Era il 1975. Nella sua stanza il mio compagno di scuola, mentre facciamo i compiti tra un panino con la mortadella, qualche sigaretta fumata di nascosto e un complicato problema algebrico, mette sul piatto del famoso stereo Readest Digest un lp con l'etichetta azzurra.
Allora io non capivo un cacchio di musica. Con la bocca piena gli chiedo "Che e'? L'ultimo successo di Sandro Giacobbe?".
Lui, che allora si vantava con tutti per essere sempre all'avanguardia sui gusti musicali, mi dice "No, e' un certo Francesco De Gregori. Senti che bella".

Aveva sul soffitto un lampadario a tre vetri colorati: bianco, blu, rosso. Lascia acceso solo quello rosso creando una di quelle atmosfere che si usavano allora nei night club, aumenta i bassi, alza il volume e poggia delicatamente la puntina sul vinile.
"Ma cosi' non vedo piu' niente! Accendi, che mi sono morso un dito!" gli dico mentre cominciano le prime pizzicate sulle corde della Martin.
"Piu' niente,….l'uomo che cammina sui pezzi di vetro…. dito ….. Dicono ha due anime ….. piu' ………. E un sesso di ramo duro il cuore ………. Niente….. e la luna e …………piu' niente! Non capivo piu' niente! Pezzi di vetro: la prima volta che l'ascoltavo!
Suonata in quel momento mi fece venire i brividi addosso. Scatenò dentro di me tutto quello che avevo nascosto e che dormiva profondamente in attesa che qualcuno suonasse la sveglia. Da quella sera cominciò la mia "degregoripatia".
Ma De Gregori mi ha anche aiutato ad amare la musica. Mai, allora, avrei immaginato di vivere con sei chitarre, un piano elettrico, mixer vari e un migliaio di cd che mi fanno compagnia in molti momenti della mia vita! Chi l'avrebbe detto? Da quella sera in poi cambio' tutto. L'indomani mia madre mi vide arrivare trafelato a casa con quel disco e mio fratello mi sfotteva dicendomi che non avevo nessuna fede calcistica (da sfegatato interista passavo alla Juve portandomi un cartoncino bianconero in camera, addirittura sul comodino!).

Ascoltai tutto Rimmel almeno una ventina di volte. E poi, com'è certamente successo a tanti di voi, faceva da colonna sonora a qualcosa di speciale. Ancora adesso, ascoltando Rimmel o Pezzi di vetro vengo proiettato sui banchi di scuola, con le gote tutte rosse  dalla vergogna, mentre tento di dichiarare qualcosa che non riesco a far uscire dalla bocca (cosa che l'interlocutrice capiva perfettamente!). Ma in quei momenti Pezzi di vetro, struggente com'era e com'è ancora adesso, era sempre al mio fianco.

Se quel giorno non avessi ascoltato per caso "Pezzi di vetro" questa nave non sarebbe mai esistita. Dal quel momento in poi sono stato "illuminato" da una luce abbagliante che ha stravolto il mio pessimo scibile musicale, limitato all'ascolto di hits estivi suonati nei juke box della spiaggia.

Già "stregato", chiesi ad un mio amico barbiere di insegnarmi a suonare la chitarra. La voglia, la curiosità e la bramosia di sapere che da quello strumento poteva uscire qualcosa che desideravo ma che non potevo ottenere mi faceva star male, a tal punto da soffrire nel canticchiare Buonanotte fiorellino tambureggiando soltanto sulla "passiva" tastiera di legno. Io dovevo suonarla!

Il mio amico mi insegnò il giro di Do e poi , da solo, imparai tutti gli altri accordi strimpellandoli nel suo Salone con la sua chitarra, con i clienti che dapprima mi imploravano di smettere e poi mi chiedevano di suonare. Poi ne comprai una mia, e la forte volontà che ebbi nell'acquistarla dimostra come un disco o un cantante può trasformare gli interessi di una persona. Pezzi di vetro è stata la chiave che ha aperto qualcosa che avevo nascosta incosapevolmente dentro di me; ha scardinato con forza quella porta chiusa ed entrando nelle altre stanze mi ha fatto accorgere della presenza di altri inaspettati ma graditi ospiti, che non sapevo dimorassero a casa mia. Da quel giorno vivono con me anche tutti gli artisti che ho imparato ad amare grazie al Principe.

La mia passione per De Gregori è ormai diventata leggendaria e questo, ormai, lo sa bene anche lui. In rete ho raccontato del Principe fin dagli albori di internet, guadagnandomi i nomignoli che mi hanno appioppato sul campo gli appassionati della casa di Alice: Pioniere degregoriano del web, Capostipite, Sior Capitano, Zio Mimmo, Sellerone, Mimmote ecc.

Giaime Pintor, nel 1975, scrisse "De Gregori non è Nobel, è Rimmel". E' il contrario, l'ho gia scritto in passato e lo ribadisco. Credendolo mendace come un trucco, Francesco non si fidò di uno zingaro che gli fece le carte e lo chiamò vincente. Invece mai profezia fu più azzeccata. Mai come quella volta De Gregori sbagliò le sue previsioni, perché quel futuro invadente non l'ha distrutto e stracciato come avrebbe voluto ma l'ha preso per mano convivendoci fin dal primo momento, fin da quando creò un capolavoro come Alice, a soli vent'anni. Ecco perché la sua carriera non è stato un trucco ingannevole ma una meravigliosa realtà, perché tutto quello che ha scritto e prodotto l'ha fatto in buona fede e per amore dell'arte. Ecco perché Francesco è Nobel, e non Rimmel. Ecco perchè gli dico grazie.

 

 

 

 

CATANIA, TEATRO AMBASCIATORI - OTTOBRE 1976

GLI ALBORI. - Era l'autunno del 1976 , in città avevano attaccato sui muri i manifesti con la fotoposter all'interno del disco Rimmel e sotto c’era la data fissata al Teatro Ambasciatori di Catania (se c’è qualche attempato catanese che mi legge mi può dire esattamente la data? Quel concerto lo ricordano ancora tanti miei coetanei).

Allora era abitudine fare due concerti, uno il pomeriggio e l’altro la sera. Io arrivai con un mio amico nell’intervallo fra i due spettacoli, ma con un anticipo di due ore!

Sull’altezza di Francesco avevo un’idea sbagliata, lo immaginavo di statura normale, chissà perchè. Appena entrati nella hall del Teatro vedemmo una testa sovrastare su una piccola folla di ragazzi al bar del teatro. Era lui, con un giaccone di panno a scacchi bianconero, che beveva una Coca Cola offertagli da quei ragazzi. Scherzava, rideva e parlava con tutti (i fattacci del Palalido non erano ancora avvenuti). Lo vedevo per la prima volta e non immaginavo che fosse così alto.

Facendoci obliterare i biglietti entrammo nella sala vuota e ci sedemmo (naturalmente in prima fila). Dopo un po’ sentimmo arrivare sulle nostre nuche uno spiffero d’aria, il rumore di una porta posteriore che si apriva e dei passi che attraversavano il corridoio centrale. Uno spilungone di 24 anni, con la barba e i capelli rossi, ci passò di fianco guardandoci stupito e chiedendosi cosa facevamo lì a quell’ora.

Quando arrivò proprio vicino a noi, uno dei componenti del gruppo folk Taberna Mylaensis (supporters del suo tour) si affacciò sul palco e gli gridò “Francesco….Alice guarda i gatti….” . Balzando sul palco con uno stile da “Olio Cuore” gli rispose “… e i gatti se magnano i topi…” e sparì dietro il tendone.

A quel punto la mia poltrona stava trasformandosi nel sedile dello Shuttle. Volevo andare lì dietro anch’io, rischiando di farmi mandare a quel paese; avrei voluto chiedergli tante cose, ma quel mio amico mi convinse a restare seduto.

Subito dopo entrò in sala una signora, qualcuno fece capolino dal tendone e la invitò dietro le quinte. La signora salì comodamente le scalette del palco e restò lì dietro quasi un’ora a vedere tante belle cose, mentre io mi ero già mangiato le mani, le braccia e il velluto della poltrona che avevo davanti.

Alle 21 il teatro era già pieno e con un pubblico diverso da quello pomeridiano, più “by night”. Alla fine del breve recital del gruppo che gli faceva da spalla, nella sala calarono il buio e il silenzio. Un faro di luce accompagnò l’apertura del tendone rosso ed eccolo lì Francesco (camicia celeste, jeans e cappellino da notte) che da solo, con la chitarra imbracciata, canta subito Cercando un altro Egitto. Stava immobile a gambe unite e non faceva nessun movimento per paura di allontanare la chitarra dal microfono (allora non c’erano i radiomicrofoni). Poi parlò della capra della casa di Hilde, cantò Niente da capire ed altri pezzi che non ricordo e alla fine si fece accompagnare dalla sua band (Michele Ascolese, Giampaolo Ascolese, Peppe Caporello  e Fabrizio Cecca). Un concerto favoloso! Era il De Gregori allo stato puro, era quello di Rimmel e della Pecora. Era quello delle canzoni suonate col fingerpicking.

Oggi, quando parlo con un giovane degregoriano arrivo puntualmente, senza accorgermene, alla domanda “tu l’hai visto il concerto del ’76 all’Ambasciatori?”. Quando lui mi risponde “ma io non ero ancora nato nel ‘76” mi rendo conto che in quel momento l’età mi strattona la manica della mia  giacca per farmi tornare alla realtà. Un saluto.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

 

ADRANO (CT), PIAZZA UMBERTO - 3 AGOSTO 1997

SOTTO LE STELLE DI ADRANO AD EMOZIONAR. De Gregori è il mio idolo, lo ammiro da tanto tempo e nel mio ambiente, ormai, la mia passione per lui è diventata leggendaria, al punto da scatenare una gara, in occasione del mio compleanno, per chi deve regalarmi il suo ultimo CD. Lo seguo dagli anni Settanta e quindi appartengo alla prima generazione dei suoi fans. Allora la musica non mi appassionava e non avevo nessuna preferenza in tal senso ma un giorno, dopo aver ascoltato (per sbaglio) “Pezzi di vetro”, fui folgorato da una luce simile a quella che riceve un novizio quando viene chiamato dal Signore per diventare sacerdote. Da allora tutto mi apparve chiaro e cominciai quasi una missione: acquistai i dischi precedenti e imparai a suonare la chitarra da solo, invogliato dal desiderio di ascoltare le sue canzoni che ho sempre definito delle opere d'arte, paragonabili a un dipinto, a una scultura o a una poesia.

