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Era
il 1975. Nella sua stanza il mio compagno di scuola, mentre facciamo i
compiti tra un panino con la mortadella, qualche sigaretta fumata di
nascosto e un complicato problema algebrico, mette sul piatto del
famoso stereo Readest Digest un lp con l'etichetta azzurra. Aveva
sul soffitto un lampadario a tre vetri colorati: bianco, blu, rosso.
Lascia acceso solo quello rosso creando una di quelle atmosfere che si
usavano allora nei night club, aumenta i bassi, alza il volume e
poggia delicatamente la puntina sul vinile. Se quel giorno non avessi ascoltato per caso "Pezzi di vetro" questa nave non sarebbe mai esistita. Dal quel momento in poi sono stato "illuminato" da una luce abbagliante che ha stravolto il mio pessimo scibile musicale, limitato all'ascolto di hits estivi suonati nei juke box della spiaggia. Già "stregato", chiesi ad un mio amico barbiere di insegnarmi a suonare la chitarra. La voglia, la curiosità e la bramosia di sapere che da quello strumento poteva uscire qualcosa che desideravo ma che non potevo ottenere mi faceva star male, a tal punto da soffrire nel canticchiare Buonanotte fiorellino tambureggiando soltanto sulla "passiva" tastiera di legno. Io dovevo suonarla! Il mio amico mi insegnò il giro di Do e poi , da solo, imparai tutti gli altri accordi strimpellandoli nel suo Salone con la sua chitarra, con i clienti che dapprima mi imploravano di smettere e poi mi chiedevano di suonare. Poi ne comprai una mia, e la forte volontà che ebbi nell'acquistarla dimostra come un disco o un cantante può trasformare gli interessi di una persona. Pezzi di vetro è stata la chiave che ha aperto qualcosa che avevo nascosta incosapevolmente dentro di me; ha scardinato con forza quella porta chiusa ed entrando nelle altre stanze mi ha fatto accorgere della presenza di altri inaspettati ma graditi ospiti, che non sapevo dimorassero a casa mia. Da quel giorno vivono con me anche tutti gli artisti che ho imparato ad amare grazie al Principe. La mia passione per De Gregori è ormai diventata leggendaria e questo, ormai, lo sa bene anche lui. In rete ho raccontato del Principe fin dagli albori di internet, guadagnandomi i nomignoli che mi hanno appioppato sul campo gli appassionati della casa di Alice: Pioniere degregoriano del web, Capostipite, Sior Capitano, Zio Mimmo, Sellerone, Mimmote ecc. Giaime Pintor, nel 1975, scrisse "De Gregori non è Nobel, è Rimmel". E' il contrario, l'ho gia scritto in passato e lo ribadisco. Credendolo mendace come un trucco, Francesco non si fidò di uno zingaro che gli fece le carte e lo chiamò vincente. Invece mai profezia fu più azzeccata. Mai come quella volta De Gregori sbagliò le sue previsioni, perché quel futuro invadente non l'ha distrutto e stracciato come avrebbe voluto ma l'ha preso per mano convivendoci fin dal primo momento, fin da quando creò un capolavoro come Alice, a soli vent'anni. Ecco perché la sua carriera non è stato un trucco ingannevole ma una meravigliosa realtà, perché tutto quello che ha scritto e prodotto l'ha fatto in buona fede e per amore dell'arte. Ecco perché Francesco è Nobel, e non Rimmel. Ecco perchè gli dico grazie. |

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GLI
ALBORI. - Era l'autunno del 1976 , in città avevano attaccato sui muri
i manifesti con la fotoposter all'interno del disco Rimmel e sotto c’era
la data fissata al Teatro Ambasciatori di Catania (se c’è qualche
attempato catanese che mi legge mi può dire esattamente la data? Quel
concerto lo ricordano ancora tanti miei coetanei). Allora
era abitudine fare due concerti, uno il pomeriggio e l’altro la sera. Io
arrivai con un mio amico nell’intervallo fra i due spettacoli, ma con
un anticipo di due ore! Sull’altezza
di Francesco avevo un’idea sbagliata, lo immaginavo di statura
normale, chissà perchè. Appena entrati nella hall del Teatro vedemmo
una testa sovrastare su una piccola folla di ragazzi al bar del teatro.
Era lui, con un giaccone di panno a scacchi bianconero, che beveva una
Coca Cola offertagli da quei ragazzi. Scherzava, rideva e parlava con
tutti (i fattacci del Palalido non erano ancora avvenuti). Lo vedevo per
la prima volta e non immaginavo che fosse così alto. Facendoci
obliterare i biglietti entrammo nella sala vuota e ci sedemmo
(naturalmente in prima fila). Dopo un po’ sentimmo arrivare sulle
nostre nuche uno spiffero d’aria, il rumore di una porta posteriore
che si apriva e dei passi che attraversavano il corridoio centrale. Uno
spilungone di 24 anni, con la barba e i capelli rossi, ci passò di
fianco guardandoci stupito e chiedendosi cosa facevamo lì a
quell’ora. Quando
arrivò proprio vicino a noi, uno dei componenti del gruppo folk Taberna
Mylaensis (supporters del suo tour) si affacciò sul palco e gli gridò
“Francesco….Alice guarda i gatti….” . Balzando sul palco con uno
stile da “Olio Cuore” gli rispose “… e i gatti se magnano i
topi…” e sparì dietro il tendone. A
quel punto la mia poltrona stava trasformandosi nel sedile dello
Shuttle. Volevo andare lì dietro anch’io, rischiando di farmi mandare
a quel paese; avrei voluto chiedergli tante cose, ma quel mio amico mi
convinse a restare seduto. Subito
dopo entrò in sala una signora, qualcuno fece capolino dal tendone e la
invitò dietro le quinte. La signora salì comodamente le scalette
del palco e restò lì dietro quasi un’ora a vedere tante belle cose,
mentre io mi ero già mangiato le mani, le braccia e il velluto della
poltrona che avevo davanti. Alle
21 il teatro era già pieno e con un pubblico diverso da quello
pomeridiano, più “by night”. Alla fine del breve recital del gruppo
che gli faceva da spalla, nella sala calarono il buio e il silenzio. Un
faro di luce accompagnò l’apertura del tendone rosso ed eccolo lì
Francesco (camicia celeste, jeans e cappellino da notte) che da solo,
con la chitarra imbracciata, canta subito Cercando un
altro Egitto. Stava immobile a gambe unite e non faceva nessun movimento
per paura di allontanare la chitarra dal microfono (allora non c’erano
i radiomicrofoni). Poi parlò della capra della casa di Hilde, cantò
Niente da capire ed altri pezzi che non ricordo e alla fine si fece
accompagnare dalla sua band (Michele Ascolese, Giampaolo Ascolese, Peppe
Caporello e Fabrizio Cecca). Un concerto favoloso! Era il
De Gregori allo stato puro, era quello di Rimmel e della Pecora. Era
quello delle canzoni suonate col fingerpicking. Oggi,
quando parlo con un giovane degregoriano arrivo puntualmente, senza
accorgermene, alla domanda “tu l’hai visto il concerto del ’76
all’Ambasciatori?”. Quando lui mi risponde “ma io non ero ancora
nato nel ‘76” mi rendo conto che in quel momento l’età mi
strattona la manica della mia giacca
per farmi tornare alla realtà. Un saluto. Mimmo Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
SOTTO LE STELLE DI ADRANO AD EMOZIONAR.
De
Gregori è il mio idolo, lo ammiro da tanto tempo e nel mio ambiente,
ormai, la mia passione per lui è diventata leggendaria, al punto da
scatenare una gara, in occasione del mio compleanno, per chi deve
regalarmi il suo ultimo CD. Lo seguo dagli anni Settanta e quindi appartengo alla
prima generazione dei suoi fans. Allora la musica non mi appassionava e
non avevo nessuna preferenza in tal senso ma un giorno, dopo aver
ascoltato (per sbaglio) “Pezzi di vetro”, fui folgorato da una luce
simile a quella che riceve un novizio quando viene chiamato dal Signore
per diventare sacerdote. Da allora tutto mi apparve chiaro e cominciai
quasi una missione: acquistai i dischi precedenti e imparai a suonare la
chitarra da solo, invogliato dal desiderio di ascoltare le sue canzoni
che ho sempre definito delle opere d'arte, paragonabili a un dipinto, a
una scultura o a una poesia. Cominciarono
così le manie: il “ricordino” a calamita sul cruscotto della mia
vecchia ‘500’ con la scritta “Non correre, pensa a noi”, con a
fianco la foto della ragazza e quella di Francesco; i concerti, i
dischi, le musicassette, le videocassette, le riviste, i libri, le sue
ballate cantate e suonate fedelmente con la chitarra imitandone
l’arpeggio “finger picking”. Un
primo incontro ravvicinato lo ebbi nel 1976. Arrivai in teatro con un
mostruoso anticipo di due ore e lui era là, da solo; mi passò vicino e
guardandomi con curiosità avrà pensato: “Che fa costui alle sette se
il concerto inizia alle nove? Mah, sarà uno delle pulizie…”. Esattamente
20 anni dopo, in occasione del concerto che tenne a Catania nel novembre
’96, incontrai alla fine dello spettacolo un mio collega che mi disse
di essere lo zio (a volte il destino ci riserva fantastiche
coincidenze!) di una persona molto vicina a De Gregori. Per discrezione
questo personaggio sarà in seguito citato con lo pseudonimo “Pablo”.
