COL 8287679371 2 - 17 febbraio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

CARDIOLOGIA

L'ANGELO

PER LE STRADE DI ROMA

LA LINEA DELLA VITA

IN ONDA

L'AMORE COMUNQUE

LA CASA

MAYDAY

TRE STELLE

 

 

Prodotto da Guido Guglielminetti

 

 

Registrato e mixato da Gianmario Lussana - LEAD Studios - Roma 

 

 

Mastering di Fabrizio De Carolis

 

 

 

Edizioni Serraglio

 

 

Sony Music Publishing - 2006

 

 

 

 

Guido Guglielminetti

BASSO

Francesco De Gregori

VOCE, CHIT.,PIANO

Hanno inoltre collaborato:

 

Fabrizio Bono

VIOLINO

 

 Marialisa Telera

VIOLA

 

Valerio Conti

VIOLA

 

Mora De Santi

CORO

 

Claudia Bertè

CORO

 

Giacomo Pecorella

VIOLONCELLO

 

Giorgio Tentoni

VIOLINO

Alessandro Svampa

BATTERIA

 

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Lucio Bardi

CHITARRE

Alessandro Arianti

TASTIERE

Alessandro Valle

PEDALE STEEL GUITAR

Ambrogio Sparagna

SCRITT. ARCHI

Elsa Baldini

CORO

Lucy Campeti

CORO

 

 

 

 

“E’ stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io  stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Il disco si chiama Calypsos. Parla dei conti non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande indecifrabilità, dei rapimenti d’amore. Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra, ‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza, quella…”. 

(Francesco De Gregori)

 

 

 

 

 

Che di Calypsos non si butta niente (Antonio Piccolo)

 Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è un’esegesi. Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco, spontaneo, vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che racchiude in sé evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.

De Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” - contro ogni logica di mercato - con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita, isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore: non è così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è palese. Questo è un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche suonato in poco tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma per questo sì. Può essere suonato senza maniacali precisioni, senza essere inciso e re-inciso più volte prima di essere reso pubblico. Perché basta il traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è come un universo a sé: ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero perplesso. Al secondo stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al terzo ne ero perdutamente innamorato.

Inoltre, questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e riferimenti altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che non c’è niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa dimostrare che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.

Cominciamo con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua forma scarna - con il titolo scritto a penna - è una dedica affettuosa a Lucio Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi album. Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso (“l’ho scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice De Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore, lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è anche il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo - “9 canzoni nuove” - che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard Cohen.

Continuiamo sottolineando che i testi sono la vera forza di questo disco: parlano del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né scontati né banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori, diciamolo: sono poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico che appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e, soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi, è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più e niente di meno.

1. Cardiologia Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa c’è che non va in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo titolo che indica la “scienza del cuore”, è di un’emotività penetrante. Per questo canto perfetto, che scende e risale a mo’ dell’album “Bufalo Bill”; per questo preponderante pianoforte suonato da Alessandro Arianti e delicatamente supportato dal basso di Guglielminetti; per questo testo che è veramente un breve saggio in toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la mareggiata / e il cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina la sabbia dentro i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”. Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che sulla Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la prima volta De Gregori dice “ti amo”: e Pezzi di vetro dove la mettiamo?

2. La linea della vita Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con invettiva e divertimento (sacrificando un po' di estetica per dei ridicoli cori femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è sbalorditivo, con considerazioni generiche sui rapporti, su quegli strani meccanismi che si creano, per cui magari si fa finta di non riconoscersi, e non ci si saluta. Com'è genuina la goffaggine dell'io parlante che, quando lei dice "una bussola dovevi almeno portarla con te!", risponde "una bussola! potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa!".

3. La casa Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de La casa di Sergio Endrigo. E' la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta delle nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza. Una piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De Gregori: "è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto". Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi esclusivamente musica classica. E si sente: un gioco di timbri studiato e raffinato, archi lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il tutto. Quant'è bello il cambio melodico nel verso "e ci pianto quattro rose / e ad ognuna do il tuo nome" o nel simmetrico "e ci metto la scommessa / che ti voglio amare sempre"?

4. L'angelo L'unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato insieme a Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla tutta. Ma che idea geniale: il protagonista è l'angelo della morte, ma non è minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con assolute buone intenzioni, "e dice sono venuto a sciogliere / e non a spezzare", "sono venuto a prendere / e non a rubare". Perché la morte, sembra strano, fa parte della vita. Sarei portato a pensare che prima di scriverla, De Gregori ha letto l'ultimo romanzo di Saramago - "Le intermittenze della morte" -, se non sapessi che è uscito mentre lui registrava.

5. In onda Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del mare, ma anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché nemmeno l'autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento, porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.  

6. Mayday Uno dei vertici dell'album. Pur ringraziando tutta l'infleunza dei Dire Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A partire dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli della chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i cori finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a finire in questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse qualunque che, per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia d'amore logorante, "lasciare la vecchia strada", "rischiare di più", "comprare un vestito nuovo", "non aver paura di dimenticare". "Mayday", come la richiesta di aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così: "per salvarti la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la porta alle spalle / e butta la chiave / guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Piccola nota: viste e considerate le sonorità distorte del pezzo, sembra essere interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel precedente "Pezzi".

7. Per le strade di Roma Anello debole del disco. Testo privo di retorica, senza dubbio, dove è rappresentata la Roma del popolo e quella della dolce vita, quella delle campane e quella di ragazzi che "sognano di fare il politico o l'attore", quella di "donne da guardare" e quella di "zoccole in via Frattina". Ha anche un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una novità per De Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il volo. Senza contare la partenza identica (musicalmente) a In onda.

8. L'amore comunque Degregoriana fino all'osso, un'elegia ad una "regina del tempo, della sabbia e del vetro", carica di immagini d'impatto. Un ritornello rimato ed orecchiabile, cantato a due voci (entrambe registrate da De Gregori stesso). Piccola considerazione sull'amore, e anche difesa a suo modo. "Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di carnevale"...l'amore, comunque, c'è sempre.

9. Tre stelle Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un motel. "E' un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine, abbiamo scherzato, l'amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada", dichiara De Gregori. Come in Stella della strada, pure incentrata su una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il country. Un divertissment significativo, con un pianoforte spensierato ed un allegro clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si sentiva nei suoi dischi uno strumento a fiato che non fosse l'armonica a bocca). Dopo otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo, parafrasando Guccini, l'amore e la morte non sono altro che due delle tante sciocchezze della vita.

 

Vortici - di Max Klingher (ricorda qualcosa?)

Niente, nemmeno un dente. . .. 

