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Prodotto da Francesco De Gregori
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Lucio Dalla ARRANGIAMENTO Pablo |
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Tecnico del suono: Ubaldo Consoli
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George Sims CHITARRE |
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Mario Schiano SAX (Le storie di ieri) |
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Franco Di Stefano BATTERIA |
Roberto Della Grotta CONTRABBASSO (Le storie di ieri)
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Alberto Visentin PIANO |
Roger Smith BASSO |
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Immenso. L’unico aggettivo idoneo per quel quadrato di cartone 30x30 a strisce bianconere con al centro il famoso cammeo. Un disco da portare su un altro pianeta per dire al primo alieno incontrato: “vedi, questa strana cosa che stai ascoltando si chiama….. canzone…”. Per
un degregoriano non ci sono parole per descrivere quest’opera che ha fatto
storia. In Rimmel, che fece un botto di 500.000 copie vendute nel periodo
d’oro di Fausto Papetti e dei night club, si sente tutto l’amore di
Francesco per Dylan e
In quest’anno ci governa Moro con una coalizione politica DC; viene assegnato il Nobel agli italiani Renato Dulbecco per la medicina ed Eugenio Montale per la letteratura; libanesi cristiani e musulmani si uccidono a Beirut; alla morte di Franco, Juan Carlos sale sul trono di Spagna; il PCI di Enrico Berlinguer acquista maggiore peso nella vita politica del Paese: nel mese di giugno, supera la DC nelle elezioni regionali. Si parla per la prima volta di "compromesso storico"; Koehler e Milstein realizzano gli anticorpi monoclonali e Stephen Schneider denuncia l’effetto serra; viene messo in commercio il primo videoregistratore domestico; il primo miniassegno viene emesso dall'Istituto Bancario S. Paolo di Torino il 10 Dicembre: 100 lire; nascono le prime radio libere; i radicali Marco Pannella, Adele Faccio ed Emma Bonino lanciano la campagna per la liberalizzazione dell'aborto provoncando il loro clamoroso arresto; i giovani votano a 18 anni, così la finiscono una volta per tutte di falsificare la firma dei genitori sul libretto scolastico delle assenze; un commando delle Brigate Rosse, con un assalto alle carceri di Casale Monferrato, fanno evadere Renato Curcio; nella manifestazione antifascista a Milano un colpo di pistola uccide Claudio Varalli. Seguiranno rappresaglie e scontri con le forze dell’ordine anche a Firenze dove tra la folla altri colpi di pistola uccidono Rodolfo Boschi, militante del Pci; il Parlamento approva la riforma del Diritto di Famiglia; si dimette il Governatore della Banca d'Italia Guido Carli e al suo posto viene nominato Paolo Baffi; tre giovani della Roma-bene, dopo aver invitato a un loro festino due ragazze in una villa del Circeo, le seviziano e poi le uccidono; sul litorale romano di Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, viene trovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini per mano del giovane Giuseppe Pelosi. Con lui scompare una delle più grandi figure della nuova cultura italiana; muoiono pure Juan Peron e Aristotele Onassis. Carovita: Giornale £ 150 - Biglietto del Tram £ 100 - Tazzina Caffè £ 120 - Pane £ 450 al kg, Latte £ 260 - Vino al litro £ 350 - Pasta al kg £. 480 - Riso al kg £ 420 – Topolino (il giornalino) £ 500 - Carne di Manzo al kg. £ 4500 - Zucchero al kg £ 430 - Benzina £ 305; l'inflazione è al 19,2%. Nello
sport Niki Lauda vince il Mondiale di Formula Uno, Oleg Blokhin vince il Pallone
d’Oro e la domenica sera Adriano De Zan ci racconta che la Juve vince lo
scudetto con Zoff, Gentile, Cuccureddu, Furino, Morini, Spinosi, Altafini,
Causio, Gori, Capello, Bettega (All. Parola) Il Premio Strega va a Tommaso Landolfi con A caso e il Campiello va a Stanislao Nievo con Il prato in fondo al mare Di
moda vanno il boxer e il dobermann, l'accendino Dunhil, gli abiti peruviani e
gli Intillimani, il megafono, i volantini e il ciclostile, i viaggi a Soci,
Austria e Monaco, la calcolatrice Texas Instruments, la macchina fotografica
Olympus, l’orologio Tissot. Le dimensioni Viaggiamo con la Renault 5, la Simca GLS, la moto Laverda, la Vespa 125, la Fiat 850 Coupè, la Renault4, le nuove moto giapponesi. Si fuma lo spinello, ma per chi non lo fuma il risultato è identico: Lucky Strike, Camel, Chesterfield senza filtro e come donne francesi che hanno un buon profumo e fan girar la testa: Gitanes, Gauloises, Caporal. Tutta roba per uomini duri. Ci
intossichiamo con Girella Motta, Paciugo Tanara, Starcrem, Ciokito, Cioccovella,
Ciocorì, Biancorì, Twix Raider, Duplo, Tronky Ferrero. In
pubblicità la donna è ancora un po’ stupidina, rigorosamente casalinga,
vestita in modo molto castigato in tailleur oppure in gonna nera, camicia di
seta chiara e collana di perle, sempre impegnata a risolvere il suo unico
dilemma: quale detersivo usare. Con una messa in piega alla Brodo Knoor, tale da
farla assomigliare a Margie Simpson, svolge bene il ruolo della madre di figli
educatissimi e della moglie di un uomo virile e che non deve chiedere mai
(infatti le femministe si incazzano parecchio). Ma a volte è un po’ scemo
anche lui: si chiede tante ma tante cose, si stupisce come un idiota ad ogni
nuovo prodotto e fa il credulone ad ogni argomento propostogli. Spot
da ricordare sono Gianfranco Mulè e la tedesca Solvi Stubing di "Chiamami
Peroni: sarò la tua birra"; Denim, il profumo per l'uomo che non deve
chiedere mai ; ….in tutto il mondo, in tutto il mondo, non c’è nessuno come
Jo Condor. Gigante, pensaci tu..”, col gigante che con un’incredibile
pazienza risolve i problemi di quegli incapaci; il mitico sedere di Rosa Fumetto
dei jeans Jesus in "chi mi ama mi segua"; il digestivo Antonetto con
Nicola Arigliano che si passa la mano sulla pancia sul tram e dice "E' così
comodo che si può prendere anche in tram". Al cinema vediamo Frankenstein Junior, Quel pomeriggio di un giorno da cani, L’uomo che volle farsi re, Yuppi du, Fantozzi, Profondo rosso, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Lo squalo, Profumo di donna, Piedone lo sbirro, L'inferno di cristallo, Prima pagina, Scene da un matrimonio e i films polizieschi con l’educato e composto commissario Maurizio Merli e il trasandato trasteverino Tomas Milian. In
televisione c’è Vita da strega, Signore e Signora con Lando Buzzanca e Delia
Scala, Flipper il delfino, Attenti a quei due, Mazzabubù, Anna Karenina, Il
fauno di marmo, L'amaro caso della baronessa
di Carini, Mazinga, Indossiamo trasandati giacconi di panno o di velluto a coste con il bavero alzato che ci difendono a malapena dal freddo nei cineforum e nelle riunioni delle federazioni politiche; jeans Levi’s e scarponcini della marca “più sporchi sono meglio è”. Le ragazze hanno lunghe gonne a fiorellini da femminista sotto enormi maglioni che arrivano quasi alle ginocchia. Portiamo la barba incolta e i capelli lunghi e spettinati. La cravatta è ai minimi storici (bei tempi!), le camicie si portano aperte ed è proprio per la necessità di far stare il colletto bene aperto sulla scollatura dei due o tre bottoni, che nascono i colletti di grandi dimensioni. Le giacche, invece, hanno generosi revers che chiudono alto sul davanti, per cui i bottoni sono tre o quattro. Lo stesso discorso vale anche per il trench. Giochiamo con Bruciapista Mattel e la pista Sizzler, le automobilini Dinky Toys, il videogioco Pong (oggi più noioso di un minuto di Radio Maria). Leggiamo Ernesto, Padre padrone, Trattato di semiotica generale, Skorpio, Lanciostory, Il manifesto, l’Unità, Postal Market e Confidenze, le enciclopedie I quindici, Mille Perché, Vita Meravigliosa, Sapere, Conoscere e Capire. L’anno
è da ricordare anche per le uscite di album come "Born To Run" di
Bruce Springsteen; "Blood On The Tracks" di Bob Dylan; "Wish You
Were Here" dei Pink Floyd; "Phisical Graffiti" dei Led Zeppelin;
"Metal Machine Music" di Lou Reed. Ma anche “Windsong” del
compianto John Denver, un disco che staziona nei primi posti delle classifiche
USA per lungo tempo, a dimostrazione del fatto che gli americani rimangono
sempre sotto l'influenza della musica country. Esplode
la musica funk: lo "street funk" di George Clinton getta le basi per
la disco music; che emette i suoi primi vagiti con l'accoppiata Moroder-Van
McCoy; "Saturday Night Live" debutta in tv; il film
"Nashville" di Robert Altman rilancia la country-music. Anche
l’Italia vanta bravi rocker: dalla PFM all’indimenticabile Ivan Graziani.
Affascinati da tutto questo ben di Dio e liberati per sempre da Orietta Berti
& Co., i ragazzi sentono un'esigenza più intima che è quella di parlare,
di raccontare la rabbia, gli umori, le ansie, gli amori e le speranze
dell’epoca. Trionfa la canzone d’autore italiana con De Gregori, Guccini,
Venditti, De Andrè, Lolli, Rosso, Fossati, Bennato e gli effetti si vedono: a
Sanremo vince Gilda con Ragazza del Sud.
