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Che
di Calypsos non si butta niente
(Antonio Piccolo)
Alt.
Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è un’esegesi.
Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco, spontaneo,
vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che racchiude in sé
evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.
De
Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” - contro ogni logica di
mercato - con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita,
isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco
dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore:
non è così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è
palese. Questo è un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche
suonato in poco tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma
per questo sì. Può essere suonato senza maniacali precisioni, senza
essere inciso e re-inciso più volte prima di essere reso pubblico.
Perché basta il traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è
come un universo a sé: ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero
perplesso. Al secondo stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al
terzo ne ero perdutamente innamorato.
Inoltre,
questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e riferimenti
altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che non c’è
niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel
memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa
dimostrare che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.
Cominciamo
con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua forma scarna -
con il titolo scritto a penna - è una dedica affettuosa a Lucio
Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi album.
Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso (“l’ho
scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice De
Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore,
lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è
anche il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo - “9
canzoni nuove” - che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard
Cohen.
Continuiamo
sottolineando che i testi sono la vera forza di questo disco: parlano
del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né scontati né
banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori, diciamolo: sono
poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico che
appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le
musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e,
soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto
superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi,
è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro
arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più
e niente di meno.
1.
Cardiologia Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa
c’è che non va in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo
titolo che indica la “scienza del cuore”, è di un’emotività
penetrante. Per questo canto perfetto, che scende e risale a mo’
dell’album “Bufalo Bill”; per questo preponderante pianoforte
suonato da Alessandro Arianti e delicatamente supportato dal basso di
Guglielminetti; per questo testo che è veramente un breve saggio in
toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la mareggiata / e il
cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina la sabbia dentro
i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”.
Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che sulla
Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la prima
volta De Gregori dice “ti amo”: e Pezzi di vetro dove la mettiamo?
2.
La linea della vita Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con
invettiva e divertimento (sacrificando un po' di estetica per dei
ridicoli cori femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è
sbalorditivo, con considerazioni generiche sui rapporti, su quegli
strani meccanismi che si creano, per cui magari si fa finta di non
riconoscersi, e non ci si saluta. Com'è genuina la goffaggine dell'io
parlante che, quando lei dice "una bussola dovevi almeno portarla
con te!", risponde "una bussola! potevi almeno spiegarmelo
come si usa una bussola, scusa!".
3.
La casa Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de La casa di
Sergio Endrigo. E' la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta
delle nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza.
Una piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De
Gregori: "è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo
sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è
disincanto". Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi
esclusivamente musica classica. E si sente: un gioco di timbri studiato
e raffinato, archi lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il
tutto. Quant'è bello il cambio melodico nel verso "e ci pianto
quattro rose / e ad ognuna do il tuo nome" o nel simmetrico "e
ci metto la scommessa / che ti voglio amare sempre"?
4.
L'angelo L'unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato
insieme a Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla
tutta. Ma che idea geniale: il protagonista è l'angelo della morte, ma
non è minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con
assolute buone intenzioni, "e dice sono venuto a sciogliere / e non
a spezzare", "sono venuto a prendere / e non a rubare".
Perché la morte, sembra strano, fa parte della vita. Sarei portato a
pensare che prima di scriverla, De Gregori ha letto l'ultimo romanzo di
Saramago - "Le intermittenze della morte" -, se non sapessi
che è uscito mentre lui registrava.
5.
In onda Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del
mare, ma anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché
nemmeno l'autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di
atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un
arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di
silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento,
porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti
rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.
6. Mayday Uno dei vertici dell'album. Pur ringraziando tutta l'infleunza
dei Dire Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A
partire dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli
della chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i
cori finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a
finire in questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse
qualunque che, per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia
d'amore logorante, "lasciare la vecchia strada",
"rischiare di più", "comprare un vestito nuovo",
"non aver paura di dimenticare". "Mayday", come la
richiesta di aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così:
"per salvarti la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la
porta alle spalle / e butta la chiave / guarda dritto negli occhi /
l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la
nave". Piccola nota: viste e considerate le sonorità distorte del
pezzo, sembra essere interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel
precedente "Pezzi".
7.
Per le strade di Roma Anello debole del disco. Testo privo di retorica,
senza dubbio, dove è rappresentata la Roma del popolo e quella della
dolce vita, quella delle campane e quella di ragazzi che "sognano
di fare il politico o l'attore", quella di "donne da
guardare" e quella di "zoccole in via Frattina". Ha anche
un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una novità per De
Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il volo. Senza
contare la partenza identica (musicalmente) a In onda.
8.
L'amore comunque Degregoriana fino all'osso, un'elegia ad una
"regina del tempo, della sabbia e del vetro", carica di
immagini d'impatto. Un ritornello rimato ed orecchiabile, cantato a due
voci (entrambe registrate da De Gregori stesso). Piccola considerazione
sull'amore, e anche difesa a suo modo. "Che tu ne faccia meraviglia
/ o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di
carnevale"...l'amore, comunque, c'è sempre.
9.
Tre stelle Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un
motel. "E' un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine,
abbiamo scherzato, l'amore ci può essere anche in un motel, vicino
all'autostrada", dichiara De Gregori. Come in Stella della strada,
pure incentrata su una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il
country. Un divertissment significativo, con un pianoforte spensierato
ed un allegro clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si
sentiva nei suoi dischi uno strumento a fiato che non fosse l'armonica a
bocca). Dopo otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo,
parafrasando Guccini, l'amore e la morte non sono altro che due delle
tante sciocchezze della vita.

Vortici
- di Max Klingher (ricorda qualcosa?)
Niente,
nemmeno un dente. . ..
