Te ne sei andato, non  prima di finire di divertirti come un pazzo col tuo compagno di giochi da una vita. 

Ecco quello che avete combinato, irriducibili monelli.

 

De Gregori e Dalla insieme trent'anni dopo Banana Republic

 

 

 

Lucio Dalla, l'amico che mi manca, ma il "primo tempo" della vita continua...
Francesco De Gregori si racconta: la gioia di suonare con Lucio Dalla dopo tanti anni

di Paolo Vites - 31.5.2012

 

Qualche mese fa, nel buio di un minuscolo camerino perso da qualche parte nella bassa padana, parlando di colleghi cantautori che annunciavano il ritiro dalle scene, Francesco De Gregori mi confidava, un po' perplesso dalla notizia: "Ma come si fa a vivere senza musica?". Difficile, quasi impossibile, per chi della musica non ha fatto un mestiere come tanti, e neanche una passione, un hobby. Della musica ne ha fatto invece un mezzo, anzi il mezzo, per scrutare la vita, il fascino del suo mistero: come si fa a vivere senza musica? Sarebbe come strapparsi un braccio. Le sapeva bene queste cose un grande amico di De Gregori, e cioè Lucio Dalla, morto nel modo più vero e più bello per chi ha vissuto sempre di musica. La mattina dopo un concerto preparandosi a un altro concerto che avrebbe dovuto tenere quella sera stessa.
Per la prima volta dalla scomparsa di Dalla, Francesco De Gregori, che con lui aveva condiviso canzoni e concerti per molti anni, parla della sua morte e di quanto gli manchi. Quando Lucio è morto, De Gregori aveva rifiutato di rilasciare ogni commento, troppo provato dal dolore di quella morte. Adesso, che qualche mese di distanza ha permesso se non di cancellare il dolore, almeno di metabolizzarlo, lo può fare: "Non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione". In questa intervista concessa in esclusiva a IlSussidiario.net, De Gregori parla anche in anteprima del nuovo disco a cui sta lavorando e dei concerti che terrà questa estate, tra cui alcuni insieme al grande musicologo ed esperto di musica folk Ambrogio Sparagna.

L’estate si avvicina e si torna sulla strada, ai concerti, al pubblico. E’ la tua prima serie di esibizioni dopo la scomparsa del tuo grande amico e compagno di avventure Lucio Dalla. Con che sentimento ti rimetti al lavoro?

Beh, sai, è stato terribile. Io e Lucio avevamo finito di lavorare insieme da pochi mesi quando lui è morto, quindi non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. Quando giravamo insieme lui parlava spesso della vita – e della morte – ma senza fare chissà quali discorsi. Ne parlava in maniera semplice. E’ vera questa cosa, che Lucio diceva sempre, che la vita era solo il primo tempo. Ci credeva, era sicuramente un uomo sereno da questo punto di vista, magari su tante cose fingeva, ma non su questo: quando eravamo in tour qualche imbecille mise in rete la notizia che era morto Lucio Dalla e a lui non gliene fregò niente. Io gli dicevo “Lucio io mi arrabbierei moltissimo se lo facessero a me”, ma lui era così, la cosa non lo colpì più di tanto. Lascia un grande vuoto e un grande pieno, mi sento privilegiato ad aver condiviso con lui gli ultimi momenti della sua vita d’artista. Credo che insieme siamo riusciti a scrivere e cantare cose importanti, con una sincerità e un’intensità rara che ha sempre superato diversità di carattere, di stile, di cultura, di educazione.

Come si convive con la perdita di una persona cara?

Banalmente non posso alzare il telefono e dirgli “Ehi, come stai, hai sentito questo, hai sentito quello, quando passi da Roma?”. Non posso più progettare niente di comune, intendo dire nemmeno prendere un caffè insieme, no. Tanto meno scrivere ancora canzoni insieme o salire su un palco. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione. Sarà difficile che Lucio Dalla possa diventare un santino, la sua musica continuerà a piacere e a influenzare gli artisti più sensibili e innovativi.

So che stai lavorando a un disco nuovo e intanto torni a fare concerti: è difficile?

Credo che mi sia capitato altre volte lavorare contemporaneamente ai concerti e in sala, sicuramente ai tempi di "Rimmel". Mi ricordo che lasciavo i musicisti in sala con dei compiti da fare e Renzo Zenobi fungeva da produttore mentre io andavo in giro a suonare solo con la mia chitarra. Anche quest’estate andrà così solo che la band è con me e quindi lavoreremo al disco nelle pause fra un concerto e l’altro. L’abbiamo chiamato per questo “Factory Tour”, perché è l’estate in cui stiamo fabbricando qualcosa tutti insieme e quindi ci sarà inevitabilmente un unico suono intorno al nostro lavoro.

Proporrete qualche pezzo inedito in anteprima? Sai che Bob Dylan una volta presentò un intero disco inedito in tour, poi non lo ha più fatto per paura dei dischi pirata. Ti preoccupa che qualche pezzo finisca sulla Rete prima che sul disco finito?

Non so se faremo già qualche pezzo nuovo, forse sì. Del fatto che possa andare in giro sulla Rete me ne frega poco, casomai la preoccupazione è che la gente si affezioni alla versione live e poi non gli piaccia più quella in studio - il contrario di quello che succede di solito! Però suonare i pezzi nuovi dal vivo ci può aiutare molto. Vedremo. In qualche occasione già l’ho fatto, e poi se l’ha fatto anche Dylan… Insomma ci può anche stare. Bisogna vedere però che succede quando dovremo suonare pezzi che magari in studio hanno un arrangiamento più complesso, con gli archi, le sovrapposizioni, sai, quel tipo di problema che ebbero anche i Beatles negli ultimi concerti. Solo che loro smisero di suonare dal vivo e io non vorrei fare quella fine. In molti per risolvere questo tipo di cose usano sequenze e campionatori ma io non li ho mai sopportati.

Quest’estate ti “sdoppierai”. Hai in programma anche una partecipazione straordinaria nel concerto di Ambrogio Sparagna, amico musicale di vecchia data.

L’idea di sdoppiarmi mi piace molto, la trovo caotica e molto promettente sul piano del divertimento. Sparagna sta portando in giro uno spettacolo gioioso che mette al centro alcune sonorità tipiche della musica popolare italiana… Organetti, zampogna, ciaramelle, un cantare molto basato sull’importanza dei testi, sul racconto. Allora un giorno lui mi invita a pranzo, più o meno un anno fa e mi dice che vorrebbe “importarmi” dentro questa cosa, arrangiando alcuni miei pezzi – non molto mainstream, per la verità – in questa veste strumentale. Allora io dico subito di sì e parte questa cosa dove io (ma a volte anche Maria Nazionale, a volte anche un coro di cento persone) interveniamo qua e là con le nostre voci. L’abbiamo già fatto a Roma l’anno scorso e a Barcellona all’inizio dell’anno e adesso faremo altre undici date in giro per l’Italia. Avremmo voluto farne anche di più, ma come ti ho detto io gioco anche sull’altro fronte, quello del “Factory”.

E quali sono queste canzoni “non troppo mainstream” che canterai come ospite del concerto di Ambrogio?

Cose tipo Ipercarmela o San Lorenzo, La ragazza e la miniera o Babbo in prigione e anche qualcuna molto recente come Vola Vola, che per inciso dà il titolo al tour. Sono pezzi che raramente faccio dal vivo e che si sposano bene con la musica di Sparagna. Poi canto anche un paio di cose di Ambrogio e qualche terzina della Divina Commedia, come già ho fatto anni fa alla Notte della Taranta di Melpignano.

E’ difficile sdoppiarsi artisticamente?

Più facile che nella vita.

Nel “Factory Tour”, invece, hai intenzione di ripescare qualche perla meno conosciuta tipo Informazioni di Vincent o Cardiologia?

Sì, certamente ci sarà qualche sorpresa di questo tipo… Magari Informazioni di Vincent non lo so, è un pezzo così vecchio… Non è che non mi piaccia più, ma ho sempre trovato che l’inciso melodicamente è un po’ troppo enfatico, quasi Sanremese per intenderci… Comunque sentirò la band, in certi casi – in molti casi, direi - decidono loro. Fare la scaletta è sempre una rogna, c’è sempre qualcuno che si lamenta perché non faccio Generale oppure perché la faccio. Comunque la gente si deve divertire, e anche noi che suoniamo. Questa è la regola.

Negli anni settanta dicesti che a quarant’anni non ti ci vedevi ancora su di un palcoscenico a esibirti…

Avrò detto questa cosa un sacco di volte, e altrettante il contrario. La verità è che non lo puoi sapere cosa ti andrà di fare domattina, figurati fra un anno o dieci anni. Suonare per gli altri mi ha sempre dato gioia, a questo punto posso solo dire che la mia vita fin qui è stata la vita di un uomo di musica, il mio mestiere è scrivere canzoni e cantarle, se non facessi questo non farei niente, e non ho molta voglia di non fare niente, capisci cosa voglio dire. Cosa dovrei fare, andare a pesca o giocare a golf o chiudermi in casa oppure viaggiare? E’ molto più semplice continuare a fare quello che faccio, finché mi riesce e mi piace.

Per questo novo disco in cantiere hai in mente qualche collaborazione? In passato ne hai fatte diverse.

Ho avuto dei produttori in passato, non troppi in verità, e devo dire col senno di poi che mi pare che nessuno abbia lasciato il segno. Forse un paio, Edoardo De Angelis e Vincenzo Mancuso, loro hanno fatto un buon lavoro, ma gli altri… Un produttore di solito vuole mettere il suo suono al posto del tuo, è convinto che il suo suono sia migliore del tuo, che tu sia un ragazzo alle prime armi. Corrado Rustici mi voleva spiegare addirittura come dovevo cantare. E poi comunque mi sembra che questo nuovo disco mi appartenga in maniera troppo viscerale per farci entrare un altro, ovessi descriverlo in due parole direi che è l’istantanea di quello che sono oggi, del mio modo di stare al mondo. Non credo che ci sia molto spazio per interventi esterni di qualsiasi tipo. E’ vero che sto lavorando con Sparagna, nei concerti, ma credo che neanche lui interverrà in questo nuovo lavoro anche se in passato abbiamo lavorato insieme in studio in qualche occasione.

Come è oggi il rapporto con i tuoi fan? Vedi ancora dei talebani in mezzo a loro? Ci sono un sacco di ragazzi che non erano neanche nati quando hai scritto tante tue canzoni oggi ai tuoi concerti.

Ho sempre pensato che tutti quelli che mi vengono a sentire o ascoltano un mio disco - e in qualche caso addirittura lo comprano - merito rispetto se non addirittura amore. Magari con alcuni di loro potrei anche andare a mangiare una pizza e sono sicuro che mi piacerebbe… Poi ce ne sono altri un po’ maniacali, ma non credo che siano tanti, i famosi talebani. Da quelli uno si deve un po’ guardare perché ti vogliono esattamente come ti immaginano e spesso immaginano cose sbagliate, comunque va bene così, fa parte del gioco. A parti rovesciate credo che anche a me è capitato e capita anche adesso di fare così con gli artisti che ammiro. Dopo un po’ di anni che hai scritto una canzone inevitabilmente non è più solo tua e anche chi l’ha scritta diventa un po’ di tutti. Non è che non ci dormo la notte. Poi il fatto che molti siano giovanissimi mi fa piacere, ma mi stupisce anche un po’ perché non è che le mia canzoni siano mai andate molto per radio… Probabilmente è proprio merito della Rete se hanno potuto ascoltarle, meglio così.

(Paolo Vites)

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2012/5/31/L-INTERVISTA-De-Gregori-Lucio-Dalla-l-amico-che-mi-manca-ma-il-primo-tempo-della-vita-continua-/3/285873/

 

 

 

Mimmo Paladino - "Lo spazio è una circostanza non determinante. Le dimensioni di un tavolino possono essere sufficienti a provocare tensioni e strategie degne del più vasto affresco". Si può riassumere in questo modo, l'idea artistica di Domenico Paladino nato a Paduli in provincia di Benevento nel 1948. Già nel 1964, visitando la Biennale di Venezia, Paladino resta segnato dalla visione degli artisti Pop americani. Pochi anni più tardi inizia le sue sperimentazioni con il mezzo fotografico associandolo spesso a disegni.
Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, unisce alla profonda matrice concettuale delle sue opere un rinnovato interesse per la figura.
La sua arte riscuote ampio consenso all'estero. Nel 1980 giunge all'elaborazione di superfici di grandi dimensioni e opere di forte impatto visivo nelle quali racconta la vita e il mistero della morte. Utilizza l'incisione e molte altre tecniche per rappresentare il proprio "mondo interiore", primordiale e magico. Introduce presto nelle sue tele elementi scolpiti, spiazzando i critici nella sua coesione di modernità e arte povera.
Dal 1985 si cimenta, inoltre, con grandi sculture in bronzo e con installazioni sperimentando così la contaminazione tra diverse forme espressive. Celebre l'installazione in Piazza del Plebiscito di una gigantesca montagna di sale. Da queste opere di forte impatto, decide poi di asciugare la sua arte per spingersi verso un rigore sempre più evidente ed una semplificazione delle strutture. Primo fra molti artisti italiani, ha esposto nel 1994 a Pechino, celebrato dal gotha della critica d'arte contemporanea giapponese.

 

 

1. Non basta saper cantare
2. Tutta la vita
3. Anna e Marco
4. Titanic
5. La leva calcistica della cl. '68
6. Canzone
7. Henna
8. La storia
9. Gran turismo
10. Santa Lucia
11. Nuvolari
12. Viva l'Italia
13. L'agnello di Dio
14. La valigia dell'attore

 

 

 

 

1. La fine del Titanic (H. M. Enzensberger)
2. L'abbigliamento di un fuochista
3. Disperato erotico stomp
4. Vai in Africa, Celestino!
5. Piazza Grande
6. Come è profondo il mare

7. L'anno che verrà
8. A Pa'

9. Futura
10. Rimmel
11. Solo un gigolò
12. La donna cannone

13. Caruso
14. Buonanotte fiorellino
15. Generale

 

 

Guido Guglielminetti

basso

Alessandro Valle

pedal steel guitar

Gionata Colaprisca

percussioni

Fabio Coppini 

tastiere

Marco Alemanno

vocalist

Maurizio Dei Lazzaretti

batteria

Emanuela Cortesi

vocalist

Alessandro Arianti

 tastiere

Bruno Mariani

chitarre

Per i concerti di Milano e Roma si aggiungerà il Nu-Ork quintet, quintetto d'archi diretto da Beppe D'Onghia.

 

ALIBI MUSIC SERVICE - SERVICE AUDIO E LUCI

GUIDO CARLO QUATTROCOLO - RESPONSABILE SERVICE

ROBERTO COSTA - FONICO SALA

ANDREA "OTTO" SALVATO - FONICO DI PALCO

FILIPPO RISPOLI - DATORE LUCI

 

MIMMO PALADINO - SCENOGRAFIA

DALLA DE GREGORI - “WORK IN PROGRESS ”
Doppio Cd Live / Special Edition (Doppio Cd Live + Dvd “Back to back”) /
Limited Edition (4 Lp)  24,30 euro  

 

 


“Solo un gigolò” e, dallo scorso 15 ottobre in tutte le radio, il brano inedito “Non basta saper cantare”: frammenti di una intesa ritrovata che ha già raccolto oltre 150.000 entusiastici consensi durante il lungo Tour iniziato lo scorso maggio da Milano, proseguito durante l’estate, e prossimo alla ripresa autunnale nei maggiori teatri italiani. Adesso quell’alchimia di gioco che sembra alimentarsi data dopo data dei formidabili assist che i due artisti generosamente si scambiano, sta per diventare un Doppio Cd Live ( dal 16 novembre ) con 29 tracce delle quali due inedite e un Dvd reportage di un’ora. Il titolo è naturalmente “Work in progress”, definizione sotto la quale hanno viaggiato e viaggiano i concerti e che sembra essere, man mano che i mesi e i chilometri avanzano, la più giusta. Non c’è infatti nulla di preordinato in queste canzoni condivise che rotolano amabilmente sui sensi, sui ricordi e sulle possibili nuove emozioni di chi ascolta: si ha davvero la sensazione di una materia in continuo divenire e arricchimento, e si fa addirittura fatica a pensare che l’ascolto delle tracce incise ( o liquide se digitali e immateriali ) possa essere definitivo, quasi come se un ascolto potesse essere diverso dal successivo o dal precedente. Definitivo, ma non privo di altre sorprese come l’inedito “Gran turismo”, l’intenso recitato di Marco Alemanno del Ventunesimo Canto de “La fine del Titanic” del poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger, la versione da studio di “Generale” eseguita da entrambi e mai proposta nei concerti. Ma in fondo tutto è sempre sorprendentemente grande quando i rispettivi repertori muovono pedine gigantesche sulla scacchiera della storia della musica italiana. “Canzone”, “La storia”, “L'anno che verrà”, “Futura”, “Anna e Marco”, “La leva calcistica della classe ’68”, “Piazza grande”, “Rimmel”, “Buonanotte fiorellino”, e tante altre, variamente intrecciate tra le personalità dei protagonisti. Con due splendide eccezioni: “Caruso” e “La donna cannone”, troppo proprie e “personali” per non essere cantate soltanto dai rispettivi titolari.
La Special Edition comprenderà il Doppio Cd Live e il Dvd, intitolato “Back to back”, che offre un’ora circa di intrigante backstage arricchito da alcune brevi interviste.
Il quadruplo vinile invece verrà pubblicato in Edizione Limitata numerata.
La cover del live è un disegno firmato da Mimmo Paladino che ha anche curato la scenografia del tour.

