COL 8287679371 2 - 17 febbraio 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guido Guglielminetti

BASSO

Francesco De Gregori

VOCE, CHIT.,PIANO

Alessandro Svampa

BATTERIA

 

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Lucio Bardi

CHITARRE

Alessandro Arianti

TASTIERE

Alessandro Valle

PEDALE STEEL GUITAR

Ambrogio Sparagna

SCRITT. ARCHI

Elsa Baldini

CORO

Lucy Campeti

CORO

Prodotto da Guido Guglielminetti. Registrato e mixato da Gianmario Lussana - LEAD Studios - Roma. Mastering di Fabrizio De Carolis Edizioni Serraglio Sony Music Publishing - 2006. Hanno inoltre collaborato: Fabrizio Bono VIOLINO  Marialisa Telera VIOLA Valerio Conti VIOLA Mora De Santi CORO Claudia Bertè CORO

Giacomo Pecorella VIOLONCELLO Giorgio Tentoni VIOLINO

 

 

 

«La copertina è derivata dal fatto che non volevo perdere tempo, e poi ricordavo le copertine di Battisti nel periodo panelliano, tutte bianche, senza nulla, mi piacevano molto, era l'unico a farle così».

“E’ stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io  stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Il disco si chiama Calypsos. Parla dei conti non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande indecifrabilità, dei rapimenti d’amore. Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra, ‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza, quella…”. 

(Francesco De Gregori)

 

Che di Calypsos non si butta niente (Antonio Piccolo)

 Alt. Avviso al lettore: questa non è una recensione. Questa è un’esegesi. Non potrebbe che essere così per un prodotto così fresco, spontaneo, vitale. Il frutto naturale di un genio artistico, che racchiude in sé evidenti capacità tecniche e un’ispirazione formidabile.

De Gregori torna dopo undici mesi da “Pezzi” - contro ogni logica di mercato - con nove brani inediti sull’amore o, comunque, sulla vita, isolandosi dai tempi bui che aveva descritto (splendidamente) nel disco dell’anno scorso. C’è chi parla di un concept album sull’amore: non è così scorretto, perché un’unità di fondo nell’amore è palese. Questo è un disco strano, unico. Non solo composto, ma anche suonato in poco tempo. Cosa che non può andar bene per ogni album, ma per questo sì. Può essere suonato senza maniacali precisioni, senza essere inciso e re-inciso più volte prima di essere reso pubblico. Perché basta il traino irresistibile dell’ispirazione. Perché è come un universo a sé: ha un meccanismo proprio. Al primo ascolto ero perplesso. Al secondo stavo iniziando a entrare nella sua logica. Al terzo ne ero perdutamente innamorato.

Inoltre, questo è De Gregori e basta. Ci sono influenze esterne e riferimenti altrui, ma per lo più consapevoli e voluti. Chiariamo che non c’è niente di male se l’ombra di Bob Dylan è presente, come nel memorabile “Pezzi”. Però fa piacere che questo disco possa dimostrare che, se De Gregori vuole, è capace anche di farne a meno.

Cominciamo con la copertina, che contiene tre citazioni. Uno: la sua forma scarna - con il titolo scritto a penna - è una dedica affettuosa a Lucio Battisti, che così aveva voluto le copertine dei suoi ultimi album. Due: il titolo, che è il nome della bellissima ninfa Calipso (“l’ho scritto al plurale perché i rapimenti d’amore sono molti”, dice De Gregori), innamorata di Ulisse più che di se stessa e che, per amore, lo aiutò a partire per Itaca a costa di allontanarlo da lei; ma è anche il nome di una danza delle Antille. Tre: il sottotitolo - “9 canzoni nuove” - che richiama “Ten new songs”, un album di Leonard Cohen.  

Continuiamo sottolineando che i testi sono la vera forza di questo disco: parlano del tema più abusato dell’arte, eppure non sono né scontati né banali. Anzi. A costo di essere odiati da De Gregori, diciamolo: sono poetici. Intendendo per “poetico” non il senso tecnico che appartiene al genere della poesia, ma “alto, elevato, onirico”. Le musiche non sono originali, ma accompagnano perfettamente lo spirito e, soprattutto, la parte melodica è portata ad altissimi livelli dal canto superlativo, che viaggia tra note e timbri tra loro lontanissimi. E poi, è prodotto così amorevolmente da Guido Guglielminetti, che i loro arrangiamenti sono la cosa più giusta al momento giusto. Niente di più e niente di meno.

1. Cardiologia Primo brano in tutti i sensi. Capolavoro del disco. Cosa c’è che non va in questa canzone? Niente. A dispetto del freddo titolo che indica la “scienza del cuore”, è di un’emotività penetrante. Per questo canto perfetto, che scende e risale a mo’ dell’album “Bufalo Bill”; per questo preponderante pianoforte suonato da Alessandro Arianti e delicatamente supportato dal basso di Guglielminetti; per questo testo che è veramente un breve saggio in toto dell’amore, “che raccoglie conchiglie dopo la mareggiata / e il cielo è ancora scuro ma la notte è passata / e macina la sabbia dentro i mulini a vento / e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”. Ah, palesiamo l’imbarazzante errore di Gino Castaldo che sulla Repubblica annuncia ai quattro venti che in questo pezzo per la prima volta De Gregori dice “ti amo”: e Pezzi di vetro dove la mettiamo?

2. La linea della vita Un pezzo ritmato dal testo spontaneo, arrangiato con invettiva e divertimento (sacrificando un po' di estetica per dei ridicoli cori femminili alla Bongusto!). Ma è il testo che è sbalorditivo, con considerazioni generiche sui rapporti, su quegli strani meccanismi che si creano, per cui magari si fa finta di non riconoscersi, e non ci si saluta. Com'è genuina la goffaggine dell'io parlante che, quando lei dice "una bussola dovevi almeno portarla con te!", risponde "una bussola! potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa!".

3. La casa Per dirla simbolicamente, è la versione adulta de La casa di Sergio Endrigo. E' la casa che costruiamo nella nostra mente, fatta delle nostre illusioni, utili e necessarie per la nostra sopravvivenza. Una piccola perla dolce e delicata, con un melodia fiabesca. Dice De Gregori: "è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto". Dice anche che ultimamente sta ascoltando quasi esclusivamente musica classica. E si sente: un gioco di timbri studiato e raffinato, archi lievi diretti da Guglielminetti che fanno brillare il tutto. Quant'è bello il cambio melodico nel verso "e ci pianto quattro rose / e ad ognuna do il tuo nome" o nel simmetrico "e ci metto la scommessa / che ti voglio amare sempre"?

4. L'angelo L'unico calypso (nel senso della danza) del disco, cantato insieme a Luci Campety. Musicalmente non molto convincente, a dirla tutta. Ma che idea geniale: il protagonista è l'angelo della morte, ma non è minaccioso. Anzi. Danzando sul ritmo caraibico, arriva con assolute buone intenzioni, "e dice sono venuto a sciogliere / e non a spezzare", "sono venuto a prendere / e non a rubare". Perché la morte, sembra strano, fa parte della vita. Sarei portato a pensare che prima di scriverla, De Gregori ha letto l'ultimo romanzo di Saramago - "Le intermittenze della morte" -, se non sapessi che è uscito mentre lui registrava.

5. In onda Rivive il mito di Ulisse, che si butta in onda, nel senso del mare, ma anche nel senso che è in gioco, visibile a tutti. Forse. Perché nemmeno l'autore sa bene di cosa parli questa canzone alienata, fatta di atmosfere quasi futuristici, un ritmo che lentamente scorre e un arrangiamento estraniante. Come se fosse tutto un sogno, fatto di silenzi e forti immagini della natura (fra strada, pioggia, vento, porte, luce, tappeti, vestiti e colori). Il cantato arriva a degli acuti rischiosissimi, e si sperimenta irrefrenabilmente.  

6. Mayday Uno dei vertici dell'album. Pur ringraziando tutta l'infleunza dei Dire Straits, questo rock cupo e travolgente è un centro pieno. A partire dalla sezione ritmica perfetta, passando per gli stupendi assoli della chitarra elettrica Fender Telecaster 55 di Paolo Giovenchi e i cori finali di Elsa Baldini, Claudia Bertè e Moira De Santi. Fino a finire in questo testo straordinario, che si rivolge ad un Ulisse qualunque che, per salvarsi la vita, deve mettere fine ad una storia d'amore logorante, "lasciare la vecchia strada", "rischiare di più", "comprare un vestito nuovo", "non aver paura di dimenticare". "Mayday", come la richiesta di aiuto del Titanic ed infatti la canzone si conclude così: "per salvarti la vita / non ci stare a pensare / chiudi bene la porta alle spalle / e butta la chiave / guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Piccola nota: viste e considerate le sonorità distorte del pezzo, sembra essere interscambiabile con Passato remoto, contenuto nel precedente "Pezzi".

7. Per le strade di Roma Anello debole del disco. Testo privo di retorica, senza dubbio, dove è rappresentata la Roma del popolo e quella della dolce vita, quella delle campane e quella di ragazzi che "sognano di fare il politico o l'attore", quella di "donne da guardare" e quella di "zoccole in via Frattina". Ha anche un suggestivo minimoog nella coda finale, ed è una novità per De Gregori. Però pare scritta a tavolino e non spicca mai il volo. Senza contare la partenza identica (musicalmente) a In onda.

8. L'amore comunque Degregoriana fino all'osso, un'elegia ad una "regina del tempo, della sabbia e del vetro", carica di immagini d'impatto. Un ritornello rimato ed orecchiabile, cantato a due voci (entrambe registrate da De Gregori stesso). Piccola considerazione sull'amore, e anche difesa a suo modo. "Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di carnevale"...l'amore, comunque, c'è sempre.

9. Tre stelle Finale azzeccato più che mai: tre stelle, come quelle di un motel. "E' un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alla fine, abbiamo scherzato, l'amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada", dichiara De Gregori. Come in Stella della strada, pure incentrata su una prostituta, anche qui ci sono le stelle e il country. Un divertissment significativo, con un pianoforte spensierato ed un allegro clarinetto (è dai tempi de Il cuoco di Salò che non si sentiva nei suoi dischi uno strumento a fiato che non fosse l'armonica a bocca). Dopo otto canzoni di un certo spessore, ci voleva. In fondo, parafrasando Guccini, l'amore e la morte non sono altro che due delle tante sciocchezze della vita.

 

Vortici - di Max Klingher (ricorda qualcosa?)

Niente, nemmeno un dente. . .. 

(lettera a Calypso) (Mimmo Rapisarda)

Cara Calypso,
spero che queste parole di conforto possano raggiungerti, ovunque tu sia.
Chi ti scrive è uno stupido mortale che in queste giorni non ha fatto altro che pensare a te, ascoltare te, anelare te. Riempirsi le orecchie di te.
Sento il bisogno di consolarti, triste musa innamorata di colui che hai trattenuto, che per te era il figlio, il padre, lo sposo, l'amico e il signore della tua isola, e che adesso è partito lasciandoti sola. Lo so, lo so che vuoi dirmi, che due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai, che dovrebbero essere per sempre due marinai. Ma fatti coraggio, il tuo cuore malato lo ricorda ancora mentre passeggiava solitario sulla spiaggia ogni mattina, a raccoglier conghiglie dopo la mareggiata, piangendo sullo scoglio guardando il mare.
Dal ritorno della guerra di Elena, tempo fa è stato nella terra dei Ciclopi e un giorno qualcuno gli chiese come mai la prima strofa che parla di un uomo con la gamba di legno e che sognava Atene era tronca, si interrompeva. Lui rispose che era stata scritta così perché a quell’uomo mancava una gamba e inciampava ad ogni spigolo, e quindi anche sulle parole di una canzone. Gli dissero che era una trovata geniale, arguta, astuta come quel nome Outis, Nessuno, che utilizzò quando con vigore s’intrattenne nelle caverne dei giganti che fecero a Pezzi i suoi compagni, sfiancati da pietre agitate e rotolanti, fino a quando un giorno disse “Alice non abita più qui”. Era giunta l’ora di tornare a casa, l’Odisseo sentiva il bisogno di navigare nei suoi mari, di ritornare ad Itaca. E così in breve tempo, viaggiando all’incontrario con la follia del capitano Smith, è approdato sfinito sul bagnasciuga della tua ammaliante tunica.
Non in sette anni ma in sette settimane stavolta l’hai amato e non ti è bastato promettergli l’immortalità per tenerlo stretto al tuo seno, suo confortevole guanciale di notte e muro del suo pianto al mattino. Non è bastato. A malincuore e con esperienza teatrale (ma anche nostra fortuna), tuo malgrado hai dovuto spingerlo a partire, aiutarlo addirittura a costruirsi un’imbarcazione in soli cinque giorni, o comunque in brevissimo tempo. Così il tuo amante è salpato su una zattera, una semplicissima zattera bianca sulla quale ha scritto, di suo pugno, soltanto il tuo nome: “Calypsos”, con quella s finale per sottolineare la pluralità di tutte le volte che ti ha amata in queste settimane. Nove volte, e che prima di partire ti ha ricordato come se fossero lettere d’amore.
Nella prima te lo dichiara subito quello che provava per te. E te lo dice mentre è già in mezzo al mare, te lo dice adesso, ti chiama Regina del tempo, della sabbia e del vetro. Te lo dichiara ora, a priori, il suo AMORE COMUNQUE senza commenti, che tiene svegli per ore a tutti i costi con un pizzico di godimento fra lacrime che bagnano le lenzuola. E’ come uno spietato desiderio nel buio che non puoi o non vuoi rifiutare. Più stai male e più ti piace; anche se piangi, anche se gioisci è amore in ogni caso. Cinismo, masochismo malinconia e orgoglio si prendono tutti per mano e vagano nella notte alla ricerca di un cuore lontano, soffrendo, nascosti dal manto notturno. Lui lo sa che stai leggendo e le onde alte venti metri non gli faranno mai paura in quel mare da attraversare, e non sarà il canto delle sirene a farlo fermare, non si farà portar via dal vento, non si farà mangiare dal mare, lui è figlio di un marinaio. E’ un tenero canto di passione, una dichiarazione d’amore e di addio come quelle che solo lui sa fare.

Per vincere questa paura canticchia una cantilena simile a “Quindici uomini sulla cassa del morto” in cerca dell’isola del tesoro di Morgan, un suono che sa tanto di Terra e acqua e Carne di pappagallo, una nenia per esorcizzare l’arrivo dell’angelo della morte che sarebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Ma lui accetta questo avvento come una cosa naturale, che fa parte anch’essa del viaggio e quindi, tranquillo e seduto su quella sorta di timone a poppa, la canta quasi sottovoce per non farsi sentire, con ritmi sudamericani che gli ricordano il primo disco che ascoltò nella sua vita: Calypsos di Harry Belafonte. Per fortuna, al suo arrivo L’ANGELO gli offre da bere, gli fa segno di tacere e, come la guardia costiera, gli fa il segno di passare.
E così lui passa, e va IN ONDA. Senza le rotte prestabilite dalla vita, issa la vela e va incontro a quell’immenso sipario blu che gli si presenta davanti: blu, solo blu, come le note che canta, che ti prendono e ti trasportano in una ipnosi musicale surreale. Nemmeno un gabbiano che ti possa dare l’indicazione di una terra vicina, nemmeno un ritornello diverso che ti distolga da quella piatta magia impregnata di archi. Tutto è forte e chiaro, il cielo è un gigante, la luce è immensa. Mentre sogna l’approdo alla serenità di una patria che non riesce a trovare, piove e soffia il vento sulla zattera che affonda e la tempesta passa sul suo viso. Aspettando che qualcuno gli risponda lancia il suo MAYDAY per salvarsi la vita, per uscire da là. Ma senza timore, perché sa che per salvarsi la vita deve rischiare ancora di più, senza paura di sbagliare la rotta e con istinto quasi animalesco andare avanti,  incontro ai cambiamenti che l'esistenza impone. Un gran bel pezzo, pesante e nello stesso tempo gradevole, alla Chi ruba nei supermercati o alla Penthatlon, con certi passi che ricordano le colonne sonore dei film spaghetti western, veloce da cantare, divertentissimo da suonare,  molto melodico e che riecheggia in qualche modo gli assoli di Mark Knopfler.
Ha voglia di casa Odisseo, di camminare per vicoli che conosce, PER LE STRADE DI ROMA, in mezzo alla sua città, ma un’altra Roma che non ha niente a che vedere con le stornellate di Lando Fiorini in Trastevere o col Cupolone dei souvenirs raffiguranti il Papa. Rispecchia esattamente quello che oggi Roma è: strade di orientali, centinaia di milioni di zoccole e topi in via Frattina, lucciole sulla Salaria, Turchi all’Argentina, Villa Borghese. Un pò la Roma dell’omonimo film di Fellini. Ma lui l’ama lo stesso in questo strano rapporto, come quando dichiarò che in Piazza di Siena, un po’ di tempo fa, era fin troppo orgoglioso di essere lì a cantare nello stesso luogo in cui fu trasportato in carrozzina da bambino, come tanti bimbi romani. Gli stessi bambini che una volta sognavano di essere, da grandi, Chinaglia o Falcao e che in questo presente senza stupore sognano di fare l’attore o il politico. (potenza dei mezzi di informazione e della colla sulle poltrone!).
Ma soprattutto desidera di costruirsi LA CASA virtuale, comunque una sua casa, una tana, dove ci possa passare anche il suo Argo quando sente i temporali, una casa senza tetto e pavimento con sole quattro rose disperate che ricordano te. Con la scommessa che ti vuole amare sempre, anche se la padrona di casa sarà un’altra. E la sogna la sua casa, sogna la sua porta aperta, la sua luce accesa. Una casa confortevole come gli hotel a TRE STELLE, a conduzione quasi familiare, meno superbi e formali dei cinque stelle, simili a quei motels americani che si incontrano dalle parti del Colorado per passarci la notte con la Cadillac parcheggiata fuori, davanti alla finestra. E l’atmosfera che si percepisce in questi motel è la stessa del ritmo incalzante, avvolgente, anzi coinvolgente, di quello che ti sta dicendo. Un motivetto come quello che si canta con allegria sotto la doccia di questi bagni in camera, con bustine di bagnoschiuma vecchie di quattro anni e l’acqua calda che non vuole proprio arrivare. Stavolta usa passi nuovi, fuori dai canoni della canzone d’autore, il classico 4/4. E qui ha dato una svolta alla sua carriera musicale. Lo puoi proprio sentire al meglio quando ti racconta de LA LINEA DELLA VITA, in cui è presente qualcosa che non ha niente a che vedere con lui. E’ tutta una vita che passa da qua con questo andamento, magari è stata soltanto una questione di motivi tecnici, ma il tempo che questa volta usa per salutarti sono delle stupende terzine blues appartenute a allo slow di Elvis, a un certo rock anni '60 dei Cascades e dei Platters e a ritmi suonati da enormi Gibson luccicanti sotto le capannine di una rotonda sul mare all’ombra di neons blu, gialli, verdi, viola. Una ballata scritta con accordi che potrebbero indurre ad un semplice giro armonico, uno di quelli che si usava ai tempi di Little Tony, ma che in realtà è composta da una struttura musicale complessa. Stupenda, forse la migliore canzone di tutta l’opera.
Calyspo, figlia di Zeus, tu che sei la donna single dell’antichità, tu che rappresenti lo stereotipo dell’amante ideale, la donna libertina che fa l’amore senza sensi di colpa, tu che non sei certo un angelo del focolare come Penelope, tu che sei la regina di un’isola piena di prati fioriti simbolo dell'amore irregolare, tu che invece di farti corteggiare prendi l'iniziativa… ma lo sai che quando le donne amano con passione come te rischiano di diventare soffocanti? E arrivati a questo gli uomini scappano. Come Ulisse. Infatti, chiude bene la porta alle spalle e butta la chiave, guarda dritto negli occhi l'amore che sta per lasciare e abbandona la scena. E per non perdersi ancora una volta, il mascalzone ti ha pure chiesto una bussola da portare con sè, ti ha chiesto pure di spiegargli come si usa.
Lascialo andare, possente ninfa. Gli uomini scappano tutti, come lui, perché in ognuno di noi uomini c’è un Ulisse dentro l’anima, in ognuno di noi c’è un Rex che sogniamo di vedere apparire all’orizzonte per fuggire dal porto che vogliamo lasciare o tornare nel porto che avevamo lasciato. Non so perché, ma noi uomini siamo stati sempre affascinati dai moli, dalle navi, da quei simboli di fuga, per cercare qualcosa migliore di quella che stiamo per abbandonare. Ma imbecilli a tal punto da non accorgerci che, spesso, la meta del nostro viaggio è proprio all’imbarcadèro, al primo piolo della scaletta d’imbarco.
Però prima di partire ha percepito qualcosa di strano in quel tuo invito a salpare. Convinto com’era di essere invischiato in un tuo ulteriore tranello, ti ha detto “Sto partendo, ti abbandono… Guardami, perchè non parli? Sto per andare via, sbrigati, prima che sia troppo tardi!. Se non rispondi, allora odiami! Almeno so che in questo momento provi qualcosa".
Agendo in questo modo contraddittorio gli hai offerto la tua ultima carta, il tuo ultimo prezioso tentativo di stupirlo ma, furbo com’è, non c’è cascato. E vinta, chiamandolo Alitros (furfante), gli hai detto “Amore mio, grazie per avermi fatto sentire un essere umano. Per avermi fatto provare ancora amore. E dolore”; poi gli hai accarezzato la mano, facendogli notare che in quelle pieghe c’è una linea che gira e che sottintende la vita. Lui ti ha risposto serio “Questa retta finita è mia, è un’acqua che corre veloce in salita, è la stessa acqua corrente di un po’ di tempo fa. Ma ora si è fermata qua”.
“Vattene, vattene adesso. Non ti voltare, non c'è nessuno da salutare“.
Per questo ti ringrazio o Dea, per averlo fatto partire, per non averlo trattenuto e lasciato esclusivamente per te. Capisco il tuo dolore, ma ti sono grato per aver profuso in lui tutta quella voglia d’amore che ancor oggi gli fa scrivere versi come un ventenne innamorato, che sputa fuori senza vergogna ai quattro punti cardinali dai margini di quella barba, bianca di anni e di sale ma che di fronte ai Proci ridiventa giovanissima, di colore rosso e nel suo pieno splendore. Lui che potrebbe campare di rendita, adagiato nel talamo coniugale, invece ha ancora voglia di ripartire, di rimettersi in gioco, di cercare nuove strade per ritrovare sempre se stesso: quel Principe Itachese che noi tutti conosciamo. Perché i Geni non hanno bisogno di evolversi, di aggiornarsi, di stare al passo coi tempi; perché il genio è sempre attuale, qualunque cosa crei, qualunque cosa tocchi. Se fossero ancora in vita, i Geni avrebbero riscritto Il vecchio e il mare senza toccare una virgola, avrebbero rigirato Amarcord senza tagliargli un fotogramma, avrebbero riscolpito il David senza nessun altro colpo di scalpello. Ti sembrerò un nostalgico, uno di quelli che lui non sopporta, ma è così.
Volente o nolente – e l’ultima lettera ne è un esempio - il suo cuore sanguina ancora di nascosto e all’insaputa di tutti, sovente pizzica i tasti più armoniosi del suo pianoforte con ritmi caldi e modulati, con melodie a lui, a noi, familiari. Anche se ogni tanto va a fare il diavolo a quattro con Aiace e Achille suonando sotto le mura di Troia, lo ritrovo sempre ricoverato al reparto CARDIOLOGIA di un ospedale da campo pieno di belle infermiere da farci l’amore e che lo conoscono bene perché è un inguaribile paziente affetto da una grave malattia cardiaca: compra ancora dozzina di rose e osserva la curvatura dei pianeti più incantato dell’innamorato di Peynet. Proprio come una volta. E come una volta dice ancora Ti amo, ma stavolta son passati più di quattro giorni da quando fu lasciato ferito da pezzi di vetro. Ma lo dice ancora, per fortuna.
Il suo cuore è perennemente morsicato come il tuo, Calypso. Te l’ha mangiato Odisseo prima di partire lasciandoti come ricordo queste struggenti lettere d’amore. Ma di nuovo non gli torna il conto, come sempre gli ha lasciato sopra quel dente che, distratto com’è, non ritrova mai e che lascia in ogni alcova. Per caso non l’hai mica ritrovato a Ogigia, quando ti ha morso il cuore l’ultima notte?
Chi sei, donna che chiamano Calypso? Il tuo nome vuol dire occultatrice, e forse nascosta era l’ispirazione che ancora regnava padrona in lui e che indissolubilmente non si era ancora esaurita. Nascosto era il suo amore per una missione che lo ha spinto a navigare controcorrente, contro ogni logica commerciale, contro ogni forma di ambizione, senza altri scopi. Ma soltanto per amore tuo, e questo doveva saperlo il mondo intero, subito. Forse sei davvero tu quell’acqua che canta e lui quell’acqua per te. In qualunque porto, sarai sempre al fianco di quello zingaro errante che su una zattera bianca va ancora alla deriva, ancora canta e che non saluta quando se ne va.
Donna, tu sei l’arte. Ecco chi sei.
Ti saluto gentile e innafferabile Calypso, padrona e schiava di questa verità che ti ho appena rivelato. So già che quel dente conficcato sul tuo cuore lo conserverai per sempre nella tua isola perché, bellissima ninfa, lo sai ….. l’hai constatato a tue spese……… dell’amore non si butta niente, ma proprio niente.

