GENERALE

BABBO IN PRIGIONE

LA CAMPANA

NATALE

RENOIR

RAGGIO DI SOLE

L'IMPICCATO

IL '56

DUE ZINGARI

 

Mario Scotti

BASSO

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

George Sims

 CHITARRA

Franco Di Stefano

BATTERIA

 

 

Prodotto da Ubaldo Consoli e Francesco De Gregori

Ed. Ariola/Serraglio

Foto Luciano Costarelli

 

 

Alberto Visentin

PIANO,TASTIERE

 

 

 

 

Hanno inoltre collaborato:

 

Dave Sumner 

 

Mario Schiano 

 

Franco Corvasce, 

 

Marcello Onesti

 

Luca Rocco

 

 

 

 

 

Nei due anni che passano fra Bufalo Bill e questo disco c’è il Palalido. Ma è una vicenda così squallida che non merita nemmeno due righe, anche se quel movimento era una moda del tempo e quindi fa parte della storia italiana.

Nonostante quel processo-farsa Francesco continua a cantare ancora un po’ in tour e poi si ferma, per quasi due anni. “Non feci niente di speciale o, a seconda dei punti di vista, feci un sacco di cose; per un certo periodo mi misi anche a lavorare nella libreria di una mia amica a S. Maria in Trastevere, ma dopo un po’ mi stufai. Mentre la gente seduta al tavolino conta il tempo con gli aperitivi, lui, con un fascio di giornali in mano si pettina i pensieri con la mano e pensa …..che tutto questo doveva pur finire, o ricominciare. Daccapo.

Quando scrissi “Generale”, pensai che era il momento di fare un altro disco: volevo chiamarlo “De Gregori libero”, che sarebbe andato bene anche scritto su un muro, poi lasciai perdere. Tutto qui.” Tutto qui? Ritorna alla grande con un lavoro che è, come tutti i suoi lavori, felliniano. Una volta ha detto che Fellini, in fondo, ha fatto sempre lo stesso film e che lui ha sempre fatto la stessa canzone. Come il grande Federico, prende i protagonisti delle sue storie e li trasforma da personaggi reali a personaggi irreali (perché non possono esistere storie del genere), ma al contempo riesce a far credere che sia tutto vero. E’ questo il segreto di De Gregori: trascinare nel suo mondo la realtà, risputandola fuori sotto forma di fiaba contemporanea.

 

L’anno inizia con una scia di sangue causata da attentati: il magistrato Palma, il maresciallo Berardi e l’agente di custodia Antonio Santoro; Giovanni Leone si  dimette a seguito di scandali e l’8 luglio Sandro Pertini viene eletto Presidente della Republica; ci governa Andreotti con una coalizione politica DC, PRI, PSDI; viene eletto papa il cardinale Albino Luciani, morirà 33 giorni; il 16 ottobre fumata bianca per Papa Wojtyla; Paul Berg realizza il primo trapianto di geni tra mammiferi; la legge Basaglia fa chiudere i manicomi; è l'anno dei grandi stilisti, del pret a porter e delle sfilate uomo donna; in via Fani alle 9 del mattino un commando delle Br rapisce il presidente della Dc Aldo Moro e massacra gli agenti della scorta Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Domenico Ricci. Le Br rivendicano il rapimento Moro e l’uccisione della scorta. Viene annunciato l'inizio del "processo" al presidente della Dc. Al contrario del Psi, Pci e Dc si dichiarano contrari a trattare con le BR che chiedono la scarcerazione di prigionieri politici. Andreotti ribadisce che "non si tratta con chi ha le mani sporche di sangue"; 9 maggio: Moro viene ucciso, il corpo dello statista si trova in via Caetani, tra Piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI); Reinhold Messner e Peter Habeler sono i primi uomini a giungere sulla cima del monte Everest senza l’ausilio delle bombole d’ossigeno; nasce la prima bambina concepita in provetta: Luise; viene ucciso il giovane Peppino Impastato, creatore della libera radio siciliana "radio Aut", dalla quale denuncia con feroce satira le attività di Tano Badalamenti, che abita a "cento passi" dalla sua casa; il Parlamento approva l'adesione della lira allo SME; a Roma Renato Zero inaugura il teatro tenda "Zerolandia" e Mina si esibisce nel suo ultimo concerto alla Bussola; Muore Giorgio de Chirico.

Agli Europei Sara Simeoni diventa primatista mondiale di salto in alto e Pietro Mennea vince i 100 e i 200 metri; Kevin Keegan vince il Pallone d’Oro e la domenica sera Adriano De Zan ci racconta che la Juve vince lo scudetto con Zoff, Tardelli, Cabrini, Furino, Gentile, Scirea, Fanna, Causio, Virdis, Cuccureddu, Bettega. (All.Trapattoni). Ai Mondiali di calcio in Argentina l’Italia di Pablito Rossi è quarta con Zoff, Gentile, Cabrini, Benetti, Bellugi, Scirea, Causio, Tardelli, Rossi, Antognoni, Bettega. (All. Bearzot). Vinceranno il titolo i padroni di casa.

Al cinema vediamo La febbre del sabato sera, Grease, New York New York, Il cacciatore, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Il paradiso può attendere, Fuga di  mezzanotte, Superman, Tornando a casa, Ecce Bombo, L'albero degli zoccoli, Ciao maschio, Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto, Dove vai in vacanza, In nome del Papa re.

Il Premio Strega va a Ferdinando Camon con Un altare per la madre e il Campiello va a Gianni Granzotto con Carlo Magno.

Di moda vanno i viaggi in Grecia e la crociera sul Nilo, il camper, lo giogging, la corsa in tuta per le strade della città, le palestre affollate, la cura del corpo, il boom dei prodotti di bellezza per uomini, l’autoradio Voxon Tanga, andare a ballare in discoteca, il pechinese e il pastore tedesco (compresi tutti i cuccioli venduti quali presunti figli di campioni e poi cresciuti con le orecchie da cocker e coda sulle ventitrè, ma pur sempre bellissimi).

Indossiamo abiti un po’ alla Tony Manero, chiari con ampi colletti e camicie scure aperte davanti, gli immortali jeans. Riscopriamo le magliette LaCoste, i tacchi tornano “normali”, cioè di media altezza, la scarpetta torna leggermente triangolare a punta. I colori ritornano a morbide tonalità di marrone, dallo scuro al beige.

Ci intossichiamo con Kit Kat, Fagottino Motta, Ergo cappuccino, Nembogel, Paperon Dollars, i formaggini Grunland, Mio, Bebé, Susanna, Ramek, Milkana, Prealpi, Tigre, Cremli, Dofocrem, i wafer Maggiora, l'Hurrà Saiwa Ma anche con le sigarette Amadis, Astor, Cortina, Lido, Mercedes.

Spot da ricordare sono: "Già fatto ?"; Nino Castelnuovo che salta la staccionata per l'olio Cuore (cosa che Francesco fa tranquillamente ancora adesso); Pippo l'ippopotamo; “Fatti non parole” col braccio ustionato nell’acqua a 90 gradi; 'Chi vespa mangia le mele',

Giochiamo con Goldrake, il Pon Pon e soprattutto al flipper, uno dei principali svaghi degli anni Settanta. Viaggiamo con la Ritmo, la Lancia Beta, l’Opel Ascona.

In televisione c’è Haidi, Ufo Robot, La donna bionica, Dolce Remi, Piccolo slam con Stefania Rotolo e Sammy Barbot, Pronto dimmi da dove chiami, non ho capito la località, chi cambia canale è un furfantino, esse come Savona e ..Che tempo fa.

Leggiamo La vita interiore, La chiave a stella, L'affare Moro, Il galateo e il bosco, Il cappotto d'astrakan, Il Sabato.

A Sanremo i Matia Bazar vincono con “E dirsi ciao”, allo Zecchino d’oro vince "Cecki! Cecki!...Aih!" e al Festivalbar gli Alunni del Sole con “Liù”.

E’ l’anno di John Travolta, che con un film scatena la passione per il ballo. Migliaia di giovanissimi si ritrovano in quel nuovo luogo di aggregazione che è la discoteca, ma alla base c'è solo una grande operazione commerciale che trascina contestatori e conservatori, democristiani e comunisti, terroristi e chierichetti, tutti a ballare! Mentre la Siae registra in Italia cinquemila locali da ballo, le notti dei giovani sono dominate dai Bee Gees, un gruppo che, da ballate melodiche quali Run to me e My world, cambia registro dedicandosi alla disco music e diventando leggendario per questo genere.