L’indomani
il mio collega venne a salutarmi e dopo avere constatato, attraverso
quello che dicevo, di trovarsi davanti a un caso davvero patologico,
decise di accontentarmi per il prossimo concerto siciliano, tramite suo
nipote e nel limite del possibile. E
fu così che alla fine di luglio 1997 mi disse che De Gregori avrebbe
suonato in Sicilia per una settimana, facendo tappa in un paese della
provincia di Catania: Adrano. Alla vigilia del concerto conobbi il
giovane Pablo il quale mi fissò un appuntamento per l’indomani nella
piazza principale del paese per tentare di realizzare l’incontro. Più
mi parlava del vicinissimo e possibile evento e più mi tremavano le
gambe, quasi al punto da desiderare una sua risposta negativa. 3
agosto 1997. Libero da qualsiasi impegno familiare e autorizzato a fare
tutto ciò che volevo in quel magico “momento tutto mio”,
quella
domenica pomeriggio mi misi in viaggio in direzione di Adrano con
appresso la macchina fotografica. Durante il tragitto pensai a tante
cose, pensavo alla ruota di scorta sgonfia che nel malaugurato caso di
foratura avrebbe mandato alle calende greche quel probabile incontro;
pensavo al mio carattere emotivo e a cosa cavolo dire a De Gregori nel
caso fossi riuscito a conoscerlo. Cominciai così a prepararmi un
discorso di circostanza per non fare brutta figura ma, con tutta la
buona volontà di questo mondo, non mi venne in mente assolutamente
nulla! Guidando
piano (non per la mia persona, ma per evitare burocratici incidenti che
avrebbero pregiudicato tutta la serata) e ascoltando “Prendere e
lasciare” dall’autoradio, anziché scervellarmi alla ricerca di
discorsetti accettabili, stranamente pensavo, come in tanti flash, a
tutte le cose di De Gregori: la vecchia Wolkswagen, le due Renault, la
sua famiglia di bibliotecari (suo padre, suo fratello Ludwig, suo nonno
Luigi), le sue
Appena
arrivai in piazza Pablo mi indicò dove sistemarmi e concordammo che in
caso di difficoltà avrei dovuto presentarmi come suo cugino. Dopo aver
salutato Guglielminetti, il mitico bassista di Francesco, mi appartai di lato e cominciai ad aspettare.
Osservavo come provavano e organizzavano il recital, ero dietro le
quinte di un concerto di De Gregori! Fra una prova di “Atlantide” e
una di “Generale” le forze dell’ordine facevano allontanare tutti,
allora uno dello staff disse ai vigili “Uno, due e tre possono stare,
gli altri non sono nostri” ed io subito “Sono il cugino di Pablo”.
“E quattro, anche lui è con noi”, aggiunse quello. Il sogno stava
cominciando, a poco a poco, a diventare realtà. Il
tempo passava, erano ormai le 20.30 e Francesco non arrivava. Arrivava
la notizia che era intrappolato con la sua Mercedes nel traffico
catanese, in compagnia di Filippo Bruni. Appreso l’inconveniente, la
sua guardia del corpo si mise in sella a una grossa moto e corse a
prenderli. Alle 21.00 Pablo mi fa entrare con lui nel recinto
retrostante il palco, dove c’era una piccola roulotte, e mi avverte di
non allontanarmi dalla postazione conquistata (quelli autorizzati a
stare dentro il recinto erano pochi intimi, la band e il
sottoscritto!!!!) ma, scoraggiato, mi disse pure che era ormai troppo
tardi e che Francesco, appena arrivato, avrebbe cominciato subito il
concerto (peccato, ormai ci stavo credendo!). Alle
21.30, finalmente, i muri attorno si colorano della luce blu delle
pantere della polizia, un faro squarcia l’oscurità delle stradine
circostanti ed ecco arrivare la grossa moto, guidata stavolta da Filippo
Bruni con De Gregori alle sue spalle, abbigliato con un vestito nero,
una maglietta grigia e un paio di scarpe da tennis ormai da gettare via.
Entrati nel recinto, Filippo esclama “Eccolo, ve l’ho portato, è
tutto vostro!”. Francesco, fra gli applausi, si toglie il casco e
ammiccando un sorriso sornione solleva le sue lunghe leve dalla moto e
si infila nella roulotte abbassando la testa, essendo alto quasi due
metri. Al di là del fatto che De Gregori è veramente bello, io quella
sera lo vedevo ancora più bello; intendo dire bello come Re Artù,
Federico Barbarossa, Giuseppe Garibaldi, George Custer o Bufalo Bill,
miti anche loro. Intanto
la porta della roulotte si chiuse ed io, seduto sulla transenna del
recinto e sul mio cuore deluso che mi arrivava alle scarpe, stavo già
pensando di andarmene via e di ritentare una prossima volta. Ma
all’improvviso vidi che Pablo, con la grande prontezza di spirito
tipica dei giovani, si infila nella roulotte e va a chiedere a Francesco
se potevo salutarlo. Dopo
un po’ fece capolino e mi gridò: “Mimmo, vieni!!!”. Saltai giù
dalla transenna con un’agilità che non mi riconoscevo e in due
secondi ero già all’ingresso della piccola roulotte. Stavo per
conoscere Francesco De Gregori! Conoscevo
però anche la mitica riservatezza del “Principe” e ciò mi
preoccupava. Appena giunto all’interno della roulotte, illuminata da
un neon, sentii vagamente la voce di Pablo: “Francesco... ti presento
Mimmo”. Di colpo me lo ritrovai di fronte, con in testa il famoso
cappellino con la “C”, alto e magro, la pelle chiara con qualche
ruga in più, la barba rossiccia e i capelli un po’ lunghi sulle
spalle, quasi come Gesù. Al
contrario di come pensavo, invece, fu con me gentilissimo e molto
cordiale. Mi guardò con i suoi occhi verdi e stringendomi la mano che
non lavai fino all’indomani perché mi piaceva annusarne il profumo
(scherzo, si fa per dire), mi disse: “Ciao, io sono Francesco De
Gregori”. Solo al sentire pronunciare quel nome e cognome da quella
leggenda vivente, a una distanza di soli venti centimetri, sentii una
scarica di adrenalina scendere velocissima in tutto il corpo. Avevo lì
davanti a me l’idolo che avevo sempre amato fin da ragazzo e in quel
momento lo potevo riconoscere, ascoltarlo da vicino. Essendo ancora
impreparato (non avevo studiato!) e incapace di formulare la più
banale, frivola e imbecille battuta, trovai solo la forza di dirgli con
voce tremolante: “Piacere, Mimmo......scusa Francesco, ma sono così
emozionato che direi solo cazzate…… meglio che sto zitto”. Lui, già
abituato a queste situazioni e nonostante provi fastidio nell’essere
considerato un divo, sorrise divertito sotto i baffi e mi disse:
“Tieni, prendi un grappolo, vuoi?”. Accettai un chicco d’uva che
non ricordo bene dove andò a finire, se lo arrotolai tra le dita o lo
mangiai, o mi andò di traverso. Ormai in stato confusionale e veramente
convinto di parlare ad un essere celeste gli dissi: “Francesco, un
regalo più bello non potevo riceverlo per l’onomastico di domani”.
“Auguri,...e gli anni?” domandò lui. “40 anni a settembre”
risposi io. “40 anni? Sembri mj figlio!” ribattè Francesco con
accento romanesco. Dopo
altri discorsi che adesso non ricordo, Pablo chiese se eravamo pronti
per una foto ricordo (si possono immaginare le attuali dimensioni di
quella foto). Gli consegnai la macchina fotografica e quando con
Francesco mi voltai verso di lui avvertii un peso nuovo su di me: un
braccio che ha suonato famosissimi accordi avvolgeva la mia spalla
poggiandole sopra la sua enorme mano! Un contatto che mi fece andare
definitivamente in tilt. Poco
dopo Filippo Bruni entrò nella roulotte per comunicargli qualcosa,
trascinandosi dietro l’eco del numeroso pubblico che Prima
di salutarlo, però, mi ricordai una cosa del suo passato: quando
Francesco De Gregori era ancora poco conosciuto, al momento della
separazione artistica dal suo amico-fratello Giorgio Lo Cascio, dedicò
a questi una canzone che diceva: “E io vado a cantare per il Re,
mentre tu canterai per la tua donna, e per l’alba, il vino e le altre
cose che abbiamo amato insieme tempo fa. E io vado a cantare per il Re,
mentre tu canterai per la tua donna, ma mentre il Re ascolterà senza
capire, a gocce il mio veleno assorbirà”. Un paio di anni dopo fu
invitato alla discoteca modenese “Il Picchio Rosso”. Quel giorno il
suo “compagno di viaggio” Lo Cascio, accompagnandolo, lo avvertì
che quei ragazzi erano abituati a ballare con ben altra musica e mai
avrebbero capito le sue canzoni. Durante l’esibizione, invece, dovette
ricredersi: quei ragazzi, anche se amavano ballare con la musica dei
Pooh, del Guardiano del Faro e di Carlos Santana, ascoltavano incantati,
sospesi a mezz’aria sulla pista da ballo, quella di Francesco. A quel
punto Lo Cascio cominciò a rendersi conto che nel corpo dell’ignaro
Re (il pubblico) stavano cominciando a circolare, a piccole dosi, le
gocce di veleno che Francesco, come aveva previsto nella canzone,
iniettava. Il seguito della storia è noto a tutti. Dunque,
prima di uscire e indicando con la mano il pubblico che aspettava fuori,
gli dissi: “Francesco, il corpo del Re, adesso, è completamente
intriso delle gocce del tuo veleno”. Pablo, ridendo, disse:
“Francesco, sta cosa qui non l’ho capita nemmeno io....”. De
Gregori, voltandosi verso di me, facendo mente locale mi guardò
sorpreso come per dire “o è il caldo o è diventato matto”; poi io
continuai “….Lo Cascio”. Masticando ancora dell’uva, annuì ed
approvò la cosa alzando verso di me l’indice della sua mano come a
confermare “ah già, ….vero”. Alla
fine io e il “fantastico” Pablo, felici per la riuscita
dell’incontro e consacrandoci per sempre “cugini di sangue”, ci
salutammo. Ascoltai un po' il concerto e alla fine tornai a casa
distrutto, ma felice come un fan scatenato di quindici anni che ritorna
soddisfatto da un concerto degli U2. Un giorno difficile da dimenticare.