(lettera
a Calypso) (Mimmo Rapisarda)
Cara
Calypso,
spero che queste parole di conforto possano raggiungerti, ovunque tu
sia.
Chi ti scrive è uno stupido mortale che in queste giorni non ha fatto
altro che pensare a te, ascoltare te, anelare te. Riempirsi le orecchie
di te.
Sento il bisogno di consolarti, triste musa innamorata di colui che hai
trattenuto, che per te era il figlio, il padre, lo sposo, l'amico e il
signore della tua isola, e che adesso è partito lasciandoti sola. Lo
so, lo so che vuoi dirmi, che due buoni compagni di viaggio non
dovrebbero lasciarsi mai, che dovrebbero essere per sempre due marinai.
Ma fatti coraggio, il tuo cuore malato lo ricorda ancora mentre
passeggiava solitario sulla spiaggia ogni mattina, a raccoglier
conghiglie dopo la mareggiata, piangendo sullo scoglio guardando il
mare.
Dal ritorno della guerra di Elena, tempo fa è stato nella terra dei
Ciclopi e un giorno qualcuno gli chiese come mai la prima strofa che
parla di un uomo con la gamba di legno e che sognava Atene era tronca,
si interrompeva. Lui rispose che era stata scritta così perché a
quell’uomo mancava una gamba e inciampava ad ogni spigolo, e quindi
anche sulle parole di una canzone. Gli dissero che era una trovata
geniale, arguta, astuta come quel nome Outis, Nessuno, che utilizzò
quando con vigore s’intrattenne nelle caverne dei giganti che fecero a
Pezzi i suoi compagni, sfiancati da pietre agitate e rotolanti, fino a
quando un giorno disse “Alice non abita più qui”. Era giunta
l’ora di tornare a casa, l’Odisseo sentiva il bisogno di navigare
nei suoi mari, di ritornare ad Itaca. E così in breve tempo, viaggiando
all’incontrario con la follia del capitano Smith, è approdato sfinito
sul bagnasciuga della tua ammaliante tunica.
Non in sette anni ma in sette settimane stavolta l’hai amato e non ti
è bastato promettergli l’immortalità per tenerlo stretto al tuo
seno, suo confortevole guanciale di notte e muro del suo pianto al
mattino. Non è bastato. A malincuore e con esperienza teatrale (ma
anche nostra fortuna), tuo malgrado hai dovuto spingerlo a partire,
aiutarlo addirittura a costruirsi un’imbarcazione in soli cinque
giorni, o comunque in brevissimo tempo. Così il tuo amante è salpato
su una zattera, una semplicissima zattera bianca sulla quale ha scritto,
di suo pugno, soltanto il tuo nome: “Calypsos”, con quella s finale
per sottolineare la pluralità di tutte le volte che ti ha amata in
queste settimane. Nove volte, e che prima di partire ti ha ricordato
come se fossero lettere d’amore.
Nella prima te lo dichiara subito quello che provava per te. E te lo
dice mentre è già in mezzo al mare, te lo dice adesso, ti chiama
Regina del tempo, della sabbia e del vetro. Te lo dichiara ora, a
priori, il suo AMORE COMUNQUE senza commenti, che tiene svegli per ore a
tutti i costi con un pizzico di godimento fra lacrime che bagnano le
lenzuola. E’ come uno spietato desiderio nel buio che non puoi o non
vuoi rifiutare. Più stai male e più ti piace; anche se piangi, anche
se gioisci è amore in ogni caso. Cinismo, masochismo malinconia e
orgoglio si prendono tutti per mano e vagano nella notte alla ricerca di
un cuore lontano, soffrendo, nascosti dal manto notturno. Lui lo sa che
stai leggendo e le onde alte venti metri non gli faranno mai paura in
quel mare da attraversare, e non sarà il canto delle sirene a farlo
fermare, non si farà portar via dal vento, non si farà mangiare dal
mare, lui è figlio di un marinaio. E’ un tenero canto di passione,
una dichiarazione d’amore e di addio come quelle che solo lui sa fare.
Per vincere questa paura canticchia una cantilena simile a “Quindici
uomini sulla cassa del morto” in cerca dell’isola del tesoro di
Morgan, un suono che sa tanto di Terra e acqua e Carne di pappagallo,
una nenia per esorcizzare l’arrivo dell’angelo della morte che
sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Ma lui accetta questo
avvento come una cosa naturale, che fa parte anch’essa del viaggio e
quindi, tranquillo e seduto su quella sorta di timone a poppa, la canta
quasi sottovoce per non farsi sentire, con ritmi sudamericani che gli
ricordano il primo disco che ascoltò nella sua vita: Calypsos di Harry
Belafonte. Per fortuna, al suo arrivo L’ANGELO gli offre da bere, gli
fa segno di tacere e, come la guardia costiera, gli fa il segno di
passare.
E così lui passa, e va IN ONDA. Senza le rotte prestabilite dalla vita,
issa la vela e va incontro a quell’immenso sipario blu che gli si
presenta davanti: blu, solo blu, come le note che canta, che ti prendono
e ti trasportano in una ipnosi musicale surreale. Nemmeno un gabbiano
che ti possa dare l’indicazione di una terra vicina, nemmeno un
ritornello diverso che ti distolga da quella piatta magia impregnata di
archi. Tutto è forte e chiaro, il cielo è un gigante, la luce è
immensa. Mentre sogna l’approdo alla serenità di una patria che non
riesce a trovare, piove e soffia il vento sulla zattera che affonda e la
tempesta passa sul suo viso. Aspettando che qualcuno gli risponda lancia
il suo MAYDAY per salvarsi la vita, per uscire da là. Ma senza timore,
perché sa che per salvarsi la vita deve rischiare ancora di più, senza
paura di sbagliare la rotta e con istinto quasi animalesco andare
avanti, incontro ai cambiamenti che l'esistenza impone. Un gran
bel pezzo, pesante e nello stesso tempo gradevole, alla Chi ruba nei
supermercati o alla Penthatlon, con certi passi che ricordano le colonne
sonore dei film spaghetti western, veloce da cantare, divertentissimo da
suonare, molto melodico e che riecheggia in qualche modo gli
assoli di Mark Knopfler.
