BELLI CAPELLI

L'ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA

CENTOCINQUANTA STELLE

CATERINA

TITANIC

ROLLO & HIS JETS

LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE '68

I MUSCOLI DEL CAPITANO

SAN LORENZO

 

 

 

 

Prodotto da Luciano Torani e Francesco De Gregori

 

Ed. BMG Arriola Musica/Serraglio

 

Registrato e mixato da Luciano Torani presso lo studio QUATTRO in Roma aprile-maggio 1982

 

Coll. Studio UMBI di Modena e Giacomo Tosti della RCA Roma

Mimmo Locasciulli

PIANO

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

 

 

 

Foto interne di Armando Manni

 

 

Artwork Peter Quell

 

Foto di copertina:

Francesco De Gregori

 

Marco Manusso

CHITARRE

 

Alfredo Minotti

BATTERIA

Peppe Caporello

BASSO

Chris Whitten

BATTERIA

Carlo Siliotto

VIOLINO

Giovanna Marini

VOCE ne L'abbigliamento del fuochista

Sal Genovese

SAX TENORE

Gianni Oddi

SAX ALTO

 

 

 

 

Sono rimasto colpito una mattina entrando ìn cucina da quest’immagìne di morte per gelo: il piatto bianco, il frigo con la brina, mezzo pesce e il limone accanto. Ma niente paura, non ho intenzione di fare il fotografo.

 

 

Sono passati tre anni da Viva l’Italia e tutti aspettiamo il nuovo disco come il Rex nell’Amarcord di Fellini. E infatti arriva, tutto illuminato. E’ in rada, e già possiamo sentire la voce dell’ufficiale di coperta: “Capitano Smith, eccola all’orizzonte! Sì, …..c'è in mezzo al mare una donna bianca, … …..è così enorme nella luce delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca……. no, non è ghiaccio …….è fatta di fulmini, armonie, torpedini, accordi, scintillante bellezza, chitarre, note musicali, fosforo e fantasia!”

Quella donna (e che donna!) sappiamo tutti come si chiama: musica. E’ uno dei suoi dischi più belli e, quando sta per essere pubblicato - come raccontato da Francesco - i discografici della RCA guardano il nostro come un matto, che narra la storia di un naufragio proprio all’inizio di un decennio che invece propaganda il protagonismo assoluto, il rampantismo, l’essere vincenti; lo considerano un uomo d’altri tempi capace di scrivere pezzi acustici come “San Lorenzo” in un momento in cui esplode la tecnologia applicata alla musica, oppure come “La leva calcistica”, in cui incoraggia ad andare avanti anche se la vita ti fa sbagliare i calci di rigore più importanti.

 

Proprio in quei giorni, in concomitanza con l’uscita della canzone, Nino Cabrini sbaglia davvero il rigore (sembra quasi una veggenza), ma in quel momento, quando gli pare che tutto il pianeta collegato in tv gli stia cascando addosso, i suoi compagni di squadra gli vanno vicino e gli dicono “Dai Antonio, un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Allora Cabrini sfodera un coraggio da leone, si toglie le scarpette di gomma dura, mette il cuore dentro alle scarpe e corre più veloce del vento diventando campione del mondo con Zoff, Gentile, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. (All. Bearzot). Ma quello che giocava con la maglia numero sette, Gaetano Scirea, lo lascerà presto.

Sugli spalti c’è un raggiante Sandro Pertini, mentre negli spogliatoi fa visita alla squadra Giovanni Spadolini, allora Capo del Governo con una coalizione politica DC, PSI, PSDI, PRI, PLI; Reagan è il Presidente U.S.A.; i generali argentini invadono le isole Falklands provocando la sottovalutata reazione degli inglesi che le riconquistano in dieci settimane di violenti scontri. Per la sua fermezza, il premier britannico Margareth Thatcher, diventa la "Lady di ferro"; migliaia di immigrati del Ghana vengono espulsi dal governo nigeriano; viene assegnato il nobel per la letteratura a Gabriel Garcia Marquez; A Mosca Jurij Andropov succede a Leonid Breznev; Time nomina macchina dell'anno il computer, profetizzando che cambierà la nostra vita; in aprile la mafia uccide il segretario regionale del PCI Pio La Torre e in settembre il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e i suoi uomini di scorta; viene ritrovato impiccato sotto un ponte di Londra il banchiere Roberto Calvi, ex presidente del Banco Ambrosiano; l’Italia si fa conoscere in tutto il mondo col marchio Made in Italy, definizione di prodotto di qualità, forma e contenuto. I designer italiani sono nominati in tutto il mondo come maestri di stile; in Polonia, Lech Walesa, leader di Solidarnosc, è rinchiuso in un campo di concentramento; viene diagnosticato in Italia il primo caso di Aids; il Parlamento approva la legge "Rognoni-La Torre": agevolazioni in termini di pena per i pentiti; a Beirut duemila abitanti palestinesi e libanesi vengono massacrati dai miliziani delle Falangi libanesi e delle forze filo-israeliane del Libano meridionale; un commando Palestinese spara davanti alla Sinagoga di Roma. Nell’attentato muore un bambino di 9 anni, Stefano Tascè; muoiono Gilles Villenevue, Grace Kelly, Ingrid Bergman e Beppe Viola;

Riccardo Fogli vince a Sanremo con Storie di tutti i giorni e Vasco Rossi arriva ultimo con Vado al massimo. Allo Zecchino d’oro vince "Farfalla In Città" e al Festivalbar Miguel Bosè con “Bravi ragazzi”.

Altri bravi ragazzi come i fratelloni Abbagnale sono campioni del mondo di canottaggio e Saronni di ciclismo. Dopo lo scandalo del calcio scommesse Paolo Rossi vince il Pallone d’Oro e la domenica sera Adriano De Zan ci racconta che la Juve vince lo scudetto con Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Causio, Brady, Penzo, Tardelli, Bettega. (All. Trapattoni).

Indossiamo i fuseaux, la pezza di Naj Oleari sui jeans in un inconfondibile stile fatto di spalle grandi, zig zag, colori fluorescenti, tanti capelli, tanto trucco. Siamo incontentabili.