(lettera a Calypso) (Mimmo Rapisarda)

Cara Calypso,
spero che queste parole di conforto possano raggiungerti, ovunque tu sia.
Chi ti scrive è uno stupido mortale che in queste giorni non ha fatto altro che pensare a te, ascoltare te, anelare te. Riempirsi le orecchie di te.
Sento il bisogno di consolarti, triste musa innamorata di colui che hai trattenuto, che per te era il figlio, il padre, lo sposo, l'amico e il signore della tua isola, e che adesso è partito lasciandoti sola. Lo so, lo so che vuoi dirmi, che due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, che dovrebbero essere per sempre due marinai. Ma fatti coraggio, il tuo cuore malato lo ricorda ancora mentre passeggiava solitario sulla spiaggia ogni mattina, a raccoglier conghiglie dopo la mareggiata, piangendo sullo scoglio guardando il mare.
Dal ritorno della guerra di Elena, tempo fa è stato nella terra dei Ciclopi e un giorno qualcuno gli chiese come mai la prima strofa che parla di un uomo con la gamba di legno e che sognava Atene era tronca, si interrompeva. Lui rispose che era stata scritta così perché a quell’uomo mancava una gamba e inciampava ad ogni spigolo, e quindi anche sulle parole di una canzone. Gli dissero che era una trovata geniale, arguta, astuta come quel nome Outis, Nessuno, che utilizzò quando con vigore s’intrattenne nelle caverne dei giganti che fecero a Pezzi i suoi compagni, sfiancati da pietre agitate e rotolanti, fino a quando un giorno disse “Alice non abita più qui”. Era giunta l’ora di tornare a casa, l’Odisseo sentiva il bisogno di navigare nei suoi mari, di ritornare ad Itaca. E così in breve tempo, viaggiando all’incontrario con la follia del capitano Smith, è approdato sfinito sul bagnasciuga della tua ammaliante tunica.
Non in sette anni ma in sette settimane stavolta l’hai amato e non ti è bastato promettergli l’immortalità per tenerlo stretto al tuo seno, suo confortevole guanciale di notte e muro del suo pianto al mattino. Non è bastato. A malincuore e con esperienza teatrale (ma anche nostra fortuna), tuo malgrado hai dovuto spingerlo a partire, aiutarlo addirittura a costruirsi un’imbarcazione in soli cinque giorni, o comunque in brevissimo tempo. Così il tuo amante è salpato su una zattera, una semplicissima zattera bianca sulla quale ha scritto, di suo pugno, soltanto il tuo nome: “Calypsos”, con quella s finale per sottolineare la pluralità di tutte le volte che ti ha amata in queste settimane. Nove volte, e che prima di partire ti ha ricordato come se fossero lettere d’amore.
Nella prima te lo dichiara subito quello che provava per te. E te lo dice mentre è già in mezzo al mare, te lo dice adesso, ti chiama Regina del tempo, della sabbia e del vetro. Te lo dichiara ora, a priori, il suo AMORE COMUNQUE senza commenti, che tiene svegli per ore a tutti i costi con un pizzico di godimento fra lacrime che bagnano le lenzuola. E’ come uno spietato desiderio nel buio che non puoi o non vuoi rifiutare. Più stai male e più ti piace; anche se piangi, anche se gioisci è amore in ogni caso. Cinismo, masochismo malinconia e orgoglio si prendono tutti per mano e vagano nella notte alla ricerca di un cuore lontano, soffrendo, nascosti dal manto notturno. Lui lo sa che stai leggendo e le onde alte venti metri non gli faranno mai paura in quel mare da attraversare, e non sarà il canto delle sirene a farlo fermare, non si farà portar via dal vento, non si farà mangiare dal mare, lui è figlio di un marinaio. E’ un tenero canto di passione, una dichiarazione d’amore e di addio come quelle che solo lui sa fare.

