IN
TOUR CON MANNOIA, DANIELE E RON. Andare
a Taormina di sabato sera è già un problema; andare poi a vedere un
concerto nel suo Teatro Greco in questi giorni della settimana diventa
un’impresa ardua.
Anche
partendo con largo anticipo da Catania il casello della nota località
produceva una coda di tre chilometri e le auto in uscita dal casello
erano già in salita pellegrina in direzione del grande parcheggio,
peraltro già pieno, come comunicatoci via cellulare.
E’
già tardi. Insieme a moglie e amici prendiamo una geniale decisione:
all’uscita dal casello scendiamo a Giardini Naxos e saliamo a Taormina
con la funivia, nonostante il sottoscritto soffra di vertigini
(Francesco, anche questo per te). E’ stato l’unico modo per arrivare
in tempo al concerto. A quel punto altri possibili stratagemmi erano il
possesso di un elicottero, il dono divino di saper volare, la residenza
a Taormina o …. chiamarsi Berlusconi.
Entro
e mi accomodo al mio posto (naturalmente Poltronissima). Il Teatro alle
21.30 è già stracolmo. Una marea umana faceva da collana a quel
diamante che è il teatro antico, con il suo palco circondato da resti
di colonne doriche e con le quinte squarciate al centro dello stesso in
modo da spalancare in platea un panorama notturno mozzafiato. Uno
spettacolo nello spettacolo. Al centro di quel diamante stavano per
essere incastonati quattro smeraldi: De Gregori, Daniele, Ron e Mannoia.
Un collier unico al mondo.
Allle
21.45, eccoli arrivare finalmente: La Roscia, il Lungo, il Corto e il
Pacioccone. Daniele, Ron e Fiorella salutano il pubblico.. poi a seguire, come lo chiamano i suoi colleghi,
arriva il Generale. Con un cenno della mano che vuol dire “salve a tutti”
entra in scena con una bandana rossa in testa (stile Dylan a Woodstock)
da farlo sembrare un pirata appena sbarcato sulle coste joniche. Anzi,
per via della sua barba rosso-scozzese: il pirata “Francis Mc Gregor
alla conquista della Trinacria”.
Cominciano
subito insieme con “Una città per cantare”, “Quando”,
“Alice”, “I treni a vapore” dove Ciccio saluta a modo
suo il popolo siciliano modificando la strofa “delle città importanti
mi ricordo Milano” con “delle città importanti mi ricordo Maalaanu”
con un tipico accento siculo. Risata generale.
Dopo
l’inizio insieme si è andati avanti senza Francesco con Pino Daniele
che diceva “approffittiamo per fare questo pezzo, ora che il Generale
e il suo sigaro non ci sono” e poi, senza sosta, con quattro piccoli
concerti personali integrati da fugaci interventi di ogni artista con le
rispettive band (quella di Ciccio era al gran completo, compreso Lucio
Bardi) che suonavano a turno o tutti insieme per Pino, per Fiorella o
per Ron. Era strano vedere Guglielminetti suonare il basso e cantare
“Sei volata via” o Piero Fabrizi suonare la Telecaster di
Ciccio. Insomma, grande armonia e collaborazione delle band per ottenere
un ottimo risultato finale.
Pino
Daniele indossava pantaloni e maglietta blu sulla quale mancava solo la
scritta Texaco. Per via dei capelli bianchi, della sua mole, dei baffi e
della sua carnagione ha ormai assunto l’aspetto di un attempato
meccanico messicano di stanza in una stazione di servizio sulla Route
66, nei pressi dell’Arizona. Quando suonava quella sua strana chitarra
sembrava stesse valutando con perizia la sorte della testata di una
vecchia Ford Mustang ormai da rottamare nel deserto del New Mexico.
Comunque grande Pino! con le sue “Sara”, “Napule” cantata con
Ciccio, “Je so pazzo” ed altre di cui non conosco il titolo ha
mandato in estasi la sua fetta di pubblico.
E’
il turno di Fiorella (vista da vicino è veramente una bella donna
irlandese, degna della canzone scrittale da Bubola). Canta, sorride e si
muove con disinvoltura agitando la chioma rossa che ogni tanto
svolazzava sugli occhi verdi che guardavano sempre in alto, fino
all’ultima fila. Durante “Quello che le donne non dicono”,
“L’amore con l’amore si paga”, “Non sono un cantautore”,
“O che sarà”, “Il cielo d’Irlanda”, “Sally” è
perfettamente accompagnata da Fabrizi e stuzzicata da fugaci interventi
del Pirata Barbarossa che gioca a fare il galante con lei: il baciamano,
l’offerta della rosa rossa, l’abbraccio dopo “La storia”.
Devo
dire che secondo le precedenti recensioni che ho letto in rete ho capito
che la scaletta del concerto è quasi sempre la stessa, così come le
battute di spirito e questi atteggiamenti “spontanei”. Quindi i
quattro, come attori consumati, recitano ogni sera la stessa parte di un
copione già scritto, con un ruolo ben definito per ciascuno di loro.
E’
la volta di Ron, secondo me il vero leader del gruppo per la sua abilità
nel trascinare virtualmente il pubblico sul palco: incita, invita a
cantare i ritornelli delle sue canzoni e si muove con una gestualità
teatrale che coinvolge tutti gli astanti. E’ stato l’unico a far da
portavoce del gruppo spiegando le ragioni che li hanno spinti alla
realizzazione di questo tour, sottolineando che un esperimento del
genere lo proietta anche davanti a un pubblico non suo che deve, per
forza di cose, sentire e conoscere anche le sue canzoni.
I
suoi pezzi: “Cambio stagione”, “Non abbiam bisogno di parole”,
“Sei volata via”, “Canzone triste, “Vorrei incontrarti fra
cent’anni”, “Joe Temerario” e “Piazza grande” cantanta con
gli altri.
Ora
sicuramente vorrete sapere di Ciccio. Diciamo che è sempre lo stesso.
Da un po’ di tempo si diverte con pezzi roccheggianti come Sangue su
sangue e la nuova Niente da capire, suonando la chitarra a gambe unite e
con una tracolla che gli arriva troppo in basso, facendolo appena
curvare come un elegante fenicottero. Poi credo che quasi quasi ci provi
gusto a stravolgere le sue canzoni spiazzando anche la band, perché
entra improvvisamente con la voce quando non è l’ora.
Sa
che la gente vuole i classici. E via con Pablo, Generale, Rimmel e
Buonanotte fiorellino cantata dando uno sguardo alla platea ed uno a un
barrè metallico che non voleva saperne di collocarsi nel capotasto
della sua chitarra. Comunque è sempre un grande. Vedrei un suo concerto
anche se cantasse le canzoni dello Zecchino d’Oro.
Alla
fine i bis finali (anche questi come da copione): “Je so pazzo” e
“Viva l’Italia”. Ma durante l’ultimo bis, Bufalo Bill cantata in
quattro, era veramente bello vederli cantare e suonare tutti insieme
davanti a quel mare di mani che si agitavano, sotto stelle cadenti che
si curvavano nel blu della notte per finire la loro corsa proprio su
altre quattro stelle che brillavano in questa speciale notte di San
Lorenzo.
Il
concerto è finito alle 0.45. Siamo tutti soddisfatti. Questo tour
resterà nella storia e un giorno in molti potremo dire “io
c’ero”.
