CIAO UOMO

IN MEZZO ALLA CITTA'

LA CASA DEL PAZZO

LA CANTINA

VOCAZIONE 1 E 1/2

E' CADUTO L'INVERNO

ROMA CAPOCCIA

LITTLE SNORING WILLY

L'AMORE E' COME IL TEMPO

DOLCE SIGNORA CHE BRUCI

SORA ROSA

SIGNORA AQUILONE

 

 

 

 

 

 

Prodotto da Italo (Lilli) Greco e Paolo Dossena

 

 

 

 

 

Disegno interno

di Alvise Sacchi

 Francesco De Gregori

 VOCE, CHITARRA

Antonello Venditti

PIANO

 

 

 

 

Registrato allo Studio 38 di Roma da M. Benagli  

 

 

 

 

 

 

 

in copertina: 

Ophelia, di John Everett Millais

 

Derek Wilson

BATTERIA

Mick Brill

BASSO

Maurizio Gianmarco

FLAUTO

Giorgio Lo Cascio

CHITARRA 12 corde

Dave Sumner

 CHITARRA

Donald Meakin

CHITARRA

 

 

 

 

(Ophelia, Sir John Everett Millais)

 

 

Tenue, velata dal sogno divino
che gonfiò l'anima del suo poeta
angosciosamente una segreta
passione mostra sul volto supino.
Sorge dall'ombra ed un lento mattino
le piove tra le mani una quieta
luce che il cuore pianamente acqueta
e le imbianca il volto alabastrino.
Assorta in un pensiero ella l'amore
del pauroso giovane non sente,
abbassa gli occhi sul volto rapito,
sul volto che protende a un infinito
dolore, muta rassegnatamente
e un colombo le posa in grembo un fiore 

(Cesare Pavese)

 

 

 


Le acque del limpido ruscello cullano Ofelia che pare rivolgersi verso l’Eterno. Non è ancora morta, ha gli occhi socchiusi, le mani protese in un gesto di disperata preghiera; canta sottovoce, sussurra le parole che vengono dal cuore. E la natura l’ascolta ammirata. Mai una creatura è stata così intensamente a suo agio tra le acque e le foglie :un ritorno alla natura, dolce, sottile, per dimenticare la morte del padre e l’amore impossibile per Amleto. Ofelia ritorna alla terra, e al suo dolore,  dopo un delicato volo di follia; e tutto il paesaggio si chiude in un gesto di pace…Ruskin, critico dei Preraffaelliti, definì questo quadro: "il più bel paesaggio inglese devastato dal dolore". 

(Shakespeare, nella traduzione di Montale)

 

 

 

Siamo in piena era del Folkstudio! Francesco è già una piccola star dello storico locale e assieme a Lo Cascio, su  segnalazione di Giovanna Marini, incontra il mitico Dott. Micocci della It che, dopo aver ascoltato tutto il materiale, a loro insaputa mette sotto contratto anche Antonello Venditti avendo già in testa il progetto Theorius Campus, che tradotto in gergo discografico significa “pago uno e prendo due”.Nel frattempo Lo Cascio, (consapevole di non possedere ali capaci di fargli spiccare il volo, come stava riuscendo fin troppo bene a un passerotto che stava per diventare aquila) rinuncia a un viaggio in treno in Ungheria organizzato dalla Rca facendosi sostituire da Venditti che in quell’occasione, insieme a Francesco, compone un paio di canzoni. Chissà se la frase “E il treno io l’ho preso e ho fatto bene” era dedicata ad Antonello?Tuttavia, Micocci affida le canzoni dei suoi gioiellini agli arrangiamenti di Italo Greco detto Lilli e li fa suonare da Maurizio Giammarco ai fiati e da un gruppo di freakkettoni inglesi: Derek Wilson, batterista scozzese; Dave Sumner, ex chitarrista dei Primitives, Motowns, Sopworth Camel e Camaleonti; Mike Brill, bassista e leader del gruppo e Donald Meakin alla chitarra acustica.