Come una certa famiglia che dopo aver rotto le palle, se ne esce dal negozio con la frase di rito del commesso di turno: "Ma lei è incontentabile" e il capo famiglia durissimo: "Sempre! Un altro spot da ricordare è “..è nuovo? No, lavato con Perlana, a mano e in lavatrice….”. La lavatrice la usiamo anche giocando con gli elettrodomestci Habert, e poi la cera Pongo, il cubo di Rubik (chi non ha mai barato staccando le etichette colorate?), il galeone Playmobil, Le Hotwheels, il Sapientino, il Grillo Parlante. Altro tipo di lavatrice è il nuovo prodotto della Fiat: la Panda, ovvero la "lavatrice in centrifuga" per l'inconfondibile rumore del motore quando andava a pieni giri, e poi la Lancia Delta, la Peugeot 502, la Fiat Uno, il Fiorino, la Croma e la Tempra, la Argenta, la Duna, l’Arna, Renault Fuego, la Ford Fiesta.

In televisione c’è uno stordimento televisivo di luci e paillettes, calderoni di effetti speciali un po’ primitivi sono i primi show di Mediaset, e poi c’è Lady Oscar, Saranno famosi, Cyranda de Pedra, Dallas, Sentieri, Arnolds, Wonder woman, Sandy dai mille colori, Kiss me licia, Wanna Marchi, Alla conquista del West, Chips, Lou Grant, Magnum P.I., Mash, Uccelli di rovo, Candy Candy, Anna dai capelli rossi, l'Apemaia, Popcorn, Discoring.

Consumiamo l'aranciata liofilizzata Agrumi Idrolitina, lo snack Milky Way, il cono gelato Atomic con granella rossa, gialla e verde, la magica Mentorzata, il Limoncedro Fabbri all'Up. Fumiamo Futura, Bis, MS Blu, Milde sorte, Philip morris, Winston.

Il Premio Strega va a Goffredo Parise con Sillabario n.2 e il Campiello va a Primo Levi con Se non ora, quando?

Al cinema vediamo Momenti di gloria, Victor Victoria, Blade runner, Ufficiale e gentiluomo, Gandhi, Tootsie, Scusate il ritardo, Rambo, E.T., Il marchese del Grillo, Io so che tu sai che io so, In viaggio con papà, Poltergeist, I predatori dell'arca perduta, Il tempo delle mele, La notte di San Lorenzo, Anni di piombo, Il tempo delle mele, Borotalco

Va di moda il san Bernardo e il setter irlandese, il piatto Marantz, l’orologio Casio70, il Gallo (il paninaro), le Sfitinzie (le ragazze dei paninari), gli scarafaggi (i ragazzi brutti che le paninare odiavano), i sapiens (genitori), i Cinesi o China (ragazzi di sinistra). Di moda vanno anche le espadrillas, i viaggi nei villaggi turistici Valtur e alle Maldive, comincia la cultura delle partenze intelligenti, così tanto che gli italiani si riscoprono tutti intelligenti nello stesso giorno e alla stessa ora: un caos che si ripete ogni anno ai consueti “esodi”.

"Holiday" fa conoscere al mondo della musica una 25enne italo-americana, tale Veronica Ciccone in arte Madonna, che diventa un fenomeno di trasgressione e stilismo e detta il suo look come strumento di identificazione e di appartenenza a una nuova comunità...ma.. nella musica mondiale si avverte la mancanza di qualcosa, ormai da due anni ci ha lasciati John Lennon, forse il più grande compositore del secolo.

Concerto pacifista a Central Park per ottocentomila persone; Peter Gabriel inventa il festival itinerante di world-music "Womad"; i Cure pubblicano "Pornography", i Sonic Youth inventano il noise-rock; "Thriller" di Michael Jackson, con 40 milioni di copie vendute nel mondo, batte ogni record di vendite e inaugura la stagione della Jackson-mania.

Ascoltiamo: Paradise, Bravi ragazzi, Der Kommissar, Il Ballo del qua qua, Reality, Ebony and ivory, Avrai, Hard to say I'm sorry , Non succederà più, Tanz Bambolina, Non sono una signora, Messaggio, Celeste nostalgia, Survival, Lisa, Ska chou chou, Eye in the sky, Blue eyes, Non stop twist, Sono un vagabondo, Soli, Private investigations, Love is in control, Un'Altra vita un altro amore, Radio station, Vado al massimo, You can do magic, Eye of the tiger

Gli album più venduti in Italia sono La voce del padrone, Cocciante, Eye in the sky, Teresa De Sio, Momenti, Love over gold, Thriller, Il tempo delle mele, 30 X 60, Artide Antartide, Bella 'mbriana, Tutto Sanremo '82, Via Tagliamento, Tug of war, E gia', Toto IV, Palasport, The concert in Central Park Simon & Garfunkel, Sotto la pioggia, Body talk Imagination, TITANIC, We Want Miles, Thriller, Nebraska, The Days of Wine and Roses. Tormentone dell’estate: Un'estate al mare, di Giuni Russo.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

“La maggior parte delle canzoni di Titanic le ho scritte durante la tourneè del pulmino. La tournee del pulmino fu uno stravagante giro di concerti che, a pezzi e bocconi, durò circa un anno. All’inizio eravamo io, Mimmo Locasciulli al piano, Peppe Caporello al basso e Marco Manusso alla chitarra. La gente si stupiva che non ci fosse la batteria e in effetti la cosa era un po’ strana e credo che sul palco non andassimo molto a tempo; ma grazie a Dio non ci sono nastri di quei concerti da ascoltare. Poi dopo un po’ arrivò Alfredo Minotti, prima alle percussioni e poi finalmente alla batteria e Rita Marcotulli alle tastiere. Fatto sta che giravamo sempre su un pulmino un po’ sgangherato preso in affitto e quando gli organizzatori ci vedevano arrivare pensavano sempre che fossimo il gruppo spalla.”

