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CIAO UOMO |
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LA CANTINA |
E' CADUTO L'INVERNO |
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ROMA CAPOCCIA |
L'AMORE E' COME IL TEMPO |
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SORA ROSA |

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Prodotto da Italo (Lilli) Greco e Paolo Dossena
Disegno interno di Alvise Sacchi |
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Antonello Venditti PIANO |
Registrato
allo Studio 38 di Roma da M. Benagli
in copertina: Ophelia, di John Everett Millais
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Derek Wilson BATTERIA |
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Mick Brill BASSO |
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Maurizio Gianmarco FLAUTO |
Giorgio Lo Cascio CHITARRA 12 corde |
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Dave Sumner CHITARRA |
Donald Meakin CHITARRA |
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(Ophelia, Sir John Everett Millais)
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Tenue, velata dal sogno divino (Cesare
Pavese)
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Le acque del limpido ruscello cullano Ofelia che pare rivolgersi verso l’Eterno. Non è ancora morta, ha gli occhi socchiusi, le mani protese in un gesto di disperata preghiera; canta sottovoce, sussurra le parole che vengono dal cuore. E la natura l’ascolta ammirata. Mai una creatura è stata così intensamente a suo agio tra le acque e le foglie :un ritorno alla natura, dolce, sottile, per dimenticare la morte del padre e l’amore impossibile per Amleto. Ofelia ritorna alla terra, e al suo dolore, dopo un delicato volo di follia; e tutto il paesaggio si chiude in un gesto di pace…Ruskin, critico dei Preraffaelliti, definì questo quadro: "il più bel paesaggio inglese devastato dal dolore". (Shakespeare, nella traduzione di Montale)
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Siamo in piena era del Folkstudio! Francesco è già una piccola star dello storico locale e assieme a Lo Cascio, su segnalazione di Giovanna Marini, incontra il mitico Dott. Micocci della It che, dopo aver ascoltato tutto il materiale, a loro insaputa mette sotto contratto anche Antonello Venditti avendo già in testa il progetto Theorius Campus, che tradotto in gergo discografico significa “pago uno e prendo due”.Nel frattempo Lo Cascio, (consapevole di non possedere ali capaci di fargli spiccare il volo, come stava riuscendo fin troppo bene a un passerotto che stava per diventare aquila) rinuncia a un viaggio in treno in Ungheria organizzato dalla Rca facendosi sostituire da Venditti che in quell’occasione, insieme a Francesco, compone un paio di canzoni. Chissà se la frase “E il treno io l’ho preso e ho fatto bene” era dedicata ad Antonello?Tuttavia, Micocci affida le canzoni dei suoi gioiellini agli arrangiamenti di Italo Greco detto Lilli e li fa suonare da Maurizio Giammarco ai fiati e da un gruppo di freakkettoni inglesi: Derek Wilson, batterista scozzese; Dave Sumner, ex chitarrista dei Primitives, Motowns, Sopworth Camel e Camaleonti; Mike Brill, bassista e leader del gruppo e Donald Meakin alla chitarra acustica.
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C'è
una piccola, nuova Roma che si fa strada reduce dai boom economici e pronta
finalmente di potersi interrogare su se stessa, libera di respirare di nuovo, di
pensare e di riflettere all'interno della nuova epoca in corso. Da quei
quartieri piccolo-borghesi finalmente escono figli che hanno potuto studiare,
permettersi il lusso di dedicarsi numerosi alla propria musa, o almeno di poter
seguire le proprie passioni. De Gregori non sa parlare come il compagno di amori e sentimenti diretti, o almeno non vuole: preferisce piccoli ritratti impressionistici di disturbati di mente, preti, ubriaconi, enigmatiche signore che lo affascinano e lo lasciano in preda alla voglia di sogni, poesie, confessioni al vento e al cielo. "Theorius
Campus" è un vivaio della musica italiana, dove i due esordiscono e si
presentano. Venditti è già al suo apice, per chi lo ama la bellezza di queste
prime composizioni è innegabile. "Roma Capoccia" è il ritratto più
inflazionato ma incantevole di una metropoli, la sua. Nessuno sa apprezzare,
amare la caput mundi come Antonello, è per lui naturale l'identificazione tra
la propria vita, la donna amata, e la città in cui egli vive amando quest'ultima. Quanto s'è grande Roma
quann'è er tramonto, quanno l'arancia
rossegia ancora su sette colli, e le finestre so tanti occhi che te sembrano
di'quanto s'è bella… Solo pochi altri artisti come Pino Daniele con Napoli o
Jannacci e Gaber per Milano si sono talmente votati a darci una così infatuata
immagine del luogo d'appartenenza. La canzone è una cavalcata tra le bellezze
della città immortale (quasi una guida turistica all'amatriciana) su cui la
magia della chitarra di Francesco unita al solenne piano dell'altro conferisce
aria di epicità e di promessa di fedeltà. Questo cavallo di battaglia riesce
comunque a passare (se è mai possibile) quasi inosservato vicino all'invettiva
a difesa dei giusti, dei poveri e dei più deboli di "Sora Rosa",
manifesto di impegno e ironia casereccia (Chi c'ha gli occhioni sani ci dirà
venite giù all'inferno armeno c'avrete er foco pe' l'inverno). Le canzoni
d'amore sono impeccabili, sentite, coinvolgenti, tra falsetti che presto saranno
abbandonati dal cantante e suite quasi progressive che nobilitano anche i
racconti più spogli (ma inavvicinabili alla successiva famosa banalità
vedittiana). De Gregori giovanilmente inquieto, passa dal ritratto quasi