Adesso,
dopo aver letto questo breve reportage, si potrà pensare: “Ma
possibile che a 40 anni si comporti ancora come un ragazzino
fanatico?” Io penso, invece, che è una cosa bellissima, perché è
giusto che in ognuno di noi, in questo mondo senza più ideali, anche a
40 anni rimanga un po’ di quel bambino che abbiamo lasciato tanti anni
fa nella nostra infanzia (compresi miti e passioni che possono essere
cantanti, collezioni, poeti, hobby, ecc.) e che ci illudiamo di
nascondere dietro i nostri ombrosi problemi quotidiani della nostra età
adulta. Quel pizzico di infantile euforia (o quel diavoletto, quel
folletto...) come quella balzata fuori in questa o in tutte le occasioni
goliardiche di ogni uomo, aiuta certamente a rimanere giovani, a
divenire adulti di 20 anni anzichè ragazzi di 60 anni; basta avere il
coraggio di evocare quello spiritello e si blocca la propria anima
all’età della giovinezza. Diciamo che tutto questo fa bene alla
salute. Quel
bambino, come per incanto, assumerà le sembianze di un austero
funzionario statale ritornando in me ogni qualvolta De Gregori sarà
nelle vicinanze della mia città, ma d’ora in poi lo ascolterà con
tranquillità (sempre in prima fila però), senza ansie, senza quelle
tentazioni di fare la posta davanti ai teatri. E quando vedrà affiggere
i prossimi manifesti sui muri, il Peter Pan che in futuro si impossesserà
del mio cuore non sarà più assalito da antiche frenesie, perché ha
finalmente raggiunto la sua “Isola che non c’è”: è stato, anche
soltanto per cinque minuti, un amico di Francesco De Gregori. Mimmo Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FREEWEB.ORG/MUSICA/DEGREGORI DI ANTONIO CALVANI)
IN
TOUR CON MANNOIA, DANIELE E RON. Andare
a Taormina di sabato sera è già un problema; andare poi a vedere un
concerto nel suo Teatro Greco in questi giorni della settimana diventa
un’impresa ardua. Anche
partendo con largo anticipo da Catania il casello della nota località
produceva una coda di tre chilometri e le auto in uscita dal casello
erano già in salita pellegrina in direzione del grande parcheggio,
peraltro già pieno, come comunicatoci via cellulare. E’
già tardi. Insieme a moglie e amici prendiamo una geniale decisione:
all’uscita dal casello scendiamo a Giardini Naxos e saliamo a Taormina
con la funivia, nonostante il sottoscritto soffra di vertigini
(Francesco, anche questo per te). E’ stato l’unico modo per arrivare
in tempo al concerto. A quel punto altri possibili stratagemmi erano il
possesso di un elicottero, il dono divino di saper volare, la residenza
a Taormina o …. chiamarsi Berlusconi. Entro
e mi accomodo al mio posto (naturalmente Poltronissima). Il Teatro alle
21.30 è già stracolmo. Una marea umana faceva da collana a quel
diamante che è il teatro antico, con il suo palco circondato da resti
di colonne doriche e con le quinte squarciate al centro dello stesso in
modo da spalancare in platea un panorama notturno mozzafiato. Uno
spettacolo nello spettacolo. Al centro di quel diamante stavano per
essere incastonati quattro smeraldi: De Gregori, Daniele, Ron e Mannoia.
Un collier unico al mondo. Allle
21.45, eccoli arrivare finalmente: La Roscia, il Lungo, il Corto e il
Pacioccone. Daniele, Ron e Fiorella salutano il pubblico.. poi a seguire, come lo chiamano i suoi colleghi,
arriva il Generale. Con un cenno della mano che vuol dire “salve a tutti”
entra in scena con una bandana rossa in testa (stile Dylan a Woodstock)
da farlo sembrare un pirata appena sbarcato sulle coste joniche. Anzi,
per via della sua barba rosso-scozzese: il pirata “Francis Mc Gregor
alla conquista della Trinacria”. Cominciano
subito insieme con “Una città per cantare”, “Quando”,
“Alice”, “I treni a vapore” dove Ciccio saluta a modo
suo il popolo siciliano modificando la strofa “delle città importanti
mi ricordo Milano” con “delle città importanti mi ricordo Maalaanu”
con un tipico accento siculo. Risata generale. Dopo
l’inizio insieme si è andati avanti senza Francesco con Pino Daniele
che diceva “approffittiamo per fare questo pezzo, ora che il Generale
e il suo sigaro non ci sono” e poi, senza sosta, con quattro piccoli
concerti personali integrati da fugaci interventi di ogni artista con le
rispettive band (quella di Ciccio era al gran completo, compreso Lucio
Bardi) che suonavano a turno o tutti insieme per Pino, per Fiorella o
per Ron. Era strano vedere Guglielminetti suonare il basso e cantare
“Sei volata via” o Piero Fabrizi suonare la Telecaster di
Ciccio. Insomma, grande armonia e collaborazione delle band per ottenere
un ottimo risultato finale. Pino
Daniele indossava pantaloni e maglietta blu sulla quale mancava solo la
scritta Texaco. Per via dei capelli bianchi, della sua mole, dei baffi e
della sua carnagione ha ormai assunto l’aspetto di un attempato
meccanico messicano di stanza in una stazione di servizio sulla Route
66, nei pressi dell’Arizona. Quando suonava quella sua strana chitarra
sembrava stesse valutando con perizia la sorte della testata di una
vecchia Ford Mustang ormai da rottamare nel deserto del New Mexico.
Comunque grande Pino! con le sue “Sara”, “Napule” cantata con
Ciccio, “Je so pazzo” ed altre di cui non conosco il titolo ha
mandato in estasi la sua fetta di pubblico. E’
il turno di Fiorella (vista da vicino è veramente una bella donna
irlandese, degna della canzone scrittale da Bubola). Canta, sorride e si
muove con disinvoltura agitando la chioma rossa che ogni tanto
svolazzava sugli occhi verdi che guardavano sempre in alto, fino
all’ultima fila. Durante “Quello che le donne non dicono”,
“L’amore con l’amore si paga”, “Non sono un cantautore”,
“O che sarà”, “Il cielo d’Irlanda”, “Sally” è
perfettamente accompagnata da Fabrizi e stuzzicata da fugaci interventi
del Pirata Barbarossa che gioca a fare il galante con lei: il baciamano,
l’offerta della rosa rossa, l’abbraccio dopo “La storia”. Devo
dire che secondo le precedenti recensioni che ho letto in rete ho capito
che la scaletta del concerto è quasi sempre la stessa, così come le
battute di spirito e questi atteggiamenti “spontanei”. Quindi i
quattro, come attori consumati, recitano ogni sera la stessa parte di un
copione già scritto, con un ruolo ben definito per ciascuno di loro. E’
la volta di Ron, secondo me il vero leader del gruppo per la sua abilità
nel trascinare virtualmente il pubblico sul palco: incita, invita a
cantare i ritornelli delle sue canzoni e si muove con una gestualità
teatrale che coinvolge tutti gli astanti. E’ stato l’unico a far da
portavoce del gruppo spiegando le ragioni che li hanno spinti alla
realizzazione di questo tour, sottolineando che un esperimento del
genere lo proietta anche davanti a un pubblico non suo che deve, per
forza di cose, sentire e conoscere anche le sue canzoni.
Ora
sicuramente vorrete sapere di Ciccio. Diciamo che è sempre lo stesso.
Da un po’ di tempo si diverte con pezzi roccheggianti come Sangue su
sangue e la nuova Niente da capire, suonando la chitarra a gambe unite e
con una tracolla che gli arriva troppo in basso, facendolo appena
curvare come un elegante fenicottero. Poi credo che quasi quasi ci provi
gusto a stravolgere le sue canzoni spiazzando anche la band, perché
entra improvvisamente con la voce quando non è l’ora. Sa
che la gente vuole i classici. E via con Pablo, Generale, Rimmel e
Buonanotte fiorellino cantata dando uno sguardo alla platea ed uno a un
barrè metallico che non voleva saperne di collocarsi nel capotasto
della sua chitarra. Comunque è sempre un grande. Vedrei un suo concerto
anche se cantasse le canzoni dello Zecchino d’Oro. Alla
fine i bis finali (anche questi come da copione): “Je so pazzo” e
“Viva l’Italia”. Ma durante l’ultimo bis, Bufalo Bill cantata in
quattro, era veramente bello vederli cantare e suonare tutti insieme
davanti a quel mare di mani che si agitavano, sotto stelle cadenti che
si curvavano nel blu della notte per finire la loro corsa proprio su
altre quattro stelle che brillavano in questa speciale notte di San
Lorenzo. Il
concerto è finito alle 0.45. Siamo tutti soddisfatti. Questo tour
resterà nella storia e un giorno in molti potremo dire “io
c’ero”. All’uscita
dal teatro, senza dirlo a nessuno, vengo preso dalla voglia di andare a
salutare Francesco, consapevole di dover affrontare il servizio
d’ordine ma poi faccio rientrare i miei propositi pensando che mia
moglie, stavolta, avrebbe preso in seria considerazione la richiesta di
divorzio. Povera donna… ormai rassegnata ad
essere il mio grande amore….dopo Francesco De Gregori. Mimmo Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
CONCERTO
IN UN POSTO SCOMODO - In
attesa del prossimo concerto a Catania vi voglio raccontare cosa mi è capitato l’anno scorso in occasione dell’ultima
volta che De Gregori è stato da noi, il 12 agosto del 2001. Il
suo recital era inserito nella rassegna “Le ciminiere e le stelle”,
chiamata così perché svolta nell’anfiteatro dell’Ente Fiera, un
grande spazio espositivo ricavato dall’antica raffineria catanese. La
zona ora è moderna, le ciminiere le hanno però lasciate per
abbellimento, ma quell’anfiteatro è tuttora un orribile posto per
concerti di questa portata, sia per la limitata capienza (appena mille
posti) sia per la pessima disposizione delle due tribunette e la prova
del nove è stata proprio il concerto di Francesco. Allettati dal costo del
biglietto di appena 10.000 lire i catanesi hanno fatto subito
scorpaciate di biglietti quindi il luogo risultò insufficiente.