Per vincere questa paura canticchia una cantilena simile a “Quindici uomini sulla cassa del morto” in cerca dell’isola del tesoro di Morgan, un suono che sa tanto di Terra e acqua e Carne di pappagallo, una nenia per esorcizzare l’arrivo dell’angelo della morte che sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Ma lui accetta questo avvento come una cosa naturale, che fa parte anch’essa del viaggio e quindi, tranquillo e seduto su quella sorta di timone a poppa, la canta quasi sottovoce per non farsi sentire, con ritmi sudamericani che gli ricordano il primo disco che ascoltò nella sua vita: Calypsos di Harry Belafonte. Per fortuna, al suo arrivo L’ANGELO gli offre da bere, gli fa segno di tacere e, come la guardia costiera, gli fa il segno di passare.
E così lui passa, e va IN ONDA. Senza le rotte prestabilite dalla vita, issa la vela e va incontro a quell’immenso sipario blu che gli si presenta davanti: blu, solo blu, come le note che canta, che ti prendono e ti trasportano in una ipnosi musicale surreale. Nemmeno un gabbiano che ti possa dare l’indicazione di una terra vicina, nemmeno un ritornello diverso che ti distolga da quella piatta magia impregnata di archi. Tutto è forte e chiaro, il cielo è un gigante, la luce è immensa. Mentre sogna l’approdo alla serenità di una patria che non riesce a trovare, piove e soffia il vento sulla zattera che affonda e la tempesta passa sul suo viso. Aspettando che qualcuno gli risponda lancia il suo MAYDAY per salvarsi la vita, per uscire da là. Ma senza timore, perché sa che per salvarsi la vita deve rischiare ancora di più, senza paura di sbagliare la rotta e con istinto quasi animalesco andare avanti,  incontro ai cambiamenti che l'esistenza impone. Un gran bel pezzo, pesante e nello stesso tempo gradevole, alla Chi ruba nei supermercati o alla Penthatlon, con certi passi che ricordano le colonne sonore dei film spaghetti western, veloce da cantare, divertentissimo da suonare,  molto melodico e che riecheggia in qualche modo gli assoli di Mark Knopfler.
Ha voglia di casa Odisseo, di camminare per vicoli che conosce, PER LE STRADE DI ROMA, in mezzo alla sua città, ma un’altra Roma che non ha niente a che vedere con le stornellate di Lando Fiorini in Trastevere o col Cupolone dei souvenirs raffiguranti il Papa. Rispecchia esattamente quello che oggi Roma è: strade di orientali, centinaia di milioni di zoccole e topi in via Frattina, lucciole sulla Salaria, Turchi all’Argentina, Villa Borghese. Un pò la Roma dell’omonimo film di Fellini. Ma lui l’ama lo stesso in questo strano rapporto, come quando dichiarò che in Piazza di Siena, un po’ di tempo fa, era fin troppo orgoglioso di essere lì a cantare nello stesso luogo in cui fu trasportato in carrozzina da bambino, come tanti bimbi romani. Gli stessi bambini che una volta sognavano di essere, da grandi, Chinaglia o Falcao e che in questo presente senza stupore sognano di fare l’attore o il politico. (potenza dei mezzi di informazione e della colla sulle poltrone!).
Ma soprattutto desidera di costruirsi LA CASA virtuale, comunque una sua casa, una tana, dove ci possa passare anche il suo Argo quando sente i temporali, una casa senza tetto e pavimento con sole quattro rose disperate che ricordano te. Con la scommessa che ti vuole amare sempre, anche se la padrona di casa sarà un’altra. E la sogna la sua casa, sogna la sua porta aperta, la sua luce accesa. Una casa confortevole come gli hotel a TRE STELLE, a conduzione quasi familiare, meno superbi e formali dei cinque stelle, simili a quei motels americani che si incontrano dalle parti del Colorado per passarci la notte con la Cadillac parcheggiata fuori, davanti alla finestra. E l’atmosfera che si percepisce in questi motel è la stessa del ritmo incalzante, avvolgente, anzi coinvolgente, di quello che ti sta dicendo. Un motivetto come quello che si canta con allegria sotto la doccia di questi bagni in camera, con bustine di bagnoschiuma vecchie di quattro anni e l’acqua calda che non vuole proprio arrivare. Stavolta usa passi nuovi, fuori dai canoni della canzone d’autore, il classico 4/4. E qui ha dato una svolta alla sua carriera musicale. Lo puoi proprio sentire al meglio quando ti racconta de LA LINEA DELLA VITA, in cui è presente qualcosa che non ha niente a che vedere con lui. E’ tutta una vita che passa da qua con questo andamento, magari è stata soltanto una questione di motivi tecnici, ma il tempo che questa volta usa per salutarti sono delle stupende terzine blues appartenute a allo slow di Elvis, a un certo rock anni '60 dei Cascades e dei Platters e a ritmi suonati da enormi Gibson luccicanti sotto le capannine di una rotonda sul mare all’ombra di neons blu, gialli, verdi, viola. Una ballata scritta con accordi che potrebbero indurre ad un semplice giro armonico, uno di quelli che si usava ai tempi di Little Tony, ma che in realtà è composta da una struttura musicale complessa. Stupenda, forse la migliore canzone di tutta l’opera.
Calyspo, figlia di Zeus, tu che sei la donna single dell’antichità, tu che rappresenti lo stereotipo dell’amante ideale, la donna libertina che fa l’amore senza sensi di colpa, tu che non sei certo un angelo del focolare come Penelope, tu che sei la regina di un’isola piena di prati fioriti simbolo dell'amore irregolare, tu che invece di farti corteggiare prendi l'iniziativa… ma lo sai che quando le donne amano con passione come te rischiano di diventare soffocanti? E arrivati a questo gli uomini scappano. Come Ulisse. Infatti, chiude bene la porta alle spalle e butta la chiave, guarda dritto negli occhi l'amore che sta per lasciare e abbandona la scena. E per non perdersi ancora una volta, il mascalzone ti ha pure chiesto una bussola da portare con sè, ti ha chiesto pure di spiegargli come si usa.
Lascialo andare, possente ninfa. Gli uomini scappano tutti, come lui, perché in ognuno di noi uomini c’è un Ulisse dentro l’anima, in ognuno di noi c’è un Rex che sogniamo di vedere apparire all’orizzonte per fuggire dal porto che vogliamo lasciare o tornare nel porto che avevamo lasciato. Non so perché, ma noi uomini siamo stati sempre affascinati dai moli, dalle navi, da quei simboli di fuga, per cercare qualcosa migliore di quella che stiamo per abbandonare. Ma imbecilli a tal punto da non accorgerci che, spesso, la meta del nostro viaggio è proprio all’imbarcadèro, al primo piolo della scaletta d’imbarco.
Però prima di partire ha percepito qualcosa di strano in quel tuo invito a salpare. Convinto com’era di essere invischiato in un tuo ulteriore tranello, ti ha detto “Sto partendo, ti abbandono… Guardami, perchè non parli? Sto per andare via, sbrigati, prima che sia troppo tardi!. Se non rispondi, allora odiami! Almeno so che in questo momento provi qualcosa".
Agendo in questo modo contraddittorio gli hai offerto la tua ultima carta, il tuo ultimo prezioso tentativo di stupirlo ma, furbo com’è, non c’è cascato. E vinta, chiamandolo Alitros (furfante), gli hai detto “Amore mio, grazie per avermi fatto sentire un essere umano. Per avermi fatto provare ancora amore. E dolore”; poi gli hai accarezzato la mano, facendogli notare che in quelle pieghe c’è una linea che gira e che sottintende la vita. Lui ti ha risposto serio “Questa retta finita è mia, è un’acqua che corre veloce in salita, è la stessa acqua corrente di un po’ di tempo fa. Ma ora si è fermata qua”.
“Vattene, vattene adesso. Non ti voltare, non c'è nessuno da salutare“.
Per questo ti ringrazio o Dea, per averlo fatto partire, per non averlo trattenuto e lasciato esclusivamente per te. Capisco il tuo dolore, ma ti sono grato per aver profuso in lui tutta quella voglia d’amore che ancor oggi gli fa scrivere versi come un ventenne innamorato, che sputa fuori senza vergogna ai quattro punti cardinali dai margini di quella barba, bianca di anni e di sale ma che di fronte ai Proci ridiventa giovanissima, di colore rosso e nel suo pieno splendore. Lui che potrebbe campare di rendita, adagiato nel talamo coniugale, invece ha ancora voglia di ripartire, di rimettersi in gioco, di cercare nuove strade per ritrovare sempre se stesso: quel Principe Itachese che noi tutti conosciamo. Perché i Geni non hanno bisogno di evolversi, di aggiornarsi, di stare al passo coi tempi; perché il genio è sempre attuale, qualunque cosa crei, qualunque cosa tocchi. Se fossero ancora in vita, i Geni avrebbero riscritto Il vecchio e il mare senza toccare una virgola, avrebbero rigirato Amarcord senza tagliargli un fotogramma, avrebbero riscolpito il David senza nessun altro colpo di scalpello. Ti sembrerò un nostalgico, uno di quelli che lui non sopporta, ma è così.
Volente o nolente – e l’ultima lettera ne è un esempio - il suo cuore sanguina ancora di nascosto e all’insaputa di tutti, sovente pizzica i tasti più armoniosi del suo pianoforte con ritmi caldi e modulati, con melodie a lui, a noi, familiari. Anche se ogni tanto va a fare il diavolo a quattro con Aiace e Achille suonando sotto le mura di Troia, lo ritrovo sempre ricoverato al reparto CARDIOLOGIA di un ospedale da campo pieno di belle infermiere da farci l’amore e che lo conoscono bene perché è un inguaribile paziente affetto da una grave malattia cardiaca: compra ancora dozzina di rose e osserva la curvatura dei pianeti più incantato dell’innamorato di Peynet. Proprio come una volta. E come una volta dice ancora Ti amo, ma stavolta son passati più di quattro giorni da quando fu lasciato ferito da pezzi di vetro. Ma lo dice ancora, per fortuna.
Il suo cuore è perennemente morsicato come il tuo, Calypso. Te l’ha mangiato Odisseo prima di partire lasciandoti come ricordo queste struggenti lettere d’amore. Ma di nuovo non gli torna il conto, come sempre gli ha lasciato sopra quel dente che, distratto com’è, non ritrova mai e che lascia in ogni alcova. Per caso non l’hai mica ritrovato a Ogigia, quando ti ha morso il cuore l’ultima notte?
Chi sei, donna che chiamano Calypso? Il tuo nome vuol dire occultatrice, e forse nascosta era l’ispirazione che ancora regnava padrona in lui e che indissolubilmente non si era ancora esaurita. Nascosto era il suo amore per una missione che lo ha spinto a navigare controcorrente, contro ogni logica commerciale, contro ogni forma di ambizione, senza altri scopi. Ma soltanto per amore tuo, e questo doveva saperlo il mondo intero, subito. Forse sei davvero tu quell’acqua che canta e lui quell’acqua per te. In qualunque porto, sarai sempre al fianco di quello zingaro errante che su una zattera bianca va ancora alla deriva, ancora canta e che non saluta quando se ne va.
Donna, tu sei l’arte. Ecco chi sei.
Ti saluto gentile e innafferabile Calypso, padrona e schiava di questa verità che ti ho appena rivelato. So già che quel dente conficcato sul tuo cuore lo conserverai per sempre nella tua isola perché, bellissima ninfa, lo sai ….. l’hai constatato a tue spese……… dell’amore non si butta niente, ma proprio niente.