paesano-bucolico di "Signora Aquilone" alle allucinazioni Questi ragazzi non sanno ancora niente del loro futuro, non sanno che - in modi diversi e a volte quasi opposti - diventeranno gli eroi di una generazione, non sanno che milioni di giovani penderanno dalle loro labbra per anni, per decenni, per sapere le loro opinioni, per farsi guidare da loro. Se l'affetto tra i due preziosi amici non morirà mai, la strada musicale dei due si separerà drasticamente, sempre di più, fino a rendere le due carriere quasi imparagonabili. Venditti qui era già un artista completo e sicuro del proprio grande talento, ma dopo meno di un decennio farà svanire quasi tutte le proprie qualità creative, pur restando protagonista commerciale dell'Italietta più sdolcinata e di poche pretese. De Gregori si lascerà sempre più alle spalle questa iniziale fragilità, e si rafforzerà sul proprio impegno, sul suo compito di riscrivere la poesia canora dell'Italia più intellettuale. Due eroi del nostro tempo, ancora a gattoni, che giocano con la storia e con i loro idoli (magnifica la copertina senza neanche i nomi dei cantautori ma solo con l'Ofelia preraffaellita di Millais, chissà con quali curiose similitudini personali) e ci consegnano "Theorius Campus". Che il romanzo della nuova musica italiana abbia inizio.RingoStarfish, (19/10/2005)
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I ricordi di coloro che lo hanno reso leggendario (a cura del www.RimmelClub.it)
IL LOCALE Il mitico locale "fuori dagli schemi" che ha dato il via alla carriera di alcuni dei più famosi cantautori italiani. Locale di fondamentale importanza e trampolino di lancio per molti cantautori italiani è stato certamente il "Folkstudio". Situato originariamente a Roma in via Garibaldi, esso era lo studio-cantina di un pittore americano: Harold Bradley, nel quale si riunivano amici pittori, artisti e musicisti provenienti da tutto il mondo. Avendo fruttato, a Bradley denuncie di disturbo della quiete pubblica per le riunioni alquanto rumorose, il pittore decise di improntare il locale nella formula giuridica "circolo privato culturale apolitico". Tale iniziativa ebbe un grande successo tra i giovani, perché, in una sola serata c’era la possibilità di spaziare dalla musica celtica a quella brasiliana, dalla canzone d’autore a quella politica, dal folk al blues. Il locale concedeva insomma la possibilità ai giovani di esprimersi nella piena libertà musicale, senza condizionamenti di quanto andasse per la maggiore. Si
dice addirittura che un giovanissimo e sconosciuto Bob Dylan, sia
passato per quel locale, con la sua inseparabile chitarra, ed abbia
fatto ascoltare ai fortunati che vi si trovavano, le sue prime ballate. Dopo alcuni anni, Harold Bradley, tornò a Chicago e la direzione del locale passò ad uno dei suoi fondatori, Giancarlo Cesaroni, che volle inaugurare una interessante e specifica sezione dedicata esclusivamente agli esordienti della canzone d’autore. Fu allora che, cantautori italiani ancora oggi sulla cresta della notorietà e del successo, resero pubblici i loro primi brani ed espressero in musica i loro pensieri. Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli, Rino Gaetano, Gianni Togni, Luca Barbarossa, Sergio Caputo, sono alcuni dei cantautori che hanno avuto come trampolino di lancio il famosissimo locale che era il "Folkstudio". IN GIRO PER TRASTEVERE da http://www.vagabondo.net/Storie/trastevere/ Traversato il Ponte Sisto si arriva su Piazza Trilussa, tributo al grande poeta romano. Qui è già consigliabile una sosta, poiché all'angolo con via del Moro, c'è l'Art Cafè, ritrovo molto trendy, con i suoi sgabelli in alluminio e l'acqua che scorre sotto il bancone. L'ambiente, vagamente newyorkese, nel cuore della città, è aperto dalle 7 alle 3 del mattino. Se si prosegue per via del Moro si incontra il forno del pane più fragrante della zona per non parlare dell'ottima pizza a taglio. Sempre su via del Cinque, in prossimità dello slargo ma un po` nascosta, c'è la pasticceria che, incredibile ma vero, a Roma produce le più buone torte Sacher, tanto care al regista romano Nanni Moretti, che nel quartiere ha pure aperto un cinema. Se, tornando indietro, da Piazza Trilussa scegliamo di andare a destra e ci incamminiamo per via di Santa Dorotea, che deve il nome alla chiesa della santa, sarà bene tenere d'occhio l'enoteca Il Cantiniere, di Alberto Costantini, che mesce vini prelibati italiani, alsaziani e californiani, in combinazione con piatti sfiziosi, e spesso organizza corsi di degustazione. Via di Santa Dorotea incontra quindi via della Scala, resa famosa negli anni '70 dal cantautore Stefano Rosso, animatore insieme ad Antonello Venditti e Francesco De Gregori e a molti altri allora giovani musicisti del "mitico" Folkstudio, locale cult di Trastevere. Prima di incamminarci per via della Scala notiamo di fronte a noi via Garibaldi, il viale in salita che porta al Gianicolo e dove hanno vissuto molti illustri artisti, tra cui il poeta pittore Rafael Alberti, scomparso recentemente. (Donatella Scatena) GIANCARLO
CESARONI Il Folkstudio nasce nel '60 come un locale tra arnici, con un associazionismo spontaneo e diviene subito, inconsapevolmente, un locale di successo. Le sue proposte diverse, la maniera di gestirle ed il tipo di presenza ne fanno subito il locale intellettuale per eccellenza degli anni '60 - '62. A questo punto Harold Bradley, americano purosangue, punto di riferimento ed ispiratore, pensa ai suoi interessi e ne fa un locale da show business, sui modelli del Village, con tre-quattro show men per serata, senza un discorso che non deve risultare minimamente impegnato, ma che suo malgrado funziona politicamente come punto d'incontro, e dove ogni tanto, approffittando della scarsa sorveglianza di Bradley, riescono a cantare anche i rivoluzionari, tipo Della Mea, Settimelli e la Marini. Tale linea dura sino al 67', quando Bradley ritorna negli States (il suo show business ha fatto il suo tempo, il locale va male perchè sono sorti altri punti d'incontro più confortevoli e comodi, e perchè la confusione di linea ha allontanato un pò tutti). Dall'ottobre del '67 con la nuova gestione diretta, si cambia completamente anche se gradualmente. Si ha il grosso vantaggio di essere indipendenti dal bisogno, e su tale sicurezza, sì può cominciare a gestire verso direzioni culturali ben precise. Comincia subito il discorso dell’altra musica", cercando di accogliere, dare spazio e presentare i prodotti fuori dai canoni di consumo, tutte le proposte originali valide nella loro musica e nei loro contenuti. Nascono progressivamente i recitals, le rassegne, e i festivals, insomma la presentazione di personaggi noti o sconosciuti in un'unità di discorso e di programmazione. Nasce il rapporto continuo con l'informazione, si cominciano a passare i comunicati stampa e vengono le recensioni. Il Folkstudio è diventato maggiorenne ed inizia a svolgere un ruolo di teatro dì musica dedicato alle nuove proposte e ai nuovi personaggi.
