VAN 1203

 

 

 

 

 

 

      Lucio Bardi

CHITARRA ACUSTICA

CHITARRA 12 CORDE

 Alessandro Arianti

 PIANOFORTE, PIANO

WURLITZER, CLARINETTO,

FISARMONICA

 

 

 Francesco De Gregori

 VOCE, CHITARRA

 

Guido Guglielminetti

BASSO ELETTRICO

CONTRABBASSO

ARCHI IN "PASSO D'UOMO"

 

Paolo Giovenchi

CHITARRA ELETTRICA,

ACUSTICA. BANJO,

MANDOLONCELLO,

CORI

 

 

Elena Cirillo

VIOLINO E CORI

 

 

Alessandro Valle

PEDAL STEEL

GUITAR, MANDOLINO,

CHITARRA ELETTRICA

 

 

 

Malika Ayane

CORI IN

RAGAZZA DEL '95

OMERO AL

CANTAGIRO

 

 

Stefano Parenti

BATTERIA E

PERCUSSIONI

 

 

 

Lalla Francia

CORI

 

 

 

Nicola Piovani

ARCHI IN "GUARDA CHE NON  SONO IO"

 

Giacomo Loprieno

DIREZIONE ARCHI IN

PASSO D'UOMO

 

Sergio Vitale

TROMBA E

FILICORNO

Ferruccio Corsi

SAX CONTRALTO

Walter Fantozzi

TROMBONE

Valentina Ferraiuolo

TAMBURELLO

 

Registrazione e mix: Gianmario Lussana, presso Terminal 2 - Roma

Mastering: Fabrizio De Carolis, presso Reference Mastering - Roma

Direzione commerciale: The Concept - Prodotto da Guido Guglielminetti

 

Foto di copertina: Vincenzo "Chips" Lombi - Foto interne: Alessandro Arianti e Daniele Barraco

Artwork: Flavia Brandi, Enrico Giorgetta, Francesco Miserere

 

 

 

 

 

EDIZIONE CD

FRANCESCO DE GREGORI – SULLA STRADA

 

 RELEASED    20 Novembre 2012

 LABEL   Caravan – VAN 1203  |  EAN 8 044291 012030

 DISTRIBUTION     Edel Italia

FORMAT   Album  |  CD (12 cm Compact Disc)

COVER   Digipack

COUNTRY   Italia

DISC - TRACKS N. 9    Sulla strada / Passo d'uomo / Belle Époque / Omero al Cantagiro / Showtime / La guerra / Guarda che non sono io / Ragazza del '95 / Falso movimento       

 

 

RIEDIZIONE CD

FRANCESCO DE GREGORI – SULLA STRADA – LIMITED EDITION

 

RELEASED  2013

LABEL Caravan – VAN 1302  |  EAN 8 044291 013020

DISTRIBUTION  Edel Italia

FORMAT  Box  |  CD (12 cm Compact Disc)  |  BOOK  |  DVD      

COUNTRY  Italia

DISC - TRACKS N. 11   Sulla strada / Passo d'uomo / Belle Époque / Omero al Cantagiro / Showtime / La guerra / Guarda che non sono io / Ragazza del '95 / Falso movimento  - BONUS TRACKS              Showtime (Versione Inedita) / Guarda che non sono io (Versione Inedita)

 CD    Edizione speciale numerata con due versioni inedite di Showtime e Guarda che non sono io.

BOOK Il racconto fotografico in studio di Sulla strada con i testi delle canzoni.

DVD    Backstage al Terminal 2 Studio di Roma con la band, Malika Ayane e Nicola Piovani.

 

RIEDIZIONE CD

FRANCESCO DE GREGORI – SULLA STRADA

 

RELEASED  2012

LABEL  Caravan – VAN 1203  |  EAN 8 044291 012030

DISTRIBUTION   Edel Italia

FORMAT Album  |  CD (12 cm Compact Disc)

COVER Slimcase

COUNTRY   Italia

DISC - TRACKS N. 9    Sulla strada / Passo d'uomo / Belle Époque / Omero al Cantagiro / Showtime / La guerra / Guarda che non sono io / Ragazza del '95 / Falso movimento       

 

 

 

 

EDIZIONE LP

FRANCESCO DE GREGORI – SULLA STRADA

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RELEASED    20 Novembre 2012

LABEL  Caravan – VAN 1204  |  EAN 8 044291 012047

DISTRIBUTION    Edel Italia

FORMAT   Album  |  LP 33 rpm Vinyl (12” pollici)

COVER  Apribile a due ante

COUNTRY   Italia

DISC - TRACKS N. 9 

SIDE A – Sulla strada / Passo d'uomo / Belle Époque / Omero al Cantagiro / Showtime 

SIDE B – La guerra / Guarda che non sono io / Ragazza del '95 / Falso movimento     

 

 

SULLA STRADA, GIU' IL CAPPELLO.

Mimmo Rapisarda     http://www.iltitanic.com/sullastrada.HTM

 

Non ci credo ma giuro che sarò breve, anche per evitare di essere spedito a Kabul.

Nel 1976, dopo la delusione del Palalido, De Gregori paventò il suo ritiro pensando di cambiare addirittura mestiere: libraio.  La sofferenza di vendere gli Oscar Mondadori spiegando ad ogni cliente chi era Pablo durò poco più di un anno, fino a quando un giorno si domandò “Che ci sto a fare qui, o a leggere giornali su una panchina pettinandomi i pensieri? Io so soltanto scrivere canzoni, sono nato per quello”.

Quel giorno, per fortuna, il Principe non privò la musica leggera italiana da quello che avrebbe confezionato in seguito. Già, un artigiano che manifattura canzoni, tante canzoni, fino ai giorni nostri. Scriverle gli viene facile come a un maestro di Murano col vetro, un dono naturale attuato per decenni attraverso i suoi dischi, fino a quest’ultimo che arriva nel pieno della sua maturazione artistica.

Francesco, ovviamente, si poteva anche permettersi il ritiro a vita privata come hanno già fatto altri suoi colleghi e sarebbe diventato comunque un’icona sempre chiamata in rispettabile causa. Invece ha voluto continuare, come dichiarato un anno fa quando disse di essere innamorato di queste mestiere che vorrebbe fare fino a 70 anni. Figuriamoci poi uno come lui, che appena una settimana senza concerti lo fa già sentire un perditempo. Un nuovo CD “tanto per” avrebbe potuto farlo col minimo sforzo e magari con gradevoli brani. Magari ci sarebbe stato pure chi avrebbe previsto un’imminente Canto del Cigno. Confesso che mi aspettavo anch’io una discesa, e invece dal 20 novembre mi sento un po’ …  spiazzato!

Francesco è tornato, rimettendosi in gioco. E’ tornato perché si è accorto di aver scritto un capolavoro (alla faccia della parabola discendente) che doveva essere condiviso con tutti; perché sente ancora il bisogno animalesco di far esplodere nuove canzoni dagli altoparlanti di chiunque come se servano più agli altri che a lui stesso; perché il suo mestiere tanto amato ce l’ha proprio nel sangue, una questione di DNA; perché non può fare a meno di far entrare la polvere del palco nelle sue narici; perché va matto per i calli sui polpastrelli dopo pomeriggi di accordi sulle chitarre; perché la luce dei led degli amplificatori lo manda in bambola; perché ritrovarsi nelle tasche delle sue giacche decine di plettri di chissà quali serate lo fa sentire giovane per sempre; perché infilare l’occhio in quel buco del telone per vedere  il pubblico in sala gli è ancora eccitante; perché vuole che le sue canzoni escano solo dalla sua voce che più passa il tempo e più invecchia come il vino, meglio di un Chateau Latour del 1954. Sempre più pastosa, graffiante, roca come quella di un fumatore accanito di Toscani.

Dall’ultimo CD del 2008, ha continuato a suonare in lungo e in largo per l’italia, instancabile, dentro le innumerevoli date di un tour che è iniziato nel 2002 e che forse non finirà mai. Fra un albergo e l’altro, vivendo … proprio sulla strada, oltre a riprendere a fumare ha ripreso anche dei vecchi appunti. Sono parole sue: “Da anni accumulo idee. E poi le scrivo su qualche foglietto. Spesso le perdo o le dimentico, quindi quelle che restano sono sicuramente le più significative.”. La vendemmia di appunti ha prodotto un ottimo vino d’annata: “Sulla strada”, scritto quasi in sordina, come le cose migliori che capitano nella vita.

Ben mixato ed arrangiato, quei suoni puliti e perfetti sono suonati da una storica band che conosce a memoria tutti i muscoli linguali e facciali del Capo (come lo chiamano loro) il quale, premendo rewind, riavvolge il nastro dell’ultimo secolo per rivederselo dall’alto della maturità. Dice “Mi sento come Otis Redding in ‘Sittin’ On The Dock Of The Bay’, seduto su un molo della baia a perdere tempo”.

Sponsorizzato addirittura da Bersani, i consensi a favore di questo disco sono unanimi sia dal suo pubblico, sia dalla stampa specializzata, sia dai più scettici che si aspettavano il declino. Raro, al giorno d’oggi, col poco tempo che c’e rispetto all’immensa offerta che ci propongono ad ogni ora del giorno. Raro pure ascoltare un intero Cd e poi essere in grado di dire bello, o brutto.

Nove canzoni che sembrano uscite fuori dal diario di un ventenne innamorato. Si vede che il Principe è ancora ispirato come un liceale, ancora geniale con quartine che solo lui sa incastonare come perle nell’ostrica, capace di regalare ancora tanto ad una platea mai sazia. Nell’album tutto è perfettamente al suo posto; ogni nota, ogni rimando, ogni arrangiamento, ogni accordo deve stare necessariamente lì dove è stato collocato. Se si aumenta o diminuisce un’ottava cade giù tutta l’opera. E’ tutto costruito magnificamente e niente deve essere mosso. Nemmeno di mezzo tono in musica, nemmeno di una virgola in versi.

L’apripista credo sia l’unico brano ispirato al libro “On the road” ma  limitatamente al titolo, quale omaggio al grande Jack Kerouack. Quindi non immaginiamoci di circolare per le strade di Fresno quando gli operai hanno finito di lavorare o di abbassare i finestrini a salutare le belle ragazze ai bordi del Big Sour californiano. Però ci siamo quasi vicini: la prima traccia è un piacevole country-rock di quelli tosti con un andamento simile ai pistoni dei Trucks americani lungo le  le strade statunintensi.  Garantisco sul ritmo, l’ho suonato standogli appresso con la chitarra elettrica: uno sballo!

All’ascolto dell’ultima nota qualcuno dirà “ecchila, s’è fissato col rock!, la prossima sarà uguale”. E invece, no! Qui sta il bello, c’è n’è per tutti i gusti: dal walzer, alla salsa, dalla rumba allo slow.  E’ qui che disorienta anche gli aficionados che lo vorrebbero com’era una volta, ma la verità è che “una volta” non è mai esistita; ogni disco di De Gregori era bello nel 1975 come lo era nel 1985 o come lo sarà nel 2015, è bello sempre. Non si può ripetere all’infinito il refrain di Rimmel, diventerebbe noioso. Ed io sono già curioso di sapere cosa e come canterà nel 2025.

Si continua con la stupenda “Passo d’uomo” con archi magistralmente scritti da Guglielminetti e poi “Belle Epoque”, rebetiko dedicato a Dino Campana. Poi è la volta di un augurale Bon vojage a una rosa diciassettenne che sta per imbarcarsi nel suo futuro, auspicando che conosca i sudati doveri per raccogliere i meritati diritti. Segue “La Guerra”, brano in cui ognuno può leggere quel che vuole, cavarne i significati e farla sua come meglio crede, e appunto perché in molti si riconoscono nelle sue canzoni o ci vedono la colonna sonora della propria vita, in “Guarda che non sono io” - impreziosita dagli archi di Piovani spinti sul bagnasciuga dalla risacca di Cardiologia e Sempre per sempre - De Gregori prende le distanze da chi lo incontra per strada ringraziandolo per qualcosa in cui lui non c’entra. Sembra dire “Non è colpa mia se il nome “Alice” ha gonfiato la prima pagina dei registri Anagrafe delle Municipalità, se il pupo si addormenta con “Buonanotte fiorellino” o se “Bellamore” ha fatto innamorare intere generazioni. Io intendevo ben altro.”

Omero al Cantagiro è particolare. Proprio perché De Gregori è figlio dell’ultimo secolo, appartiene a quella generazione incollata alla TV a guardare Bandiera Gialla, La cittadella e il Cantagiro. Le foto di Sorrisi e canzoni che ritraggono le spider scoperte della Caselli e dei Rokes che firmavano autografi su dischi arrivati da lontano sono i ricordi di Francesco, che ne prende spunto per immaginare un anonimo Omero che col suo Hammond - tanto usato in quegli anni - sale sul palco bagnato di una pioggia che Dio la manda e canta la sua ironica Odissea per tutti i musicanti che, con generi diversi ma con lo stesso pentagramma, riescono a tenere ancora viva la musica.

E l’amore? Non ce lo fa mancare. Ci sono due brani, entrambi bellissimi che, per come li vedo io, sono un libretto di istruzioni su come porgerlo.

L’amore, anche quello non corrisposto, si costruisce piano piano, si anela e si chiede con rispetto ballandolo in un walzer lento che è la meravigliosa “Showtime”. Qui i ferri del mestiere e i trucchi usati in modo garbato per conquistare un cuore sono tutti messi in atto con la speranza che il mittente riceva risposta ai suoi messaggi disperati. Quei trucchi, però, possono trasformarsi in armi e diventare spietati per sbranarlo, un cuore. Quindi si passa dai metodi dolci, ma inefficaci, a quelli sfrontati di “Falso movimento”. Se prima si aveva paura a guardarla negli occhi, dopo non si sa dove guardarla per quanta è l'emozione, in quell’atmosfera da Fausto Papetti suonata dalla tromba di Sergio Vitale.

Gli accostamenti usati sono lame per dichiarare uno stato di benefico malessere pronto all’esplosione, così nocivo che può far diventare stronzo e intraprendente, fino alla spudoratezza, anche il più timido educando.

La maestria di Francesco nell’uso delle metafore qui arriva al massimo, con un colpo di genio illustra in musica uno sfacciato stato d’animo immaginandolo a cena, in bramosa attesa delle portate chieste con la bocca piena e senza arrossire, in modo sgiagurato, mascalzone, senza ritegno.  Il Galateo gli strattona la giacca, ma lui se ne infischia perchè doveva parlargliene ad ogni costo, aveva quest’esigenza di spiegarglielo proprio stasera, in questa cena da consumare con parole che sembrano morsi, quanto può diventare villanzone e scostumato l’amore quando è accecato. Ma poi si arrende, perché l’amore non riesce a farsi spiegare, con regole  o senza regole. Come le due canzoni, pulsa grazia e insolenza a seconda dei battiti cardiaci.

Però..... sarà proprio il caso di ordinare, se il commensale seduto davanti si ciba di ali di passerotti e carne di pappagallo?

Se si chiama De Gregori, credo proprio di sì.

 

Mimmo Rapisarda, del Titanic il nostromo.

Diario di bordo, 27 nov 2012

 

 

 

 

Sulla strada di un Paese abbandonato.

di Giommaria Monti

 

«Ho fatto un disco e sono felice di esserci, che ci sia gente che lo ascolti, senta la vitalità artistica e creativa».

Il cantautore romano parla del suo ultimo lavoro. E dell’Italia al tempo dei tecnici: «Tornare alla politica per dare uno scatto alla crescita»

Giro per la mia terra abbandonata, abbandonato e solo». “Passo d’uomo”, la seconda canzone del nuovo lavoro di Francesco De Gregori Sulla strada, racconta la solitudine e la marginalità difficile di chi cammina ai bordi della strada. De Gregori usa la chiave del viaggio per accompagnarci dentro pezzi di realtà di un Paese disorientato.

Sulla strada è un racconto di «quel che vedi dai finestrini di questa macchina usata». Lo sguardo è il suo?

E’ un disco molto piantato su me stesso, queste nove canzoni parlano di cose vissute, immaginate o ricordate da me. L’uomo sulla strada sono io, ma mi sento parte di una comunità: quelli che incontro, la politica, il destino di ognuno è una quotidianità basata sul mettersi in gioco, sull’uscire da casa, sullo smarrirsi anche tra conoscenze, incontri, ripudi, delusioni, ansie. Sono sempre stato attratto dalla strada, dal gusto del viaggio. Che vuol dire incontro, anche se non è necessariamente l’avventura di Ulisse.

Il suo viaggio dura da quarant’anni. Quanto ha visto l’Italia cambiare?

Non vedi di più stando su un palco. Lei, come altri, pensa che chi fa il mio mestiere percepisca in modo più profondo i cambiamenti del Paese. Vedo quello che vedono tutti: un’Italia che attraversa un momento di drammatica inconsapevolezza che non sa bene da che parte andare. Mi sembra un Paese più abbandonato a se stesso di prima. Chi è stato eletto ha una responsabilità maggiore rispetto al cittadino, e ha il dovere di non abbandonare l’Italia. C’è un grande bisogno di tornare alla politica, che ha il dovere di dare uno scatto di crescita. Ma non solo quella economica di cui si parla. Non si può prescindere dalla crescita culturale, dalla progettazione di un Paese più colto, più consapevole, più informato, tecnologicamente più avanzato.

E’ quel «futuro che è un dovere» di cui parla in un’altra canzone?

Sì. La politica deve fare il suo dovere, deve assumersi le sue responsabilità. Come la “Ragazza del ’95”, appunto quando si sente dire: «Il futuro è un dovere». Credo che sia un messaggio forte perché si è sempre parlato di diritto al futuro. Che è intoccabile, ma ai giovani bisogna anche raccontare che va coniugato con l’impegno, i sacrifici, che affrontare l’incertezza e l’ambiguità del futuro lo si fa esponendo il petto alla mitraglia, altrimenti non si esce dalla trincea. Credo però che loro lo sappiano, ne siano consapevoli. Chi ha

vent’anni va incontro a un mondo che non è risolto.

Va verso l’incognito, un futuro in qualche misura preoccupante, carico di opportunità ma anche di rischi. Ma si affronta meglio con la consapevolezza che è anche nelle nostre mani la possibilità di dare un indirizzo alla nostra vita e al luogo in cui viviamo.

Poi, la ragazza della canzone sale su un aereo e «rimette a posto il cellulare». Vuole chiudere le comunicazioni col mondo che si lascia alle spalle?

La metafora è esattamente questa. Questo gesto obbligatorio che dobbiamo compiere in aereo nella canzone si trasforma in un atto liberatorio: rompo la comunicazione e in questo momento sono io che sto viaggiando, sono io che passo sopra le colonne d’Ercole, non mi mandate messaggini, non mi cercate. Il viaggio durerà due o tre ore, ma in questo spazio sono solo con me stesso. Questa facilità di viaggiare che hanno oggi i ragazzi con i voli a basso costo è augurabile che si trasformi in libertà intellettuale, in conoscenza, in capacità di apprendere, di crescere, di capire le cose.

Non ha paura che l’idea di dovere venga concepita come un concetto di destra?

