MIX 1
A Chi - Bellamore - Il bandito e il campione - La donna cannone - Il canto delle sirene - Stelutis Alpinis - I matti - Chi ruba nei supermercati - Mimi sarà - Viaggi e miraggi - Il cuoco di Salò - Adelante! Adelante! - Non dirle che non è così - La valigia dell'attore - Pablo - Sempre e per sempre
 
MIX 2 (live)
L'agnello di Dio - Come il giorno - Sotto le stelle del Messico... - Alice - Dr. Dobermann - Cose - Rimmel - Pezzi di vetro - Generale - Pentathlon - Bufalo Bill - Niente da capire - il Signor Hood - Viva l'Italia - Ti leggo nel pensiero

Francesco De Gregori

VOCE, CHITARRA

Alessandro Arianti

POLYMMOG, MINIMOOG, MELLOTRON

 

Alessandro Svampa

BATTERIA

Marco Rosini

MANDOLINO

Lucio Bardi

CHITARRA

Guido Guglielminetti

BASSO

Paolo Giovenchi

CHITARRE

 

Prodotto da Francesco De Gregori. Sound Gianmario Lussana e Enrico Tortarolo. Mastering Ina Cooper - Metropolis (Londra). Recording Mix KL audio. Foto di copertina: Francesca Gobbi. Artwork: Spazio360°

"È una foto scattata da mia moglie, che è una brava fotografa dilettante, ed eravamo in un motel in America a girare il clip di "Adelante adelante": stavo ascoltando col walkman proprio il brano. Lavorando su vecchi brani sono andato a ripescare anche le foto negli scatoloni...".

 

 

Ho scritto il loro sito su Mix perchè se lo meritano, è un bellissimo sito. Poi fanno tutto loro, io non sono  assolutamente coinvolto. Io lo riconosco nel senso che mi stanno simpatici. Le volte che mi sono imbattuto in questo sito, e poi quando ho incontrato due, tre persone che se ne occupano le ho trovate persone piacevolissime. Definirlo un fan club mi dà un po' di angoscia, perchè non voglio avere nessun fan club e credo che neanche loro poi siano un fan club, si chiamano rimmelclub, che è una cosa diversa. L'idea del cantante che ha un fanclub mi ha sempre fatto mancare l'aria. Quindi non vorrei chiamarlo fan club. RADIO CITTÀ FUTURA 2.12.2003)

 

 

    

Francesco De Gregori dopo un disco nuovo sente ormai il dovere di ritornare sulle sue vecchie canzoni, proporle nelle versioni dal vivo, riarrangiarle, e dare nuova linfa compositica anche alle canzoni più conosciuto. A volte sorprendendo. Innanzitutto, inutile dire che per uno come me che ha sempre apprezzato Francesco De Gregori, come autore, come musicista, e come voce da "cantore", un disco come questo (fatto di 31 canzoni tra le sue più famose, rivisitazioni assai curiose e inediti sorprendenti), è per forza di cose molto ma molto gustoso. Ma cerchiamo di vedere cosa va e cosa non va, e soprattutto quanto possa essere giusto uscire con una nuova raccolta, dopo che negli ultimi anni ne erano uscite già altre. Mix è un album che nel titolo vuole riassumere quello che c'è dentro: si poteva anche chiamare miscuglio, ma forse questa parola ha una connotazione negativa in questo caso. Però, Mix, è proprio un miscuglio, tra versioni dal vivo e inediti da studio, nonché cover e rivisatazioni. La prima canzone, A chi (di Fausto Leali), ne è l'emblema: come fare un brano canonico italiano in una veste completamente Blues? Non velata, non dipinta, ma proprio fatta di Blues. Una versione sorprendente, una maschera ce De Gregori per una volta ha voluto indossare. Molto bene. Bellamore è invece l'emblema del pensiero dei grandi cantautori italiani in questi tempi. In tempi, sicuramente senza banalità, non felici è difficile scrivere una canzone che non subisca l'influenza esterna. E non c'è niente da male in questo, ma per uno come De Gregori che, a parte quando ci si mette di proprosito a scrivere canzoni "sui tempi" (vedi Viva l'Italia), scrive di amore e di favole, di sogni e di storie immaginarie/immadinate, non deve essere facile. E la sua rispsota è questa ballata intitolata Bellamore, scritta per Curve nella memoria: sconcertante per semplicità e tenuità ("bellamore bellamore vieniti qui a riposare su questa poltroncina a forma di fiore... tu che non credi ai miracoli, ma li sai fare"), è dolce, soffice, leggera. Una canzone che ascoltarla appena alzati la mattina, farebbe bene a tutti noi, per uscire con un briciolo di serenità in più. Dopodiché, andiamo a far una breve rassegna dei brani migliori che troviamo in questo doppio: a parte le "solite" Alice, La donna cannone, Pablo, Generale, Rimmel, sono esplosive le "Rock-song" Il canto delle sirene, Adelante Adelante, Penthatlon e le versioni "Dylaniane" di L'agnello di Dio e Niente da capire, sono emozionanti le ballad Mimi sarà (dedicata a Mia Martini), Stelutis Alpinis, Il cuoco di Salò (arrangiamenti evidenti di Franco Battiato), Pezzi di vetro. A proposito di Dylan, a dimostrazione che è "stella polare" di De Gregori, Francesco ne fa due cover, che sono Come il giorno (If You See Her, Say Hello) e Non dirle che non è così ( Shall Be Released). In realtà non sarebbe finita, perché Viaggi e miraggi è un'altra di quelle canzoni ben nate dalla penna del cantautore romano, e Sempre e per sempre rappresenta la perla dell'ultimo album solista in studio, Amore nel pomeriggio.Dr. Doberman perde rispetto alla versione di La valigia dell'attore, un doppio cd che ricorda molto questo Mix... anzi fanno parte della stessa operazione, sia commerciale che artistica, solo che qui siamo sei anni dopo. In conclusione, è un disco che i fan non perderanno ovviamente, ma che è consigliabile acquistare per coloro che hanno sempre apprezzato De Gregori, ma che magari non hanno mai avuto nulla sull'artista. Per chi gli piace, ma non è un fan e ha già dischi come La valigia dell'attore, Prendere e lasciare, Curve nella memoria, magari si può fare il proprio "mix" a casa propria. F.A. 

 

 

 

''Antonello, ho fatto un grandissimo errore e chiedo scusa. Ti devo confessare che quando hai scritto l'inno della Roma, sono rimasto spiazzato in modo anche spiacevole, da cantautore impegnato con la puzza sotto il naso, da cantautore col 'K'. Invece quella canzone e' una straordinaria canzone. La canto in certi momenti formidabili della Roma, come si fa a non cantarla'''. Francesco De Gregori chiede scusa ad Antonello Venditti in un'intervista-incontro che sara' trasmessa questa sera, alle 23.45, nel corso di TV7, il settimanale del Tg1. I due cantautori hanno inciso insieme il brano 'Io e mio fratello' contenuto nell'ultimo album di Venditti. DE GREGORI CHIEDE SCUSA A VENDITTI - TV7, ROMA, 28 NOV. - ADNKRONOS)

   

 

 

Dell'amore e di altre canzoni)" Giommaria Monti
di Lucia Carenini


Strano libro, questo di Giommaria Monti (aiutato da Salvatore Esposito - citato in quarta di copertina come colui che si è occupato di selezionare il materiale d'archivio e ha collaborato alla stesura dei capitoli sull'attività concertistica del Deg). Strano libro, dicevo, in bilico tra il saggio universitario - non a caso la prefazione è una dispensa di Roberto Vecchioni scritta per gli studenti del Dams e un po' rimaneggiata - e l'ammirazione sconfinata.

Di De Gregori persona quasi non si parla esplicitamente. Ne emergono tracce qua e là - famiglia borghese, madre professoressa di lettere, padre direttore della Pontificia biblioteca, fratello maggiore a sua volta bibliotecario e innamorato di un certo country americano; il liceo, il passaggio universitario da sociologia a storia; il Folkstudio e l'incontro con Lo Cascio e Venditti; un amore finito per una certa Patrizia. Sì, perché a far da protagoniste di questo lavoro - nonostante nell'introduzione si riporti la dichiarazione dello stesso Francesco "forse delle mie canzoni stiamo parlando troppo", sono in realtà proprio le canzoni.
Esaminata in ordine cronologico procedendo per album, senza però venire inquadrata in quello che sta capitando nel mondo - a meno che i richiami non siano dati dal materiale stesso - l'opera di De Gregori viene vivisezionata, analizzata, scomposta e ricostruita. L'obiettivo è quello di tracciare la crescita di Francesco De Gregori musicista e parolaio, i suoi percorsi, il taglio cinematografico del suo modo di scrivere, l'evoluzione non solo della sua poetica ma anche del suo modo di cantare, le sue pietre miliari. E allora con l'aiuto del gioco ad incastro di tutta una serie di rimandi su letture, film ed esperienze di vita degregoriana tratti dalle fonti più disparate - da vecchie copie di Ciao 2001 e Muzak al web-forum al quale nel periodo precedente all'uscita di "Amore nel pomeriggio" De Gregori (che evidentemente non è stato immune dalla scimmia informatica come noi tutti) - partecipava col nick "Ciccio (quello che canta)" passando per il sito dei Degregori-fans www.rimmelclub.it, ecco che Giommaria Monti delinea i temi ricorrenti - su tutti la Storia - e i loro perché, l'evoluzione nel modo di suonare, le scelte del cantautore romano.
Insomma, un libro da comprare o no? In fondo direi di sì, e non solo per i super-appassionati. L'analisi meticolosa, fatta quasi canzone per canzone, gli innumerevoli inserti di vario genere - sempre interessanti e mai buttati là a casaccio - e l'impeccabile discografia completa di bootleg ripagano abbondantemente della scrittura a tratti un po' tortuosa e ripetitiva e della quasi assenza di spirito critico.
Cosa mi è piaciuto: la cura quasi-maniacale nel raccogliere materiale dalle fonti più disparate e nell'assemblarlo e il consiglio iniziale di ascoltare il disco in questione prima di affrontare il capitolo a cui si riferisce, con tanto di commento che recita così "se le cose scritte non vi saranno piaciute, se non altro avrete riascoltato molte belle canzoni. Quindi non avrete perso tempo".
Cosa non mi è piaciuto: le ripetizioni, i continui rimandi del tipo "ma di questo parleremo più avanti", l'uso spropositato di aggettivi superlativi e il formidabile refuso di pagina 23 (che sarebbe poi la quarta pagina del libro "vero") che scambia Giancarlo Cesaroni con Amilcare Rambaldi come "creatore e anima del Club Tenco"! E ahimé, non è un bel modo di cominciare…

 

 

"A Sesto Fiorentino, una bella sera d'estate in compagnia di Giovanna e di Francesco".
Da "L'Unità" del 3-6-03


A Sesto Fiorentino, una sera d'inizio estate. Chiusi, in tanti, in un cortile medioevale all'ombra di una torre, è finita cantando, tutti insieme, "Bandiera Rossa", in sordina, giusto per non infastidire le brave persone convinte che urlare non serve a niente e che quel motivo, nella migliore delle ipotesi, è robavecchia del quale conviene disfarsi per vivere decorosamente la modernità. Tutta colpa di Ivan Della Mea che fa il provocatore anche quando dorme e che quando è sveglio è il presidente dell'Istituto De Martino, piazzato lì, tra quelle mura antiche. Forse non tutti sanno cos'è l'Istituto: custodisce, raccoglie e promuove la popular music italiana; per intendersi, dalle filastrocche dei soldati nelle trincee del 15-18 ai canti delle mondine, a tutta quella produzione musicale popolare e cantautoriale che è il trasudato della vita degli italiani nel corso degli anni. Roba che non interessa alle major discografiche e, mediamente, nemmeno allo Stato, niente del tutto, in particolare a questo governo impegnato a provocare un'amnesia collettiva di sessanta milioni di donne e di uomini. Stavamo tutti lì allora, in casa del "De Martino", l'altra sera ad ascoltare le parole con e senza musica di Giovanna Marini e Francesco De Gregori. Non doveva essere un concerto e non lo è stato, nonostante la musica, nonostante le due chitarre appoggiate sui ginocchi dei due musicisti; quel che è successo davvero non si sa, l'unica cosa certa è che è stata una magnifica serata collettiva senza stupidaggini, di quelle che la tv non sa fare, quando c'è di mezzo lo show. Cortile di casa, aria di casa, nonni zii, cugini, studenti, operai, bimbi. Di fronte, la coppia di artisti che è riuscita a vendere 150mila copie di un disco che racconta l'Italia demodé del "Fischio del vapore": nessuno ci avrebbe scommesso una lira tranne noi dell'Unità che ci abbiamo creduto a dispetto del buonsenso e delle tendenze di mercato. Cosa li ha messi assieme, due così diversi per ispirazione e linguaggio? E perchè rifiutano l'etichetta del disco "politico"? I ragazzi chiedevano, loro rispondevano, disarmanti: mai vista una coppia di artisti così refrattari difronte alla retorica, alle enfasi così come alle esigenze del mercato. Hanno iniziato questa collaborazione perchè si conoscono da anni, dai tempi del Folkstudio romano di Cesaroni, perchè il treno di una piace al treno dell'altro e viceversa. Ma non capisco - dice la vocedi Sergio Staino in mezzo al pubblico - perchè si sia inserito "L'attentato a Togliatti" nel cd, un pezzo non proprio bellissimo, così stentoreo, così figlio di una mitologia d'apparato....Ma a loro piaceva - rispondono più o meno - perchè è comunque testimonianza di una paginadi storia che pochi conoscono. Stacco musicale: cantano e suonano assieme oppure uno alla volta. Commuovono, divertono, addolciscono, fanno pensare e soprattutto ricordano. Che, di questi tempi, è attività fortemente politica. Si torna a casa più forti e più buoni e par che la vita sia più bella, insieme.(Toni JOP)

 

 

A sinistra ma da uomo libero


Vai a dire a Francesco De Gregori che è un uomo schivo, e lui ti guarda storto. Non troppo storto, ma di quel tanto che lo mette sulle difensive. Vai a dirgli che passano gli anni e non è cambiato, a parte qualche sfumatura della barba che vira verso il grigio-bianco, e sorride rassegnato. Vai a dirgli che è un poeta della canzone, e ti risponde che lui è un cantante, neppure un cantautore.
Solo un cantante. Ma come, De Gregori, il principe dei cantautori, il più elegante, il più sottile, forse il più ermetico, e si definisce un cantante? Un cantante e autore. Punto e basta. L'unico che non ha ancora avuto la tentazione di raccogliere i suoi testi in volume, e non lo farà mai. L'unico che in questi trent'anni e più di brillante carriera non ha mai avuto la tentazione di scrivere un romanzo. E ormai lo hanno fatto tutti. Un cantante impegnato, certo. Ma non andare a dirgli che lui è un 'icona politica della sinistra, perché su queste cose non ti segue.
Il cielo del pomeriggio è biancastro di sole e di nuvole, come i pomeriggi di certe sue canzoni. A casa sua pareti bianche e divani bianchi. Un piano a coda Steinway and Sons in fondo a una stanza. Sotto, il silenzio di Roma che in certi momenti può sorprendere. Un silenzio fermo come un orologio che qualcuno ha dimenticato di caricare. Per aperitivo, un bicchiere di vino rosso. Come prima domanda, la solita, la stessa per tutti.
Francesco per chi voti alle europee?
Voto per l'Ulivo. Con convinzione, con la convinzione solita che ho sempre avuto. Non ho mai votato né a sinistra e né a destra di quello che un tempo era il Pci. Però vorrei dire che non ho mai votato perché sentivo un'appartenenza a questo partito, ma di volta in volta verificavo che lie idee e i miei valori si riconoscessero in quel partito.
Cosa intendi per appartenenza?
Io non mi sento di appartenere alla sinistra. Io voto a sinistra ogni volta da uomo libero. Da uomo che si riconosce in un sistema di valori.
Ti è mai venuta la tentazione di astenerti?
No, devo dire che io ho goduto la prima volta che ho votato. Avevo diciotto anni. E fu un'emozione. Ero un adolescente che aveva cominciato a interessarsi di politica, a discutere, a comprare i giornali, a leggere. E finalmente potevo esercitare nel voto quello che ero stato in quegli anni.
Qualcuno ti ha mai offerto in questi anni un seggio elettorale?
Forse sì, ma non me lo ricordo proprio. Io faccio già un mestiere difficilissimo.
Beh non certo un mestiere qualunque, tu sei un personaggio pubblico, uno che può anche influenzare le persone...

