Formato: CD Anno: 2008 Label: Caravan / Columbia 88697321982

Formato: LP Anno: 2008 Label: Caravan / Columbia 88697321981

 

 

 

 

 

 

 


 

1) Per brevità chiamato artista

2) Finestre rotte

3) Celebrazione

4) Volavola

5) Ogni giorno di pioggia che Dio .....

6) L'Angelo di Lyon

7) Carne umana per colazione

8) L'imperfetto

9) L'infinito

 

 

 

Prodotto da

Francesco De Gregori

Guido 

Guglielminetti

 

 

 

 

 

Fonico

Gianmario Lussana

Assistente tecnico:

Dario Arianti

 

 

 

 

 

Foto di copertina e del libretto di 

Alessandro Arianti e Marco Anelli

 

 

 

 

 

 

Guido Guglielminetti

BASSO E

CONTRABBASSO

 

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA, ARMONICA

Alessandro Arianti

PIANO E TASTIERE

 

 

 

 

 

Registrato e missato da Gianmario Lussana 

 

(Forward Studios - Grottaferrata)

 

 

 

 

Mastering di Fabrizio De Carolis (Reference Studios Mastering - Roma)

 

 

 

 

Progetto grafico di Spazio360

 

 

 

Grazie a

Dario Arianti

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Parenti

BATTERIA

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Alessandro Valle

DOBRO E PEDAL STEEL GUITAR

Lucio Bardi

CHITARRE

Cristiana Polegri

CORI

Antonella De Grossi

CORI

Chiara Quaglia

VOCE SOLISTA

Elena Cirillo

VIOLINO E CORI

 

 

 

 

 

 

dal forum del www.rimmelclub.it 21 luglio 2008

 

Ormeggio qui, accanto alla barca di Caucaso, perché trovo il suo post l’imbarcazione più bella, più commovente, più coerente e più sincera che sia attraccata a questo molo. Ho cercato negli altri pontili, ma li ho tovati abbastanza “intasati”. Sarà il periodo.....
Ma è stato anche questo mare che mi ha spinto a scrivere nuovamente al Rimmel Club, il mare della mia casa a Furci con quello Jonio che, visto quanto è straripante, a stento sono riuscito ad allegare a questo file. Tutto il resto non entrava in cartolina e l’ho dovuto lasciare fuori sulla spiaggia, peccato; la colpa è di quella vasca azzurra e mascalzona, così luminosa che abbaglia i miei occhi nascosti nell’ombra del fresco Levante e che, trascinandosi dentro il sole di Ponente, indora tutta la costa calabra davanti. L’Italia direbbe qualcuno, viva l’Italia!
Ma è dall’Italia tutta intera che questo pomeriggio mi sono convinto ad imbucare questa cartolina, spedita da un vostro amico che non si fa sentire da tempo. Quindi vi invio i migliori saluti siculi…. e qualche considerazione sull’ultimo disco di Ciccio, sì proprio di lui. Altrimenti di che vi parlavo, di come ho cucinato il pesce spada a pranzo?
Tanti anni fa, quando ci capitava fra le mani un disco (dico disco ma potrei dire quadro, film, libro, opera d’arte in genere) accadeva che l’interesse per quel prodotto era dettato da semplici regole: io ho creato questo e te lo propongo. Puoi ascoltarlo con calma, non c’è fretta e soprattutto non nascondo trappole. Se ci piaceva impiegavamo oltre due ore a registralo sulla musicassetta, facendo attenzione alle pause, stop (troppo stop, torna indietro, troppo indietro, vai avanti….). 