In quest'ottica di riforma e di contrapposizione alla musica di consumo dilagante, si cerca di allargare i confini e presentare le proposte diverse su piano nazionale e nasce l'etichetta discografi-ca nel 1975 con i dischi di M. Locasciul-li, V. Chalot, A. Infantino, A. Harman, C. Sannucci, la Folk Ma-gic Band, i Tarantolati, la musica contemporanea di Schiano e Guaccero e le Nacchere Rosse. Sempre in quest'ottica di esportazione nazionale, vengono i tentatívi di gestione comune di circuiti spettacoli in Italia con altri centri politicamente attivi iniziato nel 1977 e proseguito sino ad ora con i Folk Festival e con le aperture delle nuove frontiere musicali, irlandese nel 1979 ed africana nel 1980. Nel locale si continua a gestire sempre musica con lo stesso indirizzo. Apertura a nuova musica e nuovi personaggi dando loro un palcoscenico per le loro proposte, un pubblico piccolo, ma buono per un riscontro, il massimo appoggio con i mezzi d'informazione per una propagazione del loro discorso, per aiutarli a proseguire nella strada intrapresa, fuori da un rapporto di dare ed avere e fuori da discorsi commerciali e di mass-media che specialmente oggi bombardano e distruggono ogni tentativo di proposta culturale. Questa in breve la storia e la finalità di intenti del Folkstudio. Oggi, dopo vent'anni di attività, siamo molto stanchi e delusi e vorremmo smettere. il momento politico e culturale è uno dei peggiori con il consumo che colpisce in tutti i campi ed il nicolinismo che ha determinato la nascita di una tribù di falsi operatori culturali, pronti a mungere in nome di operazioni più o meno intellettualistiche. Sarebbe quindi il caso di proseguire per cercare di essere un'isola nel mare di consumo che ci circonda, ma non sappiamo se ce la faremo. (Giancarlo Cesaroni) ANTONELLO VENDITTI Flash 1 - da “La valigia del cantante” di Pino Casamassima – De Ferrari Editore Ho
conosciuto Francesco nel ’69 e poco dopo abbiamo messo in piedi un
gruppo: ci chiamvamo senza troppa fantasia, “I giovani del Folkstudio”,
c’era anche Giorgio Lo Cascio. Suonavamo solo la domenica, iniziavamo
al pomeriggio e tiravamo avanti fino a notte. Io avevo già qualche
canzone mia, mentre Francesco Flash 2 - dal sito Solegemello Erano tempi lenti e con poche auto, erano passeggiate da farsi placidamente a piedi, avventure da mordere a fondo - notti comprese - fra bar, cantine, ristoranti, librerie, gallerie e iniziative... luoghi umani ed artistici legati strettamente dallo stesso spirito neo-romantico. Erano tempi - sana nostalgia per la giovinezza a parte - in cui Roma Capoccia dominava sul mondo infame dall'alto della sua rivoluzione culturale e il Folkstudio in Via Garibaldi (con annesso il limitrofo Bar delle Rose) era un microcosmo capace di far convivere guitti intellettuali e popolo, hyppies globetrotters e politici, ceti razze ed età, tutte unificate dal jazz, dal folk, dalla sangrilla e dall'amicizia grande, fatta di grande complicità. Erano tempi e luoghi che nel libro di Ernesto - tra canzoni pennelli e bandiere sessantottarde - riaffiorano con la loro verità e il loro colore reale, come ridipinti e lucidati, vendicando centinaia di scarni e frettolosi pezzulli di pavide penneasfera per forzate ricorrenze sui loro rotocalchi coi culi in copertina! Il Piemontese, borghese come noi ma già svezzato a racconti di guerra, montagne innevate e campagne, vita contadina, spinto della Resistenza, con quei quattro o cinque anni di più e quella stazza fisica ed ideologica superiore alla nostra gracilità di metropolitani, di studentelli, spalancò la porticina del Folk e subito pronunciò parole importanti, per noi spesso anche oscure. Teorizzò, come un tribuno, di antifascismo, di strade, fabbriche, masse, organicità, imponendoci crudelmente di "volare più basso, di lasciare qualche sogno in terra, di buttarci nella mischia quotidiana..." Ci inquietò e ci impose rispetto, trascinandoci in piazza con lui, facendo fino in fondo il suo dovere di militante e fottendosi mica male laddove, mentre noi riuscimmo a far la nosta parte restando nondimeno liberi, lui invece - uomo di marmo assoluto - fu ineluttabilmente irreggimentato e usato al punto da tarpare per lustri a venire la fantasia e le qualità liriche di cui era abbondantemente in possesso. Ora questo libro coloratissimo e musicale viene a liberarlo definitivamente, certo, quasi trent'anni dopo. E'
come se Ernesto - urlando e ricordando, senza mai prender fiato, i suoi
anni migliori e fondamentali, non tanto di successo quanto di
formazione, fosse riuscito finalmente a sciogliersi dai vincoli
anacronistici e tornare libero e bello, giustamente ancora e sempre
incazzato come una Un gioco che oggi ha di nuovo un gran bisogno di gente come lui, emendata dalla demagogia, sincera, recuperata al sogno degli amici di Sora Rosa e di Alice, di nuovo e ancora pronti a lottare contro il nuovo, ma non ultimo, "mondo di ladri". Sì, mi sa che a Ernesto questa mia vecchia canzone va proprio su misura, guardaunpò, dalla prima parola all'ultima e non a caso lui l'ha sempre amata tanto... Va bene. E allora anch'io come sempre "...Continuerò a cantare le cose della vita/e se ho sbagliato a viverle, per me non è finita...". “Eravamo un gruppo di ragazzi che non dormiva mai - ricorda Antonello- stavamo sempre in movimento e tutto ci incuriosiva. Il Folkstudio era la nostra offcina. In tempo reale riuscivamo a capire se le nostre canzoni avevano una ragione di esistere. Le scrivevamo e appena finite le riproponevamo ad un piccolo ristretto, competente e assai critico. Anche se accomunati dalla stessa voglia e dalle identiche passioni eravamo molto diversi tra di noi. Ernesto Bassignano, Francesco De Gregori, Giorgio Lo Cascio ed io traducevamo, componevamo e cantavamo, inconsapevoli di vivere un periodo importante della nostra canzone.” “Quando incominciai ad uscire dal Folkstudio – prosegue Venditti-e a fare concerti in giro per l’Italia mi accorsi quanto fosse recettivo il pubblico dei miei coetanei. Io vivevo tutto come un ex-fan dei Rolling Stones, dei Beatles e di tanti altri, inposizione privilegiata. Tanta era la gioia per riuscire a fare quello che desideravo. Ci sono voluti anni per capire che intorno a me non c’era soltanto interesse, ma anche un discreto giro di affari. Fui il primo artista a ribadire i propri diritti nei confronti di una casa discografica padrona assoluta di tutto quello che producevo. Cambiai etichetta e vissi un periodo difficile, anche sul piano personale. Mi separai da mia moglie e andai in esilio a Milano. Erano “gli anni di piombo”, la contestazione incominciò a colpire anche noi che ne avevamo fatto parte. Il “processo” a De Gregori degli autonomi al Palalido fu per me un trauma. Volli andarci anch’io dopo qualche mese e mi accorsi di essere solo. La casa discografica vedeva a rischio la mia popolarità, gli amici non capivano il perché di questo confronto e gli impresari non capivano perché non impiegassi il mio tempo in esibizioni più remunerative. Suonai al Palalido e vinsi la sfida. Vendicai, a modo mio, Francesco. Flash