Ha voglia di casa Odisseo, di camminare per vicoli che conosce, PER LE
STRADE DI ROMA, in mezzo alla sua città, ma un’altra Roma che non ha
niente a che vedere con le stornellate di Lando Fiorini in Trastevere o
col Cupolone dei souvenirs raffiguranti il Papa. Rispecchia esattamente
quello che oggi Roma è: strade di orientali, centinaia di milioni di
zoccole e topi in via Frattina, lucciole sulla Salaria, Turchi
all’Argentina, Villa Borghese. Un pò la Roma dell’omonimo film di
Fellini. Ma lui l’ama lo stesso in questo strano rapporto, come quando
dichiarò che in Piazza di Siena, un po’ di tempo fa, era fin troppo
orgoglioso di essere lì a cantare nello stesso luogo in cui fu
trasportato in carrozzina da bambino, come tanti bimbi romani. Gli
stessi bambini che una volta sognavano di essere, da grandi, Chinaglia o
Falcao e che in questo presente senza stupore sognano di fare l’attore
o il politico. (potenza dei mezzi di informazione e della colla sulle
poltrone!).
Ma
soprattutto desidera di costruirsi LA CASA virtuale, comunque una sua
casa, una tana, dove ci possa passare anche il suo Argo quando sente i
temporali, una casa senza tetto e pavimento con sole quattro rose
disperate che ricordano te. Con la scommessa che ti vuole amare sempre,
anche se la padrona di casa sarà un’altra. E la sogna la sua casa,
sogna la sua porta aperta, la sua luce accesa. Una casa confortevole
come gli hotel a TRE STELLE, a conduzione quasi familiare, meno superbi
e formali dei cinque stelle, simili a quei motels americani che si
incontrano dalle parti del Colorado per passarci la notte con la
Cadillac parcheggiata fuori, davanti alla finestra. E l’atmosfera che
si percepisce in questi motel è la stessa del ritmo incalzante,
avvolgente, anzi coinvolgente, di quello che ti sta dicendo. Un
motivetto come quello che si canta con allegria sotto la doccia di
questi bagni in camera, con bustine di bagnoschiuma vecchie di quattro
anni e l’acqua calda che non vuole proprio arrivare. Stavolta usa
passi nuovi, fuori dai canoni della canzone d’autore, il classico 4/4.
E qui ha dato una svolta alla sua carriera musicale. Lo puoi proprio
sentire al meglio quando ti racconta de LA LINEA DELLA VITA, in cui è
presente qualcosa che non ha niente a che vedere con lui. E’ tutta una
vita che passa da qua con questo andamento, magari è stata soltanto una
questione di motivi tecnici, ma il tempo che questa volta usa per
salutarti sono delle stupende terzine blues appartenute a allo slow di
Elvis, a un certo rock anni '60 dei Cascades e dei Platters e a ritmi
suonati da enormi Gibson luccicanti sotto le capannine di una rotonda
sul mare all’ombra di neons blu, gialli, verdi, viola. Una ballata
scritta con accordi che potrebbero indurre ad un semplice giro armonico,
uno di quelli che si usava ai tempi di Little Tony, ma che in realtà è
composta da una struttura musicale complessa. Stupenda, forse la
migliore canzone di tutta l’opera.
Calyspo, figlia di Zeus, tu che sei la donna single dell’antichità,
tu che rappresenti lo stereotipo dell’amante ideale, la donna
libertina che fa l’amore senza sensi di colpa, tu che non sei certo un
angelo del focolare come Penelope, tu che sei la regina di un’isola
piena di prati fioriti simbolo dell'amore irregolare, tu che invece di
farti corteggiare prendi l'iniziativa… ma lo sai che quando le donne
amano con passione come te rischiano di diventare soffocanti? E arrivati
a questo gli uomini scappano. Come Ulisse. Infatti, chiude bene la porta
alle spalle e butta la chiave, guarda dritto negli occhi l'amore che sta
per lasciare e abbandona la scena. E per non perdersi ancora una volta,
il mascalzone ti ha pure chiesto una bussola da portare con sè, ti ha
chiesto pure di spiegargli come si usa.
Lascialo andare, possente ninfa. Gli uomini scappano tutti, come lui,
perché in ognuno di noi uomini c’è un Ulisse dentro l’anima, in
ognuno di noi c’è un Rex che sogniamo di vedere apparire
all’orizzonte per fuggire dal porto che vogliamo lasciare o tornare
nel porto che avevamo lasciato. Non so perché, ma noi uomini siamo
stati sempre affascinati dai moli, dalle navi, da quei simboli di fuga,
per cercare qualcosa migliore di quella che stiamo per abbandonare. Ma
imbecilli a tal punto da non accorgerci che, spesso, la meta del nostro
viaggio è proprio all’imbarcadèro, al primo piolo della scaletta
d’imbarco.
Però prima di partire ha percepito qualcosa di strano in quel tuo
invito a salpare. Convinto com’era di essere invischiato in un tuo
ulteriore tranello, ti ha detto “Sto partendo, ti abbandono…
Guardami, perchè non parli? Sto per andare via, sbrigati, prima che sia
troppo tardi!. Se non rispondi, allora odiami! Almeno so che in questo
momento provi qualcosa".