Di conseguenza la vigilia del concerto diventò un inferno, un vero
tormentone dell’estate, con tante critiche pubblicate a mezzo stampa,
fra le quali una mia che finiva così: “Mai come quest’anno i
giovani catanesi hanno apprezzato la rassegna “Le Ciminiere e le
stelle”. Proprio nella notte di San Lorenzo, seduti alle quattro del
mattino sul freddo marciapiede antistante la biglietteria, col naso
all’insù scrutando il cielo fra le vecchie ciminiere di Viale Africa,
hanno aspettato pazientemente una stella cadente che potesse realizzare
il loro desiderio: la conquista del tanto agognato biglietto al primo
raggio di sole del nuovo giorno.” Il
12 agosto, siccome non c’erano posti prenotati, mi sono presentato
all’ingresso alle
18 (3 ore prima!!!). Mi sono seduto sui gradini con alcuni ragazzi più
pazzi di me, attrezzatissimi ed abituati a bivaccare davanti agli
ingressi dei teatri per conquistare le prime file. Per loro tutto questo
faceva parte del gioco, era quasi un piacere che li faceva divertire;
avevano di tutto: cuscini, tè ghiacciato, fumo, carte da gioco, libri,
panini, brioches, patatine, noccioline e….(chissà perché) tappi per
le orecchie. Alle
19 ci siamo alzati e siamo stati due ore in piedi, in attesa che
aprissero i cancelli. Nel frattempo quei ragazzi, con cellulare alla
mano, riuscivano ad organizzare una vacanza in campeggio per venti
persone in meno di dieci minuti! Beata gioventù! Davanti
ai cancelli altri giovani facevano un gran casino per ognuno che
vedevano passare davanti alla loro pole-position. Fra gli altri, passano
anche due signori: uno magro, pallido in viso e l’altro più robusto,
stempiato, con gli occhiali scuri e accompagnato da una donna. Allora,
dalla testa di un pitone prevenuto e inviperito, partiva di tutto:
“Vergogna! Noi siamo qui da due ore e avete anche la sfacciataggine di
far sfilare i raccomandati”, “Chi sono adesso questi due?, “Dov’è
il servizio d’ordine?”, “Va bè che quello è cieco, ma noi poi
dove ci sediamo?”. Si
sono calmati quando ho detto loro che quei due erano erano Gregg Cohen e
Toto Torquati! E che se non passavano il concerto non
poteva cominciare!!! Comunque,
appena entrato (con repentini movimenti degni di “Giochi senza
frontiere”) ho conquistato una sedia della seconda fila. Prima
dell’inizio intravedo la signora Chicca Gobbi che parlava con due
signori del pubblico. Al centro del palco ancora con le luci spente,
mentre dava le ultime disposizioni prima dell’inizio, c’era Filippo
Bruni. Sempre più ossigenato e sempre più somigliante a Mario Merola.
Canzone
per l’estate (uguale al disco) Dopo
i soliti “Fuori!”, eccolo di nuovo per i bis. I fans si radunano in
piedi a due metri da lui, su sua mimica richiesta fatta con un cenno con
la mano: Generale
(da solo con la chitarra) Battere
e levare (suonata in rap e finale con armonica). Fine. Troppo
rumore, troppa batteria e certe volte non si distingueva nemmeno la voce
fra i suoni degli strumenti. Invece la voce di Francesco, come il vino,
più invecchia e più diventa calda e tonante. Dopo tre giorni di ricovero ospedaliero con una terapia a base di flebo, al momento delle dimissioni il medico mi chiese se stavo meglio. Gli risposi di sì aggiungendo che l’unico aspetto negativo era quello di perdere per sempre, da lì a poco, quel naturale LA maggiore incorporato nel mio orecchio sinistro che mi avrebbe consentito di accordare la mia chitarra. Il medico, senza capire la battuta di spirito, mi guardò perplesso e si tuffò immediatamente nella mia cartella clinica controllando se per caso avevano dimenticato di precrivermi una visita alla Neuro. Oh…però a casa il controllo l’ho fatto davvero: era,
invece, un MI maggiore (cantino) molto tenue. Mimmo Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
BATTICUORE
NEL POMERIGGIO - Davvero
brillanti le recensioni tecniche del webmaster Daniele di Grazia e quella di Salvo
da Ragusa. E ora di che parlo, degli stivaletti di Guglielminetti?
Andiamo a incominciare con la cronaca delle emozioni. Attendere
Francesco ti attanaglia quasi sempre le gambe perché la sua presenza
suscita sempre una certa trepidazione ma alle 18 di ieri ci ha
attanagliato le gambe anche un’altra cosa: un “movimento
ondulatorio” che dopo ti fa sentire come quando scendi dalle montagne
russe. Ma noi attendiamo lo stesso, anche con la testa svuotata. Dunque,
quante volte avete sentito in televisione o alla radio un personaggio,
anche famoso, che prima di cominciare a parlare col Principe dice di
essere emozionato perchè se lo vede davanti? E’ vero. Il
momento atteso arriva. Alle 18.30 vediamo arrivare il Maestro che, con
portamento regale e con un passo alla “Corto Maltese”, si avvicina
verso di noi e si accinge ad andare in auto con Filippo Bruni. Ha un
nuovo look: barba accorciata, capelli con un nuovo taglio più corto e
una forma davvero smagliante. Con
coraggio gli vado incontro, mi presento, lo saluto e gli chiedo come
sta. Lui, stringendomi la mano, mi saluta sorpreso e mi dice “Mimmo!
…Ciao, come stai?”. Cambiando subito il suo itinerario (e dopo aver
tranquillizzato Bruni) ci invita a prendere qualcosa al bar. Devo dire
che, da buon mastino, Filippo sa fare bene il suo mestiere perché poi
ci ha confessato di essersi già accorto di noi prima dell’incontro.
Caffè per noi e un bicchiere d’acqua per Ciccio. “L’avete
sentita la scossa?”. E qui comincia il colloquio con Francesco,
abilissimo nel metterci subito a nostro agio. Abbiamo parlato della
limpidezza e della discrezione del nostro sito, della decadenza del
vecchio forum della Sony e di Fascio, dei prossimi CD con Giovanna
Marini e con i Superquattro, di Otello Diotaiuti, del mio racconto con
lui ad Adrano, del viaggio Coast to Coast proposto dal sottoscritto nel
forum, di quanto mi volete bene e di tante altre cose. Un consiglio per
tutti: se lo incontrate non gli rompete le palle con domande tipo “che
significa quella canzone?”, “a chi era dedicata?”, “la tua
produzione musicale in quale contesto politico si colloca?”, “che
relazione c’era fra le tue canzoni e l’Italia degli anni di
piombo?”, oppure l’inevitabile “ma chi era veramente Pablo?”!!! Smettiamola.
Non lo fate scervellare a scovare chissà quale risposta per
accontentare colui che vuole fare la bella figura da intellettuale
formulandogli domande alla Marzullo. Fatelo divertire invece, fatello
rilassare, fatelo ridere. Penso che quando è con un suo ammiratore
preferisca di più parlare di un vecchio film di Totò che di altre
rotture di scatole. Si
è divertito quando gli ho ricordato del concerto del ’76 a Catania,
quello riportato nel forum, quello di “Alice guarda i gatti e i gatti
che se magnano i topi”. Anzi, mi ha corretto precisando che quel
concerto doveva essere del 1975 e non del 1976. (ma era del76) Dopo
aver autografato la cartolina del sito ha inviato un saluto, tramite
noi, a tutti i forumisti del Rimmel Club aggiungendo di essere contento
che i suoi ammiratori dimostrino tanto affetto nei suoi confronti. Poi
abbiamo parlato delle sue chitarre. E quando due suonatori di chitarra
parlano di chitarre è come se parlassero di belle donne, di curve
flessuose, di fedeltà negli anni, di corde che sembrano capelli neri,
dell’importanza del tocco quando le fai vibrare, ecc.. Alla fine ho
vuotato il sacco spifferandogli i nomi delle sue amanti: Poi,
sorridendo: “Eh..Mimmo… ma una l’hai dimenticata: stasera suono
con la Taylor!” Poi
usciamo fuori tutti e quattro. Parliamo ancora con lui e quando stavo
per dirgli “Francesco, svegliami” arriva Filippo Bruni con l’auto.
Ci accorgiamo che Francesco, invece, si attarda; forse vuole continuare
a stare con noi, quasi dispiaciuto per non averci incontrati prima.
Comunque li salutiamo e voltiamo loro le spalle, già pienamente
appagati. All’improvviso
sentiamo una voce: “Dai, venite al soundcheck. Fate strada voi?”
Con Daniele ci guardiamo negli occhi come due rincoglioniti.
Un’occasione da non perdere, quando ricapiterà mai? Dando
disposizioni a Bruni, ci dà appuntamento all’ingresso del Teatro. Fra
la polvere nera che si sollevava per le strade di Catania perdo di vista
l’auto di Daniele. In prossimità del teatro, per fare in fretta,
compio in dieci minuti tutte le infrazioni del codice stradale
occorrenti per conquistare il ritiro della patente. Daniele arriva prima
di me ed entra trionfalmente in teatro abbracciato da Francesco mentre io arrivo subito dopo.
All’ingresso non mi fanno entrare e così, forte di
un’autorizzazione principesca, faccio chiamare Bruni. Ora ditemi voi,
chi è quel fan di De Gregori che trovandosi faccia a faccia con
l’Orco cattivo Filippo viene invitato ed accompagnato da questi in
sala durante le prove? Entro
nel grande teatro buio e vuoto. Soltanto il palco è illuminato dalle
luci e dalla figura longilinea di Francesco che suona con la band. Mi
avvicino, arrivo in prima fila accanto a Daniele che era già lì in
semicoma e appena mi siedo accanto vedo che, mentre canta la Casa di Hilde, il
Generale si accorge di me e mi fa un cenno col saluto militare! Il
Generale che saluta il soldato! Senza parole!!! Con
Daniele, felicissimi di essere entrati nelle
stanze di un indimenticabile pomeriggio, guardavamo dietro di noi tutte
le poltrone rosse vuote e ci sembrava di sognare. Ascoltando le canzoni
i nostri discorsi erano soltanto “dammelo tu… no, dammelo tu…”
(che cosa? il pizzicotto per svegliarci a vicenda!). Ha provato:
L'abbigliamento di un fuochista, Baci da Pompei, Signor Hood, I muscoli
del capitano, Caldo e scuro, Cercando un altro Egitto, Bufalo Bill, La
casa di Hilde. Ricordate
di quanto ho scritto che 26 anni fa mi ero mangiato il velluto della
poltrona che avevo davanti per l’occasione perduta? Ebbene, ieri sera
quella poltrona non c’era più, anzi non c‘era proprio niente, solo
un palco a un metro di distanza e una leggenda vivente che sembrava
cantasse solo per noi. Le persone normali tutto questo non lo potranno
capire mai, ma proponete una cosa del genere a un degregoriano e poi
vedete cosa succede. Alla
fine delle prove ci risaluta e andiamo a staccare i nostri biglietti.