Nel 1980, quando la maggior parte dei loro colleghi anglosassoni torna a casa, i primi tre, insieme all’ex chitarrista dei Cyan Three (il gruppo di Patty Pravo) George Sims, nonché futuro collaboratore di
Francesco, trovano la forza di riunirsi e fondano i Mad Dogs, rimanendo per sempre in Italia e lavorando con i migliori artisti italiani. Ma all’epoca dell’Ophelia in copertina ascoltiamo Il Padrino, Grande grande grande, I Giardini di marzo, Viaggio di un poeta, La Canzone del sole, Popcorn, Noi due nel mondo e nell'anima, Jesahel, Un albero di trenta piani, Per chi, Io vagabondo, We have all the time in the world, Piccolo uomo, Alone again, Run to me, Montagne verdi, Gioco di bimba, My world, Parole parole, Tuca tuca, Sono una donna non sono una santa,  Rocket man, Come le viole, Giù la testa, Impressioni di settembre, Midnight rider, Woman is the nigger of the world, Quando una lei va via, Roma capoccia, La decadance.Ma che succede nel mondo? Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca e Norvegia sottoscrivono il trattato di adesione alla CEE; l'esercito britannico spara sulla folla partecipante ad una marcia cattolica a Londonderry in Irlanda del nord; viene trovato morto l'editore Giangiacomo Feltrinelli dilaniato da due esplosioni di nitroglicerina; Enrico Berlinguer viene eletto segretario del PCI; viene definitivamente approvata la legge che riconosce l’obiezione di coscienza; Giovanni Leone è il Presidente della Repubblica e ci governa Andreotti con una coalizione politica DC, PSDI, PLI.; Nixon è il Presidente U.S.A.. Per lui tutto sembra filare liscio: annuncia la fine dei bombardamenti sul Vietnam e l'inizio delle trattative di pace, visita Pechino e Mosca. Ma qualcuno comincia a rovinargli la festa: tutto quello che pensa sull’umanità viene registrato da microfoni al quartier generale del partito democratico americano a Washington, il Watergate Center. E' l'inizio dello scandalo.Intanto l’inflazione in Italia è al 22%; viene effettuato il primo trapianto di geni tra batteri; vengono inventati la TAC, la prima calcolatrice tascabile HP-35 e il primo videogames; arriva in Italia, dopo tante polemiche sull’utilizzo del sistema Pal o Secam, la televisione a colori, che verrà inaugurata in occasione delle Olimpiadi di Monaco; il 5 maggio un DC8 precipita a Punta Raisi; in Islanda l’americano Bobby Fischer batte il campione sovietico di scacchi; la Nasa lancia l’Apollo 17; dilaga il terrorismo cattolico e protestante a Belfast; a Palermo scompare il giornalista De Mauro che stava indagando sulla morte di Enrico Mattei; John Lennon annuncia che l'Fbi lo sorveglia per poterlo espellere dagli Stati Uniti a causa delle sue idee politiche; muoiono Dino Buzzati e Giuseppe UngarettiI ragazzini cominciano ad uscire da soli, le loro mete sono le discoteche negli orari pomeridiani. Indossano i maglioni a dolcevita sotto le giacche, i primi jeans, gli abiti in creap, pantaloni di velluto a coste e le ragazze vertiginose hot pants, fibbie sulle cinture rigorosamente metalliche squadrate od ovali, collane lunghissime  quasi fino alla cintura e bracciali in metallo con l’aggiunta decorativa di qualche elemento floreale, e poi stivaloni con tacconi larghi e altissimi e le indimenticabili zeppe: quelle con la suola in sughero che vanno alla grande d’estate, come l’infradito nero “Samurai”. Ci acconciamo con la mezzariga laterale, baffi alla Emiliano Zapata e grossi basettoni stile Alberto Lupo.Lo stipendio medio di un operaio si aggira sulle 120.000 lire, un chilo di pasta costa 280 lire e un quotidiano 70.
La dieta degli italiani è molto più ricca e i consumi di carne diventano la voce più importante della spesa alimentare, raggiungendo un’incidenza del 27%. Ma sgranocchiamo anche Barbapapà, Carrarmato Perugina, Ovomaltina, Royal Crown, i formaggini Milkana, Susanna, Belpase e la Dolce Euchessina, tutti seduti davanti ad un televisisore che ci fa vedere Alighiero Noschese e le sue imitazioni, Giocagiò, Chissà chi lo sa?, La posta di Padre Mariano, Il segno del comando, Belfagor (che dopo averlo visto, per paura, ci fa accendere tutte le luci di casa per andare a letto), Le avventure di Arsenio Lupin, Odissea, E le stelle stanno a guardare, Gulp fumetti in tv, Padre Brown, Napo orso capo, Bonanza, Canzonissima. Appena spenta la Tv andiamo a letto, ma per tutta la notte ci viene il mal di stomaco perché sogniamo lo spot di quella famiglia di pazzi in pigiama che saltella sulle reti del materasso Ondaflex e cantano “bidibodibù, bidibodibù”. Ma per l’eventuale notte in bianco non c’è problema: “… mangiato in fretta?…digerito male?”Alkaseltzer! Specialmente se non hai usato l’olio Sasso e ti vengono gli incubi notturni …la pancia non c’è, la pancia non c’è più…Al mattino ci passa tutto perché sotto casa, col catenaccio al volante, ci aspettano le nostre Fiat 127, Fiat 124, Fiat 126, Dauphine Renault, Dyane 6, Fiat 500L, Ford Capri, Fiat 1100R, BMW 520, la mitica Mini Cooper e la maestosa Citroen Pallas che, chissà perché, la possedevano tanti medici.Altri spot da ricordare sono Brrrr… Brancamenta col mitico bicchiere scolpito nel ghiaccio; il grande chitarrista jazz Franco Cerri in ammollo che fischietta e controlla se i polsini sono finalmente diventati bianchi; "Le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni, vuol dire qualità"; l’acqua Fiuggi con la moglie che rimprovera il marito: "Vergognati, hai quarant'anni e ne dimostri il doppio" mentre si sente la canzone “Noi siamo i giovani, i giovani, più giovani, siamo l'esercito, l'esercito del surf; "con la ricetta della nonnina, zucchero, latte, fior di farina, son fabbricati i biscotti Doria, un nome da  imparare a memoria"; il pretoriano "So Caio Gregorio, er guardiano del Pretorio, c’ho du metri de torace, far la guardia nun me piace" e, dulcis in fundo, 'Bella dolce cara mammina, dacci la caramellina..'. Altro che caramelline! Noi cerchiamo già di imitare i grandi in tempi in cui il fumo non era bandito, anzi. I ragazzini tirano le prime boccate di nascosto, comprando le sigarette sfuse nelle bustine di carta: con cento lire cinque Nazionali e cinque Esportazione oppure, con cinquanta lire, le micidiali Sax o Alfa. Quando rientrano a casa sembrano quelli della pubblicità “ti spunta un fiore in boccaaa!” per tutte le mentine che ingurgitano per camuffare l’alito. Ma i genitori non sono fessi e se ne accorgono lo stesso.Fra una punizione e l’altra giochiamo con Monopoli, il Forte Apache, la pista elettronica Policar, il calcio balilla, le automobiline della Dinky Toys, il fucile Bengala, le Jaguarmatic e Tigermatic, lo Scubidù, i giochi in cortile (esclusa la famosa ora del silenzio d'estate fino alle ore 16.00), il pallone gonfiabile della crema Nivea, il gioco in scatola Scarabeo, il tubo sonoro Sonar e i pupazzetti adesivi dei formaggini Mio che si potevano attaccare alle piastrelle una volta insaponati sul retro.Di moda vanno il mastino napoletano e il pastore belga, lo spider Alfa Romeo duetto, lo Stereo8 che sostituisce il mangiadischi sotto il sedile, il cane lupo o la tigre che muovono la testa nel lunotto posteriore, il cavallino in ghisa del barbiere, i punti dell'olandesina della Mira Lanza. Ma è anche il trionfo della plastica: il televisore Brionvega, le "click clack", il registratore Geloso.
 Si va in vacanza con la colonia estiva, oppure in famiglia con una destinazione che era sempre la stessa: la zia, i nonni, ecc. La notte prima del viaggio non si dorme per l’emozione della partenza e il giorno dopo, invece, si dorme in auto sulle assolate autostrade italiane.Leggiamo Linus, Charlie Brown, Diabolik, Kriminal, Alan Ford, Andy Capp, Asterix, l’Europeo, Epoca, Il Tempo, Capitan America, Tex Willer, Il Corriere dei Piccoli, i giornalini Albi Ardimento e Classici Audacia, i fumetti di Kinowa, il giustiziere del West, il piccolo Ranger, La storia del West, Zagor.Il Premio Strega va a Giuseppe Dessì con Paese d'ombre e il Campiello va a Mario Tobino con Per le antiche scale
Il cinema di denuncia sociale comincia ad acquistare credito e registi già affermati come Petri, Damiani, Bolognini, Vancini e soprattutto Rosi con Il caso Mattei, portano nelle sale il loro messaggio e la loro arte. Fra i registi emergenti si notano Olmi e i fratelli Taviani. Nelle sale andiamo a vedere Il padrino, Ultimo tango a Parigi, Malizia, Mimì metallurgico ferito nell'onore, Fratello sole sorella luna, Giù la testa, La classe operaia va in paradiso, La Stangata, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Dalla Cina con furore, Cabaret, Ultimo tango a Parigi, Cinque dita di violenza, Lo chiamavano Trinità, Roma, Non si sevizia un paperino, Nel nome del padre, Alfredo Alfredo, Lo scopone scientifico, La più bella serata della mia vita, San Michele aveva un gallo, Ludwig, Un tranquillo week-end di paura, La grande abbuffata, I racconti di Canterbury, Godzilla, La polizia ringrazia e la Polizia si incazza. Ma la Polizia s’incazza davvero: a Reggio Calabria scoppia la rivolta per la scelta di Catanzaro quale capoluogo regionale. La protesta, egemonizzata dall'estrema destra di Ciccio Franco, provoca più di 200 feriti e evidenzia il disagio del meridione che presenta una scarsa industrializzazione ed alti tassi di disoccupazione. Intanto un po’ più avanti, in quel mare azzurro ancora incontaminato da certi pruriti territoriali, vengono scoperti i Bronzi di Riace.Alle  Olimpiadi di Monaco, durante il trionfo dell'asso del nuoto Mark Spitz, un commando palestinese uccide undici atleti israeliani nei loro alloggi. Un fatto increscioso che sarà ricordato come Settembre nero; Eddy Merchx vince tutto sulla sua bicicletta lasciandosi dietro il suo rivale Gimondi; Giacomo Agostini conquista uno dei suoi tanti titoli mondiali sulla sua MV Agusta; Franz Beckenbauer vince il Pallone d’Oro; Borussia-Inter di Coppa dei Campioni viene ripetuta per la lattina in testa a Boninsegna. Alla finale di Rotterdam ci andrà l’Inter con Vieri, Oriali, Facchetti, Bertini, Giubertoni, Burgnich, Ghio, Bedin, Boninsegna, Mazzola, Corso, e perderà con l’Ajax di Cruiff. La domenica sera Alfredo Pigna ci racconta che la Juve vince lo scudetto con Carmignani, Spinosi, Marchetti, Furino, Morini, Salvadore, Causio, Haller, Anastasi, Capello, Bettega. (All. Wickpalek).Nella musica dei primi anni Settanta siamo tutti un po’ orfani perché scompaiono alcuni di quelli che erano stati i pilastri del rock: Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison. Ma il rock è salvato da una nuova ondata creativa proveniente dall'Inghilterra: il progressive, musica intrisa di blues e classica, un insieme di poesia e sperimentazione dalle atmosfere medievali. Sono gli anni dei King Crimson, i Genesis, gli Yes, Emerson Lake & Palmer, i Soft Machine, i Jethro Tull. I T.Rex, i Roxy Music, Elton John e specialmente David Bowie, fondano il Rock-Glam, una musica spettacolare e melodrammatica. Il modello del glamrocker  spopolò anche negli USA ispirando band come i New York Dolls e i Kiss, che lo portarono all’esasperazione più folle. La formula raggiunse livelli ragguardevoli con i britannici Grand Funk Railroad, gli AC/DC e successivamente i Black Sabbath che generano gli stili più tipici del futuro Metal. Non tutti però si trovano d'accordo, così alcuni scelsero un rock più diretto, più duro: l'hard rock, quello dei Deep Purple, Mott The Hoople e Led Zeppelin. Negli Stati Uniti prende piede il rock sudista degli Allman Brothers, Jonny Winter e Lynyrd Skynyrd. Mentre Frank Zappa abbozza i primi tentativi di fusione tra il jazz e il rock, gli Abba scavalcano le classifiche mondiali con “Winner takes it all” e i Village People cantano YMCA. Neil Young pubblica "Harvest", eccelso capolavoro del country-rock; Klaus Schulze "Irrlicht"; i Popol Vuh "Hosianna Mantra", i Can "Tago Mago" e i Pink Floyd il kolossal psichedelico "The Dark Side Of The Moon", un’opera presente in tutte le liste di dischi da portare in un’isola deserta.Non ancora spenti gli echi della beat generation, nel suo Greenwich Village di New York, armato soltanto di voce nasale, armonica e chitarra, Bob Dylan continuerà a parlare di pacifismo, di razzismo e di guerra atomica consolidandosi quale simbolo della protesta della gioventù americana; continua ad essere l'uomo chiave che trasformerà il folksinger in un mito, con un  repertorio che comprende storie di banditismo nelle quali si possono rileggere i fatti di attualità. Il cantante folk (o più precisamente Dylan, se preferite) diventa il simbolo di un'America che protesta e le sue canzoni non sono solo la colonna sonora di quel periodo magico, ma contribuiscono a diffondere l’energia che c’è nell’aria, diventando uno strumento di riconoscimento, un mezzo per dar vita a grandi incontri collettivi come era già successo alla fine degli anni Sessanta (Human Be-in, Monterey, Woodstock, Isola di Wight). Su questa scia emergono Joan Baez, John Prine, Jackson Browne, Van Morrison, Simon & Garfunkel. E la California non sta a guardare: la musica della west-coast entusiasma i cuori dei giovani, grandi atmosfere, grandi sogni! Crosby, Stills e Nash, gli Eagles, gli Alabama. E i canadesi? Quanto abbiamo amato Joni Mitchell, Bruce Cockburn e soprattutto Neil Young!Sollecitati dalle parole di queste canzoni, i giovani (…sentiamo Dylan perché lui dice quello che sentiamo ma non sappiamo esprimere”…), attraverso la musica attaccano la borghesia in un clima che si trascinava dal 1968. Gli anni Settanta erano così: Guccini li definisce “anni fatati di miti cantanti e contestazioni”. Grazie a questi grandi nomi la grande produzione straniera approda nel nostro Paese e gli effetti si vedono subito. Però a Sanremo, nonostante tutto questo clima di innovazione, vince ancora Nicola Di Bari con “I giorni dell’arcobaleno”. Allo Zecchino d’oro vince "Tre Scozzesi" e al Festivalbar vince Mia Martini con “Piccolo uomo”.Gli album più venduti in Italia sono Mina, Umanamente uomo: il sogno, Non al denaro non all'amore ne' al cielo, Arancia meccanica, Cinquemilaquarantatre, Imagine, Uomo di pezza, Thick as a brick, Un gioco senza età, Trilogy, Machine head Deep Purple, Il padrino, Buon anniversario, Storia di un minuto, L'amore e' facile non e' difficile, I mali del secolo, Led Zeppelin IV, Honky chateau, Lucio Battisti vol. IV, Mardi gras.
Ma la puntina la poggiamo anche su dischi come Tubular Bells, Desperado, Burnin, Band on the Run, Goodbye Yellow Brick Road, Aqualung, The rise and the fall of Ziggy, Made in Japan, Dark Side of The Moon, Closing Time, Harvest, Transformer, Dixie Chicken, Berlin, Pat Garrett and Billy the Kid, Darwin, L'orso bruno, Radici, Aspettando Godot, Four way street, Deja Vu, Foxtrot. La palma del tormentone dell’estate va a Il gabbiano infelice, del Guardiano del faro.  