Con affetto e riconoscenza,

Mimmo Rapisarda.

Calypsos - 9 canzoni nuove (Lorenzo Iovino)

Non ci aspettavamo questo disco, e forse non se l’aspettava nemmeno De Gregori. Quando un artista decide di incidere vuol dire che le idee ci sono e sono abbastanza. I maligni diranno che De Gregori è stato costretto dalle basse vendite, o che Pezzi era talmente brutto da dover rimediare al più presto. Non ci pare.

E’ un disco sui viaggi del cuore, d i cui Calipso è il simbolo, ma anche sulla nostàlghia. È un album variopinto e vitale, confezionato come un Bianco di Battisti,sottotitolato strizzando l’occhio a Cohen, poco pubblicizzato e molto sentito. Torna la parola amore in ogni canzone, perché di questo parla Calypsos. C’è una evoluzione musicale che potrebbe generare negli anni a venire delle sonorità ancora non provate. Ci sono testi semplici e intensi.

C’è anche qualche pecca ( troppo cane, troppo pane, troppo vino), così come alcune scelte di missaggio; ma il risultato comunque egregio. Possiamo augurarci che De Gregori continui a fare dischi come questo. Per ora gli facciamo i più sinceri complimenti.

Cardiologia: Inizia con tre accordi di pianoforte in fila, i più semplici del mondo, rafforzati da un intenso contrabbasso elettrico. Una canzone sull’amore, o un discorso, una scienza che di questo si dovrebbe occupare. De Gregori compone probabilmente testo e musica insieme al pianoforte. Il risultato è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, pervasa da dolcezza malinconica, accompagnata vocalmente nei registri più bassi ( con un inaspettato “ti amo”), suonata bene, tanto scarna nell’esecuzione e sobria nel cantato quanto è invece ardito il giro armonico. Infatti c’è una ricchezza compositiva melodica ed armonica quasi senza precedenti ( solo le canzoni di Bufalo Bill hanno simili intrecci). Il cantato ha una linea affatto facile, ma la voce “nuova” di De Gregori raggiunge una vetta interpretativa.

Il testo ha il taglio dell’impersonale, con i “Che” all’inizio di ogni verso, e si muove tra immagini belle, dure e forti ( su tutte : “ e macina la sabbia tra i mulini a vento, e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”), concludendo che “dell’amore non si butta niente”. Il finale ricorda la melodia di Vecchia Valigia, così come “e fa curvare i pianeti” è ripreso da Dylan. Ma da ora in poi smetteremo di contare Dylan come fonte.

Per ora, nonostante i passaggi in radio, passa ancora sotto silenzio. Una canzone sorprendente.

La linea della vita: Un tempo retrò, “alla Fred Bongusto”, un clima leggero ed un testo molto meno scontato di quanto non possa sembrare, su corsi e ricorsi, gli abbandoni e gli incontri, il tempo che cambia, le persone che si lasciano e si rincontrano. Un punto di vista diverso rispetto a Cardiologia: un testo ben tessuto e a tempo con la musica. La quasi citazione di Dylan ( ok, non ce la faccio a mantenere le promesse) nel terzo verso ( “magari è questione di troppa sensibilità”) assume un senso evidente se si considera il tema centrale: l’amore che si consuma, la perdita dei contatti, l’improvviso ritorno delle persone ed il rischio di non riconoscersi o non salutarsi più , dopo anni, quando l’amore si dimentica e magari si ricordano i baci. Come in Non dirle che non è così, o quasi.

La linea della vita, che sta nella mano (e nelle mani), è “una retta finita”, dove non c’è bussola per orientarsi. La musica è efficace e garbata, con cori femminili in evidenza ( stavolta c’entra Cohen).

L’effetto è gradevole e a tratti emozionante.

La casa: Una canzone d’amore che pesca metafore dai vangeli ( rose, evangelisti), dalla musica popolare ( la struttura delle strofe, l’idea stessa della metafora complessiva per parlare d’amore), dalla canzone d’autore di Endrigo-Rodari . Una musica ed un arrangiamento da ninna nanna, con archi ben utilizzati, pianoforte ( lo strumento che fa davvero il suono di questo disco), chitarre e quant’altro. Quasi una Piccola mela trent’anni dopo. Con la promessa “che ti voglio amare sempre” invece di “forse un giorno faremo l’amore”. E’ un bel passo avanti.

L’angelo: Una canzone che ci potevamo aspettare in qualsiasi momento della carriera di De Gregori. Un tempo ritmato ( nemmeno troppo, a dire la verità) ed un testo basato sulla ripetizione. Cantata tutta in controcanto, alla voce femminile avremmo preferito una voce doppiata.