Mi spiace per chi lo pensa. Se parlare del futuro in termini di dovere è considerato di destra me ne assumo le responsabilità, ma non penso sia così. Non credo che la sinistra possa negare che il futuro sia un dovere. Non so se Kennedy quando diceva «non chiederti quello che la nazione può fare per te, chiediti quello che

tu puoi fare per il tuo Paese» esprimesse un concetto di destra.

Il viaggio è anche dentro la storia. In “Belle Époque” inizia con una citazione molto forte.

Sì, in quel «Van le troie illuminando il cammino sgangherato» c’è Dino Campana, che nei Canti Orfici racconta una sua nottata con quelle che lui chiama «le ciane». Io uso la stessa metrica, ma non è che vado a rileggermi i Canti Orfici. Mi viene l’idea, mi ricordo di questa cosa, la uso, diventa materiale narrativo, metrico. Io lavoro così, andando a riacchiappare nella memoria, nella biblioteca. La torre Eiffel, l’esposizione universale, la tecnologia, la dichiarazione contro la schiavitù dal lavoro e dalle guerre: il Novecento nacque su questi mandati culturali. Che poi vennero subito smentiti: dalla rivoluzione russa alle guerre mondiali. Io scrivo una canzone come “Belle Époque” e pretendo di parlare del Novecento. Dopo averla scritta mi rendo conto che un verso come «Fischia il sasso fischia il vento sta arrivando il Novecento» è una sintesi formidabile. Non me lo devo dire da solo, però...

Allora glielo dico io: c’è dentro il sasso del Balilla e del fascismo e fischia il vento della lotta partigiana...

Sì. È chiaro che nessuno capirà mai cosa sono stati il fascismo e la Resistenza collegando queste due idee, però per uno che deve dirlo con una pennellata lo può fare in quella sintesi che la canzone ti concede e che è difficile altrove.

Il viaggio con “La guerra”. Racconta una storia piccola dentro la grande storia, come in “Generale”?

È un vecchio trucco, Manzoni ci ha scritto un libro di successo... Però “Generale” finiva con la parola «amore» («è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore»), ma anche con un sentimento di mestizia: è un ritorno a casa in mezzo ad altri soldati su un treno, è passata una guerra da cui si esce con una ferita, un ritorno dove l’uomo è sconfitto. Ne “La guerra”, invece, anche se il soldatino si è visto passare la morte vicino finisce con una nota di rinascita: si ricomincia a fare l’amore. Fa parte di una mia visione un po’ più serena: fate pure tutte le guerre che vi pare, però alla fine ci sarà sempre un soldato che troverà una ragazza in un campo, magari la vedova di un nemico, come è sottinteso nella canzone. Tutte le guerre dovrebbero finire così. O finiranno così. Questa canzone è una provocazione nei confronti della guerra: siamo più forti noi. Però parliamo troppo di testi e di parole...

Ha ragione, allora mi racconti come inizia la scrittura di una canzone.

Le faccio l’esempio proprio de “La guerra”. Sono partito da una frase musicale: tàta tàta tatatà (ride mentre batte il tempo sul tavolino, ndr). Me la sono suonata per un po’, poi mi è venuta una frase che ho cantato sopra: «C’è un soldato in mezzo al campo». Nasce un fatto ritmico, verbale e se quello che mi viene in testa mi affascina, si apre come una sequenza cinematografica che si sviluppa come una storia: che ci fa questo soldato in mezzo al campo? Che ora sarà? C’è il tramonto? Dove sarà il tramonto? Alle spalle? Allora deve stare attento, perché risulta proprio un bersaglio...

E così diventa «C’è un soldato in mezzo al campo. E una casa nella valle. Attenzione soldatino c’è il tramonto alle tue spalle». Quando comincia a suonarla con i musicisti, quanto cambia l’idea iniziale della canzone?

Prende forma, ed è il momento più delicato. Lì devi stare attento a non perdere nulla della forza originale che è nella tua testa, sei tu che sai dove vuoi arrivare. E sei torturato dal dubbio mentre questo avviene: che la canzone non valga. Sì, a me piace ma adesso i musicisti che la devono suonare con me, che sono miei amici da tempo e che amano tutte le cose che ho scritto come reagiscono? Temo che magari non me lo dicano, che facciano una faccia così che sembra dire «ma questa volta cosa ci hai portato?». È un momento molto delicato. Affascinante, ma è il momento che forse nella registrazione di un disco mi fa soffrire di più.

Dopo tanti anni ha ancora la paura di deluderli?

È la paura peggiore perché ho molta stima di loro, sono dei musicisti ed è un giudizio non dico che temo, ma devo fargliela piacere. Io vado entusiasta e se poi invece fosse brutta?

In “Guarda che non sono io” racconta il rapporto complicato con chi segue il suo lavoro, i fan.

Lì racconto l’incontro con uno mentre sto facendo la spesa che mi fa pensare: ma che ci stiamo dicendo? Chiedergli: ma chi credi che io sia, che idea ti sei fatto di me, perché pensi di conoscermi se in realtà conosci quattro, cinque, venti canzoni mie? È un incontro avvenuto davvero, non ho inventato una scena.

Un po’ come il fan che fa cento chilometri per incontrare “Omero al Cantagiro”?

È l’altra faccia della medaglia, il rapporto divistico con lo spettacolo. Io lo percepisco di riflesso, ma mi ricordo di averlo vissuto quand’ero giovane dalla parte del fan. Ascoltavo tutte le canzoni di Morandi: ero piccolissimo ma “In ginocchio da te”, “Non son degno di te” e “Se non avessi più te” sono tre canzoni che hanno molto influenzatola mia immaginazione di adolescente che vedeva questo bel ragazzo che era Gianni Morandi innamorato di quella bellissima ragazza che era Laura Efrikian, andavo a vedere i film. Ho fatto il fan e lo farei ancora se incontrassi qui Bob Dylan o... bèh, pochi altri insieme a lui. Paolo Conte e altri che stimo. Avrei un atteggiamento se non di devozione comunque di un interesse che forse loro giudicherebbero ipertrofico.

Quando sente che dei suoi colleghi, come Fossati, decidono di non suonare più, che impressione le fa?

Fossati è molto onesto. Se lui pensa di non avere più nulla da dire fa bene a smettere. Non c’è niente di più faticoso per chi fa questo mestiere di continuare a scrivere senza avere più niente da dire, a cantare senza avere più la voce che lo convince. Fossati spero che cambi idea, non è detto che non la cambi. So che la tentazione di farlo c’è spesso, l’ho avuta anche io ma è durata poco. Adesso ho fatto un disco dove sono felice di esserci, felice che ci sia gente che lo ascolti, senta la vitalità artistica, creativa. E che il giudizio degli altri corrisponda al mio.

 

http://www.left.it/2012/12/21/lincontro-con-francesco-de-gregori-%C2%ABsulla-strada-di-un-paese-abbandonato%C2%BB/8064/

 

 

 

 

 

"È una notizia bruttissima per tutta la musica Italiana: il lavoro di Pino ci mancherà molto, ma le sue canzoni continueranno ad accompagnarci giorno per giorno. Io lo ricorderò sempre come un amico mai frequentato abbastanza, come un artista geniale e rigoroso, come un uomo sempre generoso e innamorato degli altri, della musica e della vita".

(FRANCESCO DE GREGORI)

 

 

 

 

ROCKON.it INTERVISTA IL CAPOBANDA

 

Bassista, arrangiatore, compositore, produttore: insomma quello che si può definire un’artista e un musicista completo. Stiamo parlando di Guido Guglielminetti, il “ capobanda” di quella che ormai è da tempo è la band che accompagna Francesco De Gregori. Ma non c’è solo De Gregori nella vita di Guido… collaborazioni con i più grandi artisti italiani, corsi per i giovani musicista. Lo abbiamo cercato cercando di capire alcuni meccanismi del mondo della musica e non solo.

La prima curiosità è la scelta del suo strumento e un po’ dei suoi inizi:

Sono gli strumenti che scelgono i musicisti, e non viceversa. E’ un fatto di carattere. Infatti i bassisti si assomigliano tutti un po’. Raccontare gli inizi, le difficoltà, le delusioni e i successi, non è una cosa che si possa fare in due parole, non a caso ne sto scrivendo un libro che uscirà il prossimo anno” .

Ed arriva sempre quel momento in cui un’artista sa che ce l’ha fatta o che ce l’ha può fare:

Quando mi hanno pagato per la prima volta, prima non avrei mai immaginato di prendere dei soldi per divertirmi. Mi sembrava di rubare, ci ho impiegato un po’ ad abituarmici, ma ancora oggi mi sembra incredibile e mi fa sentire molto fortunato“.

Ma Guido Guglielminetti ha aperto anche una scuola di musica la “Practice Studio Recording”:

Con il mio Corso cerco di aiutare i ragazzi a riconoscere e gestire il proprio talento. Più che altro vengono da me cantautori o autori che cerco di aiutare a ottimizzare le proprie capacità. Molto semplicemente realizziamo, nel mio studio e con l’aiuto dei software dedicati, una loro canzone. Partiamo quindi da una semplice idea, spesso rudimentale, e la facciamo diventare una canzone finita. Finora con ottimi risultati. Il tutto nell’arco di due giorni durante i quali parliamo, rispondo ad un sacco di domande sul mio lavoro, andiamo a fare passeggiate in campagna.

 E i giovani che vengono alla tua scuola con quale “speranza” lo fanno?

Immagino che siano spinti soprattutto dalla curiosità per il mio lavoro e io cerco di soddisfarla dimostrando loro in che modo lo svolgo, in certi casi credo sia anche il desiderio di far sentire il proprio materiale. Un brano di uno dei ragazzi l’ho fatto partecipare alle selezioni per San Remo, cantato da una ragazza, ha superato anche le prime selezioni, che è già molto, ma poi non è andato oltre. Già una grande soddisfazione comunque

Gli chiediamo di dirci anche un nome della musica italiana ( fra i giovani) che lo incuriosisce particolarmente:

Giovanni Facciotti ritengo sia un grande talento, ancora poco conosciuto, ma molto promettente. Io sono un grande fan di Caparezza, che però non lo si può più annoverare fra i “giovani”.

E sull’argomento “Talent” Guido Guglielminetti non ha nessun dubbio:

Mi dispiace ma non ho nessuna simpatia per i Talent, perché non credo giovino ai partecipanti, ma solo ai giudici e al format stesso. I partecipanti sono burattini che vengono manovrati per un po’ dopodiché avanti un altro .

Secco sull’utilità dei talent nel mondo della musica?

No,non lo sono. Sei anche produttore: come è nato il passaggio da musicista a produttore? E’ stato un passaggio graduale maturato con l’esperienza, ho sempre avuto la passione per l’arrangiamento e una predisposizione naturale per l’organizzazione. Passo dopo passo grazie alla fiducia che le persone mi hanno accordato, ho acquisito maggiore sicurezza e ho capito che è un ruolo per cui sono adatto.

Come mai la scelta di dar vita ad un etichetta indipendente: cosa cambia per un musicista?

Se le case discografiche facessero ancora il lavoro di ricerca che facevano un tempo, se ancora seguissero e aiutassero gli artisti come facevano un tempo, forse non sarebbero neanche nate le etichette indipendenti. Se le case discografiche non sono altro che le filiali di grandi multinazionali straniere che altro compito non hanno che distribuire in Italia prodotti stranieri, e’ normale che qualcuno cerchi di realizzare e distribuire in proprio. Oggi poi con le nuove tecnologie e i costi relativamente ridotti, quasi chiunque è in grado di produrre e distribuire il proprio prodotto.

Hai composto anche canzoni per grandi nomi: è stato più complicato o e la stessa cosa ?

Scrivere canzoni può essere semplice o difficile, a seconda delle volte, sia che si scriva per un artista famoso sia che si scriva per uno sconosciuto. Per quanto mi riguarda, le canzoni che ho scritto sono nate prima che sapessi a chi sarebbero andate, quindi non si è trattato per me di scrivere a tema o su misura per qualcuno. Solo ultimamente mi è successo di voler scrivere per Fausto Leali, l’ho fatto e la canzone a lui è piaciuta molto. In questo momento ancora non so se la cosa avrà un seguito, per il momento già sono soddisfatto che gli sia piaciuta.

Potresti un giorno dare vita ad un album tutto tuo?

Si lo farò, un po’ di materiale ce l’ho, per il momento mi manca il tempo, meglio così, non ho fretta!

Gli inizi con Francesco De Gregori: se ci sono stati contrasti inizialmente , come si è sviluppata la vostra collaborazione.

Non ci sono mai stati contrasti, abbiamo però impiegato molto tempo a fidarci l’uno dell’altro, perché entrambi molto sensibili. Il nostro rapporto e’ cresciuto col tempo, nel rispetto reciproco. Alla base di tutto c’è una grande stima condivisa e l’assoluta spontaneità.

Sei stato e sei il bassista, arrangiatore e produttore di grandi nomi ( dato per scontato che un grande nome per essere tale deve accompagnarsi a grandi musicisti) : Battisti, Fossati, Mia Martini, De Gregori : riusciresti a descriverli con poche parole? Differenze.

Questi grandi nomi che hai citato hanno in comune la grande passione per la musica, la serietà professionale e una grande onestà. Differenze? Neanche tante direi, nessuna veramente degna di nota.

Passiamo a Vivavoce: quando e come è nata l’idea di riarrangiare i pezzi del Principe?

Cambiare i pezzi e’ una cosa che abbiamo sempre fatto sistematicamente. Quando viene da noi con un pezzo vecchio che vorrebbe fare, non andiamo a sentire come e’ stato suonato allora, lo suoniamo semplicemente per come sentiamo di volerlo fare in quel momento. Poi se ne parla, si riascolta e se ci piace quella sara’ la nuova versione fino alla successiva.

Siete appena rientrati dalla tournée europea: come è stata accolta la vostra musica all’estero?

E’ stata accolta benissimo anche da persone che ci sentivano per la prima volta e non necessariamente da Italiani. Molti di questi italiani lo sono solo di nome, perché nati all’estero, ma comunque ancora legati al paese d’origine dei propri genitori.

Che differenza c’è fra i “luoghi” della musica europea e i teatri e gli stadi italiani?

Emozione particolare in qualche luogo e perchè. Beh suonare nello stesso teatro in cui hanno suonato i Beatles e’ stata una grande emozione. Quando ascoltando i loro dischi sognavo come avrebbe potuto essere fare quella vita, suonare in quei posti, mai avrei immaginato che un giorno lo avrei fatto anch’io! Suonare all’estero ti rida’ il piacere di fare questo mestiere, che spesso in Italia ti manca.

Ci sono state alcune critiche per questo album : non sarebbe stato forse meglio “sconvolgere” completamente le canzoni? (in realtà speravo che questo album subisse stravolgimenti come ad esempio avvengono negli album di Dylan, ecco per fare un esempio) C’è stata un po’ diciamo così “paura” a cambiare totalmente i pezzi ai quali sono affezionati i fan o è difficile davvero per un’artista cambiare completamente?

Sicuramente non c’è stata nessuna paura a cambiare, anzi qualche pezzo e’stato cambiato molto. Il lavoro che noi facciamo non è studiato a tavolino, i pezzi si trasformano perché sono suonati da altri musicisti vent’anni dopo, dieci anni dopo o un mese dopo dagli stessi musicisti che quel giorno suonano così. Mi sembra molto normale. Ritengo sia un lavoro creativo continuo, ogni giorno tutti noi cambiamo un po’, quindi ogni giorno abbiamo, musicalmente parlando, qualcosa di diverso da dire.

 C’è un’artista con cui ti piacerebbe collaborare ?

Beh mi piacerebbe fare un’esperienza di lavoro all’estero con un artista straniero.

Piccola curiosità: come mai avete scelto “The Future” di Leonard Cohen?

 Perché è una bellissima canzone che Francesco aveva già tradotto molto tempo fa. Nello scorso album “Sulla strada” non avremmo potuto inserirla, in questo ci sta benissimo.

C’è un difetto del Principe che proprio non riesci a sopportare?

Oh, è tutt’altro che un difetto ma… che invidia: cucina meglio di me

 

Graziella Balestrieri

 

http://www.rockon.it/musica/interviste/intervista-al-bassista-e-produttore-guido-guglielminetti/?fb_action_ids=10205179056583341&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=[681825245270874]&action_type_map=[%22og.likes%22]&action_ref_map=[]

 

«Viaggio e canto. Non pontifico» - Catania, 10 maggio 2013

 

Francesco De Gregori non parla dell'Italia di oggi. «Il mio pensiero nelle canzoni, anche quelle di anni fa»

Il «Principe» dei cantautori per tre giorni in Sicilia con «Sulla strada Tour»: domani Catania, sabato Palermo, domenica Messina

La Sicicilia - Maria Lombardo -  Giovedì 09 Maggio 2013

 

Catania. «Quel che vedi dai finestrini è difficile capire cos'è ma da qui non si vede granchè, dev'essere strada, fiume, vallata che conosce la canzone e riconosce la strada»: il grande viaggiatore è tornato, sulle ali dell'ultimo disco, uscito a novembre, intitolato appunto «Sulla strada». Eccolo in tour per la penisola, Francesco De Gregori, dopo la serata evento all'Alcatraz di Milano.

«Passo d'uomo», ballata del cuore a passo... d'uomo, «Belle Epoque» il «cammino sgangherato del sergente innamorato che di notte se ne va», «Omero al Cantagiro» che ha fatto «più di 100 chilometri per essere qui»... e guerre che ricordano altre guerre, capitani e battaglie del passato, soldatini, spose che aspettano…

Il nuovo tour approda a Catania con l'organizzazione di Musica e Suoni (Teatro Metropolitan domani 10 maggio), sabato 11 sarà a Palermo (Teatro Golden) e domenica 12 a Messina (Palazzo della cultura). Canzoni antiche e nuove ma - dice il Principe - «ogni volta che mi rimetto a suonare in giro con la band, tutte le mie canzoni vecchie e nuove diventano canzoni di oggi». Sul palco Paolo Giovenchi e Lucio Bardi alle chitarre, Alessandro Arianti tastiere e fisarmonica, Alessandro Valle mandolino e pedal steel guitar, Guido Giglielminetti al basso, Stefano Parenti alla batteria, Elena Cirillo violino e vocalist.

Tu viaggi con la musica per le strade di un Paese qualsiasi. Forse ci aspettavamo un cenno sull'Italia sull'orlo del baratro. Ma dove stiamo andando?

«E' vero, vado in giro su e giù per l'Italia e vedo parecchie cose... la gente per strada, il pubblico.. quelli che fanno la coda al distributore e quelli che prendono il caffè all'autogrill. Ma francamente questo non vuol dire molto... non è facile capire come dici tu "dove stiamo andando noi italiani "... A parte il fatto che gli italiani sono molto diversi fra di loro... C'è poi un sacco di gente che parla della situazione che stiamo vivendo.. io li ammiro e li invidio... evidentemente sono sicuri che le loro opinioni siano importanti. Io sono uno che scrive canzoni.. se ti metti a sentirle puoi farti un'idea di quello che vedo e di quello che sono. Puoi anche andarti a sentire delle canzoni che ho scritto parecchi anni fa, vanno ancora bene».

Oggi non si parla che del panorama politico, del fenomeno Grillo. Ti va di dire la tua?