Cominciarono così le manie: il “ricordino” a calamita sul cruscotto della mia vecchia ‘500’ con la scritta “Non correre, pensa a noi”, con a fianco la foto della ragazza e quella di Francesco; i concerti, i dischi, le musicassette, le videocassette, le riviste, i libri, le sue ballate cantate e suonate fedelmente con la chitarra imitandone l’arpeggio “finger picking”.

Un primo incontro ravvicinato lo ebbi nel 1976. Arrivai in teatro con un mostruoso anticipo di due ore e lui era là, da solo; mi passò vicino e guardandomi con curiosità avrà pensato: “Che fa costui alle sette se il concerto inizia alle nove? Mah, sarà uno delle pulizie…”.

Esattamente 20 anni dopo, in occasione del concerto che tenne a Catania nel novembre ’96, incontrai alla fine dello spettacolo un mio collega che mi disse di essere lo zio (a volte il destino ci riserva fantastiche coincidenze!) di una persona molto vicina a De Gregori. Per discrezione questo personaggio sarà in seguito citato con lo pseudonimo “Pablo”. L’indomani il mio collega venne a salutarmi e dopo avere constatato, attraverso quello che dicevo, di trovarsi davanti a un caso davvero patologico, decise di accontentarmi per il prossimo concerto siciliano, tramite suo nipote e nel limite del possibile.

E fu così che alla fine di luglio 1997 mi disse che De Gregori avrebbe suonato in Sicilia per una settimana, facendo tappa in un paese della provincia di Catania: Adrano. Alla vigilia del concerto conobbi il giovane Pablo il quale mi fissò un appuntamento per l’indomani nella piazza principale del paese per tentare di realizzare l’incontro. Più mi parlava del vicinissimo e possibile evento e più mi tremavano le gambe, quasi al punto da desiderare una sua risposta negativa.

3 agosto 1997. Libero da qualsiasi impegno familiare e autorizzato a fare tutto ciò che volevo in quel magico “momento tutto mio”, quella domenica pomeriggio mi misi in viaggio in direzione di Adrano con appresso la macchina fotografica. Durante il tragitto pensai a tante cose, pensavo alla ruota di scorta sgonfia che nel malaugurato caso di foratura avrebbe mandato alle calende greche quel probabile incontro; pensavo al mio carattere emotivo e a cosa cavolo dire a De Gregori nel caso fossi riuscito a conoscerlo. Cominciai così a prepararmi un discorso di circostanza per non fare brutta figura ma, con tutta la buona volontà di questo mondo, non mi venne in mente assolutamente nulla!

Guidando piano (non per la mia persona, ma per evitare burocratici incidenti che avrebbero pregiudicato tutta la serata) e ascoltando “Prendere e lasciare” dall’autoradio, anziché scervellarmi alla ricerca di discorsetti accettabili, stranamente pensavo, come in tanti flash, a tutte le cose di De Gregori: la vecchia Wolkswagen, le due Renault, la sua famiglia di bibliotecari (suo padre, suo fratello Ludwig, suo nonno Luigi), le sue passioni per il buon vino, le aragoste, il fumo dopo il caffè, la pizza napoletana, l’Umbria, Pasolini, Antonioni, Tenco, l’Inter di Giuliano Sarti, Paperino, la Pellerossa, Tex Willer, il folk americano, Guthrie, Simon e Garfunkel, Bob Dylan, Lou Reed, De Andrè, Kafka, Twain, il flipper, il suo mestiere, l’odore delle tavole del palco, la fotografia, la pesca, il mare e tante, tante, tante  altre cose.

Appena arrivai in piazza Pablo mi indicò dove sistemarmi e concordammo che in caso di difficoltà avrei dovuto presentarmi come suo cugino. Dopo aver salutato Guglielminetti, il mitico bassista di Francesco, mi appartai di lato e cominciai ad aspettare. Osservavo come provavano e organizzavano il recital, ero dietro le quinte di un concerto di De Gregori! Fra una prova di “Atlantide” e una di “Generale” le forze dell’ordine facevano allontanare tutti, allora uno dello staff disse ai vigili “Uno, due e tre possono stare, gli altri non sono nostri” ed io subito “Sono il cugino di Pablo”. “E quattro, anche lui è con noi”, aggiunse quello. Il sogno stava cominciando, a poco a poco, a diventare realtà.

Il tempo passava, erano ormai le 20.30 e Francesco non arrivava. Arrivava la notizia che era intrappolato con la sua Mercedes nel traffico catanese, in compagnia di Filippo Bruni. Appreso l’inconveniente, la sua guardia del corpo si mise in sella a una grossa moto e corse a prenderli. Alle 21.00 Pablo mi fa entrare con lui nel recinto retrostante il palco, dove c’era una piccola roulotte, e mi avverte di non allontanarmi dalla postazione conquistata (quelli autorizzati a stare dentro il recinto erano pochi intimi, la band e il sottoscritto!!!!) ma, scoraggiato, mi disse pure che era ormai troppo tardi e che Francesco, appena arrivato, avrebbe cominciato subito il concerto (peccato, ormai ci stavo credendo!).

Alle 21.30, finalmente, i muri attorno si colorano della luce blu delle pantere della polizia, un faro squarcia l’oscurità delle stradine circostanti ed ecco arrivare la grossa moto, guidata stavolta da Filippo Bruni con De Gregori alle sue spalle, abbigliato con un vestito nero, una maglietta grigia e un paio di scarpe da tennis ormai da gettare via. Entrati nel recinto, Filippo esclama “Eccolo, ve l’ho portato, è tutto vostro!”. Francesco, fra gli applausi, si toglie il casco e ammiccando un sorriso sornione solleva le sue lunghe leve dalla moto e si infila nella roulotte abbassando la testa, essendo alto quasi due metri. Al di là del fatto che De Gregori è veramente bello, io quella sera lo vedevo ancora più bello; intendo dire bello come Re Artù, Federico Barbarossa, Giuseppe Garibaldi, George Custer o Bufalo Bill, miti anche loro.

Intanto la porta della roulotte si chiuse ed io, seduto sulla transenna del recinto e sul mio cuore deluso che mi arrivava alle scarpe, stavo già pensando di andarmene via e di ritentare una prossima volta. Ma all’improvviso vidi che Pablo, con la grande prontezza di spirito tipica dei giovani, si infila nella roulotte e va a chiedere a Francesco se potevo salutarlo.

Dopo un po’ fece capolino e mi gridò: “Mimmo, vieni!!!”. Saltai giù dalla transenna con un’agilità che non mi riconoscevo e in due secondi ero già all’ingresso della piccola roulotte. Stavo per conoscere Francesco De Gregori!

Conoscevo però anche la mitica riservatezza del “Principe” e ciò mi preoccupava. Appena giunto all’interno della roulotte, illuminata da un neon, sentii vagamente la voce di Pablo: “Francesco... ti presento Mimmo”. Di colpo me lo ritrovai di fronte, con in testa il famoso cappellino con la “C”, alto e magro, la pelle chiara con qualche ruga in più, la barba rossiccia e i capelli un po’ lunghi sulle spalle, quasi come Gesù.

Al contrario di come pensavo, invece, fu con me gentilissimo e molto cordiale. Mi guardò con i suoi occhi verdi e stringendomi la mano che non lavai fino all’indomani perché mi piaceva annusarne il profumo (scherzo, si fa per dire), mi disse: “Ciao, io sono Francesco De Gregori”. Solo al sentire pronunciare quel nome e cognome da quella leggenda vivente, a una distanza di soli venti centimetri, sentii una scarica di adrenalina scendere velocissima in tutto il corpo. Avevo lì davanti a me l’idolo che avevo sempre amato fin da ragazzo e in quel momento lo potevo riconoscere, ascoltarlo da vicino. Essendo ancora impreparato (non avevo studiato!) e incapace di formulare la più banale, frivola e imbecille battuta, trovai solo la forza di dirgli con voce tremolante: “Piacere, Mimmo......scusa Francesco, ma sono così emozionato che direi solo cazzate…… meglio che sto zitto”. Lui, già abituato a queste situazioni e nonostante provi fastidio nell’essere considerato un divo, sorrise divertito sotto i baffi e mi disse: “Tieni, prendi un grappolo, vuoi?”. Accettai un chicco d’uva che non ricordo bene dove andò a finire, se lo arrotolai tra le dita o lo mangiai, o mi andò di traverso. Ormai in stato confusionale e veramente convinto di parlare ad un essere celeste gli dissi: “Francesco, un regalo più bello non potevo riceverlo per l’onomastico di domani”. “Auguri,...e gli anni?” domandò lui. “40 anni a settembre” risposi io. “40 anni? Sembri mj figlio!” ribattè Francesco con accento romanesco.

Dopo altri discorsi che adesso non ricordo, Pablo chiese se eravamo pronti per una foto ricordo (si possono immaginare le attuali dimensioni di quella foto). Gli consegnai la macchina fotografica e quando con Francesco mi voltai verso di lui avvertii un peso nuovo su di me: un braccio che ha suonato famosissimi accordi avvolgeva la mia spalla poggiandole sopra la sua enorme mano! Un contatto che mi fece andare definitivamente in tilt.

Poco dopo Filippo Bruni entrò nella roulotte per comunicargli qualcosa, trascinandosi dietro l’eco del numeroso pubblico che reclamava la sua presenza: “Ciccio, Ciccio, Ciccio” (non sopporta essere chiamato Ciccio). I reclami ci arrivavano dentro come un fiume in piena e così ritenni giusto lasciare libero Francesco, che prima di lasciarmi volle offrirmi ancora dell’uva.

