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Prodotto da Luciano Torani e Francesco De Gregori
Ed. BMG Arriola Musica/Serraglio
Registrato e mixato da Luciano Torani presso lo studio QUATTRO in Roma aprile-maggio 1982
Coll. Studio UMBI di Modena e Giacomo Tosti della RCA Roma |
Mimmo Locasciulli PIANO |
Francesco De Gregori VOCE, CHITARRA |
Foto interne di Armando Manni
Artwork Peter Quell
Foto di copertina: Francesco De Gregori
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Marco Manusso CHITARRE |
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Alfredo Minotti BATTERIA |
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Peppe Caporello BASSO |
Chris Whitten BATTERIA |
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Carlo Siliotto VIOLINO |
Giovanna Marini VOCE ne L'abbigliamento del fuochista |
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Sal Genovese SAX TENORE |
Gianni Oddi SAX ALTO |
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Sono
rimasto colpito una mattina entrando ìn cucina da quest’immagìne di morte
per gelo: il piatto bianco, il frigo con la brina, mezzo pesce e il limone
accanto. Ma niente paura, non ho intenzione di fare il fotografo.

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Sono
passati tre anni da Viva l’Italia e tutti aspettiamo il nuovo disco
come il Rex nell’Amarcord di Fellini. E infatti arriva, tutto
illuminato. E’ in rada, e già possiamo sentire la voce dell’ufficiale
di coperta: “Capitano Smith, eccola all’orizzonte! Sì, …..c'è in
mezzo al mare una donna bianca, … …..è così enorme nella luce
delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca……. no,
non è ghiaccio …….è fatta di fulmini, armonie, torpedini, accordi,
scintillante bellezza, chitarre, note musicali, fosforo e fantasia!” Quella donna (e che donna!) sappiamo tutti come si chiama: musica. E’ uno dei suoi dischi più belli e, quando sta per essere pubblicato - come raccontato da Francesco - i discografici della RCA guardano il nostro come un matto, che narra la storia di un naufragio proprio all’inizio di un decennio che invece propaganda il protagonismo assoluto, il rampantismo, l’essere vincenti; lo considerano un uomo d’altri tempi capace di scrivere pezzi acustici come “San Lorenzo” in un momento in cui esplode la tecnologia applicata alla musica, oppure come “La leva calcistica”, in cui incoraggia ad andare avanti anche se la vita ti fa sbagliare i calci di rigore più importanti.
Proprio
in quei giorni, in concomitanza con l’uscita della canzone, Nino
Cabrini sbaglia davvero il rigore (sembra quasi una veggenza), ma in
quel momento, quando gli pare che tutto il pianeta collegato in tv gli
stia cascando addosso, i
suoi compagni di squadra gli vanno vicino e gli
dicono “Dai Antonio, un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo
e dalla fantasia”. Allora Cabrini sfodera un coraggio da leone, si
toglie le scarpette di gomma dura, mette il cuore dentro alle scarpe e
corre più veloce del vento diventando campione del mondo con Zoff,
Gentile, Oriali, Collovati, Sugli
spalti c’è un raggiante Sandro Pertini, mentre negli spogliatoi fa
visita alla squadra Giovanni Spadolini, allora Capo del Governo con una
coalizione politica DC, PSI, PSDI, PRI, PLI; Reagan è il Presidente
U.S.A.; i generali argentini invadono le isole Falklands provocando la
sottovalutata reazione degli inglesi che le riconquistano in dieci
settimane di violenti scontri. Per la sua fermezza, il premier
britannico Margareth Thatcher, diventa la "Lady di ferro";
migliaia di immigrati del Ghana vengono espulsi dal governo nigeriano;
viene assegnato il nobel per la letteratura a Gabriel Garcia Marquez; A
Mosca Jurij Andropov succede a Leonid Breznev; Time nomina macchina
dell'anno il computer, profetizzando che cambierà la nostra vita; in
aprile la mafia uccide il segretario regionale del PCI Pio La Torre e in
settembre il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa con la
moglie Emanuela Setti Carraro e i suoi uomini di scorta; viene ritrovato
impiccato sotto un Riccardo Fogli vince a Sanremo con Storie di tutti i giorni e Vasco Rossi arriva ultimo con Vado al massimo. Allo Zecchino d’oro vince "Farfalla In Città" e al Festivalbar Miguel Bosè con “Bravi ragazzi”.
Indossiamo i fuseaux, la pezza di Naj Oleari sui jeans in un inconfondibile stile fatto di spalle grandi, zig zag, colori fluorescenti, tanti capelli, tanto trucco. Siamo incontentabili. Come una certa famiglia che dopo aver rotto le palle, se ne esce dal negozio con la frase di rito del commesso di turno: "Ma lei è incontentabile" e il capo famiglia durissimo: "Sempre! Un altro spot da ricordare è “..è nuovo? No, lavato con Perlana, a mano e in lavatrice….”. La lavatrice la usiamo anche giocando con gli elettrodomestci Habert, e poi la cera Pongo, il cubo di Rubik (chi non ha mai barato staccando le etichette colorate?), il galeone Playmobil, Le Hotwheels, il Sapientino, il Grillo Parlante. Altro tipo di lavatrice è il nuovo prodotto della Fiat: la Panda, ovvero la "lavatrice in centrifuga" per l'inconfondibile rumore del motore quando andava a pieni giri, e poi la Lancia Delta, la Peugeot 502, la Fiat Uno, il Fiorino, la Croma e la Tempra, la Argenta, la Duna, l’Arna, Renault Fuego, la Ford Fiesta. In
televisione c’è uno stordimento televisivo di luci e paillettes,
calderoni di effetti speciali un po’ primitivi sono i primi show di
Mediaset, e poi c’è Lady Oscar, Saranno famosi, Cyranda de Pedra,
Dallas, Sentieri, Arnolds, Wonder woman, Sandy dai mille colori, Kiss me
licia, Wanna Marchi, Alla conquista del West, Chips, Lou Grant, Magnum
P.I., Mash, Uccelli di rovo, Candy Candy, Anna dai capelli rossi, l'Apemaia,
Popcorn, Discoring. Consumiamo l'aranciata liofilizzata Agrumi Idrolitina, lo snack Milky Way, il cono gelato Atomic con granella rossa, gialla e verde, la magica Mentorzata, il Limoncedro Fabbri all'Up. Fumiamo Futura, Bis, MS Blu, Milde sorte, Philip morris, Winston. Il Premio Strega va a Goffredo Parise con Sillabario n.2 e il Campiello va a Primo Levi con Se non ora, quando? Al cinema vediamo Momenti di gloria, Victor Victoria, Blade runner, Ufficiale e gentiluomo, Gandhi, Tootsie, Scusate il ritardo, Rambo, E.T., Il marchese del Grillo, Io so che tu sai che io so, In viaggio con papà, Poltergeist, I predatori dell'arca perduta, Il tempo delle mele, La notte di San Lorenzo, Anni di piombo, Il tempo delle mele, Borotalco
"Holiday" fa conoscere al mondo della musica una 25enne italo-americana, tale Veronica Ciccone in arte Madonna, che diventa un fenomeno di trasgressione e stilismo e detta il suo look come strumento di identificazione e di appartenenza a una nuova comunità...ma.. nella musica mondiale si avverte la mancanza di qualcosa, ormai da due anni ci ha lasciati John Lennon, forse il più grande compositore del secolo. Concerto pacifista a Central Park per ottocentomila persone; Peter Gabriel inventa il festival itinerante di world-music "Womad"; i Cure pubblicano "Pornography", i Sonic Youth inventano il noise-rock; "Thriller" di Michael Jackson, con 40 milioni di copie vendute nel mondo, batte ogni record di vendite e inaugura la stagione della Jackson-mania. Ascoltiamo: Paradise, Bravi ragazzi, Der Kommissar, Il Ballo del qua qua, Reality, Ebony and ivory, Avrai, Hard to say I'm sorry , Non succederà più, Tanz Bambolina, Non sono una signora, Messaggio, Celeste nostalgia, Survival, Lisa, Ska chou chou, Eye in the sky, Blue eyes, Non stop twist, Sono un vagabondo, Soli, Private investigations, Love is in control, Un'Altra vita un altro amore, Radio station, Vado al massimo, You can do magic, Eye of the tiger Gli album più venduti in Italia sono La voce del padrone, Cocciante, Eye in the sky, Teresa De Sio, Momenti, Love over gold, Thriller, Il tempo delle mele, 30 X 60, Artide Antartide, Bella 'mbriana, Tutto Sanremo '82, Via Tagliamento, Tug of war, E gia', Toto IV, Palasport, The concert in Central Park Simon & Garfunkel, Sotto la pioggia, Body talk Imagination, TITANIC, We Want Miles, Thriller, Nebraska, The Days of Wine and Roses. Tormentone dell’estate: Un'estate al mare, di Giuni Russo. |

