle sirene a farlo fermare, non si farà portar via dal vento, non si farà mangiare dal mare, lui è figlio di un marinaio. E’ un tenero canto di passione, una dichiarazione d’amore e di addio come quelle che solo lui sa fare.

Per vincere questa paura canticchia una cantilena simile a “Quindici uomini sulla cassa del morto” in cerca dell’isola del tesoro di Morgan, un suono che sa tanto di Terra e acqua e Carne di pappagallo, una nenia per esorcizzare l’arrivo dell’angelo della morte che sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Ma lui accetta questo avvento come una cosa naturale, che fa parte anch’essa del viaggio e quindi, tranquillo e seduto su quella sorta di timone a poppa, la canta quasi sottovoce per non farsi sentire, con ritmi sudamericani che gli ricordano il primo disco che ascoltò nella sua vita: Calypsos di Harry Belafonte. Per fortuna, al suo arrivo L’ANGELO gli offre da bere, gli fa segno di tacere e, come la guardia costiera, gli fa il segno di passare.
E così lui passa, e va IN ONDA. Senza le rotte prestabilite dalla vita, issa la vela e va incontro a quell’immenso sipario blu che gli si presenta davanti: blu, solo blu, come le note che canta, che ti prendono e ti trasportano in una ipnosi musicale surreale. Nemmeno un gabbiano che ti possa dare l’indicazione di una terra vicina, nemmeno un ritornello diverso che ti distolga da quella piatta magia impregnata di archi. Tutto è forte e chiaro, il cielo è un gigante, la luce è immensa. Mentre sogna l’approdo alla serenità di una patria che non riesce a trovare, piove e soffia il vento sulla zattera che affonda e la tempesta passa sul suo viso. Aspettando che qualcuno gli risponda lancia il suo MAYDAY per salvarsi la vita, per uscire da là. Ma senza timore, perché sa che per salvarsi la vita deve rischiare ancora di più, senza paura di sbagliare la rotta e con istinto quasi animalesco andare avanti,  incontro ai cambiamenti che l'esistenza impone. Un gran bel pezzo, pesante e nello stesso tempo gradevole, alla Chi ruba nei supermercati o alla Penthatlon, con certi passi che ricordano le colonne sonore dei film spaghetti western, veloce da cantare, divertentissimo da suonare,  molto melodico e che riecheggia in qualche modo gli assoli di Mark Knopfler.
Ha voglia di casa Odisseo, di camminare per vicoli che conosce, PER LE STRADE DI ROMA, in mezzo alla sua città, ma un’altra Roma che non ha niente a che vedere con le stornellate di Lando Fiorini in Trastevere o col Cupolone dei souvenirs raffiguranti il Papa. Rispecchia esattamente quello che oggi Roma è: strade di orientali, centinaia di milioni di zoccole e topi in via Frattina, lucciole sulla Salaria, Turchi all’Argentina, Villa Borghese. Un pò la Roma dell’omonimo film di Fellini. Ma lui l’ama lo stesso in questo strano rapporto, come quando dichiarò che in Piazza di Siena, un po’ di tempo fa, era fin troppo orgoglioso di essere lì a cantare nello stesso luogo in cui fu trasportato in carrozzina da bambino, come tanti bimbi romani. Gli stessi bambini che una volta sognavano di essere, da grandi, Chinaglia o Falcao e che in questo presente senza stupore sognano di fare l’attore o il politico. (potenza dei mezzi di informazione e della colla sulle poltrone!).
Ma soprattutto desidera di costruirsi LA CASA virtuale, comunque una sua casa, una tana, dove ci possa passare anche il suo Argo quando sente i temporali, una casa senza tetto e pavimento con sole quattro rose disperate che ricordano te. Con la scommessa che ti vuole amare sempre, anche se la padrona di casa sarà un’altra. E la sogna la sua casa, sogna la sua porta aperta, la sua luce accesa. Una casa confortevole come gli hotel a TRE STELLE, a conduzione quasi familiare, meno superbi e formali dei cinque stelle, simili a quei motels americani che si incontrano dalle parti del Colorado per passarci la notte con la Cadillac parcheggiata fuori, davanti alla finestra. E l’atmosfera che si percepisce in questi motel è la stessa del ritmo incalzante, avvolgente, anzi coinvolgente, di quello che ti sta dicendo. Un motivetto come quello che si canta con allegria sotto la doccia di questi bagni in camera, con bustine di bagnoschiuma vecchie di quattro anni e l’acqua calda che non vuole proprio arrivare. Stavolta usa passi nuovi, fuori dai canoni della canzone d’autore, il classico 4/4. E qui ha dato una svolta alla sua carriera musicale. Lo puoi proprio sentire al meglio quando ti racconta de LA LINEA DELLA VITA, in cui è presente qualcosa che non ha niente a che vedere con lui. E’ tutta una vita che passa da qua con questo andamento, magari è stata soltanto una questione di motivi tecnici, ma il tempo che questa volta usa per salutarti sono delle stupende terzine blues appartenute a allo slow di Elvis, a un certo rock anni '60 dei Cascades e dei Platters e a ritmi suonati da enormi Gibson luccicanti sotto le capannine di una rotonda sul mare all’ombra di neons blu, gialli, verdi, viola. Una ballata scritta con accordi che potrebbero indurre ad un semplice giro armonico, uno di quelli che si usava ai tempi di Little Tony, ma che in realtà è composta da una struttura musicale complessa. Stupenda, forse la migliore canzone di tutta l’opera.
Calyspo, figlia di Zeus, tu che sei la donna single dell’antichità, tu che rappresenti lo stereotipo dell’amante ideale, la donna libertina che fa l’amore senza sensi di colpa, tu che non sei certo un angelo del focolare come Penelope, tu che sei la regina di un’isola piena di prati fioriti simbolo dell'amore irregolare, tu che invece di farti corteggiare prendi l'iniziativa… ma lo sai che quando le donne amano con passione come te rischiano di diventare soffocanti? E arrivati a questo gli uomini scappano. Come Ulisse. Infatti, chiude bene la porta alle spalle e butta la chiave, guarda dritto negli occhi l'amore che sta per lasciare e abbandona la scena. E per non perdersi ancora una volta, il mascalzone ti ha pure chiesto una bussola da portare con sè, ti ha chiesto pure di spiegargli come si usa.
Lascialo andare, possente ninfa. Gli uomini scappano tutti, come lui, perché in ognuno di noi uomini c’è un Ulisse dentro l’anima, in ognuno di noi c’è un Rex che sogniamo di vedere apparire all’orizzonte per fuggire dal porto che vogliamo lasciare o tornare nel porto che avevamo lasciato. Non so perché, ma noi uomini siamo stati sempre affascinati dai moli, dalle navi, da quei simboli di fuga, per cercare qualcosa migliore di quella che stiamo per abbandonare. Ma imbecilli a tal punto da non accorgerci che, spesso, la meta del nostro viaggio è proprio all’imbarcadèro, al primo piolo della scaletta d’imbarco.
Però prima di partire ha percepito qualcosa di strano in quel tuo invito a salpare. Convinto com’era di essere invischiato in un tuo ulteriore tranello, ti ha detto “Sto partendo, ti abbandono… Guardami, perchè non parli? Sto per andare via, sbrigati, prima che sia troppo tardi!. Se non rispondi, allora odiami! Almeno so che in questo momento provi qualcosa".
Agendo in questo modo contraddittorio gli hai offerto la tua ultima carta, il tuo ultimo prezioso tentativo di stupirlo ma, furbo com’è, non c’è cascato. E vinta, chiamandolo Alitros (furfante), gli hai detto “Amore mio, grazie per avermi fatto sentire un essere umano. Per avermi fatto provare ancora amore. E dolore”; poi gli hai accarezzato la mano, facendogli notare che in quelle pieghe c’è una linea che gira e che sottintende la vita. Lui ti ha risposto serio “Questa retta finita è mia, è un’acqua che corre veloce in salita, è la stessa acqua corrente di un po’ di tempo fa. Ma ora si è fermata qua”.
“Vattene, vattene adesso. Non ti voltare, non c'è nessuno da salutare“.
Per questo ti ringrazio o Dea, per averlo fatto partire, per non averlo trattenuto e lasciato esclusivamente per te. Capisco il tuo dolore, ma ti sono grato per aver profuso in lui tutta quella voglia d’amore che ancor oggi gli fa scrivere versi come un ventenne innamorato, che sputa fuori senza vergogna ai quattro punti cardinali dai margini di quella barba, bianca di anni e di sale ma che di fronte ai Proci ridiventa giovanissima, di colore rosso e nel suo pieno splendore. Lui che potrebbe campare di rendita, adagiato nel talamo coniugale, invece ha ancora voglia di ripartire, di rimettersi in gioco, di cercare nuove strade per ritrovare sempre se stesso: quel Principe Itachese che noi tutti conosciamo. Perché i Geni non hanno bisogno di evolversi, di aggiornarsi, di stare al passo coi tempi; perché il genio è sempre attuale, qualunque cosa crei, qualunque cosa tocchi. Se fossero ancora in vita, i Geni avrebbero riscritto Il vecchio e il mare senza toccare una virgola, avrebbero rigirato Amarcord senza tagliargli un fotogramma, avrebbero riscolpito il David senza nessun altro colpo di scalpello. Ti sembrerò un nostalgico, uno di quelli che lui non sopporta, ma è così.
Volente o nolente – e l’ultima lettera ne è un esempio - il suo cuore sanguina ancora di nascosto e all’insaputa di tutti, sovente pizzica i tasti più armoniosi del suo pianoforte con ritmi caldi e modulati, con melodie a lui, a noi, familiari. Anche se ogni tanto va a fare il diavolo a quattro con Aiace e Achille suonando sotto le mura di Troia, lo ritrovo sempre ricoverato al reparto CARDIOLOGIA di un ospedale da campo pieno di belle infermiere da farci l’amore e che lo conoscono bene perché è un inguaribile paziente affetto da una grave malattia cardiaca: compra ancora dozzina di rose e osserva la curvatura dei pianeti più incantato dell’innamorato di Peynet. Proprio come una volta. E come una volta dice ancora Ti amo, ma stavolta son passati più di quattro giorni da quando fu lasciato ferito da pezzi di vetro. Ma lo dice ancora, per fortuna.
Il suo cuore è perennemente morsicato come il tuo, Calypso. Te l’ha mangiato Odisseo prima di partire lasciandoti come ricordo queste struggenti lettere d’amore. Ma di nuovo non gli torna il conto, come sempre gli ha lasciato sopra quel dente che, distratto com’è, non ritrova mai e che lascia in ogni alcova. Per caso non l’hai mica ritrovato a Ogigia, quando ti ha morso il cuore l’ultima notte?
Chi sei, donna che chiamano Calypso? Il tuo nome vuol dire occultatrice, e forse nascosta era l’ispirazione che ancora regnava padrona in lui e che indissolubilmente non si era ancora esaurita. Nascosto era il suo amore per una missione che lo ha spinto a navigare controcorrente, contro ogni logica commerciale, contro ogni forma di ambizione, senza altri scopi. Ma soltanto per amore tuo, e questo doveva saperlo il mondo intero, subito. Forse sei davvero tu quell’acqua che canta e lui quell’acqua per te. In qualunque porto, sarai sempre al fianco di quello zingaro errante che su una zattera bianca va ancora alla deriva, ancora canta e che non saluta quando se ne va.
Donna, tu sei l’arte. Ecco chi sei.
Ti saluto gentile e innafferabile Calypso, padrona e schiava di questa verità che ti ho appena rivelato. So già che quel dente conficcato sul tuo cuore lo conserverai per sempre nella tua isola perché, bellissima ninfa, lo sai ….. l’hai constatato a tue spese……… dell’amore non si butta niente, ma proprio niente.

Con affetto e riconoscenza,

Mimmo Rapisarda.

Calypsos - 9 canzoni nuove (Lorenzo Iovino)

Non ci aspettavamo questo disco, e forse non se l’aspettava nemmeno De Gregori. Quando un artista decide di incidere vuol dire che le idee ci sono e sono abbastanza. I maligni diranno che De Gregori è stato costretto dalle basse vendite, o che Pezzi era talmente brutto da dover rimediare al più presto. Non ci pare.

E’ un disco sui viaggi del cuore, d i cui Calipso è il simbolo, ma anche sulla nostàlghia. È un album variopinto e vitale, confezionato come un Bianco di Battisti,sottotitolato strizzando l’occhio a Cohen, poco pubblicizzato e molto sentito. Torna la parola amore in ogni canzone, perché di questo parla Calypsos. C’è una evoluzione musicale che potrebbe generare negli anni a venire delle sonorità ancora non provate. Ci sono testi semplici e intensi.

C’è anche qualche pecca ( troppo cane, troppo pane, troppo vino), così come alcune scelte di missaggio; ma il risultato comunque egregio. Possiamo augurarci che De Gregori continui a fare dischi come questo. Per ora gli facciamo i più sinceri complimenti.

Cardiologia: Inizia con tre accordi di pianoforte in fila, i più semplici del mondo, rafforzati da un intenso contrabbasso elettrico. Una canzone sull’amore, o un discorso, una scienza che di questo si dovrebbe occupare. De Gregori compone probabilmente testo e musica insieme al pianoforte. Il risultato è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, pervasa da dolcezza malinconica, accompagnata vocalmente nei registri più bassi ( con un inaspettato “ti amo”), suonata bene, tanto scarna nell’esecuzione e sobria nel cantato quanto è invece ardito il giro armonico. Infatti c’è una ricchezza compositiva melodica ed armonica quasi senza precedenti ( solo le canzoni di Bufalo Bill hanno simili intrecci). Il cantato ha una linea affatto facile, ma la voce “nuova” di De Gregori raggiunge una vetta interpretativa.

Il testo ha il taglio dell’impersonale, con i “Che” all’inizio di ogni verso, e si muove tra immagini belle, dure e forti ( su tutte : “ e macina la sabbia tra i mulini a vento, e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”), concludendo che “dell’amore non si butta niente”. Il finale ricorda la melodia di Vecchia Valigia, così come “e fa curvare i pianeti” è ripreso da Dylan. Ma da ora in poi smetteremo di contare Dylan come fonte.

Per ora, nonostante i passaggi in radio, passa ancora sotto silenzio. Una canzone sorprendente.

La linea della vita: Un tempo retrò, “alla Fred Bongusto”, un clima leggero ed un testo molto meno scontato di quanto non possa sembrare, su corsi e ricorsi, gli abbandoni e gli incontri, il tempo che cambia, le persone che si lasciano e si rincontrano. Un punto di vista diverso rispetto a Cardiologia: un testo ben tessuto e a tempo con la musica. La quasi citazione di Dylan ( ok, non ce la faccio a mantenere le promesse) nel terzo verso ( “magari è questione di troppa sensibilità”) assume un senso evidente se si considera il tema centrale: l’amore che si consuma, la perdita dei contatti, l’improvviso ritorno delle persone ed il rischio di non riconoscersi o non salutarsi più , dopo anni, quando l’amore si dimentica e magari si ricordano i baci. Come in Non dirle che non è così, o quasi.

La linea della vita, che sta nella mano (e nelle mani), è “una retta finita”, dove non c’è bussola per orientarsi. La musica è efficace e garbata, con cori femminili in evidenza ( stavolta c’entra Cohen).

L’effetto è gradevole e a tratti emozionante.

La casa: Una canzone d’amore che pesca metafore dai vangeli ( rose, evangelisti), dalla musica popolare ( la struttura delle strofe, l’idea stessa della metafora complessiva per parlare d’amore), dalla canzone d’autore di Endrigo-Rodari . Una musica ed un arrangiamento da ninna nanna, con archi ben utilizzati, pianoforte ( lo strumento che fa davvero il suono di questo disco), chitarre e quant’altro. Quasi una Piccola mela trent’anni dopo. Con la promessa “che ti voglio amare sempre” invece di “forse un giorno faremo l’amore”. E’ un bel passo avanti.

L’angelo: Una canzone che ci potevamo aspettare in qualsiasi momento della carriera di De Gregori. Un tempo ritmato ( nemmeno troppo, a dire la verità) ed un testo basato sulla ripetizione. Cantata tutta in controcanto, alla voce femminile avremmo preferito una voce doppiata.

Sembra venire fuori da un gioco di bambini, o da un modo di dire ( è usanza, per dissuadere i bambini dal fare smorfie, dir loro che “passa l’angelo” e c’è il rischio di rimanere in quella espressione per sempre). Invece parla di morte (“ e finisce il bicchiere”), del suo avvicinarsi, della paura che serpeggia tra le persone e che nessuno può notare. È una morte che consola, che scioglie e non lega. La vera pecca qui è nell’interpretazione, troppo piatta.

In onda: L’episodio più complesso del disco. Intima, ermetica, si sarebbe detto una volta, non tanto per i versi, tutto sommato facili, ma per il senso generale, inevitabilmente criptico. Una canzone scritta di getto, ad inseguire un’ispirazione. Sembra un altro discorso sulla vita, con toni sereni nella tempesta, echi di Vento dal nulla. Se Pezzi trasmetteva un’ansia ed un tormento, questo disco e questa canzone parlano di una certa serenità nel vivere. Il contrabbasso e le tastiere fanno un tappeto sonoro eccellente, che consente alla chitarra elettrica di emergere negli arpeggi e nell’assolo. La cosa più interessante è l’uso della batteria: fa il lavoro di una batteria campionata, con colpi in controtempo da musica house( una bella novità ). La melodia è centrata, mai ripetitiva, e ricorda alcune canzoni di Zucchero ( se la cantasse lui sarebbe commerciabile come il pane, per usare una metafora poco usata nel disco…) e l’interpretazione è al meglio, senza strascichi, con tanto di via personale agli acuti. Uno dei punti più alti del disco. E della produzione degli ultimi anni.

Mayday: Tosta e gagliarda, con cambi d’accordo tra minori e maggiori. Se tutto Pezzi avesse avuto questo sound sarebbe stato ancora più affilato. Tutto è più spontaneo e allo stesso tempo ricercato. Le basi di questo aggiornamento sono da rintracciare nel lungo tour che si è concluso mentre iniziavano le registrazioni del nuovo disco. Una basso-chitarra-batteria con Hammond insistente, fills a far prendere fiato, pause ed accelerazioni. Il messaggio disperato, il mayday, è però troppo generico ed appare alla fine ingiustificato. È tutto sommato un gran bel divertimento, col suono che arriva dritto dritto dai Dire Straits e da un signore di Duluth e con (più di) qualche analogia con Pentathlon.

Per le strade di Roma: Tastiere, chitarre strappate, batteria a gonfiare l’atmosfera e far montare la polvere. Uno sguardo empatico al passaggio del tempo presente sulla città eterna, tra le strade, sulle persone. Un quadro sui nuovi ed i vecchi abitanti, sugli odori appiccicosi del cibo e della città stessa, sui vizi dei nuovi ricchi (“gente che se la tira”, “ e un certo modo di non sembrare”), sui giovani con le idee confuse. In un verso De Gregori si autocita, ma la frase, contestualizzata è polemica, ed i topi non sono animali ( “ e uomini ed animali cambiano zona: lucciole sulla Salaria, zoccole in Via Frattina”).Ed il futuro passa e non perdona, e gira come un ladro per le strade di Roma.