Il costume musicale italiano è molto deludente. Sulla costa romagnola rispunta il liscio, mentre per chi non apprezza questo genere musicale, non rimane che la discoteca. Nonostante sfornino autentici capolavori, scompaiono i grandi autori della musica d’autore  italiana che sono contestati, fischiati, boicottati. Nella musica internazionale il singolo "The Model" dei Kraftwerk, contenuto nell'album "The Man Machine", segna l'avvento del techno-pop.

Ascoltiamo: Stayin' alive, Una Donna per amico, Sotto il segno dei pesci, Tu, Grease, Figli delle stelle, Pensiero stupendo, Triangolo, You're the one that I want, Gianna, Un'emozione da poco, Summer nights, Tarzan lo fa, Cercami, A mano a mano, Liù, Dedicato, Night fever, Love me baby, No, Rivers of Babylon, Ancora ancora ancora, Perdendo Anna, Furia soldato, I love America, Miss you, Stranamore, Domani domani, Sono un pirata sono un signore, I'm gonna dance, Sole rosso, Cantare gridare sentirsi tutti uguali.

Gli album più venduti in Italia sono Saturday night fever, Grease, Sotto il segno dei pesci, Una donna per amico, La pulce d'acqua, DE GREGORI, Zerolandia, Figli delle stelle, Boomerang, Riccardo Cocciante, Tu, Rimini, Ti avro', Calabuig Stranamore e altri incidenti, L'oro, Com'e' profondo il mare, Cosmic curves, F.lli La Bionda, Nightflight to Venus, Cerrone supernature, Rimini, Amerigo, Sotto il segno dei pesci, Agnese dolce agnese, CSN, And Then There Were Three. Tormentone dell’estate: Wuthering Heigths, di Kate Bush

Ma la puntina la poggiamo anche su dischi come Pat Metheny Group, Outlandos d'Amour, We are Devo!, Blue Valentine, Waiting for Columbus, Dire Straits, Street Legal, Some Girls, More Songs about Buildings and Food, Of Queues and Cures, This year’s model.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

 

 

 

Nei due anni che passano fra "Bufalo Bill" e "Generale" non feci niente di speciale o, a seconda dei punti di vista, feci un sacco di cose; per un certo periodo mi misi anche a lavorare nella libreria di una mia amica a S. Maria in Trastevere, ma dopo un po’ mi stufai. Quando scrissi "Generale", pensai che era il momento di fare un altro disco: volevo chiamarlo "De Gregori libero", che sarebbe andato bene anche scritto su un muro, poi lasciai perdere. Tutto qui." DA ALICE A SCACCHI E TAROCCHI" – MOLLICA - 1989) Francesco iniziò una vita molto più ritirata, si dedicò molto ai propri affetti, e a una serie di toumée preparate con grande cura e sempre molto emozionanti; la sua vita pubblica si limitò alla creazione di nuovi dischi, che uscirono puntualmente, uno più bello dell'altro, ma con ritmi molto più tranquilli. DE GREGORI – LO CASCIO – MUZZIO 1990)

 

è figlia di un mondo letterario che parte soprattutto dal romanzo di Hemingway, "Addio alle Armi", dove c'è una figura di Infermiera dolcissima che comunque fa l'amore con un protagonista. (De Gregori)

Gran canzone è già nella fusione inscindibile di musica e testo, con quell'incalzare battuto che non lascia un attimo di respiro. In mezzo a tutto questo c'è un mare di immagini di altissimo "linguaggio poetico in canzone", violente, esplosive, immediate, da non starci a pensare su. E allora vedi. Vedi il treno e chi ci sta dentro, vedi perfino, i pensieri, i desideri, i sogni di chi sta tornando, vedi come se fossi tu stesso protagonista, immerso nel testo, nella storia, come deve essere, come dovrebbe essere sempre per un testo, per una storia messa in musica.
C'è "la notte crucca e assassina", "la contadina CURVA SUL TRAMONTO (un quadro di Fattori), "Il treno che portava al sole e non fa fermate neanche per pisciare" (in fretta, in fretta!), le infermiere che fanno l'amore; c'è quel rotolante triplice participio passato "scappato, vinto, battuto" e poi "funghi buoni da mangiare, da seccare, da farci il sugo" triplice infinito con cambio repentino di quadro, di ambiente; ci sono "bambini che piangono e a dormire non ci vogliono andare" e "cinque stelle, cinque lacrime sulla mia pelle" che non han più senso, ora sulla via del ritorno, come non hai senso tu caro generale, come ha senso solo la vita. Raramente tanta poesia si agita in una sola canzone, ma è poesia in musica, distinta, indipendente , universale, di tutti e per sempre.
(Vecchioni) 

 

Generale, dietro la collina,
ci sta la notte crucca e assassina.
E in mezzo al prato c'è una contadina
curva sul tramonto sembra una bambina.
Di cinquant'anni e di cinque figli,
partiti al mondo come conigli.
Partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.

Generale dietro la stazione.
Lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare.
Si va dritti a casa senza più pensare,
che la guerra è bella anche se fa male.
Che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore dalle infermiere.

 

Generale la guerra è finita.
Il nemico è scappato, è vinto, è battuto.
Dietro la collina non c'è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi.
Buoni da mangiare, buoni da seccare,
da farci il sugo quando viene Natale.
Quando i bambini, piangono e a dormire
non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle.
Queste cinque lacrime sulla mia pelle,
che senso hanno dentro al rumore
di questo treno?
Che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso al ritorno.
Tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa,
è quasi amore.

  

SIAMO UOMINI O GENERALI? Analisi di una canzone di pace.

