|
|
![]() |
|
|
NIENTE DA CAPIRE |
DOLCE AMORE DEL BAHIA |
CHISSA' DOVE SEI |
|
CERCANDO UN ALTRO EGITTO |
A LUPO |
GIORNO DI PIOGGIA |
|
BENE |
ARLECCHINO |
INFORMAZIONI DI VINCENT |
|
FINESTRE DI DOLORE |
SOUVENIR |

|
Produzione DELTA ITALIANA
Tecnici registrazione: Giorgio Lovisheck, Paolo Venditti
|
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Ed. BMG Ariola/IT
in copertina: dipinto di Gordon Fagetter
|
|||
|
Renzo Zenobi TASTIERE |
|
Edoardo De Angelis TASTIERE |
|||
|
Olimpo Petrossi CHITARRA,BASSO
|
Tony Esposito PERCUSSIONI |
||||
|
Italo (Lilli) Greco TASTIERE |
Antonello Venditti TASTIERE |
||||

|
La
copertina, proposta da Francesco, era una fotografia in bianco e nero che
avevo scattato in quella villa in stile littorio, la villa dei Rotundi in
via Clitunno. Ritraeva Francesco seduto su una vecchia poltrona e la sua
ragazza in piedi al suo fìanco, con il pavimento di
<<Allora,
quel suo batterista, il ventenne inglese Gordon Fagetter dove è finito?
>> <<
Siamo amici, da tanto tempo. Siamo stati anche a Londra insieme e con ciò?
Pensi che per tutta l'estate sono stata in giro e ora mi accingo a girare
il mondo. Lo vede al mio seguito? Stiamo facendo forse una corsa ad
inseguimento? >> |

|
Niente da capire, proprio niente da capire. Quando Francesco si presenta con canzoni apparentemente prive di ogni senso viene scambiato per un visionario, al punto da arrivare alla censura di alcune frasi. Oggi sappiamo che invece fu una rivoluzione per la musica d’autore; nella storia della canzone italiana De Gregori fu il primo a citare in una canzone nomi e storie di personaggi sconosciuti e che appartenevano alla sua vita privata: nessuno aveva mai osato tanto. Ancora adesso non si sa chi fossero i protagonisti di quelle storie e non lo vogliamo sapere (e questo è bello). Ci interessa soltanto sapere che Giovanna è ancora un ricordo che vale dieci lire (con l’inflazione e l’Europa fanno 0,075 euro!), che Luigi si sporge ancora verso l’acqua e che Anna è rimasta seduta sul divano. Sconosciuti sì, ma che Dio li benedica ancor oggi. E’ un disco a cui sono affezionati gli ammiratori più stretti, quelli più sensibili, più intimi, che riconoscono in questo lavoro il “loro” De Gregori incapsulato in una sfera di vetro da chiudere nella loro stanza fra il pessimismo giovanile e la paura di avere tutto il mondo contro. Con questa musica più “privata” il loro letto diventa un importante microcosmo in cui cullare i propri miti: i fumetti, lo stereo, la rivista, i giornali, la chitarra, i dischi, i libri. Uno di questi miti è Francesco, ma è anche il compagno, il cronista e il paladino; anche quando scrive soltanto lettere d’amore come Bene o Souvenir, tipiche espressioni dei tormenti e delle passioni nei quali tutti ci potevamo riconoscere. Il titolo è azzeccato: “Francesco De Gregori”, perché è proprio un concentrato degregoriano spremuto e rispremuto, crudo ma saporito, artigianale ma raffinato, improvvisato ma impeccabile, estemporaneo, quasi da “falò sulla spiaggia”, ma senza difetti, con tante ballate quasi unplugged, come se stesse suonando in camera sua fregandosene di tutti. Si sente forte e chiaro il rumore dei suoi polpastrelli che fanno vibrare le corde della chitarra, la sua acerba voce che canta l’amore e la rabbia attraverso splendide metafore generate da una poetica che arriva a cime dove nessuno era mai arrivato.