Agendo in questo modo contraddittorio gli hai offerto la tua ultima
carta, il tuo ultimo prezioso tentativo di stupirlo ma, furbo com’è,
non c’è cascato. E vinta, chiamandolo Alitros (furfante), gli hai
detto “Amore mio, grazie per avermi fatto sentire un essere umano. Per
avermi fatto provare ancora amore. E dolore”; poi gli hai accarezzato
la mano, facendogli notare che in quelle pieghe c’è una linea che
gira e che sottintende la vita. Lui ti ha risposto serio “Questa retta
finita è mia, è un’acqua che corre veloce in salita, è la stessa
acqua corrente di un po’ di tempo fa. Ma ora si è fermata qua”.
“Vattene, vattene adesso. Non ti voltare, non c'è nessuno da
salutare“.
Per questo ti ringrazio o Dea, per averlo fatto partire, per non averlo
trattenuto e lasciato esclusivamente per te. Capisco il tuo dolore, ma
ti sono grato per aver profuso in lui tutta quella voglia d’amore che
ancor oggi gli fa scrivere versi come un ventenne innamorato, che sputa
fuori senza vergogna ai quattro punti cardinali dai margini di quella
barba, bianca di anni e di sale ma che di fronte ai Proci ridiventa
giovanissima, di colore rosso e nel suo pieno splendore. Lui che
potrebbe campare di rendita, adagiato nel talamo coniugale, invece ha
ancora voglia di ripartire, di rimettersi in gioco, di cercare nuove
strade per ritrovare sempre se stesso: quel Principe Itachese che noi
tutti conosciamo. Perché i Geni non hanno bisogno di evolversi, di
aggiornarsi, di stare al passo coi tempi; perché il genio è sempre
attuale, qualunque cosa crei, qualunque cosa tocchi. Se fossero ancora
in vita, i Geni avrebbero riscritto Il vecchio e il mare senza toccare
una virgola, avrebbero rigirato Amarcord senza tagliargli un fotogramma,
avrebbero riscolpito il David senza nessun altro colpo di scalpello. Ti
sembrerò un nostalgico, uno di quelli che lui non sopporta, ma è così.
Volente o nolente – e l’ultima lettera ne è un esempio - il suo
cuore sanguina ancora di nascosto e all’insaputa di tutti, sovente
pizzica i tasti più armoniosi del suo pianoforte con ritmi caldi e
modulati, con melodie a lui, a noi, familiari. Anche se ogni tanto va a
fare il diavolo a quattro con Aiace e Achille suonando sotto le mura di
Troia, lo ritrovo sempre ricoverato al reparto CARDIOLOGIA di un
ospedale da campo pieno di belle infermiere da farci l’amore e che lo
conoscono bene perché è un inguaribile paziente affetto da una grave
malattia cardiaca: compra ancora dozzina di rose e osserva la curvatura
dei pianeti più incantato dell’innamorato di Peynet. Proprio come una
volta. E come una volta dice ancora Ti amo, ma stavolta son passati più
di quattro giorni da quando fu lasciato ferito da pezzi di vetro. Ma lo
dice ancora, per fortuna.
Il suo cuore è perennemente morsicato come il tuo, Calypso. Te l’ha
mangiato Odisseo prima di partire lasciandoti come ricordo queste
struggenti lettere d’amore. Ma di nuovo non gli torna il conto, come
sempre gli ha lasciato sopra quel dente che, distratto com’è, non
ritrova mai e che lascia in ogni alcova. Per caso non l’hai mica
ritrovato a Ogigia, quando ti ha morso il cuore l’ultima notte?
Chi sei, donna che chiamano Calypso? Il tuo nome vuol dire occultatrice,
e forse nascosta era l’ispirazione che ancora regnava padrona in lui e
che indissolubilmente non si era ancora esaurita. Nascosto era il suo
amore per una missione che lo ha spinto a navigare controcorrente,
contro ogni logica commerciale, contro ogni forma di ambizione, senza
altri scopi. Ma soltanto per amore tuo, e questo doveva saperlo il mondo
intero, subito. Forse sei davvero tu quell’acqua che canta e lui
quell’acqua per te. In qualunque porto, sarai sempre al fianco di
quello zingaro errante che su una zattera bianca va ancora alla deriva,
ancora canta e che non saluta quando se ne va.
Donna, tu sei l’arte. Ecco chi sei.
Ti saluto gentile e innafferabile Calypso, padrona e schiava di questa
verità che ti ho appena rivelato. So già che quel dente conficcato sul
tuo cuore lo conserverai per sempre nella tua isola perché, bellissima
ninfa, lo sai ….. l’hai constatato a tue spese……… dell’amore
non si butta niente, ma proprio niente.
Con
affetto e riconoscenza,
Mimmo
Rapisarda.

Calypsos
- 9 canzoni nuove (Lorenzo Iovino)
Non
ci aspettavamo questo disco, e forse non se l’aspettava nemmeno De
Gregori. Quando un artista decide di incidere vuol dire che le idee ci
sono e sono abbastanza. I maligni diranno che De Gregori è stato
costretto dalle basse vendite, o che Pezzi era talmente brutto da dover
rimediare al più presto. Non ci pare.
E’
un disco sui viaggi del cuore, d i cui Calipso è il simbolo, ma anche
sulla nostàlghia. È un album variopinto e vitale, confezionato come un
Bianco di Battisti,sottotitolato strizzando l’occhio a Cohen, poco
pubblicizzato e molto sentito. Torna la parola amore in ogni canzone,
perché di questo parla Calypsos. C’è una evoluzione musicale che
potrebbe generare negli anni a venire delle sonorità ancora non
provate. Ci sono testi semplici e intensi.