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“La maggior parte delle canzoni di Titanic le ho scritte durante la tourneè del pulmino. La tournee del pulmino fu uno stravagante giro di concerti che, a pezzi e bocconi, durò circa un anno. All’inizio eravamo io, Mimmo Locasciulli al piano, Peppe Caporello al basso e Marco Manusso alla chitarra. La gente si stupiva che non ci fosse la batteria e in effetti la cosa era un po’ strana e credo che sul palco non andassimo molto a tempo; ma grazie a Dio non ci sono nastri di quei concerti da ascoltare. Poi dopo un po’ arrivò Alfredo Minotti, prima alle percussioni e poi finalmente alla batteria e Rita Marcotulli alle tastiere. Fatto sta che giravamo sempre su un pulmino un po’ sgangherato preso in affitto e quando gli organizzatori ci vedevano arrivare pensavano sempre che fossimo il gruppo spalla.” (Francesco De Gregori) |
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Da
quando glì azzurri dì calcio hanno vinto il titolo di campíonì del
mondo, cioè da metà luglio, ogni volta che Francesco De Gregori
nel Patriottismo,
gol e amore per le belle canzoni si affratellano in questo inno che
molti tifosi vorrebbero addirittura sostìtuire a quello di Mameli in
occasione delle partite internazionali calcio. A
parte i risvolti calcistici (De Gregori comunque è ben felice che
l'Italia abbia vinto e soprattutto che Bruno Conti abbia ben figurato
visto che è una colonna della Roma (la squadra del suo cuore), la
tournée che De Gregori sta tenendo in giro per l'Italia fa
riscontrare ovunque entusiasmi e tutto esaurito, come se Francesco non
avesse mai spezzato quel filo che ormai da dieci anni lo tiene legato
al pubblico giovanile. Ragazzi
e ragazzo, indistintamente, si riconoscono nelle canzoni di De Gregori,
in quelle di oggi come "Titanic", il long playing appena
uscito, e in quelle di ieri come "Alice", "Bufalo Bill,
"Rimmel", "Banana Republic”.
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Carlo Siliotto (violino); Marco Manusso (chitarra acustica e pedal steel); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)
Chris Whitten (batteria); Francesco De Gregori (chitarra custica); Alfredo Minotti (tamburello)
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Belli capelli, capelli neri, che t'ho aspettato tutta notte
e tu chissà dov'eri. che si fermarono al una fontana
a pettinare gli anni.
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poi arrivò il mattino e col mattino un angelo
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Luego
llegó la mañana y con la mañana un ángel
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Addio a Caterina Bueno E’
morta ieri, lunedì 16 luglio, la cantante Caterina Bueno.
IO E CATERINA - Intervista a Francesco De Gregori - (estratto da L'Isola che non c'era -luglio 2001) di Andrea Fantacci
L'Isola
offre ai suoi lettori un documento unico. Un'intervista con
Francesco De Gregori, realizzata il 6 febbraio 1997 al Cineteatro
Metropolitan di Siena in occasione di un suo concerto. L'intervista, curata da Andrea Fantacci, doveva fare parte di un grosso lavoro dell'università di Siena su Caterina Bueno, cantante e ricercatrice toscana di musica popolare che ha avuto un ruolo basilare per De Gregori. Tanto che nel 1982 in "Titanic" ha dedicato uno dei suoi più bei brani, Caterína appunto, proprio a lei e al periodo in cui si sono conosciuti e hanno collaborato, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. A partire dagli esordi al Folkstudío di Roma sino ad un tour che De Gregori fece come chitarrista della Bueno. Il lavoro dell'Università dì Siena non è mai stato completato ed è interamente inedito, compresa quest'intervísta, che mette in luce aspetti scarsamente noti e di grande rilievo del percorso artistico del cantautore romano, ma che permette anche di parlare della Bueno, una figura di estrema importanza della musica tradizionale italiana e a cui dedicheremo ampio spazio sul prossimo numero.
In quale periodo e come hai conosciuto Caterina? Non so essere molto preciso, ero molto gìovane, non avevo ancora fatto un disco, e quindi io penso nel '69, '70, quegli anni lì. Che tipo di collaborazione è nata? Tu sei un cantautore e lei una cantante popolare. Queste due anime convivevano? I vostri spettacoli come li organizzavate? Convivevano geograficamente in un luogo fisico che era il Folkstudio di Roma, dove passavano molti cantanti popolari e ricercatori di musica popolare: la Marini, la Bueno, Sandra Mantovani, Settimelli, il Duo di Piadena, Matteo Salvatore, Otello Profazio, e contemporaneamente, parallelamente, passavano anche giovanissimi o anche meno giovani autori, cantanti, interpreti. C'ero io, Antonello Venditti, Giorgío Lo Cascio, Bassignano. Arrivava gente dall'America, dall'Inghilterra in quegli anni, che faceva della musica che per noi era sconosciuta. Mi ricordo un duo che si chiamava John e Jean. Con due chitarre cominciavano a farci conoscere le canzoni di Bob Dylan e altri che noi non conoscevamo. Quindi il Folkstudio era un punto d'incontro di varie tendenze, di vari generi musicali. E chiaramente da questi incontrì nascevano anche contaminazioni. lo fui uno degli esempi più fulgidi di queste contaminazioni. Cominciavo a scrivermi le canzoni, però contemporaneamente ero anche molto ammiratore di Fabrizio De André e anche delle canzoni popolari italiane, Bella Ciao, Gorizia, le più pubblicizzate. Quando il Folkstudio mi invitava a fare una serata, per evitare di espormi troppo direttamente con le mie canzoni, delle quali non ero così sicuro, nella prima parte facevo dei pezzi della tradizione popolare, facevo canzoni delle mondine, canzoni anarchiche. Questo era molto bello, perché era un repertorio che potevano fare tutti, non c'era molta accademia, nessuno si scandalizzava. Anche se Otello Profazio le aveva fatte molte volte. Ecco, ma se andavo lì, e facevo un pezzo che era del repertorio dei Duo di Piadena, io, studentello di Roma, sbarbatello borghese figlio di borghesi andavo Iì, non gliene fregava niente a nessuno. Ho fatto anche pezzi di Caterina, come Maremma. Io poi avevo un atteggiamento di grande rispetto per questi personaggi, perché mi rendevo conto che, chi più chi meno, Caterina sicuramente più di altri, faceva un lavoro dì grande importanza, e lo faceva con grande competenza e grande buona fede. Caterína rifulgeva insomma. E quando poi lei un'estate doveva fare venti, trenta serate, dichiarò di avere bisogno di due chitarristi anche se poi lei la chitarra se la suona, e la suonava come me. Un altro chitarrista, che si chiamava Antonio De Rose, era invece uno che suonava musica classica. Però era questo clima di grande gioia, non di professionismo, ma dì non accademia, per cui anche un chitarrista classico era tutto dìvertito, a suonare con me, e ad accompagnare una cantante come Caterina. E quindi ci imbarcammo in quest'avventura, che poi a ripensarci adesso è stata la mia..