Sembra venire fuori da un gioco di bambini, o da un modo di dire ( è usanza, per dissuadere i bambini dal fare smorfie, dir loro che “passa l’angelo” e c’è il rischio di rimanere in quella espressione per sempre). Invece parla di morte (“ e finisce il bicchiere”), del suo avvicinarsi, della paura che serpeggia tra le persone e che nessuno può notare. È una morte che consola, che scioglie e non lega. La vera pecca qui è nell’interpretazione, troppo piatta.

In onda: L’episodio più complesso del disco. Intima, ermetica, si sarebbe detto una volta, non tanto per i versi, tutto sommato facili, ma per il senso generale, inevitabilmente criptico. Una canzone scritta di getto, ad inseguire un’ispirazione. Sembra un altro discorso sulla vita, con toni sereni nella tempesta, echi di Vento dal nulla. Se Pezzi trasmetteva un’ansia ed un tormento, questo disco e questa canzone parlano di una certa serenità nel vivere. Il contrabbasso e le tastiere fanno un tappeto sonoro eccellente, che consente alla chitarra elettrica di emergere negli arpeggi e nell’assolo. La cosa più interessante è l’uso della batteria: fa il lavoro di una batteria campionata, con colpi in controtempo da musica house( una bella novità ). La melodia è centrata, mai ripetitiva, e ricorda alcune canzoni di Zucchero ( se la cantasse lui sarebbe commerciabile come il pane, per usare una metafora poco usata nel disco…) e l’interpretazione è al meglio, senza strascichi, con tanto di via personale agli acuti. Uno dei punti più alti del disco. E della produzione degli ultimi anni.

Mayday: Tosta e gagliarda, con cambi d’accordo tra minori e maggiori. Se tutto Pezzi avesse avuto questo sound sarebbe stato ancora più affilato. Tutto è più spontaneo e allo stesso tempo ricercato. Le basi di questo aggiornamento sono da rintracciare nel lungo tour che si è concluso mentre iniziavano le registrazioni del nuovo disco. Una basso-chitarra-batteria con Hammond insistente, fills a far prendere fiato, pause ed accelerazioni. Il messaggio disperato, il mayday, è però troppo generico ed appare alla fine ingiustificato. È tutto sommato un gran bel divertimento, col suono che arriva dritto dritto dai Dire Straits e da un signore di Duluth e con (più di) qualche analogia con Pentathlon.

Per le strade di Roma: Tastiere, chitarre strappate, batteria a gonfiare l’atmosfera e far montare la polvere. Uno sguardo empatico al passaggio del tempo presente sulla città eterna, tra le strade, sulle persone. Un quadro sui nuovi ed i vecchi abitanti, sugli odori appiccicosi del cibo e della città stessa, sui vizi dei nuovi ricchi (“gente che se la tira”, “ e un certo modo di non sembrare”), sui giovani con le idee confuse. In un verso De Gregori si autocita, ma la frase, contestualizzata è polemica, ed i topi non sono animali ( “ e uomini ed animali cambiano zona: lucciole sulla Salaria, zoccole in Via Frattina”).Ed il futuro passa e non perdona, e gira come un ladro per le strade di Roma.

Una bella canzone, che trasferisce in musica le nebbie e le suggestioni, come il giro in vespa di Nanni Moretti, ma con un pizzico di polemica. Non è affatto una canzone dolce, né una dichiarazione diretta d’amore alla propria città ( tipo “Quanto sei bella Roma quanno piove…”).

È uno sguardo su molte cose che non vanno, spesso privo di commento, e sulla invincibile bellezza della capitale, che riesce a fare poesia di terrazzi e case occupate, che soffre lo smog e la calca e diventa così ancora più epica, che affianca i semafori alle colonne. È forse la prima canzone “metropolitana” italiana, che non si rifugia nella retorica ( e questo ce lo potevamo immaginare) e non cerca cartoline, ma vede gli angoli umani e sofferti della città. Questo la rende commovente.

La musica è azzeccatissima, con uso di distorsioni di chitarra inaudite in De Gregori, e con un intermezzo di minimoog che mette i brividi. La melodia è un lungo “ e chiedimi perdono per come sono”, ma se la cava benone. Unico appunto: nell’ultima strofa la batteria avrebbe dovuto fermarsi e riprendere nella coda. Avrebbe dilatato i tempi e acuito la forza dei versi. Ma poco importa. Necessiterebbe un videoclip ad arte,

L’amore comunque: Mah. Sembra un eccesso di versi da Cardiologia a cui De Gregori ha cambiato la musica ed aggiunto un inciso, peraltro contorto e con accordi minori gratuiti; in altre situazioni del disco è un’operazione ben riuscita. Qui no. De Gregori cerca azzardate metafore matematiche, parla di neve di ferragosto, sabbia e vetro ( ma anche questa l’abbiamo già sentita) e di un amore acerbo che non fa dormire. Poteva sfruttare meglio proprio questo spunto.

L’arrangiamento è sciatto, il cantato idem. Poteva salvarsi se la batteria avesse trascinato la canzone dalla fine dell’inciso. Di certo l’episodio meno riuscito dell’album.

Tre stelle: Fresca, vitale e ironica, parla di un albergo di quelli che un artista frequenta spesso in tour. Un invito ad una donna, che suona beffardamente come una brochure d’agenzia. Indimenticabile la vista sulla statale, il giardino profumato, le cameriere belle che puliscono la stanza, mettono le lenzuola pulite, e già questo basterebbe, e lasciano caramelle. C’è un che d’amore disperato alla Paolo Conte, tutta la forza di un testo di De Gregori, bravissimo a non essere serioso, e spunti melodici e testuali che sembrano arrivare dalle freschezze giovanili di Viva l’Italia e Titanic. I cori femminili e l’alzata di tonalità finale trasmettono una allegria da fine disco alla Trio Melody. Tanto pianoforte, quasi alla Dalla, clarino ( ma quanti strumenti suona Arianti?) ed un sound beatlesiano riscoperto forse grazie allo stimato Cremonini. C’è poco da sogghignare o indignarsi. È un’ottimo pezzo.

Una volta per fare una canzone ce ne volevano Centocinquanta, di stelle, ora ne bastano tre. De Gregori ha imparato la parsimonia, in questo ed altro. Evviva

Due settimane dopo (Salvo Cascone)

A me piacciono le dispute che si scatenano subito dopo l'uscita di un disco di FDG. Nonostante siano più o meno uguali nei loro tratti salienti, scatenano in me un'avidità che mi riconosco in pochissimi altri piacevoli trastulli che la vita ci offre.