E’ anche l’opera che tutti ricorderanno come “La pecora”
per via del caprone pasquale dipinto da Gordon Faghetter in copertina.
Ex batterista dei Cyan Three e primo marito di Patty Pravo, Faghetter
diventerà poi un quotatissimo pittore e designer realizzando, fra le
altre cose |

|
La
pecora - di Raffaele Reale - Con la sua opera seconda, ad appena ventitré
anni, Francesco De Gregori tocca una delle sue massime punte
d'ispirazione. Deluso dall'insuccesso del pur ottimo "Alice non lo
sa" - che comprendeva, tra le altre, perle come "Alice",
"Buonanotte fratello", "Le strade di lei" e
"Irene" - il giovane cantautore romano si dedica ad un materiale
intimista, seguendo Si
inizia con la storica "Niente da capire", titolo che è tutto un
programma, dolce e sferzante ballata su un rapporto finito. Si prosegue
con l'allegoria onirica di "Cercando un altro Egitto", dove
l'invettiva politica viene smussata dall'atmosfera sognante e distorta
("Sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra un tetto mia madre
inginocchiata in equilibrio su un camino. La strada adesso è piena di
persone, mia madre è qui vicino") e dalla splendida "Dolce
amore del Bahia", meno scarna della precedente, accompagnata dalla
sola chitarra - come nella migliore tradizione folk -. "Informazioni
di Vincent" prosegue sulla stessa linea poetica di introspezione
personale, mentre malinconica, profonda, densa appare "Giorno di
pioggia" ("oggi giorno di pioggia e la gente si muove, io sono
figlio della pioggia"), cupa riflessione sul destino dell'apparire e
del mostrarsi - ma tutto l'album è percorso da questo tremito
d'insoddisfazione giovanile a metà tra la voglia di emergere e il terrore
di non piacersi -. E,
a tagliare perfettamente in due l'album, arriva il capolavoro:
"Bene" è la canzone summa della prima vita musicale di De
Gregori, molto più significativa delle ben più celebri
"Rimmel", "Generale" o "La donna cannone".
Canzone semisconosciuta, nascosta, mai portata veramente alla ribalta, è
al contrario la più alta espressione del genio poetico del cantautore,
libera e anticonformista dichiarazione d'affetto verso la madre,
poeticamente eterea e musicalmente tenue. Di grande spessore poetico anche
la seguente "Chissà dove sei", originale e coinvolgente "A
Lupo" ("Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in
fretta, è un libro cominciato la sera e già dimenticato la
mattina"), adolescenziale nella sua utopica visione di libertà
"Arlecchino", metaforicamente politica (alla maniera del Bob
Dylan degli esordi) la lunga "Finestre di dolore". Si chiude
sulla delicata filastrocca "Souvenir", embrione di ciò che in
futuro saranno "Buonanotte fiorellino" e "Piccola
mela". Anche
stavolta De Gregori andrà incontro ad un sonoro insuccesso commerciale,
ma la dimostrazione d'intelligenza e di maturità gli permetterà di
comporre ad un solo anno di distanza il celeberrimo "Rimmel",
l'album della svolta, l'album della fama, l'Album di Francesco De Gregori.
|

A
LU
(De
Gregori-Francesco De Gregori)
|
Lei
aveva tasche troppo strette e otto, nove, dieci modi di vivere, forse aveva un
cuore la-
fa
re troppo
grande e una strana maniera di sorridere. Lui aveva un grosso cervello e dei
sol
la- gerani
proprio dove al strada si divide, lontano i campanili suonavano ma lui non se ne
fa
re
sol preoccupava.
Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in fretta e un libro sol7
do fa
sol
do fa
sol fa cominciato
la sera è già dimenticato la mattina. "A Lupo, anima pura, perchè non
giuri
re- fa
sol fa
re- fa più
sulla sua bambina". sol
sol7 do Il
poeta in affari veniva da molto lontano con dei nastri colorati legati alla
vita, la la-
fa
vide
che vendeva giocattoli, le chiese "Cosa vuoi per una notte?". Lei non
rispose, le re
sol
la- parole
erano neve, la piccola fiammiferaia presa dal gioco, si è rotta una mano sopra
fa
re il
filo spinato, rispose la signora, "Non ho niente da chiedere, se non le tue
lacrime
sol
sol7 e
tutto quel che hai". Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in
fretta e un
sol4
do fa
sol do
fa
sol libro
cominciato la sera è già dimenticato la mattina. "A Lupo, anima pura,
perchè non fa
re- fa
sol fa
re- fa giuri
più sulla sua bambina".
sol sol7
do E
si presero per mano nella notte stellata e piovosa e capirono che in fondo
bastava non la-
fa chiedersi
nè l'anima nè il cuore nè niente di simile, soltanto quattro salti dove più
re
sol ti
conviene. E vennero accerchiati da quaranta ladroni usciti dalla favola senza
la-
fa permesso,
riuscirono a fuggire proprio a mezzanotte, senza colpo ferire, senza fare
re
sol rumore,
l'orologio batteva i suoi colpi, la Renault diventava una zucca. Ma
questa non
sol7
do è
casa mia, i ricordi si affollano in fretta e un libro cominciato la sera è già
fa
sol do
fa
sol
fa
re- fa dimenticato
la mattina. "A Lupo, anima pura, perchè non giuri più sulla sua
bambina".
sol
fa
re- fa
sol sol7
do |
"Lupo" è una persona che conosco, è un soprannome "Lupo". Fa l'impresario ed io l'ho conosciuto ai tempi in cui giravo con "Racconto", con Cocciante e Venditti... "Lupo" era separato dalla moglie e aveva una figlia di quindici anni, che lui non vedeva da dieci perchè stava con la madre, però era convinto che fosse una bella figlia e parlava sempre di lei, e diceva sempre: "Te lo giuro sulla mia bambina". E una volta a pranzo mi raccontò che Salvatore Quasimodo, che era suo amico, gli aveva regalato un libro dedicandoglielo in questo modo: "A Lupo, anima pura, perchè non giuri più sulla sua bambina". Io mi misi a piangere a quella tavolata, ma non se ne accorse nessuno; io amavo molto questo "Lupo" perchè era veramente un impresario diverso da tutti gli altri, e questa è una canzone dedicata a lui, con dentro tutta la mia vita di quel periodo, degli ultimi tre o quattro mesi... la canzone la scrissi in montagna, io ero seduto su una veranda, e davanti c'erano dei vasi con i gerani e sullo sfondo una strada che si divideva, dal mio punto di vista, esattamente dove era un vaso di gerani. La canzone è scritta tutta in questo modo, con un finale ottimistico con la Renault, la Renault è la mia macchina, che diventa una zucca e loro due che si prendono per mano senza chiedersi niente... però io penso che la canzone può arrivare anche senza conoscere i riferimenti ai miei fatti personali, o forse non arriva. Uno scrive qualcosa perchè gli va di scrivere, come quando fai un rutto perchè devi farlo, non puoi domandarti se quel rutto verrà capito, apprezzato alla maniera giusta, devi farlo e lo fai... Comunque se uno viene da me e mi dice "lo "A Lupo" non la capisco". va benissimo, "A Lupo", in effetti è una di quelle canzoni che... io mi incazzo se uno mi dice che non capisce "Cercando un altro Egitto", ma se non capisce "A Lupo" o "Marianna al bivio" va benissimo |

ARLECCHINO
(De
Gregori-Francesco De Gregori)
|
Fiori
falsi e sogni veri, tra gli eroi della friggitoria Schantan. Grazie, ho già do
re-
do
re-
do mangiato
ieri, un sorriso stasera basterà. Arlecchino è già sul filo, la gente vuol re-
do
re-
fa
do
re vedere
cosa fa. E il filo corre sopra la città, e tutto il mondo è tutto qua.
