|
|
![]() |
|

|
Produzione DELTA ITALIANA
Tecnici registrazione: Giorgio Lovisheck, Paolo Venditti
|
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Ed. BMG Ariola/IT
in copertina: dipinto di Gordon Fagetter
|
|||
|
Renzo Zenobi TASTIERE |
|
Edoardo De Angelis TASTIERE |
|||
|
Olimpo Petrossi CHITARRA,BASSO
|
Tony Esposito PERCUSSIONI |
||||
|
Italo (Lilli) Greco TASTIERE |
Antonello Venditti TASTIERE |
||||

|
La
copertina, proposta da Francesco, era una fotografia in bianco e nero che
avevo scattato in quella villa in stile littorio, la villa dei Rotundi in
via Clitunno. Ritraeva Francesco seduto su una vecchia poltrona e la sua
ragazza in piedi al suo fìanco, con il pavimento di
<<Allora,
quel suo batterista, il ventenne inglese Gordon Fagetter dove è finito?
>> <<
Siamo amici, da tanto tempo. Siamo stati anche a Londra insieme e con ciò?
Pensi che per tutta l'estate sono stata in giro e ora mi accingo a girare
il mondo. Lo vede al mio seguito? Stiamo facendo forse una corsa ad
inseguimento? >> |

|
Niente da capire, proprio niente da capire. Quando Francesco si presenta con canzoni apparentemente prive di ogni senso viene scambiato per un visionario, al punto da arrivare alla censura di alcune frasi. Oggi sappiamo che invece fu una rivoluzione per la musica d’autore; nella storia della canzone italiana De Gregori fu il primo a citare in una canzone nomi e storie di personaggi sconosciuti e che appartenevano alla sua vita privata: nessuno aveva mai osato tanto. Ancora adesso non si sa chi fossero i protagonisti di quelle storie e non lo vogliamo sapere (e questo è bello). Ci interessa soltanto sapere che Giovanna è ancora un ricordo che vale dieci lire (con l’inflazione e l’Europa fanno 0,075 euro!), che Luigi si sporge ancora verso l’acqua e che Anna è rimasta seduta sul divano. Sconosciuti sì, ma che Dio li benedica ancor oggi. E’ un disco a cui sono affezionati gli ammiratori più stretti, quelli più sensibili, più intimi, che riconoscono in questo lavoro il “loro” De Gregori incapsulato in una sfera di vetro da chiudere nella loro stanza fra il pessimismo giovanile e la paura di avere tutto il mondo contro. Con questa musica più “privata” il loro letto diventa un importante microcosmo in cui cullare i propri miti: i fumetti, lo stereo, la rivista, i giornali, la chitarra, i dischi, i libri. Uno di questi miti è Francesco, ma è anche il compagno, il cronista e il paladino; anche quando scrive soltanto lettere d’amore come Bene o Souvenir, tipiche espressioni dei tormenti e delle passioni nei quali tutti ci potevamo riconoscere. Il titolo è azzeccato: “Francesco De Gregori”, perché è proprio un concentrato degregoriano spremuto e rispremuto, crudo ma saporito, artigianale ma raffinato, improvvisato ma impeccabile, estemporaneo, quasi da “falò sulla spiaggia”, ma senza difetti, con tante ballate quasi unplugged, come se stesse suonando in camera sua fregandosene di tutti. Si sente forte e chiaro il rumore dei suoi polpastrelli che fanno vibrare le corde della chitarra, la sua acerba voce che canta l’amore e la rabbia attraverso splendide metafore generate da una poetica che arriva a cime dove nessuno era mai arrivato.
E’ anche l’opera che tutti ricorderanno come “La pecora”
per via del caprone pasquale dipinto da Gordon Faghetter in copertina.