John Martin, (il cui vero nome era Giovanni Martini), era nato a Sala Consilina, in provincia di Salerno, il 28 gennaio del 1853.
Emigrato in America e non avendo trovato lavoro, si era arruolato nell'esercito americano divenendo così John Martin, soldato trombettiere dell'Esercito degli Stati Uniti. Ma il fato volle che Martin finisse proprio al 7° reggimento cavalleria del Generale George Custer. Come dire "staccare un biglietto d'imbarco per il Titanic"!
Ma lui non lo sapeva! Anzi, pensava con gioia a come erano lontani i giorni monotoni al suo paese, la valigia di cartone in terza classe e il cuore gonfio di nostalgia per una terra che, nonostante fosse la sua terra, non gli aveva offerto proprio nulla. Giovanni Martini aveva lasciato tutto il suo passato alle spalle: ora c'era John Martin, che si apprestava a combattere vicino al mitico generale Gerge Custer e tutto questo lo inorgogliva, lo eccitava. Sapeva tutto del suo superiore e, come tutti gli altri soldati, subiva il fascino di un uomo che oggi avrebbe avuto certamente bisogno di 100 sedute di psicanalisi.
I libri di storia ci dicono che alle tre e mezzo del pomeriggio del 25 giugno del 1876, il 7° cavalleria si portò su una delle alture della vallata in cui scorreva il fiume Little Big Horn. Fu proprio in quel preciso momento che John Martin si sentì gelare il sangue. Non era necessario essere uno stratega per rendersi conto che nella vallata c'erano migliaia di guerrieri che si erano riuniti per presentare il conto al "figlio della stella mattutina" (il soprannome che si guadagnò Custer dai Sioux per la sua abitudine di attaccare gli accampamenti alle 6 del mattino, a tradimento).
Il resto di quella tragica vicenda si sa. Spinto dalla bramosia di ricevere qualche spallina in più, Custer decise di attaccare e prima di fare questo ordinò a Martin di mettersi subito in sella per chiedere rinforzi.
Anche se perplesso per lo strano ordine ricevuto, Martin sapeva bene che non era il caso di contrariare il Capo e giunto al termine della colonna si girò un attimo indietro, il tempo di vederlo per l'ultima volta mentre alzava il braccio nel segnale di "avanti. Allora il trombettiere capì che non c'era più un istante da perdere, mentre la sua incrollabile fiducia nel "generale" vacillava, cominciava ad incrinarsi.
Galoppava. "Cosa poteva sperare di fare con poco più di duecento uomini, contro migliaia di pellerossa?" Ma un soldato non si fa queste domande, gli ordini sono ordini. Galoppava. "Che voglia di piangere e di scappare.! Ma un soldato non scappa, non piange, e poi lì c'è gente da salvare, ci sono i tuoi compagni che sperano solo in te. Galoppava. Sente il ritrovato desiderio di essere a casa sua, magari a patir la fame, ma vivo e senza l'odore di morte che avvertiva attorno. Galoppava. Fino a tramortire il suo cavallo.
Quel giorno in quella valle trovarono la morte duecentoquarantadue uomini, guidati in una assurda carica contro cinquemila pellirossa. John Martin era l'unico sopravvissuto.
Dopo la tragica esperienza di Little Big Horn avrebbe desiderato una vita nell'ombra, ma non fu possibile. Era stato l'ultimo a vedere Custer vivo e si trovò per anni ad essere interpellato dalla commissione d'inchiesta per stabilire le cause di quel disastro. Le sue versioni, col passare degli anni, si erano fatte spesso confuse, ma una cosa di sicuro non aveva mai dimenticato: la secca voce del "generale" che lo chiamava per dargli, senza saperlo, l'ordine che gli avrebbe salvato la vita. Morì a Brooklyn il 24 dicembre 1922.
Questa è la storia di Giovanni Martini ma, vi direte, che c'entra questa storia?
Di Martin quasi nessuno sa nulla, in pochi conoscono la sua storia. Custer, seppur deficiente e folle, è quasi diventato un mito, un eroe nazionale. Quanti ne sono esistiti come Custer?
Come nel film di Totò, "Siamo uomini o caporali?" è sempre il caporale, il sottoposto, a rimanere coi piedi per terra cercando di far rinsavire chi è accecato di gloria, di presunzione, di superbia, di fargli capire che in fondo non ne vale la pena continuare, che non è vero che la guerra è bella anche se fa male, che l'ascia di guerra che ogni tanto viene dissotterrata si abbatte soltanto sui poveretti, sulla carne da macello, sui caporali insomma. Qualche volta il caporale ci riesce, anche se nessuno saprà mai che il merito è stato suo. A volte no, perchè il Caporale perde sempre, anche se è nel giusto. Il Generale vince, anche se sbaglia.
"Il generale Leone ordina ad un caporale a sfidare il pericolo e ad affacciarsi sulla trincea: ""Bravo!", grido' il generale."Ora puoi scendere". Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. La palla lo aveva colpito alla sommita' del petto.
Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi chiusi, il respiro affannoso, mormorava: "Non e' niente, signor tenente". Anche il generale si curvò mentre i soldati lo guardavano con odio. "E' un eroe", commento' il generale. "Un vero eroe". Quando il generale si drizzò, i suoi occhi si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell'istante mi ricordai d'aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia citta', durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale." (Emilio Lussu, "Un anno sull'altipiano").

Quanti ce ne sono stati di questi idioti? A Custer fanno compagnia Bixio per i fatti di Bronte, Leonida che sacrificò trecento spartani per la gloria, Graziani per le fucilazioni in massa in Eritrea, Cadorna responsabile della disfatta di Caporetto, Santa Anna per la carneficina di Alamo, Bava Beccaris, il Capitano Edward J. Smith del Titanic, Patton, Goring che da solo rappresentanta tutti i "suoi compagni di gioco", Napoleone, e tanti altri ancora. I disastri di questi imbecilli saranno ricordati per sempre nelle enciclopedie sotto forma di eventi gloriosi, ma a pagare il conto della loro stupidità al destino sono stati sempre gli uomini, gli uomini veri, quelli che impotenti di fronte alla follia del potere sono stati costretti a percorrere con stivali di cartone trincee insozzate di fango e cadaveri, di bustarelle e lettere mai arrivate. E morire per chissà quale patria fra il gelo e le pallottole, morire per chissà quali ideali inventati dalla propaganda soltanto per l'ingordigia un solo uomo, sempre lui: il Generale. Ma per Generale intendo tutte le "cupole" dell'idiozia umana, riunite in un'unica persona. La canzone che più di tutte riassume la "cupola" e i "caporali" è Generale di Francesco De Gregori.
Di questa canzone ne hanno parlato e scritto in tanti. E' un inno dedicato ai prepotenti, ai guerrafondai, a tutti gli aiutanti di campo che cercano di convincere chi, affamato di ambizione e di qualche patacca in più sul petto, brancola nella sua personale follia fatta di fallimenti che spesso e volentieri coinvolgono anche gli innocenti, quelli sani di mente. Leggendo proprio la storia di Martin mi viene in mente, subito, Generale. La collego ad essa per spontanea affinità. Forse perché la figura e l'ottusità di Custer rispecchia esattamente il testo della canzone, forse perché rivedo in Martin il protagonista di Addio alle armi di Hemingway. Francesco De Gregori ha sempre detto che Generale nacque dalla lettura di quel libro ma, senza volerlo, ha scritto qualcosa che va oltre quel romanzo. Che fra l'altro è un romanzo d'amore perché il protagonista è innamorato di un'infermiera che conosce prima della guerra e ci fa l'amore, e poi lo aspetta alla fine della guerra, ma poi... ecc.
Fu affascinato dalla storia di Frederick, uno di quelli convinti che "la guerra è bella anche se fa male", uno che credeva ciecamente in certi ideali, ma che dovette ricredersi quando a Caporetto, a bordo di ambulanze ormai a secco si rese conto che invece la guerra fa male, che non era come credeva lui, che i soldati in caotica ritirata non erano affatto a favore di quella interminabile guerra voluta da altri e da disonesti interessi. Questo è tutto quello che lui vide in quell'ammasso disordinato di divise verdi che prendevano a calci le divise blu degli ufficiali (finalmente!). E fu lì che rifiutò il suo candido concetto di guerra: perse la fiducia nei valori come il patriottismo e l'eroismo. Valori che aveva sempre coltivato, al punto di arruolarsi volontario (lui americano) per combattere la guerra di altri.
Credo che Francesco abbia immaginato Frederick sul treno che lo portava a casa e che seduto davanti al finestrino, in rapida sequenza, vicino al confine vede tutte le immagini che si presentano davanti a un treno in ritirata dopo la sconfitta: la contadina cinquantenne curva sul tramonto che aspetta i suoi cinque figli non ancora tornati; nuove e insolite colline coperte non di sangue ma soltanto di aghi di pino e funghi buoni da mangiare a Natale; un sipario che sul vetro viene proiettato velocemente all'incontrario, finalmente chiaro, pieno di allegria e di canzoni. E tutto questo sfogo lo manifesta a un invisibile Generale che gli sta seduto davanti. E se lo immagina col bavero alzato e la barba lunga, sconfitto, stanco, sfiduciato, disilluso, arreso, fuggiasco, addirittura un disertore. Ma adesso è soprattutto un uomo. Un uomo come lui, lontano da quella figura di semidio che lui ha sempre fantasticato nella sua anima e che adesso lo delude ferocemente. Parla al Generale, ma l'interlocutore è la figura metaforica della cattiveria dei potenti sulla terra: Caro mio, quelle cinque stelle che porti sulle spalle non hanno più senso in mezzo al rumore che c'è dentro questo treno, perché non ti strappi anche quelle oltre i tuoi capelli disperati? Ormai che senso hanno? Non lo avverti questo rumore? Non li senti cantare? Non vedi che questi nuovi suoni non hanno niente a che vedere con quelli del viaggio di andata? Questi sono rumori di gente che sta tornando a casa, felice di mandare a fare in culo te e chi ti ha mandato fra noi per ridurci così, come bestie! Tanta è la fretta di tornare a casa, che questi passeggeri hanno già calcolato in due minuti il tempo del tragitto fino all'ultima stazione. Due minuti. Poco, troppo poco. Non bastano nemmeno per scendere e pisciare! E poi questo treno non aspetta, non fa più fermate, perché ha una maledetta fretta di tornare al sole.
Io ero come te, ci credevo, ma mi hai fregato, mi avete fregato! Adesso ti odio, adesso anch'io ho voglia di ritornare dritto a casa, perché guardando fuori dal finestrino mi accorgo che non è vero che la guerra è bella anche se fa male. Perciò, Generale, se questa guerra deve proprio farsi, cavolo, fate almeno che non sia cattiva!
Associandone il testo alla guerra in corso che c'era allora in Jugoslavia, Vasco Rossi fu felice di cantarla in un suo tour, sottolineando che la guerra è là, dietro la collina, dietro di noi. 