Prima di salutarlo, però, mi ricordai una cosa del suo passato: quando Francesco De Gregori era ancora poco conosciuto, al momento della separazione artistica dal suo amico-fratello Giorgio Lo Cascio, dedicò a questi una canzone che diceva: “E io vado a cantare per il Re, mentre tu canterai per la tua donna, e per l’alba, il vino e le altre cose che abbiamo amato insieme tempo fa. E io vado a cantare per il Re, mentre tu canterai per la tua donna, ma mentre il Re ascolterà senza capire, a gocce il mio veleno assorbirà”. Un paio di anni dopo fu invitato alla discoteca modenese “Il Picchio Rosso”. Quel giorno il suo “compagno di viaggio” Lo Cascio, accompagnandolo, lo avvertì che quei ragazzi erano abituati a ballare con ben altra musica e mai avrebbero capito le sue canzoni. Durante l’esibizione, invece, dovette ricredersi: quei ragazzi, anche se amavano ballare con la musica dei Pooh, del Guardiano del Faro e di Carlos Santana, ascoltavano incantati, sospesi a mezz’aria sulla pista da ballo, quella di Francesco. A quel punto Lo Cascio cominciò a rendersi conto che nel corpo dell’ignaro Re (il pubblico) stavano cominciando a circolare, a piccole dosi, le gocce di veleno che Francesco, come aveva previsto nella canzone, iniettava. Il seguito della storia è noto a tutti.

Dunque, prima di uscire e indicando con la mano il pubblico che aspettava fuori, gli dissi: “Francesco, il corpo del Re, adesso, è completamente intriso delle gocce del tuo veleno”. Pablo, ridendo, disse: “Francesco, sta cosa qui non l’ho capita nemmeno io....”. De Gregori, voltandosi verso di me, facendo mente locale mi guardò sorpreso come per dire “o è il caldo o è diventato matto”; poi io continuai “….Lo Cascio”. Masticando ancora dell’uva, annuì ed approvò la cosa alzando verso di me l’indice della sua mano come a confermare “ah già, ….vero”.

Alla fine io e il “fantastico” Pablo, felici per la riuscita dell’incontro e consacrandoci per sempre “cugini di sangue”, ci salutammo. Ascoltai un po' il concerto e alla fine tornai a casa distrutto, ma felice come un fan scatenato di quindici anni che ritorna soddisfatto da un concerto degli U2. Un giorno difficile da dimenticare.

Adesso, dopo aver letto questo breve reportage, si potrà pensare: “Ma possibile che a 40 anni si comporti ancora come un ragazzino fanatico?” Io penso, invece, che è una cosa bellissima, perché è giusto che in ognuno di noi, in questo mondo senza più ideali, anche a 40 anni rimanga un po’ di quel bambino che abbiamo lasciato tanti anni fa nella nostra infanzia (compresi miti e passioni che possono essere cantanti, collezioni, poeti, hobby, ecc.) e che ci illudiamo di nascondere dietro i nostri ombrosi problemi quotidiani della nostra età adulta. Quel pizzico di infantile euforia (o quel diavoletto, quel folletto...) come quella balzata fuori in questa o in tutte le occasioni goliardiche di ogni uomo, aiuta certamente a rimanere giovani, a divenire adulti di 20 anni anzichè ragazzi di 60 anni; basta avere il coraggio di evocare quello spiritello e si blocca la propria anima all’età della giovinezza. Diciamo che tutto questo fa bene alla salute.

Quel bambino, come per incanto, assumerà le sembianze di un austero funzionario statale ritornando in me ogni qualvolta De Gregori sarà nelle vicinanze della mia città, ma d’ora in poi lo ascolterà con tranquillità (sempre in prima fila però), senza ansie, senza quelle tentazioni di fare la posta davanti ai teatri. E quando vedrà affiggere i prossimi manifesti sui muri, il Peter Pan che in futuro si impossesserà del mio cuore non sarà più assalito da antiche frenesie, perché ha finalmente raggiunto la sua “Isola che non c’è”: è stato, anche soltanto per cinque minuti, un amico di Francesco De Gregori.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FREEWEB.ORG/MUSICA/DEGREGORI DI ANTONIO CALVANI)

 

TAORMINA (ME) - TEATRO GRECO – 10 AGOSTO 2002

IN TOUR CON MANNOIA, DANIELE E RON. Andare a Taormina di sabato sera è già un problema; andare poi a vedere un concerto nel suo Teatro Greco in questi giorni della settimana diventa un’impresa ardua.

Anche partendo con largo anticipo da Catania il casello della nota località produceva una coda di tre chilometri e le auto in uscita dal casello erano già in salita pellegrina in direzione del grande parcheggio, peraltro già pieno, come comunicatoci via cellulare.

E’ già tardi. Insieme a moglie e amici prendiamo una geniale decisione: all’uscita dal casello scendiamo a Giardini Naxos e saliamo a Taormina con la funivia, nonostante il sottoscritto soffra di vertigini (Francesco, anche questo per te). E’ stato l’unico modo per arrivare in tempo al concerto. A quel punto altri possibili stratagemmi erano il possesso di un elicottero, il dono divino di saper volare, la residenza a Taormina o …. chiamarsi Berlusconi.

Entro e mi accomodo al mio posto (naturalmente Poltronissima). Il Teatro alle 21.30 è già stracolmo. Una marea umana faceva da collana a quel diamante che è il teatro antico, con il suo palco circondato da resti di colonne doriche e con le quinte squarciate al centro dello stesso in modo da spalancare in platea un panorama notturno mozzafiato. Uno spettacolo nello spettacolo. Al centro di quel diamante stavano per essere incastonati quattro smeraldi: De Gregori, Daniele, Ron e Mannoia. Un collier unico al mondo.

Allle 21.45, eccoli arrivare finalmente: La Roscia, il Lungo, il Corto e il Pacioccone. Daniele, Ron e Fiorella salutano il pubblico..  poi a seguire, come lo chiamano i suoi colleghi, arriva il Generale. Con un cenno della mano che vuol dire “salve a tutti” entra in scena con una bandana rossa in testa (stile Dylan a Woodstock) da farlo sembrare un pirata appena sbarcato sulle coste joniche. Anzi, per via della sua barba rosso-scozzese: il pirata “Francis Mc Gregor alla conquista della Trinacria”.

Cominciano subito insieme con “Una città per cantare”, “Quando”, “Alice”, “I treni a vapore” dove Ciccio saluta a modo suo il popolo siciliano modificando la strofa “delle città importanti mi ricordo Milano” con “delle città importanti mi ricordo Maalaanu” con un tipico accento siculo. Risata generale.

Dopo l’inizio insieme si è andati avanti senza Francesco con Pino Daniele che diceva “approffittiamo per fare questo pezzo, ora che il Generale e il suo sigaro non ci sono” e poi, senza sosta, con quattro piccoli concerti personali integrati da fugaci interventi di ogni artista con le rispettive band (quella di Ciccio era al gran completo, compreso Lucio Bardi) che suonavano a turno o tutti insieme per Pino, per Fiorella o per Ron. Era strano vedere Guglielminetti suonare il basso e cantare “Sei volata via” o Piero Fabrizi suonare la Telecaster di Ciccio. Insomma, grande armonia e collaborazione delle band per ottenere un ottimo risultato finale.

Pino Daniele indossava pantaloni e maglietta blu sulla quale mancava solo la scritta Texaco. Per via dei capelli bianchi, della sua mole, dei baffi e della sua carnagione ha ormai assunto l’aspetto di un attempato meccanico messicano di stanza in una stazione di servizio sulla Route 66, nei pressi dell’Arizona. Quando suonava quella sua strana chitarra sembrava stesse valutando con perizia la sorte della testata di una vecchia Ford Mustang ormai da rottamare nel deserto del New Mexico. Comunque grande Pino! con le sue “Sara”, “Napule” cantata con Ciccio, “Je so pazzo” ed altre di cui non conosco il titolo ha mandato in estasi la sua fetta di pubblico.

E’ il turno di Fiorella (vista da vicino è veramente una bella donna irlandese, degna della canzone scrittale da Bubola). Canta, sorride e si muove con disinvoltura agitando la chioma rossa che ogni tanto svolazzava sugli occhi verdi che guardavano sempre in alto, fino all’ultima fila. Durante “Quello che le donne non dicono”, “L’amore con l’amore si paga”, “Non sono un cantautore”, “O che sarà”, “Il cielo d’Irlanda”, “Sally” è perfettamente accompagnata da Fabrizi e stuzzicata da fugaci interventi del Pirata Barbarossa che gioca a fare il galante con lei: il baciamano, l’offerta della rosa rossa, l’abbraccio dopo “La storia”.

Devo dire che secondo le precedenti recensioni che ho letto in rete ho capito che la scaletta del concerto è quasi sempre la stessa, così come le battute di spirito e questi atteggiamenti “spontanei”. Quindi i quattro, come attori consumati, recitano ogni sera la stessa parte di un copione già scritto, con un ruolo ben definito per ciascuno di loro.

E’ la volta di Ron, secondo me il vero leader del gruppo per la sua abilità nel trascinare virtualmente il pubblico sul palco: incita, invita a cantare i ritornelli delle sue canzoni e si muove con una gestualità teatrale che coinvolge tutti gli astanti. E’ stato l’unico a far da portavoce del gruppo spiegando le ragioni che li hanno spinti alla realizzazione di questo tour, sottolineando che un esperimento del genere lo proietta anche davanti a un pubblico non suo che deve, per forza di cose, sentire e conoscere anche le sue canzoni.

I suoi pezzi: “Cambio stagione”, “Non abbiam bisogno di parole”, “Sei volata via”, “Canzone triste, “Vorrei incontrarti fra cent’anni”, “Joe Temerario” e “Piazza grande” cantanta con gli altri.