Ex batterista dei Cyan Three e primo marito di Patty Pravo, Faghetter
diventerà poi un quotatissimo pittore e designer realizzando, fra le
altre cose |

|
La
pecora - di Raffaele Reale - Con la sua opera seconda, ad appena ventitré
anni, Francesco De Gregori tocca una delle sue massime punte
d'ispirazione. Deluso dall'insuccesso del pur ottimo "Alice non lo
sa" - che comprendeva, tra le altre, perle come "Alice",
"Buonanotte fratello", "Le strade di lei" e
"Irene" - il giovane cantautore romano si dedica ad un materiale
intimista, seguendo Si
inizia con la storica "Niente da capire", titolo che è tutto un
programma, dolce e sferzante ballata su un rapporto finito. Si prosegue
con l'allegoria onirica di "Cercando un altro Egitto", dove
l'invettiva politica viene smussata dall'atmosfera sognante e distorta
("Sollevo gli occhi al cielo e vedo sopra un tetto mia madre
inginocchiata in equilibrio su un camino. La strada adesso è piena di
persone, mia madre è qui vicino") e dalla splendida "Dolce
amore del Bahia", meno scarna della precedente, accompagnata dalla
sola chitarra - come nella migliore tradizione folk -. "Informazioni
di Vincent" prosegue sulla stessa linea poetica di introspezione
personale, mentre malinconica, profonda, densa appare "Giorno di
pioggia" ("oggi giorno di pioggia e la gente si muove, io sono
figlio della pioggia"), cupa riflessione sul destino dell'apparire e
del mostrarsi - ma tutto l'album è percorso da questo tremito
d'insoddisfazione giovanile a metà tra la voglia di emergere e il terrore
di non piacersi -. E,
a tagliare perfettamente in due l'album, arriva il capolavoro:
"Bene" è la canzone summa della prima vita musicale di De
Gregori, molto più significativa delle ben più celebri
"Rimmel", "Generale" o "La donna cannone".
Canzone semisconosciuta, nascosta, mai portata veramente alla ribalta, è
al contrario la più alta espressione del genio poetico del cantautore,
libera e anticonformista dichiarazione d'affetto verso la madre,
poeticamente eterea e musicalmente tenue. Di grande spessore poetico anche
la seguente "Chissà dove sei", originale e coinvolgente "A
Lupo" ("Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in
fretta, è un libro cominciato la sera e già dimenticato la
mattina"), adolescenziale nella sua utopica visione di libertà
"Arlecchino", metaforicamente politica (alla maniera del Bob
Dylan degli esordi) la lunga "Finestre di dolore". Si chiude
sulla delicata filastrocca "Souvenir", embrione di ciò che in
futuro saranno "Buonanotte fiorellino" e "Piccola
mela". Anche
stavolta De Gregori andrà incontro ad un sonoro insuccesso commerciale,
ma la dimostrazione d'intelligenza e di maturità gli permetterà di
comporre ad un solo anno di distanza il celeberrimo "Rimmel",
l'album della svolta, l'album della fama, l'Album di Francesco De Gregori.
|

|
A
LUPO e otto, nove, dieci modi di vivere. Forse aveva un cuore troppo grande e una strana maniera di sorridere. Lui aveva un grosso cervello e dei gerani proprio dove la strada si divide lontano i campanili suonavano, ma lui non se ne preoccupava. Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in fretta, un libro cominciato la sera e già dimenticato, la mattina A Lupo, anima pura, perché non giuri più sulla sua bambina. Il poeta in affari, veniva da molto lontano, con dei nastri colorati legati alla vita a vide che vendeva giocattoli, le chiese cosa vuoi per una notte. Lei non rispose, le parole erano neve, la piccola fiammiferaia presa dal gioco, si è rotta una mano sopra il filo spinato rispose la signora: "non ho niente da chiedere, se non le tue lacrime e tutto quel che hai." Ma questa non è casa mia, i ricordi si affollano in fretta E' un libro cominciato la sera, e già dimenticato, la mattina. A Lupo, anima pura, perché non giuri più, sulla sua bambina. E si presero per mano nella notte stellata e piovosa e capirono che in fondo bastava non chiedersi, ne l'anima, ne il cuore, ne niente di simile soltanto quattro salti, dove più ti conviene E vennero accerchiati da quaranta ladroni, usciti dalla favola, senza permesso riuscirono a fuggire proprio a mezzanotte senza colpo ferire, senza fare rumore, l'orologio batteva i suoi colpi, la Renault diventava una zucca. Ma questa non è casa mia....