3: dal libro Folkstudio story, di Dario Salvatori Bassignano :"Attenti, volano schiaffi!" De Gregori: "Non fare il solito stalinista". Lo Cascio (tifando De Gregori): "Non c'è motivo di scaldarsi tanto".VendItti: "Fulmini, tuoni, denunce, condanne, scarcerazioni! Imparatevi gli accordi! Cesaroni: "Mi avete rotto le palle". That's Folkstudio. Quando rimisi le mani su quel fottutissimo pianoforte pensai "Il Folkstudio è veramente morto, finito. Meno male". A spiarmi c'erano cento occhi che quelli della barzelletta della civetta che fa il pappagallo sono uno scherzo, più quattro (Francesco e Ernesto) particolarmente carI. Poi due flashaioli da penna a sfera residuati bellici della dolce vita che ancora mi chiamavano Anita, otto preti in libera uscita travestiti e col tesserino da intellettuale, e lui, il Grande Vecchio Mammamia Che Paura, Cesaroni (che più lo guardo e più mi sembra lui, il Folkstudio). La prima morale di questa favola è che solo lui, il "Buon Cesaroni quasi mai Giancarlo per gli amici, sembra aver navigato intatto tra gli anni, passando con estrema disinvoltura ed apparente soddisfazione dal sax di Mario Schiano alla ghironda dei Prinzi Raimund. Quando rimisi le mani su quel fottutissimo pianoforte, dicevo, tutto sembrava finito, sepolto, passato e irripetiblle. "No pen-sava fra sè il pianista di passaggio - non è più il Folkstudio di via Garibaldi dove ci si divertiva ad annoiarci tra un ponce e l'altro dietro il banco della sora Maria, bar attiguo e comunicante, teatro ridotto di avventure etiliche e non, c'era un non so che, tutto parlava, suonava, cantava, no il Folkstudio non è questo, non mi commuovo neanche più. Oggi parlo, straparlo…allora... In un angolo da osservare, spiare, il montgomery obbligatorio anche d'estate, ma siamo matti? Meglio una bella maglietta con le maniche corte e andare. Le tourneè erano trasferte al circolo Daunia di Foggia dove Cesaroni a momenti si ammazza (non diciamo come, eh boss?). Oggi palco da cento metri, mille fari, centomila watt, tre tir per tremila chilometri, se no come farei a cantare? L'atmosfera, con la gente che continua ad entrare, si fa di festa tipo non si uccidono così anche i cavalli? E mentre sto per cominciare sento distintamente il bisbiglio di una quattordìcenne con maglietta "Patti Smith sei grande e bella", dice alla sua amichetta undicenne capelli a scacchi: "Hai visto chi c'è? C'è pure De Gregori, canta pure lui? Chissà se cantano insieme come ai tempi del Folkstudío?". Ma questo è il Folkstudio porca vacca! O no? Non c'è tempo, devo suonare, è un cammino all'indietro dove incontro Sora Rosa ... Folkstudío è ancora il rivolo di sudore che parte dalla tempia sinistra e punge come una zanzara quando non hai messo l'autan, e gli occhiali che scivolano giù fino alla punta del naso, dove ricompare puntuale come un orologio un antico tic, ogni volta che sbaglio gli accordi, Folkstudio è anche silenzio profondo pieno di anni passati insieme, è chiudere gli occhi, è riaprirli e vedere ancora dei vecchi amici ... "Attenti che qui volano schiaffi”, “Non fare lo stalinista", “Discutiamone con calma", "Imparatevi gli accordi!", “Mi avete rotto le palle”. I ragazzini new-wave se ne vanno perplessi. "Era lui o non era lui?", dato che alla fine De Gregori non ha suonato. La gente se ne va; restiamo noi: il Boss, Ernesto, Francesco, sua moglie ed io. La festa è finita. MIMMO LOCASCIULLI da “Storia di un professionista dilettante” di Enrico Deregibus – L’Isola che non c’era – Ottobre 2002. Nel
1970 si fa le notti suonando pianobar. L’anno dopo si sposta a Roma
per terminare gli studi e finisce nella leggenda del Folkstudio, dove
già bazzicano De Gregori, Venditti e compagnia. Si propone a Giancarlo
Cesaroni, il deus-machina del locale, che lo fa suonare la domenica
pomeriggio (primo gradino), poi la sera insieme a Giorgio Lo Cascio e
Stefano Rosso (secondo gradino) e infine con un concerto solo suo (terzo
gradino). “Quando mi presentai per la prima volta al Folkstudio mi portai la mia chitarra dentro una custodia di cartone: l’avevo appena comprata e non sapevo che lì c’era un piano che invece era il mio primo, unico e vero strumento. Con la chitarra sapevo suonare solo sette accordi e mi aiutavo spostando il capotasto a seconda delle tonalità, ma suonando sempre in chiave di do. Non ero un chitarrista ma avevo uno stile particolare nella “pennata”. Cantai tre canzoni (una mia traduzione di una canzone di Dylan, una canzone di Jaques Brel (Quella gente là) e una mia composizione) e siccome la cosa piacque continuai per moltissimo tempo a suonare la chitarra e lo feci anche sul mio primo disco Non rimanere là, che è un disco solo voce e chitarra. Quando poi, un po’ alla volta, cominciai a suonare anche al pianoforte si creò un certo stupore perché tutti credevano che io sapessi suonare solo la chitarra”. All’inizio il decrepito pianoforte del Folkstudio è a muro e il Nostro deve suonare spalle al pubblico. Non ci sono microfoni e cantare rivolti al muro rende impossibile la comprensione dei testi. “Antonello non ha problemi” gli diceva Cesaroni quando lui si lamentava. “Si, ma lui ha una voce che spacca i muri” gli rispondeva. Col tempo riesce a convincere il patron a girarlo quel benedetto piano e, poi, a permettergli anche di cantare col microfono. Altro successo personale. “C’era molta amicizia nel Folkstudio, molta complicità, molta solidarietà umana e soprattutto un senso di appartenenza che mai più ho ritrovato in situazioni e ambienti successivi. Non so se il senso di purezza che si respiravaa fosse giustificato e sufficiente, ma tanto mi bastava e mi basta: essere “parte integrante” di un qualcosa (idea, spirito, azione, progetto, modo) che emanava una sensazione di unicità e di esclusività”. FRANCESCO DE GREGORI Flash 1 - da “Francesco De Gregori, un mito” di Michelangelo Romano – Lato Side FDG. Mio padre e mio madre non erano molto contenti di questo fatto del Folkstudio perché mio fratello ci favea le tre, le quattro di notte. Così cominciai ad uscire anch’io la sera per suonare al Folkstudio, avevo sedici-diciassette anni. ROMANO. Mi ricordo che quando cantavi in pubblico all’inizio eri molto timido sia nei discorsi che facevi, sia come modo di cantare. FDG. Ecco, come uso della voce sì, come discorsi no, appena stavo su un palco grande con molta gente sotto, facevo delle cose spaventose, facevo finta che si era rotto il microfono, poi dicevo “no, si è riaccomodato”, certe volte lo staccavo io, insomma cercavo di sbloccare questa timidezza e la gente rideva molto. ROMANO.
