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L'AGGETTIVO "MITICO"

SPAD VII S2489

CONDANNATO A MORTE

CANZONE PER L'ESTATE

NATALE DI SECONDA MANO

IL CUOCO DI SALO'

DERIVA

QUANDO E' QUI

CARTELLO ALLA PORTA

CALDO E SCURO

SEMPRE  E PER SEMPRE

 

Prodotto da Guido Guglielminetti

 

 

 

Registrato da Gianmario Lussana

 

 

 

Hobo Recording Studio - Saracinesco (Roma)

 

 

 

Mastering di Ian Cooper, Metropolis Mastering - Londra

 

 

 

Ed. Serraglio

 

 

Copertina di Piero Pizzi Cannella

 

Alessandro Svampa

BATTERIA

Guido Guglielminetti

BASSO

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

 

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Artwork: Francesca Pes

 

 

 

Grazie  a Enrico Tortarolo Projet Studio Cuneo

 

 

 

Hanno inoltre collaborato:

 

Marco Rosini (mandolino)

Slep (chitarra)

Stefano Tavernese (violino)

Dario Arianti (chitarra)

Fabio Ceccarelli (fisarmonica)

Alessandro Arianti (pianoforte)

Scuola APM di Saluzzo

Michele Fefrigotti e Vittorio Muò (direzione orchestre)

 

 

Massimo Buzzi

BATTERIA

Carlo Gaudiello

PIANO, TASTIERE

 

Monica Magnani

CORI

 

Lalla Francia

CORI

 

Greg Cohen

CONTRABBASSO

Nicola Piovani

arrangiamento e produzione

Natale di seconda mano

Franco Battiato

arrangiamento e produzione 

Il cuoco di Salò

Toto Torquati

HAMMOND

 

 

Copertina di Piero Pizzi Cannella (a sinistra)........

Però la copertina mi piace - non solo perchè è una copertina " d'oro" ( SE LA GUARDATE BENE)- ma proprio perchè è di cartone. Forse abbiamo tagliato qualche albero in più, ma produrremo meno diossina. Comunque per quanto ne so c'è anche una versione con il guscio di plastica tradizionale - ma sempre senza i testi-. Per farmi perdonare ho chiesto alla Sony di stampare anche il vinile. E l'uomo del monte ha detto si. Ciccio

 

 

 

"Abbiamo incominciato, Francesco ed io, a pensare di realizzare finalmente un disco, perché i tempi pensavamo fossero maturi. Allora ci siamo trovati a casa sua, in Umbria, e abbiamo fatto una riunione...abbiamo pensato a riproporre un Rimmel dei giorni nostri.

Abbiamo lavorato a "togliere" piuttosto che "ad aggiungere" perché le idee c'è ne sono state tantissime, ed è stato un bellissimo lavoro.

L’atmosfera è stata quanto di meglio si possa pensare. Abbiamo registrato tutto in diretta, cioè ogni musicista suonava il proprio strumento con Francesco che cantava, come se fosse un concerto in sala di registrazione. Sono stati pochi i ritocchi, abbiamo preferito rifare più volte il pezzo piuttosto che intervenire su ogni singolo strumento, perché questo ci avrebbe portato a raffreddare l'atmosfera delle canzoni.”

(Guido Guglielminetti)

 

Ascoltando le ballate del disco si capisce subito che aveva bisogno soltanto di essere ascoltato, non spiegato. Deriva è un gioiellino il cui testo non contiene parole ma note musicali, frasi, armonie. Sono parole che potrebbero già suonare da sole, senza strumenti, ma avendo la fortuna di essere imprigionate in quella gabbia melodiosa che Francesco ha costruito per loro, diventano di conseguenza meravigliosi pentagrammi. E' una canzone che ascoltata nel posto giusto ti mette addosso un'indescrivibile voglia d'amore, una canzone terapeutica che ti aiuta a trovare il coraggio di dire 'ti amo'.

Anche L'aggettivo Mitico, Sempre e per sempre, Il cuoco di Salò saranno ricordate a lungo, come impresse in quella misteriosa fotografia virata seppia che ogni tanto cita: "quando ho guardato la tua foto sul muro ed ero già lontano tu sorridevi a qualcuno qualche anno prima" e "quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi".

 

Ecco i fatti dell’anno: migliaia di persone si recano pacificamente nelle giornate del G8 a Genova per manifestare sui temi della globalizzazione, la situazione però degenera con conseguenze imprevedibili; Silvio Berlusconi vince le elezioni politiche e ci governa con la coalizione del Polo delle libertà; il primo ministro inglese è Tony Blair; dopo l’attentato a Manhattan gli USA bombardano l'Afghanistan; Palma d’oro a Cannes per Nanni Moretti con La stanza del figlio; muoiono Renato Carosone, George Harrison, Giorgio Lo Cascio, Indro Montanelli, Ferruccio Amendola, Christian Barnard, Peppino Prisco, Maria Grazia Cutuli.

Ma quest’anno sarà ricordato nella storia dell’uomo sopratuttto per un’infamia: il crollo delle torri gemelle a New York avvenuto l’11 settembre a causa di due boeing pilotati da kamikaze e che provocò migliaia di vittime, proprio nel cuore della blindata America. Quelle torri che fumano come comignoli resteranno per sempre il simbolo di questo nuovo millennio. Da quel giorno in poi le strategie politiche del mondo cambieranno e tutti, a cominciare dagli invincibili americani (che hanno sofferto da sempre della sindrome da invasione), siamo consapevoli che nessuno è invulnerabile di fronte al fanatismo esasperato, al terrorismo e soprattutto alla voglia di riscatto. Per questo dall’11 settembre saremo ogni giorno in trincea per difenderci da questo nemico invisibile. Ma è una guerra che potremmo anche perdere, nulla ci assicura che l’Occidente possa vincerla, perché il 70 per cento della popolazione del pianeta non accetterà più certe condizioni. L’occidente continua a non accorgersi che qualcuno bussa alla porta e che è ormai troppo tardi per mettere il cartello “non disturbare”. C’è gente affamata che via satellite vede i nostri animali domestici mangiare su piattini d’argento, che si tuffa in mare da disperati gommoni in avaria e che rivendica non il suo diritto di vivere, ma almeno quello di sopravvivere.