Con
lei hai fatto solo il chitarrista, il corista... Ho intervistato Fausto Amodei e la domanda che gli ho fatto riguarda qualcosa di particolare dì Caterina mi ha detto che lei aveva degli strumentisti di altissirna classe, che forse sotto il suo influsso riuscivano ad adeguarsi a una chiave etnomusicologica rigorosa. Non era mai un tradimento, non si trasformavano mai in Segovia. Secondo
te è vero, e a che cosa lo attribuisci? Quanto
ti ha influenzato Caterina in alcune composizioni (in "Titanic"
è evidente) ma comunque in generale, a livello artistico e umano? Quali,
invece, i momenti più difficili durante la collaborazione
artistica? Cosa
ne dici del coraggio di Caterina dì gustare fino in fondo il sapore
della vita? Qualche
episodio particolare? |
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Marco Manusso (chitarra acustica ed elettrica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte, piano Fender, Hammond);
Chris Whitten (batteria); Alfredo Minotti (tamburello)
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Centocinquanta stelle in fila indiana,
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La maggior parte delle canzoni di TITANIC le ho scritte durante la tourneè del pulmino. La tournee del pulmino fu uno stravagante giro di concerti che, a pezzi e bocconi, durò circa un anno. All’inizio eravamo io, Mimmo (Locasciulli) al piano, Peppe Caporello al basso e Marco Manusso alla chitarra. La gente si stupiva che non ci fosse la batteria e in effetti la cosa era un po’ strana e credo che sul palco non andassimo molto a tempo; ma grazie a Dio non ci sono nastri di quei concerti da ascoltare. Poi dopo un po’ arrivò Alfredo Minotti, prima alle percussioni e poi finalmente alla batteria e Rita Marcotulli alle tastiere. Fatto sta che giravamo sempre su un pulmino un po’ sgangherato preso in affitto e quando gli organizzatori ci vedevano arrivare pensavano sempre che fossimo il gruppo spalla.
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La registrazione di TITANIC fu lunga e laboriosa perché Luciano Tornai, il fonico-produttore, era molto meticoloso e quindi si andava avanti con lentezza, spesso con fatica. Poi invece ascoltando il disco finito, tutto questo non si sente, anzi, tutto sembra molto fresco e spontaneo. Uno dei momenti migliori fu quando venne Giovanna (Marini) a cantare con me la canzone del Fuochista. Lei era per me, e lo è tuttora, una specie di mito e così io ero quasi imbarazzato a spiegarle esattamente cosa volevo che facesse, ma lei è stata stupenda, molto ansiosa di collaborare e di rendermi la vita facile. Io sarei stato lì delle ore a sentirla cantare e a cantare con lei. Quando poi lei se ne andò ed io rimasi da solo, cominciai ad ascoltare e riascoltare il nastro appena registrato e capii che grazie a lei quella canzone era venuta fuori esattamente come doveva essere, esattamente come era dentro la mia testa nel momento stesso in cui la stavo scrivendo." |

Chris Whitten (batteria); Alfredo Minotti (palo della pioggia); Luciano Torani
(sintetizzatore polifonico)
la prossima canzone si chiama I Muscoli Del Capitano, un capitano imbecille e dispettoso, che ci insegna a diffidare da tutti i capitani, soprattutto da quelli che hanno muscoli troppo grossi, e anche da quelli che anche avendoceli molto piccoli, li ostentano e ce li fanno vedere..
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Guarda i muscoli del Capitano, tutti di plastica e di metano, che di guardarla uno non si stanca". andiamo avanti tranquillamente"
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Marco Manusso (chitarra acustica);
Peppe Caporello (basso);
Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)
Massimo Buzzi (batteria);
Luciano Torani (sintetizzatore polifonico);
Francesco De Gregori (sintetizzatore polifonico)
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Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone,
Chissà che fine ha fatto Nino? Aveva dodici anni, nel 1968. Si spolmonava, su un campo polveroso della periferia di Roma, per mettersi in luce in mezzo a tanti altri coetanei cui lo accomunavano sogni e aspirazioni ormai evaporate. Puntava a conquistare la maglia numero sette, Nino. Nonostante quelle spalle strette che, in qualche modo, avrebbero potuto penalizzarlo. Il ragazzo di allora oggi è un cinquantenne del quale non sappiamo più niente, dopo aver condiviso con lui le irripetibili emozioni di quella giornata e di quel provino. Ignoriamo quale sia stata la sua parabola, calcistica e non. Se a un certo punto abbia appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso passi il suo tempo a ridere dentro un bar. Se si sia mai innamorato, per dieci anni, di una donna che non ha amato mai. E neppure lo vogliamo sapere. Perché Nino è, per quelli come noi, l’icona immortalata nel tempo di un calcio che non c’è più. Sarebbe un delitto tirarlo fuori dal dolce oblio che lo avvolge, come si fa nei lacrimevoli talk shaw che imperversano sugli schermi della mediocre televisione italiana. Per Nino (e per noi che abbiamo vissuto le sue stesse sensazioni) ci auguriamo solo che, nel calcio e nella vita, abbia saputo continuare a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Ogni volta che è stato necessario farlo. Che non sia diventato uno di quei tanti giocatori (uomini) che non hanno vinto mai niente nella loro carriera (vita), per lasciarsi stancamente trasportare dalle onde del destino. Qualcuno ha scritto che Francesco De Gregori, se non fosse diventato un poeta musicista (o un musicista poeta), sarebbe stato un grande uomo di cinema. Niente di più vero. Le storie che ha saputo ideare in 35 anni di carriera, vale a dire da quando nel 1975 irruppe dentro le nostre vite con quel gioiello artistico che resta l’album “Rimmel”, sono scrigni letterari ed eleganti sceneggiature. Quella di Nino non fa eccezione. Anzi, ne rappresenta uno dei punti più alti. Per gli innamorati del football “La leva calcistica della classe 1968” resta un capolavoro da tenere sempre a mente. Pochi hanno saputo raccontare con altrettanta semplicità e armonia i valori etici che erano il caposaldo di questo sport, la cui inarrestabile deriva è legata anche alla mediocrità di chi oggi lo dirige. E che ha finito per contaminare addetti ai lavori e tifosi, che avrebbero dovuto esserne i tutori nel corso del tempo. Quasi tutti oggi hanno paura di tirare un calcio di rigore, in una fuga dalle responsabilità che sta mettendo a terra la precaria società globalizzata del terzo millennio. In pochi sanno ispirarsi nel calcio (nella vita) al coraggio, all’altrusimo e alla fantasia. Che dovrebbero essere il paradigma di ogni vero giocatore (e di ciascuno di noi nel suo percorso umano). La magia del calcio (della vita) si sta perdendo anche per la dissoluzione di questi valori. Riascoltare le parole e la musica di Francesco De Gregori, nei momenti bui e in quelli solari delle nostre giornate spesso così travagliate, serve da monito per affrontare i problemi di ogni giorno con lo stesso slancio che guidava l’adolescente Nino nel 1968. Un’epoca nella quale anche partecipare a una leva di aspiranti giocatori era il modo per mettersi davvero alla prova e confrontarsi con se stessi. Riuscendo a perpetuare, nel tempo, i valori etici cui quel calcio si ispirava. Sergio Mutolo - www.calciopress.net
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“La
leva calcistica del ‘68” è percorsa da simboli immediati, è
collocabile in un momento della cronaca e della storia, ma è anche per
sempre, perché non basta un errore, qualsiasi errore a mortificare la
dignità della speranza umana. Periferia,
quasi pasoliniana, i palazzi devono ancora essere costruiti, ma c’è il
sole. E c’è un campo di pallone pieno di vento e polvere, un rettangolo
insomma senz’erba, né prato, un limite. Nino in questo campo che è il
suo mondo, il nostro mondo, va a giocare con il continuo presentimento di
tirar male, di sbagliare nei momenti cruciali, perché non ha la forza,
non ha avuto la fortuna di altri. Chi sono quelli come Nino? “Giocatori
tristi che non hanno vinto mai” “che hanno appeso le scarpe a qualche
tipo di muro” “e ridono dentro un bar”, e da dieci anni stanno con
una donna mai veramente amata. Ecco. Mezza Italia. Gente che al primo
rigore sbagliato si è data per spersa: gente che quel rigore comunque non
gliel’avrebbero fatto tirare una seconda volta, che cambia scena e
quadro e si trova all’ammasso nell’illudersi collettivo, compagnesco,
sempre meno credibile (ex-sessantottini? Proletari? Deboli?). Ma
Nino è l’eccezione, senza saperlo è l’eccezione. Nino esce dal
ghetto grazie ad uno straordinario allenatore, Nino prende coraggio, e con
la palla incollata al piede arriva in porta e segna (o lo fanno segnare?).
