COL 519789 2 - 25 MARZO 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA, ARMONICA

 

 

 

 

 

Alessandro Svampa

BATTERIA

Paolo Giovenchi

CHITARRE

Marco Rosini

MANDOLINO

Guido Guglielminetti

BASSO

Alessandro Valle

PEDAL STEEL GUITAR

Alessandro Arianti

PIANO E TASTIERE

Prodotto da Guido Guglielminett. Registrato a Spello (PG) da Gianmario Lussana e Enrico Tortarolo KLAudio studio mobile.  Assistenza tecnica di Dario Arianti.  Mixato da Alan Douglas e masterizzato da Ina Cooper - Power House - Metropolis (Londra).  Progetto grafico di Spazio360°. Foto di copertina di Nino Calamuneri

Grazie a Giorgio Barchiesi, Filippo Battoni, Maurizio Catarinelli

 

 

 

 «La copertina parla chiaro. Sono pezzi di un puzzle di un'umanità che dev'essere ricomposta perché fatta a pezzi ogni giorno, un mondo in frantumi dal quale si vuole fuggire un po' per paura e dolore, un po' per incapacità di occuparsi della ricostruzione. La realtà è un blob che si può descrivere solo accettandone la frantumazione. Descrivere i detriti del nostro tempo in un'unica visione è un impegno terribile. Mi devo accontentare di qualche pezzo alla volta, senza abbandonare la speranza che esista davvero un modo per ordinare tutti i frammenti. Io, però, non lo conosco. Sono pezzi di un naufragio, di qualcosa che è andato alla deriva». Un disco neorealista, diviso fra incubo e realtà, elementi che però si mescolano, perché le visioni apocalittiche appartengono al reale. «Un'allucinazione del reale. Una realtà che sembra fantascienza. Neorealista nel senso di Rossellini e De Sica, che descrivevano la realtà con toni forti. Ma non ho inventato niente, purtroppo. Vorrei avesse l'impronta di Pasolini. Aprirò tutte le date del tour con "A Pa'", in onore suo. Questo non è un disco consolatorio, quindi potrà deludere qualcuno. Da una canzone si attende sempre il vento della speranza, mentre il cinema può essere drammatico e amaro, corroso e devastante. Stavolta, il corroso sono io». Un filo rosso sembra essere il falso movimento: "Il treno sta partendo ma non è ancora partito", "il più lungo viaggio fu quel viaggio che non fu iniziato". È come se tutti volessero partire, ma non partono mai. Non voglio scomodare la paralisi joyciana in Gente di Dublino, però qui la gente è ferma al palo del proprio dolore. «Ora che mi fai pensare, non sarà sicuramente un caso se ricorrono certe immagini. È nella natura umana convincersi di essere in movimento e poi scoprire che hai fatto appena qualche centimetro.  

 

 

PEZZI

 

finalmente Francesco De Gregori. Si intitola semplicemente "Pezzi"(Columbia/Sonymusic), il nuovo album di inediti di Francesco De Gregori in uscita il prossimo 25 marzo, a quattro anni di distanza da "Amore nel pomeriggio".Un titolo volutamente privo di chiavi di lettura, inappellabile: forse (forse) uno scarno riferimento ad un mondo sgangherato e feroce che nessuna politica sembra più poter salvare.

"Vai in Africa Celestino!" , il primo dei dieci titoli che compongono l’album è, nelle parole del suo autore, "una canzone sull’antinferno e sul libero arbitrio" e verrà proposto come singolo alle radio dall’11 marzo. Un lavoro che si preannuncia sorprendente per l’immediatezza dei suoni e degli arrangiamenti che appaiono più che mai figli della dimensione live, la prediletta dall’artista: "E’ la prima volta", dichiara De Gregori, "che un mio disco suona esattamente come suonerà dal vivo con la mia band".Un lavoro che per la sua spietata sincerità, per la tensione emotiva che lo percorre e per l’urticante realismo dei testi non poteva che riappropriarsi di un linguaggio ormai decisamente rock, lontano dall’estetica pop come da qualsiasi tentazione cantautorale. Tanti "pezzi" di un puzzle che nell’ascolto si compongono e scompongono velocemente al ritmo serrato di una voce sempre più corrosiva e di un’ispirazione che proietta una fortissima luce di novità su dieci canzoni destinate ancora una volta a lasciare il segno."Pezzi" è con tutta probabilità l'album che Francesco De Gregori voleva fare da sempre. Forse fin dai tempi del Folkstudio quando una chitarra e un pianoforte bastavano non per scelta ma per necessità, Avere una band era un lusso che pochi potevano concedersi e forse si diventava cantautori, piuttosto che frontman di una rock band, anche per questo. Meglio così, potremmo dire oggi. Ma se mai avessimo dovuto chiederci cosa ci siamo persi, oggi una qualche risposta potremmo anche darla, alla luce del fatto che da qualche anno Francesco si diverte immensamente di più con la sua "rolling" band in servizio permanente effettivo, piuttosto che tra le quattro pareti di uno studio di registrazione. Ce lo ha dimostrato con i suoi numerosi album live come l'ultimo, ottimo, "Mix" e ce lo dimostra ancor più con questo nuovo album di inediti a quattro anni di distanza da "Amore nel pomeriggio". Un disco "che per la prima volta suona esattamente come suonerà dal vivo con la mia band", ha dichiarato entusiasta e con una voglia di farlo sapere in giro che ha infranto l'esagerato cliché della sua proverbiale riservatezza.

"Pezzi" dunque non ha tentazioni cantautorali, non ha le iperboli e le ellissi poetiche che hanno segnato epoche e generazioni (un testo alla "De Gregori", si diceva), non suona naturalmente pop, il che lo avrebbe tirato a lucido, o comunque "educato". "Pezzi" è un disco ad alzo zero, ma non nel senso dell'invettiva - banale - quanto per il fatto che non concede sconti: è crudo, realistico, qualche volta, anzi spesso, brucia sulla pelle, commuove quando soffia sulla polvere della memoria.

E per fare un disco così, il linguaggio non poteva che vestirsi da cantante della sua band, assecondarne da interprete le sciabolate delle chitarre elettriche, o i risvolti che escono un pò saturi dagli amplificatori, segnare il tempo del basso e della batteria annuendo con la testa.

"Pezzi" è un disco attraversato da una forte tensione emotiva, che non ha volutamente chiavi di lettura e dove il tentativo di dargliene, anche quando viene dal suo stesso autore, suona più che altro come un depistaggio: "Vai in Africa, Celestino", dice ad esempio, "è una canzone sull'antinferno e sul libero arbitrio". Meglio non insistere, come forse non è il caso di trovare un significato a tutti i costi a questo titolo, "Pezzi": il vago riferimento ad un mondo sgangherato che nessuna politica sembra più poter salvare c'è, ma nessuno sente il bisogno di andare oltre. Piuttosto i "pezzi" hanno dei titoli come "Numeri da scaricare", "Parole a memoria", "Gambadilegno a Parigi", "La testa nel secchio", "Il vestito del violinista", "Il panorama di Betlemme"- tante tessere di un puzzle che si compone e si scompone al ritmo serrato di una voce sempre più corrosiva e di una ispirazione che proietta una forte luce di novità su questo lavoro. Che lascerà il segno, perché versi come "- e il treno sta partendo, ma non è ancora partito" o come "cielo senza riparo" e "questo sipario di fiamme", il segno continueranno a lasciarlo sempre.

(Sito Ufficiale Sony - Marzo 2005)  

 

De Gregori, un cd sul ponte del Titanic

È in gran forma, Francesco. Evidentemente soddisfatto del disco che voleva fare da sempre. Rockettaro e inquieto, diviso fra memorie private e dure riflessioni sul presente. Pezzi (in uscita venerdì) è un album denso e intenso. Che ti fa battere il piede e ti conquista con le sue melodie familiari. Ma, soprattutto, che ti fa pensare. A te, agli altri, al mondo pazzo che ci gira intorno. De Gregori non fa sconti a nessuno e rivendica la sua identità di battitore libero. Di cantastorie lucido e pungente. Con quel misto di rabbia e poesia che serve per andare avanti. E non mollare.
Accidenti, che disco. Ci hai messo dentro tutto te stesso...
Sì. Racconto il mio dolce passaggio da un'età adulta a un'età consapevolmente matura. Tra pochi giorni compirò 54 anni, non è poco. Alcune canzoni sono personali, altre gettano uno sguardo su quello che ci sta intorno. Nel pezzo iniziale, Vai in Africa, Celestino!, c'è il titolo del disco: è il ritratto di questo mondo a pezzi, che certo non è bello da guardare. Vedo l'Africa come esercizio della propria ignavia, luogo di fuga esotico da un mondo in frantumi da cui si scappa per paura, noia e incapacità di occuparsi della ricomposizione. Un mondo dove anche le Due Torri sono banali rispetto al fatto che in Africa, ogni giorno, muoiono chissà quanti bambini coperti dalle mosche.
Sei diventato cupo? Pessimista?
Non direi. Basta sentire la radio o vedere la tv per rendersi conto di dove siamo arrivati. Io descrivo quello che ci circonda: i toni sono scuri e drammatici, d'accordo, ma la musica non può essere sempre e solo consolatoria.
Giusto. E, infatti, vai giù pesante. In "Tempo Reale" descrivi un'Italia allo sbando. Dove, se potessi, non vorresti nemmeno più rinascere.
È una canzone molto dura. Ma non c'è un verso che sia contestabile: parlo delle tasse pagate dai poveri, dei morti per terra e di nessuno che ha visto niente, delle bombe sui treni e sugli aerei che nessuno ancora ci ha spiegato. E di quel risibile luogo comune che dice: "Se rubi non muore nessuno". Quante volte l'abbiamo sentito? Però, aggiungo io, se rubi sull'attrezzatura ospedaliera, qualcuno morirà.
La politica ci salverà?
Mah. Per me la politica ha perso molta attrattiva. Io ero un entusiasta, ricordo la gioia quasi fisica con cui andavo alle urne. Il referendum sul divorzio nel '75 e le elezioni del '76 vinte dalla sinistra: c'era una partecipazione, che oggi non sento più. Continuo a esercitare il mio diritto di voto, ma sempre più come un dovere e basta.
Invecchiato tu o peggiorati i politici?
Oggettivamente penso ci sia bella differenza fra i leader di adesso e quelli che c'erano ai miei tempi. Berlinguer e Moro, per esempio. Ma anche Fanfani. Per forza e passionalità non sono paragonabili a quelli di oggi. Comunque, resto uomo di sinistra. Non amo la parola appartenenza, perché mi piace pensare che domani potrei contraddirmi, ma sui temi fondamentali mi sono sempre ritrovato a sinistra. E, giunto alla mia tenera età, ho buoni motivi per ritenere che sarà sempre così.
Ma come vivi nell'Italia berlusconiana?
Mi sento infastidito dalla loro volgarità e maleducazione. E sono consapevole che dietro questo aspetto, se vuoi anche superficiale, c'è la sofferenza di un paese, di un'economia e di un sistema di regole che non sono più valide e attuali. Stiamo pattinando sul ghiaccio e questo signore che ci governa pensa solo ai fatti suoi. Non ha il senso dello Stato e nemmeno quello del governo: si balla veramente sul ponte del Titanic. Poi, dall'altra parte, vedo che la Sinistra è unita solo nell'antiberlusconismo, a volte espresso con toni eccessivi che non condivido e, credo, non siano utili alla causa. Invece non si è ancora trovato un progetto strategico e a lungo termine per portare una Sinistra vera e moderna al governo del paese.


Torniamo alla musica. Il suono è scarno e rockettaro, molto americano. Una vecchio sogno divenuto realtà?
Sì. È quello che volevo fare da anni: mi ci sono avvicinato progressivamente suonando live. Dalla mia parte ho una grande band, ci capiamo con un'occhiata. E ho anche un rifiuto un po' manicheo della tecnologia e dei campionamenti. Molto meglio basso, batteria e chitarra.
A proposito di tecnologia: ne stigmatizzi lo strapotere in almeno due brani...
In Lacrime di Nemo ne critico l'uso indiscriminato, riallacciandomi un po' allo spirito di un mio vecchio lavoro, Titanic. In Il vestito del violinista parlo di falegnami e filosofi chiamati a fabbricare il futuro. Credo nel ritorno alla colla, ai chiodi e alla pialla. A una salutare manualità.
Quella canzone, però, è una delle più drammatiche del disco. Fa venire i brividi. Con quella frase: "Fermatevi, non vedete! Noi siamo i bambini!".
Il riferimento è chiaro: la strage di Beslan. Sono le immagini più sconvolgenti che abbia mai visto. Questi bambini che scappavano e l'efferatezza di quelli che gli sparavano. Me lo ricorderò per tutta la vita.
Ancora tristezza. Ma vedi un po' di speranza intorno a te?
La speranza c'è. Per esempio nel poter raccontare tutto ciò ed esserne testimoni consapevoli. Sarebbe molto peggio vivere nell'ignoranza. Cito il mio maestro Bob Dylan e la sua A Hard Rain A-Gonna Falls, una canzone che vale come tutto questo che ho scritto moltiplicato per mille. Alla fine del pezzo dice: "Starò in piedi sull'oceano finché non comincerò ad affondare, ma saprò bene la mia canzone prima di mettermi a cantare". Ecco la mia speranza. (Diego Perugini - L'UNITA' - 23/03/2005)

 

Rimmelclub, festa di fan con Francesco De Gregori a Milano.

Per almeno cento ragazzi appassionati della musica di Francesco De Gregori l'incontro con l'artista nell'occasione dell'uscita di "Pezzi" rimarrà scolpito nei loro cuori.Francesco De Gregori ha presentato il suo nuovo album e lo fatto nel modo che preferisce, cioè suonando. Ma ai Magazzini Generali di Milano Francesco ha voluto che ci fossero i suoi ammiratori più accaniti e così ha riservato ben cento inviti per i ragazzi che frequentano il Rimmelclub (http:/www.rimmelclub.it) un sito nato quasi "per caso" a Catania per iniziativa di chi scrive ma che col tempo è entrato nel cuore di Francesco, tanto da meritarsi la citazione nei suoi ultimi album.

Al raduno hanno preso parte persone che si conoscevano solo tramite la rete, hanno avuto finalmente modo di conoscersi dal vivo, nomi che man mano diventavano volti amici, strette di mano ed abbracci. I dialetti così si mescolavano, chi è venuto dalla Sicilia, chi da Roma o dalla Puglia, fino ad arrivare ad Elena, una dolcissima "fan" spagnola, che da Madrid è arrivata fin qui.

L'affetto era palpabile, per molti di loro potersi fermare a parlare con i ragazzi della band è un piacere, tra l'altro molti di loro partecipano attivamente alle discussioni che si aprono sul Forum del Rimmelclub, tra tutti lo "storico" Guido Guglielminetti.

Quando finalmente le porte si sono aperte, la sorpresa è stata grande: chi si aspettava un De Gregori-divo ha dovuto ricredersi, Francesco infatti stava seduto al bar del locale e sorseggiava un buon bicchiere di vino.

I ragazzi si sono avvicinati, chi timidamente, chi educatamente ed è proprio questo che Francesco ama nel Rimmelclub, il rispetto per la sua persona, l'ammirarlo senza fanatismi.

Sicuramente però è stata una serata speciale, Francesco era carico e non vede l'ora presentare il suo nuovo album.

Molta gente che si era fatti dei chilometri per assistere ad appena un'ora di esibizione ed è stato bello ritrovarsi attorno al protagonista in carne e ossa della musica preferita, all'oggetto delle attenzioni del sito al quale si collabora in tanti. Magari i puristi cantautoriali avranno storto il naso, però Francesco si è divertito a fare rock e insieme a lui si sono divertiti tutti quei ragazzi che sotto il palco cantavano le sue canzoni.

Dopo due bis, Francesco ha salutato tutti e si è ritirato nei camerini, si è tolto la  giacca e con enorme sorpresa ha indossato una maglietta con il logo del Rimmelclub che nel pomeriggio gli era stata regalata. Non sembrava di avere davanti il "principe" dei cantautori italiani ma piuttosto un amico, uno dei cento ragazzi che hanno macinato chilometri per assisitere ad appena un'ora di musica.

Potrà sembrare banale o sciocco, ma per chi scrive, questa serata è il miglior contratto da sottoscrivere. Il Rimmelclub è nato come un sito amatoriale e tale dovrà rimanere, Francesco ama proprio questo di noi, la semplicità e l'affetto sincero, il non essere professionali.

Alla fine della serata, ognuno ha ripreso la propria strada, non senza promettersi di rivedersi quanto prima, magari proprio alla partenza del tour a Palermo il 17 maggio. Daniele Di Grazia (La Sicilia, 30.3.2005)

 

 

 
 
 

Col tempo ho imparato ad apprezzarla. E' un testo che, però, si ama solo nel momento in cui si capisce il senso logico che lo ha ispirato. Conoscendolo non si riesce a non condividere la voglia di liberarsi di tanti argomenti, di tanta cultura appena accennata. La sensazione, che secondo me traspare soprattutto nei "pezzi di informazione", di conoscere tutto un poco e cioè di non conoscere niente, appartiene a tutti. Diceva Pasolini che la cultura generale ha fatto dilagare l'ignoranza, poichè tutti noi siamo convinti di poter discutere di qualunque argomento pur conoscendone una sola virgola. Ebbene, ci sono pezzi di revisionismo storico, pezzi di fascismo, pezzi di violenza, di sangue, di emozioni di plastica. Una frammentarietà naueseante. Chi ci vuole capire qualcosa e contribuire a cambiare qualcosa ha come sola scelta il rifiuto di Celestino V e la possibilità di rifugiarsi in un luogo in cui davvero ci si può sentire utili. Oggi, l'Africa, per esempio.

Dichiaratamente ispirata a Everithin is broken di Dylan. Ma niente plagio.

Le pecche musicali, che secondo me appartengono a tutto il disco e le dirò perciò solo qui: la poca creatività nella sezione ritmica e la ripetizione ossessiva di semplici giri d'accordi. In tutti i pezzi la batteria fa la stessa cosa dall'inizio alla fine - forse in Vai in Africa, Celestino! è giustificabile logicamente con il senso di ossessione che si vuole attribuire ai "pezzi" - e a Giovenchi vengono fatti fare pochissimi assoli - che è davvero un peccato, visto le sue ottime doti. (Antonio Piccolo)

 

Pezzi di stella, pezzi di costellazione

Pezzi d'amore eterno pezzi di stagione

Pezzi di ceramica pezzi di vetro

Pezzi di occhi che si guardano indietro

Pezzi di carne pezzi di carbone

Pezzi di sorriso pezzi di canzone

Pezzi di parola pezzi di Parlamento

Pezzi di pioggia pezzi di fuoco spento

Ognuno è fabbro della sua sconfitta

E ognuno merita il suo destino

Chiudi gli occhi e vai in Africa, Celestino!

 

Pezzi di strada pezzi di bella città

Pezzi di marciapiedi pezzi di pubblicità

Pezzi di cuori pezzi di fedi

Pezzi di chilometri e pezzi di metri

Pezzi di "come " pezzi di "così"

Pezzi di plastica pezzi di mtv

Pezzi di scambio pezzi sotto scacco

Pezzi di gente che si tiene il pacco

Ognuno è figlio del suo tempo

Ognuno è complice del suo destino

Chiudi la porta e vai in Africa, Celestino!

 

Pezzi di storia pezzi di divisione

Pezzi di Resistenza pezzi di Nazione

Pezzi di Casa Savoia pezzi di Borbone

Pezzi di corda pezzi di sapone

Pezzi di bastone pezzi di carota

Pezzi di motore contro pezzi di ruota

Pezzi di fame pezzi di immigrazione

Pezzi di lacrime e pezzi di persone

Ognuno è figlio della sua sconfitta

Ognuno è libero col suo destino

Butta la chiave e vai in Africa, Celestino!