(Francesco De Gregori)

 

INTERVISTA A PEPPE CAPORELLO, MITICO BASSISTA DI FRANCESCO DE GREGORI 

E FRA I PROTAGONISTI DEL TITANIC

 

Quel bassista mezzo messicano soprannominato Chicco di Caffè

(di Mimmo Rapisarda - www.iltitanic.com - 12 gennaio 2007)

 

Il Nostromo: Ciao Peppe, la prima volta che ti vidi suonare fu nel 1976 all'Ambasciatori di Catania, un concerto che tutt'ora viene ricordato dai cinquantenni catanesi come "il concerto dell'Ambasciatori". Cosa ricordi di quella sera o di quel periodo?

Caporello: Quei concerti me li ricordo abbastanza bene perché la tournee iniziò proprio in Sicilia. Mi ricordo i concerti a Palermo, Messina, Catania e Siracusa.. forse c’era anche una data ad Enna.

Quei tempi me li ricordo bene anche perché in alcuni casi….. l’atmosfera che si respirava a teatro era veramente bollente. Alcune volte è capitato di suonare anche in presenza di manifestazioni "non particolarmente affettuose" ostili da parte degli autonomi. Devo dire che in quel periodo ebbi modo per la prima volta di stimare Francesco per quello che stava facendo. Vi assicuro che non era facile esprimere quello che lui aveva dentro in quel contesto lì. Sta di fatto che la tournee si interruppe, mi sembra, a La Spezia.

Il Nostromo: Allora si usavano le spalle, la vostra erano il gruppo folk Taberna Mylaensis. Che rapporto avevate con loro? Entrando con due ore di anticipo, vedevo che un ragazzone magro, alto e coi lunghi capelli rossi, scherzava con loro.

Caporello: Il rapporto era ottimo, Francesco con noi e con loro stava sempre a suo agio. Certo però che la differenza di background musicale era abbastanza evidente tra noi e loro.

Il Nostromo: Quella sera eri in compagnia di Fabrizio Cecca e dei fratelli Ascolese. Tu che eri un contrabbassista jazz, come mai ti sei adattato a fare da piano player?

Caporello: Il discorso è un po’ più complicato: in quel periodo io ed i fratelli Ascolese stavamo in un nostro gruppo (Spirale) che andava per la maggiore (ricordo un mitico concerto insieme a Mario Schiano nella Università occupata di Catania… il concerto si intitolava “…ora e sempre resistenza…”) e capitava spesso, al Folkstudio di Roma, di incontrare Francesco ed altri cantautori che passavano la sera lì per incontrare amici e sentire della buona musica. Accade allora che Francesco si mise in testa di suonare con dei jazzisti e rivisitare i suoi pezzi in quella chiave (già in Rimmel avevano suonato Mario Schiano e Roberto della Grotta). Fece delle telefonate ed accadde che scritturò i fratelli Ascolese, Fabrizio Cecca ed un pianista (Corrado Nofri) che però da lì a breve sarebbe partito per il Brasile.

A me Francesco piaceva molto e nel gruppo di jazz ero io che scrivevo i pezzi e gli arrangiamenti per cui sapevo suonare il pianoforte abbastanza bene. Così mi feci avanti, e pur di partecipare alla tournee, dissi a Francesco che ero un pianista e che avrei potuto sostituire il vero pianista che stava partendo per il Brasile.

Detto fatto, a Francesco piacque molto il suono che riuscivamo ad esprimere e quindi fu contento di partire con quella formazione che tu hai sentito poi nella tournee.

Il Nostromo: I fatti del Palalido erano già accaduti da qualche mese, eppure Francesco fece un piccolo tour autunnale con qualche tappa siciliana. Fu proprio allora che annunciò il suo ritiro, interrompendo la tourneè. Che ricordo hai di quel processo, come la prese effettivamente Francesco?

Caporello: Come dicevo prima, Francesco, dopo i fatti di Milano (di cui non volle mai parlare), voleva ritornare a suonare per esorcizzare un po’ quello che era successo. Penso inoltre che fosse stato spinto a fare questa tournee dal suo manager che desiderava rimetterlo in carreggiata. Purtroppo il giocattolo si interruppe a metà della tournee che però da quello che ricordo non era così piccola.

Francesco ad un certo punto non se la sentì più di continuare (e devo dire che lì scoprii la sincerità di quello che lui voleva esprimere con la musica) e perciò interrompemmo.

Durante il tour, non mi ricordo in quale città, non resistetti a suonare unicamente il piano e provai a suonare il basso con i fratelli Ascolese durante un sound check. Francesco mi ascoltò…. ed apriti cielo, non capì più come interpretare quello che io facevo.

Sta di fatto che pochi mesi dopo ci ritrovammo in sala di incisione Francesco, i fratelli Ascolese alla chitarra ed alla batteria ed io al basso…. Provammo i pezzi che sarebbero poi andati nell’LP di “Generale” .

Ti assicuro che ci fu una versione di “Due zingari” completamente jazzata, con i cambi degli accordi modificati ed un suono…. che ancora mi viene la pelle d’oca. Poi però non se ne fece niente perché forse l’RCA voleva qualcosa di meno sperimentale….

Il Nostromo: Oltre a quel tour del '76 sei stato uno dei protagonisti dell'inaffondabile Titanic, indimenticabile disco che ha ispirato questo sito. De Gregori non produceva dal 1979, da Viva l'Italia. Come avvenne la richiamata da parte del Capo?

Caporello: Cinque anni dopo, ritorno dal Brasile dove ero stato a suonare per 6 mesi, ed al FolkStudio mi rincontra Francesco che ha già in mente qualcosa di speciale. A quel punto faccio conoscenza con Marco Manusso e cominciamo a suonare in trio: basso (io) , chitarra acustica (F.) e chitarra elettrica (M). Facciamo una serie di concerti per il folkstudio: Francesco è entusiasta e suoniamo veramente bene tutti i pezzi “tradizionali”: mitiche delle versioni di Niente da capire ed Alice in cui addirittura faccio assoli di basso. Sta di fatto che Francesco decide di andare in giro per “provare” il gruppo…. ma manca un batterista ed allora io chiamo Alfredo Minotti che era tornato con me dal Brasile. Inizia così la tournee del pulmino con l’aggiunta di un batterista (Alfredo) che in alcuni casi suonava anche le conga…….. che cose meravigliose !!! Francesco De Gregori nella sua profondità con un contesto completamente anticommerciale e creativo…. Ti assicuro uno spettacolo! Chi ci ha sentiti rimaneva a bocca aperta per come avevamo trasformato tutte le sue canzoni!!