Ascoltiamo Una storia disonesta, Sabato pomeriggio, L'importante è finire, Piange il telefono, Profondo rosso, Buonasera dottore, You're the first the last my everything, Parlami d'amore Mariù, El bimbo, L'Alba, Emmanuelle, Reach out I'll be there, Aria, Ci vuole un fiore, Il Giardino proibito, Tornerai tornerò, Testarda io, Rock the boat, Una Paloma blanca, Stiamo bene insieme, Sei bellissima, Stasera che sera, Manuela, Se mi vuoi, From souvenirs to souvenirs, Overture from Tommy, Island girl. Gli album più venduti in Italia sono Profondo rosso, RIMMEL, Can't get enough, Just another way to say I love you, 19ma Raccolta Fausto Papetti, James Last in concert, Sabato pomeriggio, Anima latina, Fabrizio De Andre' vol. VIII, Yuppi du, 20ma Raccolta Fausto Papetti, Del mio meglio n. 3 Mina, Borboletta, Baby Gate Mina, L'alba, White gold, Canto de pueblos andinos, Never can say goodbye, Incontro, Un po' del nostro tempo migliore. Ma cominciano a conoscere anche la musica straniera. Da una ricerca sul gusto musicale degli italiani risulta che il 50% ascolta musica americana, il 30% la musica inglese e solo il 20% la musica italiana. Questa tendenza è rappresentata da dischi come Another Green World, Shakti, Born to run, Blood on the Tracks, Physical Graffiti, Windsong, Wish You Were Here, Horses, Atlantic crossing, ma anche dischi italiani: La luna, Io che non sono l'imperatore, Volume VIII, Anidride solforosa, Il grande mare che avremmo traversato, Poco prima dell'aurora, Lilly, Canzoni di rabbia. Tormentone dell’estate: Sabato pomeriggio, di Claudio Baglioni. |

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De
Gregori, l’Italia raccontata da un «cronista» con la chitarra Francesco
De Gregori Si comincia (e come poteva essere differente?) con quello che è il suo album più celebre e (forse) migliore: «Rimmel». Uscito nel 1975, mise l’allora giovane musicista sotto le luci della ribalta. Non che De Gregori fosse uno sconosciuto assoluto, aveva infatti alle spalle una discreta gavetta. Dal 1970 era ospite fisso del Folkstudio, la mitica cantina di via Garibaldi a Roma dove sono passate generazioni di musica popolare e autoriale italiana. Era già stato in tour nel ’71 come chitarrista di Caterina Bueno. E aveva registrato diversi dischi: «Theorius Campus» in duo con un’altra giovane promessa della musica italiana (Antonello Venditti), il suo primo da solista («Alice non lo sa», in vendita in questa collana dal 20 ottobre) e «Francesco De Gregori », album d’esordio con una major discografica (la Rca italiana, dall’87 acquistata dal colosso Bmg) e penultimo appuntamento di questa raccolta. Ma fu «Rimmel» a farlo uscire dalla nicchia. Le vendite lo premiarono alla grande (è stato uno dei dischi più venduti del decennio), la tracking list diventò una sorta di colonna sonora per un’intera generazione. La «Rimmel» che dà il titolo all’album, e poi «Pezzi di vetro », «Il signor Hood», «Pablo » (con l’arrangiamento di Lucio Dalla), «Buonanotte fiorellino », «Le storie di ieri», «Quattro cani», «Piccola mela » e «Piano bar»: nove brani che messi uno dietro l’altro formano una pietra miliare della canzone d’autore italiana. E dire che la genesi dell’album fu, come dire?, davvero bizzarra. «La Rca era una specie di ministero — racconta De Gregori nel libretto che accompagna il cd della collana — aveva una decina di studi fra grandi e piccoli. Io, come tanti altri, ci bivaccavo dentro ed ero diventato amico di questo, amico di quello, amico di molti musicisti (o 'turnisti', come si diceva allora). Con il disco precedente avevo avuto un sacco di problemi, io avrei voluto lavorare con una band, ma il mio produttore insisteva per un disco più scarno, più da 'cantautore'. Alla fine aveva vinto lui. Ma adesso non volevo che le nuove canzoni che stavo scrivendo suonassero come decideva qualcun altro. Così mi inventai che dovevo fare dei provini e per fare i provini non c’era bisogno dell’autorizzazione di nessuno. Andavi lì, ti mettevi nella prima sala libera con i musicisti che trovavi disponibili e registravi. Oggi sembra impossibile, ma era davvero così, era molto bello. Con la scusa dei provini, in realtà cominciai a registrare 'Rimmel'». Dopo,
fu tutta un’altra storia. Di successi ripetuti, da «Bufalo Bill» a
«Viva l’Italia», dalla «Donna cannone» fino all’ultimo «Per
brevità chiamato Artista ». Ma anche di contestazioni addirittura
feroci e di etichette da lui per nulla gradite: tipo quella di essere
troppo «ermetico». In realtà, pochi sono riusciti a interpretare il
proprio tempo come ha fatto De Gregori. La sua storia, giunta oggi quasi
al traguardo dei 60 anni (li compirà il 4 aprile del 2011), è
diventata la nostra storia. E, un po’, anche la storia di questi
ultimi decenni.
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E
qualcosa rimane, fra le pagine chiare, fra le pagine scure, e cancello il tuo
nome e
quando io, senza capire, ho detto sì.
Tutto è perfetto: ironia, sentimento, anticonformismo, poesia, senso storico, fantasia. Sono presenti tutti gli elementi che saranno oggetto di attenzione in questo campo per almeno dieci anni. E ciò investe non solo il piano dei contenuti, ma anche quello musicale. Ci sono le ballate folk in stile americano (Rimmel, Il Signor Hood, Le storie di ieri, Buonanotte fiorellino), c'è la melodia italiana (Piccola mela), ci sono linee armoniche assolutamente inedite (Pezzi di vetro, Quattro cani, Piano bar). Vi sono tempi in due quarti, in tre quarti, in quattro quarti, terzinati. Vi è l'uso del contrabbasso al posto del basso elettrico, e la presenza di ottimi jazzisti, primo tra tutti il maestro Mario Schiano. Vi è una zampata dell’amico Lucio Dalla che suggerisce di modificare il risvolto melodico del ritomello di Pablo . |

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RIMMEL
è stato il primo disco che ho potuto arrangiare e produrre per conto
mio. Naturalmente la cosa mi preoccupava un po', così avevo chiamato
qualche amico a suonare con me, tipo Renzo zenobi alla chitarra acustica
e Mario Schiano al sax. Al contrabbasso c'era Roberto Della Grotta, che
poi è diventato buddista e del quale non ho più saputo niente, e poi
tutto il gruppo dei Cyan, che prima di me aveva suonato con Riccardo (Cocciante)
ed erano nella fattispecie Alberto Visentin al pianoforte, Franco di
Stefano alla batteria, George Sims alla chitarra Profondo conoscitore della canzone americana, non solo di quella dylaniana, De Gregori riesce a coniugare perfettamente i ritmi e le cadenze della musica d'oltreoceano con quelli mediterranei: James Taylor, Neil Young, John Prine (e Dylan, naturalmente; lo stesso De Gregori avrebbe dichiarato: "Ho il sospetto che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono dylaniano. Del resto come potrebbe un romanziere di oggi prescindere dalla lezione di Manzoni, Cervantes o Céline?")
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(da
Giorgio Lo Cascio - DE GREGORI - Muzzio Editore) |

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Uno scudo bianco in campo azzurro è la sua fotografia.
Mi ricordo che stavo all'Hilton, perchè un pazzo mi aveva dato un appuntamento all'Hilton per parlarmi, alle cinque del pomeriggio, e in questa enorme hall vuota c'era uno che suonava delle musichette terribili sul pianoforte: lui cantava e suonava, malissimo, e non gliene fregava niente a nessuno: allora pensai di fare questa canzone sul piano bar, poi forse scherzando avrà detto che sembrava Venditti. E poi non credo che sia importante sapere esattamente a chi è dedicata una canzone, è come quando i Beatles fanno 'Lucy in the sky with diamonds" e ci sono schiere di diciottenni che dicono "vedi, è L.S.D."; può essere, non essere, che ti frega, 'Lucy in the sky" è lì, è bella o brutta indipendentemente dai suoi significati puntuali, precisi, mi fa paura insomma vedere le cose così. |

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Quattro cani per strada. Il primo è un cane di guerra e nella bocca ossi non ha
e Vive addosso ai muri e non parla mai, vive addosso ai muri e non parla Il secondo è un bastardo che conosce la fame e la tranquillità ed il piede
dell'uomo e Ogni volta che muore gli rinasce la coda. E il terzo è una cagna, quasi sempre si nega, qualche volta si dà e semina i
figli nel Perchè è del mondo che sono figli, i figli. Quattro cani per strada e la strada è già piazza e la sera è già notte. Se
ci fosse la luna, se ci fosse la luna si potrebbe cantare. Il quarto ha un padrone, non sa dove andare, comunque ci va. Va dietro ai fratelli
e si
Ogni tanto si ferma a annusare la vita, la vita. Quattro cani per strada e la strada è già piazza e la sera è già notte. Se
ci fosse la luna, se ci fosse la luna si potrebbe cantare. Si
potrebbe cantare.
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L'uomo che inventò i cantautori.
Ecco come Ennio Melis, compianto direttore della Rca italiana, ricordava i tempi pionieristici della discografia
Con la scomparsa in febbraio di Ennio Melis, è venuto a mancare il più
illuminato dei discografici-artigiani. A lungo direttore della Rca italiana, in
questa intervista del 2002 racconta la storia della sua vita e dell'etichetta
discografica che fu casa di De Gregori, Battisti, Morandi, Zero, Venditti e
Baglioni.
"Durante un'udienza col Papa (Pio XII, ndr) il capo della Rca americana, che era un cattolico e si chiamava Fonshon, chiese che cosa poteva fare per Roma. Il Papa, memore del bombardamento di San Lorenzo, disse: mettete una fabbrica lì nella zona della Tiburtina. Fino ad allora i dischi venivano prodotti e distribuiti dalla Voce del Padrone. Lui impose questa destinazione contro il volere di tutti gli uomini della del Rca, che dicevano che solo Milano è la città della musica. Ci furono molte difficoltà da parte degli americani che non vedevano bene questa cosa. Nel '54 io ero il segretario laico più vicino al Papa. Andai a visitare la fabbrica in rappresentanza di questo signore che lavorava in Vaticano, il conte ingegnere Enrico Pietro Galeazzi. Giudicai la cosa attraente, potenzialmente forte, e questo signore mi disse: ci provi lei, guardi se si può fare qualcosa. Chiusi quasi tutti gli uffici e portai tutto nella fabbrica per ridurre le spese. Diventai ufficialmente segretario della società il 1° aprile del '56. Abbiamo avuto anche fortuna, ci hanno aiutato i successi di Belafonte e Presley".
Gli americani facevano pressioni.
Erano i padrini. Ma la cosa è iniziata a camminare quando io invece ho
intrapreso l'operazione del catalogo italiano con i primi Quattro Moschettieri:
Fidenco, Meccia, Fontana, Vianello. Iniziarono ad arrivare soldi, e poi
arrivarono Morandi, Paolone (Paoli), la scuola romana e tutti i cantautori
italiani che sono passati di qua.
Il suo rapporto personale con i musicisti?
Perfetto. Ho sempre voluto bene agli artisti e ai musicisti e credo che anche
loro mi abbiano voluto bene perché li ho aiutati sempre.