Una bella canzone, che trasferisce in musica le nebbie e le suggestioni, come il giro in vespa di Nanni Moretti, ma con un pizzico di polemica. Non è affatto una canzone dolce, né una dichiarazione diretta d’amore alla propria città ( tipo “Quanto sei bella Roma quanno piove…”).

È uno sguardo su molte cose che non vanno, spesso privo di commento, e sulla invincibile bellezza della capitale, che riesce a fare poesia di terrazzi e case occupate, che soffre lo smog e la calca e diventa così ancora più epica, che affianca i semafori alle colonne. È forse la prima canzone “metropolitana” italiana, che non si rifugia nella retorica ( e questo ce lo potevamo immaginare) e non cerca cartoline, ma vede gli angoli umani e sofferti della città. Questo la rende commovente.

La musica è azzeccatissima, con uso di distorsioni di chitarra inaudite in De Gregori, e con un intermezzo di minimoog che mette i brividi. La melodia è un lungo “ e chiedimi perdono per come sono”, ma se la cava benone. Unico appunto: nell’ultima strofa la batteria avrebbe dovuto fermarsi e riprendere nella coda. Avrebbe dilatato i tempi e acuito la forza dei versi. Ma poco importa. Necessiterebbe un videoclip ad arte,

L’amore comunque: Mah. Sembra un eccesso di versi da Cardiologia a cui De Gregori ha cambiato la musica ed aggiunto un inciso, peraltro contorto e con accordi minori gratuiti; in altre situazioni del disco è un’operazione ben riuscita. Qui no. De Gregori cerca azzardate metafore matematiche, parla di neve di ferragosto, sabbia e vetro ( ma anche questa l’abbiamo già sentita) e di un amore acerbo che non fa dormire. Poteva sfruttare meglio proprio questo spunto.

L’arrangiamento è sciatto, il cantato idem. Poteva salvarsi se la batteria avesse trascinato la canzone dalla fine dell’inciso. Di certo l’episodio meno riuscito dell’album.

Tre stelle: Fresca, vitale e ironica, parla di un albergo di quelli che un artista frequenta spesso in tour. Un invito ad una donna, che suona beffardamente come una brochure d’agenzia. Indimenticabile la vista sulla statale, il giardino profumato, le cameriere belle che puliscono la stanza, mettono le lenzuola pulite, e già questo basterebbe, e lasciano caramelle. C’è un che d’amore disperato alla Paolo Conte, tutta la forza di un testo di De Gregori, bravissimo a non essere serioso, e spunti melodici e testuali che sembrano arrivare dalle freschezze giovanili di Viva l’Italia e Titanic. I cori femminili e l’alzata di tonalità finale trasmettono una allegria da fine disco alla Trio Melody. Tanto pianoforte, quasi alla Dalla, clarino ( ma quanti strumenti suona Arianti?) ed un sound beatlesiano riscoperto forse grazie allo stimato Cremonini. C’è poco da sogghignare o indignarsi. È un’ottimo pezzo.

Una volta per fare una canzone ce ne volevano Centocinquanta, di stelle, ora ne bastano tre. De Gregori ha imparato la parsimonia, in questo ed altro. Evviva

Due settimane dopo (Salvo Cascone)

A me piacciono le dispute che si scatenano subito dopo l'uscita di un disco di FDG. Nonostante siano più o meno uguali nei loro tratti salienti, scatenano in me un'avidità che mi riconosco in pochissimi altri piacevoli trastulli che la vita ci offre.

Di conseguenza, quindi, leggo con interesse pareri, sentenze, recensioni,critiche, cronache e tutto ciò che mi può fornire spunti di rilessione interessanti.

Con una bella bottiglia di grappa friulana accanto, leggo in continuazione, leggo leggo e rifletto, rifletto e rileggo....

Fatta questa indispensabile premessa, mi cimento anch'io nella redazione di una nota critica a Calypsos prendendo spunto innanzitutto da quello che penso io ma attingendo, soprattutto, alla vastissima produzione di parole prodotte in ogni dove nel web a seguito di codesta uscita discografica.

Dico subito che questo è un disco, secondo il mio modestissimo parere, fuori da qualsiasi schematizzazione gli si voglia attribuire. E' un disco fuori dal tempo, fuori dalla logica di mercato, fuori dalle aspettative che i più avevano, fuori dalla perfezione tecnologica. E', insomma, un DISCO FUORI....! Essendo un DISCO FUORI, quindi, è un disco fortemente degregoriano, con buona pace di chi deve necessariamente andare a trovare il pelo nell'uovo dell'artista.

Calypsos non è un disco di IMPATTO. No! Calypsos è una disco di nicchia, un disco da caminetto, luci basse, liquore forte, partner e rilassamento. Calypsos è un disco fatto di atmosfere, un disco che crea l'atmosfera. Calypsos è un disco che deve essere ascoltato, riascoltato e che infine svela. Calypsos è un disco che io non ho apprezzato subito ma che piano piano mi sta facendo tornare sui miei passi.

Cos'è quest'eterna ricerca del CAPOLAVORO?

Anzi Vi chiedo, cos'è un CAPOLAVORO?

Anche alla Pausini attribuiscono capolavori!

Felicità è il capolavoro di Albano, lo sapevate?

Quindi? Di cosa stiamo parlando?

Ho letto spesso che Calypsos è un disco poco ispirato, addirittura per nulla ispirato. Ho letto che Francesco è ormai alla frutta, che è afflitto da senilità intellettiva, da bulimia "pubblicatoria", da narcisismo musicale, da conto in banca scoperto. Ho letto di tutto, insomma. Ma non ho letto mai cose semplici, del tipo; ho ascoltato per bene Calypsos e non mi piace. Mai.

Le motivazioni sono sempre esagerate, come potete notare.

Un artista è innanzitutto un uomo, uno che compie azioni che vanno ad interagire con altre azioni compiute da altri uomini. Stop. Se ha fatto una cosa che non gradiamo non c'è bisogno di andare a scomodare chissà che cosa. Non piace e basta. Punto.

Ritorno a Calypsos. Tratti salienti.

Amore, in tutte le sue sfaccettature.

Cori femminili.

Uso del basso.

Strumenti antichi.

Atmosfere lente ma non cupe.

Qualcuno ha scritto VINTAGE. Condivido in pieno il senso (non il termine) ed è quello che secondo me l'artista ha voluto appositamente creare. Noto un rimpianto per i tempi che furono, il minimoog e le pomiciate sui divani delle prime discoteche, ricordate? I coretti spensierati delle canzoni anni '70 ed i the danzanti. Ricordate?

Da contrapporre alla ACID MUSIC ed al frastuono tecnologico delle discoteche moderne.

Francesco ha fatto di nuovo un qualcosa che va al di là della semplice canzone. Ha lanciato un "messaggio". Sta dicendo a tutti noi di abbassare i toni, di riflettere, di capire le cose a fondo. Ce lo dice nella linea della vita di ognuno di noi che così non si può continuare. Facciamo finta di non conoscerci più, ci dimentichiamo sempre delle cose più importanti.

Francesco, ancora una volta, mi ha sorpreso. Si è vero, il disco ha sicuramente alcune pecche, ma l'idea di fondo che esce fuori da un disco come Calypsos fa dello stesso uno dei dischi più importanti della sua produzione.

Non voglio descrivere le singole canzoni, non mi interessa farlo e credo non ne sarei nemmeno capace. Altri lo fanno meglio di me. Voglio solo descrivere le sensazioni che tutte le canzoni che compongono il disco creano in me. Voglio solo ribadire la grandezza dell'artista e la sua capacità di pubblicare, in un periodo di urla e pochezza culturale, un disco che ci dice a tutti quanti di partire da NOI, dall'amore e dalle cose semplici.

Chi si aspettava da Francesco invettive contro avversari e sistemi politici, ha certamente dovuto ricredersi.

Ma Francesco ha fatto di più.

Ha detto a tutti noi che la serenità è dentro ognuno di noi. Basta saperla svelare. Come? Ascoltandola!!

Saluti

In onda e le altre. Interrogarsi sul perchè della morte. Aspettare risposte che non arrivano, provare a darle e non riuscirci. Ripenso al De Gregori de "L'Agnello" che si rivolge a Dio, chiede un aiuto per poter avere la fede, tristemente consapevole di non possederla. A catena, questo mi porta a riascoltare i versi di Ti leggo nel pensiero e cosa ri-trovo? Un uomo che parla ostinatamente con questa entità che lo trascende -benchè affermi di non credervi- e chiede aiuto. Tanti dubbi ma niente risposte. E' meravigliosa questa ostinazione del De Gre, ma soprattutto il modo in cui si è trasformata. In onda ne è la prova. Un invito ad accettare serenamente la nostra finitudine, l'imperscrutabilità della morte, ma soprattutto la sua imprevedibilità. E' un uomo saggio e sereno quello che parla anzi -canta- meravigliosamente questi versi. E lo fa nella maniera più struggente che esista.

"..che si trasforma in colore per la notte che resta.. e il viola diventa rosa e illumina la tua finestra.." Quale modo più poetico di descrivere un'alba ?

Ecco cosa di 'vecchio' e già sentito ho trovato in quest'ultimo lavoro di Francesco:l'immutata poeticità del suo parlare, l'assenza di banalità e l'inesauribile profondità dei suoi testi.

Calypsos non è altro che la Fenomenologia dell'Amore. L'amore che si personifica, guarda silenziosamente e in disparte i due amanti e... non fa commenti.

Ora è la passione che tutto travolge, cui non si può resistere.. "..il desiderio spietato che non si può rifiutare..", ora è il suo divenire Sentimento "vero", intriso ANCHE d'affetto. La casa è questo, il dolce racconto della 'costruzione' del nido, fatta pensando che sarà per sempre, nonostante i momenti 'no' che ogni Storia prima o poi dovrà conoscere. Rose intrecciate a spine dolorose ne sono il simbolo.

Non credo che basti ascoltare e leggere i testi delle canzoni per comprenderne il significato più recondito.

E' invece la calda modulazione della sua voce ad imprimere indelebilmente il SENSO alle sue parole. Parole 'pregnanti' che sempre ritornano.. come i 'Kani' bianchi (fantasmi del passato ??) ai quali non possiamo sfuggire.. e che dire allora del bisogno di una Bussola per non soccombere? Per non farci travolgere dalla vita? E' un invito ad esser Attori Protagonisti della nostra esistenza. A non subire passivamente gli eventi, prendendoli di petto.

Non credo che Francesco abbia avuto 'fretta' di inciderlo (perchè mai avrebbe dovuto averne??), ritengo che la forma e i suoni di Calypsos siano voluti dall'autore. Così come l'apparente noncuranza nel realizzarlo. Non è una novità che il Nostro non ami particolarmente l' "impacchettamento" di un disco. L'Imperfezione è il segno dell'opera d'arte. E' DOVEROSO che travalichi le regole, i dettami, le convenzioni.  Calypsos è lo specchio del De Gregori di oggi. Sereno, saggio e innamorato della vita.

(Michela – Rimmelclub)

 

Batto il tempo, spreco il tempo. La ninfa che trattenne e intrattenne Ulisse. Così, Calypsos trattiene e intrattiene. Non sono un’esperta musicale, ma l’ultimo disco di De Gregori questo fa, a mio avviso. Intrattiene perché non occorre che tutta l’attenzione sia ad esso rivolta, la musica scorre fluida insieme ai testi nelle orecchie, diversamente da Pezzi, album pregevole che però costringe ad ascoltare ogni passaggio, perché il tutto non si può cogliere se non nel dettaglio – devil is in the details. Le spennellate, sonore e verbali, di “Gambadilegno a Parigi”, del “Panorama di Betlemme”, di “Tempo reale”, sono un percorso a ostacoli, pezzi di mosaico, come già è stato fatto notare. In Calypsos basta mettere su il disco e lasciare che tutto entri per conto suo, senza interferire in questa magnifica ‘possessione’.

Ma una volta avvenuta la possessione, l’opera trattiene, non ti lascia andare, non si può che riascoltarla. Sarà per la brevità – solo nove canzoni – sarà per la semplicità, ma l’ultimo suono di “Tre stelle” ti invoglia a ricominciare daccapo, mentre vorresti passare ad altro, come la ninfa invogliava Ulisse a rimanere sull’isola mentre lui sarebbe voluto tornare a casa. È una sorta di sospensione del nostos orchestrata per rivedere, e risentire: nella sospensione temporale di un ritorno e nella ripetizione, uno sguardo dal di dentro ad ogni forma di emozione, una radiografia del sentimento, una scienza o un discorso del cuore – cardiologia. Cosa si fa quando la mareggiata è finita? Si raccolgono conchiglie, quelle sputate dal mare e rimaste lì dopo che si è ritirato. Cosa si fa quando un amore è finito? Se ne raccolgono le conchiglie da conservare, ché dell’amore non si butta niente. Cosa si fa su un molo? Si batte il tempo con un piede, si spreca il tempo, e questa frase non si spiega né si interpreta, è così e basta, per De Gregori come per chiunque vada su un molo da solo magari con poca luce. E così si è – semplicemente – in onda, si è e basta, e il molo e i pensieri e i fantasmi che ci visitano – il nemico che sorride – sono le emozioni legate a questo essere qui, e ora. Cosa si fa quando si entra con imbarazzo nella casa di un amato o di un’amata mentre fuori piove? Si sta attenti a non impacciare, non si vuole bagnare il tappeto. Cos’è Roma, o la nostra emozione di Roma, se non i turchi all’Argentina o i gabbiani sulla Magliana? Infìne – la canzone meno apprezzata dagli stessi fan di De Gregori – cosa ci si aspetta da un tre stelle, se non le lenzuola di bucato e le caramelle sul cuscino?

Con Pezzi, De Gregori ha usato violenza contro ogni mistificazione della politica e della società: auspicare il ritorno del logos e della ragione della Grecia antica, la filosofia ateniese, in un tempo di spartani e sanguinolenti massacri che riducono in ‘pezzi’ e tolgono valore ad ogni cosa ha una forza enorme, un coraggio frontale non da Ulisse ma da Ettore, o da Achille. Con Calypsos il discorso musicale verte sugli interstizi di armonia ancora possibili in un tempo franto, sull’indugiare ulissesco su Ogigia, sul temporeggiare e, dunque, sul tempo individuale, dopo quello collettivo di Pezzi, anche se pure quello visto dall’occhio, unico, del musicista. Eppure de Gregori riesce a non scrivere confessioni sentimentali rousseauniane quando parla delle emozioni del tempo individuale; e riesce a non scrivere manifesti politici quando parla delle emozioni del tempo collettivo, cosicché l’uno ne esce collettivizzato e l’altro individualizzato, mi si passino i termini.

Di più non so dire sulle nove canzoni nuove, posso solo ascoltarle a ripetizione mentre sono in onda.

P.S. Mi perdoni Mimmo Rapisarda per questo mio intervento, dopo il suo splendido "niente, nemmeno un dente".

Cristina (Rimmelclub)

 

 

 

 

 

 

 

 

CARDIOLOGIA

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

DO SOL LAm FA MIm REm FA SOL

 

DO                                              SOL

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare

 

LAm                               FA                      SOL

Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare

 

FA                         LAm
A sbattersi nel buio e a farsi vedere

 

MI                                 SOLm                LA
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere

 

                RE                           LA
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato

 

SIm                        MI                           LA
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato

 

            FA#              

E dice sempre con disinvoltura

 

            SIm            SOL LA                  RE
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.

 

FA                    DO                         REm
Che si veste di bianco per scandalizzare

 

SIb           LA          REm
E compra rose a dozzine

SOL7            DO7+(/5)  REm        SOL7 DO7+(/5)

E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene

 

FA                      SOL               MI7         LAm

Che si gioca per vincere e chi vince è perduto

 

FA             SOL          LAm         MIm
Con una chiave ed un numero il mano

 

FA           SOL       MI7         LAm
Tutta la notte aspettare un saluto

 

                          RE  FA SOL
E a pensare: “ti amo”

 

FA SOL LAm DO SOL LAm FA MIm REm FA SOL

 

DO                               SOL

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata

 

LAm                            FA             SOL
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata

 

FA                         LAm
E macina la sabbia dentro i mulini a vento

 

MI                              SOLm         LA
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo

 

      RE                          LA
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare

 

SIm                 MI                       LA

L’amore prepotente che si deve fare

 

FA#                                              SIm  SOL

E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente

 

LA                                       RE
Chè dell’amore non si butta niente

 

FA DO REm SIb LA REm SOL7 DO7+(/5) REm SOL7 DO7+(/5)

FA SOL MI7 LAm FA SOL LAm MIm FA SOL MI7 LAm RE FA SOL DO  

 

 

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Oberheim

 

 

 

 

 

LA LINEA DELLA VITA

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

Che è tutta una vita che passo da qua,
e ancora rischio di perdermi,
magari è questione di troppa sensibilità,
o sono soltanto motivi tecnici...

E tu dici una bussola, dovevi almeno portarla con te,
una bussola potevi almeno spiegarmelo come si usa
una bussola, scusa....

Ci sono amori che non si ricordano
e baci che non si dimenticano,
persone che passano e non si salutano e sputano,
e cani bianchi che a volte ritornano.

E tu dici la vita dovevi almeno capire perché,
la vita, il tempo che cambia col vento che arriva
quest'anima stanca che pure respira
quest'angolo piatto che gira, quest'anima
dolce e cattiva, che dice "guardami..."
dice "perché non parli...?" dice "sbrigati
prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? Fermati prima che
sia troppo tardi...."

Saranno trent'anni che passo da qua,
e adesso fai finta di non riconoscermi.
Ma guarda la gente che salti mortali che fa
E quanti nani sui trampoli, e tu dici:
"Perdonami... ma non credevo che fossi tu, perdonami..."
Va bene perdonami, però perdonami cosa?

E tu dici "La vita", la vita.... Questa scatola vuota
quest'anima nuda, questa retta finita,
quest'acqua che corre veloce in salita,
quest'anima forte e ferita, che dice:
"guardami..." dice "perché non parli...?"
dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? E sbrigati prima che
sia troppo tardi, perché non parli...?"
dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? Sbrigati prima che
sia troppo tardi...guardami...perché non parli...?
Guardami...perché non parli?
Fermati prima che sia troppo tardi...."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esce «Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima
"Il Giornale", 16/02/2006: Cesare G. Romana

Che smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie conquiste e la sua fatale precarietà, ci affida Omero nell'episodio di Calipso, la ninfa dai crespi capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé, prima di restituirgli la libertà per volere di Zeus. L'amore dunque che trafigge, sfugge e riemerge nel vivo della memoria: ché sono almeno dieci, nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui la «voce leggiadra» di Calipso riaffiora, evocata da veloci flashback.