|
"Lupo" è una persona che conosco, è un soprannome "Lupo". Fa l'impresario ed io l'ho conosciuto ai tempi in cui giravo con "Racconto", con Cocciante e Venditti... "Lupo" era separato dalla moglie e aveva una figlia di quindici anni, che lui non vedeva da dieci perchè stava con la madre, però era convinto che fosse una bella figlia e parlava sempre di lei, e diceva sempre: "Te lo giuro sulla mia bambina". E una volta a pranzo mi raccontò che Salvatore Quasimodo, che era suo amico, gli aveva regalato un libro dedicandoglielo in questo modo: "A Lupo, anima pura, perchè non giuri più sulla sua bambina". Io mi misi a piangere a quella tavolata, ma non se ne accorse nessuno; io amavo molto questo "Lupo" perchè era veramente un impresario diverso da tutti gli altri, e questa è una canzone dedicata a lui, con dentro tutta la mia vita di quel periodo, degli ultimi tre o quattro mesi... la canzone la scrissi in montagna, io ero seduto su una veranda, e davanti c'erano dei vasi con i gerani e sullo sfondo una strada che si divideva, dal mio punto di vista, esattamente dove era un vaso di gerani. La canzone è scritta tutta in questo modo, con un finale ottimistico con la Renault, la Renault è la mia macchina, che diventa una zucca e loro due che si prendono per mano senza chiedersi niente... però io penso che la canzone può arrivare anche senza conoscere i riferimenti ai miei fatti personali, o forse non arriva. Uno scrive qualcosa perchè gli va di scrivere, come quando fai un rutto perchè devi farlo, non puoi domandarti se quel rutto verrà capito, apprezzato alla maniera giusta, devi farlo e lo fai... Comunque se uno viene da me e mi dice "lo "A Lupo" non la capisco". va benissimo, "A Lupo", in effetti è una di quelle canzoni che... io mi incazzo se uno mi dice che non capisce "Cercando un altro Egitto", ma se non capisce "A Lupo" o "Marianna al bivio" va benissimo |

|
ARLECCHINO Fiori falsi e sogni veri, tra gli eroi della friggitoria Chantant, grazie, ho mangiato ieri, un sorriso questa sera basterà. Arlecchino è già sul filo, la gente vuol vedere cosa fa, e il filo corre sopra la città, e tutto il mondo e tutto qua. Dove vai? Quanti soldi ti hanno dato, quanti fiori e quanti anni, dove vai? Dove vai? La mia cella è un po' più in alto e mi pagano di più. Notte chiara, notte bella, sopra i libri non ti avevo letto mai. Mi hanno chiesto fermati, non mi hanno chiesto mica: dove vai? Arlecchino è lì sospeso, ma il filo sotto ai piedi non c'è l'ha e anche questo in fondo è libertà e tutto il mondo è tutto qua. Dove vai? Quanti soldi ti hanno dato, quanti fiori e quanti anni. Dove vai? La mia cella è un po' più stretta e
mi pagano di più.