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

 

 

C'è una piccola, nuova Roma che si fa strada reduce dai boom economici e pronta finalmente di potersi interrogare su se stessa, libera di respirare di nuovo, di pensare e di riflettere all'interno della nuova epoca in corso. Da quei quartieri piccolo-borghesi finalmente escono figli che hanno potuto studiare, permettersi il lusso di dedicarsi numerosi alla propria musa, o almeno di poter seguire le proprie passioni. Da queste borgate emergono due ragazzi coraggiosi, sensibili e pieni di talento. Sono giovani semplici, anni luce lontani dai loro coetanei stranieri, dai loro idoli di cui provano a risuonare le canzoni a casa, dopo la scuola. Sono amici per la pelle, complementari l'uno all'altro. Antonello Venditti suona il pianoforte da molti anni, ha una voce cristallina e una poeticità popolare, volgare ma per questo vera, affronta gli amori ei problemi in faccia, è un piccolo eroe romantico che si scontra di petto contro ogni scoglio, incurante di dubbi, doppi sensi, ambiguità. Francesco De Gregori è un Tonio Kroger che vagabonda leggero con la sua chitarra, gioca con le parole sui suoi delicati arpeggi, ha una voce ancora acerba, indecisa, ma è quello che rischia di più, sperimenta senza paura sulle proprie sicurezze. Le storie che raccontano sono diverse, ma tratte dalla stessa vita. Ognuno ha la sua lente d'ingrandimento. Venditti osserva una donna nelle serate passate nelle cantine a fumare, desidera amore e libertà, incespica sui rami spezzati mentre solitario cammina lungo i viali imbiancati dall'inverno. Sfida la realtà, s'interroga sui valori dell'uomo moderno, si chiede sulla politica e fiduciosamente sembra aderirvi (vedo una stella, meglio seguirla).

De Gregori non sa parlare come il compagno di amori e sentimenti diretti, o almeno non vuole: preferisce piccoli ritratti impressionistici di disturbati di mente, preti, ubriaconi, enigmatiche signore che lo affascinano e lo lasciano in preda alla voglia di sogni, poesie, confessioni al vento e al cielo.

"Theorius Campus" è un vivaio della musica italiana, dove i due esordiscono e si presentano. Venditti è già al suo apice, per chi lo ama la bellezza di queste prime composizioni è innegabile. "Roma Capoccia" è il ritratto più inflazionato ma incantevole di una metropoli, la sua. Nessuno sa apprezzare, amare la caput mundi come Antonello, è per lui naturale l'identificazione tra la propria vita, la donna amata, e la città in cui egli vive amando quest'ultima. Quanto s'è grande Roma quann'è er tramonto, quanno l'arancia rossegia ancora su sette colli, e le finestre so tanti occhi che te sembrano di'quanto s'è bella… Solo pochi altri artisti come Pino Daniele con Napoli o Jannacci e Gaber per Milano si sono talmente votati a darci una così infatuata immagine del luogo d'appartenenza. La canzone è una cavalcata tra le bellezze della città immortale (quasi una guida turistica all'amatriciana) su cui la magia della chitarra di Francesco unita al solenne piano dell'altro conferisce aria di epicità e di promessa di fedeltà. Questo cavallo di battaglia riesce comunque a passare (se è mai possibile) quasi inosservato vicino all'invettiva a difesa dei giusti, dei poveri e dei più deboli di "Sora Rosa", manifesto di impegno e ironia casereccia (Chi c'ha gli occhioni sani ci dirà venite giù all'inferno armeno c'avrete er foco pe' l'inverno). Le canzoni d'amore sono impeccabili, sentite, coinvolgenti, tra falsetti che presto saranno abbandonati dal cantante e suite quasi progressive che nobilitano anche i racconti più spogli (ma inavvicinabili alla successiva famosa banalità vedittiana). De Gregori giovanilmente inquieto, passa dal ritratto quasi paesano-bucolico di "Signora Aquilone" alle allucinazioni suggestive di "La Casa Del Pazzo", il dark-folk di "Vocazione 1 e 1/2" (nella tua stanza sotto il ritratto di Sturzo il crocifisso ti faceva l'occhiolino… che lingua parla l'agnello che oggi morirà…) fino alla pura evasione beat di "Little Snoring Willy", in un inglese scimmiottato ma molto divertente.  È comunque quando i due amici non si limitano a suonare l'uno per l'altro ma cantano i pezzi assieme che si raggiunge l'acme del progetto: due visioni che sembravano non amalgamabili come olio e aceto si uniscono e come per miracolo sembrano incredibili, perfette, sublimi e mature. "Dolce signora che bruci" è il ritratto di una donna di mezz'età che oltre alla bellezza sta perdendo la propria famiglia, i "cari geranei", i vecchi album di foto: "l'amante prezioso" se n'è andato da un'ora e alla donna non rimane più niente se non lacrime e specchi rotti. E le due voci tornano in quel che è forse la vera gemma dell'album: "In mezzo alla città" è l'insuperabile simbiosi dei due talenti, un livello di poesia eccezionale. Sottofondo, solo la chitarra folk di De Gregori.

Venditti inizia la storia (Strade di case grigie di neve sporca te ne vai… sono le otto la Standa è già chiusa e il mio letto ti dice ciao) di un amor appena finito tra le vie di Roma. Le reazioni e i destini della coppia sono diversi, e mentre Venditti si immedesima nel ragazzo (io sono sempre più solo, ed intorno la mia città… cravatte di seta di povera gente che vive dentro al metrò…), De Gregori canta sovrapposto a lui la voce della nuova vita della ragazza (). La ragazza si meraviglia che proprio nei luoghi dove aveva vissuto col vecchio compagno possa risvegliarsi una mattina, bevendo il caffé con un nuovo uomo. Il protagonista invece si perde tra meravigliose istantee del passato (una vestaglia, vini di Creta, dischi di Leonard Cohen… le mie canzoni, le mie scenate, comiche di Charlot…). L'amore vecchio se ne va, pur tra dolorosi ricordi, una vita nuova chiude il delicato racconto e ci lascia commossi e coinvolti.

Questi ragazzi non sanno ancora niente del loro futuro, non sanno che - in modi diversi e a volte quasi opposti - diventeranno gli eroi di una generazione, non sanno che milioni di giovani penderanno dalle loro labbra per anni, per decenni, per sapere le loro opinioni, per farsi guidare da loro. Se l'affetto tra i due preziosi amici non morirà mai, la strada musicale dei due si separerà drasticamente, sempre di più, fino a rendere le due carriere quasi imparagonabili. Venditti qui era già un artista completo e sicuro del proprio grande talento, ma dopo meno di un decennio farà svanire quasi tutte le proprie qualità creative, pur restando protagonista commerciale dell'Italietta più sdolcinata e di poche pretese. De Gregori si lascerà sempre più alle spalle questa iniziale fragilità, e si rafforzerà sul proprio impegno, sul suo compito di riscrivere la poesia canora dell'Italia più intellettuale.

Due eroi del nostro tempo, ancora a gattoni, che giocano con la storia e con i loro idoli (magnifica la copertina senza neanche i nomi dei cantautori ma solo con l'Ofelia preraffaellita di Millais, chissà con quali curiose similitudini personali) e ci consegnano "Theorius Campus". Che il romanzo della nuova musica italiana abbia inizio.RingoStarfish, (19/10/2005)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I ricordi di coloro che lo hanno reso leggendario

(a cura del www.RimmelClub.it)

 

IL LOCALE

Il mitico locale "fuori dagli schemi" che ha dato il via alla carriera di alcuni dei più famosi cantautori italiani.

Locale di fondamentale importanza e trampolino di lancio per molti cantautori italiani è stato certamente il "Folkstudio".

Situato originariamente a Roma in via Garibaldi, esso era lo studio-cantina di un pittore americano: Harold Bradley, nel quale si riunivano amici pittori, artisti e musicisti provenienti da tutto il mondo. Avendo fruttato, a Bradley denuncie di disturbo della quiete pubblica per le riunioni alquanto rumorose, il pittore decise di improntare il locale nella formula giuridica "circolo privato culturale apolitico".

Tale iniziativa ebbe un grande successo tra i giovani, perché, in una sola serata c’era la possibilità di spaziare dalla musica celtica a quella brasiliana, dalla canzone d’autore a quella politica, dal folk al blues. Il locale concedeva insomma la possibilità ai giovani di esprimersi nella piena libertà musicale, senza condizionamenti di quanto andasse per la maggiore.

Si dice addirittura che un giovanissimo e sconosciuto Bob Dylan, sia passato per quel locale, con la sua inseparabile chitarra, ed abbia fatto ascoltare ai fortunati che vi si trovavano, le sue prime ballate.