Dopo, in sala, ci conosciamo per la prima volta con i simpatici
forumisti Mauro, Francesco e lo storico Salvo da Ragusa del forum Sony.
E’ stato bello ritrovarci lì, con mogli e fidanzate che alzavano gli
occhi al cielo sospirando, coscienti di vivere accanto ad eterni
bambinoni che non hanno ancora deciso di crescere (e meno male!!). Il
concerto è già stato descritto in modo magistrale da Salvo. Questa la scaletta (in ordine alfabetico): Alice, Battere e
levare, Bufalo Bill, Buonanotte fiorellino, Caldo e scuro, Cercando un
altro Egitto, Chi ruba nei supermercati?, Compagni di viaggio,
Condannato a morte, Dr. Dobermann, Generale, Il bandito e il campione, I
muscoli del capitano, I shall be release di Dylan con testo suo, La casa
di Hilde, La donna cannone, L’attentato a Togliatti, Niente da capire,
Pentatlon, Pezzi di vetro, Rimmel, Signor Hood, Viva l'Italia. Stupenda
la versione della Donna cannone fatta da solo con la chitarra e sempre
coinvolgenti “Chi ruba nei supermercati?” e “Cercando un altro
Egitto”. Via via tutte le altre. Ora
vi voglio dire (no, mio padre non è un guardiano di mucche) che da ieri
in me è cambiato qualcosa e sono certo che Francesco, se mi legge,
condividerà. Sì, lo avevo visto cinque anni fa, ma continuavo ad
immaginarlo sempre come un mito. Rivedendolo ieri, questo mito è caduto
(ma come, Mimmo, che dici?) ma non in senso negativo per una delusione
ma in senso positivo per una conquistata familiarità col personaggio
che ho ammirato da sempre. Quando stavolta ho parlato a lungo con lui e
al bar mi ha chiesto “che prendi, Mimmo?” detto come te lo dice ogni
mattina il tuo collega d’ufficio, mi sono accorto che l’emozione in
me cominciava stranamente a svanire per lasciare il posto alla
consapevolezza di trovarmi davanti ad una persona normale, fatta di
carne ed ossa e non di spirito; il sapere di essere stato riconosciuto
da lui (perché anche lui, come tutti gli uomini, è curioso) ha
stravolto tutti quei miei convincimenti sulla sua presunta superbia e
scontrosità, peraltro costruita dalla stampa; il sentirmi quasi
invitare ad entrare con lui in auto per andare al Teatro ha fatto
crollare nella mia mente tutte le immagini fatte di fotografie, di carta
stampata, di recensioni, di chicche, di libri, di riviste. Chi
ha letto il mio racconto sul vecchio sito di Calvani sa che concludo
dicendo di aver raggiunto la mia “Isola che non c’è” perché ero
stato, anche soltanto per cinque minuti, un amico di Francesco De
Gregori. Sapendo che ieri sera quei cinque minuti erano aumentati di
parecchio, tornando a casa ho guardato tutti i miei “altarini” su
Francesco ed ho pensato “ma si possono mai costruire degli altarini
dedicati a un amico?” e stavo quasi per toglierli di mezzo. C’è
da crederci? Tanto, ormai, non mi crederà più nessuno. Specialmente
voi. Mimmo
Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
DE
GREGORI DAY Il
2 agosto il tempo è canaglia. Nel pomeriggio un temporale rischia di
rovinare tutto. Ma possibile che dopo due mesi di Tropico mi sono dovuto
ridurre a guardare le previsioni del tempo, in piena estate? Quando
venni a conoscenza della data mi sentivo già in una roccaforte, era una
data che mi metteva al sicuro da qualsiasi capriccio del meteo estivo, e
invece…. La quiete dopo la tempesta. Mi chiama Daniele e dopo un rocambolesco appuntamento mi scaravento lì, accanto al mio idolo, salutandolo con baci e abbracci. Ancora adesso e nonostante mi conosca già, quando me lo vedo davanti vengo bloccato dall’emozione e mi comporto con lui come un fan di Baglioni. Sarà la sua altezza, il carisma, la sua acutezza, ma in queste occasioni non mi preparo mai i compiti a casa e rischio, come al solito, di dire stupidaggini e cazzate che mi fanno apparire per quello che non sono. Dopo i saluti
gli ho detto “Francesco, qui mi ci vuole un tranquilante” e lui,
ridendo sottovoce alle mie orecchie: “Vaffanculo… ormai siamo amici, no?” facendomi
intendere di trattarlo non come un mito ma come il chitarrista che
dialoga col capobanda, facendomi capire che lui (una volta per tutte!)
è un “ragazzo” come me! Ma
che ci posso fare? E’ più forte di me. Ma stavolta lui c’è
riuscito, stavolta mi sono tranquillizzato ed ho parlato con lui in
maniera diversa, è stato come se lo conoscessi da tempo, come averci
fatto l’asilo assieme. Abbiamo
parlato del sito e ci ha detto che gli piace perché è carico
d’affetto nei suoi confronti, che finora ha trovato delle persone
squisite ed educate ricordando, fra le altre, la dolce Pippina. Quando
gli ho parlato di Adriano, la nostra mascotte, aggiungendo che a 4 anni
canta dalla mattina alla sera le sue canzoni, mi ha detto “Poveretto,
lo state già a rovinà!”.
Francesco
prova, prova, prova. Alla fine consegna la sua Taylor e ……. che fa?
Si avvicina a noi scambiando qualche parola e salutandoci ancora una
volta. Questa non me l’aspettavo! E’ stato un gesto di estrema
signorilità e gentilezza, una forma di riguardo straordinaria; ma non
per il Rimmel Club (che poi, in fondo, anche se ormai riconosciuto
dall’artista, è pur sempre un sito multimediale di suoi ammiratori)
ma per la gente in generale. Francesco ha un profondo rispetto per la
gente ed io sono rimasto molto colpito da questo nobile atto, fatto con
stile e immensa educazione. Il grande De Gregori, quello che ha scritto
Alice, Rimmel, La donna cannone, finisce le prove e prima di andare in
camerino non si dimentica di salutare tre suoi fans. Anche se più
conosciuti degli altri, ma sempre semplici fans. Ormai da tempo, quando
leggo qualcosa sulla sua presunta scontrosità volto sempre pagina, non
ci credo più. In vita mia ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte
ed ogni volta è stato con me di una cordialità indescrivibile. Da lui
ti devi aspettare le cose più semplici della vita, perché è questo
che vuole. Lo puoi incontrare mentre scherza con i vecchietti seduti
sulle panchine, mentre allaccia le scarpe a un bambino o mentre bacia le
mani al suo batterista dopo i bis. E’ un uomo di grande generosità ed
umiltà, doti che nasconde sotto quell’alone di timidezza che lo fa
sembrare superbo. La sua grandezza d’animo non la conoscono in molti:
sarebbe capace di approntarsi a trovare qualsiasi escamotage pur di
aiutare gli amici in difficoltà. De
Gregori, anche se ancora qualcuno si ostini a pensarla diversamente, è
una persona per bene, è una brava persona, un signore! Lo dico sinceramente, senza
alcuna forma di ruffianeria. E stavolta non lo dico da fan, ma da semplice uomo della strada. L’anfiteatro
si riempie. Conosco finalmente Elena. Una donna meravigliosa, esplosiva,
intelligentissima, raggiante, solare, mediterranea. E’ una donna che
da poche parole è in grado di analizzare qualsiasi cosa; quando ti
ascolta è come se leggesse un libro tutto d’un fiato e in pochi
minuti ti dice la fine, se il libro è da buttare o no (nonostante le
difficoltà della lingua). Leghiamo subito nelle nostre discussioni, ci
sediamo in prima fila e ci godiamo il concerto. La
scaletta è quasi simile a quella di Vittoria ma rispetto a Vittoria
quello di Zafferana è stato un concerto più teatrale, più silenzioso,
col solito spettatore che chiede a Francesco di parlare e di fare
discorsi. “Ahooo! (come diciamo a Roma), basta con questa storia dei
discorsi, i discorsi li faccio già nelle mie canzoni!” è stata
l’unica cosa che ha detto. (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
LA
WOODSTOCK DEGREGORIANA - L’indomani,
3 agosto, conosco il giovane e tenero Frank, un ragazzo dotato di una
memoria degregoriana impressionante. Sarebbe capace di ricordarsi la
scaletta di qualsiasi concerto….. dimenticavo: è anche un ghiro da
competizione! Il tempo di fare gli auguri a Zia Pippy da casa mia e poi
via in partenza per Vittoria: il sottoscritto, Daniele, Elena e Frank
(quattro pazzi per strada!). Era pure la prima volta che andavo in
trasferta. Vi
rivelo una cosa. Desideravo da tempo farmi due ore di macchina
ascoltando ad alto volume le canzoni del Ciccio senza che nessuno
potesse dirmi “adesso cambia disco”. Desiderio esaudito: avevo a
bordo dei degregoriani DOC e questo non potevano mai chiedermelo. Due ore
“on the road” con un CD pieno di canzoni di Ciccio fra le colline
ragusane, le nuvole minacciose che ci scrutavano dall’alto come
aquile, bivi stradali saltati per la distrazione e un paio di infrazioni
tali da farmi retrocedere nella serie C dei patentati. A
Marina di Ragusa arriviamo a casa di Salvo dove finalmente conosco
Marcello. Marcello è una giornata di agosto nel mese di novembre, una
Dyane 2 cavalli in una concessionaria di auto di lusso, un girasole in
un campo di crisantemi, un piattone di patatine fritte in un menù
vegetariano, la luce dopo un black-out, un film di Alberto Sordi in una
rassegna impegnata. E’ una forza della natura. E spero che quel
bambino che c’è in lui (e anche in me) continui ad esistere, perché
è la valvola di sfogo che serve a non farci morire. Dopo
la passeggiata a Marina di Ragusa ci avviamo a Vittoria, agli spazi
Emaia. Lì incontriamo Alessandro, Roswhita, Giovanni Puma, Luca e tanti
altri. Appena
inizia il concerto sventoliamo l’ormai famoso striscione e Ciccio,
appena lo vede, fra le sue risate e quelle di Giovenchi, ci fa un cenno
di saluto con la mano. Le ultime foto, gli ultimi saluti e poi un salto a Ragusa, dove Salvo e la sua Tiziana hanno fatto gli onori di casa in modo eccezionale portandoci a cena in un caratteristico localino ragusano. A fine pasto (e a fine schitarrata) i saluti e la corsa di ritorno a Catania. Nel
viaggio di ritorno a Catania Daniele non disse nemmeno una parola perché
era stanco (era anche preoccupato perché alle tre del mattino, per
distrazione e per il sonno, saltai il bivio per Catania e andai a finire
a …Comiso!!!!), disse soltanto…. “chi lo doveva dire che doveva
accadere tutto questo?…” e rigirò lo sguardo a destra, verso il
finestrino. Stavo
per rispondergli “Daniele, siamo tutti pazzi o... stiamo vivendo una
favola?” ma subito mi rituffai nel mio pessimo senso di orientamento
alla ricerca di un‘indicazione per tornare a casa, mentre la radio
cantava “..stasera guardo questa strada e non so più dove mi tocca
andare..!!”. Elena ci rideva sopra e Frank (e quando mai) dormiva. Povero Frank, non sapeva che con un autista del genere rischiava di farsi tutta una tirata fino alla seconda stella a destra, dritto fino al mattino……. fino all’isola che non c’è.
