RIMMEL

BUONANOTTE FIORELLINO

PABLO

PEZZI DI VETRO

PICCOLA MELA

IL SIGNOR HOOD (a M. con autonomia)

LE STORIE DI IERI

PIANO BAR

QUATTRO CANI

 

 

 

 

 

 

Prodotto da Francesco

De Gregori

 

Lucio Dalla

ARRANGIAMENTO Pablo

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

 

 

 

 

Tecnico del suono:

Ubaldo Consoli

 

George Sims

CHITARRE

Mario Schiano

SAX (Le storie di ieri)

Franco Di Stefano

BATTERIA

Roberto Della Grotta

CONTRABBASSO (Le storie di ieri)

 

Alberto Visentin

PIANO

Roger Smith

BASSO

 

 

Immenso. L’unico aggettivo idoneo per quel quadrato di cartone 30x30 a strisce bianconere con al centro il famoso cammeo. Un disco da portare su un altro pianeta per dire al primo alieno incontrato: “vedi, questa strana cosa che stai ascoltando si chiama….. canzone…”.

Per un degregoriano non ci sono parole per descrivere quest’opera che ha fatto storia. In Rimmel, che fece un botto di 500.000 copie vendute nel periodo d’oro di Fausto Papetti e dei night club, si sente tutto l’amore di Francesco per Dylan e per tutta una generazione di cantautori americani e inglesi (Cohen, Guthrie, Prine, ecc.). L’album è eccezionale innanzi tutto a livello musicale e resterà famoso fino ai giorni nostri soprattutto per Pablo, Pezzi di vetro (da sempre considerata un tabù per i ragazzi che cominciano a suonare la chitarra) e per Buonanotte fiorellino, ispirata da Winterlude di Dylan, anche se la versione di Bob (diversa anche musicalmente) è… “il walzer di Zimmerman che pattina con la sua piccola mela, vagando per il Midwest coperto di neve alla ricerca dei recessi che racchiudono le bellezze della loro sessualità e nei quali si rifugiano per sfuggire al brutto mondo esterno” (questo scrive Anthony Scaduto).

 

In quest’anno ci governa Moro con una coalizione politica DC; viene assegnato il Nobel agli italiani Renato Dulbecco per la medicina ed Eugenio Montale per la letteratura; libanesi cristiani e musulmani si uccidono a Beirut; alla morte di Franco, Juan Carlos sale sul trono di Spagna; il PCI di Enrico Berlinguer acquista maggiore peso nella vita politica del Paese: nel mese di giugno, supera la DC nelle elezioni regionali. Si parla per la prima volta di "compromesso storico"; Koehler e Milstein realizzano gli anticorpi monoclonali e Stephen Schneider denuncia l’effetto serra; viene messo in commercio il primo videoregistratore domestico; il primo miniassegno viene emesso dall'Istituto Bancario S. Paolo di Torino il 10 Dicembre: 100 lire; nascono le prime radio libere; i radicali Marco Pannella, Adele Faccio ed Emma Bonino lanciano la campagna per la liberalizzazione dell'aborto provoncando il loro clamoroso arresto; i giovani votano a 18 anni, così la finiscono una volta per tutte di falsificare la firma dei genitori sul libretto scolastico delle assenze; un commando delle Brigate Rosse, con un assalto alle carceri di Casale Monferrato, fanno evadere Renato Curcio; nella manifestazione antifascista a Milano un colpo di pistola uccide Claudio Varalli. Seguiranno rappresaglie e scontri con le forze dell’ordine anche a Firenze dove tra la folla altri colpi di pistola uccidono Rodolfo Boschi, militante del Pci; il Parlamento approva la riforma del Diritto di Famiglia; si dimette il Governatore della Banca d'Italia Guido Carli e al suo posto viene nominato Paolo Baffi; tre giovani della Roma-bene, dopo aver invitato a un loro festino due ragazze in una villa del Circeo, le seviziano e poi le uccidono; sul litorale romano di Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, viene trovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini per mano del giovane Giuseppe Pelosi. Con lui scompare una delle più grandi figure della nuova cultura italiana; muoiono pure Juan Peron e Aristotele Onassis.

Carovita: Giornale £ 150 - Biglietto del Tram £ 100 - Tazzina Caffè £ 120 - Pane £ 450 al kg, Latte £ 260 - Vino al litro £ 350 - Pasta al kg £. 480 - Riso al kg £ 420 – Topolino (il giornalino) £ 500 - Carne di Manzo al kg. £ 4500 - Zucchero al kg £ 430 - Benzina £ 305; l'inflazione è al 19,2%.

Nello sport Niki Lauda vince il Mondiale di Formula Uno, Oleg Blokhin vince il Pallone d’Oro e la domenica sera Adriano De Zan ci racconta che la Juve vince lo scudetto con Zoff, Gentile, Cuccureddu, Furino, Morini, Spinosi, Altafini, Causio, Gori, Capello, Bettega (All. Parola)

Il Premio Strega va a Tommaso Landolfi con A caso e il Campiello va a Stanislao Nievo con Il prato in fondo al mare

Di moda vanno il boxer e il dobermann, l'accendino Dunhil, gli abiti peruviani e gli Intillimani, il megafono, i volantini e il ciclostile, i viaggi a Soci, Austria e Monaco, la calcolatrice Texas Instruments, la macchina fotografica Olympus, l’orologio Tissot. Le dimensioni degli occhiali si restringono: arrivano i Ray Ban con le stanghette laterali verso le orecchie che terminano con una parte semimolle piegata verso il basso e che praticamente avvolge l’orecchio da sopra obbligandoci in strane manovre.

Viaggiamo con la Renault 5, la Simca GLS, la moto Laverda, la Vespa 125, la Fiat 850 Coupè, la Renault4, le nuove moto giapponesi.

Si fuma lo spinello, ma per chi non lo fuma il risultato è identico: Lucky Strike, Camel, Chesterfield senza filtro e come donne francesi che hanno un buon profumo e fan girar la testa: Gitanes, Gauloises, Caporal. Tutta roba per uomini duri.

Ci intossichiamo con Girella Motta, Paciugo Tanara, Starcrem, Ciokito, Cioccovella, Ciocorì, Biancorì, Twix Raider, Duplo, Tronky Ferrero. In pubblicità la donna è ancora un po’ stupidina, rigorosamente casalinga, vestita in modo molto castigato in tailleur oppure in gonna nera, camicia di seta chiara e collana di perle, sempre impegnata a risolvere il suo unico dilemma: quale detersivo usare. Con una messa in piega alla Brodo Knoor, tale da farla assomigliare a Margie Simpson, svolge bene il ruolo della madre di figli educatissimi e della moglie di un uomo virile e che non deve chiedere mai (infatti le femministe si incazzano parecchio). Ma a volte è un po’ scemo anche lui: si chiede tante ma tante cose, si stupisce come un idiota ad ogni nuovo prodotto e fa il credulone ad ogni argomento propostogli. Spot da ricordare sono Gianfranco Mulè e la tedesca Solvi Stubing di "Chiamami Peroni: sarò la tua birra"; Denim, il profumo per l'uomo che non deve chiedere mai ; ….in tutto il mondo, in tutto il mondo, non c’è nessuno come Jo Condor. Gigante, pensaci tu..”, col gigante che con un’incredibile pazienza risolve i problemi di quegli incapaci; il mitico sedere di Rosa Fumetto dei jeans Jesus in "chi mi ama mi segua"; il digestivo Antonetto con Nicola Arigliano che si passa la mano sulla pancia sul tram e dice "E' così comodo che si può prendere anche in tram".