Con affetto e riconoscenza,

Mimmo Rapisarda.

 

 

Calypsos - 9 canzoni nuove (Lorenzo Iovino)

Non ci aspettavamo questo disco, e forse non se l’aspettava nemmeno De Gregori. Quando un artista decide di incidere vuol dire che le idee ci sono e sono abbastanza. I maligni diranno che De Gregori è stato costretto dalle basse vendite, o che Pezzi era talmente brutto da dover rimediare al più presto. Non ci pare.

E’ un disco sui viaggi del cuore, d i cui Calipso è il simbolo, ma anche sulla nostàlghia. È un album variopinto e vitale, confezionato come un Bianco di Battisti,sottotitolato strizzando l’occhio a Cohen, poco pubblicizzato e molto sentito. Torna la parola amore in ogni canzone, perché di questo parla Calypsos. C’è una evoluzione musicale che potrebbe generare negli anni a venire delle sonorità ancora non provate. Ci sono testi semplici e intensi.

C’è anche qualche pecca ( troppo cane, troppo pane, troppo vino), così come alcune scelte di missaggio; ma il risultato comunque egregio. Possiamo augurarci che De Gregori continui a fare dischi come questo. Per ora gli facciamo i più sinceri complimenti.

Cardiologia: Inizia con tre accordi di pianoforte in fila, i più semplici del mondo, rafforzati da un intenso contrabbasso elettrico. Una canzone sull’amore, o un discorso, una scienza che di questo si dovrebbe occupare. De Gregori compone probabilmente testo e musica insieme al pianoforte. Il risultato è una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, pervasa da dolcezza malinconica, accompagnata vocalmente nei registri più bassi ( con un inaspettato “ti amo”), suonata bene, tanto scarna nell’esecuzione e sobria nel cantato quanto è invece ardito il giro armonico. Infatti c’è una ricchezza compositiva melodica ed armonica quasi senza precedenti ( solo le canzoni di Bufalo Bill hanno simili intrecci). Il cantato ha una linea affatto facile, ma la voce “nuova” di De Gregori raggiunge una vetta interpretativa.

Il testo ha il taglio dell’impersonale, con i “Che” all’inizio di ogni verso, e si muove tra immagini belle, dure e forti ( su tutte : “ e macina la sabbia tra i mulini a vento, e che non ha mai fretta e che non ha mai tempo”), concludendo che “dell’amore non si butta niente”. Il finale ricorda la melodia di Vecchia Valigia, così come “e fa curvare i pianeti” è ripreso da Dylan. Ma da ora in poi smetteremo di contare Dylan come fonte.

Per ora, nonostante i passaggi in radio, passa ancora sotto silenzio. Una canzone sorprendente.

La linea della vita: Un tempo retrò, “alla Fred Bongusto”, un clima leggero ed un testo molto meno scontato di quanto non possa sembrare, su corsi e ricorsi, gli abbandoni e gli incontri, il tempo che cambia, le persone che si lasciano e si rincontrano. Un punto di vista diverso rispetto a Cardiologia: un testo ben tessuto e a tempo con la musica. La quasi citazione di Dylan ( ok, non ce la faccio a mantenere le promesse) nel terzo verso ( “magari è questione di troppa sensibilità”) assume un senso evidente se si considera il tema centrale: l’amore che si consuma, la perdita dei contatti, l’improvviso ritorno delle persone ed il rischio di non riconoscersi o non salutarsi più , dopo anni, quando l’amore si dimentica e magari si ricordano i baci. Come in Non dirle che non è così, o quasi.

La linea della vita, che sta nella mano (e nelle mani), è “una retta finita”, dove non c’è bussola per orientarsi. La musica è efficace e garbata, con cori femminili in evidenza ( stavolta c’entra Cohen).

L’effetto è gradevole e a tratti emozionante.

La casa: Una canzone d’amore che pesca metafore dai vangeli ( rose, evangelisti), dalla musica popolare ( la struttura delle strofe, l’idea stessa della metafora complessiva per parlare d’amore), dalla canzone d’autore di Endrigo-Rodari . Una musica ed un arrangiamento da ninna nanna, con archi ben utilizzati, pianoforte ( lo strumento che fa davvero il suono di questo disco), chitarre e quant’altro. Quasi una Piccola mela trent’anni dopo. Con la promessa “che ti voglio amare sempre” invece di “forse un giorno faremo l’amore”. E’ un bel passo avanti.

L’angelo: Una canzone che ci potevamo aspettare in qualsiasi momento della carriera di De Gregori. Un tempo ritmato ( nemmeno troppo, a dire la verità) ed un testo basato sulla ripetizione. Cantata tutta in controcanto, alla voce femminile avremmo preferito una voce doppiata.

Sembra venire fuori da un gioco di bambini, o da un modo di dire ( è usanza, per dissuadere i bambini dal fare smorfie, dir loro che “passa l’angelo” e c’è il rischio di rimanere in quella espressione per sempre). Invece parla di morte (“ e finisce il bicchiere”), del suo avvicinarsi, della paura che serpeggia tra le persone e che nessuno può notare. È una morte che consola, che scioglie e non lega. La vera pecca qui è nell’interpretazione, troppo piatta.

In onda: L’episodio più complesso del disco. Intima, ermetica, si sarebbe detto una volta, non tanto per i versi, tutto sommato facili, ma per il senso generale, inevitabilmente criptico. Una canzone scritta di getto, ad inseguire un’ispirazione. Sembra un altro discorso sulla vita, con toni sereni nella tempesta, echi di Vento dal nulla. Se Pezzi trasmetteva un’ansia ed un tormento, questo disco e questa canzone parlano di una certa serenità nel vivere. Il contrabbasso e le tastiere fanno un tappeto sonoro eccellente, che consente alla chitarra elettrica di emergere negli arpeggi e nell’assolo. La cosa più interessante è l’uso della batteria: fa il lavoro di una batteria campionata, con colpi in controtempo da musica house( una bella novità ). La melodia è centrata, mai ripetitiva, e ricorda alcune canzoni di Zucchero ( se la cantasse lui sarebbe commerciabile come il pane, per usare una metafora poco usata nel disco…) e l’interpretazione è al meglio, senza strascichi, con tanto di via personale agli acuti. Uno dei punti più alti del disco. E della produzione degli ultimi anni.

Mayday: Tosta e gagliarda, con cambi d’accordo tra minori e maggiori. Se tutto Pezzi avesse avuto questo sound sarebbe stato ancora più affilato. Tutto è più spontaneo e allo stesso tempo ricercato. Le basi di questo aggiornamento sono da rintracciare nel lungo tour che si è concluso mentre iniziavano le registrazioni del nuovo disco. Una basso-chitarra-batteria con Hammond insistente, fills a far prendere fiato, pause ed accelerazioni. Il messaggio disperato, il mayday, è però troppo generico ed appare alla fine ingiustificato. È tutto sommato un gran bel divertimento, col suono che arriva dritto dritto dai Dire Straits e da un signore di Duluth e con (più di) qualche analogia con Pentathlon.

Per le strade di Roma: Tastiere, chitarre strappate, batteria a gonfiare l’atmosfera e far montare la polvere. Uno sguardo empatico al passaggio del tempo presente sulla città eterna, tra le strade, sulle persone. Un quadro sui nuovi ed i vecchi abitanti, sugli odori appiccicosi del cibo e della città stessa, sui vizi dei nuovi ricchi (“gente che se la tira”, “ e un certo modo di non sembrare”), sui giovani con le idee confuse. In un verso De Gregori si autocita, ma la frase, contestualizzata è polemica, ed i topi non sono animali ( “ e uomini ed animali cambiano zona: lucciole sulla Salaria, zoccole in Via Frattina”).Ed il futuro passa e non perdona, e gira come un ladro per le strade di Roma.

Una bella canzone, che trasferisce in musica le nebbie e le suggestioni, come il giro in vespa di Nanni Moretti, ma con un pizzico di polemica. Non è affatto una canzone dolce, né una dichiarazione diretta d’amore alla propria città ( tipo “Quanto sei bella Roma quanno piove…”).

È uno sguardo su molte cose che non vanno, spesso privo di commento, e sulla invincibile bellezza della capitale, che riesce a fare poesia di terrazzi e case occupate, che soffre lo smog e la calca e diventa così ancora più epica, che affianca i semafori alle colonne. È forse la prima canzone “metropolitana” italiana, che non si rifugia nella retorica ( e questo ce lo potevamo immaginare) e non cerca cartoline, ma vede gli angoli umani e sofferti della città. Questo la rende commovente.

La musica è azzeccatissima, con uso di distorsioni di chitarra inaudite in De Gregori, e con un intermezzo di minimoog che mette i brividi. La melodia è un lungo “ e chiedimi perdono per come sono”, ma se la cava benone. Unico appunto: nell’ultima strofa la batteria avrebbe dovuto fermarsi e riprendere nella coda. Avrebbe dilatato i tempi e acuito la forza dei versi. Ma poco importa. Necessiterebbe un videoclip ad arte,

L’amore comunque: Mah. Sembra un eccesso di versi da Cardiologia a cui De Gregori ha cambiato la musica ed aggiunto un inciso, peraltro contorto e con accordi minori gratuiti; in altre situazioni del disco è un’operazione ben riuscita. Qui no. De Gregori cerca azzardate metafore matematiche, parla di neve di ferragosto, sabbia e vetro ( ma anche questa l’abbiamo già sentita) e di un amore acerbo che non fa dormire. Poteva sfruttare meglio proprio questo spunto.

L’arrangiamento è sciatto, il cantato idem. Poteva salvarsi se la batteria avesse trascinato la canzone dalla fine dell’inciso. Di certo l’episodio meno riuscito dell’album.

Tre stelle: Fresca, vitale e ironica, parla di un albergo di quelli che un artista frequenta spesso in tour. Un invito ad una donna, che suona beffardamente come una brochure d’agenzia. Indimenticabile la vista sulla statale, il giardino profumato, le cameriere belle che puliscono la stanza, mettono le lenzuola pulite, e già questo basterebbe, e lasciano caramelle. C’è un che d’amore disperato alla Paolo Conte, tutta la forza di un testo di De Gregori, bravissimo a non essere serioso, e spunti melodici e testuali che sembrano arrivare dalle freschezze giovanili di Viva l’Italia e Titanic. I cori femminili e l’alzata di tonalità finale trasmettono una allegria da fine disco alla Trio Melody. Tanto pianoforte, quasi alla Dalla, clarino ( ma quanti strumenti suona Arianti?) ed un sound beatlesiano riscoperto forse grazie allo stimato Cremonini. C’è poco da sogghignare o indignarsi. È un’ottimo pezzo.

Una volta per fare una canzone ce ne volevano Centocinquanta, di stelle, ora ne bastano tre. De Gregori ha imparato la parsimonia, in questo ed altro. Evviva

Due settimane dopo (Salvo Cascone)

A me piacciono le dispute che si scatenano subito dopo l'uscita di un disco di FDG. Nonostante siano più o meno uguali nei loro tratti salienti, scatenano in me un'avidità che mi riconosco in pochissimi altri piacevoli trastulli che la vita ci offre.

Di conseguenza, quindi, leggo con interesse pareri, sentenze, recensioni,critiche, cronache e tutto ciò che mi può fornire spunti di rilessione interessanti.

Con una bella bottiglia di grappa friulana accanto, leggo in continuazione, leggo leggo e rifletto, rifletto e rileggo....

Fatta questa indispensabile premessa, mi cimento anch'io nella redazione di una nota critica a Calypsos prendendo spunto innanzitutto da quello che penso io ma attingendo, soprattutto, alla vastissima produzione di parole prodotte in ogni dove nel web a seguito di codesta uscita discografica.

Dico subito che questo è un disco, secondo il mio modestissimo parere, fuori da qualsiasi schematizzazione gli si voglia attribuire. E' un disco fuori dal tempo, fuori dalla logica di mercato, fuori dalle aspettative che i più avevano, fuori dalla perfezione tecnologica. E', insomma, un DISCO FUORI....! Essendo un DISCO FUORI, quindi, è un disco fortemente degregoriano, con buona pace di chi deve necessariamente andare a trovare il pelo nell'uovo dell'artista.

Calypsos non è un disco di IMPATTO. No! Calypsos è una disco di nicchia, un disco da caminetto, luci basse, liquore forte, partner e rilassamento. Calypsos è un disco fatto di atmosfere, un disco che crea l'atmosfera. Calypsos è un disco che deve essere ascoltato, riascoltato e che infine svela. Calypsos è un disco che io non ho apprezzato subito ma che piano piano mi sta facendo tornare sui miei passi.

Cos'è quest'eterna ricerca del CAPOLAVORO?

Anzi Vi chiedo, cos'è un CAPOLAVORO?

Anche alla Pausini attribuiscono capolavori!

Felicità è il capolavoro di Albano, lo sapevate?

Quindi? Di cosa stiamo parlando?

Ho letto spesso che Calypsos è un disco poco ispirato, addirittura per nulla ispirato. Ho letto che Francesco è ormai alla frutta, che è afflitto da senilità intellettiva, da bulimia "pubblicatoria", da narcisismo musicale, da conto in banca scoperto. Ho letto di tutto, insomma. Ma non ho letto mai cose semplici, del tipo; ho ascoltato per bene Calypsos e non mi piace. Mai.

Le motivazioni sono sempre esagerate, come potete notare.

Un artista è innanzitutto un uomo, uno che compie azioni che vanno ad interagire con altre azioni compiute da altri uomini. Stop. Se ha fatto una cosa che non gradiamo non c'è bisogno di andare a scomodare chissà che cosa. Non piace e basta. Punto.

Ritorno a Calypsos. Tratti salienti.

Amore, in tutte le sue sfaccettature.

Cori femminili.

Uso del basso.

Strumenti antichi.

Atmosfere lente ma non cupe.

Qualcuno ha scritto VINTAGE. Condivido in pieno il senso (non il termine) ed è quello che secondo me l'artista ha voluto appositamente creare. Noto un rimpianto per i tempi che furono, il minimoog e le pomiciate sui divani delle prime discoteche, ricordate? I coretti spensierati delle canzoni anni '70 ed i the danzanti. Ricordate?

Da contrapporre alla ACID MUSIC ed al frastuono tecnologico delle discoteche moderne.

Francesco ha fatto di nuovo un qualcosa che va al di là della semplice canzone. Ha lanciato un "messaggio". Sta dicendo a tutti noi di abbassare i toni, di riflettere, di capire le cose a fondo. Ce lo dice nella linea della vita di ognuno di noi che così non si può continuare. Facciamo finta di non conoscerci più, ci dimentichiamo sempre delle cose più importanti.

Francesco, ancora una volta, mi ha sorpreso. Si è vero, il disco ha sicuramente alcune pecche, ma l'idea di fondo che esce fuori da un disco come Calypsos fa dello stesso uno dei dischi più importanti della sua produzione.

Non voglio descrivere le singole canzoni, non mi interessa farlo e credo non ne sarei nemmeno capace. Altri lo fanno meglio di me. Voglio solo descrivere le sensazioni che tutte le canzoni che compongono il disco creano in me. Voglio solo ribadire la grandezza dell'artista e la sua capacità di pubblicare, in un periodo di urla e pochezza culturale, un disco che ci dice a tutti quanti di partire da NOI, dall'amore e dalle cose semplici.

Chi si aspettava da Francesco invettive contro avversari e sistemi politici, ha certamente dovuto ricredersi.

Ma Francesco ha fatto di più.

Ha detto a tutti noi che la serenità è dentro ognuno di noi. Basta saperla svelare. Come? Ascoltandola!!

Saluti

In onda e le altre. Interrogarsi sul perchè della morte. Aspettare risposte che non arrivano, provare a darle e non riuscirci. Ripenso al De Gregori de "L'Agnello" che si rivolge a Dio, chiede un aiuto per poter avere la fede, tristemente consapevole di non possederla. A catena, questo mi porta a riascoltare i versi di Ti leggo nel pensiero e cosa ri-trovo? Un uomo che parla ostinatamente con questa entità che lo trascende -benchè affermi di non credervi- e chiede aiuto. Tanti dubbi ma niente risposte. E' meravigliosa questa ostinazione del De Gre, ma soprattutto il modo in cui si è trasformata. In onda ne è la prova. Un invito ad accettare serenamente la nostra finitudine, l'imperscrutabilità della morte, ma soprattutto la sua imprevedibilità. E' un uomo saggio e sereno quello che parla anzi -canta- meravigliosamente questi versi. E lo fa nella maniera più struggente che esista.

"..che si trasforma in colore per la notte che resta.. e il viola diventa rosa e illumina la tua finestra.." Quale modo più poetico di descrivere un'alba ?

Ecco cosa di 'vecchio' e già sentito ho trovato in quest'ultimo lavoro di Francesco:l'immutata poeticità del suo parlare, l'assenza di banalità e l'inesauribile profondità dei suoi testi.

Calypsos non è altro che la Fenomenologia dell'Amore. L'amore che si personifica, guarda silenziosamente e in disparte i due amanti e... non fa commenti.

Ora è la passione che tutto travolge, cui non si può resistere.. "..il desiderio spietato che non si può rifiutare..", ora è il suo divenire Sentimento "vero", intriso ANCHE d'affetto. La casa è questo, il dolce racconto della 'costruzione' del nido, fatta pensando che sarà per sempre, nonostante i momenti 'no' che ogni Storia prima o poi dovrà conoscere. Rose intrecciate a spine dolorose ne sono il simbolo.

Non credo che basti ascoltare e leggere i testi delle canzoni per comprenderne il significato più recondito.

E' invece la calda modulazione della sua voce ad imprimere indelebilmente il SENSO alle sue parole. Parole 'pregnanti' che sempre ritornano.. come i 'Kani' bianchi (fantasmi del passato ??) ai quali non possiamo sfuggire.. e che dire allora del bisogno di una Bussola per non soccombere? Per non farci travolgere dalla vita? E' un invito ad esser Attori Protagonisti della nostra esistenza. A non subire passivamente gli eventi, prendendoli di petto.

Non credo che Francesco abbia avuto 'fretta' di inciderlo (perchè mai avrebbe dovuto averne??), ritengo che la forma e i suoni di Calypsos siano voluti dall'autore. Così come l'apparente noncuranza nel realizzarlo. Non è una novità che il Nostro non ami particolarmente l' "impacchettamento" di un disco. L'Imperfezione è il segno dell'opera d'arte. E' DOVEROSO che travalichi le regole, i dettami, le convenzioni.  Calypsos è lo specchio del De Gregori di oggi. Sereno, saggio e innamorato della vita.

(Michela – Rimmelclub)

 

 

 

 

 

Che tu ne faccia meraviglia o spettacolo banale, lacrime a rendere o scherzo di carnevale
neve di ferragosto, macchina per sognare musica per i tuoi occhi o parole da conservare…
O come un ladro da quattro soldi lo butti giù per le scale perché nel buio non l'avevi visto ma lo sentivi respirare, e ti teneva sveglia per ore…. Perché nel buio non lo volevi, ma ti teneva sveglia per ore…

Regina del tempo, della sabbia e del vetro della fine di tutti i numeri e dell'inizio dell'alfabeto,
dimmelo adesso, dimmelo ora dove posso lasciare il vestito
come posso asciugare la pioggia che bagna il tappeto.

E guarda l'amore che non ha commenti da fare. 

L'amore comunque che non ha paura del mare da attraversare…

Che si trasforma in colore per la notte che resta, e il viola diventa rosa e illumina la tua finestra,
come una medicina o un dolore da rinnovare o un desiderio spietato che non puoi rifiutare,
ed è così che ti lasci guardare è così che ti piace, così che ti fai immaginare…

Regina del tempo della sabbia e del vetro della fine di tutti i numeri e dell'inizio dell'alfabeto,
dimmelo adesso, dimmelo ora, dove posso lasciare il vestito, come posso asciugare la pioggia che bagna il tappeto.

 

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Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Hammond, Oberheim

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Lucio Bardi: chitarra Martin D28

Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Gretsh 6120

 

 

 

 

 

Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere

A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.

Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente

 

 

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Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha, Oberheim

 

 

 

 

Batto il tempo, spreco il tempo. La ninfa che trattenne e intrattenne Ulisse. Così, Calypsos trattiene e intrattiene. Non sono un’esperta musicale, ma l’ultimo disco di De Gregori questo fa, a mio avviso. Intrattiene perché non occorre che tutta l’attenzione sia ad esso rivolta, la musica scorre fluida insieme ai testi nelle orecchie, diversamente da Pezzi, album pregevole che però costringe ad ascoltare ogni passaggio, perché il tutto non si può cogliere se non nel dettaglio – devil is in the details. Le spennellate, sonore e verbali, di “Gambadilegno a Parigi”, del “Panorama di Betlemme”, di “Tempo reale”, sono un percorso a ostacoli, pezzi di mosaico, come già è stato fatto notare. In Calypsos basta mettere su il disco e lasciare che tutto entri per conto suo, senza interferire in questa magnifica ‘possessione’.

Ma una volta avvenuta la possessione, l’opera trattiene, non ti lascia andare, non si può che riascoltarla. Sarà per la brevità – solo nove canzoni – sarà per la semplicità, ma l’ultimo suono di “Tre stelle” ti invoglia a ricominciare daccapo, mentre vorresti passare ad altro, come la ninfa invogliava Ulisse a rimanere sull’isola mentre lui sarebbe voluto tornare a casa. È una sorta di sospensione del nostos orchestrata per rivedere, e risentire: nella sospensione temporale di un ritorno e nella ripetizione, uno sguardo dal di dentro ad ogni forma di emozione, una radiografia del sentimento, una scienza o un discorso del cuore – cardiologia. Cosa si fa quando la mareggiata è finita? Si raccolgono conchiglie, quelle sputate dal mare e rimaste lì dopo che si è ritirato. Cosa si fa quando un amore è finito? Se ne raccolgono le conchiglie da conservare, ché dell’amore non si butta niente. Cosa si fa su un molo? Si batte il tempo con un piede, si spreca il tempo, e questa frase non si spiega né si interpreta, è così e basta, per De Gregori come per chiunque vada su un molo da solo magari con poca luce. E così si è – semplicemente – in onda, si è e basta, e il molo e i pensieri e i fantasmi che ci visitano – il nemico che sorride – sono le emozioni legate a questo essere qui, e ora. Cosa si fa quando si entra con imbarazzo nella casa di un amato o di un’amata mentre fuori piove? Si sta attenti a non impacciare, non si vuole bagnare il tappeto. Cos’è Roma, o la nostra emozione di Roma, se non i turchi all’Argentina o i gabbiani sulla Magliana? Infìne – la canzone meno apprezzata dagli stessi fan di De Gregori – cosa ci si aspetta da un tre stelle, se non le lenzuola di bucato e le caramelle sul cuscino?