Per fortuna nel 2001 c’è anche lo sport: la Ferrari, dopo tanti anni, vince finalmente il titolo mondiale con Schumacher. Col tedesco ne seguiranno tanti, ma tanti altri, Owen vince il Pallone d’Oro e la domenica sera Marco Mazzocchi e Giorgio Tosatti ci raccontano che la Roma vince lo scudetto con Antonioli, Zago, Cafù, Candela, Tommasi, Samuel, Montella, Emerson, Batistuta, Totti, Del Vecchio. (All. Capello)

Ci intossichiamo con l’ovetto Kinder e Quattro salti in padella quando non possiamo cucinare per il tempo sempre più ridotto rimasto a nostra disposizione. Per questo la pasta diventa un piatto unico ed è consigliata dai dietologi, che la celebrano come un pass-partout per tutte le occasioni. Nelle cene con gli amici si ritorna a mangiare in casa, in cui ognuno gareggia sul manicaretto più ricercato o sulla segreta ricetta della torta, donata dalla mamma come un gioiello di famiglia.

Indossiamo abiti scuri con piccoli colletti, camicie grigie, grandi scarpe con punta quadrata. I capelli li portiamo rasati a zero e con pizzetto. Per le donne abbiamo delle scarpe a punta che avrebbero bisogno del porto d’armi per indossarle, jeans a vita bassa con un leggero ritorno alla zampa d’elefante e l’ombelico che fa capolino da magliette troppo corte.

In televisione il tempo diventa la cosa più preziosa. I palinsesti cambiano vorticosamente prostrandosi davanti al dio Auditel; un minuto in più o in meno significa milioni di euro; i tranquilli presentatori (ora conduttori) adesso lottano contro il tempo con stati di ansia da ricovero alla Neuro; interresanti dibattiti vengono interrotti dai gesti dei direttori di sala che premono per il tg, la pubblicità, costringendo il conduttore a chiedere all’ospite “abbiamo trenta secondi, lei cosa vuol dire in conclusione? Vediamo se è bravo!”. Da pazzi!

Per rilassarci però vediamo il Commissario Salvo Montabano, il Grande Fratello, la Tv delle ragazze, L’ottavo nano, Luttazzi, e poi marescialli, ispettori, commissari, squadre di polizia, brigadieri, appuntati, avvocati, medici legali, medici di famiglia, capuccini, frati, preti, papi e sacrestani, venditori di tappeti, gioielli, quadri, elisir di lunga vita ed Elisir di Mirabella, che al solo vederlo sentiamo addosso tutti i sintomi esposti e l’indomani corriamo a farci fare le analisi. Ma soprattutto c’è una novità: il decoder, la parabola e tutti i programmi satellitari a pagamento.

Il Premio Strega va a Domenico Starnone con Via Gemito e il Campiello va a Giuseppe Pontiggia con Nati due volte

Al cinema vediamo Il mio grosso grasso matrimonio greco, Vanilla Sky, L'ultimo bacio, La stanza del figlio, I cento passi, Concorrenza sleale, Malèna, Almost Blue, A beatiful mind, Il signore degli anelli I, Harry potter, Chocolat, Hannibal, Pearl Harbour, The Others, Moulin Rouge.

Viaggiamo con Ford Focus, Bmw 530, Toyota Yaris e Corolla, Alfa Romeo 147, Peugeot 307, Citroen Xsara, Fiat Stilo, Mercedes Classe A e Kompressor, Matiz Daewoo, Chrysler Voyager e centinaia di modelli di monovolume, jeep e fuoristrada come se fossimo sulle strade del Nebraska!

Nella pubbicilità del nuovo millennio sono sempre più presenti i campioni dello sport: al Cepu insegnano a Vieri cos'è l'Adsl, Del Piero beve l’acqua parlando con un uccellino, Buffon se la vede con una donna gigante, Cannavaro rompe i vetri giocando al pallone, ecc. L’uomo, a differenza degli anni Settanta, ribalta il suo ruolo nei confronti della donna. Adesso è completamente ai suoi piedi: lei lo graffia sulla guancia, gli grida “egoista!”, si esibisce in una sfilata maliziosa con tutte le calze che ha a disposizione e lo fa ingelosirore dicendogli di aver incontrato Antonio Banderas in tram. E lui accetta tutto, è sempre più innamorato e lo dimostra facendole romantici scherzetti: dalla porta di ingresso invia un messaggio alla segreteria telefonica di casa e, con un sincronismo pari a quello degli esperti di Cape Kennedy, riesce a farle sentire al momento giusto: "...Ciao, presto sarò a casa …..(E ci credo! La sua efficienza sul lavoro non è cambiata affatto rispetto a qualche anno fa!),….sul tavolo c'e' il vino con le patatine… i fiori sono freschi…. e nel cd c’è la nostra canzone ... e mi raccomando, quando torno a casa non fare il solito gioco che non mi apri!!" e le si para davanti! Ma lei, più stronza che mai, s’incazza perché il lettore del CD è guasto ed esce fuori nel pianerottolo gridando: Basta! Vado col primo che capita!………… Buonaseeera!”.

Altri spot da ricordare sono “parola di Francesco Amadori!”; “A regazzi’! E mo’ sto pallone voo’ buco!”; il frigorifero pieno di Kinder Pinguì che per mangiarli devi umiliarti davanti a tuo fratello perchè sono i suoi; “No Martini, No Party”; l'acqua Rocchetta che fa fare molta "plin plin"; la barca della Q8.. incagliata in una pozzanghera.

Leggiamo La Repubblica, l’Espresso, Capital, Donna moderna, Cosmopolitan, Max, Libero, Italia Oggi, La Gazzetta dello Sport, Televideo, L’isola che non c’era.

Giochiamo con Pokemon, il solitario di Windows, Flight Simulator, Picaciù.