O lo fanno segnare. Entrerà in una squadra, sarà uno del gruppo, seguirà un programma, una linea prestabilita: sarà libero? Sarà un numero (il 7) e basta? Vincerà veramente o crederà di vincere?
E così la società crea due tipi d’uomini: lo sconfitto, perché non serve, non produce, non dà quanto basta (“ridono nei bar”) e il vincente, vincente alle sue regole, se sta ai patti. Ma un vero giocatore di pallone non è né questo, né quello, non si giudica, non si può giudicare da particolari come un rigore segnato o sbagliato, da un errore (spesso di altri) pagato, o da un merito sublimato: un giocatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia e non di un momento, di tutta la vita, e non in seguito a vittorie o sconfitte, ma sempre, in qualsiasi caso, perché coraggio, altruismo, fantasia sono terminali unici ed indispensabili del suo valore, del suo essere uomo. (Roberto
Vecchioni)
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quasi a profetizzare ciò che successe una quindicina di giorni dopo con un certo Antonio Cabrini, per gli amici Nino ...... Ride di gusto quando gli riferiamo che alcuni tifosi hanno mandato a Cabrini, terzino della Juve e della nazionale, "Titanic" sottolineando le parole del brano "La leva calcistica del'68" là dove dice "…Nino non aver paura di di sbagliare un calcio di rigore".
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Figlio con quali occhi, con quali occhi ti devo vedere,
_________________________________________ Marco Manusso (chitarra acustica) |
Uno dei momenti migliori fu quando venne Giovanna (Marini) a cantare con me la canzone del Fuochista. Lei era per me, e lo è tuttora, una specie di mito e così io ero quasi imbarazzato a spiegarle esattamente cosa volevo che facesse, ma lei è stata stupenda, molto ansiosa di collaborare e di rendermi la vita facile. Io sarei stato lì delle ore a sentirla cantare e a cantare con lei. Quando poi lei se ne andò ed io rimasi da solo, cominciai ad ascoltare e riascoltare il nastro appena registrato e capii che grazie a lei quella canzone era venuta fuori esattamente come doveva essere, esattamente come era dentro la mia testa nel momento stesso in cui la stavo scrivendo
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Ettore
Castagna - "Occhi che hanno visto terra" (World Music, Roma,
n. 35, dicembre 1998) I
due personaggi intorno ai quali ruota tutta quanta la canzone sono una
madre ed un figlio del tutto paradigmatici. Due figure simboliche
La
canzone è immaginata in forma di dialogo improbabile, successivo alla
partenza della nave. Non avvenuto al!momento del commiato, il dialogo si
trasferisce sul piano "dei pensieri" fra la madre rimasta
sulla banchina ed il figlio "già nel mare" dopo che la nave
ha già mollato gli ormeggi e sta per affrontare l'Atlantico. Il punto
di vista iniziale parte proprio dalla banchina. E' quello della madre
che non ha ancora smesso di salutare e mentre saluta ha già dato il via
alla rincorsa dei ricordi. Il
personaggio-madre si caratterizza proprio per l'intensità con la quale
"racconta" il partente, quasi un lamento funebre per il
proletario-marinario, una piccolissima epica che ne chiarisce
l'"eroica normalità". Il riferimento qui è alla concezione
antropologica di lamento funebre come sostanziale "epica"
celebrativa delle "gesta" del morto. La letteratura in merito
fa riferimento a casi, ai primi del secolo, di lamentazione funebre
indirizzate a partenti per l'oltremare . Si tratta, se vogliamo, di
una forma di estremo saluto nel quale, all'interno della
concezione culturale tradizionale, la partenza per l'oltremare veniva a
coincidere simbolicamente con quella per l'oltremondo. Fra l'altro,
l'analogia inquietante fra il bastimento diretto di là del mare e la
barca di Caronte diretta di là dello Stige ci sta tutta. Troppa e
irrecuperabile era la distanza che si creava in entrambi i casi con il
"viaggio" (Per una più vasta informazione in merito si veda
la fondamentale opera di Ernesto De Martino , Morte e pianto rituale nel
mondo antico - Boringhieri, Milano, 1956). Per
conto suo la madre finisce per autoconnotarsi attraverso la stessa
descrizione che ci fornisce del figlio. Il linguaggio
utilizzato dal personaggio-madre è accorato, fortemente ricco di
stereotipie relative
alla ben conosciuta "apprensività materna", potremmo dire
"all'italiana": dalla compassione per l'abbigliamento poco
"decente" del figlio, qualificato in positivo solo dalle
scarpe "nuove nuove" che contrastano con i pantaloni lisi,
"consumati al sedere" e la sola, quasi inconsistente
"giacchetta" (si noti il diminutivo che sottolinea l'esiguità,
la pochezza dell'indumento) per coprirsi, alle raccomandazioni ed alle
precauzioni contro un mondo ingordo ed aggressivo
che sembra non desiderare altro che i soldi del fuochista nascosti,
ovviamente, "sotto la cintura". Per quanto riguarda l'autoconnotazione
della madre viene proposta un'altra immagine classica che è quella
delle preoccupazioni e delle incertezze sul futuro del
partente/emigrante. La
separazione avviene per interposizione dell' "atlantico
cattivo" fra i due protagonisti. Ai primi versi di tristezza per la
separazione avvenuta sussegue una forzata, proletaria rassegnazione
("Figlio già dimenticato"). Una rassegnazione espressa in un
solo verso quasi a sottolineare in modo coinciso e poco
"parlato" l'arte silenziosa del rassegnarsi purtroppo
"tipica" di tanta storia delle classi popolari in particolare
al Sud. Ma il dolore per la separazione dal figlio subito dopo non si
arresta, trabocca e si trasforma quasi in moderato rimprovero
"figlio che avevi tutto e che non ti
Se
parlare italiano per la madre rimasta sulla banchina diviene un
principio di identificazione dettato dall'emozione dell'abbandono e
della partenza, per il figlio "parlare l'italiano" diviene un
elemento di autoriconsiderazione. Il "cafone", il
"proletario" finito nel ventre
della nave a fare il fuochista è cosciente di colpo della sua
dimensione di abbandonato, di reietto, di emigrato. Non sa più se ri/conosce
l'italiano e capisce di non averlo mai conosciuto configurandosi, sotto
la luce di una piccola epica di innocenza sacrificale, come figura del
mondo popolare, ignaro della cultura Nera,
"altra" e sperduta nel mare come la balena di Pinocchio.