C’è
anche qualche pecca ( troppo cane, troppo pane, troppo vino), così come
alcune scelte di missaggio; ma il risultato comunque egregio. Possiamo
augurarci che De Gregori continui a fare dischi come questo. Per ora gli
facciamo i più sinceri complimenti.
Cardiologia:
Inizia con tre accordi di pianoforte in fila, i più semplici del mondo,
rafforzati da un intenso contrabbasso elettrico. Una canzone
sull’amore, o un discorso, una scienza che di questo si dovrebbe
occupare. De Gregori compone probabilmente testo e musica insieme al
pianoforte. Il risultato è una delle più belle canzoni d’amore mai
scritte, pervasa da dolcezza malinconica, accompagnata vocalmente nei
registri più bassi ( con un inaspettato “ti amo”), suonata bene,
tanto scarna nell’esecuzione e sobria nel cantato quanto è invece
ardito il giro armonico. Infatti c’è una ricchezza compositiva
melodica ed armonica quasi senza precedenti ( solo le canzoni di Bufalo
Bill hanno simili intrecci). Il cantato ha una linea affatto facile, ma
la voce “nuova” di De Gregori raggiunge una vetta interpretativa.
Il
testo ha il taglio dell’impersonale, con i “Che” all’inizio di
ogni verso, e si muove tra immagini belle, dure e forti ( su tutte : “
e macina la sabbia tra i mulini a vento, e che non ha mai fretta e che
non ha mai tempo”), concludendo che “dell’amore non si butta
niente”. Il finale ricorda la melodia di Vecchia Valigia, così come
“e fa curvare i pianeti” è ripreso da Dylan. Ma da ora in poi
smetteremo di contare Dylan come fonte.
Per
ora, nonostante i passaggi in radio, passa ancora sotto silenzio. Una
canzone sorprendente.
La
linea della vita: Un tempo retrò, “alla Fred Bongusto”, un clima
leggero ed un testo molto meno scontato di quanto non possa sembrare, su
corsi e ricorsi, gli abbandoni e gli incontri, il tempo che cambia, le
persone che si lasciano e si rincontrano. Un punto di vista diverso
rispetto a Cardiologia: un testo ben tessuto e a tempo con la musica. La
quasi citazione di Dylan ( ok, non ce la faccio a mantenere le promesse)
nel terzo verso ( “magari è questione di troppa sensibilità”)
assume un senso evidente se si considera il tema centrale: l’amore che
si consuma, la perdita dei contatti, l’improvviso ritorno delle
persone ed il rischio di non riconoscersi o non salutarsi più , dopo
anni, quando l’amore si dimentica e magari si ricordano i baci. Come
in Non dirle che non è così, o quasi.
La
linea della vita, che sta nella mano (e nelle mani), è “una retta
finita”, dove non c’è bussola per orientarsi. La musica è efficace
e garbata, con cori femminili in evidenza ( stavolta c’entra Cohen).
L’effetto
è gradevole e a tratti emozionante.
La
casa: Una canzone d’amore che pesca metafore dai vangeli ( rose,
evangelisti), dalla musica popolare ( la struttura delle strofe,
l’idea stessa della metafora complessiva per parlare d’amore), dalla
canzone d’autore di Endrigo-Rodari . Una musica ed un arrangiamento da
ninna nanna, con archi ben utilizzati, pianoforte ( lo strumento che fa
davvero il suono di questo disco), chitarre e quant’altro. Quasi una
Piccola mela trent’anni dopo. Con la promessa “che ti voglio amare
sempre” invece di “forse un giorno faremo l’amore”. E’ un bel
passo avanti.
L’angelo:
Una canzone che ci potevamo aspettare in qualsiasi momento della
carriera di De Gregori. Un tempo ritmato ( nemmeno troppo, a dire la
verità) ed un testo basato sulla ripetizione. Cantata tutta in
controcanto, alla voce femminile avremmo preferito una voce doppiata.
Sembra
venire fuori da un gioco di bambini, o da un modo di dire ( è usanza,
per dissuadere i bambini dal fare smorfie, dir loro che “passa
l’angelo” e c’è il rischio di rimanere in quella espressione per
sempre). Invece parla di morte (“ e finisce il bicchiere”), del suo
avvicinarsi, della paura che serpeggia tra le persone e che nessuno può
notare. È una morte che consola, che scioglie e non lega. La vera pecca
qui è nell’interpretazione, troppo piatta.
In
onda: L’episodio più complesso del disco. Intima, ermetica, si
sarebbe detto una volta, non tanto per i versi, tutto sommato facili, ma
per il senso generale, inevitabilmente criptico. Una canzone scritta di
getto, ad inseguire un’ispirazione. Sembra un altro discorso sulla
vita, con toni sereni nella tempesta, echi di Vento dal nulla. Se Pezzi
trasmetteva un’ansia ed un tormento, questo disco e questa canzone
parlano di una certa serenità nel vivere. Il contrabbasso e le tastiere
fanno un tappeto sonoro eccellente, che consente alla chitarra elettrica
di emergere negli arpeggi e nell’assolo. La cosa più interessante è
l’uso della batteria: fa il lavoro di una batteria campionata, con
colpi in controtempo da musica house( una bella novità ). La melodia è
centrata, mai ripetitiva, e ricorda alcune canzoni di Zucchero ( se la
cantasse lui sarebbe commerciabile come il pane, per usare una metafora
poco usata nel disco…) e l’interpretazione è al meglio, senza
strascichi, con tanto di via personale agli acuti. Uno dei punti più
alti del disco. E della produzione degli ultimi anni.
Mayday:
Tosta e gagliarda, con cambi d’accordo tra minori e maggiori. Se tutto
Pezzi avesse avuto questo sound sarebbe stato ancora più affilato.