Francesco però stava pensando già ad altro e così (da lì a poco) chiamò Mimmo (che in quell’epoca vedevamo molto spesso) ed un batterista inglese, Chris Whitten, che avrebbe poi suonato con Paul McCartney. Con questa formazione cominciammo a mettere giù le NUOVE CANZONI.

Per me Titanic rimane uno dei più bei prodotti di Francesco (e non perché ci ho suonato) ma perché lo penso sinceramente e trovo ancora della gente che a distanza di 25 anni continua a ripetermelo!!!

Tra l’altro da quella esperienza nacque una forte amicizia (basata sulla stima professionale e personale) tra me e Francesco. Si facevano delle cose ora impensabili….. andavamo nelle bische a giocare a biliardo, o allo stadio a vedere la Roma, o ci vedevamo a Villa Pamphili per giocare a calcio nei prati come veramente dei ragazzi “normali”…….

Il Nostromo: Il famoso "Tour del pulmino". In qualche modo, ricorderà per sempre questo disco. Ma ne parlano a malapena Locasciulli e lo stesso De Gregori, ma con con entusiasmo. E' una tappa importante della storia di Francesco, eppure ci sono soltanto sbiaditi ricordi.....

Caporello: Il tour del pulmino è quello che ti ho descritto in precedenza ed era praticamente acustico, la scaletta era quella “ante” Titanic e si fece nell’81.

Il Nostromo: Che atmosfera si respirava durante la registrazione di Titanic?

Caporello: Iniziammo in maniera un po’ artificiosa fra Modena e Roma, alla ricerca dello spunto giusto… ma poi quando incontrammo Luciano Torani che doveva essere solo il fonico e che poi invece si rivelò una fonte inesauribile di consigli …fu Magia….

Eravamo veramente un Gruppo con la G maiuscola. Ricordo che stavamo in studio anche 14 ore al giorno, Francesco era ispirato e si divertiva davvero… ricordo una versione di Belli Capelli esilarante …. in origine il pezzo parlava di una corrida……

Io feci gli arrangiamenti di Rollo e Francesco mi chiese cosa volevo per tutte le partiture che avevo scritto….. gli dissi “mi bastano un paio di Superga come le tue”, detto fatto si presentò il giorno seguente con un paio di scarpe da ginnastica.

Fui io poi a convincerlo a fare S. Lorenzo solo con il pianoforte.

In quel periodo poi (in tempi non sospetti) a Francesco piacevano moltissimo le melodie di Battisti… c’è ne sono vari spezzoni in alcuni pezzi di Titanic.

Il Nostromo: Nel tour che seguì il disco, assieme a te c'erano Alfredo Minotti e Sergio Barlozzi alla batteria, Gian Franco Diletti e Marco Manusso alle chitarre, Rita Marcotulli e Mimmo Locasciulli al piano e tastiere. Che ricordi hai di quei compagni di viaggio?

Caporello: Quello a cui tu fai riferimento è la vera e propria tournee negli stadi per la presentazione di Titanic “all over the world” nell’estate dell’82 dopo i mondiali spagnoli.

Beh, fu un successone…. Mi dispiace non riuscire più a ritrovare il video del concerto che tenemmo a Cagliari nel settembre dell’82 e che la RAI trasmise e poi un bellissimo live a Grosseto che purtroppo non si tramutò in disco dal vivo. I musicisti della tournee erano tutti amici… in più avevo portato (dal mio gruppo jazz) Rita Marcotulli che poi sarebbe diventata celebratissima in tutta Europa, arrivando perfino a suonare con Pat Metheny.

Il Nostromo: Un altro bassista che ha suonato con Francesco è Mario Scotti.

Caporello: Non so se ho già risposto in precedenza….. se volevi sapere di Mario, non posso dirti niente in quanto non lo conosco…. ed in ogni caso è colui che mi ha sostituito….. non è che mi ha fatto tanto piacere!

Io penso che lui sia un ottimo bassista per turni (preciso, pertinente, impeccabile), ma sinceramente Francesco (che secondo me è il più grande artista di musica popolare che c’è in Italia) merita qualcosa di più del “compitino”: secondo il mio modo di intendere la musica, Francesco ha bisogno intorno a sé di creatività, di stimoli, di provocazioni, di non certezze….….solo in quel caso tira fuori tutto quello che lui possiede e che tutti gli altri possono solo intuire (esempio classico Joni Mitchell).

Purtroppo ciò comporta ansia e insofferenza…. noi che siamo cresciuti con il jazz siamo abituati a questo “stress”… lui purtroppo, forse perché mal consigliato, troppo spesso ultimamente ha tirato i remi in barca. (naturalmente questa è solo una mia opinione…).

Il Nostromo: Che percorso ha avuto poi la tua carriera?

Caporello: Mah, nel novembre dell’82 partii per l’India e probabilmente ci fu un “disguido” con Francesco che in un primo tempo mi fece partire dandomi ampie rassicurazioni sui progetti futuri e poi (secondo me) fu portato a chiamare Mario Scotti per una tournee in Svizzera….. io ci rimasi male, al suo ritorno andai da lui chiedendo spiegazioni…. e purtroppo (devo dire) non ne sentii di plausibili…. ci lasciammo e non ci vedemmo mai più, come succede per le storie più vere e sincere.

Da lì continuai a suonare jazz nel mondo (New York, Barcellona, Parigi, etc..), studiai Musica Classica e mi diplomai al Conservatorio, cominciai a suonare musica medievale e contemporanea…. interpretare Mozart, Beethoven e Stravinsky ed infine…… mi stufai.

La musica in Italia non era più quella che avevo suonato da giovane, quella che mi aveva fatto sognare, piangere e fatto viaggiare per le strade della mia mente ….

Così, ripresi l’università e (a tempo di record) mi laureai in ingegneria informatica con il massimo dei voti…15 anni più tardi… sono diventato un super manager: sono il responsabile della sicurezza informatica del più grande archivio telematico italiano!!!!