Di conseguenza, quindi, leggo con interesse pareri, sentenze, recensioni,critiche, cronache e tutto ciò che mi può fornire spunti di rilessione interessanti.

Con una bella bottiglia di grappa friulana accanto, leggo in continuazione, leggo leggo e rifletto, rifletto e rileggo....

Fatta questa indispensabile premessa, mi cimento anch'io nella redazione di una nota critica a Calypsos prendendo spunto innanzitutto da quello che penso io ma attingendo, soprattutto, alla vastissima produzione di parole prodotte in ogni dove nel web a seguito di codesta uscita discografica.

Dico subito che questo è un disco, secondo il mio modestissimo parere, fuori da qualsiasi schematizzazione gli si voglia attribuire. E' un disco fuori dal tempo, fuori dalla logica di mercato, fuori dalle aspettative che i più avevano, fuori dalla perfezione tecnologica. E', insomma, un DISCO FUORI....! Essendo un DISCO FUORI, quindi, è un disco fortemente degregoriano, con buona pace di chi deve necessariamente andare a trovare il pelo nell'uovo dell'artista.

Calypsos non è un disco di IMPATTO. No! Calypsos è una disco di nicchia, un disco da caminetto, luci basse, liquore forte, partner e rilassamento. Calypsos è un disco fatto di atmosfere, un disco che crea l'atmosfera. Calypsos è un disco che deve essere ascoltato, riascoltato e che infine svela. Calypsos è un disco che io non ho apprezzato subito ma che piano piano mi sta facendo tornare sui miei passi.

Cos'è quest'eterna ricerca del CAPOLAVORO?

Anzi Vi chiedo, cos'è un CAPOLAVORO?

Anche alla Pausini attribuiscono capolavori!

Felicità è il capolavoro di Albano, lo sapevate?

Quindi? Di cosa stiamo parlando?

Ho letto spesso che Calypsos è un disco poco ispirato, addirittura per nulla ispirato. Ho letto che Francesco è ormai alla frutta, che è afflitto da senilità intellettiva, da bulimia "pubblicatoria", da narcisismo musicale, da conto in banca scoperto. Ho letto di tutto, insomma. Ma non ho letto mai cose semplici, del tipo; ho ascoltato per bene Calypsos e non mi piace. Mai.

Le motivazioni sono sempre esagerate, come potete notare.

Un artista è innanzitutto un uomo, uno che compie azioni che vanno ad interagire con altre azioni compiute da altri uomini. Stop. Se ha fatto una cosa che non gradiamo non c'è bisogno di andare a scomodare chissà che cosa. Non piace e basta. Punto.

Ritorno a Calypsos. Tratti salienti.

Amore, in tutte le sue sfaccettature.

Cori femminili.

Uso del basso.

Strumenti antichi.

Atmosfere lente ma non cupe.

Qualcuno ha scritto VINTAGE. Condivido in pieno il senso (non il termine) ed è quello che secondo me l'artista ha voluto appositamente creare. Noto un rimpianto per i tempi che furono, il minimoog e le pomiciate sui divani delle prime discoteche, ricordate? I coretti spensierati delle canzoni anni '70 ed i the danzanti. Ricordate?

Da contrapporre alla ACID MUSIC ed al frastuono tecnologico delle discoteche moderne.

Francesco ha fatto di nuovo un qualcosa che va al di là della semplice canzone. Ha lanciato un "messaggio". Sta dicendo a tutti noi di abbassare i toni, di riflettere, di capire le cose a fondo. Ce lo dice nella linea della vita di ognuno di noi che così non si può continuare. Facciamo finta di non conoscerci più, ci dimentichiamo sempre delle cose più importanti.

Francesco, ancora una volta, mi ha sorpreso. Si è vero, il disco ha sicuramente alcune pecche, ma l'idea di fondo che esce fuori da un disco come Calypsos fa dello stesso uno dei dischi più importanti della sua produzione.

Non voglio descrivere le singole canzoni, non mi interessa farlo e credo non ne sarei nemmeno capace. Altri lo fanno meglio di me. Voglio solo descrivere le sensazioni che tutte le canzoni che compongono il disco creano in me. Voglio solo ribadire la grandezza dell'artista e la sua capacità di pubblicare, in un periodo di urla e pochezza culturale, un disco che ci dice a tutti quanti di partire da NOI, dall'amore e dalle cose semplici.

Chi si aspettava da Francesco invettive contro avversari e sistemi politici, ha certamente dovuto ricredersi.

Ma Francesco ha fatto di più.

Ha detto a tutti noi che la serenità è dentro ognuno di noi. Basta saperla svelare. Come? Ascoltandola!!

Saluti

In onda e le altre. Interrogarsi sul perchè della morte. Aspettare risposte che non arrivano, provare a darle e non riuscirci. Ripenso al De Gregori de "L'Agnello" che si rivolge a Dio, chiede un aiuto per poter avere la fede, tristemente consapevole di non possederla. A catena, questo mi porta a riascoltare i versi di Ti leggo nel pensiero e cosa ri-trovo? Un uomo che parla ostinatamente con questa entità che lo trascende -benchè affermi di non credervi- e chiede aiuto. Tanti dubbi ma niente risposte. E' meravigliosa questa ostinazione del De Gre, ma soprattutto il modo in cui si è trasformata. In onda ne è la prova. Un invito ad accettare serenamente la nostra finitudine, l'imperscrutabilità della morte, ma soprattutto la sua imprevedibilità. E' un uomo saggio e sereno quello che parla anzi -canta- meravigliosamente questi versi. E lo fa nella maniera più struggente che esista.

"..che si trasforma in colore per la notte che resta.. e il viola diventa rosa e illumina la tua finestra.." Quale modo più poetico di descrivere un'alba ?

Ecco cosa di 'vecchio' e già sentito ho trovato in quest'ultimo lavoro di Francesco:l'immutata poeticità del suo parlare, l'assenza di banalità e l'inesauribile profondità dei suoi testi.

Calypsos non è altro che la Fenomenologia dell'Amore. L'amore che si personifica, guarda silenziosamente e in disparte i due amanti e... non fa commenti.

Ora è la passione che tutto travolge, cui non si può resistere.. "..il desiderio spietato che non si può rifiutare..", ora è il suo divenire Sentimento "vero", intriso ANCHE d'affetto. La casa è questo, il dolce racconto della 'costruzione' del nido, fatta pensando che sarà per sempre, nonostante i momenti 'no' che ogni Storia prima o poi dovrà conoscere. Rose intrecciate a spine dolorose ne sono il simbolo.

Non credo che basti ascoltare e leggere i testi delle canzoni per comprenderne il significato più recondito.