Il nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi a soli undic
i mesi dallo splendido Pezzi, s'intitola appunto Calypsos, ed è non a caso un'assorta riflessione sull'amore ineludibile, «che si gioca per vincere e chi vince è perduto», l'amore «come una medicina/ o un dolore da rinnovare», insomma «l'amore comunque»: con le sue fughe e il suo persistere.
O almeno questa è, insieme ad altre, una possibile chiave di lettura: ché sarebbe tradire quest'album magico e proteiforme, tentarne una lettura didascalica, imprigionandone in un netto percorso concettuale il sottile reticolo di allusioni, nuances, intriganti ambiguità. Infatti Calypsos è un gran disco proprio per il suo essere intimo, enigmatico, dolcemente contraddittorio. Perché dice senza dichiarare, mutuando l'incanto inconscio dei sogni. Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos è un giardino dell'animo, una partitura cameristica che svela via via, nel riascolto, colori e profondità. A partire dai suoni:quel lieve discorrere del pianoforte, in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur mansueto di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese in La casa, quel canto serpentino di In onda. Quel mondo che si svela per gradi in Per le strade di Roma, «quando la notte scende/ e il buio diventa brina/ e tutto si consuma e tutto si combina» e par di ritrovare certe liriche pasoliniane. Fino a L'angelo che a me ricorda, ma a contrariis, un'altra grande pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In realtà quella era una canzone sociale - puntualizza Francesco - questa è una riflessione sulla vita e la morte, sulla loro accettazione serena», ma potrebbe celare una pensosa parafrasi del dono d'amore: «Sono venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a sciogliere/ e non a spezzare», la complicità che non insidia la libertà.
Non chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione corretta: sa bene, Francesco, che la canzone non va decrittata, ma percepita, attraverso le sensazioni che irradia: «Non c'è niente da capire», cantava lui stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va di raccontare l'impulso che ha dato vita a Calypsos, quando ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro non sembrava alle viste: «Già quando scrivevo l'album precedente, avvertivo questo genere di suggestioni, legate alla realtà degli affetti e dei sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con la passione civile di Pezzi: così le ho tenute da parte, e subito dopo mi sono rimesso all'opera». Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante e tenerissima: «Piace anche a me, così minimale, con quell'aspetto un po' disneyano: i due innamorati che si ritrovano in un albergo a tre stelle potrebbero essere Minnie e Topolino...».
Insomma, un disco che viaggia controcorrente, questo Calypsos: parla dell'amore - lo provoco - in un momento di così grandi tensioni sociali e politiche. E lui: «Ma su quel versante avevo già dato, era inutile ribadire quello che Pezzi diceva già, esplicitamente. Del resto non sono mai stato un autore di manifesti: chi parla di me come di un artista schierato, il solito cantautore con la kappa, mi conosce davvero poco».

 

 

«Canto l’amore come Fred Bongusto» De Gregori: con melodie anni ’50 mi allontano dalla politica
di Mario Luttazzo Fegiz -  Il Corriere della sera" del 16/02/2006 
«Sta finendo gli studi ed è indeciso se fare il politico o l'attore». Da questa frase orecchiata in un ristorante da un giovane benestante e sicuro di sé che parlava a voce troppo alta di un amico, De Gregori ha tratto un verso della sua nuova canzone «Per le strade di Roma» nell'album «Calypsos» che esce venerdì 17. Nove brani inediti a prevalente regime sentimentale, in qualche caso secondo lo stile di Fred Bongusto. Arrivano a meno di 10 mesi da «Pezzi» e ne costituiscono per l'artista il naturale prolungamento. «Attore o politico? Sentendo queste parole ho drizzato le orecchie: chi pone la questione in questi termini o è un poeta o è un criminale. Le alternative che dovrebbe dare la vita a un sedicenne non sono solo queste. Certo non penso che tutti i giovani siano così. Ma il ragionamento è molto romano, tipico della capitale della politica del cinema e della tv dove il politico e l'attore sono visti come mestieri intercambiabili, il che storicamente non è nemmeno inesatto».
«Calypsos» è un disco speciale, sospeso, di grandissimo respiro musicale e poetico: una casa di legno e cartone («La Casa») tenuta su dalle rose che si arrampicano, rappresenta la caducità delle cose che costruiamo, «In onda» gioca sulla ambiguità fra on air simbolo della diretta mediatica e il trastullo del lasciarsi trasportare per l'appunto dall'onda. «In onda vuol dire esserci, essere percettibili. Ma fare l'esegesi dei testi significa banalizzare il tutto» obietta De Gregori, che tuttavia è disposto a chiarire un altro verso della canzone «Per le strade di Roma» quando canta «il futuro passa e non perdona e gira come un ladro per le strade di Roma». «Roma è una città dove alberga il futuro, ma non è un futuro messo in vetrina, come a Milano. Roma è una città propositiva. Anche se sembra sonnolenta, è all'avanguardia. Ed è la prima volta che scrivo una canzone decisamente campanilista sulla capitale».
Nel disco la politica è assente. «Non ce n'era lo spunto e non mi pare che se ne sentisse la necessità in questo momento in Italia. Non puoi uscire di casa che sbatti contro qualcuno che ti parla di politica. Prendiamoci questo quarto d'ora di felicità. Con un disco imprevedibile per il pubblico ma non per me che, mentre registravo "Pezzi", ho capito che stavo entrando in un nuovo clima». Così ecco «Cardiologia» e «La linea della vita» (con chitarra miagolante e coretti stile anni Cinquanta, «alla Bongusto» sostiene con orgoglio De Gregori).
In una si sostiene che nell'amore non si butta niente, nell'altra che a volta si dimenticano amori, ma si ricorda un singolo bacio. Dopo la donna sognata, quasi erotica, di «L’amore comunque» arriva «Tre stelle».
«E’ un inno quasi amoroso a questo tipo di alberghi spesso. Da anni mi sento più il cantante della band piuttosto che la ricca star e così ho scoperto i "tre stelle". Le cameriere belle fanno parte dello spirito disneyano del brano: al ritmo di un pianofortino mi immagino Minnie e Topolino che si danno un appuntamento più o meno clandestino in un trestelle».
Insomma per De Gregori «è un disco di straniamento, di rovesciamento dei ruoli, di sogni. Le canzoni non esprimono soltanto cose concrete, ma pensieri, desideri, utopie. Chiudere una porta, aprirne un’altra. La vita è fatta di rotture, di naufragi, di ricomposizioni sognate o realizzate».
E i giovani? «Come noi, all’epoca, mimano una sorta di cinismo di fronte alla realtà che hanno davanti, ostentano un disincanto per qualsiasi cosa, che se la conoscessero già. Impareranno le cose che contano: i sentimenti, le rose che si arrampicano, il tuo vino da bere a settembre con chi ami. Il resto è destinato a crollare».

 

 

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Lucio Bardi: chitarra Martin D28

Paolo Giovenchi: chitarre Gaglio, Gretsh 6120

Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

 

De Gregori parla di amore, di morte, di fragilità e di un aldilà che probabilmente non c'è, o forse sì. Depone l'indignazione che gli aveva fatto ventilare nello scorso disco (solo 11 mesi fa) una dipartita dal suolo italico. Rispolvera il falsetto, acquieta il rock per uno stile più acustico e, come se si fosse re-innamorato di una sua foto di 30 anni fa, sforna un disco di ballate emozionanti come da tempo non se ne sentivano. Esce Calypsos, dove Calypso è la dea dell'Odissea ma anche il ritmo di una delle canzoni più belle del disco, L'angelo, un brano che parla di morte.
- Pensieri cupi Principe?
No. Fa parte delle esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero come quello della morte. Soprattutto per un laico come me, uno che non "crede" nel senso tradizionale del termine. Uno che non ha un'idea consolidata dell'aldilà, che non si aspetta un paradiso cattolico. Nella canzone il mistero viene risolto dalla figura di un angelo che "viene a sciogliere e non a legare", scusa se mi cito. Il senso è vedere la nostra fine come un momento di scioglimento dolce, non una frattura, non una cosa di cui aver paura. Una canzone che dovrebbe riconciliarci con l'idea della morte che in occidente è sempre bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché poi nessuno si scandalizza se un film o un romanzo trattano l'argomento. In una canzone è inusuale.
A proposito di laicità. Non trovi che nell'Italia di oggi questo sia un valore sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino a dichiarare una qualche appartenenza religiosa?
- Vorrai mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare… Al di là del fatto che (e non stupirò nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra alle prossime elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi cosa poi viene reinterpretata, strillata, ribattuta, rimasticata.

Perché, essere laici vuol dire schierarsi?
- Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente laico. Perché mi piacerebbe credere, vorrei tanto... L'uomo che veramente crede ha un grande privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della morte, dei sentimenti. E invece il laico vive una condizione più dolorosa, io mi sento orfano. Dopodiché la fede esasperata, la fede più formale che sostanziale, è una cosa che non mi piace. E c'è n'è tanta in giro. Così come c'è tanta gente che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi piacciono le persone che oltre a credere in Dio credono anche negli uomini.
Non vuoi parlare di politica perché hai paura che ti tirino per la giacchetta?
- A me c'è poco da tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte sto. Ma è vero che sono molto annoiato dalla politica.
Però c'è chi, tra i colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo j'accuse alla democrazia perduta… E lo fa in maniera forse fin troppo semplice, no?

- Non starai mica tentando di farmi parlare male di Ivano?
Sia mai!

- Trovo che ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità di scrivere in un momento piuttosto che in un altro. Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove indubbiamente c'era uno sguardo più attento alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente sentito la necessità di dire la sua. Tra l'altro lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate. Anzi… lui sì che è stato tirato per la giacchetta!

Credi che col passare del tempo la tua scrittura si sia semplificata?
- No, nient'affatto, forse chi l'ascolta si è abituato a sentire testi meno elementari rispetto a 20, 30 anni fa. La scrittura delle canzoni si è evoluta nel tempo. Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta ci fu una levata di scudi: per molti scrivevo cose  incomprensibili. Se fossero uscite oggi nessuno avrebbe detto niente.
C'è una malinconia di fondo in questo disco, anche quando si parla di casa, una casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che si può buttare giù con un soffio…

- La casa è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso, comunque non è sulla terra la vita vera dell'uomo. Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni. Il resto è legno cartone, non c'è né ferro né cemento.

Dopo la canzone di Celestino che se ne andava in Africa, qui c'è un altro brano che parla di fuga, "MayDay"…

Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull'isola e se ne va. È una rottura netta. A volte capita di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della propria fragilità.

Dallo scorso disco ti sei un po' riappacificato con il suolo patrio? Oggi diresti ancora che sei pronto ad andartene dall'Italia?
- Beh, in 11 mesi non posso aver cambiato idea. L'Italia non è un paese rasserenante e i problemi non si risolvono certo nell'arco di un anno.
Che musica ascolta De Gregori ultimamente?
- Essenzialmente musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato dei timbri, delle sonorità. Pensa che quando ho cominciato a fare questo lavoro me ne fregavo totalmente. Per me una canzone era solo una serie di accordi, una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un fagotto, una chitarra o un qualsiasi altro strumento. Quando ho fatto Rimmel era così. Invece ora voglio stare più attento ai timbri.
Ci dobbiamo aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio?

- Mai dire mai. Il problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle così come le ha trovate trent'anni fa sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte.
(Intervista di Silvia Boschero - L'UNITA' - 16/02/2006)

LA CASA

(F. De Gregori – Calypsos)

 

De Gregori, Calypsos, richiamo d'amore
A meno di un anno dai Pezzi rock, Francesco sceglie la canzone. E canta "Ti amo". Ma non è la prima volta
di Enrico Deregibus - Kataweb

Calypsos è un album d'amore, un disco scarno, di canzoni essenziali, nuove, ispirate, venute fuori dal cilindro magico di un Francesco De
Gregori tornato a meno di un anno dall'ultimo lavoro, Pezzi. Dove in quello prima c'erano rock e chitarre su chitarre, qui troviamo ballate e pianoforte; dove in quello c'era urgenza sociale e civile, qui sentimenti senza sentimentalismo. Dove in Pezzi c'erano 'pezzi' da toccare e sangue di guerra, qui troviamo oggetti impalpabili e sangue di vita, elemento d'amore. E se Pezzi era quasi un tributo a Dylan, Calypsos è un omaggio a De Gregori stesso. Tanto che abbiamo giocato ad accostare ognuna delle nove nuove canzoni a un brano storico di De Gregori: per assonanze, per testi o musiche, per significati o ritmi. O anche solo per libere associazioni.
CARDIOLOGIA
Il pezzo che ha aperto le danze. De Gregori è uno dei pochi che usa i titoli come parte integrante del testo. Cardiologia vuol dire
anche "Discorso sul cuore". In questo caso sull'irrazionalità dell'amare, dove davvero "non c'è niente da capire". Dentro al brano c'è anche un "ti amo", ma non è la prima volta per De Gregori, l'aveva già detto nel '75 in Pezzi di vetro. Un pezzone: pianoforte, voce, grande intenzione nel cantato. Una bella rovesciata in area il testo, la musica, specie nelle strofe, è molto classica.(La valigia dell'attore, 1997)
LA LINEA DELLA VITA
Una specie di corrispettivo di Cardiologia. Là l'amore qui la vita, l'esistere. Il testo è splendido: "E tu dici la vita/La vita, la vita/Questa scatola vuota, quest'anima nuda, questa retta finita/Quest'acqua che corre veloce in salita/Quest'anima forte e ferita". Ritmato, terzinato. Con coretti ("alla Fred Bongusto", dice lui).(Battere e levare, 1996)
LA CASA
Quasi una filastrocca. Difficile non pensare a La Casa di Endrigo e Vinicius De Moraes (quella di "C'era una casa molto carina/senza soffitto senza cucina"). Una casa di legno e cartone, le rose e le spine che si arrampicano: la caducità delle cose. Musica precisa e lieve, viole e violini. (La casa del pazzo, 1972)
L'ANGELO

Parla della morte, della paura della morte, ma con la leggerezza. La fine arriva dolcemente, quasi allegramente, come un angelo che ti offre da bere, come un ritmo di calypso che sa tanto di Belafonte. "Sono venuto a sciogliere/e non a spezzare". L'imperscrutabilità della morte, dopo quella dell'amore. Ed anche l'ineluttabilità. La voce di De Gregori è doppiata da una femminile.(Eugenio, 1979)

 

IN ONDA
Sospesa e molto onirica. Arrangiamento gonfiato di tastiere vintage, mezzo tempo, la voce che va a perlustrare registri insoliti per De Gregori, e un racconto (una strada, una casa, un ladro) che non si sa da dove viene, né dove va. Ma intanto resta.(Un guanto, 1996)
MAYDAY
Sembra un brano di Pezzi, l'unico. Qui c'è il rock, decisamente ci sono i Dire Straits. Una storia di allarme, la necessità di rompere con il passato o con un passato in particolare. "Per salvarti la vita non avere paura/localizza un'uscita, fai le cose con cura/lascia correre l'acqua, lascia spegnere il fuoco/è questione di niente, è questione di poco". (Ciao ciao, 1985)
PER LE STRADE DI ROMA Roma, città eterna anche perché cambia, a volte torna nelle canzoni di De Gregori. Stavolta è una fotografia vera, o una ripresa con videocamera, ma anche una dichiarazione d'amore, citando vie e luoghi, situazioni, frasi acchiappate in un ristorante. Cose belle e cose brutte ("Quando la notte scende e il buio diventa brina/uomini e animali cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina"). Tastiere, una chitarra un po' blues. (La campana, 1978)
L'AMORE COMUNQUE
Il titolo già dice molto. Un testo che ognuno può riempire come vuole, una musica ispiratissima, specie nel refrain: "Regina del tempo/della sabbia e del vetro/della fine di tutti i numeri/e dell'inizio dell'alfabeto/dimmelo adesso, dimmelo ora/dove posso lasciare il vestito/come posso asciugare la pioggia che bagna il tappeto".?(Compagni di viaggio, 1996)
TRE STELLE
Nel senso di un albergo di quelli accoglienti, che ti mettono le caramelle sul cuscino. Nel senso di un appuntamento in un motel "tra Minnie e Topolino". Nel senso di un country dolce e caldo che vuole alleviare, giocare con tutto quel che c'è stato di intenso nel resto dell'album. Pochi tocchi ed è fatta.?(L'ultima nave, 1979) (17 febbraio 2006)

 


 

 

 

SOL/SI

Costruisco questa casa

 

SOL9

Senza ferro ne cemento

 

SOL

Costruisco questa casa

 

         SOL7

Senza tetto e pavimento

 

        DO

Costruisco questa casa

 

SOL

Senza tetto e fondamento

 

SOL/SI

E ci faccio quattro porte

 

SOL9

Per i punti cardinali

 

SOL

Che ci possa entrare il cane

 

         SOL7

Che ci possa entrare il cane

 

             DO

Quando sente i temporali

 

SOL

Quando cambia la stagione

 

SOL4

Costruisco questa casa

 

           RE                        SOL4 RE

Con il legno e col cartone

 

       RE7

E ci pianto quattro rose

 

         SOL                       RE RE7 SOL

Per i quattro Evangelisti

 

SOL                      SOL7

E ci pianto quattro rose

 

           DO   MIm       LAm

E ad ognuna do il tuo nome

 

            DO               SOL

E le guardo arrampicarsi

 

           RE                  SOL SOL7 DO SOL RE SOL

Sopra il legno e sul cartone

 

SOL/SI  SOL9  SOL/SI  SOL9

 

SOL/SI

Costruisco questa casa

 

SOL9

Senza inizio e senza fine

 

SOL

Come il sole a mezzogiorno

 

               SOL7

Quando incendia le colline

 

        DO

Costruisco questa casa

 

SOL

Questa casa sul confine

 

SOL/SI

E ci pianto quattro spine

 

SOL9

Quattro spine dolorose

 

SOL

E ci pianto quattro spine

 

             SOL7

Quattro spine e quattro rose

 

           DO

Che raccontano la vita

 

SOL

Che raccontano l'amore

 

             SOL4

Quattro spine e quattro rose

 

          RE                          SOL4 RE

Da portare dentro al cuore

 

         RE7

E ci metto quattro vigne

 

        SOL                      RE RE7 SOL

Per il vino di settembre

 

      SOL                SOL7

E ci metto la scommessa

 

          DO        MIm LAm

Che ti voglio amare sempre

 

      DO                  SOL

E ci metto quattro vigne

 

         RE            SOL

Per il vino di settembre.