|
"Arlecchino" è una canzone sul mio ruolo, sul mio ruolo di una volta più che altro, cioè questo "fiori falsi e sogni veri nella friggitoria Chantant", è il Folkstudio agli inizi, dove non era importante neanche mangiare, bastava sorridersi, bastava comunicare, e c'è questo "Arlecchino" su un filo e la gente vuole vedere cosa fa, e "Arlecchino" non sono necessariamente io, ma i tipi come me in genere, a cui danno dei soldi in cambio delle sue acrobazie: "Quanti soldi ti hanno dato? La mia cella è un po' più in alto e mi pagano di più", però alla fine questo "Arlecchino" si fa i fatti suoi, indipendentemente da quanto lo pagano, indipendentemente da quanto sia grande la sua stanza, vola senza filo e uno deve arrivare a volare senza filo... e anche se uno non fa una canzone allineìta col PCI o non utilizzabile in termini politici diretti, pazienza, l'importante che voli però. lo credo che qualsiasi canzone bella sia una canzone di sinistra. |
|
Fabrizio ha un merito storico nei confronti della canzone italiana: quello di averle dato per primo dei contenuti non soltanto e non necessariamente "amorosi". Intendiamoci, non che Fabrizio non abbia scritto straordinarie canzoni d'amore in senso classico (valgano come esempio, lontanissime tra loro, La canzone dell'amore perduto e Jamin-a), ma fatto sta che furono La guerra di Piero, La città vecchia, Delitto di paese e via dicendo a spalancare davanti agli occhi di molti giovani, verso la metà degli anni sessanta, un nuovo universo nel panorama della musica leggera di allora. Fabrizio era la dimostrazione vivente che una canzone poteva, se lo voleva, essere anche corrosiva e impervia, realistica e poetica; musicalissima sì, ma anche narrativa e perché no? politica. Era
possibile, in parole povere, buttare a mare il linguaggio patinato e
gli arrangiamenti pacchiani della musica leggera dominante e scrivere
invece canzoni diverse, che parlavano con semplicità alla testa e al
cuore. C'era poi dell'altro, che affascinava. Fabrizio rifiutava in blocco le moine dell'industria discografica, i suoi passaggi obbligati, le regole non scritte dello show-business. Non andava in televisione, si faceva fotografare con evidente malavoglia; addirittura (ma questo, a dire il vero, un po' ci dispiaceva) non faceva concerti. L'Italia era ricca di grandi autori di canzoni, naturalmente. Da Gino Paoli a Luigi Tenco, a Bindi, a Gaber; tutta gente antagonista nei confronti delle insulsaggini musicali correnti ma che partecipava comunque spesso ai rituali a volte sconfortanti del "professionismo" canoro (e Tenco probabilmente fu immolato proprio sull'altare si questa scomoda e dolorosa contraddizione, per lui più che per altri insopportabile). In Italia insomma non mancavano davvero le belle canzoni, in omaggio a quel filone "diverso" che ha sempre percorso in parallelo, da Spadaro a Buscaglione, il cammino ufficiale della "canzonetta"; ma Fabrizio fu in questo contesto il primo e l'unico ad essere, prima che il termine diventasse di moda, "underground". Scomode e rimosse e spesso vietate sul piatto benpensante del giradischi di famiglia le sue canzoni finirono per essere come quei film che, "sconsigliati" ufficialmente dal parroco, costituirono poi le tappe più importanti della nostra crescita culturale e morale. Quando poi un giorno ho conosciuto Fabrizio De Andrè e siamo diventati amici non ho trovato scollature fra l'uomo e lo scrittore di quelle canzoni. E in tutti questi anni non ho mai visto Fabrizio affrontare la vita ipocritamente come non l'ho mai sentito mettere in musica una bugia. Francesco De Gregori (da "La cattiva strada" 1996)