Tutto è più spontaneo e allo stesso tempo ricercato. Le basi di questo
aggiornamento sono da rintracciare nel lungo tour che si è concluso
mentre iniziavano le registrazioni del nuovo disco. Una
basso-chitarra-batteria con Hammond insistente, fills a far prendere
fiato, pause ed accelerazioni. Il messaggio disperato, il mayday, è però
troppo generico ed appare alla fine ingiustificato. È tutto sommato un
gran bel divertimento, col suono che arriva dritto dritto dai Dire
Straits e da un signore di Duluth e con (più di) qualche analogia con
Pentathlon.
Per
le strade di Roma: Tastiere, chitarre strappate, batteria a gonfiare
l’atmosfera e far montare la polvere. Uno sguardo empatico al
passaggio del tempo presente sulla città eterna, tra le strade, sulle
persone. Un quadro sui nuovi ed i vecchi abitanti, sugli odori
appiccicosi del cibo e della città stessa, sui vizi dei nuovi ricchi
(“gente che se la tira”, “ e un certo modo di non sembrare”),
sui giovani con le idee confuse. In un verso De Gregori si autocita, ma
la frase, contestualizzata è polemica, ed i topi non sono animali ( “
e uomini ed animali cambiano zona: lucciole sulla Salaria, zoccole in
Via Frattina”).Ed il futuro passa e non perdona, e gira come un ladro
per le strade di Roma.
Una
bella canzone, che trasferisce in musica le nebbie e le suggestioni,
come il giro in vespa di Nanni Moretti, ma con un pizzico di polemica.
Non è affatto una canzone dolce, né una dichiarazione diretta
d’amore alla propria città ( tipo “Quanto sei bella Roma quanno
piove…”).
È
uno sguardo su molte cose che non vanno, spesso privo di commento, e
sulla invincibile bellezza della capitale, che riesce a fare poesia di
terrazzi e case occupate, che soffre lo smog e la calca e diventa così
ancora più epica, che affianca i semafori alle colonne. È forse la
prima canzone “metropolitana” italiana, che non si rifugia nella
retorica ( e questo ce lo potevamo immaginare) e non cerca cartoline, ma
vede gli angoli umani e sofferti della città. Questo la rende
commovente.
La
musica è azzeccatissima, con uso di distorsioni di chitarra inaudite in
De Gregori, e con un intermezzo di minimoog che mette i brividi. La
melodia è un lungo “ e chiedimi perdono per come sono”, ma se la
cava benone. Unico appunto: nell’ultima strofa la batteria avrebbe
dovuto fermarsi e riprendere nella coda. Avrebbe dilatato i tempi e
acuito la forza dei versi. Ma poco importa. Necessiterebbe un videoclip
ad arte,
L’amore
comunque: Mah. Sembra un eccesso di versi da Cardiologia a cui De
Gregori ha cambiato la musica ed aggiunto un inciso, peraltro contorto e
con accordi minori gratuiti; in altre situazioni del disco è
un’operazione ben riuscita. Qui no. De Gregori cerca azzardate
metafore matematiche, parla di neve di ferragosto, sabbia e vetro ( ma
anche questa l’abbiamo già sentita) e di un amore acerbo che non fa
dormire. Poteva sfruttare meglio proprio questo spunto.
L’arrangiamento
è sciatto, il cantato idem. Poteva salvarsi se la batteria avesse
trascinato la canzone dalla fine dell’inciso. Di certo l’episodio
meno riuscito dell’album.
Tre
stelle: Fresca, vitale e ironica, parla di un albergo di quelli che un
artista frequenta spesso in tour. Un invito ad una donna, che suona
beffardamente come una brochure d’agenzia. Indimenticabile la vista
sulla statale, il giardino profumato, le cameriere belle che puliscono
la stanza, mettono le lenzuola pulite, e già questo basterebbe, e
lasciano caramelle. C’è un che d’amore disperato alla Paolo Conte,
tutta la forza di un testo di De Gregori, bravissimo a non essere
serioso, e spunti melodici e testuali che sembrano arrivare dalle
freschezze giovanili di Viva l’Italia e Titanic. I cori femminili e
l’alzata di tonalità finale trasmettono una allegria da fine disco
alla Trio Melody. Tanto pianoforte, quasi alla Dalla, clarino ( ma
quanti strumenti suona Arianti?) ed un sound beatlesiano riscoperto
forse grazie allo stimato Cremonini. C’è poco da sogghignare o
indignarsi. È un’ottimo pezzo.
Una
volta per fare una canzone ce ne volevano Centocinquanta, di stelle, ora
ne bastano tre. De Gregori ha imparato la parsimonia, in questo ed
altro. Evviva

Due
settimane dopo (Salvo Cascone)
A
me piacciono le dispute che si scatenano subito dopo l'uscita di un
disco di FDG. Nonostante siano più o meno uguali nei loro tratti
salienti, scatenano in me un'avidità che mi riconosco in pochissimi
altri piacevoli trastulli che la vita ci offre.
Di
conseguenza, quindi, leggo con interesse pareri, sentenze,
recensioni,critiche, cronache e tutto ciò che mi può fornire spunti di
rilessione interessanti.
Con
una bella bottiglia di grappa friulana accanto, leggo in continuazione,
leggo leggo e rifletto, rifletto e rileggo....
Fatta
questa indispensabile premessa, mi cimento anch'io nella redazione di
una nota critica a Calypsos prendendo spunto innanzitutto da quello che
penso io ma attingendo, soprattutto, alla vastissima produzione di
parole prodotte in ogni dove nel web a seguito di codesta uscita
discografica.