 

SOL7 DO SOL RE SOL SOL7 DO SOL RE SOL SOL7 DO SOL RE SOL  

 

 


Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Oberheim, Nordlead,

Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Nashville tuning

Alessandro Valle: Pedal steel guitar

Lucio Bardi: chitarra Martin D42

Fabrizio Bono: primo violino

Giorgio Tentoni: violino

Maria Lisa Telera, Valerio Conti: viola

Giacomo Pecorella: violoncelo

Guido Guglielminetti e Ambrogio Sparagna: scrittura archi

 

 

De Gregori, il singolo Cardiologia anticipa il nuovo disco Calypsos

(Alessandro Gritta) Dal 3 febbraio nelle radio (da oggi in anteprima su Radio Deejay) il singolo "Cardiologia" di Francesco De Gregori che anticipa l'uscita del nuovo disco CALYPSOS (Sony-Bmg) il 17 febbraio, a meno di un anno di distanza dal precedente "Pezzi"

Dal 3 febbraio nelle radio (da oggi in anteprima su Radio Deejay) il singolo "Cardiologia" di Francesco De Gregori che anticipa l'uscita del nuovo disco CALYPSOS (Sony-Bmg) il 17 febbraio, a meno di un anno di distanza dal precedente "Pezzi".
Registrato a Roma a dicembre con i musicisti che lo accompagnano solitamente dal vivo, il nuovo lavoro contiene 9 canzoni inedite. Orientato su sonori
ta' piu' raccolte ed acustiche, sembra derivare il titolo da Calypso, la ninfa che per amore tenne Ulisse prigioniero su un'isola per sette anni. Il singolo "Cardiologia" sara' in radio dal 3 febbraio, da oggi in anteprima su Radio Deejay.
Questa dovrebbe essere la scaletta del disco: 1. Cardiologia 2. La linea della vita 3. La casa 4. L'angelo 5. In onda 6. Mayday 7. Per le strade di Roma 8. L'amore comunque 9. Calypsos
"Calypsos" sarà meno elettrico e più acustico mentre i testi toccheranno tematiche meno politiche e addolorate", così il cantautore descrive il suo ventottesimo lavoro, che includerà 9 canzoni. A seguire, probabilmente, un nuovo tour per De Gregori.
Intanto il 4 febbraio a Roma si terrà il secondo raduno del "Rimmel Club", il fan club ufficialmente riconosciuto da De Gregori, con la partecipazione di varie cover band che riproporranno dal vivo le canzoni del "Principe" dei cantautori.
Sabato 4 febbraio ore 21: Raduno ufficiale del Rimmel Club, da De Flò, Via A. Coppi 12, Roma (zona San Giovanni)
Cover band live: I banditi e il campione e Nientedacapireband


 

 


L’ANGELO

(F. De Gregori – Calypsos)

 


SOL DO SOL RE - SOL DO SOL RE SOL

 

SOL               DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL                    RE

e nessuno può vedere

 

SOL              DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL  RE          SOL

e fa segno di tacere

 

SOL DO SOL RE  - SOL DO SOL RE SOL

 

    SOL                       DO

E dice sono venuto a sciogliere

 

  SOL               RE

e non a legare

 

SOL                  DO

Sono venuto a sciogliere

 

  SOL                  RE

e non a spezzare

 

SOL              DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL    RE            SOL

e ti fa segno di andare

 

SOL              DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL RE SOL

e ti lascia passare.

 

SOL DO SOL RE - SOL DO SOL MIm RE SOL

 

SOL               DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL               RE

e ti  offre da bere

 

SOL                 DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL RE            SOL

e finisce il bicchiere

 

SOL                            DO

E dice sono venuto a prendere

 

SOL              RE

non a rubare

 

SOL                          DO

sono venuto a prendere

 

SOL              RE

non a rubare

 

SOL                           DO

e dice non devi piangere

 

SOL       RE            SOL

e non ti devi spaventare

 

SOL                  DO

Non devi piangere

 

SOL       RE          SOL

E non ti devi spaventare

 

SOL DO SOL RE - SOL DO SOL RE

 

SOL               DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL                    RE

e nessuno può vedere

 

SOL              DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL  RE          SOL

e fa segno di tacere

 

SOL DO SOL RE - SOL DO SOL RE

 

SOL               DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL               RE

e ti  offre da bere

 

SOL               DO

Passa l’angelo, passa l’angelo

 

SOL               RE

e ti  offre da bere

 

 

E De Gregori disse' 'ti amo' , 'Ma giuro che non è stato facile'
di Gino Castaldo - La Repubblica 16/02/2006
La notizia è che per la prima volta in trentacinque anni di canzoni, Francesco De Gregori ha pronunciato le parole ti amo. «Sì, è vero», conferma, «e vi assicuro che non è certo facile». L 'ha fatto in una canzone dal titolo, in verità molto poco romantico. Cardiologia, la prima a essere lanciata dal nuovo disco, Calypsos, che esce appena undici mesi dopo il precedente Pezzi, e anche questa a suo modo, conoscendo i precedenti del cantautore, è una notizia. «Cardiologia l'ho cantata una sola volta, dall'inizio alla fine, buona la prima come si dice, ed è stata una fortuna perche se avessi dovuto ricantarla non so come sarebbe venuta. È che, riascoltandola, mi sono accorto che con una canzone così si esce molto allo scoperto, emozionalmente». Calypsos è un disco essenziale, scarno, tutto sorretto da una vena delicata e sentimentale, con una copertina altrettanto essenziale, bianca, nuda, con solo il titolo e un provocatorio sottotitolo: "9 canzoni nuove": «è un disco a togliere, il suono scarno dipende dal fatto che mi sono stufato di far suonare tre chitarre, tante volte ne basta una, solo ci si fa prendere dal demone della moltiplicazione, e invece bisogna rimanere attenti all'ispirazione originale. »
«La copertina è derivata dal fatto che non volevo perdere tempo, e poi ricordavo le copertine di Battisti nel periodo panelliano, tutte bianche, senza nulla, mi piacevano molto, era l'unico a farle così».
È il De Gregori più "italiano" degli ultimi anni, fuori da ogni vezzo dylaniano, per nulla politico, casomai romantico, anche se ovviamente a modo suo. Quel "ti amo" non sembra casuale.
Calypsos sembra un disco tutto dedicato all'amore, quasi un concept album, è così?
«Pensare a un concept è troppo, ma c'è un centro che è l'indecifrabilità dei sentimenti, non risolti, sognati, e non sempre vissuti in prima persona, ma c'è questo corredo emozionale lungo tutto il disco. Quando si è trattato di scegliere un singolo c'è stato grande imbarazzo, poi con le spalle al muro ho detto Cardiologia, ma in realtà andrebbe sentito tutto. Se Rimmel, o Titanic, fossero usciti col singolo, il singolo sarebbe stato Rimmel, ma le altre canzoni? E allora vorrei tenerlo pochissimo, non aspettare che non lo passino più, per passare al seguente tra venti giorni» .
A legare tutto è l'idea del titolo, Calypsos?
«Sì, è questa stranissima storia d' amore che c' è nell'Odissea, anche se prima ho deciso il titolo e poi ho riletto la storia. Per sette anni Ulisse la notte gode i piaceri dell'amore con questa ninfa innamorata, e di giorno piange sulla spiaggia pensando a Itaca, massima contraddizione, poi arriva Minerva, dice alla ninfa di lasciarlo partire e lei dimentica la sua passione, lo aiuta a costruire una zattera, e lo lascia andare quasi senza un parola d'addio. La dice lunga: su quanto le storie sentimentali non siano assoggettabili alle regole, alla ragione, alla scienza. L 'ho scritto al plurale perche i rapimenti d'amore sono molti».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come quello per Roma, nella canzone "Per le strade di Roma"?
«Sì, è un atto d'amore sofferto per una città, Roma si fa amare, è dove sono nato, dove sono nati mio padre e mio nonno, ed è una città che si lascia scoprire sempre, anche dopo tanti anni, pensavo di conoscerla e invece anche tornare a Campo di Fiori dopo un mese, è come scoprire qualcosa di nuovo».
Affiora anche una vena di malinconia. È involontaria o anche quella cercata?
«La malinconia? No, non direi, in genere non propendo per la malinconia, forse è più un senso di smarrimento, però come parte del gioco, l'amore crea irresolutezza, come ho cercato di esprimere soprattutto nella canzone ches'intitolalnonda, è estraniata da tutto, sembra un sogno, e se uno mi chiedesse che vuoI dire non saprei rispondere , avevo una penna in mano e ho scritto, è venuta fuori così,lunare anche nella sua sonorità. Casomai è il sentirsi senza difese, e se anche si costruisce una casa, la casa è fragile, è fatta di legno e cartone. Ma c'è un finale curioso. Il disco si chiude con Trestelle, che è un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alfine abbiamo scherzato, l' amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada».

 

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS Smilebox

Alessandro Arianti: piano elettrico Fender Rodhes, Lahore flute

Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Nashville tuning

Lucio Bardi: chitarra  Martin D42

Lucy Campeti: voce

Esce «Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima Cesare G. Romana

Che smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie conquiste e la sua fatale precarietà, ci affida Omero nell'episodio di Calipso, la ninfa dai crespi capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé, prima di restituirgli la libertà per volere di Zeus. L'amore dunque che trafigge, sfugge e riemerge nel vivo della memoria: ché sono almeno dieci, nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui la «voce leggiadra» di Calipso riaffiora, evocata da veloci flashback. 

Il nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi a soli undici mesi dallo splendido Pezzi, s'intitola appunto Calypsos, ed è non a caso un'assorta riflessione sull'amore ineludibile, «che si gioca per vincere e chi vince è perduto», l'amore «come una medicina/ o un dolore da rinnovare», insomma «l'amore comunque»: con le sue fughe e il suo persistere.

O almeno questa è, insieme ad altre, una possibile chiave di lettura: ché sarebbe tradire quest'album magico e proteiforme, tentarne una lettura didascalica,  imprigionandone in un netto percorso concettuale il sottile reticolo di allusioni, nuances, intriganti ambiguità. Infatti Calypsos è un gran disco proprio per il suo essere intimo, enigmatico, dolcemente contraddittorio. Perché dice senza dichiarare, mutuando l'incanto inconscio dei sogni. Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos è un giardino dell'animo, una partitura cameristica che svela via via, nel riascolto, colori e profondità. A partire dai suoni: quel lieve discorrere del pianoforte, in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur mansueto di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese in La casa, quel canto serpentino di In onda. Quel mondo che si svela per gradi in Per le strade di Roma, «quando la notte scende/ e il buio diventa brina/ e tutto si consuma e tutto si combina» e par di ritrovare certe liriche pasoliniane. Fino a L'angelo che a me ricorda, ma a contrariis, un'altra grande pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In realtà quella era una canzone sociale - puntualizza Francesco - questa è una riflessione sulla vita e la morte,  sulla loro accettazione serena», ma potrebbe celare una pensosa parafrasi del dono d'amore: «Sono venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a sciogliere/ e non a spezzare», la complicità che non insidia la libertà.

Non chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione corretta: sa bene, Francesco, che la canzone non va decrittata, ma percepita, attraverso le sensazioni che irradia: «Non c'è niente da capire», cantava lui stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va di raccontare l'impulso che ha dato vita a Calypsos,  quando ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro non sembrava alle viste: «Già quando scrivevo l'album precedente, avvertivo questo genere di suggestioni, legate alla realtà degli affetti e dei sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con la passione civile di Pezzi: così le ho tenute da parte, e subito dopo mi sono rimesso all'opera». Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante e tenerissima: «Piace anche a me, così minimale, con quell'aspetto un po' disneyano: i due innamorati che si ritrovano in un albergo a tre stelle potrebbero essere Minnie e Topolino..».

Insomma, un disco che viaggia controcorrente, questo Calypsos: parla dell'amore - lo provoco - in un momento di così grandi tensioni sociali e politiche. E lui: «Ma su quel versante avevo già dato, era inutile ribadire quello che Pezzi diceva già, esplicitamente. Del resto non sono mai stato un autore di manifesti: chi parla di me come di un artista schierato, il solito cantautore con la kappa, mi conosce davvero poco».    

(Il Giornale – 16.2.2006)

 

 

Da Fazio a CHE TEMPO FA

Pubblicato da Furex on 12th Marzo 2006

Ho visto per la seconda volta in pochi giorni De Gregori fare promozione per il suo ultimo parto musicale, Calypsos. Da Fazio, De Gregori parla del video di Cardiologia, che a suo dire non è un video, ma un'installazione di arte moderna.

Realizzato da De Gregori in collaborazione con il suo "tastierista", secondo De Gregori stesso questo video si distacca dal format del video "tradizionale" nel quale esiste una "sceneggiatura basata sul testo della canzone."

Sorvolando sul concetto squisitamente paleomusicale del "tastierista", mi sono chiesto con perplessità a quale epoca risale il concetto di video tradizionale secondo De Gregori; la mia perplessità aumenta mentre penso che il video musicale come genere ha una storia non più lunga di un ventennio.

Poi mi ricordo dell'ironica protesta della Littizzetto, che qualche tempo fa denunciava la divergenza crescente tra video e canzone. E osservo uno spezzone del video, che ricorda tanto i visualizzatori di Winamp.

Infine Fazio chiede: qual è la canzone perfetta per te, fammi un esempio. De Gregori con la massima pace mentale risponde che forse la sua ultima, ecco quella è perfetta.

Devo essere proprio fuori target.

 

 

 

 


 

 

IN ONDA

(F. De Gregori – Calypsos)

 


LA MI

 

       LA

E vado in onda

 

MI

Silenziosamente

 

                  LA

La mia mente sogna

 

E sono fermo ai bordi della strada

 

E stranamente io

 

                RE

Non ho vergogna

 

MI

Sto aspettando e sto chiamando

 

                                LA     MI

Che qualcuno mi risponda

 

     LA

Sono a casa

 

MI

La mia porta è aperta

 

                      LA

E la mia luce è accesa

 

Come un ladro nella notte puoi venire

 

                 RE

lo non ho difesa

 

MI

Mentre dormo mentre sogno puoi colpire

 

          LA

Di sorpresa

 

MI

Soffia il vento

 

SIm                                      RE

Sulla punta del molo con un piede batto il tempo

 

          FA#m

Spreco il tempo

 

          MI

Sta piovendo

 

SIm                                           RE

La tempesta sul mio viso sta passando

 

             FA#m     MI

Si sta sciogliendo

 

        LA

Io sono in onda

 

MI

Chiudo gli occhi e ti vedo forte e chiaro

 

LA

e sono in onda

Il mio nemico è in piedi ed io lo vedo ride

 

                    RE

Fermo sulla sponda

 

MI

Ed io lo guardo e gli sorrido

 

                              LA

Mentre la mia nave affonda

 

MI SIm RE FA#m

 

MI

Soffia il vento

 

       SIm                                   RE

Sulla punta del molo con un piede segno il tempo

 

          FA#m

Passo il tempo

 

MI LA - RE MI LA

 

 

Alessandro Svampa: cajon, bonghetti

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti: piano Fender Rodhes, Oberheim, Nordlead

Paolo Giovenchi: chitarre Gretsh 6120,  Gaglio, Gibson J45, Martin D42

Lucio Bardi: chitarra Martin D42

 

 

 

Al Buddha Café come al pub per cantare tutti insieme

aprile 2006

DI MARINELLA VENEGONI
BRESCIA. Il tour, in Italia, adesso si porta un po' così. Si fa e non si fa, si comincia e poi si smette e si riprende più avanti. Mentre le star internazionali si massacrano di bagni di folla, alcuni dei nostri Vati scelgono più spesso il profilo basso, con un contatto con la gente magari più raccolto e diretto, in un piccolo club. Succederà da domani a Ivano Fossati, che debutta appunto in un locale di Senigallia, succede da ieri a Francesco De Gregori: a poche settimane dall'uscita dell'ultimo album «Calypso», dove prende di sghembo la questione amorosa con l'originalità di accenti che gli è propria, il cantautore romano ha iniziato una manciatina di date dal Buddha Café di Orzinuovi, nella profonda provincia di Brescia. Un solo bagno di folla è previsto, il 25 aprile in piazza a Parma, per la Festa della Liberazione. Ma guai parlargli di politica. E di tour.

Gentile De Gregori, allora lei tiene concerti ma non vuol sentire la parola «tournée».
«Ma sì, basta con queste vecchie e provinciali terminologie. Basta anche con le scalette: canterò canzoni che di volta in volta mi va di fare. Saranno rappresentati alcuni pezzi del nuovo disco, 5 o 4, oppure 6 o 7. Non è un concerto celebrativo. Sono poche date davvero, il Buddha Café poi è un club fra i più popolari in Italia, apparentemente non bello, con strutture calde anche se apparentemente povero. Si suda tutti di più, si crea un'atmosfera da pub, l'ascolto è più partecipato e caotico».

Ritorna ai suoni duri degli ultimi tempi?
«No, sono suoni misti. Anzi, ritorno a sonorità più acustiche».

E' noto che lei non è un estimatore di Springsteen, e tuttavia anche The Boss, come lei con Giovanna Marini nel «Fischio del vapore» ha appena inciso in «We Shall Overcome» canzoni popolari del passato del suo Paese.
«Non mi crocifiggete, non mi straccio le vesti per lui ma finisce lì. Mi sembra che, riprendendo Pete Seeger, abbia fatto quel che abbiam fatto noi con Giovanna Marini, con una bella dose di sincerità. Devo dire che, con quella foto di copertina di tutti i musicisti insieme, la campagna di comunicazione di Springsteen ricorda molto "The Basement Tapes" di Dylan. Mi fa piacere che lei abbia colto questa assonanza con il nostro lavoro, nessuno l'ha ricordato nelle recensioni».

Le nostre vecchie canzoni popolari erano praticamente scomparse dall'immaginario collettivo. Le verrà voglia di cantarne qualcuna, almeno a Parma il 25 aprile.
«Lo potrei fare. La band è rodatissima, se attacco "L'attentato a Togliatti", mi viene dietro».

Perché solo lei, in Italia, ha avuto l'idea di riprendere questo repertorio del passato?
«Perché ho avuto più occasioni di altri di sentire questa musica da vicino. Ho conosciuto le persone che la facevano, le ho amate, ci sono andato a cena insieme. E ho un rapporto di lunga data con Giovanna Marini. Ma ci sono ancora circoli, ancorché un po' selezionati, dove questa musica viene riproposta, e ci sono studiosi che se ne occupano. Ma si sa come vanno le cose, avendo avuto uno questa idea, gli altri non lo fanno più. Eppure, quello della musica popolare italiana è un filone carsico».

Non le verrebbe di incidere un secondo volume?
«Se lo rifacciamo Giovanna ed io, sembra di tornare sul luogo del delitto. Non lo escludo ma nemmeno lo programmo. Il progetto è stato perfetto proprio per la scelta di quelle canzoni, rappresentative del mondo del lavoro, non schierate né antagoniste, e questo ha costituito la loro leggibilità. Potremmo incidere i canti anarchici, rivoluzionari, ma sarebbe una cifra differente».

Le è piaciuto «Il Caimano» di Moretti?
«Quando ai registi verrà chiesto se gli è piaciuto un mio disco, io dirò se mi è piaciuto "Il Caimano"».

Fino a quando non parlerà di politica?
«Sono estenuato dal fatto che se ne sente parlare troppo, e con accenti privi di fantasia. Non ne parlo perché non voglio aggiungermi al coro di voci, per la maggior parte belanti».