Ricorda un artista in particolare che non ha avuto il successo che meritava?.jpg)
Renzo Zenobi, uno dei miei favoriti. Ha fatto 10 lp. Uno con Morricone glielo
l'ho fatto fare, addirittura.
Ebbe mai pressioni politiche dall'alto per fare registrare qualche artista?
Mai. No, un momento: le raccomandazioni arrivarono, ma non servivano a vendere i
dischi. Erano inutili.
Che rapporto ha avuto con la censura?
La censura era in Rai. Per mandare Lucio Dalla a Sanremo con "4 marzo
1943" ho dovuto passare ore al telefono col direttore della rete che era
Salvi, il quale era a contatto col direttore generale della Rai Bernabei: lì
c'era il problema della Madonna, di Gesù Cristo…
Quali le differenze sostanziali tra la Rca degli anni 60, dei 70 e degli 80?
Non ne vedo. Fino a quando ci sono stato io è stata una cosa abbastanza
omogenea che ha camminato con il progresso dei tempi, con la esigenza di far
fronte a un mercato che cambiava.
Cosa pensa delle multinazionali di oggi?
Sono diventate ancora più dure di quello che erano allora. Chiedono risultati a
breve termine, quindi non favorisce gli investimenti a lungo termine su un
artista. Io dico sempre che Dalla prima che prendesse veramente dei soldi gli ci
sono voluti venti anni, Renato Zero quindici, gli altri dieci, otto, sei... e io
questa cosa la facevo contro il parere degli uffici amministrativi americani che
avevano delle regole, però grazie sempre a quella mia posizione fortunata che
è alla base di tutto il successo del Rca: me ne fregavo e andavo avanti.
Naturalmente mi permettevo tutto, non solo per le raccomandazioni, diciamo, in
alto loco ma perché producevo tanti soldi, io, in prima persona, con il lavoro
creativo.
C'è chi dice che dopo lei, Rignano e Sugar, è finita l'epoca dei dirigenti
illuminati
Anche le epoche sono cambiate. Il male in tutto questo discorso è che, ormai,
in Italia è rimasta Caterina Caselli ad essere autonoma, per il resto siamo in
mano a burocrati stranieri che vogliono comandare loro, perché sono loro che
investono e che rispondono dei risultati. Alessio Colosi ed Ernesto de Pascale -
Trascrizione di Laura Mauric
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Buonanotte, buonanotte amore mio, buonanotte tra il telefono e il cielo. Ti ringrazio Il granturco nei campi è maturo ed ho tanto bisogno di te, la coperta è gelata,
l'estate Buonanotte, buonanotte fiorellino, buonanotte fra le stelle e la stanza, per sognarti, Ora un raggio di sole si è fermato proprio sopra il mio biglietto scaduto. Tra i
tuoi Buonanotte, buonanotte monetina, buonanotte tra il mare e la pioggia, la tristezza gli uccellini nel vento non si e dall'alba al tramonto sono soli nel
sole.
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No, io avevo allora un rapporto abbastanza distante con il gruppo. Intanto perché i gruppi erano due: c'erano due batteristi e due chitarristi, rispettivamente uno per me e uno per Lucio Dalla; tutte cose che non ho mai capito... Mi ero portato appresso un po' di gente che aveva suonato sui miei dischi, come George Sims alla chitarra e Franco Di Stefano alla batteria. Ma devo dire che non me ne importava niente di entrare nel vivo degli arrangiamenti: ciò che avveniva alle mie spalle era per me simile ad una base musicale. Non so perché, forse è una sensazione che esprimo adesso, comunque erano altre le cose che mi piacevano: forse quello che mi interessava di più era l'incontro tra due "solisti", ed il fatto che dietro ci fosse un gruppo passava in secondo piano. Tornando a "Bufalo Bill", la minore incisività della versione in studio è dovuta in parte a certe condizioni tecniche di registrazione, cui ho già accennato, ma in parte anche al mio stesso modo di cantare: su quel disco, in particolare, c'era molta più timidezza rispetto ad ora. Adesso avverto una crescita, una crescita anagrafica, di sicurezza nel declamare le cose che ho scritto, e probabilmente anche una crescita muscolare del mio apparato vocale...
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Francesco
De Gregori - Rimmel
Al
terzo album (e mezzo, se si considera anche "Theorius campus"
in tandem con Venditti) De Gregori fece centro. E gli costò parecchio.
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Mio padre ha una storia comune, condivisa dalle sue generazioni, la mascella nel
cortile tutta gente che aveva capito. E il bambino nel ogni volta che colpisce una chiude gli occhi e si mette a volare. E i cavalli a Salò sono morti di noia, a giocare col Nero perdi sempre, Mussolini
ha ogni volta che parlano è una truffa. Ma mio padre è un ragazzo tranquillo, la mattina legge molti giornali, è convinto
di E suo figlio è una nave pirata,
e suo figlio è una nave pirata. E anche adesso è rimasta una scritta nera, sopra il muro davanti a casa mia. Dice
che la cravatta intonata alla Ma il bambino nel cortile si è fermato, si è stancato di seguire aquiloni, si è
seduto Guarda il muro e si guarda le mani,
guarda il
muro e
si guarda le mani.
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LE
STORIE DI IERI (La Storia, passata e recente, nella storia del testo di una
canzone) Tutti
gli appassionati di De Gregori e di De André conoscono la vicenda della canzone
Le storie di Ieri. Lo stesso De Gregori ne
ha fatto recentemente cenno nelle web-note-di-copertina di Amore nel Pomeriggio,
in riferimento al suo soggiorno in Gallura a casa di Fabrizio De André, tra il
’73 e il ’74, e alla stesura
dell’album Volume VIII (l’album di De André scritto anche assieme a De
Gregori); scrive De Gregori che nell’album, per volontà di De André, fu
inserita Le Storie di ieri , canzone scritta da De Gregori, che la RCA (sua casa
discografica dell’epoca) si era rifiutata di fargli incidere sull’album
Francesco De Gregori del 1974,
quello che, per via della copertina, è comunemente soprannominato “La
Pecora”. Soltanto successivamente, una volta che la canzone era
stata…‘sdoganata’ da De André, De Gregori poté Chiunque
ascolti le due versioni potrà accorgersi che i rispettivi testi presentano
delle differenze non trascurabili, tali da denotare atteggiamenti psicologici e
politici abbastanza diversi: se la versione di Rimmel è nettamente più
‘militante ’ e lascia intendere una condanna più marcata del fascismo e dei
suoi rigurgiti nel presente, quella di Volume VIII sembra più ‘comprensiva’
e, pur nella
condanna, mantiene una sorta di ‘umana pietà ’ nei confronti
dei vinti, che sicuramente hanno sbagliato, ma forse lo hanno fatto in quanto
sognavano un futuro diverso. La versione di Volume VIII sembra in qualche modo
anticipare l’atteggiamento della canzone Il Cuoco di Salò ( dell’album
Amore nel Pomeriggio del 2001), dove De Gregori, pur inflessibile
nell’indicare qual è “la parte sbagliata”, focalizza l’attenzione sul
fatto che pure da quella parte “si muore” e pure morendo dalla parte
sbagliata “si fa l’Italia”. In particolar modo, le differenti atra le due
versioni si colgono nei versi iniziali: in Rimmel il padre dell’io narrante
“ha una storia comune condivisa dalla sua generazione” e si sa che la storia
è una cosa pesante, che implica un’assunzione di responsabilità, la
“storia dà torto o dà ragione” come reciterà il testo di un’altra nota
canzone di Francesco De Gregori; la versione di Volume VIII si limita ad
asserire che “aveva un sogno comune”, portando il discorso nel campo
soggettivo delle passioni, delle ragioni, delle aspirazioni, dei sogni appunto,
dei singoli, che pur implicando delle responsabilità storiche oggettive, non
possono esservi ridotti del tutto. Poco più avanti, con chiaro riferimento a
Mussolini, la versione di Rimmel recita che “troppi morti lo hanno
smentito”, quella di Volume VIII che “troppi morti lo hanno tradito”.
Il significato di fondo è lo stesso, ma in Rimmel è espresso in maniera
più marcata: se qualcuno viene smentito vuol dire che si afferma il contrario
di ciò che dice, si dimostra che ha torto, addirittura si dimostra che ha
mentito; il verbo “tradire” non mantiene la stessa connotazione, anzi
generalmente chi viene tradito sta subendo un torto; chiaramente la versione di
Volume VIII è ironica e afferma le stesse cose in modo probabilmente più
tagliente, più sottile, ma, letta in maniera superficiale, potrebbe dare adito
a fraintendimenti; ebbene, magari a scapito dell’ironia e della poesia, questi
fraintendimenti in Rimmel vengono spazzati via, attraverso l’uso di un termine
(“smentito”) che non lascia spazio a nessun possibile dubbio. Nella terza
strofa, poi, sempre in riferimento a Mussolini e al fatto che “ha scritto
anche poesie”, la versione di Rimmel commenta “i poeti che brutte creature
ogni volta che parlano è una truffa”, in Volume VIII
al posto della parola “brutte”
troviamo “strane”: la seconda parte della frase fa sì che il contenuto del
verso sia inequivocabile, ma in Rimmel l’espressione “brutte creature” è
assai più esplicita. Anche qui i due testi dicono sostanzialmente la stessa
cosa, ma in Rimmel l’affermazione presenta un giudizio di valore, che in
Volume VIII è rimandato alla parte finale del verso, mentre in questa prima
parte con “strane” ci si deve accontentare dell’affermazione che Mussolini
(così come tutti i poeti) non lo si capisce fino in fondo.
Ci
si potrebbe chiedere quale sia il rapporto tra i due testi e cosa stia alla base
di varianti per nulla trascurabili, ma presenti in due versioni le cui uscite
discografiche non sono poi così lontane nel tempo.
Si può ipotizzare che la versione presente in Volume VIII corrisponda
effettivamente alla canzone così come concepita originariamente da De Gregori e
che Rimmel rifletta un ripensamento successivo. Oppure, che in Volume VIII il
tono della canzone sia stato attenuato per motivi di opportunità politica, in
maniera da rendere possibile l’uscita del brano senza censure; o per adattare
la canzone al temperamento di De André, più portato alla comprensione che alla
condanna dei vinti, meno allineato politicamente e meno assimilabile ad un ovile
ben definito, magari proprio per questo portato a guardare oltre le righe.
Quest’ultima ipotesi tenderei ad escluderla, a partire dalle notizie di una
versione dal vivo di De André di Via della Povertà (traduzione a quattro mani
con De Gregori, di Desolation Row di Bob Dylan), risalente alla fine del 1974,
in cui, riprendendo una pratica
dylaniana, i nomi dei personaggi
della canzone venivano sostituiti con quelli di personaggi dell’attualità.