 

Pezzi di pericolo pezzi di coraggio

Pezzi di vita che diventano viaggio

Pezzi di Pasqua pezzi di Natale

Pezzi di bene dentro a pezzi di male

Pezzi di mascalzone pezzi che non sei altro

Pezzi di velocità lungo pezzi d'asfalto

Pezzi di briciole pezzi di vetrina

Pezzi di colla da annusare pezzi di diossina

Ognuno porta la sua croce

Ognuno inciampa sul suo destino

Apri gli occhi e vai in Africa, Celestino!

 

Pezzi di emozione che non si interrompe
Pezzi di musica sotto le bombe
Pezzi di maggioranza pezzi d’opposizione
Pezzi di speranza e pezzi d’informazione
Pezzi di ferro pezzi di cemento
Pezzi di deserto pezzi di frumento
Pezzi d’incenso pezzi di petrolio
Pezzi di kerosene e pezzi di gasolio
Ognuno brucia come vuole
Ognuno è vittima ed assassino
Gira i tacchi e vai in Africa, Celestino!

 

 


 

 

 
 

INTERVISTA AL CAPOBANDA

 

* Ciao Guido, benvenuto tra le righe del Rimmelclub. 

Tu oltre ad essere uno dei componenti storici della band di Francesco, sei anche il produttore di “Pezzi”, in cosa consiste l’attività del produttore? Di solito si pensa al produttore come quello che “caccia” i soldi.

G: Il produttore musicale credo si possa assimilare alla figura del regista nel cinema. Partendo dal presupposto che abbia tutta una serie di conoscenze tecnico/musicali che gli permettano di interagire con i musicisti e i tecnici, il produttore ha la responsabilità di realizzare il progetto così come concordato a priori con l’artista.

Scrivere le canzoni, suonarle, cantarle e realizzarle al meglio non è facile ! c’è il rischio o meglio la paura di non essere sufficientemente obiettivi, ecco perché un paio di orecchie in più, delle quali ci si possa fidare, sono importanti. A volte l’artista stesso tende a sottovalutare, quando non addirittura ad ignorare, le proprie potenzialità, il produttore in questo caso, deve individuare e quindi valorizzare queste potenzialità mettendo in atto, allo scopo, tutta una serie di strategie, che vanno dalla scelta degli strumenti che devono suonare cosa e quando, al tipo di suono che devono avere, all’equilibrio tra essi.

Di solito tutto questo parte con una riunione tra Francesco e me per determinare quale secondo entrambi dovrebbe essere la finalità del progetto, ad esempio nel caso di “amore nel pomeriggio” io manifestai il desiderio che dovesse essere un lavoro incentrato sulla valorizzazione della voce, volevo che ne uscisse un De Gregori non solo scrittore di bellissimi testi, ma anche cantante, quale lui poi in fondo è, quindi le nostre scelte successive furono finalizzate alla realizzazione di questo obiettivo. Fra l’altro va detto che quando uscì il disco, le prime recensioni parlarono proprio di questo, dimostrandoci che l’obiettivo fu raggiunto.

Devo dire che con questo gruppo di lavoro, Francesco in testa, fare il mio lavoro è una pacchia, perché siamo tutti perfettamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, al punto che non serve quasi mai dire le cose, basta suonarle; io non devo fare altro che assemblare e coordinare tutte le idee.

Personalmente io credo inoltre che un “buon” produttore debba anche avere una buona dose di pazienza e di diplomazia, in quanto quando si realizza un disco, il livello di adrenalina è sempre piuttosto alto, quindi ci vuole qualcuno che non permetta che le acque si agitino troppo; ma so che questo non è condiviso da alcuni miei colleghi !

* In “Numeri da scaricare” si sente molto l’apporto del tuo basso, c’è qualche pezzo di quest’album dove vorresti poter intervenire di nuovo per farti sentire di più (o magari di meno)?

G: Essere produttore e bassista non è facile, perché a volte bisogna scontentare uno dei due, forse il bassista in questo disco avrebbe voluto fare di più, ma il produttore non glielo ha permesso perché ha ritenuto che quanto è stato fatto fosse giusto ed equilibrato, non troppo e non troppo poco, lo scopo era ottenere una solida base sulla quale si potessero muovere agevolmente la voce di Francesco e la chitarra di Paolo, e questo è stato raggiunto, perciò il bassista e il batterista hanno lavorato bene ! quindi che non rompessero i …. (pardon !)

* Una domanda per gli amanti della tecnica. Quale strumentazioni utilizzi sul palco?

G: Questa volta ho deciso di tornare al 5 corde YAMAHA “Attitude” che già utilizzai per “viaggi e miraggi” e quello ora userò dal vivo. Quest’anno inoltre uso un amplificatore “MARKBASS” (http://www.markbass.it) con testata HT 503 dotata di PRE valvolare e cassa con sei coni da dieci pollici.

* Tu storicamente sei il bassista di Francesco De Gregori, ma il basso è stato il tuo primo amore o c’erano troppi chitarristi in giro e hai preferito “darti” al basso?

G: Ho iniziato con la chitarra, che ancora uso ogni tanto, ma ho scoperto quasi subito di essere un “bassista”, soprattutto nel carattere.

* Nel settembre del 2004 hai messo in cantiere un progetto musicale che a quanto pare è stato anche molto gradito da chi ha avuto la fortuna di assistervi. Pensi di approfondire l’idea?

G: Beh ! visti i risultati direi proprio di si.

* Mai pensato di proporti come autore/cantante?

G: Ci ho pensato tante volte e non mi sono mai ritenuto pronto, ora potrei anche esserlo, credo di avere la maturità giusta, ma non ne faccio il centro dei miei interessi, comunque lo farò anche se alla mia età forse fa un po’ sorridere, ma a me piace far sorridere !

* Daniele Di Grazia

http://www.rimmelclub.it/interguido.htm

 

 

 

 

"Primo Maggio di legalità e sviluppo" Fra gli artisti, Avion Travel, Negramaro, Irene Grandi, Afterhours Conduce Claudio Bisio, con Sciarelli, Floris, Sgrilli, Cornacchione

 

di ALESSANDRA VITALI

 

ROMA - Senza legalità non c'è sviluppo, non c'è sicurezza, non è possibile un progetto di vita, di società, di certezze. Un principio, questo, che può essere veicolato anche attraverso la musica, e per tale ragione Cgil, Cisl e Uil ne hanno fatto il tema del Concerto del Primo Maggio 2005 (sedicesima edizione) in piazza San Giovanni a Roma. Se la festa romana, alla quale ci sarà anche - è confermato - Francesco De Gregori, sarà suggello della giornata, per la manifestazione sindacale è stato scelto un luogo che è simbolo drammatico dell'assenza di certezze, sicurezze, legalità: il quartiere napoletano di Scampia, cuore della faida di camorra, terra del pericolo per antonomasia, ventuno morti solo a novembre 2004. Per questo, dice il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, "bisogna tenere alta la guardia e parlare ai giovani, facili prede delle sirene".

"Sviluppo e legalità". E' stata la sede Rai di viale Mazzini ad ospitare la presentazione dell'edizione 2005 di quello che, familiarmente, viene chiamato Concertone. Tutti e tre presenti, i leader confederali hanno sottolineato il tema di quest'anno, l'impegno contro "la criminalità che ruba risorse al territorio, impedisce la nascita delle imprese e lo sviluppo di quelle preesistenti", ha ribadito Luigi Angeletti (Uil), e il Concertone come "occasione per parlare a chi non partecipa ai nostri comizi", ha precisato Savino Pezzotta (Cisl).

Sul palco. A condurre la manifestazione a piazza San Giovanni sarà (per la seconda volta consecutiva) Claudio Bisio, affiancato ogni tanto da Federica Sciarelli (Chi l'ha visto?) e Giovanni Floris (Ballarò), volti di quella RaiTre che per tradizione manda in onda la diretta dell'evento. Previsti siparietti comici con Sergio Sgrilli e Antonio Cornacchione. E un intervento di Ascanio Celestini, il "teatrante della memoria" (Scemo di guerra, Radio clandestina) che reciterà un monologo sui lavoratori delle fabbriche. Novità hi-tech: palco molto più esteso per "abbracciare" il pubblico e sette nuovi schermi oltre ai due laterali.

Gli artisti. Tanti, e di qualità: Afterhours, Avion Travel con l'Orchestra di Piazza Vittorio, Enzo Avitabile, James Blunt, Enrico Capuano, Luca Dirisio, Cristina Donà, Irene Grandi, Le Vibrazioni, Juliette Lewis (l'attrice, ora anche cantante), Marlene Kuntz, Negramaro, Negrita, Nomadi, Parto delle nuvole pesanti. Sul palco anche lo spettacolo Pinocchio Nero (la trasposizione africana dell'opera di Collodi, protagonisti gli ex chokora, i ragazzini di strada di Nairobi), e ancora: Radiodervish, Subsonica, Sud Sound System, Tiromancino, Velvet.

"Grandi vecchi", omaggi, il sogno Vasco. Se nell'edizione 2004 il filo conduttore delle performance era stato un tributo a Fabrizio De Andrè, quest'anno tocca a Enzo Jannacci. Ci sarà anche lui, col figlio Paolo. Gli altri artisti eseguiranno alcune cover di suoi brani, Bisio sarà della partita con Messico e nuvole, Vincenzina e la fabbrica, Una fetta di limone. Certa la presenza di Francesco De Gregori, il che aveva fatto correre voci su una possibile partecipazione, assolutamente non confermata, di Vasco Rossi (vista "la stima e l'amicizia che li lega", spiegano gli organizzatori).

Libertà di parola. "Lo scorso anno c'erano le elezioni amministrative, e la vicenda dei tre italiani sequestrati in Iraq. Quest'anno non c'è alcuna emergenza, quindi...". Così ha detto il direttore generale Rai, Flavio Cattaneo. Il palco del Concertone ha spesso sollecitato gli artisti a "proclami" politici di varia natura, e lo scorso anno la manifestazione era stata mandata in onda con venti minuti di differita, per scongiurare esternazioni rischiose. Stavolta, libertà di parola, e diretta vera (RaiTre dalle 16 alle 18.55, poi dalle 19.58 alle 23, e dalle 23.25 alla fine).

Solidarietà. In occasione del Primo Maggio, Cgil Cisl e Uil lanciano una raccolta di fondi, "Costruiamo una speranza", a favore dell'Amref (African Medical and Research Foundation). Si tratta di donare per aiutare, dal punto di vista dell'assistenza medica, i bambini africani. Tutte le indicazioni sul sito dell'associazione.

(27 aprile 2005)

Guarda quel treno che sta arrivando da lontano

Guarda quel treno che sta arrivando da lontano

E' nero come il fumo e sta arrivando piano piano

Sai che cosa c'è? Non c'è niente da vedere su quel treno

Sai che cosa c'è? Non c'è niente da guardare dal finestrino

Solo madri senza latte e cenere dal camino

C'è odore di bruciato e bambini soldato sepolti in piedi

C'è odore di bruciato e bambini soldato sepolti in piedi

Puoi pure non guardare ma non è possibile che non vedi

Nessuno che ti chiama nessuno che ti chiede se vuoi ballare

Nessuno che ti chiama e nessuno che ti chiede se vuoi ballare

Sei fuori dalle spese e ti ci devi abituare

E' gente come te e me o sono numeri da scaricare

E' gente come te e me o sono numeri da scaricare

E' l'inferno che avanza ma non ti devi preoccupare

 

 

 

"Numeri Da Scaricare" è un blues incredibilmente semplice, è una griglia comprimibile ed estensibile all'infinito, dal punto di vista ritmico, con armonie semplicissime e ripetitive che prendono vita perché sanno raccontare la vita in tutte le sue espressioni, nessuna esclusa: dalla morte del tuo gatto al folle e mai corrisposto amore per una donna, dal dolore alla passione. Il blues è come l'invenzione della ruota. Si va più veloci, da allora. E non ci si ferma mai». Il disco si chiude con una strofa bella e illiminante, coniugata al passato ma con uno squarcio di futuro: "Così sentimmo nell'aria forte la ridondanza delle campane / come un ricordo che faceva piangere / come l'odore del pane / come vedere spuntare il sole dall'altra parte di un muro / e falegnami e filosofi fabbricare il futuro". Come sarà possibile vedere insieme falegnami e filosofi, se gli intellettuali di oggi non sono più a contatto con le gente, come accadeva un tempo, ma li vedi in televisione a Porta A Porta? «Dipende chi vogliamo mettere nella categoria dei filosofi: Cacciari è una cosa, Buttiglione un'altra. Se consideriamo Alba Parietti un'intellettuale, allora è un altro discorso ancora. O valeria Marini. O Crepet. Per me l'intellettuale vero, la figura da seguire è ancora e sempre Pasolini, che giocava a pallone e faceva film, scriveva bellissime poesie e ascoltava le canzonette, scriveva articoli sul giornale e lettere aperte. O Ungaretti, che leggeva le sue poesie a "L'approdo" e incantava. Dopo il pensiero debole di Vattimo, siamo tutti appiattiti. Resto in attesa di un gesto intellettuale forte, spiazzante, diverso, coraggioso, smaccato, impudico come quelli di Pasolini. E vorrei politici veri e grandi leader com'erano Berlinguer e Moro. Vorrei una classe politica forte, indipendentemente dai colori e dai partiti. Io non ho ricette ne risposte. Io so scrivere canzoni e questo faccio».

 

 

Assomiglierà a Slow train coming di Dylan - a me ricorda molto Meet me in the morning, in realtà - ma non importa. Non importa perchè è un country-blues e nel blues, si sa, i giri sono spesso quelli e c'è poco da inventare quanto a melodie. Il testo è forse uno dei più deboli dell'album eppure, secondo me, ci sta proprio bene con la musica. E un testo feroce, che più d'ogni altra cosa, secondo me, va contro l'omertà dei popoli occidentali: "puoi pure non guardare / ma non è possibile che non vedi". I commenti chitarrosi di Giovenchi sono puntuali, la voce di De Gregori coglie dei bassi caldissimi per risalire a degli acuti perfettamente Dylaniani. E se si ripete tante volte il nome di Dylan non è per alludere al plagio, ma a lodevole ispirazione. Oddio, meglio non abusare (specialmente dal vivo) che se no si diventa davvero uguali (Antonio Piccolo).  

 

 

 

E allora sognò Atene e la sua bocca spalancata. E la sua mano da riscaldare e la sua vita stonata

E quel suo mare senza onde e la sua vita gelata. E allora sognò Atene sotto una nevicata

Guardalo come cammina ballerino di samba. E come inciampa in ogni spigolo innamorato e ridicolo

Come guida la banda come attraversa la strada senza una gamba. Portami via da questa terra, da questa pubblica città

 

Da questo albergo tutto fatto a scale, da questa umidità. Dottoressa chiamata Aprile che conosci l'inferno

Portami via da questo inverno, portami via da qua. E allora sognò Atene e l'ospedale militare

Ed i soldati carichi di pioggia e un compleanno da ricordare. Ed un ombrello sulla spiaggia e un dopoguerra sul lungomare

E allora sognò il tempo che lo voleva fermare. Guardalo come cammina, Lazzaro di Notre Dame

Come sta dritto nella tempesta alla fermata del tram. Chiama un taxì si mette avanti dai Campi Elisi 

alla Grande Arche. Gambadilegno avanti, avanti, avanti marsch!

 

"Gambadilegno a Parigi" è la ballata più degregoriana del disco. Un reduce che va a Parigi per sognare Atene. «Strano, eh? Gambadilegno è un soldato ferito, reduce della guerra di Corea -potrebbe anche essere del Vietnam, ma quando l'ho scritta pensavo alla Corea -che decide di partire per la Francia perché Parigi val bene una gamba. E vaga per una città che tutti amiamo, ma che è bolgia di odori, luci e suoni, in un delirio della memoria. E lui è sopraffatto dalla carnalità di quel posto che per lui è più inferno di New York. Va a cambiarsi la protesi, perché non è più tempo di gambe di legno, la tecnologia ha fatto passi da gigante e ora lui ha più soldi da spendere. Va nella città dove fanno le migliori gambe del mondo e incontra una dottoressa che conosce l'inferno e che potrebbe portarlo via da quell'inverno. E la notte prima di cambiarsi la gamba, nell'umidità di un albergo da poco e senza ascensore, quel soldato sogna Atene, l'ospedale militare e i soldati carichi di pioggia. E sogna di poter fermare il tempo e vincere, per una volta. E sogna Atene, città di pace e di democrazia, città del sogno e di un'altra vita, delle idee e della filosofia, in antitesi a Sparta... E per una volta sta dritto nella tempesta». Atene è epitome di democrazia, ma era la democrazia migliore che potesse esserci, non certo perfetta, perché aveva gli schiavi. Dunque: la democrazia vera esiste o è utopia?

 

 

PIETA' L'E' MORTA NEI NUOVI "PEZZI" DI DE GREGORI.

E' un disco scuro, tenebroso, questo "Pezzi" di Francesco De Gregori.

A partire dalla copertina. I pezzi di un puzzle da comporre, ma senza alcun disegno, che in qualsiasi modo li si riassembli il risultato finale sarà sempre e  soltanto un quadro scuro.Parole senza speranza si susseguono di brano in brano, come forse mai negli album precedenti di De Gregori, in cui un raggio di sole, un barlume di speranza, un velo di pietà aveva sempre fatto la sua comparsa.

Qui abbiamo carne dilaniata con le mosche ronzanti intorno pronte a posarsi sul cadavere di un soldato colpito alla schiena (un palestinese, un israeliano, non ha importanza) ne "Il panorama di Betlemme", abbiamo pezzi di carne, pezzi di persone nella title-track "Vai in Africa Celestino" che ricorda molto da vicino nella costruzione del testo e nel ritmo la dylaniana "Everything is broken".

E come in quel brano di "Oh Mercy", anche qui non c'è speranza, pezzi di mondo in un mondo a pezzi, e l'uomo si scava la fossa con le proprie mani: "Ognuno è fabbro della sua sconfitta e ognuno merita il suo destino".

Pezzi di fame, pezzi di immigrazione, pezzi di lacrime e pezzi di persone... prosegue De Gregori con una voce quanto mai acida... Pezzi di colla da annusare, pezzi di diossina...

Il degrado è palpabile, il futuro è cupo... Anche quando usa termini più solari traspare disillusione, scherno, ironia: Pezzi di sorriso, pezzi di canzone (sorrisi patinati da rivista)... Pezzi d'amore eterno, pezzi di stagione... Pezzi di plastica, pezzi di mtv (pezzi musicali costruiti a tavolino)... E pronti dietro l'angolo "Pezzi di corda e pezzi di sapone...".

Ognuno è figlio del suo tempo, Ognuno è complice del suo destino. Ognuno come Cristo ha il suo Calvario personale, "Ognuno porta la sua croce... Ognuno inciampa sul suo destino". Ed il futuro non sembra offrire speranza.In un altro rimando dylaniano (sono moltissimi in questo disco i riferimenti al maestro Bob) sta arrivando un lento treno, arriva da lontano ed è nero come il fumo (da "Numeri da scaricare", un bel blues con reminescenze musicali di "Meet me in the morning"), e non c'è niente da vedere... solo madri senza latte e cenere, bambini soldato sepolti in piedi... Sono molti anche i riferimenti alla guerra in questi "Pezzi", e come potrebbe essere diversamente?

"E' l'inferno che avanza..." conclude il De Gregori più cupo di sempre, un De Gregori che non esita sfacciatamente a rinnegare il mondo in cui si ritrova a vivere, l'Italia, in una acida cavalcata con gli ennesimi rimandi dylaniani, "Tempo Reale" (costruita efficacemente sulle chitarre di "Highway 61 Revisited"), una sorta di "Viva l'Italia" degli anni duemila, in cui il quadro è nero come non mai, e "l'Italia che resiste, che lavora, che si innamora, l'Italia liberata..." lascia qui il posto ad un paese di terra, una terra di cani, in cui la Democrazia viene torturata dalla Libertà... Un paese di pecore e pescecani in cui l'Autorità va a tavola con l'anarchia e il ritratto della verità si sta squagliando... Un Paese di ricchi e di esuberi e tasse pagate dai poveri...