Al cinema vediamo Frankenstein Junior, Quel pomeriggio di un giorno da cani, L’uomo che volle farsi re, Yuppi du, Fantozzi, Profondo rosso, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Lo squalo, Profumo di donna, Piedone lo sbirro, L'inferno di cristallo, Prima pagina, Scene da un matrimonio e i films polizieschi con l’educato e composto commissario Maurizio Merli e il trasandato trasteverino Tomas Milian.

In televisione c’è Vita da strega, Signore e Signora con Lando Buzzanca e Delia Scala, Flipper il delfino, Attenti a quei due, Mazzabubù, Anna Karenina, Il fauno di marmo, L'amaro caso della  baronessa di Carini, Mazinga, Orzowei, Star Trek e …Gustavo, un cartone ungherese che finiva con la scritta koniec "fine".

Indossiamo trasandati giacconi di panno o di velluto a coste con il bavero alzato che ci difendono a malapena dal freddo nei cineforum e nelle riunioni delle federazioni politiche; jeans Levi’s e scarponcini della marca “più sporchi sono meglio è”. Le ragazze hanno lunghe gonne a fiorellini da femminista sotto enormi maglioni che arrivano quasi alle ginocchia. Portiamo la barba incolta e i capelli lunghi e spettinati. La cravatta è ai minimi storici (bei tempi!), le camicie si portano aperte ed è proprio per la necessità di far stare il colletto bene aperto sulla scollatura dei due o tre bottoni, che nascono i colletti di grandi dimensioni. Le giacche, invece, hanno generosi revers che chiudono alto sul davanti, per cui i bottoni sono tre o quattro. Lo stesso discorso vale anche per il trench.

Giochiamo con Bruciapista Mattel e la pista Sizzler, le automobilini Dinky Toys, il videogioco Pong (oggi più noioso di un minuto di Radio Maria).

Leggiamo Ernesto, Padre padrone, Trattato di semiotica generale, Skorpio, Lanciostory, Il manifesto, l’Unità, Postal Market e Confidenze, le enciclopedie I quindici, Mille Perché, Vita Meravigliosa, Sapere, Conoscere e Capire.

L’anno è da ricordare anche per le uscite di album come "Born To Run" di Bruce Springsteen; "Blood On The Tracks" di Bob Dylan; "Wish You Were Here" dei Pink Floyd; "Phisical Graffiti" dei Led Zeppelin; "Metal Machine Music" di Lou Reed. Ma anche “Windsong” del compianto John Denver, un disco che staziona nei primi posti delle classifiche USA per lungo tempo, a dimostrazione del fatto che gli americani rimangono sempre sotto l'influenza della musica country. Esplode la musica funk: lo "street funk" di George Clinton getta le basi per la disco music; che emette i suoi primi vagiti con l'accoppiata Moroder-Van McCoy; "Saturday Night Live" debutta in tv; il film "Nashville" di Robert Altman rilancia la country-music. Anche l’Italia vanta bravi rocker: dalla PFM all’indimenticabile Ivan Graziani. Affascinati da tutto questo ben di Dio e liberati per sempre da Orietta Berti & Co., i ragazzi sentono un'esigenza più intima che è quella di parlare, di raccontare la rabbia, gli umori, le ansie, gli amori e le speranze dell’epoca. Trionfa la canzone d’autore italiana con De Gregori, Guccini, Venditti, De Andrè, Lolli, Rosso, Fossati, Bennato e gli effetti si vedono: a Sanremo vince Gilda con Ragazza del Sud. 

Allo Zecchino d’oro vince "La figlia del Re di Castiglia" e al Festivalbar Drupi con “Sereno è”. Però proliferano le prime riviste musicali come Ciao 2001 e Nuovo Sound e con esse gli italiani cominciano a scoprire le bufale che i cantanti delle nostre Canzonissime spacciavano per loro successi. Per loro è tempo di crisi, il canto del cigno lo tenta pateticamente Mino Reitano che si presenta in una trasmissione pomeridiana dedicata ai giovani con un pesante maglione nero, la barba e i capelli lunghi e una chitarra folk. Canta “Il tempo delle more” con un arpeggio alla Cohen. Non ha ancora capito niente!  

Ascoltiamo Una storia disonesta, Sabato pomeriggio, L'importante è finire, Piange il telefono, Profondo rosso, Buonasera dottore, You're the first the last my everything, Parlami d'amore Mariù, El bimbo, L'Alba, Emmanuelle, Reach out I'll be there, Aria, Ci vuole un fiore, Il Giardino proibito, Tornerai tornerò, Testarda io, Rock the boat, Una Paloma blanca, Stiamo bene insieme, Sei bellissima, Stasera che sera, Manuela, Se mi vuoi, From souvenirs to souvenirs, Overture from Tommy, Island girl. Gli album più venduti in Italia sono Profondo rosso, RIMMEL, Can't get enough, Just another way to say I love you, 19ma Raccolta Fausto Papetti, James Last in concert, Sabato pomeriggio, Anima latina, Fabrizio De Andre' vol. VIII, Yuppi du, 20ma Raccolta Fausto Papetti, Del mio meglio n. 3 Mina, Borboletta, Baby Gate Mina, L'alba, White gold, Canto de pueblos andinos, Never can say goodbye, Incontro, Un po' del nostro tempo migliore. 

Ma cominciano a conoscere anche la musica straniera. Da una ricerca sul gusto musicale degli italiani risulta che il 50% ascolta musica americana, il 30% la musica inglese e solo il 20% la musica italiana. Questa tendenza è rappresentata da dischi come Another Green World, Shakti, Born to run, Blood on the Tracks, Physical Graffiti, Windsong, Wish You Were Here, Horses, Atlantic crossing, ma anche dischi italiani: La luna, Io che non sono l'imperatore, Volume VIII, Anidride solforosa, Il grande mare che avremmo traversato, Poco prima dell'aurora, Lilly, Canzoni di rabbia. Tormentone dell’estate: Sabato pomeriggio, di Claudio Baglioni.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

RIMMEL è stato il primo disco che ho potuto arrangiare e produrre per conto mio. Naturalmente la cosa mi preoccupava un po', così avevo chiamato qualche amico a suonare con me, tipo Renzo zenobi alla chitarra acustica e Mario Schiano al sax. Al contrabbasso c'era Roberto Della Grotta, che poi è diventato buddista e del quale non ho più saputo niente, e poi tutto il gruppo dei Cyan, che prima di me aveva suonato con Riccardo (Cocciante) ed erano nella fattispecie Alberto Visentin al pianoforte, Franco di Stefano alla batteria, George Sims alla chitarra e Roger Smith al basso. E in realtà sono stati loro a fare la maggior parte del lavoro. Mi ricordo quando costrinsi Franco di Stefano a sbattere le bacchette una sull'altra durante la registrazione di "Buonanotte fiorellino" perché volevo un suono "tipo le nacchere". Ancora oggi mi domando perché mai non gli ho fatto suonare le nacchere direttamente. ...RIMMEL è stato registrato durante l'inverno 74-75 utilizzando una macchina a 8 piste già antiquata a quell'epoca; il fonico Ubaldo Consoli faceva i salti mortali per "entrare e uscire" su quelle poche piste e riuscire ad avere un suono decente. Utilizzavamo un compressore a valvole che oggi farebbe la sua figura sul mercato dell'antiquariato e cercavamo, per quanto possibile, di suonare in diretta. La sera tardi, finito di lavorare, si andava tutti a mangiare in qualche trattoria sulla via Tiburtina, di quelle frequentate dai camionisti. Bevevamo quel particolare tipo di vino dei castelli che si può bere solo quando si è molto giovani, e birra a fiumi. Io ero il capo della banda."