Dopo alcuni anni, Harold Bradley, tornò a Chicago e la direzione del locale passò ad uno dei suoi fondatori, Giancarlo Cesaroni, che volle inaugurare una interessante e specifica sezione dedicata esclusivamente agli esordienti della canzone d’autore.

Fu allora che, cantautori italiani ancora oggi sulla cresta della notorietà e del successo, resero pubblici i loro primi brani ed espressero in musica i loro pensieri.

Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli, Rino Gaetano, Gianni Togni, Luca Barbarossa, Sergio Caputo, sono alcuni dei cantautori che hanno avuto come trampolino di lancio il famosissimo locale che era il "Folkstudio".

IN GIRO PER TRASTEVERE

da http://www.vagabondo.net/Storie/trastevere/

Traversato il Ponte Sisto si arriva su Piazza Trilussa, tributo al grande poeta romano. Qui è già consigliabile una sosta, poiché all'angolo con via del Moro, c'è l'Art Cafè, ritrovo molto trendy, con i suoi sgabelli in alluminio e l'acqua che scorre sotto il bancone. L'ambiente, vagamente newyorkese, nel cuore della città, è aperto dalle 7 alle 3 del mattino.

Se si prosegue per via del Moro si incontra il forno del pane più fragrante della zona per non parlare dell'ottima pizza a taglio. Sempre su via del Cinque, in prossimità dello slargo ma un po` nascosta, c'è la pasticceria che, incredibile ma vero, a Roma produce le più buone torte Sacher, tanto care al regista romano Nanni Moretti, che nel quartiere ha pure aperto un cinema.

Se, tornando indietro, da Piazza Trilussa scegliamo di andare a destra e ci incamminiamo per via di Santa Dorotea, che deve il nome alla chiesa della santa, sarà bene tenere d'occhio l'enoteca Il Cantiniere, di Alberto Costantini, che mesce vini prelibati italiani, alsaziani e californiani, in combinazione con piatti sfiziosi, e spesso organizza corsi di degustazione. Via di Santa Dorotea incontra quindi via della Scala, resa famosa negli anni '70 dal cantautore Stefano Rosso, animatore insieme ad Antonello Venditti e Francesco De Gregori e a molti altri allora giovani musicisti del "mitico" Folkstudio, locale cult di Trastevere.

Prima di incamminarci per via della Scala notiamo di fronte a noi via Garibaldi, il viale in salita che porta al Gianicolo e dove hanno vissuto molti illustri artisti, tra cui il poeta pittore Rafael Alberti, scomparso recentemente. (Donatella Scatena)

GIANCARLO CESARONI

Il Folkstudio nasce nel '60 come un locale tra arnici, con un associazionismo spontaneo e diviene subito, inconsapevolmente, un locale di successo.

Le sue proposte diverse, la maniera di gestirle ed il tipo di presenza ne fanno subito il locale intellettuale per eccellenza degli anni '60 - '62.

A questo punto Harold Bradley, americano purosangue, punto di riferimento ed ispiratore, pensa ai suoi interessi e ne fa un locale da show business, sui modelli del Village, con tre-quattro show men per serata, senza un discorso che non deve risultare minimamente impegnato, ma che suo malgrado funziona politicamente come punto d'incontro, e dove ogni tanto, approffittando della scarsa sorveglianza di Bradley, riescono a cantare anche i rivoluzionari, tipo Della Mea, Settimelli e la Marini.

Tale linea dura sino al 67', quando Bradley ritorna negli States (il suo show business ha fatto il suo tempo, il locale va male perchè sono sorti altri punti d'incontro più confortevoli e comodi, e perchè la confusione di linea ha allontanato un pò tutti).

Dall'ottobre del '67 con la nuova gestione diretta, si cambia completamente anche se gradualmente. Si ha il grosso vantaggio di essere indipendenti dal bisogno, e su tale sicurezza, sì può cominciare a gestire verso direzioni culturali ben precise.

Comincia subito il discorso dell’altra musica", cercando di accogliere, dare spazio e presentare i prodotti fuori dai canoni di consumo, tutte le proposte originali valide nella loro musica e nei loro contenuti.

Nascono progressivamente i recitals, le rassegne, e i festivals, insomma la presentazione di personaggi noti o sconosciuti in un'unità di discorso e di programmazione. Nasce il rapporto continuo con l'informazione, si cominciano a passare i comunicati stampa e vengono le  recensioni. Il Folkstudio è diventato maggiorenne ed inizia a svolgere un ruolo di teatro dì musica dedicato alle nuove proposte e ai nuovi personaggi.

Tale ruolo viene recitato costantemente ed è con questo meccanismo che il Folkstudio diventa il vivaio da cui passano agli inizi tutti i personaggi conosciuti e sconosciuti di oggi, da Francesco De Gregori ad Antonello Venditti, da Tommaso Vittorini a Massimo Urbani (presentati nel millenovecentosettantatre come le nuove leve del jazz), da tutti gli interpreti di musica popolare da Maria Carta a Matteo Salvatore, sino alle nuove proposte di musica sudamericana con i Quilapayun o i Condores nel 1968-1969 sino a Daniel Viglietti nel 1976, con i Black Jack David irlandesi del 1977 ed il continuo vivaio del Folk-studio Giovani.

In quest'ottica di riforma e di contrapposizione alla musica di consumo dilagante, si cerca di allargare i confini e presentare le proposte diverse su piano nazionale e nasce l'etichetta discografi-ca nel 1975 con i dischi di M. Locasciul-li, V. Chalot, A. Infantino, A. Harman, C. Sannucci, la Folk Ma-gic Band, i Tarantolati, la musica contemporanea di Schiano e Guaccero e le Nacchere Rosse.

Sempre in quest'ottica di esportazione nazionale, vengono i tentatívi di gestione comune di circuiti spettacoli in Italia con altri centri politicamente attivi iniziato nel 1977 e proseguito sino ad ora con i Folk Festival e con le aperture delle nuove frontiere musicali, irlandese nel 1979 ed africana nel 1980.

Nel locale si continua a gestire sempre musica con lo stesso indirizzo. Apertura a nuova musica e nuovi personaggi dando loro un palcoscenico per le loro proposte, un pubblico piccolo, ma buono per un riscontro, il massimo appoggio con i mezzi d'informazione per una propagazione del loro discorso, per aiutarli a proseguire nella strada intrapresa, fuori da un rapporto di dare ed avere e fuori da discorsi commerciali e di mass-media che specialmente oggi bombardano e distruggono ogni tentativo di proposta culturale.

Questa in breve la storia e la finalità di intenti del Folkstudio.

Oggi, dopo vent'anni di attività, siamo molto stanchi e delusi e vorremmo smettere. il momento politico e culturale è uno dei peggiori con il consumo che colpisce in tutti i campi ed il nicolinismo che ha determinato la nascita di una tribù di falsi operatori culturali, pronti a mungere in nome di operazioni più o meno intellettualistiche.

Sarebbe quindi il caso di proseguire per cercare di essere un'isola nel mare di consumo che ci circonda, ma non sappiamo se ce la faremo. (Giancarlo Cesaroni)

ANTONELLO VENDITTI

Flash 1 - da “La valigia del cantante” di Pino Casamassima – De Ferrari Editore

Ho conosciuto Francesco nel ’69 e poco dopo abbiamo messo in piedi un gruppo: ci chiamvamo senza troppa fantasia, “I giovani del Folkstudio”, c’era anche Giorgio Lo Cascio. Suonavamo solo la domenica, iniziavamo al pomeriggio e tiravamo avanti fino a notte. Io avevo già qualche canzone mia, mentre Francesco cantava Dylan, Cohen e De Andrè. La nostra sigla d’apertura era “Tapum Tapum” e chiudevamo con “I will good night”. Il folkstudio era un posto incredibile. All’epoca si trovava in Via Garibaldi, poi si spostò nella libreria “L’uscita”, quindi in via Sacchi, infine vicino al Colosseo, ma era già tutt’altra cosa rispetto al locale di Trastevere: con la scomparsa di Cesaroni era finito tutto.

Flash 2 - dal sito Solegemello

Erano tempi lenti e con poche auto, erano passeggiate da farsi placidamente a piedi, avventure da mordere a fondo - notti comprese - fra bar, cantine, ristoranti, librerie, gallerie e iniziative... luoghi umani ed artistici legati strettamente dallo stesso spirito neo-romantico. Erano tempi - sana nostalgia per la giovinezza a parte - in cui Roma Capoccia dominava sul mondo infame dall'alto della sua rivoluzione culturale e il Folkstudio in Via Garibaldi (con annesso il limitrofo Bar delle Rose) era un microcosmo capace di far convivere guitti intellettuali e popolo, hyppies globetrotters e politici, ceti razze ed età, tutte unificate dal jazz, dal folk, dalla sangrilla e dall'amicizia grande, fatta di grande complicità. Erano tempi e luoghi che nel libro di Ernesto - tra canzoni pennelli e bandiere sessantottarde - riaffiorano con la loro verità e il loro colore reale, come ridipinti e lucidati, vendicando centinaia di scarni e frettolosi pezzulli di pavide penneasfera per forzate ricorrenze sui loro rotocalchi coi culi in copertina! Il Piemontese, borghese come noi ma già svezzato a racconti di guerra, montagne innevate e campagne, vita contadina, spinto della Resistenza, con quei quattro o cinque anni di più e quella stazza fisica ed ideologica superiore alla nostra gracilità di metropolitani, di studentelli, spalancò la porticina del Folk e subito pronunciò parole importanti, per noi spesso anche oscure. Teorizzò, come un tribuno, di antifascismo, di strade, fabbriche, masse, organicità, imponendoci crudelmente di "volare più basso, di lasciare qualche sogno in terra, di buttarci nella mischia quotidiana..." Ci inquietò e ci impose rispetto, trascinandoci in piazza con lui, facendo fino in fondo il suo dovere di militante e fottendosi mica male laddove, mentre noi riuscimmo a far la nosta parte restando nondimeno liberi, lui invece - uomo di marmo assoluto - fu ineluttabilmente irreggimentato e usato al punto da tarpare per lustri a venire la fantasia e le qualità liriche di cui era abbondantemente in possesso. Ora questo libro coloratissimo e musicale viene a liberarlo definitivamente, certo, quasi trent'anni dopo.