 

E questo mi da fastidio. Non vorrei convincere nessuno a votare a sinistra perché io voto a sinistra. Lo trovo perfino antidemocratico.
Però chi ascolta i tuoi dischi ascolta la musica di un uomo che è collocato a sinistra, e che della sinistra esprime i valori.
Io sono un uomo che sta a sinistra, e che non è di sinistra. Non credo che nessuno di quelli che ascoltano i miei dischi abbiano cambiato idea solo per il fatto di ascoltarli. Non è questo che mi interessa. So che ci sono molte persone di destra che amano le mie canzoni e che rimangono tranquillamente di destra. Questo da prima che io scrivessi il cuoco di Salò.
Come è cambiato il tuo modo di pensare la politica, di sentire la politica in questi anni?
E' inevitabile che quando hai vent'anni percepisci tutto il mondo che ti circonda con più passionalità e calore, generosità e molta ingenuità. Un tempo si facevano grandi discussioni, risse verbali, che oggi non ci sono più. Sai, è anche il mondo intorno a noi che non parla più di politica come si faceva un tempo.
E non ti manca un po' quella passione politica di una volta?
Ma sì, un po' mi manca. Ma continuo ad avere la mia passione di lettore di giornali, di attento osservatore di quello che succede nel mondo. Diciamo che sono sempre più annoiato dalla parte tecnica della politica. Non riesco più a capire le segmentazioni all'interno della sinistra. Mi dà talmente fastidio che questo avvenga, che giro la testa dall'altra parte. Perché penso che possano essere dannose.
Ti danno fastidio le divisioni nella sinistra. Ma tu hai nostalgia del partito monolitico? Del pci che hai sempre votato?
Nostalgia no. Come si fa a parlare di nostalgia, quando un processo si è compiuto. Posso provare nostalgia per la figura di Enrico Berlinguer, il mio essere stato un uomo di sinistra è passato attraverso la figura di Berlinguer. Con Berlinguer la politica della sinistra cominciava ad emanciparsi dal modello sovierico, da un certo stalinismo. Subivo il suo fascino intellettuale, ma anche il fascino morale.
E i leader di oggi?
Ma è difficilissimo dare pagelle. Veltroni è un mio amico, e quindi è fuori gioco.
Fassino?
Fassino mi piace moltissimo. Ha sofferto molto per l'aggressione che ha subito alla manifestazione per la pace, e per le aggressioni che continua a subire.
Massimo D'Alema?
Ma sai, il mio non interessarmi di politica mi ha portato anche a non capire D'Alema cosa stia facendo. Però è difficile non essere d'accordo con D'Alema. Quando lo vedo in televisione è ineccepibile.
Ti associ a Moretti, quando in "Aprile" chiede a D'Alema di dire qualcosa di sinistra?
Ma no. Moretti fa un altro mestiere. Non è un politico. E D'Alema dice continuamente cose di sinistra.
Ma tu avresti fatto come Nanni Moretti? Saresti salito sul palco a dire quelle cose sui leader dei Ds?
Moretti ha fatto un gesto politico che io non avrei fatto. Anche perché probabilmente non avevo questa passione dentro di me, forte, che Moretti aveva. Non l'avrei fatto, ma quando l'ha fatto ho condiviso questo grido di dolore.
Condiviso fino in fondo?
Ho condiviso di meno quell'essersi lasciato intrappolare nei girotondi. E poi filarsela un po' all'inglese.
Dei girotondi cosa pensi?
Un fatto positivo, perché espressione di una voglia di fare politica che è partecipazione. Ma la contrapposizione frontale e radicale dei girotondi l'ho trovata in certi momenti poco produttiva. Non credo che attaccare i nasi finti sui manifesti di Berlusconi sia un modo di vincere le elezioni. E i girotondi, non dico che facessero questo o solo questo, ma in loro c'è poca analisi politica.
Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?
Mi aspettavo questa domanda. Ma intanto la sinistra si riconosce nel concetto di solidarietà. E da questo nasce tutto: la legalità e la voglia di condividere le ricchezze del pianeta.
Il pacifismo?
Sì, certamente. Ma non sarei un pacifista senza se e senza ma.
Quando hai cominciato a interessarti di politica. E quando hai capito che eri di sinistra?
A quattordici o quindici anni.
Le prime manifestazioni?
Guarda di manifestazioni pochissime, un paio al massimo in tutta la mia vita. E ci sono andato non solo per passione politica. Ma anche per le compagne di scuola. Però ho sempre provato imbarazzo a manifestare attraverso slogan.
Francesco, qual'è la canzone più politica che hai scritto?
Non credo di aver mai scritto canzoni politiche. Se poi vuoi dire che tutte le canzoni sono politiche. Forse è vero.
Dai, non hai mai pensato a scriverne una?
Se devo essere sincero qualche tentazione alla Pietrangeli ce l'ho avuta, ma quando ero proprio ragazzino. Però poi le ho buttate via.
"Viva l'Italia" non è una canzone politica?
Non so se è una canzone politica. E' una canzone d'amore per questo paese. Ma insomma non mi sono mai posto un problema del genere. Forse la risposta giusta è che tutto è politico. E allora anche "Buonanotte fiorellino" è una canzone politica. Perché non parla più della donna sottomessa degli anni Sessanta: è una canzone dove la figura femminile esce assolutamente emancipata, libera di andarsene, di tradire.
Il tuo è un lavoro un po' da rabdomante. Di uno che sente i tempi. L'hai sempre fatto. "Rimmel" ha aperto gli anni settanta. "Canzoni d'amore" ha anticipato le tragedie di questi anni. Oggi cosa vedi?

Oggi capisco che i problemi italiani sono veramente piccola cosa rispetto al mondo. Le grandi battaglie vanno fatte sulla mancanza d'acqua nel nostro pianeta. Non possiamo pensare che i problemi italiani siano il ministro Gasparri, che non passerà di certo alla storia.
Non direi proprio.
E lo dico con rispetto. Ho imparato a rispettare gli avversari. Ma ormai capisci proprio la lateralità delle politiche nazionali.
Senti, se l'Ulivo ti chiedesse un inno, tu lo scriveresti?
Non ci troverei nulla di male a scrivere un inno per l'Ulivo. Ma non è il mio mestiere. Venditti ad esempio è stato bravissimo a farlo per la squadra della Roma. Io non sarei capace. E nessuno è capace. Senti l'inno di forza Italia. Nemmeno Bondi sarebbe in grado di cantarlo e di emozionarsi.
Ne sei sicuro? Bondi si emoziona già con le iniziali di Berlusconi.
E' che l'inno di Forza Italia non è un inno. E' una cosa che non ti rimane in mente. Io dico che gli inni vanno cercati nel passato, nella tradizione. I Ds sono un partito moderno che ha tradizioni che non vanno abiurate. E quindi dovrebbero avere un inno storico.
Però al Palalottomatica a Roma, Romano Prodi è entrato sulle note di "Una vita da mediano" di Ligabue.
E' una bellissima canzone quella di Ligabue. E prodi è un politico che ammiro e per cui faccio il tifo. Ma trovo incongrua quella mistura. Mi è sembrata una cosa senza senso. Come del resto quando i Ds mettevano "La storia siamo noi" ai congressi. Non sono inni, sono canzoni. D'altronde non è che Kerry in campagna elettorale mette Bruce Springsteen.
Nessuna speranza allora. Non hai mai cantato nemmeno una volta l'Internazionale?
Ah sì, quella sì, l'ho anche incisa. Anzi, mi fai fare un appello ai lettori dell'Unità?
Che appello?
All'inizio degli anni Settanta, con Venditti e Mario Schiano facemmo un disco cantando l'Internazionale. Io non ce l'ho più quel disco, e mi piacerebbe averlo. Se qualcuno che ci legge lo possiede, sappia che sono disposto a comprarlo. A un prezzo ragionevole, si intende.

Intervista di Roberto Cotroneo - L'UNITA' - 17/04/2004

 

 Una bella soddisfazione per Daniele Di Grazia.

"Tra due giorni è Natale"… e Francesco De Gregori ci accompagna verso il nuovo anno con un cofanetto (doppio cd "Mix" e dvd "Mix film") da oggi in vendita: una rivisitazione di classici ma anche alcune canzoni nuove. Trentuno pezzi: nel disco A pezzi già editi dalla Sony, tipo "Chi sarà", "Bellamore", "Stelutis alpinis" e due presi dal repertorio Bmg sempre nelle versioni originali ("La donna cannone" e "Pablo"). Nel disco B - spiega l'artista al telefono da Roma - "perseverando nella mia voglia di fare cose dal vivo" ci sono pezzi suonati dal vivo la scorsa estate. Inoltre degli inediti: una versione personalissima di "A chi" di Fausto Leali, un pezzo di Dylan mai fatto prima ("Come il giorno" da "I shall be released") e "Ti leggo nel pensiero" scritta per Ron che l'ha pubblicata due anni fa. (…) "Quello che non so… lo so cantare" è il titolo di un libro a te dedicato (Enrico Deregibus ed. Giunti). "L'autore ha costruito un controcanto fra quella che è la mia storia personale e gli avvenimenti storici paralleli: una bella idea". Rimmelclub, un sito creato dal catanese Daniele Di Grazia, un tuo grande fan ed esperto della tua musica, è stato da te riconosciuto ufficialmente ed è citato nella copertina di "Mix". Una bella soddisfazione per Di Grazia. "Sì, conosco Daniele da molto tempo: mi sembra che Rimmelclub faccia un bel lavoro. Sono molto discreti, molto carini con me. Io comunque non sono uno che frequenta molto internet". DE GREGORI, TRA PESSIMISMO E DYLAN - 21.11.2003 – DI MARIA LOMBARDO)

 

 

 

DE GREGORI COME DYLAN


Se il Principe storpia i suoi vecchi successi fa bene Così tutti i grandi sopravvivono a se stessi. Caro direttore, leggo sulla rubrica Spompati (il Riformista, martedì 5 agosto): "Dal vivo Francesco De Gregori sta diventando un po' irritante. C'è in lui, molto più che in Bob Dylan, una volontà autolesionista di rovinare i propri capolavori, deturpandoli con arrangiamenti assurdi e un cantato sfalsato, nel tentativo di mandare fuori giri i cori del pubblico". Essendo "disturbante la sua versione di I treni a vapore e inascoltabile Generale" (perlomeno nel tour con Ron, Mannoia, Daniele, ndr), "sarebbe bello se Francesco De Gregori capisse che rinnovarsi non significa sputare in faccia al proprio passato". Ogni giudizio è lecito, ci mancherebbe, specie in fatto di canzonette. Anzi, sono sicuro che la bacchettata del Riformista raccolga e interpreti lo stato d'animo di molti fan: ventenni e cinquantenni, di sinistra e di destra, nostalgici e non, irrequieti e acquietati. Una mia giovane amica, degregoriana fino al midollo, protestò un giorno: "Canti pure le nuove canzoni. Ma se in concerto non mi fa Generale, La donna cannone, Buonanotte fiorellino e Pablo, io mi arrabbio. E di brutto". Stando così le cose, verrebbe da pensare che il "Principe", come devotamente lo chiamano alcuni critici musicali, sia davvero vittima di una botta di autolesionismo. Al contrario, io penso faccia bene a reinventare i suoi hit: ritoccando il ritmo, talvolta la linea melodica, stiracchiando il canto, destrutturando l'arrangiamento originario, trasformandole in qualcosa di diverso, forse di peggiore. Lo fa anche Dylan, ripetono gli esperti. E certo De Gregori deve parecchio al cantautore americano, il quale, a sorpresa, ha ripagato amichevolmente la dedizione pubblicando nel suo nuovo cd la versione italiana di If you see her, say hello che compariva nel doppio La valigia dell'attore. In effetti, quando suona per il mondo, Dylan gode a strapazzare i brani più famosi, stravolgendoli alla radice, fino a renderli irriconoscibili, per poi recuperare in extremis il ritornello salvifico: si tratti di Like a rolling stone o di Just like a woman, di Highway 61 revisited o di Maggie's farm. Ma non è il solo. Il discorso vale anche per John Fogerty, Van Morrison, Neil Young, David Crosby, Elton John, Paul McCartney, il nostro Edoardo Bennato… Tutti ultracinquatenni. Con l'età cambia la voce, l'estensione diminuisce, certi arrangiamenti risultano orpellosi, non più intonati al mood della canzone. Che non è una partitura classica, un canone immutabile nel tempo, o soggetto, al massimo, alla sensibilità dei direttori d'orchestra. Per questo, pur comprendendo le perplessità del pubblico pagante, mi schiero dalla parte di De Gregori. Così facendo, egli non sputa affatto "in faccia al proprio passato". Al contrario, si misura dialetticamente con quel passato, intrecciandolo con le cose più recenti, siano esse Battere e levare o Il cuoco di Salò. Del resto, come si fa a replicare a vita le stesse dieci canzoni senza rompersi le balle? Ogni generazione, si sa, custodisce un proprio ricordo infrangibile di un'emozione canzonettistica. De Gregori, più di altri, ma poco concedendo al ricatto della memoria, incarna un modello autorevole e carismatico di compositore. Da Nanni Moretti della canzone d'autore. Ai concerti, ragionevolmente, il pubblico chiede, anzi esige, Alice, Buonanotte fiorellino, La leva calcistica della classe '68, La donna cannone, Rimmel, Niente da capire eccetera: per cantarci sopra in coro, per condividere un sentimento, per rivivere un momento, per sentirsi insieme sotto un cielo di stelle. Ma poniamo il caso che quelle canzoni, pur belle e universali, non corrispondano più per intero al mondo interiore di chi le scrisse cinque-sei lustri prima. Che senso avrebbe eseguirle come se il tempo non fosse passato, pantografandole asetticamente, per restituirle pari pari alla platea adorante? Qualche mese fa, durante la guerra in Iraq, a un "reading per la pace" promosso dalla Fandango due attrici recitarono Generale come fosse una poesia di Montale, con pause e accentuazioni. "Generale dietro la collina / ci sta la notte crucca e assassina" scandirono solennemente sopra qualche nota di violino. Mi piace pensare che anche per questo - per non ridursi a classico della più bolsa retorica pacifista - De Gregori stropicci così bene i suoi testi, dilatando le parole e contraendo le rime. (www.ilriformista.it)

 

 

1 MAGGIO 2003 - Piazza San Giovanni in Roma

La festa del lavoro rappresenta un appuntamento annuale, una scansione di un problema che c’è in Italia anche, non solo di un’occasione. Il lavoro è anche un problema, perché c’è chi non lavora o chi è sottopagato, chi non ha garanzie sul lavoro che fa. Il primo maggio serve, in un giorno di festa, a ricordarci tutto questo, a riflettere e farci meditare e a fare in modo che possibilmente il primo maggio successivo ci trovi tutti quanti un pochino più protetti e un pochino più vittoriosi sul nostro posto di lavoro. In questo la musica aiuta, perché è una grande consolatrice e anche quando si esprime con canzoni poco consolatorie, come sono alcune delle mie, la musica in realtà in un giorno come una bella domenica, come sarà questo primo maggio, ci aiuterà a stare insieme, non a dimenticare i problemi che ci stanno, ma a viverli in un momento di gioia, di entusiasmo, perché no stando in piazza saltando, ballando, facendo casino, stando sotto il sole, fumando quello che passa il convento, bevendo acqua vino e tutto quanto.

E' un nuovo Francesco De Gregori ad aprire le braccia al Primo Maggio. Un De Gregori che si confessa re-innamorato della musica, quella popolare, che mai come oggi si concede ad un rapporto di amorevole scambio, civile e sentimentale, con il suo pubblico. Cha ha aperto un nuovo corso della sua storia accanto a Giovanna Marini con il disco di tradizionali di lavoro e di lotta Il fischio del vapore, che pochi mesi fa ha calcato per la prima volta il palco di un centro sociale. Forze della memoria recuperata (quella collettiva) e desiderio di esserci (tutto personale) di dire la propria in piazza San Giovanni.

De Gregori, che sia stato proprio “Il fischio del vapore” assieme alla Marini ad aprirle nuovi orizzonti?

Certo. Mi sono letteralmente innamorato del progetto della canzone popolare. All'inizio avevo il dubbio che un lavoro del genere potesse non interessare, ma presto ho capito che quelle canzoni sarebbero state accolte a braccia aperte. E sai perché? Perché prima di tutto sono belle canzoni di sinistra, canzoni impegnate...il motivo del loro successo è innanzitutto che sono belle, che hanno una melodia fortissima, che hanno grandi testi di incredibile liricità.

E che percorrono il sentiero della memoria...

Sì. E' il recupero di un patrimonio che i giovani non hanno direttamente ma che custodiscono dentro di loro, che hanno letto sui libri di storia, che hanno sentito raccontare dai nonni e padri e che la canzone popolare risveglia, attualizza. Ecco, quel che è certo è che il riscontro de Il fischio del vapore è stato superiore alle mie aspettative.

E' la sua prima volta sul palco del Primo Maggio ma non in piazza San Giovanni.

Ho suonato lo scorso anno nella manifestazione dei girotondi contro la legge Cirami e sento la forza di questa occasione. Non è come suonare al compleanno di un amico, è un evento importantissimo, soprattutto in questo momento. Anche se sono un osservatore distratto, se non ho competenza di problemi sindacali, vedo un'Italia messa molto male con questo governo. E' una banalità dirlo lo so, ma è la verità.

Un'Italia in cui il mondo del lavoro soffre...

Come dice Giovanna Marini in una sua canzone, “spero che un giorno potremmo tutti lavorare in libertà”, o almeno spero che tutti possano nel proprio lavoro avere margini di garanzia, rispetto, civiltà. Il sogno di ogni democratico.

Se le avessero chiesto di suonare per il 25 aprile lo avrebbe fatto?

Di corsa. Soprattutto quest'anno, soprattutto dopo tutte le polemiche.

Cosa canterete questa sera?

Sicuramente vorrei fare Generale, Viva l'Italia e tante canzoni con Giovanna. Una su tutte? Saluteremo il signor padrone, che per l'occasione mi sembra la più adatta. Ma poi decideremo tutti assieme, col gruppo. Nella band non comando io, ma tutti. Siamo una cooperativa.

C'è chi la riscopre in una nuova veste, più conciliante, aperta, meno riservata di un tempo. Trova?