«Se avessi voglia di parlare di questo genere di cose mi farei invitare a qualche talkshow, ma l'idea non mi sfiora nemmeno. Ho un'idea abbastanza chiara di quello che sta accadendo in Italia, certo che ce l'ho. Non mi va di starne a discutere più di tanto, di mettermi a pontificare. Certe facce.... sono tutti i giorni sui giornali e in televisione, nella rete, su Facebook e su Twitter... credo che non ci sia nessun bisogno che anch'io mi unisca a questo chiacchiericccio».

 

 

Il viaggiatore De Gregori qui professa in maniera ancora più esplicita, forse, rispetto al passato, la vecchia passione per il viaggio.

«Beh, certo... un disco che si chiama " Sulla strada "! Però non vorrei che questa idea del viaggio diventasse una banalità retorica, la retorica mi spaventa... Viaggiare vuol dire necessariamente avere una meta? Non lo so. Mi interessano gli incontri, le persone.. E poi anche i viaggi degli altri, la circolarità di certe esistenze o, al contrario, le rotture, le cose e le anime disperse, le notti in albergo, il ritorno a casa. Tutto questo se vuoi c'è già nell'Odissea, o nella favola di Pollicino... in Kerouac.. Chissà se davvero se ne può ancora parlare o se rischiamo di ridire cose già dette da altri, e dette meglio... Però è inevitabile che dentro la musica che faccio confluisca tutto questo, insieme alle cose lette o viste, o magari raccontate da uno incontrato su un treno».

«Sulla strada» esprime una preferenza spiccata per il genere ballata, un andamento "lento" intimistico ma sempre "reportagistico"...

«I ritmi " lenti" sono quelli che mi vengono più naturali, e anche quelli che istintivamente mi catturano di più come ascoltatore... per un certo periodo ho pensato, davanti a ritmiche più sostenute, di essere come un cieco in un negozio di colori. Però se fai un disco, non si possono mettere in fila dieci canzoni lente (anche se in questo disco ci sono andato molto vicino!) e quindi giocoforza ho imparato che se voglio posso scrivere anche canzoni "veloci". O a far diventare veloce una canzone nata " lenta". Mi capita ogni tanto di farlo quando rimetto le mani sulle vecchie cose, è anche divertente».

«Passo d'uomo» fotografa il cammino faticoso della vita, l'operaio «lungo la massicciata», la gente comune. Ma che vuol dire poi gente comune?

«So benissimo chi è la gente comune, è la gente come me, la gente che mi somiglia. Mi riesce molto più difficile capire che cosa si intende per gente "non comune". Einstein? Riccardo Muti? Nelson Mandela? E' tutta gente che ammiro, ma sulla strada siamo veramente tutti uguali, siamo fatti della stessa materia e respiriamo la stessa aria..... la comune condizione umana ci sottintende tutti... azzera tutte le insignificanti differenze».

Come nasce la collaborazione con Malika Ayane che troviamo in due canzoni di «Sulla strada»?

«C'eravamo incrociati in un paio di occasioni, a me piace il suo modo di cantare, così poco allineato agli stereotipi del pop italiano.... lei non è solo una cantante, ma una musicista.. un'artista completa e complessa. Quando ho pensato ad una voce femminile che accompagnasse la mia in un paio di tracce dell'ultimo disco mi è sembrato naturale chiamare lei».

Come definiresti questo tour rispetto agli altri?

«E' il tour del nuovo disco, anche se in realtà facciamo solo la metà delle canzoni del nuovo cd, sul palco si sente l'affiatamento di una band che ha lavorato a lungo insieme per un progetto nuovo... E questo stare insieme si riverbera anche sulle altre canzoni, anche sui tanti pezzi " classici " che non possono mancare, da Rimmel ad Atlantide, da Buonanotte fiorellino a Viva l'Italia».

 

 

De Gregori: amo Conrad, Céline e Checco Zalone

La Stampa - Gabriele Ferraris - 4.4.2013

 

In vent’anni di frequentazione, mi è capitato spesso di discutere con Francesco De Gregori della smania di tanti colleghi suoi di scrivere libri. De Gregori è estremamente tollerante, su questo come su molti altri argomenti: rispetta le scelte altrui, ma lui preferisce chiamarsene fuori. «Faccio il mio mestiere – mi ripete ogni volta – e scrivere canzoni è tutt’altra cosa dallo scrivere romanzi, o poesie. Io sono un cantante, non ho mai pensato di diventare uno scrittore. Sono lavori diversi, entrambi molto rispettabili, entrambi belli. Ma io questo so fare, non altro». 

Oggi De Gregori compie 62 anni, e li festeggia a Torino con un incontro pomeridiano, alle 15, al Circolo dei Lettori e un concerto serale al teatro Colosseo. 

È in forma splendida: con il recente album Sulla strada ha firmato uno dei suoi lavori più ispirati e convincenti di sempre, e intanto si è lanciato sul web e per il solo formato digitale è disponibile da oggi un’antologia di suoi brani rimasterizzati. Ma l’aspetto più sorprendente del momento di grazia degregoriano è la notizia dell’imminente pubblicazione del primo libro «autorizzato» che lo riguarda. Un libro di foto e testi ai quali, si dice, De Gregori stesso avrebbe messo mano.

Di qui a parlare del «primo libro di De Gregori», il passo è breve. Ma le cose non stanno esattamente così.

 

 «Non vorrei proprio che si dicesse che l’ho scritto io – si affretta a precisare –, anche se in qualche modo questo libro lo considero figlio mio, perché l’ho visto nascere. È la prima volta che succede. Di solito, quando hanno pubblicato dei libri su di me, l’ho saputo per caso, magari l’ho scoperto in libreria. Questo, invece, l’ho voluto. Me lo ha proposto Alessandro Arianti, il mio tastierista, che è anche un ottimo fotografo. È arrivato con questa idea, e io me ne sono innamorato. Mi è piaciuto l’entusiasmo suo e di Silvia Viglietti, l’editrice torinese che lo ha curato con lui, e mi sono messo a disposizione».

In che senso? 

«Sono andato a rovistare nei cassetti di casa – non sono così pomposo da parlare di “archivi” – e ho recuperato vecchie foto dimenticate, immagini anche private, e poi manoscritti, ricordi, persino il libretto universitario. E li ho dati ad Alessandro e Silvia, che ne hanno fatto un libro. Fotografico, ma non solo».

Un album dei ricordi? 

«Assolutamente no. Non c’è nulla di nostalgico, anzi, lo trovo molto attuale: gran parte delle fotografie riguarda gli ultimi anni, gli ultimi tour».

Ma è anche un libro «scritto», con l’intera storia discografica di De Gregori ricostruita attraverso dichiarazioni e interviste concesse nel corso degli anni. 

«Beh, sì, e lì un po’ ci ho lavorato: proprio perché volevo che il libro fosse un ritratto del De Gregori di oggi, ho rivisto alcuni passaggi, qualche affermazione che mi sembrava datata, fuori contesto. Ma sono stati piccoli interventi, l’insieme funzionava benissimo».

Prendo per buona l’affermazione. Tanto, anche se l’avesse riscritto da capo a fondo, non lo ammetterebbe mai. In apertura del volume ci sarà inoltre un’intervista inedita, e curiosa, perché l’intervistatore è Steve Della Casa, fine uomo di cinema, non un critico musicale. 

 «È andata così: Steve mi ha chiesto di essere per una settimana l’ospite fisso di Hollywood Party, la trasmissione di Raitre di cui è uno dei conduttori. Io mi sentivo un po’ in imbarazzo. Mi piace il cinema, e un po’ lo conosco, però sono solo uno spettatore, uno che va d’istinto: per dire, amo Fellini e Hitchcock, ma pure Checco Zalone. Invece loro, Steve e i suoi compari, del cinema sanno tutto, ma proprio tutto, persino le date di nascita dei truccatori. Alla fine però ho accettato, e ho fatto bene. Mi sono sentito come un topo nel formaggio. Davvero divertente. Così, quando ho dovuto scegliere l’intervistatore per il libro, ho pensato che Della Casa fosse la persona giusta: curioso, intelligente, ma non il classico espertone di musica che ti fa le solite domande protocollate. Domande diverse, risposte diverse. Molto interessante».

 E parla anche il bassista Guido Guglielminetti, lo storico «capobanda», che racconta del vostro lungo sodalizio artistico. 

 «Infatti. Quello che Alessandro e Silvia sono riusciti a fare non è un libro che racconta la storia di De Gregori, bensì di un gruppo di musicisti. Una storia collettiva».

 Prima di quest’opera «monumentale», però, Arianti e la Viglietti hanno preparato anche una sorta di «anteprima», che esce giusto oggi. 

 «Sì, è un volumetto fotografico del formato di un cd: si intitola Sulla strada-Photo edition. Sono le immagini delle session di registrazione dell’album, io, la band e gli ospiti, da Malika Ayane a Nicola Piovani. E ci sono anche i testi delle canzoni. Servirà per il merchandising del tour».

 A proposito del tour. Come sta andando? 

 «Bene, ogni sera mi piace vedere tante facce felici, persone di ogni età. E adesso, quando cambio gli arrangiamenti dei pezzi classici, il pubblico apprezza, è contento. Una volta c’era sempre chi storceva il naso. Credo abbiano capito che se rivisito una mia canzone non lo faccio “contro” il pubblico, anzi: tento di dare qualcosa di più, qualcosa di nuovo. E apprezzano il risultato».

 Torniamo ai libri. Lei non ne vuole scrivere, in compenso è un lettore appassionato 

 «Beh, leggere mi piace, e molto. Soprattutto al mattino, oltre che la sera a letto, come tutti. E poi nel mio mestiere ci sono i tempi morti, i viaggi, le attese in camerino: insomma, il tempo per leggere non mi manca».

 Che cosa legge? 

 «Sono un lettore caotico, onnivoro, ma preferisco i classici. I grandi romanzi dell’Ottocento – a parte i russi che frequento poco – e poi Kafka, un autore che mi ha sempre appassionato, e Céline, di cui ammiro lo stile, indipendentemente dalle implicazioni politiche. Leggo soprattutto i capolavori del Novecento. E Melville, naturalmente. Però non faccio distinzioni tra letteratura alta e bassa. Mi piacciono anche la fantascienza, il noir, Stephen King. Penso che se Simenon, ad esempio, non avesse scritto certe pagine, mi sarei perso molte serate di felice lettura. Insomma, c’è un libro adatto a ogni situazione. In camerino mi sta benissimo un Urania, mentre, che so, un bel viaggio dev’essere accompagnato da un libro speciale: qualche hanno fa siamo andati in Grecia con mia moglie, e ho portato con me l’Odissea, che non aprivo dai tempi del liceo. Beh, in quei posti faceva un effetto diverso. Rileggere Omero in quel contesto è stata una grande gioia».

 Lei ha anche dato la sua voce a Cuore di tenebra per la collana di audiolibri della Emons. 

 «Conrad è un altro autore che amo, come Stevenson e altri scrittori di mare. Quando mi hanno proposto di registrare l’audiolibro di Cuore di tenebra, me lo sono letto e riletto, tre volte in sei mesi, per capirne le sfumature, la struttura profonda. E ogni volta lo scoprivo diverso».

 Senta, De Gregori, io so che lei detesta le domande sulla politica. 

 «E io la ringrazio per non farmene».

 Però, come cittadino, è preoccupato per la situazione? 

 «Beh, come non potrei? Se non fossi preoccupato vorrebbe dire che sono cieco e sordo. O che vivo in un altro Paese».

 

 

 

 

In occasione della tappa Torinese legata all'ultimo CD di inediti, l'artista incontra il pubblico con Steve Della Casa e Gabriele Ferraris. L'incontro sarà accompagnato dalla proiezione di immagini e filmati sul nuovo tour e sul nuovo disco, e sarà l'occasione per presentare "Sulla Strada - Photo Edition", un libro in formato CD che raccoglie le foto scattate durante la lavorazione dell'album e i testi completi delle canzoni. Nella stessa giornata anche il lancio di "Francesco De Gregori Oggi" raccolta di tutta la sua produzione più recente disponibile solo su iTunes.
 

 

 

 Trasmesso in diretta streaming in data 04/apr/2013
 

“I SIMPATICI MI SONO SEMPRE PIÙ ANTIPATICI”

Francesco De Gregori: “Tutti hanno tanto da dire su Grillo. Io no. Forse sono troppo vecchio per capire l’Italia. Preferisco tacere e ascoltare”

di Malcom Pagani e Marco Travaglio.

 http://www.ilfattoquotidiano.it/

 

Sul ramo preferito da Francesco De Gregori, nel punto esatto in cui muore la città, una bottiglia basta ancora per un pomeriggio intero.

Tra un manifesto e lo specchio, guardare nel suo cappello pieno di ricordi è un viaggio di sola andata. Dalla periferia del mondo all’Arizona dei nostri cuori. Pagine chiare. Pagine scure. Cani per strada. Baci, abbracci, sputi e solitudini. Minimalismo e Storia.

Irene affacciate alla finestra e prati di aghi sotto il cielo. Radio che andavano a valvola e progressi troppo sicuri di sé. Regali che duravano una settimana e capitani di ventura irresponsabili, “andiamo avanti tranquillamente”, al comando di tutti i Titanic della nostra vita. Giorno di pioggia.

Gente tranquilla in fila. C’è un concerto. Lo zingaro nato nel ’51 che legge la musica nel firmamento adesso vive all’Atlantico. Un capannone grigio. Un palco. E dietro le quinte, la stanza con bagno prenotata a suo nome. Il camerino si riempie di fumo. Fuori dalla porta tecnici, amici, musicisti e il fratello Luigi, autore de “Il bandito e il campione”, un apache di due metri: stivali da vecchio West, capelli da Jesse James, baffi da uomo a presidiare la ferrovia. L’ultima stazione di De Gregori, Sulla strada, è un diario di sopravvivenza con ingressi segreti e uscite mascherate.

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Fortuna e talento tra le dita, il Principe ha imparato a riconoscerle. “Dài, cominciamo. Che intervista volete fare? Cattiva? Buona?”

Perché cattiva? Ha fatto qualcosa di male?

Qualcosa, come tutti.

Fumare Gitanes fa parte del qualcosa?

Sono stato 25 anni senza fumare. Avevo smesso con le sigarette, poi anche coi sigari. Ho ripreso durante il tour con Lucio Dalla. Accendeva in continuazione Marlboro sostenendo di non aspirare. Era una gran bugiardo, Lucio. Fumava come tutti, con l’aggravante della compulsività.

Ma il fumo non rovina la voce. Della scuola contiana “aspiro e poi canto come solo in paradiso”, Dalla era il manifesto.

Non solo ce l’aveva, la voce. Ma, anche quando gli mancava, sapeva inventarne una di riserva.

Buttava il cuore tra le stelle. C’è un metodo per farlo in musica?

Se dovessi spiegare come si fa, non saprei. Ho scritto canzoni nei modi più diversi. Della “Donna cannone” composi prima la parte pianistica. Parapam, parapam, parapam... Stava lì, chiusa in un cassetto, pensavo non ne sarebbe mai uscita. Quasi la stessa cosa accadde con “Alice”. In origine la musica. Tre mesi dopo, le parole. L’alchimia tra testo e note è sottile, ma non c’è un metodo unico. Può capitare che la scintilla iniziale sia più letteraria che musicale. Mi viene in mente un titolo, un’assonanza, una cosa curiosa, poi mi metto al piano o alla chitarra e provo una melodia che stia bene con le parole. Se la trovo anche in una sola strofa, mezza canzone è fatta.

Quando ha capito di essere un cantante?

Quando intuii che avrei potuto mantenermi facendo una cosa che mi piaceva. Le case discografiche iniziavano a darmi retta. “Alice” andò relativamente bene, partecipò a Un disco per l’estate e arrivò ultima. Era l’epoca del dominio dei 45 giri sugli Lp e quando mi dissero “l’Lp ha venduto 4 mila copie”, sorrisero.

Era il De Gregori coi capelli lunghi, quello pre- Rimmel.

Il De Gregori coi capelli. Quello che da ragazzo aveva l’hobby della musica e sognava di suonare su un palco come si può desiderare di diventare calciatori. Mi piaceva molto il Morandi di “In ginocchio da te” di cui, mascherandomi da cantante, replicavo i pezzi in camera mia. Di lui mi rapivano esuberanza e bellezza. Mi facevo prestare i soldi dai miei e correvo a vedere i suoi film con Laura Efrikian.

Rita, insegnante di lettere e Giorgio, bibliotecario: i suoi genitori. Chi erano?

Persone di buon senso che mi lasciavano libero nelle scelte fondamentali. Cosa leggere, cosa vedere al cinema, che scuola fare. Non mi hanno mai contrastato, pur augurandosi per me un mestiere più normale. Iniziai a fare musica nel ‘68, col mondo giovanile in rivolta contro la famiglia. Temevano diventassi troppo antagonista ai valori che mi avevano insegnato. Non accadde.

Passioni di quegli anni?

Il godimento primigenio me lo diede Celentano. “Il ragazzo della via Gluck” è il primo pezzo che suonai. Poi De André. La scoperta del “Testamento” mi spalancò un mondo. Capii che le canzoni potevano servire anche a immergersi in ambiti profondi. Ruvidi, celesti e complicati. Che si potevan raccontare cose molto diverse da quelle di Morandi, senza offesa per Gianni. Avevo 13 anni. Fabrizio era fuori mercato. Non era tipo da promozioni. Lo pubblicava una casa discografica superindipendente, la Karim. Poi lo conobbi.

Collaboraste. “Oceano”, “La cattiva strada” e “Canzone per l’estate” sull’infelicità coniugale.

Non l’ho mai sentita davvero mia. Non che fosse un esercizio di stile, ma diversamente da un’altra sofferenza amorosa molto autobiografica, quella di “Dolce amore del Bahìa”, non c’era l’urgenza di raccontarmi o, se c’era, era molto attutita.

Con De André a fine anni 70, Idroscalo di Milano, cercando emozioni sulle montagne russe.

Ci divertimmo molto. Fu una delle ultime volte che lo vidi. Ma ci eravamo persi prima, durante un viaggio canadese in cui litigammo per motivi banali. Sulla carta l’itinerario sentimentale era perfetto. Io, Fabrizio e due ragazze che sarebbero diventate le nostre mogli. Ma sulla strada cumulammo banali incomprensioni. Uno pensa: ‘De André e De Gregori avran rotto sui massimi sistemi’. Troppo facile. Si chiude per un’inezia.

Ce la racconta?

Fabrizio era nervoso. Non conosceva l’inglese e a Toronto il suo ottimo francese si rivelò inutile. Al disappunto iniziale per l’impotenza espressiva, si aggiunsero piccoli tasselli di reciproca incomprensione. Acquistò un Winchester e pretendeva di sistemarlo in auto. Mi ribellai. E mi opposi all’idea che guidasse lui senza patente, con la macchina noleggiata a mio nome. Ci separammo davanti al lago di un’isoletta canadese.

Quando poi lo rapirono, telefonai a sua moglie per avere notizie. Era ancora nelle mani dell’Anonima. Una volta libero mi chiamò: ‘Belìn, so che sei stato carino con la Puni, che figlio di puttana, grazie’. Fu gentile, ma ormai ci eravamo persi di vista. Questi sono i miei ricordi. Ma esiste la memoria selettiva e Fabrizio probabilmente l’avrebbe raccontata diversamente.