Ebbene, nella seconda strofa, che
presenta un riferimento esplicito ad Almirante, De André è molto meno
indulgente nei confronti dei cosiddetti
‘vinti’ di quanto non lo sia ciascuna delle due versioni di Le Storie di
ieri (per una lettura del testo della canzone, che tra l’altro contiene
riferimenti a personaggi come Covelli, leader monarchico, all’epoca confluito
nell’M.S.I.-D.N., Paolo VI,
Berlinguer, Agnelli, Montanelli, l’allora Presidente della Repubblica
Leone, rimando all’ottimo sito, http://www.viadelcampo.com/html/canzoni1.html).Un
eventuale abbassamento dei toni della canzone Le Storie di ieri rispetto
all’originale degregoriano non deve essere dunque attribuito alla volontà o
al temperamento di De André . Devo
dire che ascoltando le due versioni sono sempre, istintivamente, stato
dell’idea che quella di Volume VIII corrispondesse, almeno a grandi linee, al
testo originario di De Gregori e che la canzone, così come incisa in Rimmel,
rappresentasse uno stadio successivo, un’evoluzione dettata dal mutamento
delle condizioni politiche e dall’acuirsi della lotta tra destra e sinistra.
Questa, che poteva risultare soltanto un’impressione, un’ipotesi, una
congettura è diventata qualcosa di più, quasi una certezza, nel momento in cui
sono entrato in possesso di una terza versione di Le storie di ieri, eseguita da
De Gregori e risalente con tutta probabilità ad un periodo precedente le altre
due. Questa fortunata circostanza è dovuta al fatto che, grazie anche alla
potenza della rete, sono venuto in possesso di copia di due CD di inediti e
rarità di incisI da De Gregori negli anni ’70. La traccia 6 del primo CD è
appunto una versione di Le Storie di
ieri, eseguita da Francesco alla chitarra e alla voce. Non è possibile entrare
nel merito del contenuto dei due CD e della provenienza dei brani, ma tutto
lascerebbe pensare che questa traccia risalga ad un periodo precedente l’album
“Pecora” e preparatorio a questo. A partire da una serie di caratteristiche
“oggettive” (qualità del suono, timbro di voce di De Gregori, esecuzione
live o in studio, esecuzione solo chitarra e voce o con complesso strumentale,
presenza o meno di Lucio Dalla alla voce o al sax,
brani in italiano o in traduzione inglese) è possibile suddividere tutto
il materiale dei due CD in almeno quattro cinque gruppi e forse in ulteriori
sottogruppi. Tra questi, uno dei più interessanti è caratterizzato da 11
brani, editi e inediti, eseguiti in studio da un De Gregori dal timbro di voce
giovanile con soli chitarra e voce e qualità del suono piuttosto buona. I pezzi
da includere in questo gruppo sono: Mercato dei Fiori (1,1), pezzo inciso
peraltro da Patti Pravo nel 1975 sulla B side della hit Incontro (per la
copertina del 45 giri, cfr. il sito
http://www.coltempo.it/discografia/45incontro.htm),
Signora Aquilone (1,3), Le Storie di ieri (1, 6), Souvenir (1,7), Dolce
Amore del Bahia (1, 20), A Lupo (1, 21), Cercando un altro Egitto (1, 22),
Niente da capire (2,1), altri tre
brani, mai incisi da De Gregori, di cui non saprei dire il titolo (1,2; 1,4;
1,5), l’ultimo dei quali presenta come accompagnamento di chitarra il tema che
più tardi sarà utilizzato per la colonna sonora di Flirt (da notizie spulciate
in libreria in un libro su De Gregori, scritto da Marco Bonanno, il testo
sarebbe di Giorgio Lo Cascio) . Le versioni dei brani editi risultano diverse da
quelle incise Un
modo di giungere ad una conferma, per lo meno parziale, di queste congetture è
dato dall’analisi puntuale dei testi e dal confronto delle varianti delle tre
versioni (la traccia inedita e le due versioni edite di Le storie di ieri). Darò
per scontata la conoscenza del testo della canzone (che in ogni caso riporto
alla fine dell’articolo nella versione di Rimmel) e indicherò i versi in cui
sono rinvenibili elementi di discordanza tra almeno due delle tre versioni,
indicando la traccia inedita con TI, la versione cantata da De André con DA, la
versione di Rimmel con R. (In altre parole, gli unici versi che non citerò sono
quelli in cui tutte e tre le versioni sono concordi). Un
metodo utile per giungere a una datazione dei tre testi è il computo statistico
delle concordanze e delle discordanze. Prima di mostrare i risultati indicherò
alcuni criteri che ho seguito: ho contato quelle dei vv. 1 e 2 come un’unica
variante, dal momento che l’uso di “condiviso” piuttosto che
“condivisa” costituisce una conseguenza necessaria dell’uso di “sogno”
piuttosto che di “storia”. Analogamente, ho considerato un’unica variante
quella dei vv. 24-25, visto che l’uso di “cravatta intonata” piuttosto che
“cravatte intonate” al verso 25 dipende dall’alternativa tra “faccia
serena” o “facce serene” del verso 24. Lo stesso ho fatto per i vv. 9-10,
in cui l’inizio del verso è lo stesso ripetuto (e variato nelle diverse
versioni). Per quel che riguarda il v. 13, ho computato separatamente la
concordanza di TI e DA nell’utilizzo della parola “strane”, piuttosto che
“brutte” e la concordanza di DA e R nell’omettere
l’espressione “ah” all’inizio del verso. I risultati cui sono pervenuto
sono i seguenti: Come
si vede, il minor grado di concordanza è quello della traccia inedita (TI) con
la versione di Rimmel (RI): vi è un solo caso (più precisamente ai versi 9-10)
in cui le due versioni siano in accordo tra loro e in disaccordo con quella di
Volume VIII. Le versione cantata da De André (DA) si ritrova in una sorta di
posizione intermedia, dal momento che in quattro casi si trova in accordo con la
traccia inedita (e in disaccordo con Rimmel) e in quattro casi si trova in
accordo con Rimmel (e in disaccordo con la traccia inedita).
Vi è poi un caso piuttosto interessante, e su cui varrà la pena di
tornare in seguito, in cui ogni versione risulta autonoma dalle altre due (vv.
24-25). Se
il computo eseguito è corretto, ne risulterà che la versione di Volume VIII
(DA), risultando intermedia a livello di testo, sarà con tutta probabilità
intermedia anche da un punto di vista cronologico e, dal momento che sappiamo
che la versione di Rimmel è più recente rispetto a quella di Volume VIII, ne
risulterà che la traccia inedita è la versione più antica delle tre.
Tutto questo non fa altro che confermare le precedenti congetture sul
fatto che la traccia inedita sia un provino risalente al periodo preparatorio
della “Pecora”, scartato dalla RCA per motivi di opportunità politica. Se
dunque siamo in grado di attribuire un ordine cronologico più che plausibile ai
tre pezzi, diviene possibile seguire nei dettagli l’evoluzione del testo e
individuare il tipo di varianti che segnano l’evoluzione dalla traccia inedita
alla versione di Rimmel, passando per Volume VIII.
Se
le sei varianti di DA rispetto a TI derivano quasi esclusivamente da
preoccupazioni stilistiche o di censura e in ogni caso sono tali da non cambiare
di una virgola il significato e il clima psicologico e ideologico della canzone,
per quel che concerne il passaggio alla versione di Rimmel le cose sono, come si
è visto, abbastanza diverse. Vi sono in effetti anche qui un paio di mutamenti
puramente stilistici: ai vv. 9-10, come si è detto, viene ripresa la versione
di TI “comincia a sognare”; al
v. 27, poi, “si è stancato di seguire gli aquiloni” diventa “si è
stancato di seguire aquiloni”. Le altre quattro varianti, però, modificano in
maniera sostanziale se non il contenuto l’approccio della canzone. Delle prime
tre si è già avuto modo di parlare all’inizio: al v. 1 “un sogno comune”
diventa “una storia comune”, al
v. 4 “tradito” diventa “smentito”, al v. 13 “strane creature”
diventa “brutte creature”. Ai vv. 24-25 si riscontra una curiosa variazione:
se nella primissima versione della canzone si faceva esplicito riferimento ad
Almirante e in quella successiva vi si alludeva chiamandolo “il gran capo”,
qui troviamo “i nuovi capi” e sembra che l’oggetto polemico sia cambiato,
si sia esteso, o forse sia rimasto semplicemente sul vago. Forse l’espressione
“il gran capo” andava bene per De André e per
un disco inciso dalla RICORDI, ma era ancora troppo esplicita per i
discografici della RCA? Questo tenderei ad escluderlo, se non altro per il fatto
che la versione recitante il “gran capo” era ormai nota e dunque era palese
ed esplicito a chi si riferisse la canzone. E allora?
Devo dire che la prima volta che ho ascoltato la canzone (sarà stato
intorno al ’95 o giù di lì, anzi era proprio il ’95) ebbi un’impressione
strana: sapevo che il pezzo risaliva a 20 anni prima, ma mi pareva che
l’espressione “i nuovi capi” potesse riferirsi tranquillamente
all’attualità e alla nascita del Polo delle Libertà.