Con Pezzi, De Gregori ha usato violenza contro ogni mistificazione della politica e della società: auspicare il ritorno del logos e della ragione della Grecia antica, la filosofia ateniese, in un tempo di spartani e sanguinolenti massacri che riducono in ‘pezzi’ e tolgono valore ad ogni cosa ha una forza enorme, un coraggio frontale non da Ulisse ma da Ettore, o da Achille. Con Calypsos il discorso musicale verte sugli interstizi di armonia ancora possibili in un tempo franto, sull’indugiare ulissesco su Ogigia, sul temporeggiare e, dunque, sul tempo individuale, dopo quello collettivo di Pezzi, anche se pure quello visto dall’occhio, unico, del musicista. Eppure de Gregori riesce a non scrivere confessioni sentimentali rousseauniane quando parla delle emozioni del tempo individuale; e riesce a non scrivere manifesti politici quando parla delle emozioni del tempo collettivo, cosicché l’uno ne esce collettivizzato e l’altro individualizzato, mi si passino i termini.

Di più non so dire sulle nove canzoni nuove, posso solo ascoltarle a ripetizione mentre sono in onda.

P.S. Mi perdoni Mimmo Rapisarda per questo mio intervento, dopo il suo splendido "niente, nemmeno un dente".

Cristina (Rimmelclub)

 

 

 

 

Che è tutta una vita che passo da qua, e ancora rischio di perdermi,
magari è questione di troppa sensibilità, o sono soltanto motivi tecnici...

E tu dici una bussola, dovevi almeno portarla con te, una bussola potevi almeno spiegarmelo come si usa una bussola, scusa....

Ci sono amori che non si ricordano e baci che non si dimenticano,
persone che passano e non si salutano e sputano, e cani bianchi che a volte ritornano.

E tu dici la vita, dovevi almeno capire perché la vita, il tempo che cambia col vento che arriva
quest'anima stanca che pure respira, quest'angolo piatto che gira, quest'anima
dolce e cattiva, che dice "guardami..." dice "perché non parli...?" dice "sbrigati
prima che sia troppo tardi... guardami... perché non parli? Fermati prima che sia troppo tardi...."

Saranno trent'anni che passo da qua e adesso fai finta di non riconoscermi.
Ma guarda la gente che salti mortali che fa, e quanti nani sui trampoli, e tu dici:
"Perdonami... ma non credevo che fossi tu, perdonami..." Va bene perdonami, però perdonami cosa?

E tu dici "La vita", la vita.... Questa scatola vuota, quest'anima nuda, questa retta finita,
quest'acqua che corre veloce in salita, quest'anima forte e ferita, che dice: "guardami..." dice "perché non parli...?"
dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami... perché non parli? E sbrigati prima che
sia troppo tardi, perché non parli...?" dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? Sbrigati prima che sia troppo tardi...guardami...perché non parli...? Guardami...perché non parli?
Fermati prima che sia troppo tardi...."

 


 

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Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti:  piano acustico Yamaha

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Lucio Bardi: chitarra Martin D28

Paolo Giovenchi: chitarre Gaglio, Gretsh 6120

Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

 

Esce «Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima
"Il Giornale", 16/02/2006: Cesare G. Romana

Che smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie conquiste e la sua fatale precarietà, ci affida Omero nell'episodio di Calipso, la ninfa dai crespi capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé, prima di restituirgli la libertà per volere di Zeus. L'amore dunque che trafigge, sfugge e riemerge nel vivo della memoria: ché sono almeno dieci, nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui la «voce leggiadra» di Calipso riaffiora, evocata da veloci flashback.

Il nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi a soli undici mesi dallo splendido Pezzi, s'intitola appunto Calypsos, ed è non a caso un'assorta riflessione sull'amore ineludibile, «che si gioca per vincere e chi vince è perduto», l'amore «come una medicina/ o un dolore da rinnovare», insomma «l'amore comunque»: con le sue fughe e il suo persistere.

O almeno questa è, insieme ad altre, una possibile chiave di lettura: ché sarebbe tradire quest'album magico e proteiforme, tentarne una lettura didascalica, imprigionandone in un netto percorso concettuale il sottile reticolo di allusioni, nuances, intriganti ambiguità. Infatti Calypsos è un gran disco proprio per il suo essere intimo, enigmatico, dolcemente contraddittorio. Perché dice senza dichiarare, mutuando l'incanto inconscio dei sogni. Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos è un giardino dell'animo, una partitura cameristica che svela via via, nel riascolto, colori e profondità. A partire dai suoni:quel lieve discorrere del pianoforte, in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur mansueto di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese in La casa, quel canto serpentino di In onda. Quel mondo che si svela per gradi in Per le strade di Roma, «quando la notte scende/ e il buio diventa brina/ e tutto si consuma e tutto si combina» e par di ritrovare certe liriche pasoliniane. Fino a L'angelo che a me ricorda, ma a contrariis, un'altra grande pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In realtà quella era una canzone sociale - puntualizza Francesco - questa è una riflessione sulla vita e la morte, sulla loro accettazione serena», ma potrebbe celare una pensosa parafrasi del dono d'amore: «Sono venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a sciogliere/ e non a spezzare», la complicità che non insidia la libertà.
Non chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione corretta: sa bene, Francesco, che la canzone non va decrittata, ma percepita, attraverso le sensazioni che irradia: «Non c'è niente da capire», cantava lui stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va di raccontare l'impulso che ha dato vita a Calypsos, quando ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro non sembrava alle viste: «Già quando scrivevo l'album precedente, avvertivo questo genere di suggestioni, legate alla realtà degli affetti e dei sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con la passione civile di Pezzi: così le ho tenute da parte, e subito dopo mi sono rimesso all'opera». Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante e tenerissima: «Piace anche a me, così minimale, con quell'aspetto un po' disneyano: i due innamorati che si ritrovano in un albergo a tre stelle potrebbero essere Minnie e Topolino...».
Insomma, un disco che viaggia controcorrente, questo Calypsos: parla dell'amore - lo provoco - in un momento di così grandi tensioni sociali e politiche. E lui: «Ma su quel versante avevo già dato, era inutile ribadire quello che Pezzi diceva già, esplicitamente. Del resto non sono mai stato un autore di manifesti: chi parla di me come di un artista schierato, il solito cantautore con la kappa, mi conosce davvero poco».

 

«Canto l’amore come Fred Bongusto» De Gregori: con melodie anni ’50 mi allontano dalla politica
di Mario Luttazzo Fegiz -  Il Corriere della sera" del 16/02/2006 
«Sta finendo gli studi ed è indeciso se fare il politico o l'attore». Da questa frase orecchiata in un ristorante da un giovane benestante e sicuro di sé che parlava a voce troppo alta di un amico, De Gregori ha tratto un verso della sua nuova canzone «Per le strade di Roma» nell'album «Calypsos» che esce venerdì 17. Nove brani inediti a prevalente regime sentimentale, in qualche caso secondo lo stile di Fred Bongusto. Arrivano a meno di 10 mesi da «Pezzi» e ne costituiscono per l'artista il naturale prolungamento. «Attore o politico? Sentendo queste parole ho drizzato le orecchie: chi pone la questione in questi termini o è un poeta o è un criminale. Le alternative che dovrebbe dare la vita a un sedicenne non sono solo queste. Certo non penso che tutti i giovani siano così. Ma il ragionamento è molto romano, tipico della capitale della politica del cinema e della tv dove il politico e l'attore sono visti come mestieri intercambiabili, il che storicamente non è nemmeno inesatto».
«Calypsos» è un disco speciale, sospeso, di grandissimo respiro musicale e poetico: una casa di legno e cartone («La Casa») tenuta su dalle rose che si arrampicano, rappresenta la caducità delle cose che costruiamo, «In onda» gioca sulla ambiguità fra on air simbolo della diretta mediatica e il trastullo del lasciarsi trasportare per l'appunto dall'onda. «In onda vuol dire esserci, essere percettibili. Ma fare l'esegesi dei testi significa banalizzare il tutto» obietta De Gregori, che tuttavia è disposto a chiarire un altro verso della canzone «Per le strade di Roma» quando canta «il futuro passa e non perdona e gira come un ladro per le strade di Roma». «Roma è una città dove alberga il futuro, ma non è un futuro messo in vetrina, come a Milano. Roma è una città propositiva. Anche se sembra sonnolenta, è all'avanguardia. Ed è la prima volta che scrivo una canzone decisamente campanilista sulla capitale».
Nel disco la politica è assente. «Non ce n'era lo spunto e non mi pare che se ne sentisse la necessità in questo momento in Italia. Non puoi uscire di casa che sbatti contro qualcuno che ti parla di politica. Prendiamoci questo quarto d'ora di felicità. Con un disco imprevedibile per il pubblico ma non per me che, mentre registravo "Pezzi", ho capito che stavo entrando in un nuovo clima». Così ecco «Cardiologia» e «La linea della vita» (con chitarra miagolante e coretti stile anni Cinquanta, «alla Bongusto» sostiene con orgoglio De Gregori).
In una si sostiene che nell'amore non si butta niente, nell'altra che a volta si dimenticano amori, ma si ricorda un singolo bacio. Dopo la donna sognata, quasi erotica, di «L’amore comunque» arriva «Tre stelle».
«E’ un inno quasi amoroso a questo tipo di alberghi spesso. Da anni mi sento più il cantante della band piuttosto che la ricca star e così ho scoperto i "tre stelle". Le cameriere belle fanno parte dello spirito disneyano del brano: al ritmo di un pianofortino mi immagino Minnie e Topolino che si danno un appuntamento più o meno clandestino in un trestelle».
Insomma per De Gregori «è un disco di straniamento, di rovesciamento dei ruoli, di sogni. Le canzoni non esprimono soltanto cose concrete, ma pensieri, desideri, utopie. Chiudere una porta, aprirne un’altra. La vita è fatta di rotture, di naufragi, di ricomposizioni sognate o realizzate».
E i giovani? «Come noi, all’epoca, mimano una sorta di cinismo di fronte alla realtà che hanno davanti, ostentano un disincanto per qualsiasi cosa, che se la conoscessero già. Impareranno le cose che contano: i sentimenti, le rose che si arrampicano, il tuo vino da bere a settembre con chi ami. Il resto è destinato a crollare».

De Gregori parla di amore, di morte, di fragilità e di un aldilà che probabilmente non c'è, o forse sì. Depone l'indignazione che gli aveva fatto ventilare nello scorso disco (solo 11 mesi fa) una dipartita dal suolo italico. Rispolvera il falsetto, acquieta il rock per uno stile più acustico e, come se si fosse re-innamorato di una sua foto di 30 anni fa, sforna un disco di ballate emozionanti come da tempo non se ne sentivano. Esce Calypsos, dove Calypso è la dea dell'Odissea ma anche il ritmo di una delle canzoni più belle del disco, L'angelo, un brano che parla di morte.
- Pensieri cupi Principe?
No. Fa parte delle esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero come quello della morte. Soprattutto per un laico come me, uno che non "crede" nel senso tradizionale del termine. Uno che non ha un'idea consolidata dell'aldilà, che non si aspetta un paradiso cattolico. Nella canzone il mistero viene risolto dalla figura di un angelo che "viene a sciogliere e non a legare", scusa se mi cito. Il senso è vedere la nostra fine come un momento di scioglimento dolce, non una frattura, non una cosa di cui aver paura. Una canzone che dovrebbe riconciliarci con l'idea della morte che in occidente è sempre bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché poi nessuno si scandalizza se un film o un romanzo trattano l'argomento. In una canzone è inusuale.
A proposito di laicità. Non trovi che nell'Italia di oggi questo sia un valore sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino a dichiarare una qualche appartenenza religiosa?
- Vorrai mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare… Al di là del fatto che (e non stupirò nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra alle prossime elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi cosa poi viene reinterpretata, strillata, ribattuta, rimasticata.

Perché, essere laici vuol dire schierarsi?
- Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente laico. Perché mi piacerebbe credere, vorrei tanto... L'uomo che veramente crede ha un grande privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della morte, dei sentimenti. E invece il laico vive una condizione più dolorosa, io mi sento orfano. Dopodiché la fede esasperata, la fede più formale che sostanziale, è una cosa che non mi piace. E c'è n'è tanta in giro. Così come c'è tanta gente che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi piacciono le persone che oltre a credere in Dio credono anche negli uomini.
Non vuoi parlare di politica perché hai paura che ti tirino per la giacchetta?
- A me c'è poco da tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte sto. Ma è vero che sono molto annoiato dalla politica.
Però c'è chi, tra i colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo j'accuse alla democrazia perduta… E lo fa in maniera forse fin troppo semplice, no?

- Non starai mica tentando di farmi parlare male di Ivano?
Sia mai!

- Trovo che ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità di scrivere in un momento piuttosto che in un altro. Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove indubbiamente c'era uno sguardo più attento alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente sentito la necessità di dire la sua. Tra l'altro lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate. Anzi… lui sì che è stato tirato per la giacchetta!

Credi che col passare del tempo la tua scrittura si sia semplificata?
- No, nient'affatto, forse chi l'ascolta si è abituato a sentire testi meno elementari rispetto a 20, 30 anni fa. La scrittura delle canzoni si è evoluta nel tempo. Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta ci fu una levata di scudi: per molti scrivevo cose  incomprensibili. Se fossero uscite oggi nessuno avrebbe detto niente.
C'è una malinconia di fondo in questo disco, anche quando si parla di casa, una casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che si può buttare giù con un soffio…

- La casa è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso, comunque non è sulla terra la vita vera dell'uomo. Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni. Il resto è legno cartone, non c'è né ferro né cemento.

Dopo la canzone di Celestino che se ne andava in Africa, qui c'è un altro brano che parla di fuga, "MayDay"…

Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull'isola e se ne va. È una rottura netta. A volte capita di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della propria fragilità.

Dallo scorso disco ti sei un po' riappacificato con il suolo patrio? Oggi diresti ancora che sei pronto ad andartene dall'Italia?
- Beh, in 11 mesi non posso aver cambiato idea. L'Italia non è un paese rasserenante e i problemi non si risolvono certo nell'arco di un anno.
Che musica ascolta De Gregori ultimamente?
- Essenzialmente musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato dei timbri, delle sonorità. Pensa che quando ho cominciato a fare questo lavoro me ne fregavo totalmente. Per me una canzone era solo una serie di accordi, una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un fagotto, una chitarra o un qualsiasi altro strumento. Quando ho fatto Rimmel era così. Invece ora voglio stare più attento ai timbri.
Ci dobbiamo aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio?

- Mai dire mai. Il problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle così come le ha trovate trent'anni fa sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte.
(Intervista di Silvia Boschero - L'UNITA' - 16/02/2006)

 

 

Da Fazio a CHE TEMPO FA

Pubblicato da Furex on 12th Marzo 2006

Ho visto per la seconda volta in pochi giorni De Gregori fare promozione per il suo ultimo parto musicale, Calypsos. Da Fazio, De Gregori parla del video di Cardiologia, che a suo dire non è un video, ma un'installazione di arte moderna.

Realizzato da De Gregori in collaborazione con il suo "tastierista", secondo De Gregori stesso questo video si distacca dal format del video "tradizionale" nel quale esiste una "sceneggiatura basata sul testo della canzone."

Sorvolando sul concetto squisitamente paleomusicale del "tastierista", mi sono chiesto con perplessità a quale epoca risale il concetto di video tradizionale secondo De Gregori; la mia perplessità aumenta mentre penso che il video musicale come genere ha una storia non più lunga di un ventennio.

Poi mi ricordo dell'ironica protesta della Littizzetto, che qualche tempo fa denunciava la divergenza crescente tra video e canzone. E osservo uno spezzone del video, che ricorda tanto i visualizzatori di Winamp.

Infine Fazio chiede: qual è la canzone perfetta per te, fammi un esempio. De Gregori con la massima pace mentale risponde che forse la sua ultima, ecco quella è perfetta.

Devo essere proprio fuori target.

 

 

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

Vado in onda Silenziosamente La mia mente sogna
E sono fermo ai bordi della strada E stranamente io Non ho vergogna
Sto aspettando e sto chiamando Che qualcuno mi risponda

Sono a casa La mia porta è aperta E la mia luce è accesa
Come un ladro nella notte puoi venire Io non ho difesa
Mentre dormo mentre sogno puoi colpire Di sorpresa

Soffia il vento Sulla punta del molo con un piede batto il tempo
Spreco il tempo Sta piovendo La tempesta sul mio viso sta passando
Si sta sciogliendo

E sono in onda Chiudo gli occhi e ti vedo forte e chiaro E sono in onda
Il mio nemico è in piedi ed io lo vedo ride Fermo sulla sponda
Ed io lo guardo e gli sorrido Mentre la mia nave affonda

Soffia il vento Sulla punta del molo con un piede batto il tempo Passo il tempo

 

_________________________________________________

Alessandro Svampa: cajon, bonghetti

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico NS

Alessandro Arianti: piano Fender Rodhes, Oberheim, Nordlead

Paolo Giovenchi: chitarre Gretsh 6120,  Gaglio, Gibson J45, Martin D42

Lucio Bardi: chitarra Martin D42

 

 

Al Buddha Café come al pub per cantare tutti insieme

aprile 2006

DI MARINELLA VENEGONI
BRESCIA. Il tour, in Italia, adesso si porta un po' così. Si fa e non si fa, si comincia e poi si smette e si riprende più avanti. Mentre le star internazionali si massacrano di bagni di folla, alcuni dei nostri Vati scelgono più spesso il profilo basso, con un contatto con la gente magari più raccolto e diretto, in un piccolo club. Succederà da domani a Ivano Fossati, che debutta appunto in un locale di Senigallia, succede da ieri a Francesco De Gregori: a poche settimane dall'uscita dell'ultimo album «Calypso», dove prende di sghembo la questione amorosa con l'originalità di accenti che gli è propria, il cantautore romano ha iniziato una manciatina di date dal Buddha Café di Orzinuovi, nella profonda provincia di Brescia. Un solo bagno di folla è previsto, il 25 aprile in piazza a Parma, per la Festa della Liberazione. Ma guai parlargli di politica. E di tour.

Gentile De Gregori, allora lei tiene concerti ma non vuol sentire la parola «tournée».
«Ma sì, basta con queste vecchie e provinciali terminologie. Basta anche con le scalette: canterò canzoni che di volta in volta mi va di fare. Saranno rappresentati alcuni pezzi del nuovo disco, 5 o 4, oppure 6 o 7. Non è un concerto celebrativo. Sono poche date davvero, il Buddha Café poi è un club fra i più popolari in Italia, apparentemente non bello, con strutture calde anche se apparentemente povero. Si suda tutti di più, si crea un'atmosfera da pub, l'ascolto è più partecipato e caotico».

Ritorna ai suoni duri degli ultimi tempi?
«No, sono suoni misti. Anzi, ritorno a sonorità più acustiche».

E' noto che lei non è un estimatore di Springsteen, e tuttavia anche The Boss, come lei con Giovanna Marini nel «Fischio del vapore» ha appena inciso in «We Shall Overcome» canzoni popolari del passato del suo Paese.
«Non mi crocifiggete, non mi straccio le vesti per lui ma finisce lì. Mi sembra che, riprendendo Pete Seeger, abbia fatto quel che abbiam fatto noi con Giovanna Marini, con una bella dose di sincerità. Devo dire che, con quella foto di copertina di tutti i musicisti insieme, la campagna di comunicazione di Springsteen ricorda molto "The Basement Tapes" di Dylan. Mi fa piacere che lei abbia colto questa assonanza con il nostro lavoro, nessuno l'ha ricordato nelle recensioni».

Le nostre vecchie canzoni popolari erano praticamente scomparse dall'immaginario collettivo. Le verrà voglia di cantarne qualcuna, almeno a Parma il 25 aprile.
«Lo potrei fare. La band è rodatissima, se attacco "L'attentato a Togliatti", mi viene dietro».

Perché solo lei, in Italia, ha avuto l'idea di riprendere questo repertorio del passato?
«Perché ho avuto più occasioni di altri di sentire questa musica da vicino. Ho conosciuto le persone che la facevano, le ho amate, ci sono andato a cena insieme. E ho un rapporto di lunga data con Giovanna Marini. Ma ci sono ancora circoli, ancorché un po' selezionati, dove questa musica viene riproposta, e ci sono studiosi che se ne occupano. Ma si sa come vanno le cose, avendo avuto uno questa idea, gli altri non lo fanno più. Eppure, quello della musica popolare italiana è un filone carsico».

Non le verrebbe di incidere un secondo volume?
«Se lo rifacciamo Giovanna ed io, sembra di tornare sul luogo del delitto. Non lo escludo ma nemmeno lo programmo. Il progetto è stato perfetto proprio per la scelta di quelle canzoni, rappresentative del mondo del lavoro, non schierate né antagoniste, e questo ha costituito la loro leggibilità. Potremmo incidere i canti anarchici, rivoluzionari, ma sarebbe una cifra differente».

Le è piaciuto «Il Caimano» di Moretti?
«Quando ai registi verrà chiesto se gli è piaciuto un mio disco, io dirò se mi è piaciuto "Il Caimano"».

Fino a quando non parlerà di politica?
«Sono estenuato dal fatto che se ne sente parlare troppo, e con accenti privi di fantasia. Non ne parlo perché non voglio aggiungermi al coro di voci, per la maggior parte belanti».

 

 

 

 

La sorpresa De Gregori: nuovo cd e svolta acustica

Paolo Giordano

Colpo secco, nuovo ciddì. Sarà che uno non se l'aspettava così presto. O che lui, il Principe, di solito se le coccola le sue nuove canzoni, le lascia crescere e respirare sui fogli d'appunti, in sala d'incisione, sui tavolacci delle osterie. Comunque rieccolo ed è una sorpresa: appena undici mesi dopo il ciddì Pezzi, il dieci febbraio Francesco De Gregori ne pubblica un altro che nel titolo richiama una ninfa greca ma pure un ballo giamaicano, un titolo di bellezza e movimento e anche di svolta,  massì. Calypso. De Gregori lo ha registrato di getto tra la seconda metà di novembre e dicembre, trascorrendo ore chiuso con la sua band nel piccolo studio di registrazione della casa di Spello, il borgo silenzioso nell'Umbria ai confini con le Marche. Settimane di lavoro al riparo dalle pressioni e dalle ansie, a pochi metri dagli uliveti che inseguivano le ombre lunghe del sole d'autunno. Lì De Gregori produce un extravergine da primato, con i riflessi verdi e asprigni dell'olio umbro, il Moraiolo o il Leccino,  che già nel Trecento i contadini benedicevano col pane e il sollievo di un anno buono. E lì sono nate queste nove canzoni a bruciapelo, inattese e impegnative perché dovranno sovrastare l'eco delle altre appena uscite e anche loro subito benedette dagli osanna dei critici. Pezzi è stato un ciddì trasversale per Francesco De Gregori. Salutato come uno scampolo di poesia rock, gallonato da riferimenti simbolici a Celestino V (Vai in Africa, Celestino!) o alla Atene dei peripatetici (Gambadilegno a Parigi).