Di moda sono i palmari, i viaggi in Irlanda, in Patagonia e tutto ciò chè è stancante e “off-limits” (basta che si dica di essere stati in un posto sconosciuto da tutti); gli sms, il Rottweiler e il pastore Maremmano, lo zaino della Napapijri, l’alimentazione biologica, il piercing e i tatuaggi, adottare un bambino ucraino, il vintage, la card taroccata di Tele+, il cellullare con l’auricolare che mentre lo usi per strada vieni schivato come un mentecatto che parla da solo, il DVD, l’impianto Home Cinema.

A Sanremo vince Elisa con “Luce (tramonti a nord est)”, il Premio Tenco lo vince Giorgio Gaber con La razza in estinzione, allo Zecchino d’oro vince "Il Singhiozzo" e al Festivalbar vince Vasco Rossi con “Ti prendo e ti porto via”.

Almeno in Italia c’è ancora della buona musica con Vinicio Caposella, Sergio Cammarere, Samuele Bersani, Daniele Silvestri, Gemelli diversi, Luna Pop, Tiziano Ferro, Goran Bregovic e Carmen Consoli.

Attraverso la circolazione mondiale degli mp3, internet permette a tutti l’acquisizione di qualsiasi materiale musicale: dall’ultima spazzatura al remoto capolavoro, abbattendo in questo modo i costi e le distanze della musica. Per i musicisti vuol dire far circolare il proprio materiale velocemente senza tanti passaggi di mano, mentre per chiunque voglia ascoltare musica significa riuscire a possedere, in modo facile e veloce, i materiali più disparati del passato e del presente.

Così accade che il ragazzo della nuova generazione si trova in mano dischi di cui al massimo aveva sentito parlare in termini mitici. Antichi capolavori perduti gli si parano davanti, a volte anche a prezzo invitante o scaricati gratuitamente dalla rete, li ascolta, scopre la verità, se ne fa influenzare e alla fine se ne va ai concerti revival dei Deep Purple insieme al padre.

In queste occasioni c’è qualcuno che dice “che bello, ma ci pensi? C’è il mitico Alvin Lee che mi sta suonando davanti!” e un altro che gli risponde “Sì, ma vedere dal vivo i Ten Years After di trent’anni fa era un’altra cosa, era una conquista, un obiettivo, era essere un eletto, significava litigare con i genitori e scappare con un sacco a pelo su un treno, significava essere presenti quando suonavano i loro pezzi per le prime volte, significava dire ‘io c’ero’”.

Ma quel che rimane dei miti che inventarono il rock lo si vede proprio in questi concerti, in cui suonano i fantasmi di loro stessi, come fece al circo l’ultimo Bufalo Bill. E’ come il riflesso di una stella che vediamo in cielo e che in verità non c’è più da millenni. Non sappiamo se lo fanno per scopi poco nobili o se in loro vaga ancora l’anima dei giorni di Woodstock. Ma a vederli e sentirli suonare scappa comunque la lacrimuccia. E’ inevitabile!

Comunque è strano vedere i ragazzi della classe ’85 ascoltare soltanto “quella” musica rinnegando l’attuale. Questo significa che l’apparato uditivo dell’uomo funziona ancora bene, che almeno da quel punto di vista (anzi di orecchio) i ragazzi non si fanno influenzare dalle mode. Non ci sono altre spiegazioni.

Peccato che quello che hanno scoperto non risorgerà più. Di quel leggendario vento di passioni oggi resta soltanto una leggera brezza. Il grande rock, il vero rock, è definitivamente scomparso. Quello che si fa oggi sono soltanto ripetizioni di quello che fu, comprese tutte le sue sfaccettature. Nell’era in cui vengono pubblicati una miriade di scadenti dischi al mese, non esistono più gli album “guida” come Born to run, Blood On The Tracks, A Night At The Opera, The Dark Side Of The Moon, The wall, Aqualung. Il più è già stato inventato ed è anche per questo che gli anni Sessanta e Settanta sono stati i più ricchi e prolifici. All'epoca – e il contesto socio-politico stimolava - c'era ancora tutto lo spazio per sperimentare e gettare le basi in immense praterie tutte da cavalcare per la prima volta. Oggi non si profila proprio niente di nuovo all’orizzonte, e questo è preoccupante. Chissà come sarà la musica del nuovo millennio?

Mah… ecco cosa si ascolta nel 2001: Can't get you out of my head, Infinito, Xdono, It's raining men, Eternity, Io sono Francesco, Me gustas tu, Luce, Down down down, Lady Marmalade, Baila, E ritorno da te, Love don't cost a thing, Hero, Imitation of life, Little L, www.mipiacitu, Smooth criminal, Not that kind, Dream on, Sono contento, Mama insegnami a bailar, Fino alla fine, Trouble, Scream if you wanna go faster.

Gli album più venduti in Italia sono Esco di rado e parlo ancora meno, Stupido Hotel, Stilelibero, Shake, One Beatles, The best of Pink Floyd, All that you can't leave behind, Festivalbar 2001, No angel, Not that kind, Il cammino dell'età, Medina, La curva dell'angelo, Festivalbar 2001, Love and theft, Iperbole, Born to do it, 1 in + 883, The Marshall mathers, La vasca, Anime salve, Macramè.

Tormentone dell’estate: Tre parole, di Valeria Rossi. Come quelle che disse Francesco sul disco: “Amore-nel-pomeriggio”. Stop. Non disse altro. Fece la sua promozione attraverso il forum del sito Sony, dialogando con i suo ammiratori come un ragazzino e parlando delle sue nuove canzoni solo in quel luogo.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

Il ritorno di De Gregori e i morti di Salò

di Gino Castaldo

Torna dopo qualche anno di silenzio (almeno per quanto riguarda nuovi dischi) a farsi sentire la voce di Francesco De Gregori, e apre il nuovo millennio con una canzone destinata a lasciare un segno forte. Ad ascoltarla fa uno strano effetto, potente e tragico, un appello solo apparentemente indiretto che appare come una rumorosissima, benché delicata, voce nel deserto, una struggente evocazione storica, una visione rarefatta e poetica della storia di Salò, vista dagli occhi malinconici di un cuoco, un innocente, un subalterno, un testimone della storia che ricorda altri personaggi delle sue canzoni, come i macchinisti del Titanic, le donne cannone, le tante vittime della storia.