All’uscita
dal teatro, senza dirlo a nessuno, vengo preso dalla voglia di andare a
salutare Francesco, consapevole di dover affrontare il servizio
d’ordine ma poi faccio rientrare i miei propositi pensando che mia
moglie, stavolta, avrebbe preso in seria considerazione la richiesta di
divorzio. Povera donna… ormai rassegnata ad
essere il mio grande amore….dopo Francesco De Gregori.
Mimmo
Rapisarda
(TO:
RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

CATANIA
- ANFITEATRO LE CIMINIERE - 12 AGOSTO 2001
CONCERTO
IN UN POSTO SCOMODO - In
attesa del prossimo concerto a Catania vi voglio raccontare cosa mi è capitato l’anno scorso in occasione dell’ultima
volta che De Gregori è stato da noi, il 12 agosto del 2001.
Il
suo recital era inserito nella rassegna “Le ciminiere e le stelle”,
chiamata così perché svolta nell’anfiteatro dell’Ente Fiera, un
grande spazio espositivo ricavato dall’antica raffineria catanese. La
zona ora è moderna, le ciminiere le hanno però lasciate per
abbellimento, ma quell’anfiteatro è tuttora un orribile posto per
concerti di questa portata, sia per la limitata capienza (appena mille
posti) sia per la pessima disposizione delle due tribunette e la prova
del nove è stata proprio il concerto di Francesco. Allettati dal costo del
biglietto di appena 10.000 lire i catanesi hanno fatto subito
scorpaciate di biglietti quindi il luogo risultò insufficiente.
Di conseguenza la vigilia del concerto diventò un inferno, un vero
tormentone dell’estate, con tante critiche pubblicate a mezzo stampa,
fra le quali una mia che finiva così: “Mai come quest’anno i
giovani catanesi hanno apprezzato la rassegna “Le Ciminiere e le
stelle”. Proprio nella notte di San Lorenzo, seduti alle quattro del
mattino sul freddo marciapiede antistante la biglietteria, col naso
all’insù scrutando il cielo fra le vecchie ciminiere di Viale Africa,
hanno aspettato pazientemente una stella cadente che potesse realizzare
il loro desiderio: la conquista del tanto agognato biglietto al primo
raggio di sole del nuovo giorno.”
Io
ho dovuto ottenere il biglietto con uno stile tutto all’italiana
(avrete immaginato come).
Il
12 agosto, siccome non c’erano posti prenotati, mi sono presentato
all’ingresso alle
18 (3 ore prima!!!). Mi sono seduto sui gradini con alcuni ragazzi più
pazzi di me, attrezzatissimi ed abituati a bivaccare davanti agli
ingressi dei teatri per conquistare le prime file. Per loro tutto questo
faceva parte del gioco, era quasi un piacere che li faceva divertire;
avevano di tutto: cuscini, tè ghiacciato, fumo, carte da gioco, libri,
panini, brioches, patatine, noccioline e….(chissà perché) tappi per
le orecchie.
Alle
19 ci siamo alzati e siamo stati due ore in piedi, in attesa che
aprissero i cancelli. Nel frattempo quei ragazzi, con cellulare alla
mano, riuscivano ad organizzare una vacanza in campeggio per venti
persone in meno di dieci minuti! Beata gioventù!
Davanti
ai cancelli altri giovani facevano un gran casino per ognuno che
vedevano passare davanti alla loro pole-position. Fra gli altri, passano
anche due signori: uno magro, pallido in viso e l’altro più robusto,
stempiato, con gli occhiali scuri e accompagnato da una donna. Allora,
dalla testa di un pitone prevenuto e inviperito, partiva di tutto:
“Vergogna! Noi siamo qui da due ore e avete anche la sfacciataggine di
far sfilare i raccomandati”, “Chi sono adesso questi due?, “Dov’è
il servizio d’ordine?”, “Va bè che quello è cieco, ma noi poi
dove ci sediamo?”.
Si
sono calmati quando ho detto loro che quei due erano erano Gregg Cohen e
Toto Torquati! E che se non passavano il concerto non
poteva cominciare!!!
Comunque,
appena entrato (con repentini movimenti degni di “Giochi senza
frontiere”) ho conquistato una sedia della seconda fila. Prima
dell’inizio intravedo la signora Chicca Gobbi che parlava con due
signori del pubblico. Al centro del palco ancora con le luci spente,
mentre dava le ultime disposizioni prima dell’inizio, c’era Filippo
Bruni. Sempre più ossigenato e sempre più somigliante a Mario Merola.
Alle
21.30, finalmente, in quell’angusto luogo dove l’artista deve
cantare faccia al muro e guardare il pubblico una volta a sinistra e una
volta a destra (par condicio forzata), entra la band con Francesco.
Credo che la foto di copertina di “Fuoco amico” sia stata scattata
proprio lì. Con berretto a visiera, occhiali, polo blu e barba molto
lunga, senza salutare, attacca: (p.s.:
non voglio vantare una formidabile memoria; i titoli delle canzoni li
avevo già trascritti allora)
Bambini
venite parvulos (in rock) L’aggettivo
mitico (molta batteria, mettendo sotto tono quegli accordi portanti
della canzone e sminuendo il basso, molto importante nel pezzo. Se in
questa canzone fai sentire meno importante il basso non c’è più
niente) Spaad….(uguale
al disco). A
questo punto ci ha detto “Grazie”,
poi:
Canzone
per l’estate (uguale al disco)
Alice
(un po’ troppo roccheggiante)
Un
guanto (idem come sopra)
Il
cuoco di Salò (uguale al disco)
Vecchi
amici (uguale al disco) Cercando
un altro Egitto (ottima, l’ha fatta come nel disco live “Musica
leggera”, ma senza sax) Buonanotte
fiorellino (versione molto bella, il tempo del walzer era accentuato dal
mandolino di Rosini) Bufalo
Bill (a modo suo, con una svogliata pennata alla chitarra)
I
muscoli del capitano (ha cambiato in peggio tutta la prima parte,
stravolgendo anche gli accordi) Sangue
su sangue (e dopo, naturalmente, Sangue su sangue)
La
valigia dell’attore (L’ha cantata bene, mimando un po’ le gesta di
un attore davanti alla platea. Era accompagnato al piano da Arianti (ma
quanti anni ha?)
Condannato
a morte (uguale al disco)
Compagni
di viaggio (troppa batteria)
La
donna cannone
Povero
me (uguale al disco) Stella
della strada (L’ha fatta nella versione che preferisco: come nel live
“Bootleg”.) Tutto
questo per due ore, senza sosta.
Alla
fine ha detto “Grazie, grazie veramente. Buonanotte”
.
Dopo
i soliti “Fuori!”, eccolo di nuovo per i bis. I fans si radunano in
piedi a due metri da lui, su sua mimica richiesta fatta con un cenno con
la mano:
Generale
(da solo con la chitarra)
Chi
ruba nei supermercati? (molto coinvolgente, col Maestro che incitava i
ragazzi a cantare e ballare a pochi passi da lui)
Battere
e levare (suonata in rap e finale con armonica). Fine.
Troppo
rumore, troppa batteria e certe volte non si distingueva nemmeno la voce
fra i suoni degli strumenti. Invece la voce di Francesco, come il vino,
più invecchia e più diventa calda e tonante.