La leggenda del De Gregori furioso, dal carattere aspro. Litigò anche con Dalla?

Al termine di Banana Republic ci fu un allontanamento fisiologico. Siamo... eravamo due persone molto diverse, ma di fronte a un rapporto umano specialissimo le incomprensioni del passato passano veramente in secondo piano. C’erano motivi di scontro, su inezie ricomponibili e sempre ricomposte, anche se in certi momenti lui non telefonava a me, né io a lui.

“Telefonami tra 20 anni, io adesso non so cosa dirti, non so risponderti e non ho voglia di capirti”.

Non ci siamo mai veramente persi di vista. I miei ricordi recenti sono molto teneri. Prevale il lato più domestico della vicenda. Non tanto il lavoro condiviso sul palco, ma i fotogrammi privati. Lucio che arriva affaticato in camerino e, dopo il concerto, è ringiovanito. O ancora lui che scherza e si leva la maglietta e mostra i pettorali: ‘Guarda che fico che sono’. Sentirlo cantare le mie canzoni è stato meraviglioso. Scorgere il suo divertimento mentre interpretavo le sue, sorprendente.

La condivisione, la sintonia e la lunghissima frequentazione, eventi miracolosi. Ora tutti parlano di Lucio, ma al tempo della seconda tournée molti giornalisti furono volgari. Dissero cose orrende. ‘Ecco due cantanti finiti alla ricerca degli ultimi spiccioli’. E adesso che è morto, Lucio di qua e Lucio di là... ma per favore.

Il primo incontro?

Alla It, la casa discografica di Vincenzo Micocci. Lucio aveva già fatto “4 marzo” e doveva ancora incontrare Roversi. Ci acchiappammo subito. Era straordinario, divertente, intelligente. Diverso dagli altri, ma capace di mettersi in comunicazione con chiunque. Sapeva stare al gioco. Aveva un’istrionica potenza da cui eravamo tutti irresistibilmente attratti. Alla It c’era Venditti, come me, ragazzino di bottega in quella piccola

casa discografica. Dalla sconvolgeva anche lui.

Alla It passarono in tanti.

Una compagnia di giro. Negli studi Rca, consorella maggiore della It, il bivacco era quotidiano. Rino Gaetano, Fossati, Baglioni, Renato Zero. Era fortissimo, Renato. Non ancora baciato dal successo, ma si travestiva già. È sempre stato coerente, non si sarebbe mai messo le ali o il trucco per compiacere il pubblico.

Baglioni e quell’elemosina a Trastevere...

Eravamo andati a mangiare alla Rosetta, trattandoci benissimo. Poi un po’ bevuti, non so perché, ci improvvisammo situazionisti. Forse per emulare i Beatles sui tetti di Abbey Road, forse aggrediti da megalomanìa. Tirammo fuori le chitarre: “Ora si bloccherà il traffico”. Non ci si filò nessuno. A Baglioni mi lega un altro episodio.

Quale?

Claudio aveva conosciuto uno che lo voleva intortare per fare un film e, un po’ come Ismaele, mi si caricò sulle spalle e disse ‘Ahò, vieni pure tu’. Andammo in un bizzarro posto, sede della produzione, dove un tipo ci fece proposte ardite che accogliemmo dandocela a gambe.

Altre avventure cinèfile?

Un cammeo per Battiato in ‘Del perduto amor’. Franco mi è molto simpatico, ero curioso, con me c’era anche Morgan. Poi sfiorai Fellini, all’epoca del Folkstudio.

“Fiori falsi e sogni veri nella friggitoria chantant”.

Sperimentazione, albe in via Garibaldi. Molti amici. Tra loro Paolo Pietrangeli, appena assunto da Fellini in vista di Roma . Era il ’71, Paolo arrivò trafelato: ‘Il maestro cerca un protagonista, ho pensato potresti essere tu’. Capirai, a 18 anni, con l’ansia di mordere la vita, andai di corsa. A Fellini, come si dice a Roma, avrei portato l’acqua con le orecchie. Lo incontro a Cinecittà, dietro la scrivania. Professionale e informale: ‘Ciao, cammina un po’’. Poi fa a Pietrangeli: ‘Ti avevo detto che lo volevo magrolino, basso e bruno. Tu mi porti questo bel ragazzo alto e biondo, cosa me ne faccio?’.

Nelle atmosfere del Folkstudio lei e Venditti creaste “Theorius Campus”.

Prodotto sempre da Micocci, un grande discografico di leggendaria avarizia. Lo avvicinavi mellifluo per gli anticipi sulle royalties: ‘Devo partire con la mia ragazza per una fuga d’amore’ e lui prendeva tempo: ‘Quando?’. Poi, tra promesse e menzogne, si danzava incerti. ‘Partirei tra una settimana’, ‘Passa tra un mese’. Dopo un mese ti presentavi speranzoso, venivi respinto un altro paio di volte e infine conquistavi un assegno con la metà della cifra pattuita. Theorius Campus è figlio di un viaggio in Ungheria a cui avrebbe dovuto partecipare Giorgio Lo Cascio, il nostro amico del Folkstudio. Giorgio si innamorò follemente di una donna bellissima, la sposò e rinunciò a partire. Andai da Antonello e gli dissi: ‘Pagano tutto, vieni tu?’. Emigrammo oltrecortina, per me fu la prima e l’ultima volta. L’Ungheria non era quella del ’56 e non somigliava alla Ddr, ma faceva impressione. Ci portavano per scuole e università, cantavamo 6 volte al giorno. Il partito controllava ogni respiro. La macchina arrivava di mattina presto, autista già totalmente ubriaco. Grappa d’albicocca, forse sbaglio.

I soldi sono stati importanti?

Piacciono a tutti e sarei ipocrita a dire che è meglio non averli, ma non han mai condizionato il mio percorso artistico o personale. Le scelte più importanti della vita non le ho fatte per soldi.

Mai ricevuto offerte che avrebbero messo in crisi integrità o coscienza?

Facendo certe cose avrei potuto guadagnare molto e senza vendere l’anima al diavolo. Non ho un’opinione moralistica della contaminazione commerciale, ma credo fermamente che coerenza e libertà stiano nel non fare quel che non ti piace fare. Un lusso che mi sono sempre permesso, anche quando non avevo una lira.

La gavetta. Lo Cascio confessò lo sgomento nel vedere lei e Venditti abbigliati in maniera improbabile per una comparsata in tv.

Micocci aveva miracolosamente trovato un passaggio televisivo per me e Antonello. Non ci voleva nessuno e, per partecipare, avremmo dovuto rimanere a Torino per tre giorni. Nella trasmissione dominava l’antesignano del trash. Per esigenze di scena i nostri colleghi erano stati travestiti. Chi da Cowboy, chi da paggio del ‘700.

Chi c’era?

Gino Paoli, Claudio Villa, Iva Zanicchi. Un fritto misto di tendenze di cui io e Antonello avremmo dovuto rappresentare l’avanguardia. Eravamo abbastanza burberi e indisposti a fare compromessi, ma non potevamo tornare indietro. Micocci ci avrebbe ammazzato, così, pur soffrendo come cani, resistemmo. Alla fine optammo per il costume meno devastante. Con cappellaccio e grembiule color paglia, eravamo diventati due autisti di autoambulanza del primo ‘900.

Oggi come vanno i rapporti con Venditti?

Non molto stretti, ma non abbiamo litigato.

Ai tempi del grande freddo, tra il tramonto dei ’70 e l’inizio degli ’80, lui le dedicò “Francesco”. Era prostrato per averle rubato dalle tasche e dalla bocca “rubini puri” e “cioccolata”.

Mi chiese scusa in musica, non so perché. Io non mi sono mai sentito derubato da nessuno. Tantomeno da Antonello. In ogni caso, a scanso di equivoci, ‘il pianista di piano bar’ non era lui.

Davvero? Ne eravamo sicuri. Con lei la manìa dell’identificazione forzata fa prendere la mano.

Ogni tanto la realtà entrava nelle canzoni. Nel “Signor Hood”, l’uomo assalito dai parenti ingordi sulla strada di Pescara, la città che amavo e in cui avevo trascorso momenti importanti, era Marco Pannella, di ascendenze abruzzesi.

Pannella aveva canestri di parole nuove e l’indole dell’impaziente. Non dissimile dal De Gregori che in una lontana preistoria televisiva ribalta il tavolo e lascia il Mago Zurlì senza parole.

 Mi trattarono male, mi chiesero i documenti, furono scortesi. Mi irritai e me ne andai perché una certa tv era e a volte è tuttora così. Un posto in cui ti impediscono di essere te stesso e sei obbligato a partecipare a una pantomima. Fu così anche allora e anche se i patti erano chiari, a farmi fuggire fu l’atteggiamento del mago. Quando lo inquadravano con i bambini era svenevole, ma dava l’impressione di non sopportarli. Feci per andarmene, ma sulla porta venni fermato dalla segretaria di uno degli autori: ‘Stia attento, il dottore se la legherà al dito’. ‘Per me se la può legare al...’.

Uscii. Telefonai alla mia ombra, Michele Mondella e andai giù secco: ‘Sono fuori da Porta Carlo Magno’. ‘E perché?’. ‘Perché il programma non lo faccio più’. Mondella prese un aereo, tentò invano di convincermi e alla fine, preferimmo andare al ristorante.

Vero che il primo successo di “Alice” la infastidì?

No, assolutamente, il successo non mi ha mai dato fastidio. E chi tra i miei colleghi lo sostiene, mente. Averlo avuto, coltivarlo e conservarlo fa parte del gioco. Non devi esserne schiavo, ma avere l’equilibrio per accogliere il momento in cui non arriva con serenità, è un dono. Il problema è che al tempo di “Alice” facevo già qualche seratina. Piccoli concerti in cui il pubblico che voleva ascoltare la storia di Cesare perduto nella pioggia per tre volte in tre quarti d’ora, mostrava plateale menefreghismo per gli altri 20 pezzi del repertorio. Magari erano meno belli, ma l’idea che la gente fosse prigioniera del meccanismo del già ascoltato, già sentito e già famoso era deludente. Potevano scoprire il bagaglio di strane cose che mi trascinavo dietro e invece urlavano: ‘Ahò, rifacce Alice’. Ma che mondo è?

Altre canzoni suonate in quelle esibizioni?

“1940”, “Marianna al bivio”, “I musicanti” e altre ancora che non finirono in nessun altro disco.

Ad esempio “De Gregori era morto”.

Quella l’ho scritta più tardi, però poi non la incisi. Mi sembrava eccessivamente autoreferenziale, ma so che in rete gira un’incisione presa al Folkstudio. È cantata da me o da altri?

Da lei. Ha un testo da oracolo. “De Gregori era morto/ucciso dal suo ultimo Lp e dai suoi profeti”. Tra le righe si trovano già Hilde e i menestrelli per brevità chiamati artisti.

Non l’ho mai registrata né risentita. Ripensando a quel che accadde dopo, comprendo la tentazione di rileggerlo come un brano profetico.

Allude alla violenta contestazione subita al Palalido il 2 aprile ‘76?

Urla, insulti, fumogeni, cazzotti, processi kafkiani. “La rivolta non si fa con le canzoni, Majakovskij era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu”. Non alludo a niente, ma spesso incontro gente che si dice più a sinistra di me. In un certo senso sono sempre stato a destra di qualcuno. Il Palalido non è stato lo choc della mia vita, come si è detto, ma un episodio spiacevole. Ancor più spiacevole è che se ne parli ancora. Per me è una storia lontanissima che ho spiegato da ogni punto di vista. Personale, storico, politico, emotivo.

Interessante casomai sarebbe ascoltare la versione degli altri. La truppa dei contestatori era formata da ragazzi normali, i capi invece erano dei fighetti. E io ai fighetti non sono mai piaciuto.

“Ci sono posti dove sono stato/ Mi ci volevano inchiodare/ai loro anni ciechi e sordi/ ai loro amori raccontati male” ha cantato una volta. Ha mai cercato i contestatori di quella notte? Parlato con loro? Nel gruppo c’erano la figlia di Giorgio Bocca, Nicoletta, e l’inventore di Stampalternativa, Marcello Baraghini.

Dovreste parlarci voi giornalisti, non io.

Sui fatti di quel 2 aprile Roberto Vecchioni scrisse Vaudeville. “E spararono al cantautore in una notte di gioventù/gli spararono per amore/per non farlo cantare più”.

So che scrisse una canzone, ma non l’ho mai sentita. Sentire il riferimento alle pistole e la parola cantautore cantata da un altro cantautore, mi respinge. Con buona pace di Vecchioni, non fui entusiasta dell’omaggio.

Reazione comune ai poeti da lei tanto vituperati. Nelle storie di ieri sono brutte, bugiarde creature.

In “Poeti per l’estate” diventano presenzialisti bifronti. Firmano grandi appelli per la guerra e la fame/vecchi mosconi ipocriti/vecchie puttane”. Di quell’insulto mi pentii. So che a Marco Lodoli e Silvia Bre, che a quei tempi non conoscevo, la canzone non piacque per niente. Ce l’avevo molto con quelli che andavano in tv col libro in mano, a promuoverlo. Quelli che in una pausa, zac, tiravano fuori il tomo e spostavano il discorso sulla loro ultima, fondamentale opera.

“Però l’avvenimento/ il più spettacolare/ è quando in televisione li vedi arrivare/ profetici e poetici/sportivi ed eleganti/pubblicare loro stessi come fanno i cantanti”.

Certo, faceva così, però se il cantante oggi mette mezzo piede in tv trova subito il talebano che ti attacca. ‘Orrore, si fa pubblicità!’. Nei talk show invece, si parla delle sorti progressive del Paese e dal nulla, ineluttabile come il Natale, spunta l’automarchetta.

Quando dicono poeta a lei?

Non lo trovo giusto. La gente pensa di farmi un complimento, ma è una definizione sbagliata. Io scrivo canzoni e per quanta attenzione puoi porre al testo, rimangono tali. La poesia è un’altra cosa. Trovare qualcuno che fischietta un mio motivo è semplice, ma portatemi uno che reciti “La donna cannone” a memoria. Ne trovate pochi.

Altre canzoni che vorrebbe non aver scritto?

Qualche verso qua e là. In “Cercando un altro Egitto”, un trattato sull’idea di non appartenere più a un luogo da cui ci si sente minacciati, ce n’era uno bruttissimo sulle gelaterie di lampone che fumano lente e i bambini che volano.

L’orrore di un lager in metafora.

Un verso pessimo, troppo barocco, ci stavo ripensando proprio l’altro giorno.

Si è allontanato quel tanto che basta per guadagnarsi la nostalgia?

È uno strano sentimento. Sono molto legato ad alcuni panorami, anche geografici del mio passato. A una Roma che non esiste più.

I simpatici le stanno ancora antipatici?

Come e più di ieri. E i comici mi rendono triste, mi fa paura il silenzio e non sopporto il rumore, proprio come nella mia canzone.

E l’Italia che incontra?

Eccola, è tutta qui (mostra il camerino nda). Vado, canto, riparto. Mi sono fatto l’idea che sono troppo vecchio per capirla. Preferisco tacere. E stare in ascolto.

Parliamo di politica?

Per carità, tutti mi chiedono di Grillo. Ma vedo che in moltissimi hanno molto da dire. Non sopporto il chiacchiericcio di chi pensa di avere cose interessanti da dire solo perché è noto. Mi ricorda quelli che al bar sono tutti commissari tecnici della Nazionale.

I critici musicali ascoltano ancora i dischi che recensiscono?

Non sentono più niente o magari semplicemente non ascoltano i miei. Di me e altri miei colleghi si discute pigramente. ‘Han dato il meglio 20 anni fa, dopo solo decadenza e precipizio’. Non sono per niente d’accordo. Ma che ci posso fare?

L’hanno scritto anche di Lucio Battisti.

“Hegel”. “Cosa succederà alla ragazza”, “Don Giovanni”. Gli album con Panella sono meravigliosi. Capolavori difficili, ma capolavori.

In “Vecchi amici” c’è il feroce ritratto di un giornalista.

Vi rivelo una cosa, però poi mi fermo. Nella prima strofa c’è una persona, nella seconda un’altra. Due distinte personalità.

Si vociferò che il brano fosse figlio d’un dissidio con Gino Castaldo, il critico di Repubblica.

Non posso commentare. Non è né vero né falso, ma la canzone è rock, ha ritmo, mi piace e nei concerti la ripropongo spesso come cambio di registro musicale. Peccato per la durezza del testo. Un po’ come “Poeti per l’estate”, preferirei non averla scritta. Non voglio più dare l’ispirazione ad affreschi malmostosi. Non me ne frega niente. A quasi 62 anni, se devo mandare qualcuno al diavolo, ce lo mando direttamente.

 

 

 

Guarda che non sono io

di Alessandro Arianti, Silvia Viglietti

 

 Guarda che non sono io non è solo una canzone di Francesco De Gregori tratta dall’album Sulla strada del 2012.

Guarda che non sono io è ora anche il titolo di un gran bel libro uscito il 3 settembre scorso, il primo volume fotografico di e su Francesco De Gregori, curato con passione da Silvia Viglietti e Alessandro Arianti, due che evidentemente il Principe dei cantautori lo conoscono bene  e sanno quanta ritrosia e pudore egli abbia a mostrare di sé la faccia privata.

Guarda che non sono io è un avvertimento, un monito: se credi di conoscermi da quel che vedi e senti, sappi che ti sbagli di grosso – sembra dirci con un filo d’ironia De Gregori -  anzi, non hai capito proprio nulla (ma siamo sicuri che ci sia davvero sempre qualcosa “da capire”?) e quello che hai davanti  non sono io. O meglio, non sono io, ma sono ciò che ora, con queste immagini, ho deciso finalmente di raccontarti.

 “Guarda che non sono io la mia fotografia che non vale niente e che ti porti via” è lo scherno gentile, la sottile presa in giro nei confronti di quelli che “vengono ai concerti, si fanno la fotina e se la portano a casa”. Probabilmente una sorta di autodifesa o di presa di distanza, assolutamente legittima e voluta, dell’uomo nei confronti del personaggio pubblico.

Del resto non è una novità che De Gregori non ami essere fotografato, intervistato, o presenziare in televisione. Davanti a un microfono, se non deve cantare, appare ancora leggermente a disagio, a volte persino quasi imbarazzato. Su di lui mai un gossip, una storia da copertina, una foto compromettente, un “falso movimento” (tanto per citare un’altra delle sue canzoni più recenti) che possa essere stato immortalato a dar adito a pettegolezzi.

E allora perché, oggi, questo libro? Forse aver condiviso il palco per più di cento concerti, fra il 2010 e la fine del 2011, con un personaggio geniale e istrionico quale Lucio Dalla, amante curioso di fotografia, di cinema, di teatro e delle arti visive in generale, può aver contribuito ad ammorbidire il lato sfuggente di Francesco De Gregori, permettendogli di concedersi più benevolmente alla macchina fotografica (anche a quella dei fans, a volte).

Oppure può essere insorta nel Principe l’esigenza di raccontare al suo pubblico anche la parte meno nota del suo essere musicista, per completare un percorso fin troppo rigoroso e impeccabile, e riducendo le distanze tra sé e chi fruisce del suo lavoro.

