CARAVAN / SONY 2017  EAN: 0889854093112

Registrato al Teatro Antico di Taormina il 27 agosto 2016 - Data di pubblicazione: 3 febbraio 2017

Disponibile anche in 3 LP con etichetta Sony

 

Prodotto da Guido Guglielminetti

CD 1: Pezzi di vetro,L'agnello di Dio, La leva calcistica della classe '68, Vai in Africa Celestino!, La storia, Alice, Caterina, Sempre e per sempre, Servire qualcuno, Un angioletto come te, Come il giorno.

CD2: L'abbigliamento di un fuochista, Generale, Il panorama di Betlemme, Sotto le stelle del Messico a trapanar, Titanic, Rimmel, 4 marzo 1943, La donna cannone, Fiorellino 12&35.

 

tutti i brani sono di Francesco De Gregori, tranne i riadattamenti di Servire qualcuno (Gotta Serve Somebody), Un angioletto come te (Sweetheart Like You), Come il giorno (I Shall Be Released) di Bob Dylan e 4.3.1943 (Pallottino-Dalla)

 

 

 

 

 

 

Giovanni Chinnici

Fenia Galtieri

Vincenzo Lombi

Ferdinando Salzano

Fabrizio De Carolis

Riccardo Vitanza

Orazio Caratozzolo

Lorenzo Tommasini

Simone Di Pasquale

Salvo Fauci

Direttore di

Produzione

Assistente di Produzione

Personal manager

Produttore F&P Group

Mix  Macinarino recording studio

Fonico di sala

Reference Mastering

Mix  Macinarino recording studio

Fonico di palco

Backliner

Alessandro Morella

Andrea Coppini

Massimo Barbieri

Mimmo Griffa

Maurizio Degni

Valeria Bissacco

Enzo Memoli

Daniele Barraco

Silvia Codignola

Giampaolo Bernardini

Backliner

Light designer

Fonico di sala

Trasporti

Autista Artista

foto pagg. 2,3,7

foto pagg. 8,10,12

foto pagg. 14,16

Copertina

merchandising

P.A. Manager: Stefano Guidoni  - art & visual concept: Laura Battista

credit F&P Group: Ivana Coluccia, Riccardo Brambilla, Francesco Negroni, Francesca Bevilacqua, Gianluca Fiore, Carmela Cordisco, Fabio Rhodio

 

 

 

 

 

I TESTI, NELLE VERSIONI DEL DISCO

 grazie a Samuele Romano

 

PEZZI DI VETRO

 

L’uomo che cammina sui i pezzi di vetro,

dicono ha due anime e un sesso,

di ramo duro il cuore.

E una luna e dei fuochi alle spalle,

mentre balla e balla

sotto l’angolo retto di una stella.

Niente a che vedere col circo,

né acrobata, né mangiatore di fuoco,

piuttosto un santo a piedi nudi,

quando vedi che non si taglia, già lo sai,

ti potresti innamorare di lui,

forse sei già innamorata di lui.

Cosa importa se ha vent’anni

e nelle pieghe della mano,

una linea che gira

e lui risponde serio: «È mia»,

sottintende la vita.

E la fine del discorso la conosci già,

era acqua corrente un po’ di tempo fa,

e adesso si è fermata qua.

Non conosce paura,

l’uomo che salta e vince sui vetri

e spezza bottiglie, ride e sorride

perché ferirsi non è possibile,

morire meno che mai e poi mai.

E insieme visitate la notte,

che dicono è due anime e un letto

e un tetto di capanna utile e dolce

come ombrello teso tra le terra e il cielo.

Lui ti offre la sua ultima carta,

il suo ultimo prezioso tentativo di stupire

quando dice: «È quattro giorni che ti amo,

ti prego non andare via,

non lasciarmi ferito».

E non hai capito ancora, come mai

gli hai lasciato in un minuto tutto quel che hai,

però stai bene dove stai,

però stai bene dove stai.

 

VAI IN AFRICA, CELESTINO!

 

Pezzi di stella, pezzi di costellazione.

Pezzi d’amore eterno, pezzi di stagione.

Pezzi di ceramica, pezzi di vetro.

Pezzi di occhi che si guardano indietro.

Pezzi di carne, pezzi di carbone.

Pezzi di sorriso, pezzi di canzone.

Pezzi di parola, pezzi di parlamento.

Pezzi di pioggia, pezzi di fuoco spento.

Ognuno è figlio del suo tempo,

ognuno è libero col suo destino.

Chiudi gli occhi e vai in Africa, Celestino!

Pezzi di strada, pezzi di bella città.

Pezzi di marciapiedi, pezzi di pubblicità.

Pezzi di cuori, pezzi di fedi.

Pezzi di chilometri, pezzi di metri.

Pezzi di “come”, pezzi di “così”.

Pezzi di plastica, pezzi di MTV.

Pezzi di scambio, pezzi sotto scacco.

Pezzi di gente che si tiene il pacco.

E ognuno è figlio della sua sconfitta,

ognuno merita il suo destino.

Scendi le scale e vai in Africa, Celestino!

Pezzi di storia, pezzi di divisione.

Pezzi di Resistenza, pezzi di Nazione.

Pezzi di casa Savoia, pezzi di Borbone.

Pezzi di corda, pezzi di sapone.

Pezzi di bastone, pezzi di carota.

Pezzi di motore contro pezzi di ruota.

Pezzi di fame, pezzi d’immigrazione.

Pezzi di politica, pezzi di persone.

E ognuno porta la sua croce,

ognuno inciampa sul suo cammino.

Scendi le scale e vai in Africa, Celestino!

Pezzi di pericolo, pezzi di coraggio.

Pezzi di vita che diventano viaggio.

Pezzi di Pasqua, pezzi di Natale.

Pezzi di bene dentro a pezzi di male.

Pezzi di mascalzone, pezzi che non sei altro.

Pezzi di velocità lungo pezzi d’asfalto.

Pezzi di briciola, pezzi di vetrina.

Pezzi di colla da annusare, pezzi di eroina.

E ognuno vive come vuole,

ognuno è vittima e assassino.

Brucia tutto e vai in Africa, Celestino!

 

 

SERVIRE QUALCUNO (Gotta serve somebody)

 

Puoi fare il diplomatico in Francia o in Spagna

puoi vivere per il gioco o vivere per la danza,

puoi essere il peso massimo più forte che ci sia,

puoi essere una gran signora in un abito di sartoria.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

Forse sarà il diavolo, forse sarà Dio,

ma devi sempre servire qualcuno.

Puoi essere un cantante, puoi essere una pop star,

puoi avere soldi e droghe, avere donne a volontà,

puoi essere un ladrone, puoi essere un Senatore

e possono chiamarti Capo

o possono chiamarti Dottore.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

forse sarà il diavolo, forse sarà Dio

ma devi sempre servire qualcuno.

Puoi essere un soldato, puoi essere un pirata

puoi essere il proprietario di una TV privata

puoi essere ricchissimo o vivere in povertà

puoi andartene in un altro continente

sotto un’altra identità.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

forse sarà il diavolo, forse sarà Dio

ma devi sempre servire qualcuno.

Puoi essere un politico, anche prendere tangenti

puoi essere uno stupido che vive di espedienti.

puoi essere un barbiere, essere un rabdomante

puoi essere un’ereditiera, puoi essere un passante.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

forse sarà il diavolo, forse sarà Dio

ma devi sempre servire qualcuno.