Grazie
ragazzi! Ieri mi avete fatto ringiovanire di vent’anni! Mimmo Rapisarda (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
(estratto dal forum del Rimmelclub - dicembre 2005) Mano,
mano, manina, gelida manina, smanetta, un po’ di manetta, dai più
aria……. dai alzati, vola, vola vola. …..
eccomi. Finalmente posso scrivere qualcosa senza stancarmi. Ci
siete cascati, eh? No, non è un post politico. Volevo soltanto parlarvi
delle mie mani e dell’infortunio che mi ha bloccato per tre mesi. E a
questo punto potete anche chiudermi, se non vi interessa. Altrimenti
scendete più in basso. Dunque,
il motivo perché mi sono rotto il polso mi sono vergognato a dirlo
perché è accaduto nel modo più stupido e incauto: stavo per appendere
qualcosa al muro (non è difficile intuire cosa) mettendo i piedi su una
poltrona con le ruote che è partita come una Ferrari a Maranello e….
sono volato per terra. Risultato: frattura scomposta del polso
destro con interessamento dell’ulna. Questa
mi mancava. Per il calcio in vita mia mi sono rotto caviglia, tibia,
costole e clavicola, tutti a destra. Avrei voluto una frattura comunista
proprio mentre cadevo per appendere la cosa di un comunista, ma non c’è
stato niente da fare. In quegli attimi non ci sono riuscito. A destra
anche questa volta! Dopo
essere stato steccato in posizione inversa da poco raccomandabili
“luminari” del pronto soccorso, sono stato ricoverato tre giorni in
Ortopedia. Il
giorno della riduzione della frattura (che non si può fare da svegli) e
poco prima di
addormentarmi, in sala operatoria ricordo solo il primario che
chiede “e questo chi è?” e l’aiuto: “il polso”. Dopo non
ricordo più niente. Mi sono risvegliato su un letto che mi scarrozzava
nei corridoi del reparto come al Luna Park. Lì
nessuno viene chiamato col proprio cognome, c’è chi si chiama
Scapola, chi Clavicola, chi Acromion, chi Processo zigomatico. Io ero il
polso. Una
notte il Polso non avevo sonno e dopo aver passeggiato per tutto
l’ospedale per far passare il tempo interminabile, è uscito fuori per
fumare una sigaretta. Al rientro ha suonato al citofono: “Sì?....”,
“Rapisarda sono!” (Frank starà ridendo!) e loro: “Rapisarda
chi?”. “Il Polso!”. Mi avevano riconosciuto, la porta si è aperta
come quella di Fort Knox al solo sentire quella parola d’ordine
radiografica! Intanto
durante il ricovero, già ingessato, qualcuno mi portava qualcosa da
leggere: un cruciverba! Posso soltanto leggere le definizioni, alcune
sottolineate e …. già mi veniva voglia di cliccarci sopra. Sono
tornato a casa molto sconfortato. Ora va molto meglio (e si vede anche
dalle cartoline inviate dal mio amico Otello) ma due mesi fa con la
destra non potevo nemmeno prepararmi un caffè, aprire una porta,
scrivere, guidare, radermi, mangiare, suonare, digitare, usare il mouse.
Se mi fossi rotto la sinistra, almeno con la destra avrei potuto
suonare, cucinare, digitare o dipingere, insomma fare tante altre cose
che in passato avevo rimandato di fare, visto che ero costretto a stare
a casa. Ma con la sinistra no, con la sinistra ti stanchi anche a
leggere un libro. Insomma, ero un mancino al cento per cento senza saper
usare la sua mano preferita ed ho capito che senza la destra sarei
fottuto! (nel senso più anatomico del termine). Quindi,
in tante cose sono stato costretto ad usare l’altra mano, anzi l’ho
riscoperta. Quella che consideriamo soltanto un ausilio devo dire che
invece si è rivelata una valida alternativa. Forse la sinistra è fatta
per fare anche lei le cose che fa la destra, ma chissà cosa succede nel
nostro organismo quando cresciamo, chissà perché facciamo tutto a
destra. L’ho dovuta riabilitare, farle fare tante cose che prima non
faceva e così le ho insegnato come usare il rasoio, la forchetta e
tante altre cose. Il mio capolavoro con lei è stato quello di aprire
una bottiglia di vino. Tenendo con la destra il cavatappi già infilato
nel tappo, con la sinistra ho fatto girare la bottiglia, poi l’ho
messa in mezzo alle gambe e sempre con la sinistra ho stappato.
Naturalmente, durante queste monellerie sono sempre solo! Proprio
l’indomani dalle dimissioni mi sono ritrovato con Daniele per dare un
saluto a Francesco De Gregori in occasione del suo concerto a Priolo.
Arriviamo in albergo poco prima dell’appuntamento e intorno alle 18 il
Principe entra nella hall e ci viene incontro per salutarci prima di
partire per le prove. Viene verso di noi sorridendo. Appena lo vedo con
quegli stivali da texano, la nera giacca di pelle, lo zainetto alle
spalle, il cappello in testa che sembrava prestato da Clint Eastwood
dopo le riprese di Qualche dollaro in più, gli occhiali alla Geppetto e
la barba lunghissima da cercatore d’oro del Klondike, per istinto mi
viene di dirgli “ciao cowboy!”. Ride, mi saluta, saluta Daniele, ci
offre il caffè e mi dice “Che è successo? Scommetto che te sei rotto
la mano appendendo un disco mio!” ed io “no Francesco, un’altra
cosa: il poster delle tue chitarre! Mi hanno pure detto che, sapendo che
eri nei paraggi, mi sono rotto il polso apposta per farti firmare
l’ingessatura…. e a questo punto ……una firma ad un ingessato non
si rifiuta mai!”. Mi prende il braccio destro come uno scrittoio e con
le sue enormi mani comincia a scriverci sopra col pennarello blu.
“Mo’ te lo faccio come si deve … nome e cognome” e ridacchiava,
si divertiva. Firmare un gesso è sempre una bella cosa, specialmente se
è completamente bianco, ma quel suo autografo campeggiava enorme sul
mio braccio, come la scritta Hollywood sulla collina di Los Angeles. Come
sempre, è stato cordiale. Ci ha confessato che il tour estivo lo ha
sfiancato. Poi abbiamo parlato del mio cognome, visto che proprio
davanti a noi c’era una gioielleria omonima, e mentre gli spiegavo che
Rapisarda sta a Catania come Brambilla a Milano mi accorgevo che
l’insegna luminosa di quel negozio era sottolineata …. e un impulso
partiva dalla mia mano destra,
mi veniva voglia di cliccare per vedere quali orologi c’erano
in catalogo ……ma non accadeva nulla, non si apriva nessuna finestra.
Mi mancava qualcosa. Rispetto
a quest’estate era assente tutto il circo che ruota attorno a
Francesco. Lo accompagniamo fino all’autista che lo avrebbe portato al
concerto e ci saluta con un “ci vediamo più tardi a Priolo….ma
com’è sto Priolo?”. Glissiamo per non scoraggiarlo. Ci
avviamo anche noi in auto con un peso in più, quel gesso pesava più di
prima. Era da collezione, un gesso da E-Bay. Ma
chi lo doveva dire! Straordinaria sta cosa…. prima di incontrarlo non
ci avevo nemmeno pensato, l’idea mi era venuta al bar mentre
prendevamo il caffè, ma …forse non c’è niente di straordinario,
perchè …. secondo voi, Mimmo Rapisarda poteva avere un gesso normale?
Secondo voi, chi poteva apporre la prima firma? Lui, no? E poi, sarà
stata una mia impressione ma….. da quando è stato autografato dal
Nostro ho cominciato a sentire un po’ di sollievo. Anche
fisioterapeuta l’ho scoperto! Usciamo
fuori dall’albergo e ci accorgiamo che a quel punto la Renault di
Daniele era diventata una zucca! Una zucca pronta per essere trainata da
300 milioni di topolini che dovevano correre non in via Frattina, ma in
direzione di Siracusa per fare tappa in quell’allucinante cittadina
che si chiama Priolo Gargallo. Per chi non la conosce, appena vicini a
Priolo si ha l’impressione di essere contenti di arrivare. Illuminata
di notte sembra Las Vegas: un’enorme città piena di luci sfavillanti.