“Work in progress” è prodotto da Ferdinando Salzano ( F&P Group ) e Bruno Sconocchia ( Ph.D. srl ) ; la produzione esecutiva è di Marco Alemanno. Le foto live sono di Valeria Bissacco.

 

 

 

 

 

«Rincontrare Dalla - racconta De Gregori - è un ritrovarsi tra musicisti, tra persone perbene. Lucio è un uomo elegante, pieno di interessi artistici». Se Dalla è tra i capostipiti di quella che si potrebbe dire la scuola bolognese dei cantautori, lei che rapporto ha avuto con la Bologna musicale? «Non amo parlare di `scuole': Dalla c'entra poco con Guccini, come io con Venditti, nonostante siamo entrambi romani e abbiamo fatto un disco insieme. Però Bologna è davvero una città musicale. Ricordo ai tempi di Banana Republic: terminati i concerti, se si era da queste parti, si finiva sempre in uno dei locali dove alle due del mattino era pieno di musicisti di ritorno dalle serate, soprattutto in Romagna. Penso che le balere e il liscio abbiano dato a molti una buona dimestichezza con la musica». Come è stato ritrovarsi con Dalla? «C'è grande simpatia tra noi. Per il resto, in trent'anni tanto abbiamo fatto, siamo cambiati noi ed è cambiato il mondo. Lucio è un uomo dai mille interessi e grande vitalità. Ha intrapreso tante strade, come le regie teatrali, mentre per me la musica ha continuato a starmi larga. Insieme non condividiamo solo le canzoni, ma anche spazi personali di amicizia». Chi sono gli spettatori di questo nuovo tour? «Sono persone che forse avevano già visto Banana Republic, ma che arrivano qui non cercando necessariamente lo spirito di allora. Poi ci sono molti giovani. In questi anni abbiamo continuato a produrre tanta musica e in parte la portiamo in questo concerto ».

 

 

LA STORIA SONO LORO

WORK IN PROGRESS TOUR - Zoppas Arena - Conegliano

di Valeria Bissacco     (http://www.lisolachenoncera.it/rivista/concerti/2011-5/)

 

Che due vecchi amici, due giganti che hanno fatto un pezzo di storia della musica italiana, si incontrino una sera di gennaio in un locale da 1500 posti immerso nella nebbia del modenese, può far notizia e suscitare curiosità. Che da quella serata (stiamo parlando del concerto al Vox Club di Nonantola, il 22 gennaio 2010) un po’ improvvisata, un po’ “ruspante” e molto easy (a partire dal look dimesso e dai berrettini in lana dei due protagonisti) nasca l’idea di un tour in coppia, può far pensare che entrambi abbiano voglia di far qualcosa di differente e immaginarsi in un’esperienza di rinnovata condivisione. Del resto la lunga tournèe di Banana Republic è storia, ma è lontana oltre trent’anni, e loro nel frattempo son diventati altro, son diventati davvero grandi, hanno un repertorio sterminato e non hanno sicuramente bisogno né voglia, credo, di prendersi di nuovo per mano per continuare la strada. Che quindici mesi dopo quella famosa notte di Nonantola, quegli stessi due, ovvero Francesco De Gregori e Lucio Dalla, siano ancora in giro per l’Italia (con puntate anche in Germania e Svizzera) a fare “sold out” praticamente ovunque si presentino sul palco coi loro stralunati cappelli, dimostra che oltre ad essere stata una bella idea sicuramente si tratta anche di un ottimo lavoro, non di un’operazione preconfezionata come molti avevano supposto magari storcendo il naso all’inizio. Le date previste in partenza erano non più di una trentina; poi però le cose sono andate diversamente, e dal Teatro degli Arcimboldi a Milano, all’Arena di Verona, alla Reggia di Venaria, a Piazza San Marco a Venezia, al Teatro Petruzzelli di Bari e ai vari Palasport, teatri e piazze del nord come del sud Italia, questa tournèe si concluderà a fine aprile 2011 con un bagaglio di oltre 100 concerti.

Sicuramente si è trattato di passione, di un grande talento condiviso e di una serie di alchimie che a mano a mano son venute a crearsi. Una di queste alchimie è indubbiamente la presenza, a fianco di Dalla e De Gregori, di una band di musicisti di grande professionalità, sensibilità e talento: sono due pezzi delle rispettive formazioni storiche a fondersi per l’occasione, per dare nuovo colore e nuova vita a canzoni-icone della loro storia musicale, e in fondo anche della nostra storia. Lucio Dalla porta sul palco Fabio Coppini alle tastiere, Maurizio Dei Lazzaretti alla batteria, Bruno Mariani alle chitarre, Gionata Colaprista alle percussioni, nonché l’ottima corista Emanuela Cortese e l’attore Marco Alemanno per la parte recitata e ai cori. L’apporto di Francesco De Gregori è rappresentato dal suo “capobanda” Guido Guglielminetti al basso, Alessandro Valle alle chitarre, pedal steel guitar e mandolino, e Alessandro Arianti al pianoforte, tastiere, fisarmonica e clarinetto. E poi naturalmente ci sono loro, i due eclettici protagonisti: Lucio Dalla, che si muove con ironia dalla tastiera, inserita in un bel mobile in legno che lui stesso s’è fatto costruire, al sax, al clarino, e Francesco De Gregori, che passa dalla chitarra acustica, all’armonica a bocca, al pianoforte nero a ¼ di coda. E, su tutto, le loro voci: quella di De Gregori, sempre più bella e calda, caratterizzata da una grande duttilità che gli consente una notevole intensità interpretativa, e quella di Dalla, dedita più alle improvvisazioni, all’estemporaneità, al riempire ogni spazio con vocalizzi e invenzioni sempre più caratteristici e divertenti. Del resto vengono da mondi diversissimi e da carriere piuttosto distanti: Francesco muove dal folk, dalle scarne ballate dylaniane, mentre Lucio proviene dal jazz, pur evolvendo verso il pop. Due interpreti e due autori talmente differenti fra loro (anche fisicamente a ben vedere, e questo un po’ contribuisce a “far scena”) che la forza di questo gioco sta proprio nel rivisitare ognuno a proprio modo i pezzi dell’altro, intervenendo con la propria personalità e spiazzando anche un po’ il pubblico a volte, con le sole eccezioni di Caruso e La donna cannone, talmente intoccabili da essere eseguite, ognuna dal proprio autore nella maniera più classica e “pulita” possibile.

Ma a parte queste due perle, tutto il resto viene stravolto. Solo per citare qualche brano, appare quasi irriconoscibile una Buonanotte fiorellino in chiave rock veloce, o un’Alice trasformata in valzer con un finale inventato (da Lucio) di “sassi” che “sudano nel sole”; ci si emoziona a sentir la voce di De Gregori raccontare, uscendo all’improvviso dal silenzio, di Anna (Anna e Marco) o quella di Dalla intervenire in un acuto sottile in Santa Lucia; ci si diverte a seguire le rocambolesche evoluzioni di un Lucio in canotta al volante nella straripante Nuvolari o a immaginarsi l’elegante Francesco col suo consueto “aplombe” alle prese con la “puttana ottimista e di sinistra” (Disperato erotico stomp), e via di seguito fra i tanti brani scelti dal miglior repertorio di entrambi. Le emozioni de La storia, di Sempre e per sempre (entrata ultimamente in scaletta), di Futura, di L’anno che verrà, trattate con rispetto da chi non ne è autore, ma eseguite comunque sempre in duetto, sono parte del gioco, di un bel gioco a mio avviso ben calibrato e appassionato, che ha la meglio su nostalgia ed usura del tempo.

Chi scrive era tra il pubblico la famosa sera del Vox Club, e poi per altre sei date distribuite nell’arco dei mesi e della penisola, fino a quella di stasera, a Conegliano Veneto, e a metà aprile a Padova.

E’ proprio nello svolgersi del tempo che si son visti l’evoluzione e il perfezionarsi dello spettacolo.

Di data in data ognuno dei due ha preso sempre più confidenza con i pezzi dell’altro, pur mantenendo la misura negli interventi, contribuendo a renderli particolari e sempre più attuali. Anche la scenografia, opera dell’artista Mimmo Paladino, è cambiata nel tempo, integrandosi di volta in volta ai diversi spazi che hanno ospitato i concerti. Forse l’intero spettacolo è stato alla fine reso più scarno ma non per questo meno raffinato, come le luci, diventate più bianche e taglienti (e chi fotografa se ne accorge immediatamente).

Il concerto nell’ultima versione in teatri e palasport ha una durata intorno alle 2 ore e mezzo e conta poco meno di trenta brani, scelti fra i gioielli dei due cantautori, che sono tutti pezzi di storia della musica italiana, e varia di sera in sera di qualche canzone.

La scaletta di stasera a Conegliano ne prevedeva esattamente 23 tutte d’un fiato, con il solo intermezzo di Marco Alemanno che recita intensamente il Ventunesimo Canto da “LA FINE DEL TITANIC” di Hans M.Enzensberger, più 3 bis. Poi, a volte succede mi dicono, può essere che i due si divertano talmente e abbiano ancora voglia di cantare (perché, parafrasando una loro nuova canzone nata apposta per questo tour e messa a punto proprio nei camerini di Nonantola, saper cantare non basta ma serve ) e allora le canzoni diventano qualcuna in più: stasera ad esempio è stata aggiunta proprio all’ultimo (e personalmente li ringrazio infinitamente) la bellissima Santa Lucia.

E’ incorciando gli sguardi, i sorrisi e le parole a bordopalco prima dei concerti con alcuni dei musicisti che accompagnano Francesco e Lucio, che ho pensato di mettere a confronto le sensazioni che il “pubblico pagante” (per dirla come ne La Donna cannone) raccoglie in platea con quelle che si creano su quello stesso palco. Sto cercando di raccontare non solo quanto arriva al pubblico, ma anche l’esperienza di chi vive l’avventura da sopra il palco, accanto ai “mostri sacri”.

Alessandro Arianti e Alessandro Valle accettano in amicizia di scambiare qualche parola a proposito di questo tour. Sono la “parte giovane” della band, anche se entrambi suonano al fianco di De Gregori da molto tempo. Ma quando Dalla e De Gregori si chiedevano come facessero i marinai e avevano già scritto molti pezzi fondamentali della loro storia musicale, loro non erano ancora nati. Arianti ha 28 anni e suona con Francesco De Gregori da quando ne aveva 18. L’ha voluto Francesco, che fra le altre cose ha messo totalmente nelle sue mani al pianoforte La donna cannone, il suo gioiello forse più prezioso. Paradossalmente mi confessa, con un riflesso di emozione negli occhi chiari, che il suo più grande desiderio adesso è di assistere ad un concerto di De Gregori. ”In dieci anni non ci sono mai riuscito” mi dice “…chissà com’è, da fuori!”

Alex Valle, chitarrista e polistrumentista specializzato in chitarre slide, è nella stessa band dal 2005. Al grande talento sul palco e nelle incisioni in studio, unisce una straordinaria simpatia e una deliziosa modestia, che ne fanno modello di artista e di uomo al di fuori del comune a quei livelli.

Sugli arrangiamenti mi raccontano che l’idea iniziale di Dalla e De Gregori era proprio quella di riuscire ad ottenere un risultato differente dallo standard dei loro dischi, nel senso che oltre a Francesco, che è uno che normalmente odia rifare le cose come sono nel disco, anche Lucio era proprio della stessa idea, anzi lui vorrebbe riarrangiare e stravolgere i brani in continuazione. L’invenzione del titolo del tour, “Work in progress” è quindi realistica, è veramente così; in effetti, a distanza di magari due mesi un pezzo viene rimaneggiato e diventa un’altra cosa. E questo per i musicisti è stato davvero molto stimolante e divertente, mi dicono: dover apportare queste modifiche anche in corsa, poter cambiare il colore agli arrangiamenti proprio sulle piccolezze, con l’impronta personale che ognuno ci può mettere.

“E’ anche stata un po’ la richiesta di loro due” dicono “cioè … sappiamo fare le canzoni, divertiamoci! Anche per far passare queste 100 e passa date che abbiamo fatto. Ed è una cosa intelligente, nel senso che poi può anche non piacere a una certa parte di pubblico, quello più tradizionalista o magari legato più ad uno dei due, ma in fondo deve essere apprezzata proprio perché è il principio di questo tour. Loro hanno pensato che rifare Banana republic non avrebbe avuto senso. Si sono detti: “facciamo le cose per quello che sono adesso e per come noi siamo adesso, non per quello che sono state prima o per quello che dovrebbero essere nella testa della gente”. E infatti funziona. Alla fine della fiera hanno vinto di nuovo loro, è sempre tutto esaurito, e siamo tornati anche negli stessi posti: ad esempio a Milano in totale di date ne abbiamo fatte 8!”

Chiedo che cosa arrivi loro sul palco, cosa trasmette il pubblico ai musicisti.

Rispondono che arriva loro tantissimo. In realtà non sentono il pubblico, ma percepiscono il risultato del pubblico sugli artisti. Se non è serata l’atmosfera sul palco è più tesa e magari i due decidono di fare un paio di brani in meno. Stasera invece hanno visto che il pubblico era bello, caldo e partecipe, e quando hanno finito, prima dei bis…“hai visto che si sono messi lì a parlare?” mi dice Arianti.” Era Lucio che stava dicendo: - E’ una bella serata, ma facciamola Santa Lucia! - E Francesco: - è vero, hai ragione, perché non farla?- “ Ecco, anche questo è appunto “Work in progress”…!

«Viva l'Italia di Saviano»: De Gregori resta
Ci sono le sue canzoni dove appendere il tempo. E misurare le distanze, il vuoto e il pieno di quarant’anni della nostra storia. E raccontarla. Con le stesse parole, e saper loro trovare un nuovo senso. Francesco De Gregori l’altra sera è apparso - in televisione appare, niente di più - alla trasmissione di Fazio e Saviano, «mi hanno corteggiato, devi venire a cantare quella canzone ». Quella canzone è Viva l’Italia. L’Italia derubata e colpita al cuore. L’Italia che non muore. Lui, la sua voce che il tempo non ha corrotto né consumato, l’armonica, la chitarra acustica. «Il contesto mi permetteva questa esibizione in forma minimale. E mi permetteva questa canzone: l’ho scritta nel 1979, in fondo a un decennio difficile, pensavo al terrorismo, alle bombe nelle piazze, sui treni, nelle banche - l’Italia del 12 dicembre... - all’inerzia e l’incertezza che attanagliavano il Paese. Adesso non saprei a cosa agganciare quelle parole, lo sfondo è diverso eppure resta così contemporanea. Perché lo è l’invito a credere, lo è l’amore e il tifo per l’Italia, senza lusingare un patriottismo abusato».

Evocare: può essere questo il modo di dirlo, trent’anni dopo. Sfogliare unlibro di arcani che si rivelano semplici. «L’Italia non è più quella degli anni ‘70, non ha più la stessa idea “territoriale”. Si è allargata: l’Italia è di chi cerca lavoro e fatica a trovarlo.È degli immigrati che ci provano, resistendo in un posto dove non possono vivere per quello che sono, dovendo conquistarsi la permanenza. L’amore è la congiunzione che lega il Paese del 1979 a quello di oggi». De Gregori è una voce. È riconoscibile, come altre che hanno battuto il tempo, quella di Conte, o De André, che Aldo Grasso ridusse in due righe, e spremendo trovò la polpa: «Fabrizio era innanzitutto la sua voce, una voce che si riconosceva all’istante. E per questo, era una voce etica». Lo è anche quella di Francesco, così bella e intelligente. Una voce che deve esserci: andare via o restare, era il dubbio di Fazio e Saviano. «Si va via se qualcuno o qualcosa ti spinge lontano. Potrei partire domani, essere nel mondo e sentirmi ovunque a casa. Ma io resto». È contento del successo della trasmissione, «è stata decisiva la qualità degli autori, degli ospiti, di Fazio e Saviano, che si è dimostrato anche uomo di spettacolo. C’erano gli ingredienti professionali e c’era una proposta nuova, un monologo al posto di persone che si parlano l’una sopra l’altra, e nessuno capisce più niente. Abbiamo scoperto che esiste un pubblico che aspetta queste trasmissioni, e se le trova batte un colpo».