Ora sicuramente vorrete sapere di Ciccio. Diciamo che è sempre lo stesso. Da un po’ di tempo si diverte con pezzi roccheggianti come Sangue su sangue e la nuova Niente da capire, suonando la chitarra a gambe unite e con una tracolla che gli arriva troppo in basso, facendolo appena curvare come un elegante fenicottero. Poi credo che quasi quasi ci provi gusto a stravolgere le sue canzoni spiazzando anche la band, perché entra improvvisamente con la voce quando non è l’ora.

Sa che la gente vuole i classici. E via con Pablo, Generale, Rimmel e Buonanotte fiorellino cantata dando uno sguardo alla platea ed uno a un barrè metallico che non voleva saperne di collocarsi nel capotasto della sua chitarra. Comunque è sempre un grande. Vedrei un suo concerto anche se cantasse le canzoni dello Zecchino d’Oro.

Alla fine i bis finali (anche questi come da copione): “Je so pazzo” e “Viva l’Italia”. Ma durante l’ultimo bis, Bufalo Bill cantata in quattro, era veramente bello vederli cantare e suonare tutti insieme davanti a quel mare di mani che si agitavano, sotto stelle cadenti che si curvavano nel blu della notte per finire la loro corsa proprio su altre quattro stelle che brillavano in questa speciale notte di San Lorenzo.

Il concerto è finito alle 0.45. Siamo tutti soddisfatti. Questo tour resterà nella storia e un giorno in molti potremo dire “io c’ero”.

All’uscita dal teatro, senza dirlo a nessuno, vengo preso dalla voglia di andare a salutare Francesco, consapevole di dover affrontare il servizio d’ordine ma poi faccio rientrare i miei propositi pensando che mia moglie, stavolta, avrebbe preso in seria considerazione la richiesta di divorzio. Povera donna… ormai rassegnata ad essere il mio grande amore….dopo Francesco De Gregori.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

 

 

CATANIA - ANFITEATRO LE CIMINIERE - 12 AGOSTO 2001

CONCERTO IN UN POSTO SCOMODO - In attesa del prossimo concerto a Catania vi voglio raccontare cosa mi è capitato l’anno scorso in occasione dell’ultima volta che De Gregori è stato da noi, il 12 agosto del 2001.

Il suo recital era inserito nella rassegna “Le ciminiere e le stelle”, chiamata così perché svolta nell’anfiteatro dell’Ente Fiera, un grande spazio espositivo ricavato dall’antica raffineria catanese. La zona ora è moderna, le ciminiere le hanno però lasciate per abbellimento, ma quell’anfiteatro è tuttora un orribile posto per concerti di questa portata, sia per la limitata capienza (appena mille posti) sia per la pessima disposizione delle due tribunette e la prova del nove è stata proprio il concerto di Francesco. Allettati dal costo del biglietto di appena 10.000 lire i catanesi hanno fatto subito scorpaciate di biglietti  quindi il luogo risultò insufficiente. Di conseguenza la vigilia del concerto diventò un inferno, un vero tormentone dell’estate, con tante critiche pubblicate a mezzo stampa, fra le quali una mia che finiva così: “Mai come quest’anno i giovani catanesi hanno apprezzato la rassegna “Le Ciminiere e le stelle”. Proprio nella notte di San Lorenzo, seduti alle quattro del mattino sul freddo marciapiede antistante la biglietteria, col naso all’insù scrutando il cielo fra le vecchie ciminiere di Viale Africa, hanno aspettato pazientemente una stella cadente che potesse realizzare il loro desiderio: la conquista del tanto agognato biglietto al primo raggio di sole del nuovo giorno.” Io ho dovuto ottenere il biglietto con uno stile tutto all’italiana (avrete immaginato come).

Il 12 agosto, siccome non c’erano posti prenotati, mi sono presentato all’ingresso alle 18 (3 ore prima!!!). Mi sono seduto sui gradini con alcuni ragazzi più pazzi di me, attrezzatissimi ed abituati a bivaccare davanti agli ingressi dei teatri per conquistare le prime file. Per loro tutto questo faceva parte del gioco, era quasi un piacere che li faceva divertire; avevano di tutto: cuscini, tè ghiacciato, fumo, carte da gioco, libri, panini, brioches, patatine, noccioline e….(chissà perché) tappi per le orecchie.

Alle 19 ci siamo alzati e siamo stati due ore in piedi, in attesa che aprissero i cancelli. Nel frattempo quei ragazzi, con cellulare alla mano, riuscivano ad organizzare una vacanza in campeggio per venti persone in meno di dieci minuti! Beata gioventù!

Davanti ai cancelli altri giovani facevano un gran casino per ognuno che vedevano passare davanti alla loro pole-position. Fra gli altri, passano anche due signori: uno magro, pallido in viso e l’altro più robusto, stempiato, con gli occhiali scuri e accompagnato da una donna. Allora, dalla testa di un pitone prevenuto e inviperito, partiva di tutto: “Vergogna! Noi siamo qui da due ore e avete anche la sfacciataggine di far sfilare i raccomandati”, “Chi sono adesso questi due?, “Dov’è il servizio d’ordine?”, “Va bè che quello è cieco, ma noi poi dove ci sediamo?”.

Si sono calmati quando ho detto loro che quei due erano erano Gregg Cohen e Toto Torquati! E che se non passavano il concerto non poteva cominciare!!!

Comunque, appena entrato (con repentini movimenti degni di “Giochi senza frontiere”) ho conquistato una sedia della seconda fila. Prima dell’inizio intravedo la signora Chicca Gobbi che parlava con due signori del pubblico. Al centro del palco ancora con le luci spente, mentre dava le ultime disposizioni prima dell’inizio, c’era Filippo Bruni. Sempre più ossigenato e sempre più somigliante a Mario Merola.

Alle 21.30, finalmente, in quell’angusto luogo dove l’artista deve cantare faccia al muro e guardare il pubblico una volta a sinistra e una volta a destra (par condicio forzata), entra la band con Francesco. Credo che la foto di copertina di “Fuoco amico” sia stata scattata proprio lì. Con berretto a visiera, occhiali, polo blu e barba molto lunga, senza salutare, attacca: (p.s.: non voglio vantare una formidabile memoria; i titoli delle canzoni li avevo già trascritti allora) Bambini venite parvulos (in rock) L’aggettivo mitico (molta batteria, mettendo sotto tono quegli accordi portanti della canzone e sminuendo il basso, molto importante nel pezzo. Se in questa canzone fai sentire meno importante il basso non c’è più niente)  Spaad….(uguale al disco). A questo punto ci ha detto “Grazie”, poi:

Canzone per l’estate (uguale al disco) Alice (un po’ troppo roccheggiante) Un guanto (idem come sopra) Il cuoco di Salò (uguale al disco) Vecchi amici (uguale al disco) Cercando un altro Egitto (ottima, l’ha fatta come nel disco live “Musica leggera”, ma senza sax) Buonanotte fiorellino (versione molto bella, il tempo del walzer era accentuato dal mandolino di Rosini) Bufalo Bill (a modo suo, con una svogliata pennata alla chitarra) I muscoli del capitano (ha cambiato in peggio tutta la prima parte, stravolgendo anche gli accordi) Sangue su sangue (e dopo, naturalmente, Sangue su sangue) La valigia dell’attore (L’ha cantata bene, mimando un po’ le gesta di un attore davanti alla platea. Era accompagnato al piano da Arianti (ma quanti anni ha?) Condannato a morte (uguale al disco) Compagni di viaggio (troppa batteria) La donna cannone Povero me (uguale al disco) Stella della strada (L’ha fatta nella versione che preferisco: come nel live “Bootleg”.) Tutto questo per due ore, senza sosta. Alla fine ha detto “Grazie, grazie veramente. Buonanotte” .

Dopo i soliti “Fuori!”, eccolo di nuovo per i bis. I fans si radunano in piedi a due metri da lui, su sua mimica richiesta fatta con un cenno con la mano:

Generale (da solo con la chitarra) Chi ruba nei supermercati? (molto coinvolgente, col Maestro che incitava i ragazzi a cantare e ballare a pochi passi da lui)

Battere e levare (suonata in rap e finale con armonica). Fine.

Troppo rumore, troppa batteria e certe volte non si distingueva nemmeno la voce fra i suoni degli strumenti. Invece la voce di Francesco, come il vino, più invecchia e più diventa calda e tonante. L’indomani, però, ho avvertito un senso di oppressione e un sibilo continuo all’orecchio sinistro. Vado al pronto soccorso e dopo un esame audiometrico mi ricoverano con urgenza al reparto Otorino per un’improvvisa ipoacusia (trauma uditivo), causato dalla vicinanza agli altoparlanti e dalle frequenze mal tagliate dal fonico. Ecco perché quei ragazzi della prima fila erano forniti di tappi!.

Dopo tre giorni di ricovero ospedaliero con una terapia a base di flebo, al momento delle dimissioni il medico mi chiese se stavo meglio. Gli risposi di sì aggiungendo che l’unico aspetto negativo era quello di perdere per sempre, da lì a poco, quel naturale LA maggiore incorporato nel mio orecchio sinistro che mi avrebbe consentito di accordare la mia chitarra. Il medico, senza capire la battuta di spirito, mi guardò perplesso e si tuffò immediatamente nella mia cartella clinica controllando se per caso avevano dimenticato di precrivermi una visita alla Neuro.

Oh…però a casa il controllo l’ho fatto davvero: era, invece, un MI maggiore (cantino) molto tenue.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

   

 

CATANIA, TEATRO METROPOLITAN -  29 OTTOBRE 2002

BATTICUORE NEL POMERIGGIO - Davvero brillanti le recensioni tecniche del webmaster Daniele di Grazia e quella di Salvo da Ragusa. E ora di che parlo, degli stivaletti di Guglielminetti? Andiamo a incominciare con la cronaca delle emozioni.