Profondo conoscitore della canzone americana, non solo di quella dylaniana, De Gregori riesce a coniugare perfettamente i ritmi e le cadenze della musica d'oltreoceano con quelli mediterranei: James Taylor, Neil Young, John Prine (e Dylan, naturalmente; lo stesso De Gregori avrebbe dichiarato: "Ho il sospetto che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono dylaniano. Del resto come potrebbe un romanziere di oggi prescindere dalla lezione di Manzoni, Cervantes o Céline?")

 

Tutto è perfetto: ironia, sentimento, anticonformismo, poesia, senso storico, fantasia. Sono presenti tutti gli elementi che saranno oggetto di attenzione in questo campo per almeno dieci anni. E ciò investe non solo il piano dei contenuti, ma anche quello musicale. Ci sono le ballate folk in stile americano (Rimmel, Il Signor Hood, Le storie di ieri, Buonanotte fiorellino), c'è la melodia italiana (Piccola mela), ci sono linee armoniche assolutamente inedite (Pezzi di vetro, Quattro cani, Piano bar). Vi sono tempi in due quarti, in tre quarti, in quattro quarti, terzinati. Vi è l'uso del contrabbasso al posto del basso elettrico, e la presenza di ottimi jazzisti, primo tra tutti il maestro Mario Schiano. Vi è una zampata dell’amico Lucio Dalla che suggerisce di modificare il risvolto melodico del ritomello di Pablo .

 

 

Prima cosa: l'ascolto totale. Si deve sempre partire dal tutto per scendere alle parti, si deve cioè recepire la forma totale dell'opera (gestalt) e ascoltare dentro di noi la sensazione finale, generale che ci dà senza preoccuparci di capire o tradurre.
In Rimmel questa forma ci è data dall'incalzare "country" di armonie e melodia, melodia di una semplicità schematica disarmante, primaria, tendente a non disturbare la narrazione. Questa forma ci è data da picchi di immagini apparentemente slegati: ci troviamo storditi e meravigliati, senza un punto d'appoggio: non riusciamo ad associare direttamente e subito quel che ascoltiamo a quel che abbiamo visto e siamo. Ma sentiamo una tensione dilagante in tutta la canzone, avvertiamo che i veli e le maschere sottintendono di più di una semplice storia d'amore. Questa forma non ci spara niente addosso di immediatamente masticabile, niente che non siano stimoli o curiosità, o stato febbrile d'attesa, o persino voglia di lasciarsi andare tra i versi senz'altro voler sapere, perché la sensazione generale è così intensa che basta da sola.
È un po' come lasciarsi portare dal mare senza chiedersi che mare sia, se sia veramente mare, se ci sia una riva da qualche parte o no.
Poi, lentamente emergono come da un naufragio dei relitti, dei pezzi d'immagine, delle parole. Soprattutto quelle che lì non dovrebbero mai esserci, non han ragione di starci: QUATTRO ASSI DI UN COLORE SOLO - COLLO DI PELLICCIA - SPEDIRE LE LABBRA - etc.
Se teniamo gli occhi ben chiusi, il quadro tende ad assumere una sua illogica logicità. I frammenti colti ci danno la misura di un dolore contenuto, mascherato, di una passione espressa in centimetri, mai sollecitata, mai magnificata, antiretorica.
È sì certamente una storia d'amore ma non abbiamo il luogo, non conosciamo i protagonisti, non sappiamo il motivo, non percepiamo la quantità del dolore. Eh, si perché di un addio si parla: questa è l'unica cosa chiara. Rileggiamo, riascoltiamo.
Ancora non ci interessano i particolari; ci affascinano ma non ce le spieghiamo tutte quelle metafore: eppure cogliamo il cuore dell'esternazione, una rassegnazione apparente, un voler nascondersi, un senso di sconfitta legata alle cose della vita più che alle colpe di qualcuno, una capacità straordinaria di ricordare a salti, a sbalzi, senza fermarsi e crogiolarsi su un unico quadro e scenario, quasi bruciassero a raccontarli troppo a lungo: tocca e fuggi. E al fondo un po' di cinismo amaro, nessuna traccia di autoconsolazione a cui siamo fin troppo abituati; in fondo gli errori e gli sbagli come occasioni perse, ma perse e basta, inutile rivangare. Non c'è un "Ti amo", un "Ti ho amato", non c'è una stella, una luna, una lacrima, non esiste una concessione al sentimentalismo, perché tutto questo mischiarsi senza tempo di ricordi è di per sé stesso sentimento latente, sotterraneo, stretto all'intenzione, inespresso, ma chiarissimo. È una cronaca. De Gregori ci dà l'essenziale impersonandolo in oggetti e posti, situazioni e cambi di campo che sono l'equivalente delle confessioni che non fa in modo diretto, per non delimitare la cronaca facendola storia letta e consumata.
Ecco, questo ci basta perché questo trascende personaggi, motivi, dolore. Si è sempre in due a lasciarsi in fondo e sempre gli stessi sono i motivi, inutile descriverli. Questo ci basta per capire che grande canzone evocativa dell'anima, leggibile a tutti i livelli abbiamo davanti. La transmedialità è lampante. Il conflitto tra termini e versi provoca un nugolo di BISOCIAZIONI che vanno oltre il già detto, il già sentito. Sta a noi , sta a chi ascolta congiungere i poli dei due contingui significanti. Ma la tensione che proviamo nel non riuscirci del tutto razionalmente è molto più di capire è "sentire" in "toto" il nugolo di stimoli che ha portato l'autore a costruire quella e non altra BISOCIAZIONE, perché là dentro c'è molto di più di un significato solo: ci sono riferimenti (links) alla sua vita personale che si acculìmulano in un verso,e quelli non potremo mai scoprirli ma, per il miracolo della creatività, sentiamo che comunque quei riferimenti sono o potrebbero anche appartenere a noi: riconosciamo nostra quell'universalità del sentire umano che non si può ridurre a un behavior (comportamentismo) di stimolo-risposta di un solo tipo, ma implica passaggi e fughe e ritorni di molti tipi. Non serve nient'altro, ho detto. Rimmel come tante altre canzoni di De Gregori canta per quell'emozione misteriosa generalizzata che ci coglie in pieno.
Non serve altro ma altro c'è, perché comunque il lessico, lo stile non sono un bluff.
L'incipit è il solito:dar per scontato che si è detto qualcosa prima, ed entrare nella storia quando è già cominciata.
QUALCOSA RIMANE, non tutto, non una disperazione eterna o piagnistei simili, "qualcosa", un tratto intravisto a momenti, un segno che comunque non ti levi di dosso.
E la vita di tutti i giorni che è fatta di gioie e di dolori (METAFORA DA CANZONE NON DA POESIA) scorre, va per i fatti suoi. Come lui stesso fosse un negozio, una grande casa di idee da regalare e da vendere, De Gregori cambia insegna al portone: il motivo del distacco è espresso in un lampo: "Io accampavo scuse, fuggivo, tu avevi ragione. Ma senza autoflagellazione, senza masochismo, buttato là come un dato di fatto.
Ammirato da tutti, coccolato, convinto di essere un vincente, si accorge che gli affetti e gli amici ingannano spesso in buona fede. Nello ZINGARO c'è una morfologia tutta degregoriana: questo ciarlatano che è poi il destino lo ha illuso per "mazzoliarlo" al momento giusto promettendogli un FUTURO INVADENTE che a lui così riservato e nemico del chiasso e della notorietà non doveva nemmeno star tanto bene. Zingaro e futuro non è stato capace di contenerli ed è perfetto che dia colpa all'età (che età fisica non è, ma atteggiamento di libertà infantile).