E' invece la calda modulazione della sua voce ad imprimere indelebilmente il SENSO alle sue parole. Parole 'pregnanti' che sempre ritornano.. come i 'Kani' bianchi (fantasmi del passato ??) ai quali non possiamo sfuggire.. e che dire allora del bisogno di una Bussola per non soccombere? Per non farci travolgere dalla vita? E' un invito ad esser Attori Protagonisti della nostra esistenza. A non subire passivamente gli eventi, prendendoli di petto.

Non credo che Francesco abbia avuto 'fretta' di inciderlo (perchè mai avrebbe dovuto averne??), ritengo che la forma e i suoni di Calypsos siano voluti dall'autore. Così come l'apparente noncuranza nel realizzarlo. Non è una novità che il Nostro non ami particolarmente l' "impacchettamento" di un disco. L'Imperfezione è il segno dell'opera d'arte. E' DOVEROSO che travalichi le regole, i dettami, le convenzioni.  Calypsos è lo specchio del De Gregori di oggi. Sereno, saggio e innamorato della vita.

(Michela – Rimmelclub)

 

Batto il tempo, spreco il tempo. La ninfa che trattenne e intrattenne Ulisse. Così, Calypsos trattiene e intrattiene. Non sono un’esperta musicale, ma l’ultimo disco di De Gregori questo fa, a mio avviso. Intrattiene perché non occorre che tutta l’attenzione sia ad esso rivolta, la musica scorre fluida insieme ai testi nelle orecchie, diversamente da Pezzi, album pregevole che però costringe ad ascoltare ogni passaggio, perché il tutto non si può cogliere se non nel dettaglio – devil is in the details. Le spennellate, sonore e verbali, di “Gambadilegno a Parigi”, del “Panorama di Betlemme”, di “Tempo reale”, sono un percorso a ostacoli, pezzi di mosaico, come già è stato fatto notare. In Calypsos basta mettere su il disco e lasciare che tutto entri per conto suo, senza interferire in questa magnifica ‘possessione’.

Ma una volta avvenuta la possessione, l’opera trattiene, non ti lascia andare, non si può che riascoltarla. Sarà per la brevità – solo nove canzoni – sarà per la semplicità, ma l’ultimo suono di “Tre stelle” ti invoglia a ricominciare daccapo, mentre vorresti passare ad altro, come la ninfa invogliava Ulisse a rimanere sull’isola mentre lui sarebbe voluto tornare a casa. È una sorta di sospensione del nostos orchestrata per rivedere, e risentire: nella sospensione temporale di un ritorno e nella ripetizione, uno sguardo dal di dentro ad ogni forma di emozione, una radiografia del sentimento, una scienza o un discorso del cuore – cardiologia. Cosa si fa quando la mareggiata è finita? Si raccolgono conchiglie, quelle sputate dal mare e rimaste lì dopo che si è ritirato. Cosa si fa quando un amore è finito? Se ne raccolgono le conchiglie da conservare, ché dell’amore non si butta niente. Cosa si fa su un molo? Si batte il tempo con un piede, si spreca il tempo, e questa frase non si spiega né si interpreta, è così e basta, per De Gregori come per chiunque vada su un molo da solo magari con poca luce. E così si è – semplicemente – in onda, si è e basta, e il molo e i pensieri e i fantasmi che ci visitano – il nemico che sorride – sono le emozioni legate a questo essere qui, e ora. Cosa si fa quando si entra con imbarazzo nella casa di un amato o di un’amata mentre fuori piove? Si sta attenti a non impacciare, non si vuole bagnare il tappeto. Cos’è Roma, o la nostra emozione di Roma, se non i turchi all’Argentina o i gabbiani sulla Magliana? Infìne – la canzone meno apprezzata dagli stessi fan di De Gregori – cosa ci si aspetta da un tre stelle, se non le lenzuola di bucato e le caramelle sul cuscino?

Con Pezzi, De Gregori ha usato violenza contro ogni mistificazione della politica e della società: auspicare il ritorno del logos e della ragione della Grecia antica, la filosofia ateniese, in un tempo di spartani e sanguinolenti massacri che riducono in ‘pezzi’ e tolgono valore ad ogni cosa ha una forza enorme, un coraggio frontale non da Ulisse ma da Ettore, o da Achille. Con Calypsos il discorso musicale verte sugli interstizi di armonia ancora possibili in un tempo franto, sull’indugiare ulissesco su Ogigia, sul temporeggiare e, dunque, sul tempo individuale, dopo quello collettivo di Pezzi, anche se pure quello visto dall’occhio, unico, del musicista. Eppure de Gregori riesce a non scrivere confessioni sentimentali rousseauniane quando parla delle emozioni del tempo individuale; e riesce a non scrivere manifesti politici quando parla delle emozioni del tempo collettivo, cosicché l’uno ne esce collettivizzato e l’altro individualizzato, mi si passino i termini.

Di più non so dire sulle nove canzoni nuove, posso solo ascoltarle a ripetizione mentre sono in onda.

P.S. Mi perdoni Mimmo Rapisarda per questo mio intervento, dopo il suo splendido "niente, nemmeno un dente".

Cristina (Rimmelclub)

 

 

 

 

 

ACCORDI A CURA DI FILOS, CLAUDIO GORI E FRANCESCO CORALLO

 

 

CARDIOLOGIA

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

DO SOL LAm FA MIm REm FA SOL

 

DO                                              SOL

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare

 

LAm                               FA                      SOL

Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare

 

FA                         LAm
A sbattersi nel buio e a farsi vedere

 

MI                                 SOLm                LA
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere

 

                RE                           LA
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato

 

SIm                        MI                           LA
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato

 

            FA#              

E dice sempre con disinvoltura

 

            SIm            SOL LA                  RE
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.