Successivamente Vecchioni, nella sua famosa dispensa dedicata a De Gregori, scrisse che Generale è una gran bella canzone di pace. Giusto. Al pari di Blowin in the wind, Lili Marlen, C'era un ragazzo, Auschitwz ed altre, merita il diritto di entrare in questa speciale categoria: quella delle canzoni le cui note fanno più male dei cannoni!

Cantiamola in segno di rispetto per Abele, cantiamola in segno di protesta per Caino.
Se i potenti della Terra leggessero il testo di Generale ogni sera prima di andare a letto, come una preghierina, forse vivremmo in un mondo migliore.

Mimmo Rapisarda

 

 

 

JOUW VERHALEN
Testo originale in italiano di Francesco De Gregori. Testo in lingua tedesca di Benny Neyman.
Musica di Francesco De Gregori.

Benny Neyman.
"Tussen Rood En Smargad". - CRN Records B.V. 655.286-2. pubblicato nel 1989.


Jouw verhalen, ik wil ze niet meer horen
Die mooie praatjes die ik moest geloven
Je warme charmes was een rol die je speelde
Een groot acteur die zijn publiek wel bespeelde
En ik ging op in jouw verliefde theater
Maar toen het doek viel kwam voor mij pas de kater
En jouw komedie werd voor mij toen een drama
Maar laat maar zo

Al je verhalen, mooie verhalen
Al je verhalen, sterke verhalen
Al je verhalen, verzonnen verhalen
Al je verhalen, verdraaide verhalen

Jouw verhalen, 't waren mooie woorden
Uit een roman die in de vuilnisbak hoorde
Maar uit jouw mond klonk het als een rede van Reve
Toch heb je nooit als Gerard Reve geschreven
En ik ging op in jouw verzonnen verhalen
Ik las dat boek van jou wel tientallen malen
Het laatste hoofdstuk had, hoe kan het ook anders
Een happy end

Al je verhalen, gelogen verhalen
Al je verhalen, verliefde verhalen
Al je verhalen, vreemde verhalen
Al je verhalen, sterke verhalen

Jouw verhalen, ik wil ze niet meer horen
Die mooie praatjes die ik moest geloven
Het was een klucht in vier of vijf bedrijven
En mijn plezier was met geen pen te beschrijven
Ik huilde tranen van het vele lachen
Want bij een klucht zit iedereen te lachen
Maar dikke tranen rolde over mijn wangen van verdriet

Al je verhalen, verzonnen verhalen
Al je verhalen, verdraaide verhalen
Al je verhalen, gelogen verhalen
Al je verhalen, verliefde verhalen

Jouw verhalen, ik wil ze nooit meer horen
Toch kan geen proza mij zoveel bekoren
In alle boeken blijf ik middenin steken
En elke film heb ik vooraf al bekeken
Want ik ging op in jouw sublieme theater
Alsof een kind dat al die jaren
Toen ik klein was geloofde ik in Sinterklaas

Al je verhalen, mooie verhalen
Al je verhalen, sterke verhalen
Al je verhalen, verzonnen verhalen
Al je verhalen, verdraaide verhalen
Al je verhalen, gelogen verhalen
Al je verhalen, verliefde verhalen
Al je verhalen, vreemde verhalen...

 

(grazie a Samuele Romano, grande ricercatore ed esperto musicale

 


BABBO IN PRIGIONE

Stella guarda la luna, la luna guarda Stella. La notte è bella
è bella e profumata di aranciata e di menta. 

Stella è contenta che babbo se ne è andato. Che babbo è via lontano.
E mamma lava i piatti e canta piano.

 

 

 

 

 

IN PUNTA DI PIEDI E' ARRIVATO IN CIMA (Il Monello, n.28 14-7-78) Dopo la famosa contestazione al Palalido di Milano nel 1976 Francesco De Gregori è rimasto due anni in silenzio. poi ha inciso un disco ed è ritornato puntualmente in vetta alle classifiche discografiche: la migliore risposta ai denigratori Ed ecco che ritorna, dopo due anni, la pecora nera dei cantautori italiani, come amano definirlo gli "arrabbiati" che la sera del due aprile '76, al Palalido, a Milano, inscenarono una violenta protesta nei confronti di Francesco De Gregori. Lo accusarono di essere "commerciale", "qualunquista" e così via. Accuse quantomeno dettate da faciloneria e cattiveria. Accuse che Francesco ha cercato di digerire in questi due anni di silenzio. E ritorna, ritrovando il suo pubblico, quello che si riconosce nelle sue canzoni e che ama la sensibilità per le cose di tutti i giorni. E' ritornato con un ellepì che è destinato a bissare il successo di "Rimmel". Un ellepì che più o meno ricalca lo stesso De Gregori di una volta: niente trasformazioni radicali o "nuove scoperte". Solo la consapevolezza di essere onestamente convinto che quello che aveva fatto finora era giusto, anche di fronte ai "facinorosi" (quattro gatti in definitiva) che due anni prima l'avevano violentemente contestato. Francesco si è ripresentato quasi in sordina, giocando al pallone, da solo, sulla copertina di un 33 giri che per titolo porta il suo nome e basta. Quasi a volersi ritrovare di nuovo in una "prima volta". Vuoi ancora ricordare quella sera di due anni fa, a Milano? Dovrò ricordarmela per forza, come si fa a dimenticare? Anche se ormai è un episodio lontano...Ora dopo due anni, mi sento più tranquillo, più in pace con me stesso. Cosa ti ha colpito di più di quell'episodio? La violenza con la quale sono stato affrontato, senza avere la possibilità di difendermi. E' stata una vera e propria aggressione. Provi rancore? No, assolutamente. Forse dovrei ringraziare gli autori di quel fatto perché mi hanno dato la possibilità, in questi due anni, di ritrovarmi con me stesso, di trovare conferma dentro di me per quello che avevo fatto fino ad allora. E non ho proprio niente da rimproverarmi. Parliamo del tuo ultimo 33 giri: c'è qualche differenza di fondo con i precedenti? Sono canzoni un po' diverse, ma neanche tanto. Il modo di cantare è lo stesso, melodico. Le canzoni sono tutte percorse da una vena di ottimismo a parte una, "La campana", dove traspare un po' d'angoscia, di amarezza e di solitudine... frutto di questi due anni. Una solitudine salutare, che serve ad essere autonomi nelle scelte pur contando sugli amici quando hai bisogno di loro. Che tipo di cantautore è Francesco De Gregori? Uno che racconta il "suo quotidiano", le mie sensazioni di fronte a fatti come l'amore, l'ambiente che mi circonda... Non lancio messaggi o proclami. Metto in musica i miei sentimenti, sentimenti che poi sono comuni a tutti, che condivido con chi mi ascolta. Anche a me, quando ascolto un disco di qualcun altro o leggo qualcosa in cui mi posso ritrovare, fa piacere immedesimarmi perché quelle sensazioni che ascolto o leggo sono anche le mie. Un esempio? Mi piace ascoltare Lucio Dalla, per esempio. Perché abbiamo una sensibilità, un modo di vedere le cose piuttosto simili. Ti sei sempre reputato un cantautore al di là della "barriera" commerciale. Come spieghi, allora, che agli inizi hai fatto capolino nella bagarre di una manifestazione come "Un disco per l'estate"? Sì, mi ricordo... Avevo presentato "Alice" che terminò, distanziatissima, all'ultimo posto. E' stato solo un piccolo ed innocente, credo, stratagemma per poter usufruire dello spazio che la Rai dedicava a quelle manifestazioni, per farmi conoscere, insomma. Ognuno di noi, se ha qualcosa da dire, credo abbia la voglia di far conoscere a più gente possibile il suo "pensiero". Per te è importante comunicare? Molto importante. Per questo cerchi il successo? Un certo tipo di successo, che va al di là della vendita dei dischi. Per me il successo vero è quando riesco a coinvolgere la gente attraverso le mie canzoni, confermando, in tal modo, la mia capacità di comunicare con i miei simili.