De Gregori è spietato, corrosivo, brutalmente schietto: "Se potessi rinascere ancora... Preferirei non rinascere qua", conclude amaramente. Non in questa Italia in cui se rubi non muore nessuno, un Paese di uomini tutti d'un pezzo in cui però tutti hanno un prezzo... Paese di figli di donne di strada dove il crimine paga e a terra restano i segni di gesso senza colpevoli perchè la gente non ricorda la faccia del boia (non è escluso anche qui un rimando al verso in cui Dylan cantava che "...la faccia del boia è sempre ben nascosta).

Geniale il gioco di parole del titolo che dà contorni differenti ad una frase fatta, di cui si fa largamente abuso in TV.

E' un disco di sangue che cola, questo "Pezzi". Un album in cui non avrebbe sfigurato uno dei recenti classici di De Gregori, quel "Sangue su sangue" apparso sull'album che aveva l'ironico titolo di "Canzoni d'amore". Il sangue del soldato ucciso de "Il panorama di Betlemme" ("Che questa mosca continua a volare mentre mi sto dissanguando"), il sangue dei bambini di Beslan morti nella strage della scuola in Ossezia, protagonisti de "Il vestito del violinista" ("Ma poi l'esercito si fece avanti e gridavamo "Assassini! Fermatevi! Non vedete! Noi siamo i bambini!" Fino a che tutto diventa rosso e non si può più guardare, tutto diventa rosso e non si deve guardare").

Il sangue di "Parole a memoria" ("E averti visto sanguinare le ossa e maledire domani"). Il sangue dei corpi cerchiati di gesso di "Tempo Reale". Il sangue de "La testa nel secchio" ("Ma ho del sangue nei capelli e non so chi mi ha ferito... E il treno sta partendo... e non è ancora partito") e quello de "Le lacrime di Nemo" ("Chiaro di luna scendi in fondo al mare (...) e illumina il sangue e l'innocenza di nessuno, il sangue e l'innocenza di nessuno").

Il sangue della guerra che, scrivevamo, fa la propria comparsa in molti versi di questo disco. La guerra israelo-palestinese, che fa da sfondo al testo più toccante dell'album, quello de "Il panorama di Betlemme", cui abbiamo accennato prima, in cui sulla spianata delle moschee un soldato ferito alla schiena si trascina sulla sabbia e sente la morte che sta per arrivare. La ricostruzione della scena operata da De Gregori è estremamente realistica e drammatica mentre un suono nervoso di chitarre che riecheggia ancora Dylan ("All along the watchtower") accompagna l'agonia dell'uomo. "Signore ti prego lasciami respirare, lasciami un po' riposare, prima che devo morire... (...) Signore lo vedi il panorama di Betlemme... Questo cielo senza riparo questo sipario di fiamme...".

E ancora la strage dei bambini di Beslan o la guerra dei "soldati carichi di pioggia" del "dopoguerra sul lungomare" di "Gambadilegno a Parigi".

Musicalmente il disco è - come detto - molto dylaniano (va segnalata anche una scoperta citazione musicale di "Knockin' on heaven's door" - non a caso un altro brano di morte - che caratterizza la bella "Parole a memoria" dedicata da De Gregori al padre scomparso), ma ha anche echi di Leonard Cohen e di Roberto Vecchioni. Sembra insomma che De Gregori voglia dire: "Questa è la nostra musica... Questa è la musica con cui sono cresciuto. Questa è la musica che amo e che voglio fare".

Al di là delle citazioni, delle imitazioni, delle accuse di plagio che i più prevenuti sono sempre pronti a muovergli.

De Gregori non potrebbe comporre qualcosa di diverso, non potrebbe venir meno a questo stile. Per fortuna, aggiungiamo noi."C'è molto Dylan, non lo nego, ma non mi pongo il problema. Quattro anni fa ho portato tutta la band a vederlo in azione, a Brescia. Ascoltate come suona con la sua band, ho detto ai miei, cerchiamo di fare la stessa cosa. Quando un musicista ti piace cerchi di rubargli tutto, è un espediente per arrivare a sviluppare qualcosa di tuo".

Unica eccezione musicale che traligna dagli schemi del sound statunitense di Dylan & soci è la suggestiva melodia napoletana de "Le lacrime di Nemo - L'esplosione - La fine" con un bellissimo mandolino in grande evidenza ("Può ricordare molte cose, in effetti. A me ricorda ‘Fenestra ca luciva’, ma ci sono dentro anche Bellini, ‘La barcarola’, le romanze che mia madre ascoltava alla radio quando ero bambino", ha detto Francesco).Con "Pezzi" De Gregori conferma di essere uno dei fari della canzone d'autore italiana (oggi più che mai, dopo la scomparsa di De Andrè), capace di coniugare un discorso di impegno ad una cifra poetica più viva che mai, abbinandovi le sonorità rock a lui care, mai come in questo disco proposte in una veste vicina alla dimensione live. Michele Murino (Maggie’s farm)  

 

 

I 'Pezzi' di De Gregori: 'Non faccio cronaca, ma non scappo dalla realtà'.

 Tante chitarre, elettriche e acustiche, nelle canzoni di “Pezzi”, il nuovo disco di Francesco De Gregori che esce domani, 25 marzo, nei negozi, quattro anni e mezzo dopo l’ultima raccolta di inediti “Amore nel pomeriggio” (tour nei palasport a maggio, dopo un paio di date di riscaldamento nei club). Molte fanno orgogliosa mostra di sé nel libretto che accompagna il cd. Gibson, Fender Telecaster e Kay (modello anni ’50 e ’60, la usavano i bluesmen con pochi soldi a disposizione). Martin e Takamine. I mandolini del compianto Marco Rosini, morto prematuramente a quarant'anni, e un basso Vox che, come molti altri, proviene dalla collezione personale di Francesco. “Non sono neppure tutte quelle che usiamo, io e il mio gruppo” ci racconta lui davanti a un bicchiere di vino, il giorno dopo lo showcase di presentazione dell’album ai Magazzini Generali di Milano. “Certo, quella foto corrisponde a una dichiarazione di intenti. Banale dirlo, ma è da lì che ha origine il rock. Anche il fonico che ha curato il missaggio è innamorato delle chitarre, e si sente”. Ed è da lì, dalle chitarre di Francesco e dei suoi musicisti, che nasce il disco più diretto, più ruvido, più intenso e più toccante di De Gregori da molti anni a questa parte. Un disco, lo aveva anticipato l’autore stesso alla stampa, fatto per suonare esattamente allo stesso modo una volta trasferito sul palco. “Almeno me lo auguro. Non era mai successo prima, mi aveva frenato l’eccesso di controllo che si sviluppa in sala di registrazione. Lo studio ti dà la possibilità tecnica di intervenire fino all’ultimo su ciò che stai facendo. Se lo sai usare va bene, ma se ti ci aggrappi per arrivare alla perfezione finisci per bloccare la creatività. Un po’ di sporcizia del suono, una leggera stonatura nell’accordatura danno calore e spesso servono a far passare il messaggio con più precisione. Invece in studio si finisce spesso per vendere l’anima al diavolo in cambio della levigatezza dei suoni. Ci sono caduto anch’io”. Come ai tempi di “L’agnello di Dio” e di quel disco metà anni ’90 con Corrado Rustici, “Prendere e lasciare”, che aveva fatto storcere il naso ai fan duri e puri? “A Rustici, quella volta, avevo consegnato le chiavi dell’album perché in quel preciso momento volevo deresponsabilizzarmi e non ero nelle condizioni di occuparmene. Ero rimasto affascinato dal suo modo di organizzare le ritmiche sui pezzi lenti di Zucchero, tipo ‘Diamante’. Lavorandoci insieme ho scoperto un uomo molto innamorato di sé, dei suoi suoni e delle sue chitarre. Ne abbiamo anche parlato tra noi: alla fine mi sono ritrovato in mano un disco povero di suoni e arrangiato in modo non soddisfacente, tant’è che dal vivo quelle canzoni oggi le rifaccio in maniera completamente diverso”. Un po’ come succede a “Buonanotte Fiorellino”, nella rilettura “destrutturata” proposta nella esibizione ai Magazzini Generali? “Ne abbiamo voluto fare una versione shuffle, con l’armonica a bocca. Del resto che altro potevo fare? Rifarla com’era sul disco sarebbe un’ipocrisia, come truccare un caro estinto per farlo sembrare ancora vivo. Non mi interessa il vintage, ma per me ha ancora un senso riproporla. Io non la vivo come una canzoncina d’amore, la sento ancora piena di spigoli”.

Torniamo al presente. Le canzoni nuove De Gregori le ha confezionate a casa sua, nella dimora umbra di Spello che aveva già utilizzato per incidere “Il fischio del vapore” con Giovanna Marini, affittando tutte le apparecchiature all’uopo necessarie. “Non è che io sia così orso, ma quando sono concentrato nel lavoro preferisco non incontrare nessuno. Che so, Gigi D’Alessio o qualcun altro che registra nello studio accanto. Preferisco farmi gli affari miei insieme con la mia band”. Col nuovo produttore, Guido Guglielminetti, le cose anche stavolta hanno funzionato bene, e si sente. “E’ un uomo molto meditativo, dotato di grazia e discrezione, un uomo capace di grandi silenzi ma anche molto, molto cocciuto. Io non sono capace, da solo, di creare un suono. E lui riesce a portarmi sulla sua strada senza che neanche me ne accorga. Lo paragono spesso a un cane maremmano: quelli che non ti danno mai una zampata ma si appoggiano a te, piano piano, fino a che ti spostano”.

C’è molto Dylan, in questo disco, inutile negarlo: nel galoppo di “Va in Africa, Celestino!” e nel rock blues sferragliante di “Numeri da scaricare” c’è non poco dello Zimmerman elettrico e febbrile di metà anni ’60. “Non lo nego, ma non mi pongo il problema. Quattro anni fa ho portato tutta la band a vederlo in azione, a Brescia. Ascoltate come suona con la sua band, ho detto ai miei, cerchiamo di fare la stessa cosa. Quando un musicista ti piace cerchi di rubargli tutto, è un espediente per arrivare a sviluppare qualcosa di tuo. In questo disco c’è anche un po’ di Leonard Cohen, nelle melodie di ‘La testa nel secchio’ e in ‘Parole a memoria’, per esempio. E c’è un suono distorto di chitarra elettrica che viene da una combinazione di U2, Jimmy Cliff e di tante altre cose”. A proposito di Dylan: anche lui, elusivo com’è, adesso ha sentito il bisogno di raccontarsi con una biografia. Cos’è, il tempo che passa funziona da ammorbidente? “Ti riferisci al fatto che oggi concedo tante interviste? E’ vero, ho meno paura di raccontarmi a ruota libera, di dire magari anche qualche cazzata. Il lavoro con Giovanna Marini mi ha spinto per la prima volta fuori dal guscio, volevo che la gente sapesse che era in circolazione e di cosa si trattava. Da allora ho capito che non ho più timori di essere frainteso. Fondamentalmente, oggi me ne frego”. Nel flusso di rock, di blues e di ballate chitarristiche che scandisce il ritmo della raccolta la penultima canzone in scaletta, “Nemo”, sembra quasi un’anomalia… “Può ricordare molte cose, in effetti. A me ricorda ‘Fenestra ca luciva’, ma ci sono dentro anche Bellini, ‘La barcarola’, le romanze che mia madre ascoltava alla radio quando ero bambino. Mi piacerebbe venisse ascoltata così come è stata collocata nella sequenza del disco. E’ l’unica remora che ho nei confronti dell’abitudine sempre più diffusa di comprarsi su Internet le canzoni che si preferiscono. Per la musica il digitale è una rivoluzione pari a quella che il telaio a vapore ebbe all’epoca dell’industrializzazione, ed è anche un grande stimolo per gli artisti: tutti noi siamo incorsi nella pratica immorale di mettere in commercio quattro canzoni buone per venderne dieci”

Sembra rinfrancato, De Gregori, di poter parlare di musica piuttosto che di politica e di massimi sistemi. Ma come si fa, con uno come lui, ad evitare di entrare dentro l’anima delle canzoni e della realtà che ci circonda? “Le canzoni di questo disco mi sono uscite in fretta”, premette, “molte negli ultimi sei mesi. La copertina, come vedi, è un puzzle senza disegno: una volta risolto non ti trovi niente in mano e questa è una buona chiave di lettura del disco. Io stesso non so a quale interpretazione dare più credito. I ‘pezzi” del titolo potrebbero essere le tessere di un mosaico da ricomporre, oppure i detriti di qualcosa che si è rotto o è esploso: pezzi di aereo, di grattacielo…Dentro ci stanno le torri gemelle, Beslan. C’è, per forza, la realtà che stiamo vivendo anche se ho sempre odiato la parte di me stesso che voleva fare della cronaca un cavallo di battaglia. Lo considero un vizio brutto, ai limiti della necrofilia. Ma non posso essere immune da quel che mi succede intorno. Per questo nel disco ci sono ‘Il panorama di Betlemme’, ‘Il vestito del violinista’, ‘Gambadilegno a Parigi’, un sogno che si sviluppa quasi come uno stream of consciousness: canzoni piene di immagini di guerra, di dopoguerra e dopobomba, di bambini soldati, di soldati morti e feriti. Non è un artificio poetico, è la realtà. Ricordo il terrore ai tempi della crisi dei missili a Cuba: allora per noi la guerra era l’eccezione, oggi è la normalità, ce l’abbiamo fuori dalla porta di casa. Prima del Kosovo non avevo mai visto coi miei occhi i soldati italiani partire per un fronte di guerra”.

Realtà, appunto: “Tempo reale” ne offre una fotografia nitida anche se non cronachistica, quasi come una canzone dei Gang… “Conosco il loro lavoro, ma sono più giovani e più schierati di me. E poi anche se oggi faccio il cantante di un gruppo io nasco come cantautore, con i pregi e i difetti che ne derivano. In quella canzone ho enunciato una serie di dati di fatto da cui non si scappa: questo è il paese dei ricchi e degli esuberi, delle tasse pagate dai poveri, della gente che muore per strada nell’indifferenza della gente”. Tra i pezzi d’Italia e di mondo che De Gregori elenca nella canzone d’apertura, “Vai in Africa, Celestino!” ci sono anche i “pezzi di vetro” di “Rimmel”. Giusto trent’anni fa… “Mi piace autocitarmi, l’avevo già fatto in ‘Povero me’. ‘Rimmel’ è stato l’unico mio disco ad essere penetrato nelle orecchie di tutti. Nacque felicemente, con delle belle intuizioni suonate bene. Fu il mio primo disco consapevole, forse, quello in cui per la prima volta presi in mano le redini della produzione. Ero un ventiquattrenne fiero e pieno di vita che finalmente riusciva a dirigere la banda. Arrivò anche nel momento giusto, prima del ’77 e della grande bufera del terrorismo. Ma erano già tempi politicizzati, c’erano stati il referendum sul divorzio e Piazza Fontana, le manifestazioni di piazza e la sinistra giovanile: le condizioni migliori perché a un disco come quello potessero partecipare tutti. Certo non avrei immaginato che trent’anni dopo saremmo stati qui a parlarne. Non sono un nostalgico, al me stesso di allora guardo con dolcezza. Mi rivedo giovane e potente, alto e bello come San Giorgio che uccide il drago. Ma allora non mi sentivo affatto così”.

Ci sono altre parole e immagini ricorrenti, nei testi: si parla spesso di treni, di pane, di acqua. Di sale, soprattutto. “Me lo hanno fatto notare a disco finito e se avessi potuto sarei tornato indietro a correggere qualcosa. Non è bello ricorrere a ripetizioni per risolvere un problema estetico…ma sale è una parola che ho usato già in altri dischi. Mi affascina perché per me rappresenta un termine a doppio taglio. Significa amarezza, delusione, sofferenza, ma poi c’è anche il sale della terra di cui parla il Vangelo. Anche ‘Passato remoto’ ha un duplice significato: è un addio alla vita ma anche alla donna amata. Le parole sono belle, importanti, evocative. Ho letto che Jovanotti ha intitolato il suo prossimo disco ‘Buon sangue’. Che invidia, avrei voluto pensarci io! Con un titolo così avrei un altro disco di canzoni già bell’e pronto”. (Rockol.it - marzo 2005)

Paese di terra terra di cani

Paese di terra e di polvere

Paese di pecore e pescecani

E fuoco sotto la cenere

Dentro le stanze del Potere l'Autorità

va a tavola con l'anarchia

Mentre il ritratto della Verità si sta squagliando

e la vernice va via

E il Pubblico spera che tutto ritorni com'era

che sia solo un fatto di tecnologia

E sotto gli occhi della Fraternità

la Libertà con un chiodo tortura la Democrazia

Paese di terra terra di fumo

paese di figli di donne di strada

E dove se rubi non muore nessuno

E dove il crimine paga

 

C'è un segno di gesso per terra

e la gente che sta a guardare

Qualcuno che accusa qualcuno

Però lo ha visto solamente passare

E nessuno ricorda la faccia del boia

è un ricordo spiacevole

E resta soltanto quel segno di gesso per terra

Però non c'è nessun colpevole

Paese di zucchero, terra di miele

Paese di terra di acqua e di grano

Paese di crescita in tempo reale

E piani urbanistici sotto al vulcano

Paese di ricchi e di esuberi

e tasse pagate dai poveri

E pane che cresce sugli alberi

e macchine in fila nel sole

 

Paese di banche, di treni di aerei di navi

che esplodono

Ancora in cerca d'autore

Paese di uomini tutti d'un pezzo

Che tutti hanno un prezzo

e niente c'ha valore

Paese di terra terra di sale

e valle senza più lacrime

Giardino d'Europa, stella e stivale

Papaveri e vipere e papere

dov'è finita la tua dolcezza famosa tanto tempo fa

E' chiusa a chiave dentro la tristezza

dei buchi neri delle tue città

Chissà se davvero esisteva una volta 

o se era una favola o se tornerà

E però se potessi rinascere ancora

Preferirei non rinascere qua.

 


"Tempo Reale" è il capovolgimento di "Viva l'Italia"? «Sicuramente. È cambiata la mia percezione dell'Italia, dal 1979 a oggi. E si che erano anni terribili, avevano ucciso Pasolini, rapito e ammazzato Moro. C'era nell'aria il dubbio per il futuro, ma la speranza era più forte. E c'era partecipazione. L'avevamo vista per la strage a piazza Fontana, nelle manifestazioni e nei cortei. Era un'Italia che rivendicava il diritto a esprimere il proprio dissenso, che reagiva, che guardava con cieca fiducia alla possibilità di cambiare. Per questo cantavo .'Viva l'Italia che resiste". Oggi, cos'abbiamo? Ci indigniamo nelle scuole, quando studiamo l'Olocausto, ma abbiamo smesso di stupirci per i piccoli olocausti di tutti i giorni. Ci stiamo abituando a tutto. Da quanto tempo non ci scandalizziamo per un tempo superiore a cinque minuti? Io ho smarrito la voglia di essere ottimista, forse ho perso anche un po' di entusiasmo per la politica. Ricordo la mia partecipazione, la gioia quasi fisica con cui andavo a votare, nel referendum per il divorzio nel '75 o nelle elezioni del '76, vinte dalla sinistra. Oggi voto perché è giusto esserci, ma l'entusiasmo è ferito, se non morto. Dov'è finita l'Italia delle belle bandiere descritta da Pasolini? Certo, era un'Italia che viveva di contraddizioni e di paradossi, metà giardino e metà galera. Ma era un'Italia viva. Oggi, dovessi rinascere, vorrei accadesse lontano da qua, in una terra più giusta e attenta. “Tempo reale" è un'elencazione di tristezze dell'Italia di oggi. Esiste ancora un'Italia che mi piace, ma sopravvive ai margini: l'Italia di don Ciotti e del volontariato, ad esempio. L'Italia che si rimbocca le maniche, compressa, sottomessa, isolata. Come può sopravvivere in un Paese dove il presidente del Consiglio, quando gli si fanno notare le cifre della disoccupazione, reagisce dicendo: “Vabbè, accettate anche il lavoro nero"? L'ha detto davvero. E noi non ci stupiamo più, perché esistono persone convinte che le leggi siano trappole che impediscono di rubare. E allora aboliamo le leggi, inventiamone di nuove. Oppure aggiriamole. È stato ancora Berlusconi a dire: "Le tasse sono troppo alte. Anch'io, se potessi, evaderei". E tu pensi di essere su Scherzi a Parte. Ma poi ti riprendi e capisci che non è uno scherzo, che ci sono governanti che non hanno il senso dello Stato o del governo. E noi pattiniamo sul ghiaccio, balliamo sul ponte del Titanic. Abbiamo paura di affondare, ma non facciamo niente per riprenderci. Aspetto ancora che la Sinistra presenti un progetto strategico, un piano serio».