Fondamentale è qui l'espediente della ripetizione dell'aggettivo
"nera nera" che accentua l'aspetto plumbeo della
nave-macchinamostro del quale il verso "Che non può
affondare" poi più volte ripetuto sottolinea l'invincibilità, per
lo meno apparente. Il
ventre di una notte d'acciaio e di salsedine attende il piccolo
proletario. Come Giona sarà restituito al mondo da questa balena di
carbone. Ma è un mondo nuovo, the beautiful land of opportunities, un
orizzonte da ridefinire per questo fuochista di Genova, di Alghero,
forse di Palermo.
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Testo e musica di Francesco De Gregori
Marco Manusso (chitarra elettrica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte); Alfredo Minotti (batteria);
Sal Genovese (sax tenore); Gianni Oddi (sax alto)
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Se potessi questa sera ascolterei volentieri Rollo con gli amici suoi. Se potessi questa sera ascolterei volentieri
Rollo, qualche novità? fino all'America e pure più in la.
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INTERVISTA A PEPPE CAPORELLO, MITICO BASSISTA DI FRANCESCO DE GREGORI E FRA I PROTAGONISTI DEL TITANIC
Quel bassista mezzo messicano soprannominato Chicco di Caffè (di Mimmo Rapisarda - www.iltitanic.com - 12 gennaio 2007)
Il Nostromo: Ciao Peppe, la prima volta che ti vidi suonare fu nel 1976 all'Ambasciatori di Catania, un concerto che tutt'ora viene ricordato dai cinquantenni catanesi come "il concerto dell'Ambasciatori". Cosa ricordi di quella sera o di quel periodo? Caporello: Quei concerti me li ricordo abbastanza bene perché la tournee iniziò proprio in Sicilia. Mi ricordo i concerti a Palermo, Messina, Catania e Siracusa.. forse c’era anche una data ad Enna. Quei tempi me li ricordo bene anche perché in alcuni casi….. l’atmosfera che si respirava a teatro era veramente bollente. Alcune volte è capitato di suonare anche in presenza di manifestazioni "non particolarmente affettuose" ostili da parte degli autonomi. Devo dire che in quel periodo ebbi modo per la prima volta di stimare Francesco per quello che stava facendo. Vi assicuro che non era facile esprimere quello che lui aveva dentro in quel contesto lì. Sta di fatto che la tournee si interruppe, mi sembra, a La Spezia. Il Nostromo: Allora si usavano le spalle, la vostra erano il gruppo folk Taberna Mylaensis. Che rapporto avevate con loro? Entrando con due ore di anticipo, vedevo che un ragazzone magro, alto e coi lunghi capelli rossi, scherzava con loro. Caporello:
Il rapporto era ottimo, Francesco con noi e con loro stava sempre a
suo agio. Certo però che la differenza di background musicale era
abbastanza evidente tra noi e loro. Il Nostromo: Quella sera eri in compagnia di Fabrizio Cecca e dei fratelli Ascolese. Tu che eri un contrabbassista jazz, come mai ti sei adattato a fare da piano player? Caporello: Il discorso è un po’ più complicato: in quel periodo io ed i fratelli Ascolese stavamo in un nostro gruppo (Spirale) che andava per la maggiore (ricordo un mitico concerto insieme a Mario Schiano nella Università occupata di Catania… il concerto si intitolava “…ora e sempre resistenza…”) e capitava spesso, al Folkstudio di Roma, di incontrare Francesco ed altri cantautori che passavano la sera lì per incontrare amici e sentire della buona musica. Accade allora che Francesco si mise in testa di suonare con dei jazzisti e rivisitare i suoi pezzi in quella chiave (già in Rimmel avevano suonato Mario Schiano e Roberto della Grotta). Fece delle telefonate ed accadde che scritturò i fratelli Ascolese, Fabrizio Cecca ed un pianista (Corrado Nofri) che però da lì a breve sarebbe partito per il Brasile. A me Francesco piaceva molto e nel gruppo di jazz ero io che scrivevo i pezzi e gli arrangiamenti per cui sapevo suonare il pianoforte abbastanza bene. Così mi feci avanti, e pur di partecipare alla tournee, dissi a Francesco che ero un pianista e che avrei potuto sostituire il vero pianista che stava partendo per il Brasile. Detto fatto, a Francesco piacque molto il suono che riuscivamo ad esprimere e quindi fu contento di partire con quella formazione che tu hai sentito poi nella tournee. Il Nostromo: I fatti del Palalido erano già accaduti da qualche mese, eppure Francesco fece un piccolo tour autunnale con qualche tappa siciliana. Fu proprio allora che annunciò il suo ritiro, interrompendo la tourneè. Che ricordo hai di quel processo, come la prese effettivamente Francesco? Caporello: Come dicevo prima, Francesco, dopo i fatti di Milano (di cui non volle mai parlare), voleva ritornare a suonare per esorcizzare un po’ quello che era successo. Penso inoltre che fosse stato spinto a fare questa tournee dal suo manager che desiderava rimetterlo in carreggiata. Purtroppo il giocattolo si interruppe a metà della tournee che però da quello che ricordo non era così piccola. Francesco ad un certo punto non se la sentì più di continuare (e devo dire che lì scoprii la sincerità di quello che lui voleva esprimere con la musica) e perciò interrompemmo. Durante il tour, non mi ricordo in quale città, non resistetti a suonare unicamente il piano e provai a suonare il basso con i fratelli Ascolese durante un sound check. Francesco mi ascoltò…. ed apriti cielo, non capì più come interpretare quello che io facevo. Sta di fatto che pochi mesi dopo ci ritrovammo in sala di incisione Francesco, i fratelli Ascolese alla chitarra ed alla batteria ed io al basso…. Provammo i pezzi che sarebbero poi andati nell’LP di “Generale” . Ti assicuro che ci fu una versione di “Due zingari” completamente jazzata, con i cambi degli accordi modificati ed un suono…. che ancora mi viene la pelle d’oca. Poi però non se ne fece niente perché forse l’RCA voleva qualcosa di meno sperimentale…. Il Nostromo: Oltre a quel tour del '76 sei stato uno dei protagonisti dell'inaffondabile Titanic, indimenticabile disco che ha ispirato questo sito. De Gregori non produceva dal 1979, da Viva l'Italia. Come avvenne la richiamata da parte del Capo? Caporello: Cinque anni dopo, ritorno dal Brasile dove ero stato a suonare per 6 mesi, ed al FolkStudio mi rincontra Francesco che ha già in mente qualcosa di speciale. A quel punto faccio conoscenza con Marco Manusso e cominciamo a suonare in trio: basso (io) , chitarra acustica (F.) e chitarra elettrica (M). Facciamo una serie di concerti per il folkstudio: Francesco è entusiasta e suoniamo veramente bene tutti i pezzi “tradizionali”: mitiche delle versioni di Niente da capire ed Alice in cui addirittura faccio assoli di basso. Sta di fatto che Francesco decide di andare in giro per “provare” il gruppo…. ma manca un batterista ed allora io chiamo Alfredo Minotti che era tornato con me dal Brasile. Inizia così la tournee del pulmino con l’aggiunta di un batterista (Alfredo) che in alcuni casi suonava anche le conga…….. che cose meravigliose !!! Francesco De Gregori nella sua profondità con un contesto completamente anticommerciale e creativo…. Ti assicuro uno spettacolo! Chi ci ha sentiti rimaneva a bocca aperta per come avevamo trasformato tutte le sue canzoni!!