L’indomani,
però, ho avvertito un senso di oppressione e un sibilo continuo
all’orecchio sinistro. Vado al pronto soccorso e dopo un esame
audiometrico mi ricoverano con urgenza al reparto Otorino per
un’improvvisa ipoacusia (trauma uditivo), causato dalla vicinanza agli
altoparlanti e dalle frequenze mal tagliate dal fonico. Ecco perché
quei ragazzi della prima fila erano forniti di tappi!.
Dopo
tre giorni di ricovero ospedaliero con una terapia a base di flebo, al
momento delle dimissioni il medico mi chiese se stavo meglio. Gli
risposi di sì aggiungendo che l’unico aspetto negativo era quello di
perdere per sempre, da lì a poco, quel naturale LA maggiore incorporato
nel mio orecchio sinistro che mi avrebbe consentito di accordare la mia
chitarra. Il medico, senza capire la battuta di spirito, mi guardò
perplesso e si tuffò immediatamente nella mia cartella clinica
controllando se per caso avevano dimenticato di precrivermi una visita
alla Neuro.
Oh…però a casa il controllo l’ho fatto davvero: era,
invece, un MI maggiore (cantino) molto tenue.
Mimmo
Rapisarda
(TO:
RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

CATANIA,
TEATRO METROPOLITAN - 29 OTTOBRE 2002
BATTICUORE
NEL POMERIGGIO - Davvero
brillanti le recensioni tecniche del webmaster Daniele di Grazia e quella di Salvo
da Ragusa. E ora di che parlo, degli stivaletti di Guglielminetti?
Andiamo a incominciare con la cronaca delle emozioni.
Attendere
Francesco ti attanaglia quasi sempre le gambe perché la sua presenza
suscita sempre una certa trepidazione ma alle 18 di ieri ci ha
attanagliato le gambe anche un’altra cosa: un “movimento
ondulatorio” che dopo ti fa sentire come quando scendi dalle montagne
russe. Ma noi attendiamo lo stesso, anche con la testa svuotata. Dunque,
quante volte avete sentito in televisione o alla radio un personaggio,
anche famoso, che prima di cominciare a parlare col Principe dice di
essere emozionato perchè se lo vede davanti? E’ vero.
Il
momento atteso arriva. Alle 18.30 vediamo arrivare il Maestro che, con
portamento regale e con un passo alla “Corto Maltese”, si avvicina
verso di noi e si accinge ad andare in auto con Filippo Bruni. Ha un
nuovo look: barba accorciata, capelli con un nuovo taglio più corto e
una forma davvero smagliante.
Con
coraggio gli vado incontro, mi presento, lo saluto e gli chiedo come
sta. Lui, stringendomi la mano, mi saluta sorpreso e mi dice “Mimmo!
…Ciao, come stai?”. Cambiando subito il suo itinerario (e dopo aver
tranquillizzato Bruni) ci invita a prendere qualcosa al bar. Devo dire
che, da buon mastino, Filippo sa fare bene il suo mestiere perché poi
ci ha confessato di essersi già accorto di noi prima dell’incontro.
Caffè per noi e un bicchiere d’acqua per Ciccio.
“L’avete
sentita la scossa?”. E qui comincia il colloquio con Francesco,
abilissimo nel metterci subito a nostro agio. Abbiamo parlato della
limpidezza e della discrezione del nostro sito, della decadenza del
vecchio forum della Sony e di Fascio, dei prossimi CD con Giovanna
Marini e con i Superquattro, di Otello Diotaiuti, del mio racconto con
lui ad Adrano, del viaggio Coast to Coast proposto dal sottoscritto nel
forum, di quanto mi volete bene e di tante altre cose. Un consiglio per
tutti: se lo incontrate non gli rompete le palle con domande tipo “che
significa quella canzone?”, “a chi era dedicata?”, “la tua
produzione musicale in quale contesto politico si colloca?”, “che
relazione c’era fra le tue canzoni e l’Italia degli anni di
piombo?”, oppure l’inevitabile “ma chi era veramente Pablo?”!!!
Smettiamola.
Non lo fate scervellare a scovare chissà quale risposta per
accontentare colui che vuole fare la bella figura da intellettuale
formulandogli domande alla Marzullo. Fatelo divertire invece, fatello
rilassare, fatelo ridere. Penso che quando è con un suo ammiratore
preferisca di più parlare di un vecchio film di Totò che di altre
rotture di scatole.
Si
è divertito quando gli ho ricordato del concerto del ’76 a Catania,
quello riportato nel forum, quello di “Alice guarda i gatti e i gatti
che se magnano i topi”. Anzi, mi ha corretto precisando che quel
concerto doveva essere del 1975 e non del 1976. (ma era del76).
Dopo
aver autografato la cartolina del sito ha inviato un saluto, tramite
noi, a tutti i forumisti del Rimmel Club aggiungendo di essere contento
che i suoi ammiratori dimostrino tanto affetto nei suoi confronti.
Poi
abbiamo parlato delle sue chitarre. E quando due suonatori di chitarra
parlano di chitarre è come se parlassero di belle donne, di curve
flessuose, di fedeltà negli anni, di corde che sembrano capelli neri,
dell’importanza del tocco quando le fai vibrare, ecc.. Alla fine ho
vuotato il sacco spifferandogli i nomi delle sue amanti:
Martin
D41, e Francesco annuisce; Martin
D45, e Francesco annuisce; Aria
Elecord AE100, e Francesco annuisce; Takamine
EG560, e Francesco: “Quella non ce l’ho più”; Gibson
L7-C, e Francesco annuisce; Ovation
Legend 1617, e Francesco annuisce; Fender Stratocaster, e Francesco annuisce;
Fender Telecaster, e Francesco annuisce; Mantra
del liutaio Bonora di Milano, e Francesco: “Ma come cazzo fai?”
Poi,
sorridendo: “Eh..Mimmo… ma una l’hai dimenticata: stasera suono
con la Taylor!”
Poi
usciamo fuori tutti e quattro. Parliamo ancora con lui e quando stavo
per dirgli “Francesco, svegliami” arriva Filippo Bruni con l’auto.
Ci accorgiamo che Francesco, invece, si attarda; forse vuole continuare
a stare con noi, quasi dispiaciuto per non averci incontrati prima.
Comunque li salutiamo e voltiamo loro le spalle, già pienamente
appagati.
All’improvviso
sentiamo una voce: “Dai, venite al soundcheck. Fate strada voi?”
Con Daniele ci guardiamo negli occhi come due rincoglioniti.
Un’occasione da non perdere, quando ricapiterà mai? Dando
disposizioni a Bruni, ci dà appuntamento all’ingresso del Teatro.
Fra
la polvere nera che si sollevava per le strade di Catania perdo di vista
l’auto di Daniele. In prossimità del teatro, per fare in fretta,
compio in dieci minuti tutte le infrazioni del codice stradale
occorrenti per conquistare il ritiro della patente. Daniele arriva prima
di me ed entra trionfalmente in teatro abbracciato da Francesco mentre io arrivo subito dopo.
All’ingresso non mi fanno entrare e così, forte di
un’autorizzazione principesca, faccio chiamare Bruni. Ora ditemi voi,
chi è quel fan di De Gregori che trovandosi faccia a faccia con
l’Orco cattivo Filippo viene invitato ed accompagnato da questi in
sala durante le prove?