Al contrario di Emule (che lo lasciamo tutta la notte acceso e al mattino dopo troviamo le sorprese nella calza della Befana), in passato dovevamo essere presenti, costretti ad ascoltare il disco dalla prima all’ultima nota. Ad ascoltarlo come si deve, e ci faceva pure bene. Una volta con Francesco abbiamo parlato proprio di questo.
Oggi non è più così. La sezione del nostro intelletto deputata a “ricevere, selezionare, scegliere” viene bombardata da innumerevoli offerte: guarda questo, scarica quello, dai un voto da uno a dieci e se clicchi potrai prelevare la demo di questo. Tante sono le richieste di esame che il nostro tempo dedicato alla valutazione di ogni prodotto si sta riducendo al lumicino. Quando finalmente ci capita di ascoltare qualcosa di bello, convinti di perdere del tempo veniamo colti da un inspiegabile rimorso perché potremmo prestare la nostra attenzione ad altre cose.
Forse abbiamo perduto la vera concezione di ozio, o meglio, non riusciamo più a capire cosa sia l’ozio, o perlomeno a distinguere quello cattivo da quello benevolo. Non siamo più capaci di scaraventarci sul letto di camera nostra, accendere l’Hi-Fi e goderci un bel disco per un’ora solo per il gusto di ascoltarlo, solo per ricevere benessere senza l’ansia e la fretta di formulare e decretare giudizi belli o brutti che siano. Belle, ascoltare tutte le tracce dall’inizio scordandoci il tasto FFww, senza lo scrupolo di pensare che quell’ora di musica e di relax ci faccia perdere del tempo che noi riteniamo prezioso e convincerci che preziosa, invece, è soltanto quella “perdita di tempo”.
Stavolta non mi sono fatto fregare come per Calypsos. Lì mi era capitata una cosa del genere, al punto da non conoscere nemmeno i finali di ogni canzone perché le troncavo con quella maledetta freccia elettronica, passando con frenesia da una traccia all’altra. Dove sei, carissima puntina dell’H-fi di Readest Digest che, per i tuoi ben noti limiti di manovra, passare all’altro brano significava rovinare l’Lp e quindi mi costringevi a sentire ma proprio tutto! Lp, che bella sigla! Un termine che mi ricorda luci soffuse, sana ed egoistica goduria fino all’ultimo colpo di rullante.
Perché sono qui? Ah, già, per l’ultimo disco di Ciccio….. Non sarò Antonio Piccolo, ma farò del mio meglio (considerate che grazie a quello che ho davanti, per scrivere ho rinunciato all’abbiocco pomeridiano, quindi se è venuta un po’ “ad minchiam” non è colpa mia ma sempre del mare).
All’inizio, devo ammettere di aver avuto un giudizio negativo di tutta l’opera. Stavo per metterlo da parte, e pensare che, forse, De Gregori era realmente alla frutta e già lo vedevo curvato su se stesso a raschiare il fondo del barile. L’ho ascoltato la prima, la seconda volta, ed avevo ritrovato delle cose già dette, delle cose già scritte, poltroncine a forma di fiore e gabbie di cardellini, refrain già sentiti; mi pareva di risentire Bambini venite parvulos, Bellamore, Numeri da scaricare, Stelutis alpinis, Disastro aereo.
Cazzo, possibile che Francesco si ripeta così? E poi è così ingenuo a pensare che il suo pubblico ci caschi? Ma cos’è sta cosa simile a un canto del cigno? Sembra che quel giochetto di scrivere canzoni non gli venga più bene. Tutti tipici pezzi degregoriani suddivisi per categoria: ci sono quelli appartenenti a Sempre per sempre, quelli appartenenti all’Uomo ragno, quelli appartenenti a Bellamore, quelli appartenenti a Penthatlon.
In quella settimana, quante volte avrei voluto scrivere qui dentro e dichiarare, dopo più di trent’anni, che finalmente c’era un disco di Francesco de Gregori che a Rapisarda non piaceva affatto. Quante volte. Ma mi sono frenato, perché innanzi tutto ho un grandissimo rispetto per un mito al quale devo dire mille volte grazie per tutto ciò che mi ha regalato (al contrario del sottoscritto che invece non gli ha dato proprio nulla) e poi perchè ho preferito starmene zitto anziché uscirmene con un giudizio negativo che non so fino a che punto sarebbe potuto servire.
Ho voluto prendere l’ultima opera di De Gregori, portarmela dentro di me ed usarla come si fa per i compiti a casa; quasi come un dovere: mattina, mezzogiorno e sera prima e dopo i pasti. Proprio per esprimere un giudizio mio, personale, da fan, da umilissimo consumatore di musica. Certamente non da critico musicale, anche perché non faccio questo di mestiere.
Da premettere che per tutto questo tempo le tracce del CD sono state lasciate volutamente e perennemente nell’HI-FI, nella pen-drive sotto l’ombrellone, dentro il PC, nel notebook, nel lettore MP3 al cesso invece della radio mattutina, addirittura nel palmare. Insomma, mancava che sentissi questo disco anche sottoforma di sigla del Tg….. L’ho ascoltato, l’ho riascoltato, ho superato l’empasse del terzo, quarto ascolto. Al quinto, quando stavo cominciando a pensare “fra poco lo butto”, ho percepito qualcosa di strano, l’assenza di qualcosa, ma cosa?
Con dischi di altri artisti capita di dire subito “che bel disco, bellissimo, un capolavoro”. Però, perché dopo averlo ascoltato 5-6 volte, dopo non l’ascoltiamo più? Ma come, un disco acquistato 20 euro, che sembrava destinato ad essere una perla di disco, adesso me lo ritrovo messo da parte e inutilizzabile soltanto dopo 5-6 volte? E’ durato poco, veramente poco. Economicamente sconveniente, peggio di una Fiat. Un prodotto di breve durata. Se anche nella musica esistesse la garanzia avrei chiesto indietro i miei 20 euro.
Anzi, a risentirlo mi veniva quasi un senso di nausea.
Ecco cos’era che mancava! La nausea! Eppure, per come si era presentato “Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista” la nausea me l’aspettavo, inesorabile; viste le aspettative del primo acchitto era imminente, incalzante, era dietro l’angolo. Invece era una parola che avevo dimenticata, e come mai non arrivava? Come mai il gesto di gettare il disco dal finestrino dell’auto, atteso da un momento all’altro, non è mai scattato in me? Perché la nausea non c’era? Tardava, respirava, eppure si muoveva…..
Con le cuffie alle mie orecchie l’ho aspettata fin troppo tempo. Poi un giorno non è arrivata più e mi la lasciato di sasso col CD in mano, pronto per essere inserito nel vassoio dell’HI-Fi, nuovamente, nuovamente, nuovamente…. Quella nausea, come sabbia nel tempo, si trasformava e si incarnava, e poi …. meravigliava, e produceva, ed espelleva suoni che rubava.
Così me ne sono andato in giro con De Gregori, dentro il suo ultimo colpo di genio: quale? Quello di infilare un’opera d’arte dentro uno scarabocchio sfidando quasi il tuo interesse a scoprire ancora di più, stuzzicando la tua curiosità a sentire quel che c’è oltre quello che le tue orecchie ritengono scadente; lasciare a te ogni iniziativa per abbattere ogni pedina di quella complessa scacchiera, alfieri, torri e cavalli ed arrivare finalmente al Re.
Vi chiederete, ma perché tutto questo? Che senso ha affaticare la mente, fare scacco matto, se esistono delle stradine più comode?
Prima di tutto perché scoprire che c’era una bellissima donna nascosta sotto le vesti di una racchia è molto più divertente della certezza di vivere con una racchia che non potrà mai cambiare; toglierle gli occhiali da sette decimi e scoprire occhi stupendi è stuzzicante, divertente. In una recente intervista Francesco ha detto che stare con una donna che ti ha già spiegato tutto, sarebbe un amore che durerebbe poco. In quella donna devi scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo, il contrario sarebbe la fine.
E poi questo disco a lunga durata è anche economicamente conveniente; cioè, rispetto ad altri dischi che già “ti spiegano tutto e subito” questo ti stuzzica, lo senti l’ennesima volta e scopri cose nuove. Quindi, tirando le somme, dura molto ma molto di più. E’ quasi una Wolkswagen!
Mi sono affezionato a queste canzoni, quando voglio suonarle entro in crisi nello scoprire che, per caso, le ho cancellate dal PC. Mi rivesto, scendo e mi riprendo il CD di copia per l’auto. Lo infilo nel drive, imbraccio la chitarra, regolo il barrè artificiale, attacco il jack e finalmente mi sento bene.
Quando ascolto Celebrazione mi immagino in una buia stradina della grande Mela americana, però nella parte bacata, quella coi vermi che ci vivono dentro e che piace tanto a Bruce Springsteen, con quell’Hammond dylaniano che entra subito all’inizio e che ti mette addosso un brivido come quello che avverti quando vedi un toro infilzare quei pazzi a RTV. Del testo di questa canzone si è parlato abbastanza e non me ne frega niente, è la musica e l’arrangiamento che mi intrippano.
Volavola e l’Infinito, al primo ascolto, assomigliano parecchio ad altre canzoni di Francesco, ma dopo tempo ti accorgi che non è così, a conferma che questo disco ha delle doti nascoste: ognuno di questi pezzi ha una storia a se stante ed è un piacere constatare che quel tipico suono di vecchio pianoforte con un effetto studio-RCA Francesco lo sa ancora produrre, lo sa proporre ancora in vesti diverse e così ti accorgi che nuove Bellamore, nuove Semprepersempre, nuove Rimmel e nuove Lacrimedinemo ti passano davanti di nuovo, senza mai annoiarti.
Salviamone un’altra: Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra. Quando l’ho conosciuta mi ricordava una di quelle canzoni che si cantano ai collegi salesiani, che so…"grazie Signore, grazie" oppure “Resta con noi Signore la sera” che se non la cantavi e non ti sciroppavi tutta la messa i preti non ti davano il pallone per giocare nell’oratorio. Poi dentro di me si è trasformata in un canto di evangelisti stonati che suonano per le piazze della città. Pian piano, quegli evangelisti sono diventati mormoni anglosassoni e che, dopo altri ascolti, sono stati trasferiti negli States a St. George, nello Utah. Il tempo è passato, ed oggi quando la risento faccio qualche chilometro in più in Arizona, e li rivedo trasformati in guide Navajo e Cowboy che affogano le loro serate in fiumi di musica e Budweiser ghiacciata al Country Cafè “El Charro” a Tucson. Ragazzi, che voglia di ballare! E pensare che tutto era cominciato all’Istituto Don Bosco!
E quando siete usciti fuori dal locale, mentre albeggia, avete provato ad ascoltare L’imperfetto in auto mentre da Tucson imboccate le Interstates 8 e 5 in direzione Ovest verso la 17th Mile Drive? Provateci (se proprio “non potete”, usate almeno la vostra fantasia). Io mi ci sono virtualmente imbarcato e aggrappato alla scia che lasciavano i violini elettrici della Cirillo sono arrivato fino a San Francisco!
Tirando le somme e facendo un po’ di calcoli, direi che con queste ultime produzioni noi degregoriani (o talebani, come ci chiama lui) ci abbiamo guadagnato.
Se ripassiamo disco per disco la sua carriera ci accorgiamo che Francesco, in media, ne pubblica uno ogni quattro anni. Se dopo l’uscita di Pezzi avesse saltato completamente il 2006 ripubblicando qualcosa solo nel 2008 con un album contenente Cardiologia, Mayday, La linea della vita, L’amore comunque, Le lacrime di Nemo, Celebrazione, l’Angelo di Lyon, Volavola, l’Imperfetto, l’Infinito, ne sarebbe uscito fuori un capolavoro coi contromarroni, in linea con gli standard di pubblicazione dei suoi dischi, sia in termini di qualità che di tempi di uscita. E nessuno avrebbe detto niente. Anzi, staremmo tutti qui a dire che De Gregori è l’unico vero autentico cantautore rimasto, che al contrario di tanti altri suoi colleghi non è ancora finito; un evergreen che ancora per molto tempo può dare tanto alla musica d’autore italiana.
Ma non l’ha fatto. E così facendo si è esposto fin troppo, dandosi in pasto ai più svariati giudizi. Fra live e studio, ha sfornato qualcosa come cinque dischi in quattro anni. Cosa che non gli accadeva in passato.
Perché ha agito così? Forse perché a questo monumento della musica italiana, a una certa età non gliene frega proprio più niente di quello che potrebbe dire la gente o la critica. A questo punto della carriera può permettersi di fare ciò che vuole, senza pensarci due volte. Dite che l’ultimo disco non va bene? Embè? Può piacere, non piacere ma io lo faccio lo stesso perché lo posso fare, perché sono innamorato di questo mestiere, perché poi me ne vado in giro per l’Italia a suonarlo con la mia band. E mi divertirò, ci divertiremo, e chi si vuol divertire con noi mi segua. Venderò poco? Non me ne frega una mazza!
Questo è, oggi, il Sig. De Gregori. E sembra spiegarcelo lui stesso nella traccia che dà il titolo all’album. Un’emozionante ballata in cui viene dichiarato apertamente chi sia quel ragazzo coi capelli rossi che tanti anni fa smascherò lo zingaro che gli predisse il futuro. Oggi solo i suoi capelli sono cambiati, che da rossi sono diventati bianchi, ma Francesco è rimasto lo stesso: un visionario che gioca ancora con lo Zingarelli sulla tastiera del piano, che racconta di verità e di bugie e che si inventa storie di personaggi mai esistiti per emozionarsi ancora una volta, per emozionarci ancora una volta. Forse per questo è un’imbroglione come tutti gli artisti, contraddittorio e menzognero come loro.
Il funzionario che redisse quel contratto non poteva azzeccare migliore postilla legale: “Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista”. Poteva etichettare diversamente uno che ancor oggi, a quasi sessant’anni, è perennemente alla ricerca di favole per andare a dormire serenamente e che prima di farlo dà la buonanotte ai fiori?
Francesco non farmi più scherzetti del genere. Quali? Camuffare un cigno da brutto anatroccolo. Come faccio a capire che intendevi domani se dici oggi? Se fossi stato un po’ più giovane l’avrei distrutto con la fantasia… ma con l’eta che avanza ci impiego di più a stanarti.
Però quando ti trovo, finalmente, ogni volta è una gran cosa. Sempre.