La canzone, "Il cuoco di Salò", si può ascoltare da ieri nel sito Internet www.sonymusic.it, come annuncio del nuovo atteso album che uscirà nei negozi il 19 di questo mese col titolo di Amore nel pomeriggio. Il pezzo è stato arrangiato con un tocco di grazia, e con leggeri interventi classicheggianti, da Franco Battiato, e ovviamente ne esce un ritratto di un Italia divisa ed estrema, in cui è inevitabile leggere le cose di oggi. Alcune frasi sembrano attraversare il tempo: in un'atmosfera sospesa e vagamente irreale, il cuoco vede belle donne che accorrono e aspettano nude il loro turno, sente colpi lontani, "c'è chi dice che sono banditi, e chi dice americani", vede "quindicenni sbranati dalla primavera". Dunque si può combattere con l'eroismo della passione, ma dalla parte sbagliata, e ogni tanto il testo torna a scandire il senso tragico della politica vissuta sulla propria pelle: "Che qui si fa l'Italia e si muore".

Non c'è alcun senso di schieramento da una parte o dall'altra, e sarebbe veramente pretestuoso voler leggere la canzone come una provocazione legata alle prossime elezioni. Siamo da tutt'altra parte. Se un riferimento c'è alla politica dell'Italia di oggi, è all'asprezza delle divisioni, al richiamo alla semplicità dei bisogni dell'uomo, alla delicatezza della sincerità, dell'innocenza rappresentata dal protagonista, il cuoco che non ha colpa di nulla e che comunque rimane al suo posto, disposto a continuare a svolgere il suo lavoro, ovvero far da mangiare, che siano i ragazzi repubblichini in partenza verso la morte o perfino gli americani in arrivo.

C'è di nuovo un senso di naufragio imminente, cantato da un Ismaele destinato a essere, come in Moby Dick, il probabile unico superstite del disastro, l'unico quindi in grado di raccontarlo.

Finalmente arriva una canzone importante, fortemente controcorrente rispetto al pensiero debole e rinunciatario che attraversa la canzone italiana di questi ultimi tempi, e in questo senso di sapore antico, e soprattutto la sensazione di un De Gregori ritrovato rispetto alla sua miglior vena. La canzone dice molto, senza mai scadere in semplificazioni banali. Viene da pensare che De Gregori questa uscita l'abbia covata a lungo, lui che in diversi tempi e modalità è stato uno de testimoni più puntuali delle trasformazioni del nostro paese, riuscendo a cantarle con imprevedibili e spesso folgoranti intuizione poetica. De Gregori è stato e rimane un cantautore inquieto, uno scomodo cantautore, capace di forti polemiche, di schierarsi apertamente quando occorre, di tuonare contro i festival di Sanremo e altre ipocrisie dell'ambiente musicale.

Col passare degli anni si sta ritagliando un ruolo sempre più appartato, una sorta di Cincinnato che proprio per la sua posizione riesce a vedere con occhi spietati e non inquinati dalla confusione mediatica. Quella che propone oggi è una di queste intuizioni preziose che lasciano in bocca un sapore amaro, ma anche un'aperta elegiaca devozione verso una forma di bellezza poetica che oggi viene schiacciata dal cinismo dei tempi. Giova molto la sua voce, rimasta negli anni tra le poche in Italia a conservare il carisma che può dare alle parole il potere della sincerità, disarmante e ineludibile.

E' solo un annuncio di un disco che uscirà tra qualche giorno, ma se il buongiorno si vede dal mattino, è presumibile che si tratti di un disco di un certo rilievo. Segno che la vecchia generazione della canzone d'autore ha ancora qualcosa da dire.

(da "La Repubblica" del 12 gennaio 2001)

 

 

 

Ma adesso salvatelo dalla rissa politica

di Michele Serra

E' possibile e anzi probabile che "Il cuoco di Salò" venga acciuffata, specie per qualche suo tono o frase, dagli insaziabili artigli della polemica politica. E magari messa a luccicare o a friggere nel grande e scomposto mucchio del SalòPride, sempre più ricco di memorialistica vanitosa e di revisionistica puntigliosa.

Sarà un peccato, perché la canzone sorvola di parecchio il dibattito contingente, proprio come ci si aspetta che l'arte faccia rispetto al contesto che la genera, o perlomeno la nutre. Il rischio dell'artista è sempre solitario, in qualche modo "a latere" rispetto al continuo e astioso dibattimento che rimbalza tra tivù e giornali, e fosse anche solo per questo per la fragilità e il coraggio del punto di vista andrebbe rispettato, e fatto salvo dai fumi tossici della rissa mediatica.

Qui De Gregori, poi, dà il meglio di se stesso (cioè il meglio di un talento grande e raffinato), raccontando con pietà e asciuttezza i colpi, il sangue, la cruenza e perfino l'ingenuità che accompagnarono e seppellirono i protagonisti di una delle stagioni più disperate della nostra storia, vissuta [ab]dalla parte sbagliata[bb].

Invece, vedrete che la domanda che echeggerà in sala, a canzone cantata, sarà [ab]chi è che ti ha mandato?[bb] (citazione degregoriana).

Ma gli artisti, in genere, si mandano da soli.

Il De Gregori cittadino ha avuto tempo e modo di riflettere su quegli anni: un suo zio materno morì nella faida di Porzus, e neppure in quel caso gli è stato risparmiato, con interviste estorte e chiose furbette, l'uso politico di riflessioni private. Accadde in occasione dell'uscita del controverso film su Porzus. Non è escluso che questo "Cuoco di Salò" sia anche, tra le altre cose, lo sbocco che il De Gregori artista ha voluto dare a quelle riflessioni, affidando a una canzone il compito di esprimere ciò che un artista non può e non deve esprimere in un'intervista o in un dibattito.

L'arte è una disciplina privata ma ha, come è ovvio, un destino pubblico. L'augurio, è che il pubblico riesca ad ascoltare "Il cuoco di Salò" senza lasciarsi confondere dalla necessità di incasellarla a destra o a sinistra della storia, come si fosse tutti rinchiusi in un eterno "Porta a porta". (da "La Repubblica" del 12 gennaio 2001)

 

 

  

Amore nel pomeriggio - Intervista a Guido Guglielminetti

(da "Il Corriere della Sera" del 12 gennaio 2001)

Produttore e arrangiatore di "Amore nel pomeriggio", nonché grande amico di Francesco De Gregori.