(Il Giornale - 16.1.2006)

 

 

 

 

 

Il soffio dell'ispirazione solleva il velo sull'amore di Giorgio Maimone

"Calypsos" è un disco ispirato, anacronistico, fuori dal tempo: un concept album sull'amore. Una riflessione, alta, ponderata, profonda, impregnata da tutti i fumi della poesia, bagnata da tutte le sottili maree dell'emozione su quella sottile vena di follia che tutti ci tiene e che, come panni stesi a sciorinare all'aria, ci fa oscillare appesi al filo degli improvvisi sussulti del cuore. Dimentichiamoci la copertina. E' l'unica cosa brutta di uno splendido disco. Ma è una citazione anch'essa: si capisce dai caratteri incerti tracciati a mano. Siamo dalle parti dei dischi bianchi di Battisti/Panella. Dimentichiamo e poi partiamo a sognare. Dice: ma come si fa a fare un disco nuovo undici mesi dopo il precedente? Risponde: fa tutto l'ispirazione. Innegabile.

Dice che l'ispirazione è stata la ninfa che trattenne Ulisse, di lei comunque innamorato, per sette anni, prima di lasciarlo tornare a casa. Ma quando ascolterete "L'angelo" inizierete a sorridere: il tempo sottostante è un calypso che neanche Harry Belafonte! De Gregori gioca su due tavoli e vince sempre, perché in mano tiene carte segnate per "giocare a carte col suo destino". Il suo personale destino gli ha evidentemente consegnato una "mano" doppia che lo costringe a produrre alternativamente un disco "bianco" e un disco "nero", un disco "lento" e uno "rock", un disco "dolce" ed uno "amaro". E "Calypsos" è, prima di tutto un grande disco, uno dei più grandi della sua discografia (che poi vuol dire almeno della discografia nazionale) e poi un disco di "sole", pulito, fresco, agile e svelto. Anche troppo svelto: scorre via in appena 9 canzoni e 39'45". Ma forse 40 minuti è il tempo medio dell'amore.

E' quindi quasi un concept album questo a cui ci troviamo di fronte, anche se il concetto non è esattamente degregoriano, che finora, il massimo di concettualità l'aveva dispiegato su Titanic. Però già in "Pezzi" si percepiva un'aria unitaria di fondo che qui si fa più precisa e calzante. Preso il mito di Calypso come parametro di riferimento o punto di partenza per indagare sulle segrete trame dell'amore, Francesco De Gregori approfonda il bisturi della sua poesia pulita e chirurgica e in questo caso per niente visionaria e passa in rassegna situazioni amorose.

Si inizia con "Cardiologia", pianoforte e voce, con la tenue aggiunta del basso di Guglielminetti. E' la prima canzone nella quale Francesco dice esplicitamente "Ti amo" parlando in prima persona, ma non è questo il motivo di interesse ("quando dice: "è quattro giorni che ti amo/ ti prego non andare via" è una citazione in terza persona. Cfr "Pezzi di vetro"). Le note del piano di Alessandro Arianti possono ricordare un po' l'atmosfera de "La donna cannone", ma la canzone prende subito altre vie. Sono immagini degli  amori: "l'amore indecente / che non si può guardare", quello "che si veste di bianco / per scandalizzare" o "che raccoglie conchiglie / dopo la mareggiata", ma soprattutto "gli amori mai passati e ancora vivi nella mente / che dell'amore non si butta niente". Questa è la frase finale del brano, segue una lunga coda pianistica, e sfido chiunque ad ascoltarla senza farsi prendere da un brivido. D'altra parte Francesco ce lo ricorda anche prima: "l'amore ha sempre fame, non l'avevi notato?" Dice: "l'ho fatta in presa diretta, una sola volta e buona la prima. Altrimenti non ce l'avrei fatta a rifarla". Emozione a cuore aperto: ecco la "cardiologia" del titolo.

Piccola citazione: "l'amore dice "sempre" con disinvoltura /senza paura dice "mai" / senza paura mai" da un lato riecheggia "dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre" / nell'ipocrisia dei "mai" di De André e dall'altro riprende i temi di "Sempre e per sempre".

"La linea della vita" è la seconda canzone. Si cambia completamente atmosfera: quasi un blues. Cori gospel femminili (Elisa Baldini, Claudia Berté, Moira De Santi) di grande efficacia accompagnano la formazione al completo che suona nel disco (da dieci e lode sia strumentisti che arrangiamenti): sotto la direzione di Guido Guglielminetti che produce, come al solito e suona il basso, si allineano Alessandro Svampa alla batteria o percussioni, Alessandro Valle alla pedal steel, Paolo Giovenchi alle chitarre elettriche o acustiche, Lucio Bardi alla chitarra acustica, Alessandro Arianti al pianoforte e tastiere. De Gregori in questo disco non suona quasi mai: una sola volta, in "Per le strade di Roma" imbraccia la fida Martin D28. Tono scanzonato e ritmo sicuro, la "Linea della vita" parla degli "amori che non si ricordano / e baci che si dimenticano / Persone che passano e non si salutano e sputano /e cani bianchi che a volte ritornano".

"La casa" è un'altro dei vertici del disco (direte: quanti vertici ha questo disco? E' un icosaedro!) . "E ci metto la scommessa che ti voglio amare sempre / e ci metto quattro vigne per il vino di settembre" In una casa per l'amore ci stanno tante cose, sempre sotto il numero sciamanico di quattro ("quattro porte per i punti cardinali ... quattro rose per i quattro Evangelisti ... quattro spine dolorose ... quattro spine e quattro rose"). Viola, violino e violoncello danno ulteriore intimità a un brano da cantare sul calar della sera, tenendo vicino la persona amata ed osservando dall'uscio di casa il tramonto. "Costruisco questa casa / senza inizio e senza fine / come il sole a mezzogiorno / quando incendia le colline" ... "che ci possa entrare il cane / quando sente il temporale". E' una canzone semplice, tutta in rima, ma non c'è una sola rima fuori posto, forzata o abusata. E' grande dolcezza che si spande tutto intorno.

Ancora con l'anima turbata e con la sensibilità esacerbata dalla canzone precedente non ho tempo di riprendermi prima di accorgermi di "riuscire a volare" assieme a "L'angelo" che arriva direttamente dai Caraibi e passa a volo rasente. Un angelo dolcissimo che "è venuto a sciogliere / non a legare". "Passa l'angelo e ti offre da bere" e in sottofondo un dolcissimo suono di flauto (forse il Lahore flute, come dice la nota sul libretto) ti prende per mano e ti porta esattamente dove sei disposto ad andare tu. Potrebbe essere l'angelo di un amore estemporaneo, che si ferma esattamente il tempo necessario per darti un sorriso ... e per offrirti da bere. Imprescindibile.

"In onda" è forse il brano che ha più a che fare con il mito di Calypso, almeno direttamente, ma Francesco non ha voglia di essere esplicito e gioca col doppio senso di essere in onda da marinaio o di "andare in onda" in un mezzo di comunicazione di massa. E' Ulisse che parte e che dice che "sta piovendo / la tempesta sul mio viso sta passando / si sta sciogliendo". "Il mio nemico è in piedi ed io lo vedo, ride / fermo sulla sponda / e io lo guardo e gli sorrido / mentre la mia nave affonda". Una delle canzoni più lunghe (5'24") e di grande intensità. Commuovente.

Dopo una parte centrale così densa e ripiena di sentimento c'è bisogno di tirare il fiato e cosa c'è di meglio di un sano e deciso rock? "Mayday" adempie perfettamente allo scopo: camera di decompressione musicale e testuale. Le liriche insegnano come si può fare per salvarsi la vita: "devi comprarti un vestito nuovo / e decidere come ti sta". Dopo di che "guarda dritto negli occhi / l'amore che stai per lasciare / e abbandona la scena / abbandona la nave". Ulisse che lascia Calypso? "Vattene vattene adesso / ed io farò lo stesso". Amori che si lasciano, che finiscono, che abbandonano la scena. L'altra faccia dell'amore. L'altra faccia della musica.

"Per le strade di Roma" sono 5'43" di scorribande per gli ambienti della Capitale, dalla Magliana alla Tiburtina, dalla Salaria a via Frattina. Quasi come Nanni Moretti in vespa in "Caro Diario". Un modo in immagini e un modo in musica per esprimere l'amore per la propria città. "C'e adrenalina nell'aria / carne fresca che gira /... / e tutto si arroventa e tutto fumo / per le strade di Roma". In Roma ci sono facce nuove, ma anche donne da guardare e "ragazzi che escono da scuola / e sognano di fare il politico o l'attore / e guardano il presente senza stupore / e il futuro intanto passa e non perdona / si aggira come un ladro / per le strade di Roma". Una panoramica con sguardo innamorato, dove "tutto si consuma e tutto si combina", ossia "per le strade di Roma". Magica. E innamorata. Una canzone d'amore per la città.

"L'amore comunque". Dopo 7 canzoni che non fanno altro che parlare d'amore, non avevamo più dubbi sul fatto che l'amore fosse comunque. E anche lo stesso e persino eventualmente! "Che tu ne faccia meraviglia / o spettacolo banale / lacrime a rendere / o scherzo di Carnevale ... / è così che ti piace / è così che ti fa immaginare". L'amore è comunque, non è dovunque, non è qualunque, ma è senz'altro "comunque". Imprescindibile, imperdibile, pervasivo, ma mai invasivo. L'amore è così che ti piace, è così che ti fa immaginare. Altro lento d'atmosfera.

In chiusura un altro piccolo spazio di relax. L'amore che si può fare anche in "un tre stelle, un gran bel tre stelle /a due passi dalla statale". Amore furtivo o fuggitivo, Clandestino o provvisorio. Dice: l'amore tra Minnie e Topolino. Un amore rilassato. Un incontro fugace. Con la delicatezza di un morbido country come se ne trovano altri nel canzoniere degregoriano da "Buonanotte fiorellino" in giù. "Tre stelle" è la canzone ma sono senza dubbio cinque le stelle che destiniamo all'album. "Calypsos", mi ripeto, entra nelle sfere alte della discografia di De Gregori, senza pentimenti e senza esitazioni. Ci sono dischi in cui tutto piace e magicamente trova il posto logico nella tua vita, nei tuoi ascolti, nei tuoi pensieri. "Calypsos" è così: il disco giusto al posto giusto. D'altra parte, potevamo arrivarci anche prima: lo sanno tutti che Calypsos è un mito!  

 

(F. De Gregori – Calypsos)  

 

 

Per salvarti la vita devi uscire da qua devi lasciare la vecchia strada e fare un passo più in là
la direzione nuova la devi scegliere tu per salvarti la vita devi rischiare di più

Per salvarti la vita non avere paura, localizza un'uscita, fai le cose con cura
lascia correre l'acqua, lascia spegnere il fuoco, è questione di niente, è questione di poco.

Devi comprarti un vestito nuovo e decidere come ti sta e non aver paura di dimenticare
vattene adesso, non ti voltare non c'è nessuno da salutare…

Devi cambiare indirizzo e telefono, devi cambiare città e non aver paura di non farti più trovare
vattene, vattene adesso ed io farò lo stesso non ti voltare, non c'è nessuno da ringraziare.

Per salvarti la vita non ci stare a pensare chiuditi bene la porta alle spalle e butta la chiave
guarda dritto negli occhi l'amore che stai per lasciare e abbandona la scena, abbandona la nave.

 

Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: contrabbasso elettrico Fender special

Alessandro Arianti: Fender Rodhes piano

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Paolo Giovenchi: chitarre Gibson J45, Fender Telecaster55

Lucio Bardi: chitarra Fender Stratocaster

Elsa Baldini, Claudia Bertè, Moira De Santi: coro

Qualcuno, per farsi notare e non sparire nell’indifferenza generale, s’è inventato i dischi e i concerti “evento”, effetti speciali, parate di ospiti e sparate mediatiche utili, quando tutto va bene, a strappare titoli ai giornali e a scuotere il pubblico dalla sua, spesso giustificata, apatia. De Gregori, da buon bastian contrario, fa esattamente l’opposto e si è rimesso ostinatamente a concepire il suo mestiere come si faceva una volta. Va a suonare con la sua band (sempre la stessa) dove lo chiamano, butta fuori un disco ogni volta che ha in mano abbastanza materiale da giustificare l’affitto di una sala di registrazione. Profilo basso, insomma, come antidoto alla schizofrenia dello show business, “progettualità” e strategia al grado zero: posso confessare che basta questo a rendermelo simpatico, a farmi schierare immediatamente dalla sua parte? Detto ciò, bisogna sapere a cosa si va incontro. “Calypsos” sono semplicemente le sue “9 canzoni nuove”, come sottolinea onestamente il sottotitolo di un disco che arriva a meno di un anno da “Pezzi” nella veste più dimessa che sia possibile immaginare: copertina “povera” e iper minimale con nome dell’artista e titolo dell’album riprodotti su sfondo bianco (l’unico vezzo è quel lettering che, come qualcun altro ha già acutamente sottolineato, rimanda al tardo Battisti), suono essenzialmente analogico, durata inferiore ai 40 minuti come ai bei tempi del vinile nostalgicamente rievocato dall’etichetta stampata sul cd.  

 

 

Circola aria antica e familiare, insomma. Con la cover di “A chi”, incisa per la raccolta “Mix” di fine 2003, Francesco aveva confessato un debole insospettato per gli anni e le musiche della sua giovinezza. E anche stavolta, tenendo a freno la lingua rock e spigolosa che caratterizzava tanta parte di “Pezzi”, torna in un paio d’occasioni a rivisitare l’ingenua freschezza dei Sessanta: succede nella deliziosa “La linea della vita”, musica leggera ma pensante con tanto di coretti e vellutata pedal steel che farebbe la sua figura anche in un juke box, ce ne fossero ancora; e in “L’amore comunque”, una specie di lento da mattonella non fosse per il testo che Rita Pavone o Nico Fidenco non avrebbero mai potuto cantare. Sono canzoni d’amore, per la maggior parte, come suggeriscono i richiami nei titoli alle malattie del cuore e alla figura classica della ninfa Calypso, mentre la “politica” amara e disorientata del disco precedente se ne va lei pure in soffitta. La band che lo accompagna è quella solita, con Arianti, Svampa, Bardi, Giovenchi, Valle e Guido Guglielminetti (anche produttore) a ricamare con perizia e misura, mentre il titolare suona pochissimo e pensa a scrivere e a cantare: ci sono ancora tante e belle chitarre, scrupolosamente annotate per marca e per modello nei crediti brano per brano, e un assolo alla Mark Knopfler (in un pezzo, “Mayday”, che vive soprattutto di quello). Ma ci sono anche ballate classiche alla De Gregori per voce e pianoforte come “Cardiologia”, e calypso leggeri (rieccolo il titolo…) come “L’angelo” in duetto con Lucy Campeti, una di quelle parentesi spensierate a cui il cantautore ci ha abituati almeno dai tempi preistorici di “Banana republic”. E’ un album, questo, che preferisce le rotondità agli spigoli, una certa malinconia composta allo sdegno civile, l’universalità dei sentimenti all’attualità dello scontro ideologico. E non è che siano tutte dei capolavori, le 9 canzoni nuove: la struttura rock della citata “Mayday” è didascalica, e non lascia traccia la conclusiva “Tre stelle”, un evanescente pop soul e un clarinetto swing a far da sfondo a metafore fin troppo prevedibili. Però è anche il disco di un Autore, e ogni volta salta fuori una linea vincente (“Che dell’amore non si butta niente”, canta Francesco con la sua bella voce piana in “Cardiologia”), uno squarcio poetico, un lampo da brivido. Per esempio quella fotografia cruda, soleggiata e sonnacchiosa che è “Per le strade di Roma”, un omaggio lucido, agre e affettuoso a una città dove “sono arrivati i Turchi all’Argentina” e i ragazzi “sognano di fare il politico o l’attore/E guardano il presente senza stupore”. O quel piccolo incanto per gruppo rock e quartetto d’archi che è “La casa”, istruzioni di bricolage domestico e semplici proponimenti che valgono anche per la musica pop: che può diventare un rifugio accogliente per chi ascolta, con quattro porte ai punti cardinali “che ci possa entrare il cane/quando sente i temporali”. Anche a questo servono le canzoni, e il De Gregori “estroverso” e generoso degli ultimi anni sembra esserne diventato sempre più consapevole.

(Alfredo Marziano – Rockoil.it)

 

De Gregori, il poeta ritrova la sua musa

Meno rock e politica ma più melodia nel nuovo album del cantautore romano, Calypso, in uscita a metà febbraio

 

(di Enrico Deregibus su Kataweb)

Calypso. Si chiamerà così il nuovo album di Francesco De Gregori, in uscita a metà febbraio (il 17 anche se non ci sono ancora notizie ufficiali). Un titolo dele genere, in grado di far pensare ai tropici come alla mitologia greca, lascia un grande margine di spazio per immaginare cosa possa contenere. A ogni buon conto gli elementi di sorpresa dovrebbero essere molti.

Il primo è certamente la pubblicazione in sè, visto che l'ultimo disco di De Gregori, Pezzi, è uscito solo alla fine di marzo dell'anno scorso e ormai da tempo, si sa, i lavori in studio degli artisti più importanti sono centellinati. Avvengono a piccoli sorsi, a volte perché son di pregio, a volte perché le botti sono vuote. Lo stesso cantautore romano dagli anni Novanta ha tenuto una media di quattro anni fra un'uscita e l'altra.

Calypso oltre a essere il titolo del disco è anche una delle canzoni, che in tutto saranno nove, prodotte come ormai d'abitudine da Guido Guglielminetti. Il quale ha solo anticipato che: "Di questo disco ci sarà da discutere per tutto l'anno. Credo che rimarrete scioccati".

Le voci sull'album sono molte, circolano anticipazioni plausibili e altre molto meno. Su un 'blog' sono comparsi addirittura i titoli e i versi di alcune canzoni ma era una notizia totalemente priva di fondamento (i titoli erano del tutto inventati e i versi appartenevano a canzoni di altri, più o meno note) anche se il quotidiano 'L'Unione sarda' ha ripreso le indiscrezioni dandole per sicure.

Quel che è certo è che Calypso (già titolo di un vecchio album di Ron) sarà meno rockettaro di Pezzi, più melodico, e tendenzialmente meno incline a tematiche politiche e sociali. Una sorta di altra faccia della medaglia rispetto al precedente. Come mai questa uscita a ridosso? La spiegazione si trova in una parola: ispirazione. Che, come disse De Gregori una volta, "effettivamente esiste, anche se scevra da qualunque romanticismo". 

Prima di Pezzi il cantautore aveva infatti confessato di non avere grandi stimoli di scrittura, da una parte gli sembrava di aver già detto molto e dall'altra non aveva intenzione di ripetere cose già dette. Ma il vento è cambiato. In occasione delle interviste per Pezzi, De Gregori aveva rivelato di aver composto molti altri brani oltre quelli e aveva anche anticipato l'intenzione di non aspettare quattro o cinque anni per un nuovo disco. Addirittura alla pubblicazione dell'album di Jovanotti Buon sangue se n'era uscito con una battuta: "Con un titolo così avrei già un disco di canzoni pronte".

A novembre, prendendo tutti in contropiede e non seguendo i consigli dei discografici lo invitavano ad aspettare (da Pezzi è stato da poco estratto il terzo singolo, Passato remoto), è entrato in studio e c'è rimasto fino alla fine di dicembre. Controcorrente per l'ennesima volta, come quando nel 1990 pubblicò tre dischi dal vivo in contemporanea e come quando nel 2003 uscì con il disco di brani della tradizione italiana Il fischio del vapore insieme a Giovanna Marini.

Calypso sarà nei negozi a meno di un anno da Pezzi (25 marzo 2005) gratificato da parecchi riconoscimenti anche recenti. Quelli della critica, che l'ha premiato come miglior disco dell'anno con la Targa Tenco 2005 e nel consueto referendum della rivista di settore 'Musica e dischi'. Ma non solo. Il brano Gambadilengo a Parigi ha vinto un gioco sulla canzone più emozionante dell'anno fra i lettori della 'Stampa' di Torino, mentre l'intero album è in testa al referendum fra quelli del 'Corriere della sera' sul più bel disco del 2005. De Gregori ha sbancato anche con lettori di 'Repubblica': proprio in questi giorni il suo Titanic è stato scelto come miglior album degli ultimi trent'anni, davanti a dischi di Pink Floyd, De André, U2, Guccini, Springsteen, Clash e altri mostri sacri.  (18 gennaio 2006)

 

De Gregori: ‘Ecco come sarà il mio nuovo album’

Fresco di incoronazione per il suo album del 1982, “Titanic”, il più bel disco degli ultimi 30 anni secondo un sondaggio di Repubblica, Francesco De Gregori ha rilasciato una lunga intervista a Michele Serra nella quale, a sorpresa, annuncia l’imminente pubblicazione di un nuovo lavoro discografico. L’album, in vendita da metà febbraio, arriva a meno di un anno da “Pezzi” e s’intitola “Calypso”. “L’ho scritto in un mese”, racconta il 54enne cantautore romano. “E’ stato registrato e mixato in venti giorni, per giunta mentre avevo ancora nelle orecchie il disco precedente. Sono meravigliato io stesso, ma si vede che ne avevo bisogno, l’arte è una medicina contro i mali della vita. Mi sto scoprendo una tenerezza tardiva per i ferri del mestiere, addirittura un amore senile per la sala di registrazione, uno studio come quello di una volta, sala grande, ampio spazio per l’ingombro fisico degli strumenti, nessuna fredda miniaturizzazione tecnologica. Mi hanno chiesto com’è il disco? Ho risposto: intimo. Parla dei conti non risolti con l’amore, che rimane un momento di grande indecifrabilità. Si Chiama ‘Calypso’, parla dei rapimenti d’amore: Il riferimento è più alla ninfa che fece innamorare Ulisse che al ballo, anche se una canzone è dedicata proprio al ballo. E un’altra, ‘Cardiologia’, alla scienza del cuore, ammesso che sia una scienza, quella…”. da www.rockol.it 

 

 

Il pubblico È conservatore. Sente una canzone in un certo momento della sua vita e quella resta sempre la stessa

Intervista alla vigilia del tour "Con il cuore piantato nel mondo". "Viva l'italia", ho lasciato per la prima volta che fosse utilizzata nella campagna referendaria sulla Costituzione di PAOLO D'AGOSTINI

ROMA - Questa conversazione con Francesco De Gregori avviene alla vigilia del Calypsos Tour che dall'11 luglio lo porterà in giro per l'Italia con il disco (Calypsos, appunto) uscito lo scorso inverno. È il caso di avvertirlo che chi gli fa le domande stavolta non è un giornalista musicale, che non saranno domande musicali. Non si preoccupa, unico sbarramento la vita privata. La politica sì, con l'avvertenza: "sono solo un cantante".

È giusta l'impressione che ogni disco, forse ogni singolo concerto, siano segnati da un sentimento?

"Forse è così, ma a me risulta chiaro solo a posteriori. Se mi guardo indietro m'accorgo che qualche volta il mio lavoro è stato contrassegnato da un maggior interesse verso il mondo, la politica, la storia: Titanic per esempio. Mentre al contrario Rimmel parla del cuore. In realtà le cose s'intrecciano ed è difficile districarle, anche il cuore non sta sulla luna ma sta piantato nel mondo. Poi c'è un mio normalissimo processo di crescita e anche di decadenza. Di sostituzione di alcuni sentimenti con altri. Non un'accresciuta capacità di maneggiare i ferri del mestiere, non sono diventato più bravo a scrivere canzoni di quanto fossi trent'anni fa".

In tanti restano male quando lei canta una sua canzone famosa cambiandola (ride e dice "non mi offendo"). Vuol dire che il pubblico è conservatore e che limita la libertà artistica? E che lei si difende e si ribella? Con un po' di malignità, perché così impedisce al pubblico di cantare con lei nei concerti.