Cosa pensare, allora, che De Gregori prevedesse il futuro? L’ipotesi
non sarebbe del tutto peregrina, visto che in Miramare 19/4/1989 nel brano
Bambini Venite Parvuols cantò “legalizzare la mafia sarà la regola del
2000” e adesso, da qualche mese, è passata la Legge Cirami, ma, insomma, pure
la nascita del Polo delle Libertà? O dobbiamo per forza ricordare i versi
iniziali della canzone datata 1976 Disastro Per
capire a cosa potrebbe alludere De Gregori e in generale per cercare di
comprendere alcuni dei motivi che potrebbero stare sotto la canzone e la sua
evoluzione, sarà opportuno richiamare alla mente alcune delle vicende politiche
che coinvolsero più o meno direttamente l’M.S.I., all’inizio degli anni
’70 (Almirante era divenuto segretario dell’M.S.I nel 1969 e direi con
assoluta certezza che questo è il termine post-quem della prima versione della
canzone). Senza entrare nel dettaglio dei fatti ormai storici dell’epoca,
individuerei alcuni elementi che possano in qualche modo aiutarci: in primo
luogo, il periodo che va dal 1969-70 al 1975 e oltre è segnato dal progressivo
acuirsi dello scontro politico, non sempre soltanto verbale, tra destra e
sinistra: è il periodo degli scontri di piazza, ma anche
della ‘strategia della tensione ’ (iniziata ufficialmente nel 1969,
con gli attentati dell’agosto e poi la strage di P.za Fontana il 12 dicembre)
e del terrorismo di destra, come di sinistra. In questo contesto, e in seguito
anche alle pesanti responsabilità di parte dell’M.S:I: nell’episodio dei
moti autonomisti di Reggio Calabria (a partire dal luglio 1970), diversi
esponenti della destra vengono indagati con l’ipotesi di reato di
“Ricostituzione del partito fascista”: il
3 marzo 1972 la procura di Treviso ordina l’arresto di Pino Rauti, fondatore
di Ordine Nuovo, anche con l’accusa di coinvolgimento negli attentati del
1969. Il 28 giugno del 1972 la procura di Milano chiede alle camere
l’autorizzazione a procedere contro Almirante, sempre per il reato di
“Ricostituzione del partito fascista”; il 24 maggio del 1973 le camere
concedono l’autorizzazione a procedere; le indagini successive non porteranno
a risultati concreti e i processi non si svolgeranno mai. In questi anni, la
politica dell’ M.S.I. segna inoltre un significativo mutamento: si va
profilando sempre di più l’ipotesi del Compromesso Storico, dell’alleanza
tra DC e PCI e l’ M.S.I. cerca di appropriarsi del ruolo di baluardo
anticomunista, cercando di costituire un fronte comune che, sotto la bandiera
dell’opposizione al comunismo, inglobi settori della destra più ampi di
quella tradizionalmente missina. È così che alle elezioni del maggio ’72
l’M.S:I: si allea con il partito monarchico (il PDIUM) sotto la sigla
di Destra Nazionale , ottenendo l’8.7% dei voti. Questo tentativo di
allargamento della destra andrà avanti fino al 1975-76. L’ultima fase di
questo processo ha luogo alla fine del 1975, con la fondazione promossa da
Almirante di una organizzazione più ampia del suo partito, esterna al partito e
denominata “Costituente di destra per la libertà”. Credo
che gli eventi qui riportati brevemente possano aiutarci a ricostruire il
contesto in cui fu concepita e si sviluppò la canzone Le Storie di ieri. In
effetti il pezzo sembra muoversi su un doppio binario: per un verso, c’è la
patina di rispettabilità dei nuovi fascisti (l’unica strofa che rimane
identica in tutte e tre le versioni è la quarta, quella che inizia con “Ma
mio padre è un ragazzo tranquillo”, vv. 16-20), per un altro il continuo
ricordare e richiamare le loro radici storiche. Tutto questo trova una
rispondenza negli avvenimenti del ’72-’73:
l’M.S:I che tenta di recuperare una base di consenso più ampia (e in
parte ci riesce); le sue radici che, anche in seguito alle indagini della
magistratura, non possono essere negate. Si potrebbe addirittura ipotizzare che
lo stimolo a scrivere la canzone sia venuto a De Gregori proprio in seguito
all’episodio di Almirante indagato e quindi si potrebbe collocare la prima
stesura tra il ’72 e il ’73. La registrazione della versione inedita
potrebbe essere collocata tra il ’73 e il ‘74. Per quel che riguarda la
versione di De André, anche se il disco Volume VIII esce nel 1975, questa
riflette nella sostanza l’orientamento della versione inedita (forse a causa
della gestazione non brevissima dell’album). Il nuovo clima del 1975 si coglie
invece nella versione di Rimmel: si è detto che l’acuirsi del clima politico
può aver determinato una sorta di irrigidimento dei toni di certe espressioni e
a questo punto si può ipotizzare che l’espressione “i nuovi capi” possa
riferirsi alla fondazione (già avvenuta o comunque prospettata) della
“Costituente di destra per la libertà”.
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Mio padre seppellito un anno fa, nessuno più coltivare la vite. Verde rame sulle sue poche unghie e troppi figli da cullare. E il treno io l'ho preso e ho fatto bene. Spago sulla mia valigia non ce n'era, solo un solo un pò di rancore la teneva insieme. Il collega spagnolo non sente, non vede, ma parla del suo gallo da battaglia e
della Prima parlava strano ed io non lo capivo, però il pane con lui lo dividevo e il
padrone Hanno
pagato Pablo, Pablo è vivo. Con le mani posso fare castelli, costruire autostrade, parlare con Pablo, lui
conosce Con le donne, e il vino, e la Svizzera verde. E se un giorno è caduto, è caduto per caso pensando al suo gallo o alla moglie Prima parlava strano ma io non lo capivo, però il fumo con lui
lo dividevo e il padrone Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo. |
"Pablo" è stata usata come motivo da discoteca per ballarci sopra, ma anche come slogan politico, quando hanno ammazzato Pietro Bruno, perchè su palazzo Venezia c'era scritto: "Hanno ammazzato Pietro, Pietro è vivo". Quando uno prende una mia canzone e la usa sia per ballare che per parlare di uno che è stato ammazzato il giorno prima, il massimo dell'ambiguità è stato raggiunto, ed io so benissimo che l'utilizzazione delle mie canzoni non è un fatto controllabile da me; quindi quando vedo certe cose ti posso dire che al limite sono giuste tutte e due, sia che si balli in discoteca sia che sia scritta sui muri in quel modo. Forse l'una è la conseguenza dell'altra, cioè se non fosse stata ballata in discoteca per tutta una estate probabilmente non avrebbe avuto la sua funzionalità come slogan. In tutte le canzoni che ho sentito sull'emigrazione c'era sempre un'immagine abbastanza stereotipa dell'emigrante italiano, che è giusta fra l'altro, però volendo fare un'altra canzone sull'emigrazione, ho pensato di allargare il discorso e di parlare anche degli altri compagni emigranti, parlare anche della Spagna che era... che è tutt'ora, forse allora più di adesso, in una situazione abbastanza critica dal punto di vista della democrazia, e questo tra l'altro mi forniva lo spunto per fare il discorso vero della canzone, che è il rapporto fra due emigranti diversi per lingua, per tradizioni, idee, e parlare di questa loro incapacità a comunicare realmente, a intendersi e anche a difendersi; sono due emigranti di quelli che non tornano mai a votare, di quelli non politicizzati, di quelli che alla fine si fanno pagare e si fanno ammazzare.
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“Canzoni, e un po’ di champagne" (1975) di Enzo Caffarelli Tracciamo un profilo del celebre cantautore romano facendoci illuminare dalla sua intervista: il successo delle sue canzoni e il suo posto nel quadro delle esperienze dei cantautori italiani; Un incontro a Rimini, all’Hotel Belle vue: protagonisti Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Enzo Caffarelli Antonello riassume in sé le contraddizioni del cantautore italiano anni settantacinque. Adesso alterna ai festival dell’Unità e ai concerti gratuiti nelle piazze, le aristocratiche balere rivierasche. Nel rigore del suo marxismo spiega che è giusto così, che è logico e necessario portare i suoi problemi, la propria lettura ed interpretazione della realtà sociale che ci circonda ad un pubblico diverso dal solito, magari svogliato e disattento, abituato ad altri discorsi, smanioso di ballare Opportunismo tattico o compromesso con il sistema? Il fatto è che rischia di trovarsi tutti contro. Alcuni fans lo accusano di imborghesimento, lo rinnegano. Gli avversari non aspettano altro per tacciarlo di ipocrisia. Così nella prima estate “romagnola” , trascorsa presso i centri che per tradizione in questa stagione divengono la capitale della musica italiana, Antonello ha pernottato in alberghi superlusso, ha girato con la fiammante Citroen che ha rimpiazzato la sgangherata Volkswagen di un tempo, è apparso con la fidanzata su giornali semiscandalistici. Ma ha anche trovato il tempo di dirmi che non è possibile che un suo disco costi 5000 lire, che la battaglia contro le case sarà dura ma porterà a risultati positivi, che insomma qualcosa sta cambiando, che i cantautori sono tutti uniti in tal senso, che i giovani stiano tranquilli e continuino a sperare. Intanto per andarlo a vedere si paga 3000 lire “Ma qui vengono solo i figli della media borghesia” rassicura Venditti, “gli operai non hanno soldi, loro mi ascolteranno ai festival gratuiti o nei teatri di periferia”.
boy music, 1979, di M.Luzzatto Fegiz Venditti doveva tenere un recital al Castello Sforzesco. Ma alle prime note cominciò a cadere una pioggia torrenziale. Il pianoforte fu allora caricato su un camion e portato al Piccolo Teatro, a qualche centinaio di metri. Il pubblico intanto si spostava verso la nuova sede del concerto. Ma, sorpresa, non si riusciva afr entrare il pianoforte a mezza coda sul palcoscenico(piccolo) del Piccolo Teatro. E così il pianoforte fu sistemato nel foyer, dove presente la deliziosa moglie Simonetta Izzo, Venditti tenne senza porsi troppi problemi un applauditissimo recital. Niente sedie, tutti in piedi. (Commento di Venditti: “Che bello, che gioia sentirsi il pubblico vicino, appoggiato al pianoforte. Che emozione, che risate, che casino” ) Secondo episodio: è la sera del 30 Novembre 1976. Poco tempo prima alcuni autonomi hanno contestato e processato Francesco de Gregori. Venditti ama Francesco come un fratello e decide, a modo suo, di vendicarlo. Contro il parewre di tutti decide di tenere un concerto nello stesso Palalido. Ha una paura ladra. “Me la facevo sotto. Letteralmente. Ma avevo deciso che dovevo farlo. L’organizzazione fu affidata a Radio Canale 96. Ai circoli giovanili furono concessi biglietti a 700 lire . Ciò nonostante disturbarono il concerto. Io mi confrontai con loro, gridai più di loro. A un certo punto dovetti interrompermi. Certo-continua Venditti- poi dormii per due giorni. Ma intanto avevo cantato, suonato, alla faccia dei casinari” Ma in quell’occasione Venditti dette a tutti una lezione: ed era quella che l’artista, per essere tale, deve essere libero. Libero dalle pressioni dell’industria, ma anche dalle pressioni dei giovani demagoghi(e talora teppisti) della sassata o della spranga. E nella libertà è nato, “Buona domenica”, un libero tuffo nella realtà d’una Italia giovanile dai mille volti, contraddittori ma reali. Venditti l’ha dipinta a note vivaci. L’affresco è disponibile in quattro colori diversi.