E' come se Ernesto - urlando e ricordando, senza mai prender fiato, i suoi anni migliori e fondamentali, non tanto di successo quanto di formazione, fosse riuscito finalmente a sciogliersi dai vincoli anacronistici e tornare libero e bello, giustamente ancora e sempre incazzato come una bestia, lucido come dopo una severa autoanalisi che - raschiando il fondo di ogni recriminazione e ripensando gli avvenimenti - lo rimette in gioco.

Un gioco che oggi ha di nuovo un gran bisogno di gente come lui, emendata dalla demagogia, sincera, recuperata al sogno degli amici di Sora Rosa e di Alice, di nuovo e ancora pronti a lottare contro il nuovo, ma non ultimo, "mondo di ladri".

Sì, mi sa che a Ernesto questa mia vecchia canzone va proprio su misura, guardaunpò, dalla prima parola all'ultima e non a caso lui l'ha sempre amata tanto...

Va bene. E allora anch'io come sempre "...Continuerò a cantare le cose della vita/e se ho sbagliato a viverle, per me non è finita...".

“Eravamo un gruppo di ragazzi che non dormiva mai - ricorda Antonello- stavamo sempre in movimento e tutto ci incuriosiva. Il Folkstudio era la nostra offcina. In tempo reale riuscivamo a capire se le nostre canzoni avevano una ragione di esistere. Le scrivevamo e appena finite le riproponevamo ad un piccolo ristretto, competente e assai critico. Anche se accomunati dalla stessa voglia e dalle identiche passioni eravamo molto diversi tra di noi. Ernesto Bassignano, Francesco De Gregori, Giorgio Lo Cascio ed io traducevamo, componevamo e cantavamo, inconsapevoli di vivere un periodo importante della nostra canzone.”

“Quando incominciai ad uscire dal Folkstudio – prosegue Venditti-e a fare concerti in giro per l’Italia mi accorsi quanto fosse recettivo il pubblico dei miei coetanei. Io vivevo tutto come un ex-fan dei Rolling Stones, dei Beatles e di tanti altri, inposizione privilegiata. Tanta era la gioia per riuscire a fare quello che desideravo. Ci sono voluti anni per capire che intorno a me non c’era soltanto interesse, ma anche un discreto giro di affari. Fui il primo artista a ribadire i propri diritti nei confronti di una casa discografica padrona assoluta di tutto quello che producevo. Cambiai etichetta e vissi un periodo difficile, anche sul piano personale. Mi separai da mia moglie e andai in esilio a Milano. Erano “gli anni di piombo”, la contestazione incominciò a colpire anche noi che ne avevamo fatto parte. Il “processo” a De Gregori degli autonomi al Palalido fu per me un trauma. Volli andarci anch’io dopo qualche mese e mi accorsi di essere solo. La casa discografica vedeva a rischio la mia popolarità, gli amici non capivano il perché di questo confronto e gli impresari non capivano perché non impiegassi il mio tempo in esibizioni più remunerative.

Suonai al Palalido e vinsi la sfida. Vendicai, a modo mio, Francesco.

Flash 3: dal libro Folkstudio story, di Dario Salvatori

Bassignano :"Attenti, volano schiaffi!" De Gregori: "Non fare il solito stalinista". Lo Cascio (tifando De Gregori): "Non c'è motivo di scaldarsi tanto".VendItti: "Fulmini, tuoni, denunce, condanne, scarcerazioni! Imparatevi gli accordi! Cesaroni: "Mi avete rotto le palle". That's Folkstudio. Quando rimisi le mani su quel fottutissimo pianoforte pensai "Il Folkstudio è veramente morto, finito. Meno male".

A spiarmi c'erano cento occhi che quelli della barzelletta della civetta che fa il pappagallo sono uno scherzo, più quattro (Francesco e Ernesto) particolarmente carI. Poi due flashaioli da penna a sfera residuati bellici della dolce vita che ancora mi chiamavano Anita, otto preti in libera uscita travestiti e col tesserino da intellettuale, e lui, il Grande Vecchio Mammamia Che Paura, Cesaroni (che più lo guardo e più mi sembra lui, il Folkstudio).

La prima morale di questa favola è che solo lui, il "Buon Cesaroni quasi mai Giancarlo per gli amici, sembra aver navigato intatto tra gli anni, passando con estrema disinvoltura ed apparente soddisfazione dal sax di Mario Schiano alla ghironda dei Prinzi Raimund.

Quando rimisi le mani su quel fottutissimo pianoforte, dicevo, tutto sembrava finito, sepolto, passato e irripetiblle. "No pen-sava fra sè il pianista di passaggio - non è più il Folkstudio di via Garibaldi dove ci si divertiva ad annoiarci tra un ponce e l'altro dietro il banco della sora Maria, bar attiguo e comunicante, teatro ridotto di avventure etiliche e non, c'era un non so che, tutto parlava, suonava, cantava, no il Folkstudio non è questo, non mi commuovo neanche più. Oggi parlo, straparlo…allora...

In un angolo da osservare, spiare, il montgomery obbligatorio anche d'estate, ma siamo matti? Meglio una bella maglietta con le maniche corte e andare. Le tourneè erano trasferte al circolo Daunia di Foggia dove Cesaroni a momenti si ammazza (non diciamo come, eh boss?). Oggi palco da cento metri, mille fari, centomila watt, tre tir per tremila chilometri, se no come farei a cantare?

L'atmosfera, con la gente che continua ad entrare, si fa di festa tipo non si uccidono così anche i cavalli? E mentre sto per cominciare sento distintamente il bisbiglio di una quattordìcenne con maglietta "Patti Smith sei grande e bella", dice alla sua amichetta undicenne capelli a scacchi: "Hai visto chi c'è? C'è pure De Gregori, canta pure lui? Chissà se cantano insieme come ai tempi del Folkstudío?". Ma questo è il Folkstudio porca vacca! O no? Non c'è tempo, devo suonare, è un cammino all'indietro dove incontro Sora Rosa ...

Folkstudío è ancora il rivolo di sudore che parte dalla tempia sinistra e punge come una zanzara quando non hai messo l'autan, e gli occhiali che scivolano giù fino alla punta del naso, dove ricompare puntuale come un orologio un antico tic, ogni volta che sbaglio gli accordi, Folkstudio è anche silenzio profondo pieno di anni passati insieme, è chiudere gli occhi, è riaprirli e vedere ancora dei vecchi amici ...

"Attenti che qui volano schiaffi”, “Non fare lo stalinista", “Discutiamone con calma", "Imparatevi gli accordi!", “Mi avete rotto le palle”.

I ragazzini new-wave se ne vanno perplessi. "Era lui o non era lui?", dato che alla fine De Gregori non ha suonato. La gente se ne va; restiamo noi: il Boss, Ernesto, Francesco, sua moglie ed io. La festa è finita.

MIMMO LOCASCIULLI

da “Storia di un professionista dilettante” di Enrico Deregibus – L’Isola che non c’era – Ottobre 2002.

Nel 1970 si fa le notti suonando pianobar. L’anno dopo si sposta a Roma per terminare gli studi e finisce nella leggenda del Folkstudio, dove già bazzicano De Gregori, Venditti e compagnia. Si propone a Giancarlo Cesaroni, il deus-machina del locale, che lo fa suonare la domenica pomeriggio (primo gradino), poi la sera insieme a Giorgio Lo Cascio e Stefano Rosso (secondo gradino) e infine con un concerto solo suo (terzo gradino).

“Quando mi presentai per la prima volta al Folkstudio mi portai la mia chitarra dentro una custodia di cartone: l’avevo appena comprata e non sapevo che lì c’era un piano che invece era il mio primo, unico e vero strumento. Con la chitarra sapevo suonare solo sette accordi e mi aiutavo spostando il capotasto a seconda delle tonalità, ma suonando sempre in chiave di do. Non ero un chitarrista ma avevo uno stile particolare nella “pennata”. Cantai tre canzoni (una mia traduzione di una canzone di Dylan, una canzone di Jaques Brel (Quella gente là) e una mia composizione) e siccome la cosa piacque continuai per moltissimo tempo a suonare la chitarra e lo feci anche sul mio primo disco Non rimanere là, che è un disco solo voce e chitarra. Quando poi, un po’ alla volta, cominciai a suonare anche al pianoforte si creò un certo stupore perché tutti credevano che io sapessi suonare solo la chitarra”.

All’inizio il decrepito pianoforte del Folkstudio è a muro e il Nostro deve suonare spalle al pubblico. Non ci sono microfoni e cantare rivolti al muro rende impossibile la comprensione dei testi. “Antonello non ha problemi” gli diceva Cesaroni quando lui si lamentava. “Si, ma lui ha una voce che spacca i muri” gli rispondeva. Col tempo riesce a convincere il patron a girarlo quel benedetto piano e, poi, a permettergli anche di cantare col microfono. Altro successo personale.

“C’era molta amicizia nel Folkstudio, molta complicità, molta solidarietà umana e soprattutto un senso di appartenenza che mai più ho ritrovato in situazioni e ambienti successivi. Non so se il senso di purezza che si respiravaa fosse giustificato e sufficiente, ma tanto mi bastava e mi basta: essere “parte integrante” di un qualcosa (idea, spirito, azione, progetto, modo) che emanava una sensazione di unicità e di esclusività”.