Per me Titanic rimane uno dei più bei prodotti di Francesco (e non perché ci ho suonato) ma perché lo penso sinceramente e trovo ancora della gente che a distanza di 25 anni continua a ripetermelo!!! Tra l’altro da quella esperienza nacque una forte amicizia (basata sulla stima professionale e personale) tra me e Francesco. Si facevano delle cose ora impensabili….. andavamo nelle bische a giocare a biliardo, o allo stadio a vedere la Roma, o ci vedevamo a Villa Pamphili per giocare a calcio nei prati come veramente dei ragazzi “normali”……. Il Nostromo: Il famoso "Tour del pulmino". In qualche modo, ricorderà per sempre questo disco. Ma ne parlano a malapena Locasciulli e lo stesso De Gregori, ma con con entusiasmo. E' una tappa importante della storia di Francesco, eppure ci sono soltanto sbiaditi ricordi..... Caporello: Il tour del pulmino è quello che ti ho descritto in precedenza ed era praticamente acustico, la scaletta era quella “ante” Titanic e si fece nell’81. Il Nostromo: Che atmosfera si respirava durante la registrazione di Titanic? Caporello: Iniziammo in maniera un po’ artificiosa fra Modena e Roma, alla ricerca dello spunto giusto… ma poi quando incontrammo Luciano Torani che doveva essere solo il fonico e che poi invece si rivelò una fonte inesauribile di consigli …fu Magia…. Eravamo veramente un Gruppo con la G maiuscola. Ricordo che stavamo in studio anche 14 ore al giorno, Francesco era ispirato e si divertiva davvero… ricordo una versione di Belli Capelli esilarante …. in origine il pezzo parlava di una corrida…… Io feci gli arrangiamenti di Rollo e Francesco mi chiese cosa volevo per tutte le partiture che avevo scritto….. gli dissi “mi bastano un paio di Superga come le tue”, detto fatto si presentò il giorno seguente con un paio di scarpe da ginnastica. Fui io poi a convincerlo a fare S. Lorenzo solo con il pianoforte. In quel periodo poi (in tempi non sospetti) a Francesco piacevano moltissimo le melodie di Battisti… c’è ne sono vari spezzoni in alcuni pezzi di Titanic. Il Nostromo: Nel tour che seguì il disco, assieme a te c'erano Alfredo Minotti e Sergio Barlozzi alla batteria, Gian Franco Diletti e Marco Manusso alle chitarre, Rita Marcotulli e Mimmo Locasciulli al piano e tastiere. Che ricordi hai di quei compagni di viaggio? Caporello: Quello a cui tu fai riferimento è la vera e propria tournee negli stadi per la presentazione di Titanic “all over the world” nell’estate dell’82 dopo i mondiali spagnoli. Beh, fu un successone…. Mi dispiace non riuscire più a ritrovare il video del concerto che tenemmo a Cagliari nel settembre dell’82 e che la RAI trasmise e poi un bellissimo live a Grosseto che purtroppo non si tramutò in disco dal vivo. I musicisti della tournee erano tutti amici… in più avevo portato (dal mio gruppo jazz) Rita Marcotulli che poi sarebbe diventata celebratissima in tutta Europa, arrivando perfino a suonare con Pat Metheny. Il Nostromo: Un altro bassista che ha suonato con Francesco è Mario Scotti. Caporello: Non so se ho già risposto in precedenza….. se volevi sapere di Mario, non posso dirti niente in quanto non lo conosco…. ed in ogni caso è colui che mi ha sostituito….. non è che mi ha fatto tanto piacere! Io
penso che lui sia un ottimo bassista per turni (preciso, pertinente,
impeccabile), ma sinceramente Francesco (che secondo me è il più
grande artista di musica popolare che c’è in Italia) merita
qualcosa di più del “compitino”: secondo il mio modo di intendere
la musica, Francesco ha bisogno intorno a sé di creatività, di
stimoli, di provocazioni, di non certezze….….solo in quel caso
tira fuori tutto quello che lui possiede e che tutti gli altri possono
solo intuire (esempio classico Joni Mitchell). Purtroppo ciò comporta ansia e insofferenza…. noi che siamo cresciuti con il jazz siamo abituati a questo “stress”… lui purtroppo, forse perché mal consigliato, troppo spesso ultimamente ha tirato i remi in barca. (naturalmente questa è solo una mia opinione…). Il Nostromo: Che percorso ha avuto poi la tua carriera? Caporello: Mah, nel novembre dell’82 partii per l’India e probabilmente ci fu un “disguido” con Francesco che in un primo tempo mi fece partire dandomi ampie rassicurazioni sui progetti futuri e poi (secondo me) fu portato a chiamare Mario Scotti per una tournee in Svizzera….. io ci rimasi male, al suo ritorno andai da lui chiedendo spiegazioni…. e purtroppo (devo dire) non ne sentii di plausibili…. ci lasciammo e non ci vedemmo mai più, come succede per le storie più vere e sincere. Da lì continuai a suonare jazz nel mondo (New York, Barcellona, Parigi, etc..), studiai Musica Classica e mi diplomai al Conservatorio, cominciai a suonare musica medievale e contemporanea…. interpretare Mozart, Beethoven e Stravinsky ed infine…… mi stufai. La musica in Italia non era più quella che avevo suonato da giovane, quella che mi aveva fatto sognare, piangere e fatto viaggiare per le strade della mia mente …. Così, ripresi l’università e (a tempo di record) mi laureai in ingegneria informatica con il massimo dei voti…15 anni più tardi… sono diventato un super manager: sono il responsabile della sicurezza informatica del più grande archivio telematico italiano!!!! Ma dentro di me ho un segreto inconfessabile: sono ancora lì insieme a Rollo..... "sono il bassista mezzo messicano soprannominato chicco di caffè…..” Il Nostromo: Ingegnere.... questa Sua ultima affermazione è davvero stupenda, commovente! Il passato cantautoriale italiano era certamente più genuino mentre oggi, se non suoni su un cellulare, non sei nessuno. Secondo te, dove va oggi la "pura" canzone d'autore italiana? Caporello: Forse non c’è più. Devo dire che di italiano riesco ad apprezzare solo alcune cose (vecchie) di Lorenzo Cherubini ed invece molte altre di Pino Daniele. Lo dico sinceramente (ma anche dolorosamente), mi piacerebbe che Francesco producesse altro…. si lasciasse andare…. ecco, trovo che ultimamente la sua musica sia troppo “conformista”…. forse dovrebbe avere il coraggio di dare una discontinuità alla sua produzione. Sono sicuro che lui ha dentro delle cose che non sono venute fuori negli ultimi 10 anni!! Il Nostromo: Un saluto al Titanic (il sito)? Caporello: Caro Mimmo, continua così… ti dico solo questo: quando ho intuito la passione che c’è dietro il tuo progetto, non ho avuto dubbi nello scriverti… e stasera per la prima volta sono qui a ripercorrere (e a scrivere) i miei ricordi di 30 anni fa. Se ti capita di sentire qualcuno dei miei ex-colleghi ti prego di “abbracciarli” da parte mia perché ho con loro vissuto uno dei momenti più belli della musica popolare italiana del ‘900. Un ultimo pensiero per Francesco: Ragazzo, mi senti? Perché non apri la finestra per cambiare un po’ l’aria della stanza? Fuori, in giro, ci sono tante idee nuove … basta accorgersene! E ricordati… sei il più grande! Grazie. Peppe Caporello. Il Nostromo: Ciao Peppe, grazie a te. |