Attendere Francesco ti attanaglia quasi sempre le gambe perché la sua presenza suscita sempre una certa trepidazione ma alle 18 di ieri ci ha attanagliato le gambe anche un’altra cosa: un “movimento ondulatorio” che dopo ti fa sentire come quando scendi dalle montagne russe. Ma noi attendiamo lo stesso, anche con la testa svuotata. Dunque, quante volte avete sentito in televisione o alla radio un personaggio, anche famoso, che prima di cominciare a parlare col Principe dice di essere emozionato perchè se lo vede davanti? E’ vero.

Il momento atteso arriva. Alle 18.30 vediamo arrivare il Maestro che, con portamento regale e con un passo alla “Corto Maltese”, si avvicina verso di noi e si accinge ad andare in auto con Filippo Bruni. Ha un nuovo look: barba accorciata, capelli con un nuovo taglio più corto e una forma davvero smagliante.

Con coraggio gli vado incontro, mi presento, lo saluto e gli chiedo come sta. Lui, stringendomi la mano, mi saluta sorpreso e mi dice “Mimmo! …Ciao, come stai?”. Cambiando subito il suo itinerario (e dopo aver tranquillizzato Bruni) ci invita a prendere qualcosa al bar. Devo dire che, da buon mastino, Filippo sa fare bene il suo mestiere perché poi ci ha confessato di essersi già accorto di noi prima dell’incontro. Caffè per noi e un bicchiere d’acqua per Ciccio.

“L’avete sentita la scossa?”. E qui comincia il colloquio con Francesco, abilissimo nel metterci subito a nostro agio. Abbiamo parlato della limpidezza e della discrezione del nostro sito, della decadenza del vecchio forum della Sony e di Fascio, dei prossimi CD con Giovanna Marini e con i Superquattro, di Otello Diotaiuti, del mio racconto con lui ad Adrano, del viaggio Coast to Coast proposto dal sottoscritto nel forum, di quanto mi volete bene e di tante altre cose. Un consiglio per tutti: se lo incontrate non gli rompete le palle con domande tipo “che significa quella canzone?”, “a chi era dedicata?”, “la tua produzione musicale in quale contesto politico si colloca?”, “che relazione c’era fra le tue canzoni e l’Italia degli anni di piombo?”, oppure l’inevitabile “ma chi era veramente Pablo?”!!!

Smettiamola. Non lo fate scervellare a scovare chissà quale risposta per accontentare colui che vuole fare la bella figura da intellettuale formulandogli domande alla Marzullo. Fatelo divertire invece, fatello rilassare, fatelo ridere. Penso che quando è con un suo ammiratore preferisca di più parlare di un vecchio film di Totò che di altre rotture di scatole.

Si è divertito quando gli ho ricordato del concerto del ’76 a Catania, quello riportato nel forum, quello di “Alice guarda i gatti e i gatti che se magnano i topi”. Anzi, mi ha corretto precisando che quel concerto doveva essere del 1975 e non del 1976. (ma era del76).

Dopo aver autografato la cartolina del sito ha inviato un saluto, tramite noi, a tutti i forumisti del Rimmel Club aggiungendo di essere contento che i suoi ammiratori dimostrino tanto affetto nei suoi confronti.

Poi abbiamo parlato delle sue chitarre. E quando due suonatori di chitarra parlano di chitarre è come se parlassero di belle donne, di curve flessuose, di fedeltà negli anni, di corde che sembrano capelli neri, dell’importanza del tocco quando le fai vibrare, ecc.. Alla fine ho vuotato il sacco spifferandogli i nomi delle sue amanti: Martin D41, e Francesco annuisce; Martin D45, e Francesco annuisce; Aria Elecord AE100, e Francesco annuisce; Takamine EG560, e Francesco: “Quella non ce l’ho più”; Gibson L7-C, e Francesco annuisce; Ovation Legend 1617, e Francesco annuisce; Fender Stratocaster, e Francesco annuisce; Fender Telecaster, e Francesco annuisce; Mantra del liutaio Bonora di Milano, e Francesco: “Ma come cazzo fai?”

Poi, sorridendo: “Eh..Mimmo… ma una l’hai dimenticata: stasera suono con la Taylor!”

Poi usciamo fuori tutti e quattro. Parliamo ancora con lui e quando stavo per dirgli “Francesco, svegliami” arriva Filippo Bruni con l’auto. Ci accorgiamo che Francesco, invece, si attarda; forse vuole continuare a stare con noi, quasi dispiaciuto per non averci incontrati prima. Comunque li salutiamo e voltiamo loro le spalle, già pienamente appagati.

All’improvviso sentiamo una voce: “Dai, venite al soundcheck. Fate strada voi?” Con Daniele ci guardiamo negli occhi come due rincoglioniti. Un’occasione da non perdere, quando ricapiterà mai? Dando disposizioni a Bruni, ci dà appuntamento all’ingresso del Teatro.

Fra la polvere nera che si sollevava per le strade di Catania perdo di vista l’auto di Daniele. In prossimità del teatro, per fare in fretta, compio in dieci minuti tutte le infrazioni del codice stradale occorrenti per conquistare il ritiro della patente. Daniele arriva prima di me ed entra trionfalmente in teatro abbracciato da Francesco mentre io arrivo subito dopo. All’ingresso non mi fanno entrare e così, forte di un’autorizzazione principesca, faccio chiamare Bruni. Ora ditemi voi, chi è quel fan di De Gregori che trovandosi faccia a faccia con l’Orco cattivo Filippo viene invitato ed accompagnato da questi in sala durante le prove?

Entro nel grande teatro buio e vuoto. Soltanto il palco è illuminato dalle luci e dalla figura longilinea di Francesco che suona con la band. Mi avvicino, arrivo in prima fila accanto a Daniele che era già lì in semicoma e appena mi siedo accanto vedo che, mentre canta la Casa di Hilde, il Generale si accorge di me e mi fa un cenno col saluto militare! Il Generale che saluta il soldato! Senza parole!!!

Con Daniele, felicissimi di essere entrati nelle stanze di un indimenticabile pomeriggio, guardavamo dietro di noi tutte le poltrone rosse vuote e ci sembrava di sognare. Ascoltando le canzoni i nostri discorsi erano soltanto “dammelo tu… no, dammelo tu…” (che cosa? il pizzicotto per svegliarci a vicenda!). Ha provato: L'abbigliamento di un fuochista, Baci da Pompei, Signor Hood, I muscoli del capitano, Caldo e scuro, Cercando un altro Egitto, Bufalo Bill, La casa di Hilde.

Ricordate di quanto ho scritto che 26 anni fa mi ero mangiato il velluto della poltrona che avevo davanti per l’occasione perduta? Ebbene, ieri sera quella poltrona non c’era più, anzi non c‘era proprio niente, solo un palco a un metro di distanza e una leggenda vivente che sembrava cantasse solo per noi. Le persone normali tutto questo non lo potranno capire mai, ma proponete una cosa del genere a un degregoriano e poi vedete cosa succede.

Alla fine delle prove ci risaluta e andiamo a staccare i nostri biglietti. Dopo, in sala, ci conosciamo per la prima volta con i simpatici forumisti Mauro, Francesco e lo storico Salvo da Ragusa del forum Sony. E’ stato bello ritrovarci lì, con mogli e fidanzate che alzavano gli occhi al cielo sospirando, coscienti di vivere accanto ad eterni bambinoni che non hanno ancora deciso di crescere (e meno male!!).

Il concerto è già stato descritto in modo magistrale da Salvo. Questa la scaletta (in ordine alfabetico): Alice, Battere e levare, Bufalo Bill, Buonanotte fiorellino, Caldo e scuro, Cercando un altro Egitto, Chi ruba nei supermercati?, Compagni di viaggio, Condannato a morte, Dr. Dobermann, Generale, Il bandito e il campione, I muscoli del capitano, I shall be release di Dylan con testo suo, La casa di Hilde, La donna cannone, L’attentato a Togliatti, Niente da capire, Pentatlon, Pezzi di vetro, Rimmel, Signor Hood, Viva l'Italia. Stupenda la versione della Donna cannone fatta da solo con la chitarra e sempre coinvolgenti “Chi ruba nei supermercati?” e “Cercando un altro Egitto”. Via via tutte le altre.

Ora vi voglio dire (no, mio padre non è un guardiano di mucche) che da ieri in me è cambiato qualcosa e sono certo che Francesco, se mi legge, condividerà. Sì, lo avevo visto cinque anni fa, ma continuavo ad immaginarlo sempre come un mito. Rivedendolo ieri, questo mito è caduto (ma come, Mimmo, che dici?) ma non in senso negativo per una delusione ma in senso positivo per una conquistata familiarità col personaggio che ho ammirato da sempre. Quando stavolta ho parlato a lungo con lui e al bar mi ha chiesto “che prendi, Mimmo?” detto come te lo dice ogni mattina il tuo collega d’ufficio, mi sono accorto che l’emozione in me cominciava stranamente a svanire per lasciare il posto alla consapevolezza di trovarmi davanti ad una persona normale, fatta di carne ed ossa e non di spirito; il sapere di essere stato riconosciuto da lui (perché anche lui, come tutti gli uomini, è curioso) ha stravolto tutti quei miei convincimenti sulla sua presunta superbia e scontrosità, peraltro costruita dalla stampa; il sentirmi quasi invitare ad entrare con lui in auto per andare al Teatro ha fatto crollare nella mia mente tutte le immagini fatte di fotografie, di carta stampata, di recensioni, di chicche, di libri, di riviste.

Chi ha letto il mio racconto sul vecchio sito di Calvani sa che concludo dicendo di aver raggiunto la mia “Isola che non c’è” perché ero stato, anche soltanto per cinque minuti, un amico di Francesco De Gregori. Sapendo che ieri sera quei cinque minuti erano aumentati di parecchio, tornando a casa ho guardato tutti i miei “altarini” su Francesco ed ho pensato “ma si possono mai costruire degli altarini dedicati a un amico?” e stavo quasi per toglierli di mezzo.

C’è da crederci? Tanto, ormai, non mi crederà più nessuno. Specialmente voi. Ciao a tutti. Alla prossima.