Viva l’Italia di Saviano, con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia che resiste. «Il cittadino» De Gregori si guarda intorno e vuole parlare, «ma il nostro contesto di cantanti - questo siamo - è leggero e toglie valore. E non parlo più volentieri di politica, la vedo e la vivo da molto lontano. Ci ho creduto molto, poi ho visto mancare le risposte, che sono il compito che la nobilita. Non è solo un problema italiano: il mondo,nelle sue contraddizioni, nelle sue violenze, nella sua povertà testimonia il fallimento della politica». In realtà nessuno parla di politica: si parla molto - sempre - di “politici”, ed è un’altra cosa. E ai politici è lasciato il discorso. Ascoltare Saviano è politica, e lo è cantare, e fare bene un lavoro è politica. «Non ho mai messo nel conto l’insuccesso o il successo, ho fatto ciò che mi veniva di fare, l’aspettativa non era così ingombrante. A volte è venuta più gente, a volte meno». Questo è il modo di andare avanti a sessant’anni.

«Da ragazzo dicevo ai giornalisti che non mi vedevo sul palco a 40 anni. Sciocchezze. Lo facevo per marcare la giovinezza. Adesso non mi metto limiti, sono “sul pezzo”. E il pubblico si fa ancora vedere». Infatti il Tour con Lucio Dalla va avanti, Work in progress alla fine è stato un titolo profetico. «Finirà, come tutte le cose belle. Ma adesso continuiamo a girare l’Italia senza data di scadenza, a fare cose che ci piacciono. Non volevamo riesumare Banana Republic e replicare la nostra gloria come un marchio. Sarebbe stata una cosa commerciale, terribile». Banana Republic è del 1979 e si è già detto dell’impossibilità di rintracciare quegli umori. «Però ho ritrovato intatto il rapporto umano, e migliori siamo noi. Dalla è un meraviglioso compagno musicale. L’altra volta cantavamo poco insieme. Erano due pezzi di repertorio proposti in successione. Oggi ci siamo “frullati”».

Per funzionare hanno il naturale requisito della coppia perfetta: sono opposti. Fisicamente, mimicamente, nel modo di addentare lo spartito. Curiosamente, lui chiama l’altro sempre per cognome, «Dalla», mentre Lucio lo chiama «Francesco». «È scontato dirlo, ma ci divertiamo. Giochiamo con gli attrezzi musicali, con le luci, risaltando la nostra diversità di stare sul palco». Il concerto è un racconto che scombina il tempo, toglie i paletti e lascia le canzoni dove aggrapparsi. Finisce con un dispetto alla nostalgia, una canzone bellissima di DeGregori e molto degregoriana, e quel titolo curioso sta girando per radio: “Non basta saper cantare”. «L’ho scritta per mettere un testo nuovo in questa avventura». In quelle righe trova anche la vita di Dalla, più mossa e sofferta, più generosa e sputtanata. La vita di tutti: questa è l’evocazione, il filo rosso che De Gregori chiama «amore». «Dalla mi ha stimolato: cantare gli altri è come camminare su una terra vergine»

Quando era giovane e squattrinato, e doveva scegliere, De Gregori comprava i dischi di De André. «I compagni di scuola si dividevano fra Beatles e Rolling Stones. Io dicevo loro: sentite questo che parole... Si potevano scrivere canzoni diverse, che non fossero di consumo, buone solo per vivere tre giorni a Sanremo. Poi mi sono nutrito di musica americana, Dylan, e il mitico rock West Coast. Anche Lou Reed del meraviglioso album Transformer. Ascoltavo tutto, navigando senza rotta precisa». È strano parlare di vecchi dischi, di un odore che non esiste più. «È diventato un supporto ridondante. Si è realizzato un sogno sessantottino: la musica gratis, “scaricata” in fretta. Un’offerta generosa, infinita, che confonde la proposta. Questo forse rivaluterà l'oggetto “disco”, facendone un prezioso acquisto da collezione. La musica dal vivo invece resterà, perché è una scelta “attiva”: compro un biglietto, pago un prezzo, per un concerto e una bella serata».

Nella sua musica sono entrati libri e scrittori, come Pasolini, e in concerto si sente, dopo anni, A Pa’, «Dalla mi ha convinto a cantarla di nuovo. La scrissi dieci anni dopo che era morto. Mi sembrava dimenticato per quella sua vita così scandalosa. Poi è tornato a essere citato, letto, trasmesso». Popolarizzò il disgraziato amore di Pavese, il «Cesare perduto nella pioggia» che aspetta il suo amore ballerina in quel capolavoro visionario e corale che è Alice. E poi il cinema, «certo, l’ho bevuto, e dunque è uscito, in qualche modo. Bufalo Bill è nata dopo aver visto La ballata di Cable Hogue, un western dolente di Sam Peckinpah, la fine dell’epopea del cavallo e della pistola, schiacciati dall’avvento del motore a scoppio». Il cinema, Mario Monicelli: «Non riesco a entrare nella sua sofferenza. Faccio un passo indietro. E lo ringrazio perché ci ha lasciato messaggi di qualità e popolarità, che è un modo per aiutare a crescere un Paese». E questa voglia di far conoscere un mondo di pensiero e riferimento che in tanti, in questi anni, hanno condiviso, che ha divertito e tormentato Monicelli, e che pungola De Gregori, cos’è, se non “politica”?
2 dicembre 2010

Dalla e De Gregori sempre «in progress» 

«Le canzoni non sopportano di essere fissate, voi portereste gli stessi calzini per 20 anni?»

 

I concerti agli Arcimboldi: Dalla e De Gregori, senza nostalgia Faccia a faccia - Fan trasversali in Sala Buzzati

La frase che per tutto l'incontro è rimbalzata (sottovoce) da una fila all'altra della platea coalizzando all'unanimità la fascia femminile del pubblico riguardava Francesco De Gregori e la sua carica seduttiva di uomo (e intellettuale) maturo. Di Principe sì, ma azzurro. Per tutte, nonostante qualche capello in meno sia stato compensato da qualche chilo in più, trasmette oggi maggior fascino di quando era ragazzino (e più chiuso). Una rivincita per l'autore di «Viva l'Italia» (brano eseguito da solo qualche ora dopo alla trasmissione di Fazio e Saviano) che, ha rivelato Mario Luzzatto Fegiz, un giorno gli chiese di non scrivere più che era bravo, ma che era bello.

Cenerentole a parte, c'era una Sala Buzzati attenta e preparata lunedì pomeriggio all'atteso faccia a faccia con Lucio Dalla e Francesco De Gregori, di nuovo a Milano per replicare agli Arcimboldi, dopo il successo di maggio, il loro concerto «Work in Progress» (in cartellone martedì 30 e mercoledì 1), diventato nel frattempo un doppio cd e un dvd. Una sala composta da un pubblico trasversale, forse più di «anta» che di adolescenti, che ha ascoltato i due giganti della canzone italiana, moderati da Fegiz, parlare di sé, di musica, di tempi che cambiano, della passione condivisa per Alda Merini.

Più chiacchierone Dalla («Lucio è logorroico», ha avvertito Francesco; «Mi piace molto di più parlare che essere ascoltato», ha confermato Lucio), più riflessivo e parsimonioso di parole De Gregori. «Questo concerto cambia ogni sera», ha spiegato il Principe: «Eseguiamo 26/27 canzoni, ma ne abbiamo in serbatoio una quarantina». «E l'aspetto più bello», prosegue Dalla, «è che ognuno canta le canzoni dell'altro, a parte la "Donna Cannone" e "Caruso". Al punto che il pubblico non si ricorda più chi ha scritto cosa». E riprende De Gregori: «Per me l'arte è sempre in progress. Perciò a ogni esecuzione cambio qualcosa; la canzone, come l'opera d'arte, non sopporta di essere fissata.

Il pubblico, invece, vorrebbe che rimanesse identica a come fu incisa su vinile la prima volta». Dalla: «Ma sarebbe come portare gli stessi calzini per vent'anni». Questa volta, invece, ammettono entrambi, «il pubblico è dalla nostra e mostra di gradire. Tanto da diventare, con la scenografia di Paladino e le nostre due voci unite, una parte integrante dello spettacolo». E allora perché, ha domandato Fegiz, oggi la canzone non ha più la forza di saldare le coscienze collettive? «Perché c'è troppa offerta», è l'opinione De Gregori, «e le canzoni non sono più centrali nella vita come lo erano negli Anni 70. Ma se potessi tornare indietro non è lì che andrei, ma nell'America Anni 50». «Io invece», confessa Dalla, «preferirei la Firenze del '500».
Lorenzo Viganò  30 novembre 2010

http://milano.corriere.it/milano/notizie/faccia_a_faccia/10_novembre_30/dalla-de-gregori-1804274042303.shtml

De Gregori e Dalla: «Insieme è meglio»
Lunedì incontrano i lettori al «Corriere» alla vigilia dei concerti agli Arcimboldi. Sul palco dopo i trionfi di maggio: «Una gara tra amici che si stimolano a vicenda»

Dopo i trionfi di maggio, Lucio Dalla e Francesco De Gregori tornano agli Arcimboldi per altre due date (martedì 30 e mercoledì 1) del loro tour «Work in progress». Prima, però, incontrano i lettori in un esclusivo «Faccia a faccia» in Sala Buzzati (lunedì 29 alle 15). Ai due cantautori abbiamo rivolto qualche domanda.

Che «progress» ha fatto il «work» in questi mesi?
Lucio Dalla: «Molti. Prende una piega diversa a seconda degli umori. Il vasto serbatoio di canzoni dell'uno e dell'altro ci consente di scegliere fior da fiore. La rivelazione è De Gregori, cantante straordinario che diventa quasi "nero" quando canta "Disperato erotico stomp". Ora vado a pescare "La capra Elisabetta" del '64, musica di Paoli (che mi produceva) e testo mio».
Francesco De Gregori: «Dalla è sorpreso perché in realtà in questi ultimi 30 anni non è mai venuto a un mio concerto. È chiaro che, con gli anni e l'esperienza, sono migliorato, come del resto lui».

Durante lo spettacolo vi preoccupate più del giudizio dell'altro o di quello del pubblico?
LD: «Di nessuno dei due. Ma c'è una piccola gara, come due amici che vanno a pedalare assieme e ogni tanto si sorpassano. Una componente ludica permanente».
FDG: «No, prevale il divertimento assoluto. Dalla è una continua iniezione di buon umore. Non ho mai temuto il pubblico e ho sempre avuto una mia autonomia artistica. Anche qualche smagliatura entra a far parte dello spettacolo. Cantiamo bene tutti e due, ma "Non basta saper cantare" (come titoliamo una nuova canzone)».

Adesso è uscito anche il disco «Work in Progress», due cd dal vivo e un dvd. Ma proprio perché il «work» è «in progress», che senso ha fissarlo su disco? Il disco alla fin fine rappresenta qualcosa che è già cambiato e continua a cambiare.
FDG: «Assolutamente d'accordo. Il disco non rappresenta l'artista nel suo divenire. Ma questo vale anche per i dischi in studio, non solo per i "live". D'altra parte fissare è legittimo e nobile. Basta non dare a quanto si è fissato valore assoluto. Tant'è che ogni tanto qualcuno sogna di disegnare i baffi alla Gioconda».
LD: «In realtà il "live" rappresenta il passaggio obbligato a un'altra fase, che prenderà vita a febbraio, quella degli inediti che stanno nascendo. Siamo entrati in una sorta di "Neverending tour" (tour senza fine, come quello di Dylan, Nda) che può avere sviluppi imprevedibili».

Perché il pubblico ha l'impressione che le canzoni recenti valgono meno di quelle del passato?
FDG: «Perché è vero. Il pubblico è giustamente affezionato a opere che danno forma a un passato collettivo o personale. Quindi è normale che preferisca "Alice" e "Generale" a "Vai in Africa Celestino". Io ricordo le difficoltà che all'epoca incontrò "Titanic" e una canzone come "La leva calcistica". Per non parlare di "Bufalo Bill" che i detrattori chiamavano "Bufala Bill". Occorre tempo per capire. Allora i discografici erano editori e consiglieri. Oggi non ne hanno gli strumenti culturali».
LD: «La gente ha ragione. Quando c'è sinergia fra scrittura e società è tutta un'altra cosa. Canzoni come "La Leva calcistica" non ne nascono più. Ed è un privilegio poterle cantare: sono ancora contemporanee».

Domanda a Dalla: la parola ti va stretta?
LD: «Si soprattutto nel live. Nel concerto altri stimoli la svuotano. Invece componendo prende spessore e anzi ultimamente è la musica che mi va stretta».

A De Gregori: dal vivo sembri più motivato e comunicativo di qualche anno fa: che cosa è successo?
FDG: «Mi diverto di più e ho meno paura».

A entrambi: quali sono secondo voi i punti di riferimento culturali delle nuove generazioni?
LD: «Non ne hanno. Dominano moda e tendenza. Si preferiscono contenuti assimilabili in tempi brevi. C’è meno fantasia in chi scrive e in chi ascolta. Lo spettro tematico si riduce. Una canzone come "Disperato erotico stomp", che richiede uno sforzo di comprensione, oggi non avrebbe spazio».
FDG: «Non ne ho idea».

Avete (e abbiamo) conosciuto le stagioni più felici della musica. Personaggi come voi hanno vissuto i tempi in cui la musica aveva davvero una centralità nella cultura italiana. Come uscire dalla logica del rimpianto?
FDG: «Capire che noi non siamo l’ombelico del giudizio. Alimentare curiosità e buona fede verso ciò che di nuovo il mondo ci propone in tutte le arti. Questo ci aiuta a rimanere parzialmente giovani. Molte cose non ci possono piacere perché non le capiamo».
LD: «Le situazioni mutano. Rimpiangere è una perdita di tempo».

Prefazione di Francesco De Gregori al libro di Aldo Cazzullo

 

roprio mentre si apprestano a celebrare i 150 anni della fondazione del loro paese, gli italiani sembrano essere sempre meno interessati a conoscere e a riconoscere la loro italianità. Eppure non sono mancati nella storia i momenti in cui il senso di appartenenza civica alla comunità nazionale, e addirittura un vero e proprio sentimento d’amore per la patria, sono emersi ad accompagnare gli avvenimenti del paese, soccorrendolo nei momenti di crisi. Quando scrissi la canzone Viva l’Italia mi era sembrato naturale ricordare quella forte risposta collettiva che l’Italia seppe dare al terrorismo alla fine degli anni 70. Nonostante ciò la canzone, che pure era piena di chiaroscuri e – credo – non del tutto retorica, non piacque a chi nel pubblico aveva sempre considerato i valori patriottici un retaggio reazionario, patrimonio della destra e dei “fascisti” tout court. A nulla valeva ricordare, come feci allora con un mio amico assai politicamente corretto, che la maggior parte delle lettere dei condannati a morte della Resistenza si concludevano proprio con queste parole di invocazione e di consapevole memoria. Niente da fare, nonostante tutto “Viva l’Italia” imbarazzava. Dire o anche solo pensare questa semplice frase poteva essere spiazzante. Rimandava nel migliore dei casi a un Risorgimento polveroso, studiato in fretta in vista dell’esame di maturità e altrettanto frettolosamente archiviato. O magari alla parata militare del 2 giugno, o alla fanfara dei bersaglieri. A nulla di troppo contemporaneo, insomma.

Eppure, in un bellissimo film di grande successo popolare come La grande guerra c’è molta patria. Due improbabili eroi, che per tutta la durata della pellicola sembrano spalmati sui peggiori stereotipi dell’italiano furbo e un po’ vigliacco, si fanno fucilare dagli austriaci pur di non tradire il proprio paese. E il contractor Fabrizio Quattrocchi (e qui non siamo in una fiction), prima di essere giustiziato in Iraq da un gruppo terroristico, grida una frase – “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano” – che potrebbe essere l’invocazione di un eroe risorgimentale o di un martire di via Tasso. Quattrocchi verrà insignito di medaglia d’oro al valor civile, e questa decisione sarà accompagnata da incomprensibili e indegne polemiche. Se ci chiediamo il perchè di tutto ciò, le risposte possono essere infinite e anche vagamente imbarazzanti. Certo è mancato nella storia del nostro paese l’equivalente della Rivoluzione francese, quel momento fondativo in cui popolo, Stato e nazione si autoidentificano e scrivono insieme le proprie leggi. Anche la Resistenza, che sta alla base della nostra attuale Costituzione e che pure fu guerra di liberazione nazionale, non sempre condivise in maniera univoca il progetto di una nuova Italia. Né mancarono episodi come quello di Porzus in cui la Resistenza tradì se stessa insieme ai valori della patria.

