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IL CD
| 1) Numeri da scaricare | 2) Compagni di viaggio | 3) Un guanto | 4) Mayday |
| 5) La leva calcistica della classe '68 | 6) L'agnello di Dio | 7) La Donna cannone | 8) Caldo e scuro |
| 9) Vai in Africa, Celestino! | 10) La Valigia dell'attore | 11) Buonanotte fiorellino | 12) Il bandito e il campione |

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Prodotto da Guido Guglielminetti e da Gianmario Lussana
Fonico di sala Gianmario Lussana
Fonico di palco Enrico Belli
Grafica di copertina di Stefano Borghi
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Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA, ARMONICA |
Registrato su due piste dai canali Left & Right del mixer di sala
Progetto grafico di Spazio 360
Grazie a Andrea Sembiante Sandro Frascogna
Grazie a Dario Arianti
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Stefano Parenti BATTERIA |
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Paolo Giovenchi CHITARRE |
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Lucio Bardi CHITARRE |
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Guido Guglielminetti BASSO E CONTRABBASSO |
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Alessandro Valle DOBRO E PEDAL STEEL GUITAR |
Alessandro Arianti PIANO E TASTIERE |
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DVD (bonus)
TAKES AND OUTTAKES - 2007 Regia: Nicolò Bello Produzione: Guido Guglielminetti
Vai in Africa Celestino! Regia: Nicolò Bello Produzione: Alessandro Arianti
Grazie a Michele Belluscio, Tito Magri e Paolo Vites
L'intervista a Francesco De Gregori è di Renato Nicolini |

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DESTRA
O SINISTRA E' TUTTO UN TITANIC MARINELLA VENEGONI (La Stampa)
FOLIGNO - 21.11.2007 Compie 25 anni un disco meraviglioso, Titanic, che è un po’ la summa della poetica di Francesco De Gregori. Visione letteraria, la Storia, il folk, annotazioni sociologiche, un mare di metafore che si tornano a scoprire mentre apre il concerto di debutto del tour Left and right nel teatro dugentesco di San Domenico, dolce e austero come la musica del cantautore romano. Proprio al Titanic è dedicato l’inizio della serata con la trilogia composta dall’Argentina title-track, dai Muscoli del capitano («tutti di plastica e di metano») dall’Abbigliamento di un fuochista ancora esplicitamente folk; ma tutta la prima parte del concerto conserva il sapore originale: e chissà se questa scelta di repertorio vuol festeggiare l’anniversario del disco, o invece ricordarsi che gli iceberg sono sempre vicini a noi, anche se magari non li vediamo.
Cappello di feltro nero, jeans, giacca scura, De Gregori qui gioca in casa e lo ricorda al pubblico. Lui vive spesso a pochi chilometri, Spello dove fa olio e vino buono, e per il resto la sua vita è quel mistero che appartiene agli uomini fuori dal gran circo mediatico, e che finisce per disvelarsi solo sul palco. Questa volta il concerto mescola molto passato e presente, pezzi da Battere e levare, Canzoni d’amore, e Natale, Rimmel. Concerto tondo, acustico, non appoggiato su suoni duri, con le chitarre a farla da padrone. Come ormai succede per tutti, queste serate si accompagnano all’uscita di un cd dal vivo di De Gregori intitolato maliziosamente Left & right, ispirato ai termini tecnici dei canali del mixer ma in realtà se si traduce in italiano con «destra e sinistra», fuoriero di ben altri orizzonti culturali e politici, ancorché alquanto obsoleti. Il cofanetto contiene un cd audio che mescola pezzi celeberrimi (la bistrattatissima Buona notte Fiorellino, La donna cannone, La leva calcistica della classe 68) con altri più recenti e meno diffusi nell’immaginario collettivo, magari ostici e duri come L’agnello di Dio con i suoi riferimenti alla degradata realtà delle aree suburbane, Caldo e scuro, La valigia dell’attore. Insieme al cd, un dvd alquanto stravagante che alterna pezzi di concerto con una impegnativa intervista al cantautore romano (seduto sulla poltrona di velluto rosso di un teatro deserto) fa parte di Renato Nicolini, indimenticato assessore che creò l’Estate Romana. Qui De Gregori, di fronte alla storia dei propri inizi, si scioglie in qualche avara confessione. Per esempio, sulle chitarre: «Ne posseggo tantissime perché ho un rapporto quasi da feticista con le chitarre. Sono fra i pochissimi oggetti, io non amo gli oggetti, però le chitarre sì quindi ho questa collezione di chitarre. Poi magari le prendo in mano e capisco che avrei dovuto imparare a suonare meglio e a rispettarle di più. Però c’è sempre tempo nella vita».