Un lavoro lungo un anno: come, quando e dove è nato Amore nel pomeriggio?

Abbiamo incominciato, Francesco ed io, a pensare di realizzare finalmente un disco, perché i tempi pensavamo fossero maturi. Allora ci siamo trovati a casa sua, in Umbria, e abbiamo fatto una riunione...abbiamo pensato a riproporre un Rimmel dei giorni nostri.

Quali sono state le difficoltà nel creare un "vestito sonoro" per una voce e, soprattutto per dei testi che debbono essere sempre in primo piano.

Abbiamo lavorato a "togliere" piuttosto che "ad aggiungere" perché le idee c'è ne sono state tantissime, ed è stato un bellissimo lavoro.

Com'era l'atmosfera nello studio di registrazione?

E' stata quanto di meglio si possa pensare. Abbiamo registrato tutto in diretta, cioè ogni musicista suonava il proprio strumento con Francesco che cantava, come se fosse un concerto in sala di registrazione. Sono stati pochi i ritocchi, abbiamo preferito rifare più volte il pezzo piuttosto che intervenire su ogni singolo strumento, perché questo ci avrebbe portato a raffreddare l'atmosfera delle canzoni.

La canzone "amore di seconda mano" è stata arrangiata dal premio Oscar Nicola Piovani, che esperienza è stata lavorare con lui?

E' stata un'esperienza particolare e piacevole nel tempo stesso, in quanto ho avuto la possibilità di conoscere Nicola Piovani, una persona deliziosa, col quale ci siamo divertiti, abbiamo riso e scherzato molto.

 

 

 

 

CALDO E SCURO

(De Gregori- Amore nel pomeriggio)

 

 

Sono venuto nella tua città un giorno, era caldo e scuro

SI-               SOL                   RE       LA

 

Poteva essere mezzogiorno, ma non ne sono sicuro

SI-           SOL           RE               LA         

 

Avevo tempo da perdere, da guadagnare niente

SOL            DO       DO-         SOL
 
Non c'eri tu       nell'aria,                 sensibilmente

RE     RE7+/DO#    SOL/SI     SOL/Sib       LA       LA4        LA  

 

C'erano macchine ferme sulla tangenziale, e occhi al

finestrino che respiravano male

Avessi almeno potuto scendere e fermarmi a mangiare

Ma i ristoranti erano tutti pieni e non avevo fame

E sono entrato in un portone e dentro un grande ascensore

E mi hanno fatto domande sulla mia vita interiore

Ed in qualcuna delle mie risposte c'era il tuo nome

Mentre la tua città prendeva fuoco sotto al sole

Così mi son sentito piccolo come un chicco di grano

Quando ho guardato la tua foto sul muro ed ero già lontano

Tu sorridevi a qualcuno, qualche anno prima

Ed io ho pensato, sarà meglio lasciare questa città prima che sia mattina

Ed ho imparato che l'amore insegna ma non si fa imparare

E ho giocato a nascondermi e a farmi trovare

Ed ho provato a smettere di bere e a ricominciare

E sono stato bene, e sono stato male  

 

 

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Guido Guglielminetti (basso)

Massimo Buzzi e Alessandro Svampa (batteria)

Toto Torquati (Hammond)

Guido Guglielminetti (tastiere)

Greh Gohen (contrabbasso)

Slep (chitarra elettrica)

Francesco De Gregori (chitarra acustica)

 

 

 

 

De Gregori, canzoni nel silenzio
di Alfredo d'Agnese


Sta nascendo nel più assoluto riserbo, negli studi Hobo Recording di Mimmo Locasciulli a Vicovaro, il nuovo, atteso album di Francesco De Gregori. Annunciato per la fine di ottobre, ancora senza un titolo, il ventiquattresimo disco del cantautore romano è il primo album di inediti da quattro anni.

A differenza di Prendere e lasciare, nato negli studi Fantasy di Berkeley e prodotto da Corrado Rustici, l?album è italianissimo e vede al fianco di De Gregori un gruppo fidato di musicisti guidato dal bassista e chitarrista Guido Guglielminetti.

Lontano dagli "ismi" e dalle superproduzioni, il disco è ancora in fase di realizzazione. A settembre saranno effettuate le ultime registrazioni e i missaggi di quello che è salutato come il ritorno del più autorevole cantautore della sua generazione. Chi ha potuto ascoltare i provini di alcune nuove canzoni parla di un ritorno all?antico, alle atmosfere dei primi album, Francesco De Gregori, Rimmel, Bufalo Bill e De Gregori. A chi gli ha chiesto di cominciare a divulgare qualche dato sul nuovo disco, il cantautore sembra aver risposto, a mo? di gentile rifiuto, che non importa a nessuno.

A quasi cinquant?anni, De Gregori è sempre più schivo e meno interessato al rapporto con i media. Per la pubblicazione dell?album non ha intenzione di concedersi alla routine promozionale: niente conferenze stampa, né una massiccia campagna. Il disco, nelle sue intenzioni, sarà ?lanciato? da un laconico comunicato con titolo, brani e crediti. Probabilmente nei prossimi due mesi chi gli è vicino riuscirà a strappargli qualche altra concessione, ma già nel tour di appena un anno fa De Gregori ha messo in atto il suo distacco dai titoli a nove colonne rifiutando non solo di concedere interviste ma perfino di incontrare giornalisti che lo conoscono da anni.

Chi gli è vicino parla di un musicista molto deluso e sempre più diffidente. Negli anni Novanta ha pubblicato solo due dischi in studio e questo prolungato distacco ha fatto lievitare le attese per quello che si annuncia come il disco italiano dell?inverno.

L?ultimo atto ufficiale di De Gregori è stata la firma sulla lettera inviata assieme ad altri venti colleghi il 13 luglio al presidente del Senato Nicola Mancino e ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari perché sia rapidamente approvata la nuova legge anti-pirateria.