Ma davvero dobbiamo rassegnarci a una visione di noi stessi così negativa, davvero dobbiamo ringraziare solo il famoso stellone per tutto ciò che di straordinario l’Italia rappresenta ancora oggi agli occhi del mondo? In realtà gli uomini che combatterono per l’unità d’Italia furono in larga parte coraggiosi e lungimiranti, ebbero fin da allora un’idea attualissima (seppure anche in quel caso non sempre omogenea) del nuovo paese che stavano disegnando. Sacrificarono generosamente la loro esistenza, e in molti casi la loro vita, a un ideale di Stato democratico che nella sua compiuta realizzazione collocò 150 anni fa l’Italia a pieno titolo nel novero delle moderne nazioni europee. Certo, non viene in soccorso alla nostra autostima scoprire nel libro di Aldo Cazzullo che forse il nostro inno nazionale è frutto di un plagio, che la contessa di Castiglione non fu esattamente una Giovanna d’Arco, che non sempre gli uomini del Risorgimento seppero essere, in pubblico e in privato, all’altezza del loro ruolo. Ma veramente possiamo ricondurre la frastagliata e travagliata storia del nostro Risorgimento ai suoi aspetti meno nobili? O, peggio ancora, imputargli, come qualcuno tenta di fare, addirittura il “genocidio”, culturale e non solo, delle popolazioni del Mezzogiorno? E la Resistenza va davvero riletta al contrario, confondendo ruoli e valori opposti, ricomponibili forse sul piano umano, ma certamente non su quello del giudizio storico definitivo? Ma nell’Italia di oggi, dove il tema stesso dell’unità del paese è oggetto di discussione e una crisi profonda sembra attraversare tutte le istituzioni, forse dovremmo ricordarci che non è una buona idea quella di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Specchiarci in noi stessi e ripercorrere le tappe che ci hanno portato fin qui può essere a tratti difficile e non sempre gratificante: ma una lettura disincantata (e non necessariamente priva d’orgoglio) della nostra breve storia d’italiani dobbiamo permettercela. Forse non basta a risolvere i problemi che ci stanno davanti, ma serve.
Le pagine che seguono sono il racconto di quello che siamo stati e di quello che siamo oggi, anche se a volte sembra che ci faccia piacere dimenticarlo.

(Francesco De Gregori, Il Messaggero)

"Non basta saper cantare": da oggi in radio il nuovo singolo del duo Dalla-De Gregori
((a cura di Frank Corallo)
E' da oggi in radio "Non basta saper cantare", il nuovo singolo del duo Lucio Dalla & Francesco De Gregori che, dopo la cover di Just a Gigolò, lancia questo nuovo brano in attesa di riprendere da Milano (30 novembre) il fortunatissimo tour “Work in Progress”. Dopo aver fatto registrare il pienone estivo nei concerti all'aperto, ci si appresta dunque a ripartire nei teatri, fino alla prossima primavera, per promuovere il doppio cd (live e inediti) che uscirà il 16 novembre.
E così, come antipasto, ecco questo delizioso affresco in musica, scritto interamente da De Gregori ma condiviso, per spirito di partecipazione, assieme a Dalla.
Quando a Nonantola, il 22 gennaio scorso, fu eseguita per la prima volta (vedi il video), il pubblico ne rimase affascinato: un susseguirsi di immagini, tipiche del repertorio del cantautore romano: la luna, le stelle, la strada, la pioggia, i cani.

Difficile scrivere in termini logici di qualcosa che sfugge e ti cattura, con quel pianoforte a scandire i versi: “Da quest'angolo di finestra si vede un pezzo di strada/un esercito ritorna a casa/sotto la pioggia ghiacciata/in una terra spaccata e ferita/sotto a un cielo di lava/ci sono cani affamati che girano/e gente nuda che scava...”.
E' una riflessione sul senso lieve della vita che passa, tra sentimenti (“sarebbe da venirti a prendere e portarti a ballare”) e la cruda realtà di chi a mani nude toglie macerie.
Nel ritornello è racchiuso il senso del brano: "Ci vuole tempo e pazienza per imparare il dolore/
lacrime e competenza per impastare l'amore....” come se dolore e amore fossero uno l'acqua e l'altro il cemento, per edificare chissà cosa. E chissà perchè.
Il mistero viene portato sul palcoscenico dai due cantautori, citati nel finale: “Su questo pezzo di strada/dove la notte è padrona/dove c'è un orso che balla/e una scimmia che suona...”.
Facile associare all'eclettico genietto bolognese l'immagine dell'orso e al Principe romano quella della scimmia.
Curiosa poi la storia sulla “nascita” di questa canzone, raccontata proprio a Nonantola, data zero del tour: era stata composta pochissime ore prima dell'inizio del concerto.
“Viene Francesco in camerino – disse Lucio Dalla – con quella sua aria sorniona e mi fa: <<Guarda, ho buttato giù questi due versi oggi pomeriggio.>>. Io gli risposi quasi ridendo e, col pianoforte dinanzi, mi misi ad ascoltare. Ci son rimasto secco, come mi è capitato poche altre volte ma quasi sempre con le canzoni di De Gregori. E ho rosicato come un pazzo”.
Quando poi la presentarono al pubblico, annunciando il titolo, NON BASTA SAPER CANTARE, Francesco aggiunse, bisbigliando “...ma serve”.
In effetti era lo stesso pensiero di quanti rimasero lì stecchiti per 3 minuti ad ascoltare questa meraviglia. E magari nella mente dell' Autore il riferimento era ad una mera questione economica...!
Se però il risultato è questo, ben vengano i soldi.
Ma se ti fermi a rifletterci sù e ricordi quel “e meno male che c'è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare, sennò la nostra vita sarebbe come una barchetta in mezzo al mare” capisci che non è un caso.. Stavolta su quella barchetta ci stanno un orso e una scimmia.
Il mare, però, è sempre lo stesso.Come la barchetta, la tristezza. E la nostra vita.

De Gregori: «Cerco l'anima delle città» Il tour con Dalla approda al Parco Nord
Il cantautore: «Con Lucio stiamo lavorando da un disco di inediti firmato da entrambi»


Ride. Ride molto Francesco De Gregori. Una risata piena che mette allegria. E il bello è che non te l’aspetteresti. Le ragioni di questa serenità palpabile se le tiene per lui, non l’ha mai sbandierata la sua intimità, pur essendo uomo di cuore e di palco. Ma una, almeno una delle ragioni dei suoi sorrisi, in questo momento della sua vita è nota. C’è di mezzo la musica che divide con Lucio Dalla. Un «gioco» nato trent’anni fa con il tour di Banana Republic, rispolverato e lucidato quest’anno. L’avevano chiamato Work in progress questo ritrovato sodalizio artistico proprio per non illudere nessuno. Fatto sta che per ora non riescono a fermarsi e martedì, dopo un’estate allegra e intensa, li vedremo sul palco dell’Arena Parco Nord alla Festa dell’Unità di Bologna (ore 21).

De Gregori, a questo punto vietato credere a chi dice che il tempo le rovina le coppie...
«Il tempo in realtà può essere il peggior nemico o il miglior alleato. Io e Lucio abbiamo un’età anagrafica e professionale altissima, ma la cosa non ci preoccupa affatto. Trent’anni fa abbiamo fatto un tour che è rimasto un paletto importante nella storia dei concerti del nostro Paese e quando ci siamo reincontrati l’anno scorso abbiamo pensato che le nostre due voci e le nostre due teste musicali potessero essere interessanti e stimolanti per noi due».
Dovete aver pensato molto bene, visto che i critici parlano di «corrispondenza d’amorosi sensi» vedendovi insieme sul palco. Il pubblico, poi, non vi perde di vista un attimo. Dove vi porterà questo amore ritrovato?
«Avremo senz’altro un seguito invernale del tour nei teatri, fra qualche mese uscirà un disco di canzoni dal vivo e poi stiamo lavorando a un album di canzoni inedite scritte da me e da Dalla. Finché ci divertiamo andiamo avanti, non abbiamo una data di scadenza. Poi però tutte le cose belle finiscono...».
Ci vorrebbe un’intervista a specchio con il suo collega, ma intanto lo chiediamo a lei: cosa le piace della sua «metà» bolognese?
«La prima cosa che colpisce di lui non è certo la sua bolognesità. Di Dalla sul palco mi piace l’intelligenza, è un grande show man, un uomo di multiforme impegno, che è anche la ragione, quest’ultima, per cui tanti anni fa poi abbiamo preso strade diverse».
Durante i vostri concerti ripercorrete i grandi successi dell’uno e dell’altro. Lei ha sempre detto che ci sono delle canzoni che non può evitare di cantare, perché le chiede il suo pubblico. Poi, però, nel suo repertorio ci sono innumerevoli «chicche», come «Pane e castagne», «Lettere da un cosmodromo messicano», «Renoir»... Non è che le risentiremo magari a Bologna?
«Io ci lavoro sul palco: mi diverto se la gente si diverte, quindi non è affatto vero che li odio i miei grandi successi, come qualcuno sostiene. Anzi, bisogna pensare alle canzoni che la gente ama di più. Ma c’è anche spazio per le "chicche" da intenditori: con Lucio per esempio io canto A Pà dedicata a Pier Paolo Pasolini. In ogni caso ci avevo già pensato a fare una serie di concerti in posti piccolissimi con tutte le mie "chicche", avrei anche la libertà per farlo seppur rischioso dal punto di vista commerciale. Sa cosa le dico? Forse lo farò davvero...».
Ci permetta un’incursione nell’attualità. Che effetto le fa venire a cantare alla Festa dell’Unità in una Bologna commissariata? Se pensa che è sempre stata una città-laboratorio per la sinistra italiana...
«Spero che non abbia perso quel ruolo, ma mi sembra che sia comunque guidata da un ottimo commissario, la Cancellieri. Io non guardo la politica nelle città, ne guardo l’anima. La mia è una visione musicale e Bologna è una città che amo. Altrimenti mi butterei in politica...»
Ci ha mai pensato?
«A dire il vero no, ma mai dire mai nella vita. È per la musica che sono vecchio, ma per la politica sono ancora giovane: basta vedere i politici che ci sono al giorno d’oggi...».
Non sembra molto vicino alla politica in questo momento...
«Assolutamente no. Io la politica la guardo dall’alto e le cose che si vedono dall’alto sono cose lontane».
E di Bologna, vista da vicino naturalmente, cosa le piace?
«È una città poco turistica e questo la salva. È una città medievale bellissima, importante per l’arte italiana, ma resta più appartata di altre: bisogna andarsela a cercare. E poi ha conservato ancora una dimensione provinciale...».
Perdoni la domanda, me la sono tenuta per la fine. Io adesso posso smentire, ma dicono che lei con i giornalisti in genere non è proprio simpatico. Cosa le hanno fatto?
Ed ecco che arriva una bella risata piena: «Non ho un’inimicizia verso la stampa, ma spesso ho trovato persone che trattavano con superficialità il mio mestiere. Ma non generalizzo mai».

Daniela Corneo . 12.9.2010 - Corriere di Bologna

Le due generazioni di Dalla & De Gregori - Torino - Piazza Castello

paola italiano: Ero al concerto del tour Banana Republic anche trent’anni fa. Le differenze sono molte: prima di tutto, allora non c’era la security che tentava di impedirti di scattare una foto».

A due ore dall’inizio dell’esibizione di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, Luciano Pizzata era già in prima fila, seduto contro le transenne, in attesa di fare il suo viaggio sentimentale che lo avrebbe riportato indietro nel tempo ai suoi vent’anni. A sorpresa, gli artisti escono sul palco per una prova: sono le 19,30 quando in piazza Castello tutti, che siano lì per il concerto o semplici passanti, iniziano a cantare: «Generale dietro la collina...».

De Gregori alla chitarra e voce, Lucio Dalla al piano: mentre il sole è ancora alto, i due cantautori si regalano generosamente anche agli scatti di macchine fotografiche e telefonini spuntati fuori a decine, mentre la security tenta - inspiegabilmente - di impedire al pubblico di catturare immagini, intimando di non fare foto («non durante le prove, solo a inizio concerto»), con tanto di mani a coprire gli obiettivi. E la gente si lamenta: «Ma non vi vergognate?». «Ma cosa volete?». «Ma non era una festa “democratica”?».

Eccole, spuntano fuori anche qui le accuse di snobismo, di non essere abbastanza «di sinistra», che perseguitano i nipotini del vecchio Pci e riemergono anche sotto un palco a due passi dai banchi con le popolarissime e rossissime salamelle. Molti di quelli che hanno già un posto in prima fila c’erano anche nel 1979, ai tempi di Banana Republic. Che erano poi anche i tempi del compianto Enrico Berlinguer, gli anni 70, le lotte: e allora non stupisce sentire che alcuni di questi fans militanti dicano ancora Festa dell’Unità invece di «kermesse democratica»; né stupisce che si indignino perché si vorrebbe loro impedire di fare foto su una pubblica piazza durante un pubblico evento a pubblici personaggi. «Quello del 1979 è stato il primo concerto della mia vita - racconta Lucio Bovo -. Sono qui soprattutto perché sono un amante della musica, in particolare quella dal vivo. Sì, sono di sinistra, ma trovo il Pd... come dire? Troppo tranquillo. D’altronde, a quei tempi la nostra era una presenza più militante, ora molta genete viene solo per il concerto».

Mario Mascarino, elettricista, è uno dei più furiosi contro chi vorrebbe impedirgli di fotografare: «Sono venuto per il concerto, non per la politica. Non mi impegno più, per questo Pd». Seduti ad aspettare ci sono anche dei giovanissimi. Marta Febbo, classe 1987, ha ereditato dai genitori la passione per i cantautori: «Sono di sinistra , anche se il Pd non mi convince tanto. Sono qui soprattutto per il concerto a dire il vero, la festa non mi interessa particolarmente». «Li seguo da 30 anni - confessa la sua passione Antonella Calzavara -. Ero minorenne quando vidi Dalla dal vivo al Palasport di Torino nel 1980, ma non era con De Gregori, in quel concerto c’era Ron».

E la politica? «Negli anni 80 non ci impegnava più, prevaleva l’ edonismo reaganiano. Solo più tardi ho iniziato a essere consapevole e a impegnarmi. Peccato che poi, il terzo stadio, sia stato la disillusione. Ma - lascia accesa la speranza - se ci fosse un progetto politico serio sarei pronta a rimettermi in gioco». Antonello Gastaldo invece non fa discorsi nostalgici. Aveva appena 15 anni nel 1979 e Dalla e De Gregori li ha visti per la prima volta solo due mesi fa a Venaria: «Un concerto bellissimo, sono tornato perché sono bravissimi. Però è stato poco pubblicizzato». E se gli si chiede se è qui solo per la musica o anche per affezione politica, si limita a indicare il suo cuore e l’adesivo tricolore che ha appena apposto sulla maglia: «Partito Democratico».

 

De Gregori: si può vivere anche senza avere una casa discografica
"
Meglio suonare in concerto. C'è la crisi? Sì, ma di idee"

 

 

In tour con l'amico Dalla il cantautore non disdegna un po' di karaoke e racconta come è cambiato il business della musica negli ultimi 35 anni


NAPOLI - «Sono un uomo libero, lo sono sempre stato. Non ho mai avuto né voluto scadenze nel mio lavoro, nemmeno quando ho cominciato», Francesco De Gregori da 40 anni racconta l' Italia e se stesso con le canzoni. E continua a farlo, con la stessa tenace indipendenza che lo accompagna dagli esordi, anche dopo che con il suo album più recente «Per brevità chiamato artista» (del 2008) ha chiuso il contratto con la sua casa discografica. «Smettere? Non ci penso nemmeno. Cos' altro potrei fare? Dopo un po' che sono andato via, si è dimesso anche il direttore generale per fare il giudice in un reality televisivo. Come posso sentirmi orfano di una casa discografica? Benedico Dio di non avere un contratto con questa discografia in crisi di idee. Prima vendevo 300 mila dischi ora arrivo a 30 mila, ma non sono il solo. È cambiato il mondo, il modo di comunicare. Quando ho iniziato io si cantava per strada o in teatro, poi sono arrivati i prodotti di massa, oggi i ragazzi usano internet. Ma i cambiamenti non sono un male, altrimenti artisti come Elvis non sarebbero mai venuti fuori». La sua ultima avventura lo ha portato di nuovo sul palco con l' amico Lucio Dalla, a distanza di 31 anni da «Banana Republic», il tour che nel ' 79 segnò il ritorno della musica negli stadi, aprendo una crepa nella stagione nera del terrorismo. Adesso i due amici sul palco si divertono a lasciare libere canzoni e memoria, in un crescendo che, alla fine, mette in sequenza «La donna cannone», «Caruso» e «Buonanotte fiorellino». E il tour, nato in primavera per vivere poche date, adesso si protrarrà almeno fino all' autunno (il 20 agosto sarà a Cagliari, il 21 ad Alghero e il 24 e 25 a Taormina) e sarà racchiuso in un cd o un dvd. «Non vedo una data di scadenza immediata. Però finirà prima o poi, come tutte le cose belle. Non era scontato che andasse così. Per noi è un regalo. In questo tour ho guadagnato leggerezza. Quando ho cominciato, l' ambizione era stare lontano dagli stereotipi rockettari della chitarre elettriche brandite in modo fallico. Sono nato dentro lo stile cantautorale anche se con il tempo me ne sono affrancato e ho perso un po' di autoreferenzialità». E, infatti, al pubblico fa cantare «Rimmel», con il testo che scorre su uno schermo alle spalle della band. Un karaoke all' aperto, forse per smentire la storia che a De Gregori non piace ascoltare i cori degli spettatori. «Non è vero che mi dà fastidio. Ai concerti la gente canta anche se non è invitata a farlo. È naturale. Anche io intonavo De André con i miei compagni quando andavamo in gita scolastica».