Oppure entrambe le cose. Così, quello che si rivela in queste pagine, è un De Gregori per molti aspetti inedito, ma che mai si discosta del tutto dal suo essere musicista e uomo di scena.

 La bella foto di copertina, un ritratto in bianco e nero freddo e dettagliato, è di Daniele Barraco, in cui l’ombra del cappello sul volto, oscurando lo sguardo, lega molto bene con il titolo nel gioco del “sono o non sono” quello che si vede.

Le immagini presenti nel libro sono tutte molto belle, alcune davvero splendide, mai banali, e provengono dall’archivio personale dello stesso De Gregori. Molti sono i fotografi che hanno realizzato le immagini, impossibile qui citarli tutti senza inevitabilmente far torto a qualcuno.

 Ci sono le foto degli inizi, di lui senza la barba ( un “ragazzo” quasi irriconoscibile), le prime sale d’incisione, i viaggi in America, le trasferte in treno con la band, immagini inedite tratte dal backstage dei videoclip ufficiali. Ci sono foto in tour, sul palco nel corso degli anni con i musicisti di allora. Ci sono gli incontri importanti, con i colleghi e i produttori. Ci sono Ivano Fossati, Vasco Rossi, Ligabue, Giovanna Marini, Ennio Melis, Vincenzo Mancuso, il fratello Luigi Grechi e naturalmente Lucio Dalla (da Banana Republic a Work in progress). Non sono immagini in posa, nessuna è mai scontata o didascalica. Nella foto con Vasco Rossi, ad esempio, non si vedono in faccia né Francesco né Vasco…!

 E poi c’è tutta una serie di cappelli, che hanno caratterizzato il look di un artista coerente in tutte le proprie scelte, a scandire il tempo e le mode attraverso quattro decenni e oltre di storia della musica italiana: “ Una storia – ancora in movimento – cominciata più di quarant’anni fa” come scrive lo stesso De Gregori sulla quarta di copertina.

Impossibile fare una sorta di classifica, individuare la foto “più bella”: ognuno di noi lettori potrà scoprire un lato sconosciuto del personaggio, affezionarsi ad una o all’altra immagine, a quella che più somiglia all’idea che, attraverso le parole di canzoni che hanno accompagnato ed emozionato i nostri giorni, ci siamo fatti del suo autore.

 Oltre alla corposa sezione fotografica di cui abbiamo detto, il libro si compone di una parte in cui sono raccolti gli scritti di De Gregori a proposito dell’intera sua produzione discografica (aneddoti e curiosità sulla nascita delle sue canzoni, soprattutto le meno famose, sono sicuramente merce preziosa per gli appassionati) e di una terza parte in cui trovano spazio due lunghe interviste: la prima a Guido Guglielminetti, il “mitico Capobanda”, intervistato da Gabriele Ferraris e l’altra di Steve Della Casa, conduttore di Rai Radio3, allo stesso De Gregori.

Infine vi sono  riportati alcuni testi di canzoni scritti a macchina e poi corretti a penna dall’autore (ad esempio Vai in Africa Celestino, riportata con tutte le possibili varianti dei suoi “pezzi”) ed appunti scritti di suo pugno, come il foglio di lavorazione del nuovo disco in uscita a novembre, Vivavoce, un doppio album che raccoglierà 28 canzoni (alcune molto famose, altre meno note al grande pubblico) completamente riarrangiate, risuonate e ricantate.

 Ne sentiremo ancora delle belle, quindi, ma da questo momento possiamo soffermarci anche piacevolmente a guardare.

Valeria Bissacco

http://www.lisolachenoncera.it/rivista/letture/guarda-che-non-sono-io/#.VCxaX_q0hhc.facebook

 

 

 

A Francesco De Gregori, intorno ai sessant’anni, è successo qualcosa. Qualcosa di bello, perché improvvisamente sembra essersi tolto di dosso l’ombra di ritrosia e ritegno con cui bene o male ha convissuto per tutto l’arco della sua lunga carriera, e s’è messo non solo a sorridere – in molti peraltro giurano che lo facesse anche prima, ogni tanto – ma anche e soprattutto a lasciare che gli altri, quelli che fino ad allora costituivano la condizione necessaria e sufficiente di controparte nella sua attività d’artista, si godessero il privilegio di venire a conoscenza di quanto dietro a quella sua attività si celava e si era sempre celato. Il De Gregori privato, quello che all’arte tutto sommato serviva poco e niente, il De Gregori intimo, anche. Per paradosso questa virata caratteriale, o perlomeno nelle pubbliche relazioni, è stata certificata da una canzone – tra le più belle del suo repertorio da molto tempo in qua – in cui De Gregori, riflettendo sul senso dell’essere artista e di rapportarsi in quanto tale col resto del mondo, quasi si scusa di non poter essere come gli altri lo rappresentano. Guarda che non sono io, contenuta nel suo ultimo disco, Sulla strada (2012), ha lo stesso titolo del libro appena uscito per SvPress a cura di Silvia Viglietti e Alessandro Arianti, il giovane pianista che fa parte da anni della band di De Gregori e che da anni lo fotografa, letteralmente, nei momenti più disparati della sua vita.

Un libro essenzialmente fotografico, quindi, in cui gli scatti recenti si sommano a molti tirati fuori dallo scrigno dei ricordi, risalenti a tempi in cui De Gregori era un pennellone poco più che adolescente di Trastevere senza peli sulla faccia. La carrellata è onestamente spettacolare. De Gregori ragazzino, De Gregori col fratello Luigi Grechi, De Gregori con Giorgio Barchesi, l’oste che ancora oggi lo fa mangiare e bere da dio nelle sue serate tra i colli umbri, De Gregori con Dalla o Fossati, De Gregori al Chelsea Hotel e De Gregori che gioca a carte nel backstage di un campo sportivo. E poi De Gregori al piano o con la chitarra a tracolla, naturalmente, sul palco o nel buio di una stanza, fino a ieri o all’altro ieri, cappello in testa e occhiali scuri, e barba ormai più bianca che fulva.

L’ultima parte del libro, però, è fatta di parole, come un lungo racconto cucito dalla Viglietti attingendo a vecchie interviste e dichiarazioni, magari aggiornandole con qualche domanda in presa diretta, un racconto che diventa inevitabilmente una sorta di autobiografia essenziale: De Gregori disco per disco, passo per passo, che si schermisce e schermendosi rivela, come sa fare con le sue canzoni fin dai tempi del Folkstudio. E ancora un’intervista al suo “capobanda” Guido Guglielminetti, che gli sta dietro da quasi trent’anni, e un’altra rilasciata bell’apposta da lui in persona a Steve Della Casa, uno che di mestiere s’occuperebbe di cinema, e che in fondo s’è scelto proprio per questo.

La verità, e questo è il grande punto di forza del libro, è che Guarda che non sono io non nutre la morbosa curiosità dei fan o degli addetti ai lavori: è piuttosto un’occasione per stare a sentire un po’ più da vicino, o meglio un po’ più direttamente, le cose che De Gregori ha in testa. Questo è il piacere, perché i suoi pensieri sono limpidamente intelligenti, scattanti, in grado di far luce. La verità è che è difficile non essere d’accordo con Francesco De Gregori, quando parla, per il verso da cui guarda ciò che gli sta intorno e ciò che gli ingombra lo stomaco. Ha talmente ragione da vendere, verrebbe da dire da sinistra, che gli si può persino perdonare quell’endorsement per il professor Monti di qualche tempo fa che in pochi sono riusciti a capire fino in fondo – e che forse, chissà, ha a che fare con l’acquisizione di quell’«accettazione serena, se non rassegnata, del fatto che non siamo padroni né di noi stessi né del mondo che ci sta intorno».

 È una storia in movimento, quella di Francesco De Gregori, un ragazzo del ’51 in gran forma, che sa ancora fare il suo mestiere come pochi e, che lo voglia o no, da quarant’anni e passa testimonia icasticamente gli splendori e le miserie di questo paese sgangherato che siamo chiamati ad abitare. Quanto al libro, che dire, è bellissimo. Un atto di generosità, e un documento di straordinario valore, da catalogare insieme alla sua sterminata discografia. E che sarà il pretesto, venerdì sera alle 21.15, per far salire De Gregori – grande lettore e appassionato di Kafka, Céline, Melville e Cormac McCarthy – sul palco del Festival della Letteratura di Mantova, a discutere di sé e di chissà che cos’altro insieme a Marino Sinibaldi. Niente male.

http://www.europaquotidiano.it/2014/09/02/guardate-che-questo-non-e-de-gregori/

 

 

La parola cantautore non mi piaceva negli Anni ‘70 e non mi piace ora: suona male. Mi ci trovo stretto, con l’aggravante che oggi la parola ‘cantautore’ è avvolta da un sudario di vecchiaggine e in questo senso la detesto quando viene usata per me. C’è chi pensa che i cantautori di oggi siano i rapper? Non li seguo molto, alcuni sono ispirati, altri meno, proprio come succedeva coi cantautori. La differenza la fa il talento, non il genere musicale. Ci sono bellissime cose di musica pop, oggi: per esempio c’è Marco Mengoni che canta bene e propone un prodotto artistico vero”. Chi parla è Francesco De Gregori, che mostra un sorprendente lato di sé in una lunga intervista pubblicata sul numero di “Tv Sorrisi e Canzoni” di questa settimana, in occasione del lancio della grande iniziativa editoriale “Storytelling”: una raccolta in edicola con Sorrisi che, tra cd, dvd e fascicoli rilegati, ripercorre la storia dell’artista con rarità, inediti e “bonus track”. “È stata l’occasione per fare delle appassionanti registrazioni-lampo, è uscito fuori un po’ di tutto, anche canzoni che magari mai più farò” spiega De Gregori. “Oggi mi sento posseduto dalla musica, qualsiasi cosa mi si para davanti mi attizza. Internet mette un artista in grado di moltiplicare la sua visibilità e la sua offerta come e quando vuole, senza riti e scadenze. Vale anche per i video dietro le quinte: se non esistessero microtelecamere o iPhone che permettono di filmare senza ingombro e senza troupe, non li farei nemmeno adesso. Ma non me ne accorgo neanche, e allora perché negare alla gente interessata queste curiosità? Un tempo avevo in mente modelli ieratici, come Bob Dylan e Leonard Cohen… sì, sono cambiato io, ma per forza di cose: l’altra sera per esempio ho fatto un concerto in Toscana e il giorno dopo era tutto su YouTube. Quindi che cosa vuol dire essere schivo? Ormai è vietato essere schivi e non solo alle persone di spettacolo. Questo è il mio tempo, lo vivo agilmente. D’altra parte mica posso stare arroccato a vecchi stili. È come farsi fare le foto coi fan: fino a qualche anno fa ero scocciato, in un certo senso mi… dispiaceva per loro. Ora ho capito che si tratta di una cosa innocente, stare su Facebook vicino al cantante fa parte del mondo di oggi. Questo non mi toglie niente, né come uomo né come artista. E non toglie nulla nemmeno alla mia privacy”.

 

Si è scatenato un tale putiferio che si sono sentiti in dovere di intervenire anche i parlamentari della cosiddetta "ala renziana" del Pd. Gli hanno scritto una lettera aperta: ""Caro maestro, ti preghiamo di riprovare a 'crederci', di tornare a leggere i giornali, di ricominciare a seguire la politica e il Partito Democratico. Noi conserveremo l'intervista, la ricorderemo come un errore e una critica eccessiva, tenendo a mente che non è da un calcio di rigore sbagliato che si giudica un giocatore". 

L'intervista incriminata è quella che Francesco De Gregori ha concesso ieri al Corriere della Sera: già colpisce l'uso della terminologia "errore". Sembra il linguaggio dei tempi dello stalinismo, o meglio, dei primi anni 70, quando bisognava "correggere il compagno che sbaglia". Rimettterlo in riga insomma. E ancora: "Sono passati tanti anni, siamo invecchiati tutti, sicuramente lo siamo noi, ma non possiamo credere che il nostro maestro sia invecchiato così male da dirci 'Il verbo credere non dovrebbe appartenere alla politica". Invecchiato male? Mah, sarebbe da discutere, averceli intanto 62 anni come li porta lui, fisicamente e artisticamente visto che negli ultimi tempi ha pubblicato anche alcuni dei dischi più belli della sua carriera ed è in forma fisica splendida. Ma questo è niente davanti all'ondata di post anti De Gregori che per tutta la giornata di ieri sono piovuti sui social network e anche sulla pagina ufficiale Facebook del cantautore romano. Qualcuno (letto con questi occhi) si è spinto a lamentarsi che quel 2 aprile 1976 al Palalido di Milano De Gregori non sia stato preso a bastonate vere e proprie. Insomma, che la giustizia proletaria non l'avesse messo a tacere per sempre. Già, quel 2 aprile 1976, quando durante un concerto Francesco De Gregori venne sequestrato con le pistole dai camerini, portato sul palco e sottoposto a un "processo proletario". L'accusa? Aver tradito i compagni ed essere diventato un cantautore borghese, di destra, un fascista. In realtà di cominciare ad avere successo commerciale.

Sono passati più di trent'anni ma evidentemente certe persone sono ancora in giro. Ma cosa ha detto di grave De Gregori in questa intervista? Ormai l'avrete letta tutti: ha detto di non riconoscersi più in questa sinistra, in questo Pd e - udite udite - di non voler votare mai più. Non lo ha detto in realtà: la frase esatta è stata "Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull'elenco del telefono". E' una ingiuria così grave davanti al fallimento totale di una politica che fa realmente passare la voglia di andare a votare? No, non lo è, è una ammissione di stanchezza come ce l'abbiamo tutti oggi, tanto più un uomo di una certa età che a certe ideologie e stagioni politiche ha dedicato l'anima e non se le ritrova più. 

L'accusa, velata ma mica tanto, è quella di tradimento. Dicono infatti i parlamentari che gli hanno scritto la lettera: "De Gregori, però, non è un semplice artista: De Gregori è la nostra storia, anzi 'la storia siamo noi'. Le prime manifestazioni, le prime feste, i primi funerali (come quello di Peppino Impastato)". De Gregori appartiene a quel partito dunque e la colpa più grande di De Gregori è allora quella di dichiararsi uomo libero, uno che, pur definendosi in quella stessa intervista ancora uomo di sinistra e credere ancora negli ideali fondanti della vecchia sinistra, sa anche prenderne le distanze e criticare quello che ritiene sia criticabile. Farebbero bene costoro a riascoltarsi una splendida canzone intitolata Celebrazione che De Gregori pubblicò proprio nel quarantennale del 68: 

"Ci sono posti dove sono stato  - Mi ci volevano inchiodare  - Ai loro anni ciechi e sordi  - Ai loro amori raccontati male - A una canzone di quattro accordi - Ad una stupida cantilena - Ma tu davvero non te lo ricordi  -Quando parlavi e sbadigliavi in scena"

E ancora: "Ci sono posti dove sono stato - Dove il Piave mormorava  - E la sinistra era paralizzata - E la destra lavorava - In certe stanche stanze dove discutono di pischiatria, di terrorismo e di fotografia".

De Gregori a quei posti non appartiene più, ha scelto la sua strada. Ha osato dire che il 68 non ha portato solo rose e fiori, anzi. Ma se dici così, in una Italia dove il muro di Berlino non è ancora caduto e probabilmente non cadrà mai, sei di destra. Non l'ha mai mandate a dire nelle sue interviste peraltro rare così come nelle sue canzoni che assai raramente toccano la politica: le cose che pensa, le dice. Il problema è che un cantante, un artista, non dovrebbe esprimersi proprio secondo quanti ieri lo hanno criticato. Vanno bene le canzoni, ma non si deve parlare. In molti, anche sul blog di Gad Lerner, lo hanno accusato di aver espresso dei concetti banali tipo questo, a proposito di cosa è oggi la sinistra: "È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini". Banali? Fastidioso sentirselo dire, certamente, ma assolutamente realistico. Una sinistra che è buona per tutte le stagioni e per tutti i trend modaioli. Dà fastidio probabilmente che in questa intervista De Gregori dica anche che alle ultime elezioni ha votato alla Camera per Monti e al Senato per Bersani: orrore, si legge, un uomo di sinistra non può votare per Monti. Meglio Grillo.

Dà fastidio che De Gregori dica che si sia perso più tempo dietro a Noemi invece che dietro l'Ilva di Taranto. Dà fastidio che dica "Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera". Dà fastidio che dica: "Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra". 
Banaiità? Vecchio saggio sputa sentenze? Ma per favore: quanto realismo e intelligenza invece. Qualcuno ha anche tirato fuori una sua vecchia canzone, Il cuoco di Salò, auccusandolo di aver sdoganato i repubblichini in passato. Era una poesia invece, dedicata al dolore di tutti gli italiani. Se poi vogliamo metterla su questo piano,che piano non è ma è pura interpretazione ideologica di parte, ricordiamo allora che De Gregori ebbe uno zio, partigiano cattolico, ucciso dai partigiani di sinistra. Quanto rancore, quanto astio. Si spiega  solo con il fatto di aver detto di rispettare il governo Letta-Alfano, l'unico che, dice, era oggi possibile. No, non si può: il compagno che sbaglia va corretto nell'errore. 

Dà fastidio che ci sia gente ancora libera, magari di dire cose su cui non si è d'accordo, ma che è impegnata fino in fondo a cercare la sua libertà e la verità: "Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine" dice ancora. Parole formidabili che nessuno dice più. Non le dicono i politici, non le dicono gli intellettuali dei salotti televisivi. Dà fastidio chi ti sbatta in faccia la realtà in poche parole. La realtà ci deve piacere sempre, se no non è accettabile. Questa intervista è piuttosto l'analisi lucida di un uomo che aveva dei sogni e quei sogni sono stati adattati di volta in volta alla realtà, hanno dovuto prendere la propria via. La realtà è quella che dice lui, piaccia o no. De Gregori quando fa un'intervista crea sempre scompiglio, perché ci sputa in faccia la realtà. Ma alla fine di tutto forse quello che dà più fastidio è che De Gregori delle persone a cui crede e che gli piacciono ne ha ancora. Lo dice lui: "Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante".

Compagno De Gregori: perdoniamo il tuo errore, torna a cantare alla festa dell'Unità, le salamelle ti aspettano, il sol dell'avvenire sorgerà e nessuno ci dirà che la vita, quella vera, sta andando da un'altra parte.

Paolo Vites

http://gamblin--ramblin.blogspot.com/
http://www.ilsussidiario.net/

 

 

Quando Francesco De Gregori intona Viva l’Italia, canzone-manifesto di sempre, scatta la standing ovation.