Me lo dicono in tanti che oggi sono capace di un nuovo contatto, più stretto con la gente. E' buffi perché in realtà non credo di essere mai stato l'orso che mi dipingono. O forse è probabile che stia trascorrendo un periodo più solare della mia vita. Una cosa sicura c'è: fare la musica ha ricominciato a divertirmi.

Qualcuno è trasecolato quando l'ha vista annunciare “Stop alle telefonate” durante un mega show televisivo del sabato sera...

Ah, ah. E' vero. Il fatto è che durante l'intervista che mi stava facendo Gianni Morandi ho visto un minacciosissimo cartello che diceva: “stop alle telefonate” e temendo che ci tagliassero, ho lanciato quel messaggio. In realtà non sapevo a cosa si riferisse, ho pensato: stop alle telefonate in assoluto, ai cellulari, a Megan Gayle, e l'ho detto.

Qual'è stato il motivo di tanta riservatezza in passato?

Faccio un mestiere di incontri fuggevoli, spesso obbligati, di finte amicizie. Ma ora, mi dà meno fastidio incontrare la gente. Sarà perché in passato mi sono preso troppo sul serio e adesso invece ho imparato l'autoironia. O forse da domani tornerò ad essere la solita testa di cazzo.

Un'apertura che l'ha portata assieme a Giovanna Marini anche per la prima volta a suonare in un centro sociale, qualche mese fa al Villaggio Globale di Roma...

Ah, è stata una sensazione bellissima, soprattutto per me che non ho più l'età per frequentarli. I miei figli ci vanno certo. Il fatto è che prima di allora non me lo avevano mai chiesto e quando ho ricevuto l'invito ho accettato subito. La cosa bella e sorprendente è che ho trovato un pubblico giovanissimo, entusiasta, Interessato a quella musica che proponevamo io e Giovanna.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 01/05/2003


Primo Maggio 2003, eravamo in 700mila
Un successo il tradizionale concerto in Piazza San Giovanni. La prima volta di De Gregori è la ciliegina sulla torta di un programma che ha visto brillare Tiromancino, Consoli, Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica. E Nick Cave, unico 'straniero'
Sarà stato il richiamo della pace. Sarà stata la 'prima volta' di Francesco De Gregori. Sarà stato un cast tutto italiano che piace particolarmente al pubblico giovanile. Da anni non si vedeva una piazza San Giovanni così colma di gente. 700.000 i presenti, stando a quanto annuncia nel primo pomeriggio Claudio Amendola dal palco, per una quattordicesima edizione del concerto del Primo Maggio all'insegna del rock esplosivo e d'autore.
Anche Francesco De Gregori, al debutto sul palco di questo storico concerto, si è lanciato in un set dominato dalle chitarre, presentando in veste completamente riarrangiata due successi del passato: Niente da capire (in una versione profondamente ispirata da Bob Dylan e dalla sua Like A Rolling Stone), e Viva l'Italia. Il cantautore è salito sul palco a metà pomeriggio da solo, completando il suo mini show con il brano Sangue su sangue, ed è poi tornato in serata al fianco di Giovanna Marini, con cui ha cantato, tra le altre, Sento il fischio del vapore, Generale e infine Bella ciao.
Lo spettacolo a piazza San Giovanni è iniziato nel primo pomeriggio, con il primo Dj set dei Toretta Style e l'apertura ufficiale del concerto da parte dei Nomadi, che hanno eseguito Dio è morto. Claudio Amendola e Paola Cortellesi, i due conduttori, si sono presentati al pubblico intonando con il gruppo Io vagabondo. Sul palco si sono poi alternati i Marlene Kuntz, che hanno proposto Nuotando nell'aria e Uscita di scena, i Flaminio Maphia (quelli di Ragazze Acidelle), i romani Gabin e la dance raffinata della loro Doo Uap Doo Uap Doo Uap, i Charamira e i veneziani Tantra, gruppo rivelazione del pomeriggio con la loro musica etnica contaminata dal rap e dalle atmosfere downbeat e trip-hop.
Spazio poi agli emergenti Destir e Zibba e Alma Libra, al blues di Rudy Rotta, al pop sofisticato dei La Crus (splendida la loro versione di Via con me di Paolo Conte) e al rock elegante degli Afterhours. Dalle 18, con Francesco De Gregori, sono saliti on stage i pezzi forti del concerto. Dopo di lui i Tiromancino hanno commosso e allo stesso tempo scaldato la piazza con Per me è importante e Nessuna certezza, cantata insieme a Meg dei 99 Posse. Quindi è stato il turno di Piero Pelù, come sempre esplosivo dal vivo: la sua Toro Loco ha fatto ballare una piazza gremita in cui le bandiere 'arcobaleno' della pace quest'anno sono state più numerose delle tradizionali bandiere rosse.
Proprio le bandiere sono state al centro del discorso di Daniele Silvestri, che prima di effettuare una fugace performance (cantando con l'ausilio di una base pre registrata Il mio nemico) ha detto alla piazza: "Se c'è una guerra che è bene evitare è la guerra ignobile che il nostro governo sta dichiarando in questi giorni alla magistratura italiana. Oggi è una festa, ma da domani occhi aperti, e non mettete le vostre bandiere nel cassetto perché vi serviranno ancora". Silvestri si è esibito nella seconda parte del concerto, quella che si è aperta alle 20 dopo il secondo Dj set di Claudio Coccoluto.


 In serata è tornato di scena il rock d'autore con Edoardo Bennato (Il rock di Capitan Uncino, Non è amore e Stop America), seguito dalla dance adrenalinica dei napoletani Planet Funk, a cui si è unito anche Rais degli Almamegretta, e da due beniamini di casa nostra, Carmen Consoli e Alex Britti. La prima, di pochissime parole, ha puntato stranamente su un set sprovvisto di successi radiofonici, e composto da Masinu, Fiori d'arancio e Matilde odiava i gatti. Britti invece ha aperto con la sua hit più recente, 7.000 caffè, e ha poi completato la sua esibizione con Gelido e l'annunciato omaggio a Jimi Hendrix, la cover di Little Wing. Successivamente la piazza ha saltato con Nuvole rapide e Tutti i miei sbagli dei Subsonica, che hanno dimostrato ancora una volta di avere pochi eguali dal vivo in Italia.
Jannacci è il protagonista di un momento toccante del concerto, l'omaggio a Giorgio Gaber. Nel finale del suo passaggio a San Giovanni, Amendola e Cortellesi recitano il 'Signor G', poi Enzo abbandona il pianoforte e si sbraccia verso la folla: "Voglio essere libero, libero come un uomo!". E canta la sua La libertà con un trasporto che conquista anche quei ragazzi troppo giovani per conoscerne il passato.
Pianoforte protagonista con Sergio Cammariere e, a seguire, con Nick cave, unica star internazionale della manifestazione. L'australiano ha eseguito Wonderful Life, He Wants You e Mercy Seat . Le ultime note del concerto sono state spese da Vinicio Capossela (Marajà e Il ballo di San Vito), dal pop-rock di Irene Grandi (ha proposto dal vivo il nuovo singolo Prima di partire per un lungo viaggio), da Enrico Ruggeri e Andrea Mirò, con il cantautore che è stato di parola: si è cimentato con la cover annunciata di God Save The Queen dei Sex Pistols. (1 maggio 2003) Buona giornata a tutti - Pippina

De Gregori: in piazza San Giovanni non urlerò slogan. Cerco l'applauso con la musica, gli artisti che fanno dichiarazioni politiche sono banali"
ROMA - La voce tradisce un po' l'emozione. "Non ho mai fatto un Primo maggio in piazza San Giovanni. Ma ho cantato in altre Feste del Lavoro", dice Francesco De Gregori che oggi sarà impegnato in due momenti della maratona musicale. Con la sua band canterà "Viva l'Italia" ("Mi piace troppo") e "Generale". "Perché il tema di quest'anno è la pace e mi sembra un pezzo adatto, più di tante parole". Con Giovanna Marini, invece, presenterà due brani popolari dal "Fischio del vapore": "Saluteremo il signor padrone" e "Bella ciao", nella versione delle mondine. "C'è un verso straordinario: "Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà"". All'evento (in diretta su Raitre e Radiotre dalle 16 alle 23) presentato da Claudio Amendola e Paola Cortellesi, parteciperà una sola rockstar straniera, Nick Cave. Tanti gli artisti italiani: Enzo Jannacci, Irene Grandi, Sergio Cammariere, Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Piero Pelù, Vinicio Capossela, i Nomadi, fra gli altri. Sarà anche l'anno degli omaggi, a Giorgio Gaber, soprattutto. E Alex Britti suonerà "Angel" di Jimi Hendrix.
De Gregori perché ha accettato solo adesso di cantare a San Giovanni?
"Ho già fatto un concerto in questa piazza, per una manifestazione. C'era anche Nanni Moretti. Ma questa volta è diverso. Mi ha trascinato Giovanna. È il momento giusto per salire su quel palco".
In passato no?
"A volte sono stato invitato, altre volte no. Un anno mi hanno coinvolto in una polemica. Sui giornali c'era scritto: De Gregori non vuole suonare al Primo maggio. E mi sono arrabbiato, se anche avessi avuto l'intenzione me l'hanno fatta passare. A volte, invece, ho rifiutato perché non tutti i presentatori mi erano simpatici".
C'era Chiambretti.
"Non mi trascini in polemiche, non conduceva solo lui e c'erano persone che non mi piacevano".
Dirà qualcosa?
"Non amo gli slogan politici e non mi piacciono gli artisti che salgono sul palco per urlare concetti condivisibili da tutti. Che dovrei dire: viva la pace, abbasso la guerra? Ma chi pensa il contrario? Il bello dello stare in piazza è che ognuno può dire e pensare quello che vuole. Io sarò lì per cantare".
È un Primo maggio dedicato alla musica italiana.
"È giusto che ci siano cinquecentomila persone ad ascoltarci. Un contraltare a manifestazioni come il Festival di Sanremo".
Stima qualche giovane in particolare?
"Nomi non ne faccio mai, perché di solito dico quelli sbagliati e mi dimentico sempre quelli che mi piacciono di più. E poi non credo che l'età sia importante. Ci sono canzoni di Jannacci che mantengono una freschezza incredibile, e pezzi composti da giovani che sembrano tritarifiuti degli stereotipi".
Per molti musicisti lei è un punto di riferimento importante.
"Bisogna fare attenzione, per evitare equivoci. Sono della vecchia generazione, ma non mi pesa. Da trent'anni "batto" il marciapiede della musica, con altri ho dato il mio piccolo contributo alla storia della canzone italiana. Diventarne il simbolo è un'altra cosa. Io mi fido del pubblico: è l'animale più intelligente che ci sia, ma sa anche essere spietato".
Cosa si aspetta dalla piazza?
"Che la gente si diverta e mi batta le mani. Perché, alla fine della storia, l'artista cerca sempre l'applauso del pubblico". (Sandra Cesarale)


De Gregori l'uomo di sinistra figlio di Berlinguer che non si vergogna di un'idea di patria conquistata durante la Resistenza ma feroce con la retorica e il nazionalismo sciovinista dispensati dalle Vespe televisive. Lui ogni mattina è felice di acquistare la sua copi de L'Unità "movimentista e battagliera", un giornale che gli piace così come, ne ha bisogno, dice.

Autore di una parte importante della colonna sonora dell'Italia degli ultimi trent'anni, oggi - ci racconta - si sente costretto dalla cronaca dura di questo presente a scendere ancor di più dentro le cose di un paese sofferente. E il suo canto, ora, ha un sapore più intenso di partecipazione e un profumo non retorico di resistenza. Nei giorni scorsi alcune sue canzoni (Generale, Viva l'Italia) hanno risuonato come sottofondo ai servizi televisivi sulla strage di Nassiriya: vecchie parole, melodie molto note si sono sposate con un dolore che lui, Francesco, ha condiviso fino in fondo.

Di De Gregori escono oggi due nuovi prodotti: un dvd - Mix film - dove lo sbirciano tre concerti e retro palco (dal Primo Maggio con Giovanna Marini alle pause mentre fischietta una canzone), e un cd doppi (Mix, uno dal vivo e l'altro in studio con una nuova cover di Dylan una canzone su Dio scritta per Ron e una divertentissima versione R&B di A chi), perché, ci dice "Ci avviciniamo a Natale, e a natale non lavorano solo i pasticcieri, ma anche le case discografiche".

Che effetto ti ha fatto sentire le tue canzoni come didascalia di immagini tragiche e dolorose, quelle della strage di Nassiriya?

Non lo sapevo, ma non mi mette mai a disagio che usino le mie canzoni. Essere colonna sonora di un dolore così grande significa essere partecipe. Meglio Generale che La canzone del Piave suonata dalla banda dell'arma schierata come ho visto fare da Vespa: quello sì che era imbarazzante, della peggior retorica. Stavolta mi ha sorpreso molto la reazione della gente e quella dei politici che stranamente è stato quantomai composta.

In molti commenti più di qualcuno non ha resistito alla tentazione di cavalcare la retorica...

Ovviamente ci sono stati commenti ridondanti, ma questo rientra nella speculazione mediatica su certi eventi. Per fortuna ho sentito anche l'altra campana: ho visto ad esempio Gino Strada e La Malfa accapigliarsi in tv su: missione di guerra o di pace. Ma non mi vergogno dell'idea di patria che ho risuonato. Non sto parlando di un'interpretazione grettamente nazionalistica e sciovinista. Intendo quella che abbiamo ereditato dalla Resistenza e che purtroppo a sinistra è sempre stata rimossa. Questo non è giusto.

Una sinistra alla quale senti ancora di appartenere?

Certo. Io vengo dal vecchio Pci, non riesco proprio ad immaginarmi di poter votare a destra. Quello che non mi appassiona per niente è stare dietro alle varie correnti, o alle questioni sul leader. Se mi interroghi sulle posizioni della Margherita ti dirò: boh? Il fatto è che sono stato un giovane di sinistra quando c'era Berlinguer, un uomo che possedeva un fascino e una capacità di coinvolgimento uniche. Cosa che oggi nessuno ha. Non voglio attaccare la dirigenza attuale, si tratta di un fatto personale: oggi vivo diversamente le passioni politiche.

Passione, passione, passione: sarà, ma che c'entra la passione politica, secondo te, nell'attacco all'Unità (dove tu hai scritto ai tempi di Veltroni), definita un "giornale omicida"?

Siamo al delirio più assoluto. L'Unità ha certamente alzato il livello dello scontro anche rispetto ad altri giornali critici nei confronti del Governo. Ma L'Unità è movimentista, battagliera e io, da uomo di sinistra sento il bisogno di una voce del genere. La mattina compro quattro giornali, uno di questi e l'Unità, e quando vedo quei bei titoli, dico: oh...bene!

Altra passione, la nostra: abbiamo dovuto assistere alla censura del programma di Sabina Guzzanti...

Già. Purtroppo non l'ho visto e non posso parlare con cognizione di causa. Posso dire che nella famiglia Guzzanti sono tutti bravissimi, straordinari.

Anche il padre Paolo?

Oh sì, quando faceva quella bellissima imitazione di Pertini...

Un grosso autogol per la Rai, ma soprattutto un atto di vera censura. La nostra tv non riesce più a non ferire la libertà?

Massì, è un disastro - Francesco allarga le braccia -...la tv è la tv. E non mi pare comunque che le televisioni di altri paesi europei siano così migliori della nostra. E' il linguaggio televisivo che di per sé è povero. Ad esempio, non credo che in Olanda abbiano un bel programma come "Report".

A proposito di Rai: veniamo al melodramma Sanremo...

Una storia agghiacciante! Ma anche la proposta del contro festival non mi piace. Stimo molto sia Nando Dalla Chiesa che Lidia Ravera, ma che cazzo c'entrano con la musica?

E' una contro-proposta che muove da una realtà amarissima e che insieme vuole forse adottare un tono sdrammatizzante...

Già Sanremo negli passati ha provato a sdrammatizzare mettendoci le belle fighe, i comici o via dicendo. Ma qui si tratta di musica: sogno una manifestazione che non abbia bisogni di alibi, di comici, di input politici.

Se te lo chiedessero risponderesti come ha fatto Morricone: "io a quell'ora dormo"?

Ah, ah, conosco Ennio e so che ha detto la verità, lui va a letto molto presto. Lo hano chiesto anche a Lucio Dalla ma purtroppo ha detto di no, peccato, lui sì che è un grande organizzatore, un grande musicista, un uomo di spettacolo. Io no, io sono solo un musicista, ognuno deve fare il suo mestiere. E poi Sanremo è una delle concause della crisi del disco: durante quel periodo tutto si ferma, poi si vendono 100mila copie della compilation e fine. Possibile che non si riesca a trasformarlo in un vero festival come quelli del cinema?

Torniamo alle passioni: nel disco hai inserito oltre alla tua versione di "If you see her say hallo", anche "Come il giorno", che altro non è che "I shall be released". Sei andato a vederlo ultimamente il vecchio Dylan?

Non l'ho seguito in Italia ma a tre concerti consecutivi ad Amsterdam. Capisco lo spiazzamento che alcuni provano nel vederlo dal vivo (soprattutto in questo tour in cui se ne sta tutto il tempo dietro alle tastiere), ma per me rimane un grandioso cantante. Ogni sera ha cambiato totalmente la scaletta e ha cantato in maniera diversa. Siamo abituati: lui frantuma la calligrafia del concerto. Fa quello che fanno gli impressionisti con la pittura: distrugge le regole, dimostra che il colore si può spalmare in un altro modo.

Tu stai continuando a spalmare la tua ispirazione su pezzi di carta? Hai scritto qualcosa di nuovo?