 

 

De Gregori: apro il "Live 8",ma niente duetti "Mi sembrano poco interessanti. Escludo i brani del mio nuovo album, sarebbe pubblicità"

ROMA — "È vero, c’è stato un certo caos organizzativo e anche un po’ di approssimazione. Ma gli artisti che c’entrano? ": Francesco De Gregori difende la categoria e rifiuta le polemiche che hanno avvolto il Live 8 romano. "Questo è un evento complesso da gestire. Ognuno parla, dice, fa, le voci diventano realtà e poi ritornano nel nulla. Noi siamo parti in causa. Sono in tournée, vivo lontano dall’evento, ma non credo che non ci sia stata generosità, alla fine sono arrivati tutti. Casomai il cast si è formato per accumulo, sui giornali o con appelli, come se fosse una chiamata alle armi. Forse bisognava puntare su alcuni nomi e dire: vogliamo quelli. Non è colpa dei cantanti. Sono convinto che il concerto servirà a sollevare il problema del Terzo Mondo nelle coscienze del pubblico, evocherà nella testa di molti giovani, i meno informati, che c’è un continente che si chiama Africa. Pare abbia un debito verso di noi, ma siamo a nostra volta debitori di tante altre cose. Per questo aderisco con entusiasmo".Ora gira un’altra voce. Insinuano che il concerto sarà aperto da tutti gli artisti e non soltanto da lei com’era stato annunciato. "Non mi hanno detto niente. Io ci sarò, canterò due o tre canzoni, non quelle più conosciute del nuovo album, perché se dobbiamo parlare di Africa allora meglio spazzare via tutti i dubbi: non vado al Circo Massimo per farmi pubblicità". L’organizzatore Stefano Senardi vorrebbe riempire l’evento con le collaborazioni fra i diversi ospiti. "Duetterò con me stesso, mi sembra abbastanza —spiega De Gregori autoironico —. Non me ne frega nulla di cantare con un altro artista tanto per farlo. Lo dico io che ho sempre cercato di infilare la mia musica in quella di altri amici: Venditti, De Andrè, Fiorella Mannoia, ho dato una mia canzone a Vasco e lui me ne ha offerta una sua, che è un modo inusuale di duettare. Sono sicuro che ci sono molti colleghi con ottimi motivi per incrociare voci e suoni con altri amici. Sarò felice di ascoltarli. Bisogna sentirle le cose, l’ultima volta che sono salito su un palco con un altro artista è stato al Primo Maggio di Roma. Ho cantato con Enzo Jannacci, uno dei miei maestri, uno dei miei padri: settant’anni mossi, camminati, cavalcati con dignità, coerenza, passione ". Del Live Aid di vent’anni fa ha un ricordo emozionante: "Fu una botta grossa, nessuno si aspettava una mossa di quel tipo da parte delle rockstar internazionali per richiamare l’attenzione sull’Africa.I grandi Paesi occidentali oltre che attivare una politica di assistenza dovrebbero appoggiare governi democratici e trasparenti: la rinascita di questo continente può avvenire soltanto così, evitando di finanziare dittatori alla Bokassa". Il 4 settembre De Gregori tornerà a Roma, canterà a piazza di Siena in un concerto gratuito, anche per ricordare che sono passati trent’anni dall’uscita di "Rimmel". "È un disco importante ma non una pietra miliare della mia esistenza. La mia vita non è scandita dagli album, ma dagli incontri, dalla famiglia. Oggi canto meglio di allora e inoltre sono un uomo felice. Il bilancio della mia vita lo faccio su questo ". Ha cominciato a 18 anni, cantando al Folkstudio. Oggi ne ha 54, e mantiene rigore e passione. "Mi va bene essere fumantino e anche terribilmente solo in certe scelte. Per me conta la libertà, come quella di fare un disco con Giovanna Marini. Questo è un mestiere dove vale molto la pacca sulle spalle, e poi che te ne frega. Io sto fuori, per me contano le persone. Qualcuno di me e Giovanna avrà pensato che eravamo usciti da "Scherzi a parte" e invece abbiamo creato un successo discografico con i canti popolari e delle mondine. Ed è stato Fabrizio De Andrè trent’anni fa a convincermi che potevo fare questo mestiere, che avevo un dono, un talento. Noi siamo i vecchi, ora ci sono Cremonini, Jovanotti e Ligabue. La canzone è viva e vegeta. Ma non bisogna guardare il passato con gli occhiali rosa e farsi intrappolare dai rimpianti". Un’ultima domanda: le dà fastidio essere definito Principe? "A volte, ma ci sono abituato ". E poi con una risata: "Se devo scegliere, meglio Principe che povero". (Sandra Cesarale – Corriere della sera - 30 giugno 2005)  

 

 

Il Francesco De Gregori 2005

quello della «svolta rock» propugnata da una vulgata popolar-massmediologica che sembra dimenticare gli ultimi dieci anni «on the road» del cantautore, è stufo delle etichette, delle gabbie semantiche e politiche dentro cui spesso si è trovato rinchiuso. Domani apre il suo tour estivo dal Caivano Rock Fest (al Deplhina Sporting Club), rassegna inaugurata qualche giorno fa da Beck e pronta a proseguire il 14 luglio con i Planet Funk, «uno dei miei gruppi preferiti», spiega il principe, sorprendendo chi magari lo vorrebbe fedele a un cliché da songwriter rockettaro, lontano insomma anni luce dalla formazione con base a Posillipo che ha gettato un ponte tra dancefloor e cultura underground, il mondo delle discoteche e quello, appunto, dei raduni rock. De Gregori e i Planet Funk insieme in un cartellone di festival: grande il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente? «Non so come sia la situazione, so che mi piacerebbe vederli dal vivo, i Planet Funk: seguo i loro dischi, li apprezzo per le idee che sottendono il loro suono. E poi, perché sono diversi da me: sai che noia De Gregori che sente solo cose alla De Gregori. Da ascoltatore premio l’intelligenza e il coraggio, poco importa se applicate alla canzone o alla lirica, tanto per fare un esempio». Qualcuno la vorrebbe fedele al ruolo di cantautore duro e puro. «Negli anni ’70 eravamo 10-15, dare a uno del cantautore voleva dire identificarlo, in qualche modo definirne anche la produzione. Oggi sono tutti cantautori, o forse più nessuno lo è. Io, comunque, non mi sento più rappresentato da questa parola, anche se continuo a cantare le cose che scrivo». Ciccio in fuga da generi ed etichette? «Proprio così, anche la storia che io oggi faccia rock è strana, almeno quanto quella che un tempo mi voleva ”ermetico” per eccellenza: i concerti di ”Pezzi” non sono più rock di quelli di due tour fa, saranno quasi dieci anni che basso e batteria hanno licenza di farsi sentire con vigore durante le mie esibizioni. Ho sentito i Modena City Ramblers rileggere ”Viva l’Italia”: sono più dissacranti di quanto potrei mai essere io alla prese con un mio brano. Fanno bene, ma aspiro almeno alla loro stessa libertà. L’unico dovere che ho nei confronti di chi spende soldi per venirmi a vedere è divertirmi sul palco, essere me stesso, non Francesco che imita se stesso o restaura ”Rimmel”: quel De Gregori lì è rimasto nei dischi». Il De Gregori 2005 aprirà lo show romano del «Live 8»: una presenza arrivata senza troppi clamori o distinguo mentre altrove infiammavano le polemiche. «Sono molto contento di essere il primo a salire sul palco del Circo Massimo sabato e sono convinto che l’evento raggiungerà il risultato di sensibilizzare l’opinione pubblica, soprattutto quella giovanile, sui problemi del Terzo Mondo, dalla fame alla sete, dalle epidemie all’Aids». E la battaglia per la cancellazione del debito pubblico al continente africano? «Non sono un economista, non so dire se ci sono vere possibilità che anche questo risultato sia portato a casa, ma, vada come vada, dovremo ringraziare Geldof per aver dato voce e visibilità a una battaglia così importante. Vent’anni fa il ”Live Aid” scosse le coscienze, vent’anni dopo non è più una novità, ma nemmeno routine, no?». Che cosa canterà? A Londra, Berlino, Parigi e Filadelfia sono previsti duetti doc. E a Roma? «Per ora so solo che cosa non canterò: i brani di ”Pezzi” che suonano le radio. Non è giusto sovrapporre e confondere l’impegno per la causa africana con la promozione del proprio repertorio. Di duetti e cose del genere non so niente, io non ho tempo per prepararne: dopo Caivano suonerò a Genova e Sesto Fiorentino, arriverò a Roma appena in tempo per lo show». Perché l’organizzazione della tranche capitolina del «Live 8» ha avuto un avvio così complesso e discusso? «All’inizio la macchina è sembrata muoversi in modo caotico, poi si è ripresa alla grande. Bob Geldof ha vinto e vinceranno tutti gli artisti che saranno al suo fianco. Ma, sia chiaro, questo non vuol dire che gli assenti siano ”politically scorrect” o non abbiano a cuore la sopravvivenza dei bambini africani. Qualche tono usato dai mass media non mi è piaciuto, ognuno è libero di partecipare o meno, per mille motivi diversi, senza essere per questo messo alla gogna o all’indice. Eventi del genere sono tecnicamente complessi, sbavature e incertezze quasi inevitabili, ma drammatizzare ogni divergenza di idee non serve. Un concerto è come una partita di calcio, non ne conosci mai prima il risultato, ma in casi del genere il successo è quasi assicurato». Federico Vacalebre - Il Mattino  

 

 

Era solo per ricordare il primo verso di una poesia

Una scusa per chiedere scusa un modo elegante per andarsene via

O soltanto per averti pensato o aver pensato male

Per averti dimenticato nei regali di Natale

E averti visto sanguinare le ossa e maledire domani

E aver lasciato le tue rose bianche a un matrimonio albanese

E per non darti un dispiacere, per non farmi notare, per guardarti dormire.

 

Era solo per ricordare un altro tipo di situazione

Come una piccola città di mare e una stufa a carbone

Che non tirava se tirava vento sul tuo cappotto rivoltato

Ma sotto i portici sentivi già l'estate ed una birra d'un fiato

Poi d'improvviso tutti gli anni per terra come i capelli dal barbiere

Come la vita che non risponde e il tempo fa il suo dovere

Ed il barbiere con la chitarra vuole sentirti suonare

E per non darti un dispiacere, per non farmi notare, per guardarti dormire

 

 

Era solo per chiacchierare, versare il vino spezzare il pane

Pagare pegno, ricominciare, parlare al cane

Era solo per ricordare l'ultimo verso dell'Infinito

ed i tuoi occhi come lo stagno e una carezza sul tuo vestito

che certamente non aveva senso o aveva senso trovarci allora?

Se tutto quanto era già stato detto o c'erano cose da dire ancora?

Ma non avevo tempo da perdere e tu tempo da dare

E per non darti un dispiacere, per non farmi notare, per guardarti dormire

 

 

 

in "Parole a Memoria" c'è il rimando chiaro e non mascherato a "Knockìn' On Heaven's Door". Dylan rimane il maestro, il mio faro. Mai compreso come essere umano, ma geniale quando è al lavoro. Il suo stile sbilenco, irregolare, sghembo, il suo andare dove non ti aspetteresti mai lo rende il più grande dì sempre. La sua disarmonia mi colpisce giorno dopo giorno. Era il più grande a fare musica acustica e diventa elettrico a Newport. Poi sì converte al cristianesimo, va e viene. Sì sposta continuamente, andando anche nel cinema, incurante del fatto che i suoi film funzionino. Dove lo trovi uno così?». Neil Young? «Si, ma il talento è diverso. Young è stato bravissimo nel fregarsene di tutto e di tutti, conquistando credibilità facendosi gli affari suoi. Ma la grandezza di Dylan è inarrivabile. Chi c'è più grande di lui? Springsteen, forse? Per favore. Springsteen è un buon musicista, ma non puoi certo metterlo allo stesso livello di Woody Guthtrie e Dylan. Un buon derivatore, questo si».

 

PEZZI

Basta con “questa” Italia. Torna De Gregori, visioni di antiferno Francesco De Gregori, 54 anni il prossimo 4 aprile, è in gran forma e ha voglia di suonare. E’ il 22 marzo, quando il Principe, ai Magazzini generali di Milano, presenta Pezzi, il suo nuovo lavoro (quattro anni dopo Amore nel pomeriggio). Si muove tra la gente, si ferma con tutti. Saluta chiunque voglia porgergli un sorriso, una rosa. Tutto con semplicità. E con semplicità si muovono i suoi invitati, in particolare quelli del compostissimo Rimmelclub, che - dopo aver mangiato chilometri con ogni mezzo - avevano tutti la faccia stupita per vederselo passare accanto come un amico speciale.

Entusiasmo e andamento gentile, questo è De Gregori tra la sua gente. E prima di andare a suonare c’è da scaldare le dita magari con una birra, un “in bocca al lupo” di qualcuno. Sale sul palco con la sua band e sorprende chi non lo conosce davvero, e che magari attende il canto dell’antiferno di Celestino, ma dovrà godere di una versione straordinariamente intensa di A Pa’ («Oggi presentiamo un disco nuovo, ma iniziamo con una canzone vecchia - sono le sue prime parole - dedicata a un grande poeta del Novecento»). E non è un caso, «perché il mio ultimo lavoro - ha spiegato De Gregori - ha l’impronta di Pasolini, intellettuale lucido e silente». Va avanti con due inediti di dura denuncia: Numeri da scaricare, il tema dell’Olocausto affrontato attraverso il crudo “smistamento” ferroviario della deportazione: la «banalità del male», dirà; e Tempo reale, il rifiuto di “questa” Italia («se potessi rinascere ancora, preferirei non rinascere qua»). Fuga, sì, ma per quale terra? Forse un continente incontaminato (Vai in Africa, Celestino!), forse Atene, culla della democrazia e della creatività. Atene sognata da un mutilato di guerra, Gambadilegno a Parigi, un “Lazzaro di Notre Dame” (folgorante...) che arriva dritto al cuore: combinata dolcezza di melodia e testo. Una storia di sogno e realtà, come spesso accade, «una canzone complicata - spiega l’artista romano alla platea di Milano - ma è inutile continuare a parlarne, ve la facciamo ascoltare».

E qua e là, vecchio e nuovo: la mutevolissima Compagni di viaggio, il “country guanto” (Un guanto) e un tributo al fratello Luigi Grechi (anche lui ai Magazzini Generali), con Il bandito e il campione : «Una bellissima canzone sul ciclismo – la definisce De Gregori - di quando i ciclisti non si drogavano, e sui delinquenti, quelli di allora, che sono sicuramente migliori di quelli di oggi». E ancora le nuove canzoni. La testa nel secchio, strisciante ballata notturna della vita interiore; e Il panorama di Betlemme, la città che molti riproducono nelle loro case ogni fine d’anno, per un messaggio di pace, e dove, da sempre, ogni giorno qualcuno muore “di guerra”.

Pezzi, costruito su misura per il live (registrato dal vivo, in Umbria), tra citazioni di Cohen e Dylan, è un album tagliente, di disincanto politico. Dove la sonorità si avvicina al rock, sposandosi benissimo con i contenuti volutamente forti e i riferimenti agli orrori dei nostri tempi. Una morale trasversale, che gira il mondo, di protesta non violenta: Berlusconi, un nome a caso, «non è un nemico da abbattere, ma un avversario». De Gregori ha voluto ancora una volta, attraverso frammenti e visioni (“Visioni” era il titolo originariamente pensato per il disco), dar voce all’insofferenza, all’inquietudine di tutti i giorni, dalle stragi sotto la nostra bandiera «ancora in cerca d’autore» alla fame nel mondo, al Medioriente. Più di un’ora di note dal vivo per questa anteprima milanese, in attesa del mini tour di maggio (Palermo il 17, Roma il 19, Milano il 21 e Torino il 23), e tutti a casa con una buonanotte speciale (Buonanotte fiorellino), con la musica nelle orecchie e le idee nella testa. E meno male che «il treno sta partendo e non è ancora partito».

Gabriele Fasan (La Rinascita - 1.4.2005)  

 

Premio Tenco: vincono Francesco De Gregori e Paolo Conte di Antonio Ranalli

La direzione del Club Tenco ha reso noto i vincitori della 30ª edizione del Premio Tenco. "Pezzi" di Francesco De Gregori miglior album, "Elegi" di Paolo Conte miglior canzone. Riconoscimenti anche a Enzo Jannacci e Morgan.

Si preannuncia di livello altissimo la 30ª edizione del Premio Tenco, in programma dal 20 al 22 ottobre come sempre a Sanremo. Una festa con molti dei più grandi nomi della canzone italiana, sia storica che recente. Un carnet di artisti che nessun’altra rassegna italiana può vantare, che saliranno sul palco del Teatro Ariston per esibizioni uniche, grazie alla disponibilità e all’amicizia con cui tutti hanno accettato l’invito. In attesa che sia divulgato l’intero programma, il Club Tenco annuncia l’assegnazione delle Targhe, che nell’edizione 2005 della “Rassegna della canzone d’autore” saranno quattro. L’ampia e autorevole giuria di giornalisti specializzati, che decreta i migliori dischi di canzone d’autore dell’annata, ha attribuito a Francesco De Gregori per “Pezzi” la Targa per il miglior album e a Paolo Conte per “Elegia” quella per la miglior canzone, mentre Enzo Jannacci con “Milano 3-6-2005” si è affermato nella sezione “Disco in dialetto” e Morgan con il rifacimento di “Non al denaro non all’amore né al cielo” di Fabrizio De André in quella per il miglior interprete. Eccezionalmente il Club Tenco ha deciso di non assegnare invece alcun riconoscimento nella sezione “Opere prime”, per un’eccessiva quanto inconsueta dispersione di voti che ha portato al primo posto ben cinque dischi ex aequo. I ritorni discografici di Paolo Conte e Francesco De Gregori con due album di inediti dopo anni (addirittura dal 1995 il primo, dal 2001 il secondo) sono stati salutati dalla giuria con importanti affermazioni di entrambi, dal momento che a loro sono andati il primo ed il secondo posto sia nella categoria “album” che in quella della “canzone”. Nella prima, il cantautore romano con “Pezzi” è seguito da quello astigiano con l’album “Elegia”. Al terzo posto Franco Battiato con “Dieci stratagemmi”, quindi Carlo Fava (ospite nella scorsa edizione del Tenco) con “L’uomo flessibile” e gli Afterhours con “Ballate per piccole iene”. A seguire, ex aequo, Max Manfredi con “Live in blu”, i Negramaro con “Mentre tutto scorre” e Marco Ongaro con “Archivio Postumia”. Tra le canzoni, dopo “Elegia” di Conte si è classificata, con netto distacco, “Gambadilegno a Parigi” di De Gregori. La classifica per il miglior interprete, dopo Morgan e “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ha registrato il secondo posto dei Modena City Ramblers (“Appunti partigiani”), seguiti da Nicola Arigliano (“Colpevole”), dagli Yo Yo Mundi (“Resistenza”) e quindi, ex aequo, da Rita Botto (“Stranizza d’amuri”) e Nanni Svampa (“Donne, gorilla, fantasmi e lillà”). Nella sezione dedicata alle opere in dialetto, dopo Jannacci i piazzamenti sono stati, nell’ordine, per “2004 Creuza de mä” di Mauro Pagani, “Akuaduulza” di Davide Van De Sfroos, “A sud! A sud!” di Teresa De Sio, “Acqua pe’ sta terra” dei Sud Sound System e “Come li viandanti” di Piero Brega.  La giuria, formata da un centinaio di giornalisti specializzati (nessuna manifestazione in Italia assegna i propri riconoscimenti attraverso una consultazione così vasta), ha espresso, nella categoria riservata ai dischi di esordienti, una estrema frammentazione nella votazione. Sono stati indicati moltissimi album, con pochi voti ciascuno (nessuno ha superato i dieci), e tra i più votati ben cinque dischi hanno ottenuto lo stesso numero di preferenze: L’Aura con “Okumuki”, Veronica Marchi e Meg con i rispettivi album omonimi, Povia con “Evviva i pazzi… che hanno capito cos’è l’amore” e Stefano Vergani con “La musica è un pretesto, la sirena una metafora”. Dopo di loro, con un solo voto di scarto, moltissimi altri. La (sofferta) scelta di non assegnare la Targa Tenco per l’opera prima (già attuata nel 1985 e nel 1986) deriva dall’impossibilità di decretare un vero vincitore. Il Club Tenco ritiene in ogni caso di sottolineare che ciò non sembra sintomo di una carenza qualitativa tra gli esordienti, bensì soprattutto di una certa difficoltà attuale, per un cantautore all’esordio discografico, di essere valutato dagli addetti ai lavori, prima ancora che dal pubblico. Il programma, il cast, i Premi Tenco all’artista straniero e all’operatore culturale saranno comunicati nei prossimi giorni.   