(25 agosto 2000)

 

 
E' appena uscito, nelle migliori librerie, un libro dedicato al cantautore romano dal titolo "Francesco De Gregori - Cercando un altro Egitto" scritto da Mario Bonanno ed edito dalla casa editrice Bastogi. Il libro ripercorre l'intera carriera di De Gregori attraverso tutti i suoi album (da Theorius Campus a Amore nel pomeriggio più tutti i live). Il prezzo del libro è di 20.000 lire.( UN LIBRO E UNO SPECIALE SU FRANCESCO DE GREGORI)  
 

 

È morto a Roma Giorgio Lo Cascio, il cantautore che nei primi anni '70 con Antonello Venditti, Francesco De Gregori ed Ernesto Bassignano fu il promotore della cosiddetta scuola romana, che si riconosceva nel Folkstudio di Trastevere. Aveva 48 anni. IL MESSAGGERO 26.2.2001)  
 

 

 

 

QUANDO E QUI

(Guglielminetti - Arianti)

 

Qualcuno ha detto qualcosa, qualcun altro ha detto che non è così.
Qualcuno ha fatto qualcosa e qualcun altro ha detto che non si fa così.
Qualcuno ha detto che probabilmente è tutto vero,
qualcun altro ha detto che la verità resterà un mistero.
Qualcuno ha detto basta, qualcun altro ha detto si.
Qualcuno ha confessato e qualcun altro no.
E qualcuno ha anche pagato, qualcun altro ha detto che ha detto che non ci sto.
Qualcuno ha detto che la vita è solo un pozzo nero,
qualcun altro ha detto credo e qualcun altro ha detto spero.
Qualcuno ha detto quando, qualcun altro ha detto qui.
Sarà il destino a farci camminare lungo questa mezzeria.
Sarà il futuro che immaginiamo di possedere, che ci farà scappare via.
La nave è tornata vuota, come non fosse partita mai,
con questo sale che brucia tutto, con questo sale che non rispetta noi marinai.
Lentamente qualsiasi barca prima o poi ritorna a riva,
ma mica sempre trasporta un carico con qualcosa nella stiva.
Qualcuno ha capito tutto, che qualcun altro era già arrivato là,
però qualcuno non ha capito e qualcun altro non si sa.
Sarà il destino a farci correre e sudare lungo questa mezzeria.
Sarà il futuro che ci sorpassa, che ci farà scappare via.

 

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Guido Guglielminetti (basso)

Massimo Buzzi e Alessandro Svampa (batteria)

Dario Arianti (chitarre)

 

 

 

Il Salotto Televisivo illumina la banalità, la fa risplendere nel buio: nobilita il vuoto e lo rende accessibile. Per chi lo segue da casa il Salotto Televisivo altera le percezioni e lenisce la sofferenza del vivere, come fanno certe droghe. Nel Salotto Televisivo altri, al tuo posto, evocano problemi e sentimenti e li frantumano nella chiacchiera, nell'alterco, nelle lacrime, nella barzelletta sconcia, nello scongiuro scrotale. Quando e qui: le unità di tempo e di luogo scolano una sull'altra, prolificano, si moltiplicano: ridondano. Quanto all'azione, essa è sempre lasciata in balia della pubblicità. Cuochi pensano, attori scrivono, scrittori parlano. Si guardano, certe cose, perché l'Orrido attrae. Oppure si notano cravatte, bellissime gambe femminili. A volte la regia ci fa vedere a lungo una scarpa. "Ah, i salotti di una volta! Almeno ti offrivano i pasticcini!" "E com'erano?" "In che senso?" "Com'erano i pasticcini?" "Quando?" "Qui!" (Gli argomenti possono essere Ustica, la pedofilia, il Festival di Sanremo, la Madonnina di Civitavecchia, l'UNICEF, la sordità, la deriva dei continenti, l'incontinenza, l'ultimo libro di Bevilacqua, la sclerosi a placche, il Capodanno, l'alitosi, il futuro…)

 

 