Entro
nel grande teatro buio e vuoto. Soltanto il palco è illuminato dalle
luci e dalla figura longilinea di Francesco che suona con la band. Mi
avvicino, arrivo in prima fila accanto a Daniele che era già lì in
semicoma e appena mi siedo accanto vedo che, mentre canta la Casa di Hilde, il
Generale si accorge di me e mi fa un cenno col saluto militare! Il
Generale che saluta il soldato! Senza parole!!!
Con
Daniele, felicissimi di essere entrati nelle
stanze di un indimenticabile pomeriggio, guardavamo dietro di noi tutte
le poltrone rosse vuote e ci sembrava di sognare. Ascoltando le canzoni
i nostri discorsi erano soltanto “dammelo tu… no, dammelo tu…”
(che cosa? il pizzicotto per svegliarci a vicenda!). Ha provato:
L'abbigliamento di un fuochista, Baci da Pompei, Signor Hood, I muscoli
del capitano, Caldo e scuro, Cercando un altro Egitto, Bufalo Bill, La
casa di Hilde.
Ricordate
di quanto ho scritto che 26 anni fa mi ero mangiato il velluto della
poltrona che avevo davanti per l’occasione perduta? Ebbene, ieri sera
quella poltrona non c’era più, anzi non c‘era proprio niente, solo
un palco a un metro di distanza e una leggenda vivente che sembrava
cantasse solo per noi. Le persone normali tutto questo non lo potranno
capire mai, ma proponete una cosa del genere a un degregoriano e poi
vedete cosa succede.
Alla
fine delle prove ci risaluta e andiamo a staccare i nostri biglietti.
Dopo, in sala, ci conosciamo per la prima volta con i simpatici
forumisti Mauro, Francesco e lo storico Salvo da Ragusa del forum Sony.
E’ stato bello ritrovarci lì, con mogli e fidanzate che alzavano gli
occhi al cielo sospirando, coscienti di vivere accanto ad eterni
bambinoni che non hanno ancora deciso di crescere (e meno male!!).
Il
concerto è già stato descritto in modo magistrale da Salvo. Questa la scaletta (in ordine alfabetico): Alice, Battere e
levare, Bufalo Bill, Buonanotte fiorellino, Caldo e scuro, Cercando un
altro Egitto, Chi ruba nei supermercati?, Compagni di viaggio,
Condannato a morte, Dr. Dobermann, Generale, Il bandito e il campione, I
muscoli del capitano, I shall be release di Dylan con testo suo, La casa
di Hilde, La donna cannone, L’attentato a Togliatti, Niente da capire,
Pentatlon, Pezzi di vetro, Rimmel, Signor Hood, Viva l'Italia. Stupenda
la versione della Donna cannone fatta da solo con la chitarra e sempre
coinvolgenti “Chi ruba nei supermercati?” e “Cercando un altro
Egitto”. Via via tutte le altre.
Ora
vi voglio dire (no, mio padre non è un guardiano di mucche) che da ieri
in me è cambiato qualcosa e sono certo che Francesco, se mi legge,
condividerà. Sì, lo avevo visto cinque anni fa, ma continuavo ad
immaginarlo sempre come un mito. Rivedendolo ieri, questo mito è caduto
(ma come, Mimmo, che dici?) ma non in senso negativo per una delusione
ma in senso positivo per una conquistata familiarità col personaggio
che ho ammirato da sempre. Quando stavolta ho parlato a lungo con lui e
al bar mi ha chiesto “che prendi, Mimmo?” detto come te lo dice ogni
mattina il tuo collega d’ufficio, mi sono accorto che l’emozione in
me cominciava stranamente a svanire per lasciare il posto alla
consapevolezza di trovarmi davanti ad una persona normale, fatta di
carne ed ossa e non di spirito; il sapere di essere stato riconosciuto
da lui (perché anche lui, come tutti gli uomini, è curioso) ha
stravolto tutti quei miei convincimenti sulla sua presunta superbia e
scontrosità, peraltro costruita dalla stampa; il sentirmi quasi
invitare ad entrare con lui in auto per andare al Teatro ha fatto
crollare nella mia mente tutte le immagini fatte di fotografie, di carta
stampata, di recensioni, di chicche, di libri, di riviste.
Chi
ha letto il mio racconto sul vecchio sito di Calvani sa che concludo
dicendo di aver raggiunto la mia “Isola che non c’è” perché ero
stato, anche soltanto per cinque minuti, un amico di Francesco De
Gregori. Sapendo che ieri sera quei cinque minuti erano aumentati di
parecchio, tornando a casa ho guardato tutti i miei “altarini” su
Francesco ed ho pensato “ma si possono mai costruire degli altarini
dedicati a un amico?” e stavo quasi per toglierli di mezzo.
C’è
da crederci? Tanto, ormai, non mi crederà più nessuno. Specialmente
voi.
Ciao
a tutti. Alla prossima.
Mimmo
Rapisarda
(TO:
RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

ZAFFERANA
(CT), ANFITEATRO - 2 AGOSTO 2003
DE
GREGORI DAY
- Tocca
a me. Sono sicuro che oltre alle recensioni tecniche (già descritte)
siete in attesa di sapere…. altre cosine. Andiamo!
Il
2 agosto il tempo è canaglia. Nel pomeriggio un temporale rischia di
rovinare tutto. Ma possibile che dopo due mesi di Tropico mi sono dovuto
ridurre a guardare le previsioni del tempo, in piena estate? Quando
venni a conoscenza della data mi sentivo già in una roccaforte, era una
data che mi metteva al sicuro da qualsiasi capriccio del meteo estivo, e
invece….
La
quiete dopo la tempesta. Mi chiama Daniele e dopo un
rocambolesco appuntamento mi scaravento lì, accanto al mio idolo, salutandolo con baci e abbracci.
Ancora adesso e nonostante mi conosca già, quando me lo vedo davanti
vengo bloccato dall’emozione e mi comporto con lui come un fan di
Baglioni. Sarà la sua altezza, il carisma, la sua acutezza, ma in
queste occasioni non mi preparo mai i compiti a casa e rischio, come al
solito, di dire stupidaggini e cazzate che mi fanno apparire per quello che non sono.
Dopo i saluti
gli ho detto “Francesco, qui mi ci vuole un tranquilante” e lui,
ridendo sottovoce alle mie orecchie: “Vaffanculo… ormai siamo amici, no?” facendomi
intendere di trattarlo non come un mito ma come il chitarrista che
dialoga col capobanda, facendomi capire che lui (una volta per tutte!)
è un “ragazzo” come me! Ma
che ci posso fare? E’ più forte di me. Ma stavolta lui c’è
riuscito, stavolta mi sono tranquillizzato ed ho parlato con lui in
maniera diversa, è stato come se lo conoscessi da tempo, come averci
fatto l’asilo assieme.
Abbiamo
parlato del sito e ci ha detto che gli piace perché è carico
d’affetto nei suoi confronti, che finora ha trovato delle persone
squisite ed educate ricordando, fra le altre, la dolce Pippina. Quando
gli ho parlato di Adriano, la nostra mascotte, aggiungendo che a 4 anni
canta dalla mattina alla sera le sue canzoni, mi ha detto “Poveretto,
lo state già a rovinà!”.