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È pronto il nuovo album “meno rock e più biografico” “Il Festival è il fallimento di una certa tv, non delle canzoni”
GABRIELE
FERRARIS Lei è da sempre un disistimatore di Sanremo. Ma il tracollo del Festival non è comunque un bel segnale per la musica: gli spettatori che cambiavano canale quando arriva il cantante la dicono brutta... Si possono fare tante analisi, ma penso che la crisi di Sanremo sia la crisi di un certo tipo di tv, non della musica: chi ama, compra e ascolta musica non vive di solo Sanremo. Si sono stracciati le vesti sugli ascolti bassi perché ci hanno visto il fallimento di un modello televisivo, non della musica. Sono altri i luoghi dove la musica trionfa o fallisce». Quali? «I negozi di dischi, per esempio, dove oggi la gente non entra più, o se ci entra ne esce senza aver comperato neanche un disco. Mentre i luoghi dove la musica trionfa sono i teatri, i palasport, dove i concerti sono sempre affollati. Il pubblico sembra rifiutare l’acquisto dell’oggetto disco, del multiplo riproducibile; mentre ha voglia di musica dal vivo proprio perché è irripetibile, l’emozione di una serata comunque unica. La musica è tante cose: tutte distanti da Sanremo». Però ci vanno anche cantanti di qualità. So che lei stima Tricarico. «Assolutamente. Sanremo non l’ho seguito, lavoravo: ma ho rivisto sui RaiSat l’ultima serata, e Tricarico mi è piaciuto. Mi piace da sempre, dai tempi di Io sono Francesco. Al Festival è stato bravissimo, proprio perché testimoniava lo stridere del suo essere artista con il mondo che gli stava intorno e lo voleva inglobare. Uno come Tricarico all’Ariston ci può capitare per caso, o per necessità: ma né lui tocca Sanremo, né - grazie a Dio - Sanremo tocca lui». A proposito di artisti. Lei ha appena terminato il nuovo album. Mi dicono - e sono portato a credere, a giudicare dai suoi ultimi concerti - che sarà meno rock rispetto al recente passato. Più classicamente «degregoriano», se mi passa il termine. «Preferirei non passarglielo: non mi piacciono le aggettivazioni dai cognomi, degregoriano, veltroniano, dylaniano, pirandelliano... Però è vero che il disco, forse anche perché è stato registrato in un mese di pausa durante una tournée teatrale, ha dei suoni meno “da palasport”. Non so se ciò significhi “meno rockettaro”: credo che si possa fare del rock anche suonando a basso volume dei ritmi non veloci. Però è possibile che abbia una dimensione, come dire?, più cantautorale». Già, i cantautori. Dicono che non se la passano tanto bene, oggi. «E’ una cosa vera, ma non nuova: i cantautori sono da sempre il bersaglio prediletto della critica, perché sono animali strani, un po’ deformi, che si prestano poco alle regole di questo mestiere, e quindi sembrano assumere atteggiamenti spocchiosi... D’altra parte è un momento di crisi per chi fa musica, ed è possibile che in questa crisi generale i cantautori siano più esposti. Se devo parlare di me, mi considero un uomo premiato dalla fortuna, sono trent’anni che vado in giro a suonare, e il pubblico è sempre lì. Pure se vendo meno dischi di 10 anni fa...» Tutti vendono meno dischi di 10 anni fa. «E magari io ne vendo ancor meno degli altri, non so: non è una cosa che mi interessi, non mi sono mai interrogato su queste cose, nemmeno quando vendevo più dischi di adesso, e tutti vendevano più dischi di adesso. Non è mai stata questa la bussola della mia vita. Mi sento in ottima salute, come artista: sono cinque-sei anni che, in pratica, non ho quasi smesso di fare concerti, e funziona ogni sera. Mi pare un buon segnale». Dipenderà dal fatto che lei sa guardare la realtà, essere attuale; a volte anche profetico: penso a canzoni come La Ballata dell’Uomo Ragno, o Pentathlon... «Più che profetico, magari lucido. La canzone consente di essere lucidi, e più tranchant che con un libro o un film. Non ci dò molta importanza: capita di scrivere canzoni più o meno riuscite: per me conta, banalmente, la gioia di scrivere, un momento di creatività piacevole, la soddisfazione del lavoro artigiano. E’ il piacere che provo quando magari qualcuno mi viene a dire di aver riscoperto un mio vecchio brano, e me lo dice in maniera così sincera, amichevole... Non avere perso il gusto del mestiere, è il regalo più grande che mi sono fatto nella vita. Ma davvero, lo sa che il mio è un bel modo di campare?». Dunque,
lasciamo stare l’immagine del De Gregori profetico. Anche perché
almeno in un caso la profezia non s’è inverata. Celestino non è
andato in Africa. Lei a Veltroni vuole bene... «Sono suo amico, e assisto con piacere alla sua avventura politica. Penso che in questo momento stia facendo cose buonissime». Una canzone che fotografa bene l’Italia di oggi è Tempo reale. C’è quel verso, «la libertà con un chiodo tortura la democrazia», che vale cento editoriali... «Ripeto: una canzone ha il privilegio di poter essere sintetica, veloce, illuminare con una sola frase una situazione, e poi passare oltre... Un verso così è la testimonianza di quel privilegio. In realtà il concetto è banale: dice che libertà e democrazia possono andare in cortocircuito, e quando avviene ne soffrono entrambe, e si assiste alla tortura, alla scempio, che è sotto gli occhi di tutti». Torniamo al disco nuovo: quali temi ha privilegiato? «Lo definirei un disco “biografico”: non autobiografico, biografico. Parla della vita: la mia, e quella degli altri. E’ la parola “vita” che mi interessa». Parlando di vita. Posso chiederglielo, essendo quasi coetanei: comincia a pensare alla vecchiaia? «Beh, non mi sento vecchio a 57 anni. Immagino che oggi uno si possa definire vecchio a settant’anni. Alla nostra età si è ancora ragazzini. Sì, il tempo passa, ma questo lo sentivo anche quando scrissi Rimmel, e avevo 24 anni: nel testo c’è già il sentimento del rimpianto. Il rimpianto te lo porti dentro anche a vent’anni. Il rimpianto mi accompagna da una vita. Ma mi sento il contrario di un vecchio. Forse rimarrò per sempre giovane». Forever young... «E non è un modo di dire. Certo, da un punto di vista fisico... Una partita a pallone la affronto oggi con più circospezione che a vent’anni. Questo significa essere vecchi?».