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

 

ZAFFERANA (CT), ANFITEATRO - 2 AGOSTO 2003

DE GREGORI DAY - Tocca a me. Sono sicuro che oltre alle recensioni tecniche (già descritte) siete in attesa di sapere…. altre cosine. Andiamo!

Il 2 agosto il tempo è canaglia. Nel pomeriggio un temporale rischia di rovinare tutto. Ma possibile che dopo due mesi di Tropico mi sono dovuto ridurre a guardare le previsioni del tempo, in piena estate? Quando venni a conoscenza della data mi sentivo già in una roccaforte, era una data che mi metteva al sicuro da qualsiasi capriccio del meteo estivo, e invece….

La quiete dopo la tempesta. Mi chiama Daniele e dopo un rocambolesco appuntamento mi scaravento lì, accanto al mio idolo, salutandolo con baci e abbracci. Ancora adesso e nonostante mi conosca già, quando me lo vedo davanti vengo bloccato dall’emozione e mi comporto con lui come un fan di Baglioni. Sarà la sua altezza, il carisma, la sua acutezza, ma in queste occasioni non mi preparo mai i compiti a casa e rischio, come al solito, di dire stupidaggini e cazzate che mi fanno apparire per quello che non sono.

Dopo i saluti gli ho detto “Francesco, qui mi ci vuole un tranquilante” e lui, ridendo sottovoce alle mie orecchie: “Vaffanculo… ormai siamo amici, no?” facendomi intendere di trattarlo non come un mito ma come il chitarrista che dialoga col capobanda, facendomi capire che lui (una volta per tutte!) è un “ragazzo” come me!  Ma che ci posso fare? E’ più forte di me. Ma stavolta lui c’è riuscito, stavolta mi sono tranquillizzato ed ho parlato con lui in maniera diversa, è stato come se lo conoscessi da tempo, come averci fatto l’asilo assieme.

Abbiamo parlato del sito e ci ha detto che gli piace perché è carico d’affetto nei suoi confronti, che finora ha trovato delle persone squisite ed educate ricordando, fra le altre, la dolce Pippina. Quando gli ho parlato di Adriano, la nostra mascotte, aggiungendo che a 4 anni canta dalla mattina alla sera le sue canzoni, mi ha detto “Poveretto, lo state già a rovinà!”.

Come ha già detto Di Grazia, ci invita alle prove. Arriviamo a Zafferana poco prima di lui dove all’ingresso del parco comunale ci sono già tante persone in fila. In quel momento incontriamo Luca, che si trova al posto giusto nel momento giusto. Ci avviamo all’ingresso secondario. Inizialmente non ci fanno entrare ma dopo cinque minuti arriva l’autovettura con il Nostro a bordo e si ferma un attimo all’ingresso a parlottare. Subito dopo vediamo un uomo della sicurezza che con un cenno della mano ci dice di avvicinarci e ci chiede “Di Grazia e Rapisarda?”. Siiii!! Acchiappo Luca al volo e me lo trascino alle prove, all’interno dell’anfiteatro.

Francesco prova, prova, prova. Alla fine consegna la sua Taylor e ……. che fa? Si avvicina a noi scambiando qualche parola e salutandoci ancora una volta. Questa non me l’aspettavo! E’ stato un gesto di estrema signorilità e gentilezza, una forma di riguardo straordinaria; ma non per il Rimmel Club (che poi, in fondo, anche se ormai riconosciuto dall’artista, è pur sempre un sito multimediale di suoi ammiratori) ma per la gente in generale. Francesco ha un profondo rispetto per la gente ed io sono rimasto molto colpito da questo nobile atto, fatto con stile e immensa educazione. Il grande De Gregori, quello che ha scritto Alice, Rimmel, La donna cannone, finisce le prove e prima di andare in camerino non si dimentica di salutare tre suoi fans. Anche se più conosciuti degli altri, ma sempre semplici fans. Ormai da tempo, quando leggo qualcosa sulla sua presunta scontrosità volto sempre pagina, non ci credo più. In vita mia ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte ed ogni volta è stato con me di una cordialità indescrivibile. Da lui ti devi aspettare le cose più semplici della vita, perché è questo che vuole. Lo puoi incontrare mentre scherza con i vecchietti seduti sulle panchine, mentre allaccia le scarpe a un bambino o mentre bacia le mani al suo batterista dopo i bis. E’ un uomo di grande generosità ed umiltà, doti che nasconde sotto quell’alone di timidezza che lo fa sembrare superbo. La sua grandezza d’animo non la conoscono in molti: sarebbe capace di approntarsi a trovare qualsiasi escamotage pur di aiutare gli amici in difficoltà.

De Gregori, anche se ancora qualcuno si ostini a pensarla diversamente, è una persona per bene, è una brava persona, un signore! Lo dico sinceramente, senza alcuna forma di ruffianeria. E stavolta non lo dico da fan, ma da semplice uomo della strada.

L’anfiteatro si riempie. Conosco finalmente Elena. Una donna meravigliosa, esplosiva, intelligentissima, raggiante, solare, mediterranea. E’ una donna che da poche parole è in grado di analizzare qualsiasi cosa; quando ti ascolta è come se leggesse un libro tutto d’un fiato e in pochi minuti ti dice la fine, se il libro è da buttare o no (nonostante le difficoltà della lingua). Leghiamo subito nelle nostre discussioni, ci sediamo in prima fila e ci godiamo il concerto.

La scaletta è quasi simile a quella di Vittoria ma rispetto a Vittoria quello di Zafferana è stato un concerto più teatrale, più silenzioso, col solito spettatore che chiede a Francesco di parlare e di fare discorsi. “Ahooo! (come diciamo a Roma), basta con questa storia dei discorsi, i discorsi li faccio già nelle mie canzoni!” è stata l’unica cosa che ha detto. Grandiose le sue interpretazioni della Donna cannone e del Signor Hood. Quando ha cantato Pezzi di vetro ha fatto uscire perfino le stelle dal cielo pumbleo dell’Etna. Grande.

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

 

VITTORIA (RG), FIERA EMAIA - 3 AGOSTO 2003

LA WOODSTOCK DEGREGORIANA - L’indomani, 3 agosto, conosco il giovane e tenero Frank, un ragazzo dotato di una memoria degregoriana impressionante. Sarebbe capace di ricordarsi la scaletta di qualsiasi concerto….. dimenticavo: è anche un ghiro da competizione! Il tempo di fare gli auguri a Zia Pippy da casa mia e poi via in partenza per Vittoria: il sottoscritto, Daniele, Elena e Frank (quattro pazzi per strada!). Era pure la prima volta che andavo in trasferta.

Vi rivelo una cosa. Desideravo da tempo farmi due ore di macchina ascoltando ad alto volume le canzoni del Ciccio senza che nessuno potesse dirmi “adesso cambia disco”. Desiderio esaudito: avevo a bordo dei degregoriani DOC e questo non potevano mai chiedermelo. Due ore “on the road” con un CD pieno di canzoni di Ciccio fra le colline ragusane, le nuvole minacciose che ci scrutavano dall’alto come aquile, bivi stradali saltati per la distrazione e un paio di infrazioni tali da farmi retrocedere nella serie C dei patentati.

A Marina di Ragusa arriviamo a casa di Salvo dove finalmente conosco Marcello. Marcello è una giornata di agosto nel mese di novembre, una Dyane 2 cavalli in una concessionaria di auto di lusso, un girasole in un campo di crisantemi, un piattone di patatine fritte in un menù vegetariano, la luce dopo un black-out, un film di Alberto Sordi in una rassegna impegnata. E’ una forza della natura. E spero che quel bambino che c’è in lui (e anche in me) continui ad esistere, perché è la valvola di sfogo che serve a non farci morire.

Dopo la passeggiata a Marina di Ragusa ci avviamo a Vittoria, agli spazi Emaia. Lì incontriamo Alessandro, Roswhita, Giovanni Puma, Luca e tanti altri.

Appena inizia il concerto sventoliamo l’ormai famoso striscione e Ciccio, appena lo vede, fra le sue risate e quelle di Giovenchi, ci fa un cenno di saluto con la mano. Tre ore in piedi, ad accompagnare in coro Francesco. Alla fine l’ultimo accordo è dedicato, col manico della chitarra rivolto verso di noi, al nostro striscione. Il concerto era diventato solo un pretesto per vederci tutti insieme, sono arrivati da tutte le parti. Vittoria è stata la nostra Woodstock, un raduno di soci che rimarrà nella storia del sito. Quella foto fatta tutti insieme con i musicisti vale molto di più di una foto con Francesco fatta soltanto per cortesia dell’artista (e sono sicuro che se lui legge sarà contento di questo). Alla fine le nostre firme e quelle di Giovenchi e Svampa sullo striscione, ormai trattato come la Sacra Sindone. Indimenticabile. Vittoria è stato il coronamento di migliaia di post che ci siamo scambiati in tutto questo tempo. Come dice Elena, è stato il nastro (filo) che ha unito tutti i forumisti del Rimmelclub.

Le ultime foto, gli ultimi saluti e poi un salto a Ragusa, dove Salvo e la sua Tiziana hanno fatto gli onori di casa in modo eccezionale portandoci a cena in un caratteristico localino ragusano. A fine pasto (e a fine schitarrata) i saluti e la corsa di ritorno a Catania.

Nel viaggio di ritorno a Catania Daniele non disse nemmeno una parola perché era stanco (era anche preoccupato perché alle tre del mattino, per distrazione e per il sonno, saltai il bivio per Catania e andai a finire a …Comiso!!!!), disse soltanto…. “chi lo doveva dire che doveva accadere tutto questo?…” e rigirò lo sguardo a destra, verso il finestrino.

Stavo per rispondergli “Daniele, siamo tutti pazzi o... stiamo vivendo una favola?” ma subito mi rituffai nel mio pessimo senso di orientamento alla ricerca di un‘indicazione per tornare a casa, mentre la radio cantava “..stasera guardo questa strada e non so più dove mi tocca andare..!!”.