 

 

 

 

La sorpresa De Gregori: nuovo cd e svolta acustica

Paolo Giordano

Colpo secco, nuovo ciddì. Sarà che uno non se l'aspettava così presto. O che lui, il Principe, di solito se le coccola le sue nuove canzoni, le lascia crescere e respirare sui fogli d'appunti, in sala d'incisione, sui tavolacci delle osterie. Comunque rieccolo ed è una sorpresa: appena undici mesi dopo il ciddì Pezzi, il dieci febbraio Francesco De Gregori ne pubblica un altro che nel titolo richiama una ninfa greca ma pure un ballo giamaicano, un titolo di bellezza e movimento e anche di svolta,  massì. Calypso. De Gregori lo ha registrato di getto tra la seconda metà di novembre e dicembre, trascorrendo ore chiuso con la sua band nel piccolo studio di registrazione della casa di Spello, il borgo silenzioso nell'Umbria ai confini con le Marche. Settimane di lavoro al riparo dalle pressioni e dalle ansie, a pochi metri dagli uliveti che inseguivano le ombre lunghe del sole d'autunno. Lì De Gregori produce un extravergine da primato, con i riflessi verdi e asprigni dell'olio umbro, il Moraiolo o il Leccino,  che già nel Trecento i contadini benedicevano col pane e il sollievo di un anno buono. E lì sono nate queste nove canzoni a bruciapelo, inattese e impegnative perché dovranno sovrastare l'eco delle altre appena uscite e anche loro subito benedette dagli osanna dei critici. Pezzi è stato un ciddì trasversale per Francesco De Gregori. Salutato come uno scampolo di poesia rock, gallonato da riferimenti simbolici a Celestino V (Vai in Africa, Celestino!) o alla Atene dei peripatetici (Gambadilegno a Parigi).

(Il Giornale - 16.1.2006)

 

Il soffio dell'ispirazione solleva il velo sull'amore di Giorgio Maimone

"Calypsos" è un disco ispirato, anacronistico, fuori dal tempo: un concept album sull'amore. Una riflessione, alta, ponderata, profonda, impregnata da tutti i fumi della poesia, bagnata da tutte le sottili maree dell'emozione su quella sottile vena di follia che tutti ci tiene e che, come panni stesi a sciorinare all'aria, ci fa oscillare appesi al filo degli improvvisi sussulti del cuore. Dimentichiamoci la copertina. E' l'unica cosa brutta di uno splendido disco. Ma è una citazione anch'essa: si capisce dai caratteri incerti tracciati a mano. Siamo dalle parti dei dischi bianchi di Battisti/Panella. Dimentichiamo e poi partiamo a sognare. Dice: ma come si fa a fare un disco nuovo undici mesi dopo il precedente? Risponde: fa tutto l'ispirazione. Innegabile.

Dice che l'ispirazione è stata la ninfa che trattenne Ulisse, di lei comunque innamorato, per sette anni, prima di lasciarlo tornare a casa. Ma quando ascolterete "L'angelo" inizierete a sorridere: il tempo sottostante è un calypso che neanche Harry Belafonte! De Gregori gioca su due tavoli e vince sempre, perché in mano tiene carte segnate per "giocare a carte col suo destino". Il suo personale destino gli ha evidentemente consegnato una "mano" doppia che lo costringe a produrre alternativamente un disco "bianco" e un disco "nero", un disco "lento" e uno "rock", un disco "dolce" ed uno "amaro". E "Calypsos" è, prima di tutto un grande disco, uno dei più grandi della sua discografia (che poi vuol dire almeno della discografia nazionale) e poi un disco di "sole", pulito, fresco, agile e svelto. Anche troppo svelto: scorre via in appena 9 canzoni e 39'45". Ma forse 40 minuti è il tempo medio dell'amore.

E' quindi quasi un concept album questo a cui ci troviamo di fronte, anche se il concetto non è esattamente degregoriano, che finora, il massimo di concettualità l'aveva dispiegato su Titanic. Però già in "Pezzi" si percepiva un'aria unitaria di fondo che qui si fa più precisa e calzante. Preso il mito di Calypso come parametro di riferimento o punto di partenza per indagare sulle segrete trame dell'amore, Francesco De Gregori approfonda il bisturi della sua poesia pulita e chirurgica e in questo caso per niente visionaria e passa in rassegna situazioni amorose.

Si inizia con "Cardiologia", pianoforte e voce, con la tenue aggiunta del basso di Guglielminetti. E' la prima canzone nella quale Francesco dice esplicitamente "Ti amo" parlando in prima persona, ma non è questo il motivo di interesse ("quando dice: "è quattro giorni che ti amo/ ti prego non andare via" è una citazione in terza persona. Cfr "Pezzi di vetro"). Le note del piano di Alessandro Arianti possono ricordare un po' l'atmosfera de "La donna cannone", ma la canzone prende subito altre vie. Sono immagini degli amori: "l'amore indecente / che non si può guardare", quello "che si veste di bianco / per scandalizzare" o "che raccoglie conchiglie / dopo la mareggiata", ma soprattutto "gli amori mai passati e ancora vivi nella mente / che dell'amore non si butta niente". Questa è la frase finale del brano, segue una lunga coda pianistica, e sfido chiunque ad ascoltarla senza farsi prendere da un brivido. D'altra parte Francesco ce lo ricorda anche prima: "l'amore ha sempre fame, non l'avevi notato?" Dice: "l'ho fatta in presa diretta, una sola volta e buona la prima. Altrimenti non ce l'avrei fatta a rifarla". Emozione a cuore aperto: ecco la "cardiologia" del titolo.

Piccola citazione: "l'amore dice "sempre" con disinvoltura /senza paura dice "mai" / senza paura mai" da un lato riecheggia "dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre" / nell'ipocrisia dei "mai" di De André e dall'altro riprende i temi di "Sempre e per sempre".

"La linea della vita" è la seconda canzone. Si cambia completamente atmosfera: quasi un blues. Cori gospel femminili (Elisa Baldini, Claudia Berté, Moira De Santi) di grande efficacia accompagnano la formazione al completo che suona nel disco (da dieci e lode sia strumentisti che arrangiamenti): sotto la direzione di Guido Guglielminetti che produce, come al solito e suona il basso, si allineano Alessandro Svampa alla batteria o percussioni, Alessandro Valle alla pedal steel, Paolo Giovenchi alle chitarre elettriche o acustiche, Lucio Bardi alla chitarra acustica, Alessandro Arianti al pianoforte e tastiere. De Gregori in questo disco non suona quasi mai: una sola volta, in "Per le strade di Roma" imbraccia la fida Martin D28. Tono scanzonato e ritmo sicuro, la "Linea della vita" parla degli "amori che non si ricordano / e baci che si dimenticano / Persone che passano e non si salutano e sputano /e cani bianchi che a volte ritornano".

"La casa" è un'altro dei vertici del disco (direte: quanti vertici ha questo disco? E' un icosaedro!) . "E ci metto la scommessa che ti voglio amare sempre / e ci metto quattro vigne per il vino di settembre" In una casa per l'amore ci stanno tante cose, sempre sotto il numero sciamanico di quattro ("quattro porte per i punti cardinali ... quattro rose per i quattro Evangelisti ... quattro spine dolorose ... quattro spine e quattro rose"). Viola, violino e violoncello danno ulteriore intimità a un brano da cantare sul calar della sera, tenendo vicino la persona amata ed osservando dall'uscio di casa il tramonto. "Costruisco questa casa / senza inizio e senza fine / come il sole a mezzogiorno / quando incendia le colline" ... "che ci possa entrare il cane / quando sente il temporale". E' una canzone semplice, tutta in rima, ma non c'è una sola rima fuori posto, forzata o abusata. E' grande dolcezza che si spande tutto intorno.

Ancora con l'anima turbata e con la sensibilità esacerbata dalla canzone precedente non ho tempo di riprendermi prima di accorgermi di "riuscire a volare" assieme a "L'angelo" che arriva direttamente dai Caraibi e passa a volo rasente. Un angelo dolcissimo che "è venuto a sciogliere / non a legare". "Passa l'angelo e ti offre da bere" e in sottofondo un dolcissimo suono di flauto (forse il Lahore flute, come dice la nota sul libretto) ti prende per mano e ti porta esattamente dove sei disposto ad andare tu. Potrebbe essere l'angelo di un amore estemporaneo, che si ferma esattamente il tempo necessario per darti un sorriso ... e per offrirti da bere. Imprescindibile.

"In onda" è forse il brano che ha più a che fare con il mito di Calypso, almeno direttamente, ma Francesco non ha voglia di essere esplicito e gioca col doppio senso di essere in onda da marinaio o di "andare in onda" in un mezzo di comunicazione di massa. E' Ulisse che parte e che dice che "sta piovendo / la tempesta sul mio viso sta passando / si sta sciogliendo". "Il mio nemico è in piedi ed io lo vedo, ride / fermo sulla sponda / e io lo guardo e gli sorrido / mentre la mia nave affonda". Una delle canzoni più lunghe (5'24") e di grande intensità. Commuovente.

Dopo una parte centrale così densa e ripiena di sentimento c'è bisogno di tirare il fiato e cosa c'è di meglio di un sano e deciso rock? "Mayday" adempie perfettamente allo scopo: camera di decompressione musicale e testuale. Le liriche insegnano come si può fare per salvarsi la vita: "devi comprarti un vestito nuovo / e decidere come ti sta". Dopo di che "guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Ulisse che lascia Calypso? "Vattene vattene adesso / ed io farò lo stesso". Amori che si lasciano, che finiscono, che abbandonano la scena. L'altra faccia dell'amore. L'altra faccia della musica.

"Per le strade di Roma" sono 5'43" di scorribande per gli ambienti della Capitale, dalla Magliana alla Tiburtina, dalla Salaria a via Frattina. Quasi come Nanni Moretti in vespa in "Caro Diario". Un modo in immagini e un modo in musica per esprimere l'amore per la propria città. "C'e adrenalina nell'aria / carne fresca che gira /... / e tutto si arroventa e tutto fumo / per le strade di Roma". In Roma ci sono facce nuove, ma anche donne da guardare e "ragazzi che escono da scuola / e sognano di fare il politico o l'attore / e guardano il presente senza stupore / e il futuro intanto passa e non perdona / si aggira come un ladro / per le strade di Roma". Una panoramica con sguardo innamorato, dove "tutto si consuma e tutto si combina", ossia "per le strade di Roma". Magica. E innamorata. Una canzone d'amore per la città.

"L'amore comunque". Dopo 7 canzoni che non fanno altro che parlare d'amore, non avevamo più dubbi sul fatto che l'amore fosse comunque. E anche lo stesso e persino eventualmente! "Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di Carnevale ... / è così che ti piace / è così che ti fa immaginare". L'amore è comunque, non è dovunque, non è qualunque, ma è senz'altro "comunque". Imprescindibile, imperdibile, pervasivo, ma mai invasivo. L'amore è così che ti piace, è così che ti fa immaginare. Altro lento d'atmosfera.

In chiusura un altro piccolo spazio di relax. L'amore che si può fare anche in "un tre stelle, un gran bel tre stelle /a due passi dalla statale". Amore furtivo o fuggitivo, Clandestino o provvisorio. Dice: l'amore tra Minnie e Topolino. Un amore rilassato. Un incontro fugace. Con la delicatezza di un morbido country come se ne trovano altri nel canzoniere degregoriano da "Buonanotte fiorellino" in giù. "Tre stelle" è la canzone ma sono senza dubbio cinque le stelle che destiniamo all'album. "Calypsos", mi ripeto, entra nelle sfere alte della discografia di De Gregori, senza pentimenti e senza esitazioni. Ci sono dischi in cui tutto piace e magicamente trova il posto logico nella tua vita, nei tuoi ascolti, nei tuoi pensieri. "Calypsos" è così: il disco giusto al posto giusto. D'altra parte, potevamo arrivarci anche prima: lo sanno tutti che Calypsos è un mito!  

 

 

 

 

 

MAYDAY

(F. De Gregori – Calypsos)

 

MIm

Per salvarti la vita devi uscire da qua, devi lasciare la vecchia strada

 

MIm

Fare un passo più in là

 

             SOL

La direzione nuova

 

                  LA

La devi scegliere tu

                DO

Per salvarti la vita

                MIm

Devi rischiare di più

 

RE  LAm MIm -RE  LAm Mim - LAm Mim - RE LAm MIm

 

MIm

Per salvarti la vita

 

MIm

Non avere paura

 

MIm

Localizza un'uscita

 

MIm

Fai le cose con cura

 

                        SOL

Lascia correre l'acqua

 

                           LA

Lascia spegnere il fuoco

 

                      DO

È questione di niente

 

                      MIm

È questione di poco

 

RE

Devi comprarti un vestito nuovo

 

RE

E decidere come ti sta

 

   SOL           SOL7        DO                

E non aver paura di dimenticare

 

LA

Vattene vattene adesso

 

RE

Non ti voltare

 

MI

Non c'è nessuno

 

LA             SI

Da salutare

 

MIm SOL LA DO MIm

 

RE

Devi cambiare indirizzo e telefono

 

RE

Devi cambiare città

 

   SOL         SOL7          DO                

E non aver paura di non farti più trovare

 

LA

Vattene vattene adesso

 

RE

Ed io farò lo stesso

 

MI

Non ti voltare

 

LA                        SI

Non c'è nessuno da ringraziare

 

MIm

Per salvarti la vita

 

MIm

Non ci stare a pensare

 

MIm

Chiuditi bene la porta alle spalle

 

MIm

E butta la chiave

 

              SOL

Guarda dritto negli occhi

 

               LA

L'amore che stai per lasciare

 

              DO

E abbandona la scena

 

            MIm

Abbandona la nave

 

RE LAm Mim - RE LAm Mim

 LAm Mim - RE LAm Mim - LAm Mim - RE LAm MIm  

 

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico Fender special

Alessandro Arianti: Fender Rodhes piano

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Fender Telecaster55

Lucio Bardi: chitarra Fender Stratocaster

Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

 

De Gregori: ‘Ecco come sarà il mio nuovo album’

Fresco di incoronazione per il suo album del 1982, “Titanic”, il più bel disco degli ultimi 30 anni secondo un sondaggio di Repubblica, Francesco De Gregori ha rilasciato una lunga intervista a Michele Serra nella quale, a sorpresa, annuncia l’imminente pubblicazione di un nuovo lavoro discografico. L’album, in vendita da metà febbraio, arriva a meno di un anno da “Pezzi” e s’intitola “Calypso”. “L’ho scritto in un mese”, racconta il 54enne cantautore romano. “E’ stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Mi hanno chiesto com’è il disco? Ho risposto: intimo. Parla dei conti non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande indecifrabilità. Si Chiama ‘Calypso’, parla dei rapimenti d’amore: Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra, ‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza, quella…”. da www.rockol.it

De Gregori, il poeta ritrova la sua musa

Meno rock e politica ma più melodia nel nuovo album del cantautore romano, Calypso, in uscita a metà febbraio

(di Enrico Deregibus su Kataweb)

Calypso. Si chiamerà così il nuovo album di Francesco De Gregori, in uscita a metà febbraio (il 17 anche se non ci sono ancora notizie ufficiali). Un titolo dele genere, in grado di far pensare ai tropici come alla mitologia greca, lascia un grande margine di spazio per immaginare cosa possa contenere. A ogni buon conto gli elementi di sorpresa dovrebbero essere molti.

Il primo è certamente la pubblicazione in sè, visto che l'ultimo disco di De Gregori, Pezzi, è uscito solo alla fine di marzo dell'anno scorso e ormai da tempo, si sa, i lavori in studio degli artisti più importanti sono centellinati. Avvengono a piccoli sorsi, a volte perché son di pregio, a volte perché le botti sono vuote. Lo stesso cantautore romano dagli anni Novanta ha tenuto una media di quattro anni fra un'uscita e l'altra.

Calypso oltre a essere il titolo del disco è anche una delle canzoni, che in tutto saranno nove, prodotte come ormai d'abitudine da Guido Guglielminetti. Il quale ha solo anticipato che: "Di questo disco ci sarà da discutere per tutto l'anno. Credo che rimarrete scioccati".

Le voci sull'album sono molte, circolano anticipazioni plausibili e altre molto meno. Su un 'blog' sono comparsi addirittura i titoli e i versi di alcune canzoni ma era una notizia totalemente priva di fondamento (i titoli erano del tutto inventati e i versi appartenevano a canzoni di altri, più o meno note) anche se il quotidiano 'L'Unione sarda' ha ripreso le indiscrezioni dandole per sicure.

Quel che è certo è che Calypso (già titolo di un vecchio album di Ron) sarà meno rockettaro di Pezzi, più melodico, e tendenzialmente meno incline a tematiche politiche e sociali. Una sorta di altra faccia della medaglia rispetto al precedente. Come mai questa uscita a ridosso? La spiegazione si trova in una parola: ispirazione. Che, come disse De Gregori una volta, "effettivamente esiste, anche se scevra da qualunque romanticismo". 

Prima di Pezzi il cantautore aveva infatti confessato di non avere grandi stimoli di scrittura, da una parte gli sembrava di aver già detto molto e dall'altra non aveva intenzione di ripetere cose già dette. Ma il vento è cambiato. In occasione delle interviste per Pezzi, De Gregori aveva rivelato di aver composto molti altri brani oltre quelli e aveva anche anticipato l'intenzione di non aspettare quattro o cinque anni per un nuovo disco. Addirittura alla pubblicazione dell'album di Jovanotti Buon sangue se n'era uscito con una battuta: "Con un titolo così avrei già un disco di canzoni pronte".

A novembre, prendendo tutti in contropiede e non seguendo i consigli dei discografici lo invitavano ad aspettare (da Pezzi è stato da poco estratto il terzo singolo, Passato remoto), è entrato in studio e c'è rimasto fino alla fine di dicembre. Controcorrente per l'ennesima volta, come quando nel 1990 pubblicò tre dischi dal vivo in contemporanea e come quando nel 2003 uscì con il disco di brani della tradizione italiana Il fischio del vapore insieme a Giovanna Marini.

Calypso sarà nei negozi a meno di un anno da Pezzi (25 marzo 2005) gratificato da parecchi riconoscimenti anche recenti. Quelli della critica, che l'ha premiato come miglior disco dell'anno con la Targa Tenco 2005 e nel consueto referendum della rivista di settore 'Musica e dischi'. Ma non solo. Il brano Gambadilengo a Parigi ha vinto un gioco sulla canzone più emozionante dell'anno fra i lettori della 'Stampa' di Torino, mentre l'intero album è in testa al referendum fra quelli del 'Corriere della sera' sul più bel disco del 2005. De Gregori ha sbancato anche con lettori di 'Repubblica': proprio in questi giorni il suo Titanic è stato scelto come miglior album degli ultimi trent'anni, davanti a dischi di Pink Floyd, De André, U2, Guccini, Springsteen, Clash e altri mostri sacri.  (18 gennaio 2006)

 

 


 

 

 

 

 

Il pubblico È conservatore. Sente una canzone in un certo momento della sua vita e quella resta sempre la stessa

Intervista alla vigilia del tour "Con il cuore piantato nel mondo". "Viva l'italia", ho lasciato per la prima volta che fosse utilizzata nella campagna referendaria sulla Costituzione di PAOLO D'AGOSTINI

ROMA - Questa conversazione con Francesco De Gregori avviene alla vigilia del Calypsos Tour che dall'11 luglio lo porterà in giro per l'Italia con il disco (Calypsos, appunto) uscito lo scorso inverno. È il caso di avvertirlo che chi gli fa le domande stavolta non è un giornalista musicale, che non saranno domande musicali. Non si preoccupa, unico sbarramento la vita privata. La politica sì, con l'avvertenza: "sono solo un cantante".

È giusta l'impressione che ogni disco, forse ogni singolo concerto, siano segnati da un sentimento?