Verrebbe da dire “che ha di male questa località? Da quello che si
vede sembra che sia pure un luogo allegro!”. Avvicinandosi, poi, ci si
accorge che tutte quelle luci non sono altro che le segnalazioni
luminose delle raffinerie petrolifere, ed entrando al paese si avverte
immediatamente la puzza dei gas, delle sostanze nocive e di tutti quei
veleni che hanno provocato quell’alta incidenza di tumori fra i suoi
abitanti che, per lavorare, sono rimasti in questa pattumiera voluta
dalle multinazionali. Quando
arriviamo a Priolo incontriamo Salvo e Alessandro Noto. Sul concerto
niente da dire perché è stata la copia esatta di tutti quelli estivi. La
mia riabilitazione è stata lunga e noiosa, ero consapevole di quel che
mi avevan detto. Ho fatto tante sedute di fisioterapia, magnetoterapia e
laser; c’è tanto elettromagnetismo nell’arto destro che ancor oggi,
quando lo poggio, il bicchiere di plastica mi viene appresso alla mano!
E poi gli esercizi con la palla di gomma, che a volte mi cade e fa
eccitare il mio gatto che vuole giocarci; anche quando muovo la mano per
esercitarmi vuole giocare: si mette nascosto in agguato dietro il divano
e, muovendo la coda convinto di essere nella Savana, appena comincio a
muovere le dita sferra l’assalto, fino all’ultimo sangue! Un
altro problema era fare la doccia con il braccio destro infilato dentro
la busta di plastica. Ma mi rassegnavo a questa situazione, bisognava
avere pazienza. La mia canzone preferita sotto la doccia era Il mio
canto libero: “in un gesso che non sopporto più, il mio braccio
libero sei tu”. Quando stavo scazzato guardavo la tv, a rompermi le
palle con la telenovela Lecciso-AlBano e Pupo, che non gli riusciva
proprio di cantare Su di noi, visto che nel pacco finale la sua canzone
non c’era mai e la sua uscita stava diventando peggio del 34 a Napoli.
Ma mentre seguivo (si fa per dire) la tv giravo la testa a destra e
guardavo il mio gesso come una madre guarda il suo bambinello. Non mi
pareva vero!
Un
particolare: mio cugino è down, ha un orecchio eccezionale, suona la
tastiera da Dio ed è una delle poche persone che crede ancora
all’esistenza di Babbo Natale. Non potete sapere quanto bene faccia
star vicino ad una persona del genere. Io lo chiamo Cardura o Norvasc
(noti farmaci per la pressione arteriosa) perché quando sono giù,
ansioso o pensieroso mi basta metterlo sulle mie ginocchia e giocarci
che tutto mi passa come per incanto. Lui con me si autodefinisce
terapeutico. Alla festa del suo compleanno c’erano tutti i suoi amici
down ed era impressionante vedere le facce estasiate e rilassate dei
loro genitori e di tutti i presenti; facce serene e soddisfatte, che
ridono e che ricevono tanta gioia e distensione per le spiritose battute
di quegli originali festeggianti, per quel loro insolito e particolare
humor pieno di sincerità e limpidezza che li contraddistingue e che
riescono a contagiare a chiunque, anche all’uomo più insensibile.
E’ davvero commovente star con loro, sono davvero degli angeli, delle
anime pure che non conoscono il male e la falsità; si innamorano fra di
loro platonicamente, si promettono reciprocamente matrimoni, figli,
sistemazioni e lo fanno senza malizia, pianificando tutto nel loro mondo
speciale. Conosceteli meglio, avvicinatevi a loro, perché entrerete in
un meraviglioso giardino. Quando
mio cugino non c’era uscivo fuori e non potendo guidare a volte
prendevo l’autobus, oppure camminavo a piedi. All’uscita di casa
vedevo la mia auto ferma e mi rendevo conto che anche la mia Renault
stava per diventare una zucca. Ma veramente una zucca, con radici e
tutto il contorno orticolo! Me
ne andavo a spasso con la coscienza a posto. Dico questo perché se mi
fossi infortunato alla sinistra, con la destra avrei potuto fare tante
cose utili e mi sarei sentito in colpa a non farle ma, non potendole
fare (nemmeno prendere pesi), mi sentivo quasi autorizzato a non far
proprio niente. Ho scoperto che anche non fare niente è produttivo. Così,
percorrendo chilometri e chilometri, la mattina incrociavo le auto ferme
ai semafori con i vetri appannati dai quali facevano capolino le guance
arrossate di infanti ancora addormentati che stavano per essere
scaricati negli asili nido o dalle nonne. Quelle guance sobbalzavano al
rosso, quando le loro innervosite mamme, a bordo di grosse auto
sfrecciavano sempre più incasinate per non far tardi al lavoro. Oltre
a far bene alla salute, è vantaggioso camminare a piedi. Si riscoprono
tante cose che in auto non è possibile stanare, si scovano piccoli
negozietti che non credevi esistessero, si possono fare confronti sugli
acquisti, si possono organizzare tour fotografici sulle cose più
estrose e particolari. Una cosa che ricordo con piacere è stata una
piccola band di gitani che suonava in via Etnea: contrabbasso,
fisarmonica, uno strano xilofono e un violino elettrico. Dalla mattina
alla sera erano lì, senza sosta, senza fermarsi mai, con un
interminabile repertorio. E quando suonavano l’ultimo pezzo non erano
per niente stanchi. Credo che per loro, in fin dei conti, non era poi
così importante quanti spiccioli siano caduti nella custodia del
violino o se riuscivano a vendere un po’ di CD per scaldare lo
stomaco. Loro erano già felici così e ridevano mentre suonavano,
scherzavano, già appagati solamente per gli applausi, per la Continuo
pacifico a piedi, fra facce nervose agli incroci. Un giorno, in pieno
traffico infernale, mi capitò di vedere un parcheggio libero, non uno
con le strisce blu ma uno di quelli che per culo te lo ritrovi solo una
volta nella vita. Ed
io ero a piedi! Quando
l’ho visto, per istinto stavo cercando il cambio dell’auto per
inserire la prima marcia e infilarmi in quel paradiso metropolitano, ma
dopo essere tornato alla realtà mi sono avvicinato ed l’ho guardato
con perizia per un quarto d’ora. Facendomi scambiare per pazzo,
accovacciandomi, osservavo per terra l’asfalto e i bordi del
marciapiedi circostante come se stessi stimando un ettaro di terreno per
una compravendita. Che merce rara, un posto libero! Mi ci sono messo
dentro e ci sguazzavo come nella vasca da bagno, godendomi quel momento
fino a quando qualcuno non si fosse accorto di quei sei metri quadri di
felicità urbana. Quando
c’era burrasca andavo a passeggiare al lungomare per farmi fare un
make-up sul viso dallo Jonio quando sbatte le sue onde sulla scogliera
di levante. Me ne stavo lì, nelle sue vicinanze, a guardare i cavalloni
che all’impatto diventavano altissimi e bianchi draghi di schiuma che
sputano acqua e non fuoco. Quel benefico vapore acqueo mi arrivava in
faccia e chiudendo gli occhi avvertivo tutti gli odori e i profumi del
mio mare, anche quelli più impercettibili. Spettacolare, un
divertimento che un cinquantenne non si regalerebbe mai. Peggio per lui. Burrasca
e vento sì, ma la pioggia no. Non c’è bisogno di dire che nel
periodo di convalescenza stavo molto attento a non uscire quando pioveva
per non rovinare il bambinello. Uscivo quando c’era sole, fin troppo
sole. Una mattina, mentre meditavo di portare la reliquia in cattedrale
a Sant’Agata come ex-voto, vicino alla tomba di Bellini, mi aggiravo
in maniche corte al mercatino delle pulci della mia città e un
venditore di dischi usati, riconoscendo la firma, mi ha proposto di
portargli il gesso appena sarebbe stato rimosso per venderlo e fare,
quindi, a metà. Non sapeva con chi stava parlando, nemmeno gli ho
risposto. Ricordo
e ringrazio il mio amico medico che mi ha seguito, l’infermiere che
conosceva le canzoni di De Gregori e che è stato gentilissimo quando ha
rimosso il gesso, facendo attenzione a non rovinarlo e, infine, quella
poveretta della fisioterapista (più a sinistra del partito comunista
cinese) che mi ha aiutato a ripiegare la mano ad angolo retto. Le chiedo
scusa se ogni volta che mi chiedeva “pieghi in alto la mano”, per
farla incazzare le rispondevo “a noi!”. Ringrazio
anche un’altra amica che mi aiutato: la Vodka! Non pensate male,
quando la mano mi faceva male ed era infiammata prendevo la bottiglia
ghiacchiata dal congelatore e me la poggiavo sul braccio. Però, ogni
tanto, il cicchetto scappava. Però leggevo l’etichetta con la scritta
sottolineata, mi veniva voglia di cliccarci sopra e il risultato era
invece un altro bicchierino. Mah……
comunque, anche questa è andata….. anche questa sta per passare in
quest’anno che per me è stato pessimo, da buttare nella spazzatura.
Alla mezzanotte dello scorso capodanno qualcuno mi offrì delle
lenticchie perché dicono che portino bene. Allora risposi che non
credevo a queste sciocchezze. Ebbene, per questo capodanno ho già
ordinato tre chili di lenticchie, getterò anche mia suocera dal
balcone, sparerò come un forsennato fuochi d’artificio peggio di un
napoletano e credo che indosserò anche delle mutande rosse. Più di così…. I
momenti di felicità quest’anno sono stati davvero pochi.
Accontentiamoci di quello che ha passato il convento, sperando che nel
prossimo anno quei momenti siano più numerosi. D’altra parte, la
durata della felicità è come un semaforo all’incrocio del destino:
la luce verde dura un soffio, la luce rossa un’eternità. Quest’anno
anno al mio incrocio c’è stato un po’ di traffico e il verde non
scattava mai. Questo
messaggio è rivolto anche al forumista Signorhood nel post “Buon
Natale”. Francesco, stai col giallo che serve a riflettere, a
riprenderti e riacquistare le forze, premi sull’acceleratore e non
avere fretta. Vedrai che il verde, prima o poi arriva. Deve arrivare,
altrimenti il semaforo è rotto e si deve far riparare. Comunque,
la cosa più importante è che adesso io possa finalmente vedere una
parola sottolineata; è una parola magica e ci sta scritto Rimmel Club.