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L'uomo che cammina sui pezzi di vetro dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in e una luna e dei fuochi alle spalle mentre balla e balla, sotto l'angolo retto
di Niente a che vedere col circo, nè acrobati nè mangiatori di fuoco, piuttosto un santo
quando vedi che non si taglia, già lo sai. Ti potresti innamorare di lui, forse sei gi innamorata di lui, cosa importa se ha vent'anni e nelle pieghe della mano una linea che gira e lui risponde serio "è mia, sottindente la vita". E la fine del discorso la conosci già, era acqua corrente un pò di che ora si è fermata qua. Non conosce paura l'uomo che salta e vince sui vetri e spezza bottiglie e ride e perchè ferirsi non è impossibile, morire meno che mai e poi mai. Insieme visitata è la notte che dicono ha due anime e un letto e un tetto di capanna come ombrello teso tra la terra e il cielo. Lui ti offre la sua ultima carta, il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, quando ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". E mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai.
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai.
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Non credo sia giusto parlare di una canzone come "Pezzi di vetro" di Francesco De Gregori. Non è giusto perché tutto ciò che si può fare con "Pezzi di vetro" è ascoltarla. Ascoltarla, ascoltarla e ascoltarla fino a restarne storditi, inebriati. La sua melodia è saltellante, come il ragazzo di cui parla, che salta e salta sotto l’angolo retto di una stella. E sentirne le parole equivale a vivere un innamoramento, o a rivivere tutti in una volta i migliori amori passati. C’è, in "Pezzi di vetro", tutto quello che c’è nell’innamoramento: i minuscoli, impercettibili momenti che, messi uno sopra l’altro, fanno nascere l’amore; i magici gesti, invisibili per tutti gli altri occhi, che la persona di cui ci siamo innamorati ha compiuto, senza saperlo, per farci innamorare; l’idea, giusta, che il mondo non possa offrire nulla di più e di meglio che il sorriso del nostro amore; la sensazione, anzi la certezza che il nostro amore è un amore diverso, speciale, migliore, invincibile, eterno, anche nei suoi dolori. In "Pezzi di vetro" c’è tutto quello che c’è nell’amore: dalla santità al sesso, da una capanna in cui vivere e sognare in due a dei vent’anni che resteranno sempre vent’anni anche quando saranno molti di più. Ecco, innamorarsi non è altro che questo, in fondo: entrare in un mondo nuovo costruito da noi che, appena creato, ha un odore intenso e freschissimo che noi speriamo, già amaramente presentendo che non sarà così, possa durare in eterno. Di solito l’odore si affievolisce con il tempo, o forse siamo noi che non riusciamo più a coglierne la pungente dolcezza perché troppo abituati a conviverci; altre volte sparisce all’improvviso e non torna più; altre ancora si allontana per un po’, magari anche per anni, e poi ritorna a farsi sentire più forte di prima. Quelli fatti d’amore sono però mondi puri e fragili, mondi di vetro, e si rompono con grande facilità. Ma è proprio per questo che sono i più belli e i più preziosi. E i più taglienti, in grado di lasciare cicatrici che non si rimarginano mai del tutto. Ma si può spiegare, alla fin fine, che cosa sia davvero l’amore? No, non si può. Si può provare al massimo a descriverlo, come ho fatto io finora. De Gregori, però, ha scritto "Pezzi di vetro". E "Pezzi di vetro", l’ho già detto, equivale a un innamoramento. Ecco perché credo che non sia giusto parlarne e sia necessario ascoltarla. Meglio ascoltarla se si è innamorati. E anche se si ama senza essere corrisposti, meglio così che non amando affatto. Se poi innamorati non lo si è proprio, ascoltare "Pezzi di vetro" può essere una medicina meravigliosa, perché ascoltandola ci si innamora di lei, della canzone. O, al limite di Francesco De Gregori. Di sicuro, "Pezzi di vetro" mette addosso una feroce voglia d’amore. Giuseppe Pollicelli
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Da Rockol.it - Francesco De Gregori - RIMMEL - BMG Ricordi Francesco de Gregori ha 24 anni quando la sua carriera prende una piega tutto sommato inaspettata, tanto che da allora l’epopea degregoriana suole essere divisa in a.R. e d.R., “avanti Rimmel” e “dopo Rimmel”: il brutto anatroccolo arrivato ultimo al “Disco per l’estate” 1973 con “Alice” si è trasformato nel cigno in grado di sfornare un ellepi col botto. Nel ’75 De Gregori è al terzo album, quarto se
consideriamo il disco d’esordio “Theorius Campus”, inciso insieme -
una facciata a testa - ad Antonello Venditti, e ha già collaborato con
Fabrizio De André per il “Vol. 8” del cantautore genovese (al quale
ha portato in dote l’amore per Dylan, testimoniato dalla versione
italiana di “Desolation row”, “Via della povertà”). È però
ancora un artista di nicchia, una nicchia oltretutto di sinistra, che
all’epoca non significa propriamente un lasciapassare per il successo di
massa. Ma “Rimmel”…“Rimmel” è speciale: speciale nel mettere tutti d’accordo, destri e sinistri, impegnati e non so, tanto che alla fine dell’anno l’album risulterà il secondo più venduto dopo (ahinoi) “Profondo rosso” dei Goblin; speciale nel suscitare prese di posizione anche sorprendenti. Così, se l’integerrimo giornalista Giaime Pintor scrive di “banalità musicale da canzonetta anni Sessanta impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese” (prendere il fiato) e testi tanto ermetici “che le sue parole non si aprono a nessuna interpretazione”, la non ancora compagna di strada (e, inaspettatamente, di classifica) Giovanna Marini sarà di tutt’altro parere: “Ha dei testi molto difficili, non mi stupisce che all’epoca in cui è uscito nessuno ci capisse niente. Ma lui non faceva calcoli, lui diceva quello che doveva dire. Aveva bisogno di raccontarti la sua anima per salvarla. C’era moltissima libertà nei testi e anche nella musica". Libertà in tutti i sensi, se è vero - com’è vero, e l’ha ammesso De Gregori in persona - che la tanto celebrata “Buonanotte fiorellino” è quasi una cover della dylaniana “Winterlude” da “New morning” (e pensare che Francesco si sarebbe incazzato come una iena molti anni dopo solo perché Gianni Morandi aveva osato inserire un frammento del walzerino in un medley). Ma i richiami all’immenso Bob non sono solo quelli ai limiti del plagio: certi impasti sonori di pianoforte e organo (fin dalla title track) ricordano per esempio il Dylan della “scandalosa” svolta elettrica. Niente di male, comunque: a ognuno i suoi maestri, e soprattutto l’importante è imparare la lezione e metterla a frutto. Cosa che Francesco fa alla perfezione, tanto che un brano come “Pablo”, le cui note pure sono state scritte dal futuro partner di oceaniche adunate Lucio Dalla (la sua voce fa capolino in “Quattro cani”), è una canzone degregoriana per eccellenza, musicalmente evoluta e puntuale nell’introdurre temi sociali (immigrazione, morti sul lavoro) in un album a discreto tasso sentimentale (ma certo “amore” e “cuore” non abitano qui). Da questo punto di vista, però, il capolavoro è “Le storie di ieri”, bellissima inconsueta introduzione di contrabbasso e strepitoso assolo conclusivo del troppo presto dimenticato sassofonista Mario Schiano: per la levità (attenzione: non leggerezza) con cui parla del fascismo, meriterebbe a pieno titolo di essere inserita nelle antologie scolastiche. Un’autentica “canzone popolare”, di quelle - parafrasando Fossati - che bisogna alzarsi quando passano e che sarebbe potuta tranquillamente entrare nel “Fischio del vapore”, tra “Sacco e Vanzetti” e “Saluteremo il signor padrone”. Il resto… il resto è ancora storia, e allora - non prima d’aver omaggiato la sublime “Pezzi di vetro” - proviamo a rendere un po’ meno ermetici certi testi: per più d’uno saranno sorprese. Il signor Hood “con due pistole caricate a salve ed un canestro di parole” non è certo Mimmo Locasciulli, come ha buttato lì qualcuno, bensì Marco Pannella, al quale il brano è dedicato fin dal titolo, sia pure prendendone rispettosamente le distanze (“a M. con autonomia”); i “Quattro cani” dovrebbero essere lo stesso de Gregori (il cane da guerra che “nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza”), l’amico-nemico Antonello Venditti (il bastardo “che conosce la fame e la tranquillità”), la divina Patty Pravo (la cagna che “quasi sempre si nega, qualche volta si dà”) e il musicista, arrangiatore e produttore Italo “Lilli” Greco, il padrone che “non sa dove andare, comunque ci va, va dietro ai fratelli e si fida”. Resterebbe il pianista di “Piano bar”: se davvero è Venditti, la cattiveria di Francesco non ha niente da invidiare a quella di John Lennon quando dà del dormiglione a Paul McCartney in "How do you sleep?". Un “uomo di poca malinconia” che “nella punta delle dita” ha “poco jazz” e “vende a tutti quel che fa”, “solo un pianista di piano bar” che suonerà e canterà “fin che lo vuoi sentire”. Licenze (o licenziosità?) poetiche comunque non in grado di intaccare il valore di un disco tra i più belli di Francesco. A proposito: a quando un album come “Rimmel”? (Ivano Rebustini) (26 Gen 2003)
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ALICE NON ABITA PIU’ QUI
Rimini, Hotel Belle Vue. Categoria: lusso. Una stanza doppia, tutto escluso, lire 38000 a notte. Nel registro dell’hotel, accolto ai molti comm.(commendatore) ci sono i loro nomi, De Gregori comp. Francesco, Venditti comp. Antonello. Comp. Sta per compagno.
Nella grande hall bevono e giocano a carte, progettando di tornare insieme per una tournée.
Mi vengono in mente le centinaia di facce che hanno da poco terminato di applaudire i loro concerti, Qualcuno ha reclamato a Venditti “Bandiera rossa” e “L’internazionale”. Se potessero, lo dipingerebbero di rosso dai capelli alla punta delle scarpe, e gli metterebbero in testa una falce e un martello, come il bambino con la luna e le stelle della canzone di Cat Stevens. Chiedo ad Antonello cosa risponderebbe se quei ragazzi fossero ancora intorno a lui.
“Credi che non gliel’abbia mai spiegato? Ci ho provato anche se non riesco a convincerli. Io non sono di quelli che nascondono la macchina di lusso e tirano fuori il sacco a pelo quando è il caso. Mi piace lo champagne e me lo posso permettere. E poi dati gli orari degli artisti, abbiamo bisogno di un posto dove si possa cenare anche alle quattro di notte. Guarda che il marxismo è una cosa, il francescanesimo un’altra--continua Venditti – Berlinguer va forse in giro con le toppe al culo? E Bob Dylan? Allora tutto sarebbe una contraddizione. Meglio un compagno ricco che un fascista povero.”