 
  

L'AMICO MANDOLINISTA "SOPRAFFINO"
Un ricordo di Marco Rosini, scomparso dopo le session dell'album "Pezzi"


Aveva salutato la band il 23 dicembre, ultimo giorno di registrazione di "Pezzi", con l'idea che si sarebbero rivisti dopo le festività per le prove del nuovo tour. Ma il destino aveva in serbo qualcosa di diverso per Marco Rosini, mandolinista di De Gregori da quattro anni, colpito da infarto il 30 dicembre, mentre era in casa con la moglie Anna.

Quarant'anni compiuti da poco (era nato a Roma il 2 maggio 1964), Marco aveva imparato a suonare il mandolino a 12 anni, formando varie band il cui nucleo si sarebbe poi evoluto nei New Country Chicken, formidabile combo bluegrass che, dopo anni di gavetta, esordirà nel 1997 con l'album "Jamgrass", macinando concerti su concerti e partecipazioni a festival bluegrass negli Stati Uniti nel 2000 e nel 2003.

Marco incontrò Francesco nel 2000. Il Principe, che era alla ricerca di un suono nuovo per il suo album "Amore nel pomeriggio", lo arruolò in un gruppo che, al fianco del veterano bassista Guido Guglielminetti, si apprestava a cambiare completamente faccia. Una band che, da allora, è rimasta pressoché invariata fino ad oggi: Paolo Giovenchi alle chitarre, Alessandro Svampa alla batteria, Alessandro Arianti alle tastiere.

E Marco Rosini, che col suo mandolino ha arricchito la musica di De Gregori di una nuova componente country e bluegrass. Marco ha partecipato a tutti i tour del cantautore a partire da quello di "Amore nel pomeriggio", che hanno fruttato un paio di dischi dal vivo ("Fuoco amico" e "Mix", quest'ultimo pure in dvd), offrendo i suoi servigi anche ai progetti di Francesco a quattro e otto mani (rispettivamente, "Il fischio del vapore" con Giovanna Marini e il tour, con tanto di live album, con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron). Era un musicista di notevole tecnica e dall'energia e l'entusiasmo contagiosi, che amava prendersi in giro per le dita tutt'altro che affusolate (le chiamava i wurstel…) capaci però di esplorare la tastiera del mandolino con una grazia miracolosa.

De Gregori, che lo definiva "mandolinista sopraffino", non ha indicato in alcun modo la tragedia nel booklet di "Pezzi".

Una dedica, forse, sarebbe stata troppo banale per uno come il Principe. Ma ha preteso che venisse rifatto l'artwork per inserire al centro del libretto una bella foto di Marco, immancabile sigaretta in bocca, durante una pausa delle registrazioni, felice in mezzo ai suoi compagni e agli strumenti musicali. Sicuramente chi ha avuto la fortuna di conoscerlo preferisce ricordarlo così.

Mario Giammetti

Ho messo la testa nel secchio e nel secchio c'è acqua e sale. Ho messo la testa nel secchio e devo bere per non affogare

Ho messo la testa nel secchio dentro al secchio per guardare cosa c'era dentro al secchio e dentro al secchio c'era il mare

E chissà quanto ho viaggiato quante volte sono stato quanti ponti ho attraversato quante scale che ho salito

Quando tu indicavi il cielo mentre io guardavo il dito e chissà quanto ho viaggiato quante pagine ho strappato

Quanto amore ho visto in giro quanto ne ho dimenticato ma ho del sangue nei capelli e non so chi mi ha ferito

E il treno sta partendo e non è ancora partito

Ho messo la testa nel secchio come in un pozzo per afferrare un coltello dalla parte sbagliata o un riflesso lunare

Una stella camaleonte o una corrente tropicale o la voce di una donna in fondo al secchio   che ti chiede "Sai nuotare?"

 

 

E chissà quanto ho viaggiato quante facce sono stato Quante volte ho chiuso gli occhi quanta polvere ho mangiato

Quante volte ho chiesto scusa quante volte ho perdonato e chissà quanto ho viaggiato quanta gente ho conosciuto

e se mi riconosceresti dopo il tempo che è passato, come sabbia dentro al vetro come vento sul vestito

E il treno sta partendo e non è ancora partito

Ho messo la testa nel secchio come in un sogno da attraversare come chilometri di luce nera come un bagaglio da recuperare

nelle stazioni di mezzanotte senza volermi svegliare per qualcosa che non ha orario.  Ma non può aspettare 

E chissà quanto ho viaggiato Quante carte ho rivoltato. Quante volte ho preso l'asso Quante volte l'ho buttato

Quante volte l'ho visto il sole Quante volte l'ho guardato e chissà quanto ho viaggiato e se sono mai arrivato

Se ho scommesso, se ho pagato Se ho promesso ed ho tradito.  Quante volte ho confessato senza essermi pentito

E il treno sta partendo e non è ancora partito

Qui invece c'è molto più sapore di Leonard Cohen. Un testo quasi apocalittico, direi, dove si concentrano le buone intenzioni della propria esistenza, le sofferenze accumulate ("ho del sangue nei capelli / e non so chi mi ha ferito") e tutti i dubbi che, in un modo o nell'altro, restano decisi a restare ("e il treno sta partendo / e non è ancora partito"). Le metafore dell'ultima strofa sono sorprendenti, ispiratissime. La musica ricorda addiriturra The future del Cohen, ma l'atmosfera è diversa, più angosciante e meno rabbiosa - sempre volutamente (Antonio Piccolo).  

Primo appuntamento a Cesena - De Gregori apre il tour con un rock essenziale

DAL NOSTRO INVIATO

CESENA – Poi arriva il confronto col pubblico, e Francesco De Gregori deve ricomporre il puzzle che campeggia sulla copertina del suo nuovo cd, Pezzi . L’altro ieri a Cesena, all’anteprima del suo tour, De Gregori ha inserito soltanto tre nuove canzoni, non fa parte del suo Dna l’idea del giro promozionale. Ma il 19 a Roma e il 21 al Forum di Assago prenderà più confidenza col repertorio più fresco. L’impronta del concerto, però, è la stessa: apertura al rock nudo e un’inedita gran voglia di divertirsi.De Gregori esce come un lampo nell’ombra, con fare sbrigativo. Si avverte subito una forte tensione, sonorità scintillanti, chi cerca il menestrello folk è fuori strada. De Gregori si presenta con il gruppo di sempre, ed ecco una serie di sciabolate delle chitarre elettriche che affondano sul petto di un mondo aspro, crudo, amaro. Non uccide certo il "padre", Bob Dylan, che è invece sempre più un riferimento, e non solo stilistico. La società scheggiata e in frantumi, il puzzle insomma, è un cielo di nuvole inquiete e basse, "senza riparo", in un vortice di ritmi serrati e rabbiosi che prendono corpo da un palco disadorno. In De Gregori, Dylan c’è nel non assurgere a "maestro", in una certa imprevedibilità, nella voce irregolare che s’impenna e a tratti è sbieca, anche se non è lavorata dal tempo come quella di Bob. Ma anche questa è una lama ghiacciata che frena e accelera dove gli pare, mentre disegna percorsi sonori di vetro, di cemento e di fumo. Il mosaico si compone via via e nei tasselli si può scorgere la banalità del male e uno smarrimento consapevole, mentre la politica ora è l’eco di una campana rotta, non siede più in prima fila perché non può salvare nulla, qui "ognuno è libero col suo destino", vittima e assassino. Ma sì, brucia sulla pelle il sipario di fiamme di Francesco De Gregori, che corre controvento senza sventolare bandiere, senza ammainare l’integrità e la coerenza, il rigore e la purezza.Non ci sono rimpianti, non è il concerto di un ricordo. C’è sempre un personaggio di cartapesta, buffo e malinconico, che domina, può essere "La donna cannone" data come secondo bis. Il nuovo eroe, che farà capolino nei prossimi concerti, si chiama Gambadilegno a Parigi , il reduce di guerra, mutilato, che si cambia la protesi e inciampa per strada, goffo e ridicolo, vuole sfuggire al suo inverno e sogna Atene, l’infanzia della democrazia, il laboratorio dove nascevano le nuove idee; una storia avvitata su quattro note, con un flusso melodico asciugato, dolce e spontaneo, la semplicità come punto d’arrivo. Il puzzle deve fare i conti con l’ambiguità di un sapore rock più vigoroso che però non rinnega la bellezza del "canto", la matrice italiana. Ma non è questo il tour del De Gregori cantautore.Valerio Cappelli (Corriere della Sera - 13.5.2005)  

 

Sono nuovo e vorrei porvi una mia piccola recensione di "Pezzi".Dico subito che ho aspettato quasi un mese per assimilare l'album che non è per niente di facile ascolto (e di facile lettura). All'inizio anche io come altri sottovalutavo la potenza ispiratrice di questo album, poi, lentamente ho carpito nuovi elementi e nuove chiavi di lettura e di interpretazione.

Questo album è certamente uno dei migliori degli ultimi venti anni che ha saputo concepire il principe. Senza se e senza ma. Inizio a cimentarmi con il singolo, poi quando avrò tempo ,cercherò di analizzare gli altri pezzi della tracklist.

Vai in Africa Celestino!

Una canzone diretta che è un lucidissimo affresco (o meglio un vero e proprio "puzzle" di pezzi) della nostra società. Il riferimento a Celestino V il Papa "disobbediente" che rifiuta il pontificato è un riferimento paradigmatico. La via di uscita di fronte alla confusione indecifrabile della post-modernità fatta a "pezzi" è appunto il "rifiuto" dell’esistente o meglio, l’esodo dal potere."Io, Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umilta' e per desiderio di miglior vita, abbandono liberamente e spontaneamente il pontificato e rinuncio espressamente al seggio, alla dignita', al peso e all’onore che esso comporta".La figura di Celestino V, condannato da Dante come "vigliacco" e storicamente considerato tale, viene invece riscattata da De Gregori che ne evidenzia la valenza positiva e lungimirante, la forse unica soluzione di fronte ai problemi del presente.

"Fuga, esodo, diserzione, non hanno mai goduto di buona fama, invise, come sono, tanto all'ordine dello sfruttamento capitalistico quanto agli edificatori del "mondo nuovo". Non a caso il socialismo di stato e l'ideologia tradizionale del movimento operaio le hanno combattute con ogni mezzo, traducendone il significato in "rinuncia", "disfattismo", "tradimento" dell'interesse generale."

Marco Bascetta, La mobilità ribelle, Il Manifesto

"L’esodo è un percorso sempre doloroso, per definizione. Ma nell’esodo vi è anche un principio di coraggio e scoperta, l’esodo segna un punto di rottura che non è mai solamente una fine. È per lo più un inizio. Ci si può dunque allontanare dalla propria radice, dal proprio mondo di appartenenza, perché li si tradisce o perché ci si sente da essi traditi."Andrea Boraschi, Per chi viene da sinistra quale esodo?, Diorama Letterario

L’esodo, il distacco, che De Gregori filtra nella canzone si riflette nelle sue scelte personali nel guardare sempre piu’ in modo scostante l’evolversi della realtà. Nella canzone si toglie il lusso di mettere il teatrino della politica tutto sullo stesso piano:"Pezzi di maggioranza \ pezzi d’opposizione"E ancora, in un’intervista:"La politica di oggi mi ha un po' annoiato e disilluso. Sono sempre stato di sinistra ed anche alle prossime elezioni voterò a sinistra ma più per dovere che per passione anche perché non credo che la politica, così come fatta oggi, possa risolvere i problemi del mondo, tant'è che siamo sempre in guerra e la guerra altro non è che il fallimento della politica".

"Uno degli approdi possibili all’esodo è accorgersi che la distinzione tra destra e sinistra non ricalca più alcuna opzione di scelta chiara sulle questioni fondanti del nostro tempo."Andrea Boraschi , Per chi viene da sinistra quale esodo?, Diorama Letterario  

Così dal tentativo di ricomporre i pezzi di un mondo allo sfacelo, dove regna il dawinismo sociale del consumismo e del mercato (Ognuno è fabbro della sua sconfitta \E ognuno merita il suo destino) nasce l’unico consiglio che De gregori si sente di dare: "gira i tacchi e Vai in Africa Celestino!". Un invito a un esodo nello spazio, come in "Tempo reale" ne sancisce nel tempo: "se potessi rinascere ancora \ Preferirei non rinascere qua".Il riferimento all’Africa non è affatto casuale. L’ispirazione viene direttamente da Pier Paolo Pasolini. Per Pasolini infatti l’Africa andava sempre più profilandosi come mondo vergine ed incontaminato rispetto alla disumanizzazione alienante e ai miti del falso progresso occidentale. Già a partire dalla fine degli anni Cinquanta "Pà" guardava all’Africa come "unica alternativa" all’impasse della scelta tra razionalismo e irrazionalismo espressa nei seguenti versi conclusivi della poesia dal titolo Frammento alla morte, presente nella raccolta La religione del mio tempo (1961):"Ho avuto tutto quello che volevo, ormai: sono anzi andato anche più in làdi certe speranze del mondo: svuotato, eccoti lì, dentro di me, che empi il mio tempo e i tempi.Sono stato razionale e sono stato irrazionale: fino in fondo.E ora... ah, lo stupendo e immondo sole dell’Africa che illumina il mondo. Africa! Unica mia alternativa..."In un’intervista a Oriana Fallaci in occasione del suo primo viaggio negli Stati Uniti Pasolini evidenzia di nuovo la contrapposizione fra New York (città-simbolo del progresso consumistico) e l’Africa:"Non mi era mai successo di innamorarmi così di un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare, per non ammazzarmi. Sì, l'Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti".

Da tutto questo ne nasce la canzone piu’ "pasoliniana" dell’album. E volendo, possiamo ricavare un parallelismo proprio fra Celestino V e Pasolini, entrambi dei cattolici eretici che criticano il potere subdolo e alienante della società in cui vivevano.La struttura rockeggiante ne costruisce infine un’atmosfera di "j’accuse" e nel contempo la velocità della canzone mette in risalto la dinamicità dei "pezzi" da ricomporre e la conseguenza difficoltà nel farlo, e di leggere e assimilare il presente, sempre piu’ confuso e straziante. (Pillolarossa – Rimmelclub – 10.5.05)

 

De Gregori: i miei suoni maleducati

Si potrà incappare in canzoni da tempo dimenticate come «Atlantide» o in classici assenti da anni dalle esibizioni come «La leva calcistica della classe 1968», in un «Buonanotte fiorellino» che anziché suonare come una ninna nanna sembra piuttosto una sveglia a tempo di rock, o ancora in qualcuna delle canzoni nuove come «Numeri da scaricare». Certo è che il De Gregori in scena domani al Forum di Assago nel nuovo show prodotto da Friends & Partners manterrà la promessa che aveva fatto all' indomani dell'uscita dell'album «Pezzi»: ovvero un'ampia cavalcata nella sua produzione, ma «con suoni maleducati».

Una violenza al repertorio?

«Non è nelle mie intenzioni. Se avviene io certo non me ne rendo conto. D'altra parte io non posso essere fedele a qualcosa che è stato creato e inciso venti trent'anni fa. Può sembrare presuntuoso e categorico, ma un artista deve essere innanzitutto in sintonia con se stesso, questa è la moralità di chi fa il mio mestiere».

Ma chi paga il biglietto ha i suoi diritti…

«Certo. Ma chi pretende da uno come me di essere il juke box di se stesso vuol dire che non mi ama. Se rimanessi fermo e immutabile significherebbe che io non sono più vivo».

Eppure su Internet qualcuno critica questa svolta stilistica.

«Internet assomiglia a un angiporto di Marsiglia. È una minoranza rumorosa, viscerale e priva di autorevolezza critica».

Dunque esclude che i fan possano rimanere scioccati dalla rilettura rock sporca delle sue canzoni…

«Il pubblico mi ha sempre seguito con intelligenza e affetto in questi percorsi. Poi ci sono quelli che mi hanno accusato, di volta in volta, di essere ermetico, didascalico eccetera. A questi consiglio di restare a casa e farsi scioccare dalla televisione e dai reality show».

Una scelta di canzoni molto elastica che cambia a ogni appuntamento.

«Sì. Ne ho provate quaranta. Io e la mia band siamo in sintonia totale. Venticinque anni fa, quando avevo minor padronanza della musica e degli strumenti, mi attenevo al disco. Andando avanti ho seguito i cicli naturali del mio rinnovamento. È sbagliato, come fanno certi fans club, ergersi a custodi di un purismo stilistico che si pretende di imporre perfino all'artista».

E allora come definirebbe questa nuova tornata di concerti…

«Due ore di gioia e vitalità in cui cerco di non far mancare quel che la gente ama come "Generale" o "La donna cannone". Cerco di avere sotto il palco facce divertite. Certo i contenuti del nuovo album "Pezzi" influiscono sul clima dello show, che certamente fa riferimento allo stato attuale del mondo e della società che nessuna politica sembra più poter salvare: a pezzi per l'appunto. Ma a pezzi anche nella sua rappresentazione fatta di canzoni, canzoni, pezzi giornalistici, servizi televisivi, luoghi comuni, intuizioni».

Con sincerità, tensione emotiva e aspro realismo De Gregori canta e suona la chitarra e l'armonica accompagnandosi a Guido Guglielminetti, al basso elettrico a cinque corde, Alessandro Arianti, al pianoforte, hammond, fender rhodes e tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre acustiche ed elettriche, Alessandro Svampa alla batteria e percussioni, Alessandro Valle al pedal steel guitar e alla chitarra e Lucio Bardi alle chitarre. Il menestrello di tanti anni fa è lontano. DE GREGORI, Forum di Assago, Milano, ore 21, biglietti 30/ 22 e , più prevendita. Per info tel. 02. 48.05.73.29

Mario Luzzatto Fegiz  20 maggio 2005



Il più bel sogno fu il sogno non sognato

E il miglior bacio quello non restituito

Ed il più lungo viaggio fu quel viaggio che non fu iniziato

E fu senza saluto il più compiuto addio

Consegna il mio stipendio al Dio dei ladri

raccogli le mie vesti e spargi il sale

Se vuoi ti puoi tenere i libri e i quadri oppure puoi buttarli tu

Il più bel giorno fu il giorno consumato 

ed il più dolce fiato quello trattenuto

Durò una vita intera l'ultimo minuto

E non fu mai passato il tempo che passò

Quel pomeriggio che ti ho detto

"Scusami ma qualche volta chiamami anche tu"

E ancora adesso non ci posso credere che non ti avrei rivisto più.

 

 

"Passato remoto" parte da una semplice e solo apparentemente strana constatazione: a me dà gioia il sogno non sognato. Se ripenso alla mia vita, scopro che quello che mi ha dato gioia è ciò che non sono riuscito a fare. Una bella donna che ho visto passare per un attimo e che non ho fermato, ad esempio. Il miglior bacio è quello non restituito. Il brano si è messo in moto da qua. Fino al verso chiave per scardinare la canzone: "E fu senza saluto il più compiuto addio"».