Ma dentro di me ho un segreto inconfessabile: sono ancora lì insieme a Rollo..... "sono il bassista mezzo messicano soprannominato chicco di caffè…..”

Il Nostromo: Ingegnere.... questa Sua ultima affermazione è davvero stupenda, commovente!

Il passato cantautoriale italiano era certamente più genuino mentre oggi, se non suoni su un cellulare, non sei nessuno. Secondo te, dove va oggi la "pura" canzone d'autore italiana?

Caporello: Forse non c’è più. Devo dire che di italiano riesco ad apprezzare solo alcune cose (vecchie) di Lorenzo Cherubini ed invece molte altre di Pino Daniele.

Lo dico sinceramente (ma anche dolorosamente), mi piacerebbe che Francesco producesse altro…. si lasciasse andare…. ecco, trovo che ultimamente la sua musica sia troppo “conformista”…. forse dovrebbe avere il coraggio di dare una discontinuità alla sua produzione. Sono sicuro che lui ha dentro delle cose che non sono venute fuori negli ultimi 10 anni!!

Il Nostromo: Un saluto al Titanic (il sito)?

Caporello: Caro Mimmo, continua così… ti dico solo questo: quando ho intuito la passione che c’è dietro il tuo progetto, non ho avuto dubbi nello scriverti… e stasera per la prima volta sono qui a ripercorrere (e a scrivere) i miei ricordi di 30 anni fa. Se ti capita di sentire qualcuno dei miei ex-colleghi ti prego di “abbracciarli” da parte mia perché ho con loro vissuto uno dei momenti più belli della musica popolare italiana del ‘900.

Un ultimo pensiero per Francesco: Ragazzo, mi senti? Perché non apri la finestra per cambiare un po’ l’aria della stanza? Fuori, in giro, ci sono tante idee nuove … basta accorgersene! E ricordati… sei il più grande!

Grazie. Peppe Caporello.

Il Nostromo: Ciao Peppe, grazie a te.

 

 

 

Da quando glì azzurri dì calcio hanno vinto il titolo di campíonì del mondo, cioè da metà luglio, ogni volta che Francesco De Gregori  nel corso della sua tournée attacca il pezzo “Viva l’Italia” il pubblico esplode in un boato e canta a una voce sola insieme al cantautore.

Patriottismo, gol e amore per le belle canzoni si affratellano in questo inno che molti tifosi vorrebbero addirittura sostìtuire a quello di Mameli in occasione delle partite internazionali calcio.

A parte i risvolti calcistici (De Gregori comunque è ben felice che l'Italia abbia vinto e soprattutto che Bruno Conti abbia ben figurato visto che è una colonna della Roma (la squadra del suo cuore), la tournée che De Gregori sta tenendo in giro per l'Italia fa riscontrare ovunque entusiasmi e tutto esaurito, come se Francesco non avesse mai spezzato quel filo che ormai da dieci anni lo tiene legato al pubblico giovanile.

Ragazzi e ragazzo, indistintamente, si riconoscono nelle canzoni di De Gregori, in quelle di oggi come "Titanic", il long playing appena uscito, e in quelle di ieri come "Alice", "Bufalo Bill, "Rimmel", "Banana Republic”.

 

Titanic è la grande allegoria: la nave è in festa, non pensa, non può pensare a pericoli imminenti e va verso la rovina : non bisogna mai fidarsi troppo di una nave invincibile e del suo capitano troppo ottimista. Lezione chiara, che però non risulterà opprimente e prolissa nell’album; infatti solo tre brani fanno direttamente riferimento alla tragedia di una società che sguazza nel benessere e pensa di non dover mai affondare.

Per Titanic vale quel che è stato detto nella parte finale dell’introduzione a “De Gregori”. Anzi qui siamo pure oltre. De Gregori non maschera, opera allo scoperto, accusa, ironizza, non le manda a dire, con tutti i mezzi espressivi a sua disposizione, dalla popolareggiante e polemica verve di “San Lorenzo” e “Centocinquanta stelle”, alla parabola lunga, assillante di “Titanic”, all'ironia celebrativa de “I muscoli del capitano”. Si sente (e non solo da “Caterina”, dedicata alla Bueno) l’esigenza fortissima che ha De Gregori di prender posizioni popolari e usare sberleffo e rabbia senza troppi diaframmi: si avverte in lui come il bisogno del ritorno ad un’infanzia del cantare che non ha mai avuto e ha solo sfiorato (con la Bueno, appunto). E’ un De Gregori da

battaglia, convinto di ogni parola, di ogni concetto, è anche il De Gregori che sa rendere poema epico lo scontro rionale fra un ragazzo e un gioco, fra una generazione e un fallimento già avvenuto ,quello della "leva calcistica".

Tre, si è detto, sono i brani che attengono più allegoricamente al Titanic e al suo affondamento. Il più proletario, il più innocente, il più “destinato” è “l’abbigliamento del fuochista”. Qui tutto è giocato sulla trovata scenica di un figlio che lavora alle caldaie, con la madre lontana (“Ma mamma, qui mi rubano la vita, quando mi mettono a faticare per pochi dollari nelle caldaie sotto il livello del mare”). Il pathos è creato dal contrasto stridente tra un uomo “reale”, emarginato, ma verosimile con l’”Uomo” dei ponti superiori , quello che si crede invincibile a cavallo com’è dell’infallibile modernismo, della tecnologia del novecento.

Emblema a tutto tondo di questa presunzione, di questa protervia sprezzante è il capitano della nave. Anche “I muscoli del capitano” è un dialogo, ravvicinato però, tra il mozzo e il capitano appunto, ovvero tra due mondi, tra due idee di mondo: la verità dettata dalla fatica e dalla miseria del primo, l’illusione sfrenata, il cieco ottimismo del secondo. Nel suo andamento oleografico, “I muscoli del capitano” è sicuramente il centro del concept-album, il cuore, il nocciolo di tutta l’avventura allegorica e cioè il viaggio, il senso dell’umanità, l’origine e lo sviluppo della prevaricazione, il senso della ragione e delle idee, una nudità vestita di seta d’oro. Al pari di “Generale” è, questa, una canzone folgorante e inimitabile ed è insieme una storia gnomica, un atto di sublime disperazione umana. Tutto il mondo illuminista da Swift a Defoe, su su per i Russeau, i d’Alambert; tutto il mondo positivista Darwin, Comte e soci, l’imprudente, fracassante sfida futurista di Marinetti e contubernali, si accartoccia, svapora qui in tre minuti e poco più: l’orgoglio smisurato dell’uomo padrone va a incocciare e a frantumarsi nella sua UBRIS, in stato di trance, sonnolenza ludica, rincoglionimento da stupefacenza.