Mentre al Folkstudio questo non era possibile FDG. Sì, perché al Folkstudio te li vedi lì sotto, vedi quello che sbadiglia, vedi quello che parla mentre canti, quindi ti demoralizzi molto. ROMANO. E Venditti lo hai conosciuto al Folkstudio? FDG. Sì, praticamemente lìho conosciuto lì; venne un anno dopo mi sembra e aveva due canzoni di repertorio: “Sora Rosa” e “Roma Capoccia”. ROMANO. Senti, il fatto di andare al Folkstudio ed essere pagato, sia pure poco, cioè questa scoperta che potevi guadagnarti da vivere senza chiedere i soldi a tuo padre… FDG. La prima volta che ho preso 1.500 lire da Giancarlo Cesaroni è stata una cosa molto bella. No, non pensavo di poterlo fare come mestiere. ROMANO. Un altro aspetto di questo discorso c’è in Arlecchino FDG. Arlecchino è una canzone sul mio ruolo, sul mio ruolo di una volta più che altro, cioè questo “fiori falsi e sogni veri nella friggitoria Chantant” è il Folkstudio agli inizi, dove non era importante neanche mangiare, bastava sorridersi, bastava comunicare, e c’è questo Arlecchino su un filo e la gente vuole vedere cosa fa, e Arlecchino non sono necessariamente io, ma i tipi come me in genere, a cui danno dei soldi in cambio delle sue acrobazie: “Quanti soldi ti hanno dato? La mia cella è un po’ più in alto e mi pagano di più”, però alla fine questo Arlecchino si fa i fatti suoi, indipententemente di quanto sia grande la stanza, da quanto lo pagano, vola senza filo e uno deve arrivare a volare senza filo… Flash 2 - da “Io e Caterina” di Andrea Fantacci – L’Isola che non c’era – luglio 2001. Dal Folkstudio passavano molti cantanti popolari e ricercatori di musica popolare: la Marini, la Bueno, Sandra Mantovani, Settimelli, il Duo di Piadena, Matteo Salvatore, Otello Profazio, e contemporaneamente, parallelamente, passavano anche giovanissimi o anche meno giovani autori, cantanti, interpreti. C’ero io e c’erano anche Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio. Ma arrivava anche gente dall’America, dall’Inghilterra che faceva musica che per noi era sconosciuta. Mi ricordo un duo che si chiamava John e Jean. Con due chitarre cominciavano a farci conoscere le canzoni di Bob Dylan e altri che noi non conoscevamo. Quindi il Folkstudio era un punto d’incontro di varie tendenze, di vari generi musicali. E chiaramente da questi incontri nascevano anche contaminazioni. Io fui uno di quegli esempi di contaminazione. Cominciavo a scrivermi le canzoni, però contemporaneamente ero anche molto attratto da quello che faceva Fabrizio De Andè, e anche dalle canzoni popolari italiane. Quando il Folkstudio mi invitava a fare una serata, per evitare di esporrmi troppo direttamente con le mie canzoni, delle quali non ero così sicuro, nella prima parte facevo pezzi della tradizione popolare, canzoni dlele mondine, canzoni anarchiche e nessuno si scandalizzava. Se andavo lì e facevo questi pezzi, io studentello di Roma, sbarbatello borghese figlio di borghesi, non gliene fregava niente a nessuno. Facevo anche pezzi di Caterina Bueno, come “Maremma”. Flash 3 - da “Senza trucchi” di Isio Saba - Nuovo sound - n. 1 /75 - 6 gennaio 1975 Tutte le domeniche pomeriggio c'è un "happening" di giovani, per lo più cantautori, che approdano alla pedana del Folkstudio prendendo contatto per la prima volta con il pubblico: ognuno di essi è seguito da qualche amico e così la platea è benignamente predisposta ad accogliere questi nuovi poeti. Si presentano tutti simili, tematiche ricorrenti stili e musiche vicine a quelle dei cantautori più impegnati dell'ultimo decennio (da Dylan a Cohen, da De André a Gaber, da Venditti a De Gregori…!). Dopo il Folkstudio, questi giovani ritornano alle loro esperienze quotidiane, semplicemente così come sono arrivati: qualcuno diventa popolare, nel senso che la sua fama supera i confini di Trastevere e di Roma e che incide un disco, comunque rimane ancorato alla pedana e agli amici di via Sacchi. Quelli
che vengono per la prima volta, si rendono conto che Francesco o
Antonello sono come Mimmo, Mario, Giorgio, Giovanna e altri: con loro si
parla da pari a pari e il divismo non esiste per nessun motivo. Flash n. 4 – da “Folkstudio story” di Dario Salvatori. “Tutti sono capaci a suonare di fronte a duecento persone ma li vorrei vedere a suonare per tre! Diffida dalle accordature troppo precise e da coloro che non amano cavalli e cani e non lasciare l'intera paga al bar (e mi raccomando, dopo l'una niente casino).”. Alla fine degli anni sessanta, quando vi misi piede per la prima volta, il Folkstudio abitava in via Garibaldi 59, in un locale fatto a forma di elle, un pò umido e sporco, privo di qualsiasi fascino. Quel pomeriggio io e mio fratello Luigi (Ludwig), prendemmo il filobus che veniva giù da via Jenner e cercando di non prendere troppo freddo alle mani ci dirigemmo verso le pendici del Gianicolo. Mentre facevamo a piedi l'ultima parte di strada Ludwig mi dette le ultime raccomandazioni: - Se sbagli un accordo fai finta di niente, che non se ne accorge nessuno . . . cerca di ricordarti tutte le parole a memoria, se le leggi su un foglietto pare brutto. . . non ti demoralizzare se mentre canti qualcuno si alza e se ne va, tanto succede sempre. Devo dire che questi tre consigli si sono dimostrati validi in assoluto anche in seguito, ma in quel momento mi sembravano terribilmente fuori luogo. lo ero preoccupatissimo per le mie mani intirizzite e avevo paura di non riuscire a suonare la chitarra; eppoi il Folkstudio era per me un ambiente misterioso in cui venivo introdotto grazie alla burbera benevolenza di un fratello maggiore ormai affermato interprete di canzoni popolari americane. Ludwig in quel periodo suonava spesso in trio con Dario Toccaceli e Giuliano Bellezza: con tre chitarre si esibivano in un repertorio che spaziava da "Banks of the Ohio" a "Deportees". Mio fratello prima di cantare traduceva a braccio le canzoni e nominava sempre un certo Woody Guthrie che allora nessuno conosceva; poi attaccava e la gente stava lì a sentirlo, un pò attenta e un po’ stupita. Erano gli anni del Vietnam, delle rivolte studentesche: ma erano anche gli anni di Peter Paul e Mary Travers che importavano in Italia una versione alquanto alquanto edulcorata di "Blowin in the wind”, gli anni dei festívals di Sanremo "finalmente aperti ai giovani", gli anni dei Beatles-Baronetti. Mio fratello, al centro della pedana rossa, intonava in tutta pace la storia di quest'uomo che andava in giro per l'America a cantare "Questa terra è la mia terra" e aveva scritto sulla sua chitarra "Questa macchina ammazza i fascisti". Il