Francesco De Gregori (pianoforte)
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Cadevano le bombe come neve, il 19 luglio a san Lorenzo
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Un'altra canzone che ho composto sul bombardamento di San Lorenzo ha un'origine molto più banale. Un amico mi ha detto: sai che ho sognato? Che tu avevi scritto una canzone su San Lorenzo. Ho detto: mi sembra un'idea stupenda! Mi sono messo al pianoforte e ho scritto una canzone. Le canzoni nascono veramente per caso, non c'è una regola, non c'è un'alchimia, non c'è niente di magico, c'è solo qualcosa di misterioso. È come dire "perché hai scritto quella cosa, su quella cartolina?" Perché mi è venuto in mente. CONOSCERE IL PASSATO ATTRAVERSO LE CANZONI – DAL SITO UFFICIALE SONY)
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Roma 19 luglio 1943. E’ lunedì, una bella giornata dell’estate
romana, calda, senza un alito di vento. Alle ore 13 il termometro
arriverà a 40 gradi all’ombra. Ma è alle 11,02 minuti c Viene distrutta un’ala del Convento delle suore Concezioniste in via dei Marsi, mentre sul piazzale Tiburtino le bombe seppelliscono una ventina di persone rifugiatesi nella farmacia Sbarigia, molto nota nel quartiere. Sopravvivono sino alla salvezza, per due giorni, nutrendosi di medicinali, ma il farmacista, il dottor Sbarigia, appena riportato alla luce viene stroncato da un infarto. Brucia in via degli Apuli la fabbrica della birra Wuhrer, colpita da bombe incendiarie al fosforo. Brucia per tre giorni il pastificio Pantanella, tra la Prenestina e la Casilina, vicino a Porta Maggiore. In fondo a via dei Sabelli lungo il muraglione del camposanto erano allineati in capannoni bassi e lunghi i laboratori dei marmisti. Le bombe spianano le costruzioni, fanno strage tra gli operai, spargono per centinaia di metri i frammenti dei blocchi di marmo. |


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Titanic è la grande allegoria: la nave è in festa, non
pensa, non può pensare a pericoli imminenti e va verso la rovina : non
bisogna mai fidarsi troppo di una nave invincibile e del suo capitano
troppo ottimista. Lezione chiara, che però non risulterà opprimente e
prolissa nell’album; infatti solo tre brani fanno direttamente
riferimento alla tragedia di una società che sguazza nel benessere e
pensa di non dover mai affondare. Per
Titanic vale quel che è stato detto nella parte finale
dell’introduzione a “De Gregori”. Anzi qui siamo pure oltre. De
Gregori non maschera, opera allo scoperto, accusa, ironizza, non le
manda a dire, con tutti i mezzi espressivi a sua disposizione, dalla
popolareggiante e polemica verve di “San Lorenzo” e
“Centocinquanta stelle”, alla parabola lunga, assillante di “Titanic”,
all'ironia celebrativa de “I muscoli del capitano”. Si sente (e non
solo da “Caterina”, dedicata alla Bueno) l’esigenza fortissima che
ha De Gregori di prender posizioni popolari e usare sberleffo e rabbia
senza troppi diaframmi: si avverte in lui come il bisogno del ritorno ad
un’infanzia del cantare che non ha mai avuto e ha solo sfiorato (con
la Bueno, appunto). E’ un De Gregori da battaglia,
convinto di ogni parola, di ogni concetto, è anche il De Gregori che sa
rendere poema epico lo scontro rionale fra un ragazzo e un gioco, fra
una generazione e un fallimento già avvenuto ,quello della "leva
calcistica". Tre,
si è detto, sono i brani che attengono più allegoricamente al Titanic
e al suo affondamento. Il più proletario, il più innocente, il più
“destinato” è “l’abbigliamento del fuochista”. Qui tutto è
giocato sulla trovata scenica di un figlio che lavora alle caldaie, con
la madre lontana (“Ma mamma, qui mi rubano la vita, quando mi mettono
a faticare per pochi dollari nelle caldaie sotto il livello del
mare”). Il pathos è creato dal contrasto stridente tra un uomo
“reale”, emarginato, ma verosimile con l’”Uomo” dei ponti
superiori , quello che si crede invincibile a cavallo com’è
dell’infallibile modernismo, della tecnologia del novecento. Emblema
a tutto tondo di questa presunzione, di questa protervia sprezzante è
il capitano della nave. Anche “I muscoli del capitano” è un
dialogo, ravvicinato però, tra il mozzo e il capitano appunto, ovvero
tra due mondi, tra due idee di mondo: la verità dettata dalla fatica e
dalla miseria del primo, l’illusione sfrenata, il cieco ottimismo del
secondo. Nel suo andamento oleografico, “I muscoli del capitano” è
sicuramente il centro del concept-album, il cuore, il nocciolo di tutta
l’avventura allegorica e cioè il viaggio, il senso dell’umanità,
l’origine e lo sviluppo della prevaricazione, il senso della ragione e
delle idee, una nudità vestita di seta d’oro. Al pari di
“Generale” è, questa, una canzone folgorante e inimitabile ed è
insieme una storia gnomica, un atto di sublime disperazione umana. Tutto
il mondo illuminista da Swift a Defoe, su su per i Russeau, i d’Alambert;
tutto il mondo positivista Darwin, Comte e soci, l’imprudente,
fracassante sfida futurista di Marinetti e contubernali, si accartoccia,
svapora qui in tre minuti e poco più: l’orgoglio smisurato
dell’uomo padrone va a incocciare e a frantumarsi nella sua UBRIS, in
stato di trance, sonnolenza ludica, rincoglionimento da stupefacenza. L’andamento
della narrazione è magico: il capitano è lui stesso una macchina
perfetta (“di plastica e metano”), libero da passioni e
Il
finale è naturalmente scontato: il capitano non può nemmeno
lontanamente sospettare, nella sua presunta invincibilità, di andare
verso la fine, e risponde con la stessa cecità di tutti gli inquisitori
della storia (“giovanotto, io non vedo niente, c’è solo un po’ di
nebbia… andiamo avanti tranquillamente”). Festaiola,
irriverente, metà rumba, metà fox trot, intrisa della stessa falsa
allegria che circola fra i saloni del “Titanic” è la canzone che dà
titolo all’album. Anche qui si procede per contrasti evidenti, anche
qui due sono le umanità rappresentate, quella di 3^ classe e quella di
lusso. Gran parte della narrazione è occupata dai pensieri liberi del
“cafone”, dell’emigrante che in felice ironia, quasi non si
accorge del trattamento spaventoso che sta subendo, emozionato com’è
per cose che non ha mai visto e per la prospettiva di un futuro migliore
(“Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male? Questa
cuccetta sembra un letto a due piazze ci si sta meglio che in
ospedale”); più la descrizione va avanti e più appare fantozziana,
grottesca da un lato, patetica dall’altro (“A noi cafoni ci hanno
sempre chiamato, ma qui ci trattano da signori, che quando piove si può
star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori”), tanto che quel disastro