Come
ha già detto Di Grazia, ci invita alle prove. Arriviamo a Zafferana
poco prima di lui dove all’ingresso del parco comunale ci sono già
tante persone in fila. In quel momento incontriamo Luca, che si trova al
posto giusto nel momento giusto. Ci avviamo all’ingresso secondario.
Inizialmente non ci fanno entrare ma dopo cinque minuti arriva
l’autovettura con il Nostro a bordo e si ferma un attimo
all’ingresso a parlottare. Subito dopo vediamo un uomo della sicurezza
che con un cenno della mano ci dice di avvicinarci e ci chiede “Di Grazia e
Rapisarda?”. Siiii!! Acchiappo Luca al volo e me lo
trascino alle prove, all’interno dell’anfiteatro.
Francesco
prova, prova, prova. Alla fine consegna la sua Taylor e ……. che fa?
Si avvicina a noi scambiando qualche parola e salutandoci ancora una
volta. Questa non me l’aspettavo! E’ stato un gesto di estrema
signorilità e gentilezza, una forma di riguardo straordinaria; ma non
per il Rimmel Club (che poi, in fondo, anche se ormai riconosciuto
dall’artista, è pur sempre un sito multimediale di suoi ammiratori)
ma per la gente in generale. Francesco ha un profondo rispetto per la
gente ed io sono rimasto molto colpito da questo nobile atto, fatto con
stile e immensa educazione. Il grande De Gregori, quello che ha scritto
Alice, Rimmel, La donna cannone, finisce le prove e prima di andare in
camerino non si dimentica di salutare tre suoi fans. Anche se più
conosciuti degli altri, ma sempre semplici fans. Ormai da tempo, quando
leggo qualcosa sulla sua presunta scontrosità volto sempre pagina, non
ci credo più. In vita mia ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte
ed ogni volta è stato con me di una cordialità indescrivibile. Da lui
ti devi aspettare le cose più semplici della vita, perché è questo
che vuole. Lo puoi incontrare mentre scherza con i vecchietti seduti
sulle panchine, mentre allaccia le scarpe a un bambino o mentre bacia le
mani al suo batterista dopo i bis. E’ un uomo di grande generosità ed
umiltà, doti che nasconde sotto quell’alone di timidezza che lo fa
sembrare superbo. La sua grandezza d’animo non la conoscono in molti:
sarebbe capace di approntarsi a trovare qualsiasi escamotage pur di
aiutare gli amici in difficoltà.
De
Gregori, anche se ancora qualcuno si ostini a pensarla diversamente, è
una persona per bene, è una brava persona, un signore! Lo dico sinceramente, senza
alcuna forma di ruffianeria. E stavolta non lo dico da fan, ma da semplice uomo della strada.
L’anfiteatro
si riempie. Conosco finalmente Elena. Una donna meravigliosa, esplosiva,
intelligentissima, raggiante, solare, mediterranea. E’ una donna che
da poche parole è in grado di analizzare qualsiasi cosa; quando ti
ascolta è come se leggesse un libro tutto d’un fiato e in pochi
minuti ti dice la fine, se il libro è da buttare o no (nonostante le
difficoltà della lingua). Leghiamo subito nelle nostre discussioni, ci
sediamo in prima fila e ci godiamo il concerto.
La
scaletta è quasi simile a quella di Vittoria ma rispetto a Vittoria
quello di Zafferana è stato un concerto più teatrale, più silenzioso,
col solito spettatore che chiede a Francesco di parlare e di fare
discorsi. “Ahooo! (come diciamo a Roma), basta con questa storia dei
discorsi, i discorsi li faccio già nelle mie canzoni!” è stata
l’unica cosa che ha detto.
Grandiose
le sue interpretazioni della Donna cannone e del Signor Hood. Quando ha
cantato Pezzi di vetro ha fatto uscire perfino le stelle dal cielo
pumbleo dell’Etna. Grande.
(TO:
RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

VITTORIA
(RG), FIERA EMAIA - 3 AGOSTO 2003
LA
WOODSTOCK DEGREGORIANA - L’indomani,
3 agosto, conosco il giovane e tenero Frank, un ragazzo dotato di una
memoria degregoriana impressionante. Sarebbe capace di ricordarsi la
scaletta di qualsiasi concerto….. dimenticavo: è anche un ghiro da
competizione! Il tempo di fare gli auguri a Zia Pippy da casa mia e poi
via in partenza per Vittoria: il sottoscritto, Daniele, Elena e Frank
(quattro pazzi per strada!). Era pure la prima volta che andavo in
trasferta.
Vi
rivelo una cosa. Desideravo da tempo farmi due ore di macchina
ascoltando ad alto volume le canzoni del Ciccio senza che nessuno
potesse dirmi “adesso cambia disco”. Desiderio esaudito: avevo a
bordo dei degregoriani DOC e questo non potevano mai chiedermelo. Due ore
“on the road” con un CD pieno di canzoni di Ciccio fra le colline
ragusane, le nuvole minacciose che ci scrutavano dall’alto come
aquile, bivi stradali saltati per la distrazione e un paio di infrazioni
tali da farmi retrocedere nella serie C dei patentati.
A
Marina di Ragusa arriviamo a casa di Salvo dove finalmente conosco
Marcello. Marcello è una giornata di agosto nel mese di novembre, una
Dyane 2 cavalli in una concessionaria di auto di lusso, un girasole in
un campo di crisantemi, un piattone di patatine fritte in un menù
vegetariano, la luce dopo un black-out, un film di Alberto Sordi in una
rassegna impegnata. E’ una forza della natura. E spero che quel
bambino che c’è in lui (e anche in me) continui ad esistere, perché
è la valvola di sfogo che serve a non farci morire.
Dopo
la passeggiata a Marina di Ragusa ci avviamo a Vittoria, agli spazi
Emaia. Lì incontriamo Alessandro, Roswhita, Giovanni Puma, Luca e tanti
altri.
Appena
inizia il concerto sventoliamo l’ormai famoso striscione e Ciccio,
appena lo vede, fra le sue risate e quelle di Giovenchi, ci fa un cenno
di saluto con la mano.
Tre
ore in piedi, ad accompagnare in coro Francesco. Alla fine l’ultimo
accordo è dedicato, col manico della chitarra rivolto verso di noi, al
nostro striscione.
Il concerto era diventato solo un pretesto per
vederci tutti insieme, sono arrivati da tutte le parti. Vittoria è stata la
nostra Woodstock, un raduno di soci che
rimarrà nella storia del sito. Quella foto fatta tutti insieme con i
musicisti vale molto di più di una foto con Francesco fatta soltanto
per cortesia dell’artista (e sono sicuro che se lui legge sarà
contento di questo). Alla
fine le nostre firme e quelle di Giovenchi e Svampa sullo striscione,
ormai trattato come la Sacra Sindone. Indimenticabile. Vittoria è stato
il coronamento di migliaia di post che ci siamo scambiati in tutto
questo tempo. Come dice Elena, è stato il nastro (filo) che ha unito
tutti i forumisti del Rimmelclub.
Le
ultime foto, gli ultimi saluti e poi un salto a Ragusa, dove Salvo e la
sua Tiziana hanno fatto gli onori di casa in modo eccezionale portandoci
a cena in un caratteristico localino ragusano. A fine pasto (e a fine
schitarrata) i saluti e la corsa di ritorno a Catania.