CHI MI HA FATTO LE CARTE MI HA CHIAMATO VINCENTE, MA LO ZINGARO E' UN TRUCCO..

E' UN FUTURO INVADENTE....  FOSSI STATO UN PO'  PIU' GIOVANE, L'AVREI DISTRUTTO CON LA FANTASIA. L'AVREI STRACCIATO CON LA FANTASIA

In sei versi ha scritto la sua infanzia, l'impatto col successo, ha accennato, solo accennato al grande amore. La sintesi è perfetta. Poi arriva il presente : lei non c'è, è una sineddoche (le labbra), l'altro uomo non c'è, è ancora una sineddoche (indirizzo nuovo), lui, Francesco, anche lui è una sineddoche (la mia faccia), ma si permette dopo la vaga confessione di colpa dei primi versi di tirarle una sottile stilettata: hai barato parecchio con me ("quattro assi di un colore solo") e le carte di colpo diventan persone, perché questo era il senso, perché lei non bara solo con le carte, ma con gli uomini, coi sentimenti.
Il finale è un film tra Renoir e Casablanca. Lui la ricorda truccata (ma il "rimmel" è anche quello che cola col pianto) introducendo il colpo di genio dell'attimo dell'addio con un botta e risposta di una sintesi allucinante ma più espressivo di tutto un romanzo.
Lei domanda "hai ancora quella mia foto?", Glielo domanda mentre sono fuori e il vento sta lì a far capire che niente è come prima, che qualcosa drammaticamente si muove. E si muove su di lei che non è più un amore ma una "persona", un corpo, una fisicità qualunque sulla strada: si muove su di lei che è un'ultima annoiata sineddoche ("collo di pelliccia").
Lui non capisce il senso della domanda o forse sì ne ha un certo sentore e risponde senza pensarci "Si, ho ancora quella foto".
"Bene, tientela, perché da oggi in poi è l'unica cosa che ti resta di me". È un addio asettico, tagliente, spietato, comico, diretto, impietoso, originalissimo tutt'insieme. Mai nella canzone italiana si era vista una descrizione simile di un abbandono: non una lacrima, una carezza, un gesto, una spiegazione, un moto di rabbia, un senso di compassione, un ultimo ricordo. Niente. E nemmeno una confessione diretta; nessun "ti lascio", nessun "è finita". Solo quell'improvviso tragicomico giro di parole per non infierire (ma sarà vero poi?), più secco di qualsiasi no.
Questo colpo di genio narrativo, e altri, altri ancora, sono alla base di tutto il rinnovamento comunicativo nonché lessicale di De Gregori, di cui parleremo ancora. E non sono semplicemente una "veste", una "forma" come abbiamo detto già, ma una parte integrante del messaggio dell'esternazione; non solo un "modo", ma anche "il corpo", la "sostanza", a volte il contenuto stesso. E nonostante ciò non smetterò mai di ripetere che un'operazione capillare sul significato dei simboli e delle metafore delle sue canzoni è un lavoro perfino inutile. Quello che conta è "sentire" la forza delle evocazioni e goderne la bellezza, l'opportunità, la collocazione. Quello che conta è lasciarsi prendere, sempre, dalla totalità della canzone, perché smembrarla in parti come abbiamo testè fatto può essere un esercizio interessante ma non aggiunge niente alla bellezza della canzone. E a volte è persino (come detto) impossibile, perché tante e tali sono le alternative che bisognerebbe avere una stanza nella sua testa e nella sua memoria per capirle.
"Rimmel" (l'album, tutto l'album) è stato un giro di boa per tutta la letteratura in canzone, una vera rivoluzione copernicana, una esplorazione mediale e transmediale che non ha quasi pari nella storia recente della canzone (se si eccettua, in altro modo, Vasco).
Ma Rimmel è già un'opera, per così dire, matura, successiva. Come è giunto, per che gradi, con quale esperienza F. De Gregori ad un linguaggio, ad una narratività, ad uno stile così esclusivo e scatenante? Che storia c'è alle spalle di Rimmal? Da dove è partito tutto?
(Roberto Vecchioni)

 

L'uomo che inventò i cantautori. Ecco come Ennio Melis, compianto direttore della Rca italiana, ricordava i tempi pionieristici della discografia
Con la scomparsa in febbraio di Ennio Melis, è venuto a mancare il più illuminato dei discografici-artigiani. A lungo direttore della Rca italiana, in questa intervista del 2002 racconta la storia della sua vita e dell'etichetta discografica che fu casa di De Gregori, Battisti, Morandi, Zero, Venditti e Baglioni.

"Durante un'udienza col Papa (Pio XII, ndr) il capo della Rca americana, che era un cattolico e si chiamava Fonshon, chiese che cosa poteva fare per Roma. Il Papa, memore del bombardamento di San Lorenzo, disse: mettete una fabbrica lì nella zona della Tiburtina. Fino ad allora i dischi venivano prodotti e distribuiti dalla Voce del Padrone. Lui impose questa destinazione contro il volere di tutti gli uomini della del Rca, che dicevano che solo Milano è la città della musica. Ci furono molte difficoltà da parte degli americani che non vedevano bene questa cosa. Nel '54 io ero il segretario laico più vicino al Papa. Andai a visitare la fabbrica in rappresentanza di questo signore che lavorava in Vaticano, il conte ingegnere Enrico Pietro Galeazzi. Giudicai la cosa attraente, potenzialmente forte, e questo signore mi disse: ci provi lei, guardi se si può fare qualcosa. Chiusi quasi tutti gli uffici e portai tutto nella fabbrica per ridurre le spese. Diventai ufficialmente segretario della società il 1° aprile del '56. Abbiamo avuto anche fortuna, ci hanno aiutato i successi di Belafonte e Presley".

Gli americani facevano pressioni.
Erano i padrini. Ma la cosa è iniziata a camminare quando io invece ho intrapreso l'operazione del catalogo italiano con i primi Quattro Moschettieri: Fidenco, Meccia, Fontana, Vianello. Iniziarono ad arrivare soldi, e poi arrivarono Morandi, Paolone (Paoli), la scuola romana e tutti i cantautori italiani che sono passati di qua.

Il suo rapporto personale con i musicisti?
Perfetto. Ho sempre voluto bene agli artisti e ai musicisti e credo che anche loro mi abbiano voluto bene perché li ho aiutati sempre.

Ricorda un artista in particolare che non ha avuto il successo che meritava?
Renzo Zenobi, uno dei miei favoriti. Ha fatto 10 lp. Uno con Morricone glielo l'ho fatto fare, addirittura.

Ebbe mai pressioni politiche dall'alto per fare registrare qualche artista?
Mai. No, un momento: le raccomandazioni arrivarono, ma non servivano a vendere i dischi. Erano inutili.