Il primo concerto hollywoodiano del musicista, evento chiave del festival “Los Angeles Italia” orchestrato da Pascal Vicedomini, ha come scenario il Chinese Theatre: un tempo palcoscenico degli Oscar, oggi è a pochi metri dal Dolby dove domani sera verranno consegnate le statuette.
Fuori la fibrillazione è alle stelle, molte strade sono già chiuse e Los Angeles si è trasformata in un gigantesco ingorgo. Ma nel teatro dove De Gregori canta accompagnato dal suo chitarrista Paolo Giovenchi, l’atmosfera è intima ed emozionante.
Brani poetici e senza tempo come Alice, Generale, La donna cannone conservano intatto il loro incanto. Prima del concerto, Francesco compare nel bel documentario di Stefano Pistolini Finestre rotte. Alla fine, viene premiato dallo sceneggiatore Steven Zaillian (Oscar per Schindler’s List) e da Siedah Garrett, già partner musicale di Michael Jackson.
E’ contento, De Gregori. L’immancabile cappello e mille sigarette, il portamento elegante, il “Principe”, è venuto a Hollywood con la moglie Alessandra. «Ho trovato anche il tempo di fare il turista», sorride.
Che impressione le fa essere in America?
«È una grande emozione, perché qui ho preso molto. Questo Paese è la culla della mia formazione musicale. E’ come se tornassi nel negozio in cui ho rubato...».
Come mai ci è venuto di rado?
«Sono sempre stato poco ambizioso, l’Italia mi andava larghissima. Le parole delle mie canzoni sono poco traducibili e poco esportabili, perciò non mi sono mai sentito spinto a espatriare».
Si può dire anche oggi “Viva l’Italia”?
«Più che mai. Al sentimento di appartenenza non si può rinunciare nemmeno in un momento problematico come questo. La canzone la scrissi nel 1979 ma non è invecchiata, anche se quell’Italia flagellata dal terrorismo non c’è più».
Qual è oggi “l’Italia che resiste”?
«Quella che si sforza di non perdere il senso di appartenenza e l’orgoglio per questo Paese di grande e sterminata bellezza».
Renzi può riaccendere la speranza?
«La speranza c’è sempre. Io voglio vedere cosa succede e faccio il tifo perché le cose avvengano».
Si definisce ancora di sinistra?
«Oggi non mi interessa definirmi. Preferisco seguire con affetto le vicende del mio Paese. Quanto alla sinistra, il discorso sarebbe lungo. Oggi non so cosa sia, come del resto non lo sapevo trent’anni fa».
Ha visto il film di Sorrentino, candidato all’Oscar?
«Sì, e l’ho amato incondizionatamente. È bellissimo e doloroso. Lo sguardo del regista non è crudele ma straziante. Come tutti i bei film La grande bellezza non dà risposte».
Cos’è per lei la “grande bellezza”?
«Più che un requisito estetico, un sentimento».
Va spesso al cinema?
«Mi ha divertito American Hustle e ho amato molto A proposito di Davis: parla di un folksinger, è roba mia!».
Cosa la ispira oggi?
«Continuo a pascolare su tre o quattro accordi, ma credo di avere uno sguardo più profondo sulla musica».
Cosa prepara?
«Un disco con venti pezzi vecchi ricantati e risuonati oggi che sono un uomo e un artista diverso. E’ come ridipingere lo stesso quadro, è il vantaggio del mio mestiere».
A Hollywood, De Gregori ha abbracciato Sorrentino. Tornando a casa in macchina, il regista ha cantato a squarciagola con la moglie e i figli le canzoni del “Principe”.

 

Sabato 01 Marzo 2014 -

http://www.ilmessaggero.it/spettacoli/musica/de_gregori_los_angeles_concerto_america/notizie/548245.shtml

 

 

Oscar 2014, l'Italia aspetta Sorrentino con la musica di Gregori

 A sostenere il regista anche Francesco De Gregori che ha tenuto il suo primo concerto a Hollywood

Tutti pronti ad incollarsi agli schermi in attesa di vedere Paolo Sorrentino impugnare la tanto sospirata statuetta. Stanotte in tanti faranno le ore piccole per seguire la diretta della consegna degli Oscar. E tutta l'Italia scende in campo e si stringe intorno al regista napoletano in lizza con La Grande Bellezza.

A farlo è stato anche Francesco De Gregori che ha tenuto, per la prima volta nella sua lunghissima carriera, un concerto al Chinese Theatre di Hollywood.

Il cantautore romano ha ricevuto l'Italian Excellence Award, premio del festival Los Angeles, Italia 2014, organizzato da Pascal Vicedomini proprio a ridosso della serata degli Oscar. A premiare De Gregori la cantante americana Siedah Garrett e lo sceneggiatore Steven Zaillian.

De Gregori, più volte definito il Bob Dylan italiano, al Chinese Theatre ha proposto i suoi grandi successi come Alice, La Donna Cannone e, soprattutto, Viva L'Italia, sulla quale si è meritato la standing ovation del pubblico.

Sul film di Sorrentino il cantautore ha dichiarato che lo ha trovato "bellissimo, una grande opera, dolorosa e straziante".

Ad Hollywood ha anche avuto modo di passeggiare da turista insieme alla moglie e al suo inseparabile cappello: "Ho sempre attinto musicalmente dagli USA. Ora sto preparando un nuovo album con tutti i miei pezzi più vecchi. Li sto riarrangiando e rileggendo con gli occhi di una persona diversa, cresciuta".

Non parla di Lucio Dalla, forse volutamente, forse perché per lui è un momento doloroso e intimo. In questi giorni ricorre l'anniversario della morte e il suo compleanno.

Tutti pronti, quindi, a tifare Sorrentino in questa lunga giornata dove anche i bookmaker lo danno vincente. La grande bellezza, è quotato a 1.16. Il sospetto a 4.50, Alabama Monroe a 9.00, Omar a 34.00 e The missing picture a 51.00.

02-03-2014 Marco Cesaro

 

 

(ANSA) LOS ANGELES, 28 FEB - Standing ovation per Francesco de Gregori al Chinese Theatre 6 di Hollywood dove l'artista italiano si è esibito, per la prima volta nella carriera, in California nell'ambito della serata in suo onore organizzata da Los Angeles, Italia IX edizione che gli ha assegnato l'Excellence Award. Il produttore del festival Pascal Vicedomini per premiare De Gregori ha chiamato sul palco la cantante losangelina Siedah Garrett e lo sceneggiatore premio Oscar Steven Zaillian

Canalis a cena con De Gregori: “Che emozione, il mio cantante preferito”. Elisabetta Canalis ha cenato con il cantante e la moglie Alessandra in occasione del festival dedicato al cinema italiano ed americano, "Los Angeles/Italia".

 

 

 

 

 

 

 

(ANSA) - ROMA, 29 NOV - Dopo tredici anni, anche per effetto della spending review, i Premi De Sica tornano da Palazzo del Quirinale al Campidoglio. Ed esattamente nella splendida sala dell'Esedra di Marco Aurelio. Tra i premiati di cinema, musica, scienze e letteratura i più applauditi sono stati Francesco De Gregori ed Eugenio Scalfari. Mentre, per il cinema, i De Sica sono andati a Francesco Bruni,Daniele Ciprì,Paolo Fresu, Valeria Golino, Francesca Marciano,Claudio Santamaria, Alessandro Siani e Sara Serraiocco.

 

 

 

 

A passo d'uomo, sulla strada di Francesco de Gregori.

di Michela Becciu.

Il 20 novembre di un anno fa usciva il disco Sulla strada, a 4 anni di distanza dal suo ultimo lavoro, "Per brevità chiamato artista". E che artista, Francesco De Gregori. Una carriera costellata di capolavori, iniziata nel lontano 1973, con "Alice non lo sa".

Il cantautore per antonomasia ci ha raccontato la storia d'Italia degli ultimi 35 anni ma, a leggerli bene -oltre che ascoltarli- i suoi versi rivelano tanto di sé, tanto di noi, dei sentimenti e passioni umane.

Basta scavare tra le sue note musicali e scoprire mondi.

 Chiavi di lettura che continuano a svelarsi, nel tempo, rivestendosi sempre di nuova attualità.

 Questo è Francesco De Gregori, il cantastorie che meglio di ogni altro sa leggere gli eventi, anticipandoli. Colui che dei "corsi e ricorsi storici" di vichiana memoria ha farcito i suoi brani, raccontando in musica che l'uomo, fondamentalmente, si ripete nel Tempo, anche se "gli angoli del presente diventano curve nella memoria". E anche lui in questi anni ha subito tante trasformazioni, sia come musicista che come uomo. Ma la sua essenza è rimasta la stessa che abbiamo in tanti anni imparato a conoscere: un mix di elegante sobrietà, essenzialità, profondità, classe.

 Lucio Dalla fu tra i primi a saperla riconoscere ed apprezzare, tanto da dargli l'appellativo di "Principe", dai tempi di Banana Republic, ed era il '79. E quel Principe della canzone d'autore italiana oggi ha 62 anni, e ancora tante cose da dire. L'ultimo anno lo ha visto impegnato in giro per l'Italia, in un tour fortunato che ha chiuso i battenti a Rimini, il 28 settembre scorso. E chi lo ha visto e sentito esibirsi sul palco ha certamente notato la sua energia e verve contagiose: la magica sinergia di una band assodata, dal 2001, che si diverte sul palco e fa divertire il pubblico. Un pubblico che taglia e abbraccia, trasversalmente, almeno quattro generazioni. Perché la Musica unisce, lega i cuori e gli orecchi.

L'artista piu "dylaniano' di sempre, è tutto raccontato nei 9 brani inediti di "Sulla strada", in cui emerge la sua serenità verso lo scorrere degli eventi, della vita; una leggiadra sensazione di 'pienezza' e 'soddisfazione' raggiunte in virtù di una carriera che ha sempre viaggiato su alte vette, e che gli (ci) ha dato tanto.

"Passo d'uomo", la seconda track list del disco, è la fotografia del De Gregori di oggi: un uomo che ha smesso -alla luce della maturità raggiunta - di fagocitare la sua vita, e che ora se la gode senza fretta, riuscendo ad apprezzarne anche le piccole sfumature.

"Sono qui che guardo fuori, senza troppo pensare.. vedo cadere la cenere, vedo il fumo che sale", questi alcuni versi del brano da cui si evince la sua serena consapevolezza dinnanzi alla finitudine della natura umana. Ma è una saggia accettazione, non certo un'amara arrendevolezza. Un uomo che va piano e canta l'amore, che ha un po' paura quando pensa al mistero della morte, "ma nemmeno tanto".

Ancora: "e vado per la vita, a passo d'uomo/altro passo non conosco, altra parola non sono" ...

Il tempo addolcisce gli animi e, facendo il suo dovere, spazza via le asperità. Francesco De Gregori non ha certo smesso di interrogarsi sul senso della vita, piuttosto non fa più a pugni con il fatto che a certi 'perché' esistenziali non vi siano umane risposte: "e non c'è niente da nascondere, niente da svelare/niente da tenere stretto, non c'è niente da lasciare".

Certamente un lavoro di ampio respiro musicale e contenutistico, che spazia dal genere ballad dal sound pop-folk al rock e, per la prima volta, dà spazio all'andamento ritmato e claudicante del Rebetiko, sulla scia dell'ottimo sperimentatore Vinicio Capossela. Un De Gregori eclettico come non mai, che non ama ripetersi e sa reinventarsi negli anni. E l'ultimo Bob Dylan live in italia a novembre ce lo ha dimostrato: è calcando il palco, ancora, a 72 anni che un vero artista alimenta il fuoco del suo genio, trovando sempre nuove motivazioni. E il nostro 'Dylan' italiano -tutto ce lo lascia pensare- saprà fare altrettanto. E non c'è niente da capire...

Michela Becciu

 

http://www.ragusanews.com/articolo/36828/a-passo-d-uomo-sulla-strada-di-francesco-de-gregori

 

Michela Becciu ha collaborato con Paolo Vites alla collana di cd di De Gregori che è uscita in settembre e ottobre con TV Sorrisi e Canzoni. Ha lavorato con Vites alla stesura dei libretti che accompagnano i cd.

 

 

 

 

De Gregori: non voto più. La mia sinistra si è persa tra slow food e No Tav

«Ringrazio Dio che il Pd non governi con Grillo» Forse potevamo farci meno domande su Noemi e più sull'Ilva

 

Francesco De Gregori, sono sei anni, da quando in un'intervista al «Corriere» lei demolì la figura allora emergente di Veltroni, che non parla di politica. Che cosa le succede?

«Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, "no taxation without representation?". Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi».

Cos'ha votato alle ultime elezioni?

«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com'è andata. No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull'elenco del telefono».

Dice questo proprio lei, considerato il cantautore politico per eccellenza? L'autore de «La storia siamo noi», per anni colonna sonora dei congressi della sinistra italiana?

«Continuo a pensarmi di sinistra. Sono nato lì. Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani che magari oggi nemmeno sanno cos'è il Pd. Sono convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita; anche se non credo che la ricchezza in quanto tale vada punita. E sono a favore della scuola pubblica, delle pari opportunità, della meritocrazia. Tutto questo sta più nell'orizzonte culturale della sinistra che in quello della destra. Ma secondo lei cos'è oggi la sinistra italiana?».

Me lo dica lei, De Gregori.

«È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me».

Alla fine la sinistra si è alleata con Berlusconi.

«Questo governo non piace a nessuno. Ma credo fosse l'unico possibile. Ringrazio Dio che non si sia fatto un governo con Grillo e magari un referendum per uscire dall'euro. Se poi molti nel Pd volevano governare con Grillo e io non sono d'accordo non è un dramma. Ora il Pd è di moda occuparlo, prendere la tessera per poi stracciarla. Non ne posso più di queste spiritosaggini».

Apprezza Letta?

«Le ho detto che seguo poco. Se mi chiede chi è ministro di cosa, magari non lo so. Quando viaggio compro sei giornali, ma dopo dieci minuti li poso e comincio a guardare fuori dal finestrino...».

Colpa dei giornali o della politica?

«Magari è colpa mia. Mi sento, mischiando Prezzolini e Togliatti, un "inutile apota". Comunque nutro un certo rispetto per il lavoro non facile di Letta e di Alfano. Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra; io ho sempre avuto nemici a sinistra, e non me ne sono mai occupato. Ho votato Pci quando era comunista anche Napolitano. Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa "Dì qualcosa di sinistra". Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l'unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».

Di Berlusconi cosa pensa?

«Berlusconi è stato fondamentalmente un uomo d'azienda. Nel suo campo e nel suo tempo una persona molto abile, non un vecchio padrone delle ferriere. Ha fatto politica solo per proteggere i suoi interessi, senza avere nessun senso dello Stato, nessun rispetto per le regole e, credo, con alle spalle una scarsa cultura generale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È imputato di reati gravi e si è difeso dai processi più che nei processi. Che altro vuole sapere? Aveva ragione l'Economist : Berlusconi era inadatto a governare l'Italia. Mi chiedo però anche se l'Italia sia adatta a essere governata da qualcuno».

Un premier non telefona in questura per far liberare un'arrestata dicendo che è la nipote di Mubarak, non crede?

«Certo. Andreotti non si sarebbe mai esposto così. Però, guardi, ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l'accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull'Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell'etica e dell'estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano": è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere. E ho trovato anche ridicolo che si sia appiccicata una lettera scarlatta al sindaco di Firenze per un suo incontro col premier».

Renzi appare l'uomo del futuro.

«Renzi è uno che ha sparigliato. Se il Pd avesse candidato lui probabilmente avrebbe vinto. Ma la scelta del termine rottamazione non mi è mai piaciuta, mi è sempre parsa volgare e violenta. E poi non sono più disposto a seguire nessuno a scatola chiusa».

Quindi non crede in lui? E non voterà alle primarie?

«Il verbo "credere" non dovrebbe appartenere alla politica. Non basta promettere bene e saper comunicare. E poi penso di non votare alle secondarie, si figuri se voterò alle primarie. Il Pd sta passando l'estate a litigare. E magari anche Renzi ne uscirà logorato».

Aveva acceso speranze Grillo e l'idea della rete come veicolo di partecipazione.

«Ho trovato inquietante la campagna di Grillo, il suo modo di essere e di porsi, il rifiuto del confronto, le adunate oceaniche. Condivido i tagli ai costi della politica e la richiesta di moralizzazione che viene da molti e che Grillo ha saputo ben intercettare. Molti elettori e molti eletti del M5S sono sicuramente persone degne e capaci di fare politica. Ma questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».

Con Veltroni avete fatto pace?

«Per quell'intervista mi saltarono addosso in molti, compresi alcuni colleghi cantanti. Qualcuno mi chiese addirittura "Chi ti ha pagato?". Con Veltroni ci siamo incontrati per caso un paio di mesi fa al Salone del Libro a Torino, abbiamo parlato qualche minuto e credo che questo abbia fatto piacere a tutti e due. È sempre una persona molto ricca sul piano umano. Ma non mi andava di essere catalogato tra i Veltroni Boys».

Non c'è proprio nessuno che le piaccia?

«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».

Oggi non canterebbe più «Viva l'Italia»?

«Al contrario. Sono convinto che l'Italia abbia grandi chance per il futuro. E ogni volta che canto quella canzone sento che ogni parola di quel testo continua ad avere un peso. "L'Italia che resiste", ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c'entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista "resistere resistere resistere". "L'Italia che si dispera e l'Italia che s'innamora". L'Italia che ogni tanto s'innamora delle persone sbagliate, da Mussolini a Berlusconi. Ma il mio amore per l'Italia, e per gli italiani, non è in discussione. Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».

 

Aldo Cazzullo – www.ilcorriere.it  31 luglio 2013 | 11:28

 

 

A Ravello De Gregori svela i suoi progetti

Il famoso cantautore si confessa in Costiera Amalfitana: «Sto rielaborando mie vecchie canzoni che faranno parte del prossimo album»

 

«Sto rielaborando mie vecchie canzoni che faranno parte del prossimo album". Da Ravello Francesco De Gregori, ospite del Ravello Festival, confessa di star lavorando a un nuovo progetto nato dal desiderio di voler reinterpretare i brani passati con un suono nuovo che lui definisce "contemporaneo".

 Se molti cantanti tendono a mettere da parte il loro repertorio passato, non è così per lui: "Ho un ottimo rapporto con le canzoni scritte vent'anni fa; ovviamente alcune mi piacciono di più, altre di meno; ma di certo non sono invecchiate. Il segreto è arrangiare i brani in modo diverso, cosa che faccio ogni volta che salgo sul palco; mi sento come un bambino in un negozio di giocattoli".

 Se le sue canzoni non invecchiano, non si può dire lo stesso del suo pubblico che rimane sempre ancorato al De Gregori di "Buonanotte fiorellino" perché, come spiega, "avendo smesso semplicemente di sentir musica, le persone vicine alla mia età non si interessano ai nuovi progetti". Il cantautore si rinnova ma la visione è rimasta la stessa di trenta anni fa perché, come lui stesso afferma, "il pubblico viene e va, ma la dimensione della musica non cambia".