Puoi vestirti di seta, puoi vestirti di cotone

ti può piacere il whisky o il succo di limone

e può piacerti il pane, può piacerti il caviale

puoi dormire in un albergo di lusso o in una casa circondariale.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

forse sarà il diavolo, forse sarà Dio

ma devi sempre servire qualcuno.

Puoi chiamarmi Ferdi, puoi chiamarmi Vale

puoi chiamarmi Fede, poi chiamarmi Ale

puoi chiamarmi Ciccio, puoi chiamarmi Generale

chiamami come credi e chiamami come ti pare.

Ma devi sempre servire qualcuno

devi sempre servire qualcuno

forse sarà il diavolo, forse sarà Dio

ma devi sempre servire qualcuno.

 

UN ANGIOLETTO COME TE (Sweetheart like you)

 

L’atmosfera è buona, lui non c’è,

è andato all’estero e non tornerà.

La vanità se l’è mangiato vivo,

però è partito con dignità.

Ma per inciso “che bel sorriso”,

adesso che sei in piedi qui davanti a me.

Ma che ci fa in un posto simile un angioletto come te?

C’è stata un’altra che ti somigliava,

l’ho conosciuta tanto tempo fa.

Era fantastica a dare le carte, era bravissima,

me la ricordi per quel cappello e per come ti sta.

Ma la Regina di Cuori deve uscire dal tavolo e facile,

prima c’era ed adesso non c’è.

Ma che ci fa in un posto simile un angioletto come te?

Facevi meglio a restare a casa

e non andartene in cerca di guai.

Dovresti amare chi ti vuole bene

e non vorrebbe farti piangere mai.

Ora è difficile capire dal primo bacio

il tuo limite estremo qual è.

Ma che ci fa in un posto simile un angioletto come te?

Stasera puoi diventare famosa,

la gente per strada si volterà:

vorranno tutti sapere qualcosa

 e che se è stato difficile

camminare su pezzi di vetro e ritrovarsi qua.

Lo sai, da un pezzo si parlava di te

ancora prima che arrivasse in città

e che tuo padre ha un aereo privato

e molte case di proprietà.

Scappa da tutto questo, la gente è gelosa:

fanno finta di amarti e ti odiano senza un perché.

Ma che ci fa in un posto simile un angioletto come te?

Devi essere qualcuno per stare qui stasera,

essere pronta a dannarti l’anima.

Devi convincerti che non sei l’unica a esistere,

devi suonare l’armonica

finché la bocca non sanguina.

Qualcuno ha detto che l’Amor di Patria

è l’ultimo rifugio che c’è.

Ruba una mela e finirai in galera.

Ruba un palazzo e ti faranno Re.

C’è solo un passo da fare adesso,

il Paradiso lo sai bene dov’è.

Ma che ci fa in un posto simile un angioletto come te?

 

LA DONNA CANNONE

 

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno, giuro che lo farò

e oltre l’azzurro della tenda, nell’azzurro, io volerò.

Quando la donna cannone, d’oro e d’argento diventerà,

senza passare per la stazione l’ultimo treno prenderà.

E in faccia ai maligni e ai superbi, il mio nome scintillerà

e dalle porte della notte, il giorno si bloccherà.

Un applauso del pubblico pagante, lo sottolineerà

e dalla bocca del cannone, una canzone suonerà.

E con le mani amore, per le mani ti prenderò

e senza dire parole, nel mio cuore ti porterò

e non avrò paura se non sarò bella come vuoi tu.

Ma voleremo in cielo in carne e ossa,

non torneremo più.

E senza fame e senza sete

e senza ali e senza rete, voleremo via.

Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò

tutta sola verso un cielo nero, nero s’incamminò.

Tutti chiusero gli occhi, nell’attimo esatto in cui sparì.

Altri giurarono e spergiurarono, che non erano mai stati lì.

E con le mani amore, per le mani ti prenderò

e senza dire parole, nel mio cuore ti porterò

e non avrò paura se non sarò bella come dici tu.

Ma voleremo in cielo in carne e ossa,

non torneremo più.

E senza fame e senza sete

e senza ali e senza rete, voleremo via.

 

4/3/43

 

Dice che era un bell’uomo e veniva dal mare.

Parlava un’altra lingua, però sapeva amare

e quel giorno, lui prese a mia madre

sopra un bel prato, l’ora più dolce

prima d’essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza sul porto,

con l’unico vestito ogni giorno più corto

e benché non sapesse il nome e nemmeno il paese,

mi aspettò come un dono d’amore

fino dal primo mese.

Compiva sedici anni quel giorno la mia mamma.

Le strofe di taverna le cantò a ninna nanna

e stringendomi al petto che sapeva,

sapeva di mare.

Giocava a far la donna con un bimbo da fasciare.

E forse fu per gioco o forse per amore

che mi volle chiamare come nostro Signore.

Della sua breve vita, il ricordo più grosso,

è tutto in questo nome che io mi porto addosso.

E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino,

per la gente del porto mi chiamo Gesubambino.

L’AGNELLO DI DIO

 

Ecco l’agnello di Dio, chi toglie i peccati del mondo.

Disse la ragazza slava venuta allo sprofondo.

Disse la ragazza africana sul Raccordo Anulare.

Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare

e sceso dall’automobile per contrattare.

Ecco l’agnello di Dio che viene a pascolare.

Ecco l’agnello di Dio.

Ecco l’agnello di Dio, all’uscita della scuola.

Ha gli occhi come due monete, e il sorriso come una tagliola.

Ti dice che cosa ti costa, ti dice che cosa ti piace.

Prima ancora della tua risposta ti da un segno di pace

e intanto due poliziotti fanno finta di non vedere.

Ecco l’agnello di Dio, padrone del quartiere.

Ecco l’agnello di Dio, padrone del mestiere.

Oh, aiutami a stare dove si può,

prenditi tutto quello che ho.

Insegnami le cose che ancora non so, non so.

E dimmi quante maschere avrai, regalami i trucchi che sai.

Insegnami ad andare dovunque sarai sarò.

E dimmi quante maschere avrò.

Ecco l’agnello di Dio, vestito da soldato.

Con le gambe fracassate, col naso insanguinato.

Si nasconde dentro alla terra,

tra le mani ha la testa di un uomo.

Ecco l’agnello di Dio, venuto a chiedere perdono

che si ferma ad annusare il vento,

ma nel vento sente odore di piombo.

Ecco l’agnello di Dio, perduto in cima al mondo.

Ecco l’agnello di Dio, padrone di tutto il mondo.

Percosso e benedetto, ai piedi di una montagna.

Chiuso dentro una prigione, braccato per la campagna.

Nascosto dentro a un treno, legato sopra un altare.

Ecco l’agnello di Dio, che nessuno lo può salvare.

Perduto e benedetto, che nessuno lo può trovare.

Ecco l’agnello di Dio, senza un posto dove andare.

Ecco l’agnello di Dio, senza niente da mangiare.

Ecco l’agnello di Dio, senza lignua per parlare.

Ecco l’agnello di Dio, senza un posto dove stare.

Oh, aiutami a stare dove si può

e prenditi tutto quello che ho.

Insegnami le cose che ancora non so, non so.

Dimmi quante maschere avrai,

regalami i trucchi che fai.

Insegnami ad andare dovunque sarai sarò.

Dimmi quante maschere avrò, se mi riconoscerai.

Dovunque sarò, sarai. Ecco l’agnello di Dio,

chi toglie i peccati del mondo. Ecco l’agnello di Dio.