Sì, sto scribacchiando qua e là, se ne parla per il 2004. L'ispirazione è una cosa strana. Tempo fa ho visto un'intervista a Fellini dove diceva: "le cose le comincio così: arriva un produttore, mi dà un anticipo e poi siccome non ho voglia di restituirgli i soldi comincio a lavorare". E' un po' così per me: l'ispirazione talvolta nasce dall'obbligo. Il tempo libero in fin dei conti è meglio spenderlo a leggere, passeggiare, fare altre cose...

Avevo un'idea più idealizzata del tuo momento creativo...

Ma va là...è perché? Significa solo vivere coerentemente la propria fatica.

E la canzone su Dio?

L'ho scritta su commissione per Ron, che è molto religioso. Il fatto di scrivere per terzi mi ha permesso di parlare di una cosa che non frequento, Dio. Però, se mi obbligassero a fare una scelta (stai dalla parte di chi crede e degli atei?), direi che sono con quelli che credono, anche se nella mia maniera totalmente confusionaria.(Intervista di Silvia Boschero - L'UNITA' - 21/11/2003)

 


In una settimana memorabile, in cui la canzone d'autore italiana, da Vasco Rossi e Ligabue, atterra sulle piattaforme virtuali del Dvd, la presenza di Francesco De Gregori è addirittura sorprendente. Da oggi i fans del Principe possono scegliere sul doppio cd "Mix" e sul dvd "Mix Film" che raccoglie tre anni di concerti. Ma il punto è un altro: improvvisamente, con l'approdo tecnologico, la consuetudine con canzoni arcinote e personaggi molto amati si fa ancora più forte. A cominciare proprio dall'autore di "Rimmel" e "Titanic".

De Gregori, sembra più rilassato di un tempo.

Me lo dicono tutti, quindi sarà vero, ma non so da cosa dipenda. Comunque, spero di rimanere sempre così. Lei dice che ero burbero? Forse sì, forse non mi andava di parlare con la stampa, poi è arrivato il disco con Giovanna Marini. Bisognava parlarne, correva il rischio di passare inosservato e ho cercato il confronto. E' andata bene: ho sentito un grande affetto nei miei confronti.

Diciamo ch'è rispettato da fans, colleghi, intellettuali.

Ne sono orgoglioso: in fondo non ho mai trattenuto nessuno con la forza ai miei concerti. E non sono nemmeno compiacente: se vado sul palco, è perché ho qualcosa da dire. Ma non penso di piacere molto agli intellettuali, che usano i cantanti come vuoti a perdere: per firmare appelli o per farli esibire in specifiche occasioni. E poi cosa vuol dire intellettuale? Io lo sono più di tanti altri che comunicano con dieci persone: perlomeno arrivo a moltissima gente.

E' difficile trovare le parole adatte, oggi?

Più di ieri. Le parole sono come le note musicali: non puoi trovarne all'infinito quando hai scritto canzoni che parlavano di certi argomenti. Non riscriverei né "Pablo" né "Rimmel". Non è un calo d'ispirazione, semplicemente non puoi ripeterti. Quando sei giovane, fai un disco all'anno. Dopo ti prendi più tempo.

Lei dice che tradurre la politica in canzone è difficile. Vale anche per la storia?

Dipende. Per me è stata di grande ispirazione: "Il cuoco di Salò", "La storia siamo noi", "Buffalo Bill". Ma dev'essere storia che ti brucia dentro, perché se devi fare un tema, meglio lasciar perdere. Si può anche scrivere sulla Rivoluzione francese, ma non mi interessa. Invece farlo sulla Repubblica di Salò mi ha coinvolto per tanti aspetti.

Oggi si sente ispirato?

No, proprio no, altrimenti starei scrivendo qualcosa. Nello stesso tempo, non si può fare canzoni da tutto ciò che ti colpisce.

Perché lei, come altri artisti italiani, sente l'urgenza di un dvd antologico?

Perché il mio mestiere è quello di un uomo che si dà, che si offre, e quindi anche un dvd su ciò che hai fatto negli ultimi tre anni fa parte del tuo esibizionismo. Tenga presente che non ho mai avuto molti passaggi in tv e che sono uno degli artisti meno fotografati che si conoscano.

La coerenza, in arte, paga?

Soprattutto chi ce l'ha. Paga se stessi, non so se in termini assoluti. A volte può diventare rigore estremo e allontanare la possibilità di essere capiti. Per me questa coerenza è semplicemente essere se stessi. Non chiedersi se verrai frainteso, se una canzone piacerà o se era meglio un'altra. A fare ciò che si ritiene giusto, il primo a essere remunerato è l'artista.

Sembra il ritratto di Bob Dylan.

Sì, ma io ammiro Dylan per quello che fa, non per la sua coerenza.

Le fa piacere far parte della colonna sonora di "Masked & Anonymous"?

Moltissimo, anche se non so come si possa giustificare la mia presenza o quella degli Articolo 31: credo che Dylan e il regista siano due pazzi.

Lei ha cantato nell'ultimo album di Venditti: un'amicizia oltre il mestiere?

Siamo due musicisti che fanno cose diverse, ma il rapporto personale non si è mai interrotto.

La sua assenza brilla in appelli come quello di Vasco Rossi sulla droga. Perché?

Perché mi tengo da parte. Voglio dire: mettiamo che mi chiedano una firma contro la mafia. Mi sembra scontato dire di sì, ma poi penso: che cavolo lo fanno a fare? Insomma, cerco delle scuse per non apparire in questi elenchi. Per dire come la pensa, uno che fa il mio mestiere ha già le canzoni. (intervista di Renato Tortarolo - IL SECOLO XIX - 20/11/2003)

 

da La Repubblica del 23.7.2003


Francesco De Gregori ANCHE GLI SCHIVI GIOCANO


Sono molto contento, superata una prima fase di stupore quando mi è stata chiesta dalla produzione del film l'autorizzazione del brano. Mi sfuggiva il senso complessivo dell'operazione: una mia cover insieme ad altre cover. Il disco, uscito in questi giorni, inizia con una band giapponese che canta una canzone in giapponese, assolutamente spiazzante come vedere il Colosseo alle Maldive ("My back pages"). Un effetto di totale spiazzamento acustico e linguistico. Come mettere il Partenone a Nashville. Ho capito che il senso della cosa è che Dylan ha dimostrato grande amore per le persone che in qualche modo hanno voluto incrociare il suo cammino musicale. Lui così schivo, assente, mai illuminato in faccia che non comunica al di là delle sue canzoni.
L'aver chiamato a raccolta una serie d'artisti rappresenta un'immagine più giocherellona di Dylan. Comunque la colonna sonora si giustifica con la visione del film. Non considero mia la canzone che è nel cd di Dylan, il fatto che sia piaciuta a lui mi riempie di gioia. E' un'operazione complessa e ardita. Dylan è un uomo che a 60 anni si diverte a giocare con la sua musica e si diverte ancora di più quando ci giocano gli altri. E questa per me è la cosa più bella.


 

De Gregori 4 concerti e il disco di Bob Dylan La Sicilia del 27.3.2003
 

L'estate scorsa ha giurato l'Italia in grandi teatri come quello di Taormina, con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron. Quest'anno è tornato "single" e va incontro al suo pubblico nelle piazze e nei campi sportivi. Francesco De Gregori, reduce dal successo del disco inciso con Giovanna Marini "Il fischio del vapore" va incontro al suo pubblico siciliano di aficionados con quattro serate: il 2 agosto a Zafferana Etnea (Anfiteatro della Villa comunale), il 3 in provincia di Ragusa a Vittoria (Fiera Emaia), il 4 a Brolo provincia di Messina (Campo sportivo), il 5 nel Trapanese a Santa Margherita Belice (piazza Matteotti).
Cosa canterà, si chiederanno i fans? I classici di sempre, sempre rivistati (c'è da giurarci) come "La donna cannone", "Rimmel" e "Buonanotte fiorellino". Ma probabilmente anche "Non dirle che non è così" (da "La valigia dell'attore"), tanto gradita al suo amico Bob Dylan che l'ha scelta fra le 14 canzoni della colonna sonora del film "Masked and Anonymus" del quale il menestrello del rock è anche interprete.
Proprio lunedì è arrivata nei negozi la colonna sonora del film "Masked And Anonymous", al quale Bob Dylan partecipa come musicista ma anche, per la prima volta dopo 16 anni, come attore. Nella colonna sonora sono contenute 14 canzoni di Bob Dylan, 4 delle quali eseguite dallo stesso menestrello del rock e scritte appositamente. E' risaputo che numerose star internazionali hanno rivisitato le canzoni di Bob Dylan: fra questi Shirley Caesar, Dixie Hummingbirds, The Grateful Dead, Los Lobos e il nostro Francesco De Gregori. "Non dirle che non è così" (da "La valigia dell'attore"), toccante rivisitazione di De Gregori di "If You See Her, Say Hello" (da "Blood On The Tracks") è presente nella colonna sonora del film che da domani sarà nelle sale statunitensi.
Ballate e ancora ballate che continuano a rappresentare il fil rouge che lega il "principe" alla sua stella polare, per così dire, quel Dylan verso il quale non ha mai negato d'essere debitore.
Ballate nell'ultimo disco, quello inciso con Giovanna Marini e intitolato "Il fischio del vapore", un disco che - considerando la sua natura popolare e il taglio decisamente sociale, ma anche - perchè no? - politico (e come definire "Bella ciao"?) è andato bene per quanto riguarda le vendite. Tutto va bene dunque e mentre lavora ad un nuovo disco, tutto suo, De Gregori ritorna al suo pubblico con i successi ormai classici. (Maria Lombardo).

De Gregori canta Dylan

Milano, 20 giugno 2003 - Francesco De Gregori (foto) canterà una canzone di Bob Dylan. Non dire che non è così, versione italiana di If You See Her, Say Hello, farà parte della colonna sonora del film Masked And Anonymous, pellicola che segna il ritorno di Dylan sul grande schermo. Il cd contiene quattordici canzoni di Dylan, quattro delle quali eseguite da lui stesso durante il film: Dixie, Diamond Joe, Cold Irons Bound e Down In The Flood. Le altre sono un tributo di artisti internazionali al grande folksinger. Spicca l'inedito City Of Gold, eseguito da Dixie Hummingbirds. Tra gli italiani, oltre a Francesco De Gregori, anche gli Articolo 31 compaiono nella track list. Il duo milanese interpreterà il classico Like A Rolling Stone. Dylan nel film interpreta il ruolo di John Fate, una star del cinema ormai in declino che esce di prigione in età avanzata per prendere parte a un concerto di beneficenza. Il film, diretto da Larry Charles, vede la partecipazione di numerose star di Hollywood tra cui Jeff Bridges, Penelope Cruz, John Goodman, Jessica Lange, Val Kilmer e Mickey Rourke. La pellicola sarà presentata a New York il 24 luglio e a Los Angeles il giorno seguente.

 

 

 

(Crane-Jacobs-Mogol-Gramitto Ricci)

A chi sorriderò se non a te. A chi se tu, tu non sei più qui.

Ormai e' finita, e' finita, tra di noi. Ma forse un po' della mia vita e' rimasta negli occhi tuoi.

A chi io parlerò, se non a te. A chi racconterò tutti i sogni miei.

Lo sai, m' hai fatto male lasciandomi solo così, ma non importa, io ti aspetterò.

A chi io parlerò se non a te. A chi racconterò tutti i sogni miei.

Lo sai m' hai fatto male lasciandomi solo così. Ma non importa, io ti aspetterò

Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare...benedico e ringrazio ...e maledico il mondo com'è...e mi domando perché... ...ti dovrei chiamare...tutte le volte che passi e ti fermi lontano... lontano da me.
Sarà come sarà, se sarà verosarà che mi nasconderai la fine del sentiero, però...ti leggo nel pensiero...
Le mie chiavi di casa puoi tenertele tu,per trovarmi una stanza ed un letto in affitto...non mi servono piùsarà che mi vedrai nascondermi, ...durante il temporale,e rialzare la testa e bestemmiare, quando torna il sole...
Sarà come sarà, ...se sarà vero, ...sarà come sarà......sarà che inciamperò da qualche parte e poiripartirò da zero......però... ...ti leggo nel pensiero...
...E chiedimi perdono per come sono...perché è così che mi hai voluto tu!Prendimi per il collo, prendimi per mano......che non mi trovo più.
Torno a casa la notte, ...e non mi lasciano entrareE nemmeno ci provo a chiamarti per nome, e nemmeno ci provo a bussare...Ma tu davvero sai prendere il miele ...e trasformarlo in pane......davvero sai pescare un uomo ...caduto nel mare...
Sarà come sarà, ...se sarà vero...Sarà come sarà, e mi vedrai ...davvero...Poco prima dell'alba, ...quando il buio è più nero... ...però...
Ti leggo nel pensiero...Ti leggo nel pensiero...Ti leggo nel pensiero...

 

 L’ho scritta su commissione per Ron, che è molto religioso.  
Il fatto di scrivere per terzi mi ha permesso di parlare di una cosa che 
non frequento, Dio.

Però, se mi obbligassero a fare  una scelta (stai dalla perte di chi crede o degli atei?),  direi che sono con quelli che credono, anche se nella  mia maniera totalmente confusionaria.".

 

 

Innamorato della musica oggi mi sento più libero"

Un nuovo cd, "Mix", un dvd con esibizioni dal vivo e videoclip segnano il ritorno in scena di Francesco De Gregori

La Repubblica – 9.11.2003 - di GINO CASTALDO

 

ROMA - De Gregori sorride. La luminosa giornata autunnale, nel quartiere Prati, dove abita, corrisponde perfettamente al suo nuovo stato d'animo. Anzi, la prima domanda la fa lui: "Tutto quello che avreste voluto sapere su De Gregori e non avete avuto il coraggio di chiedere?". Sì, certo, ma andiamo per ordine. Sta per uscire (il 21 di novembre) un insolito doppio album intitolato Mix, che contiene canzoni di repertorio, alcune recenti versioni live e un paio di sorprendenti cover. La prima, segno ulteriore di un nuovo e più disincantato corso del più austero dei nostri cantautori è A chi, l'intramontabile successo degli anni Sessanta di Fausto Leali.

Come le è venuta in mente un'idea così poco prevedibile?

"Quando abbiamo fatto il disco con Giovanna Marini, c'era un'atmosfera da band che vive in famiglia, e così una sera, finito il lavoro, ci siamo messi a suonare, io ho detto facciamo A chi, e al gruppo non è sembrato vero... e poi siamo non dico amici, ma le volte che ci siamo incontrati ci siamo stati simpatici. Io gli dicevo tu sei il "negro bianco" e io sono il "bianco stanco" e questo lo faceva tanto ridere".

Poi c'è I shall be released di Dylan, tradotta per l'occasione da De Gregori. Un omaggio alla grande guida?

"Sì, è l'unico vero inedito, nel senso che in questa vesione, con un testo nuovo, non era mai stata incisa".

A proposito di Dylan, anche Lei, spesso e volentieri rivisita i suoi brani. Il pubblico non si arrabbia?

"Intanto non è un atteggiamento che appartiene solo a Dylan. Anche il canto è strumento musicale quindi è anche rivisitazione, scansione ritmica, la canzone è una cosa viva. Intanto è una cosa mia, e quindi ne ho tutto il diritto, ma io amo e rispetto il pubblico, so di dovere tutto a loro, però odio quelli che vorrebbero che io cantassi come vent'anni fa, sono passati trent'anni e io sarei ipocrita a rifarla uguale. Sarebbe come dire a un chitarrista elettrico di fare sempre lo stesso assolo".

Dalle cover si comprende meglio che dietro il cantautore c'è anche un grande interprete?

"Un cantante sì, lo sono di sicuro. Anzi la parola cantante è sicuramente quella in cui mi identifico di più. Oggi mi sento più libero, penso di non dover dimostrare più nulla, e allora mi butto, se poi per caso la canto male, pazienza, ma ci provo...".

Questo succede perché è anche innamorato della musica?

"Assolutamente sì, della musica in generale. Sono curioso della musica di tutti. E sono stupito quando a volte uno che non mi piace, fa una bella cosa che mi incuriosisce. Succede con Moby, nulla di più distante da me, ma il suo disco l'ho consumato, oppure, non lo pensereste mai, con gli Articolo 31. A parte che mi è piaciuta la loro versione di Like a rolling stone, il loro nuovo singolo lo trovo geniale".

Che dire della sua fama di burbero, che l'ha accompagnata per anni?

"Quando si crea un irrigidimento da una parte, corrisponde un irrigidimento anche dall'altra. Basta un incidente di percorso, e se uno non ferma questo circolo vizioso possono passare due o tre anni di incomprensione".

Eppure sembrava proprio che non avesse voglia di parlare?

"Mah, se ripenso al passato, ci sono tante cose che non rifarei. Se devo pensare a quando ho fatto causa a Morandi, oggi mi sembra assurdo, ma ci sono momenti in cui ti viene di fare così. Di base c'è il fatto che non mi sono mai sentito parte del circo della mondanità, del mondo dello spettacolo, dell'essere simpatico a tutti i costi. In passato trovavo anche un po' vergognoso il momento in cui bisogna promuovere il proprio disco, oggi ho capito che non c'è niente di male".

In questa lunga fase di silenzio, c'è stato anche quello sulla politica, un riserbo assoluto. Forse pensava di dover parlare solo con la musica?