"Il pubblico è conservatore, e forse ha ragione di esserlo. Va a sbattere addosso a una canzone in un certo momento della sua vita e quella canzone resta esattamente come l'ha sentita quel giorno. Ma per me è un giorno di vent'anni, di trent'anni prima. Per me che l'ho scritta quella canzone non resta cristallizzata, per me che ci lavoro con le canzoni è fatale che cambino e si rinnovino. Sarei truffaldino se rimanessi fermo a quello che è stato vero nel '75 o nell'80 e non può essere rimasto tale e quale. Il pubblico può cantare le mie canzoni, ci mancherebbe, basta che non pretenda che io le canti come le canta lui.

Naturalmente nessuno può impedire di pensare che, rifacendola, quella canzone l'ho rovinata".

Una delle sue canzoni in particolare è stata più volte piegata a un uso politico, da destra e da sinistra. È Viva l'Italia. Quest'anno per la prima volta, per la campagna sul referendum costituzionale, lei ha acconsentito.

"Ho detto di sì per la prima volta perché mi sembrava importante contribuire alla vittoria del No. In generale non mi piace ma questa volta negarla sarebbe stato solo spocchioso. La prima volta fu usata dal Movimento sociale, che non mi ricordo se già si chiamava Alleanza Nazionale. La seconda volta dal Psi di Craxi. In entrambi i casi espressi malumore e disappunto. Più di questo è difficile fare specialmente se, come nel primo caso, la canzone non viene usata per una campagna - che implica la richiesta del permesso a editore e autore - ma eseguita in una festa di partito dove basta che paghi la Siae senza bisogno di alcun consenso. Più che dire: ma l'avete sentita bene? "l'Italia liberata", "l'Italia che resiste": voi che c'entrate? Non vi riguarda, o casomai vi riguarda al contrario. Non è che siano stati grandi drammi della mia vita comunque. Woody Guthrie si ritrovò la sua "This land is your land" come colonna sonora pubblicitaria di una marca di latte".

Esce in questi giorni un'antologia intitolata "L'Italia del Novecento nella poesia del Novecento" (Ediesse editore) che include molti testi di canzoni e tra queste Viva l'Italia.

"Questione molto dibattuta e, per me, pessima cosa. Mi sembra talmente semplice: la poesia trova la sua musicalità e il suo ritmo nelle parole mentre il testo di una canzone viene scritto in funzione della musica, quindi la parola non è autonoma. La canzone senza musica è mutilata. Io non voglio figurare così accanto a Zanzotto, anche se penso che Viva l'Italia sia una bella canzone: ma con la sua musica. Come se togliessimo la punteggiatura a una poesia. Trovo che sia un omaggio non richiesto, non mi sento più elevato se paragonato a un poeta, non l'ho mai preteso".

Per una lunga stagione - tra anni 80 e 90 - la sua figura associata ad altre (due nomi per tutti: Nanni Moretti, Altan) è stata un simbolo di resistenza morale. Una forzatura, un condizionamento, perfino un equivoco?

"Io personalmente come altri personalmente possiamo essere stati percepiti come oppositori perché abbiamo espresso disagio e dato voce al disagio nei confronti di un percorso contrario a tante speranze. Naturalmente se gli artisti diventano surrogato della politica questo indica un fallimento della politica. Oggi non mi tiro indietro, sono sempre lo stesso e non ho cambiato le mie idee ma leggo i giornali in modo più disattento, con più distacco dalla partecipazione sofferta. Sono contento che Prodi sia al posto di Berlusconi, ma non mi sveglio con la smania di sapere che cosa ha dichiarato Pecoraro Scanio. Preferisco ammirare un bel quadro o dedicarmi a un bel libro di filosofia".

C'è la canzone d'amore per definizione senza tempo (Buonanotte fiorellino), quella che invece trae ispirazione da un tempo e da un luogo storicamente riconoscibili (Il cuoco di Salò o San Lorenzo), e quella che difende un'idea, un principio, un valore (Generale). Che differenza c'è, c'è una gerarchia artistica?

"La prima differenza che mi viene in mente è che Il cuoco di Salò non la canto mai dal vivo per paura che qualcuno si alzi in platea e gridi "viva il duce" o anche "a morte i fascisti". Vorrebbe dire comunque non essere riuscito a farla capire. Detto questo per me non c'è molta differenza: anche la canzone "storica" nasce nello stesso posto dove è nata Buonanotte fiorellino, il cuore".

Lei pratica un'arte popolare, che sta nel mercato e le fa guadagnare denaro. C'è dentro di lei un'anima rigorista che le dice di dover espiare la "colpa" della ricchezza?

"No. Sono uno che guadagna bene ma ha anche e sempre pagato molto bene le tasse. Non mi sento colpevole e non mi sforzo di sentirmi colpevole".

Quanto conta per lei il cinema?

"Bufalo Bill non l'avrei potuta nemmeno pensare se non avessi visto il film La ballata di Cable Hogue di Peckinpah. Le parole "Il mio amico culo di gomma famoso meccanico" nascono da lì, da quel personaggio del West al tramonto che viene schiacciato dalla prima automobile. Fa parte della mia cultura "da liceale" che a volte mi è stata rimproverata".

Sotto elezioni lei è uscito con un disco dal profilo intimista, Calypsos. Il contrario del Caimano di Moretti.

"Penso che entrambi abbiamo agito liberamente, io parlando di sentimenti e lui di Berlusconi. Elezioni o non elezioni".

(8 luglio 2006)

 

 

C'è adrenalina nell'aria, carne fresca che gira. Polvere sulla strada e gente che se la tira
E a tocchi a tocchi una campana suona per i gabbiani che calano sulla Magliana
E spunta il sole sui terrazzi della Tiburtina e  tutto si arroventa e tutto fuma. Per le strade di Roma

Ci sono facce nuove e lingue da imparare. Vino da bere subito e pane da non buttare
E musica che arriva da chissà dove e donne da guardare
Posti dove nascondersi e case da occupare, che sono arrivati i Turchi all'Argentina
e c'è chi arriva presto e chi è arrivato prima. Per le strade di Roma

E c'è un tempo per vendere e un tempo per amare e

E c'è uno stile di vita e un certo modo di non sembrare
Quando la notte scende e  il buio diventa brina e uomini ed animali cambiano zona
Lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina e tutto si consuma e tutto si combina.

Per le strade di Roma

E a tocchi a tocchi una campana suona per i ragazzi che escono dalla scuola
E sognano di fare il politico o l'attore e guardano il presente senza stupore
Ed il futuro intanto passa e non perdona. E gira come un ladro per le strade di Roma

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Alessandro Svampa: batteria

Guido Guglielminetti: basso elettrico 5 corde

Alessandro Arianti:  Oberheim, Nordlead, Minimoog

Alessandro Valle: pedal steel guitar

Francesco De Gregori: chitarra Martin D42

Paolo Giovenchi: chitarre Fender Telecaster, Gaglio

 

 

Odisseo a Roma di Stefano Mannucci

«IO RISPETTO tutti quelli che credono in un qualunque Dio, ma vorrei che loro credessero più negli uomini. Se penso a queste forme di monoteismo che oggi creano grande preoccupazione nel mondo, mi viene da rimpiangere gli dei della classicità. Quel delizioso Olimpo pieno di personaggi un po’ alla Disney, dove trovavi una Minerva dispettosa, un Nettuno incazzoso, un Giove un po’ mollicone e tormentato dalla moglie. Dicono che comandasse sugli altri, ma poi non si capisce quanto contasse davvero. Quella era una forma di religione estremamente gradevole». È di buon umore, De Gregori, malgrado una fastidiosa allergia. «Non alle interviste», assicura lui ridendo, e questa è già una notizia. Refrattario a infilarsi nelle sabbie mobili della politica - proprio lui che l’impresario David Zard definisce come «l’unico sincero cantautore di sinistra» - Francesco preferisce parlare di miti, per commentare questo suo smagliante nuovo album, che non a caso si intitola "Calypsos". «Con quella "s" da plurale angloamericano, perché qui non parliamo solo di una ninfa, ma di tante donne, e dell’indecifrabilità delle passioni. Ecco, questo è un disco sui sentimenti, che sono pericolosi ma splendidamente necessari. Perché la vita ha sapore quando l’anima si contorce per il batticuore, quando l’uomo rischia di scoprire il dolore inseguendo la felicità». De Gregori, Calypso non riesce a trattenere Ulisse sull’isola Ogigia, malgrado le promesse di amplessi eterni in «grotte profonde». Quello monta su un tronco, sfida il mare grosso e gli dei contrariati, e tenta di fare rotta verso casa. È l’archetipo dell’uomo moderno, no? «Attenzione. Calypso gli offre tutto, ma in cambio della libertà, dopo sette anni di sequestro. Non voglio ci si vedano altre simbologie, in filigrana, tranne l’imperscrutabilità dell’attrazione. Insomma, Ulisse piange sulla spiaggia, ma la sera prima di partire fa sesso a go-go con la ninfa. E lei, che lo tiene prigioniero, si comporta in modo contraddittorio. Lo aiuta a prendere i tronchi, a caricare la zattera. Non lo caccia via, ma quasi. Il suo è un atteggiamento incoerente. E Calypso è una divinità. Non come Didone, che è pienamente donna, e della quale comprendiamo la disperazione, una volta che si innamora di Enea». Perché Ulisse deve andare: Omero pretende l’happy end a Itaca. Poi, fatta strage di Proci, si stufa e riparte. Dante lo fa naufragare oltre le colonne d’Ercole, altre leggende balcaniche lo vedono come un esploratore di nuove terre, un re venuto dal mare con un remo per scettro. «Già. È l’uomo condannato al viaggio. È il suo tormento, il suo desiderio, il germe della conquista e della scienza. Tutti subiamo la fascinazione di un percorso da intraprendere. Salgari o Pessoa viaggiavano con la mente, senza muoversi da casa. E su Internet ci illudiamo di navigare. Al contrario, gli animali non amano viaggiare: si spostano per freddo, o per fame». Su questo nuovo disco c’è un omaggio agli alberghi a «Tre stelle». Curioso, perché i musicisti cantano spesso l’alienazione della vita in tournée. «In questi hotel di medio livello trovo spesso più umanità e pulizia di quelli di gran lusso, dove magari il portiere ti parcheggia la macchina ma non c’è un clima accogliente e familiare. Questi alberghetti "ai margini della statale" li devi saper cercare. Sono un antidoto alla solitudine tipica del nostro mestiere». Che la rivedrà presto sulla strada per altri tour, immagino. «La parola tour mi fa venire l’orticaria, mi ricorda i viaggi di formazione degli intellettuali del Settecento. Farò una ventina di concerti in estate, sotto le stelle, come si conviene. Per tenere sotto controllo la band». E per tenere sotto controllo anche gli eventi, come in quella notte di tregenda a Villa Borghese, qualche mese fa. «Una serata in qualche modo magica, malgrado la pioggia da tropici e il guasto all’amplificazione. Una di quelle volte in cui il pubblico di gratifica oltre ogni misura». Che ne è dell’ipotesi di un concerto per Roma assieme a Zero, Venditti e Baglioni? «Francamente non ne ho mai sentito parlare. Non vorrei sembrare scortese, ma facciamo musiche così diverse che mi parrebbe complicato organizzare il tutto. E poi non ho mai sentito l’appartenenza a una forma di "scuola" musicale romana. È un’invenzione mediatica. Le mie prime canzoni dovevano molto a milanesi come Jannacci o i Gufi, a un genovese come De Andrè. Noi romani ci incontravamo talvolta al bar dell’Rca o al Folkstudio, ma non avevamo una sensibilità comune, né uno stile condiviso».

 E questa nuova canzone, "Per le strade di Roma"? Immagini pasoliniane e poi quei due versi che spuntano come una lama di coltello: "uomini e animali cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina". «Che non vorrei spiegare, perché quando l’autore chiosa i suoi testi, in qualche modo li impoverisce. Quanto a Roma, forse era destino che ne scrivessi ora. Ho un rapporto bellissimo con la mia città, che si lascia scoprire ogni giorno, anche se ci abiti da una vita. Magari ti inoltri in un vicolo e trovi un mondo nuovo. Certo, questa che canto non è la Roma che "nun fa la stupida stasera", ma quella che incarna tanti problemi del mondo di oggi; un crocevia di problemi globali che qui prendono forma in modo evidente, drammatico. Con questo finale in cui "il futuro si aggira come un ladro". Non chiedetemi quale sia, il suo avvenire. Lo immagino come Hermes, per tornare alla mitologia. Si nasconde nelle strade, non so cosa voglia rubare. Su questo, non ho profezie da fare». Un altro brano vede protagonista un angelo. Fa il paio con "L’arcangelo" di Ivano Fossati. «Curioso no? Se ci fossimo telefonati...Il ritmo è, quello sì, l’unico vero calypso dell’album. Quanto all’angelo, lui passa e con dolcezza ci dice di non aver paura. Ci annuncia la nostra incessante trasformazione, i nostri passaggi. È un pezzo sulla vita e sulla morte». Un anno fa mi disse che non avrebbe più suonato dal vivo una cosa politica come "La storia", perché si diceva disilluso sulla possibilità che le genti determinino il proprio destino collettivo. Poi cambiò idea. «È bello che un musicista si contraddica, no? Non c’è bisogno di fare dietrologia. Uno dei miei musicisti avrà accennato il riff di quella canzone, avremo trovato un nuovo arrangiamento intrigante, e sarà tornata in repertorio». Ma la poesia civile ha davvero un senso, oggi? O è piuttosto un passaggio obbligato per un certo coté artistico? «Può avere una sua funzione, a patto di non prenderla come un obbligo o una missione, né a leggerla né a scriverla. È una delle tante possibilità, ma l’impegno fine a se stesso non ce lo ordina il dottore. E neppure il commentario politico. Mi astengo, lo lascio volentieri a tanti colleghi». Beh, in un mondo di cattivi maestri ci indichi almeno un esempio da seguire. «Il Dalai Lama. E non se ne parli più». (Il tempo - giovedì 16 febbraio 2006)

 

11 OTTOBRE 2006: in occasione della pubblicazione della sua tripla antologia "Tra un manifesto e lo specchio" [prevista per il prossimo 3 novembre], Francesco De Gregori ha deciso di registrare per la prima volta "Diamante", la celebre canzone da lui scritta per Zucchero. Il brano era stato inserito nel disco "Oro, incenso e birra". Il triplo live conterrà tutte le più belle canzoni asoltate nei concerti e in particolare "Diamante" scritta per Zucchero. Le nuove canzoni si mescoleranno con i pezzi storici di Francesco per un risultato di forte impatto (www.ilbarbagianni.com).

 

 

In barba alle scaramanzie che sconsiglierebbero il viola in tv, Francesco si presenta con un elegante gessato e con una t-shirt lilla [poi sostituita con una polo della stessa tonalità] esibendosi con la Band al gran completo [Guido Guglielminetti, Lucio Bardi, Alessandro Valle, Alessandro Arianti, Paolo Giovenchi e Alessandro Svampa tutti in giacca e cravatta scure] per circa un'ora e mezza, con i protagonisti seduti per buona parte della performance: il pubblico, invece, assiepato in piedi dietro la transenna dell' "Alcatraz". Della scaletta sapete già tutto: nessuna novità. L'intervista che ha seguito il concerto -realizzata da Gaia Bermani Amaral e Alvin- è però di quelle epocali, collocabile fra le "top five" di sempre, più per le risposte dell'artista che per le domande poste: si parla de "La ballata dell'uomo ragno" e di Bettino Craxi; di bootleg in rete e di brani tradotti in inglese; della solita, annosa, questione musica/poesia e degli infiniti arrangiamenti live delle canzoni; della comparsata nel film diretto da Battiato e di Bob Dylan. De Gregori è ironico, pungente, esaustivo. Spero solo la trasmettano integralmente, senza tagli svilenti.

(www.ilbarbagianni.com)

 

 

Ieri sera ho vissuto qualcosa di unico e difficilmente ripetibile. Io e l'inseparabile Alice siamo andati all'Alcatraz di Milano per partecipare ad un concerto gratuito di Francesco De Gregori. L'evento è stato registrato da All Music e andrà in onda lunedì 9 novembre alle 21:00. Lasciando da parte le cose finte a cui abbiamo dovuto partecipare (applausi comandati, tenerezze richieste, conduttori frivoli...), è stata una serata indimenticabile.

De Gregori in gran forma: fin da subito saluta il pubblico, improvvisa scenette con i musicisti, si diverte e fa divertire. Le canzoni sono molto curate e i nuovi arrangiamenti sono eccezionali. Insomma, un gran bel concerto.

Alla fine, posati gli strumenti e salutata la band, De Gregori si concede ad una intervista da parte dei due conduttori, al centro del palco. Si sa, lui è uno che parla pochissimo e, anche per questo, è un vero piacere sentirlo parlare dal vivo; è un uomo molto intelligente, colto, che dice quello che pensa fregandosene dei convenevoli che solitamente si fanno in televisione. Per questo, non risparmia "frecciate" verso i conduttori (evidentemente inconsistenti), facendo ridere tutto il pubblico.

Se la serata fosse finita qui, sarebbe stata una serata stupenda. Invece, una successione di eventi inaspettati l'hanno trasformata in un sogno realizzato.

Mentre il locale si stava svuotando, prima di tornare a casa io e Alice siamo andati in bagno. Nell'uscire dal bagno, ho visto una persona apparentemente familiare che, dopo aver indossato un cappello (un borsalino bianco, come quelli che indossa De Gregori), è scesa dal palco e si dirigeva verso di noi. Era lontana ma dagli originali ciuffi di capelli che scendevano lateralmente dal cappello mi sembrava proprio lui. Quando era a due passi da noi, non ho avuto dubbi: Vinicio Capossela! Volevo fermarlo per conoscerlo, ma non avrei avuto niente di originale da dirgli (a parte "sei un genio" o qualcosa di simile), quindi ho evitato. Inoltre, aveva in mano un bicchiere di birra ed era in evidente stato di ubriachezza, infatti quando l’ho chiamato «Vinicio!» lui mi ha fissato senza dire nulla; fatto che comunque non mi sorprende, visto l’originalità del cantante e delle sue canzoni. E’ stata comunque una forte emozione vedere camminare Vinicio accanto a me, come una persona qualunque.

Ed ecco che, quando mi giro verso il palco, a momenti fatico a trattenere l’emozione: afferro Alice per una mano e la trascino correndo giù per gli scalini, verso un’uscita laterale. Lì, l’incontro: Francesco De Gregori, intento a usare il suo cellulare, accompagnato da 4 o 5 uomini. Io grido «Francesco!», lui si gira, viene verso di noi, mi dice «Ciao» e mi porge la mano. Io rispondo al saluto e gli stringo la mano. Rimango un attimo stordito. Sono felicissimo, ma dopo poco mi accorgo che i secondi passano e io lo sto fissando senza dire nulla. Penso: "Sto facendo la figura dello stupido. Devo dirgli qualcosa, altrimenti se ne va". Poi penso: "chissà quante persone gli hanno già detto le solite cose, come sei bravissimo, ti seguo da sempre,… e suppongo che lui sia stufo di sentirsi dire queste cose". Così non gli faccio alcun complimento e subito gli chiedo se posso fargli una domanda. Al suo consenso, ricollegandomi all’intervista precedente gli chiedo come sia stato possibile che il gruppo "Ufo piemontesi" abbia recentemente inciso una loro versione de "La donna cannone", che a parer mio è a dir poco scandalosa e irriverente. Lui mi spiega i motivi per cui hanno potuto farlo senza richiedere il suo permesso. Poi gli chiedo se l’ha ascoltata e risponde di no. La mia faccia assume allora un’espressione disgustata e lui aggiunge «No, però mi basta la tua faccia…». Poi ci salutiamo e lui esce dal locale.  

 

Durante il resto della serata, mi è rimasto stampato in faccia un sorriso.

Alice ha commentato: «E’ stato bello assistere in prima persona alla realizzazione di un tuo sogno: ho potuto leggere l’emozione nel tuo volto». Che dire... sono innamorato di questa ragazza!

E’ stata una serata indimenticabile. E fortunatamente avrò l'occasione di rivivere una parte di essa in televisione.

PS. Stanotte ho dormito poco, perché continuavo a ripensare a quanto accaduto. Ho solo un rimorso: non aver fatto alcun complimento a De Gregori. Se lo meritava: è un grande uomo ed ha fatto un concerto perfetto. Spero che non ci sia rimasto male.

Andrea Turati    http://winterlude-space.spaces.live.com/  

 

 

Ieri sera concerto di De Gregori all'Alcatraz.


Lasciamo perdere ogni commento musicale a riguardo: bellissimo, bravissimo, solite cose. Solita scaletta, anche, ma d'altronde da un concerto gratis non ci si può aspettare molto di più.
Già, gratis, offerto da All Music ed in onda, credo, il 6 novembre per le serate Bi Live, un programma curioso che come logo usa una vecchia valvola elettromagnetica. Il bello della diretta. A presentare il tutto due conduttori d'eccezione: lui, tale "Alvin", famoso in tutto lo stivale per essere uno scarpone, vestito con un gilet improbabile, e lei, Gaia Bermani Ameral, che tutti (Chi no?) ricorderanno per dei meravigliosi spot della TIM di qualche anno fa, in cui recitava la parte di sè stessa: l'Oca Giuliva. Inconsistenti.
La differita, si sa, è fatta di finzione: niente di più bello... a inizio concerto i due si lanciano in un paio di registrazioni dell'ipotetica apertura di serata. Dice lei "Stasera il principe ci regalerà qualcosa di unico, anche perchè nei suoi concerti stravolge sempre la scaletta". Prima bomba... è la stessa da tre (Che vedo io), salvo qualche minima variazione. (Mattia mi corregga se sbaglio).
Poi vabbè, altre finzioni comandate, stile applausi finti ma.. poco male.
Il bello arriva alla fine: dopo la terza pausa al concerto esce il "regista" (O proto tale) e dice "Ok raga, ora ci sarà un'intervista con Francesco qui sul palco, che registriamo, e dopo vi concederà ancora una piccola sorpresa" (Leggasi "Il solito bis").
Francesco entra, entrano i due presentatori, e si siedono su tre sgabelli al centro del palco.
Premessa, necessaria, per chi non conosca De Gregori: il Principe è uno degli animali sociali più schivi che esistano. Poco predisposto all'intervista e alla sua mercificazione, difficilmente si lascia prendere a domande. Men che meno in televisione. E le poche volte in cui lo fa non le manda certo a dire: ogni cosa che non incontri il suo gusto e le sue idee viene detta schietta in faccia a chi che sia. Bando alle smancerie televisive, le cose vengono dette come stanno. Anche per questo è bello sentirlo parlare.
Tutto questo, evidentemente, i due giovani e sbarbati presentatori non lo sapevano. E si sono preparati male.
Le domande iniziano, banali come poche. Alcune sembrano senza senso, quasi dovessero seguire una scaletta obbligatoria che Francesco smonta pezzo per pezzo, con frecciate e laconiche bastonate che divertono il pubblico e mettono in visibile imbarazzo i conduttori.
Il Lui, Alvin, lo scoiattolo più amato dai bambini, se la cava già meglio.
Le banalità ci sono ma sono meno gravi del previsto.
"Una volta hai detto che tu fai canzoni come il calzolaio fa le scarpe, cosa vuoi dire con questa complicata metafora?"