 

 

 

"Decisi di smettere per qualche anno, anche perché, in concomitanza con questi eventi, si concluse una storia d'amore importante. Avevo solo 25 anni, e decisi di cambiare mestiere nonostante avessi pubblicato alcuni album di successo. Per due o tre anni girovagai alla ricerca di una nuova occupazione, che trovai presso un libraio. Rimasi comunque nei paraggi della musica, suonando e componendo nuove canzoni tra cui "Generale". Appena scrissi quel pezzo, capii che era una canzone in qualche modo importante, e che era giusto riportare su disco. Era ora di ricominciare. Era il mio mestiere che chiamava me e non viceversa. Da quel momento Il mio lavoro non riesco nemmeno a percepirlo, non riesco a capire come lo stia facendo, lo faccio e basta. Inoltre provo un grande amore per il mio pubblico. Non ho un rapporto di ammiccamento, però gli devo molto. In certi momenti difficili, proprio il fatto di pensare al "mio" pubblico mi ha dato la forza di andare avanti. E il pubblico è stato in grado di capirmi anche quando le canzoni che proponevo non erano un granché. I miei lavori sono fatti solamente per loro e me ne frego di quello che può pensare la critica o i giornalisti in genere".: BLU – RIVISTA)

 

   

Francesco rimase a riflettere a lungo sui recenti tristi avvenimenti, rifiutando cortesemente tutti gli inviti che riceveva da coloro che speravano che riprendesse presto in mano la chitarra. Ma ciò non poteva durare all'infinito. Produsse infatti un nuovo splendido disco, dal titolo DE GREGORI, dai più noto come "Generale", con una copertina estremamente liberatoria: Francesco in un grande prato, intento a colpire un pallone. (…) Molte canzoni dolcissime e malinconiche, come Natale, Renoir, Raggio di sole, Babbo in prigione, ma anche come di consueto canzoni estremamente serie, come L'impiccato e La campana, e in fondo come la stessa Generale, solo apparentemente didascalica. (…). DE GREGORI – LO CASCIO – MUZZIO 1990)

Una sera giunsi al Folkstudio che lo spettacolo era già iniziato e vidi Francesco seduto in una delle poltroncine in fondo, con accanto una ragazza con la quale parlava a voce bassa, nella penombra. Incuriosito chiesi a qualcuno, forse al Bassignano, chi fosse. Questi mi rispose con aria complice che era Francesca, una sua ex compagna di scuola del Tasso. Come mia consuetudine presi atto della situazione e non volli indagare ulteriormente, e cosi Francesca, che non rividi più per molto tempo, rimase un'ombra indistinta dai capelli scuri (….) Infatti Francesco sposò la pellerossa, e costei era quella stessa ombra che avevo intravisto al Folkstudio tanti anni prima. In realtà Francesca a mio avviso non è una pellerossa benché i suoi tratti possano indurre tale impressione: Francesca è un elfo, e nemmeno lei lo sa. Ne ho avuto la prova definitiva quando ho visto i loro due gemelli, Federico e Marco, che sono senza alcuna possibilità di dubbio due vivacissimi elfi dai capelli rossi. DE GREGORI – LO CASCIO – MUZZIO 1990)

  

 

Lo Cascio e La Pellerossa - di Francesco De Gregori (1977)
Stamattina la stanza è tutta in disordine: ci sono cicche dappertutto e una quantità di vetri insospettabile negli angoli più difficili da raggiungere con la scopa. Alle otto e un quarto suonano al portone di sotto: era Lo Cascio che veniva a riprendersi il portafogli che aveva dimenticato qui ieri sera.
Mentre lui sale le scale corro a nascondere la chitarra e le sue briciole in modo che non mi faccia domande.
Lui si presenta con un cappuccino caldo e una ciambella e un sacco di scuse per avermi svegliato. Io l'ho tranquillizzato dicendogli, mentre mi mangiavo la ciambella e bevevo il cappuccino, che ero già sveglio perché la Pellerossa aveva messo la sveglia alle sette e mezzo poi era andata via dopo essersi vestita in fretta. Lo Cascio è un uomo eccezionale e so che non mi chiederà niente riguardo la Pellerossa: gli basta così, se anche gli avessi detto che ero stato svegliato dalla Balena bianca gli andava bene così.
Poi mi è venuta voglia di fumare e allora mi sono vestito e siamo scesi al Bar Tabacchi; altro
cappuccino, altra ciambella e un pacchetto di Marlboro; tutte le Marlboro di Roma sono finite da tre giorni. E ci siamo messi a fumare e a chiacchierare per via dei Giubbonari: com'è diversa alle otto e mezza di mattina rispetto a quando c'è traffico!
Io l'imbecille avevo gli zoccoli e, senza calze, avevo persino un po' freddo ai piedi e me ne stavo tutto ingobbito nella giacchetta e ogni tanto pensavo alla Pellerossa e chissà a che cazzo pensava Lo Cascio intanto. E ci siamo pure dati una guardata all' "Unità" appesa fuori la sezione di Regola Campitelli , tanto per sentirci buoni e disposti a cambiare le ingiustizie del mondo intero.
Adesso che mi sono alzato per andare al cesso mi sento proprio più chiaro di prima: la stanza, cioè, è proprio impraticabile: i vetri scricchiolano sotto gli zoccoli: ci sono due lattine di birra vuote dentro il barattolo di vetro grande e la boccettina con dentro gli antibiotici per la bronchite è rovesciata sul tavolo e ha perso l'etichetta, così sembra proprio la scena adatta per il suicidio di una stellina di Cinecittà.
Signore, ti prego, aiutami a vivere da solo senza venir sepolto dai miei rifiuti. Ora devo assolutamente fare qualcosa per far quadrare questa stanza: comincio a sentirmi pieno di vetri piccoli piccoli e di fumo freddo: devo aver l'alito di una catacomba. Adesso mi vado al lavare e poi metto in ordine: anzi, meglio il contrario. Così sono sicuro che vado. Chiamatemi Mimi.
Sono pieno di tosse; tossico di tutto: rospi, ciotoli, cartine stradali degli USA, cadaveri di giovani ragazze tedesche aggredite all'alba a Villa Borghese.Tossisco areoplani di carta costruiti per Camilla e racchette da neve a reazione. Tossisco paragoni e punti esclamativi con facilità sorprendente. Potrei anche mettere su un negozio e vendere tutto ciò che tossisco. Il negozio si chiamerebbe "Tossiture" e lo gestirei assieme alla signora Thorovskj che mi sta snervando col suo passeggiare avanti e indietro al piano di sopra (anche lei con gli zoccoli ?! Gesù, ma allora è una moda!).
Chissà se la signora Thorovsky ha sentito i miei scoppi di felicità sulla parete stanotte?
Comunque sono riuscito in meno di un'ora a rimettere a posto la stanza dove sto scrivendo e la stanza da letto.
La camera da letto è quella che mi dà l'angoscia perché l'idea di dormire lì da solo stanotte mi mette tristezza. Quella stanza è troppo vuota adesso; non c'è più nemmeno il quadro del Piccolo Marinaio perché l'ho regalato: mio fratello dice che a lui piace così e cita Cohen "The windows are smoll and the walls must be bare". Che si fottano, lui e Cohen. Quella stanza è squallida e rimane squallida, senza tante filosofie. Si tratta di riempirla, magari con un cassettone o un comodino, così la finirò di rovesciare il bicchiere con l'acqua tutte le notti. O magari una piccola libreria. Ieri sera mentre stavo a letto e parlavo con la Pellerossa ogni tanto mi veniva paura per i sogni che avrei fatto; cioè, peggio ancora, percepivo la stessa sensazione di terrore che provo quando faccio certi sogni ricorrenti (i treni, gli autobus ) senza però evidentemente sognare. Allora forse non è il sogno che provoca la sensazione di terrore, ma è il terrore che uno si porta dentro che fa fare certi sogni. Uh, come va?! Stronzo che sono, si sa che è così.
Comunque ho deciso di non bere più birra per un po': né birra né whisky né niente: neanche vino a tavola: devo rifiorire, come un rametto d'albicocco o un uccello del cielo, di quelli che nessuno li nutre però campano bene.
Adesso è sera, anzi notte, sono quasi le tre . La stanza è di nuovo un inferno: è tornato Lo Cascio e si è messo a bere insieme a mio fratello: lattine vuote e mezze piene ovunque, bottiglia di whisky vuota (comprata alle tre del pomeriggio, per la miseria!). Io li ho abbandonati verso le nove che erano sul punto di mettersi a parlare di Dio e del Comunismo, cose profonde, insomma.
Adesso sono tornato e loro non ci sono più; Lo Cascio è tornato senz'altro dalla moglie, mio fratello è sicuramente disperso in casa di qualcuno. Passerà qui domattina e andremo come bestie a farci l'aperitivo alle undici.
Intanto però io sto qui solo: sonno forse sì, voglia di andare a letto no. La Pellerossa mi piace perché è giovane e bella; stasera è troppo lontana, però. Chissà come sono le lenzuola del suo letto, sicuramente più pulite delle mie; la Pellerossa, sapete è andata a sciare, d'estate!, che Dio la benedica e la aiuti! Se potessi, le telefonerei mentre sta sciando; lei è una donna spiritosa, mi racconterebbe per telefono tutte le buche, e i sassi, e i pezzetti ghiacciati, con poesia. Ah, amore, ti amo, ovunque tu sia e con chiunque tu stia, qualsiasi cosa tu stia facendo. Ci sono tre angeli appollaiati sulla tua spalla e nessuno ti custodisce; ah, amore torna più presto che puoi dentro questa nottataccia che sto vivendo. Vendimi delle rose bianche e delle canzoni da circo con dentro delle facce spiritose e gentili che sappiano ben suonare i loro strumentini di legno.
Fammi essere contemporaneamente Stanlio e Ollio. Fammi vedere il biglietto vincente della grande Lotteria Del Gelato Di Capodanno 1979 dove tu leccherai tutta la cioccolata e io tutta la panna.
Insomma, divertiti, e se ci incontreremo ancora, fammi divertire, con le mani, con la bocca e con tutto. Buonanotte, dì le preghiere e che Dio ti benedica. (Francesco De Gregori).