Elena ci rideva sopra e Frank (e quando mai) dormiva. Povero Frank, non sapeva che con un autista del genere rischiava di farsi tutta una tirata fino alla seconda stella a destra, dritto fino al mattino……. fino all’isola che non c’è.

Grazie ragazzi! Ieri mi avete fatto ringiovanire di vent’anni!

Mimmo Rapisarda

(TO: RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

 

POLSO ROTTO PER APPENDERE AL MURO QUALCOSA ................

(estratto dal forum del Rimmelclub - dicembre 2005)

Mano, mano, manina, gelida manina, smanetta, un po’ di manetta, dai più aria……. dai alzati, vola, vola vola.

….. eccomi. Finalmente posso scrivere qualcosa senza stancarmi.

Ci siete cascati, eh? No, non è un post politico. Volevo soltanto parlarvi delle mie mani e dell’infortunio che mi ha bloccato per tre mesi. E a questo punto potete anche chiudermi, se non vi interessa. Altrimenti scendete più in basso.

Dunque, il motivo perché mi sono rotto il polso mi sono vergognato a dirlo perché è accaduto nel modo più stupido e incauto: stavo per appendere qualcosa al muro (non è difficile intuire cosa) mettendo i piedi su una poltrona con le ruote che è partita come una Ferrari a Maranello e….  sono volato per terra. Risultato: frattura scomposta del polso destro con interessamento dell’ulna.

Questa mi mancava. Per il calcio in vita mia mi sono rotto caviglia, tibia, costole e clavicola, tutti a destra. Avrei voluto una frattura comunista proprio mentre cadevo per appendere la cosa di un comunista, ma non c’è stato niente da fare. In quegli attimi non ci sono riuscito. A destra anche questa volta!

Dopo essere stato steccato in posizione inversa da poco raccomandabili “luminari” del pronto soccorso, sono stato ricoverato tre giorni in Ortopedia.

Il giorno della riduzione della frattura (che non si può fare da svegli) e poco prima di  addormentarmi, in sala operatoria ricordo solo il primario che chiede “e questo chi è?” e l’aiuto: “il polso”. Dopo non ricordo più niente. Mi sono risvegliato su un letto che mi scarrozzava nei corridoi del reparto come al Luna Park.

Lì nessuno viene chiamato col proprio cognome, c’è chi si chiama Scapola, chi Clavicola, chi Acromion, chi Processo zigomatico. Io ero il polso.

Una notte il Polso non avevo sonno e dopo aver passeggiato per tutto l’ospedale per far passare il tempo interminabile, è uscito fuori per fumare una sigaretta. Al rientro ha suonato al citofono: “Sì?....”, “Rapisarda sono!” (Frank starà ridendo!) e loro: “Rapisarda chi?”. “Il Polso!”. Mi avevano riconosciuto, la porta si è aperta come quella di Fort Knox al solo sentire quella parola d’ordine radiografica!

Intanto durante il ricovero, già ingessato, qualcuno mi portava qualcosa da leggere: un cruciverba! Posso soltanto leggere le definizioni, alcune sottolineate e …. già mi veniva voglia di cliccarci sopra.

Sono tornato a casa molto sconfortato. Ora va molto meglio (e si vede anche dalle cartoline inviate dal mio amico Otello) ma due mesi fa con la destra non potevo nemmeno prepararmi un caffè, aprire una porta, scrivere, guidare, radermi, mangiare, suonare, digitare, usare il mouse. Se mi fossi rotto la sinistra, almeno con la destra avrei potuto suonare, cucinare, digitare o dipingere, insomma fare tante altre cose che in passato avevo rimandato di fare, visto che ero costretto a stare a casa. Ma con la sinistra no, con la sinistra ti stanchi anche a leggere un libro. Insomma, ero un mancino al cento per cento senza saper usare la sua mano preferita ed ho capito che senza la destra sarei fottuto! (nel senso più anatomico del termine).

Quindi, in tante cose sono stato costretto ad usare l’altra mano, anzi l’ho riscoperta. Quella che consideriamo soltanto un ausilio devo dire che invece si è rivelata una valida alternativa. Forse la sinistra è fatta per fare anche lei le cose che fa la destra, ma chissà cosa succede nel nostro organismo quando cresciamo, chissà perché facciamo tutto a destra. L’ho dovuta riabilitare, farle fare tante cose che prima non faceva e così le ho insegnato come usare il rasoio, la forchetta e tante altre cose. Il mio capolavoro con lei è stato quello di aprire una bottiglia di vino. Tenendo con la destra il cavatappi già infilato nel tappo, con la sinistra ho fatto girare la bottiglia, poi l’ho messa in mezzo alle gambe e sempre con la sinistra ho stappato. Naturalmente, durante queste monellerie sono sempre solo!

Proprio l’indomani dalle dimissioni mi sono ritrovato con Daniele per dare un saluto a Francesco De Gregori in occasione del suo concerto a Priolo. Arriviamo in albergo poco prima dell’appuntamento e intorno alle 18 il Principe entra nella hall e ci viene incontro per salutarci prima di partire per le prove. Viene verso di noi sorridendo. Appena lo vedo con quegli stivali da texano, la nera giacca di pelle, lo zainetto alle spalle, il cappello in testa che sembrava prestato da Clint Eastwood dopo le riprese di Qualche dollaro in più, gli occhiali alla Geppetto e la barba lunghissima da cercatore d’oro del Klondike, per istinto mi viene di dirgli “ciao cowboy!”. Ride, mi saluta, saluta Daniele, ci offre il caffè e mi dice “Che è successo? Scommetto che te sei rotto la mano appendendo un disco mio!” ed io “no Francesco, un’altra cosa: il poster delle tue chitarre! Mi hanno pure detto che, sapendo che eri nei paraggi, mi sono rotto il polso apposta per farti firmare l’ingessatura…. e a questo punto ……una firma ad un ingessato non si rifiuta mai!”. Mi prende il braccio destro come uno scrittoio e con le sue enormi mani comincia a scriverci sopra col pennarello blu. “Mo’ te lo faccio come si deve … nome e cognome” e ridacchiava, si divertiva. Firmare un gesso è sempre una bella cosa, specialmente se è completamente bianco, ma quel suo autografo campeggiava enorme sul mio braccio, come la scritta Hollywood sulla collina di Los Angeles.

Come sempre, è stato cordiale. Ci ha confessato che il tour estivo lo ha sfiancato. Poi abbiamo parlato del mio cognome, visto che proprio davanti a noi c’era una gioielleria omonima, e mentre gli spiegavo che Rapisarda sta a Catania come Brambilla a Milano mi accorgevo che l’insegna luminosa di quel negozio era sottolineata …. e un impulso partiva dalla mia mano destra,  mi veniva voglia di cliccare per vedere quali orologi c’erano in catalogo ……ma non accadeva nulla, non si apriva nessuna finestra. Mi mancava qualcosa.

Rispetto a quest’estate era assente tutto il circo che ruota attorno a Francesco. Lo accompagniamo fino all’autista che lo avrebbe portato al concerto e ci saluta con un “ci vediamo più tardi a Priolo….ma com’è sto Priolo?”. Glissiamo per non scoraggiarlo.

Ci avviamo anche noi in auto con un peso in più, quel gesso pesava più di prima. Era da collezione, un gesso da E-Bay.

Ma chi lo doveva dire! Straordinaria sta cosa…. prima di incontrarlo non ci avevo nemmeno pensato, l’idea mi era venuta al bar mentre prendevamo il caffè, ma …forse non c’è niente di straordinario, perchè …. secondo voi, Mimmo Rapisarda poteva avere un gesso normale? Secondo voi, chi poteva apporre la prima firma? Lui, no? E poi, sarà stata una mia impressione ma….. da quando è stato autografato dal Nostro ho cominciato a sentire un po’ di sollievo. Anche fisioterapeuta l’ho scoperto!

Usciamo fuori dall’albergo e ci accorgiamo che a quel punto la Renault di Daniele era diventata una zucca! Una zucca pronta per essere trainata da 300 milioni di topolini che dovevano correre non in via Frattina, ma in direzione di Siracusa per fare tappa in quell’allucinante cittadina che si chiama Priolo Gargallo. Per chi non la conosce, appena vicini a Priolo si ha l’impressione di essere contenti di arrivare. Illuminata di notte sembra Las Vegas: un’enorme città piena di luci sfavillanti. Verrebbe da dire “che ha di male questa località? Da quello che si vede sembra che sia pure un luogo allegro!”. Avvicinandosi, poi, ci si accorge che tutte quelle luci non sono altro che le segnalazioni luminose delle raffinerie petrolifere, ed entrando al paese si avverte immediatamente la puzza dei gas, delle sostanze nocive e di tutti quei veleni che hanno provocato quell’alta incidenza di tumori fra i suoi abitanti che, per lavorare, sono rimasti in questa pattumiera voluta dalle multinazionali.

Quando arriviamo a Priolo incontriamo Salvo e Alessandro Noto. Sul concerto niente da dire perché è stata la copia esatta di tutti quelli estivi.

La mia riabilitazione è stata lunga e noiosa, ero consapevole di quel che mi avevan detto. Ho fatto tante sedute di fisioterapia, magnetoterapia e laser; c’è tanto elettromagnetismo nell’arto destro che ancor oggi, quando lo poggio, il bicchiere di plastica mi viene appresso alla mano! E poi gli esercizi con la palla di gomma, che a volte mi cade e fa eccitare il mio gatto che vuole giocarci; anche quando muovo la mano per esercitarmi vuole giocare: si mette nascosto in agguato dietro il divano e, muovendo la coda convinto di essere nella Savana, appena comincio a muovere le dita sferra l’assalto, fino all’ultimo sangue!

Un altro problema era fare la doccia con il braccio destro infilato dentro la busta di plastica. Ma mi rassegnavo a questa situazione, bisognava avere pazienza. La mia canzone preferita sotto la doccia era Il mio canto libero: “in un gesso che non sopporto più, il mio braccio libero sei tu”. Quando stavo scazzato guardavo la tv, a rompermi le palle con la telenovela Lecciso-AlBano e Pupo, che non gli riusciva proprio di cantare Su di noi, visto che nel pacco finale la sua canzone non c’era mai e la sua uscita stava diventando peggio del 34 a Napoli. Ma mentre seguivo (si fa per dire) la tv giravo la testa a destra e guardavo il mio gesso come una madre guarda il suo bambinello. Non mi pareva vero!