FRANCESCO DE GREGORI

Flash 1 - da “Francesco De Gregori, un mito” di Michelangelo Romano – Lato Side

FDG. Mio padre e mio madre non erano molto contenti di questo fatto del Folkstudio perché mio fratello ci favea le tre, le quattro di notte. Così cominciai ad uscire anch’io la sera per suonare al Folkstudio, avevo sedici-diciassette anni.

ROMANO. Mi ricordo che quando cantavi in pubblico all’inizio eri molto timido sia nei discorsi che facevi, sia come modo di cantare.

FDG. Ecco, come uso della voce sì, come discorsi no, appena stavo su un palco grande con molta gente sotto, facevo delle cose spaventose, facevo finta che si era rotto il microfono, poi dicevo “no, si è riaccomodato”, certe volte lo staccavo io, insomma cercavo di sbloccare questa timidezza e la gente rideva molto.

ROMANO. Mentre al Folkstudio questo non era possibile

FDG. Sì, perché al Folkstudio te li vedi lì sotto, vedi quello che sbadiglia, vedi quello che parla mentre canti, quindi ti demoralizzi molto.

ROMANO. E Venditti lo hai conosciuto al Folkstudio?

FDG. Sì, praticamemente lìho conosciuto lì; venne un anno dopo mi sembra e aveva due canzoni di repertorio: “Sora Rosa” e “Roma Capoccia”.

ROMANO. Senti, il fatto di andare al Folkstudio ed essere pagato, sia pure poco, cioè questa scoperta che potevi guadagnarti da vivere senza chiedere i soldi a tuo padre…

FDG. La prima volta che ho preso 1.500 lire da Giancarlo Cesaroni è stata una cosa molto bella. No, non pensavo di poterlo fare come mestiere.

ROMANO. Un altro aspetto di questo discorso c’è in Arlecchino

FDG. Arlecchino è una canzone sul mio ruolo, sul mio ruolo di una volta più che altro, cioè questo “fiori falsi e sogni veri nella friggitoria Chantant” è il Folkstudio agli inizi, dove non era importante neanche mangiare, bastava sorridersi, bastava comunicare, e c’è questo Arlecchino su un filo e la gente vuole vedere cosa fa, e Arlecchino non sono necessariamente io, ma i tipi come me in genere, a cui danno dei soldi in cambio delle sue acrobazie: “Quanti soldi ti hanno dato? La mia cella è un po’ più in alto e mi pagano di più”, però alla fine questo Arlecchino si fa i fatti suoi, indipententemente di quanto sia grande la stanza, da quanto lo pagano, vola senza filo e uno deve arrivare a volare senza filo…

Flash 2 - da “Io e Caterina” di Andrea Fantacci – L’Isola che non c’era – luglio 2001.

Dal Folkstudio passavano molti cantanti popolari e ricercatori di musica popolare: la Marini, la Bueno, Sandra Mantovani, Settimelli, il Duo di Piadena, Matteo Salvatore, Otello Profazio, e contemporaneamente, parallelamente, passavano anche giovanissimi o anche meno giovani autori, cantanti, interpreti. C’ero io e c’erano anche Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio. Ma arrivava anche gente dall’America, dall’Inghilterra che faceva musica che per noi era sconosciuta.

Mi ricordo un duo che si chiamava John e Jean. Con due chitarre cominciavano a farci conoscere le canzoni di Bob Dylan e altri che noi non conoscevamo. Quindi il Folkstudio era un punto d’incontro di varie tendenze, di vari generi musicali. E chiaramente da questi incontri nascevano anche contaminazioni. Io fui uno di quegli esempi di contaminazione. Cominciavo a scrivermi le canzoni, però contemporaneamente ero anche molto attratto da quello che faceva Fabrizio De Andè, e anche dalle canzoni popolari italiane.

Quando il Folkstudio mi invitava a fare una serata, per evitare di esporrmi troppo direttamente con le mie canzoni, delle quali non ero così sicuro, nella prima parte facevo pezzi della tradizione popolare, canzoni dlele mondine, canzoni anarchiche e nessuno si scandalizzava. Se andavo lì e facevo questi pezzi, io studentello di Roma, sbarbatello borghese figlio di borghesi, non gliene fregava niente a nessuno. Facevo anche pezzi di Caterina Bueno, come “Maremma”.

Flash 3 - da “Senza trucchi” di Isio Saba - Nuovo sound - n. 1 /75 - 6 gennaio 1975

Tutte le domeniche pomeriggio c'è un "happening" di giovani, per lo più cantautori, che approdano alla pedana del Folkstudio prendendo contatto per la prima volta con il pubblico: ognuno di essi è seguito da qualche amico e così la platea è benignamente predisposta ad accogliere questi nuovi poeti. Si presentano tutti simili, tematiche ricorrenti stili e musiche vicine a quelle dei cantautori più impegnati dell'ultimo decennio (da Dylan a Cohen, da De André a Gaber, da Venditti a De Gregori…!).

Dopo il Folkstudio, questi giovani ritornano alle loro esperienze quotidiane, semplicemente così come sono arrivati: qualcuno diventa popolare, nel senso che la sua fama supera i confini di Trastevere e di Roma e che incide un disco, comunque rimane ancorato alla pedana e agli amici di via Sacchi.

Quelli che vengono per la prima volta, si rendono conto che Francesco o Antonello sono come Mimmo, Mario, Giorgio, Giovanna e altri: con loro si parla da pari a pari e il divismo non esiste per nessun motivo.

Flash n. 4 – da “Folkstudio story” di Dario Salvatori.

“Tutti sono capaci a suonare di fronte a duecento persone ma li vorrei vedere a suonare per tre!

Diffida dalle accordature troppo precise e da coloro che non amano cavalli e cani e non lasciare l'intera paga al bar (e mi raccomando, dopo l'una niente casino).”.

Alla fine degli anni sessanta, quando vi misi piede per la prima volta, il Folkstudio abitava in via Garibaldi 59, in un locale fatto a forma di elle, un pò umido e sporco, privo di qualsiasi fascino.

Quel pomeriggio io e mio fratello Luigi (Ludwig), prendemmo il filobus che veniva giù da via Jenner e cercando di non prendere troppo freddo alle mani ci dirigemmo verso le pendici del Gianicolo. Mentre facevamo a piedi l'ultima parte di strada Ludwig mi dette le ultime raccomandazioni: - Se sbagli un accordo fai finta di niente, che non se ne accorge nessuno . . . cerca di ricordarti tutte le parole a memoria, se le leggi su un foglietto pare brutto. . . non ti demoralizzare se mentre canti qualcuno si alza e se ne va, tanto succede sempre.

Devo dire che questi tre consigli si sono dimostrati validi in assoluto anche in seguito, ma in quel momento mi sembravano terribilmente fuori luogo. lo ero preoccupatissimo per le mie mani intirizzite e avevo paura di non riuscire a suonare la chitarra; eppoi il Folkstudio era per me un ambiente misterioso in cui venivo introdotto grazie alla burbera benevolenza di un fratello maggiore ormai affermato interprete di canzoni popolari americane.

Ludwig in quel periodo suonava spesso in trio con Dario Toccaceli e Giuliano Bellezza: con tre chitarre si esibivano in un repertorio che spaziava da "Banks of the Ohio" a "Deportees". Mio fratello prima di cantare traduceva a braccio le canzoni e nominava sempre un certo Woody Guthrie che allora nessuno conosceva; poi attaccava e la gente stava lì a sentirlo, un pò attenta e un po’ stupita.

Erano gli anni del Vietnam, delle rivolte studentesche: ma erano anche gli anni di Peter Paul e Mary Travers che importavano in Italia una versione alquanto alquanto edulcorata di "Blowin in the wind”, gli anni dei festívals di Sanremo "finalmente aperti ai giovani", gli anni dei Beatles-Baronetti.

Mio fratello, al centro della pedana rossa, intonava in tutta pace la storia di quest'uomo che andava in giro per l'America a cantare "Questa terra è la mia terra" e aveva scritto sulla sua chitarra "Questa macchina ammazza i fascisti".

Il Folkstudio era allora (e tale è rimasto in definitiva anche adesso) un palcoscenico aperto a tutti. Chiunque poteva chiedere di fare il suo numero la domenica pomeriggio, davanti al pubblico pagante, senza bisogno di audizioni preliminari da parte di Cesaroni. Per decidere se era il caso di continuare oppure no si dava credito alle reazioni del pubblico che raramente erano negative. Questo spiega come in certi pomeriggi domenicali gli "artisti” fossero in netta superiorità numerica rispetto al "pubblico".

Molti diventavano artisti senza nemmeno accorgersene: bastava venire due o tre volte di fila come spettatori e poi, se sapevi suonare un pò la chitarra, o se sapevi o credevi di saper cantare, venivi inevitabilmente cooptato in qualche tipo di jam session. A quel punto era fatta: potevi continuare a venire senza più pagare il biglietto e magari diventare una pop star.

Uno che cominciò in questa maniera la sua carriera di musicista è Giorgio Lo Cascio. Dopo un paio di settimane che veniva a sentire si presentò un pomeriggio con chitarra a dodici corde cecoslovacca e una traduzione fresca fresca di "Sad eyed lady ofthe lowlands", la cantò come meglio poteva e diventò uno dei giovani del folk (gli altri tre eravamo io, Venditti e Bassignano).

I Giovani del Folk ebbero un lungo periodo di gloria ed una rapida parabola discendente culminata in uno storico litigio con Cesaroni che accusò i quattro di essere '”entrati nel pallone”.