Che rapporto ha avuto con la censura?
La censura era in Rai. Per mandare Lucio Dalla a Sanremo con "4 marzo 1943" ho dovuto passare ore al telefono col direttore della rete che era Salvi, il quale era a contatto col direttore generale della Rai Bernabei: lì c'era il problema della Madonna, di Gesù Cristo…

Quali le differenze sostanziali tra la Rca degli anni 60, dei 70 e degli 80?
Non ne vedo. Fino a quando ci sono stato io è stata una cosa abbastanza omogenea che ha camminato con il progresso dei tempi, con la esigenza di far fronte a un mercato che cambiava.

Cosa pensa delle multinazionali di oggi?
Sono diventate ancora più dure di quello che erano allora. Chiedono risultati a breve termine, quindi non favorisce gli investimenti a lungo termine su un artista. Io dico sempre che Dalla prima che prendesse veramente dei soldi gli ci sono voluti venti anni, Renato Zero quindici, gli altri dieci, otto, sei... e io questa cosa la facevo contro il parere degli uffici amministrativi americani che avevano delle regole, però grazie sempre a quella mia posizione fortunata che è alla base di tutto il successo del Rca: me ne fregavo e andavo avanti. Naturalmente mi permettevo tutto, non solo per le raccomandazioni, diciamo, in alto loco ma perché producevo tanti soldi, io, in prima persona, con il lavoro creativo.

C'è chi dice che dopo lei, Rignano e Sugar, è finita l'epoca dei dirigenti illuminati
Anche le epoche sono cambiate. Il male in tutto questo discorso è che, ormai, in Italia è rimasta Caterina Caselli ad essere autonoma, per il resto siamo in mano a burocrati stranieri che vogliono comandare loro, perché sono loro che investono e che rispondono dei risultati. Alessio Colosi ed Ernesto de Pascale - Trascrizione di Laura Mauric

 

 

De Gregori non è nobel, è rimmel - di Giaime Pintor (1975) S'impone un'autocritica e delle scuse: terminando il mio articolo sullo scorso numero (di Muzak N.d.R.) ho paragonato De Gregori, cantautore romano, con Eugenio Montale, poeta-senatore. Ora è vero che Montale ha vinto il Nobel e che tale premio è paragonabile, per le soddisfazioni morali e materiali, alla vendita di mezzo milione di copie di un disco, ma questo non basta a un paragone che regga. Autocritica dunque per la facile battuta. E scuse al poeta-senatore-nobel e non al cantante-romano-rimmel. Rimmel è l'ultimo disco di De Gregori, e certamente il più venduto e più apprezzato dal pubblico. Di questo disco mi occuperò, disco che mi sembra può essere considerato il manifesto della poetica anni '60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi e barocchetti con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese (Elton John e fratelli) e qualcosa d'altro (folklorismo da banane in testa, Dylan e Cohen guardati con occhio miope quasi cieco, De Andrè incoerente, Gian Pieretti, Gianni Meccia e persino Nico fidenco…), e su questo tessuto povero-povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch.Non dirò altro sulla musica, anche perché sono snob e le canzonette non mi sono mai piaciute. Più interessante è invece un'analisi un po' più attenta dei testi e dell'orizzonte "culturale" nel quale il canto degregoriano si muove. In Rimmel la metafora è presa a sé, non collocata all'interno di un discorso "logico", così come teorizza l'ermetismo pre-bellico, da Ungaretti a Quasimodo: vorrei dire, anzi, che i nessi logici sono evitati in toto, fino ad arrivare alla contraddizione fra alcune metafore più leggibili di altre. Così in Rimmel, la prima canzone del disco, sembra di leggere le storia tipica delle canzonette di un amore finito. E mentre lui cancella "il tuo nome dalla mia facciata", lei è espressamente autorizzata a "spedire le sue labbra a nuovo indirizzo" (cioè, si evince, ad andare con un altro uomo, a soffrire i suoi baci, "le labbra", ad altri) e, subito dopo, a "sovrapporre la faccia a quella di chissà chi altro" (cioè a baciare quell'altro continuando a pensare a "lui"). Se il nesso logico, fra la " spedizione delle labbra" e la "sovrapposizione della faccia" è questo che abbiamo interpretato, allora salta tutta la interpretazione della canzonetta come "amore finito". E invece no, perché tra metafore incomprensibili, c'è una storia di una fotografia zeppa di particolari (sorridevi e non guardavi, il vento che ti passava nel collo di volpe ecc.)che lei dice essere l'unica cosa che lui possiede di lei stessa, dunque amore finito, almeno sembra. La metafora dunque è puro gioco delle parole, dunque non più metafora né, tantomeno, allegoria, ma in qualche modo evocazione, intuizione lirica, , suono che in qualche modo rimanda: e quasi sempre rimanda ad amori sofferti, ma non sempre. E' indubbio infatti che c'è un tentativo di introdurre concetti politici o comunque spaccati di vita non esaurita nelle stanche storie d'amore. E qui (in questo senso fa testo la canzone Pablo) c'è un'evidente contraddizione (doppia, fra l'altro) fra ermetismo e pratica, fra teoria dell'evocazione senza storia (propria della corrente ermetica) e riferimenti storico-concreti. Noi non siamo per il realismo, ma non è un caso da sottovalutare (senza cadere nel peggior crocianerismo) che la fortuna dell'ermetismo dati anni '30-'40, e cioè si collochi programmaticamente come isolamento dal fascismo, isolamento nell'attività pubblica e nella poesia come risposta "privatistica" alla retorica mussoliniana. Ma doppia contraddizione perché una poetica ermetica, dell'intuizione lirica, è una poetica tendenzialmente idealista, dunque di destra, arretrata negli anni '70, dunque incapace di rispecchiare tensioni, di farsi portatrici di valori positivi e rivoluzionari. [….]Pablo, abbiamo detto: è una canzone che narrala storia di un emigrante spagnolo in Svizzera che muore sul lavoro (sembra di capire) "caduto per caso" (ma dovrebbe esserci ironia, spero) con il ritornello finale "hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo". Un elemento è soprattutto irritante in questa che dovrebbe essere la canzone più lontana dall'ottimismo decadentista del resto del disco: ed è l'esotismo e il tono pastorellesco e laudatore del buon tempo andato del testo. Infatti questo Pablo vive in una Spagna tutta sua, in cui la moglie ingrassata che lui tradisce in Svizzera (e vorrei anche vedere che si mantenesse casto) e un gallo da combattimento in latteria. Una Spagna tutta inventata o quasi, di maniera: da chi ha nei suoi dubbi riferimenti e orecchiamenti culturali Garcia Lorca, ci si potrebbe aspettare di meglio. E' evidente, peraltro, che l'evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto degregoriano kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i baci Perugina. Chi osasse citare il decadentismo italiano, peggio quello francese, l'ermetismo o Lorca o persino Dylan nel caso di Buonanotte fiorellino o di Piccola mela, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura. E nemmeno Prèvert, sebbene sia il più vicino a queste melensaggini, può essere un riferimento citato senza ridere. Né, per altro, frasi del tipo "buonanotte fra il telefono e il cielo" possono indurre a pensare di essere al di là della peggiore canzonetta all'italiana. Per di più in questa canzone il modo stesso di cantare si trasforma in uno zuccheroso bisbiglio da cantante confidenzial-lezioso francamente insopportabile, che sbanca chiunque parli di sottile ironia. Anche qui, a parte il senso totale che è quello di una canzonetta d'amore, non mancano le metafore evocative senza nessi logici, e così c'è pure un raggio di sole, che stride e con la notte di cui alla buonanotte, sia con il tono tutto sommato dimesso di tutta la canzone: una metafora volontariamente priva di contestualizzazione e per di più messa tanto per fare, quasi per calcolo statico. Così come non è tollerabile una frase come "i tuoi fianchi di neve" di pavesiana memoria (le colline come i seni delle donne) ma di più stretta matrice Liala. Se tanto spazio ho dedicato a De Gregori (e ancora un po' me ne prendo) non è solo per essere lui il caposcuola indiscusso di tutta la corrente di cantautori ermetici (e il migliore, fra l'altro, se escludiamo Guccini, che fa scuola a sé), ma perché il suo successo di pubblico impone qualche riflessione importante. E' indubbio, prima di tutto, che la canzonetta, proprio per il suo carattere melodico-fischiettabile , abbia un valore grosso nella cultura di massa: e per la sua riconoscibilità (da non sottovalutare in periodi di crisi d'identità culturale) e per il suo valore di socializzazione (e risposta, nei modelli culturali di facile acquisizione, alla disgregazione). Ma questo non spiega ancora il successo che De Gregori ha preso un pubblico tutto sommato intelligente, giovane e di sinistra. Non lo spiega se non con un riferimento doppio: il liceo e Dylan. La pseudo-cultura liceale ha un peso specifico e assoluto enorme nelle canzoni di De Gregori, vorrei dire che egli la riassume sprofondandola dei suoi contenuti per offrirla come pura metodologia dell'approssimazione e della cialtronaggine. Il professore di italiano che fa scrivere agli alunni su un quaderno le "frasi più belle di Dante" (esiste, esiste anche questo), la professoressa di filosofia che fa imparare a memoria la definizione di sostanza di Spinoza ("per substantìa intellego id quod est ecc") sono i sacerdoti di una cultura inesistente che vive solo grazie a un'erudizione appiccicaticcia e all'ideologia della cialtronaggine: come imparare (dalla filosofia, per esempio) a non dire nulla chiacchierando, non capire e fregarsene, non allargare al di là e al di fuori di libri e bignamini l'orizzonte della propria cultura. Questo è nelle canzoni di De Gregori (che poi potrebbe essere la persona più colta del mondo, ma questa è l'operazione delle sue canzoni), questo egli trasmette, questo sono abituati da anni a considerare poesia gli studenti: poche evocazioni senza né capo né coda, qualche ammiccamento qua e là a un riferimento universale. (uno dei più squallidi epigoni di De Gregori, tal Venditti, arriva persino a questo osceno concetto in una sua canzone "la Divina Commedia che diventa sempre più commedia"!) Su questo orizzonte di sottocultura spicciola e programmatica, si inserisce Dylan e la poesia psichedelica. Il primo, con le sue ben più robuste volgarizzazioni di Eliot e Dylan Thomas, la seconda con la teoria mai troppa esecrata delle "libere associazioni", versione ammodernata, di massa, impoetica e incolta dei "mauditis" francesi (ogni paragone continua ad essere lesa cultura). In questo calderone ha buon gioco, se ben spinto dalla sua Casa discografica, Francesco De Gregori a diventare un idolo di massa, nonostante qualcuno abbia già cominciato a maltrattando cercando per lui lo slogan, non metaforico, ma indubbiamente evocativo, "Francesco De Gregori, mo' te tirano li pomodori!".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BUONANOTTE FIORELLINO