Nel
viaggio di ritorno a Catania Daniele non disse nemmeno una parola perché
era stanco (era anche preoccupato perché alle tre del mattino, per
distrazione e per il sonno, saltai il bivio per Catania e andai a finire
a …Comiso!!!!), disse soltanto…. “chi lo doveva dire che doveva
accadere tutto questo?…” e rigirò lo sguardo a destra, verso il
finestrino.
Stavo
per rispondergli “Daniele, siamo tutti pazzi o... stiamo vivendo una
favola?” ma subito mi rituffai nel mio pessimo senso di orientamento
alla ricerca di un‘indicazione per tornare a casa, mentre la radio
cantava “..stasera guardo questa strada e non so più dove mi tocca
andare..!!”.
Elena
ci rideva sopra e Frank (e quando mai) dormiva. Povero Frank, non sapeva
che con un autista del genere rischiava di farsi tutta una tirata fino
alla seconda stella a destra, dritto fino al mattino……. fino
all’isola che non c’è.
Grazie
ragazzi! Ieri mi avete fatto ringiovanire di vent’anni!
Mimmo
Rapisarda
(TO:
RMS TITANIC - FROM: FORUM RIMMEL CLUB)

POLSO
ROTTO PER APPENDERE AL MURO QUALCOSA ................
(estratto
dal forum del Rimmelclub - dicembre 2005)
Mano,
mano, manina, gelida manina, smanetta, un po’ di manetta, dai più
aria……. dai alzati, vola, vola vola.
…..
eccomi. Finalmente posso scrivere qualcosa senza stancarmi.
Ci
siete cascati, eh? No, non è un post politico. Volevo soltanto parlarvi
delle mie mani e dell’infortunio che mi ha bloccato per tre mesi. E a
questo punto potete anche chiudermi, se non vi interessa. Altrimenti
scendete più in basso.
Dunque,
il motivo perché mi sono rotto il polso mi sono vergognato a dirlo
perché è accaduto nel modo più stupido e incauto: stavo per appendere
qualcosa al muro (non è difficile intuire cosa) mettendo i piedi su una
poltrona con le ruote che è partita come una Ferrari a Maranello e….
sono volato per terra. Risultato: frattura scomposta del polso
destro con interessamento dell’ulna.
Questa
mi mancava. Per il calcio in vita mia mi sono rotto caviglia, tibia,
costole e clavicola, tutti a destra. Avrei voluto una frattura comunista
proprio mentre cadevo per appendere la cosa di un comunista, ma non c’è
stato niente da fare. In quegli attimi non ci sono riuscito. A destra
anche questa volta!
Dopo
essere stato steccato in posizione inversa da poco raccomandabili
“luminari” del pronto soccorso, sono stato ricoverato tre giorni in
Ortopedia.
Il
giorno della riduzione della frattura (che non si può fare da svegli) e
poco prima di
addormentarmi, in sala operatoria ricordo solo il primario che
chiede “e questo chi è?” e l’aiuto: “il polso”. Dopo non
ricordo più niente. Mi sono risvegliato su un letto che mi scarrozzava
nei corridoi del reparto come al Luna Park.
Lì
nessuno viene chiamato col proprio cognome, c’è chi si chiama
Scapola, chi Clavicola, chi Acromion, chi Processo zigomatico. Io ero il
polso.
Una
notte il Polso non avevo sonno e dopo aver passeggiato per tutto
l’ospedale per far passare il tempo interminabile, è uscito fuori per
fumare una sigaretta. Al rientro ha suonato al citofono: “Sì?....”,
“Rapisarda sono!” (Frank starà ridendo!) e loro: “Rapisarda
chi?”. “Il Polso!”. Mi avevano riconosciuto, la porta si è aperta
come quella di Fort Knox al solo sentire quella parola d’ordine
radiografica!
Intanto
durante il ricovero, già ingessato, qualcuno mi portava qualcosa da
leggere: un cruciverba! Posso soltanto leggere le definizioni, alcune
sottolineate e …. già mi veniva voglia di cliccarci sopra.
Sono
tornato a casa molto sconfortato. Ora va molto meglio (e si vede anche
dalle cartoline inviate dal mio amico Otello) ma due mesi fa con la
destra non potevo nemmeno prepararmi un caffè, aprire una porta,
scrivere, guidare, radermi, mangiare, suonare, digitare, usare il mouse.
Se mi fossi rotto la sinistra, almeno con la destra avrei potuto
suonare, cucinare, digitare o dipingere, insomma fare tante altre cose
che in passato avevo rimandato di fare, visto che ero costretto a stare
a casa. Ma con la sinistra no, con la sinistra ti stanchi anche a
leggere un libro. Insomma, ero un mancino al cento per cento senza saper
usare la sua mano preferita ed ho capito che senza la destra sarei
fottuto! (nel senso più anatomico del termine).
Quindi,
in tante cose sono stato costretto ad usare l’altra mano, anzi l’ho
riscoperta. Quella che consideriamo soltanto un ausilio devo dire che
invece si è rivelata una valida alternativa. Forse la sinistra è fatta
per fare anche lei le cose che fa la destra, ma chissà cosa succede nel
nostro organismo quando cresciamo, chissà perché facciamo tutto a
destra. L’ho dovuta riabilitare, farle fare tante cose che prima non
faceva e così le ho insegnato come usare il rasoio, la forchetta e
tante altre cose. Il mio capolavoro con lei è stato quello di aprire
una bottiglia di vino. Tenendo con la destra il cavatappi già infilato
nel tappo, con la sinistra ho fatto girare la bottiglia, poi l’ho
messa in mezzo alle gambe e sempre con la sinistra ho stappato.
Naturalmente, durante queste monellerie sono sempre solo!
Proprio
l’indomani dalle dimissioni mi sono ritrovato con Daniele per dare un
saluto a Francesco De Gregori in occasione del suo concerto a Priolo.
Arriviamo in albergo poco prima dell’appuntamento e intorno alle 18 il
Principe entra nella hall e ci viene incontro per salutarci prima di
partire per le prove. Viene verso di noi sorridendo. Appena lo vedo con
quegli stivali da texano, la nera giacca di pelle, lo zainetto alle
spalle, il cappello in testa che sembrava prestato da Clint Eastwood
dopo le riprese di Qualche dollaro in più, gli occhiali alla Geppetto e
la barba lunghissima da cercatore d’oro del Klondike, per istinto mi
viene di dirgli “ciao cowboy!”. Ride, mi saluta, saluta Daniele, ci
offre il caffè e mi dice “Che è successo? Scommetto che te sei rotto
la mano appendendo un disco mio!” ed io “no Francesco, un’altra
cosa: il poster delle tue chitarre! Mi hanno pure detto che, sapendo che
eri nei paraggi, mi sono rotto il polso apposta per farti firmare
l’ingessatura…. e a questo punto ……una firma ad un ingessato non
si rifiuta mai!”. Mi prende il braccio destro come uno scrittoio e con
le sue enormi mani comincia a scriverci sopra col pennarello blu.
“Mo’ te lo faccio come si deve … nome e cognome” e ridacchiava,
si divertiva. Firmare un gesso è sempre una bella cosa, specialmente se
è completamente bianco, ma quel suo autografo campeggiava enorme sul
mio braccio, come la scritta Hollywood sulla collina di Los Angeles.