Folkstudio era allora (e tale è rimasto in definitiva anche adesso) un
palcoscenico aperto a tutti. Chiunque poteva chiedere di fare il suo
numero la domenica pomeriggio, davanti al pubblico pagante, senza
bisogno di audizioni preliminari da parte di Cesaroni. Per decidere se
era il caso di continuare oppure no si dava credito alle reazioni del
pubblico che raramente erano negative. Questo spiega come in certi
pomeriggi domenicali gli "artisti” fossero in netta superiorità
numerica rispetto al "pubblico". Molti diventavano artisti senza nemmeno accorgersene: bastava venire due o tre volte di fila come spettatori e poi, se sapevi suonare un pò la chitarra, o se sapevi o credevi di saper cantare, venivi inevitabilmente cooptato in qualche tipo di jam session. A quel punto era fatta: potevi continuare a venire senza più pagare il biglietto e magari diventare una pop star. Uno che cominciò in questa maniera la sua carriera di musicista è Giorgio Lo Cascio. Dopo un paio di settimane che veniva a sentire si presentò un pomeriggio con chitarra a dodici corde cecoslovacca e una traduzione fresca fresca di "Sad eyed lady ofthe lowlands", la cantò come meglio poteva e diventò uno dei giovani del folk (gli altri tre eravamo io, Venditti e Bassignano). I Giovani del Folk ebbero un lungo periodo di gloria ed una rapida parabola discendente culminata in uno storico litigio con Cesaroni che accusò i quattro di essere '”entrati nel pallone”. Entrare nel pallone voleva dire varie cose ma fondamentalmente una: essersi montati la testa. Noi entrammo nel pallone quando una sera ci rifiutammo di suonare di fronte a un pubblico pagante di tre persone. Cesaroni sosteneva che un vero artista deve saper suonare (e divertirsi) anche con una sola persona davanti; adesso magari saremmo anche disposti a dargli ragione ma allora il nostro "Ego" (altro vocabolo prediletto da Cesaroni) aveva evidentemente preso il sopravvento. Un'altra avventura i Giovani del Folk la ebbero in un teatrino di Napoli, e fu un'avventura ignominiosa. La denominazione Giovani del Folk sottintendeva per il pubblico romano quella di Giovani del Folkstudio; ma quando arrivammo a Napoli trovammo una platea stranamente affollata che era intervenuta per ascoltare da noi canti anarchici e canti delle mondine (intendendo per folk musica popolare). Chiarito l'equivoco a metà del primo tempo la gente cominciò civilmente a sfollare ma quelli che rimasero poterono godersi una furibonda lite "on the stage" fra Venditti e Bassignano, reo di aver sbagliato un accordo dell'accompagnamento di "Sora Rosa''. La sera facemmo tutti la pace a cena in un ristorante pieno di candele e la mattina dopo ritornammo a Roma sull'850 special del padre di Lo Cascio, raccontammo la cosa a Cesaroni che rise molto e provvide a cambiare la nostra denominazione nelle future “tournées all'estero". Tutto questo avveniva un paio di anni dopo quel pomeriggio che mio fratello mi trascinò al Folkstudio per la prima volta; l'esibizione fu abbastanza disastrosa, avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra; a metà di "Buonanotte Nina" per l'emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico cominciò a tossicchiare, io diventai rosso e in qualche modo arrivai fino alla fine e scesi dal palco convinto che mai più avrei accettato di salirci. Chiesi a Ceseroni (allora gli davo del lei) come ero andato e lui mi disse "Uhm, naturalmente non stavo lì a sentirti, ma se la prossima settimana leggi il tuo nome sul giornale nella programmazione di mercoledì sera, puoi tornare". Così successe, e da allora sono cambiate un sacco di cose, per me e per il Folkstudio. (Francesco De Gregori) ERNESTO BASSIGNANO Ernesto Bassignano scrive canzoni fin dagli anni 70. Prima, ballate per le azioni del teatro di strada, poi pezzi suonati con De Gregori , Venditti e Locascio al Folkstudio, e ancora canzoni di protesta manifesti della lotta operaia, suonate nelle Feste dell' Unità di tutta Italia ; infine le composizioni contenute nei suoi dischi. Il suo ultimo disco, "La luna e i Falò", è del 1989. Nato
a Roma il 4 aprile 1946, vive per lunghi anni a Cuneo. Rientrato nella
capitale, studia scenografia all’Accademia di Belle Arti. Fa teatro di
strada con Gian Maria Volonté e frequenta il Folk Studio, dove stringe
amicizia con De Gregori, Locascio e Venditti. Diviene organizzatore di
rassegne sulla nuova canzone. Fino alla chiusura del giornale, è
critico musicale di "Paese Sera" e collabora a programmi
radiofonici. Musicalmente esordisce nel 1973 con l’album Ma, inciso
per la Ariston. Le tematiche di base del primo disco sono strettamente
politiche. La musicalità è folk, tipica delle composizioni
politicizzate dell’epoca. Trascorrono due anni durante i quali l’autore
affina le sue capacità espressive. Incide Moby Dick (RCA) nel 1975. Se