(De Gregori-Rimmel)  

 

 

Buonanotte, buonanotte amore mio, buonanotte tra il telefono e il cielo. Ti ringrazio

sol            si-          la-      do             re7           sol

 

per avermi stupito, per avermi giurato che è vero.

    si-      la-        do                   re7

 

Il granturco nei campi è maturo ed ho tanto bisogno di te, la coperta è gelata, l'estate

sol           si-     la-           la7        re         si-                 mi-

 

è finita. Buonanotte questa notte è per te.

do        sol               re       sol

 

Buonanotte, buonanotte fiorellino, buonanotte fra le stelle e la stanza, per sognarti,

sol         si-          la-       do                 re         sol

 

devo averti vicino, e vicino non è ancora abbastanza.

     si-     la-       do                     re7

 

Ora un raggio di sole si è fermato proprio sopra il mio biglietto scaduto. Tra i tuoi

       sol       si-        la-             la7                      re

 

fiocchi di neve, le tue foglie di tè. Buonanotte, questa notte è per te.

si-                     mi-      do   sol         re7             sol

 

Buonanotte, buonanotte monetina, buonanotte tra il mare e la pioggia, la tristezza

la          do#-       si-       re                mi        la

 

passerà domattina e l'anello resterà sulla spiaggia, gli uccellini nel vento non si

do#-    si-           re                   mi            la            do#-

 

fanno mai male, hanno ali più grandi di me e dall'alba al tramonto sono soli nel sole.

si-                   si               mi          do#-      fa#-        re

 

Buonanotte questa notte è per te.

la               mi7         la  

 

 

No, io avevo allora un rapporto abbastanza distante con il gruppo. Intanto perché i gruppi erano due: c'erano due batteristi e due chitarristi, rispettivamente uno per me e uno per Lucio Dalla; tutte cose che non ho mai capito... Mi ero portato appresso un po' di gente che aveva suonato sui miei dischi, come George Sims alla chitarra e Franco Di Stefano alla batteria. Ma devo dire che non me ne importava niente di entrare nel vivo degli arrangiamenti: ciò che avveniva alle mie spalle era per me simile ad una base musicale. Non so perché, forse è una sensazione che esprimo adesso, comunque erano altre le cose che mi piacevano: forse quello che mi interessava di più era l'incontro tra due "solisti", ed il fatto che dietro ci fosse un gruppo passava in secondo piano. Tornando a "Bufalo Bill", la minore incisività della versione in studio è dovuta in parte a certe condizioni tecniche di registrazione, cui ho già accennato, ma in parte anche al mio stesso modo di cantare: su quel disco, in particolare, c'era molta più timidezza rispetto ad ora. Adesso avverto una crescita, una crescita anagrafica, di sicurezza nel declamare le cose che ho scritto, e probabilmente anche una crescita muscolare del mio apparato vocale...

 

 

 

 

Francesco De Gregori - Rimmel
di Lucio Mazzi (www.pagine70.it)

 