sol fa
mi- re
sol mi-
fa sol
do Dove
vai? Quanti soldi ti hanno dato, quanti sogni e quanti anni? Dove vai? La tua
cella sol
fa sol
do
si-
do re7
sol do è
un pò più stretta ma ti pagano di più.
re mi-
fa7+ re Notte
chiara, notte bella, sopra i libri non ti avevo letto mai. Mi hanno detto do
re-
do
re- do 'fermati',
non mi hanno chiesto mica 'dove vai?'. Arlecchino è lì sospeso ma il filo re-
do
re-
fa
do
re sotto
i piedi non ce l'ha. E anche questo in fondo è libertà, e tutto il mondo è
tutto
sol fa
mi- re
sol mi-
fa sol qua. do Dove
vai? Quanti soldi ti hanno dato, quanti sogni e quanti anni. Dove vai? La tua
cella sol
fa
sol do
si-
do re7
sol do è
un pò più stretta ma ti pagano di più.
re
mi-
fa7+ re
|
"Arlecchino" è una canzone sul mio ruolo, sul mio ruolo di una volta più che altro, cioè questo "fiori falsi e sogni veri nella friggitoria Chantant", è il Folkstudio agli inizi, dove non era importante neanche mangiare, bastava sorridersi, bastava comunicare, e c'è questo "Arlecchino" su un filo e la gente vuole vedere cosa fa, e "Arlecchino" non sono necessariamente io, ma i tipi come me in genere, a cui danno dei soldi in cambio delle sue acrobazie: "Quanti soldi ti hanno dato? La mia cella è un po' più in alto e mi pagano di più", però alla fine questo "Arlecchino" si fa i fatti suoi, indipendentemente da quanto lo pagano, indipendentemente da quanto sia grande la sua stanza, vola senza filo e uno deve arrivare a volare senza filo... e anche se uno non fa una canzone allineìta col PCI o non utilizzabile in termini politici diretti, pazienza, l'importante che voli però. lo credo che qualsiasi canzone bella sia una canzone di sinistra. |
|
Fabrizio ha un merito storico nei confronti della canzone italiana: quello di averle dato per primo dei contenuti non soltanto e non necessariamente "amorosi". Intendiamoci, non che Fabrizio non abbia scritto straordinarie canzoni d'amore in senso classico (valgano come esempio, lontanissime tra loro, La canzone dell'amore perduto e Jamin-a), ma fatto sta che furono La guerra di Piero, La città vecchia, Delitto di paese e via dicendo a spalancare davanti agli occhi di molti giovani, verso la metà degli anni sessanta, un nuovo universo nel panorama della musica leggera di allora. Fabrizio era la dimostrazione vivente che una canzone poteva, se lo voleva, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica; musicalissima sì, ma anche narrativa e perché no? politica. Era
possibile, in parole povere, buttare a mare il linguaggio patinato e
gli arrangiamenti pacchiani della musica leggera dominante e scrivere
invece canzoni diverse, che parlavano con semplicità alla testa e al
cuore. C'era poi dell'altro, che affascinava. Fabrizio rifiutava in blocco le moine dell'industria discografica, i suoi passaggi obbligati, le regole non scritte dello show-business. Non andava in televisione, si faceva fotografare con evidente malavoglia; addirittura (ma questo, a dire il vero, un po' ci dispiaceva) non faceva concerti. L'Italia era ricca di grandi autori di canzoni, naturalmente. Da Gino Paoli a Luigi Tenco, a Bindi, a Gaber; tutta gente antagonista nei confronti delle insulsaggini musicali correnti ma che partecipava comunque spesso ai rituali a volte sconfortanti del "professionismo" canoro (e Tenco probabilmente fu immolato proprio sull'altare si questa scomoda e dolorosa contraddizione, per lui più che per altri insopportabile). In Italia