 

 

 

 

 

 

 

 

DUE ZINGARI

Ecco stasera mi piace così, con queste stelle appiccicate al cielo.
La lama del coltello nascosta nello stivale, il tuo sorriso, trentadue perle.
Cosi disse il ragazzo, nella mia vita non ho mai avuto fame
e non ricordo sete di acqua o di vino, ho sempre corse libero, felice come un cane.
Tra la campagna e la periferia e chissà da dove venivano i miei
dalla Sicilia o dall'Ungheria, avevano occhi veloci come il vento.
Leggevano la musica, leggevano la musica nel firmamento.
Rispose la ragazza: ho tredici anni, trenta due perle nella notte.
E se potessi ti sposerei per avere dei figli con le scarpe rotte.
Girerebbero questa ed altre città questa ed altre città
a costruire giostre e a vagabondare ma adesso è tardi, anche per chiacchierare.
E due zingari stavano appoggiati alla notte
forse mano nella mano e si tenevano negli occhi.
Aspettavano il sole del giorno dopo, senza guardare niente.
Sull'autostrada accanto al campo, le macchine passano velocemente.
E gli autotreni mangiano chilometri, sicuramente vanno molto lontano.
Gli autisti si fermano e poi ripartono, dicono: c'è nebbia, bisogna andare piano.
Si lasciano dietro, si la sciano dietro un sogno metropolitano.

 

 

 

Una volta entrando con la macchina in una città italiana, ho avuto modo di vedere sotto il cartello col nome della città, un altro cartello più piccolo, e c'era scritto: è vietato l'ingresso e lo stazionamento ai nomadi... allora io posso capire vietato lo stazionamento, perchè se uno pretende di stazionare a via Manzoni, crea dei problemi al traffico... ma l'ingresso, come si fa a vietare l'ingresso a qualcuno dentro a una città... non siamo più nel Medioevo, che c'erano i portoni che alla sera chiudevano, le città potrebbero essere più o meno aperte al pubblico... lì invece l'ingresso era vietato ai nomadi... e i nomadi poi chi sarebbero... sarebbero gli zingari, o no? Non è il complesso dei Nomadi, sarebbe un razzismo tremendo! I nomadi sarebbero gli zingari, perchè si sa che gli zingari non si lavano, si dice, e allora un po' puzzano, si dice, poi si dice anche che gli zingari a-rubbano, come diciamo noi capitolini, e magari è anche vero, che c'è qualche zingaro che ruba, ma magari in Italia rubassero soltanto gli zingari!... sarebbe un problema meno difficile, o no? beh la prossima canzone è una canzone su un ragazzo e una ragazza zingari, e su un'ipotesi di loro amore e su loro due...

 

Ettore Castagna - "Occhi che hanno visto terra" (World Music, Roma, n. 35, dicembre 1998)

Senza dubbio gli zingari "sono" il viaggio, sembrano essere essi stessi la personificazione del movimento, dell'impossibilità di resistere alla sua necessità. Ma lo zingaro come figura letteraria e

simbolica rischia sempre di scadere nella banalità risucchiato fra due poli immaginifici ed immaginari. Da una parte lo zingaro cattivo ladro, predone, mago, dall'altra lo zingaro buono, musicista, viaggiatore, artista. Si finisce sempre indecisi fra gli zingari divinatori ed arcani di Garcia Marquez, quelli rapitori di bambini di certe leggende popolari, i santi-diavoli cinematografici de "Il tempo dei gitani" (1). La canzone, pur non ignorando sia questi tipi che tutti gli stereotipi probabili, li salta in blocco proponendoci un contatto diretto con i suoi personaggi. Sono due adolescenti, ai margini di una città (Roma?). Entrambi si autopresentano con un discorso appeso fra (il loro) reale e (il nostro) immaginario. Quando il primo dei due personaggi inizia a raccontarsi, la canzone sembrerebbe, seppur in un modo molto lirico, riproporre alcune delle stereotipie positive sullo zingaro. Il personaggio del ragazzo si caratterizza infatti attraverso l'autoesaltazione della libertà personale vista come vera e propria eredità rom e composta di sentimentalismo "gitano" capace di "cogliere l'attimo" ("Ecco stasera mi piace così" ), violenza necessaria in un mondo violento ("La lama del coltello nascosta dentro lo stivale" ), abilità nell'arrangiare la sopravvivenza ("Nella mia vita non ho mai avuto fame"), erranza ( "Ho sempre corso libero..." ). Non da ultimo il riferimento, davvero alla Garcia Marquez, a genitori altrettanto liberi, carichi di emblematico "mistero gitano". Amplissima e, naturalmente, immaginifica e misteriosa la loro descrizione che la canzone ci offre, tutto sommato, in soli tre versi. Sono venuti da chissà dove (Primo elemento di mistero), "avevano occhi veloci (simbolo di inafferrabilità e destrezza) come il vento" (Secondo elemento di mistero), capaci di leggere la musica "nel firmamento" (Terzo ulteriore elemento di mistero). La sequenza simbolica che emerge dai tre versi in sequenza risulta così movimento-vento-musica. Tre elementi senza dubbio non "catturabili", mai descrivibili in pieno, assolutamente ascrivibili alla tradizione gitana, fatta di inarrestabile nomadismo e di inevitabile consapevolezza culturale dell'alterità di questo nomadismo. Tradizionalmente per vivere lo zingaro non esercita alcun mestiere che necessiti stanzialità ma piuttosto assoluta destrezza: fa il fabbro, legge la mano o le carte, ruba, suona con abilità "diabolica". Appunto non casualmente chiude la sequenza l'elemento musica. La musica è una classica e storica prerogativa degli zingari ed in genere viene eseguita da loro sempre con uno stupefacente carattere virtuosistico. Viene qui in mente l'esempio del grande Diango Reinhardt, eccezionale chitarrista zingaro, che seppure paralizzato nell'articolazione di due dita della mano sinistra riusciva a suonare in modo stupefacente. Questo anche senza aver mai studiato musica, senza saperla leggere e scrivere (Per Reinhardt bisogna aggiungere che il suo rapporto con la cultura scritta era inesistente, sapeva a stento e con grande difficoltà fare la propria firma) ma il mare della musica e dei musicisti zingari è veramente illimitato, ogni esempio sarebbe poca cosa. La canzone, comunque, in un solo verso centra straordinariamente questo taglio "leggendario". Gli zingari "leggono" la musica nel firmamento, non soffrono i limiti ed i vincoli della scrittura. Il loro "spartito", come il firmamento, è sconfinato.

Già con l'introduzione del personaggio della ragazza fa irruzione un aspetto più realistico.