 

Inizialmente ho trovato fastidioso il cantato. Poi è diventata la canzone a cui mi sono più affezionato. Ritorna la canzone d'amore tenue e malinconica come l'amore finito che vi è raccontato in questa. Breve e azzeccata, arrangiamento che lascia da parte il rock se non per qualche lieve eco, e la scelta è più che giusta. Il mandolino di Rosini è perfettamente esaltato - a differenza che nelle altre canzoni, e scusate l'impopolarità di queste parole. Gli ultimi versi arrivano inaspettati per soprendere l'ascoltatore, che percepisce totalmente il rimpianto di questo rapporto perduto. E questa traccia si aggiudica il verso, secondo me, più bello dell'album: "e fu senza saluto / il più compiuto addio" (Antonio Piccolo).  

De Gregori "Ufficiale della Repubblica"

Benigni "cavaliere", De Gregori "Ufficiale", tra le onorificenze vip anche gente comune: una badante ed un'anziana maestra elementare foggiana

ROMA - Onorificenze al Merito della Repubblica per Roberto Benigni, Fred Bongusto, Peppino Di Capri, per gli scenografi premi Oscar 2005, Dante Ferretti e Francesca Loschiavo Di Pontalto, per il compositore Giorgio Moroder, e per Francesco De Gregori, Angelo Branduardi e Fiorella Mannoia. Ci sono molti personaggi dello spettacolo tra i 58 nomi insigniti con le onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica dal capo dello Stato Carlo Azeglio Campi, in occasione della festa della Repubblica. Onorificenze concesse "motu proprio" dal presidente della Repubblica ad "alcuni cittadini per il lavoro svolto nella società a favore della solidarietà sociale, dell’impegno civile, dell’arte, della difesa del patrimonio artistico, della letteratura, della musica, del cinema, della ricerca, dell’università e della formazione".  

 

In principio fu il verbo. Solo parole, perché quelle contavano. Il resto era chitarre da Folkstudio e pianoforti che sottolineavano bene metafore e visioni. Poi, cominciò a crescere anche musicalmente, lavorando sui suoni, cambiando compagni di viaggio per trovare nuove bussole. 

Bambini Venite parvulos fu la molla del materasso che si ruppe e fece saltare il rock fuori dal letto del cantautore. Era il 1989. Oggi, 16 anni dopo, Francesco De Gregori è un artista sempre integro che racconta un mondo a pezzi. E a colpi di rock. Pezzi nel senso di canzoni, ma anche, credo, di pezzi di vita e soprattutto di vite a pezzi. Tutti i personaggi delle canzoni hanno brandelli di vita da rammendare, per colpa o per sfortuna.

 «La copertina parla chiaro. Sono pezzi di un puzzle di un'umanità che dev'essere ricomposta perché fatta a pezzi ogni giorno, un mondo in frantumi dal quale si vuole fuggire un po' per paura e dolore, un po' per incapacità di occuparsi della ricostruzione. La realtà è un blob che si può descrivere solo accettandone la frantumazione. Descrivere i detriti del nostro tempo in un'unica visione è un impegno terribile. Mi devo accontentare di qualche pezzo alla volta, senza abbandonare la speranza che esista davvero un modo per ordinare tutti i frammenti. Io, però, non lo conosco. Sono pezzi di un naufragio, di qualcosa che è andato alla deriva». Un disco neorealista, diviso fra incubo e realtà, elementi che però si mescolano, perché le visioni apocalittiche appartengono al reale. «Un'allucinazione del reale. Una realtà che sembra fantascienza. Neorealista nel senso di Rossellini e De Sica, che descrivevano la realtà con toni forti. Ma non ho inventato niente, purtroppo. Vorrei avesse l'impronta di Pasolini. Aprirò tutte le date del tour con "A Pa'", in onore suo. Questo non è un disco consolatorio, quindi potrà deludere qualcuno. Da una canzone si attende sempre il vento della speranza, mentre il cinema può essere drammatico e amaro, corroso e devastante. Stavolta, il corroso sono io». Un filo rosso sembra essere il falso movimento: "Il treno sta partendo ma non è ancora partito", "il più lungo viaggio fu quel viaggio che non fu iniziato". È come se tutti volessero partire, ma non partono mai. Non voglio scomodare la paralisi joyciana in Gente di Dublino, però qui la gente è ferma al palo del proprio dolore. «Ora che mi fai pensare, non sarà sicuramente un caso se ricorrono certe immagini. È nella natura umana convincersi di essere in movimento e poi scoprire che hai fatto appena qualche centimetro.

"Passato remoto" parte da una semplice e solo apparentemente strana constatazione: a me dà gioia il sogno non sognato. Se ripenso alla mia vita, scopro che quello che mi ha dato gioia è ciò che non sono riuscito a fare. Una bella donna che ho visto passare per un attimo e che non ho fermato, ad esempio. Il miglior bacio è quello non restituito. Il brano si è messo in moto da qua. Fino al verso chiave per scardinare la canzone: "E fu senza saluto il più compiuto addio"».

Hai sempre descritto la guerra prima che arrivasse (come in "1940") o quando era finita ("Generale"). Qui la guerra, mi sembra per la prima volta, è durante. «Siamo un paese in guerra e la guerra è per la prima volta tra noi. Quando ho scritto "1940", la guerra la vedevo dai libri di storia; poi abbiamo vissuto il Vietnam, ma attraverso la televisione. Da qualche anno siamo in guerra continua e non solo al fronte. Siamo in guerra con la P38, con il terrorismo, con l'ltalicus, con Ustica. Siamo in guerra con la verità». 

"Gambadilegno a Parigi" è la ballata più degregoriana del disco. Un reduce che va a Parigi per sognare Atene. «Strano, eh? Gambadilegno è un soldato ferito, reduce della guerra di Corea -potrebbe anche essere del Vietnam, ma quando l'ho scritta pensavo alla Corea -che decide di partire per la Francia perché Parigi val bene una gamba. E vaga per una città che tutti amiamo, ma che è bolgia di odori, luci e suoni, in un delirio della memoria. E lui è sopraffatto dalla carnalità di quel posto che per lui è più inferno di New York. Va a cambiarsi la protesi, perché non è più tempo di gambe di legno, la tecnologia ha fatto passi da gigante e ora lui ha più soldi da spendere. Va nella città dove fanno le migliori gambe del mondo e incontra una dottoressa che conosce l'inferno e che potrebbe portarlo via da quell'inverno. E la notte prima di cambiarsi la gamba, nell'umidità di un albergo da poco e senza ascensore, quel soldato sogna Atene, l'ospedale militare e i soldati carichi di pioggia. E sogna di poter fermare il tempo e vincere, per una volta. E sogna Atene, città di pace e di democrazia, città del sogno e di un'altra vita, delle idee e della filosofia, in antitesi a Sparta... E per una volta sta dritto nella tempesta». Atene è epitome di democrazia, ma era la democrazia migliore che potesse esserci, non certo perfetta, perché aveva gli schiavi. Dunque: la democrazia vera esiste o è utopia?

 E perché, in "Tempo reale", "la libertà, con un chiodo tortura la democrazia"? «La democrazia assoluta è un concetto assurdo e non sempre positivo, Pensa a Hitler. Non è salito al potere con un colpo di stato, ma regolarmente eletto. In quel caso, la maggioranza ha partorito un mostro. Democraticamente. Fermiamoci qui, anche se potremmo parlare dell'Italia, dove Silvio Berlusconi è stato regolarmente e democraticamente eletto. Se è presidente del Consiglio è perché qualcuno l'ha votato. Non io, non tu, ma in tanti l'hanno fatto. In buona fede, alcuni. Convinti che fosse l'uomo giusto per la rinascita. Confido in chi l'ha votato, spero che, una volta capito chi è Berlusconi, una volta accertata la delusione, voti in modo diverso. Questa è la mia speranza di uomo di sinistra, anche se sono stufo di veder la sinistra unita solo quando si tratta di usare toni antiberlusconiani. Un altro passo falso della democrazia è la ricerca del consenso, che può spingere un politico a una politica lassista, di banale compiacimento, solo per essere rieletto. Panem et circenses, pane e giochi del circo erano i due elementi indispensabili che tenevano quieta la plebe romana. Oppure, per essere rieletto, va contro ai reali interessi del Paese, non applica il rigore necessario perché la gente non apprezzerebbe. Può essere, ad esempio, che il suo piano di risanamento del Paese preveda un termine di otto anni, ma sa bene che non potrebbe essere rieletto se facesse scelte impopolari. Allora, annuncia al Paese che riduce le tasse. La democrazia è come l'immagine della giustizia che bilancia le parti e che vedi sui libri: è un termine mitico, che forse esiste ma che nessuno ha mai conosciuto. Nella moderna architettura istituzionale dei Paesi è un mero concetto tecnico e non assoluto». 

"Tempo Reale" è il capovolgimento di "Viva l'Italia"? «Sicuramente. È cambiata la mia percezione dell'Italia, dal 1979 a oggi. E si che erano anni terribili, avevano ucciso Pasolini, rapito e ammazzato Moro. C'era nell'aria il dubbio per il futuro, ma la speranza era più forte. E c'era partecipazione. L'avevamo vista per la strage a piazza Fontana, nelle manifestazioni e nei cortei. Era un'Italia che rivendicava il diritto a esprimere il proprio dissenso, che reagiva, che guardava con cieca fiducia alla possibilità di cambiare. Per questo cantavo .'Viva l'Italia che resiste". Oggi, cos'abbiamo? Ci indigniamo nelle scuole, quando studiamo l'Olocausto, ma abbiamo smesso di stupirci per i piccoli olocausti di tutti i giorni. Ci stiamo abituando a tutto. Da quanto tempo non ci scandalizziamo per un tempo superiore a cinque minuti? Io ho smarrito la voglia di essere ottimista, forse ho perso anche un po' di entusiasmo per la politica. Ricordo la mia partecipazione, la gioia quasi fisica con cui andavo a votare, nel referendum per il divorzio nel '75 o nelle elezioni del '76, vinte dalla sinistra. Oggi voto perché è giusto esserci, ma l'entusiasmo è ferito, se non morto. Dov'è finita l'Italia delle belle bandiere descritta da Pasolini? Certo, era un'Italia che viveva di contraddizioni e di paradossi, metà giardino e metà galera. Ma era un'Italia viva. Oggi, dovessi rinascere, vorrei accadesse lontano da qua, in una terra più giusta e attenta. “Tempo reale" è un'elencazione di tristezze dell'Italia di oggi. Esiste ancora un'Italia che mi piace, ma sopravvive ai margini: l'Italia di don Ciotti e del volontariato, ad esempio. L'Italia che si rimbocca le maniche, compressa, sottomessa, isolata. Come può sopravvivere in un Paese dove il presidente del Consiglio, quando gli si fanno notare le cifre della disoccupazione, reagisce dicendo: “Vabbè, accettate anche il lavoro nero"? L'ha detto davvero. E noi non ci stupiamo più, perché esistono persone convinte che le leggi siano trappole che impediscono di rubare. E allora aboliamo le leggi, inventiamone di nuove. Oppure aggiriamole. È stato ancora Berlusconi a dire: "Le tasse sono troppo alte. Anch'io, se potessi, evaderei". E tu pensi di essere su Scherzi a Parte. Ma poi ti riprendi e capisci che non è uno scherzo, che ci sono governanti che non hanno il senso dello Stato o del governo. E noi pattiniamo sul ghiaccio, balliamo sul ponte del Titanic. Abbiamo paura di affondare, ma non facciamo niente per riprenderci. Aspetto ancora che la Sinistra presenti un progetto strategico, un piano serio». 

 

 

In "Tutto più chiaro che qui", invocavi un Grande vecchio che... «Non era un Grande Vecchio. Era mio padre, Era lui che faceva il bagno nel Tevere. Canottiere negli anni Venti; grande uomo. Aveva visto tutto». A lui chiedevi una risposta, che ti spiegasse il senso delle cose. Del resto, in tutta la tua produzione, tu hai arredato quella che Dylan chiama "la stanza delle domande". Hai sempre chiesto il senso delle cose, a te stesso o agli altri. Per la prima volta, in Pezzi, mi sembra che tu abbia smesso di domandarti. Mi pare il disco di uno che ha visto troppo, che ha visto tutto, che ha smesso di chiedersi il senso delle cose perché ha capito che un senso non c'è. «Assolutamente si. 

Sul treno che arriva da lontano, in "Numeri da Scaricare", non c'è niente da vedere, niente da guardare dal finestrino. Solo madri senza latte e cenere nel camino. E odore di bruciato. E bambini sepolti in piedi. Non c'è altro da aggiungere. Che senso vuoi trovare a Beslan, nelle guerre di religione, nei soldati che cadono a Betlemme, nei segni di gesso che rimangono per terra ma nessuno ha visto niente? "Ho visto il futuro e il suo nome è omicidio", cosi diceva Leonard Cohen. Il futuro è già qui, il futuro è presente. È orribile, ma è così. È l'inferno che avanza. Se guardi distrattamente, puoi pensare che si viva tutti in un grigio e brutto purgatorio. In realtà, sono i privilegiati ad abitarlo. Il paradiso non esiste più. Il purgatorio è per noi povera gente che ha un pizzico di fortuna in più. L'inferno è per gli altri. Se esci di qui, dalla porta di quest'hotel, troverai mendicanti e disoccupati, dolore e disperazione. Vent'anni fa non era così e nemmeno dieci. Oggi, quando sali su un aereo provi emozioni e paure che non avevi prima delle Due Torri. Qui fuori è inferno, non purgatorio. E il paradiso è un'invenzione. Oggi a Betlemme cadono i soldati, si trascinano sulla sabbia, feriti. Non nasce un Salvatore».

 Ci sono riferimenti a Cohen dal punto di vista armonico, oltre a una citazione dylaniana di "Knockin' On Heaven's Door". «Cohen è in "La Testa Nel Secchio" e anche in "Parole a Memoria", una canzone sul distacco, sulla perdita.

 E si, in "Parole a Memoria" c'è il rimando chiaro e non mascherato a "Knockìn' On Heaven's Door". Dylan rimane il maestro, il mio faro. Mai compreso come essere umano, ma geniale quando è al lavoro. Il suo stile sbilenco, irregolare, sghembo, il suo andare dove non ti aspetteresti mai lo rende il più grande dì sempre. La sua disarmonia mi colpisce giorno dopo giorno. Era il più grande a fare musica acustica e diventa elettrico a Newport. Poi sì converte al cristianesimo, va e viene. Sì sposta continuamente, andando anche nel cinema, incurante del fatto che i suoi film funzionino. Dove lo trovi uno così?». Neil Young? «Si, ma il talento è diverso. Young è stato bravissimo nel fregarsene di tutto e di tutti, conquistando credibilità facendosi gli affari suoi. Ma la grandezza di Dylan è inarrivabile. Chi c'è più grande di lui? Springsteen, forse? Per favore. Springsteen è un buon musicista, ma non puoi certo metterlo allo stesso livello di Woody Guthtrie e Dylan. Un buon derivatore, questo si». 

"Numeri Da Scaricare" è un blues. che cosa ti affascina di questo stile? «Il fatto che è incredibilmente semplice, che è una griglia comprimibile ed estensibile all'infinito, dal punto di vista ritmico, con armonie semplicissime e ripetitive che prendono vita perché sanno raccontare la vita in tutte le sue espressioni, nessuna esclusa: dalla morte del tuo gatto al folle e mai corrisposto amore per una donna, dal dolore alla passione. Il blues è come l'invenzione della ruota. Si va più veloci, da allora. E non ci si ferma mai». Il disco si chiude con una strofa bella e illiminante, coniugata al passato ma con uno squarcio di futuro: "Così sentimmo nell'aria forte la ridondanza delle campane / come un ricordo che faceva piangere / come l'odore del pane / come vedere spuntare il sole dall'altra parte di un muro / e falegnami e filosofi fabbricare il futuro". Come sarà possibile vedere insieme falegnami e filosofi, se gli intellettuali di oggi non sono più a contatto con le gente, come accadeva un tempo, ma li vedi in televisione a Porta A Porta? «Dipende chi vogliamo mettere nella categoria dei filosofi: Cacciari è una cosa, Buttiglione un'altra. Se consideriamo Alba Parietti un'intellettuale, allora è un altro discorso ancora. O valeria Marini. O Crepet. Per me l'intellettuale vero, la figura da seguire è ancora e sempre Pasolini, che giocava a pallone e faceva film, scriveva bellissime poesie e ascoltava le canzonette, scriveva articoli sul giornale e lettere aperte. O Ungaretti, che leggeva le sue poesie a "L'approdo" e incantava. Dopo il pensiero debole di Vattimo, siamo tutti appiattiti. Resto in attesa di un gesto intellettuale forte, spiazzante, diverso, coraggioso, smaccato, impudico come quelli di Pasolini. E vorrei politici veri e grandi leader com'erano Berlinguer e Moro. Vorrei una classe politica forte, indipendentemente dai colori e dai partiti. Io non ho ricette ne risposte. Io so scrivere canzoni e questo faccio». I versi più belli del disco sono: "Poi d'improvvisò tutti gli anni per terra / come i capelli dal barbiere". Vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Ti sei mai sentito vecchio? «Mai. Nonostante le disillusioni pubbliche e private che ho conosciuto. Di recente ho letto L'Estro Quotidiano di Raffaele La Capria, un libro bellissimo dove dice che, nonostante gli ottant'anni, vive e affronta la vita con la disarmante freschezza e l'ingenuità di un bambino. Io sono come lui. Qualcuno dice che ho appena compiuto 54 anni. In realtà, ne ho 13». Perché fai così tanti dischi dal vivo? «Perché è dal vivo che puoi fare ricerca, sviluppare un progetto e trovare te stesso. È li che il tuo suono cresce di sera in sera, fino alla fine. In studio, hai altre preoccupazioni: che il disco suoni in modo "giusto",che arrivi alla gente, che si capiscano bene le parole. Lavori come un falegname col legno, cesellatore che deve lucidare le canzoni affinché brillino a lungo, se non per sempre. Un disco in studio e un prodotto stabile, immutabile; il live è eterno movimento». Quanti live farai prima del prossimo disco in studio? «Tre o quattro...». Quante volte hai sbagliato strada? «Artisticamente, tante volte. È normale. Scatti e imbizzarrimenti. Ho sbagliato alcuni concerti, cantati male e suonati peggio.

 Ho sbagliato alcuni dischi». Tipo. «Prendere E Lasciare, prodotto da Corrado Rustici, è venuto proprio male. Ho sbagliato a dargli carta bianca. Anche Scacchi E Tarocchi, prodotto da Ivano Fossati. Gli avevo detto: "Fammi un suono povero, scarno, essenziale, che suoni male, che faccia venir voglia alla gente, quando lo ascolta, di alzare il volume". Ha seguito le istruzioni alla lettera». Come ti vedi, oggi? «Come il cantante di una band e non più solo un cantautore». Come vorresti che le gente ti vedesse? «Non come un portavoce. Non come una guida. Führer significa guida. Non scherziamo. Vorrei che la gente mi riconoscesse non tanto di aver scritto qualche bella canzone, ma di aver viaggiato sempre con rigore, anche a costo di essere scomodo. Con rigore. E dalla stessa parte». Sempre e per sempre. «Mi ritroverai».