insomma non mancavano davvero le belle canzoni, in omaggio a quel filone "diverso" che ha sempre percorso in parallelo, da Spadaro a Buscaglione, il cammino ufficiale della "canzonetta"; ma Fabrizio fu in questo contesto il primo e l'unico ad essere, prima che il termine diventasse di moda, "underground". Scomode e rimosse e spesso vietate sul piatto benpensante del giradischi di famiglia le sue canzoni finirono per essere come quei film che, "sconsigliati" ufficialmente dal parroco, costituirono poi le tappe più importanti della nostra crescita culturale e morale. Quando poi un giorno ho conosciuto Fabrizio De Andrè e siamo diventati amici non ho trovato scollature fra l'uomo e lo scrittore di quelle canzoni. E in tutti questi anni non ho mai visto Fabrizio affrontare la vita ipocritamente come non l'ho mai sentito mettere in musica una bugia. Francesco De Gregori (da "La cattiva strada" 1996)
|

BENE
(De
Gregori-Francesco De Gregori)
|
Bene,
se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi. Ma è
inutile si-
la- sol cercarli
sotto il tavolo, ormai non ci sto più. Ho preso qualche nave, qualche treno o
re-
mi- qualche
sogno qualche tempo fà. Ricordo che giocavo coi tuoi occhi nella stanza e ti
re- si- chiamavo
'mia' ma inoltre la coperta ad uncinetto, c'era il soffio della tua pazzia, e
la-
sol
re- allora
la tua faccia vietnamita ricordava tutto quel che ho. E adesso puoi rinchiuderti
mi-
re-
do nel
bagno a commentare le mie poesie, però stai attenta a tendermi la mano perchè
il
do7+ do
re- sol braccio
non lo voglio più, mia madre è sempre lì che si nasconde dietro i muri e non
si sol7
do
la-
la-7 trova
mai e i fiori nella vasca sono tutto quel resta e quel che manca, tutto quel che
re-
sol
sol7 hai,
ma puoi chiamarmi ancora amore mio. la-
re
sol E
qualche volta aspettami sul ponte, i miei amici sono tutti là, con lunghe
sciarpe nere si-
la-
sol ed
occhi chiari, hanno scelto la semplicità. Se Luigi si sporge verso l'acqua sono
solo
re-
mi- fatti
suoi, e ancora mille volte, mille anni, ci scommetto, mi ringrazierai, per quel
re- si-
la- sorriso
ladro e per i giochi, i mille giochi che sapevi già. E ancora mi dirai che non sol
re-
mi- vuoi
essere cambiata, che ti piaci come sei. Però non mi confondere con niente e con
re- do nessuno
e vedrai niente, nessuno, ti confonderà, nemmeno l'innocenza dei miei occhi, c'è
do7+
do
re-
sol ne
già meno di ieri, ma che male c'è. Le navi di Pierino erano carta di giornale,
eppure sol7
do
la- guarda,
sono andate via, magari dove tu volevi andare ed io non ti ho portata mai. Ma
re-
sol
sol7
la- puoi
chiamarmi ancora amore mio. re
sol si- la- si- la- si- sol
do fa
|
Posso dirti che questa donna io la vedevo come una persona abbastanza distaccata dal mio modo di vedere il mondo, quindi anche dal mio modo di scrivere le canzoni e le dicevo: "Vattene al cesso a leggerle! " mi sembra chiaro no? Io non voglio fare un sezionamento delle mie canzoni. Quando leggo "Paolo e Francesca" di Dante non mi chiedo chi fosse Gianciotto, cosa c'entrasse in realtà, a che pagina del libro li ha trovati che si baciavano, se abbiano scopato o meno... Se se lo chiedono è una curiosità che non è per niente sana. E' una curiosità puntuale, didascalica, è una curiosità a cui ci ha abituato una scuola fatta da maestre vecchie e impreparate. Non è cosi che va guardato né un quadro né una canzone né niente. Bene" nelle serate non la canto mai, è una canzone privata.
|