Cortese ma non ruffiano, schivo però mai burbero, De Gregori non ama le polemiche («Dei miei colleghi non parlo male»), evita la politica ma non la musica. Ricorda quando negli anni Settanta l' Hotel Bellevue di Rimini era il rifugio delle aspiranti star della musica italiana. «C' erano Baglioni, De André, Loredana Bertè, Renato Zero che girava con un furgoncino e tre ballerine; ma noi a Renato invidiavamo soprattutto l' impianto voci. Arrivavamo in albergo alle cinque di mattina dopo aver suonato a 300 chilometri di distanza e ci facevano trovare da mangiare. Era un momento di grande gioia, collaborazione, diversità: la nouvelle vague del pop italiano». Lui all' epoca non aveva ancora 30 anni, giovane cantautore introspettivo innamorato di Bob Dylan e Leonard Cohen, criticato per i suoi testi oscuri eppure magnetici. «Non mi infastidiscono le critiche, ma la superficialità sì. I detrattori si scatenarono contro "Rimmel", eppure è stato uno dei miei album più venduti». E lui a scrivere canzoni non ha mai rinunciato, convinto che siano «la spina dorsale della nostra storia degli ultimi trent' anni da Buscaglione a Spadaro, figlie dirette della romanza, dell' opera. Rimangono l' osso duro, il nocciolo della nostra musica. Quando scrivo ho voglia di raccontare qualcosa, ma non ho pretese letterarie. La narrazione è evocativa, alle storie ognuno accomuna le sue vicende personali. A volte la narrazione non è autobiografica, vive di suggestioni: alla fine si lavora con quello che c' è in cucina». Per De Gregori Fabrizio De André ha rappresentato lo «sconvolgimento». «Ascoltandolo ho capito che le canzoni potevano servire non soltanto a partecipare a un concorso canoro ma anche a raccontarlo. Lui ha la primogenitura, a 16 anni compravo i suoi dischi che non si trovavano, mi piacevano i suoi brani più corrosivi, figli del mondo di Brassens. Con Fabrizio poi ho lavorato, siamo stati nella sua casa in Gallura. Non era un uomo tranquillo, sua moglie gli lasciò il figlio Cristiano, oggi ottimo musicista. Allora era un bambino e guardava incuriosito questi due personaggi che suonavano, fumavano, bevevano». Ma formativo per la produzione di De Gregori è stato anche il cinema, in particolare Blow up di Antonioni. «Quando uscì nelle sale lo vidi tre o quattro volte. Fu una folgorazione, capii bene quello che Antonioni voleva dire e me lo sono portato dietro: la realtà non è fotografabile, quello che si può fotografare non è la realtà». 

Sandra Cesarale  - Corriere della Sera.

 

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Palermo: musica vera, per canzoni vere

La Sicilia.1.8.2010 - Leonardo Lodato

Palermo. Se pensavate di trovare la folla dei grandi eventi, beh, avete sbagliato. Il concerto è di quelli che meriterebbero il pienone, ma complici le ferie che hanno svuotato la città, e la crisi economica che colpisce le famiglie, al cospetto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, ci sono proprio i fedelissimi, soprattutto attempati quarantenni e cinquantenni con stampato sul volto quel sorriso che dice tutto: io c'ero, quasi trent'anni fa, al concerto del Banana Republic Tour. Già, loro c'erano, e di anni ne sono passati, per l'appunto, quasi trenta. Trent'anni in cui Lucio & Ciccio si saranno pure imbolsiti, avranno perso qualche capello, avranno messo su un po' di pancia, ma non hanno certo perso la verve di quella «italian connection» capace di inventare grandi musica o, per dirla con le parole del principe, canzoni vere con parole vere. Già, perché oggi, per sentirne, di canzoni vere con parole vere, ce ne vuole davvero. Loro no, non hanno mollato la presa, e sono lì, ad autoincensarsi con quel grappolo di ironia che i giovani artisti d'oggi non sanno neppure dove stia di casa. Si beccano, si prendono in giro, ridono, aspettano l'applauso che stenta ad arrivare (noblesse oblige di un pubblico che vuole ascoltare più che essere ascoltato).
Dalla e De Gregori si reinventano e reinventano le loro canzoni d'autore, come nel caso di «Buonanotte fiorellino», mentre il coup de théâtre arriva quando Marco Alemanno, attore-vocalist, guadagna le luci dei riflettori recitando un brano da «L'affondamento del Titanic» di Hans Magnus Enzensberger, spalancando le porte ad una tiratissima versione de «I muscoli del capitano».
Grande musica con una band dal sound ineccepibile: Bruno Mariani (chitarre), Alessandro Valle (pedal steel guitar), Alessandro Arianti (tastiere), Fabio Coppini (tastiere), Guido Guglielminetti (basso), Gionata Colaprisca (percussioni), Maurizio Dei Lazzaretti (batteria), Emanuela Cortesi e Marco Alemanno (cori).
Lucio veste i panni di «Nuvolari» sulle essenziali scenografie di Mimmo Paladino, mentre «Gran Turismo» e «Gigolò» rappresentano il lato inedito del concerto. A valanga, «Disperato erotico stomp», «Agnello di Dio», «Futura». Francesco De Gregori canta. Fuma e canta. Alterna piano, armonica e chitarra nascosto dietro gli occhiali scuri. Lucio Dalla si spoglia (nei limiti della decenza), canotta e giacca, Panama e papalina. Il calore del pubblico scaccia dal velodromo quel pizzico di umidità che cerca di posarsi sulle nostre teste.
Canzoni vere con parole vere. E i trent'anni da Banana Republic, non solo non sembrano passati, ma sono trascorsi bene, conservando certi brani proprio come si fa con il buon vino in cantina, pronto ad essere stappato e a giocarsi la partita con tutte le nuove produzioni. L'esito della partita è scontato.


 

 

Dalla e De Gregori:  «Non sentirsi per 30 anni e rimanere amici»

Il camerino di Lucio Dalla è all'ingresso del backstage. La porta è aperta, dentro, in 8 metri quadrati, ci sono dieci persone, un tavolo con cibi e bevande e la nebbia. Fumano tutti, fan venuti a salutarlo, l'inseparabile attore Marco Alemanno, la suggeritrice, qualche musicista.

Il camerino di Francesco De Gregori è l'ultimo, in fondo. Mentre ci si arriva i rumori si dissolvono. La porta è chiusa. Dentro, nessuno. Un divano ricoperto da velluto blu, una giacca nera e un cappello. Sul tavolino, un calice di vino rosso.

Dalla e De Gregori sono come i loro camerini, mondi opposti. Uno, Dalla, ha appena cambiato la suoneria del cellulare, da quella che fischia e che poi urla: Taxiii!, a quella del cane che abbaia. L'altro, De Gregori, ha, da sempre, la suoneria standard dei cellulari Nokia, distorta sul finale. Uno viaggia con le scarpe da ginnastica spaiate, al piede sinistro ne ha una rossa e al destro una blu. L'altro indossa mocassini bianchi. Uno fuma una sigaretta dietro l'altra (ma dice che non aspira), l'altro ha smesso da 8 anni. Uno controlla se suona tutto, l'altro dice che ora fa solo il cantante. Uno dice che non suda neanche, l'altro beve acqua di continuo. Uno dopo il concerto va a cena e fa le tre di notte, l'altro va a dormire. Uno parla senza sosta, l'altro ascolta. Uno chiama l'altro Francesco, l'altro lo chiama Dalla. Uno se gli dai del «signore» si incazza, l'altro ringrazia.

 

 

 

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Era dal febbraio 1993, quando, con dieci minuti di tube mi recavo dal mio albergo per sedermi al mio posto numerato dell'Hammersmith Theatre di Londra, che non facevo un'esperienza similare. Lo feci per tre sere di fila, allora. Oggi, invece della tube, sono salito in macchina, dieci minuti di strada e sono approdato per due sere (non consecutive) al teatro Arcimboldi. Allora era Bob Dylan, oggi Dalla & De Gregori. In entrambi un gran bel modo di vivere la musica e i concerti. Ed è interessante andare a vedere gli stessi artisti per più sere consecutive, in quelle che nel gergo musicale si chiamano "residenze", quando cioè piantano le tende per più spettacoli nella stessa città e nella stessa location. Puoi cogliere, in quelle che sono serate dall'ossatura praticamente identica, le diversità, le sfumature, i colori differenti, sia negli artisti che nel pubblico.

La sera del 5 maggio, prima ufficiale del Dalla & De Gregori Work in Progress 2010 Tour - dopo la serata clandestina e garage del gennaio scorso a Nonantola - i due erano freddini, a tratti insicuri, molto professionali. Il pubblico pure. Raramente si è scaldato. E il sound, specie nella prima parte, tenendo conto che eravamo alla seconda Scala di Milano, era missato decisamente male. Ottimo concerto, per carità: con due artisti del genere non poteva essere altrimenti, ma sembrava che le grandi emozioni e le passioni fossero rimaste a Nonantola. Ieri sera, invece, quarta serata di una residenza che arriverà a contarne sette, tutta altra musica. Dalla & De Gregori sciolti, divertiti e divertenti. Sound perfettissimo, degno degli Arcimboldi (tenendo conto che oltre ai due sul palco ci sono quindici musicisti compreso un quartetto d'archi). Cambiamenti di scaletta: invertito l'ordine di alcuni brani per rendere la prima parte più densa e tirata, che la prima sera era stata un po' moscia, e via Pezzi dal finale (peccato perché era una versione rock'n'roll da paura) per inserire nella prima parte la sempre bellissima La storia siamo noi.
I momenti più alti rimangono ovviamente la doppietta La valigia dell'attore e Caruso, probabilmente le due canzoni più belle della storia della musica italiana del Novecento, a parte quelle di Modugno ovviamente. Come sono state interpretate dai due (l'unico momento - oltre alla Donna cannone - di questi concerti in cui Dalla & De Gregori non si esibiscono insieme) è stato veramente travolgente. Una intensità da spaccare il cuore del più incallito bastardo. Ma non c'è momento nel concerto che non sia spettacolare: il modo in cui i due si alternano alle strofe delle rispettive canzoni, la consapevolezza di star rivistando pagine memorabili della musica d'autore di sempre, la commozione per riscoprirle insieme al pubblico, la band straordinaria. Eh, in Italia mancava un evento di tale portata. Splendida l'apertura del secondo tempo, con l'attore-vocalist che recita un pezzo de L'affondamento del Titanic di Hans Magnus Enzensberger (e poi parte una versione da urlo de I muscoli del capitano). E se L'anno che verrà, con quel finale tiratissimo e rock ti fa alzare dalle poltroncine, Rimmel in versione karaoke dopo che per decenni De Gregori è stato accusato di disprezzare il pubblico perché non permette loro di cantare insieme a lui, è stata un delirio totale. Chitarra dodici corde, testo che scorreva sul maxi schermo (come dire: e fateve sta cantata, li mortacci vostra), lui più dylaniano che mai con gli occhiali da sole... Arcimboldi letteralmente esploso in un diluvio assordante di applausi. De Gregori batte Dalla uno a zero.

Si scherza ovviamente, che in serate come queste l'unico vincitore è la musica. "E' bello cantare" dice a un certo punto uno stupito Lucio Dalla. Stupito che a quasi settant'anni sia ancora possibile scoprire la bellezza del canto e della canzone. Ma una canzone non basta, e non basta saper cantare, come dice il pezzo che conclude delle serate memorabili. "Però serve", aggiunge ridacchiando Lucio. E a noi servono le canzoni. Canzoni come queste.

Post scriptum: in entrambe le serate grande sfilata di vip(s). Si sono notati in sala: Giorgio Armani, Ornella Vanoni, Paola Turci, Enrico Ruggeri, Linus, la famiglia Bisio al completo. E il vostro good Doctor, ovviamente.

(Paolo Vites)

Le foto di Milano del 5 maggio 2010

dall'inviata speciale Valeria Bissacco, per il Titanic

 

ESCLUSIVA/ Francesco De Gregori si racconta: La gioia di suonare con Lucio Dalla dopo tanti anni - Paolo Vites

Francesco De Gregori è al telefono. Interrompe per una mezz'ora le prove in cui è impegnatissimo. Qualche colpo di tosse nella voce, segno dell’intensità con cui si sta preparando all’attesa e lunga serie di concerti insieme al vecchio amico Lucio Dalla, trentuno anni dopo la storica tournée di "Banana Republic".

Questa nuova serie di concerti si chiama invece "Work in Progress", ed è stata una successione di lavori in corso durata diversi mesi, qualche apparizione a sorpresa in piccoli club e uno spettacolo televisivo che li porterà agli Arcimboldi di Milano (già tutto esaurito per il primo di sette concerti, poi Roma e un tour in Italia e all’estero).

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando si ironizzava sui “cantautori”, bravi magari a scrivere testi di canzone che sembravano poesie, ma considerati musicisti di serie B. Dalla e De Gregori sono la dimostrazione invece che quel mondo di cantautori portava in grembo alcuni dei migliori musicisti italiani di sempre. Magari non tutti, i cantautori, ma quello che Francesco e Lucio stanno per portare sui palchi è senz’altro grandissima musica. Totale.

È un po’ una rivincita, questa, del mondo antico dei cantautori, spesso presi in giro perché poco “musicisti”. Voi state dimostrando esattamente il contrario.

In realtà il cantautore sono io. Lucio è sempre stato un signor musicista, sin da giovanissimo quando suonava il clarino in gruppi jazz. Ha suonato anche con Chet Baker, figurati. Ha partecipato ai Cantagiro… Dalla ha fatto di tutto ed è sopravissuto a tutto. Io invece ero senz’altro inseribile in quella che era l’iconografia del cantautore tipico. Poi col tempo le cose sono cambiate, quello che stiamo facendo è uno spettacolo dove c’è innegabilmente una grandissima forza testuale, lirica, ma c’è anche una grandissima forza musicale.

Per far ciò, avete fatto un esperimento interessante. Avete unito le vostre rispettive band, prendendo alcuni musicisti dell’una e dell’altra.. Come vi siete accordati?

A dire la verità ci siamo detti mezza parola. Allora io ho ragionato non in termini di qualità perché i musicisti che ho lasciato fuori sono bravissimi, ma in termini di funzionalità. Ho scelto chi suona la pedal steel, il bassista, il fido Guglielminetti, e il tastierista. Dalla ha detto, benissimo allora io porto gli altri. Una discussione di trenta secondi. Se le cose non fossero andate bene avremmo dovuto ritoccare la composizione della band e invece sono andate benissimo sin dall’inizio. Tenendo conto che abbiamo fatto delle prove stranissime, tipo sette gironi poi fermi un mese e mezzo poi altri cinque giorni… Prove diluite insomma e scaglionate nel tempo. Facemmo le prime nell’ottobre dell’anno scorso per verificare con largo anticipo che questo innesto di band funzionasse e così è stato.

Abbiamo potuto osservarvi in anteprima lo scorso mese di marzo in un bellissimo concerto trasmesso televisivamente. Quello che colpiva era vedere nei vostri volti lo stupore per canzoni cantante magari centinaia di volte e che sembra voi stiate riscoprendo con passione per la prima volta. È così?

Lo spettacolo televisivo, quello insomma fa testo fino a un certo punto perché la televisione dà sempre un altro tono alle cose e alle persone. Però è vero, sta continuando a essere una esperienza di stupore, un'esperienza in cui sta crescendo una consapevolezza e uno stupore visto che abbiamo continuato a fare modifiche in corso.

Work in progress…

Esatto. Abbiamo inserito nuove canzoni nel repertorio, abbiamo modificato qualche arrangiamento e abbiamo addirittura inserito un quartetto d’archi che debutterà proprio agli Arcimboldi. È una grande gioia fare quello che stiamo facendo. Dalla dice speso, sono felice perché finalmente posso cantare canzoni di un altro artista cosa che non ho mai fatto prima.
E anche per me è lo stesso, anche se in passato ho fatto alcune cover di altri cantanti. Non voglio dire che mi annoio a fare le mie canzoni, ma entrare nella musica di un altro artista è una bellissima esperienza, è una cosa difficile, i pezzi di Dalla sono molto difficili, ma è molto gratificante.

Puoi regalarci un'anticipazione rispetto alle novità che ascolteremo a Milano?