"Eh, vuol solo dire che siccome fare scarpe è il mestiere del calzolaio, il mio mestiere è scrivere canzoni"
Qual'è l'equivalente italiano di "smerdata"? Beh, ormai l'ho detto.
Ma Alvin non ne ha abbastanza. "Ah, ok, e se tu fossi una scarpa, che scarpa saresti?"
"Veramente, se io faccio canzoni come il calzolaio fa scarpe, allora io sarei un calzolaio, non una scarpa"
(Banale matematica, proporzioni)
"Ah ok, beh ma... che scarpa saresti? Sicuramente una comoda, no?" Non demorde, l'audace.
"Beh, scomodo non vuole essere nessuno, no?"
Silenzio. Il pubblico ride e applaude.
Alvin suda.
Ci riprova: "Una volta la Rai ti ha censurato. In una tua canzone, Niente Da Impazzire, dici.."
"E' Niente Da Capire, hai studiato male sta volta.."
Gelo. Il conduttore cerca di salvarsi in corner arrampicandosi sugli specchi con un "Ma no, è che... sai... l'imbarazzo di essere davanti a un grande come te..."
Boooooooooooooooooooooomba.
Negli occhi di lui si legge il terrore, Francesco lancia occhiate furenti in giro per lo studio. La gente ride di gusto.
Ormai è il caos.
La Gaia nazionale cerca di rimediare, producendo risultati ancora più disastrosi.
Ogni domanda che fa sembra non avere un minimo nesso con ciò che si diceva fino ad un secondo prima. "Poco male", direte voi. Certo, sarebbe così, se non fosse che lei inizia tutte le frasi con "A proposito" oppure "Ecco, legandoci a questo". Probabimente all'Actor's Studios insegnano così.
Alle volte fanno tenerezza... si aspettano da Francesco risposte ovvie, facili e affermative, e lui ogni volta è del parere esattamente opposto. Ma non è che lo faccia apposta, semplicemente dice il vero.
Della Gaia non le ricordo tutte, ero troppo impegnato a ridere.
Ad un certo punto, parlando di una recente apparizione di Francesco in un film di Battiato dice "Sai, a me questo interessa molto perchè faccio l'attrice".
Francesco è stato zitto.
Dal pubblico si sono levate risa sommesse.
Sembrava una gaffe di sottile ironia. Se fosse nata come battuta non sarebbe stata così divertente. Ma lei l'ha detto seria, e ha avuto un effetto esilarante.
Il clue poi è arrivato alla domanda, sempre da parte della bella Bermani Ameral (O Amaral? Boh) "Se potessi dare il premio di miglior poeta ad un tuo collega, a chi lo daresti?".
Fulmini e saette.
Ora, magari non ve ne frega niente di musica, magari non sapete nemmeno chi è De Gregori, ma se dovete intervistarlo, informatevi almeno di cosa gli viene chiesto di solito, di come risponde. E' anni che i cantautori si "arrabbiano" quando vengono paragonati ad un poeta. "E' un insulto per noi e un insulto per i poeti" dice Francesco, che, dopo una brillante filippica che lascia la povera Gaia a sorridere in modo palesemente finto, conclude con "Questa domanda è una scemenza". O qualcosa del genere.
L'intervista finisce così, con presentatori faccia di tolla che sorridono in modo falso. Francesco sorride a sua volta, si alza, applaudito da tutti, dà una pacca sulla spalla alla povera Gaia, e se ne va.
Per farci capire quanto abbia apprezzato il tutto, non ha fatto il bis e ci ha mollati tutti lì.
E ha fatto benissimo.
Contento, ad ogni modo, di quest'eccezionale performance assieme agli incompetenti della musica.
Per consolarmi, due bei Crispy Mac Bacon con Mattia, Daniela e Chiara (Non dentro al panino, attorno al tavolo) non me li ha tolti nessuno.
(http://rainman85.splinder.com/post/9706581)

la foto è di Antonio Giuliano (http://ildiariodiunviaggiatore.blogspot.com/)

 

 

 

 

1 MAR RIMINI CONGRESSO CGIL - 13 MAR TORINO PIAZZA CASTELLO - 22 APR ORZINOVI BUDDHA ROCK CAFE - 25 APR PARMA PIAZZA GARIBALDI - 28 APR RIMINI IO STREET CLUB - 29 APR SENIGALLIA FESTIVAL 3 PORTI - 10 LUG TIONE PIAZZA BATTISTI - 11 LUG IVREA PIAZZA OTTINETTI - 19 LUG MODENA PIAZZA GRANDE - 20 LUG - RIPA TRANSONE ANFITEATRO LE FONTI - 22 LUG PONTINIA PZ. INDIPENDENZA - 24 LUG OSTIA ANTICA TEATRO ROMANO - 26 LUG SANREMO PIAZZA COLOMBO - 27 LUG AREZZO PIAZZA VASARI - 29 LUG STRA VILLA PISANI - 31 LUG GALLICANO FESTA UNITA' - 2 AGO SOGLIANO AL RUBICONE PIAZZA MATTEOTTI - 5 AGO CIVITAVECCHIA MAMAMIA - 7 AGO RIPA CANDIDA STADIO - 9 AGO RISPESCIA - FESTA LEGAMBIENTE - 11 AGO SENISE STADIO - 12 AGO MARINA DI RACALE TORRE SUDA - 13 AGO DIAMANTE ANFITEATRO DI CIRELLA - 15 AGO ROSSANO PIAZZA STERI - 20 AGO SIRACUSA FONTANE BIANCHE PALALIVE - 21 AGO AGRIGENTO VALLE DEI TEMPLI - 23 AGO TAORMINA TEATRO GRECO ROMANO - 26 AGOSTO CELANO PIAZZA - 27 AGO NOTARESCO STADIO - 29 AGO PIACENZA PIAZZA DUOMO - 9 SET VICOVARO STADIO - 23 SET PRESENZANO CENTR. ENEL -24 SET PIANOPOLI PIAZZA ROMA 25 SET ISOLA DELLA SCALA PARCO PRA - 30 SETTEMBRE NAPOLI PIAZZA PLEBISCITO - 26 OTTOBRE MILANO ALCATRAZ

 

 

Premio "Giorgio De Gregori" 2007 vinto da Laura Beretta
Il 7 novembre 2007, in occasione del 54º Congresso nazionale AIB, si è svolta a Firenze la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio "Giorgio De Gregori".

Si è trattato di una piccola cerimonia, che ha interrotto per pochi minuti lo svolgimento dell'Assemblea straordinaria. A ritirare il premio dalle mani di Francesco De Gregori, forse più emozionato della vincitrice, è stata Laura Beretta con l'opera L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale.

Francesco De Gregori ha raccontato che l'idea del Premio è nata in lui e in suo fratello Luigi per tener viva la memoria del padre, scomparso nel 2003, nel modo che Giorgio forse avrebbe preferito, stimolando cioè la crescita professionale dei giovani bibliotecari attraverso un piccolo riconoscimento dei loro studi.

La Giuria del Premio Giorgio De Gregori, composta da Alberto Petrucciani, Igino Poggiali e Andrea Paoli, si era riunita l'8 ottobre per scegliere l'opera vincitrice decidendo all'unanimità, dopo aver esaminato gli otto lavori partecipanti e averne apprezzato la qualità e l'interesse rispetto a un ampio ventaglio di tematiche e di attività bibliotecarie, di premiare L'accesso alla scrittura per i non vedenti nell'era digitale con questa motivazione:

"Il lavoro di Laura Beretta affronta con chiarezza e con notevole completezza il tema della lettura e dell'accesso all'informazione e alla conoscenza per le persone non vedenti e ipovedenti, soffermandosi in particolare sugli strumenti messi a disposizione da biblioteche specializzate o generali e dalle associazioni attive in questo campo, compresi i servizi a distanza o in rete. Analizza inoltre criticamente i vantaggi e gli svantaggi delle tecniche e degli strumenti disponibili (dal braille e dagli audiolibri fino alle apparecchiature e ai programmi più recenti alla data di conclusione del lavoro) e l'impatto delle nuove tecnologie su questa particolare tipologia di utenti, fornendo utili spunti di riflessione.

La Giuria rileva tuttavia che, per una futura pubblicazione, il lavoro richiederà un sistematico aggiornamento delle informazioni fornite, data la rapida evoluzione delle tecnologie e dei servizi descritti nel testo, oltre a una revisione della distribuzione delle parti e della relativa estensione, per la diversa funzione che possono svolgere in una tesi di laurea rispetto a un volume concepito come strumento professionale per l'avvio, la gestione o l'aggiornamento di servizi dedicati alle persone non vedenti nelle biblioteche, in istituti d'altro genere o in rete.

La Giuria desidera segnalare con particolare apprezzamento anche l'opera di Pierpaolo Recchia, La valutazione della disponibilità in biblioteca, nella quale emerge una notevole attitudine alla ricerca e all'approfondimento di tematiche complesse."

L'appuntamento è ora al Congresso del 2008, nel quale verrà premiato il vincitore della seconda edizione del Premio e presentata la pubblicazione dell'opera vincitrice nel 2007.

De Gregori, ''Diamante'' e (tante) altre storie
Tra un manifesto e lo specchio è l'antologia in triplo CD del cantautore. Che riporta a casa il brano scritto con Zucchero

di Enrico Deregibus
Da qualche settimana in radio si sente, cantata da Francesco De Gregori, Diamante, che in origine era inserita in un vecchio album di Zucchero, Oro incenso e birra uscito nel 1989. In realtà il pezzo era stato scritto a quattro mani, testo di De Gregori, musica di Zucchero. Questa nuova versione, un po' più veloce e profumata di rock-blues, è l'antipasto di una tripla raccolta antologica del cantautore romano in uscita il 3 novembre, Tra un manifesto e lo specchio, titolo estrapolato da La valigia dell'attore, un altro suo brano che aveva avuto la ventura di essere cantato da altri (Alessandro Haber), prima che dal suo autore.

De Gregori presenterà il triplo CD con un'esibizione live a All Music, durante la puntata del 6 novembre (ore 21) di Bi.Live. Intanto si annuncia una nuova iniziativa legata al suo nome: un disco-omaggio che uscirà a metà gennaio allegato al trimestrale MucchioExtra e a cui parteciperanno anche vari artisti della scena rock alternativa italiana di oggi, da Cesare Basile a Giorgio Canali, da Bugo a Non voglio che Clara, da Paolo Benvegnu ai Mariposa. Un progetto che si preannuncia molto interessante.

Ma torniamo a Tra un manifesto e lo specchio, che arriva dopo un sorprendente uno-due di dischi inediti pubblicati da De Gregori recentemente, Pezzi del 2005 e Calypsos del 2006, usciti a meno di un anno di distanza uno dall'altro. Il cofanetto prosegue la serie di tripli editi in questo periodo da SonyBMG (da Fossati a Dalla), che ripropongono vaste selezioni dei percorsi discografici degli artisti approfittando spesso della possibilità di disporre dell'intero catalogo delle loro produzioni dopo la fusione tra Sony e BMG. Potrebbero essere, questi lavori, l'occasione per proporre materiale inedito giacente nei cassetti, piccole chicche mai pubblicate che avrebbero costo zero e che farebbero la gioia degli appassionati. E invece raramente è così. E' successo solo con Baglioni sino ad oggi.


Sotto le macerie della sinistra italiana

L´opinione di Vittorio Lussana

 

In questi giorni, il cantautore Francesco De Gregori, sulle colonne de ‘la Repubblica’, ha riabilitato la figura di Bettino Craxi, definendo il leader del Psi “un politico indubbiamente superiore a quelli attuali”. Il giorno successivo, sempre il quotidiano diretto da Ezio Mauro ha voluto nuovamente sottolineare la notizia con una bella intervista a Bobo Craxi, figlio del leader socialista e attuale Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri. La cosa è di una certa rilevanza, soprattutto al fine di comprendere la ‘guerra civile’ scatenatasi tra Pci e Psi proprio nel momento in cui sembrava scoccata l’ora di una grande riunificazione dei due partiti storici della sinistra italiana. Analizziamo, dunque, tale questione con il massimo dell’onestà possibile.
Francesco De Gregori è un cantautore sensibile e, da sempre, impegnato a sinistra. Bobo Craxi è il figlio del grande leader del partito socialista italiano e, probabilmente, del miglior Presidente del Consiglio dei Ministri che la Repubblica italiana abbia mai avuto. Nello staff di De Gregori, con il ruolo di arrangiatore e principale tecnico del suono, figura mio fratello, Gianmario Lussana. Nello staff di Bobo Craxi figura invece, con il ruolo di principale collaboratore per i rapporti con gli organi di informazione, il sottoscritto. I chiarimenti, le riflessioni e le speranze di una grande riunificazione di tutte le sinistre italiane passano, dunque, da qualche tempo, anche dentro casa mia. Ma la prima cosa che qui intendo sottolineare è il sincero sforzo che Bobo Craxi sta producendo, in questi anni, al fine di riconquistare il posto ed il ruolo che più competono, nella sinistra italiana, alla figura storica di suo padre Bettino e di tutti i socialisti italiani. Per far questo, il giovane Craxi sta cercando un dialogo più fecondo con il resto della sinistra italiana. E ciò rappresenta, già di per sé, un grandissimo merito. In più, Bobo è un vero esperto di musica e un buon chitarrista: spesso mi ‘stronca’, totalmente a torto, il mio adorato Ivano Fossati “che non sempre capisco nei suoi testi, talvolta criptici”, dice lui. Tuttavia, con Bobo abbiamo un punto in comune musicalmente assai serio: Pat Methiny, un chitarrista virtuoso e raffinato, creatore di atmosfere musicali inarrivabili. De Gregori, invece, non sempre lo digerisco: alcuni brani mi piacciono, altri assai meno, poiché assumono aspetti melodici che si rifanno principalmente alla più classica tradizione popolare italiana. Bobo, invece, lo adora. E lo ascolta suono per suono, parola per parola, accordo per accordo. Ogni volta che De Gregori pubblica una nuova raccolta di brani, Bobo corre subito ad acquistarla per sentire se mio fratello ha finalmente superato tutte le influenze ‘rockettare’ che hanno caratterizzato i suoi primi anni di impegno professionale. Nel frequentare De Gregori, poi, Bobo Craxi ha finito con l’entrare in contatto con tutti i principali amici e colleghi di mio fratello, arrivando al punto di informarmi lui di tutti gli spostamenti che Gianmario e Francesco effettuano durante le loro tournee, sia in Italia, sia all’estero. La cosa mi fa proprio sorridere: se non ho notizie di mio fratello, le debbo chiedere ad un membro di Governo…
Comunque sia, in un modo o in un altro, da almeno cinque anni Bobo Craxi me lo ritrovo dappertutto, persino dentro casa a momenti, come fosse un nuovo ‘fratello acquisito’. E la cosa è ricambiata, devo dire, con grande simpatia e spontaneità, poiché tutti gli amici più cari di suo padre e persino il suo nucleo familiare più ristretto, mi onorano di un affetto che mi fa sentire come un amico di famiglia che c’è sempre stato, che è sempre stato lì, in mezzo a loro. Tutte queste cose, per Bobo sono strettamente legate alla questione di suo padre, che amava molto la vena poetica di Francesco De Gregori. E il dolore per la sua mancanza è la vera ‘misteriosa sinergia’ che ha finito con l’avvicinarlo molto a me e a mio fratello, che abbiamo perso il nostro quando eravamo ancora poco più che bambini. Fino a diventare, tutti quanti, un’unica famiglia. La verità più amara, però, è che vi è stata una ‘maledetta guerra’ proprio nel cuore della sinistra italiana.
Mio padre era un tipografo socialista che apparteneva, per tradizione familiare, alla corrente cosiddetta ‘ferroviaria’ del Psi, quella che faceva capo a Riccardo Lombardi. Si trattava dell’ala sinistra del partito, favorevole ad una alternativa progressista in grado di avvicendare il predominio politico della Democrazia Cristiana attraverso la ricongiunzione tra ‘gramsciani’, come mio padre definiva i comunisti, e ‘turatiani’. Era, insomma, il progetto di un possibile superamento della scissione di Livorno del 1921. Nel corso degli anni ’70, mio padre finì a lavorare a ‘l’Unità’ e, pochi anni dopo, a ‘Paese Sera’, una gloriosa testata comunista che aveva fatto la storia dell’informazione italiana, in particolare di quella romana. Quelli erano gli anni di Enrico Berlinguer e del suo tentativo, assai sofferto, di cercare un’alleanza strategica con le grandi forze storiche della Resistenza: il Psi e la Democrazia Cristiana, o quanto meno, la parte più ‘aperta’ di essa, quella guidata da Aldo Moro. Il populismo della sinistra più estremista osteggiò fortemente quell’accordo politico. E lo stesso Berlinguer, dopo il rapimento e l’uccisione del presidente della Dc, dovette tornare ai più familiari sentieri dell’alternativa democratica, trovando, sulla sua strada, un giovane leader milanese che lo stava attendendo pazientemente: Bettino Craxi. Berlinguer era una persona umanamente eccezionale. Ma stava teorizzando una sorta di ‘comunismo democratico’ che, in termini di scienza della politica, sin dai tempi di Togliatti rappresentava una contraddizione stridente, un nodo impossibile da sciogliere. Il comunismo o è rivoluzionario, oppure non è: “O ideologia borghese, o ideologia di classe. In mezzo, non c’è niente”, aveva scritto Lenin già nel 1919. E anche eminenti studiosi come Norberto Bobbio stavano rilevando come, oramai, il Pci stesse svolgendo le funzioni di un vero e proprio partito socialista, un socialismo massimalista, ma pur sempre socialista. Prescindendo dalle stimabili convinzioni personali di Berlinguer, uomo intellettualmente onestissimo che, tuttavia, era rimasto influenzato delle ascendenze ‘rodaniane’ del comunismo cattolico – ecco le vere origine del cosiddetto ‘cattocomunismo’ –, Craxi rappresentava il vero ‘uomo nuovo’ della sinistra italiana.
Era, infatti, ormai giunto il momento di affermare, inequivocabilmente, che i socialisti avevano ragione sin dai tempi della rivolta ungherese, repressa dai carri armati sovietici nel 1956. I comunisti italiani, pur avendo indubbiamente dimostrato, soprattutto durante la ‘psicodrammatica’ vicenda Moro, di aver pienamente accettato i metodi e le procedure della democrazia parlamentare, ora dovevano definitivamente abbandonare Karl Marx e guadagnare, a tutti gli effetti, la sponda del socialismo democratico.
La guerra tra i due ‘partiti cugini’ esplose immediata e clamorosa, lasciando la Democrazia Cristiana incredibilmente indisturbata al governo del Paese, nonostante, da un punto di vista numerico, Pci e Psi, sin dalle elezioni politiche del 1968, sommati assieme superassero più che sensibilmente il bagaglio di voti complessivi dello ‘scudo crociato’. Il travaglio comunista fu lento e doloroso, pieno di rancori e di sogni infranti. Dopo le elezioni politiche del 1983, Craxi iniziò a presiedere, in alleanza con la Dc, uno dei governi più lunghi e più attivi della Storia della Repubblica italiana, dando la ‘stura’ a nuovi metodi di gestione della cosa pubblica, a nuovi rapporti tra mondo del lavoro e associazioni di categoria (ecco come nacque la cosiddetta ‘concertazione’). E l’anno dopo, attraverso un decreto legge, il leader del Psi decise di tagliare tre punti di ‘contingenza’ della cosiddetta ‘indennità integrativa speciale’ – la cosiddetta ‘scala mobile’ - la quale era stata unificata, nel 1975, ad un punto talmente elevato da generare un tasso di inflazione a due cifre (nel 1982 era stato raggiunto un dato inflazionistico del 22%). Si trattò di un atto di coraggio politico incredibile: il governo che decretava in materia di politica economica! La frazione comunista della Cgil, inferocita, decise di raccogliere le firme al fine di abolire, tramite referendum, quella norma, la quale avrebbe potuto causare, a parere del sindacato comunista, una crisi ‘deflattiva’ che sarebbe ricaduta sui ceti più deboli. Fu stabilito che il referendum si sarebbe tenuto una settimana dopo le elezioni europee del 1984. Ma, in piena campagna elettorale, Berlinguer venne improvvisamente a mancare dopo esser stato colto da un ictus durante un drammatico comizio tenutosi a Padova, nella locale piazza del Mercato.
La scomparsa di Berlinguer portò nelle strade di Roma due milioni di persone. E il Pci, per la prima ed unica volta nella sua storia, superò, nel conteggio finale dei risultati per il rinnovo del parlamento europeo, la Democrazia Cristiana.
Tuttavia, il referendum sulla scala mobile, che avvenne la domenica successiva, venne perduto. Si trattò di una sconfitta durissima per il Pci, il quale all’improvviso si ritrovava a dover gestire una difficilissima fase ‘post Berlinguer’ in un contesto di gravissima crisi di leadership. Si era ormai definitivamente schiusa l’era di Bettino Craxi, il quale aveva intuito che, considerando le modalità cicliche della congiuntura economica internazionale, ogni possibile ricaduta monetaria discendente dall’abolizione della scala mobile avrebbe avuto effetti molto diluiti nel tempo, peraltro ammortizzati dall’improvviso irrobustimento del potere di acquisto ‘interno’ della vecchia e malandata ‘liretta’.
La partita, già allora, per il Pci era clamorosamente perduta. Cominciarono così i bellissimi anni ’80, un decennio felice e produttivo, in cui il ‘Made in Italy’ divenne di moda “non solo per la moda”, come ebbe a dire lo stesso Bettino Craxi. I comunisti erano totalmente in balia della situazione, a mezza strada tra il disorientamento e una snobistica ‘autosegregazione’ all’opposizione. In una chiave eminentemente dottrinaria, la lucidità politica di Bettino Craxi era assolutamente intellegibile: Marx era un economista ‘classico’, alla Ricardo. E come Ricardo aveva teorizzato una caduta tendenziale del saggio di profitto capitalistico che discendeva quasi direttamente dalla teoria ‘ricardiana’ dei rendimenti decrescenti. Insomma, la fotografia di ‘partenza’ del sistema capitalistico delineata dal filosofo di Treviri ne ‘il Capitale’ era perfetta. Ma la ricetta proposta era troppo ‘pessimistica’, poiché nulla ha mai impedito periodici ‘riassestamenti congiunturali’ del sistema capitalistico preso nel suo complesso macroeconomico. Si trattava, in buona sostanza, del concetto dell’andamento ciclico dell’economia mondiale che, dopo Marx, era stato teorizzato da Sraffa e da Keynes: non c’era alcun bisogno di erigere un pachidermico ‘capitalismo di Stato’ al fine di assicurare una miglior distribuzione delle ricchezze tra le classi sociali. Bastava – e basta - una periodica ‘correzione’, in termini di politica economica, dei meccanismi di redistribuzione dei redditi e del mercato del lavoro. Il marxismo, insomma, si era rivelato una teoria ‘sociologicamente ingegnosa’, ma scientificamente sbagliata. E non si poteva nemmeno considerarla una filosofia, poiché crollando ogni presupposto scientifico, la sua dottrina di fondo decadeva a mero ‘sentimentalismo proletario’. Craxi si ritrovava di fronte all’improvvisa agonia della speranza che aveva mosso milioni di uomini e di donne in tutto il mondo: quella dell’avvento del Paradiso sulla Terra. L’equivoco, la non comprensione, il fideismo atipico di una sorta di ‘misticismo ateo’, alimentato da decenni di ‘nicodemismi strumentali’ e di doppie verità, si scaraventarono contro di lui. Il ‘craxismo’ iniziò ad essere esaminato come fattore degenerativo della politica italiana, una sorta di decisionismo di potere per mere finalità di potere. Ma la ‘mutazione genetica’ di cui i socialisti venivano accusati era solo il definitivo strappo dell’autonomista Craxi (autonomista rispetto all’abbraccio con il ‘Grande Fratello’ comunista) rispetto alla tradizione utopista della sinistra italiana.