Ma forse…
”Servo alla mia causa in altro modo” ribatte immediatamente Antonello- “chiedendo compensi a prezzo politico ai festival dell’Unità. E facendo propaganda alla fede con le canzoni. Non pretendo, anzi non voglio, che una generazione di giovani si identifichi in me. Io sono un artista e faccio il mio discorso. Non si cambia il mondo con qualche canzone. E poi, chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
E’ la confessione di un freakkettone cioè di un “cantautore impegnato”, secondo la definizione di De Gregori? Francesco condivide in linea di massima questo atteggiamento. La differenza è che De Gregori di pietre ne scaglia parecchie. E cerca di farsi nemica la stampa per passare da eroe. “E’ stata una mossa pubblicitaria” gli ribatte Antonello. E non ha assunto lo stesso atteggiamento, aggiungo io, nei confronti della radio, mezzo promozionale notoriamente più potente della stampa.
Abbiamo un breve scambio di idee con Francesco. “Fare il giornalista è una cosa seria. Significa possedere un’arma potentissima. Ricorda che c’è chi è morto con la penna in mano” pontifica De Gregori. Io resto stordito, senza controbattere. Penso che qualcuno, forse, è morto anche con una chitarra in mano. E lo guardo sbigottito mentre gioca a poker e beve champagne all’Hotel Belle Vue di Rimini, categoria lusso, una stanza tutto escluso lire 38000 a notte, mentre cala il sipario. Ma tutto questo Alice non lo sa. - Enzo Caffarelli
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Mi metto in tasca una piccola mela, mi metto in tasca una piccola mela. Ti legassero in piazza con chiodi e catene se davvero non sei sincera. La figlia del dottore è una maestrina, la figlia del dottore è una E conosce a memoria tutti i libri di Omero, li ripassa tre Mi metto in tasca un piccolo fiore, mi metto in tasca un piccolo fiore. Ti legassero stretta alla quercia più vecchia, se davvero non vuoi il mio cuore. La figlia del dottore sa cantare, la figlia del dottore sa cantare. E mi piace poi tanto quel suo modo di fare, forse un giorno faremo l'amore. |
Il testo è tratto da una canzone popolare sarda, la musica è mia, ricalca certe cose popolari, però non sarde, perchè le musiche sarde sono praticamente atonali, e invece ricalca un po' la musica toscana; mi viene da ridere quando poi vado a fare gli spettacoli per i Circoli Ottobre e mi dicono "De Gregori non fa le canzoni legate alle masse, tanto è vero che Piccola mela" non la capisce nessuno". Ed è una canzone popolare: è una specie di "rispetto amoroso"; c'è uno che si rivolge a una donna e le dice: "se non mi ami vorrei che ti portassero in piazza, ti legassero, eccetera". Il "Mi metto in tasca una piccola mela, mi metto in tasca un piccolo fiore" è un riff letterario, tipo gli stornelli romani che dicono: "fior de rosmarino, fior de pane"... non è niente di misterioso insomma. |

HANNO
AMMAZZATO FRANCESCO, FRANCESCO E' VIVO!
Nuovo Sound del 7.11.1975 - di Franco Schipani
Quella
di Francesco De Gregori è una strana posizione. Per i settimanali della
cronaca rosa è diventato un bello da copertina, ai Festival dell'Unità
lo chiamano compagno, come sempre, altri ancora lo hanno definito
assiduo bevitore di charnpagne e noto frequentatore dei tavoli da poker.
C'è un po' di tutto insomma, tutto meno la sua arte.
De Gregori è diventato a sua insaputa un personaggio", un
argomento che aumenta le tirature dei giornali e le presenze ai
concerti, nessuno ha interesse a chiarire questa storia perchè è una
situazione che fa comodo a tutti.
Le quattordicenni dal fotoromanzo facile vedono in lui un nuovo
prototipo di principe azzurro, l'eroe stanco che ha vinto con i suoi
versi il duello della propria credibilità, un semidio diventato uomo
pronto ad accettare quell'istinto materno che una generazione intera di
sognanti teen agers gli offre a larghe mani.
I promotori della giusta e inevitabile lotta di classe vedono in lui il
compagno realizzato, il fratello dell'idea, quello che è arrivato. Per
i più distratti e quelli in malafede è un noto alcoolizzato da
champagne che continua a lasciare ingenti capitali sui tavoli da poker,
dondolandosi tranquillamente in qualche saletta appartata di alberghi
categoria lusso.
A tutto ciò corrisponde una innata coerenza artistica e professionale
dello stesso De Gregori, un comportamento che lo ha portato ad ottenere
grossi successi di pubblico e di critica, una ventata di aria fresca e
di originalità che ha fatto fare un deciso passo in avanti a tutto il
nostro ambiente musicale.
Non ha mai concesso interviste ai giornaletti delle massaie rifiutandosi
anche di farsi fotografare, limita le apparizioni in manifestazioni
politiche perchè teme di essere strumentalizzato (altri invece
continuano a non perdersene una e poi cadono in crisi!), è in rotta con
parte della stampa specializzata per motivi di ricatto promozionale e si
adopera in lunghi tour de force per andare a suonare dove il suo
pubblico lo vuole.
I suoi sforzi sono stati premiati, la sua correttezza ha avuto un giusto
riconoscimento.
Checchè ne dicano giornali e giornaletti, compagni e non, con Francesco
Gregori siamo arrivati ad una scelta qualitativamente valida a una reale
alternativa di mercato che ha deciso una svolta.
Quando questa estate vendeva il Baglioni di "Sabato
pomeriggio" e il Modugno di "Piange il telefono", De
Gregori con il suo "Rimmel" reggeva nella impari lotta con i
volponi del motivetto souvenir, unico fra tutti i reduci della passata
stagione discografica.
Il suo pubblico ha retto come la qualità della sua produzione.
In questa intervista esclusiva cerchiamo di fare con il cantautore
romano il punto della situazione.
N.S. - Il tuo "RimmeL' sta andando veramente forte e da molte
settimane resiste nei primi posti delle classifiche. Generalmente quello
che decide il successo di un LP è un pubblico eterogeneo, vecchi e
giovani, operai e borghesi, studenti e massaie per esempio; come spieghi
che tutta questa gente, di varia estrazione sociale, età e background
culturale, abbia potuto comprendere e valorizzare dei testi cosi
ermetici, difficili e a volte astratti come quelli che tu canti?
F.D.G. - Non credo che i miei testi siano difficili come tu dici, penso
invece che siano comprensibili e alla portata di tutti, massaie e
bambini inclusi. Non credo nella incomprensibilità dei miei testì.
Anche i testi dei Beatles erano incomprensibili eppure piacevano: un
certo tipo di surrealismo non è difficile, anzl.. Una volta ho
ascoltato una canzone degli "Alunni del sole", quella era una
canzone incomprensibile!
N.S. - Qualche anno fa era molto di moda leggere le poesie di J.Prevert
come oggi quelle di P.Neruda. Non pensi di aver seguito la stessa sorte,
di essere diventato "di moda", il poeta del sistema insomma?
F.D.G. - C'è questa tendenza, da parte del sistema, di assunzione di
determinati poeti che sono tuttavia al di sopra di ogni sospetto, è
innegabile. Questo fenomeno non è però nè voluto nè facilitato da
parte dei protagonisti in questione: anche a me succede la stessa cosa.
E' una situazione che il potere avrà sempre in mano come ha in mano i
mezzi di comunicazione come la Rai TV, anche io vengo inglobato e
distribuito con il mio "prodotto".
N.S. - Credi che possa esistere un movimento artistico, autogestito da
parte di chi produce "canzoni d'autore", alternativo come
discorso anche di mercato rispetto a condizionamenti di questo tipo? Una
delle proposte portate avanti nell'ultimo "Congresso della Canzone
d'Autore" di Sanremo, insomma.
F.D.G. - Credo nelle buone intenzioni, nella buona fede di chi ha
organizzato questo congresso di Sanremo, ma non credo che sia
sostanzialmente una cosa positiva: queste discussioni, i convegni, le
riunioni ecc. ecc. Non credo giusto fare queste cose adesso, momento in
cui questo tipo di canzone è promossa proprio da questi mezzi di
diffusione. Una cosa di questo genere doveva essere fatta un decennio
fa, sarebbe stato più giusto. Oggi vuol dire intellettualizzare a tutti
i costi, ci vogliono far diventare dei professori, è più importante
scrivere delle canzoni che parlarci sopra.
N.S. - Ma allora è vero che tendi a isolarti, a estraniarti da queste
iniziative o il tuo discorso può avere matrici comuni con quello di
Venditti, Lolli o Guccini che partecipano a questi dibattiti?
F.D.G. - Quando incontro Venditti o Guccini mi trovo bene con loro
perchè so di che parlare e ci trovíamo abbastanza d'accordo su molte
cose. Scrivere una canzone è una cosa diversa, è un fatto abbastanza
interiore. Non mi sembra di essere però eccessivamente isolato come tu
dici, ho scritto delle canzoni con Dalla, De Andrè. Non mi piace
chiudermi in una stanza e dire "io sono qui e gli altri sono
fuori".
N.S. - "Rimmel", musicalmente parlando, non dice niente di
nuovo rispetto al precedente album. Anche i testi sono identici per
forma e ispirazione: come spieghi questo vasto consenso di pubblico,
ora? Perchè non prima?
F.D.G. - Trovo che la gente sia più aperta, ora, più disponibile. Il
pubblico si è portato ad un livello discolto un tantino più alto: se
"Rimmel" fosse uscito l'altro anno e "Francesco De
Gregori" oggi, avrebbe venduto quest'ultimo. In questo momento
stanno vendendo tutti i miei dischi il che vuol dire che la gente
accetta oggi quello che ieri non ha accettato. E' questo pubblico che
oggi influenza gli organi di di diffusione perchè vuole ascoltare la
mia musica, quella di Guccini e non vuole più Nazzaro. Se la radio
vuole il suo alto indice di gradimento deve per forza trasmettere questo
tipo di musica.
N.S. - Non pensi che potresti diventare tu il Nazzaro della situazione e
restare indietro rispetto ad un certo tipo di discorso e di rapporto con
il pubblico?
F.D.G. - Mi auguro che possa venir fuori un artista più underground di
me, deve succedere altrimenti ci fermeremmo a De Gregori. Anche io
fermerei su me stesso. Fortunatamente sento continuamente di evolvermi.
N.S. - Questa estate dove suonava De Gregori era tutto esaurito. E' il
tuo pubblico che ti segue, hai bisogno di questo tipo di pubbIico già
sensibilizzato per fare i concerti o potresti suonare anche per il
pubblico di Marcella o Baglioni?