Te ne dico una. Farò la canzone Due zingari che non faccio da trent’anni in concerto…

Qual è la canzone di Dalla che più ti piace cantare?

Mah... direi tutte. All’inizio era Come è profondo il mare, che mi era sempre piaciuta da ascoltatore. Altre mi sembrava impossibile poterle cantare, dicevo, questa la faccio solo per far piacere a Dalla, invece poi mi sono divertito moltissimo.

Però, come dice il pezzo nuovo che avete fatto insieme e di cui hai scritto tu il testo, “non basta neanche una canzone”… Insomma, la vita è più grande anche di una canzone…

Volevo semplicemente dire che una canzone può essere consolatoria, ma poi neanche tanto. Volevo parlare dei limiti che ci sono in qualunque forma artistica. La vita è più complessa, l’arte per quanto sublime non arriva a toccare i vertici di ambiguità e di bellezza che sono propri della vita stessa.

Chi ha avuto l’idea di cominciare i concerti con la ripresa di Over the Raibow, il famoso pezzo tratto dal film Il mago di Oz?
Lucio. Non sapevamo proprio come cominciare i concerti. Le abbiamo pensate tutte, anche la canzone Ma dove vanno i marinai, poi un giorno mi ha telefonato e mi ha detto, facciamo un pezzo strumentale, Over the Rainbow. All’inizio ero perplesso, poi mi sono comprato un’armonica nella tonalità giusta e siamo riusciti. Adesso la faremo accompagnati dal quartetto d’archi.
Vi aspettavate una risposta di pubblico così straordinaria?

Ci speravamo.

Ci sarà un disco dal vivo o magari un dvd a fine tour?

Abbiamo le idee molto confuse. Oggi la discografia è uno sparo nel buio, i dischi hanno la vita e il peso ridotto. Sicuramente faremo qualcosa, non possiamo certo non registrare quello che faremo, ma adesso ci dà fastidio parlarne. Adesso pensiamo solo al pubblico, all’incontro con loro e alla gratificazione nobile che ci dà questa cosa, che è quella che ci piace di più. Suonare.

Lucio e Francesco dalle sette vite

di Antonio Lodetti


L’uomo allampanato, col cappellino calato in testa, sale sul palco e attacca con l’armonica Over the Rainbow; quello piccolino arriva poco dopo e irrobustisce la melodia con le vibrazioni del suo sax. Inizia così, con un incipit a cavallo tra jazz e canzone d’autore, il nuovo tour di Lucio Dalla e Francesco De Gregori - trent’anni dopo Banana Republic - fino a domenica agli Arcimboldi, con replica giovedì e venerdì prossimo, e poi lungo giro in Italia ed Europa.
Nel mondo della musica le reunion sono all’ordine del giorno e spesso strumentali; si sfrutta il nome, le canzoni di successo, la nostalgia dei fan. Non è questo il caso di Dalla e De Gregori, che insieme rinnovano il loro impeccabile repertorio dalle fondamenta. «Non sarà una Messa cantata», annunica De Gregori: e via, i classici si sviluppano con incredibile inventiva cromatica e un nuovo gusto del racconto.  Ad esempio la dolcezza di Buonanotte fiorellino si trasforma in un tonante valzer-rock inframmezzato dal dialogo antifonale tra l’armonica e il sax dei protagonisti. «Tutto scorre», come diceva Eraclito, è il motto sotteso dello show, un inno all’inventiva, alla fantasia, alla voglia di divertirsi. La coppia si divide le canzoni nel vero senso della parola; così sembra strano sentire Francesco cantare una strofa di Nuvolari o Lucio lanciare la sua voce anarchica sui toni di Santa Lucia. Una comunione che non tocca le caratteristiche personali. Dalla è più espansivo, gigione, improvvisatore, jazzman di rango (con gli intermezzi del suo sax La donna cannone diventa una ballata soul da brividi); De Gregori è un folksinger - nato con l’America di Dylan nel cuore - che ha trasformato in poesia la canzone popolare. Prima emoziona con l’introspezione di La leva calcistica della classe ’68, poi fa pensare con Titanic («questo brano l’hanno tirato per la giacchetta da tutte le parti ma io direi che è semplicemente una canzone d’amore per la nostra Italia che all’estero tanto ci invidiano», dice l’autore) e infine fa cantare tutto il teatro con una versione accelerata di Rimmel.

C’è il rock, i suoni folk acustici, il possente tocco sinfonico del Nu Ork Quartet diretto da Beppe D’Onghia. Da questi incroci misteriosi nasce un suono a tutto campo che media violenza e relax. Una tavolozza che non ha confini in brani come Titanic dove si fondono suoni caraibici, country, classici, pop e molto altro ancora; nel rombo tonante di L’agnello di Dio; o nella rotondità e ampiezza melodica di Canzone o L’anno che verrà; nel raccoglimento di Henna che Lucio canta contro la guerra. Il pubblico - si notano Ornella Vanoni, Giorgio Armani, Bobo Craxi, Linus, Paola Turci - è con loro dall’inizio alla fine. Li applaude fragorosamente; l’applauso più lungo e fragoroso va a Rimmel ma è solo un dato di cronaca. Non è una sfida, anche i fan son lì per ascoltarli entrambi, per scoprire come quei due sian riusciti a fermare il tempo facendoci scoprire nuove sfumature anche in 4 marzo ’43. Ecco come far toccare palpabilmente il passato senza nostalgia. Poi, non bastasse, ci sono i brani nuovi come Gran turismo, o la gigionesca versione di Just a Gigolo (classico interpretato da gente come Nat King Cole, Buster Poindexter o il genio del jazz Thelonius Monk)a tracciare la strada che dall’attualità porta al futuro.

Teatro "La Fenice" - Senigallia  domenica 2 maggio 2010

Senigallia (Ancona), 3 maggio 2010 - "Ci ritroviamo dopo trent’anni, ma non sarà una celebrazione. Questa è roba forte che provoca sudore e lacrime". La dichiarazione d’intenti di Francesco De Gregori non tradisce le aspettative.

Sono lì, lui e Lucio Dalla, sul palco del teatro La Fenice per la data zero, l’anteprima, di '2010 Work in progress'. A trentun anni di distanza da 'Banana Republic'. Non è una celebrazione di quel tour ed entrambi lo dimostrano subito. Ognuno cantava le proprie canzoni all’epoca, qui duettano che è un piacere. Anche su 'Anna e Marco'. Il Principe intona "Anna come ce ne sono tante" e scattano gli applausi.

Lucio è lì che l’aspetta per entrare anche lui nella canzone. Il pubblico gradisce. Anche per l’ouverture, un avvio d’eccezione. Scelgono 'Over the rainbow': De Gregori accompagna con l’armonica, Dalla con il clarinetto. E’ l’inizio. Atteso, attesissimo dalla gente che si è sistemata già da un po’ sulle poltroncine del teatro. E aspetta soltanto la prima nota. Intanto si gode la scenografia. E’ firmata Mimmo Paladino.

Sullo schermo spicca un profilo astratto simile a un’opera di Modigliani, in calce ci sono le firme dei due cantautori e nel corso del concerto scorrono anche le parole delle canzoni. Ma non è un karaoke, anche se si scorge fra il pubblico chi prova a non perdere il ritmo seguendo i due che se ne vanno e si scambiano strofe con disinvoltura. L’intesa è buona come trent’anni fa. Affinata da una settimana di prove all’interno del teatro senigalliese. La scaletta non fa torto a nessuno dei due. Ci sono tutti i classici. E anche i tre pezzi nuovi che invitano a pensare a un disco che racchiuda questa esperienza. Anche i due confermano. Intanto regalano 'Gran turismo' e 'Gigolo', una versione italiana di 'Just a gigolo'. Chiudono con 'Non basta saper cantare'.

"Questa canzone - dice De Gregori - è più figlia mia che di Dalla (e si sente chiaramente anche dal testo, ndr). L’ho fatta riflettendo sulla mia vita di artista. Ma il brano nasce anche dalla gioia di volersi riproporre e di non accettare la sconfitta". Il bis regala '4 marzo 1943' e 'Celestino'. Non si risparmiano.

La scaletta è un lungo attraversamento, senza tentennamenti, della storia artistica dei due. Destini che si incrociano nella notte di Senigallia e che lo faranno per un tour che annuncia già i primi sold out. 'Titanic', 'La leva calcistica del ‘68' e poi tocca ai brani di Lucio da 'Canzone' a 'Domani', un vero e proprio climax. Il pubblico non si stanca di applaudire.

Ci sono delle vere e proprie gemme. 'Com’è profondo il mare' e 'Rimmel'. A trent’anni di distanza, la coppia artistica è destinata a continuare. Un lungo tour li attende: solo a maggio da dopodomani Milano (7 repliche), poi Roma (5 repliche); e dal 30 giugno (Firenze) ancora in scena, per tutta l’estate.

Matteo Massi

 

Lucio Dalla e Francesco De Gregori si ritrovano dopo 31 anni dal trionfale Tour "Banana Republic" e, dopo il successo al Vox Club di Nonantola (Modena) del 22 gennaio 2010, scelgono Senigallia (AN) come base operativa per la preparazione dello spettacolo che li vedrà protagonisti della prossima estate in giro per l'Italia.

Quello di Senigallia è stata una data "numero zero" davvero emozionante: molto di più di un semplice concerto, ma un tuffo nel passato attraverso brani che hanno segnato una pietra miliare nella musica italiana e che, personalmente, mi hanno accompagnato durante tutta la mia vita.
Impossibile starsene fermi ascoltando "Nuvolari", così come è impossibile non commuoversi con la splendida "Futura" di Lucio Dalla, ma anche provare un brivido particolare quando De Gregori intona "La donna cannone".
Bravissimi.
E per una volta non è stato un peso avere il permesso per far foto solo su un singolo brano... eccone qualcuna.
La scaletta:
Anna e Marco Titanic La Leva Calcistica Della Classe '68 Canzone Henna Viva l'Italia Gran Turismo Santa Lucia Nuvolari I matti L'agnello di Dio La Valigia dell'attore I muscoli del Capitano Milano Piazza Grande Come è profondo il mare L'anno che verrà Due Zingari Futura Rimmel Gigolò La donna cannone Caruso Buonanotte Fiorellino 4/03/1943 Vai in Africa Celestino Balla balla ballerino Non basta saper cantare

Vai alla galleria completa del concerto (foto di Libero Api):.

 

 

 

Verona. Due D per un teatro. D & D, Dalla & De Gregori, la «premiata ditta» dello storico album «Banana Republic», è tornata insieme e oggi, dalle 20 in poi, al teatro Camploy, realizzerà la nuova puntata di «Due», la fortunata serie televisiva inaugurata su RaiDue dallo spettacolo con Laura Pausini e Tiziano Ferro. Alla regia, il veronese Gaetano Morbioli, per una produzione di decisa impronta locale, a partire dall'ideatore del format, il manager Gianmarco Mazzi che ha fortemente voluto il programma insieme al direttore di RaiDue, Massimo Liofredi. Oltre a puntare sulla musica con i Wind Music Award (in Arena il giugno prossimo), la seconda rete pubblica rinforza il suo legame con la nostra città, una scelta che, a livello di audience e di critica, si è rivelata vincente, visto che, anche grazie a «Due» (e ad altri programmi di punta come «Annozero») mantiene la posizione di terza rete televisiva più vista dopo RaiUno e Canale 5.
Dopo Laura & Tiziano, il palco del Camploy apre oggi (ma le prove sono andate avanti anche nei giorni scorsi) alla «strana coppia» formata da Lucio & Francesco, riunitisi per la prima volta lo scorso anno a Solferino per un estemporaneo concerto a favore della Croce Rossa e poi tornati saldamente insieme per una«data zero» del loro prossimo tour a Nonanatola, al glorioso Vox Club in provincia di Modena, lo scorso gennaio.
Il doppio spettacolo di «Due», trasmesso in prima serata il prossimo lunedì 22 marzo alle 21.05, è infatti una succosa anticipazione del tour italiano che vedrà protagonisti i due cantautori con tappe all'Arena di Verona (il 4 luglio) e in piazza San Marco a Venezia (il 14 dello stesso mese).
In questa nuova avventura, però, non ci sarà spazio per la nostalgia del tour di «Banana Republic» dell'estate del 1979. E non solo per motivi prettamente personali. A dividere quell'esperienza da questa, immortalata ora da «Due», sono la direzione artistica e le scelte stilistiche. Dalla e De Gregori, infatti, non solo canteranno le proprie canzoni ma si scambieranno parti vocali e strumentali, in un continuo ping pong musicale che vedrà Lucio affrontare «Santa Lucia» e Francesco «Anna e Marco». Il musicista bolognese suonerà clarino, tastiere e sax, mentre il «Principe» romano risponderà con la chitarra acustica e l'armonica a bocca. Anche le band dei due cantautori saranno mescolate, a differenza di quello che è successo per i gruppi di Pausini e Ferro.
In scaletta ci saranno i più grandi successi di carriere irripetibili (eh, sì; nell'epoca di «Amici» e «X Factor», due così non nasceranno più…), oltre agli inediti realizzati per l'occasione, tra i quali «Non basta saper cantare» e «Gran Turismo». Le sorprese non potranno mancare, visto che il format di «Due» non prevede presentatore. I due artisti, dunque, si troveranno a pochi metri dal pubblico, liberi di improvvisare, dialogare tra loro e, perché no?, coinvolgere la gente.
A partecipare a «Due» sono stati invitate oltre 300 persone, per la maggior parte under 35. Chi rientra in questa fascia d'età e vuole far parte del pubblico, dopo aver firmato un'apposita liberatoria, può presentarsi oggi entro le 20 alle porte del teatro Camploy in via Cantarane. La produzione ha assicurato che cercherà di accontentare tutti i fan di Dalla & De Gregori, compatibilmente con gli spazi rimasti a disposizione. Il teatro, infatti, con le adesioni e gli inviti di questi giorni, si sta avviando al tutto-esaurito.

Trentun anni dopo: presto il tour e hanno già scritto cinque brani a 4 mani Dalla & De Gregori - «Insieme nelle piazze dell’identità italiana un Paese di ignavi che può solo migliorare»


BOLOGNA — Per le prove, De Gregori è andato nella città di Dalla, e Dalla è andato nel teatrino dell’albergo sotto i portici che ospita De Gregori. Hanno messo in comune i rispettivi musicisti, portano pure la stessa cuffietta blu. Cantano a due voci «Viva l’Italia», poi provano una delle tre canzoni (ma ne stanno nascendo altre cinque) scritte insieme, «Non basta saper cantare», destinata a scandire la prossima estate: «Su questo pezzo di strada/ dove la notte è padrona/ dove c’è un orso che balla/ e una scimmia che suona/ e ci sta sempre qualcuno/ che si ferma ad ascoltare/ ma una canzone non basta e non basta/ saper cantare». «Ovviamente l’orso— precisa De Gregori—sono io. Più sulle mie, più legato alla canzone. Lucio è più disponibile a ogni esperienza: fa le opere e le regie teatrali, potrebbe fare il pittore o il tuffatore». «E il lanciatore di coltelli—aggiunge Dalla —. Ma oltre a orso e scimmia non potremmo essere anche Pippo e Topolino?».

Come mai di nuovo insieme, trentun anni dopo?
«L’estate scorsa suonavo a Solferino, per i 150 anni della Croce Rossa — risponde Dalla —. Invito anche Francesco, convinto che mi dirà di no. Invece accetta. Poi gli propongo di cantare insieme "Santa Lucia". E ci rendiamo conto che è il 24 giugno. Anniversario della battaglia che fece l’Italia, certo. Ma anche il giorno in cui, 30 anni prima, da Savona era partita la tournée di "Banana Republic"». «Però non è stata certo la ricorrenza a farmi decidere — interviene De Gregori —. Noi non siamo la battaglia di Solferino, che va giustamente rievocata. Quando un manager l’anno scorso mi propose di rifare quello storico tour, rifiutai. E’ che ci siamo resi conto che le nostri voci condivise erano un suono. Non ha senso il confronto con il passato».

Perché? In cosa questa tournée sarà diversa?
«Allora Lucio era già uno dei musicisti più completi d’Italia, mentre io ero soprattutto un cantautore; oggi abbiamo un’intesa musicale più intima. Allora ognuno cantava le sue canzoni per conto proprio, tranne due. Adesso cantiamo insieme, sia i classici sia gli inediti scritti a quattro mani. Le rare volte che uno canta da solo, l’altro interviene: io con l’armonica, Lucio con il clarinetto o il sax. E sono molto felice di vivere con lui questa esperienza straordinaria». «Saranno concerti postmoderni — aggiunge Dalla —. Siamo andati oltre la tecnologia. Né sequenze, né pad, né ear-monitor, gli auricolari che sembrano diventati uno status symbol; un suono nuovo per una musica nuova. Quando Francesco mi ha fatto ascoltare la prima versione di "Non basta saper cantare", un testo che sarebbe piaciuto scrivere a Borges, che sognava di fare l’artista e ha dovuto accontentarsi di essere un genio, mi sono commosso come non mi era mai accaduto per una mia canzone. L’unica altra volta fu nel ’76. Stavo guidando la mia Dyane tra Manfredonia e Foggia e sentii Francesco ragazzo cantare "Santa Lucia". Accostai e piansi ».