L’andamento della narrazione è magico: il capitano è lui stesso una macchina perfetta (“di plastica e metano”), libero da passioni e sentimenti (“non tiene mai paura”, volutamente alla napoletana); per iperbole è lui stesso la nave (“si leva l’ancora dai pantaloni”), innamorato perso, in overdose di narcisismo per quel se stesso-nave (“la nave è fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo fantasia, molecole d’acciaio, pistone rabbia, guerra lampo e poesia”), fino al delirio di poter raggiungere l’irraggiungibile (Icaro, Ulisse) e cioè il futuro, che per la sua velocità è “una palla di cannone acceso”. Al soliloquio, sproloquio dell’”Uomo”, il mozzo può opporre soltanto ingenuamente la verità : lui sì che l’iceberg l’ha visto e tenta di dare l’allarme (“In mezzo al mare c’è una donna bianca”). Il mozzo ha un cuore e un’immaginazione, è arte contro scienza, per cui quell’ammasso di ghiaccio si trasfigura, diventa poesia (“una donna bianca, così enorme alla luce delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca”).

Il finale è naturalmente scontato: il capitano non può nemmeno lontanamente sospettare, nella sua presunta invincibilità, di andare verso la fine, e risponde con la stessa cecità di tutti gli inquisitori della storia (“giovanotto, io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia… andiamo avanti tranquillamente”).

Festaiola, irriverente, metà rumba, metà fox trot, intrisa della stessa falsa allegria che circola fra i saloni del “Titanic” è la canzone che dà titolo all’album. Anche qui si procede per contrasti evidenti, anche qui due sono le umanità rappresentate, quella di 3^ classe e quella di lusso. Gran parte della narrazione è occupata dai pensieri liberi del “cafone”, dell’emigrante che in felice ironia, quasi non si accorge del trattamento spaventoso che sta subendo, emozionato com’è per cose che non ha mai visto e per la prospettiva di un futuro migliore (“Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male? Questa cuccetta sembra un letto a due piazze ci si sta meglio che in ospedale”); più la descrizione va avanti e più appare fantozziana, grottesca da un lato, patetica dall’altro (“A noi cafoni ci hanno sempre chiamato, ma qui ci trattano da signori, che quando piove si può star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori”), tanto che quel disastro di sistemazione in terza classe (“sudore dal boccaporto e odore di mare morto”) finisce col sembrare a tutti una vacanza.

Ma “Titanic” è uno spaccato di classi sociali e ovviamente non può mancare il borghese arricchito, il “pervenu” che sventola addirittura sotto il naso del capitano le mille lire per aver diritto alla prima classe, così come sbandiera sua figlia quindicenne (con cappello parigino), per essere invitato al tavolo del comando, anche lui per motivi diversi da quelli dei “cafoni”, elettrizzato, entusiasta per lo champagne, il panorama lunare e le meraviglie del viaggio. Non è da meno sua figlia, ovviamente “innamorata del proprio cappello”, così da non vedere altro che se stessa, non pensare ad altro che alla sua bella figura in un delirio di vanità ed egocentrismo, non senza lasciarsi tentare dal fascino del marconista.

A questi due diversi tipi di allegria fittizia, provocata, illusoria (la proletaria e la borghese), fa da termine discriminante, da chiosa morale, l’immensa diversità di obiettivi che si propongono l’uno e l’altro ceto: secondo i “cafoni” di terza classe “per non morire si va in America”, secondo la ragazza di “prima” “per sposarsi si va in America”.

L’assoluta originalità di tutta la canzone, sta, come si è detto, nell’incoscienza pressochè totale di chi viaggia, nel non vedere, non accorgersi, non capire, lasciarsi trasportare dal clima festaiolo e credere (i cafoni soprattutto) di essere lontano dal passato, in una nuova dimensione onirica: nel non riconoscere cioè che sempre nello stesso mondo sono, sempre nel passato, anche se cammuffato da sogno.

Da ultimo un particolare inquietante. La parola “ghiaccio” ricorre nella canzone un sacco di volte e con significati sempre diversi, ma premonitori.

(Roberto Vecchioni)

 

 

 

 

BELLI CAPELLI

(De Gregori-Titanic)  

 

Belli capelli, capelli neri, che t'ho aspettata tutta notte e tu chissà dov'eri, capelli

 do             do7+    sol4           la-             fa         sol      do

 

lunghi che arrivavano fino al mare, belli capelli che nessuno li può tagliare.

fa         sol                do          re-7                        sol

 

Belli capelli, capelli d'oro, che in mezzo a tutta quanta quella gente mi sentivo solo,

do             do7+    sol4                  la-                 fa       sol     do

 

capelli d'oro che sei partita e chi lo sa se torni, belli capelli che ti coprivano tutti

fa                    sol                    do           re-7            fa

 

i giorni.

sol7

 

Capelli lunghi come autostrade la mattina sopra il tuo cuscino, che quando tira vento

sol-                do            fa                   fa    fa#     sol-

 

diventano i capelli di un ragazzino, capelli così lontani che nessuno li può vedere,

do          fa                   fa# re7                      sol

 

capelli così sottili che basta niente che li fai cadere.

re7                            sol                sol7    mi- sol7

 

Belli capelli, capelli bianchi, che si fermarono a una fontana a pettinare gli anni,

do             do7+    sol4            la-             fa        sol           do

 

capelli stanchi, dentro allo specchio di un bicchiere di vino, belli capelli, che

        fa                   sol                         do         re-7

 

stanotte è notte, ma verrà mattino.