|
|
BENE
se mi dici che ci trovi dei fiori in questa storia, sono tuoi ma è inutile cercarmi sotto il tavolo, ormai non ci sto più. Ho preso qualche treno, qualche nave, qualche sogno qualche tempo fa. Ricordi che giocavo coi tuoi occhi nella stanza e ti chiamavo mia. Ben oltre alla coperta ad uncinetto, c'era il soffio della tua pazzia. E allora la tua faccia vietnamita, ricordava tutto quel che ho. E adesso puoi richiuderti nel bagno a commentare le mie poesie però, stai attenta a tendermi la mano, perché il braccio non lo voglio più. Mia madre è sempre lì, che si nasconde dietro ai muri e non si trova mai, e i fiori nella vasca sono tutto quel che resta e quel che manca, tutto quel che hai e puoi chiamarmi ancora, amore mio. E qualche volta aspettami sul ponte, i miei amici sono tutti la con lunghe sciarpe nere ed occhi chiari hanno scelto la semplicità. Se Luigi, si sporge verso l'acqua, sono solo fatti suoi. E ancora mille volte e mille anni, ci scommetto, mi ringrazierai per quel sorriso ladro e per i giochi i mille giochi che sapevi già, e ancora mi dirai che non vuoi essere cambiata, che ti piaci come sei. Però non mi confondere con niente e con nessuno e vedrai niente e nessuno ti confonderà. Nemmeno l'innocenza nei miei occhi, ce ne è già meno di ieri, ma che male c'è Le navi di Pierino erano carta di giornale eppure guarda, sono andate via. Magari dove tu volevi andare, ed io non ti ho portato mai, ma
puoi chiamarmi ancora, amore mio.
|
Posso dirti che questa donna io la vedevo come una persona abbastanza distaccata dal mio modo di vedere il mondo, quindi anche dal mio modo di scrivere le canzoni e le dicevo: "Vattene al cesso a leggerle! " mi sembra chiaro no? Io non voglio fare un sezionamento delle mie canzoni. Quando leggo "Paolo e Francesca" di Dante non mi chiedo chi fosse Gianciotto, cosa c'entrasse in realtà, a che pagina del libro li ha trovati che si baciavano, se abbiano scopato o meno... Se se lo chiedono è una curiosità che non è per niente sana. E' una curiosità puntuale, didascalica, è una curiosità a cui ci ha abituato una scuola fatta da maestre vecchie e impreparate. Non è cosi che va guardato né un quadro né una canzone né niente. Bene" nelle serate non la canto mai, è una canzone privata.
|
|
CERCANDO UN ALTRO EGITTO
Era mattina presto, mi chiamano alla finestra |
Questa è una canzone che ho scritto sulla violenza che ci sta intorno che secondo me non sempre è visibile e sperimentabile direttamente, non è sempre una violenza evidente e chiara. C’è anche una violenza più sottile, che è per esempio quella attraverso cui ci impongono delle informazioni sbagliate, voglio dire la televisione, la radio, un certo tipo di quotidiani, la pubblicità, o anche gli incidenti stradali, è una maniera abbastanza innocente di farci morire, ma è violenza anche quella. E poi c’è una violenza storica che è quella che ci portiamo ancora appresso degli anni del fascismo. Questa canzone si chiama "Cercando un altro Egitto" e io ho immaginato di scappare come fece San Giuseppe, portandomi appresso tutto quello che c’è di buono. Vorrei spiegare una frase che c’è in questa canzone, quando parla delle "…grandi gelaterie di lampone che fumano lente…" io intendevo alludere ai campi di concentramento dell’ultima guerra. |
|
CHISSA'
DOVE SEI
Chissà dove sei,
|
![]() |

|
Ben
considerando il modo felice con cui Francesco era stato collocato nella
precedente esperienza televisiva, questa volta il Dott. Micocci decise