 

 

Un uomo ferito alla schiena sulla sabbia si trascina

E sente la terra che chiama sente la notte che sta per venire

E dice Signore ti prego lasciami respirare

lasciamo un po' riposare prima che devo morire

E dice Signore lo vedi questa mosca dispettosa

che vola sulla mia schiena e ancora non si posa

 

Un uomo disteso per terra in una terra di frontiera

Che guarda la riva del fiume che piano piano diventa nera

E dice non era la mia intenzione rubare l'albero del pane

Ma non sono quel tipo di uomo che si arrende senza sparare

E adesso ridammi i miei gradi restituiscimi il comando

Che questa mosca continua a volare mentre mi sto dissanguando

 

E intanto le ombre si allungano e nascondono la spianata

Gli eserciti si riposano alla fine della giornata

E l'uomo che sta morendo prova a togliersi gli stivali

E dice Signore le mosche non dovrebbero avere ali

E dice Signore lo vedi il panorama di Betlemme

Questo cielo senza riparo questo sipario di fiamme

 

Sul treno che arriva da lontano, in "Numeri da Scaricare", non c'è niente da vedere, niente da guardare dal finestrino. Solo madri senza latte e cenere nel camino. E odore di bruciato. E bambini sepolti in piedi. Non c'è altro da aggiungere. Che senso vuoi trovare a Beslan, nelle guerre di religione, nei soldati che cadono a Betlemme, nei segni di gesso che rimangono per terra ma nessuno ha visto niente? "Ho visto il futuro e il suo nome è omicidio", cosi diceva Leonard Cohen. Il futuro è già qui, il futuro è presente. È orribile, ma è così. È l'inferno che avanza. Se guardi distrattamente, puoi pensare che si viva tutti in un grigio e brutto purgatorio. In realtà, sono i privilegiati ad abitarlo. Il paradiso non esiste più. Il purgatorio è per noi povera gente che ha un pizzico di fortuna in più. L'inferno è per gli altri. Se esci di qui, dalla porta di quest'hotel, troverai mendicanti e disoccupati, dolore e disperazione. Vent'anni fa non era così e nemmeno dieci. Oggi, quando sali su un aereo provi emozioni e paure che non avevi prima delle Due Torri. Qui fuori è inferno, non purgatorio. E il paradiso è un'invenzione. Oggi a Betlemme cadono i soldati, si trascinano sulla sabbia, feriti. Non nasce un Salvatore».

 

La fotografia perfetta della condizione dell'uomo oppresso ingiustamente. Che, difendendo la propria libertà e dignità umana, non può fare altro che combattere e diventare ribelle: "non sono quel tipo di uomo / che si arrende senza sparare". Il teatro che lo ispira è la vicenda palestinese. Il testo è violento e disperato, come la vittima di un'oppressione. Da applausi questo De Gregori che si immedesima così nella condizione di solitudine di uno sconfitto che sconfitto non è. Cosa sarà mai la mosca? Una pallottola, la morte, l'idea di essa? Spazio alle interpretazioni. Musicalmente entusiasmante, se non fosse per quei giri d'accordi senza assoli di cui dicevamo (ma l'armonica, almeno, che ci sta a fare?)  (Antonio Piccolo)

 

 

"Il mio disco su un mondo di orrori"

 

ROMA - Altero, rigoroso, Francesco De Gregori detto il Principe, ci riceve nella sua bella, bianchissima, casa romana per parlarci del suo nuovo album, dal titolo Pezzi, in uscita venerdì prossimo. Il disco parte con la canzone omonima ed è come una carrellata di immagini su un mondo che va in frantumi. Ma allora, De Gregori, il mondo che lei vede sta proprio cadendo in pezzi?

"La canzone è nata in dieci minuti. Avevo in testa da tempo l'idea di fare una canzone su un mondo in pezzi, con un vago riferimento a uno spunto di Dylan, esattamente al pezzo Everything is broken, avevo un taccuino dove annotavo pezzi di qua pezzi di là, poi mi sono messo al pianoforte e ho trovato il giro armonico, anche l'idea di Celestino l'avevo in testa, sì il riferimento è a Papa Celestino, rappresenta il rifiuto della politica, che poi pervade un po' tutto il disco. Non vuol dire che smetto di pensare o di votare, ma adesso è solo un dovere a cui mi sottopongo con disciplina".

E' un disco spietato, durissimo...

"Sì lo so, alcune canzoni sono terribili, bambini soldato sepolti in piedi, feriti fucilati, immagini terribili, ma è l'idea che dà la televisione quando mostra la strage di Beslan. Più che spietato, è il riflesso di come va il mondo. Certo, avrei potuto fare un disco parlando della mia vita sentimentale, ma non era quello che volevo. Non so se si possa definire un disco neorealista, forse sì, anche se ci sono delle visioni, e anzi originariamente il titolo doveva essere proprio 'Visioni'".

In una canzone dice: "Se potessi rinascere ancora preferirei non rinascere qua". E allora, se potesse, dove le piacerebbe rinascere?

"Se potessi rinascere nell'Italia in cui sono nato io, non cambierei: il dopoguerra, la politica della riconciliazione ancora tutta da fare, l'entusiasmo, verso il boom inteso non solo come consumo materiale ma come una società in cui qualcuno avrebbe fatto un film come "Il sorpasso", quell'Italia non la cambierei. Oggi non so, forse in Africa, meglio ancora in Grecia, ad Atene".

Un po' come il reduce Gambadilegno della canzone omonima, che dice, "sogna Atene"...

"Si ricorre in questa canzone perché ricorre in me: Atene come culla della democrazia della civiltà, della pace, in contrapposizione con Sparta che significava la guerra. Atene era l'invenzione di nuove idee, immaginiamoci i vecchi che passeggiano a discutere di filosofia, beh non sarebbe bello rinascere lì?".

In questa dura osservazione del mondo arriva anche Betlemme. Cos'è la culla di Gesù o l'ennesimo luogo dell'umana tragedia?

"L'idea di una canzone su Betlemme, ce l'avevo da un sacco di tempo. Ogni anno facciamo il nostro presepe e citiamo un luogo di cui oggi non abbiamo più cognizione, la Betlemme di oggi quando la sentiamo nominare non ha più riferimenti con la Betlemme mitologica che ogni anno evochiamo come luogo di nascita del cristianesimo, della pace. Nella canzone invece c'è questo soldato che si trascina sulla sabbia, ferito. In realtà questo disco è pieno di parole, mi rendo conto, ma se sta in piedi, secondo me, è per il suono. È un capitolo diverso, ci sono arrivato per gradi attraverso dischi dal vivo, alcuni criticati, altri criticabili, ma che a me sono serviti ad arrivare a una sonorità che dieci anni fa me la sarei sognata. Molti di questi pezzi saranno esattamente così anche dal vivo".

Che è successo, si diverte di più a suonare oggi?

"Sì, da alcuni anni. Lavorando da cinque o sei anni con gli stessi musicisti succede che non pensi più che stai suonando. Io del resto venivo dal Folkstudio dove suonavo da solo con la chitarra ed ero completamente responsabile di quello che accadeva, un atteggiamento prediscografico, e me lo sono portato appresso per dieci, quindici anni. La Rca mi consigliava dei turnisti, io cercavo di spiegare più o meno quello che volevo, e mi accontentavo subito. Quando la canzone era finita e c'era un vago suono dietro la mia voce, per me andava già bene. M'importava solo che arrivasse il messaggio che 'Niente c'era da capire'".

Però, riascoltando Rimmel non è così vago, anzi...

"Sì, Rimmel fu un disco anomalo, c'era un suono, però poi sono tornato indietro. Mi concentravo troppo sulle parole, cantavo male".

Beh, De Gregori, adesso non esageri, non si butti troppo giù...

"Credo di sì, o comunque so che me ne fregavo. Vivevo con una certa angoscia il fatto di non controllare le tecnologie. Oggi è tutto diverso. Dagli e dagli ho imparato".

Però rimane un'ispirazione dylaniana, almeno in alcuni pezzi?

"Sì, certo, ma se proprio dovessi dire, credo che dovrei pagare in un paio di pezzi un debito a Leonard Cohen".

Pensando alla recente autobiografia di Dylan, non le è mai venuto in mente di scrivere altro dalle canzoni?

"Poesie proprio no, perché mi viene naturale scrivere versi in forma di canzone, e neanche un romanzo. Mi piacerebbe pensare tra dieci anni o più, quando andrò in pensione e non riuscirò più a salire e scendere le scale che qualcuno mi dica: senti, scrivi un romanzo su, che so, Alassio, e io che non so niente di Alassio vado lì per un anno, in una bella casa sul mare, e solo in cambio del fatto che per un anno sto ad Alassio, scrivo un bellissimo romanzo, oppure un bruttissimo romanzo su Alassio che nessuno comprerà".

E neanche un'autobiografia alla Dylan?

"No, lui ha molto da raccontare, non s'è perso niente, e poi il ruolo dei musicisti in America è centrale, molto più importante che da noi, e non per colpa degli artisti italiani. Da noi c'è una specie di embargo da parte della cultura ufficiale, ed è una cosa che col passare del tempo trovo sempre più insopportabile. Il primo comicaccio che fa un libro diventa un intellettuale, molto più di quelli come me che fanno canzoni".

(Gino Castaldo – La Repubblica - 23 marzo 2005)  

UN CAPOLAVORO D'AUTORE (di Daniele Di Grazia)

Francesco De Gregori è tornato e lo ha fatto nel migliore dei modi, con un album bello dalla prima all’ultima canzone, dove il problema sta nel trovare una canzone che non meriti almeno un dieci, dove a volere trovare il pelo nell’uovo, la peggior critica che puoi fare, è che se la sua vena creativa è a questo livelli, avremmo preferito avere un disco con almeno altre dieci venti o trenta canzoni.Si apre con “Vai in Africa, Celestino”, un bel rock, apparentemente leggero, ma che dopo il primo ascolto affascina e rimane in testa a risuonare.Davvero una bella canzone, che forse manca di qualche assolo che il bravo Paolo Giovenchi avrebbe potuto inserire tra un verso e l’altro.“Gambadilegno a Parigi” è un capolavoro, dove il personaggio non ha nulla di disneyano, è una di quelle canzoni che ti lasciano a bocca aperta e se non fosse per le chitarre sferzanti di “Tempo reale” che ti riportano sulla terra, rimarresti li a riascoltarla per ore.Già “Tempo reale”, una canzone che dipinge un quadro tragico e spietatamente reale del nostro bel paese, dove se rubi non muore nessuno, dove ci si nasconde dietro ai luoghi comuni, dove schierarsi da una parte o dall’altra dipende solo da quanto ti pagano.“Parole a memoria”, fortemente ispirata dal faro “Dylan” è un classico del repertorio di Francesco, che introduce la bellissima “La testa nel secchio”, che tra echi di Mark Knopfler e preziosismi tipicamente “degregoriani” ci porta tra le mani i ricordi personali del cantautore e per un attimo ci induce a pensare che il disco possa ritornare sui binari classici del cantautore romano, ma nulla di più sbagliato, “Il panorama di  Betlemme” ci consegna un De Gregori rock come non mai. La sua voce è spettacolare, coinvolgente, viene voglia di battere i piedi e di cantare a squarciagola.Francesco prima della pubblicazione del disco aveva detto che “Pezzi” avrebbe suonato proprio come se fosse un disco dal vivo, nulla di più vero. Il penultimo pezzo “Le lacrime di Nemo”, invece non può non farci pensare a Giovanna Marini. La canzone sembra infatti essere uscita dal “Il fischio del vapore” e sarebbe interessante poterla sentire cantare proprio dalla voce della Marini.Il disco si chiude con un titolo “Il vestito del violinista”, che a molti potrebbe far pensare alla classica canzone di chiusura degli album di Francesco, un po’ come successe con “Rumore di niente” o “Sempre e per sempre” ed invece di violini non c’è neanche l’ombra. Si tratta di un pezzo duro, spietato che ti lascia con l’amaro in bocca e che non può non farti pensare alle immagini tanto orrende quanto reale degli ultimi anni. I bambini citati nel testo sono quelli della strage di Beslan, ma potrebbero anche essere i bambini che ogni giorno muoiono in Africa, ma che non fanno audience in televisione e che per questo motivo sono meno tragici degli altri. La canzone ti lascia l’amaro in bocca e le chitarre che suonano con durezza non fanno altro che accentuare questo sentimento.Di dischi come questi ce ne vorrebbero ogni giorno, Francesco ha la stessa vena creativa che avevamo lasciato in “Canzoni d’amore”. Chi credeva che De Gregori non avesse più nulla di dire dovrà ricredersi, magari non lo ammetterà mai, ma non potrà non chiedersi come fa quest’uomo di quasi 54 anni a scrivere ancora canzoni memorabili, come fa quest’uomo a tenere il palco con una forma straordinaria, meglio di come faceva nei primi anni della sua carriera.Francesco si diverte a suonare e noi ci divertiamo ad ascoltarlo.

Speriamo che non si stanchi mai, perché quel giorno la musica italiana avrà perso il suo migliore “pezzo”  

 

Chiaro di luna scendi in fondo al mare e arriva dove il vento non può arrivare.

E trova le parole per calmare quest'acqua che si mescola col mare quest'onda

sulla riva della ciglia che un po' t'incanta e un po' ti meraviglia

Che un po' t'incanta e un po' ti meraviglia

Fiore di scienza e libero pensiero, ancora senza nave e vela senza veliero,

  bottiglia mezza vuota e mezza piena e pesci e luci e canto di balena.

Chiaro di luna segnami il futuro e mescola l'idrogeno e il carburo e mescola l'idrogeno e il carburo 

E passo dopo passo piano piano, illumina i miei passi con i tuoi che ogni passo avanti 

è un passo in meno e meno ossigeno nei serbatoi

Illumina le torri medievali e i falchi e il tempo e i sogni e gli ideali e le città sconfitte 

in fondo al fumo e il sangue e l'innocenza di nessuno

Il sangue e l'innocenza di nessuno

Su Nemo ci ho lavorato parecchio, non tanto sull’impianto ma sulle armonie, accordi di cui ignoro il nome ma che di volta in volta cambiavo. Ho poi dovuto lavorare parecchio con il pianista per spiegargli come doveva suonarla. Io suono il piano non da pianista, premo molto poco i tasti mentre chi studia il pianoforte deve fare il contrario. Quel particolare titolo è chiaramente influenzato dal modo in cui Salgari o Verne in apertura dei capitoli dei loro romanzi facevano la scansione dei momenti importanti".

 

 

A Piazza di Siena in centomila sotto la pioggia per Francesco De Gregori

(Il Messaggero - 5.9.2005 - di Marco Molendini)

ROMA - Un tuono e poi giù l’acqua. Giusto al via, alla prima nota. Una cascata senza pietà su centomila: ombrelli aperti, fuga, la musica che va. A Pa’ , omaggio a Pasolini, poi il rock di Tempo reale . La festa di De Gregori a piazza di Siena diventa una lotta contro la jella. La pioggia smette, poi riprende, alla fine gli strumenti elettrici si mettono a fare le bizze. Si spengono le luci, tacciono le voci, piccolo black out, poi si ricomincia, alla faccia dell’acqua e della sfiga. Un concerto così non si può rovinare. È un’altra di quelle serate romane gratuite che hanno animato l’Estate romana (ravvicinatissima quella al Colosseo di uno stanco e routinier Elton John), per di più si svolge nel cuore della città che è la città di Francesco. Villa Borghese come un trentennio fa quando, tempi lontani, tempi eroici, primi successi, lui e Venditti si ritrovarono insieme sullo stesso prato. Insomma, c’è di tutto (aggiungiamo: ci sono anche i trent’anni di Rimmel ) per farne un’occasione speciale, un ripasso della storia di questo cantautore di talento così schivo e poco disponibile agli abbracci indiscriminati.

E De Gregori si presenta con l’aria di chi è venuto ”a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi e quanta gente ci sta”. Ce ne è tanta di gente, nemmeno i tuoni, i fulmini e la pioggia riescono a fare sconti. E ne vale la pena. Il concerto è magnifico, lunghissimo, speciale, suonato con grande cura, è elegante, generoso, esaustivo e misurato, le canzoni sono offerte in una versione ampia, di largo respiro. La voce morbida, duttile, naturale, antiretorica, dal forte senso melodico di Francesco fa il resto. E’ uno straordinario interprete di se stesso, un vero grande crooner: basta ascoltare come vivono le sue canzoni più belle, La donna cannone o Titanic o La valigia dell’attore , così legate al timbro speciale della sua vocalità, alla forza evocativa che riesce a suggerire quando racconta Viva l’Italia o La storia.

E’ qui il cuore della sua musica, che si fa vanto di restare spoglia, essenziale, simile (ma non uguale) a se stessa. La band (ottima) da cui si fa accompagnare ha il compito di suonare e basta. C’è spazio anche per un ospite (un musicista con cui c’è affinità e lunga frequentazione) Ambrogio Sparagna con il suo organetto, che condisce la parte centrale del concerto, ma in punta di piedi. Non ci sono trucchi, non ci sono inganni. Perfino nel modo di presentarsi in scena: il look è quello di uno che è uscito da casa così come si trovava, senza bisogno di camerino, costumisti, truccatrici e tutto l’armamentario variopinto di chi fa scena. Qui contano musica e parole. De Gregori è un compositore di parole, che dà sostanza a quello che dice, alle storie comuni (”la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”) che racconta nella tradizione di quello che una volta era il cantastorie.

Ma c’è anche un gusto sofisticato, il piacere di non limitarsi alla pura e semplice declamazione del rosario. Così la rivisitazione del suo prestigioso songbook cerca di evitare le banalità del compiacimento della conquistata popolarità. I pezzi vengono riletti, lavorati cercando di smuovere la pigrizia dell’ascolto (il pubblico tende a fissare nella memoria il ricordo dei brani preferiti sia La storia, La leva calcistica della classe ’68, Alice, Titanic, Generale, Agnello di Dio o Buonanotte fiorellino conservandoli uguali a se stessi). E, alla fine, resta il sapore gradevole di una serata speciale di musica, per nulla annacquata dalla tanta acqua caduta.  

 

Incontro a Catania col Rimmel Club

 

L'incontro a Catania col Rimmel Club e gli studenti della Facoltà di Lingue dell'Università di CataniaRiporto l'intervista realizzata da Pamela Belletti, Mirella Icaro, Oriana Mazzola, Mara Roccaforte e Tiziana Vaccaro giovedì 21 aprile all'Hotel Excelsior di Catania, occasione nella quale -come già detto nel blog- Francesco De Gregori ha incontrato giornalisti, fan del Rimmelclub, e alcuni studenti del corso di Storia e tecnica del giornalismo tenuto della professoressa Maria Lombardo, docente della Facoltà di Lingue dell’Università di Catania.Cappello, camicia lilla e scarpe da ginnastica. Così si presenta a sorpresa l'artista, mostrando disponibilità e sorrisi. Stringe a sé la chitarra quasi come fosse una strategia per vincere l'iniziale emozione, strimpellando qualche nota tra una domanda e l'altra.

Che effetto le fa sapere che un quindicenne conosca i suoi testi?

"Non ci trovo niente di male - spiega De Gregori - niente di strano, il mio primo maestro di musica, colui che mi ha fatto conoscere cantautori che non appartenevano alla mia generazione è stato mio fratello maggiore".

Qual è il veicolo attraverso il quale, lei preferisce che i giovani ascoltino la sua musica?

"Preferisco il concerto, momento di contatto vivo con il pubblico, ma è anche vero che non ci sarebbe concerto senza disco e non si venderebbe disco senza radio. Il mezzo radiofonico è meno invasivo della tv che tra uno spot pubblicitario e una canzone di Gigi D'Alessio potrebbe passare un mio nuovissimo brano. Vorrei essere una mosca sul muro per vedere l'espressione stupita di chi sta ascoltando".

Gino Paoli, ha scritto che, fino a qualche anno fa, per i giovani cantautori era più facile farsi conoscere. Crede che questo sia dovuto alle case discografiche o a mancanza di creatività?

"Oggi è più facile, soprattutto per i giovani, incidere dischi, ma è anche vero che se il primo album non avrà successo non ce ne sarà un secondo. In passato, invece il primo disco era la base per crescere".

Nel suo ultimo album "Pezzi" c'è il riferimento a un mondo che, per certi versi, sta andando a rotoli. Pensa che tutto ciò possa influenzare il modo di emozionarsi dei giovani?

"Fortunatamente il mondo non è così male come lo descrivo io nelle mie canzoni, questo è solo il mio modo di vederlo. Penso che i giovani possano ancora trovare qualcosa di positivo e continuare ad emozionarsi. Ne hanno tutto il diritto".

Lei ha spesso definito la Costituzione Italiana come un testo poetico. Cosa possiamo fare noi giovani per difenderla?

"Per difenderla i giovani devono semplicemente conoscerla - continua scherzando - dovrebbero girare per un paio di mesi con il libretto della Costituzione in tasca. E' poetica già dal primo articolo: L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, se ci fosse scritto fondata sul denaro non sarebbe più poesia".