"Bisogna anche avere la sensibilità e le capacità per scrivere una canzone diretta su certe questioni. Invidio molto quelli che ci riescono. Il mio modo di scrivere versi è legato al non detto, all'accenno, all'allusione piuttosto che al manifesto, alla canzone col dito puntato. Io del resto non ho mai nascosto il mio essere consonante alla sinistra, se me lo chiedono in un'intervista dirò sempre che Berlusconi mi fa schifo e che voto a sinistra, ma tradurre tutto questo in una canzone è diverso. Ho fatto canzoni che prendevano di mira la contemporaneità politica, vedi La ballata dell'uomo ragno, ritratto impietoso di Craxi, ma anche lì non era immediatamente decifrabile. Nanni Moretti ha sorpreso tutti, anche me, essendo anche lui molto riservato, ma si vede che gli erano proprio girate le palle, e aveva assolutamente ragione, ma credo sia stato il frutto di un impulso, più che di un ragionamento".

Quando ha proposto L'attentato a Togliatti sembrava un allusione alla situazione attuale?

"No, sarebbe stato demenziale. Non c'erano messaggi criptati. Era solo l'amore per quel tipo di canzoni popolari. Come testimonia il fatto che dopo ho inciso un disco con Giovanna Marini, era un ritorno di innamoramento per quella tradizione, con un po' di fastidio, non lo nascondo, per il fatto che molta musica di altri paesi è diventata di moda nel nostro paese, quando poi noi abbiamo una tradizione straordinaria che viene ignorata".

Come si fa a trovare l'entusiasmo di continuare a fare canzoni senza soffrire di nostalgie?

"Considerando la musica come un magma continuamente trasformabile. E' un mestiere vivo, vivace, non ho nostalgie, anche se i miei pilastri sono tutti di epoche antiche, e certamente non riesco a sentire oggi i dischi con lo stesso affetto con cui sentivo Sg.t Pepper o Transformer".

Oggi nessuno più pensa che le canzoni possano salvare il mondo. E' un giusto ridimensionamento o è un peccato?

"No, è giusto. Nessuna canzone può salvare il mondo. Ma di sicuro le canzoni, così come i libri e i film modificano il mondo. Io sono perfettamente consapevole di fare cultura. Intendiamoci, così come la fa Gigi D'Alessio. Ognuno lo fa a suo modo".

Trent'anni dopo ha anche ritrovato la collaborazione con Venditti. Cosa è stato a riavvicinarvi?

"La verità, con tutto quello che si è detto, con presunte canzoni scritte per parlarci contro, è che noi non abbiamo mai litigato. Siamo sempre rimasti amici, magari a tratti ci siamo allontanati, ci piacevano meno le cose che l'altro faceva, ma un legame è sempre rimasto. Poi c'è stata la morte di Giorgio Lo Cascio, l'amico cantautore con cui avevamo condiviso i primi anni al Folkstudio. Questo ci ha unito di nuovo. E alla fine è venuta fuori l'idea della canzone. Mi sono divertito anche qui a rovesciare le aspettative. Comincia con 'Sono Antonello...' ma a cantare sono io".

 

 

Quelli come me dimenticati da radio e tivù

Francesco De Gregori torna con un cd. E parla dei suo inesauribile successo. Com'è possibile, nonostante non sia più tempo di cantautori?

DI GABRIELE FERRARIS

Un doppio cd, metà dal vivo, metà raccolta di canzoni storiche, registrazioni rare e un paio d'inediti (compresa un'estemporanea cover di A chi incisa durante le sessions de II fischio del vapore): con Mix in uscita il 21 novembre, anche Francesco De Gregori sta su un mercato che, mai come quest'autunno, vede il fiorire dei live d'autore, da Battiato a Mannoia. Una compilation, d'accordo: che però De Gregori ha curato personalmente, scegliendo i brani che, oggi, sente più suoi.

Un "autoritratto in musica" per tirare le somme, doppiata la boa dieci anni?

"Non enfatizzerei: la Sony mi ha semplicemente chiesto una bella raccolta di cose mie; però, a lavoro finito, riascoltare tutto quanto mi dà una sensazione...  non dico di completezza, ma mì sembra che questo disco rappresenti i miei cinquant'anni. A cinquant'anni uno è più saggio; o almeno finge di esserlo. In realtà, oggi mi sento anarchico, schizofrenico: e in questo, sì, Mix mi assomiglia. Io sono io, e faccio questo: con meno super-ego artistico, meno autocensura. È capitato anche con Io e mio fratello, la canzone che ho scritto per l'album di Venditti. Voglio dire: Antonello rappresenta un certo tipo di musica e, pur essendo amici, in altri tempi mi sarei fatto dei problemi. Adesso, a 52 anni, quando Antonello m'ha chiesto di lavorare con lui, mi sono detto: perché no? Il pezzo è bello, mi diverte, lo faccio".

Già, Antonello. Avete cominciato insieme, esattamente trent’anni fa: era il 1972 e voi pubblicavate Theorius campus il famoso album a metà, sei canzoni lei, sei Venditti Un disco che allora pochi ascoltarono. In radio, lo passava soltanto la mitica Per voi giovani. Allora, lei prevedeva che le canzoni sarebbero state la sua vita?

"No, non ci ho pensato finché non è arrivato il successo di Rimmel, e ho cominciato a mantenermi con la musica. Per i primi - cinque anni - gli anni di Alice non lo sa e del disco della pecora - la musica era una storia parallela: facevo l'università, studiavo storia con De Felice, mi piaceva, e immaginavo che sarei diventato professore, maestro, giornalista, un mestiere comunque legato alla parola. Poi le canzoni hanno preso il sopravvento. Certo, ho avuto la battuta d'arresto dopo il processo del Palalido: questo mestiere mi sembrava troppo difficile e complicato. Sono stato fermo due anni e ho avuto qualche ripensamento: quasi quasi mi rimetto sulla strada "buona", mi dicevo. È andata com'è andata".

E oggi, come vive il suo lavoro?

"Ho più consapevolezza di ciò che so, e quindi posso, fare. Se azzardo un esperimento come Il fischio del vapore e la gente lo accetta, allora capisco che anche la provocazione, il cambiamento, è parte del mio lavoro. Lo stesso vale per la band: una volta non era importante, per me il cantautore era voce e chitarra. Adesso la band è centrale nei concerti: è una novità, però funziona. Lo stesso vale per gli arrangiamenti. Odio chi mi dice: perché non fai Rimmel come una volta? È gente che avrebbe voluto che morissi venti o venticinque anni fa. Mi piace invece pensare che c'è un pubblico che ha amato quelle canzoni, ma adesso si diverte a scoprirle diverse: perché io ho continuato a vivere, quindi sono cambiato. Non è tanto importante il rispetto di ciò che posso essere stato ai tempi di Pablo, o Rimmel... Sono un musicista vivo oggi, nel 2003. E in trent'anni ho imparato molto: per esempio, la gioia di suonare con gli altri musicisti. È una conquista recente. Prima ero tecnicamente inesperto, e quindi insicuro".

La critica la preoccupa meno, rispetto al passato?

"Una volta mi davano fastidio quelli che, con l'aria di chi la sa lunga, mi facevano domande del tipo: ma Pablo è vivo o Pablo è morto? Significava non voler capire ciò che facevo. Però il problema grosso era la mia autocritica: mi sentivo un "kantautore" col K. Ora mi considero un cantante, e mi sta bene così".

Ogni cantante si deve confrontare con la discografia È un problema, per lei?

"No: i discografici hanno sempre rispettato quello che volevo fare, e io ho sempre cercato di capire il loro lavoro. Non li ho mai considerati un nemico, ma un interlocutore: gli dai un prodotto da vendere e loro cercano di venderlo al meglio. Un rapporto corretto fra autore ed editore. Ci sono stati incidenti di percorso, ma mentirei se dicessi che ho cantato una nota che non volevo cantare".

Quindi, non rinnega nulla?

"No, direi di no. Ecco, alcune cose le amo meno, sono venute meno bene. Un disco che non rifarei, oggi, è Prendere e lasciare, l'album del '96 che mi produsse Corrado Rustici: non lo rifarei in quel modo, voglio dire. Era un momento strano della mia vita, per tanti motivi, e Rustici ha una musicalità molto coinvolgente che secondo me ha schiacciato un po' le canzoni, per cui non le riconosco...".

Tra i nomi nuovi della musica italiana, c'è chi l'ha colpita?

"Mah... A pelle, mi è simpatico Cesare Cremonini. Però non è un giudizio artistico. Davvero, non vedo in giro voci davvero interessanti. C'è Erykah Badu, di sicuro; degli italiani, Dalla resta tra i miei preferiti. In realtà non ascolto tantissimi dischi. La radio sì, come tutti: e sento cose che non sopporto, mi rendono furioso. La maggior parte della musica italiana mi sembra una musica per bambini, fatta da bambini con dietro produttori furbacchioni che riescono anche a mettere la sordina sui talenti che sicuramente ci sono. Fanno tutti lo stesso suono, imitano, copiano. Per carità, io ho copiato Dylan: ma le copiature che sento in giro negli arrangiamenti, nei suoni, sono molto più colpevoli...".

Ai suoi concerti il pubblico è in gran maggioranza di giovani: nonostante tutto, hanno ancora bisogno di una certa musica?

"Nessuno ha "bisogno" della musica, non è una cosa come il pane... I giovani hanno antenne dappertutto, e quelli che vengono ai miei concerti sono gli stessi che vanno ai concerti di altri musicisti che magari io non amo. Quando saluto la gente dal palco dico: grazie per aver fatto tutta questa strada E non mi riferisco soltanto ai due chilometri di fila per parcheggiare l'auto; ma anche la strada, tortuosa, che devi seguire per farti piacere una canzone come La donna cannone o L'agnello di Dio, perché la musica mia e di altri come me oggi è rimossa dalle radio, dalle tivù... Così, se mi ritrovo davanti persone di sedici vent'anni, mi chiedo: ma chi gliel'ha detto che esisto? La musica, evidentemente, passa in maniera carsica, anche se non trova spazio sui media".

Una rimozione dettata dalla pregiudiziale "giovanilista"?

"Artisticamente c'è gente vecchia a 25 anni, e gente che a 60 è fresca. Poi magari uno si illude, pensa di essere attuale e non lo è. Ma questo non c'entra con il giovanilismo obbligatorio delle radio, di Mtv, per cui se tu hai superato una certa età anagrafica... lo potrei anche scrivere la nuova Satisfaction, ma non mi si fila, perché sono De Gregori, ho 52 anni, è impossibile che io faccia qualcosa che cambi la musica di oggi".

Così, quando scrive una canzone...

"Scrivo canzoni nuove quando mi vengono, e se penso che siano interessanti. Ma trovo altrettanto creativo rifare quelle vecchie, dal vivo, ogni volta in maniera diversa. Più si va avanti più diventa difficile scrivere: certe cose già le hai dette, rischi di ripeterti. Non ci metterei niente a scrivere dieci canzoni a sfondo sociale, ma non mi interessa: le ho già fatte. Che devo aggiungere? Che non mi piace Berlusconi? Sai che scoperta. Quanto all'amore... Non posso scimmiottarmi e fare il Rimmel del cinquantenne. Allora ero contemporaneo agli amori adolescenziali, oggi non lo sono più. A 50 anni puoi scrivere una canzone d'amore, ma è amore adulto, non adolescente. Chissà, forse un giorno scriverò una canzone sull'amore senile... Non si può mai sapere: nessuno aveva mai scritto una canzone d'amore su una donna grassa e brutta, e poi è venuta fuori La donna cannone...".

Un testo per il quale si è usata la parola "poesia". Termine che lei non accetta, applicato al suo lavoro. Quest'estate, quando le hanno chiesto un parere sulla candidatura di Dylan al Nobel per la letteratura, lei ha risposto che chi aveva avuto una simile pensata non capiva nulla né di canzoni, né di letteratura.

"Ma sì, Dylan è grande per ciò che è, che senso avrebbe mettergli addosso un'altra etichetta?

Io, poi, ho talmente rispetto per la poesia, per la letteratura... No, poeta è un altro mestiere. Io sono un cantante. Sto qui oggi, ho questa bella casa e la gente mi viene a sentire, perché so cantare: non perché ho scritto delle belle parole. Tutto passa attraverso la voce, il suono. L'ho capito negli ultimi anni: il mio mestiere è basato sul suono, come quello del regista è basato sull'immagine, e quello del poeta è basato sulla parola. Era così anche quando non ne ero cosciente e pensavo di essere qualcuno perché scrivevo delle belle parole. La parola è un arnese del mio lavoro, e guai se non sapessi usarla; però il succo di quello che faccio è il suono".

Quindi, in Mix, lei ha messo A chi per il suono...

"Assolutamente: è nata suonando. Anche il testo è bellissimo, però se non suonasse bene non mi sarei divertito a cantarla".

Alcune sue canzoni potrebbero essere scritte oggi: penso a Penthatlon, Viva l’Italia, Bambini venite parvolus con quel verso "legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila"... Non sarà questa la ragione per cui tanti giovani l'ascoltano oggi? La considerano una specie di maestro, un profeta...

"Magari in quel momento hanno bisogno di un papà, di un fratello maggiore, di un nonno... chi lo sa? Per me, se stanno lì e hanno pagato il biglietto, è per il suono. Un profeta puoi andarlo a sentire una volta e basta... Se stanno lì fino alla fine del concerto è perché gli piace la voce, la band... E, certo, anche il suono delle parole. Magari dicono: ah, De Gregori - o Guccini, che è un altro che mette delle grandi cose nelle canzoni - a noi piace perché ci illumina la strada, ci dice come dobbiamo fare. Ma non puoi prendere le mie parole o le parole di Guccini o dei Nomadi e metterle su un manifesto e dire: venite al concerto che vi racconto queste cose. In realtà se non ci fosse un suono, dietro, non se ne accorgerebbe nessuno".

È interessante che lei citi i Nomadi, a questo proposito.

"Augusto Daolio mi piaceva tantissimo, come cantante. Una volta, ero proprio agli esordi, andai a fare un concerto a Novellara: ero raffreddato, avevo la febbre, il pomeriggio entrai in un bar e dentro ci trovai Augusto e io, non dico che mi prostrai ai suoi piedi, ma insomma... Non ci potevo credere: ero lì, un signor nessuno, e il grande Augusto Daolio, che probabilmente manco mi conosceva, parlava con me ... I Nomadi sono stati importantissimi per me e credo che continuino il loro discorso con dignità. Però sento molto la mancanza di Augusto".

Pensa mai alla morte?

"Sì, ci penso. A quest'età cominci a vedere la gente intorno a te che se ne va... Più che la morte, però, è terribile la pre-morte: la malattia, gli affanni, il dolore di chi ti è vicino. La morte, in sé, è possibile considerarla con una certa serenità: a mente fredda, almeno. Anche se non hai la fede, puoi accettarla in termini filosofici. In ogni caso, io non riesco a immaginare la morte come la fine assoluta. Non mi sono mai dichiarato ateo con leggerezza, pur se non condivido nulla dei rituali della Chiesa cattolica. E definirmi ateo non mi piace: mi sembra quasi una brutta parola". ..

 

 

 

Non voglio ripetermi

De Gregori a Napoli si racconta: 30/06/2003.

(AGENEWS) NAPOLI - Prima del concerto assieme a Giovanna Marini tenuto all’ex Italsider di Napoli nel festival "Lo Sguardo di Ulisse", Francesco De Gregori ha incontrato la stampa rilasciando una lunga – e imprevedibile – intervista. Solitamente restio alle domande, il cantautore nell’occasione ha parlato del suo prossimo disco, dell’album "Il fischio del vapore", di Franco Battiato e della Siae. Eccellendo, poi sul palco, con una serie di aneddoti esilaranti legati alle canzoni cantate nell’album con la Marini.

"Quando hai scritto tanti album quanti ne ho fatti io devi stare attento a quello che fai. Non puoi scrivere sciocchezze, non puoi ripeterti. Perciò adesso non sto scrivendo nulla, del resto sono in tour da quattro anni: prima solo con la mia band. Poi con il quartetto, poi con Giovanna. La mia casa discografica non mi mette fretta, quindi il mio pubblico deve pazientare un pochino".

Su Battiato e la questione Alleanza Nazionale, invece, mentre la Marini commentava "e che gli è successo?", Francesco De Gregori si è espresso così.

"Che Battiato vada a suonare per AN non mi stupisce affatto. Lui è sempre stato oltre la politica, e quindi questa scelta dimostra la sua coerenza. Non ci trovo niente di scandaloso. Si deve parlare di scandalo quando un artista tradisce il suo pubblico, mette biglietti altissimi per i suoi concerti e scrive canzoni brutte".

Infine un po’ di battute sulla Siae e retroscena delle canzoni dell’album in duo.

"Ammetto di non aver votato alle recenti elezioni per la Siae. Ci capisco poco, anche se so che succedono spesso liti per accumuli ingiusti: ogni sei mesi aspetto quel foglietto con i diritti d’autore, ma non so dire bene se sono tra i privilegiati o tra i derubati". (AGE)

 


ROMA - De Gregori sorride. La luminosa giornata autunnale, nel quartiere Prati, dove abita, corrisponde perfettamente al suo nuovo stato d'animo.

Anzi, la prima domanda la fa lui: "Tutto quello che avreste voluto sapere su De Gregori e non avete avuto il coraggio di chiedere?".

Sì, certo, ma andiamo per ordine. Sta per uscire (il 21 di novembre) un insolito doppio album intitolato Mix, che contiene canzoni di repertorio, alcune recenti versioni live e un paio di sorprendenti cover. La prima, segno ulteriore di un nuovo e più disincantato corso del più austero dei nostri cantautori è A chi, l'intramontabile successo degli anni Sessanta di Fausto Leali.