Mimmo Rapisarda

P.S.
Scusate il numero di pagine…. ma la colpa è stata sua, di questo mare.
Il problema, ora, è cercare qualcuno che mi aiuti a trasmettere da qui. Wireless, Wi-Fi, Lan, Wap, come cazzo si chiamano tutte quelle diaboliche sigle che mi permettono di arrivare a voi? Aiuto, ci sarà almeno una presa telefonica per casa?
Ecco, l’ho trovato. Sta per arrivare…. buona serata a tutti.

 

 

 

 

Parla Francesco De Gregori: «Le mie canzoni appartengono a tutti»

 

TORINO 16/07/2008 - Il titolo dell’ultimo album “Per brevità chiamato artista”, si attaglia bene allo stile di Francesco De Gregori che questa sera sarà al teatro della Concordia di Venaria (corso Puccini 1), per la tappa torinese del suo tour. Trentatrè dischi realizzati, tra album inediti, live e raccolte. Insomma, una bella fetta della canzone italiana d’autore. Una storia personale fatta di successi da “Alice (1972) a “Rimmel” (1975) a “Generale” (1978), passando per “La donna cannone” (1983) e la più recente “Per brevità chiamato artista” che dà il titolo all’ultimo cd. Brani entrati nella leggenda che sono diventati patrimonio comune per almeno tre generazioni. Vincendo la sua abituale ritrosia De Gregori si racconta in questa intervista.
Allora Francesco, quali sono le novità di questo ultimo tour?

«Ho inserito canzoni che non facevo da tempo come “Capo d’Africa” del 1979 e devo dire che sono riuscito a fare un bel mix tra brani vecchi e nuovi, come dovrebbe essere ogni concerto. Altrimenti se fosse solo una raccolta di successi non avrebbe molto senso».

Come si è trovato a ripescare questi brani poco noti?

«Il fatto stesso di poter rimettere mano alle tue composizioni è sempre emozionante. La musica non è mai qualcosa di definitivo».

È in tour ormai da molti anni. Perché questa scelta?

«Sento che non ne posso fare a meno. Ormai è come se fossi il cantante di un gruppo. Finché il fisico me lo permetterà voglio continuare a suonare dal vivo».

Molti suoi fan nel corso del tempo hanno cercato di interpretare il significato dei suoi testi. Che effetto le fa?

«Mi piace lasciare libertà d’interpretazione. In alcune, come ad esempio “La leva calcistica della classe 68”, il testo è talmente chiaro che non dovrebbero esserci dubbi».

C’ è una canzone che rappresenta lo stato d’animo attuale di Francesco De Gregori?

«È impossibile scegliere, sono legato a tutte le mie canzoni allo stesso modo. Il fatto stesso di portale con me in tour e cantarle ogni sera in modo diverso mi aiuta a vederle crescerle».

Il suo collega Antonello Venditti minaccia le vie legali per l’uso improprio delle sue canzoni. Condivide questa scelta?

«Non sono d’accordo è successo anche a me con “La storia”, ma credo che le canzoni una volta scritte appartengano a tutti».

È più difficile scrivere canzoni adesso o quando era giovane?

«Non è una questione di età. In passato sono stato anche tre anni senza scrivere. Quando arriva l’ispirazione bisogna essere pronti a coglierla».

In una sua canzone dice: “Quello che non so lo so cantare”...

«Fare musica è una condizione privilegiata e ti permette di vedere aspetti della realtà che altri non possono cogliere».

Dunque non c’è niente da capire?

«Quella canzone era un paradosso per dire a chi mi ascolta di non cercare significati nascosti nelle mie canzoni oltre al testo».

A questo punto della carriera c’è un’esperienza che le manca e che vorrebbe fare?

«No, la musica è il mio mondo. Un’arte che mi completa, lasciandomi il tempo per il mio hobby preferito che è la lettura».

Un autore da portare in tournée?

«Adesso sto leggendo i romanzi di Simenon».

Francesco De Gregori e Torino...

«È una città che mi ha sempre incuriosito per la sua vivacità culturale. Dopo le Olimpiadi l’ho vista trasformata».

Gerardo Mirarchi

 


"Per brevità chiamatelo Maestro"


12-Aug-2008

di Federico Resta

Rispescia: Spesso "Festambiente" appare come una tranquilla festa invasa da tante persone desiderose di divertimento. Il concerto, le bancarelle, gli stage, sembrerebbe un modo per passare il tempo molto controllato ed ordinario. Ma quello che la gente ha vissuto ieri sera, durante l'esibizione magnifica di Francesco De Gregori, è di sicuro un momento che verrà ricordato nella storia di tutto il festival maremmano. Per due ore intere (grandi artisti musicali dovrebbero imparare...) il maestro romano è riuscito ad intrattenere il pubblico con canzoni piene di attualità e sincerità. Vedere ragazzi di 14 anni cantare brani come "Il bandito e il Campione" , "Rimmel" o "La donna cannone" è una sensazione veramente strana.
Come diceva Sinatra: "...quando il pubblico vuole i vecchi pezzi significa che quelli nuovi non sono buoni..." Ma nel caso di De Gregori questa cosa è vera solo a metà.
Sebbene i vecchi successi siano sempre i più richiesti dal suo pubblico, canzoni come "Per brevità chiamato artista" e "Celestino", non fanno certo brutta figura in panorama musicale (italiano su tutti...) sempre più vuoto e spento.
Inoltre, gli arrangiamenti del cantautore romano non sono affatto antiquati.
Sfumature country alla Gram Parsons, punte di un blues caustico e ironico associate ad una vena poetica che non solo riesce ad aprirti le orecchie, ma allo stesso tempo, riesce ad incantarti come il canto delle sirene di Ulisse.
Un momento magico per tutti insomma; bravi e cattivi ascoltatori compresi.
In fondo cosa importa se qualcuno dopo "La leva calcistica del 77" ha lasciato il concerto dicendo che era venuto solo per quella canzone o se qualcuno ha storto il naso perchè De Gregori e la sua fantastica band non hanno eseguito "Pablo".
E' vero che "Pablo" è considerata da molti come la miglior canzone italiana di sempre, ma non si può obbligare un artista a cantare una canzone che per lui, attualmente, non ha nessun valore. Magari fra qualche anno saremo ancora lì, a sentire quello che Francesco De Gregori deve ancora dire e, molto probabilmente, lui con il suo cappello di paglia e la sua giacca di velluto non ci deluderà affatto.
"E un applauso del pubblico pagante...lo sottolineerà..."

 

 

 

"Il Tempo" - 22.5.2008
Se affondate gli occhi dentro questo disco vedrete pezzi di vetro, e un uomo che conta i cani, e augura la buonanotte ai fiori. C'è tanta  pioggia, ed enigmi sentimentali, e vaghe ombre della politica, persino una "sinistra paralizzata e una destra che lavorava".