Fu una rivoluzione vera, che oltretutto doveva far fronte ad una Dc finanziata dagli Stati Uniti e da un Pci da sempre sostenuto dall’Unione Sovietica. Nel 1989, anche questa divisione del mondo in blocchi contrapposti andò in frantumi inaspettatamente, clamorosamente, fragorosamente: Craxi aveva vinto una battaglia addirittura planetaria. Ma proprio nel momento in cui avrebbe dovuto raccogliere i frutti di quella vittoria, i metodi di raccolta del denaro che serviva a finanziare il proprio partito vennero messi in discussione dalla magistratura. Craxi fu disegnato come un nemico pubblico e gli vennero contestate responsabilità che non ha mai avuto. Appare assai difficile, ancora oggi, credere che non vi sia stato un ‘disegno’ dietro a tutto ciò. La responsabilità maggiore della fine del leader socialista italiano risiede in uno dei più micidiali cortocircuiti che il nostro Paese sia mai stato in grado di autogenerarsi. L’analisi giuridica dei fatti relativi ai finanziamenti illeciti al Psi si è, infatti, erroneamente basata intorno ad una ‘responsabilità oggettiva’ che non ha mai tenuto conto, contrariamente a quanto si crede, del contesto politico in cui il Psi si era ritrovato ad operare nel proprio sforzo di ‘incuneamento’ tra Dc e Pci. La necessità di affrontare gli altissimi costi finanziari di un simile confronto non è mai bastata a porre in evidenza questa grande ‘attenuante’ del Psi: quella di non aver mai goduto di aiuti economici da parte di potenze straniere e di ritrovarsi impegnato a sostenere, all’estero, movimenti e forze politiche che lottavano per la libertà contro le dittature comuniste o contro i regimi autoritari di estrema destra. Inoltre, non si è mai voluto tener conto adeguatamente del fatto che la dirigenza politica nazionale di un partito qualsiasi, generalmente, non è solita porsi il problema di sapere attraverso quali fondi venga pagata la ‘bolletta’ del telefono o quella della luce. All’interno di quel ‘tracollo complessivo’ che fu Tangentopoli, non si è poi mai voluto analizzare veramente la distinzione, effettivamente esistente ed assai profonda, tra gli illeciti ‘personali’ commessi da numerosi dirigenti politici e successivamente ‘scaricati’ sul partito, e i finanziamenti effettivamente raccolti per aiutare la collettività partitica in quanto tale. La ‘grancassa’ di un’informazione approssimativa e superficiale ha, poi, fatto il resto, sbattendo il ‘mostro’ in prima pagina e dipingendo Bettino Craxi come un capobanda assetato di danaro. E fu in questo contesto che nacque la ‘Ballata dell’uomo ragno’ di Francesco De Gregori: quello generato da un ‘ambiente’ dell’informazione che deforma e distorce ogni cosa, che strumentalizza qualunque notizia, che porta sugli altari e, già il giorno dopo, ‘getta nella polvere’ chiunque, politici, attori, imprenditori, personaggi sportivi. Bettino Craxi oggi è sepolto in una terra straniera. Questa cosa possiede un significato ben preciso, non molto dissimile da quello che pensano molti giovani che non riescono a trovare un lavoro o che proprio non possono costruirsi una famiglia in un Paese ormai totalmente privo di memoria, in cui continuano ad accumularsi macerie che nessun artificio del ‘tranfert’ potrebbe mai riuscire a smaltire. La sinistra italiana deve veramente decidere di guardarsi dentro. Soprattutto per comprendere la grandissima politica sviluppata da Bettino Craxi, i problemi che ha affrontato e le forze che ha ‘disturbato’. Questa sì che sarebbe un’opera di ‘autoanalisi’ importante, che potrebbe portare con sé anche un rilancio ‘qualitativo’ del modo di fare politica in questo Paese, che non può certo essere valutabile esclusivamente in base ad una continua competizione da stadio calcistico, meramente propagandistica, numerica, quantitativa, composta da continui e spesso strampalati sondaggi, da pseudonotizie ‘gonfiate’, da un ‘chiacchiericcio’ querulo e, spesso, persino disinformato. Che un cantautore di qualità come De Gregori se ne sia accorto, rappresenta un nuovo passo in avanti. Ma una riflessione vera sarebbe quella vertente a portare la sinistra riformista italiana ad essere finalmente rappresentata da un unico grande partito socialista, come avviene in Spagna, in Inghilterra o in Germania. Alla via ‘amerikana’ del partito democratico, personalmente, non ho mai creduto: non la ritengo una soluzione adatta alla cultura europea e, soprattutto, a quella mediterranea. Forse, la via anglosassone di un grande partito laburista, in grado di coniugare forme moderne di liberalismo e di laicità con una rinnovata tradizione socialdemocratica, attenta alla realizzazione concreta di coraggiose riforme sociali, sarebbe la strada più corretta: quella di un nuovo interclassismo che possa ridare autorevolezza alla politica italiana, la quale, non a caso, oggi è divenuta debolissima. E’ infatti proprio la politica italiana la principale ‘orfana’ di Bettino Craxi.

ANTONIO PICCOLO

LA STORIA SIAMO NOI - FRANCESCO DE GREGORI
Prefazione di Enrico Deregibus

F.to 14x21, pp. 100, Euro 10,00
(Ed. Bastogi - 01/2007) Cod. ISBN 88-8185-925-4

 

IL TESTO E L'AUTORE

Un libro importante e non importato, nel senso che non è la solita melassa di scopiazzature e pressapochismi. È difficile addentrarsi nel mondo di De Gregori e delle sue canzoni. È terreno pericoloso, scivolosissimo. Qui poi il tema, "De Gregori e la storia", è particolarmente arduo perché già trattato varie volte. Un lavoro certosino, intelligente, che tratta la canzone con la scientificità che le spetta: una cosa che merita di diventare un libro, che ne ha il diritto e il dovere.

ANTONIO PICCOLO (Napoli, 8 giugno 1987) si è diplomato con il massimo dei voti presso il Liceo Classico "Antonio Genovesi" di Napoli nell’anno scolastico 2005-2006, illustrando un percorso personale dal titolo Francesco De Gregori: la storia siamo noi.
Scrive soprattutto di musica per alcune testate, tra cui L’isola che non c’era, La Brigata Lolli (www.bielle.org) e Bravo! (www.bravonline.it).
Ha collaborato alla stesura del Dizionario completo della canzone italiana a cura di Enrico Deregibus (Giunti, 2006). Dal 2006 è membro della giuria che assegna annualmente le Targhe Tenco ai migliori dischi della stagione.
Attualmente studia Lettere moderne presso l’Università Federico II di Napoli, ma dedica molte energie allo studio della recitazione, specialmente nel teatro. È al suo esordio editoriale.

BASTOGI EDITRICE

 

 

Francesco De Gregori

10 febbraio 2007 - Palasport Pianella, Cucciago

 

Francesco De Gregori torna in provincia di Como, dove manca da una manciata d´anni, per un concerto a favore della Croce Rossa Italiana: di primo acchito direi subito che tanto il palazzetto (l´acustica lascia davvero a desiderare) quanto il pubblico (ci si aspettava una maggiore affluenza) non sono all´altezza della situazione ed è un vero peccato perché De Gregori e la sua band sono oggi uno dei migliori spettacoli live che la musica italiana possa offrire.
Francesco sale sul palco alle nove e mezza, in giacca con l´immancabile cappello, molto più in forma di come si è mostrato negli ultimi tempi: ad accompagnarlo una formidabile band di sei elementi fatta di due chitarre, pedal steel guitar, basso, batteria e tastiere. L´assetto lascia presagire un concerto prevalentemente elettrico e rockeggiante (in realtà poi toni elettrici ed acustici si bilanceranno) e l´inizio con "La linea della vita", tratta dall´ultimo album "Calypsos", sembra confermarlo come la seguente "Bambini venite parvulos".
Giusto il tempo di assestare il sound ed ecco i primi pezzi acustici: "In onda" e una fantastica "Niente da capire" cancellano ogni dubbio sulla grandezza di un cantautore che è ormai un monumento nazionale, accompagnato da una band giovane, affiatata e davvero sorprendente.
De Gregori non dice una parola, ringrazia coi gesti e coi sorrisi: è contento di essere qui e lo trasmette con la musica, alternando per due ore piene grandi classici e canzoni più recenti, tratte da "Pezzi" e "Calypsos". Ecco allora che insieme alle grandissime (e rigorosamente acustiche) "Compagni di viaggio" e "La leva calcistica della classe `68" trovano spazio "Numeri da scaricare" in chiave blues (con tanto di armonica a bocca, che utilizzerà spesso) e una sorprendente "Vai in Africa, Celestino!", per buona parte acustica salvo poi terminare in un crescendo rock. Momenti topici dello show restano comunque i classici: sfilano maestosi "L´Agnello di Dio", forse la canzone più tirata della serata, una delicata ed elegante "Generale" (ben lontana dagli accenti rock di Vasco), "La donna cannone" (che lascia senza fiato: una menzione d´onore va al giovanissimo e dotato tastierista), "Il bandito e il campione", l´immortale "Alice", "Titanic", "Rimmel" e, a chiudere il tutto, "Buonanotte fiorellino" riletta con armonica e chitarre elettriche. Due ore passano veloci, ancora di più quando di fronte hai musicisti di livello veramente eccezionale: morto De Andrè, forse è davvero De Gregori il punto più alto della canzone italiana contemporanea.
Francesco, prossimo ai cinquantasei anni, ha una voce che toglie il fiato (vedi alla voce "La donna cannone", "Compagni di viaggio", "Rimmel") e la band che ha costruito negli anni è veramente incredibile: affiatata, sorprendente, perfetta in ogni passaggio. A favore di De Gregori gioca poi la versatilità: a differenza di altri, come Guccini, che ripropongono da decenni lo stesso identico copione, riesce sempre a stupire vestendo a nuovo ogni pezzo (abiti firmati, si capisce...), come quando è una Stratocaster a suonare "Buonanotte fiorellino" e una chitarra acustica a scandire il mondo in pezzi di "Vai in Africa, Celestino!", che su disco ha una carica tutta rock. Quello del Pianella, perfettamente calibrato tra vecchio e nuovo, tra acustico e rock, è stato insomma un splendido viaggio in compagnia di un grandissimo della canzone d´autore italiana: lunga vita a Francesco.

 

 

 

 

ALESSANDRO SVAMPA LASCIA LA BAND

dal suo sito uffciale: 23.04.2007 - Dopo otto anni indimenticabili, il 16 Giugno sarò in Svizzera per l'ultima volta in concerto con Francesco De Gregori. Grazie a tutte le persone con cui ho lavorato in questi anni...

www.alessandrosvampa.com

Le sue prime esperienze ufficiali risalgono ai primi anni '80 con l'Orchestra Internazionale d'Italia con Katia Ricciarelli e Donato Renzetti, ma la sua maturazione avviene attraverso numerosi corsi di perfezionamento, quali un seminario di batteria con Elvin Jones o un corso di specializzazione di batteria Jazz con Enrico Lucchini. Nel 1989 si diploma al Conservatorio di Pesaro in "Batteria e percussioni".
Tra le principali esperienze possiamo citare: l'album della Emi commemorativo di Rino Gaetano, partecipa inoltre a due edizioni di "Arezzo wave", suona con N. Arigliano nella trasmissione di Rai Uno "Che Domenica ragazzi"; dal 1997 al 1999 suona nel musical "Grease" con la Cuccarini, mentre nel 1998 va in Tour con Mimmo Locasciulli col quale partecipa anche a "Vota la voce" e al "Premio Tenco" del 1998.
Suona nel cd di Alessandro Haber "Qualcosa da dichiarare" e nel lavoro di Aldo Bassi "Distanze".
A partire dal 1999 parte in Tour con Francesco De Gregori che lo riconferma per l'album "Amore nel pomeriggio" e per le successive torunèe.
Partecipa alle incisioni de "Il fischio del vapore" e di "Buongiorno e buonasera" con Giovanna Marini.
Alessandro è indiscutibilmente considerato uno dei migliori batteristi che ha mai accompagnato Francesco alla pari di un veterano come Elio Rivagli. A quanto pare Alessandro è considerato anche il "bello della band".

(da http://www.rimmelclub.it/pag52.htm)

 

Assolto De Gregori: la sua Zingara non è un plagio

 ROMA (27 luglio) - Non fu plagio, ma una semplice citazione. Francesco De Gregori vince, dopo undici anni, la sua battaglia contro gli autori di "Zingara", che lo accusavano di aver copiato scrivendo "Prendi questa mano zingara". La "Zingara" scritta da Luigi Albertelli ed Enrico Riccardi fu un grande successo di Bobby Solo e Iva Zanicchi che nel '69, con quel brano, vinsero il Festival di Sanremo.

La causa partì nel '96, con la pubblicazione dell'album "Prendere o lasciare" di De Gregori: con procedimento d'urgenza, i due autori accusarono il cantautore di plagio per la frase "prendi questa mano zingara, dimmi pure che destino avrò"', contenuta nel brano "Prendi questa mano zingara". Nell'urgenza, i giudici dettero ragione a De Gregori. Ma la situazione si ribaltò in primo grado, quando il tribunale vietò a De Gregori di eseguire in pubblico il brano, salvo togliere la frase incriminata. Alla fine, però, la Corte d'appello ha accolto la tesi difensiva dell'avvocato del cantautore, Andrea Miccichè. L'identità tra i due brani, hanno stabilito i giudici, si limita a due righe del solo testo e quindi «si sostanzia in una vera e propria citazione», consentita dall'ordinamento giuridico. La questione è chiusa, De Gregori potrà finalmente tornare a cantare in pubblico la sua "Prendi questa mano zingara", cosa che non ha più fatto dal 2002.

 

De Gregori canta Ulisse
Due concerti a Taormina e Palermo dopo avere scritto su un’isola «Calypsos»
R.S.


PALERMO - C’è il sapore delle sue vacanze passate nel Mediterraneo e tra le sue isole, case bianche e spiagge nere; Francesco De Gregori ha tratto parecchi spunti da ricordi e viaggi trascorsi anche in Sicilia per scrivere Calypsos, il suo ultimo album originale che ha preceduto di poco una splendida, tripla, antologia Tra un manifesto e uno specchio.

Un vero e proprio viaggio musicale che parte da Ulisse e i suoi pellegrinaggi infiniti e approda a nuove sonorità. Il cantautore ritorna proprio in Sicilia quest’anno, non per un solo disco ma per i concerti: due le tappe, ciascuna in uno scenario d’eccezione. De Gregori sarà il 4 settembre al Teatro Antico di Taormina e il giorno successivo al Teatro di Verdura di Palermo. Il cantautore seguendo la propria via e il proprio respiro artistico, rappresenta la canzone d’impegno italiana ai suoi più alti livelli.

Artista dalla carriera trentacinquennale, dagli anni ’70 in poi ha retto l’urto del tempo sapendosi mettere in gioco, disco dopo disco: rinnovandosi costantemente, senza mai perdere il proprio stile. Cresciuto sulle orme di Dylan piuttosto che Cohen o De Andrè, allevato al leggendario Folkstudio, sin dal suo primo disco, lo storico Theorius Campus del 1972, ha saputo inventare, con uno stile sobrio eppure ricco di angoli, emozioni, sfaccettature e fantasia, una canzone italiana capace di aprirsi a quanto avveniva fuori dai propri confini senza per questo svilirsi alla pura e banale ripetizione di canoni esterofili. Trovando nel rock, nel folk e nel pop anglofono, uncini e raccordi in grado di rinnovarla. Per poi scavare nelle radici popolari della stessa tradizione italiana e raccontarla rendendola comprensibile e affascinante anche al grande pubblico.

Probabilmente in questi due concerti De Gregori eseguirà una sua canzone che dal 2002 il tribunale gli aveva proibito di cantare in in pubblico. E’ un brano di Prendere o lasciare del 1996 nel quale si citava una frase di Zingara, grande successo del ‘69 cantato da Iva Zanicchi e da Bobby Solo, vincitori a Sanremo. Solo a fine luglio la Corte d’Appello di Roma ha dato ragione a De Gregori, considerando quella frase solo come una citazione e non come un plagio».

 

 

 

De Gregori: amico di Walter, non lo voterò


Il cantautore: il modello Roma? Città bellissima non certo per merito suo. Alle primarie del Pd sosterrò la Bindi

Francesco De Gregori, tutti i giornali la arruolano sotto le bandiere di Walter Veltroni. È davvero così?
«È vero che sono amico di Veltroni, da tantissimi anni. Se mi metto a contarli, sono più di trenta. Ma essere arruolato mi dà un po' fastidio. Un conto sono gli amici, un conto i simpatizzanti ».
Lei non simpatizza?
«Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi. E finora non l'ho capito. Non sono molto d'accordo con certe cose che Veltroni dice e fa. Lui ha una grossa capacità di comunicare, di proporsi come elemento di novità. Ma quel che dice spesso è difficile da afferrare, da decifrare. Usa un linguaggio aperto a ogni soluzione, dice tutto e il contrario di tutto. Mostra una grande ansia di piacere, di essere appetibile a destra e a manca, che magari gli porterà molto consenso ma è poco utile a capire cosa sarà davvero il Partito democratico».
Lo sa che lei sta scendendo dal carro del vincitore?
«Mi rendo conto che accade di rado. Nel mondo della canzone, poi. Ma nel vincitore annunciato, ammesso che sia tale anche alla fine, non trovo una linea chiara. Sento un gran bel parlare, belle promesse, i riferimenti coltivati da sempre, Kennedy, don Milani, Olof Palme. Ma non riesco a ricondurlo a una chiara intenzione politica. E vedo che non sono l'unico ad avere questa difficoltà».
Che cosa in particolare non la convince nel suo linguaggio?
«Questo appellarsi di continuo al sogno, a un mondo migliore, ora vedo pure all'amore. Per carità, come si può essere in disaccordo, meglio basarsi sull'amore che sull'odio. Ma viviamo in un paese pieno di problemi. Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi».
Veltroni in campo rappresenta comunque una novità.
«Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto. Veltroni è uomo navigato. Ha percorso abilmente la politica italiana degli ultimi trent'anni. Ora la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni. Non è l'homo novus tanto atteso. Mi convince poco anche questo clima di aspettativa, per cui tutti a dire che Veltroni è una risorsa, che Veltroni è l'uomo della Provvidenza... Non è scontato che sia il più adatto a fare voltar pagina al Paese; così come non dovrebbe essere così scontata la sua vittoria».
È un buon sindaco di Roma, no?
«Tutti parlano di modello Roma. Ma Roma mi pare sempre più una città che cerca di nascondere lo sporco sotto il tappeto. I grandi problemi di una grande città — traffico, sicurezza, legalità — sembrano più spesso elusi, che affrontati e risolti. Va da sé che Roma è bellissima, da San Pietro al Colosseo; ma certo non è merito di Veltroni».
De Gregori, le sue parole non passeranno inosservate. Lei è considerato uno degli artisti da sempre più vicini a Veltroni.
«Gli voglio un bene dell'anima. Abbiamo pranzato, cenato, siamo andati insieme in vacanza, sono stato suo testimone di nozze. Però non abbiamo mai parlato di politica. Anche quando dirigeva l'Unità e ogni tanto mi chiedeva un articolo, io glielo mandavo, lui mi diceva se gli era piaciuto o no, ma non c'è mai stata interferenza reciproca, né lui si è mai sognato di chiedermi consigli. Io lo prendevo un po' in giro per la storia dell'Africa: "Guarda Walter che non ci crede nessuno". Lui teneva il punto: "Ti dico che vado in Africa!". Almeno su questo, per ora ho avuto ragione io».
Dubita della sincerità con cui si vota alle varie cause?
«No. Veltroni magari è sincero. Ma la sincerità dei politici non ci deve riguardare. Appartiene solo alla loro coscienza. Ci riguarda la loro capacità. Quel che dicono, quel che fanno. E Veltroni risponde solo di quello che fa. Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine ».
Vede anche pericoli per Veltroni?
«Lui sa coltivare la sua immagine. Ha una grande potenza mediatica. Molti giornali fanno il tifo per lui. Proprio per questo, dovrebbe guardarsi dalla sovraesposizione ipertrofica. Deve stare attento ai veltroniani. Perché a volte i veltroniani sono controproducenti».
Chi sono i veltroniani?

«I Bettini, le Melandri, quando partono lancia in resta contro i nemici. "Chi attacca Walter semina veleni...". Ma dai! La ragazza deve stare attenta prima di parlare. E poi i Tardelli... Come si fa a essere contro Tardelli, il vincitore del Mundial? Ma l'Italia oggi è un paese sbandato, che ha bisogno di ricette meno spettacolari e più amare. E non so se Veltroni sia in grado di proporle. Al Lingotto non l'ha fatto. Forse lo farà da qui al 14 ottobre. Me lo auguro, perché l'idea del Partito democratico non è affatto male. La parola è bella, affascinante; ma non ci si può limitare alla scorza. La si deve riempire di contenuti, perché la gente vada a votare».
Quindi il progetto del Partito democratico la interessa?
«Sì. Mi auguro che le primarie abbiano successo. Che il nuovo partito ci porti fuori dalla politica stagnante di questi anni, non dia risposte ma ponga domande, conquisti credibilità, sappia chiedere sacrifici. Che stia lontano dalle paludi e dai pascoli consociativi, e nello stesso tempo stia lontano da una sinistra fondamentalista, sempre più decrepita e deprimente».
Lei voterà alle primarie?
«Credo di sì. E penso che voterò per Rosy Bindi, che mi sembra la vera novità di tutta questa storia. Dà l'impressione di essere più propositiva, più incisiva, più dirimente, più chiara. Più disposta a rischiare l'impopolarità. Più in grado di farsi dei nemici. Perché abbiamo bisogno di un leader che sappia farsi anche nemici, non solo amici».
Mi perdoni la malizia: non è che voi amici della prima ora siete un po' ingelositi dagli scrittori, dagli sportivi e da tutti questi ammiratori arrivati dopo, con cui Veltroni ha molto legato?
«Lei mi fa un torto intellettuale se pensa che possa essere geloso della Melandri o di Tardelli ».

Aldo Cazzullo

Venditti: Walter Veltroni è il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto

ROMA— «Walter Veltroni è il miglior sindaco che Roma abbiamai avuto. Meglio anche di Petroselli, un simbolo della dedizione e del rapporto diretto con i cittadini. Veltroni fa pure di più. Non a caso Roma, e sulla scia il Lazio, è la parte d’Italia che cresce di più; non solo per sviluppo economico, ma anche per qualità della vita. E la città non è mai stata così bella». 