Come le è venuta in mente un'idea così poco prevedibile?

"Quando abbiamo fatto il disco con Giovanna Marini, c'era un'atmosfera da band che vive in famiglia, e così una sera, finito il lavoro, ci siamo messi a suonare, io ho detto facciamo A chi, e al gruppo non è sembrato vero... e poi siamo non dico amici, ma le volte che ci siamo incontrati ci siamo stati simpatici. Io gli dicevo tu sei il "negro bianco" e io sono il "bianco stanco" e questo lo faceva tanto ridere".

Poi c'è I shall be released di Dylan, tradotta per l'occasione da De Gregori. Un omaggio alla grande guida?

"Sì, è l'unico vero inedito, nel senso che in questa vesione, con un testo nuovo, non era mai stata incisa".

A proposito di Dylan, anche Lei, spesso e volentieri rivisita i suoi brani. Il pubblico non si arrabbia?

"Intanto non è un atteggiamento che appartiene solo a Dylan. Anche il canto è strumento musicale quindi è anche rivisitazione, scansione ritmica, la canzone è una cosa viva. Intanto è una cosa mia, e quindi ne ho tutto il diritto, ma io amo e rispetto il pubblico, so di dovere tutto a loro, però odio quelli che vorrebbero che io cantassi come vent'anni fa, sono passati trent'anni e io sarei ipocrita a rifarla uguale. Sarebbe come dire a un chitarrista elettrico di fare sempre lo stesso assolo".

Dalle cover si comprende meglio che dietro il cantautore c'è anche un grande interprete?

"Un cantante sì, lo sono di sicuro. Anzi la parola cantante è sicuramente quella in cui mi identifico di più. Oggi mi sento più libero, penso di non dover dimostrare più nulla, e allora mi butto, se poi per caso la canto male, pazienza, ma ci provo...".

Questo succede perché è anche innamorato della musica?

"Assolutamente sì, della musica in generale. Sono curioso della musica di tutti. E sono stupito quando a volte uno che non mi piace, fa una bella cosa che mi incuriosisce. Succede con Moby, nulla di più distante da me, ma il suo disco l'ho consumato, oppure, non lo pensereste mai, con gli Articolo 31. A parte che mi è piaciuta la loro versione di Like a rolling stone, il loro nuovo singolo lo trovo geniale".

 

Che dire della sua fama di burbero, che l'ha accompagnata per anni?

"Quando si crea un irrigidimento da una parte, corrisponde un irrigidimento anche dall'altra. Basta un incidente di percorso, e se uno non ferma questo circolo vizioso possono passare due o tre anni di incomprensione".

Eppure sembrava proprio che non avesse voglia di parlare?

"Mah, se ripenso al passato, ci sono tante cose che non rifarei. Se devo pensare a quando ho fatto causa a Morandi, oggi mi sembra assurdo, ma ci sono momenti in cui ti viene di fare così. Di base c'è il fatto che non mi sono mai sentito parte del circo della mondanità, del mondo dello spettacolo, dell'essere simpatico a tutti i costi. In passato trovavo anche un po' vergognoso il momento in cui bisogna promuovere il proprio disco, oggi ho capito che non c'è niente di male".

In questa lunga fase di silenzio, c'è stato anche quello sulla politica, un  riserbo assoluto. Forse pensava di dover parlare solo con la musica?

"Bisogna anche avere la sensibilità e le capacità per scrivere una canzone diretta su certe questioni. Invidio molto quelli che ci riescono. Il mio modo di scrivere versi è legato al non detto, all'accenno, all'allusione piuttosto che al manifesto, alla canzone col dito puntato. Io del resto non ho mai nascosto il mio essere consonante alla sinistra, se me lo chiedono in un'intervista dirò sempre che Berlusconi mi fa schifo e che voto a sinistra, ma tradurre tutto questo in una canzone è diverso. Ho fatto canzoni che prendevano di mira la contemporaneità politica, vedi La ballata dell'uomo ragno, ritratto impietoso di Craxi, ma anche lì non era immediatamente decifrabile. Nanni Moretti ha sorpreso tutti, anche me, essendo anche lui molto riservato, ma si vede che gli erano proprio girate le palle, e aveva assolutamente ragione, ma credo sia stato il frutto di un impulso, più che di un ragionamento".

Quando ha proposto L'attentato a Togliatti sembrava un allusione alla situazione attuale?

"No, sarebbe stato demenziale. Non c'erano messaggi criptati. Era solo l'amore per quel tipo di canzoni popolari. Come testimonia il fatto che dopo ho inciso un disco con Giovanna Marini, era un ritorno di innamoramento per quella tradizione, con un po' di fastidio, non lo nascondo, per il fatto che molta musica di altri paesi è diventata di moda nel nostro paese, quando poi noi abbiamo una tradizione straordinaria che viene ignorata".

Come si fa a trovare l'entusiasmo di continuare a fare canzoni senza soffrire di nostalgie?

"Considerando la musica come un magma continuamente trasformabile. E' un mestiere vivo, vivace, non ho nostalgie, anche se i miei pilastri sono tutti di epoche antiche, e certamente non riesco a sentire oggi i dischi con lo stesso affetto con cui sentivo Sg.t Pepper o Transformer".

Oggi nessuno più pensa che le canzoni possano salvare il mondo. E' un giusto ridimensionamento o è un peccato?

"No, è giusto. Nessuna canzone può salvare il mondo. Ma di sicuro le canzoni, così come i libri e i film modificano il mondo. Io sono perfettamente consapevole di fare cultura. Intendiamoci, così come la fa Gigi D'Alessio. Ognuno lo fa a suo modo".

Trent'anni dopo ha anche ritrovato la collaborazione con Venditti. Cosa è stato a riavvicinarvi?

"La verità, con tutto quello che si è detto, con presunte canzoni scritte per parlarci contro, è che noi non abbiamo mai litigato. Siamo sempre rimasti amici, magari a tratti ci siamo allontanati, ci piacevano meno le cose che l'altro faceva, ma un legame è sempre rimasto. Poi c'è stata la morte di Giorgio Lo Cascio, l'amico cantautore con cui avevamo condiviso i primi anni al Folkstudio. Questo ci ha unito di nuovo. E alla fine è venuta fuori l'idea della canzone. Mi sono divertito anche qui a rovesciare le aspettative. Comincia con 'Sono Antonello...' ma a cantare sono 

 

 

COMUNE DI SABAUDIA: LICENZIATA PER L'ABBIGLIAMENTO DI SINISTRA
Sabaudia/La decisione della presidente dell'associazione che gestisce i musei. Schintu si dissocia. L'Ulivo insorge.
E' di sinistra: studentessa licenziata "Ha idee diverse da quelle del sindaco e le manifesta anche nel vestire"
di MONICA FORLIVESI
E' stata licenziata perché le sue idee politiche sono diverse da quelle del sindaco di Sabaudia e perché anche nell'abbigliamento esprime il suo essere di sinistra.
Non è una battuta, non è successo neppure qualche decennio fa, la lettera di licenziamento è datata 30 luglio 2003. A scriverla la presidente di "Sabaudiartis", Biancamaria Poli, a riceverla è una studentessa, Veronica Tecchio. Ecco alcuni passaggi: "Comunico con rincrescimento che, dalla data odierna, viene revocato il suo incarico all'interno delle strutture museali di Sabaudia (gestite dall'associazione per conto del Comune, ndr)". Poi vengono elencati i motivi, si parla di incapacità "ad affrontare incarichi faticosi e ripetitivi", del fatto che non è iscritta all'associazione, che lo staff era già al completo quando le è stato affidato l'incarico, quindi gli ultimi due punti: "ha rivelato idee chiaramente avverse al primo e principale datore di lavoro, che è il sindaco del Comune di Sabaudia, rivelando incompatibilità a svolgere qualsiasi tipo di attività all'interno delle strutture comunali" e "manifesta anche nell'abbigliamento le sue idee politiche, mentre l'associazione è apolitica e apartitica".
Le reazioni non si sono fatte attendere. Roberto Lessio, presidente della Legambiente di Latina, sottolinea che l'abbigliamento "incriminato" "è una maglietta con la scritta "Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai", riferita a una canzone in cui un amante dichiara alla sua amata che l'aspetterà per sempre nonostante il trascorre degli anni". Si tratta di un brano di Francesco De Gregori, sottolinea Lessio "noto comunista" e aggiunge: "Per evitare polemiche dichiaro di possedere una maglietta con la scritta "Vola solo chi osa farlo"; puntualizzo che è riferita al libro di Sepùlveda "La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare" e non è una provocazione in riferimento all'approvazione dell'aviosuperficie realizzata abusivamente in zona di rispetto integrale nel Parco del Circeo".
Intanto i consiglieri comunali dell'Altra Sabaudia per l'Ulivo hanno scritto al Prefetto illustrando "a quasi 60 anni dal ritorno della democrazia in Italia come persistano o riaffiorino incresciosi fenomeni di intolleranza e di discriminazione a causa delle idee politiche professate". E chiedono al rappresentante del governo di inviare la lettera al ministro degli Interni. Omar Sarubbo, segretario provinciale della Sinistra giovanile, alla quale è iscritta Veronica, esprime sconcerto e annuncia iniziative sia politiche sia legali. "Inoltre l'onorevole Sesa Amici - dice Sarubbo - presenterà un'interrogazione alla ripresa dei lavori del parlamento sia al ministro del Lavoro sia al ministro dell'Interno".

 

 

Nel booklet del disco c’è una foto con almeno una ventina di chitarre di tutti i tipi in bella mostra su un tappeto: "E quelle non sono nemmeno tutte quelle che abbiamo usato. Sono due terzi, tutte non ci stavano", dice entusiasta De Gregori.

Così come c’è una ancor più bella foto di Marco Rosini, il bravissimo mandolinista che dà a tutto il disco un tocco di classe in più, scomparso improvvisamente il 30 dicembre scorso a soli 40 anni (vedi box in questa pagina). "Un altro mandolinista non ho avuto il coraggio di prenderlo. Allora ho preso la pedal steel che è anche quella uno strumento non solo da Grand Ole Opry. Il mandolino è uno strumento che a torto è considerato tipico della musica country, invece si fonde bene con qualsiasi sonorità. Uno che ne ha fatto un ottimo uso nella musica rock è stato Rod Stewart, vedi la sua Mandolin Wind".

Marco Rosini ha fatto anche di più per De Gregori. Ha contribuito a una delle sue più belle cover di sempre, Come il giorno, versione italiana della dylaniana I Shall Be Released: "Era il pezzo preferito di Marco. Quando lui sentì la mia traduzione di If You See Her, Say Hello mi suggerì di tradurre anche I Shall Be Released. Il mandante è stato lui. Un pomeriggio mentre eravamo in tournée cominciai a buttare giù la traduzione. Poi l’abbiamo suonata pensando entrambi alle tante versioni fatte da Dylan dal vivo. Ho visto che sul qualche sito dylaniano hanno criticato la mia traduzione, ma versi come ‘Any day now any day now I shall be released’ sono intraducibili".

Come il giorno è invece una versione azzeccatissima, non solo liricamente ma anche musicalmente, in cui la bad di De Gregori mostra tutto il suo altissimo livello, riproducendo le intricate trame sonore del Bob Dylan live.

A proposito di cover dylaniane, è impossibile non chiedergli dell’inclusione nella colonna sonora di Masked & Anonymous, della sua Se la vedi dille ciao, un’altrettanto splendida resa di If You See Her, Say Hello: "Un giorno dalla Sony mi chiedono l’utilizzo di questo brano. Io pensavo fosse uno scherzo. Mi dicono: guarda che Bob Dylan vuole mettere nel suo disco la tua versione di If You See Her. Mah… Invece dopo un po’ mi arriva questo disco con su addirittura uno sticker per il mercato europeo col mio nome. Un bel colpo al cuore, capirai… Pensa che il film non l’ho neanche visto".  


Tutti filologi per De Gregori preferiscono la geografia alle sue licenze poetiche
Caro direttore, non vorrei passare per l'avvocato difensore di Francesco De Gregori (sa benissimo difendersi da solo, anche stando zitto), ma per la seconda volta in pochi giorni mi ritrovo a prendere le sue parti. Evidentemente il cinquantenne cantautore, benché ammorbidito dall'età e acquietato da un successo popolare che sembra non sfiorire, continua a risultare antipatico a molti scribi. Due martedì fa il Riformista, inserendolo tra gli "spompati", l'ha rimproverato di "sputare in faccia al proprio passato" per il solo fatto di stropicciare dal vivo, mutando l'arrangiamento, ritoccando il tempo e sfalsando il cantato, alcune delle sue ballate più leggendarie. Adesso il "Foglio", in una corrispondenza di prima pagina sul nuovo film di Bob Dylan, "Masked and Anonymous", sfotticchia De Gregori, accusandolo di aver tradotto malamente in italiano una delle due "più struggenti e meno enigmatiche canzoni d'amore": e cioè "If you see her, say hello" (1974). Principale prova a carico: "Peccato che la traduzione sostituisca la fatata Tangeri (dove nell'originale è scappata la donna perduta da Bob) con la più dozzinale Tunisia, solo per far rima con "se n'è andata via"".
Ora, a parte il fatto che la rima, in "Non dirle che non è così", è con "salutala dovunque sia" e non con "se n'è andata via", tutto si può dire di quella versione, inserita come bonus nel doppio cd "La valigia dell'attore" (1997), ma non che maltratti il testo originario. Anzi ne restituisce pari pari - con grazia poetica e italica fantasia - il malinconico sentimento amoroso. Ne so qualcosa, mi scuso per il riferimento personale, perché a quella registrazione partecipai suonando il Dobro, che poi sarebbe una specie di chitarra slide dal suono melodioso e ruffiano. Ricordo lo scrupolo quasi maniacale con il quale De Gregori si avvicinò alla canzone, rifinendo per giorni il testo, la scansione delle parole, l'arrangiamento essenziale, in modo che il sapore dylaniano non andasse perso. Dal numero delle strofe (cinque) allo stile dei singoli versi (una lettera amorosa a una donna affidata alle parole di un amico), tutto torna, a partire dall'incipit fedelissimo, che recita "Se la vedi dille ciao", appunto "If you see her, say hello".
Che poi, per evidenti esigenze di rima, Tangeri diventi Tunisia, be' non mi sembra una gran colpa, ma tanto basta al "Foglio" per sottolineare maliziosamente che "la Leggenda Vivente punisce De Gregori sfumandolo nel film dopo pochi secondi" (se la versione faceva talmente schifo perché inserirla addirittura nel cd tratto dal film?). Da Ron ai Dik Dik, da Mina ai Camaleonti, non si contano le versioni in libertà di gettonatissimi motivi inglesi o americani. Ma sfido chiunque a dare a De Gregori del "cattivo traduttore". Vedo che, in una letterina al Foglio, Guia Soncini prende le difese del cantautore. Da parte mia, consiglierei all'estensore del pezzo di rileggere la prima strofa della canzone incriminata: in inglese suona "She might think that I've forgotten her, don't tell her isn't so", in italiano "E se credi che l'abbia scordata, non dirle che non è così". Si può essere più fedeli di così?
Ho riascoltato proprio ieri "Non dirle che non è così" e mi è piaciuta moltissimo. 14.8.2003
http://www.maggiesfarm.it/

 

 

 

MIO FRATELLO BELLO

È il 1978: sei anni sono passati dal Folkstudio e “Theorius Campus”, signore aquilone e signore che bruciano, sore Rosa e Roma capoccia, e le strade di Antonello Venditti e Francesco De Gregori si sono divise, a posteriori possiamo dire per sempre, se si esclude qualche cortesia per gli ospiti. Entrambi reduci dalle loro brave contestazioni (prima del ’78, come sanno anche i bambini, c’è stato il ’77), Anto è un cantautore di successo nazional-popolare che deve ritrovarsi, Fra un cantautore meno popolare dal crescente successo.

Le strade si sono divise, dicevamo, ma non solo: come succede nelle migliori famiglie, Anto e Fra sono andati oltre, coinvolgendo il pubblico nelle loro - si può dire? - piccole miserie. Così, un po’ come John Lennon con Paul McCartney (“How do you sleep?”, ricordate?, con Lennon che dà a Macca del dormiglione), in “Rimmel” Fra aveva attaccato con parole e musica l’amico e compagno di un tempo, accusato in “Piano bar” di essere un “uomo di poca malinconia” che “nella punta delle dita” ha “poco jazz” e “vende a tutti quel che fa”, insomma, “solo un pianista di piano bar” che suonerà e canterà “fin che lo vuoi sentire”; in “Quattro cani” è invece il bastardo “che conosce la fame e la tranquillità”.

Ebbene, Anto approfitta di “Sotto il segno dei pesci”, il primo album inciso per la nuova casa discografica (lasciata la Rca, dopo due anni di silenzio è approdato alla Polygram), per rispondere a Fra. E dove Fra, l’abbiamo appena visto, non aveva badato a spese, in “Francesco” - s’intitola proprio così - Anto ricuce con delicatezza: “scusa Francesco/proviamo ancora/e con le ali spezziamo il filo”, “suoniamo ancora l’ultima volta/senza rimpianti, senza paura/come due amici antichi”. È il Venditti anche musicalmente intimista, meno di successo e però molto più rispettabile. E di “Francesco”, curiosamente l’unico brano dell’album non arrangiato da Antonello, ritroveremo qualche eco ne “La donna cannone” (“due aquiloni strappati che non volano più”, Anto; “E senza fame senza sete e senza ali senza rete voleremo via”, Fra) e qualche nota ne “La leva calcistica della classe '68” (ma in questo caso De Gregori si sarebbe soprattutto ispirato, o per dirla tutta avrebbe brutalmente saccheggiato “The greatest discovery”, un brano del 1969 di Elton John, artista che peraltro lo stesso Antonello non ha mai fatto mistero di avere preso in qualche modo a modello).