di creare uno spazio tutto per lui e che lui avrebbe potuto gestire come
meglio credeva. Infatti andò in onda un breve filmato che, sullo sfondo
di Alice, mostrava Francesco in giro per Trastevere, mentre si provava
un paio di scarpe nell'eccentrica Infatti nel filmato egli appariva a un tratto con una camicia di tipo militare e, indossando la sua espressione più imperturbabile, estraeva dal taschino un uovo che quindi lasciava cadere a terra fissando la cinepresa con uno sguardo vuoto. Sempre imperturbabile proclamava infine: "E caduto un uovo a Francesco De Gregori E mi dispiace moltissimo sia per me che per l'uovo". Un altro episodio del quale non posso essere certo al cento per cento ma che ricordo con piacere è il seguente; proprio in quel periodo Comencini stava girando il film Pinocchio, con attori magnifici, un Manfredi in splendida forma e di grande umanità, Franchi e Ingrassia la cui bravura e il cui spessore ancora erano ignoti a tutti a causa del genere di film che li avevano portati al successo e molti altri, per uno dei prodotti più belli che mamma RAI avesse messo in cantiere. Manfredi era in contatto con il Dott. Micocci in quanto aveva inciso con discreto successo il famoso brano di Petrolini Tanto pe' cantà, così chiese se ci fosse stata una canzone da inserire nella colonna dello sceneggiato. Micocci ne parlò con Francesco che in un lampo scrisse una canzoncina deliziosa che fu subito accettata con entusiasmo. Francesco inoltre accettò di rinunciare alla patemità di quel brano anche dal punto di vista dei diritti, e ne fece dono al simpatico attore.
|
|
DOLCE
AMORE DEL BAHIA Ieri, ho incontrato la mia formica, mi ha detto che, sono pazzo. io, con occhiaie profonde e un principio di intossicazione. Io non ricordo che occhi avevi, io non ricordo che occhi avevi, l'ultima volta che ti ho insultato, l'ultima volta che ti ho lasciato, ma io sono stato, ma io sono stato, ma io sono stato.... dove tu mai. Dolce amore del Bahia dolce amore del Bahia. Io con le mani di giunco e la mia verginità. Io non ricordo che occhi avevi, io non ricordo che occhi avevi, l'ultima volta che ti ho insultato, l'ultima volta che ti ho bloccato, ma io sono stato, ma io sono stato, ma io sono stato.... dove tu mai. Ieri, ho ammazzato la mia formica, diceva che, ero pazzo. Io, pazzo forse per gioco, ma per niente e per nessuna. Io non ricordo che occhi avevi, io non ricordo che occhi avevi...
|
A volte canto "Dolce amore del Bahia" quando ci sono le femministe, e le femministe si arrabbiano perchè faccio tutta una presentazione dicendo che la donna della canzone era una femminista, io I'avevo chiusa dentro casa, lei poi era scappata per andare a mangiare, aveva mangiato troppo ed era scoppiata e nessuno l'aveva rimessa insieme; allora io ero diventato triste e avevo scritto questa canzone per lei. |

|
GIORNO
DI PIOGGIA ma la gente è tranquilla, io sono figlio della gente. Prendimi la mano, dammela, cerchiamo di venire insieme, la tua tessere è scaduta. Grazie per l'invito, si stasera non ho voglia, di vedere gli incidenti stradali lungo il fiume. Oggi giorno di pioggia, ma la gente si muove, io sono figlio della pioggia. La festa è stata magica, le ragazze han ballato, mi han coperto di lodi e di sorrisi. La prossima vigila di Natale, avremo tutti partorito, potremo farne un'altra per allora. A volte potrai avermi con un fiore, a volte un fiore non ti basterà. A volte penserai di avermi chiuso in una stanza. Dammi le tue chiavi, dolce voglio farne una copia, voglio scrivere una lunga poesia per le tue braccia.