"Forse è così, ma a me risulta chiaro solo a posteriori. Se mi guardo indietro m'accorgo che qualche volta il mio lavoro è stato contrassegnato da un maggior interesse verso il mondo, la politica, la storia: Titanic per esempio. Mentre al contrario Rimmel parla del cuore. In realtà le cose s'intrecciano ed è difficile districarle, anche il cuore non sta sulla luna ma sta piantato nel mondo. Poi c'è un mio normalissimo processo di crescita e anche di decadenza. Di sostituzione di alcuni sentimenti con altri. Non un'accresciuta capacità di maneggiare i ferri del mestiere, non sono diventato più bravo a scrivere canzoni di quanto fossi trent'anni fa".

In tanti restano male quando lei canta una sua canzone famosa cambiandola (ride e dice "non mi offendo"). Vuol dire che il pubblico è conservatore e che limita la libertà artistica? E che lei si difende e si ribella? Con un po' di malignità, perché così impedisce al pubblico di cantare con lei nei concerti.

"Il pubblico è conservatore, e forse ha ragione di esserlo. Va a sbattere addosso a una canzone in un certo momento della sua vita e quella canzone resta esattamente come l'ha sentita quel giorno. Ma per me è un giorno di vent'anni, di trent'anni prima. Per me che l'ho scritta quella canzone non resta cristallizzata, per me che ci lavoro con le canzoni è fatale che cambino e si rinnovino. Sarei truffaldino se rimanessi fermo a quello che è stato vero nel '75 o nell'80 e non può essere rimasto tale e quale. Il pubblico può cantare le mie canzoni, ci mancherebbe, basta che non pretenda che io le canti come le canta lui.

Naturalmente nessuno può impedire di pensare che, rifacendola, quella canzone l'ho rovinata".

Una delle sue canzoni in particolare è stata più volte piegata a un uso politico, da destra e da sinistra. È Viva l'Italia. Quest'anno per la prima volta, per la campagna sul referendum costituzionale, lei ha acconsentito.

"Ho detto di sì per la prima volta perché mi sembrava importante contribuire alla vittoria del No. In generale non mi piace ma questa volta negarla sarebbe stato solo spocchioso. La prima volta fu usata dal Movimento sociale, che non mi ricordo se già si chiamava Alleanza Nazionale. La seconda volta dal Psi di Craxi. In entrambi i casi espressi malumore e disappunto. Più di questo è difficile fare specialmente se, come nel primo caso, la canzone non viene usata per una campagna - che implica la richiesta del permesso a editore e autore - ma eseguita in una festa di partito dove basta che paghi la Siae senza bisogno di alcun consenso. Più che dire: ma l'avete sentita bene? "l'Italia liberata", "l'Italia che resiste": voi che c'entrate? Non vi riguarda, o casomai vi riguarda al contrario. Non è che siano stati grandi drammi della mia vita comunque. Woody Guthrie si ritrovò la sua "This land is your land" come colonna sonora pubblicitaria di una marca di latte".

Esce in questi giorni un'antologia intitolata "L'Italia del Novecento nella poesia del Novecento" (Ediesse editore) che include molti testi di canzoni e tra queste Viva l'Italia.

"Questione molto dibattuta e, per me, pessima cosa. Mi sembra talmente semplice: la poesia trova la sua musicalità e il suo ritmo nelle parole mentre il testo di una canzone viene scritto in funzione della musica, quindi la parola non è autonoma. La canzone senza musica è mutilata. Io non voglio figurare così accanto a Zanzotto, anche se penso che Viva l'Italia sia una bella canzone: ma con la sua musica. Come se togliessimo la punteggiatura a una poesia. Trovo che sia un omaggio non richiesto, non mi sento più elevato se paragonato a un poeta, non l'ho mai preteso".

Per una lunga stagione - tra anni 80 e 90 - la sua figura associata ad altre (due nomi per tutti: Nanni Moretti, Altan) è stata un simbolo di resistenza morale. Una forzatura, un condizionamento, perfino un equivoco?

"Io personalmente come altri personalmente possiamo essere stati percepiti come oppositori perché abbiamo espresso disagio e dato voce al disagio nei confronti di un percorso contrario a tante speranze. Naturalmente se gli artisti diventano surrogato della politica questo indica un fallimento della politica. Oggi non mi tiro indietro, sono sempre lo stesso e non ho cambiato le mie idee ma leggo i giornali in modo più disattento, con più distacco dalla partecipazione sofferta. Sono contento che Prodi sia al posto di Berlusconi, ma non mi sveglio con la smania di sapere che cosa ha dichiarato Pecoraro Scanio. Preferisco ammirare un bel quadro o dedicarmi a un bel libro di filosofia".

C'è la canzone d'amore per definizione senza tempo (Buonanotte fiorellino), quella che invece trae ispirazione da un tempo e da un luogo storicamente riconoscibili (Il cuoco di Salò o San Lorenzo), e quella che difende un'idea, un principio, un valore (Generale). Che differenza c'è, c'è una gerarchia artistica?

"La prima differenza che mi viene in mente è che Il cuoco di Salò non la canto mai dal vivo per paura che qualcuno si alzi in platea e gridi "viva il duce" o anche "a morte i fascisti". Vorrebbe dire comunque non essere riuscito a farla capire. Detto questo per me non c'è molta differenza: anche la canzone "storica" nasce nello stesso posto dove è nata Buonanotte fiorellino, il cuore".

Lei pratica un'arte popolare, che sta nel mercato e le fa guadagnare denaro. C'è dentro di lei un'anima rigorista che le dice di dover espiare la "colpa" della ricchezza?

"No. Sono uno che guadagna bene ma ha anche e sempre pagato molto bene le tasse. Non mi sento colpevole e non mi sforzo di sentirmi colpevole".

Quanto conta per lei il cinema?

"Bufalo Bill non l'avrei potuta nemmeno pensare se non avessi visto il film La ballata di Cable Hogue di Peckinpah. Le parole "Il mio amico culo di gomma famoso meccanico" nascono da lì, da quel personaggio del West al tramonto che viene schiacciato dalla prima automobile. Fa parte della mia cultura "da liceale" che a volte mi è stata rimproverata".

Sotto elezioni lei è uscito con un disco dal profilo intimista, Calypsos. Il contrario del Caimano di Moretti.

"Penso che entrambi abbiamo agito liberamente, io parlando di sentimenti e lui di Berlusconi. Elezioni o non elezioni".

(8 luglio 2006)

 

PER LE STRADE DI ROMA

(F. De Gregori – Calypsos)


 

FA           DO/MI     SOL/RE

FA/DO     DO          SOL/SI

 

FA                      DO/MI

C'è adrenalina nell'aria

 

SOL/RE

Carne fresca che gira

 

FA                         DO/MI

Polvere sulla strada

 

   SOL/RE

E gente che se la tira

 

     FA/DO             DO                         SOL/SI

E a tocchi a tocchi una campana suona

 

FA/DO                    DO                         SOL/SI

Per i gabbiani che calano sulla Magliana

 

               FA             DO/MI                     SOL/RE

E spunta il sole sui terrazzi della Tiburtina

 

FA/DO            DO                      SOL/SI(più alto)

E tutto si arroventa e tutto fuma

 

                          DO      FA

Per le strade di Roma

 

DO/MI                SOL/RE    DO FA DO/MI SOL/RE

Per le strade di Roma

 

FA                        DO/MI

Ci sono facce nuove

 

   SOL/RE

E lingue da imparare

 

FA                         DO/MI

Vino da bere subito

 

   SOL/RE

E pane da non buttare

 

   FA/DO                        DO                       SOL/SI

E musica che arriva da chissà dove e donne da guardare

 

FA/DO                     DO   SOL/SI

Posti dove nascondersi e case da occupare

 

FA                         DO/MI                  SOL/RE

Che sono arrivati i Turchi all'Argentina

 

   FA/DO                           DO                    SOL/SI

E c'è chi arriva presto e chi è arrivato prima

 

          DO      FA

Per le strade di Roma

 

DO/MI                SOL/RE    DO FA DO/MI SOL/RE

Per le strade di Roma

 

FA                         DO/MI

E c'è un tempo per vendere

 

        SOL/RE

E un tempo per amare

 

FA                        DO/MI

E c'è uno stile di vita

 

                 SOL/RE

E un certo modo di non sembrare

 

FA/DO                    DO             SOL/SI

Quando la notte scende e il buio diventa brina

 

   FA/DO                DO            SOL/SI

E uomini ed animali cambiano zona

 

FA                     DO/MI SOL/RE

Lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina

 

   FA/DO                   DO                   SOL/SI

E tutto si consuma e tutto si combina

 

                          DO      FA

Per le strade di Roma

 

DO/MI                SOL/RE    DO FA DO/MI SOL/RE

Per le strade di Roma

 

(minimoog:

mi sol mi sol mi si

mi sol mi sol mi re

mi sol mi si mi re)

 

FA/DO                     DO                      SOL/SI

E a tocchi a tocchi una campana suona

 

FA/DO                DO                        SOL/SI

Per i ragazzi che escono dalla scuola

 

   FA                          DO/MI              SOL/RE

E sognano di fare il politico o l'attore

 

FA                          DO/MI               SOL/RE(/RE alto)

E guardano il presente senza stupore

 

          FA/DO       DO                             SOL/SI

Ed il futuro intanto passa e non perdona

 

FA                           DO/MI       SOL/RE

E gira come un ladro

 

         DO      FA

Per le strade di Roma

 

DO/MI                SOL/RE    DO FA DO/MI SOL/RE

Per le strade di Roma

 

(minimoog:

mi sol mi sol mi si

mi sol mi sol mi re

mi sol mi si mi re)  

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: basso elettrico 5 corde

Alessandro Arianti:  Oberheim, Nordlead, Minimoog

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Francesco De Gregori: chitarra Martin D42

Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Gaglio

 

Odisseo a Roma di Stefano Mannucci

«IO RISPETTO tutti quelli che credono in un qualunque Dio, ma vorrei che loro credessero più negli uomini. Se penso a queste forme di monoteismo che oggi creano grande preoccupazione nel mondo, mi viene da rimpiangere gli dei della classicità. Quel delizioso Olimpo pieno di personaggi un po’ alla Disney, dove trovavi una Minerva dispettosa, un Nettuno incazzoso, un Giove un po’ mollicone e tormentato dalla moglie. Dicono che comandasse sugli altri, ma poi non si capisce quanto contasse davvero. Quella era una forma di religione estremamente gradevole». È di buon umore, De Gregori, malgrado una fastidiosa allergia. «Non alle interviste», assicura lui ridendo, e questa è già una notizia. Refrattario a infilarsi nelle sabbie mobili della politica - proprio lui che l’impresario David Zard definisce come «l’unico sincero cantautore di sinistra» - Francesco preferisce parlare di miti, per commentare questo suo smagliante nuovo album, che non a caso si intitola "Calypsos". «Con quella "s" da plurale angloamericano, perché qui non parliamo solo di una ninfa, ma di tante donne, e dell’indecifrabilità delle passioni. Ecco, questo è un disco sui sentimenti, che sono pericolosi ma splendidamente necessari. Perché la vita ha sapore quando l’anima si contorce per il batticuore, quando l’uomo rischia di scoprire il dolore inseguendo la felicità». De Gregori, Calypso non riesce a trattenere Ulisse sull’isola Ogigia, malgrado le promesse di amplessi eterni in «grotte profonde». Quello monta su un tronco, sfida il mare grosso e gli dei contrariati, e tenta di fare rotta verso casa. È l’archetipo dell’uomo moderno, no? «Attenzione. Calypso gli offre tutto, ma in cambio della libertà, dopo sette anni di sequestro. Non voglio ci si vedano altre simbologie, in filigrana, tranne l’imperscrutabilità dell’attrazione. Insomma, Ulisse piange sulla spiaggia, ma la sera prima di partire fa sesso a go-go con la ninfa. E lei, che lo tiene prigioniero, si comporta in modo contraddittorio. Lo aiuta a prendere i tronchi, a caricare la zattera. Non lo caccia via, ma quasi. Il suo è un atteggiamento incoerente. E Calypso è una divinità. Non come Didone, che è pienamente donna, e della quale comprendiamo la disperazione, una volta che si innamora di Enea». Perché Ulisse deve andare: Omero pretende l’happy end a Itaca. Poi, fatta strage di Proci, si stufa e riparte. Dante lo fa naufragare oltre le colonne d’Ercole, altre leggende balcaniche lo vedono come un esploratore di nuove terre, un re venuto dal mare con un remo per scettro. «Già. È l’uomo condannato al viaggio. È il suo tormento, il suo desiderio, il germe della conquista e della scienza. Tutti subiamo la fascinazione di un percorso da intraprendere. Salgari o Pessoa viaggiavano con la mente, senza muoversi da casa. E su Internet ci illudiamo di navigare. Al contrario, gli animali non amano viaggiare: si spostano per freddo, o per fame». Su questo nuovo disco c’è un omaggio agli alberghi a «Tre stelle». Curioso, perché i musicisti cantano spesso l’alienazione della vita in tournée. «In questi hotel di medio livello trovo spesso più umanità e pulizia di quelli di gran lusso, dove magari il portiere ti parcheggia la macchina ma non c’è un clima accogliente e familiare. Questi alberghetti "ai margini della statale" li devi saper cercare. Sono un antidoto alla solitudine tipica del nostro mestiere». Che la rivedrà presto sulla strada per altri tour, immagino. «La parola tour mi fa venire l’orticaria, mi ricorda i viaggi di formazione degli intellettuali del Settecento. Farò una ventina di concerti in estate, sotto le stelle, come si conviene. Per tenere sotto controllo la band». E per tenere sotto controllo anche gli eventi, come in quella notte di tregenda a Villa Borghese, qualche mese fa. «Una serata in qualche modo magica, malgrado la pioggia da tropici e il guasto all’amplificazione. Una di quelle volte in cui il pubblico di gratifica oltre ogni misura». Che ne è dell’ipotesi di un concerto per Roma assieme a Zero, Venditti e Baglioni? «Francamente non ne ho mai sentito parlare. Non vorrei sembrare scortese, ma facciamo musiche così diverse che mi parrebbe complicato organizzare il tutto. E poi non ho mai sentito l’appartenenza a una forma di "scuola" musicale romana. È un’invenzione mediatica. Le mie prime canzoni dovevano molto a milanesi come Jannacci o i Gufi, a un genovese come De Andrè. Noi romani ci incontravamo talvolta al bar dell’Rca o al Folkstudio, ma non avevamo una sensibilità comune, né uno stile condiviso». E questa nuova canzone, "Per le strade di Roma"? Immagini pasoliniane e poi quei due versi che spuntano come una lama di coltello: "uomini e animali cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina". «Che non vorrei spiegare, perché quando l’autore chiosa i suoi testi, in qualche modo li impoverisce. Quanto a Roma, forse era destino che ne scrivessi ora. Ho un rapporto bellissimo con la mia città, che si lascia scoprire ogni giorno, anche se ci abiti da una vita. Magari ti inoltri in un vicolo e trovi un mondo nuovo. Certo, questa che canto non è la Roma che "nun fa la stupida stasera", ma quella che incarna tanti problemi del mondo di oggi; un crocevia di problemi globali che qui prendono forma in modo evidente, drammatico. Con questo finale in cui "il futuro si aggira come un ladro". Non chiedetemi quale sia, il suo avvenire. Lo immagino come Hermes, per tornare alla mitologia. Si nasconde nelle strade, non so cosa voglia rubare. Su questo, non ho profezie da fare». Un altro brano vede protagonista un angelo. Fa il paio con "L’arcangelo" di Ivano Fossati. «Curioso no? Se ci fossimo telefonati...Il ritmo è, quello sì, l’unico vero calypso dell’album. Quanto all’angelo, lui passa e con dolcezza ci dice di non aver paura. Ci annuncia la nostra incessante trasformazione, i nostri passaggi. È un pezzo sulla vita e sulla morte». Un anno fa mi disse che non avrebbe più suonato dal vivo una cosa politica come "La storia", perché si diceva disilluso sulla possibilità che le genti determinino il proprio destino collettivo. Poi cambiò idea. «È bello che un musicista si contraddica, no? Non c’è bisogno di fare dietrologia. Uno dei miei musicisti avrà accennato il riff di quella canzone, avremo trovato un nuovo arrangiamento intrigante, e sarà tornata in repertorio». Ma la poesia civile ha davvero un senso, oggi? O è piuttosto un passaggio obbligato per un certo coté artistico? «Può avere una sua funzione, a patto di non prenderla come un obbligo o una missione, né a leggerla né a scriverla. È una delle tante possibilità, ma l’impegno fine a se stesso non ce lo ordina il dottore. E neppure il commentario politico. Mi astengo, lo lascio volentieri a tanti colleghi». Beh, in un mondo di cattivi maestri ci indichi almeno un esempio da seguire. «Il Dalai Lama. E non se ne parli più». (Il tempo - giovedì 16 febbraio 2006)

 

 

 

 

L’AMORE COMUNQUE

(F. De Gregori – Calypsos)

 


RE SOL

RE SOL LA

SOL RE LA

SOL LA

 

                RE                 

Che tu ne faccia meraviglia

 

           SOL

O spettacolo banale

 

RE

Lacrime a rendere

 

     SOL

O scherzo di carnevale

 

LA

Neve di Ferragosto

 

     SOL

O macchina per sognare

 

LA

Musica per i tuoi occhi

 

       SOL                LA

O parole da conservare

 

                 RE

O come un ladro da quattro soldi

 

            SOL

Lo butti giù per le scale

 

                RE

Perchè nel buio non l'avevi visto

 

              SOL

Ma lo sentivi respirare

 

       LA                      SOL RE

E ti teneva sveglia per ore

 

                 LA

Perchè nel buio non lo volevi

 

          SOL                    LA

Ma ti teneva sveglia per ore

 

  SOL

Regina del tempo,

 

         SIm

della sabbia e del vetro

 

       DO

Della fine di tutti i numeri

 

          SOL

E dell'inizio dell'alfabeto

 

SOL

Dimmelo adesso

 

SIm

Dimmelo ora

 

         DO                        LAm

Dove posso lasciare il vestito

 

          RE                        RE7                    

Come posso asciugare la pioggia

 

                        SOL

che bagna il tappeto

 

MIm SIm DO

 

      RE

E guarda l'amore

 

        DO                         RE LAm

che non ha commenti da fare

 

      RE

L'amore comunque

 

       LAm                      RE

Che non ha paura del mare da attraversare

 

SOL RE SOL LA SOL RE LA SOL LA

 

                RE         

Che si trasforma in colore

 

         SOL

Per la notte che resta

 

        RE

E il viola diventa rosa

 

      SOL

E illumina la tua finestra

 

      LA

Come una medicina

 

          SOL

O un dolore da rinnovare

 

              LA

O un desiderio spietato

 

             SOL

Che non puoi rifiutare

 

           LA                     SOL

Ed è così che ti lasci guardare

 

      LA

È così che ti piace

 

SOL                           LA

Cosi che ti fai immaginare

 

  SOL

Regina del tempo,

 

         SIm

della sabbia e del vetro

 

       DO

Della fine di tutti i numeri

 

          SOL

E dell'inizio dell'alfabeto

 

SOL

Dimmelo adesso

 

SIm

Dimmelo ora

 

         DO                        LAm

Dove posso lasciare il vestito

 

          RE                        RE7                     

Come posso asciugare la pioggia

 

                        SOL

che bagna il tappeto

 

MIm SIm DO RE

SOL SIm DO SOL

SOL MIm  

 

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Hammond, Oberheim

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Lucio Bardi: chitarra Martin D28

Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Gretsh 6120

 

 

Qualcuno, per farsi notare e non sparire nell’indifferenza generale, s’è inventato i dischi e i concerti “evento”, effetti speciali, parate di ospiti e sparate mediatiche utili, quando tutto va bene, a strappare titoli ai giornali e a scuotere il pubblico dalla sua, spesso giustificata, apatia. De Gregori, da buon bastian contrario, fa esattamente l’opposto e si è rimesso ostinatamente a concepire il suo mestiere come si faceva una volta. Va a suonare con la sua band (sempre la stessa) dove lo chiamano, butta fuori un disco ogni volta che ha in mano abbastanza materiale da giustificare l’affitto di una sala di registrazione. Profilo basso, insomma, come antidoto alla schizofrenia dello show business, “progettualità” e strategia al grado zero: posso confessare che basta questo a rendermelo simpatico, a farmi schierare immediatamente dalla sua parte? Detto ciò, bisogna sapere a cosa si va incontro. “Calypsos” sono semplicemente le sue “9 canzoni nuove”, come sottolinea onestamente il sottotitolo di un disco che arriva a meno di un anno da “Pezzi” nella veste più dimessa che sia possibile immaginare: copertina “povera” e iper minimale con nome dell’artista e titolo dell’album riprodotti su sfondo bianco (l’unico vezzo è quel lettering che, come qualcun altro ha già acutamente sottolineato, rimanda al tardo Battisti), suono essenzialmente analogico, durata inferiore ai 40 minuti come ai bei tempi del vinile nostalgicamente rievocato dall’etichetta stampata sul cd.