Se il Principe storpia i suoi vecchi successi fa bene Così tutti i grandi sopravvivono a se stessi. Caro direttore, leggo sulla rubrica Spompati (il Riformista, martedì 5 agosto): «Dal vivo Francesco De Gregori sta diventando un po' irritante. C'è in lui, molto più che in Bob Dylan, una volontà autolesionista di rovinare i propri capolavori, deturpandoli con arrangiamenti assurdi e un cantato sfalsato, nel tentativo di mandare fuori giri i cori del pubblico». Essendo «disturbante la sua versione di I treni a vapore e inascoltabile Generale» (perlomeno nel tour con Ron, Mannoia, Daniele, ndr), «sarebbe bello se Francesco De Gregori capisse che rinnovarsi non significa sputare in faccia al proprio passato». Ogni giudizio è lecito, ci mancherebbe, specie in fatto di canzonette. Anzi, sono sicuro che la bacchettata del Riformista raccolga e interpreti lo stato d'animo di molti fan: ventenni e cinquantenni, di sinistra e di destra, nostalgici e non, irrequieti e acquietati. Una mia giovane amica, degregoriana fino al midollo, protestò un giorno: «Canti pure le nuove canzoni. Ma se in concerto non mi fa Generale, La donna cannone, Buonanotte fiorellino e Pablo, io mi arrabbio. E di brutto». Stando così le cose, verrebbe da pensare che il «Principe», come devotamente lo chiamano alcuni critici musicali, sia davvero vittima di una botta di autolesionismo. Al contrario, io penso faccia bene a reinventare i suoi hit: ritoccando il ritmo, talvolta la linea melodica, stiracchiando il canto, destrutturando l'arrangiamento originario, trasformandole in qualcosa di diverso, forse di peggiore. Lo fa anche Dylan, ripetono gli esperti. E certo De Gregori deve parecchio al cantautore americano, il quale, a sorpresa, ha ripagato amichevolmente la dedizione pubblicando nel suo nuovo cd la versione italiana di If you see her, say hello che compariva nel doppio La valigia dell'attore. In effetti, quando suona per il mondo, Dylan gode a strapazzare i brani più famosi, stravolgendoli alla radice, fino a renderli irriconoscibili, per poi recuperare in extremis il ritornello salvifico: si tratti di Like a rolling stone o di Just like a woman, di Highway 61 revisited o di Maggie's farm. Ma non è il solo. Il discorso vale anche per John Fogerty, Van Morrison, Neil Young, David Crosby, Elton John, Paul McCartney, il nostro Edoardo Bennato… Tutti ultracinquatenni. Con l'età cambia la voce, l'estensione diminuisce, certi arrangiamenti risultano orpellosi, non più intonati al mood della canzone. Che non è una partitura classica, un canone immutabile nel tempo, o soggetto, al massimo, alla sensibilità dei direttori d'orchestra. Per questo, pur comprendendo le perplessità del pubblico pagante, mi schiero dalla parte di De Gregori. Così facendo, egli non sputa affatto «in faccia al proprio passato». Al contrario, si misura dialetticamente con quel passato, intrecciandolo con le cose più recenti, siano esse Battere e levare o Il cuoco di Salò. Del resto, come si fa a replicare a vita le stesse dieci canzoni senza rompersi le balle? Ogni generazione, si sa, custodisce un proprio ricordo infrangibile di un'emozione canzonettistica. De Gregori, più di altri, ma poco concedendo al ricatto della memoria, incarna un modello autorevole e carismatico di compositore. Da Nanni Moretti della canzone d'autore. Ai concerti, ragionevolmente, il pubblico chiede, anzi esige, Alice, Buonanotte fiorellino, La leva calcistica della classe '68, La donna cannone, Rimmel, Niente da capire eccetera: per cantarci sopra in coro, per condividere un sentimento, per rivivere un momento, per sentirsi insieme sotto un cielo di stelle. Ma poniamo il caso che quelle canzoni, pur belle e universali, non corrispondano più per intero al mondo interiore di chi le scrisse cinque-sei lustri prima. Che senso avrebbe eseguirle come se il tempo non fosse passato, pantografandole asetticamente, per restituirle pari pari alla platea adorante? Qualche mese fa, durante la guerra in Iraq, a un «reading per la pace» promosso dalla Fandango due attrici recitarono Generale come fosse una poesia di Montale, con pause e accentuazioni. «Generale dietro la collina / ci sta la notte crucca e assassina» scandirono solennemente sopra qualche nota di violino. Mi piace pensare che anche per questo - per non ridursi a classico della più bolsa retorica pacifista - De Gregori stropicci così bene i suoi testi, dilatando le parole e contraendo le rime. (www.ilriformista.it)

 

 

CANZONE PER L’ESTATE

(De Gregori- Amore nel pomeriggio)

 

 

Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva; 

SOL                           DO      RE             SOL

 

con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva;

SOL                               DO      RE         SOL

 

con la radio che ronzava per il mondo cose strane

DO               SOL      DO     RE          SOL                                         

 

e il respiro del tuo cane che dormiva.

SOL                  DO         RE

 

Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane;

con il tuo bambino biondo cui hai donato una pistola per Natale, che sembra vera; 

con il letto in cui tua moglie

non ti ha mai saputo dare

e gli occhiali che tra un po' dovrai cambiare...

 

Com'e' che non riesci piu' a volare,

DO              RE            SOL

 

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu'....a volare.

 

 (CONTINUARE COME SOPRA)

Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente; con la

tua tranquillita', lucidita', soddisfazione permanente; con la tua coda di

ricambio, con le tue nuvole in affitto, con le tue rondini di guardia sopra il

tetto. Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza; con il

tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza, col permesso di

trasmettere ed il divieto di parlare; ogni giorno un'altro giorno da contare...

Com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu'....a volare.

Con i tuoi entusiasmi lenti, precisati da ricordi stagionali; e una bella

addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali; con il tuo collezionismo

di parole complicate; la tua ultima canzone per l'Estate. Con le tue mani di

carta per avvolgere altre mani normali; con l'idiota in giardino ad isolare le

tue rose migliori; con il tuo freddo di montagna ed il divieto di sudare e piu'

niente per poterti vergognare...

Com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu' a volare,

com'e' che non riesci piu'....a volare.

 

 

 

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Guido Guglielminetti (basso)

Massimo Buzzi e Alessandro Svampa (batteria)

Paolo Giovenchi (chitarre)

Carlo Gaudiello (tastiere)

Francesco De Gregori (chitarra acustica)

 

 

 

Abbiamo scritto questa canzone, Fabrizio ed io, nel '74 o forse addirittura nel '73. Lui stava preparando il disco che poi si sarebbe chiamato Volume VIII e mi aveva proposto di lavorare insieme dopo avermi conosciuto in un locale di Roma, il Folkstudio. Passammo quasi un mese da soli nella sua bellissima casa in Gallura, davanti ad una spiaggia meravigliosa dove peraltro credo che non mettemmo mai piede: in quel periodo avevamo tutti e due delle storie sentimentali assai burrascose ed era più o meno inverno. Fabrizio beveva e fumava tantissimo e io gli stavo dietro con un certo successo. Giocavamo a scacchi, a poker in due: ogni tanto prendevo il suo motorino e me ne andavo in giro per chilometri. Al mio ritorno spesso lo trovavo appena alzato che girava per casa con la sigaretta e il bicchiere e la chitarra in mano e che aveva buttato giù degli appunti, degli accordi. Era uno strano modo di lavorare il nostro: non ci siamo mai messi seduti a dire "Adesso scriviamo questa canzone". Semplicemente integravamo e correggevamo l'uno gli appunti dell'altro, certe volte senza nemmeno parlarne, senza nemmeno incontrarci magari, perché lui dormiva di giorno e lavorava di notte e io viceversa. Le musiche ci venivano abbastanza facilmente - Fabrizio era un eccezionale musicista - e le registravamo su un piccolo registratore a pile. Così vennero fuori "La cattiva strada", "Canzone per l'estate", "Oceano"… Lui aveva scritto da solo "Amico fragile" e poi aveva voluto inserire nel suo disco "Le storie di ieri" che la RCA (la mia casa discografica di allora) si era rifiutata di farmi incidere sulla "Pecora". E' difficile pensare a Fabrizio come uno che non c'è più: quando se n'è andato non ci vedevamo da parecchio tempo. Credo di averlo sentito al telefono circa un anno prima che morisse ed aveva la sua solita bella voce, l'intelligenza correva sul filo… Fabrizio era un uomo generoso e bellicoso, facile da amare e difficilissimo da andarci d'accordo. Uno dei ricordi più belli che conservo di lui è quando andammo all'Idroscalo di Milano sulle montagne russe del Luna Park, insieme a Dori: scendemmo felici e ubriachi con lo stomaco in bocca e andammo a finire la serata chissà dove. Ho messo la nostra canzone in questo disco non per fargli un omaggio (Non ne ha bisogno e non so se gli piacerebbe). E' solo una buona canzone che oggi, dopo tutti questi anni, sento un po' più mia.