           fa                  sol sol- do fa sol- do fa re sol re sol do do7+ re-7 sol

 

 

_________________________________________

Carlo Siliotto (violino)
Marco Manusso (chitarra acustica e pedal steel)
Peppe Caporello (basso)
Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)
Chris Whitten (batteria)
Francesco De Gregori (chitarra custica)
Alfredo Minotti (tamburello)

 

 

 

CATERINA

(De Gregori-Titanic)  

 

 

Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo e quell'angelo eri tu,   con due spalle

re             re/do#          re/si      re           mi-      sol la7  re  

 

uccellino in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu. E la chitarra

re/do#            fa#-            si-            sol          la4         sol

 

veramente la suonavi molto male, però quando cantavi sembrava Carnevale, e una bottiglia

 la             re            si   mi-           la     re                  sol

 

ci bastava per un pomeriggio intero, a raccontarlo oggi non sembra neanche vero.

   la             re         si       mi-          sol    mi-              la4

 

E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo

re                  re/do#         si-        re       mi-                sol

 

tutto il suo profumo. Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia, la solitudine

la                     re              re/do#         si-   re          sol

 

e le valigie di un amore che vola via. E cinquecento catenelle che si spezzano in un

     mi-           sol           la    sol            la               re

 

secondo e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo. Chissà se in quei

si               mi-          la          re                         sol

 

momenti ti ricordi della mia faccia, quando la notte scende e ti si gelano le braccia.

la         re                si       mi-            sol            mi-      la4

 

Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto forse non ti direi niente ma ti

re                    re/do#    si-         re      mi-                 sol

 

guarderei soltanto. Chissà se giochi ancora con i riccioli sull'orecchio o se

la                  re               re/do#       si-           re         mi-

 

guardandomi negli occhi mi troveresti un pò più vecchio. E quanti mascalzoni hai

                  sol       mi-                  la        sol     la

 

conosciuto e quante volte hai chiesto aiuto, ma non ti è servito a niente. Caterina

re            si                      mi-              la             re7  sol

 

questa tua canzone la vorrei veder volare sopra i tetti di Firenze per poterti

       la              re          si      sol                mi-      sol

 

conquistare.

la7/4  

 

 

Marco Manusso (chitarra acustica ed elettrica)
Peppe Caporello (basso)
Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)
Francesco De Gregori (armonica)
Alfredo Minotti (batteria e congos)

Addio a Caterina Bueno

E’ morta ieri, lunedì 16 luglio, la cantante Caterina Bueno.
Una scomparsa improvvisa quella dell’artista sessantunenne, che avrebbe dovuto esibirsi durante il prossimo week end ad un festival.
La Bueno divenne famosa durante gli anni Sessanta come cantante e ricercatrice.
Negli anni del suo esordio, quando Caterina cominciò ad esibirsi come solista, ad accompagnarla alla chitarra c’era un giovane Francesco De Gregori. De Gregori rimase tanto colpito dalla cantante toscana da dedicarle una canzone negli anni Ottanta, intitolata “Caterina”.
(Fonte: Quotidiano Nazionale e La Repubblica)
- © Tutti i diritti riservati. Rockol.com S.r.l. http://www.rockol.it/ (17 Lug 2007)

 

IO E CATERINA - Intervista a Francesco De Gregori - (estratto da L'Isola che non c'era -luglio 2001)

di Andrea Fantacci

 

L'Isola offre ai suoi lettori un documento unico. Un'intervista con Francesco De Gregori, realizzata il 6 febbraio 1997 al Cineteatro Metropolitan di Siena in occasione di un suo concerto.

L'intervista, curata da Andrea Fantacci, doveva fare parte di un grosso lavoro dell'università di Siena su Caterina Bueno, cantante e ricercatrice toscana di musica popolare che ha avuto un ruolo basilare per De Gregori. Tanto che nel 1982 in "Titanic" ha dedicato uno dei suoi più bei brani, Caterína appunto, proprio a lei e al periodo in cui si sono conosciuti e hanno collaborato, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. A partire dagli esordi al Folkstudío di Roma sino ad un tour che De Gregori fece come chitarrista della Bueno.

Il lavoro dell'Università dì Siena non è mai stato completato ed è interamente inedito, compresa quest'intervísta, che mette in luce aspetti scarsamente noti e di grande rilievo del percorso artistico del cantautore romano, ma che permette anche di parlare della Bueno, una figura di estrema importanza della musica tradizionale italiana e a cui dedicheremo ampio spazio sul prossimo numero.

 

In quale periodo e come hai conosciuto Caterina?

Non so essere molto preciso, ero molto gìovane, non avevo ancora fatto un disco, e quindi io penso nel '69, '70, quegli anni lì.

Che tipo di collaborazione è nata? Tu sei un cantautore e lei una cantante popolare. Queste due anime convivevano? I vostri spettacoli come li organizzavate?