Negli ultimi tempi, per esercitarmi, suonavo la chitarra e visto che stavo a casa mi lasciavano mio cugino per farmi compagnia. Con lui allla tastiera ed io alla chitarra ci siamo fatti un bel repertorio dei Beatles e di Ciccio in versione rock. Tanta era la voglia di suonare che adesso mi piacciono canzoni come Sangue su sangue, Dobermann e tutto Fuoco amico.

Un particolare: mio cugino è down, ha un orecchio eccezionale, suona la tastiera da Dio ed è una delle poche persone che crede ancora all’esistenza di Babbo Natale. Non potete sapere quanto bene faccia star vicino ad una persona del genere. Io lo chiamo Cardura o Norvasc (noti farmaci per la pressione arteriosa) perché quando sono giù, ansioso o pensieroso mi basta metterlo sulle mie ginocchia e giocarci che tutto mi passa come per incanto. Lui con me si autodefinisce terapeutico. Alla festa del suo compleanno c’erano tutti i suoi amici down ed era impressionante vedere le facce estasiate e rilassate dei loro genitori e di tutti i presenti; facce serene e soddisfatte, che ridono e che ricevono tanta gioia e distensione per le spiritose battute di quegli originali festeggianti, per quel loro insolito e particolare humor pieno di sincerità e limpidezza che li contraddistingue e che riescono a contagiare a chiunque, anche all’uomo più insensibile. E’ davvero commovente star con loro, sono davvero degli angeli, delle anime pure che non conoscono il male e la falsità; si innamorano fra di loro platonicamente, si promettono reciprocamente matrimoni, figli, sistemazioni e lo fanno senza malizia, pianificando tutto nel loro mondo speciale. Conosceteli meglio, avvicinatevi a loro, perché entrerete in un meraviglioso giardino.

Quando mio cugino non c’era uscivo fuori e non potendo guidare a volte prendevo l’autobus, oppure camminavo a piedi. All’uscita di casa vedevo la mia auto ferma e mi rendevo conto che anche la mia Renault stava per diventare una zucca. Ma veramente una zucca, con radici e tutto il contorno orticolo!

Me ne andavo a spasso con la coscienza a posto. Dico questo perché se mi fossi infortunato alla sinistra, con la destra avrei potuto fare tante cose utili e mi sarei sentito in colpa a non farle ma, non potendole fare (nemmeno prendere pesi), mi sentivo quasi autorizzato a non far proprio niente. Ho scoperto che anche non fare niente è produttivo. Così, percorrendo chilometri e chilometri, la mattina incrociavo le auto ferme ai semafori con i vetri appannati dai quali facevano capolino le guance arrossate di infanti ancora addormentati che stavano per essere scaricati negli asili nido o dalle nonne. Quelle guance sobbalzavano al rosso, quando le loro innervosite mamme, a bordo di grosse auto sfrecciavano sempre più incasinate per non far tardi al lavoro.

Oltre a far bene alla salute, è vantaggioso camminare a piedi. Si riscoprono tante cose che in auto non è possibile stanare, si scovano piccoli negozietti che non credevi esistessero, si possono fare confronti sugli acquisti, si possono organizzare tour fotografici sulle cose più estrose e particolari. Una cosa che ricordo con piacere è stata una piccola band di gitani che suonava in via Etnea: contrabbasso, fisarmonica, uno strano xilofono e un violino elettrico. Dalla mattina alla sera erano lì, senza sosta, senza fermarsi mai, con un interminabile repertorio. E quando suonavano l’ultimo pezzo non erano per niente stanchi. Credo che per loro, in fin dei conti, non era poi così importante quanti spiccioli siano caduti nella custodia del violino o se riuscivano a vendere un po’ di CD per scaldare lo stomaco. Loro erano già felici così e ridevano mentre suonavano, scherzavano, già appagati solamente per gli applausi, per la perfetta sincronia che c’era fra di loro, per il godimento che suscitavano in loro quei suoni provenienti da strumenti ormai da buttare via ma che nelle loro mani diventavano eccezionali, per quello strano amore che li ha riuniti lì, tutti e quattro, nello stesso momento, nello stesso posto, nella stessa situazione: la musica. Quando li ho visti mi è venuta in mente I musicanti. “I musicanti accordano il violino, stasera suoneranno sulla luna e non importa niente se la gente del caffè non capirà la loro anima. I musicanti non piangono mai.”

Continuo pacifico a piedi, fra facce nervose agli incroci. Un giorno, in pieno traffico infernale, mi capitò di vedere un parcheggio libero, non uno con le strisce blu ma uno di quelli che per culo te lo ritrovi solo una volta nella vita.

Ed io ero a piedi!

Quando l’ho visto, per istinto stavo cercando il cambio dell’auto per inserire la prima marcia e infilarmi in quel paradiso metropolitano, ma dopo essere tornato alla realtà mi sono avvicinato ed l’ho guardato con perizia per un quarto d’ora. Facendomi scambiare per pazzo, accovacciandomi, osservavo per terra l’asfalto e i bordi del marciapiedi circostante come se stessi stimando un ettaro di terreno per una compravendita. Che merce rara, un posto libero! Mi ci sono messo dentro e ci sguazzavo come nella vasca da bagno, godendomi quel momento fino a quando qualcuno non si fosse accorto di quei sei metri quadri di felicità urbana.

Quando c’era burrasca andavo a passeggiare al lungomare per farmi fare un make-up sul viso dallo Jonio quando sbatte le sue onde sulla scogliera di levante. Me ne stavo lì, nelle sue vicinanze, a guardare i cavalloni che all’impatto diventavano altissimi e bianchi draghi di schiuma che sputano acqua e non fuoco. Quel benefico vapore acqueo mi arrivava in faccia e chiudendo gli occhi avvertivo tutti gli odori e i profumi del mio mare, anche quelli più impercettibili. Spettacolare, un divertimento che un cinquantenne non si regalerebbe mai. Peggio per lui.

Burrasca e vento sì, ma la pioggia no. Non c’è bisogno di dire che nel periodo di convalescenza stavo molto attento a non uscire quando pioveva per non rovinare il bambinello. Uscivo quando c’era sole, fin troppo sole. Una mattina, mentre meditavo di portare la reliquia in cattedrale a Sant’Agata come ex-voto, vicino alla tomba di Bellini, mi aggiravo in maniche corte al mercatino delle pulci della mia città e un venditore di dischi usati, riconoscendo la firma, mi ha proposto di portargli il gesso appena sarebbe stato rimosso per venderlo e fare, quindi, a metà. Non sapeva con chi stava parlando, nemmeno gli ho risposto.

Ricordo e ringrazio il mio amico medico che mi ha seguito, l’infermiere che conosceva le canzoni di De Gregori e che è stato gentilissimo quando ha rimosso il gesso, facendo attenzione a non rovinarlo e, infine, quella poveretta della fisioterapista (più a sinistra del partito comunista cinese) che mi ha aiutato a ripiegare la mano ad angolo retto. Le chiedo scusa se ogni volta che mi chiedeva “pieghi in alto la mano”, per farla incazzare le rispondevo “a noi!”.

Ringrazio anche un’altra amica che mi aiutato: la Vodka! Non pensate male, quando la mano mi faceva male ed era infiammata prendevo la bottiglia ghiacchiata dal congelatore e me la poggiavo sul braccio. Però, ogni tanto, il cicchetto scappava. Però leggevo l’etichetta con la scritta sottolineata, mi veniva voglia di cliccarci sopra e il risultato era invece un altro bicchierino.

Mah…… comunque, anche questa è andata….. anche questa sta per passare in quest’anno che per me è stato pessimo, da buttare nella spazzatura. Alla mezzanotte dello scorso capodanno qualcuno mi offrì delle lenticchie perché dicono che portino bene. Allora risposi che non credevo a queste sciocchezze. Ebbene, per questo capodanno ho già ordinato tre chili di lenticchie, getterò anche mia suocera dal balcone, sparerò come un forsennato fuochi d’artificio peggio di un napoletano e credo che indosserò anche delle mutande rosse. Più di così….

I momenti di felicità quest’anno sono stati davvero pochi. Accontentiamoci di quello che ha passato il convento, sperando che nel prossimo anno quei momenti siano più numerosi. D’altra parte, la durata della felicità è come un semaforo all’incrocio del destino: la luce verde dura un soffio, la luce rossa un’eternità. Quest’anno anno al mio incrocio c’è stato un po’ di traffico e il verde non scattava mai.

Questo messaggio è rivolto anche al forumista Signorhood nel post “Buon Natale”. Francesco, stai col giallo che serve a riflettere, a riprenderti e riacquistare le forze, premi sull’acceleratore e non avere fretta. Vedrai che il verde, prima o poi arriva. Deve arrivare, altrimenti il semaforo è rotto e si deve far riparare.

Comunque, la cosa più importante è che adesso io possa finalmente vedere una parola sottolineata; è una parola magica e ci sta scritto Rimmel Club. E stavolta posso cliccarci davvero, senza impedimenti, farmi male o stancarmi. E ci clicco con gioia, perché mi farà entrare in un mondo dove ci sono tanti amici che mi vogliono bene.

Beh, che dirvi…. ragazzi? In questi giorni non vi bivaccate sui divani dopo lauti pranzi, non guardate troppa televisione e non state troppo a casa che i termosifoni a temperatura elevata fanno venire il mal di testa.

Auguro a voi e alla vostre famiglie i migliori auguri di un Buon Natale e sereno, ma sereno davvero, 2006.

Anche se rock, Eric Clapton era mano lenta.

La mia mano era rotta, ma non lenta. Era rock, ricoperta di tanto rock, anzi hard rock! Era autografata dal Principe.

Buone Feste!