È un De Gregori «classic», quello che torna in questo «Per brevità chiamato artista», titolo scaturito non da una sorta di indomabile spocchia, bensì ispirato alla formula che identifica i cantanti in margine al contratto discografico. Con un occhio, spiega lo stesso Francesco, al concetto nobile e volatile dell'"arte", «per lasciare con questa frase un segno poetico e letterario».
Il disco è nato tra foglietti, appunti e idee scaturite nelle notti della tournée teatrale dello scorso anno, e poi materializzato in studio, a gennaio, con la levità e la naturalezza di chi sa che è inutile interstardirsi sulla forma definitiva delle canzoni, «che sono roba viva, non foto da conservare nell'album di famiglia del salotto buono», e che quindi, come insegna Dylan, una volta registrate verranno modificate in mille sembianze diverse durante i concerti. Qui sono suonate a mezzo volume, tra gioia e disincanto, e un'altissima ispirazione narrativa: su tutte, la conclusiva "L'infinito", elegiaca e solitaria, sequel mascherato della "Donna cannone", quando ti rendi conto che la tua compagna, volata via per avventura, non tornerà dalle tue parti, e dovrai "viaggiare fino in fondo nella notte/senza guardarci dentro".
È un disco, questo, di tenerezze cifrate, come il sensuale, andante "L'imperfetto", o la dolce ninnananna "Volavola", ricalcata su un modello della tradizione popolare italiana, o l'inquieta "Finestre rotte", un allarme metropolitano in stile rockabilly, dove "c'è gente senza cuore in giro per la città/di notte bruciano persone e cose solo per vedere che effetto fa". C'è il dolore trattenuto e virile (semmai affidato al lamento dell'armonica) nel folk rock di "Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra" e lo stomp comico e feroce di una società ridotta ai minimi etici in "Carne umana per colazione".
Come altre rare volte nella sua carriera, il cantautore De Gregori prende in prestito un gioiellino altrui, quell'"Angelo di Lyon" scritto da Tom Russel e tradotto dal fratello Luigi Grechi, dove un americano intraprende un viaggio sentimentale dal West verso l'Europa, tra cattedrali gotiche, voti ed epifanie del cuore, alla ricerca di una donna idealizzata e forse perduta.
Quanto al brano che dà il titolo alla collezione, è buon compendio alla "Valigia dell'attore". Qui c'è un artista che spende "tutta una vita ad arrampicare/come una scimmia sulla schiena di qualcuno", e che "quando cade sa cadere/e non si fa male/o non lo fa vedere". Versi che come pochi altri tratteggiano la divorante ansia e l'orgoglio esaltato di chi passa una vita tra palco e realtà, costretto a dare corpo ai sogni di tutti.

Stefano Mannucci

 

Francesco de Gregori per la prima volta apre una finestra sul suo panorama artistico offrendo al suo pubblico un canale diretto ed ufficiale on line in cui trovare informazioni riguardanti il nuovo album, in uscita il 23 maggio, Per brevità chiamato artista e la registrazione di due video live, contenenti due tracce inedite del nuovo disco, registrati durante il tour 2008. Consultando la sezione foto, è possibile condividere con l’artista momenti catturati durante la registrazione del nuovo video a Roma ed accompagnati da materiale inedito. La prossima tournée deI cantautore è prevista in estate per promuovere il nuovo album. 

 

E' on-line il sito di De Gregori
(per brevità chiamato artista)

Così più o meno compare, in una austera mise nera, sul suo nuovo sito che ha aperto oggi 21 aprile, (www.francescodegregori.net) il cantautore romano che fra un mese (il 23 maggio) darà al popolo il nuovo album di inediti, "Per brevità chiamato artista", con evidente riferimento alle diciture che si usano sui contratti discografici. Ma, sempre per brevità, ognuno potrà invece continuare a definire il Principe come meglio gli aggrada.
Ai fans vengono offerti, sul sito, i video di due canzoni, la title-track e <Finestre Rotte>. La prima suona come una sorta di decadente e malinconica autobiografia, sottolineata da un mandolino; la seconda odora di country-rock e naturalmente di Bob Dylan. De Gregori si è pure fatto intervistare - da qualcuno evidentemente con il brevetto in regola sull'argomento da affrontare - e spiega di aver voluto mettere nel titolo la parola "arte": "nel senso romantico del termine....qualcosa che intende consapevolmente lasciare un segno poetico e intellettuale..."; gli preme sottolineare che c'è una canzone, "L'angelo di Lione", scritta da suo fratello Luigi Grechi, già autore di "Il bandito e il campione".
L'intervistatore definisce l'album "ormai lontano, distaccato dalle urgenze politiche che spesso hanno segnato le sue canzoni", come se non ci fosse una via di ritorno; De Gregori ribatte: "Lo potrei definire un'autobiografia fantasticata. Questo forse comprende anche l'amore e la politica, ma il gioco non è sempre dichiarato". Ho trovato questo sito un po' tanto austero, un po' tanto scuro: come il suo protagonista del resto, in alcuni periodi della vita almeno.
Marinella Venegoni - La Stampa, 22.4.08

 

Il nuovo album di De Gregori "E' un'autobiografia fantastica"
Da angelacamurri
PER BREVITA' CHIAMATO ARTISTA'
Il nuovo album di De Gregori
"E' un'autobiografia fantastica"

Uscirà il 23 maggio. "È un disco dove ci sono dentro pezzi di vita ma anche delle visioni e delle 'pre-visioni'. Lo potrei definire un'autobiografia fantastica. Questo forse comprende anche l'amore e la politica, ma il gioco non è sempre dichiarato", spiega il cantautore

Francesco De Gregori Roma, 21 aprile 2008 - È un'autobiografia fantastica. Così Francesco de Gregori descrive 'Per brevità chiamato artista', il nuovo album in uscita il 23 maggio.
"È un disco - spiega il cantautore in un'intervista che compare sul suo sito ufficiale francescodegregori.net da oggi in linea - dove ci sono dentro pezzi di vita ma anche delle visioni e delle 'pre-visioni'. Lo potrei definire un'autobiografia fantastica. Questo forse comprende anche l'amore e la politica, ma il gioco non è sempre dichiarato".
Di certo, questo album "è molto diverso da quello che passano di solito le radio".
E spiega anche perchè abbia scelto 'Per brevità chiamato artista' quale titolo del disco. "Sul mio primo contratto discografico c'era questa definizione legale che mi riguardava. Era un po' agghiacciante e un po' divertente e credo di aver pensato di fin da allora che prima o poi l'avrei usata in una canzone. Comunque, mi interessava mettere al centro del mio lavoro la parola 'arte' nel senso romantico del termine, qualcosa che consapevolmente intende lasciare un segno poetico e intellettuale non solo un mestiere che ha a che fare con una distribuzione o un mercato".
Quanto alle canzoni, i brani sono stati scritti nel corso del 2007 e hanno preso forma a gennaio in studio durante una pausa nella tournee teatrale. Sonorità teatrali che emergono dal lavoro: "Abbiamo suonato più pensando di stare in un piccolo club che non in un campo sportivo".
Tra le canzoni che compongono l'album c'è 'L'angelo di Lyon', un brano scritto dal fratello Luigi Grechi. "È la seconda volta - spiega De Gregori - che canto una canzone di mio fratello dopo 'Il bandito e il campione'. Questa è una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull'impenetrabilità, la trascendenza dei misteri d'amore: riascoltandola ho notato che forse è l'unica canzone veramente d'amore di tutto il disco".

 

 