|
![]() |
|
INFORMAZIONI
DI VINCENT E' una sera che il fiore mi pesa, e le stelle mantengono i loro segreti più freddamente che mai. Guardo le mie povere cose, una foto di Angela Davis, muore lentamente sul muro e a me di lei, non me ne è fregato niente mai. E tutte queste informazioni di Vincent, mi vanno intorno e non mi dicono perchè. E tutte queste informazioni di Vincent, girano in tondo e non mi spiegano cos'è che muore. E stasera ho tradito gli affetti, ho affittato i miei occhi a una banda di ladri, vedo quel che vedono loro. Tu conosci mica qualcuno, che è disposto a chiamarmi fratello, senza avermi letto la mano, amore mio, voltati dall'altra parte e fai. Quello che Vinc non ti avrebbe detto mai, quello che Vinc non ti insegnerebbe mai, quello che Vinc non permetterebbe mai, quello che Vinc non regolerebbe mai, stasera.... E a Parigi mi aspettano ancora, c'è una stanza con bagno, prenotata a mio nome, la moquette, sarà piena di topi. Ieri alla televisione, mi hanno detto di stare tranquillo, non c'è nessuna ragione, di aver paura, non c'è proprio niente che non va.
|
Il nome "Vincent" viene dalla canzone di Don Mc Lean che io avevo tradotto credo anche in modo dignitoso; poi la mia versione è stata cantata da Little Tony, che per me rimaneva quello di "Cuore matto".
E' soprattutto una canzone sulla televisione e sulla radio, quando dice "Amore mio voltati dall'altra parte e fai quello che Vincent non permetterebbe mai, quello che Vincent non ti consiglierebbe mai", cioè la tesi è di essere sempre critici, al limite fare l'opposto di quello che ci viene suggerito di fare attraverso questo tipo di propaganda, insomma stiamo attenti, siamo critici, quando sentiamo la radio. "Informazioni" è soprattutto una canzone sulla televisione e sulla radio, quando dice "Amore mio voltati dall'altra parte e fai quello che Vincent non permetterebbe mai, quello che Vincent non ti consiglierebbe maì" cioè la tesi è di esser sempre critici, al limite fare l'opposto di quello che ci viene suggerito di fare attraverso questo tipo di propaganda, insomma stiamo attenti, siamo critici, quando sentiamo la radio.
|

|
Starry, starry night..... Copertina famosissima, come famosissime sono la title track
dell'album e l'ancora più famosa (per il mercato italiano)
|
|
FINESTRE
DI DOLORE La luce della luna, ci trovò sopra a un tetto, e Pietro non parlava. E niente che rompeva la noia dell'attesa, solo il suono della pioggia che cadeva. E lui, con la mano alla bottiglia, faceva i suoi discorsi da pazzo. E un gallo si mise a suonare la sveglia, per quanto la notte fosse ancora ubriaca e Giuda fosse ancora un ragazzo. E credo che fu in quel preciso momento, che venne da molto lontano un ricordo, qualcosa di simile a un pianto di madri e due angeli vestiti di bianco, scesero con aria stupita e il vuoto nel cuore, e aprimmo al pianto, le finestre del dolore. Seduti nella stanza con la bocca socchiusa, aggrappati alle nostre sigarette aspettavamo l'alba senza troppo interesse, soltanto per avere una scusa e Anna perduta sul divano sembrava un bambino sconfitto e la sua amica giovane le dava la mano ma Anna era tropo occupata a contare ricordi sul soffitto. E credo che fu in quel preciso momento che venne da molto lontano un ricordo qualcosa di simile a un pianto di madri e due angeli vestiti di bianco scesero con aria stupita e il vuoto nel cuore e aprimmo al pianto le finestre del dolore. E in fondo alla pianura una linea più buia, l'esercito degli uomini diversi. Con gli occhi e la bocca pieni di sonno, aspettava in una buca di due metri. E noi dall'altra parte del concetto, con l'anima in fondo alle gavette, cacciavamo i pensieri come mosche mortali, e il nostro cervello era bianco. L'attacco era fissato per le sette. E
credo che fu in quel preciso momento.....