di sistemazione in terza classe (“sudore dal boccaporto e odore di
mare morto”) finisce col sembrare a tutti una vacanza. Ma
“Titanic” è uno spaccato di classi sociali e ovviamente non può
mancare il borghese arricchito, il “pervenu” che sventola
addirittura sotto il naso del capitano le mille lire per aver diritto
alla prima classe, così come sbandiera sua figlia quindicenne (con
cappello parigino), per essere invitato al tavolo del comando, anche lui
per motivi diversi da quelli dei “cafoni”, elettrizzato, entusiasta
per lo champagne, il panorama lunare e le meraviglie del viaggio. Non è
da meno sua figlia, ovviamente “innamorata del proprio cappello”,
così da non vedere altro che se stessa, non pensare ad altro che alla
sua bella figura in un delirio di vanità ed egocentrismo, non senza
lasciarsi tentare dal fascino del marconista. A
questi due diversi tipi di allegria fittizia, provocata, illusoria (la
proletaria e la borghese), fa da termine discriminante, da chiosa
morale, l’immensa diversità di obiettivi che si propongono l’uno e
l’altro ceto: secondo i “cafoni” di terza classe “per non morire
si va in America”, secondo la ragazza di “prima” “per sposarsi
si va in America”. L’assoluta
originalità di tutta la canzone, sta, come si è detto,
nell’incoscienza pressochè totale di chi viaggia, nel non vedere, non
accorgersi, non capire, lasciarsi trasportare dal clima festaiolo e
credere (i cafoni soprattutto) di essere lontano dal passato, in una
nuova dimensione onirica: nel non riconoscere cioè che sempre nello
stesso mondo sono, sempre nel passato, anche se cammuffato da sogno. Da ultimo un particolare inquietante. La parola “ghiaccio” ricorre nella canzone un sacco di volte e con significati sempre diversi, ma premonitori. (Roberto
Vecchioni)
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Testo e musica di Francesco De Gregori
Marco Manusso (chitarra acustica ed eletttrica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond); Chris Whitten (batteria);
Alfredo Minotti (congas, tamburello, campanaccio, maracas)
La prima classe costa mille lire, la seconda cento,
la terza dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare
morto.
Sior Capitano mi stia a sentire, ho belle e pronte le mille lire,
in prima classe voglio viaggiare su questo splendido mare.
Ci sta mia figlia che ha quindici anni ed a Parigi ha comprato un cappello,
se ci invitasse al suo tavolo a cena stasera, come sarebbe bello.
E con l'orchestra che ci accompagna, con questi nuovi ritmi americani,
saluteremo la Gran Bretagna col bicchiere tra le mani.
E con il ghiaccio dentro al bicchiere, faremo un brindisi tintinnante,
a questo viaggio davvero mondiale e a questa luna gigante.
Ma chi l'ha detto che in terza classe, che in terza classe si viaggia male,
questa cuccetta sembra un letto a due piazze, ci si sta meglio che in ospedale.
A noi cafoni ci hanno sempre chiamati, ma qui ci trattano da signori,
che quando piove si può star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori.
Su questo mare nero come il petrolio, ad ammirare questa luna-metallo,
e quando suonano le sirene ci sembra quasi che canti il gallo.
Ci sembra quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore,
piano, piano si vada a squagliare, in mezzo al fumo di questo vapore,
di questa vacanza in alto mare.
E gira, gira, gira, gira, l'elica
e gira, gira che piove e nevica,
per noi ragazzi di terza classe che per non morire, si va in America.
E il Marconista sulla sua torre, le lunga dita celesti nell'aria.
Riceveva messaggi d'auguri per questa crociera straordinaria,
e trasmetteva saluti e speranze in quasi tutte le lingue del mondo.
Comunicava tra Vienna e Chicago in poco meno di un secondo.
E la ragazza di prima classe, innamorata del proprio cappello,
quando la sera lo vide ballare, lo trovò subito molto bello.
Forse per via di quegli occhi di ghiaccio, così difficili da evitare,
pensò magari con un po' di coraggio, prima dell'arrivo, mi farò baciare.
E com'è bella la vita stasera, tra l'amore che tira ed un padre che predica,
per noi ragzze di prima classe che per sposarci, si va in America.
Per noi ragazze di prima classe che per sposarci, si va in America!
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Questa nave aveva un capitano, un capitano di nome Smith, nome in qualche modo inquietante, chiunque di voi abbia letto un romanzo giallo nella sua vita, sa che quando arriva il personaggio che si chiama Smith è sempre un momento drammatico... o è uno stupratore, o un esibizionista, un ladro, un assassino, insomma una persona da cui prendere le distanze... il capitano di questa nave, il titanic, si chiamava appunto Smith, ed era un uomo al contempo imbecille ed ottimista, imbecille perchè lo vedremo dopo, ottimista perchè... perchè avendo da pochi giorni inventato la radio, il telegrafo senza fili, quest'uomo partì per fare l'attraversata dall'Europa all'America, che non è proprio uno zompetto così... senza portarsi appresso nemmeno il binocolo, che uno il binocolo se lo porta appresso non dico quasi sempre, ma insomma quando uno va in gita... spesso uno va nelle Alpi e dice: vediamo dei camosci, si porta il binocolo, o anche sull'autostrada a volte... vabbè insomma, comunque lì poi c'è un tratto di mare quasi vicino all'arrivo, quasi vicino a Nuova York, che fa molto freddo, e allora ghiaccia... e voi sapete che quando ghiaccia anche sull'autostrada, uno deve andare più piano perchè la macchina scivola... ora quando il ghiaccio c'è al mare non è che la nave scivola, ma il ghiaccio del mare forma dei grossi conglomerati durissimi chiamati icebergs... quand'ero ragazzino sulle enciclopedie per ragazzi c'era scritto: l'iceberg... un terzo emerge, due terzi stanno sotto e sono i più pericolosi... adesso non so se le proporzioni siano cambiate negli anni, però l'iceberg è una delle cose più preoccupanti, anche perchè nell'incontro o nello scontro tra un iceberg e una nave ci rimette quasi sempre la nave, anche perchè l'iceberg non porta passeggeri a bordo, percui se si rompe l'iceberg al massimo qualche ecologo rimane malissimo, dice: si è rotto un iceberg mannaggia, abbiamo perso una volpe... e quando la nave affondò, il capitano Smith, essendo appunto come dicevo prima un imbecille, affondò insieme alla nave, ma questo non vale a riscattarlo ai nostri occhi, perchè la nave affondò per colpa sua, ma ai 1500, 2000, 3000 passeggeri che avevano pagato il biglietto per arrivare e per vivere, a quelli lì la vita chi gliela ridà?...
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si ringraziano sentitamente Sergio Barlozzi e Peppe Caporello per la concessione delle fotografie del tour estivo 1982

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