le composizioni, dal punto di Oggi Ernesto fa il giornalista free lance, per testate e anche per programmi radiofonici. Sarebbe però ora che qualcuno si prendesse la briga di riportare il suo lavoro all'attenzione del pubblico. Flash 1 - dal sito Solegemello “Francesco vorrei che tu, Antonello, Giorgio ed io fossimo colti per incantamento….” Eravamo quattro amici al bar, certo ed era, figurarsi, l’autunno del ’68. Il bar si chiamava Bar delle Rose ed era assolutamente alla metà della salita del Gianicolo, ad un metro esatto dalla porta del formidabile, unico, fatiscente quanto esplosivo primo Folkstudio: ma si, proprio quello fondato otto anni prima dai fratelli-coltelli Cesaroni e Bradley: un chimico bianco con la passione della musica e dei cavalli, e un pittore nero che faceva l’attore nei kolossal. Eravamo quattro ma oggi, così come ha voluto il porco destino, siamo rimasti in tre. Già perché il mese scorso se n’è andato il caro Giorgio, nonostante col suo male avesse ingaggiato una lotta strenua e coraggiosissima, ch era sembrata per qualche tempo vittoriosa. Antonello, Ernesto, Giorgio e Francesco, appunto: Venditti, Bassignano, Lo Cascio e De Gregori: quattro giovani neppur tanto scapigliati ma con coscienze adamantine, ognuno con una sua età, un suo vissuto e delle esperienze anche molto diverse, che qualcuno un giorno, in seguito e ciò nonostante, volle chiamare unificandole “scuola romana”. Erano legati comunque, i quattro, dallo stesso amore per il folk, la canzone d’autore, la poesie e la politica. Giorgio era il figlio di Cohen, Francesco di Zimmerman (Dylan, ndr), Antonello di Elton ed Ernesto del povero Tenco, l’angelo senza spada caduto nelle grinfie delle città dei fiori, l’anno prima. Insieme cantavano gli spirituals perché all’epoca non si poteva fare altrimenti. Separati invece, le loro prime canzoni, piene di rabbia, vino, donne, funerali immaginari, aquiloni, soldati, treni e sogni di libertà. Antonello era barbuto, sempre col montgomery, gli occhiali e la paranoia che gli si toccassero i capelli e il culo. Giorgio aveva sempre caldo e stava sempre in camicia, bianca e pulita. I capelli ricci, un testone alla Angela Davis e gote rosse. Francesco poca o nulla barba, un impermeabile largo del babbo con bavero alla “provaci Sam”, una pipa spenta, tante letture esulcerate e allegoriche, la voglia inesausta di imparare “il finger picking” dal fratello “hobo” Luigi. (Il fratello di De Gregori, Luigi, prenderà il nome di Luigi Grechi. Grechi è il cognome della madre, lo fece per non intralciare il fratello quando cominciò ad avere successo, ndr) In più “tirava” la bocca come il suo mito di Duluth, piaceva alle bimbe anche se era timido e lottava per non soggiacere mai alle imposizioni di quel fetente stalinista dell’Ernesto al quale, per via di cinque anni in più, il “boss” Casaroni aveva dato il compito di tenere tranquilla e composta la banda. E
allora ecco appunto l’ingrato compito, venuto il nostro momento di
guadagnarci le tremila lire a sera, di andare a catturare i compagni
schierati al bancone del bar o davanti al relativo flipper e riportarli
di peso sulla pedanina rossa inmezzo alla puzza di fumo e il profumo di
sangrilla, dribblando le poltroncine sparse e le pantegane d’autore e
musicofilo-ideologizzate tra di esse ciondolanti. Ed ecco i primi
compleanni comuni tra il “vecchio” Ernesto e il giovane
Holden-Francesco visto che il galeotto 4 aprile, ebbene si, li aveva
resi ulteriormente complici. Ed ecco le rassegne e i primi viaggi sul
maggiolone di Antonello , ecco le trasferte importanti e le feste La serata che decreta definitivamente la fine della comune scapigliatura è quella del Teatro dei Satiri, nella quale, accanto ai due “Theorius campus” appare un nuovo soggetto pop molto meno d’autore ma di potenza espressiva inconsulta: un personaggio che quella sera Ernesto sulle prime non apprezzò per le sue tematiche ma che presto dovette imparare a seguire per la sua indiscussa capacità melodica e pianistica: il piccolo urlatore si chiamava Riccardo Cocciante. Ciao Giorgio, Ciao Giancarlo ! (Cesaroni è scomparso nel '99, ndr), auguri Francesco ed Ernesto! E trent’anni dopo cos’è rimasto di quelle tremila lire a sera per tre canzoni, di quel fumo, quelle sagome iperreali accatastate sulla porta di Via Garibaldi? Andateci, una sera a Trastevere a cercarne le tracce! Le insegne sono diverse, ma come direbbe Stefano Rosso, Via Garibaldi è sempre là e i colori della nostalgia non sono cambiati. Essi lottano ancora dentro ed insieme a noi, senza vergogna! Flash 2 - da ernestobassignano.it De Gregori con trench e pipa che lo ha seguito tra i baraccati dell’Esquilino, Tinin lo ha appena conosciuto, sempre in Trastevere. II jazzista Francesco Forti, amico di Grieco e sincero estimatore del suo repertorio, dopo aver sentito Tinin cantare le sue ballate buffe, lo ha convinto a presentarsi al Folkstudio dal boss Cesaroni: "Basta con i latrati di questo cane d'un Battisti e tutti gli altri popparoli, sanremesi o meno! Tu e tutti gli altri cantautori che sanno cantare e scrivere di cose vere — gli dice — avete il dovere di farvi avanti. Cabaret, canzone politica o d'autore, va tutto bene ma, mi raccomando: basta, anche voi, con la facile demagogia e il populismo spinto da sloganistica canora.Bisogna inventare una nuova canzone civile, perdiana, sennò,da un lato esisterà sempre Sanremo e dall'altro i rivoluzionari che cantano roba per la piazza, solo per se stessi e chi è già d'accordo!" E' così che, solidale con Forti e convinto si debba sul serio cambiare musica, arriva, non più da spettatore, in Via Garibaldi. Ed è così che il boss lo ascolta, lo trova ok e lo presenta immantinente agli altri due cantautori giovani, tali Antonello e Francesco, che da pochissimo tempo hanno preso a frequentare con successo quella lunga salita per il Gianicolo, lastricata di porfido. Rosa, rosso, arancio, nocciola, quattro macchie di verde per quattro piantine. Via Garibaldi, pochi alberi e tanti sampietrini, due bar e un ristorante per i signori. Via Garibaldi dove, quasi in cima alla salita, prima della caserma dei caramba, Giancarlo Cesaroni ha posto la sua tana dove una sera era passato pure, perché mito non fosse solo una parola, un certo Dylan, eroe del Folk City al Greenwich Village. E a proposito di Village, anche lo stesso papà di Dylan, Dave Van Ronk sarebbe poi venuto e ritornato, anno dopo anno, a trovare gli amici del Folk di Roma, a dar lezioni di chitarrismo blues and rag forte e scarno, a cantare il country-blues d'autore, certo, ma anche Weill e persino una sua versione dell'Internazionale, per salutare a pugno chiuso! Via