|
|
|
NIENTE
DA CAPIRE Le
stelle sono tante, milioni di milioni,
|
Ricordo che "Niente da capire" la dovemmo reincidere perché il testo originale diceva "Giovanna... faceva dei giochetti da impazzire" e questa cosa avrebbe impedito alla canzone di essere trasmessa per radio. Mi ricordo anche che la prima versione, quella "incriminata" era venuta molto meglio di quella che poi è stata messa sul disco, ma chissà adesso dov'è finita, probabilmente è stata cancellata o buttata via. Peccato, perché oggi potrebbe essere pubblicata tranquillamente; anche la censura ha fatto poi passi da gigante, non interverrebbe più in maniera così rozza: anzi, direi che oggi non c'è più censura; dagli altoparlanti della radio e dallo schermo televisivo esce un rumore indifferenziato in cui tutto è mescolato con tutto, e tutto è permesso in quanto tutto è azzerato, privato di ogni possibile sfumatura, banalizzato, devitalizzato. Oggi a Giovanna sarebbe permesso qualsiasi tipo di giochetto, tanto il suo partner sarebbe comunque un innocuo spiritoso pingue e tranquillizzante immarcescibile giovanile ed eterno Topo Gigio." |

|
"Niente da capire" è un caso sorprendente: c'è
un vero e proprio ribaltamento dell'arrangiamento in studio, e la stessa
armonizzazione è un po' cambiata.
|
|
SOUVENIR Niente luna questa sera, niente gatti sopra il tetto. I miei sogni sono tutti rotolati sotto al letto. E nel buio con la lingua conto i denti che mi restano. Domani che farò, ragazza mia dei tuoi pensieri magri. Sul campanile nevica, d'accordo ma purtroppo ho solo una camicia e francamente non mi basta. E faccio di mestiere il venditore di risate, al circo che si tiene al Lunedì, ragazza mia, ci andresti mai? E intanto conto i denti, però il conto non mi torna, ce ne uno che mi manca e forse tu mi puoi aiutare. Per caso non l'hai mica ritrovato a casa tua ero così distratto amore mio, quando
ti ho morso il cuore
|
![]() |

|
A Villa Borghese e oggi anche al contro-festival della Magliana (da www.solegemello.net) Doppia razione di pop Ventimila ragazzi nella « valle del Graziano » ad ascoltare, tra gli altri, Antonello Venditti, Francesco De Gregori e il pianista Vince Tempera - Sorrenti per la contestazione di PIETRO MONDINI
Meno strampalato il « Volo», Il complesso che, oltre a un'ottima porzione della « Formula uno », ha reclutato anche Vince Tempera, l'estroso pianista pop che al recentissimo « Disco per l'estate » ha diretto l'orchestra in un paio di esecuzioni. Tra i solisti, due nomi che vanno per la maggiore: Francesco De Gregori e Antonello Venditti. De Gregori ha attinto al suo più recente repertorio, mentre Venditti (recentemente condannato dal Tribunale di Roma per il suo « Cristo ») ha proposto due novità assolute: « Marta » e « Lo stambecco ferito». Il cantautore romano, ha oltretutto « bagnato» la recente laurea in giurisprudenza: alla toga, però, almeno per il momento, non pensa. Oggi, presentati sempre da Eddy Ponti, un altro cantautore, Bennato, l'atteso Philips, e una decina di complessi, tra cui i « Jumbo », caratterizzeranno la seconda e ultima giornata di quel festival che sarà ricordato soprattutto per il suo ritardo: oltre 24 ore sulla tabella di marcia. Alla Magliana, il concerto comincerà alle ore 19 e anche qui sarà gratuito. Oltre al supergruppo francese « Trium Delirium », si esibirà il cantautore napoletano Alan Sorrenti. « Aderisco - ha detto Sorrenti - per dare spazio a una ricerca totalmente alternativa di formule di vita e di lotta ». Peccato che quelli che andranno a Villa Borghese non lo possano ascoltare: Alan è un grosso personaggio del mondo pop.
|
![]() |
![]() |
![]() |
![]()
|
|
|
![]() |