 

LA STORIA

 

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso;

siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,

questo rumore che rompe il silenzio,

questo silenzio così duro da raccontare.

E poi ti dicono: «Tutti sono uguali,

tutti rubano nella stessa maniera».

Ma è solo un modo per convincerti

a restare chiuso in casa, quando viene la sera;

però la storia non si ferma davvero davanti a un portone.

La storia entra dentro le stanze e le brucia,

 la storia dà torto o dà ragione.

La storia siamo noi,

siamo noi che scriviamo le lettere,

siamo noi che abbiamo tutto da vincere

e tutto da perdere.

E poi la gente (perché è la gente che fa la storia),

quando si tratta di scegliere e di andare,

te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,

che sanno benissimo cosa fare:

quelli che hanno letto un milione di libri

e quelli che non sanno nemmeno parlare;

ed è per questo che la storia dà i brividi,

perché nessuno la può negare.

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli.

Siamo noi, bella ciao, che partiamo.

La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.

La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.

 

 

CATERINA

 

Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo

e quell’angelo eri tu.

Con due spalle da uccellino in un vestito troppo piccolo

e con gli occhi ancora blu.

E la chitarra veramente la suonavi molto male,

però quando cantavi, sembrava Carnevale.

E una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero,

a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero.

E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno.

Quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo

devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,

la solitudine e le valigie di un amore che vola via.

E Cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo

e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.

Chissà se in quei momenti ti ricordi della mia faccia,

quando la notte scende e ti si gelano le braccia.

Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto,

forse non ti direi niente, ma ti guarderei soltanto.

Chissà se giochi ancora con i riccioli sull’orecchio

o se guardandomi negli occhi, mi troveresti un po’ più vecchio.

E quanti mascalzoni hai conosciuto e quanta gente

e quante volte hai chiesto aiuto e non ti è servito a niente.

Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare

per i tetti di Firenze, per poterti conquistare.

 

 

L’ABBIGLIAMENTO DI UN FUOCHISTA

 

Figlio con quali occhi,

con quali occhi ti devo vedere.

Coi pantaloni consumati al sedere

e queste scarpe nuove nuove.

Figlio senza domani,

con questo sguardo di animale in fuga

e queste lacrime sul bagnasciuga

che non ne vogliono sapere.

Figlio con un piede ancora in terra

e l’altro già nel mare,

con una giacchetta per coprirti

ed un berretto per salutare,

e i soldi chiusi dentro alla cintura

così nessuno te li può strappare,

la gente oggi non ha più paura,

nemmeno di rubare.

Ma mamma a me mi rubano la vita,

quando mi mettono a faticare

per pochi dollari nelle caldaie

sotto al livello del mare.

In questa nera nera nave che mi dicono

che non può affondare.

In questa nera nera nave che mi dicono

che non può affondare.

Figlio con quali occhi

e quale pena dentro al cuore.

Adesso che la nave se ne è andata

e sta tornando il rimorchiatore.

Figlio senza catene,

senza camicia così come sei nato.

Su questo Atlantico cattivo,

figlio già dimenticato.

Figlio che avevi tutto

e che non ti mancava niente

e andrai a confondere la tua faccia

con la faccia dell’altra gente.

E che ti sposerai sicuramente

in un bordello amaricanu

E avrai dei figli con una donna strana

e che non parlano l’italiano.

Ma mamma io per dirti il vero l’italiano

non so cosa sia.

E pure se attraverso il mondo

non conosco la geografia.

In questa nera nera nave che mi dicono

che non può affondare.

In questa nera nera nave che mi dicono

che non può affondare.

 

GENERALE

 

Generale, dietro la collina

ci sta la notte crucca e assassina.

E in mezzo al prato c’è una contadina

curva sul tramonto, sembra una bambina

di cinquant’anni e di cinque figli

venuti al mondo come conigli.

Partiti al mondo come soldati

e non ancora tornati.

Generale, dietro la stazione,

lo vedi il treno che portava al sole?

Non fa più fermate neanche per pisciare,

si va dritti a casa senza più pensare

che la guerra è bella anche se fa male.

Che torneremo ancora a cantare

e a farci fare l’amore, l’amore

dalle infermiere.

Generale, la guerra è finita.

Il nemico è scappato, è vinto, battuto.

Dietro la collina non c’è più nessuno,

solo aghi di pino e silenzio e funghi

buoni da mangiare, buoni da seccare,

da farci il sugo quando viene Natale.

Quando i bambini piangono e a dormire

non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle,

queste cinque lacrime sulla mia pelle

che senso hanno dentro al rumore

di questo treno

che è mezzo vuoto e mezzo pieno

e va veloce verso il ritorno?

Tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa,

è quasi amore.

 

RIMMEL

 

E qualcosa rimane

tra le pagine chiare e le pagine scure.

E cancello il tuo nome dalla mia facciata

e confondo i miei alibi e le tue ragioni,

i miei alibi e le tue ragioni.

Chi mi ha fatto le carte,

mi ha chiamato vincente, ma uno zingaro è un trucco.

E un futuro invadente, fossi stato un po’ più giovane

l’avrei distrutto con la fantasia,

l’avrei stracciato con la fantasia.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo

e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro.

Ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo,

li puoi nascondere o giocare come vuoi

o farli rimanere buoni amici come noi.

Santa voglia di vivere

e dolce Venere di rimmel.

Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi

se per caso avevo ancora quella foto

in cui tu sorridevi e non guardavi.

Ed il vento passava

sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona

e quando io, senza capire ho detto: «Sì»,

hai detto: «È tutto quel che hai di me».

È tutto quel che ho di te.

O farli rimanere buoni amici come noi.

 

 

IL PANORAMA DI BETLEMME

 

Un uomo ferito alla schiena, sulla sabbia si trascina

e sente la terra che chiama, sente la notte che sta per venire.

E dice: «Signore ti prego, lasciami respirare,

lasciami un po’ riposare prima che devo morire» .

E dice: «Signore, lo vedi questa mosca dispettosa

che vola sulla mia schiena e non ancora si posa».

Un uomo disteso per terra, in una terra di frontiera

che guarda la riva del fuoco, che piano piano diventa nera.

E dice: «Non era la mia intenzione

rubare l’albero del pane, ma non sono quel tipo di uomo

che si arrende senza sparare.

E adesso ridammi i miei gradi, restituiscimi il comando

che questa mosca continua a volare,

mentre mi sta dissanguando».

E adesso le ombre si allungano e nascondono la spianata.

Gli eserciti si riposano alla fine della giornata.

E l’uomo che sta morendo prova a togliersi gli stivali

e dice: «Signore, le mosche non dovrebbero avere ali».

E dice: «Signore, lo vedi il panorama di Betlemme;

questo cielo senza riparo, questo sipario di fiamme».

LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE ‘68

 

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,

sole che batte sul campo di pallone

e terra e polvere che tira vento

e poi magari piove.

Nino cammina che sembra un uomo,

con le scarpette di gomma dura.

Dodici anni e il cuore pieno di paura.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,

non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

Un giocatore lo vedi dal coraggio,

dall’altruismo, dalla fantasia.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai

di giocatori tristi che non hanno vinto mai

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro al bar.

E sono innamorati da dieci anni

con una donna che non hanno amato mai.

Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.

Nino capì fin dal primo momento,

l’allenatore sembrava contento

e allora mise il cuore dentro alle scarpe

e corse più veloce del vento.