Il nuovo De Gregori punta tutto su ironia e leggerezza

di Simone Mercurio

«Si potrebbe definire un disco più cool, da piano bar, in qualche modo più sofisticato degli altri, soffice... ecco». A pochi giorni dal concerto romano, Francesco De Gregori parla del suo prossimo disco in uscita a maggio. Due canzoni nuove, il cantautore romano le ha suonate proprio in un Auditorium Conciliazione carico di entusiasmo e tutto esaurito. Un gustoso aperitivo per un disco già pronto e registrato nato fra una data e l’altra del tour teatrale.
Lei propone live delle nuove canzoni prima che il disco esca… non dovrebbe essere il contrario?
«E perché mai! Mi andava di sentire come suonavano live, volevo la risposta del pubblico, e poi non mi è mai piaciuto seguire delle regole in questo senso. Anche le mie tournèe non sono mai state consecutive a dei dischi nuovi».
Un tour infinito, con una band con la quale dà l’idea di divertirsi parecchio.
«Assolutamente sì, se non ci divertissimo sarebbe davvero la fine! Mi fa piacere quando si sottolinea la bravura della mia band. Al di là del vestito che decidiamo di far indossare ai pezzi, penso si senta quando i musicisti sono affiatati».
Palasport, stadi, teatri, auditorium, ma anche piazze o centri sociali lei ha fatto concerti davvero ovunque. Tornerebbe oggi a qualche esibizione da pianobar?
«Perché no? Amo suonare davvero ovunque ed è anche quello che consiglio ai giovani: suonare senza risparmiarsi. È quello il principio per arrivare al pubblico, più di quello di cercare a tutti i costi un contratto discografico».
Tornando al disco in uscita a maggio, due canzoni inedite nel live romano «Finestre rotte» e «Per brevità chiamato artista»: la prima è un rock ’n’ roll molto sixty ed è più diretta, la seconda ha bisogno di qualche ascolto ed è nel testo forse più criptica. A cominciare dal titolo.
«Quando mi dicono che i miei testi sono ermetici sorrido un po’, è stato così anche per altre canzoni ma poi nel tempo si capiscono. Finestre rotte è una canzone su quello che circonda, su quello che non va. Non mi piace spiegare i miei brani, si comprendono ascolto dopo ascolto. Per brevità chiamata artista prende spunto invece dalla curiosa formula burocratica che si usa nei contratti discografici. Questa cosa mi faceva sorridere per la sua freddezza».
Ha già deciso il titolo del disco?
«Ho in mente un paio di titoli a dire il vero. Ma preferisco non dirli perché magari poi cambio idea. Sarà un disco fatto di canzoni e atmosfere diverse una dall'altra, con brani nati dal clima teatrale della tournèe, meno palasport, meno rock, più cool, più con atmosfera da pianobar, brani con sonorità sofisticate… soffici, è forse questo il giusto aggettivo. Si tratta di un disco che si è suonato da solo, nella pausa fra un concerto e l'altro della tournèe».

 

 

 

 

De Gregori: il '68 in Italia non ha creato classe dirigente. Importante e' modernizzare l'Italia, se lo fa Berlusconi..

La scure del Principe sui sessantottini. "Ci sono cose della mia vita che io rifiuto. E insieme a queste rifiuto anche alcune cose del '68 che invece vengono celebrate". Francesco De Gregori, ospite questa mattina a 'Omnibus' su La7, ribadisce la sua visione critica di alcuni retaggi del movimento del '68, una presa di posizione che nel recente passato ha irritato molti simpatizzanti di sinistra innamorati del cantautore romano.

"Forse la responsabilità maggiore del '68 in Italia è quella di non aver contribuito a creare la classe dirigente degli anni successivi", ha continuato il cantautore. "Si può dire anche che ha screditato la scuola, che ha interrotto il principio di autorità e che ha eliminato totalmente la meritocrazia. Ma se ne possono dire anche di positive. Ma mentre in altri Paesi vediamo gente con responsabilità di governo che è venuta da quella cultura e che grazie a quella cultura è diventata classe dirigente e ha modernizzato le proprie società, non credo si possa dire lo stesso per quanto riguarda l'Italia".

"Non si può dire 'Berlusconi mi piace o non mi piace'. E' un atteggiamento quanto mai semplicistico e un po' rozzo", ha proseguito De Gregori nell'intervista ad Antonello Piroso, che gli ha ricordato un recente titolo di stampa che attribuiva al cantautore romano un appoggio al presidente del Consiglio. "Io argomento semplicemente il fatto che, rimanendo un uomo di sinistra ma che alla sinistra non 'appartiene' - nel senso che verifica giorno per giorno quanto questo essere di sinistra sia suffragato dai fatti, e finora non ho mai avuto smentite - dico che se il centrodestra ha vinto le elezioni con tanta larghezza di voti - ha detto ancora De Gregori -, se più di metà del Paese ha votato compatta per i suoi rappresentanti, non possiamo considerarli dei barbari che vengono e ci torchiano e quindi aspettarci cinque anni di cupa controriforma. Dobbiamo sperare e cercare di cogliere quanto piu' possibile dei lati di positività in quello che faranno".

Secondo De Gregori la questione è "modernizzare il Paese: che lo faccia Berlusconi o qualcun altro... l'importante è che qualcuno lo faccia. E questo, per le persone in buona fede che sanno ascoltare quando uno parla, non vuol dire che essere diventato 'berlusconiano"'.

De Gregori ha concluso: "Ma poi è così importante se io sono di sinistra o di destra? Il valore di quello che ho fatto sta nelle cose che ho scritto. Il mio problema è che quando mi chiedono come la penso io non mi sottraggo e l'ho sempre detto, da quando avevo vent'annni fino ad oggi, e continuerò a fare cosi'. Qui ci sono dei dischi che cantano. Facciamo cantare quelli"

 

 

 

17/05/2008 - - "PER BREVITA' CHIAMATO ARTISTA

 era scritto sul mio primo contratto discografico" - ha detto Francesco De Gregori spiegando così in un'intervista, sul sito www.francescodegregori.net, il titolo del suo nuovo cd di inediti, in uscita il 23 maggio.
"Oggi - ha aggiunto - mi sembra giusto ricollocare al centro del mio lavoro e delle canzoni in generale, la parola 'arte' nel senso romantico del termine; arte come qualcosa che vuole consapevolmente lasciare un segno intellettuale e poetico e non semplicemente avere a che fare con una distribuzione e con un mercato".
Il disco contiene nove brani inediti, registrati a Gennaio di quest'anno, in una pausa della fortunata tournèe appena conclusa.
"Abbiamo lavorato in studio, con l'intento di ottenere delle sonorità immediate… e credo che questo venga fuori.
Dal punto di vista dei contenuti non ci sono canzoni politiche in senso stretto e forse neanche vere e proprie canzoni d'amore".
"Comunque - ha concluso De Gregori - è difficile parlare di qualcosa che hai appena finito di fare, se dovessi azzardare una definizione, direi che è una specie di autobiografia fantasticata: c'è dentro qualcosa di narrativo, dei pezzi di vita ma anche delle visioni o delle 'pre-visioni'."

Disponibile dal 23 maggio in CD, Digital Download e Vinile edizione limitata numerata

DE GREGORI GRATIS ON LINE

Da venerdì fino a giovedì 22 maggio, su Repubblica.it si potrà scaricare il brano di Francesco De Gregori intitolato Celebrazione, in anteprima sull'uscita, che avverrà il 23 maggio, del suo nuovo album Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista. Per poter scaricare gratuitamente il brano gli utenti di Repubblica.it dovranno registrarsi.
L'album è un'"autobiografia fantasticata", una sorta di "ritratto" di un uomo vicino ai 60 anni. Nel tour che si è concluso poche settimane fa De Gregori ha presentato dal vivo in anteprima al suo pubblico tre brani del nuovo album: Finestre rotte, Celebrazione e Per brevità chiamato artista.

 

 

L E   C A N Z O N I

 

PER BREVITA' CHIAMATO ARTISTA
(F. De Gregori)

Per brevità chiamato artista
Tutta una vita ad arrampicare
Come una scimmia sulla schiena di qualcuno
Come un uccello sul filo
O un ubriaco per le scale
Che quando cade sa cadere
E non si fa male
O non lo fa vedere
Doppio come una medaglia
Se fosse d'oro sarebbe cartone
Il cieco con la voce buona e il muto che ci vede bene
Invitami stasera a cena
Arriveremo insieme

Per brevità chiamato artista
Tutta una vita a girare intorno
Come uno stupido o un ballerino
Giovane illuminista
O cattolico di ritorno
Che insegue il mattino
Alla fine del giorno
E dice pane al pane e al vino
Doppio come l'innocenza
Se fosse Abele sarebbe Caino
Antidoto senza veleno ed alibi senza assasino
Perdonami se sto lontano
E cercami vicino

Per brevità chiamato artista
Come un gatto dentro a un canile
Come un ladro tra i truffatori
Martire da palcoscenico
E vittima d'Aprile
Che macina i cuori
Che calcola i cani
E dà la buonanotte ai fiori
Doppio come un doppio gioco
Se fosse oggi intendeva domani
Lo zoppo che cammina dritto e il pittore senza mani
Invitali stasera a cena
Basta che mi chiami

 

 

Francesco De Gregori: "Non facevo una vita dissoluta"

Francesco De Gregori: "Viva l'Italia"Francesco De Gregori torna con un disco nuovo e parole nuove. Sull'amore libero e il '68, su De André, Grillo... E su questo governo
di Andrea Scarpa su Vanity Fair n. 22/2008. Servizio Nicoletta Ferrari