Circola aria antica e familiare, insomma. Con la cover di “A chi”, incisa per la raccolta “Mix” di fine 2003, Francesco aveva confessato un debole insospettato per gli anni e le musiche della sua giovinezza. E anche stavolta, tenendo a freno la lingua rock e spigolosa che caratterizzava tanta parte di “Pezzi”, torna in un paio d’occasioni a rivisitare l’ingenua freschezza dei Sessanta: succede nella deliziosa “La linea della vita”, musica leggera ma pensante con tanto di coretti e vellutata pedal steel che farebbe la sua figura anche in un juke box, ce ne fossero ancora; e in “L’amore comunque”, una specie di lento da mattonella non fosse per il testo che Rita Pavone o Nico Fidenco non avrebbero mai potuto cantare. Sono canzoni d’amore, per la maggior parte, come suggeriscono i richiami nei titoli alle malattie del cuore e alla figura classica della ninfa Calypso, mentre la “politica” amara e disorientata del disco precedente se ne va lei pure in soffitta. La band che lo accompagna è quella solita, con Arianti, Svampa, Bardi, Giovenchi, Valle e Guido Guglielminetti (anche produttore) a ricamare con perizia e misura, mentre il titolare suona pochissimo e pensa a scrivere e a cantare: ci sono ancora tante e belle chitarre, scrupolosamente annotate per marca e per modello nei crediti brano per brano, e un assolo alla Mark Knopfler (in un pezzo, “Mayday”, che vive soprattutto di quello). Ma ci sono anche ballate classiche alla De Gregori per voce e pianoforte come “Cardiologia”, e calypso leggeri (rieccolo il titolo…) come “L’angelo” in duetto con Lucy Campeti, una di quelle parentesi spensierate a cui il cantautore ci ha abituati almeno dai tempi preistorici di “Banana republic”. E’ un album, questo, che preferisce le rotondità agli spigoli, una certa malinconia composta allo sdegno civile, l’universalità dei sentimenti all’attualità dello scontro ideologico. E non è che siano tutte dei capolavori, le 9 canzoni nuove: la struttura rock della citata “Mayday” è didascalica, e non lascia traccia la conclusiva “Tre stelle”, un evanescente pop soul e un clarinetto swing a far da sfondo a metafore fin troppo prevedibili. Però è anche il disco di un Autore, e ogni volta salta fuori una linea vincente (“Che dell’amore non si butta niente”, canta Francesco con la sua bella voce piana in “Cardiologia”), uno squarcio poetico, un lampo da brivido. Per esempio quella fotografia cruda, soleggiata e sonnacchiosa che è “Per le strade di Roma”, un omaggio lucido, agre e affettuoso a una città dove “sono arrivati i Turchi all’Argentina” e i ragazzi “sognano di fare il politico o l’attore/E guardano il presente senza stupore”. O quel piccolo incanto per gruppo rock e quartetto d’archi che è “La casa”, istruzioni di bricolage domestico e semplici proponimenti che valgono anche per la musica pop: che può diventare un rifugio accogliente per chi ascolta, con quattro porte ai punti cardinali “che ci possa entrare il cane/quando sente i temporali”. Anche a questo servono le canzoni, e il De Gregori “estroverso” e generoso degli ultimi anni sembra esserne diventato sempre più consapevole.

(Alfredo Marziano – Rockoil.it)

 

 

 


 

 

TRE STELLE

(F. De Gregori – Calypsos)

 


MI LA MI LA MI LA MI LA

 

MI                      LA

Un gran bel tre stelle

 

MI                        LA

Fatto apposta per noi

 

MI        LA

Vuoi venirci

 

            MI

Vuoi venirci

 

LA

Vuoi?

 

               MI MI7 LA

Ed il giardino è tutto profumato

 

              MI MI7 LA

E le lenzuola sono di bucato

 

MI                                LA

In questo gran bel tre stelle

 

MI    LA

Tre stelle

 

MI LA

 

MI    LA

Tre stelle

 

RE                       RE7+             SIm

La prima stella è per farti ammalare e morire

 

             SOLm7

Morire d'amore

 

SOLb  SOLb7             SIm

E la seconda è per lasciarti andare

 

SOL                LA

E per farti tornare

 

RE                        RE7

In questa notte selvatica e acquatica

 

SIm                           SOLm7

La terza stella è scomparsa

 

    MI

E riapparsa

 

    LA

Per farti stancare

 

RE   MI     SOL  LA

Tre stelle

 

RE   MI     SOL  LA

Tre stelle

 

MI    LA

Tre stelle

 

MI LA

 

MI                     LA

Un gran bel tre stelle

 

MI                  LA

A due passi dalla statale

 

MI        LA                MI

Puoi venirci per dormire

 

         LA

O riposare

 

    MI MI7 LA

Le cameriere sono tutte belle

 

                  MI MI7 LA

E sul cuscino mettono le caramelle

 

            SOLb   SIb   SI REb

In questo gran bel tre stelle

 

SOLb   SIb   SI REb

Tre stelle

 

SOLb   SIb   SI REb

Tre stelle

 

SOLb SOLb7+ MIbm SOLb REb

 

SOLb   SIb   SI REb

Tre stelle

 

SOLb   SIb   SI REb

Tre stelle  

 

 

 

Alessandro Svampa: batteria, tamburello

Guido Guglielminetti: basso elettrico Fender special

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, clarinetto

Lucio Bardi: chitarraGibson J45

Paolo Giovenchi: chitarra Fender Telecaster

Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

 

 

 

 

 

FRA OGIGIA E SICILIA SEGUENDO LA ROTTA DI ULISSE

"E' un gioco del destino. In Croazia ho scoperto il luogo della ninfa"
di Maria Lombardo - La Sicilia del 13.8.2006

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Navigatore per vocazione (quanti marinai e capitani e nelle sue canzoni !) Francesco De Gregori torna in Sicilia seguendo la rotta di Ulisse. In tournée estiva con «Calypsos» (titolo dell'ultimo album uscito qualche mese fa) approda (non in senso figurato ma in senso proprio, cioè in barca) per tre serate a due passi dal mare: Siracusa, Agrigento e Taormina (rispettivamente il 20 al Palalive, il 21 nella Valle dei Templi e il 23 agosto al Teatro Antico per la rassegna «CiSeiMare. Musica Estate»).
M.L. Ulisse sei tu, il navigatore che si lascia incantare dalla ninfa Calipso. No? Visto che siamo in Sicilia, in Magna Grecia, riparliamo del titolo del tuo ultimo album che, tanto per restare in tema marino, va a gonfie vele.
F.D.G. «Non è che avessi pensato dall'inizio di chiamare il disco così. Ho cominciato a registrare delle canzoni mentre ancora stavo finendo di scriverle. E' stata una cosa strana, un progetto basato su una velocità non voluta da me. Come se qualcuno dall'alto, da fuori…avesse ingranato una marcia veloce. E alla fine avevo otto canzoni e mi sembravano poche. Mi sono detto: meglio nove.
Avevo da molto tempo in mente di scrivere una canzone a calipso(genere musicale tipico delle Antille, diventato anche un ballo n.d.r.) come quelle di Harry Belafonte, il grandissimo Belafonte. Così ho scritto "L'angelo" l'unico pezzo che è veramente un calipso.L'ho scritto in studio. Sono andato dal batterista a fargli sentire certi accordi e gli ho chiesto "Ma come sarebbe se li facessi a calipso?". Lui m'ha detto: Sì, bello. Fai, fai. Avevo delle parole scritte su un foglietto ed è nato "L'angelo".

Come titolo del disco "Calipso" mi sembrava piatto, allora ho deciso per "Calypsos": è abbastanza naturale, sono tutte canzoni d'amore. La storia dell'Odissea me la ricordavo, l'avevo letta da poco. E mi sono detto: guarda come va magicamente a posto!
E per chiudere, guarda la fatalità. A giugno, prima del tour, sono andato a fare un giro in Croazia e sono capitato su un isoletta bellissima che si chiama Mljet ed è parco nazionale. Ristorantini, alberghetti si chiamavano Calypso qua, Calypso là.
Ed ho scoperto che, secondo una teoria sui luoghi dell'Odissea, quella sarebbe Ogigia l'isola in cui la ninfa Calypso sequestrò Ulisse. Era proprio l'anno in cui dovevo occuparmi delle ninfe e dei sequestri d'amore!».
M.L. Naturalmente nei concerti di questo tour ci sono parecchie canzoni di quest'album?
F.D.G. «Almeno quattro. Di solito quando è uscito da poco un disco mio, ne metto solo un paio nelle scaletta. Ma stavolta mi piace molto cantare le nuove».
M.L. Questo disco tra l'altro è molto amato dal pubblico che si esprime anche attraverso i forum, oltre che apprezzato dai critici.
«Le critiche sono state molto belle e ringrazio tutti. Dai forum me la faccio alla larga perché sono poco pratico del web».
In alcune canzoni di «Calypsos» c'è anche un ritorno a strumenti classici come il pianoforte: in «Cardiologia» e «La casa» il piano la fa da padrone.
F.D.G. «Anche gli archi».
M.L. La sonorità del pianoforte è poco evidenziata nella canzone d'oggi. Siete in pochi.
F.D.G. «Ho sempre amato molto il pianoforte: è un amore non corrisposto perché è uno strumento difficilissimo da suonare. Bisognerebbe studiarlo. Io ci provo tutte le volte a suonarlo per i dischi poi invece mi tocca passare la palla al pianista. Però è uno strumento che amo, è il più completo che ci sia non solo per la musica classica ma per la canzone perché ha delle possibilità dinamiche che non ha la chitarra. Accompagnare al pianoforte riempie il piano sonoro come con nessun altro strumento. E' il più solenne, il più modesto, il più umile: si piega a tutto il pianoforte. Dal pianissimo al fortissimo».
M.L. Si piega meglio anche a dare evidenza alle parole.
F.D.G. «Sì. "La donna cannone" per esempio è basata tutta sul pianoforte. Compongo molto al pianoforte. I pezzi lenti vengono tutti dal pianoforte, però nei dischi e dal vivo non mi arrischio a suonarlo».
M.L. Hai citato "La donna cannone". In tutte le tournées, specie in quelle estive, ci sono canzoni considerate pietre miliari, classici, le più amate dal pubblico ma certamente scelte secondo l'estro tuo. E da una serata all'altra non sono mai le stesse.
F.D.G. «No, non sono le stesse. Di quelle che il pubblico ama chiamare classici ( ci metto molte virgolette), che ama di più, sto cercando di metterne parecchie. Perché è estate, la gente paga il biglietto, si deve divertire. Le scalette sono piene di "Rimmel", "Buonanotte Fiorellino", "La donna cannone", "Bufalo Bill", "Titanic". E' bello quando scopro che una canzone che non è proprio un classico, lo sta diventando. C'è un applauso all'inizio di "Compagni di viaggio", per dirne una recente, o anche di"Cardiologia" che è
fra le ultime. E' bello vedere che tutte le canzoni sono contemporaneamente vecchie e nuove».
M.L. E ogni volta che le riprendi, le affronti sempre in maniera diversa.
F.D.G. «Sì, un po' ci gioco. Però si è detta un po' troppo questa storia, non è così vera. Lo è nei limiti fisiologici.
Anche altri artisti quando s'imbattono in una canzone scritta vent'anni prima, non la eseguono più com'era nel disco. E' normale. Succede anche per la musica classica con la direzione d'orchestra. Muti dirige diversamente da come aveva diretto Toscanini la stessa partitura. Se questo è possibile per la musica classica, figuriamoci per la musica leggera».
M.L. «Per le strade di Roma» ha fatto pensare all'episodio «Quartieri» di «Caro diario» di Nanni Moretti. Traspare lo stesso amore per la città che porta ad andare in giro, osservare, sentire delle emozioni secondo le strade che si percorrono…
F.D.G. «Sia Moretti che De Gregori sono entrambi di Roma, quindi le strade di Roma le hanno percorse indipendentemente l'uno dall'altro. Se devo avere un padre putativo in questa canzone la trovo in una poesia di Pasolini che sta nelle "Ceneri di Gramsci" dove dice "Io mi sento come un gatto del Colosseo" ed è un'elencazione delle strade di Roma anche lì. Parla anche lui della Prenestina. Quella semmai avevo un po' nelle orecchie. Però la canzone non c'entra molto neanche con questa poesia.Non lo so… Sai qual è la genesi di quella canzone? "Streets of Philadelphia". Mi è piaciuta molto la sonorità di quella canzone che ho sentito solo quando ho visto il film "Philadelphia". Bruce Springsteen cammina o corre e sotto scorrono i titoli del film. Mi sembra di ricordare una cosa del genere».
M.L. Al Teatro Antico di Taormina torni spesso durante le tournées estive. Quattro anni fa nel tour con Ron, Mannoia e Pino Daniele. Cantare in questo spazio è certamente diverso che nei campi sportivi o nelle piazze.

F.D.G. «Certamente è un luogo che si fa notare per la sua bellezza. Invidio il pubblico. Il cantante vede le scalinate piene di gente ma lo spettatore vede il cantante con quel magnifico sfondo, le colonne, il mare, la luna. Quest'anno ho cantato in altri posti belli come il teatro di Ostia Antica che però è molto più piccolo di Taormina. Poi c'è la Valle dei Templi dove sono stato altre volte e tornerò adesso. L'Italia è piena di posti straordinari.
Non invidio gli americani che sicuramente faranno molti più concerti di me però se devono andare fra Detroit e Milwakie non si godono posti straordinari come quelli ce abbiamo noi».

M.L. A proposito dell'estero, nel '98 hai inciso ed è stato distribuito in Francia «Curve della memoria». E' stato un esperimento isolato o ci sono altre iniziative del genere?
F.D.G. «Quello è un esperimento fatto dalla Sony: credo ce non ci sia stato nessun esito commerciale. Il disco è stato poi molto ben venduto in Italia. Certo nei negozi europei fra quelli di Pupo e Ramazzotti ci sono ance dischi di De Gregori. Ma credo di essere quasi sconosciuto all'estero».
M.L. Non hai mai voluto fare tournées all'estero.
F.D.G. «No, diciamo le cose come stanno, non mi hanno mai chiamato. Se mi chiamassero, ci andrei. Mi piacerebbe molto girare il mondo facendo il mio mestiere invece che da viaggiatore puro».
M.L. Rileggendo la tua biografia, noto che dal '92 al '96 ci sono stati quattro anni di silenzio. Invece negli ultimi tempi, per la gioia di chi ama la tua musica, hai inciso molti dischi e fatto di conseguenza delle tournées. Ci sono sempre alti e bassi nella vita degli artisti. Mi sembra che per te questo sia un momento di grande effervescenza.
F.D.G. «Sì ma non ci sono regole. Dipende dall'ispirazione e dalla voglia di lavorare. E' una cosa che sfugge alla codificazione. L'artista è libero, tanto più in quanto riesce a fregarsene del mercato. Io l'ho lasciato sullo sfondo. Non mi faccio dettare i tempi dai discografici. Può darsi che improvvisamente faccia due dischi, uno dietro l'altro creando il panico nella Sony oppure che stia quattro anni senza fare dischi inediti, creando panico per motivi opposti. E' giusto che sia così. Se facessi il chirurgo o il pilota d'aereo non potrei permettermi irregolarità nelle mie prestazioni».
M.L. Due parole sulla band che è sempre la stessa e che è sempre magnificamente guidata da Guido Guglielminetti.
F.D.G. «Sono come il bozzolo che mi avvolge. E spero solo che non venga loro voglia di cambiare il cantante perché sarebbe terribile per me».
M.L. Ci sarà una tournée invernale con «Calypsos»?
F.D.G. «Penso di sì e in questo caso mi piacerebbe tornare nei teatri siciliani, a Palermo, a Catania».

 

NON FACCIAMOCI PRENDERE DAL PANICO

FORLI’ – Un PalaFiera gremito e in delirio ha accolto giovedì sera Gianni Morandi per il secondo appuntamento di “Non facciamoci prendere dal panico”, lo show itineranti organizzato da Bibi Ballandi. Se l’accoglienza del pubblico non appena si sono accesi i riflettori e la spia rossa della diretta, è stata subito delle più calorose, non può dirsi lo stesso dell’avvio dello spettacolo da parte di Morandi. Con il gioco dei “ce l’ho” – “mi manca”, l’eterno ragazzo probabilmente non ha regalato un saggio di interpretazione teatrale: del resto quella del recitare non è la sua arte prediletta, mentre lo è (e come) quella del cantare e del farsi amare dal pubblico.

Lo show ha pian piano preso il volo dopo un avvio onestamente balbettante e che ha avuto il suo momento meno felice con l’ascesa sul palco di cinque belle ragazze di diverse etnie messe al cospetto della brava spagnola Esther Ortega. La quale per accontentare chi le chiedeva di essere esplosiva, si è improvvisamente slacciata la giacca mostrando una finta cintura di esplosivo.

Il primo grande momento è stata il “duetto impossibile” che, grazie ad una sofisticata tecnologia, ha consentito a Gianni Morandi di cantare insieme con Anna Magnani. Lo spettacolo confezionato dagli autori Diego Cugia, Giampiero Solari, Claudio Fasulo, Benedetto Marcucci, Giulio Calcinari e lo stesso Morandi ha regalato emozioni soprattutto quando sul palco è salito Francesco De Gregori, che i tremila del PalaFiera hanno osannato con canti e cori prima con l’esibizione in coppia, poi assieme al suo gruppo e alle parole di “Titanic”.