Come
sempre, è stato cordiale. Ci ha confessato che il tour estivo lo ha
sfiancato. Poi abbiamo parlato del mio cognome, visto che proprio
davanti a noi c’era una gioielleria omonima, e mentre gli spiegavo che
Rapisarda sta a Catania come Brambilla a Milano mi accorgevo che
l’insegna luminosa di quel negozio era sottolineata …. e un impulso
partiva dalla mia mano destra,
mi veniva voglia di cliccare per vedere quali orologi c’erano
in catalogo ……ma non accadeva nulla, non si apriva nessuna finestra.
Mi mancava qualcosa.
Rispetto
a quest’estate era assente tutto il circo che ruota attorno a
Francesco. Lo accompagniamo fino all’autista che lo avrebbe portato al
concerto e ci saluta con un “ci vediamo più tardi a Priolo….ma
com’è sto Priolo?”. Glissiamo per non scoraggiarlo.
Ci
avviamo anche noi in auto con un peso in più, quel gesso pesava più di
prima. Era da collezione, un gesso da E-Bay.
Ma
chi lo doveva dire! Straordinaria sta cosa…. prima di incontrarlo non
ci avevo nemmeno pensato, l’idea mi era venuta al bar mentre
prendevamo il caffè, ma …forse non c’è niente di straordinario,
perchè …. secondo voi, Mimmo Rapisarda poteva avere un gesso normale?
Secondo voi, chi poteva apporre la prima firma? Lui, no? E poi, sarà
stata una mia impressione ma….. da quando è stato autografato dal
Nostro ho cominciato a sentire un po’ di sollievo. Anche
fisioterapeuta l’ho scoperto!
Usciamo
fuori dall’albergo e ci accorgiamo che a quel punto la Renault di
Daniele era diventata una zucca! Una zucca pronta per essere trainata da
300 milioni di topolini che dovevano correre non in via Frattina, ma in
direzione di Siracusa per fare tappa in quell’allucinante cittadina
che si chiama Priolo Gargallo. Per chi non la conosce, appena vicini a
Priolo si ha l’impressione di essere contenti di arrivare. Illuminata
di notte sembra Las Vegas: un’enorme città piena di luci sfavillanti.
Verrebbe da dire “che ha di male questa località? Da quello che si
vede sembra che sia pure un luogo allegro!”. Avvicinandosi, poi, ci si
accorge che tutte quelle luci non sono altro che le segnalazioni
luminose delle raffinerie petrolifere, ed entrando al paese si avverte
immediatamente la puzza dei gas, delle sostanze nocive e di tutti quei
veleni che hanno provocato quell’alta incidenza di tumori fra i suoi
abitanti che, per lavorare, sono rimasti in questa pattumiera voluta
dalle multinazionali.
Quando
arriviamo a Priolo incontriamo Salvo e Alessandro Noto. Sul concerto
niente da dire perché è stata la copia esatta di tutti quelli estivi.
La
mia riabilitazione è stata lunga e noiosa, ero consapevole di quel che
mi avevan detto. Ho fatto tante sedute di fisioterapia, magnetoterapia e
laser; c’è tanto elettromagnetismo nell’arto destro che ancor oggi,
quando lo poggio, il bicchiere di plastica mi viene appresso alla mano!
E poi gli esercizi con la palla di gomma, che a volte mi cade e fa
eccitare il mio gatto che vuole giocarci; anche quando muovo la mano per
esercitarmi vuole giocare: si mette nascosto in agguato dietro il divano
e, muovendo la coda convinto di essere nella Savana, appena comincio a
muovere le dita sferra l’assalto, fino all’ultimo sangue!
Un
altro problema era fare la doccia con il braccio destro infilato dentro
la busta di plastica. Ma mi rassegnavo a questa situazione, bisognava
avere pazienza. La mia canzone preferita sotto la doccia era Il mio
canto libero: “in un gesso che non sopporto più, il mio braccio
libero sei tu”. Quando stavo scazzato guardavo la tv, a rompermi le
palle con la telenovela Lecciso-AlBano e Pupo, che non gli riusciva
proprio di cantare Su di noi, visto che nel pacco finale la sua canzone
non c’era mai e la sua uscita stava diventando peggio del 34 a Napoli.
Ma mentre seguivo (si fa per dire) la tv giravo la testa a destra e
guardavo il mio gesso come una madre guarda il suo bambinello. Non mi
pareva vero!
Negli
ultimi tempi, per esercitarmi, suonavo la chitarra e visto che stavo a
casa mi lasciavano mio cugino per farmi compagnia. Con lui allla
tastiera ed io alla chitarra ci siamo fatti un bel repertorio dei
Beatles e di Ciccio in versione rock. Tanta era la voglia di suonare che
adesso mi piacciono canzoni come Sangue su sangue, Dobermann e tutto
Fuoco amico.
Un
particolare: mio cugino è down, ha un orecchio eccezionale, suona la
tastiera da Dio ed è una delle poche persone che crede ancora
all’esistenza di Babbo Natale. Non potete sapere quanto bene faccia
star vicino ad una persona del genere. Io lo chiamo Cardura o Norvasc
(noti farmaci per la pressione arteriosa) perché quando sono giù,
ansioso o pensieroso mi basta metterlo sulle mie ginocchia e giocarci
che tutto mi passa come per incanto. Lui con me si autodefinisce
terapeutico. Alla festa del suo compleanno c’erano tutti i suoi amici
down ed era impressionante vedere le facce estasiate e rilassate dei
loro genitori e di tutti i presenti; facce serene e soddisfatte, che
ridono e che ricevono tanta gioia e distensione per le spiritose battute
di quegli originali festeggianti, per quel loro insolito e particolare
humor pieno di sincerità e limpidezza che li contraddistingue e che
riescono a contagiare a chiunque, anche all’uomo più insensibile.
E’ davvero commovente star con loro, sono davvero degli angeli, delle
anime pure che non conoscono il male e la falsità; si innamorano fra di
loro platonicamente, si promettono reciprocamente matrimoni, figli,
sistemazioni e lo fanno senza malizia, pianificando tutto nel loro mondo
speciale. Conosceteli meglio, avvicinatevi a loro, perché entrerete in
un meraviglioso giardino.
Quando
mio cugino non c’era uscivo fuori e non potendo guidare a volte
prendevo l’autobus, oppure camminavo a piedi. All’uscita di casa
vedevo la mia auto ferma e mi rendevo conto che anche la mia Renault
stava per diventare una zucca. Ma veramente una zucca, con radici e
tutto il contorno orticolo!
Me
ne andavo a spasso con la coscienza a posto. Dico questo perché se mi
fossi infortunato alla sinistra, con la destra avrei potuto fare tante
cose utili e mi sarei sentito in colpa a non farle ma, non potendole
fare (nemmeno prendere pesi), mi sentivo quasi autorizzato a non far
proprio niente. Ho scoperto che anche non fare niente è produttivo. Così,
percorrendo chilometri e chilometri, la mattina incrociavo le auto ferme
ai semafori con i vetri appannati dai quali facevano capolino le guance
arrossate di infanti ancora addormentati che stavano per essere
scaricati negli asili nido o dalle nonne. Quelle guance sobbalzavano al
rosso, quando le loro innervosite mamme, a bordo di grosse auto
sfrecciavano sempre più incasinate per non far tardi al lavoro.