Prese un pallone che sembrava stregato,

accanto al piede rimaneva incollato,

entrò nell’area, tirò senza guardare

ed il portiere lo lasciò passare.

Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore,

non è certo da questi particolari che si giudica un giocatore.

Un giocatore lo vedi dal coraggio,

dall’altruismo, dalla fantasia.

E il ragazzo si farà

anche se ha le spalle strette.

Quest’altr’anno giocherà

con la maglia numero sette.

 

ALICE

 

Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole,

mentre il mondo sta girando senza fretta.

Irene al quarto piano e lì tranquilla

che si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta.

E Lilì Marleen, bella più che mai,

sorride, non ti dice la sua età,

ma tutto questo Alice non lo sa.

Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole,

mentre il sole a poco a poco si avvicina.

E Cesare perduto nella pioggia,

sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina.

E rimane lì a bagnarsi ancora un po’

e il tram di mezzanotte se ne va,

ma tutto questo Alice non lo sa.

«E io non ci sto più», gridò lo sposo e poi

tutti pensarono dietro ai cappelli:

«Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto»,

ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa,

non è così che se ne andrà.

Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole,

mentre il sole fa l’amore con la luna.

Il mendicante arabo ha un cancro nel cappello,

ma è convinto che sia un portafortuna.

Non ti chiede mai pane o carità

e un posto per dormire non ce l’ha,

ma tutto questo Alice non lo sa.

«E io non voglio più» e i pazzi siete voi.

Tutti pensarono dietro ai cappelli:

«Lo sposo è impazzito oppure ha bevuto»,

ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa,

non è così che se ne andrà, che se ne andrà.

 

 

SEMPRE E PER SEMPRE

 

Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone,

fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano

e tornano e non la smettono mai.

Sempre e per sempre tu ricordati,

dovunque sei, se mi cercherai.

Sempre e per sempre, dalla stessa parte,

mi troverai.

Ho visto gente andare, perdersi e tornare

e perdersi ancora

e tendere la mano a mani vuote.

E con le stesse scarpe camminare e andare

per diverse strade o con diverse scarpe

su una strada sola.

Tu non credere se qualcuno ti dirà,

che io non sono più lo stesso ormai.

Pioggia e sole abbaiano e mordono,

ma lasciano, lasciano il tempo che trovano.

Il vero amore può nascondersi, confondersi,

ma non può perdersi mai.

Sempre e per sempre,

dalla stessa parte, mi troverai.

Sempre e per sempre,

dalla stessa parte, mi troverai

 

 

COME IL GIORNO (I shall be released)

 

Del giorno qua di fuori non c’è traccia

e dicono che è meglio che è così

ma non dimentico la faccia

di chi mi ha preso e mi ha sbattuto qui.

E la mia luce intorno

è di innocenza e verità

ogni giorno è il giorno, benedetto il giorno

che uscirò da qua.

E dicono che un uomo può sbagliare,

e certi errori costano parecchio

ma quando il sole passa lungo il muro

io mi ci vedo come in uno specchio.

E la mia luce intorno

è di innocenza e verità

ogni giorno è il giorno, benedetto il giorno

che uscirò da qua.

L’uomo seduto accanto a me parla continuamente

ripassa la sua vita e non ci sta

e parla e dice e giura che non ha fatto niente

che non dovrebbe essere qua.

E la mia luce intorno

è di innocenza e verità

ogni giorno è il giorno, benedetto il giorno

che uscirò da qua.

E la mia luce intorno

è di innocenza e verità

ogni giorno è il giorno, benedetto il giorno

che uscirò da qua.

TITANIC

 

La prima classe costa mille lire, la seconda cento,

la terza dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto

e odore di mare morto.

Sior Capitano mi stia a sentire, ho belle e pronte le mille lire,

in prima classe voglio viaggiare su questo splendido mare.

Ci sta mia figlia che ha quindici anni

ed a Parigi ha comprato un cappello,

se ci invitasse al suo tavolo a cena stasera

come sarebbe bello.

E con l’orchestra che ci accompagna

con questi nuovi ritmi americani

saluteremo la Gran Bretagna

col bicchiere fra le mani.

E con il ghiaccio dentro al bicchiere

faremo un brindisi tintinnante

a questo viaggio davvero mondiale

e a questa luna gigante.

Ma chi l’ha detto che in terza classe,

che in terza classe si viaggia male,

questa cuccetta sembra un letto a due piazze,

ci si sta meglio che in ospedale.

A noi cafoni ci hanno sempre chiamati,

ma qui ci trattano da signori,

che quando piove si può star dentro,

ma col bel tempo veniamo fuori.

Su questo mare nero come il petrolio,

ad ammirare questa luna-metallo

e quando suonano le sirene

ci sembra quasi che canti il gallo.

Ci sembra quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore

piano, piano si possa squagliare

in mezzo al fumo di questo vapore

di questa vacanza in alto mare.

E gira, gira, gira, gira l’elica

e gira, gira che piove e nevica,

per noi ragazzi di terza classe

che per non morire si va in America.

E il Marconista sulla sua torre,

le lunghe dita celesti nell’aria,

trasmetteva saluti e speranze

per questa crociera straordinaria

e riceveva messaggi d’auguri

in quasi tutte le lingue del mondo.

Comunicava tra Vienna e Chicago

in poco meno di un secondo.

E la ragazza di prima classe,

innamorata del proprio cappello,

quando la sera lo vide ballare,

lo trovò subito molto bello.

Forse per via di quegli occhi di ghiaccio

così difficili da evitare,

pensò: «Magari con un po’ di coraggio,

prima dell’arrivo, mi farò toccare».

E com’è bella la vita stasera

tra l’amore che tira ed un padre che predica,

per noi ragazze di prima classe

che per provarci si va in America.

Per noi ragazze di prima classe

che per provarci si va in America.

Per noi ragazze di prima classe

che per provarci si va in America.

 

SOTTO LE STELLE DEL MESSICO

A TRAPANÀR

 

Sotto le stelle del Messico a trapanàr,

nelle miniere di petrolio a dimenticàr

e nelle sere quando scende la sera andàr

sotto le stelle del Messico a trabajàr.

Sotto la luna dei tropici a innamoràr,

dentro le ascelle dei poveri a respiràr,

sul pavimento dei treni a vomitàr

e quando arriva lo sciopero a scioperàr.

E quando arriva la musica a emozionàr

e quando arriva le femmine a immaginàr

e intanto arriva la notte e si va si va

sotto le stelle del Messico a passeggiàr.

E quando arrabbiano i diavoli a spaventàr

e quando tornano gli angeli a ringraziàr

e quando suona l’armonica a festeggiàr

e quando torna Domenica a lavoràr.

Sotto le stelle del Messico a ritornàr

e quando arriva le nuvole a riparàr

e quando piove nel fango a trasumanàr

sotto le stelle del Messico a naufragàr.

 

FIORELLINO #12&35

 

Buonanotte, buonanotte amore mio,

buonanotte tra il telefono e il cielo.

Ti ringrazio per avermi stupito,

per avermi giurato che è vero.

Il granturco nei campi è maturo

ed ho tanto bisogno di te.

Buonanotte, questa notte è per te.

Buonanotte, buonanotte fiorellino,

buonanotte tra le stelle e la stanza.

Per sognarti devo averti vicino

e vicino non è ancora abbastanza.

Tutti guardano il cielo aspettando qualcosa

e nessuno sa bene cos’è.

Buonanotte, questa notte è per te.