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In
delirio per Francesco. Il talento di De Gregori entusiasma il pubblico
del Team
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Cinque serate dedicate ai
grandi concerti di musica italiana presto su Rai Due |

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De
Gregori sfodera lirismo e country tra donne cannone e ricordi di rimmel Pezzi
di country band stile Nashville, pezzi di blues con un pizzico d'anima
nera, pezzetti di rock'n roll e un grosso pezzo di lirismo all'italiana.
Metti nel mixer e frulla tutto. Ecco Francesco De Gregori in versione 57
anni (li compierà il 4 aprile), barba bianca, occhiali a scomparsa,
niente più casual style ma abito gessato grigio, camicia bianca e
cravatta bordeaux. Niente più politica, ma tutto votato all'amore ed
alla poesia della vita quotidiana in cui però non si smette mai di
sognare.
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De Gregori in tour attacca "l'inutile cantilena" del '68 La
Stampa-18.3.2008 - GABRIELE FERRARIS «E mi volevano inchiodare /.../ ai loro amori finiti male / a canzoni con quattro accordi /a quell’inutile cantilena / ma davvero non ti ricordi / quando cantavi e sbadigliavi in scena?» è una strofa cruciale: ma non è la semplice insofferenza di un artista stanco dei luoghi comuni che lo identificano da trent’anni («Quello di Rimmel...»). Con Celebrazione De Gregori fa i conti con il 68: è la sua personale «celebrazione» del quarantesimo degli «anni formidabili» - come li ha definiti Capanna, e come certo non li definirebbe De Gregori. E’ difatti una Celebrazione tutt’altro che celebrativa: il Principe prova un insopprimibile fastidio per rituali e reducismi della politica. Anni formidabili? Ma no, piuttosto anni di chiacchiere vane, anni masturbatorii: e il 68 lo rievoca, e lo manda in soffitta, proprio con l’immagine di «quelle stanze dove si parlava di psichiatria / di terrorismo e di democrazia» (o «fotografia»: le versioni ancora oscillano); un movimento ben presto autoreferenziale e parolaio, che ha prodotto idee e uomini non tutti esemplari; un 68 troppo lungo, che si è stiracchiato fino alla degenerazione del 78; un posto, insomma, «dove non tornare». De Gregori procede per metafore, a volte poetiche, altre ironiche fino alla spietatezza: quando descrive «la sinistra paralizzata, e la destra si arrangiava» potete pensare che stia parlando di destra e sinistra in senso politico; ma l’immagine richiama anche a un’attività, per l’appunto, onanistica. Come al solito, De Gregori spiazza quanti si ostinano ad arruolarlo sotto le bandiere di una militanza pura e dura che in realtà non c’è mai stata; l’uomo non ha mai rinunciato alla propria autonomia di giudizio, a costo di spiacere alle vestali della sinistra. L’interpretazione, lo ripetiamo, è sempre libera: abbiamo tuttavia fondati motivi per ritenere che questa corrisponda al suo pensiero. Celebrazione non è l’unica anteprima «live» dell’album prossimo: da qualche tappa, in scaletta ci sono altre due canzoni nuove. Una s’intitola Gente senza cuore e si occupa del degrado urbano, e del degrado delle nostre esistenze, con immagini dure e dirette sorrette da una musica spiazzante, spensieratamente boogie. L’altra ha un titolo, Per brevità chiamato l’Artista, solo in apparenza strampalato: in realtà è la formula standard usata per indicare il musicista in un contratto discografico. Una formula che colpì De Gregori quando firmò con la Rca, ad inizio carriera; e se ne è ricordato adesso, per una canzone che è un bilancio amarognolo, e questo sì profondamente autobiografico, di che cosa significhi davvero il mestiere di cantante. Il bilancio della vita di Francesco De Gregori, che nei versi finali dà di se stesso la più disincantata delle definizioni: «Principe da palcoscenico / che dà la buonanotte ai fiori».
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Il nuovo De Gregori punta tutto su ironia e leggerezza di
Simone Mercurio -Il Giornale 21.3.2008
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