Ad Antonello Venditti il suo vecchio amico continua a piacere; come sindaco, oltre che come persona. «Non è vero che è troppo buono, che dice cose generiche per piacere a tutti. Veltroni non dà ragione a chiunque. È semplicemente educato. Sa ascoltare. E preferisce proporre che distruggere. La pensa come me: meglio essere
"per" che "contro". Ma quando c’è da opporsi alle cose che non vanno, non si tira indietro».
La premessa del cantautore è che oggi la politica italiana «non è un problema di uomini, ma di sistema che non funziona. A cominciare dalla legge elettorale. Per questo non mi schiero: non sarebbe giusto attendersi da nessuno una soluzione magica». Né Venditti ha intenzione di fare polemiche, tanto meno con l’altro vertice del
triangolo tra musica e politica nella Roma degli Anni Settanta, Francesco De Gregori. Ma il suo giudizio sull’operato del sindaco, e anche sulla sua candidatura
alla guida del Partito democratico, è oggettivamente diverso. «Credo che andrò a votare. E, con ogni probabilità, voterò per Veltroni. Anche se parteciperò alle primarie più per vocazione che per adesione. Spero che in questi due mesi si chiariscano meglio i contenuti, che non si vedono ancora. Resto convinto però che il progetto del Partito democratico sia giusto. Con Veltroni poi ne parliamo fin dal 1976...».
Nell’anno della grande avanzata del Pci alle politiche, l’attuale sindaco aveva ventun anni, e già dal ’75 era alla guida della Fgci romana. Venditti ne aveva 27, e aveva in gestazione un disco, «Sotto il segno dei pesci». «Eravamo a prendere il caffè da Vezio, il bar dietro le Botteghe Oscure. E io chiesi a Walter se non fosse proprio quello il momento, per i riformisti come lui, Napolitano, Trombadori, lo stesso D’Alema, di andare oltre il Pci, a costo di uscire dal partito, per costruire un partito nuovo, aperto agli altri riformisti laici e cattolici.
Certo, allora non era possibile. Ma non era neppure impossibile prevedere cosa sarebbe accaduto: il crollo del sistema sovietico; e l’avventura del partito craxiano». Ricorda Venditti che «a cavallo tra gli Anni Settanta e gli Anni Ottanta, Veltroni era un po’ il nostro piccolo Budda. Quello che in futuro poteva trasformare il Pci a nostra somiglianza: meno settario, lontano da Mosca, attento ai diritti civili. Quando Benigni prese in braccio Berlinguer, De Gregori e io eravamo dietro gli amplificatori con Veltroni.
Del comunista non aveva davvero nulla. Parlavamo di cinema e musica, giocavamo a pallone».Ora le condizioni per quell’antico progetto ci sono, dice Venditti: «E ne sono contento. Io stesso mi sono sempre sentito sia laico sia cattolico.
Quindi coesistere nello stesso partito è possibile. Maci sono molte cose che mi lasciano perplesso. Scegliere il titolo, come ho appena fatto per il mio prossimo disco ("Dalla pelle al cuore", nda), non basta. Chi stabilisce le regole? Dove sono i testi scritti del nuovo partito? Davvero, come sembrerebbe dimostrare il caso Di Pietro, per entrarci bisogna chiudere i partiti vecchi? Dover tagliare le radici un po’ mi spaventa».
Sulla successione a Prodi, Venditti non si esprime. «La discesa in campo di Veltroni potrebbe essere un po’ precoce. O magari invece lo vedremo tra non molto a Palazzo Chigi. Non so: questa è una dimensione della politica che non mi appartiene. Il governo ha inciampato su se stesso, ma va detto che è stato criticato davvero molto: ormai i giornali governativi non esistono più, sono tutti contro. Già Berlusconi si lamentava, oggi lo fa Prodi, e forse non ha torto. Vedo ad esempio che Bersani sta facendo quello che avrebbe dovuto fare Berlusconi e non ha fatto. Del resto se persino il Cavaliere, l’uomo più potente d’Italia, non è riuscito a governare con una maggioranza schiacciante, è segno che qualcosa non va». Dice Venditti che «non siamo riusciti ad attuare pienamente la nostra Costituzione.
A fare le riforme istituzionali necessarie. E a darci una legge elettorale che funzioni. Per questo non faccio il tifo per nessuno, se non per il Paese: in queste condizioni, nessun politico può farcela, indipendentemente dalle sue qualità. Quelle di Veltroni, però, non sono in discussione. È uomo di grande portata morale e di grande capacità di lavoro, è intelligente e soprattutto di completa affidabilità. Certo, non può fare miracoli. Il Partito democratico dobbiamo essere noi, che per il momento siamo orfani dei vecchi partiti, a costruirlo».
Aldo Cazzullo

 

Mieli, De Gregori e Venditti
di Orso Di Pietra
Ma tu con chi stai? Con Buonanotte fiorellino o con Roma Capoccia? Con Bufalo Bill o con Se è amore è amore? Ti chiedi come fanno i marinai o se la notte prima degli esami di maturità avevi sul serio voglia di farti la compagna di classe? Insomma, sei per Francesco o per Antonello? La questione è di quelle cazzute assai. Al punto che Paolo Mieli ha deciso di buttare la sua corazzata di via Solferino sulla rotta della soluzione del dilemma. Perché da questa può dipendere la scelta del futuro segretario dell'ancora più futuro Partito Democratico, visto che il Francesco in questione è De Gregori e l'Antonello, manco a farlo apposta, è Venditti. Insomma, il Corriere della Sera, nello sforzo di contribuire a determinare il futuro del paese e la sua politica nazionale, non ha tirato fuori i soliti arnesi del professori universitari ormai ingrulliti alla Sartori e non ha insistito sugli ex ambasciatori che fanno il revisionismo storico su tutto tranne che su se stessi come Romano. Non ha nemmeno giocato al terzismo buttando in campo Panebianco da una parte e Salvati dall'altra, Galli della Loggia sopra e Magris sotto. Niente affatto. Il Cavaliere suona la tromba e s'inventa la Brambilla? L'Albertini redivivo suona la campana ed apre il filone dei cantautori. De Gregori per la Bindi, Venditti per Veltroni. Il ché, come tutti possono comprendere, è meglio dell'idea delle figurine Panini. Da adesso in poi ogni giorno, oltre alla sua pena, avrà il suo bravo cantautore che dice la sua sul nome del leader del Partito Democratico. Da che parte sta Celentano e tutti quelli della sua vecchia banda? E Lucio Dalla, Battiato, Zero e Guccini? E Gino Paoli e Paolo Conte? E quelli degli anni '60 compresi Vecchioni e Jannacci che sono si dell'ultra sinistra ma che, debitamente stimolati, potrebbero addirittura annunciare di votare per Enrico Letta? Insomma, i cantautori per la segreteria del Pd! Ovvero, canta che ti passa! Ovviamente la malinconia per l'estate delle cazzate!
I cantautori divisi Con Venditti o De Gregori: le correnti alle primarie dello spettacolo Milva: voto Rosy. Proietti: teniamoci quello "bono" di Roma. 

E spunta la "terza via": ma ne avevamo bisogno? ROMA - Francesco De Gregori vuole "un bene dell'anima a Walter Veltroni ", ha confidato al Corriere. Ma "ha la smania di piacere a tutti", "dice tutto e il contrario di tutto" ed è sostenuto "dai poteri forti e consolidati che sono sempre gli stessi da decenni". E così, per le primarie del Partito democratico a ottobre, voterà Rosy Bindi. Antonello Venditti non la pensa così: "Veltroni è semplicemente educato" ed "è il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto ". Così ora tra gli artisti serpeggia un dubbio: ha ragione De Gregori, Venditti o nessuno dei due? Milva è con De Gregori sulla scelta della Bindi: "Ho sempre votato Pci. Veltroni è molto preparato, ma lei la voterei in quanto unica donna".

Gigi Proietti opta, con Venditti, per Veltroni e ci scherza su: "Per uno "bono" che ce danno, teniamocelo. No?". E, più serio, aggiunge: "Ho un'età tale che mi consente di affermare con certezza: ha ragione Venditti, Veltroni è il miglior sindaco di Roma". "Non so se lo sia, ma è uno che non si tira indietro - sottolinea Michele Placido -. L'ho visto in azione di persona, nelle iniziative che abbiamo fatto in periferia a Tor Bella Monaca. E poi è positiva la sua capacità di comprendere gli avversari e la sua onestà intellettuale. Più che del politico, ora abbiamo bisogno proprio del tratto umano. E poi la sua capacità di comprendere gli avversari". Al Bano concorda con De Gregori su un punto: "Il problema è passare dalle parole ai fatti. Si discute sempre di leader e mai di cosa fare per l'Italia. Di parole i politici ne hanno spese veramente tante. Promettono tutto prima delle elezioni ma poi cambiano. Meglio i buonisti che gli stronzisti, ma che lavorino invece di pensare solo a riempirsi di potere ".
Fiorella Mannoia come Venditti confida nell'onestà di Veltroni "che è già una buona partenza". Apprezza che abbia "parlato di laicità dello Stato, cosa che avevano fatto solo i radicali". E ancora di più che abbia affrontato il tema dell'amore: "È da lì che bisogna ripartire ". "La verità - soggiunge - è che ci stiamo aspettando tutti troppo da un uomo solo. Il governo ci ha deluso. E aspettiamo uno che decida. Uno Zapatero. Veltroni ha coraggio ad assumersi questa responsabilità perché è l'ultima chance". L'errore "dell'amico" De Gregori, dice, è "purtroppo lo stesso della sinistra un po' becera: quando siamo vicini a vincere ci scanniamo tra noi". Veltroni "è l'ultima speranzina" anche per Paolo Rossi.
E se per De Gregori "la cultura è una ciliegina sulla torta" per il comico "non si può parlare solo di Pil. Ogni riforma economica va accompagnata a una rivoluzione culturale. Berlusconi, con le sue tv, l'ha fatta: Silvio Pellico per scrivere Le mie prigioni ci ha messo anni, Fabrizio Corona una settimana. Qualcosa di quei valori l'abbiamo assorbita tutti. E ora parliamo di leader del Pd come se votassimo per il Grande Fratello. La democrazia dovrebbe essere partecipazione, ma noi siamo trasformati in spettatori se non simpatizzanti". Renzo Arbore, "fervido ammiratore di De Gregori, dai tempi di Rimmel e Generale stavolta sta con Venditti: "Veltroni non è uno dei soliti protagonisti del teatrino della politica e inoltre il Partito democratico ha bisogno di un consenso molto ampio". Anche Margherita Buy non diserterà le primarie: "Ho firmato il manifesto che appoggia Veltroni. Perciò è chiaro: sto con Venditti ".
Ci ha visto del "malanimo" Pippo Baudo nelle parole di De Gregori: "Quell'intervista-dice-era rancorosa. Forse Veltroni gli ha fatto qualche torto. Venditti, invece, mi è sembrato sincero". "Da 29enne che vive molto la città - dice Matteo Maffucci degli Zero assoluto - vedo che Veltroni l'ha valorizzata in un modo straordinario. Ci fa sentire orgogliosi di essere romani e ha creato un senso di appartenenza che credo saprà portare anche nel Pd". Amanda Sandrelli non sa per chi voterà alle primarie: "Una persona di sinistra come me - confessa - ancora si chiede se fosse necessario che nascesse un nuovo partito". Claudio Cecchetto da un consiglio a tutti i candidati: "La smettessero tutti di metterla giù dura con quelle facce serie. Un sorriso in più farebbe bene a tutti".
Nemmeno Paola Turci si schiera. Ma apprezza in De Gregori "la capacità di aver avviato un dibattito: ben vengano anche le sue critiche se servono a far discutere". Enrico Letta, altro candidato alla leadership del partito democratico, può contare sull'appoggio di Franco Califano. Che ha già avuto modo di dichiarare: "Letta me piace". Disperando di avere un cantautore tra i suoi fan, invece, il candidato Mario Adinolfi rovescia le parti: si schiera per Angelo Branduardi, da cui ha preso come inno Si può fare, per "l'eterno Vasco di Siamo solo noi" e per "Carmen Consoli di Malarazza ".
Decisamente con De Gregori Francesco Renga. "Non perché appoggia la Bindi - spiega - ma per il grandissimo coraggio che ha avuto: Veltroni è suo amico. Non sono sorpreso, lui è sempre stato coerente e, anzi, fa bene a non dare per scontata la vittoria di Veltroni. E poi bisogna avere il coraggio di prendere posizione e anche di farsi dei nemici perché il Pd non sia ciò che c'è ora, solo con un nome nuovo". Gene Gnocchi non riesce a decidersi: "Sono troppo angosciato. Mi sento appeso, come tutta l'Italia, a un dubbio. Mi chiedo: "ma con chi si schiererà Cristina D'Avena?"".
Mariolina Iossa -  Virginia Piccolillo  21 agosto 2007

 

 

 

 

Veltroni accetti la sfida tv
RICCARDO BARENGHI
Ogni giorno che passa, nonostante l’estate, la marcia di Walter Veltroni verso la leadership del Partito democratico è sempre meno trionfale. Nessuno ovviamente dubita che ne sarà lui il segretario, meglio il presidente, e che lo sarà con una percentuale di consensi superiore al 60%.

Ché, se fosse inferiore, sarebbe un bel problema. Ma, da come era partita la sua corsa, per il candidato unico, anzi il salvatore della patria addirittura incoronato dal suo rivale Massimo D’Alema, l’uomo che tutti i sondaggi e il comune sentire dell’opinione pubblica di centrosinistra (e forse anche di centrodestra) indicavano come quello giusto al posto giusto, la situazione si è parecchio ingarbugliata. Vuoi per le lotte di potere che immediatamente dopo la sua candidatura sono scoppiate tra e all’interno dei due partiti che daranno vita alla nuova avventura, vuoi per le battaglie (sempre di potere) nelle regioni per chi dovrà essere il segretario locale. Vuoi anche, se non soprattutto, per gli altri concorrenti scesi in campo, i quali non risparmiano certo le forze, in particolare nella polemica col protagonista della storia o con i suoi sostenitori. In più, visto che siamo appunto in estate, i giornali si riempiono di interviste a personaggi che non hanno direttamente a che fare con la politica ma che giustamente - essendo comunque parte della tanto evocata e invocata società civile - dicono la loro. E certo non può aver fatto piacere a Veltroni leggere le parole del suo amico Francesco De Gregori sul Corriere della Sera, parole che toccano i due punti deboli del sindaco di Roma: la gestione della sua città, che secondo il cantautore (e non solo lui) lascia a desiderare; e il suo ecumenismo, ossia la pervicace difficoltà di Veltroni a indicare con chiarezza chi sono i suoi nemici. O, se vogliamo essere buoni, i suoi avversari.

E mentre di questo si parla e si legge, il Sindaco tace. Ovviamente la sua è una scelta, preferisce chiamarsi fuori da polemiche che lasciano il tempo che trovano e studiare una mossa importante, la classica mossa del cavallo, da mettere su piazza alla ripresa della stagione politica. Conoscendo il personaggio, non abbiamo dubbi che tirerà fuori un effetto speciale, qualcosa che gli consentirà di parlare al Paese piuttosto che ai suoi compagni del partito che verrà. Così come fece al Lingotto a fine giugno.

Solo che nel frattempo è accaduto qualcosa, e cioè che lui non è più l’unico candidato: altri e altre si sono buttati nella mischia per conto loro o per conto terzi. E lo sfidano a viso aperto, strumentalmente magari (ossia per acchiappare più voti possibili in vista dei futuri rapporti di forza nel partito), ma anche su cose concrete, scelte politiche da fare in futuro. Per esempio con chi dovrà allearsi il Pd, con la sinistra (come vorrebbero Rosy Bindi e il suo grande sponsor Romano Prodi), o con una parte del centro in fuga dalla destra (come vorrebbero Enrico Letta e lo stesso Rutelli che sponsorizza Veltroni). Per non parlare di politica economica e sociale, bioetica e diritti civili, politica estera e via dicendo. Finora il Sindaco non ha risposto né sì né no agli inviti a confrontarsi pubblicamente, magari in televisione, venuti dai suoi amici-rivali. Neanche le Feste dei due partiti in via di scomparsa hanno organizzato dibattiti tra i candidati alla guida del Pd, preferendo il vecchio e comodo schema destra-sinistra.

Invece Veltroni farebbe bene non solo ad accettare la sfida, ma direttamente a proporla. Come si fa nella sua amata America, dove i candidati alla guida del locale Partito democratico vanno avanti a colpi di duelli televisivi, spiegando i loro rispettivi programmi, le idee, le intenzioni. Magari litigando pure. Farebbe bene Veltroni, anche perché forse così riuscirebbe a scoprire il bluff dei suoi antagonisti, chiamandoli a marcare le differenze (se ci sono) con il suo programma, le sue idee, le sue intenzioni. Sulla politica in generale e anche su quale tipo di Partito dovrà essere il «suo» Pd, su chi è uomo o donna di apparato, su quanto sia vera la storia che lui è il prescelto dall’establishment di Ds e Margherita mentre gli altri due (un ministro e un sottosegretario con lunga storia alle spalle nella Dc) sarebbero usciti dal nulla. Scontrandosi dunque se necessario, ma mettendo fuori la testa da una sorta di sabbiosa trappola in cui sembra essere finito.

 


Il Principe e i suoi vividi schizzi rock: De Gregori live a Bisceglie

di Ambrosia J.S. Imbornone

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Gli arrangiamenti delle sue canzoni non risentono del tempo che passa. Country, folk, rock, blues per accompagnare gallerie di personaggi che vivono in poche parole, tra ritmi trascinanti ed emozioni da velare gli occhi.

Se la musica di Francesco De Gregori fosse un tempo, sarebbe sicuramente il “Tempo reale”: non c’è passato nelle sonorità dei suoi concerti, in cui è davvero difficile distinguere brani datati e pezzi di recente pubblicazione, se non venisse in aiuto la memoria storica che ha consacrato tante canzoni come capolavori della canzone italiana. Di italiano negli arrangiamenti freschi e grintosi c’è poco, come sempre: c’è il folk di Dylan, il blues à la Clapton, la forza trascinante della semplicità del country, il vigore del rock made in USA, la morbidezza di arpeggi di chitarra acustica dal sapore sudamericano. Nel crogiolo di stili ovviamente c’è lui, il Principe, con la sua personalità schiva, esente da falsificazioni di comodo, la sua voce che mescola l’ironia tagliente e il calore del cantastorie, l’eleganza di una creatività magistralmente volta a catturare il reale e la celata emozione dell’osservare il consenso unanime del pubblico. Sul palco è una figura slanciata e distinta, che sembra irreale nella sua storicità, un gentleman compito, in ambito scuro e cappello, che l’impetuoso vento della serata del 21 agosto cercherà vanamente di rimuovere. E’ di buon umore nel concerto all’Arena del Mare di Bisceglie: le sue prime, veloci parole sono un “Cerchiamo di divertirci”. E ci sarà da divertirsi in un concerto in cui è difficile stare fermi, tra i ritmi coinvolgenti e ballabili e la tentazione di un coro educato e commosso. D’altronde il primo commento del Principe segue il primo brano con cui la band, entrata velocemente, ha entusiasmato il pubblico, “Bambini venite parvulos”, che non ha perso smalto dai tempi di “Mira Mare 19.4.89”, ma ha acquistato carica e sfodera una ritmica notevole. Nessuna sorpresa, il “capobanda” Guido Guglielminetti è la spina dorsale del ritmo, è in perfetta sintonia con il batterista Stefano Parenti, ha la classe del campione e le sue linee di basso sono una delizia per l’orecchio, soprattutto in “Un guanto” e “Numeri da scaricare”, in cui ogni strumentista trova il suo degno spazio per assoli e virtuosismi. La setlist accelera i tempi di molte canzoni; il contrabbasso di Guglielminetti è vivace nella coppia di canzoni sul Titanic, l’istantanea dei passeggeri di prima e terza classe “dolore e spavento” del brano omonimo e il malinconico addio dell’emigrante per lavoro de “L’abbigliamento del fuochista”, che nella versione studio era impreziosita dalla visceralità della voce di Giovanna Marini. L’ombra di una mesta profezia appanna l’apparente serenità dei pezzi, tra le sonorità hawaiane della pedal steel guitar di Alessandro Valle e note di fisarmonica, fino al finale progressivamente rallentato. Segue subito dopo la terza e ultima canzone estratta durante il concerto da “Titanic” (1982), “La leva calcistica del ‘68”, come sempre accolta fin dalle prime note di un meraviglioso pianoforte da scrosci di applausi. Un cantato molto dolce segue le acrobazie e i sogni del calciatore adolescente, con il retrogusto amaro delle disillusioni della maturità in agguato per un’intera generazione, mentre l’assolo di chitarra elettrica assume tonalità struggenti. Nel corso del concerto tre saranno anche i brani dell’ultimo album di inediti, “Calypsos” (2006), “L’angelo”, la frizzante “Mayday”, con tanto di rulli di batteria e finale strumentale, e la delicata “Cardiologia”, affresco realistico dell’amore che, accompagnato dal pianoforte del giovane e valido Alessandro Arianti, De Gregori dipinge mentre finge di suonare un violino o di dirigere un’orchestra: con pochi tratti, ecco sempre tra le sue parole schizzi limpidi, ricchi dei colori del vero, che lasciano spesso gli occhi lucidi, tra le immagini di questa o di un’altra epoca. Strappa un po’ di commozione per esempio anche l’intensa “Compagni di viaggio”, qui in versione country-blues con tanto di armonica a bocca e spazzole per la batteria swingata, oltre a ben tre chitarre acustiche (De Gregori, Lucio Bardi, Paolo Giovenchi). Il dialogo sospeso tra sogno e ricordo degli amanti lontani assume l’efficacia di un pizzico di enfasi, tendendo al recitato con risultati da brividi. Come sanno i suoi fan, un elemento di ulteriore fascino dei concerti del Principe sono poi le variazioni sui testi, che superano le piccole censure delle pubblicazioni ufficiali o variano imprevedibilmente nell’improvvisazione. Così ne “La ballata dell’uomo ragno” un telefono sostituisce un semaforo, un’ambulanza una stanza, tra invenzioni verbali che rendono sempre scoppiettante e attualizzabile una delle canzoni più ironicamente e nascostamente politiche del Nostro. Un’altra canzone in cui fioriscono le variazioni è “Vai in Africa, Celestino!”, singolo di traino di “Pezzi”, Targa Tenco del 2005, in cui al posto della diossina compare un’ancor più tossica eroina. Questa canzone è l’esempio di come sia ben calcolato l’inserimento dei vari strumenti: parte voce e chitarra, per poi accogliere il basso e acquisire un ritmo velocissimo con batteria e chitarra elettrica. Anche l’arrangiamento de “L’agnello di Dio” merita una nota: ha una potenza rock non indifferente il riff di chitarra elettrica ben in evidenza fin dalla prima strofa solo voce e chitarra, mentre il ritornello è una pausa all’insegna dell’organo e degli arpeggi. Come di consueto, la Giovanna di “Niente da capire” ritrova i suoi “giochetti da impazzire”, in un valzer accattivante in cui il Principe del Folkstudio finisce per dondolarsi sulle ginocchia, mentre il “mendicante arabo” di una rallentata “Alice” riprende il suo “cancro nel cappello”: è prevedibilmente il brano più datato del concerto, una galleria di personaggi che, seppur scolpiti nella memoria collettiva, paiono ancora vivi e vegeti nonostante i loro 34 anni. La pubblicazione negli ultimi scorci del 2006 dell’antologia tripla “Tra un manifesto e lo specchio” è un’ulteriore occasione per ripescare qualche chicca del passato meno nota di altre: è il caso di un’altra bella canzone sull’emigrazione, l’addictive “Sotto le stelle del Messico a trapanar” da “Scacchi e tarocchi”(1985). Il titolo della raccolta è un verso de “La valigia dell’attore”, uno degli apici emozionali della serata, racconto di uno stile di vita che si ciba di sguardi e di applausi, in un viaggio senza soste per poter vedere “lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi”. Un’aria di festa invece si crea durante “Il bandito e il campione”, in cui volutamente sono prolungate le pause strumentali. Non possono mancare poi almeno alcuni dei suoi brani storici: “Generale” è l’occasione per un’invasione di campo ordinata, in cui quasi un centinaio di ragazzi va a circondare i lati del palco trovando un posto per terra o una posizione per scattare fotografie da conservare gelosamente. Sono giovani che la guerra l’hanno solo studiata sui libri, ma l’hanno anche immaginata tra le righe di una canzone, e che sono commossi e contenti nel vedere da vicino il cantautore, che sotto un suggestivo tetto di luci arancio e blu si sporge verso il pubblico sotto l’occhio attento della security. C’è logicamente anche “Rimmel”, che sfoggia ancora un sound robusto molto rock, mentre bisogna aspettare l’encore per ammirare, chiudendo gli occhi o cantando con voce sommessa e discreta, “La donna cannone”, tenera e tragica in versione piano e voce. Poi parte un’intro molto blues con un De Gregori in ottima forma, tra la soddisfazione e la felicità dell’ennesimo concerto riuscito, all’armonica a bocca: dà il via al saluto di “Buonanotte fiorellino”. Ma è solo un arrivederci al prossimo concerto.

 

 

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