Dico
subito che questo è un disco, secondo il mio modestissimo parere, fuori
da qualsiasi schematizzazione gli si voglia attribuire. E' un disco
fuori dal tempo, fuori dalla logica di mercato, fuori dalle aspettative
che i più avevano, fuori dalla perfezione tecnologica. E', insomma, un
DISCO FUORI....! Essendo un DISCO FUORI, quindi, è un disco fortemente
degregoriano, con buona pace di chi deve necessariamente andare a
trovare il pelo nell'uovo dell'artista.
Calypsos
non è un disco di IMPATTO. No! Calypsos è una disco di nicchia, un
disco da caminetto, luci basse, liquore forte, partner e rilassamento.
Calypsos è un disco fatto di atmosfere, un disco che crea l'atmosfera.
Calypsos è un disco che deve essere ascoltato, riascoltato e che infine
svela. Calypsos è un disco che io non ho apprezzato subito ma che piano
piano mi sta facendo tornare sui miei passi.
Cos'è
quest'eterna ricerca del CAPOLAVORO?
Anzi
Vi chiedo, cos'è un CAPOLAVORO?
Anche
alla Pausini attribuiscono capolavori!
Felicità
è il capolavoro di Albano, lo sapevate?
Quindi?
Di cosa stiamo parlando?
Ho
letto spesso che Calypsos è un disco poco ispirato, addirittura per
nulla ispirato. Ho letto che Francesco è ormai alla frutta, che è
afflitto da senilità intellettiva, da bulimia "pubblicatoria",
da narcisismo musicale, da conto in banca scoperto. Ho letto di tutto,
insomma. Ma non ho letto mai cose semplici, del tipo; ho ascoltato per
bene Calypsos e non mi piace. Mai.
Le
motivazioni sono sempre esagerate, come potete notare.
Un
artista è innanzitutto un uomo, uno che compie azioni che vanno ad
interagire con altre azioni compiute da altri uomini. Stop. Se ha fatto
una cosa che non gradiamo non c'è bisogno di andare a scomodare chissà
che cosa. Non piace e basta. Punto.
Ritorno
a Calypsos. Tratti salienti.
Amore,
in tutte le sue sfaccettature.
Cori
femminili.
Uso
del basso.
Strumenti
antichi.
Atmosfere
lente ma non cupe.
Qualcuno
ha scritto VINTAGE. Condivido in pieno il senso (non il termine) ed è
quello che secondo me l'artista ha voluto appositamente creare. Noto un
rimpianto per i tempi che furono, il minimoog e le pomiciate sui divani
delle prime discoteche, ricordate? I coretti spensierati delle canzoni
anni '70 ed i the danzanti. Ricordate?
Da
contrapporre alla ACID MUSIC ed al frastuono tecnologico delle
discoteche moderne.
Francesco
ha fatto di nuovo un qualcosa che va al di là della semplice canzone.
Ha lanciato un "messaggio". Sta dicendo a tutti noi di
abbassare i toni, di riflettere, di capire le cose a fondo. Ce lo dice
nella linea della vita di ognuno di noi che così non si può
continuare. Facciamo finta di non conoscerci più, ci dimentichiamo
sempre delle cose più importanti.
Francesco,
ancora una volta, mi ha sorpreso. Si è vero, il disco ha sicuramente
alcune pecche, ma l'idea di fondo che esce fuori da un disco come
Calypsos fa dello stesso uno dei dischi più importanti della sua
produzione.
Non
voglio descrivere le singole canzoni, non mi interessa farlo e credo non
ne sarei nemmeno capace. Altri lo fanno meglio di me. Voglio solo
descrivere le sensazioni che tutte le canzoni che compongono il disco
creano in me. Voglio solo ribadire la grandezza dell'artista e la sua
capacità di pubblicare, in un periodo di urla e pochezza culturale, un
disco che ci dice a tutti quanti di partire da NOI, dall'amore e dalle
cose semplici.
Chi
si aspettava da Francesco invettive contro avversari e sistemi politici,
ha certamente dovuto ricredersi.
Ma
Francesco ha fatto di più.
Ha
detto a tutti noi che la serenità è dentro ognuno di noi. Basta
saperla svelare. Come? Ascoltandola!!
Saluti

In
onda e le altre. Interrogarsi sul perchè della morte. Aspettare
risposte che non arrivano, provare a darle e non riuscirci. Ripenso al
De Gregori de "L'Agnello" che si rivolge a Dio, chiede un
aiuto per poter avere la fede, tristemente consapevole di non
possederla. A catena, questo mi porta a riascoltare i versi di Ti leggo
nel pensiero e cosa ri-trovo? Un uomo che parla ostinatamente con questa
entità che lo trascende -benchè affermi di non credervi- e chiede
aiuto. Tanti dubbi ma niente risposte. E' meravigliosa questa
ostinazione del De Gre, ma soprattutto il modo in cui si è trasformata.
In onda ne è la prova. Un invito ad accettare serenamente la nostra
finitudine, l'imperscrutabilità della morte, ma soprattutto la sua
imprevedibilità. E' un uomo saggio e sereno quello che parla anzi
-canta- meravigliosamente questi versi. E lo fa nella maniera più
struggente che esista.
"..che
si trasforma in colore per la notte che resta.. e il viola diventa rosa
e illumina la tua finestra.." Quale modo più poetico di descrivere
un'alba ?
Ecco
cosa di 'vecchio' e già sentito ho trovato in quest'ultimo lavoro di
Francesco:l'immutata poeticità del suo parlare, l'assenza di banalità
e l'inesauribile profondità dei suoi testi.
Calypsos
non è altro che la Fenomenologia dell'Amore. L'amore che si
personifica, guarda silenziosamente e in disparte i due amanti e... non
fa commenti.
Ora
è la passione che tutto travolge, cui non si può resistere..