Al terzo album (e mezzo, se si considera anche "Theorius campus" in tandem con Venditti) De Gregori fece centro. E gli costò parecchio.
Prima di questo "Rimmel" del '75, il cantautore si era fatto notare con "Alice" (debitamente ultima al Discoestate) e relativo album, e aveva ribadito la sua posizione con il disco cosiddetto "della pecora" (nessun titolo, ma un agnello in copertina). E la sua posizione era quella di un giovanotto innamorato di Dylan, che pensava che per una canzone fosse essenziale a) un testo almeno "obliquo", se non proprio ermetico b) una linea melodica semiinesistente c)una chitarra a costituire tutto l'arrangiamento. In questo lui non inventava nulla: tutta una generazione di cantautori americani e inglesi (Dylan, Cohen, Guthrie, Prine…) avevano percorso più o meno quella strada. "Però ad un certo punto" mi confidò il collega e sodale di quei tempi Edoardo De Angelis" lui si stancò di vendere quattro copie e decise di cambiare". Il risultato fu "Rimmel. Un botto da 500.000 copie vendute. Era successo che De Gregori si era fato un po' meno intransigente, aveva "accettato" che oltre a Dylan e a Cohen facessero cose egregie anche James Taylor, Cat Stevens o addiritura Elton John (il primo Elton John) e aveva lavorato in questo senso. E infatti l'album è brillantissimo innanzi tutto a livello musicale. Le composizioni si fanno più articolate (ad esempio "Pezzi di vetro" è da sempre la bestia nera dei chitarristi alle prime armi, con le sue decine di accordi), gli arrangiamenti più ricchi e decisamente più accattivanti. E se i testi non acquistano molto in intelligibilità, sicuramente possiedono un magnetismo, prima assente, che li fanno amare al di là del loro significato che il più delle volte resta oscuro. Tutto ciò portò, come detto, ad un clamoroso successo commerciale. Cosa che in quei tempi non poteva assolutamente essere accettato dalla critica e dal pubblico "militanti" per cui non era concepibile che un lavoro di qualità potesse anche essere commerciale. E per cui era "ovvio" che qualsiasi cosa avesse successo fosse immediatamente scadente. Su Linus Giaime Pintor scriveva: "Banalità musicali da canzonetta anni '60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese, Elton John e i suoi fratelli… Su questo tessuto povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch", e più o meno sullo stesso tono pontificava Sofri su Lotta continua. Merita ricordare che la critica "militante" non aveva trovato proprio niente da dire sui testi ben più ermetici di "Niente da capire", "Bene" o "Cercando un altro Egitto", ma tant'è: quelle canzoni non avevano venduto niente quindi tutto ok! E dietro la critica "militante" ecco il gregge belante del pubblico parimenti "militante", quello che arrivò ad interrompere un concerto milanese di De Gregori per inscenare un farsesco processo al cantautore accusato di commercialità. Insomma, "Rimmel", ancora oggi un grande disco, costò parecchio a De Gregori: prima di tutto fare i conti con certa ottusità di pubblico e critica con cui lui e altri avrebbero dovuto fare i conti anche negli anni a venire

 

 

 

LE STORIE DI IERI

(De Gregori-Rimmel)

 

 

Mio padre ha una storia comune, condivisa dalle sue generazioni, la mascella nel cortile

 re                                                               re7

 

parlava, troppi morti lo hanno tradito, tutta gente che aveva capito. E il bambino nel

 sol   mi-     re        la     si-  fa#- sol   re         la    re        re

 

cortile sta giocando, tira sassi nel cielo e nel mare, ogni volta che colpisce una

                                                       re7

 

stella chiude gli occhi e si mette a volare, chiude gli occhi e si mette a volare.

sol    mi-        re         la      si-fa#- sol        re          la     re

 

E i cavalli a Salò sono morti di noia, a giocare col nero perdi sempre, Mussolini ha

re            la                 re                                      re7

 

scritto anche poesie, i poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa.

              sol mi-   re       la      si- fa#-  sol   re       la      re

 

Ma mio padre è un ragazzo tranquillo, la mattina legge molti giornali, è convinto di

mi                                                                       mi7

 

avere delle idee. E suo figlio è una nave pirata, e suo figlio è una nave pirata.

            la fa#-     mi       si       do#-sol#-   la  mi          si   la

 

E anche adesso è rimasta una scritta nera, sopra il muro davanti a casa mia. Dice che

mi                                                                       mi7

 

il movimento vincerà; il gran capo ha la faccia serena, la cravatta intonata alla

             la fa#-    mi          si         do#- sol#- la     mi  si

 

camicia.

mi

 

Ma il bambino nel cortile si è fermato, si è stancato di seguire aquiloni, si è seduto

mi                                                                         mi7

 

tra i ricordi vicini, rumori lontani, guarda il muro e si guarda le mani, guarda il muro               

la             fa#-     mi                  si       do#- sol#-  la     mi

 

e si guarda le mani.

      si        mi

 

 

 

 

LE STORIE DI IERI (La Storia, passata e recente, nella storia del testo di una canzone)

Tutti gli appassionati di De Gregori e di De André conoscono la vicenda della canzone Le storie di Ieri. Lo stesso De Gregori  ne ha fatto recentemente cenno nelle web-note-di-copertina di Amore nel Pomeriggio, in riferimento al suo soggiorno in Gallura a casa di Fabrizio De André, tra il ’73 e il ’74,  e alla stesura dell’album Volume VIII (l’album di De André scritto anche assieme a De Gregori); scrive De Gregori che nell’album, per volontà di De André, fu inserita Le Storie di ieri , canzone scritta da De Gregori, che la RCA (sua casa discografica dell’epoca) si era rifiutata di fargli incidere sull’album Francesco De Gregori  del 1974, quello che, per via della copertina, è comunemente soprannominato “La Pecora”. Soltanto successivamente, una volta che la canzone era stata…‘sdoganata’ da De André, De Gregori poté inciderla sull’album Rimmel, del 1975.  Dunque, Le Storie di ieri è una canzone già scritta tra il ’73 e il ’74, non viene incisa nel ’74 sulla “Pecora” perché non considerata sufficientemente “politically correct” e conosce nel 1975 ben due uscite discografiche, la prima in Volume VIII, l’altra in Rimmel.

Chiunque ascolti le due versioni potrà accorgersi che i rispettivi testi presentano delle differenze non trascurabili, tali da denotare atteggiamenti psicologici e politici abbastanza diversi: se la versione di Rimmel è nettamente più ‘militante ’ e lascia intendere una condanna più marcata del fascismo e dei suoi rigurgiti nel presente, quella di Volume VIII sembra più ‘comprensiva’ e, pur nella condanna, mantiene una sorta di ‘umana pietà ’ nei confronti dei vinti, che sicuramente hanno sbagliato, ma forse lo hanno fatto in quanto sognavano un futuro diverso. La versione di Volume VIII sembra in qualche modo anticipare l’atteggiamento della canzone Il Cuoco di Salò ( dell’album Amore nel Pomeriggio del 2001), dove De Gregori, pur inflessibile nell’indicare qual è “la parte sbagliata”, focalizza l’attenzione sul fatto che pure da quella parte “si muore” e pure morendo dalla parte sbagliata “si fa l’Italia”. In particolar modo, le differenti atra le due versioni si colgono nei versi iniziali: in Rimmel il padre dell’io narrante “ha una storia comune condivisa dalla sua generazione” e si sa che la storia è una cosa pesante, che implica un’assunzione di responsabilità, la “storia dà torto o dà ragione” come reciterà il testo di un’altra nota canzone di Francesco De Gregori; la versione di Volume VIII si limita ad asserire che “aveva un sogno comune”, portando il discorso nel campo soggettivo delle passioni, delle ragioni, delle aspirazioni, dei sogni appunto, dei singoli, che pur implicando delle responsabilità storiche oggettive, non possono esservi ridotti del tutto. Poco più avanti, con chiaro riferimento a Mussolini, la versione di Rimmel recita che “troppi morti lo hanno smentito”, quella di Volume VIII che “troppi morti lo hanno tradito”.  Il significato di fondo è lo stesso, ma in Rimmel è espresso in maniera più marcata: se qualcuno viene smentito vuol dire che si afferma il contrario di ciò che dice, si dimostra che ha torto, addirittura si dimostra che ha mentito; il verbo “tradire” non mantiene la stessa connotazione, anzi generalmente chi viene tradito sta subendo un torto; chiaramente la versione di Volume VIII è ironica e afferma le stesse cose in modo probabilmente più tagliente, più sottile, ma, letta in maniera superficiale, potrebbe dare adito a fraintendimenti; ebbene, magari a scapito dell’ironia e della poesia, questi fraintendimenti in Rimmel vengono spazzati via, attraverso l’uso di un termine (“smentito”) che non lascia spazio a nessun possibile dubbio. Nella terza strofa, poi, sempre in riferimento a Mussolini e al fatto che “ha scritto anche poesie”, la versione di Rimmel commenta “i poeti che brutte creature ogni volta che parlano è una truffa”, in Volume VIII  al posto della parola  “brutte” troviamo “strane”: la seconda parte della frase fa sì che il contenuto del verso sia inequivocabile, ma in Rimmel l’espressione “brutte creature” è assai più esplicita. Anche qui i due testi dicono sostanzialmente la stessa cosa, ma in Rimmel l’affermazione presenta un giudizio di valore, che in Volume VIII è rimandato alla parte finale del verso, mentre in questa prima parte con “strane” ci si deve accontentare dell’affermazione che Mussolini (così come tutti i poeti) non lo si capisce fino in fondo.