Dopo Milano e Roma, quest’estate suonerete in luoghi evocativi: piazza Santa Croce a Firenze, piazza San Marco a Venezia, il teatro greco di Taormina, l’Arena di Verona.
«Sono i luoghi dell’identità italiana —risponde Dalla —. I luoghi dove si sono depositate l’arte, la bellezza, la cultura, le memoria. Ora la memoria è perduta. Per questo vogliamo dare ai giovani cose che non hanno mai sentito, con tutto il rispetto per gli artisti di oggi». Interviene De Gregori: «Sono luoghi magnifici, anche se l’impegno e l’emozione per me sono gli stessi pure in un palasport o in un campo di periferia». E Dalla: «Anche per me è così. E’ per il pubblico che qualcosa cambia. Anche grazie al fondale che ha disegnato per noi Mimmo Paladino».

Quale Italia trovate oggi, rispetto a quella del ’79?
Dalla: «Paradossalmente, la situazione può rivelarsi migliore. Allora l’Italia usciva dagli anni di piombo, era percorsa da un vento di sogno, da aspettative andate spesso deluse. Ricordo quando Craxi, che non ho mai votato ma era mio amico, vagheggiava di riunire le eccellenze del Paese in un movimento da chiamare Forza Italia; ma doveva essere il meglio, non il peggio. Non ne faccio una questione politica, penso anche all’estetica: non possiamo che migliorare. Forse la primavera è davvero vicina. Certo colpisce l’ignavia, l’incapacità di indignarsi o anche solo di stupirsi. Se arrivassero i marziani in piazza del Popolo, i passanti non li degnerebbero di uno sguardo». «Ma anche i marziani non sono gli stessi di allora — dice De Gregori —. E pure io sono cambiato, sono un uomo diverso. Poco fa abbiamo provato "Viva l’Italia". E’ una canzone che mi ritrovo sempre tra le mani, a ogni tournée. Ma quasi ogni volta decido di farla. Perché racconta un’Italia vincente, che aveva battuto il fascismo e il terrorismo. Poi la canzone ha cambiato segno. Oggi solo in Italia la parola "fascista" si usa ancora come insulto politico. All’epoca fui accusato di eccesso di patriottismo, di aver messo in musica uno slogan considerato di destra. Poi è stato interpretato come un canto contro la Lega. Al verso "viva l’Italia che resiste" è stata data una lettura giustizialista, lontanissima dalle origini della canzone e anche da me adesso. E’ una canzone "tirata per la giacca", come si dice del presidente della Repubblica. Ma continuo ad amarla, anche per l’aspetto musicale: l’andamento campagnolo che evoca la musica popolare italiana, il melodramma, il tre quarti verdiano».

Nel ’78 andaste insieme a cena da Berlinguer. Che ricordo ne avete?
«Le cene, organizzate da Veltroni e da Tatò, furono due — racconta Dalla —. Nella prima la conversazione proprio non decollava. Nella seconda Berlinguer, uomo delizioso, si era preparato. Ame chiese chi avrebbe vinto il campionato di basket. A Francesco che differenza c’è tra una chitarra elettrica e una acustica. Lui rispose: una è elettrica, l’altra acustica…». «Berlinguer era un misto di educazione, timidezza e delicatezza — interviene De Gregori —. Fece domande giuste, le più difficili cui dare una risposta. Io poi non sapevo se dargli del tu, in quanto "compagno", o del lei, in quanto piccolo in confronto a un grande».

Lei, De Gregori, tre anni fa sul «Corriere » si espresse in modo molto critico verso la sua città, Roma. Come la trova oggi?
«Roma la fanno i romani, più che le varie amministrazioni. E’ molto bella e molto difficile, come tutte le metropoli, a cominciare da Milano. Ora amo di più i grandi spazi e le piccole case; per questo passo molto tempo in Umbria, solo con me stesso e pochi amici. Roma tende a coinvolgerti, in un momento in cui non voglio essere coinvolto».

Lei, Dalla, due mesi fa sempre sul «Corriere» lanciò la candidatura di Prodi a sindaco di Bologna, ripresa dai prodiani e da molti bolognesi.
«Sono felice di aver acceso la discussione. Ho telefonato a Prodi per chiedergli scusa. Ora in Comune c’è una commissaria, Anna Maria Cancellieri, che sta lavorando benissimo. La situazione attuale mi ricorda, fatte le dovute proporzioni, la guerra impari contro Federico II, quando Rolandino dei Passeggeri, che non era un condottiero ma il capo dei glossatori, oggi diremmo i filologi, arringò la città e la portò alla vittoria di Fossalta. Dobbiamo cercare il futuro lontano dalla politica, perché è tempo che la politica ceda il posto alla ragione ».

Aldo Cazzullo

Dalla e De Gregori inediti: Non basta saper cantare 

 

NONANTOLA (Modena)
E alla fine, unico bis, spuntò un inedito. Amarognolo, di testo inequivocabilmente degregoriano, anche se scritto a quattro mani, Lucio e Francesco insieme: segno che la vecchia coppia si è finalmente riacchiappata, durante le prove del Dalla-De Gregori 2010 Work in Progress, che ieri al Vox di Nonantola, nel gelo della Bassa Modenese, ha avuto breve e affettuosa benedizione per 1.500 fanatici&colleghi (da Carboni ad Antonacci e Ligabue) arrivati da dovunque pur di non perdersi la reunion di due vecchi amici e poi ex indifferenti, per via anche di scelte di vita diverse. Ce le ricorda la presenza qui di Bobo Craxi in quanto amico di Dalla, e quella di Franceschini che è andato a salutare Francesco. La storia poi ha rimescolato le carte, si può nuovamente cantare insieme: dopo, si vedrà.

Trent’anni fa, D&D avevano riaperto la stagione dei concerti di massa con Banana Republic, dopo gli assalti ai palchi per la musica gratuita che avevano fatto mortaretti, feriti e petardi. Quella stagione è rimasta nella memoria di chi della memoria conserva il vizio: gli altri, niente. Infatti è una serata non proprio popolata di ragazzetti, malgrado Banana Republic appaia ancora, almeno a interrogare i più consapevoli, un marchio fortissimo. L’inedito, è come lo sfizioso dessert dopo un pranzo di poche ma eccellenti portate. Grandi hit rivisitati, rock tirato, ballate: vetrina di una magnifica stagione della canzone d’autore italiana ancora imprescindibile. Ma è dessert senza zucchero, venato di sarcasmo, Non basta saper cantare. Ecco «Un orso che balla e una scimmia che suona/ e c’è sempre uno stupido che si ferma ad ascoltare/ma una canzone non basta/e non basta saper cantare». Sembra il requiem definitivo alle speranze della musica popolare, quella che voleva cambiare il mondo, o almeno ambiva a far cultura: stagione finita infatti nei libri di scuola (ma il mondo ha smesso di studiare).

Eppure c’è forte vitalità, sul palco del ruspante Vox. De Gregori con la papalina di lana, Lucio in completo, con la band per metà di musicisti di Dalla, e per metà di quelli di De Gregori (Iskra Menarini è lì). Malgrado l’amarognolo, si vede la voglia di rimettersi in gioco; si mescolano repertori orgogliosi, l’atmosfera è di raro amalgama e carisma. Il mix, va detto, è di quelli che capitano una volta ogni tanto (e infatti...).

In trent’anni di separazione, uno è per così dire diventato biondo, l’altro un po’ calvo. Aprono con Over the Rainbow, Dalla al clarinetto e De Gregori all’armonica; e poi s’infilano in Ma come fanno i marinai, deliziosa e autobiografica canzone, unico accenno a Banana Republic. Finita lì, e poi Ron non c’è mica più.

Si alternano i brani, li scambiano. E’ una sfida di numeri uno. Di Dalla Canzone, Anna e Marco, L’anno che verrà, Com’è profondo il mare, Piazza Grande; di De Gregori la meno frequentata I Matti (1987), una tiratissima Agnello di Dio, una scarnificata I Muscoli del Capitano, dall’immenso Titanic, Buonanotte Fiorellino in shiffle, e Viva l’Italia: un manifesto d’epoca, un’Italia sognata e poi annegata nel sogno di diverso successo di uno che si chiama Berlusconi. C’è anche Santa Lucia, che i due cantarono insieme il 24 giugno a Solferino, commemorando la battaglia: tutto è ripartito da lì, «da questa canzone che gli invidio così tanto» come dice Dalla, nell’unico breve interludio non musicale.

Dopo il successone e la conferma che si può ancora fare, concerti di maggio attendono il Work in progress tour (questo sarà uno dei benemeriti eventi dell’estate live 2010) e i lavori in corso porteranno «inevitabilmente a un disco» aggiungono loro.

La Stampa.it - MARINELLA VENEGONI

 

 

 

 

DALLA E DE GREGORI TORNANO MARINAI COL VENTO IN POPPA
LA SICILIA 23.1.10  - di Maria Lombardo

Di nuovo marinai, ripartono col vento in pppa. Dalla bassa modenese e Milano e Roma dove faranno diverse serate e maggio, rispettivamente divise fra l'Arcimboldi (dal 5 al 9) e il Gran Teatro (dal 19 al 23).
Il tour si farà dunque, dopo tanti si dice e, per ora, ha queste due tappe certe.
Un locale storico il Vox Club di Nonantola, tutto esaurotio da diverse settimane, ha ospitato il concerto evento "work in progress" dal quale nasce la traccia dei concerti in due dei due mitici cantautori.
Il ritorno assime sulla scena di Lucio Dalla e Francesco De Gregori trent'anni dopo il mitico tour Banana Republic mobilita colleghi come Biagio Antonacci, Luca Carboni e Ligabue che sono di queste parti, impresari (come Mario Grotta di Palermo che vorrebbe portare il duo in Sicilia almeno per Taormina), estimatori dei due artisti da tutt'Italia: riconosciamo, fra gli altri, Bobo Craxi, da sempre fan di Dalla e Enrico Franceschini fan di De Gregori.
Per il principe sono venuti in tanti anche dal Sud, dalla Puglia e dalla Calabria sotto lo striscione del Rimmelclub fondato dal catanese Daniele Di Grazia.
Un palco semplice nero con scenografia inesistente. Il pubblico desuto dove capita anche per terra, oppure in piedi. Un locale informale per una serata informale che, anche per i due artisti è una prova.
Strana scelta a sorpresa per aprire la serata cantano Over the rainbow canzone degli anni Quaranta resa famosa dalal voce di July Garland.
un inizio soft con Francesco all'armonica, Lucio al sax e un piano che li accompagna. Struggente e affascinante esecuzione strumentale.
Ma il pubblico che accoglie gli artisti con urla e applausi iniziali, si esalta soprattutto per Ma come fanno i marinai che arriva subito dopo.
La chiusura con la sorpesa del poeticissimo brano inedito "non basta saper cantare" composto da entrambi ed eseguito come bis: "La pioggia gelata, una terra spaccata e ferita, una pioggia di lava", ci sembra di vedere tanta Sicilia.
Dalla e De gregori passano dal repertorio dell'uno a quello dell'altro con canzoni che sono nell'immaginario collettivo e che fanno la storia di banana Republic e della musica italiana: "Tutta la vita", "I matti" con l'emergente sax di Dalla, "Canzone" nella versione nota con l'aggiunta dell'armonica di De Gregori, "Anna e Marco" con la voce di Francesco e, a seguire, quella di Lucio.
Ma anche canzoni recenti come "L'agnello di Dio", poi il motivo del cantautore romano preferito dal collega bolognese, "Santa Lucia", l'epocale "L'anno che verrà", "I muscoli del capitano" con un caloroso crescendo di chitarre e un improbabile ritornello di "Que sera". E, ancora, "Com'è profondo il mare", "Buonanotte fiorellino", "Viva l'Italia", "Piazza Grande".
Par condicio e fair play fra i due che mostrano molto affiatamento e voglia di integrare voci e sonorità dei propri strumenti: non di fare archeologia, come aveva detto Dalla alla vigilia del concerto. Fair play che vede Francesco calzare il berrettone di lana di Lucio e Lucio con un parrucchino con l'ex chioma rossa dell'altro.
Un magnifico innesto di teste non solo di note.
Banana Republic segnò la storia della musica leggera. Correva l'anno 1978 quando si esibirono per la prima volta insieme ma il tour è datato 1979.
E' ancora Repubblica delle banane?

Ma per fortuna si canta ancora "Viva l'Italia", per chi ci crede.
"Chissà se ci pensano ancora, chissà..." e il pubblico accompagna la musica con il batter delle mani. Giovani che c'erano allora e giovani che non avevano mai sentito insieme i due cantautori. Non fa differenza.
"Tutta la vita al centro della confusione... e ti saluto".
Sembrava storia della musica e invece è musica viva e pulsante.
Bruno Mariani alle chitarre, Alessandro Valle alla pedal stell guitar, Alessandro Arianti alle tastiere, Fabio Coppini alle tastiere, Guido Guglielminetti capoband di De Gregori al basso, Gionata Colaprisca alle percussioni, Maurizio dei Lazzaretti alla batteria, Iskra Menarini e Marco Alemanno vocalist.
La band ha mota verve, il sound è robusto.
C'è nè voluta perchè Lucio Dalla convicnesse il più restio De Gregori a tornare sul palco insieme.
Ci aveva tentato sul palco di capodanno ad Assisi un paio di anni fa ma De Gregori non aveva ritenuto adatti il luogo ed il momento, poi l'estate scorsa due occasioni a Solferino e Benevento di cantare alcune canzoni assieme e il progetto è partito, annunciato come work in progress.
Nel 1978 i nostri due avevano un po' di capelli in più e molta maturità in meno ma per Francesco De Gregori che si era allontanato dalla scena fu il rientro trionfale e Dalla si prodigò nel famoso tour più che come cantante, come direttore musicale, cimentandosi con diversi strumenti.
Memorabili "Piazza Grande" e "Come fanno i marinai" in coppia.
E 500.000 copie vendute dell'album live.
Titolo profetico per l'Italia di allora, "Banana Republic" si addice anche a quella d'oggi.
Sarà anche per questo che Dalla e De Gregori riprendono a cantare "Com'è profondo il mare", ma anche "l'Italia presa a tadimento", "nella notte scura e che non ha paura".
E' musica. Ma chissà, forse anche altro.
Il pubblico canta e dunque...
MARIA LOMBARDO - 
(l'articolo in PDF)

 

RICKY PORTERA ESCLUSO 

NONANTOLA. Una reunion che potrebbe lasciare il segno. Accadrà stasera, alle 21, al Vox Club di Nonantola che ospita l’evento musicale dell’anno: Lucio Dalla e Francesco De Gregori ritornano insieme sul palco per un progetto comune a 31 anni di distanza dal grandioso tour di “Banana Repubblic”. A sorpresa non ci sarà Ricky Portera, il chitarrista storico di Lucio Dalla che negli anni ’70 fu uno dei protagonisti, insieme agli Stadio, di quel tour. L’impressione è che si tratti di una sorta di prova generale aperta al pubblico di quello che potrebbe diventare un vero e proprio tour da portare in giro per l’Italia in club e palasport. Ricordiamo che di “Banana Repubblic tour” nacque un fortunato album dal vivo con due inediti “Cosa sarà” e “Ma come fanno i marinai” oltre ad un gustoso film. Uno dei protagonisti di quell’avventura è Ricky Portera, “fidato” chitarrista di Lucio Dalla che, a sorpresa, è stato estromesso dalla nuova avventura. «Davvero non me l’aspettavo» ha detto il chitarrista modenese, ma ci ha comunque voluto raccontare qualche cosa di quell’esperienza. Trentuno anni dopo, Dalla e De Gregori di nuovo insieme. Che impressione ti fa questa notizia? «La cosa è molto bella anche se non so come è stata organizzata. “Banana Repubblic” ha lasciato il segno nella musica italiana». E’ stata subito corsa al biglietto, probabilmente ci sarà un tour. Che cosa hanno di speciale questi due cantanti? «Hanno di speciale la credibilità di cantautori che da tanti anni dettano legge nella musica italiana, che ancora non è riuscita a tirare fuori artisti in grado di contrastare due mostri sacri della canzone d’autore». Nel 1979 tu hai partecipato a quello che è stato un tour storico. Prova a spiegare a chi non c’era che cosa è stato quel tour... «E’ stata la prima volta che si sono viste 100mila persone in uno stadio per quanto riguarda eventi musicali. Un’emozione fortissima. Quando siamo partiti nessuno si aspettava un successo di questa portata. Vedendo cosa stava accadendo la cosa ci turbò un attimo, in maniera positiva. Penso che sia stato l’inizio dei grandi concerti. Ai musicisti di oggi bisognerebbe dire di inventarsi qualcosa di nuovo piuttosto che portare in giro le tribute band e fare gli imitatori di gruppi. Non si pensa mai troppo in grande e si sentono solo canzonette. Quei cantautori, grazie alla collaborazione di musicisti validi, sono riusciti a dare un’impronta abbastanza forte nelle musica italiana». Stadi pieni e folle osannanti, hai qualche aneddoto di quell’epoca? «Ricordo che si guadagnava poco, nonostante l’afflusso del pubblico. L’aneddoto è che si arricchivano gli altri. Ci fu chiesto di tassarci, dare una mano alla musica italiana. Noi alla musica la mano l’abbiamo data ma questo sforzo non ce l’ha riconosciuto mai nessuno». Le canzoni che vi divertivate di più a suonare? «Sicuramente Pablo o Buffalo Bill». Un pregio e un difetto di Dalla e De Gregori? «Di De Gregori: era singolare il modo di contare, di staccare i pezzi. Lui staccava l’uno e il due a destra e poi faceva una pausa, staccava il tre e quattro dall’altra parte e non ci trovavamo quasi mai. Abbiamo dovuto imparare a ricontare i pezzi. Ci sarebbero molte cose da dire. Spero di farlo in una mia biografia che vorrei fare uscire entro 2 anni, racconto tutte queste cose che fanno parte della mia vita artistica». - Nicola Calicchio