All'appuntamento per parlare del nuovo disco, Per brevità chiamato artista, De Gregori arriva vestito da De Gregori: jeans chiari, Superga bianche, giaccone scuro, maglia a righe bianche e blu e cappello da marinaio...
Questo nuovo disco "passerà" in radio?
"Non credo proprio. Nelle mie canzoni ci sono troppe parole e le regole della radio di oggi le parole le mettono al bando..."
...In passato si era ribellato all'etichetta di "cantautore"... Ci ha fatto pace?
"Assolutamente sì. ...I cantautori hanno fatto grandi cose che vanno recuperate e rivalutate ".
...è poesia la sua?
"...Sarebbe più giusto descrivere il mio modo di fare canzoni come parte della letteratura del mondo di oggi..."
Altri equivoci sul suo conto?
"...Quello della politica è di sicuro il più delicato. Sono di sinistra... però in più occasioni ci sono state appropriazioni indebite, fraintendimenti e collocazioni che non mi sono piaciute... "
È ancora di sinistra?
"Sono di sinistra, ma non le appartengo... Voglio avere la libertà di poter verificare sempre le mie scelte e quelle degli altri...".
"Per scrivere un disco bisogna farsi un po' prendere la mano", disse anni fa. È andata così anche stavolta?
"No... Da anni, ormai, accumulo idee... E poi le scrivo su qualche foglietto... Spesso le perdo o le dimentico, quindi quelle che restano sono sicuramente le più significative. Lavoro su queste..."
... "Ci sono posti dove sono stato/ Posti dove non tornare... O certe stanche stanze/ Dove discutono di poesia, di architettura o di democrazia... Dove il Piave mormorava/ E la sinistra era paralizzata/la destra lavorava". Questa è Celebrazione, terza canzone del nuovo album. Dove lei parla di '68, salotti e terrazze radical chic. E ne parla in maniera critica.
"È vero. C'è una parte della mia vita: persone e luoghi che ho frequentato consapevolmente e che, con il tempo, ho riconsiderato..."
In quello che dà il titolo al disco, invece, parla di sé?
"Sì. "Per brevità chiamato artista" era la formula con cui ero descritto nel mio primo contratto discografico...
...che ricordo ha del viaggio in Ungheria fatto con Antonello Venditti nel 1972? "Piacevolissimo. Era un viaggio-premio per aver partecipato a un servizio della Tv ungherese sull'Italia..."...Era l'epoca dell'amore libero.
"...Ma non facevo una vita dissoluta. O, almeno, non me lo ricordo..."
Si ricorda invece di quando, davanti a De André, trasformò la sua Guerra di Piero nella Cacca di Piero?
"Certo. Era il 1973 e lui venne a sentirmi al Folkstudio... Ero emozionatissimo... Per gioco, e per fargli vedere come sapevo usare parole e metrica, rifeci il suo pezzo in versione goliardica... Nel 1975 realizzammo anche un disco insieme, Volume VIII. Mi invitò per un mese in Sardegna, nella sua casa in Gallura. Ma ci vedemmo solo due volte: io dormivo di notte, lui di giorno..."
Nel 2003 ha recitato in un film di Franco Battiato, Perduto amor: farà il bis?
"Non credo, non sono un attore... Prima l'avevo chiesto a Nanni Moretti".
Inutilmente?
"Sì... Non c'è stato verso di convincerlo. "Sei l'uomo più impacciato d'Europa", era la sua risposta".
...Che cosa pensa del fenomeno Grillo?
"...L'antipolitica ha sempre attraversato le democrazie, non vedo niente di nuovo in quello che fa".
Nel 2005 disse che "la Costituzione è il Kamasutra della democrazia": come li vede i prossimi anni?
"Berlusconi ha una solida maggioranza e speriamo che la usi per modernizzare il Paese. Se ci riuscisse, non farebbe una politica di destra o di sinistra, ma soltanto il bene di tutti..."
In Viva l'Italia, nel 1979, cantava di un'"Italia che resiste": oggi li scriverebbe quei versi?
"Allora ero molto più manicheo: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi. Oggi ...mi piace pensare a un unico Paese che, insieme, può trovare un modo per migliorare le cose"...

 

 

FINESTRE ROTTE
(F. De Gregori)

C'è gente senza cuore in giro per la città
C'è gente senza cuore in giro per la città
Di notte bruciano persone e cose solo per vedere che effetto fa

Portami la giacca ed il coltello
Portami la giacca portami il coltello
E vivi da lupo e vestiti come un agnello

I vetri alle finestre sono rotti e il tetto è da rifare (2 vlt.)
La pioggia sta salendo lentamente dalla tromba delle scale

C'è gente senza cuore in giro per la città (2 vlt.)
Alcuni fanno i soldi con i soldi alcuni chiedono la carità

C'è sangue sulla luna e il sole sta per tramontare (2 vlt.)
Due uomini seduti sotto un ponte non si stancano di aspettare

E' tutto a posto, non c'è niente che non va (2 vlt.)
Tornatevene tutti a casa cje nessuno se ne pentirà

Stammi a sentire bene quando devo parlare (2 vlt.)
Lavati le orecchie e togliti l'auricolare

C'è gente senza cuore in giro per la città (2 vlt.)
Alcuni pensano liberamente alcuni pensano in cattività

La vita è come un gioco da vivere perdutamente (2 vlt.)
A volte vinci il primo premio e poi ti accorgi che non serve a niente

E i figli sono uguali ai padri non c'è niente da fare (2 vlt.)
ed io vorrei cambiare la mia faccia ma non so da dove cominciare

Ci sono tre scalini sulla porta della galera (2 vlt.)
E un diavolo che grida e un angelo che si dispera

C'è gente senza cuore in giro per la città (2 vlt.)
Alcuni bruciano persone e cose per vedere che effetto fa

Un occhio per un occhio, per una testa una croce (2 vlt.)
Gli amanti a mezzanotte sono stanchi e i cani abbaiano sottovoce

i vetri alle finestre sono rotti e il tetto è da buttare (2 vlt.)
Se non lo fanno subito fra un po non ci sarà più niente da aggiustare

 

 

 

 

De Gregori, il sinistro dal volto umano

«Sono di sinistra, ma non le appartengo. Voglio avere la libertà di poter verificare sempre le mie scelte e quelle degli altri. Non temo l'arrivo dei barbari. Berlusconi ha una solida maggioranza e speriamo che la usi per modernizzare il paese. Se ci riuscisse, non farebbe una politica di destra o di sinistra, ma soltanto il bene di tutti. Grillo? Non lo dico con cattiveria, ma né il comico né il banditore mi hanno mai incuriosito. L'antipolitica ha sempre attraversato le democrazie, non vedo niente di nuovo in quello che fa».
Hanno fatto rumore le parole di Francesco De Gregori, in occasione dell'uscita dell'album «Per brevità chiamato artista» (la canzone che dà il titolo - sulla doppiezza di chi si offre, con il suo lavoro, al giudizio del pubblico; oppure, di chi è condannato a ricercare il consenso, vai a sapere - è un piccolo gioiellino). Uomo di sinistra, sì. Ma non "de sinistra", cioè iscritto a quelle conventicole da terrazza romana in cui i partecipanti sono selezionati sulla base della loro presunta superiorità morale e collegati dall'antiberlusconismo a prescindere. A sinistra, insomma, da spirito libero.