Entrare nel pallone voleva dire varie cose ma fondamentalmente una: essersi montati la testa. Noi entrammo nel pallone quando una sera ci rifiutammo di suonare di fronte a un pubblico pagante di tre persone. Cesaroni sosteneva che un vero artista deve saper suonare (e divertirsi) anche con una sola persona davanti; adesso magari saremmo anche disposti a dargli ragione ma allora il nostro "Ego" (altro vocabolo prediletto da Cesaroni) aveva evidentemente preso il sopravvento.

Un'altra avventura i Giovani del Folk la ebbero in un teatrino di Napoli, e fu un'avventura ignominiosa.

La denominazione Giovani del Folk sottintendeva per il pubblico romano quella di Giovani del Folkstudio; ma quando arrivammo a Napoli trovammo una platea stranamente affollata che era intervenuta per ascoltare da noi canti anarchici e canti delle mondine (intendendo per folk musica popolare).

Chiarito l'equivoco a metà del primo tempo la gente cominciò civilmente a sfollare ma quelli che rimasero poterono godersi una furibonda lite "on the stage" fra Venditti e Bassignano, reo di aver sbagliato un accordo dell'accompagnamento di "Sora Rosa''.

La sera facemmo tutti la pace a cena in un ristorante pieno di candele e la mattina dopo ritornammo a Roma sull'850 special del padre di Lo Cascio, raccontammo la cosa a Cesaroni che rise molto e provvide a cambiare la nostra denominazione nelle future “tournées all'estero".

Tutto questo avveniva un paio di anni dopo quel pomeriggio che mio fratello mi trascinò al Folkstudio per la prima volta; l'esibizione fu abbastanza disastrosa, avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra; a metà di "Buonanotte Nina" per l'emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico cominciò a tossicchiare, io diventai rosso e in qualche modo arrivai fino alla fine e scesi dal palco convinto che mai più avrei accettato di salirci. Chiesi a Ceseroni (allora gli davo del lei) come ero andato e lui mi disse "Uhm, naturalmente non stavo lì a sentirti, ma se la prossima settimana leggi il tuo nome sul giornale nella programmazione di mercoledì sera, puoi tornare".

Così successe, e da allora sono cambiate un sacco di cose, per me e per il Folkstudio.

(Francesco De Gregori)

ERNESTO BASSIGNANO

Ernesto Bassignano scrive canzoni fin dagli anni 70. Prima, ballate per le azioni del teatro di strada, poi pezzi suonati con De Gregori , Venditti e Locascio al Folkstudio, e ancora canzoni di protesta manifesti della lotta operaia, suonate nelle Feste dell' Unità di tutta Italia ; infine le composizioni contenute nei suoi dischi. Il suo ultimo disco, "La luna e i Falò", è del 1989.

Nato a Roma il 4 aprile 1946, vive per lunghi anni a Cuneo. Rientrato nella capitale, studia scenografia all’Accademia di Belle Arti. Fa teatro di strada con Gian Maria Volonté e frequenta il Folk Studio, dove stringe amicizia con De Gregori, Locascio e Venditti. Diviene organizzatore di rassegne sulla nuova canzone. Fino alla chiusura del giornale, è critico musicale di "Paese Sera" e collabora a programmi radiofonici. Musicalmente esordisce nel 1973 con l’album Ma, inciso per la Ariston. Le tematiche di base del primo disco sono strettamente politiche. La musicalità è folk, tipica delle composizioni politicizzate dell’epoca. Trascorrono due anni durante i quali l’autore affina le sue capacità espressive. Incide Moby Dick (RCA) nel 1975. Se le composizioni, dal punto di vista musicale, ricalcano lo stile di Luigi Tenco, i  testi sono ancora sensibili alle tematiche sociali e solo in apparenza sono meno impegnati. Fra i brani contenuti: A Victor, dedicata a Victor Jara, musicista cileno e Moby Dick, un attacco contro la Democrazia Cristiana. Nel 1976 la RCA pubblica un album antologico, registrato dal vivo, intitolato Domenica musica a cui prendono parte gli amici: Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Paolo Conte, Rino Gaetano, Renzo Zenobi ed altri ancora; quindi nel 1978 il 45 giri Cenerentola col quale chiude la prima parte della sua carriera artistica musicale. Nei cinque anni successivi abbandona la musica per dedicarsi ad attività giornalistiche e radiofoniche. Nel 1983 si riaffaccia nel mondo della musica con l'album D’Essai. Il nuovo disco è dedicato ad Amilcare Rambaldi, il presidente del Club Tenco. Tutto l’album si ispira al cinema, per parlare di un’epoca irrimediabilmente finita. I titoli servono all’autore a volte come spunto per un omaggio sincero, a volte per fermare attimi fuggevoli o per flash istantanei su avvenimenti che lo colpiscono, ma solo poche volte c’è un reale nesso tra i film e le parole delle canzoni. Nel 1985 compare l'LP Bassingher, soprannome affettuoso che gli amici hanno attribuito all’autore. Nel 1989, rifacendosi allo stile del Cantacronache, il cantautore compone Mi chiamo Gian Maria, sigla della rubrica televisiva "Diogene" di Antonio Lubrano. Sempre nel 1989 un nuovo LP, La luna e i falò, acclamato dalla critica. L’album è un viaggio alla scoperta di se stesso, un’indagine malinconica sui sentimenti. Vi sono, nei brani, frequenti allusioni al trascorrere del tempo e gozzaniani ricordi del passato, uno dei brani, Il puntino è dedicato a se stesso, una sorta di autoipnosi per sopravvivere.

Oggi Ernesto fa il giornalista free lance, per testate e anche per programmi radiofonici. Sarebbe però ora che qualcuno si prendesse la briga di riportare il suo lavoro all'attenzione del pubblico.

Flash 1 - dal sito Solegemello

“Francesco vorrei che tu, Antonello, Giorgio ed io fossimo colti per incantamento….”

Eravamo quattro amici al bar, certo ed era, figurarsi, l’autunno del ’68. Il bar si chiamava Bar delle Rose ed era assolutamente alla metà della salita del Gianicolo, ad un metro esatto dalla porta del formidabile, unico, fatiscente quanto esplosivo primo Folkstudio: ma si, proprio quello fondato otto anni prima dai fratelli-coltelli Cesaroni e Bradley: un chimico bianco con la passione della musica e dei cavalli, e un pittore nero che faceva l’attore nei kolossal.

Eravamo quattro ma oggi, così come ha voluto il porco destino, siamo rimasti in tre.

Già perché il mese scorso se n’è andato il caro Giorgio, nonostante col suo male avesse ingaggiato una lotta strenua e coraggiosissima, ch era sembrata per qualche tempo vittoriosa.

Antonello, Ernesto, Giorgio e Francesco, appunto: Venditti, Bassignano, Lo Cascio e De Gregori: quattro giovani neppur tanto scapigliati ma con coscienze adamantine, ognuno con una sua età, un suo vissuto e delle esperienze anche molto diverse, che qualcuno un giorno, in seguito e ciò nonostante, volle chiamare unificandole “scuola romana”.

Erano legati comunque, i quattro, dallo stesso amore per il folk, la canzone d’autore, la poesie e la politica. Giorgio era il figlio di Cohen, Francesco di Zimmerman (Dylan, ndr), Antonello di Elton ed Ernesto del povero Tenco, l’angelo senza spada caduto nelle grinfie delle città dei fiori, l’anno prima. Insieme cantavano gli spirituals perché all’epoca non si poteva fare altrimenti. Separati invece, le loro prime canzoni, piene di rabbia, vino, donne, funerali immaginari, aquiloni, soldati, treni e sogni di libertà.

Antonello era barbuto, sempre col montgomery, gli occhiali e la paranoia che gli si toccassero i capelli e il culo. Giorgio aveva sempre caldo e stava sempre in camicia, bianca e pulita. I capelli ricci, un testone alla Angela Davis e gote rosse. Francesco poca o nulla barba, un impermeabile largo del babbo con bavero alla “provaci Sam”, una pipa spenta, tante letture esulcerate e allegoriche, la voglia inesausta di imparare “il finger picking” dal fratello “hobo” Luigi. (Il fratello di De Gregori, Luigi, prenderà il nome di Luigi Grechi. Grechi è il cognome della madre, lo fece per non intralciare il fratello quando cominciò ad avere successo, ndr)

In più “tirava” la bocca come il suo mito di Duluth, piaceva alle bimbe anche se era timido e lottava per non soggiacere mai alle imposizioni di quel fetente stalinista dell’Ernesto al quale, per via di cinque anni in più, il “boss” Casaroni aveva dato il compito di tenere tranquilla e composta la banda.

E allora ecco appunto l’ingrato compito, venuto il nostro momento di guadagnarci le tremila lire a sera, di andare a catturare i compagni schierati al bancone del bar o davanti al relativo flipper e riportarli di peso sulla pedanina rossa inmezzo alla puzza di fumo e il profumo di sangrilla, dribblando le poltroncine sparse e le pantegane d’autore e musicofilo-ideologizzate tra di esse ciondolanti. Ed ecco i primi compleanni comuni tra il “vecchio” Ernesto e il giovane Holden-Francesco visto che il galeotto 4 aprile, ebbene si, li aveva resi ulteriormente complici. Ed ecco le rassegne e i primi viaggi sul maggiolone di Antonello , ecco le trasferte importanti e le feste popolari sui palchi sgangherati del suburbio romano, spesso in compagnia di un’altra grande amica come Clara Sereni, magari per l’interessamento d’un Mario Schiano o d’un Leoncarlo Settimelli. Nel ’72 i quattro amici cominciarono a prendere strade separate. Prima Antonello conla sua “Roma capoccia”, poi Francesco con “Alice” decollano per diventare ciò che sono oggi, mentre Giogio si ferma i locali alternativi ed Ernesto si dà alla politica sul serio, prendendo a fare l’agit-prop con o senza chitarra per 30 e anche 40 mila chilometri l’anno, in treno o in auto, da Trapani al Trentino.