 Il cantautore non teme la concorrenza delle nuove generazioni: "I talenti che raggiungono il successo grazie ai talent show si riferiscono a un universo che non può entrare in competizione con quello che faccio io". Questo per il cantautore non significa denigrare quei cantanti che provengono da programmi televisivi. De Gregori confessa di apprezzare Marco Mengoni e Malika Ayane, cantanti che considera artisti. Anche per il panorama Hip Hop svela il suo preferito: "Mi piace Moreno, l'ultimo vincitore di Amici. È divertente e soprattutto, a differenza di altri rapper italiani, scrive pezzi sensati e che non tendono al piagnisteo".

http://lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2013/07/22/news/a-ravello-de-gregori-svela-i-suoi-progetti-1.7461868

Per tutti i fan è il "principe" della musica italiana. Eppure, per qualche minuto si comporta da semplice turista, come i tanti in visita  a Ravello. È lunedì sera e Francesco De Gregori è atteso nei giardini di villa Rufolo  per un incontro -dibattito del Ravello Festival dedicato al "domani". E, a proposito di futuro,  il cantautore di "Rimmel", "Generale" e "La donna cannone" ha appena dichiarato, proprio nella cittadina costiera, di stare rielaborando alcune sue antiche canzoni che faranno parte del prossimo album. De Gregori si concede una lunga passeggiata nel verde della villa, rapito dal suo belvedere a picco sul mare e dalle sculture di Mimmo Paladino, esposte tra un'aiuola e l'altra. "È la prima volta che visito questo luogo - dichiara - È meraviglioso, lascia senza fiato. Capisco perché molti artisti vi hanno trovato ispirazone". L'incontro inizia alle 21.30 introdotto da Stefano Valanzuolo,  direttore del festival, mentre l'intervista è tenuta dal critico Marino Sinibaldi, direttore di Radio Rai Tre. "In quarant'anni di carriera credo di aver superato le duecento canzoni - inizia il "principe"- quasi come i goal di capitan Totti". E non ha la minima intenzione di fermarsi o ritirarsi dai palchi: "Credo che l'arte non sia una questione di anagrafe. Basti pensare ai grandi vecchi della musica come Springsteen, Bob Dylan o i Beatles, che ancora hanno qualcosa da dire e che tutt'oggi continuo a cantare sotto la doccia, cosi come milioni di altri fan nel mondo". De Gregori, tradizionalmente schivo e riservato con i suoi inseparabili occhiali scuri e cappello Panama, si apre, descrivendo il suo legame con il pubblico. "Quando ero più giovane -spiega-  ero molto più distante: credevo che il mio rapporto con le platee nascesse e finisse in un concerto. Il risultato era un applauso o un fischio. Oggi invece mi sono molto più ammorbidito -continua- e se prima storcevo il naso anche per una foto rubata, ora mi fa piacere. Il dialogo con il proprio pubblico si costruisce anche in questi passaggi. L'ho imparato lavorando con Lucio Dalla, che aveva un rapporto speciale con i suoi fan". Persino sulla rete e sui programmi di condivisione musicale il principe sembra essersi ammorbidito, anche se "Internet, che qualcuno chiama la democrazia del domani, ha accelerato ogni cosa. Oggi viviamo una musica random (casuale): c'è cosi tanto materiale disponibile e immediato, che non si ha il tempo di approfondire un genere o affezionarsi un brano. La musica è cambiata ma, allo stesso tempo, è sempre più social. E questo, comunque, non credo sia un danno, anzi".
E se sulla politica e l'attualità il passaggio è breve ("Se scrivessi oggi una canzone sulla situazione dei partiti in Italia, credo sarebbe un pezzo noiosissimo"), De Gregori si congeda dal pubblico con una confessione: "Sto scrivendo in questi giorni una nuova canzone. Mi piacerebbe inserirvi un verso che mi ha appena citato Secondo Amalfitano, segretario della fondazione Ravello, e che mi ha colpito molto" . Le parole in questione sono "Ogni marinaio ha diritto ad una sua paga", citate nelle Tavole di Amalfi, il primo codice marittimo della Storia, risalente al decimo secolo. E tra le prime file già si parla di un nuovo brano che si aggiungerà alla celebre trilogia dei brani sul Titanic ("L'abbigliamento di un fuochista", "Titanic", "I muscoli del capitano"). Ma quando qualcuno dal pubblico gli chiede se verrà a suonarla per la prima volta proprio a Ravello, risponde: "Vediamo". E sorride: "Non ci allarghiamo". Il principe non si smentisce mai (paolo de luca)
http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/07/23/foto/de_gregori_turista_nelle_strade_di_ravello-63526199/1/#1

 

 

 

Grandi ospiti anche quest’anno al Salone Internazionale del libro di Torino 2013. Urban Post ha curiosato per voi fra gli stand più interessanti e seguito gli interventi tenuti dagli ospiti più prestigiosi e amati dal pubblico. Ci è piaciuta l’idea proposta dalla casa editrice Emons di offrire ai propri clienti degli audiolibri; spicca, fra questi prodotti,  la lettura di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad a cura del cantautore Francesco De Gregori che traghetta l’ascoltatore, non più lettore, nel cuore del noto romanzo. Come il musicista tiene a precisare non si tratta di un lavoro attoriale bensì di una lettura articolata, ben comprensibile e scandita che interpreta ma non ruba la scena al libro.

Cuore di tenebra è un libro che De Gregori ha amato sin da giovanissimo, come lui stesso racconta durante la presentazione presso l’Auditorium del Salone Internazionale del libro, che potete vedere e ascoltare nel video sottostante realizzato da Urban Post presente all’evento. Fra i volumi che aveva valutato, oltre al capolavoro di Conrad sul quale è ricaduta la scelta finale, c’erano anche opere di Piero Chiara, ritenuto dal cantautore uno scrittore ancora molto sottovalutato in italia, America di Kafka e Nove racconti di Salinger.

De Gregori, davanti ad una vasta platea che ha affrontato paziente una lunga fila per aggiudicarsi un posto in auditorium, ha spiegato l’attualità che ravvisa nell’opera di Conrad nella quale vede tutto il degenero del Novecento: le guerre, le miserie sociali, il razzismo ed il colonialismo scriteriato. Asciutto nel linguaggio non si dilunga eccessivamente, punta dritto al cuore del messaggio che vuole restituire ma, sorprendentemente, sorridente e meno schivo del solito. Immancabili Ray Ban e cappello nero, barba brizzolata sempre più decisa verso il bianco, qualche inaspettato sorriso e la sue chiavi di lettura per codificare l’opera di Conrad; questo è il De Gregori che ha fatto capolino a Torino pubblicamente e che potete gustarvi nel video.

http://urbanpost.it/salone-del-libro-2013-francesco-de-gregori-legge-cuore-di-tenebra-di-conrad-video

 

 

Il sogno del menestrello: sul palco con De Gregori

 

Il cantautore, a Ravenna per una serata, è stato protagonista di un siparietto con un artista di strada che intonava un suo motivo. L'incontro si è concluso con un invito al concerto

di VALERIO VARESI

 

Se fosse stato un po’ più giovane l’avrebbe stracciato con la fantasia, ma Francesco De Gregori, a passeggio per le strade di Ravenna in attesa di esibirsi al teatro Alighieri in serata, è stato molto più conciliante arrivando ad invitare il musicista di strada, autore di un’invasione nel suo repertorio, tra le austere poltrone della platea ad ascoltare la versione originale.

Un siparietto che ha come scenario via Diaz nella città dei mosaici, piena zona pedonale dove Werther Bartoletti, uno che sembra avere nel nome la vocazione alla teatralità, si esibisce con la sua chitarra per sbarcare il lunario. La gente lo conosce come un personaggio cittadino e gli oboli non mancano, ma oggi l’imitatore e l’imitato si sono trovati inaspettatamente di fronte.

De Gregori sente le sue note e s’incuriosisce, si avvicina e all’altro non par vero di vedersi materializzato di fronte l’autore di "Rimmel". Gli si spegne la musica sotto il plettro, la chitarra s’ammaina: guarda un po’ cosa può capitare a un povero artista di strada. Del resto, l’ultimo album del cantautore romano si intitola proprio "Sulla strada", espressa citazione da Kerouac e grande giacimento di ispirazione. Forse a De Gregori è invece venuto in mente il protagonista di una canzone, scritta per Ron una ventina di anni fa, che si chiama "Mannaggia alla musica" e parla di un uomo portato lontano dai suoi affetti dall’amore per il pentagramma

senza tuttavia fare fortuna. È probabile che Bartoletti gli sia apparso come l’incarnazione di questo personaggio, tanto da invitato al concerto serale dell’Alighieri offrendogli anche il biglietto. Una cosa insolita per un "menestrello" abituato alle esibizioni "en plein air"con tutti i disagi del caso, comprese le multe dei vigili. Ma sensibile alla causa dei senza tetto al punto di organizzare, assieme a un altro musicista, Gigi Tartaul, un concerto di "cover" tratte da testi di De Andrè, Guccini e dello stesso De Gregori. Per una volta, il buon Werther, non dovrà sfacchinare con la chitarra alle intemperie, ma si limiterà ad ascoltare seduto sul velluto quelle note e quelle parole che lui conosce ormai da tempo a memoria proprio come un ritornello.

(16 maggio 2013)

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/05/16/news/il_sogno_del_menestrello_sul_palco_con_de_gregori-58955994/

 

 

 

De Gregori e Piovani, “Quattro mani per strada”

 

Domenica 19 maggio al Teatro Excelsior di Reggello (Firenze). Il cantautore romano e il premio insieme per un evento esclusivo. Atmosfere confidenziali e successi dai rispettivi repertori.

 

Con un bell’esercizio di fantasia l’hanno battezzato “Quattro mani per strada”, l’evento esclusivo in programma al Teatro Excelsior di Reggello che rinnova la collaborazione tra due pesi massimi della musica italiana, il premio Oscar Nicola Piovani e il “principe” Fracesco De Gregori.

 Incontro tra musica da film e canzone d’autore, verrebbe da dire. Ma sarebbe un facile escamotage. Di Francesco De Gregori sappiamo tutto, della lunghissima carriera sul filo della poesia, di canzoni come “Viva l’Italia, “Generale”, “Rimmel”, “La donna cannone”, “Buonanotte Fiorellino” in cui rivivono la nostra storia, gli amori e le emozioni.

 Nicola Piovani si porta appresso una sorta di titolo onorifico che precede il suo nome ormai in ogni dove: quel “Premio Oscar” che rimanda ad un capitolo meraviglioso come “La vita è bella” e inevitabilmente oscura le esperienze in campo cantautorale, anch’esse importanti: un caso per tutti gli arrangiamenti di “Non al denaro, non all’amore né al cielo” e “Storia di un impiegato” di De André.

 Un passato che Piovani si è ripreso, in parte, con il progetto “Cantabile”, a cui ha preso parte anche Francesco De Gregori, in quel pezzo-capolavoro che è “Alla fine della Storia”. La complicità tra i due artisti torna adesso fondersi in questo spettacolo-concerto, volutamente intimo e raccolto, lontano dalle grandi metropoli. Quattro mani per strada, quattro mani sulla strada…

http://www.toscanamusiche.it/de-gregori-e-piovani-quattro-mani-per-strada/

 

 

 

 

 

 

 

Il nuovo disco, un libro aperto per non arrendersi alla vita

Paolo Vites

 http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2012/11/20/DE-GREGORI-Sulla-strada-il-nuovo-disco-un-libro-aperto-per-non-arrendersi-alla-vita/339536/

 

"Ci vediamo lungo la strada, che ne siamo degni”: così mi salutò una sera Francesco De Gregori sulla porta di un camerino, anzi un “camerino già vecchio tra un lavandino e un secchio tra un manifesto e lo specchio”, per citare una delle sue canzoni più belle, perfetto ritratto della vita on the road. Per vivere sulla strada, bisogna infatti esserne degni, non è da tutti. Vivere sulla strada significa vivere con il cuore aperto, continuando a seguirne il desiderio, rinunciare a fermarsi alla prima risposta che possa appagare, perché risposte del genere non bastano mai. Siamo fatti per stare sulla strada. La vita è una strada, un cammino, verso ciò che ci completerà, “esperienza e mistero per tutta la strada” come dice lo stesso De Gregori nella canzone che intitola il disco, l’opposto di quanti dicono che siccome nulla potrà colmare i nostri bisogni allora occorre eliminare il bisogno, che è quello che la società moderna, anche quella virtuale della Rete, ci dice tutti i giorni.

“Sulla strada” è anche il titolo del nuovo disco del cantautore romano, a quattro anni dal suo ultimo lavoro in studio, ma non quattro anni di silenzio. Perché negli ultimi quattro anni, ma come sempre nella sua carriera ultra decennale, De Gregori non è stato fermo, ma sempre “sulla strada”: tournée nei teatri più prestigiosi e nei “pub” più nascosti, concerti con l’amico che non c’è più Lucio Dalla e tanti, tantissimi da solo. E’ la sua vita, irriducibile passione per un mestiere che si fa esperienza quotidiana e non passerella occasionale, quella di cantare le sue canzoni ovunque ci sia “una città per cantare”. E allora il nuovo disco celebra un po’ tutto questo: le parole “sulla strada” fanno capolino in contesti diversi in ogni canzone. Sulla strada, quella di Kerouac, libro che De Gregori ammette di aver letto solo adesso e di aver evitato in gioventù, a differenza di tutti quelli della sua generazione che su quel libro hanno costruito una utopia poi destinata a rivelarsi deludente. Per De Gregori nessuna utopia, ma vita, tale da portarlo a 60 anni compiuti e quattro decenni di carriera a uno dei suoi dischi più innovativi e coraggiosi. “Non trovo riferimenti a Bob Dylan in questo disco” gli faccio notare, cosa strana per un artista che da 40 anni infarcisce i suoi lavori di citazioni e tributi al suo maestro. “Bravissimo, è verissimo” mi risponde. “E’ una novità assoluta”. Sarà, ma un riferimento il sottoscritto lo ha trovato lo stesso. Se Bob Dylan da anni si ispira alle musiche pre rock’n’roll, quel folk e quel blues degli anni 30 e 40 che costituiscono l’ossatura della canzone rock, De Gregori per questo nuovo disco sembra ispirarsi a quella canzone italiana precedente l’ultima guerra, quella anch’essa anni trenta e quaranta. Non è la prima volta che lo fa, questo filo è sempre presente nel suo lavoro: una volta mi spiegò come le canzoni che cantava sua madre al pianoforte furono la sua prima educazione musicale.

Nel nuovo disco, con eccezione del brano che lo titola, una tipica ballata rock delle sue, l’atmosfera apre a un mondo antico e dimenticato, tra bui appartamenti di una grande città ai tempi dell’ultima guerra o i saloni illuminati di una festa della belle epoque, come titola il brano omonimo. C’è l’eco dei programmi radio quando la radio si chiamava ancora Eiar, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche e non Rai, l’odore di vecchi 78 giri che probabilmente giravano per casa De Gregori. Anche il brano La guerra, nonostante l’andamento rock, si apre a un ritornello corale che sembra uscire da un canto alpino o partigiano, comunque popolare, antichissimo.
E De Gregori mai o raramente è stato così diretto e auto biografico nelle sue canzoni, quasi a sentire il bisogno di non nascondersi dietro più a nulla. E’ evidente nella pianistica e intensa Guarda che non sono io, canzone imponente, onestissima il cui arrangiamento d'archi è curato da Nicola Piovani: “non sono io quello che ti perdona e ti capisce che ti non ti lascia sola e non ti tradisce, qualcuno mi vede e mi chiama per nome, si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa di una vecchia canzone e io gli dico scusami non so di cosa stai parlando se credi di conoscermi non è un problema mio”.

Succede di nuovo in Omero al Cantagiro con quel pianoforte anni 30, il mandolino mediterraneo, con il ritornello che sa di quelle voci al megafono che si usavano un tempo: “Perché ho fatto più di cento chilometri per essere qui A farti firmare i miei dischi e ringraziarti che esisti Fra lacrime e fischi”. Sa di swing e ricorda anche certe cose di Domenico Modugno, il più grande interprete di canzoni che l’Italia abbia mai avuto, Belle Epoque, mentre Passo d’uomo è ancora una ballata pianistica impreziosita dagli archi arrangiati da Guido Guglielminettii (anche produttore dell'intero disco) con un crescendo vocale ed emozionale come solo De Gregori sa fare: "povero cuore, con la mano sul cuore”. Il valzer delicato di Showtime ricorda altri maestri del passato, certe incisioni di Vittorio De Sica ad esempio. E se Ragazza del 95 (con il controcanto di una eroina di X Factor, Malika Ayane) con quel ritmo latino e la tromba in primo piano potrebbe essere la nuova Titanic, il disco si conclude in modo sommesso, ma raramente così gioioso per questo cantautore. Un incontro sulla rotonda di Portofino? E' il pezzo che si intitola Falso movimento: "Come sono contento, fuori si sente il mare anche se è tutto scuro e non si può vedere Tu mi guardi negli occhi, io non so dove guardarti stasera sono un libro aperto, mi puoi leggere fino a tardi". Mai come in questo disco De Gregori era stato un libro più aperto. E noi lo leggeremo fino a tardi, su questo non c'è dubbio.

 

Probabilmente dev'essere strada la vita lavorata
per il tempo ed il denaro e la casa costruita
Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E' difficile capire cos'è ma dev'essere strada
E se quindi dev'essere strada ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata le poche case sulla collina
E dev'esserci acqua che piove ci dev'essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché ma dev'essere strada
E tu che parlavi una lingua da tempo dimenticata
Dov'è che l'avevo sentita? Quand'è che l'avevo scordata?
La tua voce era alta e credibile oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada
E c'era una porta segreta e un'uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata
Usciti dalla notte dei tempi o da una pagina patinata
E c'era pianto, stridor di denti ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò a ripulire la strada
E finalmente la banda passò a ripulire la strada
Probabilmente dev'essere strada anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani e alla curva complicata
E rasenta l'innocenza e l'abisso della cascata
E che conosce l'invenzione prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone conosce la strada
E che conosce la canzone riconosce la strada
E che conosce la canzone riconosce la strada

 

 

 

FRANCESCO DE GREGORI – SULLA STRADA (SINGOLO)

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RELEASED   28 Settembre 2012

LABEL  Caravan

DISTRIBUTION  Edel Italia

FORMAT   Digital Download MPEG-4

 COUNTRY  Italia

 

Il primo singolo è stato pubblicato come anticipazione dell’album Sulla strada, con un video promozionale sul canale ufficiale Youtube di Francesco De Gregori, in occasione del lancio dell'area riservata di francescodegregori.net, "Dock of the bay", e del raggiungimento dei primi 100mila "Mi Piace" sulla propria fan page Facebook, Francesco ha decise di ringraziare tutti i suoi fan per il supporto e l'apprezzamento riferito al proprio lavoro, nella fattispecie per quanto riguarda il web, con una anteprima esclusiva di una sua nuova canzone inedita.

Successivamente fu pubblicato sul canale i-Tunes in formato Digital Download.

Esistono due versioni della canzone Sulla Strada che si differenziano con qualche variante del testo, della durata e della incisione con la versione sull’album omonimo:

 

- Sulla strada (Versione video Youtube). Pubblicazione Youtube: 2 agosto 2012. Durata: 5:08.

- Sulla strada (Radio Edit). Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 25 Settembre 2012. Durata: 4:03.

 

 

 

Una strada lunga un secolo. De Gregori si racconta a l'Unità.

di Marco Bucciantini 18 novembre.

 

È un racconto. È il respiro di una memoria, la sua, di Francesco De Gregori, in un disco già in circolazione, Sulla strada, nove canzoni che fluiscono suggestive e irrompono a passo marziale. "È il Novecento, ci sono piantato dentro, sono nato a metà del secolo (nel '51)". Una narrazione che usa molti materiali espressivi per un tempo che "ci ha portato la guerra dentro casa e ci ha coccolato con l'arte, la musica, le comodità, il progresso.