Buonanotte, buonanotte monetina,

buonanotte tra il mare e la pioggia.

La tristezza passerà domattina

e l’anello resterà sulla spiaggia.

Se per caso qualcuno lo trova

lo può pure lasciare dov’è.

Buonanotte, buonanotte a tutti. Notte.

 

Si ringrazia Samuele Romano per la precisa estrapolazione dei testi così come sono stati interpretati nel disco.  Non si intende in nessun modo violare alcun copyright o legge italiana/internazionale vigente.

 

 

La passione, gli incontri, il Principe e l’arte di arrangiare

di Valeria Bissacco

 

È un privilegio intervistare per L’Isola che non c’era Guido Guglielminetti, bassista, arrangiatore, compositore e produttore italiano tra i più noti ed importanti della scena musicale degli ultimi quattro decenni. Il musicista torinese collabora ed ha collaborato in passato con alcuni fra gli artisti italiani più rappresentativi, tra i quali Umberto Tozzi, Lucio Battisti, Mia Martini e Loredana Bertè, Ivano Fossati e naturalmente Francesco De Gregori, con il quale lavora senza interruzione da più di trent’anni.

Conosco Guido personalmente da tempo, complice la passione per De Gregori e Fossati che mi ha portato ad assistere a parecchi loro concerti. Estremamente serio e attento sul palco, fuori dalle scene ha sempre un sorriso sincero ed una gentilezza splendida e disarmante; è un professionista ma anche, e soprattutto, un vero signore.  Non nascondo un po’ di soggezione ora, nel salutarlo e nel dargli con grandissimo piacere il benvenuto sulla nostra Isola, ma lui riesce a mettermi immediatamente a mio agio con grande disponibilità. Siamo contenti e curiosi di rivolgergli alcune domande, in occasione dell’uscita prevista per domani venerdì 3 febbraio del nuovo disco di Francesco De Gregori, un doppio live registrato al Teatro Romano di Taormina lo scorso 27 agosto, che si intitola Sotto il vulcano ed è prodotto dallo stesso Guglielminetti. Uscirà sia in cd che nella versione più “preziosa”, in vinile.

Buongiorno Guido, e grazie di cuore per aver accolto il nostro invito a rilasciare questa intervista a L’Isola che non c’era. Ci sentiamo telefonicamente in occasione dell’uscita del nuovo lavoro di Francesco De Gregori che tu hai curato, ma nonostante siamo molto curiosi non è di questo che vorrei innanzi tutto chiederti. A quello arriveremo naturalmente dopo, prima mi piacerebbe ci raccontassi qualcosa di te e dei tuoi inizi come musicista. Come hai scelto di suonare il basso e quando hai deciso che la musica sarebbe diventata il tuo mestiere?

Come gran parte dei bassisti ho cominciato suonando la chitarra perché è il primo strumento che viene in mente a tutti, in quanto è quello che spicca di più in un gruppo, e poi il chitarrista è quello che rimorchia le ragazze, mentre il bassista è sempre un po’un personaggio di secondo piano, sullo sfondo, e quindi non lo vuol fare mai nessuno. Quando ho cominciato a suonare in parrocchia e sono entrato a far parte di un gruppo, del quale il cantante era Umberto Tozzi, a loro serviva un basso e quindi io mi sono adattato. In effetti per me è stata una grande fortuna avere questo tipo di opportunità anche perché poi ho scoperto che il bassista, il chitarrista o il batterista sono delle personalità precise, sono caratteri e tipologie di musicisti molto diversi tra loro, ed il basso è uno strumento che mi piace tantissimo.

 La vita è fatta di incontri: noi diventiamo ciò che siamo anche grazie ad alcuni incontri (fortunati o meno) che hanno in qualche modo guidato o condizionato le nostre scelte. Quali sono le persone, o gli eventi, che più sono stati importanti nel tuo percorso musicale?

Guarda, dal mio punto di vista qualsiasi cosa mi sia successa nel bene e nel male è stata molto importante per la mia formazione perché, come sto scrivendo anche nel mio libro in cui ci sarà una parte dedicata appunto a un incidente che ho avuto che è stato determinante per farmi capire cose di me che prima non sapevo, devo dire che tutto ciò che mi è accaduto e tutte le persone che ho incontrato sono state molto importanti. Certo, poi i nomi che lo sono stati di più artisticamente sono Ivano Fossati, col quale ho cominciato un certo tipo di discorso musicale e prima, è chiaro, Umberto Tozzi perché proprio con lui ho iniziato, cioè abbiamo iniziato insieme suonando la chitarra ai giardinetti, e poco per volta abbiamo cominciato a fare questo mestiere seriamente e poi ci siamo separati per ragioni professionali, ma siamo sempre rimasti amici. Fino ad arrivare “al Nostro”, a Francesco De Gregori appunto, col quale ormai lavoro da più di trent’anni. A volte non me ne rendo conto però è più di quanto dura in media un matrimonio, e fra l’altro sono anche contento di notare che non sento, anzi, non sentiamo il peso del tempo.

Guglielminetti bassista, ma anche autore. Ci sono infatti alcune canzoni che portano la tua firma, una delle quali (forse la più famosa) è Un’emozione da poco di Anna Oxa. Ci racconti come hai deciso di dedicarti anche alla scrittura dei brani? 

Mah, un po’ come in tutte le cose che riguardano questa mia grande passione, che poi per mia fortuna è diventata anche un lavoro, le scelte non le ho quasi mai fatte io. Le cose che mi sono successe, sono successe proprio perché per carattere io sono sempre molto aperto e disponibile alle nuove esperienze, non mi tiro mai indietro davanti a niente, per quanto riguarda la musica naturalmente. Quindi, anche in quel caso, stavo lavorando in quel periodo alla RCA con Fossati e abitavamo insieme in un appartamento a Tor Lupara, fuori Roma.

 

 Stavamo lavorando all’album di Ivano La casa del serpente, quando a lui chiesero se avesse un brano per una ragazza esordiente da produrre ma Ivano non aveva niente e chiese a me. Io avevo una cassetta con un po’ di appunti di cose che avevo scritto così in casa, gliele feci sentire e lui scelse due pezzettini che gli piacevano particolarmente e li mise insieme facendoli diventare una canzone, perché poi in realtà erano due pezzi distinti. Ivano improvvisò un testo su un foglio di quaderno e lo facemmo sentire al pianoforte. Il pezzo, nato tutto per caso, piacque e lo fecero, ma ti dico, sinceramente gli ultimi a crederci eravamo io e lui: la canzone è nata da sola praticamente. In effetti è così che spesso accade: le cose migliori avvengono sempre quando meno ci pensi, perché invece più ti concentri su una cosa, cercando di fare sempre il meglio, alla fine rischi di appesantirla.

 Hai da parte qualche sorpresa, per un futuro prossimo, magari un disco di brani tuoi?

C’è il libro, al quale sto lavorando da un bel po’ e su cui adesso sto arrivando alla stretta finale, e che avremmo in programma di far uscire nella prossima primavera. E poi in effetti sul fatto di proporre delle canzoni è da tempo che ci sto pensando, il materiale ce l’ho, e comunque vorrei partire dalle cose che ho scritto per altri e proporle in una mia versione. Sì, prima o poi lo farò, ma sono ancora giovane, ci penserò più avanti! – conclude ridendo.