Al dunque i suoi giudizi sono davvero così dirompenti? Il De Gregori di oggi è così diverso da quello che nel 2006 dichiarava «Se ripenso a Craxi credo che intellettualmente fosse superiore a tanti politici d'oggi»? È così distante dal se medesimo che ad Aldo Cazzullo nel 2003 spiegò il suo posizionamento non come un vincolo ideologico, ma come una questione di sensibilità (disse proprio così: «sensibilità», un parametro che, è facile immaginare, provocò un sobbalzo nei duri e puri del Sol dell'Avvenir)? O dalla persona che raccontò dello zio partigiano di cui porta il nome, ucciso dai comunisti a Porzus, dopo aver firmato un affresco minimalista del crepuscolo repubblichino con Il cuoco di Salò ?
De Gregori non fa che ribadire il suo punto di vista, con quel divertissement un po' aristocratico di voler spiazzare l'interlocutore, i fan, il colto e l'inclita. Di non voler compiacere l'immagine pregiudiziale che di lui hanno in molti. Di concedersi alla copertina di Vanity Fair (no, dico: Vanity Fair . Francesco, ma che dirà il proletariato?). Come quando, un anno fa, sparò in piena estate un colpo di bazooka su Walter Veltroni, in corsa per le primarie del Pd, un'intervista in cui lo faceva a brandelli pur dichiarandosi suo amico da trent'anni, «gli voglio un bene dell'anima, sono stato suo testimone di nozze» (e tu per riflesso pavloviano intonavi: «Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto», Alice). È importante, semmai, che De Gregori lo ribadisca oggi, in un'epoca cioè in cui si pretenderebbe, da parte di alcuni, di dare la linea. Con i soliti noti che si vorrebbero arrogare il diritto di decidere da che parte sia la ragione, accusando immediatamente di intelligenza con il nemico chi, pur schierato dalla stessa parte, non si pieghi alla logica dell'«o con noi o contro di noi». E se non ti inginocchi davanti al totem dell'antiberlusconismo, sei un venduto. De Gregori smonta il giocattolo a modo suo. Non è saltato sul carro del vincitore. Non si è precipitato alla corte di Arcore. Ha solo espresso un concetto di sano buonsenso: speriamo che alla fine il governo agisca nell'interesse generale.
De Gregori è questo, «e non c'è niente da capire». La sua riottosità a non voler essere inchiodato alla categoria dei chierici che cantano in coro si appalesò una volta per tutte a Primo Piano . Ospite di Maurizio Mannoni, gli fu chiesto di commentare la chiusura traumatica di Raiot di Sabina Guzzanti. Con voce bassa e molta educazione, De Gregori spiegò di avere un problema: «In genere i comici non mi fanno ridere, è un problema mio, a meno che non si tratti, che so, di Tognazzi e Vianello a Un, due, tre». Quindi aggiunse: «Intendiamoci, la Guzzanti è bravissima e la censura è sempre da biasimare». Pausa. «Però va anche detto che non ti devi mettere nella condizione di farti censurare». Tradotto: se te la vai a cercare, poi non lamentarti e non vestire i panni del martire. All'ottimo Mannoni, basito, non rimase che concludere: «Bene. E con questo è tutto. Buonanotte». Sì, fiorellino.

 

 

 

 

CELEBRAZIONE
(F. De Gregori)

Ci sono posti dove sono stato
Posti dove non tornare
Isole di madreperla
O tropici nel temporale
O certe stanche stanze
Dove discutono di poesia
Di architettura o di democrazia
Ascoltami
Parlare e lacrimare insieme

Ci sono posti dove sono stato
Come una casa o una stazione
Dove la vita ha fatto bingo
Tra una ferita e una mutilazione
E dove portano quelle scale
Ma tu davvero lo vuoi vedere?
Chi vuole scendere scenda pure
Ma chi c'è stato non ne vuole più sapere

Ci sono posti dove sono stato
Dove il Piace mormorava
E la sinistra era paralizzata
la destra lavorava
In certe stanche stanze
Dove discutono di psichiatria
Di terrorismo e di fotografia
Ascoltami
Parlare e razzolare insiem

Ci sono posti dove sono stato
Mi ci volevano inchiodare
Ai loro anni ciechi e sordi
Ai loro amori raccontati male
A una canzone di quattro accordi
Ad una stupida cantilena
Ma tu davvero non te lo ricordi
Quando cantavi e sbadigliavi in scena?

 

VOLAVOLA
(F. De Gregori)

Vola il pavone e vola il cardellino
Vola il pavone e vola il cardellino
Se vai cercando un sassolino d'oro
Vedi che nel mio cuore ce n'è uno
che se lo trovi non ti pare vero
Se vai cercando d'oro un sassolino
Vola il pavone e vola il cardellino

E vola vola vola vola vola vola
Solo per un'ora per un'ora sola
E vola come le parole e le sciocchezze
E vola come i baci e le carezze
e vola come i baci e le carezze

Se risalisse il fiume alla foresta
Se risalisse il fiume alla foresta
Se ritornasse l'acqua alla montagna
Se rivenisse l'ora della festa
Sarebbe ancora grano la farina
Se ritornasse l'acqua alla montagna
Se si tenesse il mare in una cesta
E vola vola vola...

 

Vulesse fa' 'rvenì pe' n'ora sole
lu tempe belle de la cuntentezze,
quande pazzijavame a "vola vola"
e te cupre' de vasce e de carezze.

E vola vola vola vola e vola lu pavone;
si tiè lu core bbone, mo fammece arpruva'.

'Na vote pe' spegna' lu fazzulette,
so' state cundannate de vasciarte.
Tu te scì fatte rosce e me scì ditte
di 'nginucchiarme prima e d'abbracciarte.

E vola vola vola vola e vola lu gallinacce; mo si ti guarde 'n facce
mi pare di sugna'.

Come li fiure nasce a primavere, l'amore nasce da la citilanze.
Marì, si mi vuò bbene accome jere,
nè mi luvà stu sogne e sta speranze.

E vola vola vola vola e vola lu cardille; nu vasce a pizzichille
nè mi le può nega'...

'Na vota 'r'na pupuccia capricciosa,
purtive trecci appese e lu fruntine; mo ti si fatte serie e vruvignose,
ma ss'ucchie me turmente e me trascine.

E vola vola vola vola vola la ciaramelle;
pe' 'n'ore cuscì belle vulesse sprufunna'

 

(da un canto popolare abbruzzese).

 

 

 

 

OGNI GIORNO DI PIOGGIA CHE DIO MANDA IN TERRA
(F. De Gregori)

Ogni giorno c'è un pezzo di strada da macinare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E una lacrima che sa di pioggia e che sa di sale
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

Ti aspetterò così come si dice che si deve fare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E non sarò mai troppo stanco di stare a aspettare
Un altro giorno di pioggia che Dio manda in terra

E non c'è niente di stabilito tutto può cambiare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E non esiste un cavallo sicuro su cui puntare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

Ogni giorno metto in tavola qualcosa da mangiare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E certe volte non trovo parole per ringraziare
Per ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

E ognuno cerca di fermare il tempo e il tempo non si fa fermare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
Ognuno cerca di passare il tempo e il tempo si vede passare
In ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

A volte mi sento come un prigioniero da liberare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
Ma non ci sono sbarre e non c'è modo di scappare
I ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

Ogni giorno c'è un pezzo di strada da ritrovare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E una lacrima da benedire e conservare
Per tutti i giorni di pioggia che Dio manda in terra

 

 

 

 

 

L'ANGELO DI LYON
(Tom Russel, Steve Young, Luigi Grechi)

Fu la visione di Anna Maria con il rosario tra le dita
Ad incantare lo stregone e fargli cambiar vita
Lasciò la scena un vestito grigio, lasciò un messaggio con un sorriso
Diceva "parto per Lione e cerco un angelo del Paradiso"

Salì sul treno che portava a Bruxelles, ordinò cogna e croissants
Fece l'elenco delle cose futili nella carrozza restaurant
Pensò alle ville e alle piscine, ai pezzi rari da collezione
E fece un voto come San Francesco per il suo angelo di Lione

E canto l'Ave Maria, almeno i versi che ricordava
Mentre guardava dal finestrino l'ombra del treno che lo portava
e ad occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saòne
Simbolo eterno delle due anime maschio e femmina di Lyon

Restò ad aspettare sul vecchio ponte, pensò all'incontro di un anno fa
Ma i giorni vanno e diventano mesi, quattro stagioni son passate già
Ora il suo abito è tutto stracciato, somiglia proprio ad un barbone
Gira le strade e cerca ad ogni passop il suo angelo di Lione

stanotte nella cattedrale mille candele stanno bruciando
Le tiene accese Suor Eva Maria a mano a mano che si van consumando
E dentro i vicoli come in sogno trascina il passo lo straccione
Il vecchio scemo fuori di testa per il suo angelo di Lione

E cantò l'Ave Maria, almeno i versi che ricordava
mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva
E attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saòne
E l'acqua scura come il mistero di quell'angelo di Lyon

 

Angel of Lyon

He had a vision of anne marie with a rosary in her hand
So its exit the rainmaker,- that old grey flannel man...
With a closet full of buisness suites, and a letter by the phone,
He said "i'm on my way to paridise, to see the angel of lyon......."
Then he caught a train in brussels, he ordered cognac and croissants,
And he made a mental list of things he owned but did not want,
All the buildings and the real estate, the antique glass and stone,
He'd take a vow of poverty to see the angel of lyon...
And he sang ava maria, at least the parts he knew...
And he watched the shadow of the train
On the towns that they rolled through...
And he closed hid eyes and saw two rivers
The rhone and the sonne..
The male and female sspirit of the city of lyon.......
Then he waited on the bridge, where they met the year before...
And the days turned into weeks til the seasons numbere four,
And his clothes grew worn and ragged as through the streets he roamed,
Searching every open window, for his angel of lyon.....
And he sang "ava maria", at least the parts he knew,
And he watched his shadow on the walls of the streets he walked through,
And he crossed those sacred rivers, the rhone and the sonne,
But they would not give him the secret, of the angel of lyon.....
Now theres a thousand candles burning in the basilica tonight,
Where sister eve maria is the keeper of the light....
And down a dream of alleyways walks a saint of rag and bone,
A madman torn asunder, by the angel of lyon......
And he sang "ava maria", at least the parts he knew,
And he watched his shadow on the walls of the streets that he walked through....
And he crossed those sacred rivers, the rhone and the sonne,
But they never gave up the secret of the angel of lyon.......