Ci si potrebbe chiedere quale sia il rapporto tra i due testi e cosa stia alla base di varianti per nulla trascurabili, ma presenti in due versioni le cui uscite discografiche non sono poi così lontane nel tempo.  Si può ipotizzare che la versione presente in Volume VIII corrisponda effettivamente alla canzone così come concepita originariamente da De Gregori e che Rimmel rifletta un ripensamento successivo. Oppure, che in Volume VIII il tono della canzone sia stato attenuato per motivi di opportunità politica, in maniera da rendere possibile l’uscita del brano senza censure; o per adattare la canzone al temperamento di De André, più portato alla comprensione che alla condanna dei vinti, meno allineato politicamente e meno assimilabile ad un ovile ben definito, magari proprio per questo portato a guardare oltre le righe. Quest’ultima ipotesi tenderei ad escluderla, a partire dalle notizie di una versione dal vivo di De André di Via della Povertà (traduzione a quattro mani con De Gregori, di Desolation Row di Bob Dylan), risalente alla fine del 1974, in cui, riprendendo  una pratica dylaniana,  i nomi dei personaggi della canzone venivano sostituiti con quelli di personaggi dell’attualità. Ebbene, nella seconda strofa,  che presenta un riferimento esplicito ad Almirante, De André è molto meno indulgente nei confronti dei  cosiddetti ‘vinti’ di quanto non lo sia ciascuna delle due versioni di Le Storie di ieri (per una lettura del testo della canzone, che tra l’altro contiene riferimenti a personaggi come Covelli, leader monarchico, all’epoca confluito nell’M.S.I.-D.N.,  Paolo VI, Berlinguer, Agnelli, Montanelli, l’allora Presidente della Repubblica  Leone, rimando all’ottimo sito, http://www.viadelcampo.com/html/canzoni1.html).Un eventuale abbassamento dei toni della canzone Le Storie di ieri rispetto all’originale degregoriano non deve essere dunque attribuito alla volontà o al temperamento di De André .  

Devo dire che ascoltando le due versioni sono sempre, istintivamente, stato dell’idea che quella di Volume VIII corrispondesse, almeno a grandi linee, al testo originario di De Gregori e che la canzone, così come incisa in Rimmel, rappresentasse uno stadio successivo, un’evoluzione dettata dal mutamento delle condizioni politiche e dall’acuirsi della lotta tra destra e sinistra. Questa, che poteva risultare soltanto un’impressione, un’ipotesi, una congettura è diventata qualcosa di più, quasi una certezza, nel momento in cui sono entrato in possesso di una terza versione di Le storie di ieri, eseguita da De Gregori e risalente con tutta probabilità ad un periodo precedente le altre due. Questa fortunata circostanza è dovuta al fatto che, grazie anche alla potenza della rete, sono venuto in possesso di copia di due CD di inediti e rarità di incisI da De Gregori negli anni ’70. La traccia 6 del primo CD è appunto una versione di  Le Storie di ieri, eseguita da Francesco alla chitarra e alla voce. Non è possibile entrare nel merito del contenuto dei due CD e della provenienza dei brani, ma tutto lascerebbe pensare che questa traccia risalga ad un periodo precedente l’album “Pecora” e preparatorio a questo. A partire da una serie di caratteristiche “oggettive” (qualità del suono, timbro di voce di De Gregori, esecuzione live o in studio, esecuzione solo chitarra e voce o con complesso strumentale, presenza o meno di Lucio Dalla alla voce o al sax,  brani in italiano o in traduzione inglese) è possibile suddividere tutto il materiale dei due CD in almeno quattro cinque gruppi e forse in ulteriori sottogruppi. Tra questi, uno dei più interessanti è caratterizzato da 11 brani, editi e inediti, eseguiti in studio da un De Gregori dal timbro di voce giovanile con soli chitarra e voce e qualità del suono piuttosto buona. I pezzi da includere in questo gruppo sono: Mercato dei Fiori (1,1), pezzo inciso peraltro da Patti Pravo nel 1975 sulla B side della hit Incontro (per la copertina del  45 giri, cfr. il sito http://www.coltempo.it/discografia/45incontro.htm),  Signora Aquilone (1,3), Le Storie di ieri (1, 6), Souvenir (1,7), Dolce Amore del Bahia (1, 20), A Lupo (1, 21), Cercando un altro Egitto (1, 22), Niente da capire (2,1),  altri tre brani, mai incisi da De Gregori, di cui non saprei dire il titolo (1,2; 1,4; 1,5), l’ultimo dei quali presenta come accompagnamento di chitarra il tema che più tardi sarà utilizzato per la colonna sonora di Flirt (da notizie spulciate in libreria in un libro su De Gregori, scritto da Marco Bonanno, il testo sarebbe di Giorgio Lo Cascio) . Le versioni dei brani editi risultano diverse da quelle incise successivamente e spesso presentano delle varianti testuali. La voce assai giovanile, il tipo di accompagnamento, i titoli dei brani editi, così come lo stile dei testi e della musica dei brani inediti, inducono ad attribuire  con assoluta certezza i brani ad una o più sessioni databili nella prima metà degli anni ’70. La presenza di ben cinque brani poi incisi sulla “Pecora”, in versioni leggermente diverse da quelle della “Pecora” (e con arrangiamenti, sembrerebbe impossibile, più scarni) mi fa pensare che almeno una parte del materiale in questione costituisca una serie di ‘provini’ effettuati nel periodo precedente la realizzazione del disco, da cui poi sarebbero stati selezionati i brani effettivamente incisi, databili quindi in un lasso di tempo tra il ’73 e il ‘74.  La notizia confermata da De Gregori che Le Storie di Ieri non fece parte della “Pecora” in quanto scartato dalla RCA sembra un indizio piuttosto forte del fatto che la traccia con il brano debba essere inserita in questo gruppo e che dunque si tratti della versione originale, o quantomeno di una versione anteriore a quelle edite. Naturalmente, siamo finora nel campo delle congetture e, anche se si tratta di congetture piuttosto plausibili, esse si scontrano con il fatto che finora non sappiamo nulla di certo sulla provenienza dei brani e soprattutto sul numero di sessioni che furono necessarie a registrarli.

Un modo di giungere ad una conferma, per lo meno parziale, di queste congetture è dato dall’analisi puntuale dei testi e dal confronto delle varianti delle tre versioni (la traccia inedita e le due versioni edite di Le storie di ieri). Darò per scontata la conoscenza del testo della canzone (che in ogni caso riporto alla fine dell’articolo nella versione di Rimmel) e indicherò i versi in cui sono rinvenibili elementi di discordanza tra almeno due delle tre versioni, indicando la traccia inedita con TI, la versione cantata da De André con DA, la