 

FA                    DO                         REm
Che si veste di bianco per scandalizzare

 

SIb           LA          REm
E compra rose a dozzine

SOL7            DO7+(/5)  REm        SOL7 DO7+(/5)

E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene

 

FA                      SOL               MI7         LAm

Che si gioca per vincere e chi vince è perduto

 

FA             SOL          LAm         MIm
Con una chiave ed un numero il mano

 

FA           SOL       MI7         LAm
Tutta la notte aspettare un saluto

 

                          RE  FA SOL
E a pensare: “ti amo”

 

FA SOL LAm DO SOL LAm FA MIm REm FA SOL

 

DO                               SOL

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata

 

LAm                            FA             SOL
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata

 

FA                         LAm
E macina la sabbia dentro i mulini a vento

 

MI                              SOLm         LA
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo

 

      RE                          LA
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare

 

SIm                 MI                       LA

L’amore prepotente che si deve fare

 

FA#                                              SIm  SOL

E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente

 

LA                                       RE
Chè dell’amore non si butta niente

 

FA DO REm SIb LA REm SOL7 DO7+(/5) REm SOL7 DO7+(/5)

FA SOL MI7 LAm FA SOL LAm MIm FA SOL MI7 LAm RE FA SOL DO  

 

 

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Oberheim

 

 

Un capolavoro dopo la vertigine rock

NATO d’urgenza, ma non prematuro. Questo "Calypsos", in uscita domani, arriva neppure un anno dopo la vertigine rock di "Pezzi", e recupera il respiro classico dei capolavori di De Gregori. Nove brani, 40 minuti scarsi, come i long playing di una volta. «Come "Rimmel", in un certo senso - spiega Francesco. E qui ho concretizzato certi miei progetti di autore. C’è un brano in terzinato, "La linea della vita": un ritmo metrico cui tenevo molto». Un disco registrato a dicembre, «utilizzando brandelli di idee che sapevo non potevano finire dentro "Pezzi". Con il quale costituisce un progetto continuo, anche se con una chiave di lettura più melodica. "Calypsos" dimostra che l’ispirazione di un musicista non ha regole. Magari resti anni senza aver bisogno di scrivere, poi senti di dover buttare giù tutto questo, d’improvviso». Prodotto dal "capobanda" di  sempre di De Gregori, Guido Guglielminetti, il cd offre una sintesi di piccole meraviglie come il primo singolo "Cardiologia" (echi lontani della "Donna cannone"), o la trasognata "In onda", che nei versi cita Otis Redding («inconsapevolmente», giura il Nostro). C’è un mezzo bluegrass come "Tre stelle" e una ballata liquida come "La casa", mentre "L’angelo" trasfonde allegria caraibica in uno scenario da consolazioni celesti. "Per le strade di Roma" è l’affresco partecipe e disincantato di una città dove "i ragazzi che escono dalla scuola/sognano di fare il politico o l’attore/e guardano il presente senza stupore". Un album suonato come un piacere da condividere con il gruppo, una musica pop da camera, con una morbida dominante chitarristica, che trova libero sfogo nel calco Dire Straits di "Mayday". «Mi fa piacere che si parli di Mark Knopfler e compagni, in questo caso. Sono eroi rock entrati nell’immaginario collettivo della mia generazione, e preferisco si dica che ho rubacchiato qualche loro refrain - concede De Gregori - Così almeno non mi dipingeranno come un monomaniaco che saccheggia solo i tesori di Bob Dylan». Ste.Man. (Il tempo - giovedì 16 febbraio 2006)

 

 

Nella terra di Calypso De Gregori riparte dall'amore per Belafonte (Paolo Biamonte)

roma - La nuova avventura di Francesco De Gregori prende il largo dall'isola di Ogigia, dove la ninfa Calypso mise in atto il suo sequestro d'amore, per così dire, ai danni di Ulisse, fa tappa nei Caraibi di Harry Belafonte e approda in una Roma di oggi «che se avessi infierito davvero sarei finito nel Grand Guignol».  

Calypsos è il titolo delle nove canzoni nuove, come è scritto sulla copertina tutta bianca, di Francesco De Gregori, tornato in sala di incisione a un anno di distanza da Pezzi. «"Calypsos" è una parola evocativa, richiama alla mente la prima musica che ho ascoltato, il calypso di Harry Belafonte e, al tempo stesso, la ninfa Calypso che sequestrò Ulisse per sette anni sull'isola di Ogigia, dove era stato sbattuto dalle tempeste che gli scatenava contro Nettuno, che ce l'aveva con lui - racconta De Gregori - Di giorno Ulisse piange lacrime di nostalgia per Penelope e Itaca, di notte consuma la sua passione erotica fino al giorno in cui Giove ordina a Calypso di lasciarlo andare via: lei lo aiuta a costruire la nave e gli dice addio. Senza colpo ferire, proprio come accade alla fine di certi amori. Da un punto di vista stilistico, la novità di Calypsos sta nella scrittura, con la scelta di scrivere versi di 12 sillabe invece che di 24. Finora avevo privilegiato canzoni con testi infarciti di parole che costringono a uno stile più parlato, quasi da rapper se si vuole - spiega De Gregori - Una scrittura più sintetica dà al testo più aria e più libertà al cantante».

Con la canzone La linea della vita l'autore di Rimmel ha realizzato un suo piccolo sogno di musicista. «I cantautori sono dei fedeli servitori del 4/4, diciamo che è un abbinamento quasi fatale. Da tempo accarezzavo l'idea di un brano "terzinato", con la divisione metrica in terzine del blues e di certo rock anni '60, che è poi il riferimento obbligato di La linea della vita».

Con Per le strade di Roma Francesco De Gregori traccia un ritratto della sua città, dove è cresciuto fino a diventare uno dei miti dell'ormai storica prima scuola romana. Com era prevedibile, il quadro è tutt'altro che lusinghiero per la capitale d'Italia. Due versi condensano un ritratto al curaro: «E uomini e animali cambiano zona, lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina». La Salaria è una strada importante che esce da Roma e porta verso il Nord e che, dal pomeriggio, nella parte periferica, è uno dei luoghi caldi della prostituzione. Via Frattina è invece una delle strade della parte più chic del Centro, dove si concentrano le boutique del lusso.

«Volendo si poteva essere anche più cattivi ma poi si rischiava il Grand Guignol, oppure di ottenere un ritratto a fosche tinte alla Victor Hugo - dice il cantautore - I versi sugli uomini e gli animali che cambiano zona e le lucciole sulla Salaria e le zoccole in via Frattina sul piano poetico sono un delitto perfetto. Non sono certo io ad aver scoperto l'ambiguità e l'allusività della parola scritta. Il senso e il significato di quello che penso e volevo dire è tutto nei versi: in casi come questi le spiegazioni non servono, anzi sarebbero controproducenti. Che altro potrei aggiungere?».

L'ultima riflessione è sul numero della canzoni di Calypsos, nove, decisamente poche rispetto ai cd di oggi, affollati da una media di quasi 20 pezzi, anche se poi i brani che contano difficilmente sono più di cinque. «Rimmel era formato da nove canzoni, La donna cannone da otto - risponde Gregori - Anche Calypsos stava per essere solo di otto: l'ultima l'ho scritta in studio, proprio perché avevamo paura che sembrassero poche». (Libertà – 16.2.2006)

 

 

 

LA LINEA DELLA VITA

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

 

SOL SOL7 DO SOL DO SOL LAm RE RE7

 

LAm          DO                      RE

È tutta una vita che passo da qua

 

LAm        DO  &nb