 Tra gli artisti con i quali hai lavorato, ricordiamo in particolar modo due figure femminili molto diverse tra loro che hanno segnato la storia della musica italiana: Nilla Pizzi e Mia Martini. Come è stato il tuo rapporto con loro, che ricordi porti con te?

Ah, che bello! Mi fa piacere che tu nomini Nilla Pizzi perché quando io ho lavorato con lei ero veramente piccolo, avevo tipo 20/22 anni, ero proprio agli inizi e lavorare con una professionista, una donna così importante ai miei occhi, e oltretutto con il mio retaggio rock, era veramente una cosa incredibile. In quel periodo esistevano ancora le case discografiche, esisteva il mestiere del turnista. Io entrai a far parte dell’Ariston quando aveva ancora gli studi in centro a Milano dietro Galleria del Corso, e quindi io lì facevo il bassista, lavoravo in studio anche con Claudio Rocchi, e comunque stavo lì ed ero a disposizione dei “clienti” della casa discografica. In quel caso Nilla Pizzi doveva fare due dischi: uno di canzoni di suoi successi e un disco di tanghi, io ero lì e quindi mi fecero fare questa cosa. Ero molto preoccupato, perché è un mondo che ancora non mi appartiene adesso, figurati allora, ma la bravura e la dolcezza di questa signora e dei due musicisti anche loro belli grandi che lavoravano con lei ormai da anni, espertissimi, hanno fatto sì che mi sentissi proprio accolto come un figlio. Ma d’altra parte io me ne rendo conto adesso, alla mia età, quando mi trovo a dover lavorare con ragazzi molto giovani anche io ho una sorta di affetto, di senso di protezione nei loro confronti. Quindi lavorare con questi mostri di bravura, perché lei era di una bravura incredibile, è stata un’esperienza bellissima. In un giorno abbiamo fatto due album, perché lei cantava così, le mettevano il microfono davanti e lei cantava, e poi arrivati tipo a mezzogiorno : “Eh no, ragazzi, adesso andiam a mangiare eh!” con questa cadenza romagnola (sorride rumorosamente al telefono) …un’esperienza fantastica!

E poi Mimì. Beh, con Mimì è stato veramente molto bello perché anche in questo caso mi sono trovato a lavorare con una persona di un talento smisurato ed una sensibilità fuori dal comune, sia musicalmente che umanamente. Ci siamo voluti molto bene, lei era molto affezionata a me, e abbiamo fatto veramente un bellissimo percorso. Fra l’altro c’è stato un periodo in cui lei voleva produrre un mio disco, le piacevano le cose che io scrivevo e siamo andati anche in studio per fare un po’ di provini, ma poi la cosa è naufragata semplicemente perché io non ero convinto di voler fare l’artista, per cui a un certo punto le dissi: “guarda io non voglio che stiamo qui a perdere tempo e denaro” e quindi niente, continuammo a fare il nostro lavoro e abbandonammo queste mie velleità artistiche. Una cosa che mi piace ricordare di Mimì è che, un paio di volte tornando a Milano da una serata, e quindi arrivando nei pressi di casa alle 3 del mattino lei ci chiedeva se avessimo fame.  Sai, alle 3 del mattino dopo aver suonato, come fai a dire no? Solo che Mimì non era una che faceva uno spaghettino aglio e olio al volo, quindi arrivavamo a casa sua e si metteva a fare la parmigiana di melanzane, oltre che gli spaghetti, la pasta al forno e tutto il resto! E quindi si finiva per fare le 7 o le 8 otto del mattino, pieni… e niente, era un personaggio eccezionale.

 Hai partecipato come musicista alla registrazione di sei album di Ivano Fossati, compreso l’ultimo Decadancing. Come immaginerai, per noi amanti della musica di qualità, il ritiro di Fossati è stato un colpo durissimo da digerire. Personalmente non credo di essermi ancora abituata all’idea che Ivano non canti più, spero ancora ingenuamente che ci possa ripensare. Come hai vissuto, da musicista e collaboratore, questa sua scelta?

Con Ivano ho fatto il suo penultimo tour. Avrei dovuto fare anche quello dell’estate successiva se non che anche Francesco in quello stesso periodo partiva con i concerti. L’agenzia pensava di organizzare le date in modo che potessi fare tutte e due le cose, solo che poi, confrontando i calendari, mi resi conto che non era possibile e quindi a Ivano dissi: “abbi pazienza, d’altra parte la mia funzione all’interno del gruppo di Francesco è un’altra, non è solo quella di bassista, per cui devo fare una scelta.” Per Ivano non ci fu problema, lui comunque sapeva che prima o poi sarebbe successo, per me è stato un peccato perché sarebbe stato bello continuare a suonare con lui fino alla fine. Dopo la dichiarazione del suo ritiro, ho lasciato passare più o meno un mesetto e poi sono andato a trovarlo, perché avevo questa curiosità, volevo parlare con lui, volevo spiegargli il mio punto di vista. Mi ero reso conto nel frattempo che il modo di lavorare con cui nel corso degli anni mi sono abituato con Francesco è il modo ideale perché noi, come avrai avuto modo di notare, ancora ci divertiamo, per noi è veramente una ricreazione andare a suonare, cosa che invece con Ivano non era assolutamente, era veramente una grande fatica. Era molto molto difficile lavorare in quel contesto, e io chiaramente conoscendo Ivano da sempre, vedevo quanta fatica lui stesso facesse nel portare in giro uno spettacolo in cui ogni sera si dovesse fare sempre la stessa cosa, in quel punto lì, con la stessa intonazione, e fare sempre quei pezzi lì, tutto rigorosamente con le basi, tutto studiato; alla fine entri veramente in uno stato ipnotico perché non suoni. Siccome noi abbiamo iniziato suonando, suonare è veramente la nostra passione, quando tu ti rendi conto invece che di quella cosa lì è rimasto solo lavoro, diventa troppo faticoso, e cominci a sentire la fatica dei viaggi, le scomodità di certi alberghi, senti anche la difficoltà di alcune persone che magari ti stanno vicino. Quindi ho voluto incontrare Ivano per dirgli: “guarda che forse tu ultimamente hai preso una strada, non per colpa tua, che ti ha fatto disaffezionare a questo lavoro. Ma guarda che questo lavoro è bello, io te lo posso dire perché lo sto facendo, e per come lo sto vivendo con Francesco posso testimoniare che è un bellissimo lavoro!” Però, devo dire anche che, invece, ho trovato lui molto sereno, molto tranquillo, finalmente rilassato come non lo vedevo durante il tour, per cui a un certo punto mi son detto: se alla fine, per come lo vedo, sta bene, sono contento per lui. 

E arriviamo a De Gregori, con il quale lavori dal 1985, cioè dall’album Scacchi e tarocchi. Dal 2000 sei anche produttore artistico dei suoi dischi, oltre ad accompagnarlo in questa sorta di never ending tour in cui tu sei il “Capobanda”. Lui si definisce “il cantante della band”, quindi immaginiamo che il vostro rapporto sia parecchio stretto, perlomeno negli ultimi tempi, quasi simbiotico. Ce ne parli?