"..il desiderio spietato che non si può rifiutare..", ora è
il suo divenire Sentimento "vero", intriso ANCHE d'affetto. La
casa è questo, il dolce racconto della 'costruzione' del nido, fatta
pensando che sarà per sempre, nonostante i momenti 'no' che ogni Storia
prima o poi dovrà conoscere. Rose intrecciate a spine dolorose ne sono
il simbolo.
Non
credo che basti ascoltare e leggere i testi delle canzoni per
comprenderne il significato più recondito.
E'
invece la calda modulazione della sua voce ad imprimere indelebilmente
il SENSO alle sue parole. Parole 'pregnanti' che sempre ritornano.. come
i 'Kani' bianchi (fantasmi del passato ??) ai quali non possiamo
sfuggire.. e che dire allora del bisogno di una Bussola per non
soccombere? Per non farci travolgere dalla vita? E' un invito ad esser
Attori Protagonisti della nostra esistenza. A non subire passivamente
gli eventi, prendendoli di petto.
Non
credo che Francesco abbia avuto 'fretta' di inciderlo (perchè mai
avrebbe dovuto averne??), ritengo che la forma e i suoni di Calypsos
siano voluti dall'autore. Così come l'apparente noncuranza nel
realizzarlo. Non è una novità che il Nostro non ami particolarmente l'
"impacchettamento" di un disco. L'Imperfezione è il segno
dell'opera d'arte. E' DOVEROSO che travalichi le regole, i dettami, le
convenzioni. Calypsos è lo specchio del De Gregori di oggi.
Sereno, saggio e innamorato della vita.
(Michela
– Rimmelclub)
Batto
il tempo, spreco il tempo. La ninfa che
trattenne e intrattenne Ulisse. Così, Calypsos trattiene e intrattiene.
Non sono un’esperta musicale, ma l’ultimo disco di De Gregori questo
fa, a mio avviso. Intrattiene perché non occorre che tutta
l’attenzione sia ad esso rivolta, la musica scorre fluida insieme ai
testi nelle orecchie, diversamente da Pezzi, album pregevole che però
costringe ad ascoltare ogni passaggio, perché il tutto non si può
cogliere se non nel dettaglio – devil is in the details. Le
spennellate, sonore e verbali, di “Gambadilegno a Parigi”, del
“Panorama di Betlemme”, di “Tempo reale”, sono un percorso a
ostacoli, pezzi di mosaico, come già è stato fatto notare. In Calypsos
basta mettere su il disco e lasciare che tutto entri per conto suo,
senza interferire in questa magnifica ‘possessione’.
Ma
una volta avvenuta la possessione, l’opera trattiene, non ti lascia
andare, non si può che riascoltarla. Sarà per la brevità – solo
nove canzoni – sarà per la semplicità, ma l’ultimo suono di “Tre
stelle” ti invoglia a ricominciare daccapo, mentre vorresti passare ad
altro, come la ninfa invogliava Ulisse a rimanere sull’isola mentre
lui sarebbe voluto tornare a casa. È una sorta di sospensione del
nostos orchestrata per rivedere, e risentire: nella sospensione
temporale di un ritorno e nella ripetizione, uno sguardo dal di dentro
ad ogni forma di emozione, una radiografia del sentimento, una scienza o
un discorso del cuore – cardiologia. Cosa si fa quando la mareggiata
è finita? Si raccolgono conchiglie, quelle sputate dal mare e rimaste lì
dopo che si è ritirato. Cosa si fa quando un amore è finito? Se ne
raccolgono le conchiglie da conservare, ché dell’amore non si butta
niente. Cosa si fa su un molo? Si batte il tempo con un piede, si spreca
il tempo, e questa frase non si spiega né si interpreta, è così e
basta, per De Gregori come per chiunque vada su un molo da solo magari
con poca luce. E così si è – semplicemente – in onda, si è e
basta, e il molo e i pensieri e i fantasmi che ci visitano – il nemico
che sorride – sono le emozioni legate a questo essere qui, e ora. Cosa
si fa quando si entra con imbarazzo nella casa di un amato o di
un’amata mentre fuori piove? Si sta attenti a non impacciare, non si
vuole bagnare il tappeto. Cos’è Roma, o la nostra emozione di Roma,
se non i turchi all’Argentina o i gabbiani sulla Magliana? Infìne –
la canzone meno apprezzata dagli stessi fan di De Gregori – cosa ci si
aspetta da un tre stelle, se non le lenzuola di bucato e le caramelle
sul cuscino?
Con
Pezzi, De Gregori ha usato violenza contro ogni mistificazione della
politica e della società: auspicare il ritorno del logos e della
ragione della Grecia antica, la filosofia ateniese, in un tempo di
spartani e sanguinolenti massacri che riducono in ‘pezzi’ e tolgono
valore ad ogni cosa ha una forza enorme, un coraggio frontale non da
Ulisse ma da Ettore, o da Achille. Con Calypsos il discorso musicale
verte sugli interstizi di armonia ancora possibili in un tempo franto,
sull’indugiare ulissesco su Ogigia, sul temporeggiare e, dunque, sul
tempo individuale, dopo quello collettivo di Pezzi, anche se pure quello
visto dall’occhio, unico, del musicista. Eppure de Gregori riesce a
non scrivere confessioni sentimentali rousseauniane quando parla delle
emozioni del tempo individuale; e riesce a non scrivere manifesti
politici quando parla delle emozioni del tempo collettivo, cosicché
l’uno ne esce collettivizzato e l’altro individualizzato, mi si
passino i termini.
Di
più non so dire sulle nove canzoni nuove, posso solo ascoltarle a
ripetizione mentre sono in onda.
P.S.
Mi perdoni Mimmo Rapisarda per questo mio intervento, dopo il suo
splendido "niente, nemmeno un dente".
Cristina
(Rimmelclub) |