Oltre
a far bene alla salute, è vantaggioso camminare a piedi. Si riscoprono
tante cose che in auto non è possibile stanare, si scovano piccoli
negozietti che non credevi esistessero, si possono fare confronti sugli
acquisti, si possono organizzare tour fotografici sulle cose più
estrose e particolari. Una cosa che ricordo con piacere è stata una
piccola band di gitani che suonava in via Etnea: contrabbasso,
fisarmonica, uno strano xilofono e un violino elettrico. Dalla mattina
alla sera erano lì, senza sosta, senza fermarsi mai, con un
interminabile repertorio. E quando suonavano l’ultimo pezzo non erano
per niente stanchi. Credo che per loro, in fin dei conti, non era poi
così importante quanti spiccioli siano caduti nella custodia del
violino o se riuscivano a vendere un po’ di CD per scaldare lo
stomaco. Loro erano già felici così e ridevano mentre suonavano,
scherzavano, già appagati solamente per gli applausi, per la
perfetta
sincronia che c’era fra di loro, per il godimento che suscitavano in
loro quei suoni provenienti da strumenti ormai da buttare via ma che
nelle loro mani diventavano eccezionali, per quello strano amore che li
ha riuniti lì, tutti e quattro, nello stesso momento, nello stesso
posto, nella stessa situazione: la musica. Quando li ho visti mi è
venuta in mente I musicanti. “I musicanti accordano il violino,
stasera suoneranno sulla luna e non importa niente se la gente del caffè
non capirà la loro anima. I musicanti non piangono mai.”
Continuo
pacifico a piedi, fra facce nervose agli incroci. Un giorno, in pieno
traffico infernale, mi capitò di vedere un parcheggio libero, non uno
con le strisce blu ma uno di quelli che per culo te lo ritrovi solo una
volta nella vita.
Ed
io ero a piedi!
Quando
l’ho visto, per istinto stavo cercando il cambio dell’auto per
inserire la prima marcia e infilarmi in quel paradiso metropolitano, ma
dopo essere tornato alla realtà mi sono avvicinato ed l’ho guardato
con perizia per un quarto d’ora. Facendomi scambiare per pazzo,
accovacciandomi, osservavo per terra l’asfalto e i bordi del
marciapiedi circostante come se stessi stimando un ettaro di terreno per
una compravendita. Che merce rara, un posto libero! Mi ci sono messo
dentro e ci sguazzavo come nella vasca da bagno, godendomi quel momento
fino a quando qualcuno non si fosse accorto di quei sei metri quadri di
felicità urbana.
Quando
c’era burrasca andavo a passeggiare al lungomare per farmi fare un
make-up sul viso dallo Jonio quando sbatte le sue onde sulla scogliera
di levante. Me ne stavo lì, nelle sue vicinanze, a guardare i cavalloni
che all’impatto diventavano altissimi e bianchi draghi di schiuma che
sputano acqua e non fuoco. Quel benefico vapore acqueo mi arrivava in
faccia e chiudendo gli occhi avvertivo tutti gli odori e i profumi del
mio mare, anche quelli più impercettibili. Spettacolare, un
divertimento che un cinquantenne non si regalerebbe mai. Peggio per lui.
Burrasca
e vento sì, ma la pioggia no. Non c’è bisogno di dire che nel
periodo di convalescenza stavo molto attento a non uscire quando pioveva
per non rovinare il bambinello. Uscivo quando c’era sole, fin troppo
sole. Una mattina, mentre meditavo di portare la reliquia in cattedrale
a Sant’Agata come ex-voto, vicino alla tomba di Bellini, mi aggiravo
in maniche corte al mercatino delle pulci della mia città e un
venditore di dischi usati, riconoscendo la firma, mi ha proposto di
portargli il gesso appena sarebbe stato rimosso per venderlo e fare,
quindi, a metà. Non sapeva con chi stava parlando, nemmeno gli ho
risposto.
Ricordo
e ringrazio il mio amico medico che mi ha seguito, l’infermiere che
conosceva le canzoni di De Gregori e che è stato gentilissimo quando ha
rimosso il gesso, facendo attenzione a non rovinarlo e, infine, quella
poveretta della fisioterapista (più a sinistra del partito comunista
cinese) che mi ha aiutato a ripiegare la mano ad angolo retto. Le chiedo
scusa se ogni volta che mi chiedeva “pieghi in alto la mano”, per
farla incazzare le rispondevo “a noi!”.
Ringrazio
anche un’altra amica che mi aiutato: la Vodka! Non pensate male,
quando la mano mi faceva male ed era infiammata prendevo la bottiglia
ghiacchiata dal congelatore e me la poggiavo sul braccio. Però, ogni
tanto, il cicchetto scappava. Però leggevo l’etichetta con la scritta
sottolineata, mi veniva voglia di cliccarci sopra e il risultato era
invece un altro bicchierino.
Mah……
comunque, anche questa è andata….. anche questa sta per passare in
quest’anno che per me è stato pessimo, da buttare nella spazzatura.
Alla mezzanotte dello scorso capodanno qualcuno mi offrì delle
lenticchie perché dicono che portino bene. Allora risposi che non
credevo a queste sciocchezze. Ebbene, per questo capodanno ho già
ordinato tre chili di lenticchie, getterò anche mia suocera dal
balcone, sparerò come un forsennato fuochi d’artificio peggio di un
napoletano e credo che indosserò anche delle mutande rosse. Più di così….
I
momenti di felicità quest’anno sono stati davvero pochi.
Accontentiamoci di quello che ha passato il convento, sperando che nel
prossimo anno quei momenti siano più numerosi. D’altra parte, la
durata della felicità è come un semaforo all’incrocio del destino:
la luce verde dura un soffio, la luce rossa un’eternità. Quest’anno
anno al mio incrocio c’è stato un po’ di traffico e il verde non
scattava mai.
Questo
messaggio è rivolto anche al forumista Signorhood nel post “Buon
Natale”. Francesco, stai col giallo che serve a riflettere, a
riprenderti e riacquistare le forze, premi sull’acceleratore e non
avere fretta. Vedrai che il verde, prima o poi arriva. Deve arrivare,
altrimenti il semaforo è rotto e si deve far riparare.
Comunque,
la cosa più importante è che adesso io possa finalmente vedere una
parola sottolineata; è una parola magica e ci sta scritto Rimmel Club.
E stavolta posso cliccarci davvero, senza impedimenti, farmi male o
stancarmi. E ci clicco con gioia, perché mi farà entrare in un mondo
dove ci sono tanti amici che mi vogliono bene.
Beh,
che dirvi…. ragazzi? In questi giorni non vi bivaccate sui divani dopo
lauti pranzi, non guardate troppa televisione e non state troppo a casa
che i termosifoni a temperatura elevata fanno venire il mal di testa.
Auguro
a voi e alla vostre famiglie i migliori auguri di un Buon Natale e
sereno, ma sereno davvero, 2006.
Anche
se rock, Eric Clapton era mano lenta.
La
mia mano era rotta, ma non lenta. Era rock, ricoperta di tanto rock,
anzi hard rock! Era autografata dal Principe.
Buone
Feste!