Ma non ci sono soltanto “Francesco” e Francesco in “Sotto il segno dei pesci”: ci sono canzoni meritatamente ma anche immeritatamente famose come la title track e “Bomba non bomba” (e chissà perché Sasso Marconi e Roncobilaccio fanno venire in mente il “Grande raccordo anulare”?); le cugine di “Lilly”, “Sara” e “Giulia”; c’è l’ancora attuale “Il telegiornale” (“così spettacolare” e “così obbiettivamente imparziale”, “tra una smentita e l’altra e un sorriso ministeriale”: visto che alla fine nulla è cambiato?). Nel filone sommesso, nota di merito per la delicata “Chen il cinese” (non sarà mica la Sars quel “muto assassino”?), mentre in chiusura arriva la pretenziosa “L’uomo falco”.

Il tutto è ben prodotto da Michelangelo Romano, ben copertinato da Mario Convertino, ben cantato da Antonello e ben suonato da musicisti poco conosciuti come i chitarristi Renato Bartolini, Rodolfo Lamorgese, Claudio Prosperini, Andrea Carpi e Pablo Romero, il bassista Marco Vannozzi e il sassofonista Marco Valentini, guest star il violinista Carlo Siliotto e il batterista Marcello Vento (insieme nel Canzoniere del Lazio), ma soprattutto il tastierista dei Goblin Claudio Simonetti. Alla fine del ’78, “Sotto il segno dei pesci” risulterà il terzo album più venduto dell’anno, e “scusa Francesco/se ti ho rubato/rubini puri dalle tue tasche”.

(Ivano Rebustini) da Rockol 11 Maggio 2003

VENDITTI: NOI, SOSIA IN UNA DEMOCRAZIA-ALIBI
Che fantastica storia è la vita è il nuovo album del cantautore romano. Ospiti d'eccezione, Francesco De Gregori e il sax di Gato Barbieri. Nel titolo del disco, le chiavi per immergersi nelle canzoni, tra esistenze di "prima, seconda e terza classe".
di Paolo Gallori
Antonello Venditti è ancora tra noi. Dopo tre anni di silenzio - discografico, si intende -, torna con un nuovo album e dimostra di non aver perso l'entusiasmo, la voglia di raccontarsi a livello personale come di guardarsi intorno impugnando la sua lente. Che fantastica storia è la vita è un album umanissimo, vissuto su passaggi musicali ed emozionali che passano dallo struggimento al graffio irriverente senza scompensi. Nel titolo le due parole chiave, le coordinate per immergersi nelle nuove canzoni senza paura di sbagliare: storia e vita. Vita è l'abbraccio con Francesco De Gregori, con lui protagonista di un divertente duetto, Io e mio fratello, così scanzonato da suonare come una versione aggiornata del classico Louie Louie. Vita è il sax di Gato Barbieri, che scalda l'album con i suoi assoli. Vita è raccontare vite, come nella title-track. Quanto alla storia, quella, come sempre, siamo noi.
Che Fantastica cosa è la vita…
E' un titolo ambiguo: la vita è una cosa meravigliosa, esistono vite di prima classe, seconda, terza. Ma la vita è anche sorprendente. In realtà, quella canzone è tutto quello che non è detto: sono quattro storie, ma io ne ho scritte 200 e ho scelto quelle che meglio davano un senso ai miei pensieri. C'è la famiglia, il padre e il figlio, quattro idee e condizioni diverse della vita: la condizione della donna, dell'arte, della libertà, il rapporto con Dio e con la vita stessa. E' una vita bambina, che non si chiede nulla. Aisha, che si salva tra 4mila persone, non chiede nulla, se non di essere salvata.
Nella galleria di personaggi c'è lei, il cantautore, ma c'è anche Gesù…
E' un'idea laica del Cristo: l'uomo tra gli uomini, uno dei tanti, che vuole sentire la voce dei suoi genitori terreni, mentre la voce che sta all'aldilà lo ha abbandonato. Gli affetti che ha sono quelli di Giuseppe, di Maria, dei suoi amici, che piangono per lui sotto la croce. Rispecchia le dimensioni della nostra vita: non è che siamo tutti i giorni completamente laici, cattolici, buoni o cattivi. Ognuno di noi vive tante emozioni, belle e brutte, cose che qualcuno chiama vita. E questo è il disco di uno che ha vissuto tante esperienze, di tutti i tipi, fatte in tanti anni. E che, alla fine, riesce anche a sorriderci e piangerci sopra con sincerità. Io conosco i sentimenti e non mi vergogno dei miei.
Ritrova De Gregori nella canzone 'Io e mio fratello': il verso "Lui è il mio peggior amico, il mio miglior nemico" fa riferimento a un chiarimento tra di voi?
No, solo una gran risata. Nella canzone io sto in difesa, subisco da amico lo scherzo dell'altro. E Francesco si può permettere di farlo perché da tempo ci siamo chiariti. Io ho preso a cuore la sua produzione con Giovanna Marini, come fosse la mia. E lui vive la sorte del mio disco come fosse il suo. Del resto, quando Francesco canta "Sono Antonello e questo è mio fratello", c'è tutto, un'identificazione totale. Che fantastica storia è la vita è anche questo, ritrovarsi amici veri, veri, veri, amandoci. E so già che il verso "ti aspetterò…tanto lo so che mi... ami", farà parlare anche di omossessualità tra me e Francesco.
Antonello, due versi tratti dalle nuove canzoni: "C'è una bomba in stato interessante dentro ogni povero deficiente" (da Non c'è male), "Ruba tutto il male e la fame della gente e chiudili dentro il cuore dei vent'anni. E se il fucile li verrà a cercare, amalo finché tu non lo vedrai abbassare" (da Ruba, scritta negli anni Settanta).
Dicono tanto di come siamo cambiati…E sì. Non c'è male è la canzone del partigiano. Una metafora su come la storia oggi venga travisata. Quel partigiano, oggi nonno, ha vissuto sensazioni precise, il freddo vero, il caldo vero, il sangue vero, lottava per la libertà vera, ha visto fucilazioni vere, leggi speciali vere, il nemico vero. Se oggi gli chiedi come va, la risposta è "non c'è male". E ti credo, rispetto a 50 anni fa!
Nello stesso tempo il "non c'è male di oggi" è tristissimo, di un popolo che deve scegliere il meno peggio, come Montanelli che si turava il naso al momento di votare, dei Biagi e Santoro che non ci sono più. Della censura, del maccartismo, Il partigiano traccia una linea di demarcazione: "Io ho fatto la guerra di liberazione, festeggio ancora quel giorno. E' possibile che oggi qualcuno possa chiamarmi terrorista?". La confusione è globale, l'alibi è la democrazia, la realtà è il terrorismo.
La canzone che chiude il discorso è Ruba, più pacifista di Ghandi. Devi impedire al fucile di impossessarsi persino del male, anche delle brutture, Il fucile non deve interessarsi alla vita. Quel pensiero è racchiuso nel cuore dei vent'anni, ma anche nel cuore del partigiano. E' una canzone di valore straordinario, per me. In realtà l'ho scritta nel '67. Ero andato in Irlanda ed ero rimasto colpito dall'escalation della guerra civile nell'Ulster. A Dublino invece la polizia non aveva armi, perché secondo loro la civiltà si vedeva anche da quello, dal non aver bisogno di armi.
E' una canzone pre-sessantottina, tempi eroici, l'Italia non aveva nulla. Il '68, un momento di grande voglia, curiosità, di ricerca di tutto. Lo Statuto dei lavoratori arriva nel '70, nel '73 c'è la chiusura storica del '68, seguito dal '77 e oggi, purtroppo, dal "c'è una bomba in stato interessante dentro ogni deficiente".
'Lacrime di pioggia', 'Con che cuore', 'Estate rubino': il trait d'union sembra essere una 'presenza-assenza'. Ricordi, memorie… E' l'altra 'triade' del disco. Comunque è vero, il mio presente è stupendo dal punto di vista affettivo, ma nello stesso tempo, vivo momenti e sensazioni di un passato che fa parte di me. In Lacrime di pioggia c'è il rapporto tra presente e passato, nella voce di una persona che vuoi ricordare, in questo caso mio padre. Un'assenza che ti parla. A volte ti ritrovi con sorpresa a ricordare cose che non hanno neanche più la portata emotiva del ricordo importante. E arrivano, non le chiedi tu, arrivano, come un sogno.
In Con che cuore, invece, l'assenza si esprime in un interrogativo: ho fatto tutto quello che potevo, rispetto alla mia vita? In particolare, il discorso si fissa sul rapporto amoroso quotidiano, la fatica del vivere insieme, dove il tempo ha una valenza diversa da quella di Estate Rubino, l'amore estivo, veloce, passionale, Lei non c'è, e io devo arrivare con la mia moto a Forte dei Marmi. Sangue bollente…
Con che cuore è invece la canzone della vita. Comincia all'alba, Uno pensa che il nuovo giorno possa risolvere i problemi del quotidiano. E davanti allo specchio ci si scopre ancora dentro. E' una canzone molto umana: puoi essere potente, famoso, sicuro, arrogante, ma di fronte a te stesso non sei come appari. E' la verità del tuo cuore, che cerchi di nascondere dietro una maschera, ma ti resta dentro. E siamo tutti così. Diventiamo sosia di noi stessi. E noi dobbiamo allontanarci dai sosia di noi stessi. Già, il sosia…Dall'amore si arriva alla politica, dal pianto alla satira. Credo di avere avuto una grande idea. Mi sono detto: come si fa a scrivere una canzone su Berlusconi oggi? E questo è il risultato: Il sosia, che dice al capo: tu mi puoi chiedere di fare la tua parte in qualsiasi situazione, anche davanti ai giudici di un tribunale, ma non mi chiedere di andare al derby come milanista, io che sono interista. La morale è: quando si tocca il calcio, ritorna l'ideologia. Uno si mette in discussione, riflette sulla vita, si chiede se è felice. Ma poi, la domenica domanda con emozione: "Che ha fatto l'Inter?".
Antonello, nel suo CD c'è un inserto che spiega come scaricare a pagamento le suonerie delle sue nuove canzoni. Ma così le sue canzoni non perdono forza? Il solito segno dei tempi?
Il mondo è fatto come non vorrei. Tutti noi dobbiamo subire. Si chiama industria, capitalismo, commercializzazione del tuo prodotto. Puoi fare quello che ti pare, pensare agli ideali più belli e lontani da ogni tipo di speculazione…alla fine purtroppo, anche non volendo, entri in un altro mondo. L'industria è un altro mondo. Pensa anche alla comunicazione: la radio è oggi il suo comparto più brutto e discutibile, ma è l'unica cosa che ti fa arrivare alla gente. E' lo scotto che deve pagare la musica a se stessa. E' un trust, in cui viviamo. Bisogna turarsi il naso e dire: ho fatto un bel disco, ma devo accettare anche questo. (3 ottobre 2003)

 

 

 

 

"Canto il mio Dio pieno di dubbi tra Dylan e Leali"

IL MATTINO - Federico Vacalebre

 

Dopo la canzone popolare (ri)frequentata al fianco di Giovanna Marini, Francesco De Gregori torna al proprio repertorio (da "Alice" a "Il cuoco di Salò"), ma la voglia di sentirsi "cantante oltre e prima ancora che cantautore" continua a farsi sentire, come dimostrano le due chicche di "Mix", pubblicato su cd (doppio) e su dvd: "A chi" riletta in chiave blues e "Come il giorno", traduzione di uno dei classicissimi di Dylan, "I shall be released".

"Mix" è un "frullato", un fritto misto, un po’ antologia e un po’ live, con l’aggiunta di qualche sorpresa. Come mai ancora un disco di vecchie canzoni, ancora una raccolta?

"Perché la Sony mi ha chiesto un’antologia pensata per il mercato natalizio e io ho accettato, a patto di poter curare la scelta dei brani, puntando molto sul live che, si sa, è il mio pallino: di critiche per l’overdose di dischi dal vivo me ne sono già attirate molte".

Sorprende trovare "A chi" tra "Pablo" e "L’agnello di Dio".

"Sono stufo di essere trattato come un vate della canzone d’autore. Mi sento innanzitutto un cantante, un chitarrista scarso coi calli alle mani. Certo, ho scritto delle canzoni che durano, ho usato le parole con attenzione, ho parlato di cose importanti... Ma non mi piace diventare un santino dell’impegno e del rigore. Ho cominciato cantando sopra i 45 di mio fratello, quelli di Presley e Morandi soprattutto. Ricordo ancora quando - ero un bimbetto - Luigi arrivò a casa con "Hurt", il successo di Timi Yuro e poi - da ragazzino - quando uscì la versione di Fausto Leali, bellissima. "A chi" mi è tornata improvvisamente in testa e in gola la sera che abbiamo finito le registrazioni - a casa mia - per "Il fischio del vapore": dopo cena con la Marini e i miei musicisti ci siamo messi a suonare ancora qualcosa per puro piacere: Battisti, Beatles, Dylan, Rolling Stones. E "A chi", che veniva così bene che l’ho incisa e messa da parte per il momento buono. Mi piace sentirmi semplicemente un cantante, per questo in passato ho cantato Enzo Jannacci, Vasco Rossi, Paolo Conte".

"Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare": anche "Ti leggo nel pensiero" è poco "degregoriana".

"È vero. Ron mi aveva chiesto di scrivere qualcosa per lui e la sua forte religiosità mi ha fornito l’opportunità di parlare di Dio, cosa che non avrei forse mai fatto altrimenti. E ora canto il mio Dio pieno di dubbi tra Dylan e Leali".

De Gregori uomo di fede?

"Il discorso è difficile. Non so dirmi ateo. E anche non credente non mi sembra una definizione giusta. Avverto un bisogno di spiritualità che non trova risposte nelle istituzioni cattoliche. Insomma, mi metterei tra quanti in qualche modo credono in Dio, anche se non lo conoscono e non riescono a vederlo".

Nel dvd il "Mix" tra vecchie e nuove canzoni, tra palcoscenico e dietro le quinte, è ancora più evidente.

"Erano due, tre anni che Cesare Pierleoni mi riprendeva in tour, non sapevamo neanche noi perché. Io non sono tipo interattivo da dvd, ma questo non vuol dire che sia sbagliato usare questo supporto: in scena preferirei il buio, ma non faccio a meno delle luci. E, poi, speriamo che il dvd possa aiutare la discografia ad uscire dalla crisi".

A proposito: e Sanremo?

"Finalmente anche i discografici hanno capito che è il cadavere di una balena in decomposizione. E non per Tony Renis, o per il fatto che sia amico del premier. Era agghiacciante anche quando lo faceva Pippo Baudo".

Lei ha scritto "Viva l’Italia" in anni di scarso amor di patria. Come ha vissuto i giorni del cordoglio per la strage di Nassiriya?

"Con l’inevitabile dolore, ma anche ammirando la compostezza della reazione dei parenti delle vittime e, nonostante la retorica, anche il ritrovato sentir comune del Paese. Non ho mai dimenticato che le lettere dei condannati a morte della Resistenza, dopo l’addio ai genitori e alle mogli, si chiudevamo, appunto, con "Viva l’Italia"".

Chiudamo con la politica? Listone unico della sinistra alle Europee?

"Certo, qualsiasi cosa unisca e aggreghi la sinistra mi sta bene, ma non riesco a seguire le beghe e le liti tra Ds e Margherita, tra Fassino e il Correntone. Non sono un politico, un leader, ma un artista perplesso sotto la tenda di un circo, un elettore confuso e infelice, un italiano a cui non piace questo governo e tantomeno come va il mondo. Un uomo spaventato dal dilagare di violenza e maleducazione".

  

 

 

"IO (E L’ITALIA) FRA 20 ANNI"

"MIX", IL NUOVO ALBUM DI FRANCESCO DE GREGORI - DA FAMIGLIA CRISTIANA

 Doppio cd, con 31 canzoni, da un musicista "profetico" sin dagli anni ’70. "Allora era facile capire dove andava il nostro Paese", dice.

"Ma adesso mi sento più pessimista".

A pagina 333 di una voluminosa Enciclopedia De Agostini, che raccoglie le biografie dei 35.000 personaggi che dall’anno 1000 al 1999 hanno fatto la storia, c’è anche Francesco De Gregori, accanto a De Gasperi, Degas e De Gaulle. Quando glielo dico, lui prima si schermisce, ma poi si lascia andare a un legittimo compiacimento. Francesco è un personaggio atipico nel mondo dello spettacolo: la sua riservatezza, la sua ritrosaggine, la sua idiosincrasia alle interviste sono ben note.

Francesco De Gregori, romano, nato il 4 aprile 1951, ha scelto di vivere come gli piace. Ha pochi amici, perciò viene considerato una specie di "orso solitario", odia farsi fotografare e pubblica un disco solo quando gli va. Stavolta ha realizzato un doppio cd, e contemporaneamente un dvd, che si intitola Mix: in 31 canzoni, racconta il De Gregori di ieri visto da quello di oggi.