F.D.G. - lo credo di avere lo stesso pubblico di Baglioni, non è un
pubblico che mi rifiuta in partenza. Mi trovo più a mio agio con il mio
pubblico, è vero. ma riesco ugualmente a suonare per altri. Per i
fascisti è impossibile ma per il pubblico di Baglioni è abbastanza
accettabile, riesco lo stesso a farlo mio, a farmi capire. Il pubblico
di Baglioni, che reputo un musicísta poco impegnato ma di buon livello,
non è un pubblico di deficienti.
N.S. - E' molto di moda oggi essere un compagno, fenomeno che crea una
certa confusione a livello politico... è di moda essere vestiti in un
certo modo, adoperare certi vocaboli, ascoltare determinata musica. Non
pensi di essere diventato un "personaggio"?
F.D.G. - C'è una tendenza a spostarsi a sinistra senza avere delle
profonde convinzioni alle spalle, si diventa di sinistra perchè il
compagno di banco è di sinistra. Credo che sia una cosa molto bella
perchè a questo primo momento ne segue una profonda convinzione. Io
sono comunista, non so dirti altro, lo sono da anni. Per quanto riguarda
il discorso del personaggio non ho capito....
N.S. - La gente che viene ai tuoi concerti viene ad ascoltarti oppure a
"vederti".
F.D.G. - Sì, c'è anche della gente che viene a vedermi. Il mito è una
malattia difficile da guarire ma, mentre ieri andavano a
"vedere" Morandi e ascoltavano "Fatti mandare dalla
mamma", oggi vengono a vedere me e ascoltano "Pablo".
Questo, tuttavia, è un fenomeno di scarse dimensioni per quanto mi
riguarda. (Franco Schipani).

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"E' un'esperienza reale e positiva ovunque, finchè mi si dà la possibilità di dire compiutamente le cose che sento". Cosa sente Francesco in questo momento e che c'è di diverso da quello conosciuto alcuni anni fa? Lui cerca sempre di non autodefinirsi, lascia che gli altri colgano le eventuali novità, comunque infine laconicamente dice: "Forse sono un po' nuovo, più moderno e meno decadente. C'è anche una diversità musicale rispetto alle prime esperienze, ma soprattutto una nuova impostazione nella stesura dei testi. Sto abbandonando un certo tipo di linguaggio intellettualistico ed… ermeticamente poetico, per cercare di essere più semplice e immediato". Francesco mi aveva invitato, precedentemente, in sala d'incisione, così mi son reso conto di come le sue canzoni prendano corpo. Gli arrangiamenti musicali sono i suoi, ma lascia spazio anche agli strumentisti; oltre agli accompagnatori di studio, sono intervenuti amici come Schiano (al sassofono) e Della Grotta (al basso). Due interventi jazzistici nel disco di De Gregori? "Principalmente si tratta dell'apporto di due amici che mi capiscono e poi l'originalità in questo tipo di musica è relativa ed i suggerimenti validi possono venire da molti lati differenti". Chiacchierando, cerco di stuzzicare Francesco con domande di vario genere, indagando sulle sue opinioni e valutazioni sui colleghi cantautori italiani e stranieri; lui cerca di non sbottonarsi, ritiene non si debbano far confronti e lascia al pubblico le decisioni e le scelte, comunque… "Cohen mi sembra un po' superato, mentre Dylan è ancora validissimo, nonostante tutto…! In Italia un grosso esempio da seguire è Lucio Dalla, che ha un'impostazione efficace ed attuale; c'è anche qualche giovane interessante, e poi alcune cose da risentire, buone ma passate". Avevamo iniziato con la scusa del suo nuovo disco che dovrebbe uscire a gennaio, e ne riparliamo adesso alla fine. "Non c'è niente da capire" è il titolo di una canzone di Francesco, ma è anche il modo con cui lui imposta se stesso: è tutto talmente semplice ed evidente, che solo chi non vuol capire ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Il titolo del nuovo LP sarà "RIMMEL". "Sì, come il trucco che usano le ragazze, quello per gli occhi…! Rimmel nel senso di trucco, di qualcosa di artefatto, ma questo disco è fatto per smascherarli, per metterli in evidenza. Almeno queste sono le intenzioni". Francesco De Gregori comunque va al di là e cerca di svelare i trucchi e le falsificazioni di qualsiasi tipo e livello: libero e aperto, si preoccupa principalmente di essere vero (anche se talvolta questo è scomodo) per fare in modo che le apparenze siano uguali alla realtà. Non è un censore, né un fustigatore di costumi, ma uno che sente quello che canta. Forse non è un personaggio sul quale costruire delle storie: è uno che, uscendo dal Folkstudio, ti prende sottobraccio e sorridendo insiste sul tasto dell' "intervista" … "Che cosa vuoi sapere della mia vita privata, t'interessa conoscere i miei amori…?". Logicamente parliamo di queste… ed altre cose, ma l'intervista ormai è terminata il "notes" in tasca non riesce a prendere certe confidenze e non è proprio il caso di creare "un personaggio" mentre ci dirigiamo a bere qualche bicchiere di vino; dopo la bevuta, certe cose si dimenticano..! Isio Saba (Nuovo Sound) |
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Il signor Hood era un galantuomo, sempre ispirato dal sole, con due pistole
caricate a con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di
E che fosse un bandito negare non si può, però non era il solo, e che fosse un
E sulla strada di Pescara venne assalito dai parenti ingordi e scaricò le sue pistole in aria e regalò le sue parole ai sordi e scaricò le sue pistole in aria e regalò
le sue E qualcuno ha pensato che forse è morto lì però non era vero, .... E qualcuno ha pensato che forse è morto lì |
Mah, il Signor Hood come personaggio rompicoglioni, come personaggio "contro", è in realtà una parte di tutti noi. La versione degenerata del Signor Hood, la sua versione depravata, è probabilmente Sgarbi, ma ripeto, questa è la sua eccezione negativa. Sicuramente Pannella è un buon Signor Hood: in fondo, politicamente è un ingenuo che però è mosso da una grande onestà personale, che ama ancora incazzarsi e sbattere i pugni sul tavolo. Ma il Signor Hood è anche Paperino, è Busi, lo è stato Pasolini. È tutto ciò che non è Sgarbi: lui invece è il simbolo dell’uomo appiattito dal consenso, la sua incazzatura non è corrosiva, è il trionfo del protagonismo malinteso, esteriore, solo formale. E invece, mai come in questo momento, c’è bisogno di polemica vera, di uomini che si agitano. Ecco, il mio augurio è che il prossimo Signor Hood non sia uno, ma siamo tanti, che i cittadini si sostituiscano ai singoli e che si alzi un bel coro di voci discordanti. Che si calpestino nuove aiuole.
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Commento RIMMEL - Jamonline
Trastevere come il Greenwich Village. Il Folkstudio come il Gerde’s
Folk City. Giancarlo Cesaroni, fondatore del Folkstudio, come Mike
Porco, l’uomo che gestiva il club newyorkese e che diede più di una
chance al giovane Bob Dylan. Francesco De Gregori come Bob Dylan,
allora? Non proprio, naturalmente, ma è certo che il giovane cantautore
romano muove i primi passi in un’atmosfera che ricorda quella in cui
mosse i primi passi Dylan. E quanto De Gregori abbia assorbito,
musicalmente e stilisticamente, dal cantautore americano è cosa nota
ormai a tutti.Certo è che il Folkstudio, tra la fine degli anni
Sessanta e i primi Settanta, era un luogo unico, in Italia (in cui,
peraltro, come narrano le leggende, si sarebbe esibito, nel ‘62, un
ancor sconosciuto Bob Dylan, di passaggio in Italia sulle tracce della
fidanzata). Un piccolo e buio scantinato, dove si sarebbe allevata una
generazione di cantautori destinata a cambiare le regole della canzone d’autore
italiana nel corso degli anni Settanta, passati alla storia come
«quelli della scuola romana».Fra i tanti, furono due i nomi che
avrebbero lasciato il segno più profondo, quelli di Antonello Venditti
e Francesco De Gregori. Che non a caso avevano esordito con un disco
«in comproprietà», quel Theorius Campus uscito nel 1972. Dopo di
questo disco le strade si erano divise: Venditti con la sua visione
personale, maggiormente tendente al pop, De Gregori sempre più
innamorato del songwriting di stampo nordamericano.Prima di Rimmel c’era
stato l’acclamato Alice non lo sa (1973), che conteneva l’omonima
title-track di grande successo commerciale, grazie anche a quel tema
(allora) scabroso, quello di un matrimonio celebrato all’insegna della
verginità perduta e di una non chiara paternità.Poi c’era stato il
bellissimo disco che portava solo il suo nome e cognome, chiamato anche
«il disco della pecora» per via del dipinto in copertina: un disco
spartano, essenzialmente acustico. Un disco che conteneva una galleria
di immagini desolate e allucinate, in perfetto stile dylaniano (ma non
quello del menestrello di protesta, piuttosto quello del rocker
anfetaminico e devastato di Blonde On Blonde) e anche alcune delle
canzoni più belle mai composte dal musicista romano.Nello stesso
periodo De Gregori è però invitato da un personaggio straordinario,
Fabrizio De André, che gli chiede una mano per il suo nuovo disco. L’avventura
con De Gregori non sembra funzionare in modo ottimale: il risultato è l’album
Volume VIII, uno dei meno apprezzati del cantautore genovese, in cui è
però evidente in molti brani l’impronta visionaria di De Gregori ma
che soprattutto contiene una traduzione italiana di Desolation Row, dal
songbook dylaniano, che diventa Via della povertà, un apprezzabilissimo
lavoro di riadattamento interamente curato da De Gregori («È stata la
prima canzone di Dylan che mi ha colpito, da ragazzino. Allora non c’erano
ancora libri con le traduzioni dei suoi testi e passavo ore e ore a
cercare di capirne il testo. In quel periodo avevo una necessità ’’biologica’’
di impratichirmi con certe regole tecniche per scrivere una canzone,
quindi anche tradurre mi serviva»).De André sperava in un apporto
maggiore per il suo disco, ma evidentemente De Gregori stava ancora
maturando le splendide composizioni che di lì a poco sarebbero finite
su Rimmel.Disco, Rimmel, che segna uno spartiacque deciso sulla scena
cantautorale italiana del decennio, introducendo un nuovo linguaggio
musicale e lirico che ne avrebbe segnato il cammino fino ai giorni
nostri. Giustamente definito «il disco del perfetto cantautore» (per
la produzione equilibrata e moderna; per
DOLCE
VENERE DI RIMMEL
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... poi ho perso il conto..

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