Sì certo. Devo dire che la crescita del nostro rapporto è stata molto lenta e progressiva, perché entrambi siamo persone non dico chiuse però molto guardinghe, e siamo fondamentalmente molto timidi entrambi. Anzi, posso dire che quella che normalmente viene definita come la scontrosità di De Gregori, altro non è che una forma di timidezza, di riservatezza, che poi ultimamente ha anche in parte superato. E quindi il nostro rapporto è cresciuto molto lentamente, complice anche la distanza, che in questo caso è un fattore positivamente importante. Forse, se abitassimo nella stessa città, potrebbe subentrare quella cosa tipo vedersi quando non c’è niente da fare, che fa quindi prendere all’amicizia una piega diversa. Invece noi ci vediamo quando abbiamo dei progetti su cui lavorare, con grande felicità perché ci vediamo nel momento della ricreazione. Se ci vedessimo anche per andare al cinema ad esempio, dopo un po’ si diventa “quasi parenti” e alla fine secondo me il rapporto un po’ si deteriora. Invece nel caso nostro è cresciuto sì lentamente, ma molto bene. Intanto, io devo a lui la scoperta di cose di me che non conoscevo perché, tornando a quell’aspetto del mio carattere che mi ha sempre permesso di buttarmi nelle avventure a capofitto, quando lui la prima volta mi disse: “Senti un po’, perché non vai tu a Londra a fare i missaggi dell’album Terra di nessuno?” puoi capire che io ebbi difficoltà a rimanere in piedi, però senza farmi accorgere dissi sì, che non c’era problema. Poi comunque non ci dormii per una settimana, perché puoi immaginare, però grazie a lui in quel caso ho scoperto che certe cose le potevo fare. Così pure quando lui mi disse che c’era da scrivere gli archi per Stelutis Alpinis e poi Sempre e per sempre o L’infinito, io risposi: “sì sì, non c’è problema” anche se non avevo mai scritto gli archi in vita mia. Però imparai, e li scrissi. Ma poi, come se non bastasse, bisognava pure dirigerli, dal vivo in teatro, e in più curare tutta la registrazione live del concerto! (ride) Comunque alla fine ci riuscii grazie a Francesco, perché lui ha saputo darmi fiducia e spronarmi in questa direzione, e se alla luce di oggi queste cose ancora mi piacciono, evidentemente le ho fatte bene. Per cui io a un certo punto mi domandai: ma insomma, visto che questa persona, che è una persona che io stimo, ritiene che io sia in grado di fare questa cosa, chi sono io per dire che non è così, per mettere in dubbio una cosa del genere? Quindi, evidentemente, lui vede delle cose di me che io non vedo.

 Il nuovo album in uscita è un live, la registrazione del concerto che avete tenuto a Taormina la scorsa estate. Ci par di capire che Francesco ami molto i dischi dal vivo, che sono numericamente piuttosto presenti nella sua discografia. Perché avete scelto quella data in particolare e, se è stata fatta una selezione, con che criterio avete deciso quali brani inserire nell’album?

 

 

In realtà mancano solo due pezzi di quel concerto (L'Angelo e Battere e levare n.d.r.), molto semplicemente perché non ci piaceva come sono venuti quella sera, mentre tutto il resto è ineccepibile. In effetti al giorno d’oggi noi siamo un po’ strani, nel senso che per noi i live sono live, nel senso che non gli facciamo niente. Francesco non ha ricantato una nota in quell’album e nessuno di noi ha risuonato nulla, per cui sono come i concerti dal vivo a tutti gli effetti.

La data di Taormina è una data particolare perché quel giorno Francesco mi telefonò al mattino e mi disse: “Sai, stasera vorrei fare nei bis 4 marzo 1943” e io allora sguinzagliai tutto il resto della “banda”; al pomeriggio ci preparammo, ascoltammo l’originale, ci imparammo le parti e quando arrivò lui cambiammo al volo solo la tonalità perché non andava bene, la provammo due volte nel pomeriggio e alla sera la suonammo. Gli proposi anche di registrare quella serata, memore del fatto che quell’unica volta che avevamo fatto Vita spericolata avevamo registrato e poi quel pezzo è uscito, ma lui disse di no. E io dissi “va beh” …e infatti a sua insaputa decisi di registrare! Mi sono dato da fare per avere dei microfoni in più per il pubblico, un computer adatto, insomma decisi di farlo comunque e mi organizzai. Dopo di che abbiamo fatto il concerto ed è finita lì.

È passato qualcosa come 15 /20 giorni, e Francesco mi telefona e mi fa: “Senti qua, ma tu hai registrato Taormina?” E io: “Certo!”  E lui: “Ah ma allora sei stronzo!” ridendo naturalmente, “e non me lo fai sentire?”. “Ah” dissi io: “adesso lo vuoi sentire!” Allora gli mandai l’mp3 di tutto il concerto, a lui piacque molto, e dopo un po’ di tempo decise di farlo, così con Tommasini, il nostro fonico, facemmo il mix e a novembre in 20 giorni in studio è nato questo disco che uscirà domani. Sono molto contento di questa cosa, perché se io non avessi voluto fare la registrazione “di nascosto”, ora non esisterebbe, e invece vi assicuro che è un bellissimo documento.

Il fatto poi che Francesco sia così affezionato al live rispecchia comunque una sua caratteristica che come tu ben sai è quella di non fare mai la stessa cosa da una sera all’altra, e quindi a volte nei live troviamo delle versioni molto belle, spesso più belle dell’originale o comunque con caratteristiche molto interessanti sia dal punto di vista degli arrangiamenti che del suo modo di cantare, o anche delle cose che dice (di quel poco che dice).

 

 Infatti, a proposito, si nota che ultimamente Francesco sul palco è diventato meno “timido”, può essere frutto della più recente esperienza con Lucio Dalla, secondo te?

La mia teoria, che è perfettamente d’accordo con la tua, e della quale ci ha messo al corrente anche lui è che adesso Lucio abita praticamente dentro di lui, anche perché comunque per le dimensioni (ride)…ci sta. Praticamente Francesco “è posseduto” da Lucio in certi atteggiamenti, ad esempio con certe persone che fino a poco tempo fa avrebbe mandato a quel paese, non sembra quasi più lui: adesso si vergogna meno, è più disinvolto, percepisce l’affetto delle persone che lo stimano e non è più sfuggente come un tempo, è più sicuro di sé ed è più divertente, anche.

Amore e furto Tour

 

Comunque un’altra cosa che mi piace molto di Francesco è questa sete che ha ancora oggi di imparare da tutto e da tutti, e questa voglia di crescere continuamente sia musicalmente che come uomo, e infatti mi sono accorto che durante il tour con Dalla (che è stato molto faticoso per questo scontro di personalità, non dei due artisti ma proprio dei due mondi completamente diversi) Francesco, che è sempre molto attento a tutto quello che gli succede intorno, trovandosi costretto a stare con Lucio e fare tutte le cose insieme, ha imparato che comunque ricevere l’affetto delle persone è una cosa che dà grande soddisfazione e poi sentirne il calore è umanamente molto bello.

 Puoi darci a questo punto qualche anticipazione su un eventuale tour estivo o su un nuovo album di inediti del Principe?

Ne stiamo parlando in questi giorni, ma più che fare una vera e propria presentazione del disco vorremmo andare un po’ in giro a suonare, magari fare qualcosa all’estero, un girettino qua fuori di casa, però ancora non c’è niente di definito. La cosa importante è che questo è un periodo che Francesco dedica alla scrittura: in questo momento sta lavorando e non lo vogliamo disturbare perché sta scrivendo delle cose nuove. C’è in programma un disco di inediti, non so quando potrebbe essere pronto…Se tutto va come deve andare, azzardo, potrebbe essere che intorno a maggio-giugno facciamo il disco che potrebbe uscire in autunno, ma per ora sono tutte congetture. L’importante è che lui ora si concentri sui pezzi inediti di cui noi tutti abbiamo bisogno; sei d’accordo, no? - Naturalmente sono d’accordo, e sorridiamo all’unisono al telefono.