Viene riproposto dai primi versi solamente il riferimento estremamente "orientale" alla bellezza di un sorriso perfetto, fatto di trentadue denti-perle scintillanti nella notte. L'immagine dei denti come perle incastonate in bocca parrebbe quasi una citazione "illustre" dalla letteratura indiana. Il Kamasutra al cap. V, 5  recita: "Le labbra sono il corallo ed i denti il gioiello". Anche il  riferimento

proprio alla cultura indiana potrebbe non essere casuale date le ancestrali origini indiane degli zingari.

Per il resto in un modo molto concreto, la ragazza propone un'immagine meno mitico-eroica di sè e del futuro possibile. Un futuro comune di "giostre" e di vagabondaggio sarà forse possibile un giorno nella piena consapevolezza che anche i figli saranno destinati alle "scarpe rotte". Repentinamente e seccamente la ragazza conclude "ma ora è tardi anche per chiacchierare".

Potrebbe sembrare un passaggio un po' ruvido ma in realtà il risultato è efficace. I due si svegliano di colpo dai sogni più o meno possibili sulla loro identità reale o supposta, sul loro futuro

immaginario e/o probabile. Si abbatte sul quadretto romatico dei due giovani zingari che vagheggiano la loro libertà un vincolo concreto: "è tardi". Anche gli zingari hanno un limite per i sogni.

Quell' "è tardi" in realtà potrebbe essere interpretato alla rovescia: "è presto". E' presto per immaginare, per illudersi.

Vediamo i due giovani protagonisti, in una inquadratura che si allarga sempre di più, tenersi per mano, "senza guardare niente", ai margini di un'autostrada, forse al confine del campo. Emerge qui con tutto il suo peso il contrasto fra il "sogno zigano" e lo squallore probabile del paesaggio periferico ed autostradale. Il contrasto aumenta quando al silenzio dei sogni ad occhi aperti dei due zingari si contrappongono i rumori assordanti delle automobili e dei camion che fanno irruzione sulla scena. Un ulteriore elemento di contrasto arriva dall'immagine di mobilità dei mezzi che scorrono sull'autostrada ("Gli autotreni mangiano chilometri/sicuramente vanno molto lontano") che sembra brutalmente contrastare, nella sua oggettività meccanica, con l'aspetto "lirico" del nomadismo/moto perpetuo zingaro. La non casualità della scelta di queste immagini viene sottolineata dall'ultimo verso nel quale i camionisti, variante mobile ma non molto "romantica" del modus vivendi occidentale, "si lasciano dietro il sogno metropolitano". L'opposizione fra l'immaginario gitano e quello metropolitano (sebbene il secondo sia appena accennato) è completa. Vicine e confinanti le due parti fanno rassicuranti sogni separati.

"Il tempo dei gitani", di Emir Kusturica, a suo tempo ha suscitato più di una polemica. Rimane comunque un film straordinario dove viene messa in luce in modo unico l'identità zingara. La trama, continuamente sospesa fra l'ironico ed il drammatico, non scade mai nel retorico e nello stereotipo sulla condizione zingara.

 

 

 

 

IL '56

A guardare nei ricordi sembra ancora ieri,
che salivo su una sedia per guardare i treni.
Da dietro a una finestra un cortile grande
un bambino, un bambino.
Mio fratello che studiava lingua misteriose,
in ginocchio su una sedia coi capelli corti.
Eravamo forse solo nel '56,
un bambino, un bambino.
E tutto mi sembrava andasse bene,
e tutto mi sembrava andasse bene.
Tra me e le mie parole,
tra me e le mie parole,
e la mia anima.
Il Natale allora si, che era una festa vera,
cominciavo ad aspettarlo quattro mesi prima,
i regali mi duravano una settimana,
un bambino, un bambino.
Mi ricordo le fotografie dei carri armati,
io passavo i pomeriggi a ritagliarle,
a incollarle sopra pezzi di cartone,
un bambino, un bambino.
E tutto mi sembrava andasse bene,
e tutto mi sembrava andasse bene.
Tra me e le mie parole,
tra me e le mie parole,
e la mia anima.

 

è una canzone scritta almeno quattro anni prima che la incidessi. Ero in sala e avevo pochissime canzoni scritte e allora mi sono trovato a guardare nei cassetti e ho trovato questa canzone.

 

 

RIVALITÀ PASSATE
È il 1978: sei anni sono passati dal Folkstudio e "Theorius Campus", signore aquilone e signore che bruciano, sore Rosa e Roma capoccia, e le strade di Antonello Venditti e Francesco De Gregori si sono divise, a posteriori possiamo dire per sempre, se si esclude qualche cortesia per gli ospiti. Entrambi reduci dalle loro brave contestazioni (prima del '78, come sanno anche i bambini, c'è stato il '77), Anto è un cantautore di successo nazional-popolare che deve ritrovarsi, Fra un cantautore meno popolare dal crescente successo.
Le strade si sono divise, dicevamo, ma non solo: come succede nelle migliori famiglie, Anto e Fra sono andati oltre, coinvolgendo il pubblico nelle loro - si può dire? - piccole miserie. Così, un po' come John Lennon con Paul McCartney ("How do you sleep?", ricordate?, con Lennon che dà a Macca del dormiglione), in "Rimmel" Fra aveva attaccato con parole e musica l'amico e compagno di un tempo, accusato in "Piano bar" di essere un "uomo di poca malinconia" che "nella punta delle dita" ha "poco jazz" e "vende a tutti quel che fa", insomma, "solo un pianista di piano bar" che suonerà e canterà "fin che lo vuoi sentire"; in "Quattro cani" è invece il bastardo "che conosce la fame e la tranquillità".

Ebbene, Anto approfitta di "Sotto il segno dei pesci", il primo album inciso per la nuova casa discografica (lasciata la Rca, dopo due anni di silenzio è approdato alla Polygram), per rispondere a Fra. E dove Fra, l'abbiamo appena visto, non aveva badato a spese, in "Francesco" - s'intitola proprio così - Anto ricuce con delicatezza: "scusa Francesco/proviamo ancora/e con le ali spezziamo il filo", "suoniamo ancora l'ultima volta/senza rimpianti, senza paura/come due amici antichi". È il Venditti anche musicalmente intimista, meno di successo e però molto più rispettabile. E di "Francesco", curiosamente l'unico brano dell'album non arrangiato da Antonello, ritroveremo qualche eco ne "La donna cannone" ("due aquiloni strappati che non volano più", Anto; "E senza fame senza sete e senza ali senza rete voleremo via", Fra) e qualche nota ne "La leva calcistica della classe '68" (ma in questo caso De Gregori si sarebbe soprattutto ispirato, o per dirla tutta avrebbe brutalmente saccheggiato "The greatest discovery", un brano del 1969 di Elton John, artista che peraltro lo stesso Antonello non ha mai fatto mistero di avere preso in qualche modo a modello).
Ma non ci sono soltanto "Francesco" e Francesco in "Sotto il segno dei pesci": ci sono canzoni meritatamente ma anche immeritatamente famose come la title track e "Bomba non bomba" (e chissà perché Sasso Marconi e Roncobilaccio fanno venire in mente il "Grande raccordo anulare"?); le cugine di "Lilly", "Sara" e "Giulia"; c'è l'ancora attuale "Il telegiornale" ("così spettacolare" e "così obbiettivamente imparziale", "tra una smentita e l'altra e un sorriso ministeriale": visto che alla fine nulla è cambiato?). Nel filone sommesso, nota di merito per la delicata "Chen il cinese" (non sarà mica la Sars quel "muto assassino"?), mentre in chiusura arriva la pretenziosa "L'uomo falco".
Il tutto è ben prodotto da Michelangelo Romano, ben copertinato da Mario Convertino, ben cantato da Antonello e ben suonato da musicisti poco conosciuti come i chitarristi Renato Bartolini, Rodolfo Lamorgese, Claudio Prosperini, Andrea Carpi e Pablo Romero, il bassista Marco Vannozzi e il sassofonista Marco Valentini, guest star il violinista Carlo Siliotto e il batterista Marcello Vento (insieme nel Canzoniere del Lazio), ma soprattutto il tastierista dei Goblin Claudio Simonetti. Alla fine del '78, "Sotto il segno dei pesci" risulterà il terzo album più venduto dell'anno, e "scusa Francesco/se ti ho rubato/rubini puri dalle tue tasche".
(Ivano Rebustini) da Rockol 11 Maggio 2003

 

 

   

LA CAMPANA

La campana ha suonato tutto il giorno,
laddove i cani hanno abbaiato.
Io ho pianto lacrime fino all'osso,
lacrime e tosse sul selciato.
Incollato sull'asfalto della strada,
mai stato così lontano
dalla dolcezza a cui tutti hanno diritto.
Io con un fascio di giornali in mano,
e con un fascio di giornali in mano pensavo
si può anche morire di dolore.
I miei amici, lo sai, sono tutti schedati.
I miei amici, lo sai, sono tutti in galera.
E avevo in testa una fontana,
una pioggia sottile di pensieri cattivi.
Mentre la gente seduta al tavolino,
conta il tempo con gli aperitivi.
E io inchiodato sulla strada pensavo,
ma tutto questo deve pure finire.
E camminavo come un uomo tranquillo,
e sotto questo grande cielo azzurro,
finalmente mi sentivo un uomo solo.
I miei amici, lo sai, sono tutti schedati.
I miei amici, lo sai, sono tutti in galera,
sono tutti segnati, sono tutti fregati, sono tutti schedati.