 

 

Prima increduli per la notizia. Poi scettici. Quindi cautamente ottimisti e infine (quasi) entusiasti. Trent'anni e spiccioli dopo il Banana Republic Tour, Lucio Dalla e Francesco De Gregori sono tornati a fare coppia artistica. Per ora una esibizione sola, per pochi intimi e ridotto nel numero delle canzoni. A far le cose sul serio si comincierà a maggio, quando saranno dal 5 al 9 al Teatro degli Arcimboldi a Milano e dal 19 al 23 al Gran Teatro di Roma. E' solo l'inizio di un progetto che non si sa dove porterà. Proprio per questo hanno deciso di battezzare questa avventura Working in Progress ovvero chissà dove arriveremo e per quali strade. Per ora, a testimoniare il loro ritorno, c'è un concerto per un migliaio di persone al Vox Di Nonantola, a un pugno di chilometri da Modena. Il 22 gennaio 2010, alle ore 21 in punto, sono saliti sullo striminzito palco e hanno aperto la loro nuova primavera con una inedita versione di Over the Rainbow. Proprio quella scritta nel 1939 e cantata da Judy garland nel mago di Oz.
Poche parole e tanta musica. Un'ora abbondante. Quindici canzoni, tra cui l'inedito Non basta saper cantare, cui si è aggiunto, a furor di popolo 4 marzo 1943, cantata dai due in solitudine, quando la band era già stata congedata dal palco. In mezzo tanti successi e qualche libertà come Que sera sera, portata al successo da Doris Day, incastonata tra I Muscoli del Capitano eCome è profondo il mare. Bravissimi a calare le voci ognuno nelle corde dell'altro: "Ci divertiamo -hanno detto a fine serata- e sembra che anche il pubblico si diverta. Le canzoni le abbiamo scelte in modo casuale. Alcune fanno parte della memoria popolare ed è impossibile escluderle. Altre meno famose servono a evidenziare anche gli angoli più scomodi. Non è nei nostri programmi fare una compilation di sucessi. Non siamo schiavi della scaletta unica: quando faremo un concerto completo (la data di Nonantola era figlia di soli quattro giorni di prove, ndr)disporremo di un blocco di 35 canzoni circa divise in un nucleo fondamentale e altre che faremo ruotare"
Impossibile non tornare alla loro prima volta insieme, tre decenni abbondanti fa. Non c'è melanconia nelle loro parole. Anzi c'è consapevolezza: "Quel tour era partito per gioco. Era un momento difficile. ino a poco primi c'erano gli attacchi degli autonomi. Al Flaminio siamo arrivati con amplificatori per soddisfare 5mila persone e davanti ce ne siamo trovate 30mila. Lì abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di unico". Impossibile fare paragoni tra le due esperienze ma se guardiamo a quanto è successo al Vox e quanto accradrà nelle prossime settimane si può dire, d'accordo con i due artisti, che oggi la gente cerca serenità e il loro repertorio può darla>. Non confonda, comunque, il concetto di Working in Progress. E' vero che navigano a vista ma con cognizione di causa. De Gregori ha ammesso che "prima o poi un disco lo faremo" e c'è già un inedito, firmato quasi integralmente da De Gregori. Un altro lo ha promesso Dalla. Ci sarà da divertirsi. Questa è una reunion con la "r" maiuscola. Sono affiatati e carichi. Ma soprattutto hanno voglia. Il trucco per vincere questa sfida? In una frase da loro pronunciata: "Se non c'è un buon rapporto umano non si dividono palco e canzoni.".

from Midas Promotion

 

 

 

Roma, 14 gen. (Adnkronos) - "Io De Gregori non lo sopporto. Ma non mi dispiace suonare con lui. E credo che inevitabilmente succederà qualcosa dopo questi due concerti".

A parlare così con ironia di un possibile nuovo tour Dalla-De Gregori a trent'anni da 'Banana Repubblic' è Lucio Dalla, che sbarca su SkyUno con il programma 'L'angolo nel cielo'.

I due suoneranno insieme il 22 gennaio a Nonantola. "Ma tutto è nato -spiega Dalla - quando lo scorso anno lo invitati a suonare con me a Solferino il 24 giugno per le Celebrazioni del 150° Anniversario della Battaglia. Qualcuno ci ricordò che erano esattamente trent'anni dall'esordio del tour di 'Banana Republic', che fu a Savona il 24 giugno del 1979. Tra l'altro non ho mai sentito cantare Francesco bene come adesso. Quindi anche se non lo sopporto -conclude scherzando- è probabile che faremo altre cose".
Non sarà comunque tra gli ospiti del suo nuovo programma 'L'angolo nel cielo' con cui da sabato il grande cantautore bolognese torna in televisione, alle 21.30, su SkyUno e che lo stesso artista definisce "un gioco televisivo e musicale senza trucchi, senza alcun imboglio sentimentale e totalmente privo di metafore".
"Si tratta del primo tentativo di tour all'interno della testa di un cantante", gli fa eco il coautore Giampiero Solari. Il programma prende infatti le mosse da un surreale intervento chirurgico al cervello di Dalla ('operato' dal chirurgo Michele Placido nella prima puntata e da altre star in quelle successive), per far sì che dalla testa possano uscire ricordi, immagini e storie legati alle sue canzoni.I brani che hanno segnato la carriera di Dalla diventano insomma il filo conduttore della trasmissione: il risultato è un programma in cui la fiction si mescola al concerto dando vita ad un rimando poetico di linguaggi e contaminazioni. Tra le chicche dello show anche l'esordio da attore, nei panni di un irrestibile pazzo, del noto press angent di Dalla, Michele Mondella. Nelle dodici puntate, che sono state girate tra Roma e gli studi del Roxy Bar di Bologna in un'ambientazione a tratti felliniana, Dalla duetta con alcuni dei suoi più celebri amici e ripercorre la sua carriera anche attraverso immagini di reportorio, videocilp, filmati privati, ma anche nuovi inserti inediti, come quelli interpretati nella prima puntata da Piera Degli Esposti e Roberto Herlitzka nei panni di 'Anna e Marco', ancora insieme a trent'anni dalla celebre canzone. Tra gli altri ospiti di Dalla nelle dodici puntate anche Vincenzo Salemme, Luca Carboni, Dario Argento, Fabrizio Frizzi, Enzo Iacchetti, Alessandro Haber, Giancarlo Fisichella, Gianni Morandi, Samuele Bersani e Angela Baraldi.
"Sono uno 'Skyista' -dice Dalla- e ho chiesto io di fare questo programma su Sky perché volevo essere totalmente libero. Ho scelto l'unica zona che mi dava la possibilità di fare quello che avevo in testa, qualcosa di completamente irrituale, che rompesse le finzioni televisive, portandole all'esterno per quelle che sono. Un programma così in Rai non me l'avrebbero mai fatto fare", aggiunge. Lo show affronterà con lo stesso linguaggio e sempre seguendo il filo rosso delle canzoni anche temi "eterni e di attualita'" come l'amore, la conduzione umana, l'ambiente, la guerra, l'amicizia: tutti rimessi in gioco con un linguaggio che rispecchia la visione ironica e melanconica tipica di Dalla. Cosi' nella prima puntata sulle note di 'Come e' pronfondo il mare', i pesci muti che affollano gli abbissi diventano i bambini sfruttati nei campi del terzo mondo.

 

 

 

La storica tournée portò a un disco, a un film e al pezzo 'Ma come fanno i marinai'. I biglietti per il 22 gennaio a Nonantola sono già in vendita. Ma solo online

di GINO CASTALDO

Quasi senza un vero e proprio annuncio, nel massimo riserbo, Lucio Dalla e Francesco De Gregori hanno deciso di tornare insieme in concerto, a trent'anni esatti dalla storica tournée che fu intitolata Banana Republic e che portò a un disco, a un film e a un gustoso e ironico pezzo inciso a due voci (pubblicato solo come singolo) dal titolo Ma come fanno i marinai.

Per svelare la reunion basta andare sul sito di Ticketone e scoprire che sono in vendita (solo online) i biglietti per una serata al Vox club di Nonantola, con la dicitura "work in progress". Protagonisti, per l'appunto, Dalla e De Gregori, e la data: il 22 gennaio. Tutto qui.

Al momento non si sa nulla della band, della scaletta, e soprattutto se la cosa finirà lì a Nonantola (provincia di Modena) o se si tratta delle prove generali per un tour. L'idea deve essere nata alcuni mesi fa quando i due sono tornati brevemente insieme su un palco, per la prima volta dal 1980.

Era il 24 giugno e in piazza Castello a Solferino si ricordava la battaglia del Risorgimento con testi di Roberto Roversi recitati da Marco Alemanno. La regia era firmata da Lucio Dalla, che aveva invitato De Gregori a cantare alcuni dei suoi pezzi legati alla storia d'Italia, e alla fine i due hanno cantato un paio di brani insieme. Una piccola cosa che però deve aver riacceso l'emozione di quell'avventura che segnò profondamente sia la storia personale dei due cantautori sia l'ambiente musicale italiano.

Mai c'era stata una collaborazione a livelli così alti e oltretutto il tour servì a riavvicinare Francesco De Gregori alle performance dal vivo, visto che veniva dalla disavventura di un processo politico subìto a Milano in pieno concerto, fatto piuttosto grave che ovviamente lo aveva traumatizzato e sconcertato. Banana Republic fu un trionfo e rimane come una delle migliori pagine della storia della canzone moderna.

Ora l'idea ritorna, ma con ovvie differenze: mistero, under statement, un piccolo locale nei dintorni di Modena, nulla a che vedere col gigantismo da stadio dello storico tour. E poi la dicitura "work in progress", quanto basta per incuriosire e suggerire la voglia di provare, di vedere cosa ne viene fuori e forse poi decidere se dare un seguito o no al progetto. (2.1.10)

 

 

 

 

22 GEN

NONANTOLA (MO)

Vox Club

22 MAR

VERONA

Camploy

23 APR

CESENA

Vidia Rock Club

02 MAG

SENIGALLIA (AN)

Teatro La Fenice

05 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

06 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

07 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

08 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

09 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

13 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

14 MAG

MILANO

Teatro Arcimboldi

19 MAG

ROMA

Gran Teatro

20 MAG

ROMA

Gran Teatro

21 MAG

ROMA

Gran Teatro

22 MAG

ROMA

Gran Teatro

23 MAG

ROMA

Gran Teatro

30 GIU

FIRENZE

Piazza Santa Croce

04 LUG

VERONA

Arena

05 LUG

VENARIA (TO)

Arena della Reggia

08 LUG

PARMA

Parco Ducale

19 LUG

MATERA

Cava del Sole

21 LUG

SPELLO (PG)

Villa Fidelia

23 LUG

LORRACH (D)

Stimmen Festival

24 LUG

ZURIGO (CH)

Sunset Festival

27 LUG

ASCOLI PICENO

Piazza del Popolo

29 LUG

NAPOLI

Arena Flegrea

31 LUG

PALERMO

Velodromo Borsellino

01 AGO

RAGUSA

Stadio Selvaggio

03 AGO

CATANZARO

Arena Magna Grecia

05 AGO

MASSA CARRARA

Festival Lunatica

09 AGO

CAMPIONE D'ITALIA

Piazza Lungo Lago

11 AGO

OSTUNI (BR)

Foro Boario

12 AGO

BARLETTA

Fossato del Castello

14 AGO

CESENATICO

Stadio Moretti

17 AGO

LIONI (AV)

Piazza Vittoria

18 AGO

VILLAPIANA (CS)

Anfiteatro

20 AGO

CAGLIARI

Anfiteatro

21 AGO

ALGHERO

Anfiteatro Maria Pia

24 AGO

AGRIGENTO

Valle dei Templi

25 AGO

TAORMINA (ME)

Teatro Antico

27 AGO

SIENA

Piazza del Campo

28 AGO

TORINO

Piazza Castello

29 AGO

MACERATA

Sferisferio

04 SET

UDINE

Piazza 1° maggio

10 SET

CREMONA

Festival di Mezza Estate

11 SET

GENOVA

Porto Antico

12 SET

CAPANNORI (LU)

Villa Reale

14 SET

BOLOGNA

Area Parco Nord

15 SET

BRESCIA

Piazza della Loggia

18 SET

RIETI

Palasport

 

02 OTT 2010

PADOVA

PalaFabris

27 NOV 2010

CASCINA (PI)

Città del Teatro

30 NOV 2010

MILANO

Teatro Arcimboldi

01 DIC 2010

MILANO

Teatro Arcimboldi

03 DIC 2010

ROMA

Gran Teatro

05 DIC 2010

PESCARA

Teatro Massimo

08 DIC 2010

REGGIO CALABRIA

Teatro Cilea

09 DIC 2010

CATANZARO

Teatro Politeama

12 DIC 2010

PALERMO

Teatro Golden

13 DIC 2010

CATANIA

Teatro Metropolitan

15 DIC 2010

EBOLI

Palasele

16 DIC 2010

CIVITANOVA MARCHE

Teatro Rossini

17 DIC 2010

CIVITANOVA MARCHE

Teatro Rossini

18 DIC 2010

CESENA

Nuovo Teatro Carisport

02 FEB 2011

FIRENZE

Teatro Verdi

03 FEB 2011

FIRENZE

Teatro Verdi

05 FEB 2011

MANTOVA

Teatro Palabam

10 FEB 2011

UDINE

Teatro Giovanni da Udine

11 FEB 2011

BOLZANO

Palasport

14 FEB 2011

TORINO

Teatro Regio

15 FEB 2011

VARESE

Teatro di Varese

16 FEB 2011

REGGIO EMILIA

Teatro Romolo Valli

18 FEB 2011

PAVIA

Palaravizza

21 FEB 2011

TRIESTE

Teatro Rossetti

23 FEB 2011

BERGAMO

Teatro Creberg

24 FEB 2011

LIVORNO

Teatro Goldoni

01 MAR 2011

NAPOLI

Teatro Augusteo

02 MAR 2011

NAPOLI

Teatro Augusteo

05 MAR 2011

MILANO

Teatro Arcimboldi

06 MAR 2011

MILANO

Teatro Arcimboldi

09 MAR 2011

AVELLINO

Teatro Gesualdo

10 MAR 2011

ROMA

Auditorium Conciliazione

11 MAR 2011

ROMA

Auditorium Conciliazione

13 MAR 2011

ZURIGO

Kongress Haus

14 MAR 2011

ZURIGO

Kongress Haus

16 MAR 2011

GINEVRA

Theatre Du lLeman

19 MAR 2011

BASILEA

Musical Theatre

21 MAR 2011

BERNA

Kuursal Arena

22 MAR 2011

LUCERNA

KKL

23 MAR 2011

LUGANO

Palazzo dei Congressi

26 MAR 2011

CONEGLIANO (TV)

Zoppas Arena

28 MAR 2011

CREMONA

Teatro Ponchielli

06 APR 2011

ANCONA

Teatro delle Muse

07 APR 2011

ANCONA

Teatro delle Muse

08 APR 2011

BARI

Teatro Petruzzelli

10 APR 2011

LECCE

Politeama Greco

13 APR 2011

TORINO

Lingotto

14 APR 2011

GENOVA

Teatro Carlo Felice

16 APR 2011

PADOVA

Gran Teatro Geox

18 APR 2011

MONTECATINI TERME

Teatro Verdi

19 APR 2011

BOLOGNA

Teatro Europa Auditorium

20 APR 2011

BOLOGNA

Teatro Europa Auditorium

01 MAG 2011

ROMA

PIazza San Giovanni

 

 

 

 

 

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