 

 

FRANCESCO DE GREGORI AL PREMIO MASSIMO TROISI

(PRIMA) SAN GIORGIO A CREMANO, Napoli - Sarà Francesco De Gregori il protagonista del tradizionale concerto che caratterizza ogni anno il Premio Massimo Troisi: un evento, quello in programma il prossimo 1 luglio alle 21 nell'Arena Viviani di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano, che rappresenta il coronamento di un percorso che il Consiglio d'Amministrazione dell'Istituzione Comunale - Premio Massimo Troisi, presieduto da Angela Viola, ha intrapreso sin dal giorno dell'insediamento.
Francesco De Gregori terrà a Villa Bruno l'unica tappa in Campania del suo tour estivo.
Dopo la decisione di intitolare la XIII edizione del Premio Massimo Troisi, in programma dal 30 giugno al 6 luglio a San Giorgio a Cremano, ad Anna Magnani, nel centenario della nascita, la scelta di Francesco De Gregori come protagonista musicale della kermesse rappresenta un altro tassello di un mosaico organico, quello che vuole rappresentare il fortissimo legame tra il pubblico e gli artisti capaci più di tutti gli altri di incarnare e intercettare il sentimenti popolari, le passioni, le emozioni, le difficoltà, i sogni e le delusioni delle donne e degli uomini.
Amato sia dalla critica che dal grande pubblico, considerato uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, Francesco De Gregori ha appena pubblicato il suo ultimo album, Francesco De Gregori Per brevità chiamato artista, e la sua disponibilità a partecipare al Premio Massimo Troisi è stata accolta con gioia e soddisfazione dall'intera città: il suo concerto costituirà infatti un evento indimenticabile, una vera e propria gemma che andrà ad impreziosire l'album di famiglia del Premio Massimo Troisi, manifestazione che si è affermata nel corso degli anni come uno dei più importanti appuntamenti italiani nel settore della valorizzazione di nuovi talenti.
Il Premio, dopo una prima fase dedicata esclusivamente al "cortometraggio comico" ha assunto infatti i caratteri di "Osservatorio sulla comicità" a 360 gradi aprendosi ad altre forme di espressione artistica che hanno dato vita a 3 concorsi riservati al Migliore Attore Comico, alla Migliore Scrittura Comica, al Migliore Cortometraggio Studentesco, che vedono la partecipazione di concorrenti provenienti da ogni regione d'Italia.
E quest'anno c'è una importantissima novità: il concorso "Cinema Commedia Italia", che vedrà la partecipazione di 6 pellicole che si contenderanno il premio per il miglior film ed il miglior attore.
I film che parteciperanno al concorso, e che verranno proiettati nel corso della kermesse, sono:
Grande, Grosso e Verdone, di Carlo Verdone;
Ci sta un francese, un inglese e un napoletano, di Eduardo Tartaglia;
Una moglie bellissima, di Leonardo Pieraccioni;
La seconda volta non si scorda mai, di Alessandro Siani;
Non pensarci, di Gianni Zanasi;
Amore, bugie e calcetto, di Luca Lucini.
Dunque, il grande cinema comico italiano torna ad essere protagonista di una manifestazione nata per ricordare uno dei più grandi talenti della cinematografia nazionale di tutti i tempi, l'indimenticabile Massimo Troisi.

 

CARNE UMANA PER COLAZIONE
(F. De Gregori)

Ehi, probabilmente non si deve fare
Però lo stanno facendo già
Correttamente e politicamente
E poi magari diventerà
Qualcosa che divertirà la gente
Un nuovo tipo di televisione
Una vacanza intelligente
O un campionato di liposuzione
Hei, c'è una nuova specialità
Carne umana per colazione

Ehi, non ti devi preoccupare
Prendi la cosa con tranquillità
E' garantito che non fa male
Non è nemmeno una novità
E' acqua che si fa pesante
La fotocopia di un'esplosione
Calce viva in un ristorante
O fumo in una stazione
Ehi, non senti che stanno cucinando già
Carne umana per colazione

C'è una luce in mezzo al cielo
Proprio dove stai guardando tu
C'era una volta un mondo intero
E adesso non esiste più
Però esisteva veramente
ed è finito non si sa come
Non ne è rimasto quasi niente
A parte l'eco di una radiazione
Ehi, da qui all'etenità
Carne umana per colazione

Ehi, c'è qualcosa sul giornale
Stanno facendogli pubblicità
Non te la devi lasciar scappare
E' una scheggia di modernità
E' un eroe dell'altra guerra
Chiuso dentro ad una prigione
Sarà impiccato domattina
O sarà libero su cauzione
Ehi, qualcuno ha scommesso già
Carne umana per colazione

 

"Il Piccolo" di Trieste - lunedì 2 giugno 2008
di Carlo Muscatello

È possibile scriver male dell’ultimo disco di Francesco De Gregori senza incorrere nel reato di lesa maestà? Dopo quattro decenni trascorsi a incensare il cantautore romano («Theorius Campus», a quattro mani con Venditti, è del ’72; il debutto solista, con «Alice con lo sa», dell’anno successivo), temiamo sia arrivato il momento di superare l’imbarazzo e interrompere una tradizione positiva. Dicendo chiaro e tondo che «Per brevità chiamato artista» (Columbia SonyBmg), già generosamente immortalato da una nota firma del Tg1 come «uno dei più belli e importanti della sua carriera», è in realtà un brutto disco.
Peggio: un disco inutile, nel quale il cinquantasettenne De Gregori - che in passato ha scritto alcune delle pagine, quelle sì, più belle e importanti ed emozionanti della canzone d’autore italiana - dà l’impressione di raschiare il fondo del barile. Lo si capisce già dal titolo, che lui stesso ammette di aver ripreso da un’espressione usata nel primo contratto discografico da lui firmato. «Credo di aver pensato fin da allora - ammette - che prima o poi l'avrei usata in una canzone...». Era l’alba degli anni Settanta, il momento è arrivato.
Eccola, allora, la canzone che apre e dà il titolo al disco. Una ninna nanna nel classico stile De Gregori, con tutti i suoi luoghi comuni (zoppi che camminano dritti, pittori senza mani...), che ti aspetti sempre stia per aprirsi su un inciso, un guizzo, insomma un qualche cosa, e invece prosegue per cinque minuti e mezzo, sempre uguale a se stessa, in un piattume ottimo solo per conciliare il sonno.
«Finestre rotte» ha il pregio di interrompere l’incipiente abbiocco, ma non va oltre. Un rockettino debole debole, che non lascia traccia. «Celebrazione» si fa ascoltare, è passabile, ci fa quasi credere di aver pensato male troppo presto, ma poi - già al quarto brano - arriva la mazzata finale: «Volavola» è un brano al di là del bene e del male, «vola il pavone e vola il cardellino, se vai cercando un sassolino d’oro vedi che nel mio cuore ce n’è uno...». Aleggia un’inquietante atmosfera tipo Heidi che fa temere di aver sbagliato disco da inserire nel lettore.
Si prosegue così, fra una «Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra», che ricorda da lontano la vecchia «Ballata dell'uomo ragno», e una quasi dignitosa «L’angelo di Lyon», firmata però dal fratello Luigi Grechi (cognome della madre, adottato tanti anni fa dal primogenito per non essere accusato di voler brillare di luce riflessa...). Concludono il disco «Carne umana per colazione», «L'imperfetto» e «L’infinito»: l’impressione è quella di un tentativo di rifare, a volte con indubbio mestiere e persino una punta d’ispirazione, canzoni che lo stesso De Gregori ha già scritto. Molto meglio.
Lo dimostrano anche i concerti e le rare comparsate televisive (l’ultima dinanzi all’adorante Fazio...), dove lo spazio per le cose nuove è ridotto allo stretto indispensabile. Poi, per alzare il livello qualitativo e magari tirare l