Cosa prova nei confronti di noi giovani?

"Non vi invidio, provo amore e rispetto per voi giovani, non vi considero una categoria omologata".

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Ieri, all’ Hotel Excelsior di catania, Francesco De Gregori ha incontrato i ragazzi del Rimmel Club… e, tra loro, c’eravamo anche noi studenti di Tecnica del giornalismo del corso della professoressa Lombardo.Occhiali da vista, bombette nera, barbetta incolta, camicia lilla: ecco come si presenta Francesco De Gregori seduto sul divano, con un bicchiere di vino in mano.

Grande è la nostra emozione quando ci invita ad avvicinarci: molti di noi sono cresciuti con le sue canzoni. "Sei cresciuta bene!", risponde baciando la mano ad una di noi, che glielo confessa timidamente. La sua grandezza artistica, quindi, c’era già nota, ma il nostro stupore esplode quando ci troviamo di fronte un uomo che sfiora il metro e novanta, disponibile, sorridente: in poche parole non "orso", come lui stesso si definisce. Dall’ angolo privato, nascosto da un separè, ci trasferiamo nella sala dove ad attenderlo, ci sono i ragazzi del Rimmel Club, il primo "club di amici" interattivo che, per sua stessa ammissione, ha avuto il merito di riportarlo alla normalità. La sua espressione sembra quella di un bambino alle prese col suo giocattolo preferito, non  appena afferra la chitarra e intona una delle canzoni del suo ultimo album "Pezzi".C’è fermento tra i presenti: tutti hanno una domanda da porgli. Come da copione, si inizia con i ringraziamenti di un ragazzo per quest’ora concessa, ma De Gregori che è un poeta, replica: "Sono venuto a prendere, non a dare…".Grazie all’ambiente riservato, si mette a nudo parlando di sé, del suo passato, della musica, del suo rapporto con i giovani, di quello con i "grandi", suoi contemporanei (De Andrè, Martini, Dalla, Daniele, Battiato), deliziandoci con aneddoti divertenti, talvolta esilaranti.Leggendo fra le righe, il cantautore fa fatica a parlare di emozioni, una parola che a suo avviso si usa un po’ troppo: "Bisognerebbe lasciarla lì, altrimenti si rovina".E’ contento di essere un artista, ha il privilegio, in quanto tale – dice - di essere libero, di vedere oltre, proprio perché staccato dalla realtà. Ed in questo si percepisce l’ insegnamento di Pasolini, " un artista che amava così tanto l’Italia da criticarla in maniera feroce, al punto da essere definito anti-italiano". E proprio in suo onore, De Gregori aprirà i concerti del suo prossimo tour, che partirà da Palermo il 17 maggio, con "A Pa’".Con l’appuntamento al concerto nel capoluogo siciliano, si conclude un incontro in cui De Gregori ci ha regalato "pezzi" di sé…Erminio Avanzato, Fabio Galluzzo, Orazio Giuntini, Loredana Gravina (Blog del Barbagianni)  

 

 

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Catania, ore 12,00 – 21.4.2005 - Francesco De Gregori in conferenza stampa per promuovere il suo nuovo CD. Le radio, le TV ed i giornali siciliani (ma anche le testate nazionali) non si lasciano sfuggire l'occasione per partecipare all'incontro presso l'hotel Excelsior di Catania. La sala accanto ospitava un incontro di esponenti politici in corsa per le imminenti elezioni ma quei giovani all'ingresso erano lì per lui, per il "Ciccio" nazionale. Giacca scura, cappello sulla testa, De Gregori ha risposto alle domande dei giornalisti, poi si è riposato in un angolo della hall con davanti un bicchiere di vino. Ha posato per  alcune foto, tanti telefonini alzati per immortalare quel momento, ha interrotto tutto per dedicarsi ai ragazzi del RIMMELCLUB.Entrato nella stanza, trova  una cinquantina di persone, tra l'ultima fila ed il tavolo sul quale si sarebbe seduto c'erano 10 metri al massimo, definire l'atmosfera "intima" è poco, sembrava, anzi, è stato, un incontro tra amici. Francesco entra, caracollante come sempre, sorridente, dice: "siete tutti del Rimmelclub? E siete qui per me? Per il cinquantaquattrenne De Gregori? Non vi siete ancora stufati?" il pubblico lo guarda a bocca aperta. Non càpita tutti i giorni di poter parlare a quattr'occhi con uno come Francesco. In fondo alla sala un "manageriale"  Daniele Di Grazia e qualcuno dello staff, lampeggiano i flash. Appena voltato Francesco nota una chitarra appoggiata sul tavolo: "...e questa chitarra che ci fa qui?", qualcuno, previdente, l'aveva portata da casa sperando in un accordo, in due note e Francesco ne approfitta subito: "cosa volete sentire? Che suono?". Nessuna risposta. Ma come, aspetti da anni quel momento, Francesco ti chiede cosa vuoi sentire e non sai rispondere? Misteri della mente di un fan. "Vi suonerò quella canzone che non piace a nessuno, quella che volevo intitolare Blues e che invece si chiama Numeri da Scaricare" ed inizia....davanti alle bocche aperte.

Pochi minuti ed eccolo dietro al tavolo, lui, Daniele e due dell'organizzazione del tour siciliano.

"bene, eccomi qua, avanti con qualche domanda, voi del Rimmelclub mi siete sempre piaciuti per la vostra discrezione, non siete dei fans, siete degli appassionati, all'inizio l'idea di un fan club mi faceva paura, ora ne sono felice..." non arrivano domande "...siete timidi?..." neanche a dirlo...subito si scatenano decine di domande sul tutto e sul niente: cosa rappresenta la mosca, qual'è la tua canzone più bella, un aneddoto su De Andrè, un altro su Dalla ed il suo Stronzetto (fatevi spiegare da chi c'era, cos'è), poi le domande su Pasolini, su Dylan, su internet, sulla costituzione...sul ruolo delle radio e sulla musica contemporanea...poi accenna Gambadilegno, non ricorda le parole, le chiede a chi ha il booklet con i testi, continua a cantare per spiegare un passo della canzone, quello senza testo, per sottolineare lo zoppicare del protagonista, trucchi del mestiere li definisce lui e continua con la chitarra in braccio a rispondere alle domande. Non c'è più tempo, un'ora è passata...naturalmente in un'ora...ma veloce, sembrava un'ora veloce.  

 

 

Francesco si alza in piedi e tutti scattano a farsi firmare il CD, il foglietto per l'amico, a farsi fare una foto, c'è chi resta incredulo davanti a lui, chi, fuori di senno, gli chiede perchè abbia abbandonato gli studi, senza laurearsi...non gli dispiace?...è un peccato...perchè anche suo zio..., c'è anche quella ragazza che chiede a Francesco se si ricorda di quel concerto quando lui guardandola le sorrise...forse perchè lei era incinta...ora suo figlio ha 1 anno...comincia a camminare...anche suo marito si ricorda...Francesco la guarda e spalanca gli occhi...chi si accontenta e chi vuole troppo. Quella ragazza che aveva portato la chitarra si merita un autografo sulla chitarra stessa e già immagina quando dirà ai suoi amici che quella chitarra è stata suonata da De Gregori...ma va lààà... Andiamo via, è tardi.

De Gregori esce dalla stanza, saluta e ringrazia, con i suoi dello staff va a prendere una granita con brioche al bar Europa, sul lungomare catanese.

RAITRE intervista De Gregori e Daniele Di Grazia, i ragazzi del Rimmelclub vanno a pranzare da Pagano, un'altra mattinata è passata, assieme a Francesco. (Salvo Di Grazia - Rimmel Club)  

 

Da "Rimmel" alla rete.

«Definirlo un fan club mi dà un po' di angoscia, perché non voglio avere nessun fan club e credo che neanche loro poi siano un fan club, si chiamano Rimmelclub (dal titolo del famoso successo del ’75), che è una cosa diversa». Dalle parole dello stesso De Gregori, che lo ha di fatto “riconosciuto”, si capisce lo spirito che anima questo gruppo di “degregoriani”. Nato nel settembre del 2001, www.rimmelclub.it è soprattutto un punto di incontro per gli appassionati del Principe. Si è caratterizzato come comunità virtuale senza età, negli anni rafforzata dalla sempre più diffusa accessibilità alla rete: «E’ un divertimento - spiega Daniele Di Grazia, trentenne di Catania, di professione avvocato, ideatore del sito - e tale rimarrà. Non abbiamo ambizioni di ascese, Francesco per primo apprezza la nostra discrezione». «Tutto ruota intorno al forum e all’inserimento di materiale fornito con collaborazioni volontarie. Fondamentale l’apporto di Mimmo Rapisarda, che è più anziano di me - scherza Di Grazia - ed è dunque la memoria storica del sito». Insomma, dalle “poste” sotto gli alberghi di qualche anno fa ad un possibile raduno ufficiale (si lavora per l’occasione del tour di maggio, ndr) se n’è fatta di strada: «Direi di sì - conclude - Francesco in un incontro mi disse: “Vedi che nella vita insistere serve a qualcosa...”».

Gabriele Fasan (La Rinascita - 1.4.2005)  

Quello che ha fatto Francesco (anzi, uno come Francesco) è ancora di più, molto di più. Forse questa cosa non l'ha mai fatta né Baglioni, né Ligabue, né Vasco. Ma Francesco è così, o tutto niente. Quanto accaduto ha dell'eccezionale, dello straordinario, dell'impensabile per gente come noi.
Qualcuno disse che i nuovi impresari, in questo incontro, ci marciarono non poco per lanciare la promozione del tour, però… però… se questo fosse stato vero, un incontro col RC si sarebbe potuto fare lo stesso. Che c'entrava Catania? Abituati come siamo a viaggiare per incontrarci, non ce lo saremmo fatti ripetere due volte un incontro al Nord. Anche a San Candido saremmo stati presenti!
Quindi non ha importanza la data dell'incontro, ma il luogo. Quale luogo preferì, Francesco, per la conferenza stampa del tour 2005 di "Pezzi"? Come detto prima, poteva benissimo farla a Roma o Milano. Ma scelse stranamente Catania. Catania, 21 aprile 2005. Perchè? Perché a Catania ha sede il Rimmel Club.
E facendo questa scelta ci lanciò un messaggio invisibile che forse in pochi hanno capito: "questi qui mi hanno quasi imposto di fare promozione sul disco e il tour. Siccome io odio la promozione, se proprio devo farla la faccio a modo mio facendovi anche un regalo: quindi, vi stimo così tanto che per dire a tutta l'Italia quando comincerò il mio tour lo voglio annunciare proprio da casa vostra (anzi, da casa nostra), perché questa casa è un po' anche mia e qui con voi io mi sento al sicuro."
Quella mattina l'incontro con noi fu anticipato da una conferenza stampa a livello nazionale. Seduti fra i giornalisti delle maggiori testate italiane, del RC c'eravamo io e Daniele. E, come al solito (ma ormai ci siamo abituati), non ci pareva vero! C'era pure Giommaria Monti, col quale siamo poi andati a pranzo. Risparmio le domande (abbastanza cretine) e le risposte coi giornalisti!
Dopo ci fu l'incontro col Rimmel. Eravamo in tutto una trentina. Con me avevo portato mio nipote, che mi ringrazia ancora e che ha marcato quel ricordo nella sua mente in modo indelebile. Della vecchia guardia c'erano Marcello, Salvo, Ale Noto, Crazy Horse, Mauro Arena e altri che adesso non ricordo.
Appena entrato nella sala Talia dell'Hotel Excelsior, Francesco si avviò al tavolo della "presidenza" con la sua inconfondibile camminata e ci disse "Oh!… ma non siete ancora stanchi di De Gregori? Guardate che ho 54 anni!". Io, fra di me, pensavo "Ciccio, io ne ho 47 e come un ragazzino ho preso un giorno per stare qui". Per la cronaca: l'indomani ero fotografato assieme a De Gregori sul quotidiano locale! Mi hanno preso in giro per una settimana!
Prima di sedersi al tavolo col Presidente Di Grazia, con l'impresario Giuseppe Rapisarda e con il manager della Friends & Partners, ci saluta e ci dice "Oggi sono venuto per prendere e non per dare. All'inizio ero un po' titubante col Rimmel Club, non mi andava la concezione che io potessi avere un fan club, mi faceva star male. Poi ho dovuto ricredermi, ho capito di che pasta siete fatti, leggendovi ho capito che siete degli amici che si divertono a una gita scolastica. Vi ringrazio per il bene e l'affetto che mi dimostrate".

Dopo i saluti, prende la chitarra da due soldi (adesso non più, se la vende su E-bay ne ricava una piccola vacanza) di Cavallo Pazzo, gliela autografa, la accorda in dieci secondi netti e fra allegre battute e risate si mette a cantare "Numeri da scaricare". Ed è proprio questa la canzone che sta cantando mentre viene immortalato in parecchie foto di quell'evento.
Marcello gli chiede come mai la prima strofa di Gambadilegno a Parigi si interrompe. Lui gli risponde: "proprio perché al protagonista manca una gamba, e quindi è monca anche la frase…". Il suo ragionamento non fa una grinza! Geniale!
Fra una canzone e l'altra ci racconta qualche ricordo della sua carriera che non è il caso di riportare qui dentro. I flash scattano in continuazione, alcune studentesse catanesi della Facoltà di Lettere, accompagnate dalla giornalista catanese Maria Lombardo (autrice di Scele) , gli rivolgono alcune domande.
Poi, su richiesta di qualcuno, ci ha spiegato Chiamatemi Mimì. Ci ha detto che tutti pensavano che la canzone fosse dedicata a Mia Martini. E invece non è così.

Ci ha raccontato che una mattina mentre camminava a piedi per Roma vide passare, sopra uno dei tanti ponti della capitale, una signora con gli occhiali neri che somigliava moltissimo alla compianta artista e che teneva per mano sua figlia. Appena la vide, per la straordinaria somiglianza, Francesco si avvicinò sicuro che fosse la sua collega e pensò "Sarà Mimì". Appena era vicino alla coppia si accorse che non era Mia Martini, ma la visione di quella donna con la figlia sul ponte, quello strano quadro fece scattare in lui qualcosa che conosciamo bene: la genialità. "Allucinazioni" che gli sono sempre accadute mentre guarda un'opera d'arte, legge un libro o un giornale che parla dei troppi topi che ci sono a Roma. Su una piccola supposizione riesce a scriverci sempre un capolavoro, una diadema, compresi tutti i diamanti che ci sono dentro. Questo significa essere "geni".
Gli chiedo se conosce il Titanic, appena varato (anch'esso di Catania!). "Francesco, sai che io sono il nostromo e tu il comandante del mio Titanic?"; "Eh, Mimmo, ma essere il comandante di una nave che è affondata....."; . "Sì, ma mi hanno detto che stavolta è inaffondabile!" ….; "Anche allora lo dicevano!" E ride, ride.
Poi, avendogli detto che d'estate spesso sono a Milo a casa di amici, a cinquanta metri da quella di Lucio Dalla e a dieci da quella di Battiato, e che ho sempre sperato di vederlo passare da lì, mi rivela che una visitina in quel di Milo una volta l'ha fatta, dove ha assaggiato il vino che produce Lucio: lo Stronzetto dell'Etna!
L'atmosfera è proprio quella: da gita scolastica, le risate fioccano, lui sta bene, è rilassato e si vede. Ci incita a cantare con lui, chiede a Daniele di andargli dietro ma Di Grazia per l'emozione si dimentica le parole! Mauro gli chiede delle cose su un disco di Dylan, della passione di suo padre (Mr. Zimmy, come lo chiama il sottoscritto) per il cantante americano, poi parliamo della pirateria su internet, di quanto era bello attendete un nuovo Lp dei Beatles, acquistarlo, aprirlo a poco a poco, togliere il cellophane, ascoltare le canzoni ad una ad una, …….. perché passare subito all'altra non era molto comodo come lo è oggi. La testina, la puntina sulla linea esatta del vinile…
Ma ve lo immaginate Francesco De Gregori che ti canta davanti come ad una scampagnata? Ancora adesso, a pensarci, mi riviene la pelle d'oca. Ma ve lo immaginate che gli chiedo di cantarmi la mia preferita, Deriva, e lui me la canta seduto a due metri, ma ve lo immaginate che sbaglia l'accordo ed io che gli dico "Francesco, La maggiore!" fra una risata generale?
E' stato un'ora con noi, un ragazzo come lo eravamo noi in quel momento che sembrava non finisse mai. Era felice di farci felici. Per questo non mi stancherò mai di ripetere che De Gregori ha dato tantissimo al Rimmel Club, forse più del dovuto. L'affetto che ha avuto per il RC rimarrà immutato perché questo sito fa parte della sua carriera, della sua storia, della sua vita.
La festa finisce con Francesco che si concede a noi, si fa fotografare con tutti, si fa abbracciare da tutti, tutti ma proprio tutti. Autografa tutto quello che gli passano sotto le sue enormi mani, dalle chitarre alle borsette, dai testi universitari ai cellulari. E' contento, sembra dirci "Adesso sono tutto vostro, prendetemi!".
Alla fine ci saluta, ci dà appuntamento a Palermo e se ne va. Ma dove va? In un noto Caffè di Catania, a consumare "un'autentica" granita di mandorla (non come quelle di "mia matre!" in uno spudorato spot!) con calda brioche all'uovo. E dire che con Marcello, in quel momento, stavamo prendendo un caffè proprio al bar di fronte. Non ci saremmo mai andati. Eravamo troppo sazi, già troppo appagati!

(Mimmo Rapisarda)

 

Era il vestito del violinista che vedevamo sventolare

il giorno che passò la guerra sulle rovine della Cattedrale

Dietro le ombre e la polvere fino al sonno e alla fame

fino all'Albergo dei Poveri sull'asfalto e il catrame

 

Così che il vento lo muoveva come si muove una bandiera

come un angelo in mezzo al cielo come una fiaccola nella sera

E vedevamo con i nostri occhi alla fine della preghiera

fucilare i feriti sul portone della galera

 

Ed era quello l'unico suono ed a quel suono marciavamo

nell'acqua nera delle risaie ed in mezzo ai campi senza più grano

Dove il vestito del violinista stava seduto ad aspettare

che ritornassero i prigionieri come onde dal mare

 

Ma poi l'esercito si fece avanti e gridavamo "Assassini!

Fermatevi! Non vedete! Noi siamo i bambini!"

 

Fino a che tutto diventa rosso e non si può più guardare

tutto diventa rosso e non si deve guardare

 

Non c'era strada per andare avantinon c'era strada per ritornare 

Non c'era rotta ne direzione da recuperare

Solo il vestito del violinista come una macchia più scura

come un fantasma nella foresta dentro la nostra paura

 

E d'improvviso fu tutto fermo nell'immanenza del temporale

quando l'effimero divenne eterno come una statua di sale

Quando il vestito del violinista fu seppellito nel cielo

come un'immagine una pittura, come qualcosa che non era vero

 

Così sentimmo nell'aria forte la ridondanza delle campane

come un ricordo che faceva piangere, come l'odore del pane

Come vedere spuntare il sole dall'altra parte del muro

e falegnami e filosofi fabbricare il futuro

 

 

Melodia quasi popolare, arrangiamento da rock acerbo. Anche se meno poetico, è forse il testo più bello di tutto l'album. Il tono con cui De Gregori canta - e le sue voci sembrano venire da lontano - è neutro proprio com'è la sofferenza delle vittime di violenza. Compare in questo racconto tutta l'angoscia dell'era contemporanea; l'immagine di un vestito che vola senza il suo padrone mi ricorda il vestito rosso della bambina di "Shinderl's list" di Spielberg, visto prima indosso a lei e poi da solo sopra un carro: sola cosa colorata in mezzo alla pellicola in bianco e nero. Ritorna "la ridondanza delle campane" come "il suono dell campane" dell'omonima canzone, visto come ricordo di tempi migliori e atteso come speranza di tempi migliori (in cui ci saranno "falegnami e filosofi / a fabbricare il futuro").  (Antonio Piccolo)

 

 

 
 

 

 

 

 

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