 

 

 

 

CARTELLO ALLA PORTA

(De Gregori- Amore nel pomeriggio)

 

Ho fatto il pieno e cammino di notte come uno scemo

DO                             RE      SOL       DO  

E mi prendo gli schiaffi e le botte del freddo e del vino

DO                            RE           SOL      DO

 

E premo l'acceleratore quando incrocio le luci blu

RE      RE7       SOL      SOL7           DO

 

Ho fatto il pieno, ho perso il treno, di quei treni che non passano più

DO                     RE7                    FA7+         SOL      DO7

 

C'è un cartello alla porta dice non disturbare

FA                                           DO

 

Sarà che non mi ami o che non mi vuoi amare

DO                        RE          SOL

 

C'è un cartello alla porta dice forse domani

FA                               DO

 

Ma domani, domani chissà

SOL       SOL7        DO

 

Ma domani, domani chissà

RE         SOL7      DO

 

Ho fatto il pieno e mi viene da ridere come a un bambino

E confondo le stelle e il soffitto la notte ed i sogni e il cuscino

Ed è tardi per chiedersi adesso chi ha vinto e chi ha perso, chi ha giocato di più

Ho perso il treno, ho fatto il pieno, di quei pieni che non passano più

C'è un cartello alla porta dice non disturbare

Sarà che non mi ami o che non mi vuoi amare

C'è un cartello alla porta dice forse domani

Ma domani, domani chissà  

 

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Guido Guglielminetti (basso)

Massimo Buzzi e Alessandro Svampa (batteria)

Paolo Giovenchi (chitarre)

Marco Rosini (mandolino)

Lalla Francia (cori)

Carlo Gaudiello (tastiere)

Stefano Tavernese (violino)

 

 

 

 

 

De Gregori compie 50 anni, riconoscimenti dagli studiosi Per i suoi 50 anni, Francesco De Gregori raccoglie non soltanto l'acclamazione dei fans e il tributo di critici e colleghi, ma anche il convinto apprezzamento di studiosi e cattedratici non del settore. Questi giudizi vanno ben oltre il valore artistico del cantautore, riconoscendo nelle sue canzoni un costante impegno etico e civile. Per Giulio Ferroni, professore di Letteratura Italiana all'Università la Sapienza di Roma, "De Gregori è una presenza importante nel panorama culturale italiano, perché come cantautore ha dato un'aurea poetica alle contraddizioni dell'Italia, dagli anni 60/70 in poi, con uno sguardo dolce ma anche aggressivo, sempre animato da spirito critico. Le sue canzoni sono una sorta di geografia della passione della sinistra, fatta di impegno e attenzione alle realtà più emarginate: la vita degli emigranti, degli attori di strada, di proletari, della gente che lavora nel circo". Un giudizio condiviso dall'etnologo Luigi Lombardi Satriani, per il quale De Gregori è il "poeta degli "umiliati e offesi", dei "miserabili", perché ha sempre posto attenzione alla molteplicità delle esperienze umane, riscattando figure emarginate dalla società, delle quali ci fornisce dei fedeli e felicissimi paradigmi". "Oggi però - precisa il professor Satriani - si ha come paura a trattare, in forma artistica o come studioso, queste condizioni di privazione o comunque di disagio ed emarginazione, perché si teme l'accusa di populismo o peggio ancora di paternalismo. Ma questa vocazione è un'istanza etico-politica irrinunciabile per una società che non sia votata solo alla produttività e al consumismo, ma diventi consapevole della molteplicità delle sue condizioni". "De Gregori - continua Satriani - riesce a non tradire il suo impegno etico-civile senza cadere nella trappola del cinismo, del fatalismo, coniugandolo anzi a una partecipazione sentimentale che non è mai retorica nè melensa, ma sempre critica. La sua è una poesia di struggente dolcezza e dolente umanità". Per Giovanni Sabbatucci infine, professore di Storia Contemporanea, "Le canzoni di De Gregori sono la biografia di una certa generazione di sinistra, la stessa che si riconosceva e si riconosce nel cinema di Nanni Moretti. Per uno storico di oggi ma soprattutto del futuro, musica e cinema sono i punti di riferimento più adatti per comprendere un periodo relativamente recente, per sondarne gli umori, le aspettative, i riferimenti culturali. E il valore storico-sociale dell'attività di De Gregori sta proprio nell'essere stato un riferimento costante di questa generazione, la sua colonna sonora". "Nell'età contemporanea - conclude Sabbatucci - dove la poesia non viene letta e la letteratura ha comunque un ruolo marginale, il valore storico di cantautori come De Gregori è proprio quello che prima ricoprivano poeti come Rilke: quello cioè di essere autori e testimoni del proprio tempo".

 

CONDANNATO A MORTE

(De Gregori- Amore nel pomeriggio)  

 

Da qualche parte dicono che vive bene, che relativamente non gli manca niente

   DO                           FA     SOL                               DO

Può bere, camminare, scrivere e respirare, fantasma senza catene

      DO                DO7+         FA    SOL               DO

(CONTINUARE COME SOPRA)

Da qualche parte dicono è sempre uguale, anche se non si somiglia più

La mattina di Pasqua con le mani in tasca e una corona di spine

Da qualche parte al mondo suonano le sirene, milioni di uomini cominciano a remare

Si confondono il turno della notte e del giorno, si confondono gli agnelli con le jene

Da qualche parte al mondo dicono va bene, con una colomba morta fra le mani

Fuori dall'orizzonte con il muro di fronte, risultato senza soluzione