Il colpo d’occhio del palazzetto forlivese è risultato di straordinario impatto e in particolare l’orchestra diretta dal maestro ed arrangiatore Celso Valli ha creato un’atmosfera davvero elettrizzante. Forlì ricorderà questa data, la terza di Morandi a Forlì (la prima fu addirittura 47 anni fa, come lui stesso ha raccontato in conferenza stampa), come uno dei più intensi spettacoli ospitati in città.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11 OTTOBRE 2006: in occasione della pubblicazione della sua tripla antologia "Tra un manifesto e lo specchio" [prevista per il prossimo 3 novembre], Francesco De Gregori ha deciso di registrare per la prima volta "Diamante", la celebre canzone da lui scritta per Zucchero. Il brano era stato inserito nel disco "Oro, incenso e birra". Il triplo live conterrà tutte le più belle canzoni asoltate nei concerti e in particolare "Diamante" scritta per Zucchero. Le nuove canzoni si mescoleranno con i pezzi storici di Francesco per un risultato di forte impatto (www.ilbarbagianni.com).

 

 

 

In barba alle scaramanzie che sconsiglierebbero il viola in tv, Francesco si presenta con un elegante gessato e con una t-shirt lilla [poi sostituita con una polo della stessa tonalità] esibendosi con la Band al gran completo [Guido Guglielminetti, Lucio Bardi, Alessandro Valle, Alessandro Arianti, Paolo Giovenchi e Alessandro Svampa tutti in giacca e cravatta scure] per circa un'ora e mezza, con i protagonisti seduti per buona parte della performance: il pubblico, invece, assiepato in piedi dietro la transenna dell' "Alcatraz". Della scaletta sapete già tutto: nessuna novità. L'intervista che ha seguito il concerto -realizzata da Gaia Bermani Amaral e Alvin- è però di quelle epocali, collocabile fra le "top five" di sempre, più per le risposte dell'artista che per le domande poste: si parla de "La ballata dell'uomo ragno" e di Bettino Craxi; di bootleg in rete e di brani tradotti in inglese; della solita, annosa, questione musica/poesia e degli infiniti arrangiamenti live delle canzoni; della comparsata nel film diretto da Battiato e di Bob Dylan. De Gregori è ironico, pungente, esaustivo. Spero solo la trasmettano integralmente, senza tagli svilenti.

(www.ilbarbagianni.com)

 

 

 

 

Ieri sera ho vissuto qualcosa di unico e difficilmente ripetibile. Io e l'inseparabile Alice siamo andati all'Alcatraz di Milano per partecipare ad un concerto gratuito di Francesco De Gregori. L'evento è stato registrato da All Music e andrà in onda lunedì 9 novembre alle 21:00. Lasciando da parte le cose finte a cui abbiamo dovuto partecipare (applausi comandati, tenerezze richieste, conduttori frivoli...), è stata una serata indimenticabile.

De Gregori in gran forma: fin da subito saluta il pubblico, improvvisa scenette con i musicisti, si diverte e fa divertire. Le canzoni sono molto curate e i nuovi arrangiamenti sono eccezionali. Insomma, un gran bel concerto.

Alla fine, posati gli strumenti e salutata la band, De Gregori si concede ad una intervista da parte dei due conduttori, al centro del palco. Si sa, lui è uno che parla pochissimo e, anche per questo, è un vero piacere sentirlo parlare dal vivo; è un uomo molto intelligente, colto, che dice quello che pensa fregandosene dei convenevoli che solitamente si fanno in televisione. Per questo, non risparmia "frecciate" verso i conduttori (evidentemente inconsistenti), facendo ridere tutto il pubblico.

Se la serata fosse finita qui, sarebbe stata una serata stupenda. Invece, una successione di eventi inaspettati l'hanno trasformata in un sogno realizzato.

Mentre il locale si stava svuotando, prima di tornare a casa io e Alice siamo andati in bagno. Nell'uscire dal bagno, ho visto una persona apparentemente familiare che, dopo aver indossato un cappello (un borsalino bianco, come quelli che indossa De Gregori), è scesa dal palco e si dirigeva verso di noi. Era lontana ma dagli originali ciuffi di capelli che scendevano lateralmente dal cappello mi sembrava proprio lui. Quando era a due passi da noi, non ho avuto dubbi: Vinicio Capossela! Volevo fermarlo per conoscerlo, ma non avrei avuto niente di originale da dirgli (a parte "sei un genio" o qualcosa di simile), quindi ho evitato. Inoltre, aveva in mano un bicchiere di birra ed era in evidente stato di ubriachezza, infatti quando l’ho chiamato «Vinicio!» lui mi ha fissato senza dire nulla; fatto che comunque non mi sorprende, visto l’originalità del cantante e delle sue canzoni. E’ stata comunque una forte emozione vedere camminare Vinicio accanto a me, come una persona qualunque.

Ed ecco che, quando mi giro verso il palco, a momenti fatico a trattenere l’emozione: afferro Alice per una mano e la trascino correndo giù per gli scalini, verso un’uscita laterale. Lì, l’incontro: Francesco De Gregori, intento a usare il suo cellulare, accompagnato da 4 o 5 uomini. Io grido «Francesco!», lui si gira, viene verso di noi, mi dice «Ciao» e mi porge la mano. Io rispondo al saluto e gli stringo la mano. Rimango un attimo stordito. Sono felicissimo, ma dopo poco mi accorgo che i secondi passano e io lo sto fissando senza dire nulla. Penso: "Sto facendo la figura dello stupido. Devo dirgli qualcosa, altrimenti se ne va". Poi penso: "chissà quante persone gli hanno già detto le solite cose, come sei bravissimo, ti seguo da sempre,… e suppongo che lui sia stufo di sentirsi dire queste cose". Così non gli faccio alcun complimento e subito gli chiedo se posso fargli una domanda. Al suo consenso, ricollegandomi all’intervista precedente gli chiedo come sia stato possibile che il gruppo "Ufo piemontesi" abbia recentemente inciso una loro versione de "La donna cannone", che a parer mio è a dir poco scandalosa e irriverente. Lui mi spiega i motivi per cui hanno potuto farlo senza richiedere il suo permesso. Poi gli chiedo se l’ha ascoltata e risponde di no. La mia faccia assume allora un’espressione disgustata e lui aggiunge «No, però mi basta la tua faccia…». Poi ci salutiamo e lui esce dal locale.

Durante il resto della serata, mi è rimasto stampato in faccia un sorriso.

Alice ha commentato: «E’ stato bello assistere in prima persona alla realizzazione di un tuo sogno: ho potuto leggere l’emozione nel tuo volto». Che dire... sono innamorato di questa ragazza!

E’ stata una serata indimenticabile. E fortunatamente avrò l'occasione di rivivere una parte di essa in televisione.

PS. Stanotte ho dormito poco, perché continuavo a ripensare a quanto accaduto. Ho solo un rimorso: non aver fatto alcun complimento a De Gregori. Se lo meritava: è un grande uomo ed ha fatto un concerto perfetto. Spero che non ci sia rimasto male.

Andrea Turati    http://winterlude-space.spaces.live.com/  

 

DIAMANTE

(Fornaciari - De Gregori)

Respirerò
Fa

l'odore dei granai
Fa2

E pace per chi ci sarà
Sib

e per i fornai.
Fa Som7/Do

Pioggia sarò
Fa

e pioggia tu sarai
Fa2

i miei occhi si chiariranno
Sib

e fioriranno i nevai.
Fa

Impareremo a camminare
Do Sib Fa

per mano insieme a camminare.
Do Sib Fa

Domenica...
Sib Do7

Aspetterò
Fa

che aprano i vinai
Fa2

più grande ti sembrerò
Sib

e tu più grande sarai.
Fa Solm7/Do

Nuove distanze
Fa

ci ravvicineranno
Fa2

dall'alto di un cielo, Diamante,
Sib

nostri occhi vedranno.
Fa

Passare insieme soldati e spose
Do Sib Fa

ballare piano in controluce
Do Sib Fa

moltiplicare la nostra voce
Do Sib Fa

per mano insieme soldati e spose.
Do Sib Fa

Domenica, Domenica.
Sib Do7/ Sib

STRUM. Som7 Fa (4 volte)

Fai piano i bimbi grandi noni piangono
Do Sib Fa

fai piano i bimbi grandi non piangono.
Do Sib Fa

Passare insieme soldati e spose
Do Sib Fa

ballare piano in controluce
Do Sib Fa

moltiplicare la nostra voce
Do Sib Fa

per mano insieme soldati e spose.
Do Sib Fa

Domenica, Domenica.
Sib Do Rem Do

 

Solm7 Fa7+ Fa6 Fa Solm7 Do7 Fa (2 volte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ieri sera concerto di De Gregori all'Alcatraz.
Lasciamo perdere ogni commento musicale a riguardo: bellissimo, bravissimo, solite cose. Solita scaletta, anche, ma d'altronde da un concerto gratis non ci si può aspettare molto di più.
Già, gratis, offerto da All Music ed in onda, credo, il 6 novembre per le serate Bi Live, un programma curioso che come logo usa una vecchia valvola elettromagnetica. Il bello della diretta. A presentare il tutto due conduttori d'eccezione: lui, tale "Alvin", famoso in tutto lo stivale per essere uno scarpone, vestito con un gilet improbabile, e lei, Gaia Bermani Ameral, che tutti (Chi no?) ricorderanno per dei meravigliosi spot della TIM di qualche anno fa, in cui recitava la parte di sè stessa: l'Oca Giuliva. Inconsistenti.
La differita, si sa, è fatta di finzione: niente di più bello... a inizio concerto i due si lanciano in un paio di registrazioni dell'ipotetica apertura di serata. Dice lei "Stasera il principe ci regalerà qualcosa di unico, anche perchè nei suoi concerti stravolge sempre la scaletta". Prima bomba... è la stessa da tre (Che vedo io), salvo qualche minima variazione. (Mattia mi corregga se sbaglio).
Poi vabbè, altre finzioni comandate, stile applausi finti ma.. poco male.
Il bello arriva alla fine: dopo la terza pausa al concerto esce il "regista" (O proto tale) e dice "Ok raga, ora ci sarà un'intervista con Francesco qui sul palco, che registriamo, e dopo vi concederà ancora una piccola sorpresa" (Leggasi "Il solito bis").
Francesco entra, entrano i due presentatori, e si siedono su tre sgabelli al centro del palco.
Premessa, necessaria, per chi non conosca De Gregori: il Principe è uno degli animali sociali più schivi che esistano. Poco predisposto all'intervista e alla sua mercificazione, difficilmente si lascia prendere a domande. Men che meno in televisione. E le poche volte in cui lo fa non le manda certo a dire: ogni cosa che non incontri il suo gusto e le sue idee viene detta schietta in faccia a chi che sia. Bando alle smancerie televisive, le cose vengono dette come stanno. Anche per questo è bello sentirlo parlare.
Tutto questo, evidentemente, i due giovani e sbarbati presentatori non lo sapevano. E si sono preparati male.
Le domande iniziano, banali come poche. Alcune sembrano senza senso, quasi dovessero seguire una scaletta obbligatoria che Francesco smonta pezzo per pezzo, con frecciate e laconiche bastonate che divertono il pubblico e mettono in visibile imbarazzo i conduttori.
Il Lui, Alvin, lo scoiattolo più amato dai bambini, se la cava già meglio.
Le banalità ci sono ma sono meno gravi del previsto.
"Una volta hai detto che tu fai canzoni come il calzolaio fa le scarpe, cosa vuoi dire con questa complicata metafora?"
"Eh, vuol solo dire che siccome fare scarpe è il mestiere del calzolaio, il mio mestiere è scrivere canzoni"
Qual'è l'equivalente italiano di "smerdata"? Beh, ormai l'ho detto.
Ma Alvin non ne ha abbastanza. "Ah, ok, e se tu fossi una scarpa, che scarpa saresti?"
"Veramente, se io faccio canzoni come il calzolaio fa scarpe, allora io sarei un calzolaio, non una scarpa"
(Banale matematica, proporzioni)
"Ah ok, beh ma... che scarpa saresti? Sicuramente una comoda, no?" Non demorde, l'audace.
"Beh, scomodo non vuole essere nessuno, no?"
Silenzio. Il pubblico ride e applaude.
Alvin suda.
Ci riprova: "Una volta la Rai ti ha censurato. In una tua canzone, Niente Da Impazzire, dici.."
"E' Niente Da Capire, hai studiato male sta volta.."
Gelo. Il conduttore cerca di salvarsi in corner arrampicandosi sugli specchi con un "Ma no, è che... sai... l'imbarazzo di essere davanti a un grande come te..."
Boooooooooooooooooooooomba.
Negli occhi di lui si legge il terrore, Francesco lancia occhiate furenti in giro per lo studio. La gente ride di gusto.
Ormai è il caos.
La Gaia nazionale cerca di rimediare, producendo risultati ancora più disastrosi.
Ogni domanda che fa sembra non avere un minimo nesso con ciò che si diceva fino ad un secondo prima. "Poco male", direte voi. Certo, sarebbe così, se non fosse che lei inizia tutte le frasi con "A proposito" oppure "Ecco, legandoci a questo". Probabimente all'Actor's Studios insegnano così.
Alle volte fanno tenerezza... si aspettano da Francesco risposte ovvie, facili e affermative, e lui ogni volta è del parere esattamente opposto. Ma non è che lo faccia apposta, semplicemente dice il vero.
Della Gaia non le ricordo tutte, ero troppo impegnato a ridere.
Ad un certo punto, parlando di una recente apparizione di Francesco in un film di Battiato dice "Sai, a me questo interessa molto perchè faccio l'attrice".
Francesco è stato zitto.
Dal pubblico si sono levate risa sommesse.
Sembrava una gaffe di sottile ironia. Se fosse nata come battuta non sarebbe stata così divertente. Ma lei l'ha detto seria, e ha avuto un effetto esilarante.
Il clue poi è arrivato alla domanda, sempre da parte della bella Bermani Ameral (O Amaral? Boh) "Se potessi dare il premio di miglior poeta ad un tuo collega, a chi lo daresti?".
Fulmini e saette.
Ora, magari non ve ne frega niente di musica, magari non sapete nemmeno chi è De Gregori, ma se dovete intervistarlo, informatevi almeno di cosa gli viene chiesto di solito, di come risponde. E' anni che i cantautori si "arrabbiano" quando vengono paragonati ad un poeta. "E' un insulto per noi e un insulto per i poeti" dice Francesco, che, dopo una brillante filippica che lascia la povera Gaia a sorridere in modo palesemente finto, conclude con "Questa domanda è una scemenza". O qualcosa del genere.
L'intervista finisce così, con presentatori faccia di tolla che sorridono in modo falso. Francesco sorride a sua volta, si alza, applaudito da tutti, dà una pacca sulla spalla alla povera Gaia, e se ne va.
Per farci capire quanto abbia apprezzato il tutto, non ha fatto il bis e ci ha mollati tutti lì.
E ha fatto benissimo.
Contento, ad ogni modo, di quest'eccezionale performance assieme agli incompetenti della musica.
Per consolarmi, due bei Crispy Mac Bacon con Mattia, Daniela e Chiara (Non dentro al panino, attorno al tavolo) non me li ha tolti nessuno.
(http://rainman85.splinder.com/post/9706581)

 

la foto è di Antonio Giuliano (http://ildiariodiunviaggiatore.blogspot.com/)

 

 

 

1 MAR RIMINI CONGRESSO CGIL - 13 MAR TORINO PIAZZA CASTELLO - 22 APR ORZINOVI BUDDHA ROCK CAFE - 25 APR PARMA PIAZZA GARIBALDI - 28 APR RIMINI IO STREET CLUB - 29 APR SENIGALLIA FESTIVAL 3 PORTI - 10 LUG TIONE PIAZZA BATTISTI - 11 LUG IVREA PIAZZA OTTINETTI - 19 LUG MODENA PIAZZA GRANDE - 20 LUG - RIPA TRANSONE ANFITEATRO LE FONTI - 22 LUG PONTINIA PZ. INDIPENDENZA - 24 LUG OSTIA ANTICA TEATRO ROMANO - 26 LUG SANREMO PIAZZA COLOMBO - 27 LUG AREZZO PIAZZA VASARI - 29 LUG STRA VILLA PISANI - 31 LUG GALLICANO FESTA UNITA' - 2 AGO SOGLIANO AL RUBICONE PIAZZA MATTEOTTI - 5 AGO CIVITAVECCHIA MAMAMIA - 7 AGO RIPA CANDIDA STADIO - 9 AGO RISPESCIA - FESTA LEGAMBIENTE - 11 AGO SENISE STADIO - 12 AGO MARINA DI RACALE TORRE SUDA - 13 AGO DIAMANTE ANFITEATRO DI CIRELLA - 15 AGO ROSSANO PIAZZA STERI - 20 AGO SIRACUSA FONTANE BIANCHE PALALIVE - 21 AGO AGRIGENTO VALLE DEI TEMPLI - 23 AGO TAORMINA TEATRO GRECO ROMANO - 26 AGOSTO CELANO PIAZZA - 27 AGO NOTARESCO STADIO - 29 AGO PIACENZA PIAZZA DUOMO - 9 SET VICOVARO STADIO - 23 SET PRESENZANO CENTR. ENEL -24 SET PIANOPOLI PIAZZA ROMA 25 SET ISOLA DELLA SCALA PARCO PRA - 30 SETTEMBRE NAPOLI PIAZZA PLEBISCITO - 26 OTTOBRE MILANO ALCATRAZ

 

 

 

 

Premio "Giorgio De Gregori" 2007 vinto da Laura Beretta
Il 7 novembre 2007, in occasione del 54º Congresso nazionale AIB, si è svolta a Firenze la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio "Giorgio De Gregori".

Si è trattato di una piccola cerimonia, che ha interrotto per pochi minuti lo svolgimento dell'Assemblea straordinaria. A ritirare il premio dalle mani di Francesco De Gregori, forse più emozionato della vincitrice, è stata Laura Beretta con l'opera L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale.

Francesco De Gregori ha raccontato che l'idea del Premio è nata in lui e in suo fratello Luigi per tener viva la memoria del padre, scomparso nel 2003, nel modo che Giorgio forse avrebbe preferito, stimolando cioè la crescita professionale dei giovani bibliotecari attraverso un piccolo riconoscimento dei loro studi.

La Giuria del Premio Giorgio De Gregori, composta da Alberto Petrucciani, Igino Poggiali e Andrea Paoli, si era riunita l'8 ottobre per scegliere l'opera vincitrice decidendo all'unanimità, dopo aver esaminato gli otto lavori partecipanti e averne apprezzato la qualità e l'interesse rispetto a un ampio ventaglio di tematiche e di attività bibliotecarie, di premiare L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale con questa motivazione:

"Il lavoro di Laura Beretta affronta con chiarezza e con notevole completezza il tema della lettura e dell'accesso all'informazione e alla conoscenza per le persone non vedenti e ipovedenti, soffermandosi in particolare sugli strumenti messi a disposizione da biblioteche specializzate o gener