Convivevano geograficamente in un luogo fisico che era il Folkstudio di Roma, dove passavano molti cantanti popolari e ricercatori di musica popolare: la Marini, la Bueno, Sandra Mantovani, Settimelli, il Duo di Piadena, Matteo Salvatore, Otello Profazio, e contemporaneamente, parallelamente, passavano anche giovanissimi o anche meno giovani autori, cantanti, interpreti. C'ero io, Antonello Venditti, Giorgío Lo Cascio, Bassignano. Arrivava gente dall'America, dall'Inghilterra in quegli anni, che faceva della musica che per noi era sconosciuta. Mi ricordo un duo che si chiamava John e Jean. Con due chitarre cominciavano a farci conoscere le canzoni di Bob Dylan e altri che noi non conoscevamo. Quindi il Folkstudio era un punto d'incontro di varie tendenze, di vari generi musicali. E chiaramente da questi incontrì nascevano anche contaminazioni. lo fui uno degli esempi più fulgidi di queste contaminazioni. Cominciavo a scrivermi le canzoni, però contemporaneamente ero anche molto ammiratore di Fabrizio De André e anche delle canzoni popolari italiane, Bella Ciao, Gorizia, le più pubblicizzate. Quando il Folkstudio mi invitava a fare una serata, per evitare di espormi troppo direttamente con le mie canzoni, delle quali non ero così sicuro, nella prima parte facevo dei pezzi della tradizione popolare, facevo canzoni delle mondine, canzoni anarchiche. Questo era molto bello, perché era un repertorio che potevano fare tutti, non c'era molta accademia, nessuno si scandalizzava. Anche se Otello Profazio le aveva fatte molte volte. Ecco, ma se andavo lì, e facevo un pezzo che era del repertorio dei Duo di Piadena, io, studentello di Roma, sbarbatello borghese figlio di borghesi andavo Iì, non gliene fregava niente a nessuno. Ho fatto anche pezzi di Caterina, come Maremma. Io poi avevo un atteggiamento di grande rispetto per questi personaggi, perché mi rendevo conto che, chi più chi meno, Caterina sicuramente più di altri, faceva un lavoro dì grande importanza, e lo faceva con grande competenza e grande buona fede. Caterína rifulgeva insomma. E quando poi lei un'estate doveva fare venti, trenta serate, dichiarò di avere bisogno di due chitarristi anche se poi lei la chitarra se la suona, e la suonava come me. Un altro chitarrista, che si chiamava Antonio De Rose, era invece uno che suonava musica classica. Però era questo clima di grande gioia, non di professionismo, ma dì non accademia, per cui anche un chitarrista classico era tutto dìvertito, a suonare con me, e ad accompagnare una cantante come Caterina. E quindi ci imbarcammo in quest'avventura, che poi a ripensarci adesso è stata la mia..

Quanto è durata?
Non so, diciamo un mese, forse qualcosa di più, è stata la mia prima tournée, cioè è stata la prima volta che uscivo da casa mia, per andare a Firenze... ci fermammo in una pensione, proprio dietro alla Biblioteca Nazionale, una bellissima pensione, un palazzo antico, mi ricordo ancora. Mi riesce difficile parlare di tutto questo. Però quello che vorrei dire, che vorrei venisse fuori, è che io ho scritto una canzone su Caterina perché forse l'unico modo che io ho per descrivere è utilizzare un linguaggio poetico, che appartiene a Caterina. Secondo me può essere descritta soltanto attraverso un linguaggio poetico. Parlare di quello che ha fatto, di com'era. Era una donna stupenda, in tutti i sensi, una donna che a me ha dato un forte esempio su come si lavora, sulla correttezza nei confronti del pubblico, sulla correttezza nei confronti dei compagni di lavoro; insomma per me è stata un'esperienza fondamentale. lo a quel tempo non avevo assolutamente idea di cosa fosse questo mestiere, è evidente. Caterina era un po' incuriosita del fatto che scrivessi canzoni; infatti mi diceva "perché non ne fai  qualcuna prima che incominci a cantare le mie?" Ma io mi sono sempre vergognato.

Con lei hai fatto solo il chitarrista, il corista...
Solo il chitarrista, e mi divertivo. Poi lei a volte era molto logorroica nelle presentazioni, a volte esagerata, per lei è essenziale. C'era un pubblico che era preparato: andavo lì perché conosceva Caterina e voleva sentire. Sarebbe stato lì anche tre ore. Altri, le famiglie, i giovanotti, invece no. Ma lei imperterrita se ne fregava. E anche questa è stata una grande lezione su come si sta sulla scena.

Ho intervistato Fausto Amodei e la domanda che gli ho fatto riguarda qualcosa di particolare dì Caterina mi ha detto che lei aveva degli strumentisti di altissirna classe, che forse sotto il suo influsso riuscivano ad adeguarsi a una chiave etnomusicologica rigorosa. Non era mai un tradimento, non si trasformavano mai in Segovia. 

Secondo te è vero, e a che cosa lo attribuisci?
E' vero. Lo attribuisco alla forte personalità che aveva Caterina, e alla sua capacità di comunicare le cose che sa.

Quanto ti ha influenzato Caterina in alcune composizioni (in "Titanic" è evidente) ma comunque in generale, a livello artistico e umano?
Mah, l'ho già detto. A livello umano tantissimo. Ti faccio un esempio, addirittura esagerato: Caterina pigliava 90.000 lire a quel tempo, o può essere 120.000 lire. Ecco: lei divideva per tre. A me faceva comodo, e anche a Antonio De Rose, ma tutt'e due onestamente dicevamo "non
è giusto, perché qui la gente vuole te, non dividiamo per tre, dividiamo per sei e tu pigli quattro parti". Lei non ne volle mai sapere nulla. Un atteggiamento se vuoi anche eccessivo. Ecco, questo per dirti anche qual è il grande rigore morale e il grande disinteresse per i fatti economici di Caterina. Lei, nata per cantare, per darsi alla gente, e fiera, fiera di sé in modo straordinario. Ora ti racconto questo: ho fatto un concerto a Firenze, lei è venuta e io non lo sapevo, però pensando che lei ci fosse ho fatto la canzone Caterina anche perché poi dice "i tetti di Firenze" quindi la gente è contenta. Allora, come capita spesso in tante canzoni che faccio, ci sono dei versi che ballano, a volte dico in un modo a volte in un altro. Il verso in questione era "per i tetti di Firenze per poterti conquistare", come dice la canzone nel disco. Invece io a volte dico "per poterti consolare" perché fin dall'inizio ero indeciso fra i due verbi. Allora quella sera dissi "per poterti consolare". Viene Caterina in camerino le dico "sei contenta? Ho fatto la tua canzone. "Sì, sì, grazie però non mi piace che dici 'per poterti consolare'. lo le dico "Caterina, ho capito, però tutti abbiamo bisogno di essere consolati nella vita". Lei mi ha guardato e mi ha fatto "Io 'un son mi(a)a tutti!". Ecco, questa è Caterina. Lo ha detto ridendo, l'ha detto come uno scherzo tra vecchi compagni, però me l'ha detto alzando la testa. Più di questo non ti voglio dire.

Quali, invece, i momenti più difficili durante la collaborazione artistica?
Non è mai stata una persona piantagrane, una persona isterica. Si comportava con i disagi di un lavoro fatto con pochi mezzi. Mi ricordo che non sapevamo mai se trovavamo il treno, alberghi brutti,