 

 

 

 

 


 

 

 

L'IMPICCATO

Uno l'hanno preso ieri sera, giovane giovane,
è figlio di buona donna.
Figlio di buona donna, pure ladro,
con un sorriso tutto denti di cane,
si nascondeva dietro uan serie di "Che ne so?".
Poi ne hanno preso un altro padre di famiglia,
faccia scura scura, vestito grigio,
camicia e cravatta,
sguardo perduto all'arrivo in questura.
Il terzo, accusato d'oltraggio,
non fece in tempo a aprire la bocca
che, un pugno lo mise a sedere.
Allora chiese una sigaretta e confessò in fretta
tutto quello che il commissario voleva sapere.
Il quarto si chiamava Tommaso
e pregava e piangeva, chiese di telefonare all'avvocato,
ma l'avvocato non rispondeva.
Il quinto venne assunto in galera
per un indizio da niente, venne assunto in galera.
Il quinto venne asssunto in galera per un indizio da poco
e fu crocefisso col ferro e col fuoco.
Forse per un errore o forse perchè era stato scoperto,
forse per un'implicita confessione
oppure soltanto lo sconforto
e tutti si domandarono di che segno era il morto.

 

 

 

   


NATALE

 

C'è la luna sui tetti, c'è la notte per strada.
Le ragazze ritornano in Tram.
Ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale,
ci scommetto dal freddo che fa.
E da dietro a una porta sento uno che sale.
Ma si ferma due piani più giù,
è un peccato davvero, ma io già lo sapevo,
che comunque non potevi esser tu.
E tu scrivimi, scrivimi se ti viene la voglia.
E raccontami quello che fai.
Se cammini nel mattino e ti addormenti la sera.
E se dormi, che dormi? E che sogni che fai?
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti.
Per i conti che non tornano mai
Se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell'allegra tristezza che c'hai.
Qui la gente va veloce ed il tempo passa piano.
Come un treno dentro a una galleria.
tra due giorni è Natale, non va bene e non va male,
buonanotte, torna presto e cosi sia.
E tu scrivimi, scrivimi se ti torna la voglia,
e raccontami quello che fai.
Se cammini nel mattino e ti addormenti alla sera
e se dormi che dormi e che sogni che fai.

Una grande festività, a noi tutti cara: il Natale! questo grande sentimento qui, un sentimento che ci spinge dentro i negozi a comprare di tutto: finti babbi natali, veri gesù bambini, il Natale... ma il Natale è solo un pretesto per la prossima canzone, che è in realtà la storia di un individuo romantico, che aspetta il ritorno della donna amata, la quale è partita, è andata in un altro paese, e secondo me nemmeno torna più, nemmeno gli scrive... una canzone in qualche modo drammatica dal punto di vista sentimentale. Lui però, che è un individuo sereno e ottimista, ogni sera ascolta, per le scale del suo palazzo, dei passi, che si fermano due piani più su; e spera che possano essere i passi di lei... e invece sono del postino, che abita all'appartamento di sopra e torna alla sera verso le undici-mezzanotte, anche un po' incazzato... lui però ci spera ogni volta e ogni volta è deluso... la canzone sarebbe tragica come ben vi rendete conto anche voi, se non avesse un lieto fine inaspettato: lui si innamora direttamente del postino...

 

 

   

 

RENOIR

Gli aerei stanno al cielo,
come le navi al mare.
Come il sole all'orizzonte la sera,
com'è vero che non voglio tornare.
A una stanza vuota e tranquilla,
dove aspetto un amore lontano.
E mi pettino i pensieri,
col bicchiere nella mano.
Chi di voi l'ha vista partire,
dica pure che stracciona era.
Quanto vento aveva nei capelli,
se rideva o se piangeva.
La mattina che prese il treno
era seduta accanto al finestrino.
Vide passare l'Italia i suoi piedi,
giocando a carte col suo destino.
Ora i tempi si sa che cambiano,
passano e tornano tristezza e amori.
Da qualche parte c'è una casa più calda,
sicuramente esiste un uomo migliore.
Io nel frattempo ho scritto altre canzoni,
di lei parlano raramente,
ma non è vero che io l'abbia perduta,
dimenticata, come dice la gente

 

Lei parte, lui se ne va, è un addio, forse lo stesso di Rimmel ma rivisto con altri occhi. Detto così sembrano banali sia l'argomento sia l'ambientazione, e invece in questa sintesi fotografica piena di considerazioni a tempo scaduto, ogni cosa è nel posto dove non te l'aspetti, ma dove deve essere, secondo le regole della bisociazione. Si parte con una rapida successione di cose e oggetti paragonati ("come") tra loro, nelle loro funzioni. Solo che le prime due volte i paragoni sono ovvi anche se originali, ma nella terza appare come 2° termine non più un oggetto, ma tutta una considerazione. Vediamo questa costruzione sintattica particolarissima perché "sghimbescia", "isoscele": una classica "changing creativity": GLI AEREI STANNO AL CIELO COME LE NAVI AL MARE (gli aerei stanno al cielo) COME IL SOLE ALL'ORIZZONTE LA SERA (gli aerei stanno al cielo) COME È VERO CHE NON VOGLIO TORNARE L'autore prepara un terreno di concetti che esprimono un ordine naturale delle cose e ci fa rientrare (quasi un sillogismo) un suo pensiero personale ("se gli aerei volano, è vero che io non voglio tornare da te"). Tornare dove? In quella stanza di ragazzo, di primo folle amore e angosciate attese ("mi pettino i pensieri col bicchiere nella mano") stile Atlantide. Lei vista dagli altri non era poi 'sto gran che ("che straccione era") ma chi se ne frega. L'importante è che gli amici le dicano se era triste o allegra, se i capelli si muovevano al vento. Questo successe tanto tempo fa, roba appunto da Atlantide, da ricordo sommerso: prese il treno per andare più lontano possibile ("vide l'Italia passare ai suoi piedi"), prese il treno giocando un azzardo particolare ma forse necessario. Non una connotazione fisica, non una parola, non una risposta, solo i "suoi" pensieri (quali poi?) per chilometri solo immaginabili. Gran gesto nel finale: vabbè è andata così, "da qualche parte c'è un uomo migliore" e un lapidario, epigrammatico, succinto finale: non parlo più di lei ma non l'ho dimenticata. (R. Vecchioni)

 

 

RAGGIO DI SOLE

Benvenuto, raggio di sole,

a questa terra di terra e sassi
a questi laghi bianchi come la neve sotto i tuoi passi
A questo amore, a questa distrazione, a questo Carnevale,
dove nessuno ti vuole bene,

dove nessuno ti vuole male.
A questa musica che non ha orecchi,
a questi libri senza parole.
Benvenuto raggio di sole,

avrai matite per giocare,
e un bicchiere per bere forte
e un bicchiere per bere piano,
un sorriso per difenderti
e un passaporto per andare via lontano.
Benvenuto a questa finestra,

a questo cielo sereno,
a tutti i clacson della mattina
a questo mondo già troppo pieno.
A questa strana ferrovia

unica al mondo per dove può andare,
ti porta dove tira il vento,
ti porta dove scegli di tornare.
A questa luna tranquilla,

che si siede dolcemente,
in mezzo al mare che qualche nuvola ma non fa niente.
Perché lontano passa una nave,
tutte le luci accese,
benvenuto figlio di nessuno in questo paese.