Garibaldi è lunga e ancora deserta nel sessantanove, tant'è vero che
si può arrivare al Folkstudio ogni sera parcheggiandoci davanti. Un
cappuccio, un vino, una birra e un cicchetto al Bar delle Rose a fianco
e via, dentro il budellaccio muffito dove ogni tanto, in una nuvola di
fumo che pare nebbia in Val Sta insomma nascendo una bella amicizia e in pochi mesi i tre cantautorelli, cui s'è aggiunto un amico chitarrista di Francesco, Giorgio Lo Cascio, comincia a scaldare la storica pedanina rossa e ad avere ogni domenica qualche decina di fans in più. II mondo del Folk, tra fumo, sangrilla, polvere, muffa e vecchie sagome di plastica abbandonate colà da chissà quale artista iperreale misconosciuto, diventa il loro mondo e la loro casa. Tutte le sere alle ventuno, non solo più le domeniche pomeriggio, tutti presenti! Ci sia da cantare, da ascoltare o solo da conoscere, perchè ogni sera, oltre ai soliti noti tra jazz, folk e canzone di lotta, possono arrivare artisti stranieri e nuove scoperte di Cesaroni, che pare aver contatti in mezzo mondo. Tre canzoni per uno all'inizio, in repertorio, e, poi, una nuova a settimana, se non al giorno: i tre sono diventati autori indefessi e prolifici, pronti a presentare, a proporre al giudizio del loro pubblico di cento esperti, le loro nuove composizioni, precedute da una sigla che, in definitiva, si presenta ormai come un vero manifesto.: "Sto pensando da molti anni a una canzone che sia di tutti. e, non soltanto mia, che non canti per cantare, solo per dimenticare..." Antonello Venditti è buono, generoso, spaccone proprio come il "Cicalone" che resterà sempre. Già allora è mezzo comunista ateo e mezzo cattolico credente, perché lui, Antonello, è in pratica il compromesso storico fatto uomo. Lo chiamano Mifune perché sembra davvero il celebre Toshiro dei "Sette Samurai".Arriva dopo aver parcheggiato il suo Maggiolone nero e subito attacca con la sua nuova barzelletta fresca di giornata: è inesauribile. Sempre col montgomery, anch'esso nero, con una barba ben curata e dei capelli che sono la sua pena. Basta toccarglieli perché si terrorizzi: "Nooo che mi cascano, lasciatemeli stare, maledizione!" La prima volta che Tinin lo vede è una domenica pomeriggio d'ottobre e sta "zappando" sui tasti in Sol con le caratteristiche dita medie sollevate, (spesso i tasti li fa saltare in aria). Canta, accompagnato dal suo amico Sandro alla chitarra, l'esulcerata e pittorico decadente Tramonto rosa (con nuvole di grigio). Giorgio Lo Cascio, invece, è timidissimo e quando inizia a cantare le sue ballate coheniane diventa tutto rosso sotto i riccioli. Non ha mai freddo e anche in pieno inverno, in quel buco che non si scalda mai se non con il fumo delle sigarette e il fiato di sangrilla di cento persone, sta sempre in camicia, una delle sue preziose camice da cantautore. Francesco, glabro, magro, snob, introverso e principesco come da oleografia, sembra ancora più magro, infagottato com'è in giacche ed impermeabili del babbo bibliotecario. Figurarsi se non fuma la pipa, se non arriva con il collo del trench erto da sembrare Bogart:, se non si fa desiderare sul palco, se non si spara ore di flipper nel Bar delle Rose lì a fianco, scolandosi birre disperate. Spesso tocca proprio al presentatore Tinin - che al Folk tutti già chiamano il "Bassigna" ed è il più anziano e "preciso" – andarlo a pescare al banco o al flipper del bar perché, nonostante sappia benissimo che è il suo turno, gli piace troppo farsi aspettare e farlo incazzare. Dopo gli apripista della canzone d'autore alla romana, Edoardo e Stelo con la loro romanissima e storica Lella, "La fija de' Projetti er cravattaro" Sono dunque arrivati loro, più politicizzati e incazzosetti, ad intrattenere i coetanei con le loro storie surreali, cattive, tragicomiche. "Canzoni d'odio e d'amore" insomma, come le chiama il Francesco. Le canzoni, le loro canzoni, le loro due o tre canzoni a sera, uno dopo l'altro, seduti sul seggiolone, anch'esso di color vermiglio, come la pedana, lui e Giorgio, Francesco molto spesso in piedi, Antonello al pianoforte e la timidissima corista Diana Corsini a dar man forte, quelle volte che c'è. Civita, A Gombrovicz, Sto pensando per Tinin, nel tentativo frettoloso di superare la strada, l'inno, la demagogia insita nel farsi capire gridando, nell'aver dovuto tentare d'essere popolare a tutti i costi, scrivendo le sigle itineranti del "Teatro di strada." Al "Bassigna" tutti riconoscono esperienza umana, politica e civile, ma deprecano, ironizzandoci su mica poco, le sue logorroiche presentazioni per le quali, se un brano dura tre minuti, lui ne spende quattro per descriverlo e farci ricamini ideologici infiniti. La casa del pazzo, The Partisan e Suzanne quelle di Giorgio, perché Cohen è il modello, quasi un'ossessione. Giorgio, il cantilenante, ipnotizza la sala e anche se stesso, al punto che ogni tanto bisogna svegliarlo dalla trance di quei cazzo di La minore e Mi 7 ripetuti all'eccesso sotto la voce scarna e quasi recitante. Rosso corallo, Al mio funerale, Nina e Signor aquilone per Francesco, che tentava di italianizzare il suo country dylaniato con ritmi più tranquilli, melodie nostrane, temi personali tra i quali la morte, il vino e l'amicizia prevalevano. Francesco gambe unite, piedi in dentro, mette la cicca accesa tra le chiavi della chitarra - tutti a imparare perché fa molto fico -, "tira" la bocca e la voce proprio come il suo idolo di Duluth, del quale ha già tradotto molto, usa metafore coltissime, al limite dell'astruso per alcuni, favolose citazioni per altri. |