Non c’è alcun ordine cronologico né un filo rosso per dipanare un discorso; ci sono, invece, una quasi irriconoscibile A chi (Fausto Leali), Ti leggo nel pensiero, scritta da Francesco per l’amico Ron, alcuni dei suoi pezzi più famosi, tutti riproposti con la saggezza della maturità (La donna cannone, Generale, Buffalo Bill, Viva l’Italia, Alice, Rimmel), e due omaggi a Bob Dylan, I shall be released (che diventa Come il giorno) eIf you see her say hallo (Non dirle che è così).

Francesco, da quando avevi 18 anni non hai mai nascosto la tua ammirazione per Dylan. Ti ha affascinato, ti ha ispirato o l’hai proprio copiato?

"Tutto questo e molto di più: gli artisti devono ispirarsi a quelli più "grandi", carpire qualcosa da loro è inevitabile. Non dobbiamo mai dimenticare che siamo nani sulle spalle dei giganti...".

Ascoltando il disco, si ha la sensazione che sin dagli anni ’70 tu abbia avuto dei flash profetici, come vedessi il mondo di domani con i suoi peggiori difetti. Ci ho trovato la globalizzazione, la guerriglia del G8 di Genova, l’intuizione di un sistema che stava deteriorandosi irrimediabilmente...

"Non c’era bisogno di qualità profetiche per capire dove era destinata ad andare la nostra società. Del resto è un dono di chi, anche modestamente come me, appartiene al mondo dell’arte, quello di vedere in profondità. È stato facile capire quello che sarebbe successo. È adesso che non riesco proprio a immaginarmi cosa sarà la vita, la società, tra una ventina d’anni... E in questo caso mi sento pessimista".

Praticamente tutto il disco è scritto da te, tranne A chi (testo di Mogol), Il bandito e il campione scritta da tuo fratello Luigi Grechi, Pablo scritta con Lucio Dalla e Stelutis Alpinis di Zardini. A questo proposito ho letto recentemente una curiosa osservazione di Vincenzo Cerami: un cantautore deve essere uno straordinario poeta, uno straordinario compositore, uno straordinario interprete e uno straordinario filosofo. Un po’ troppo per uno solo...

"Ha ragione! C’è stato un momento della mia vita in cui mi sentivo un kantautore con la "K"; ora mi considero un cantante e mi sta bene così. Se non sapessi cantare non riuscirei a comunicare con la gente, a trasmettere certe emozioni, certe sensazioni, le poche certezze e i tanti dubbi che ho"...

Io e De Gregori, in passato, ci siamo frequentati quel tanto che basta per costruire un rapporto di stima reciproca. Mi ricordo che, nel 1973, in occasione del suo primo disco (veramente ne aveva già inciso un altro, Theorius campus, con Antonello Venditti), la sua casa discografica decise che la canzone Alice doveva partecipare a Un disco per l’estate. Fu organizzata una conferenza stampa a Villa Miani, a Roma, dove c’erano tanti giradischi e su ogni 45 giri di Alice era stata fissata una bambolina che girava insieme al disco. La canzone partecipò alle Vetrine che selezionavano i brani da ammettere alla finale di Saint Vincent, ma proprio non ce la fece a passare, arrivò addirittura ultima.

"Me lo ricordo: un imbarazzo totale e meno male che non arrivai alla finale. I Festival, come sai, mi fanno allergia".

Alice è un grande pezzo e dice: "Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole: mentre il sole fa l’amore con la luna: il mendicante arabo ha un cancro nel cappello ma è convinto che sia un portafortuna". Ma, se ricordo bene, quella canzone fu censurata...

"Sì, quel cancro nel cappello dovette trasformarsi in "qualcosa nel cappello". Fu la Rai a impormelo, sostenendo che la gente che mangiava – e la canzone andava in onda a mezzogiorno – non aveva voglia di sentir parlare di cancri. La parola cancro infatti è proibita, da noi non si usa. Fa paura, fa sgomento... In una famiglia perbene non si dice. E la Rai, come tutti sanno, è proprio una famiglia perbene!".

Questa confessione, che è anche un po’ uno sfogo, Francesco l’ha fatta all’amico Francesco de Regibus, autore di Quello che non so, lo so cantare, ghiotta biografia autorizzata del più riluttante dei nostri artisti.

Della sua vita privata De Gregori non ha mai voluto parlare: s’è sposato il 10 marzo 1978 con Alessandra (testimone Walter Veltroni), che gli ha dato due gemelli, Federico e Marco, che oggi hanno 25 anni. Anche loro suonano e poco tempo fa Francesco è andato ad ascoltarli nel piccolo locale romano dove si esibiscono. Proprio grazie ai due gemelli mi guadagnai la sua stima.

Quella foto dei gemelli

Un fotografo l’aveva "beccato" in un supermercato di Roma mentre, conducendo un doppio passeggino, faceva la spesa con i bimbi. Quando ebbi le foto gliele spedii senza pubblicarle e oggi, a distanza di più di vent’anni, Francesco me ne è grato. In un’altra occasione, nel 1976 (o nel 1977), andai a un suo concerto al Palalido di Milano. Fu una sera apocalittica: alcune frange di extraparlamentari lo contestarono violentemente accusandolo di usare la politica per far quattrini. Invece di canzoni ci fu un dibattito acceso e, più tardi Francesco, deluso, mi confessò che non avrebbe mai più cantato in pubblico.

Per fortuna ha cambiato idea, e sono nati, tra l’altro, la mitica tournée con Dalla, Banana Republic e il concerto con Fiorella Mannoia, Ron e Pino Daniele. Mix alterna incisioni in studio a musica live. Sonorità più tenui nel primo caso, rock adrenalinico nel secondo.

Quale delle due anime è quella di Francesco?

"Sono due tempi di una partita dove tutti sognano i supplementari; ovvero altre storie e altre canzoni, decise da un solo rigore...".

Gigi Vesigna

 

 

 

"Macché cantautore, adoro da sempre gli Stones e agli inizi suonavo da solo perché non potevo permettermi una band".

Questa è soltanto una delle cose che forse non sapete del cantautore romano. Che si racconta senza reticenze in un'intervista pubblicata sul numero di "Sorrisi" in edicola. Qui vi proponiamo in esclusiva la versione integrale.

Da SORRISI E CANZONI - 9/12/2003 di Giovanni Pianetta

Lui dice di no. Che non è vero. Che non è mai stato nè timido ("Come farei a fare questo mestiere?") nè schivo ("Un aggettivo che non mi piace"). Un po’ "orsesco" almeno? Per carità... Eppure negli ambienti musicali e discografici era questa la fama di cui godeva. Almeno sino a qualche tempo fa. Però, diciamo dall’uscita de "Il fischio del vapore" in poi, Francesco De Gregori non lesina interviste e incontri. Neppure in tv. Disponibile a confrontarsi e raccontare. Ti guarda con quegli occhi dolci e buoni, seduto alla tavola di un ristorante romano sotto casa, e versa un altro bicchiere di un vellutato Chianti riserva che lui ha sapientemente scelto. Modi squisiti - mica a caso l’hanno soprannominato il Principe - e sigaro acceso. Magari accenna al fatto che "arrivati a una certa età, uno si ammorbidisce, abbandona le rigidità, diventa più tollerante". Si parla del suo nuovo lavoro "Mix", un doppio Cd con 31 brani, alcuni in versione originale, altri "live". Appunto una miscellanea delle sue più belle canzoni, con tre inediti: una rilettura originalissima della celeberrima "A chi" ("Hurt" di Timi Yuro, brano degli Anni 60 portato al successo in Italia da Fausto Leali); la stupenda "Ti leggo nel pensiero" (scritta due anni fa per Ron e oggi singolo di lancio del Cd); la malinconica "Come il giorno" (cover di "I shall be released" del suo maestro Bob Dylan). Tra l’altro, il grande Bob ha scelto per la cononna sonora del suo film "Masked and anonymous" il brano "Non dirle che non è così", rilettura della sua "If you see her, say hello" e presente anch’essa nel Cd "Mix".

Partiamo dalla foto di copertina che è bellissima.

"È una foto scattata da mia moglie, che è una brava fotografa dilettante, ed eravamo in un motel in America a girare il clip di "Adelante adelante": stavo ascoltando col walkman proprio il brano. Lavorando su vecchi brani sono andato a ripescare anche le foto negli scatoloni...".

Questo doppio album è un po’ il tuo autoritratto in musica ora che hai girato la boa dei 50?

"Mah, ci devo pensare: autoritratto non è una parola che mi affascina... Diciamo che è uno dei tanti autoritratti possibili: avrei potuto mettere altre canzoni mie. Qui non c’è "Titanic", non c’è "La Leva calcistica" neppure "La storia siamo noi": canzoni con cui la gente mi ha identificato. Autoritratto? Massì, anche se parziale".

Allora perchè proprio queste canzoni? "Per una scelta di suono. Alcuni pezzi vecchi alle mie orecchie di oggi suonavano davvero male, sorpassati, cantati in un modo non più gradevole. Magari solo perchè c’è un rullante della batteria che non mi convince. Non ho scelto l’importanza del brano, ma il suono".

Ultimamente sembri più evidenziare la tua parte di cantante e musicista che non quella di autore di testi...

"Forse è giusto che sia così dopo anni in cui la parte del mio lavoro più percepita è stata quella dei testi. Chissà che non sia il mio tentativo di scrollarmi di dosso questa etichetta di cantautore a tutti i costi... In fondo questa cosa non mi è mai piaciuta tanto. A me è sempre piaciuto cantare. Non sono certo Bocelli o Dalla, però sono un cantante, anche se particolare. Non è un caso che ho inciso un brano come "A chi". Avrei potuto prendere un brano di Conte, ma certo nessuno si aspettava che cantassi un brano di Leali. Ho spiazzato pure me quando l’ho fatto...

La cantavi da ragazzo?

"È una canzone che appartiene alla mia vita. La sentivo perchè mio fratello Gigi, che ha sette anni più di me, fu uno dei primi a comprarsi il 45 giri originale. Ma mi piacque tanto anche nella versione di Leali".

E com’è l’hai ripescata?

"Perchè una sera, registrando il disco della Marini, dopo cena eravamo su di giri... E così, con la band, siamo ritornati in studio e ci siamo messi a suonare. Di tutto e di più. Qualsiasi cosa. Dai Beatles ai Rolling alla "Canzone del sole", stile gita scolastica. Mi resi subito conto che "A chi" era venuta proprio bene grazie all’intuizione del batterista di darle un altro tempo. La mia è una versione più incazzata di quella bellissima di Fausto".

A proposito di grinta: dal vivo, quando suoni, sei molto più rock che stile cantautore.

"Ma è un filone che ho sempre seguito. Nella mia vita, i dischi che più ho amato sono rock: dai Rolling a Dylan. Il fatto è che quando nascemmo noi cantautori romani - io, Antonello e altri- manco c’avevamo i soldi per pagare un bassista e un batterista: suonavamo solo con la chitarra o con il piano. E la cosa funzionava. Nessun discografico voleva che cambiassimo il suono. La prima occasione che ho avuto di incidere con strumentisti è stata per "Rimmel", con il gruppo che accompagnava Cocciante. C’è voluto tempo per vivere questa dimensione di band con cui suonare che ho oggi. Ed è piacevolissima. Non mi interessa più fare tournèe classiche: mi piace andare a suonare quando ci chiamano, anche in posti ristretti. Sono il cantante della band...".

A proposito di tour, recentemente Bob Dylan, il tuo mito, è stato in Italia a suonare: sei andato a sentirlo?

"In Italia no, ma sono andato ai due concerti di Amsterdam e a quello di Bruxelles".

Vi siete parlati?

"No, lui ama molto la sua impenetrabilità. Ci siamo conosciuti solo una volta in un camerino dopo un concerto. Giusto i saluti. Non ho neppure idea di perchè abbia scelto la mia cover per la colonna sonora del suo film. Io penso comunque che Dylan sia pazzo. Ma naturalmente la mia gioia di esser stato scelto è smisurata...".

Anche gli Articolo 31 son stati scelti con la loro cover di "Like a rolling stone": che ne pensi?

"Confesso che non ho mai amato la loro musica, però questa versione non mi è affatto dispiaciuta. E adesso mi piace tantissimo anche il loro singolo "La mia ragazza mena"! Mi diverte. E J. Ax è un cantante musicalmente molto interessante".

Certo che, Francesco, questi non sono tempi che invogliano alla spensieratezza. Tu, che sei un laico, hai scritto il verso "religione può essere terrore" epperò hai pure scritto un brano a forte sfondo spirituale per Ron. In questo momento hai paura dei fondamentalismi religiosi?

"Vorrei che non esistessero. Penso che rovinino la vita delle genti, sia credenti che non. Fondamentalismo e integralismo non sono altro che arroccamento, rifiuto del dialogo. Negare l’incontro con chi è diverso da te. Sono nemici della cultura. Nemici del Vangelo e del Corano. Miei nemici. Ma attenzione, perchè anche nella Chiesa cattolica esistono posizioni integraliste...".

Tornando ad argomenti più leggeri, a una puntata del "Costanzo Show", Claudio Baglioni ti ha accusato di essere più vanitoso di lui: che gli rispondi?

"Ma non gli rispondo! Claudio ha scherzato, è stata una battuta".

Invece hai scritto con Venditti "Io e mio fratello": com’è questo vostro rapporto così altalenante?

"È dovuto al fatto che siamo persone diversissime come carattere e come scelte di vita, però anche simili per la nostra voglia di comunicare. In certi momenti il nostro rapporto si è molto rarefatto. Ma senza litigi. E nella vita succede. Di base c’è un grande affetto che nasce dal nostro passato. Quando uno divide le esperienze da ragazzo con un’altra persona, poi qualcosa ti rimane dentro. Non ci sono mai stati giochi sporchi tra noi. Forse un po’ di sana competitività, ma è normale tra artisti".

Che ricordo hai del tour con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron?

"Bellissimo. Mi sono divertito tanto a suonare, specie con Pino. La considero però un’esperienza chiusa. Non è stato un tour che ha sfondato ai botteghini, chissà perchè: forse bisognava farlo tempo prima. Quella con Dalla resta nella storia della musica, questa probabilmente no".

E Vasco? La sua cover di "Generale" ti è piaciuta?

"Io non ne sapevo nulla. Però mi aveva già detto che gli piaceva molto quel brano. Con lui ci saremo incontrati tre volte, non di più. Sono stato contento, perchè lo stimo molto. Ne ha fatto una versione più sanguigna".

Hai rilanciato Giovanna Marini, grande interprete della musica popolare: un tuo vero merito.

"Non l’ho rilanciata, l’ho fatta conoscere ai giovani. La canzone popolare è rimossa dagli scaffali dei dischi. Siamo fieri di averla riproposta. Giovanna è una maestra, non ha bisogno di pigmalioni...".

Come spieghi il successo inaspettato di quell’album?

"Perchè sono canzoni belle, ricche di pathos. Certo: c’è una componente sociale e politica, ma il valore è che dietro c’è il fiato di un popolo, è l’Italia che canta. Un pezzo di storia".

Venendo ai giovani di oggi, chi ti piace?

"Ma io non vado per categorie di età: mi piace Frankie Hi-Nrg come Enrico Ruggeri, Morgan come Battiato".

A proposito di Battiato, perchè hai scelto lui per arrangiare "Il cuoco di Salò"?

"Con Franco ci conosciamo da tanto: se vado in Sicilia passo sempre a trovarlo. Quando uscì "L’Agnello di Dio", lui mi disse: "Bella questa canzone, ma io te l’avrei arrangiata molto, molto meglio!". Ci parliamo sempre con franchezza. Quando, anni dopo, scrissi "Il cuoco di Salò", non mi convinceva il risultato. Mi ricordai di lui e andai a Catania. Si prese il suo tempo, ma il lavoro fu straordinario. Solo Battiato poteva pensare a quella tromba che si sente in lontananza...".

Per Zucchero hai scritto i versi struggenti di due brani come "Diamante" e "Tobia". Come riesci a scrivere su storie raccontate da altri?

"Lui mi manda delle musiche, peraltro bellissime, e io gli dico: "Zucchero, ma perchè non te le scrivi tu, che tra l’altro sei bravissimo?". Ed è la stessa cosa che dicevo a Dalla. Però lui insiste: "Ma tu sei un poeta!". Io non sono un poeta, lui invece è un grande autore. Solo che non lo sa. Non so se soffra di complessi di provincialismo. O forse si sente solo musicista. Ma sbaglia. Riesce a far affiorare i suoi ricordi con grande sensibilità. Fatto sta che comincia a perseguitarmi: "L’hai fatto il testo?". E alla fine cedo. Certo, ci vuole anche del mestiere nelle cose".

Ma anche cuore.

"Sì, però il cuore fa parte del mestiere e il mestiere è importante se riesce a entrare dentro il cuore".

Oggi scrivi ancora per esprimerti, per raccontarti o lo fai perchè ormai sei abituato a vivere così e non sapresti fare altro?

""Both", come si dice in inglese. Entrambi. Sono coscente che il mio è un mestiere, anche se non è esattamente come timbrare un cartellino, ma se non c’è l’ispirazione serve a poco. Sì, scrivo ancora per raccontarmi e raccontare".

L’album-tributo a De Andrè è ai vertici delle classifiche: tu, che pure hai scritto con lui tante canzoni, quella sera a Genova non c’eri. Come mai?

"Perchè non mi hanno invitato. E una risposta secca e dolorosa, ma è la verità".

 

 

 

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