E stavolta posso cliccarci davvero, senza impedimenti, farmi male o
stancarmi. E ci clicco con gioia, perché mi farà entrare in un mondo
dove ci sono tanti amici che mi vogliono bene. Beh,
che dirvi…. ragazzi? In questi giorni non vi bivaccate sui divani dopo
lauti pranzi, non guardate troppa televisione e non state troppo a casa
che i termosifoni a temperatura elevata fanno venire il mal di testa. Auguro
a voi e alla vostre famiglie i migliori auguri di un Buon Natale e
sereno, ma sereno davvero, 2006. Anche
se rock, Eric Clapton era mano lenta. La
mia mano era rotta, ma non lenta. Era rock, ricoperta di tanto rock,
anzi hard rock! Era autografata dal Principe. Buone
Feste! (TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)
(Mimmo Rapisarda)
Noi
siculi, grazie a Francesco, siamo ormai diventati degli habituè del
Teatro greco di Taormina: 2002, 2003, 2005. 2006 e 2007. In altri
tempi tutto questo ben di Dio potevamo soltanto sognarcelo! E quando Francesco De Gregori è arrivato a Taormina, è esploso in tutta la sua gioia dandogli un benvenuto da prima classe. Con prepotenza, senza pagare il biglietto perchè si trova proprio a casa sua, ha voluto esserci a tutti i costi. "A muntagna", come la chiamiamo dalle nostre parti, quella sera era lì; sembrava volesse dire "sì, me lo vedrò di spalle ma il concerto me lo voglio vedere! Voi siete lì con le macchine fotografiche, io userò qualcos'altro: il mio fuoco. Farò questo esclusivo omaggio al Principe". Infatti la sua esuberanza da fan scatenata è finita l'indomani, quando Francesco ha fatto le valigie per andare a Palermo. All'entrata in teatro non mi
ero quasi accorto dello
spettacolo che offriva quel magnifico vulcano. Me lo ha fatto notare
Guido Guglielminetti che era all'ingresso e col quale ho scambiato
qualche battuta, assieme al mio amico Salvo da Ragusa. Che magnificienza
quell'infernale finestra nel cielo della notte taorminese! Intorno alle 22 si spengono le luci, rimangono illuminate soltanto le antiche colonne con dei riflessi azzurri che le facevano appena intravedere. Al buio, al centro del palco, dalle quinte si vede arrivare in avanti la scura e longilinea figura di De Gregori col cappellaccio in testa. Dietro di lui: la fan, che batteva le mani (anzi, i crateri)! Uno spettacolo unico. Francesco entra, saluta tutti e dice
"stasera l'attrazione non sarò io ma…… (girando il braccio
destro per indicare quelle quinte dantesche dietro di lui)…… ci
divertiremo lo stesso!". Spettacolare, come se avesse detto "Ladies
and Gentleman.......ecco a voi l'Etna!". Vedevo tutta quella gente che, approfittando di quel momento irripetibile, cercava di ottenere qualcosa di passabile dalle loro Supertecnologiche e dai loro Superpalmari. E si mangiava le mani! Nonostante le sue continue esibizioni a Taormina, il pubblico accorre sempre numeroso a testimonianza della grande ammirazione da parte dei siciliani nei confronti di De Gregori. Un pubblico dalle spalle larghe che in questa grande casa con le finestre aperte e le stanze stanze piene di vento, ogni anno accoglie Francesco con immutato affetto. Perché è un pubblico che lo capisce senza farglielo capire, che lo conosce da quand'era piccolo, che la paura non sa nemmeno che è, che ogni sera fa cadere le stelle e che per scaldarlo si farebbe bruciare. Soprattutto, è un pubblico che ha una faccia che non tradisce. Mai!
Ringrazio Daniele Di Grazia per la dritta che mi ha consentito di salutare
Francesco. In posti del genere è difficilissimo avere un contatto con
lui, ma ci siamo riusciti. All'uscita dal teatro, liberatosi dalla
folla che gli chiedeva di tutto come se fosse Padre Pio, passa veloce
proprio dove Daniele mi aveva detto di stare. Gli acchiappo al volo la
mano mentre mi corre davanti, assieme a Chicca. "Ciao Francesco,
ti ricordi di me?". Ciccio si ferma "Uee! Ciao, come
stai?" Un'affettuosa e sonora "carezza" arriva sulla mia guancia destra,
stemperata poi da un fraterno abbraccio. Davanti a una divertita
Chicca, il servizio d'ordine me lo
toglie subito dai miei occhi. Quasi spingendolo, lo portano verso l'uscita.
A nanna.
Mimmo Rapisarda
Il 27 pomeriggio vado al centro di Catania per salutare alcuni amici venuti da Palermo e Daniele Di Grazia del Rimmel Club. Dopo un casuale caffè coi musicisti Valle, Giovenchi e Parenti, li lascio dando loro appuntamento per la sera al concerto di Francesco De Gregori, inserito nel suo tour "Left & Right". Mi avvio al parcheggio dove ho l'auto, per tornare a casa. Percorro a piedi Via Etnea, poi Via Umberto e mai, mai mai mai..... ... e poi mai avrei pensato ....... (Miiiii... non ci possso credere!) di fare un incontro del genere: da un grosso furgone (Ford?) vedo scendere Francesco! Proprio lui, fra tanta gente come un comune passante, desideroso di farsi quattro passi a piedi in via Etnea prima di andare al teatro. Gli vado vicino: "Ciao Francesco!" e lui "Ciao, ci vediamo stasera...." Come al solito non mi riconosce e mi devo presentare. "Sono Mimmo Rapisarda". "Minchia! Mimmo!..... come stai?" Che fai qui? "Tu ..... che ci fai qui!" Mi abbraccia nella mia Catania, in strada, fra i miei concittadini, nella centralissima Via Umberto. Per me, stare a parlare col mito e presentarlo, al contempo, alla mia amata città è un doppio motivo di orgoglio. Da tempo ho fantasticato su quel che è accaduto l'altra sera: incontrarlo sui marciapedi di casa mia, proprio quelli consumati dai galantuomini del gallismo di Brancati; proprio come loro, a discutere all'angolo del Caffè Savia; proprio in quei luoghi dove, trentacinque anni fa, le sue canzoni accompagnavano il mio cuore grondante sangue. L'altra sera questo desiderio si è avverato. Stiamo un po' a parlare come fanno due catanesi prima di avviarsi in uno dei numerosi chioschi, ci diamo appuntamento per la serata e alla fine gli chiedo se posso fare qualche foto durante il concerto. "ehh.... ehh..... veramente .......non si potrebbe." (in questo periodo, vista la prossima uscita del nuovo disco, è un'impresa ardua), poi fa un cenno al suo assistente e gli dice "Alfredo (per discrezione chiamiamolo così), mi raccomando, lui è amico mio". Ma gli scatti sono quelli che sono. Perchè, anche col placet di Francesco? Perchè nonostante Alfredo mi avesse consentito di farne qualcuno in sala "senza esagerare" (e lo ringrazio), oltre lui c'era una mezza dozzina di addetti che giravano e stanavano, con piccole torce, qualsiasi segnale luminoso proveniente da una fotocamera, dalla più sofisticata a quella del cellulare. Siccome non mi andava di fare il raccomandato mettendo Alfredo in chiara difficoltà, ho cercato di fare quel che ho potuto: velocemente, di nascosto e con le mani che mi tremavano per la fretta e per il timore di essere beccato. Sfido chiunque a scattare una foto durante un concerto con una scenografia molto soffusa (quindi poca luce all'obiettivo, nonostante fossi a ISO 800 e 4.2 di diaframma), con un tele che in cattive condizioni balla parecchio e sul collo il fiato di autentici kapò che ti braccano come un ebreo nei ghetti di Berlino. In pratica, chi riesce a scattare bene in situazioni del genere, dopo può scattare di tutto. Tuttavia, anche se non eccezionale, il ricordo della serata è rimasto lo stesso. Il concerto, inutile dirlo, è stato bellissimo. Ciccio sempre di poche parole. Il Capitano ha tolto subito le ancore del suo transatlantico ed ha sfoderato quattro canzoni appartenenti ad uno dei dischi a cui è più legato: Titanic. Poi Festival, davvero emozionante, e la nuova versione di Natale che ha impregnato tutto il teatro di atmosfere parigine grazie alle mirabili mani di Arianti sulla sua fisarmonica. Sempre e per sempre, suonata da De Gregori al pianoforte, con un faro su di lui, secondo me è stato il momento che da dato più phatos alla serata. Fino ai consueti bis, il pubblico catanese ha potuto godere più di trent'anni di storia italiana attraverso una scaletta farcita di nuovi pezzi e da classici intramontabili, e che gli ha dato modo di salutare il cantautore romano con calorose manifestazioni di affetto: "sei bellissimo, che Dio benedica tua madre, ecc.". Lui lo sa che quando arriva a Catania, dalla platea possono partire le battute più estemporanee e colorite. Siamo fatti così (vedi il povero arbitro Farina che al Cibali è stato distrutto dall'improvvisa ironia che abbiamo nel DNA). Lo sa, lo sa, come sa pure che siamo tutti suoi amici, da sempre. Specialmente uno. "Lui è amico mio!" Anche tu sei amico mio, non so se l'hai sentito bene quando ci siamo lasciati l'altra sera su quel parcheggio a strisce blu, quando ti ho detto "Ciao Francesco, sei sempre il più grande, ti voglio bene!" Il frutto di quell'antica amicizia è raffigurato in questa pagina. http://www.mimmorapisarda.it/concerti/degregori1.HTM
La
grafica della scaletta smaschera l’andamento di tutta la scaletta e a
che categoria appartiene ogni singola canzone letta da ogni componente
della band.
Forse
perché, nel 1976, proprio sui cieli di Catania gli balenò l’idea di
scrivere Atlantide, mentre era accanto a Mondella sull’aereo che lo
riportava a Roma; forse perché da quando non c’è più il Barbagianni
(eccellente efficienza lomarda) gli unici siti web a lui dedicati sono
Marca Liotru: RimmelClub e Titanic. Mimmo Rapisarda
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"Francesco, sai che io sono il nostromo e tu il comandante del mio Titanic?" "Eh, Mimmo, ma essere il comandante di una nave che è affondata....." "Sì, ma mi hanno detto che stavolta è inaffondabile!" "Anche allora lo dicevano!" (Catania, 21.4.2005) |
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