 Ci avviamo a chiudere questa bella chiacchierata guardando al futuro. La tua attività di musicista e di produttore ma anche di insegnante ti ha portato a individuare dei giovani talenti, sia musicisti che voci e compositori interessanti, personaggi che in qualche modo potranno diventare il “nuovo Fossati” o il “nuovo Guccini” (tanto per non citare chi è ancora in piena attività)?

Intanto voglio fare una precisazione: il termine “insegnante” non mi calza molto. Ho inventato questo mio corso PSR (Practice Studio Recording) che è relativamente nuovo e che in qualche modo insegna, ma per il ragazzo che viene da me è un modo che si avvicina a quello in cui io stesso ho imparato a fare questo mestiere, cioè guardando chi era più bravo di me. Consiste in due giorni di lavoro nel mio studio durante i quali io e il corsista di turno realizziamo un suo brano inedito, ma se quando dico “brano” ti viene in mente una canzone, spesso mi arrivano delle cose che di “brano” hanno veramente poco. Così come succede anche a me quando scrivo un brano, con un’idea, due accordi, una pseudo-melodia, due parole di testo e poi diventa una canzone, facciamo la stessa cosa con questi ragazzi. C’è stata una ragazza ad esempio che ha ammesso subito di non suonare niente. “Se vuoi ti canticchio qualcosa” ha detto, e ha tirato fuori un pezzo di carta con due parole scarabocchiate e mi ha cantato una melodia. Per sua e mia fortuna questa ragazza canta molto bene, è intonata, la linea melodica era carina per cui da lì, accompagnandola al pianoforte ci siamo inventati un pezzo che poi è diventato una canzone molto bella, della quale siamo molto contenti. Ci sono tanti ragazzi che scrivono bene e ci sono dei talenti, però devo dire anche che purtroppo si risente molto di quello che c’è in giro, perché uno che vive nel 2017 non può non sentire cosa gli succede intorno e non esserne influenzato. Allora, nella migliore delle ipotesi c’è quello che è influenzato da De Gregori o quello che è influenzato da Fossati, però in realtà manca tutta una parte centrale, infatti stiamo parlando di grandissimi musicisti ma di due generazioni fa. Manca il passo successivo e, soprattutto in questo momento, per questi ragazzi proporre la propria musica è estremamente difficile. Come dicevo, le case discografiche non esistono più, gli altri canali ci sono, li stiamo percorrendo e sono molto interessanti, ma ormai bisogna mettersi in testa che bisogna diventare imprenditori di sé stessi.  Chi vuole fare musica lo deve fare a proprie spese, proprio perché non è più così costoso come un tempo, e deve essere anche un po’ pratico di tutto.

Poi attenzione, come dico sempre io, se per fortuna la tecnologia oggi permette a chiunque di fare musica, la sfortuna è che chiunque crede di poterla fare, ma non è così: ci vuole talento, ci vuole il lavoro, ci vuole studio, cioè se non hai delle capacità è meglio che fai altro.

Tanti pensano che scrivere e realizzare sia una cosa facile, poi quando vengono qua nel mio studio si rendono conto che ci sono delle cose che bisogna sapere, che ci vuole tempo per imparare, che è un lavoro vero. Non c’è più il discografico che ti scopre e ti lancia, quel tempo è finito, non esiste più quella figura là. Prima ho citato questa ragazza che si chiama Giorgia Bazzanti, perché tra i ragazzi che sono venuti da me è quella più intraprendente, il suo brano è su tutti i portali in internet, usa tutti i canali, si sta muovendo molto bene per cui la strada è questa, dobbiamo cercare in qualche modo di sfruttare la fortuna che abbiamo di poterci realizzare i brani in casa, con poco, e poterceli distribuire in tutto il mondo con poco. Un po’ alla volta arriveremo anche a capire come far funzionare al meglio questo meccanismo, visto che ormai i cd sono diventati obsoleti. Adesso c’è un bel ritorno del vinile, che non è nemmeno più così costoso da realizzare come era un tempo. Tutti quanti abbiamo una certa nostalgia del vinile che è anche un bell’oggetto, no? E quindi tutto sommato ci si auspica che il cd scompaia e poi, oltre al vinile, naturalmente rimangano gli mp3 che scarichi da internet, metti nella chiavetta, ascolti in macchina e porti con te ovunque. Questi sono i due supporti che chi fa musica deve cercare di sfruttare per poterla fare a 360°.

 Infine una curiosità “social”: sappiamo che sei molto attivo e presente su Facebook. I tuoi amici sono molto divertiti dai tuoi indovinelli e hai creato un personaggio piuttosto originale e di tutto rispetto, il Lumaco, che noi “fans” amiamo molto. Come vedi il ruolo dei social network nella promozione di un prodotto musicale o di un personaggio pubblico?

Credo che dipenda molto dalla personalità del soggetto: io Facebook lo uso molto, è attraverso Facebook che veicolo il mio corso e faccio sapere le cose che faccio, quindi per me è utile. Comunque, questa cosa da parte mia non è nata con lo scopo di farmi pubblicità, in realtà è nata come divertimento. Infatti, al contrario di tante persone della mia età, io sono stato sempre appassionato di computer, di questo mondo, ho iniziato proprio da bambino coi videogiochi e poi coi programmi, ed è una cosa che mi piace e che faccio con grande divertimento. Poi, alla fine è diventato anche quasi un altro lavoro, nel senso che mi serve per far conoscere la mia attività, e anche quello che faccio con altre persone dell’entourage di Francesco. È utile anche a lui poi alla fine, perché comunque rende sempre vivo e accessibile un personaggio del quale, se non ci fosse sempre un aneddoto, una foto on line, di De Gregori non avremmo più sentito parlare dalla fine del tour. Naturalmente non va bene postare qualsiasi cosa, dipende dall’artista e dalla misura in cui si usa il social. C’è Morandi che ha la sua caratteristica e fa certe cose, e adesso anche Leali si fa i video eccetera, ma non so se vedrei un De Gregori fare le stesse cose! Per carità, poi ci siamo abituati a tutto, ad esempio fino a poco tempo fa sarebbe stato poco credibile che De Gregori andasse in tv dalla De Filippi, ad esempio. Poi, se alla fine ci va e fa il suo mestiere di cantante indipendentemente dal contesto, su questo devo dire che sono d’accordo, mentre non sono tanto d’accordo sulle polemiche che spesso girano sul web. D’altra parte Facebook dalla stragrande maggioranza è usato veramente malissimo, come rivalsa, per buttar fuori tutto lo schifo che hanno dentro. Però c’è anche da dire che se sai riconoscere i sintomi puoi tranquillamente evitare i danni. Del resto è anche vero che io devo la mia grande fama a Facebook. Dopo 45 anni di onorata carriera, sono a fare il tour in Feltrinelli per presentare il disco Amore e furto in quella bellissima formazione solo in tre (pianoforte, basso e chitarra) e alla fine mi fermano e mi chiedono l’autografo dicendo: “ah, ma tu sei quello degli indovinelli!” (risata)

E allora qui ho due scelte: o mi suicido, o me la godo. E a questo punto …me la godo!

 

Valeria Bissacco - http://www.lisolachenoncera.it/rivista/interviste/la-passione-gli-incontri-il-principe-e-larte-di-ar/