La serata che decreta definitivamente la fine della comune scapigliatura è quella del Teatro dei Satiri, nella quale, accanto ai due “Theorius campus” appare un nuovo soggetto pop molto meno d’autore ma di potenza espressiva inconsulta: un personaggio che quella sera Ernesto sulle prime non apprezzò per le sue tematiche ma che presto dovette imparare a seguire per la sua indiscussa capacità melodica e pianistica: il piccolo urlatore si chiamava Riccardo Cocciante.

Ciao Giorgio, Ciao Giancarlo ! (Cesaroni è scomparso nel '99, ndr), auguri Francesco ed Ernesto!

E trent’anni dopo cos’è rimasto di quelle tremila lire a sera per tre canzoni, di quel fumo, quelle sagome iperreali accatastate sulla porta di Via Garibaldi? Andateci, una sera a Trastevere a cercarne le tracce! Le insegne sono diverse, ma come direbbe Stefano Rosso, Via Garibaldi è sempre là e i colori della nostalgia non sono cambiati.

Essi lottano ancora dentro ed insieme a noi, senza vergogna!

Flash 2 - da ernestobassignano.it

De Gregori con trench e pipa che lo ha seguito tra i baraccati dell’Esquilino, Tinin lo ha appena conosciuto, sempre in Trastevere.

II jazzista Francesco Forti, amico di Grieco e sincero estimatore del suo repertorio, dopo aver sentito Tinin cantare le sue ballate buffe, lo ha convinto a presentarsi al Folkstudio dal boss Cesaroni:

"Basta con i latrati di questo cane d'un Battisti e tutti gli altri popparoli, sanremesi o meno! Tu e tutti gli altri cantautori che sanno cantare e scrivere di cose vere — gli dice — avete il dovere di farvi avanti. Cabaret, canzone politica o d'autore, va tutto bene ma, mi raccomando: basta, anche voi, con la facile demagogia e il populismo spinto da sloganistica canora.Bisogna inventare una nuova canzone civile, perdiana, sennò,da un lato esisterà sempre Sanremo e dall'altro i rivoluzionari che cantano roba per la piazza, solo per se stessi e chi è già d'accordo!"

E' così che, solidale con Forti e convinto si debba sul serio cambiare musica, arriva, non più da spettatore, in Via Garibaldi.

Ed è così che il boss lo ascolta, lo trova ok e lo presenta immantinente agli altri due cantautori giovani, tali Antonello e Francesco, che da pochissimo tempo hanno preso a frequentare con successo quella lunga salita per il Gianicolo, lastricata di porfido.

Rosa, rosso, arancio, nocciola, quattro macchie di verde per quattro piantine.

Via Garibaldi, pochi alberi e tanti sampietrini, due bar e un ristorante per i signori. Via Garibaldi dove, quasi in cima alla salita, prima della caserma dei caramba, Giancarlo Cesaroni ha posto la sua tana dove una sera era passato pure, perché mito non fosse solo una parola, un certo Dylan, eroe del Folk City al Greenwich Village.

E a proposito di Village, anche lo stesso papà di Dylan, Dave Van Ronk sarebbe poi venuto e ritornato, anno dopo anno, a trovare gli amici del Folk di Roma, a dar lezioni di chitarrismo blues and rag forte e scarno, a cantare il country-blues d'autore, certo, ma anche Weill e persino una sua versione dell'Internazionale, per salutare a pugno chiuso!

Via Garibaldi è lunga e ancora deserta nel sessantanove, tant'è vero che si può arrivare al Folkstudio ogni sera parcheggiandoci davanti. Un cappuccio, un vino, una birra e un cicchetto al Bar delle Rose a fianco e via, dentro il budellaccio muffito dove ogni tanto, in una nuvola di fumo che pare nebbia in Val Padana, qualche sorcio fa il solletico ai piedi d'un qualche spettatore che zompa per aria.

Sta insomma nascendo una bella amicizia e in pochi mesi i tre cantautorelli, cui s'è aggiunto un amico chitarrista di Francesco, Giorgio Lo Cascio, comincia a scaldare la storica pedanina rossa e ad avere ogni domenica qualche decina di fans in più.

II mondo del Folk, tra fumo, sangrilla, polvere, muffa e vecchie sagome di plastica abbandonate colà da chissà quale artista iperreale misconosciuto, diventa il loro mondo e la loro casa.

Tutte le sere alle ventuno, non solo più le domeniche pomeriggio, tutti presenti! Ci sia da cantare, da ascoltare o solo da conoscere, perchè ogni sera, oltre ai soliti noti tra jazz, folk e canzone di lotta, possono arrivare artisti stranieri e nuove scoperte di Cesaroni, che pare aver contatti in mezzo mondo.

Tre canzoni per uno all'inizio, in repertorio, e, poi, una nuova a settimana, se non al giorno: i tre sono diventati autori indefessi e prolifici, pronti a presentare, a proporre al giudizio del loro pubblico di cento esperti, le loro nuove composizioni, precedute da una sigla che, in definitiva, si presenta ormai come un vero manifesto.:

"Sto pensando da molti anni a una canzone che sia di tutti. e, non soltanto mia, che non canti per cantare, solo per dimenticare..."

Antonello Venditti è buono, generoso, spaccone proprio come il "Cicalone" che resterà sempre. Già allora è mezzo comunista ateo e mezzo cattolico credente, perché lui, Antonello, è in pratica il compromesso storico fatto uomo.

Lo chiamano Mifune perché sembra davvero il celebre Toshiro dei "Sette Samurai".Arriva dopo aver parcheggiato il suo Maggiolone nero e subito attacca con la sua nuova barzelletta fresca di giornata: è inesauribile. Sempre col montgomery, anch'esso nero, con una barba ben curata e dei capelli che sono la sua pena. Basta toccarglieli perché si terrorizzi:

"Nooo che mi cascano, lasciatemeli stare, maledizione!"

La prima volta che Tinin lo vede è una domenica pomeriggio d'ottobre e sta "zappando" sui tasti in Sol con le caratteristiche dita medie sollevate, (spesso i tasti li fa saltare in aria).

Canta, accompagnato dal suo amico Sandro alla chitarra, l'esulcerata e pittorico decadente Tramonto rosa (con nuvole di grigio).

Giorgio Lo Cascio, invece, è timidissimo e quando inizia a cantare le sue ballate coheniane diventa tutto rosso sotto i riccioli. Non ha mai freddo e anche in pieno inverno, in quel buco che non si scalda mai se non con il fumo delle sigarette e il fiato di sangrilla di cento persone, sta sempre in camicia, una delle sue preziose camice da cantautore.

Francesco, glabro, magro, snob, introverso e principesco come da oleografia, sembra ancora più magro, infagottato com'è in giacche ed impermeabili del babbo bibliotecario. Figurarsi se non fuma la pipa, se non arriva con il collo del trench erto da sembrare Bogart:, se non si fa desiderare sul palco, se non si spara ore di flipper nel Bar delle Rose lì a fianco, scolandosi birre disperate.

Spesso tocca proprio al presentatore Tinin - che al Folk tutti già chiamano il "Bassigna" ed è il più anziano e "preciso" – andarlo a pescare al banco o al flipper del bar perché, nonostante sappia benissimo che è il suo turno, gli piace troppo farsi aspettare e farlo incazzare.

Dopo gli apripista della canzone d'autore alla romana, Edoardo e Stelo con la loro romanissima e storica Lella, "La fija de' Projetti er cravattaro"

Sono dunque arrivati loro, più politicizzati e incazzosetti, ad intrattenere i coetanei con le loro storie surreali, cattive, tragicomiche. "Canzoni d'odio e d'amore" insomma, come le chiama il Francesco.

Le canzoni, le loro canzoni, le loro due o tre canzoni a sera, uno dopo l'altro, seduti sul seggiolone, anch'esso di color vermiglio, come la pedana, lui e Giorgio, Francesco molto spesso in piedi, Antonello al pianoforte e la timidissima corista Diana Corsini a dar man forte, quelle volte che c'è.

Civita, A Gombrovicz, Sto pensando per Tinin, nel tentativo frettoloso di superare la strada, l'inno, la demagogia insita nel farsi capire gridando, nell'aver dovuto tentare d'essere popolare a tutti i costi, scrivendo le sigle itineranti del "Teatro di strada."

Al "Bassigna" tutti riconoscono esperienza umana, politica e civile, ma deprecano, ironizzandoci su mica poco, le sue logorroiche presentazioni per le quali, se un brano dura tre minuti, lui ne spende quattro per descriverlo e farci ricamini ideologici infiniti.

La casa del pazzo, The Partisan e Suzanne quelle di Giorgio, perché Cohen è il modello, quasi un'ossessione. Giorgio, il cantilenante, ipnotizza la sala e anche se stesso, al punto che ogni tanto bisogna svegliarlo dalla trance di quei cazzo di La minore e Mi 7 ripetuti all'eccesso sotto la voce scarna e quasi recitante.

Rosso corallo, Al mio funerale, Nina e Signor aquilone per Francesco, che tentava di italianizzare il suo country dylaniato con ritmi più tranquilli, melodie nostrane, temi personali tra i quali la morte, il vino e l'amicizia prevalevano. Francesco gambe unite, piedi in dentro, mette la cicca accesa tra le chiavi della chitarra - tutti a imparare perché fa molto fico -, "tira" la bocca e la voce proprio come il suo idolo di Duluth, del quale ha già tradotto molto, usa metafore coltissime, al limite dell'astruso per alcuni, favolose citazioni per altri.