Un secolo contraddittorio, al quale sarò sempre affezionato: ho vissuto gli anni sessanta, quelli che passavano a cento all'ora, poi i settanta, cupi, pesanti. I nostri genitori hanno conosciuto il fascismo, i nostri figli la leggerezza degli ultimi decenni. Ognuno alimentato da un carburante culturale diverso. Ma sono anni che resteranno". Per Eric Hobsbawm fu un "secolo breve": lo bloccò dentro due date, l'inizio della Grande Guerra e la caduta del muro. Nel mezzo "un fallimento dei programmi vecchi e nuovi per gestire e migliorare la condizione del genere umano". Profetico (oggi) dove allora sembrava partigiano e marxista. Questo lo storico, che deve tracciare una riga, e concludere.

L'autore di canzoni si ferma prima della riga: spesso a De Gregori viene chiesta una supplenza: "Parlaci di politica, cosa ne pensi, cosa faresti", o peggio ancora: parliamo dei politici. "Mi annoiano. Non corro ad accendere la televisione per ascoltarli a ogni ora, ogni trasmissione, rimpallarsi responsabilità. Ma non è un disimpegno: non gonfio certo le truppe dell'antipolitica. E tutti sanno da che parte sto". Per questo i suoi occhi sono fondamentali, la sua testimonianza da ascoltare, a volte più diffidente che ammirata, altre volte più dolce che storica.

Il punto di vista - "sereno" - è quello del protagonista di una canzone di un giovane e sfortunato diamante del secolo breve, "quel verso di Otis Redding in Sittin' on the dock of the bay: seduto sulla banchina di un molo a passare e sprecare il tempo". Un personaggio già emerso in Calypsos, nella magnifica canzone In onda, e che traghetta dentro questo disco ispirato e importante. La prima canzone è quella che intitola tutto il lavoro, Sulla strada, affiorata dall'omonimo libro di Jack Kerouac che De Gregori ha letto "a sessant'anni, e sono contento di averlo fatto ora, ho potuto soffermarmi su altre cose, al di là dell'impudenza giovanile".

È una canzone promettente e forse fasulla e sicuramente spavalda come un viaggio senza arrivo, "non si vede granché / ma dev'essere strada". La misura e la velocità del disco sono indicate in Passo d'uomo, "altro passo non conosco / altra parola non sono". Una cometa di inizio Novecento attraversa la Belle époque, una camminata nel disordine d'inizio secolo, per strade che brindano alla nostalgia, così distratte da non accorgersi di covare i tempi dell'odio.

Uno dei simboli di quegli anni era il Titanic (dipinto nei quadri, fotografato, salutato dal molo), che De Gregori trent'anni fa elevò a simbolo "del fallimento di un'idea ottusa di progresso, di una modernità che non può essere sacra. La rete - oggi - può dare molto ma non può essere il totem della civiltà. Ha toccato le nostre vite, ha stravolto il mio lavoro, ma se il mercato discografico si è arreso di fronte a questa invasione di musica è solo perché non ha saputo reinventarsi. Le novità obbligano a cambiare, a ripensare, a trasformare, a maneggiare con il proprio talento tutte le possibilità. Faremo più concerti e meno dischi: non è per forza negativo. In generale, c'è troppa musica intorno, a tutte le ore, c'è una distrazione continua: non scegliamo più cosa ascoltare, ma siamo scelti come ascoltatori di ciò che altri vogliono.

Non è una preoccupazione ma solo un dato di fatto". Belle époque, ancora: il sergente che si perde nel freddo e nei bordelli è il poeta Dino Campana. I genitori - afflitti dalle sue stranezze - pensarono d'inquadrarlo dentro un'accademia militare. "Come sempre, Dino fuggì". La canzone è cruda come una vita perduta, incompresa, dentro e fuori dai manicomi, "un dolore che l'elettroshock ha portato fin dentro l'anima e le ossa di Campana": è la barbara elettricità che illumina la Belle époque, il trapasso di due secoli, ed è "un omaggio a un poeta spiantato, al suo pellegrinaggio, alla sua tomba bombardata, come il suo ricordo e la sua opera volutamente dimenticata, combattuta dai coetanei (Giovanni Papini che lo tenne a distanza, e Ardengo Soffici, che ne perse - o nascose - il manoscritto dei Canti Orfici)".

 

 

 

 

Come e più ancora di Pasolini, altro irregolare cantato da De Gregori ma più capace di manifestarsi nelle sue doti, Campana è "una figura disallineata rispetto al suo panorama, al suo sfondo". Cammina al ritmo rebetiko, l'intellettuale: ci sono nel disco molti generi che si contaminano. "Ho assimilato tutto, da ragazzo mi sono nutrito di musica anglosassone, Dylan e i Beatles, e anche caraibica... al Folkstudio ho conosciuto Caterina Bueno (sue erano "le spalle da uccellino" di Caterina) e Giovanna Marini, e mi sono innamorato della musica popolare italiana, quelle strofe storiche, significative che paiono disadorne e poi d'improvviso prendono fuoco, esplodono".

Eccola, quella semplice potenza: è nel ritornello di La guerra, vista accanto a sentimenti disperati del soldatino, che lascia sola a casa una moglie "disarmata", che ripensa "al suo rancio disgraziato", che non può mai vincerla, la guerra, perché la violenza vuole qualcosa in cambio (la perdita della pietà), anche quando è legittima. La guerra è una rapina. Il Novecento, ripete De Gregori, "ce l'ha portata nelle stanze". La canzone è una marcia ad orologeria, un meccanismo emozionante e perfetto. Poi nel disco arriva Omero. "Proprio lui, cieco, immenso.

Pensavo a questo raduno musicale, festoso, una specie di sagra e allora ho ricordato il Cantagiro, anche questo è un impulso del mio vissuto: lo guardavo in televisione, Morandi, Caterina Caselli...". E Omero: "Volevo che salisse sul palco un cantante qualsiasi con quel curioso soprannome. Poi suonando la canzone, ascoltandola...mi è parso bello che per miracolo apparisse veramente Omero e cantasse l'Odissea, commuovendo il pubblico". Omero al Cantagiro è "la rivendicazione del ruolo di una canzone, del turbamento che sa provocare", in qualunque forma, colta, popolare, ricercata o semplice.

È anche un prodigio di creatività, un dono che ancora fortunatamente tormenta De Gregori, dopo tanta musica. "Succede, nemmeno io so come e perché. Chissà: sento un ritmo, provo tre note, rammento l'impressione di un libro. Poi accade". Verso la fine c'è una presa di distanza, Guarda che non sono io. Dieci anni fa, con Sempre e per sempre De Gregori marcò la sua presenza - privata - e la sua rintracciabilità, "dalla stessa parte / mi troverai". Adesso racconta la sua separazione pubblica. "Non sono io / quello che ti spiega il mondo". Percepisce lo sgomento dell'ammiratore.

E rassicura: "È l'altra faccia della stessa medaglia. Ho un patto d'amore con gli altri. Ed è onesto essere sinceri: mi riconoscono per una canzone, non per quello che sono. Divento un loro sentimento, una loro immagine, mi fermano mentre rincaso con le buste della spesa in mano e mi dicono: ho chiamato mia figlia Alice, in suo onore. E posso solo rispondere: credi di conoscermi / ma guarda che non sono io". Lui è sul molo, che batte il tempo con il piede: questo è il punto di osservazione. È una bella dichiarazione di privilegio. Alcune canzoni arrivano immediate, altre vogliono un ripasso. Sono scritte con superbia stilistica, e straordinaria ricchezza, esattamente limate, punteggiate di immagini affascinanti. Sul molo, appunto, ma con le spalle al mare.

De Gregori guarda piccoli o grandi corsi d'acqua risalire l'enorme montagna, le espressioni preferiscono la complessità del falso piano. Vorrebbe un compagno accanto, con cui passare il tempo e ricordare il suo secolo infinito. "Vorrei ci fosse Fellini. L'artista autentico, puro, che sapeva raccontare se stesso e allacciarsi al suo tempo e al suo mondo, e renderlo, rappresentarlo con tenerezza e ferocia, raccontarlo con soavità e senza sconti".
http://www.unita.it/culture/una-strada-lunga-un-secolo-br-de-gregori-si-racconta-a-l-unita-1.466347

 

 

 

Guarda che non sono io quello che stai cercando
Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo,
quello che ti perdona e ti capisce,
che non ti lascia sola e che non ti tradisce.
Guarda che non sono io quello seduto accanto,
che ti prende la mano e che ti asciuga il pianto
Cammino per la strada, qualcuno mi vede
e mi chiama per nome
Si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa
di una vecchia canzone
Ed io gli dico "Scusami, però non so di cosa stai parlando.
Sono qui con le mie buste della spesa. Lo vedi, sto scappando.
Se credi di conoscermi non è un problema mio.
E guarda che non sto scherzando, guarda come sta piovendo
Guarda che ti stai bagnando, guarda che ti stai sbagliando.
Guarda che non sono io"
Guarda che non sono io quello che mi somiglia.
L'angelo a piedi nudi, o il diavolo in bottiglia,
Il vagabondo sul vagone, la pace fra gli ulivi, e la rivoluzione.
Guarda che non sono io la mia fotografia
che non vale niente e che ti porti via.
Cammino per la strada, qualcuno mi vede
e mi chiama per nome
Si ferma e vuol sapere e mi domanda qualcosa
di una vecchia canzone
Ed io gli dico "Scusami però non so di cosa stai parlando,
sono qui con le mie buste della spesa.
Lo vedi, sto scappando
Se credi di conoscermi non è un problema mio.
E guarda che non sto scherzando, guarda come sta piovendo
Guarda che ti stai bagnando. guarda che ti stai sbagliando.
Guarda che non sono io"

 

 

GUARDA CHE NON SONO IO  (SINGOLO)

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RELEASED   30 Novembre 2012

LABEL  Caravan

DISTRIBUTION   Edel Italia

FORMAT    Digital Download MPEG-4

COUNTRY    Italia

 

Il secondo singolo è tratto dalla versione originale dell’album Sulla strada. Fu presentato senza video pubblicato sul canale Youtube.

 - Guarda che non sono io (Versione Album). Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 20 Novembre 2012. Durata: 4:37.

 

 

Il tardo stile di Francesco De Gregori

Alessandro Basile

 

Si è ormai abbastanza radicata nell’opinione comune l’idea che le recenti produzioni di Francesco De Gregori non abbiano più nulla a che vedere con quanto da lui sfornato in passato, specialmente con i senz’altro indiscutibili capolavori dati alle stampe tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Sono infatti diverse, purtroppo, le persone convinte che il celeberrimo cantautore capitolino abbia col tempo perso gran parte del suo smalto, gran parte della sua creatività in grado di fare la differenza nelle sue prime raccolte. Altre hanno poi constatato che il non eccelso livello degli ultimissimi album sia pure in parte dovuto alla pubblicazione un po’ troppo rapida di fatiche discografiche forse di base non proprio stratosferiche e, secondo alcuni, rilasciate così in fretta giusto per rispettare determinati obblighi contrattuali. Tuttavia, anche se a molti i risultati di questo decennio non sono apparsi così esorbitanti, non si può comunque dire che lavori come Amore Nel Pomeriggio, Pezzi (entrambi vincitori della Targa Tenco rispettivamente nel 2001 e nel 2005), Calypsos e Per Brevità Chiamato Artista siano stati deludenti, tantomeno mediocri. È chiaro che non c’è paragone con pietre miliari della musica leggera italiana quali Buffalo Bill e Viva L’Italia piuttosto che Titanic. Ma è altrettanto chiaro che quello di oggi è un De Gregori diverso, più astuto e posato, e non potrebbe nemmeno essere altrimenti. Anzi, è giusto così. È giusto che con il passare degli anni “Il Principe” abbia tentato in vari modi di aprirsi a nuove soluzioni sonore, seguendo sempre il suo istinto ed evitando, al tempo stesso, di ripetersi. È normale che si cambi: il cambiamento va accettato, soprattutto nella musica. Non si possono mica scrivere canzoni sempre uguali, con gli stessi suoni, con arpeggi già sentiti, con strutture e dinamiche identiche solo per soddisfare i nostalgici del caso. E questo i suoi estimatori (di lunga data e non) dovrebbero cominciare a capirlo, anche perché il De Gregori di questi anni sembra avere ancora molto da dire. E continua a farlo a modo suo, avvalendosi del prezioso apporto dei suoi fidati collaboratori, componendo, scrivendo bene e tanto non appena gli è possibile, anche tra un concerto e l’altro, dal momento che è quasi sempre in tour. Un po’ come Dylan, ha da tempo optato per questo “meccanismo”. Insomma: stimoli e voglia di mettersi in discussione ci sono tutti. E la vena poetica, unita ad una saggezza straripante e crescente, garantisce ancora composizioni di spessore, sempre variegate nei rispettivi approcci, nelle chiavi di lettura e negli arrangiamenti, puntualmente sublimi, eleganti. Suggestivo è ad esempio il sound che nell’ultimo quinquennio De Gregori e i suoi fantastici musicisti hanno raggiunto e quindi scelto di coltivare. Un suono raffinato, artigianale, delicato.

 n suono pieno di rimandi al miglior folk rock di tradizione angloamericana (andato smarrendosi, salvo rare eccezioni, tra gli Ottanta e i Novanta per essere poi recuperato appieno con l’avvento del nuovo millennio), reso più succulento dal costante apporto di strumenti sempre affascinanti come mandolino, banjo, pedal steel guitar e violino alternati con tappeti d’archi e fiati. E poi tante chitarre, non solo acustiche, ma spesso e volentieri elettriche. Chitarre numerose, preponderanti (come accadde nel 2005 per il già citato Pezzi), ma non di certo esagerate, invadenti, bensì calibrate. Chitarre che non sembrano mancare neppure nel nuovissimo Sulla Strada, ennesimo gioiellino che il cantautore classe ’51 ha pubblicato lo scorso 20 novembre per la Caravan. Sulla Strada, anticipato dall’omonimo ed efficace singolo apripista, giunge a circa quattro anni e mezzo di distanza dal precedente Per Brevità Chiamato Artista, altro Lp alquanto pregevole ma sottovalutato dalla critica. Si può dire che determinate affinità con il disco del 2008 ci siano, anche se non si tratta affatto di una “raccolta-fotocopia”. De Gregori non torna mai per caso. Lo fa solo se ci sono i presupposti, le condizioni giuste per proporre al pubblico e ai media un qualcosa di interessante, ponderato a lungo e prodotto con passione. Se nel marzo del 2006 Calypsos uscì pochi mesi dopo Pezzi fu soltanto perché l’autore aveva l’esigenza di condividere con i suoi ascoltatori i nuovi componimenti accumulati in tempi assai brevi uniti altre idee non concretizzate in passato. Discorso simile per quanto riguarda Per Brevità Chiamato Artista: anche quello fu un album venuto fuori di getto ed inciso con i propri musicisti sull’onda dell’entusiasmo dopo una intensissima tournée. Tornando invece a Sulla Strada, dicevamo: nove sono le canzoni originali presenti nel cd, prodotto nuovamente dal suo fedelissimo braccio destro – nonché bassista – Guido Guglielminetti. E nove sono le perle, senza esagerare. Si sente quanto impegno ci abbia messo l’artista non solo nella fase di stesura, ma anche e soprattutto nel lavoro fatto in studio con il proprio entourage. Lo ribadiamo: non è il classico disco realizzato tanto per rispettare qualche tipo di accordo. C’è un po’ di tutto all’interno di Sulla Strada. C’è il De Gregori ispirato, sensibilissimo, emozionante di Showtime, Guarda che non sono io e dell’incantevole Falso movimento (ultima traccia in scaletta); c’è il De Gregori ironico, scaltro, sornione e sereno, ma non di certo superficiale, di Omero al Cantagiro e di Ragazza del ‘95; c’è il De Gregori storico-analitico della geniale Belle Époque, ma anche quello esemplare della “cavalcata” La Guerra; e c’è quindi il De Gregori più sontuoso e personale di Passo d’uomo, forse la traccia-perno di tutto l’album. C’è tanta, tantissima magia all’interno di Sulla Strada. C’è una scrittura sempre all’altezza, visionaria, confortante, matura e a tratti tagliente. C’è una capacità straordinaria di trattare determinate tematiche con idonei registri e con musiche adeguatissime, mai spigolose e quindi calzanti. Si potrebbe concludere affermando che questo lavoro è tanto eterogeneo nei testi quanto omogeneo nel sound. Ordinato, preciso, compatto, privo di sbavature ma in ogni caso variegato e addirittura in linea con i tempi, moderno. Che piaccia o no, questo è quanto De Gregori può fare oggi, con ben diciotto album d’inediti (Theorius Campus incluso) sulle spalle. E a noi il suo tardo stile piace, e pure molto. Perciò lo consigliamo, così come tutto “l’ultimo De Gregori”.

http://www.caffenews.it/avanguardie/43188/il-tardo-stile-di-francesco-de-gregori/

 

 

 

TOUR TEATRALE 2013

 

23 NOV  Roma  (Atlantico Live)    28 NOV  Milano (Alcatraz)   06 MAR  Lucerna (Stadtkeller)   07 MAR  Lucerna (Stadtkeller)    08 MAR  Rubigen (Muhle Hunziken)    4 MAR  Roma (Atlantico Live)   16 MAR Campione d'Italia (Casinò)   20 MAR Bologna (Teatro Manzoni)   21 MAR Lucca (Teatro del Giglio)   23 MAR  Brescia (Palabrescia)    26 MAR Genova (Teatro Carlo Felice)   27 MAR Cremona (Teatro Ponchielli)    04 APR Torino (Teatro Colosseo)    06 APR Parma (Teatro Regio) 8 APR Trento (Auditorium Santa Chiara)    09 APR Belluno (Teatro Comunale)   12 APR Bergamo (Teatro Creberg)   13 APR Padova (Gran Teatro Geox)   19 APR Milano (Teatro Arcimboldi)    20 APR Milano (Teatro Arcimboldi)   22 APR  Lugano (Palacongressi)   23 APR Reggio Emilia (Teatro Valli)   24 APR Ancona (Teatro delle Muse)   29 APR  Verona (Teatro Filarmonico)   01 MAG Capannori (Piazza Aldo Moro)   03 MAG  Assisi (Teatro Lyrick)    04 MAG  Firenze (Teatro Verdi)   07 MAG  Napoli (Teatro Augusteo)   09 MAG Cosenza (Teatro Rendano)    10 MAG Catania (Teatro  Metropolitan)   11 MAG Palermo (Teatro Golden)    12 MAG Messina (Palacultura)   13 MAG Catanzaro (Politeama)   15 MAG – S.B. del Tronto (Palariviera)    16 MAG Ravenna (Teatro Alighieri)     17 MAG Novara (Teatro Coccia)

 

 

TOUR ESTIVO 2013

 

 

11 LUG ROMA Cavea Auditorium 13 LUG BOLLATE Villa Arcorati 19 LUG BRA Parco della Zizzola 3 AGO MARINA DI CAMEROTA  Porto 4 AGO CASSINO Gli Archi Village 5 AGO TERMOLI Piazza del Papa 9 AGO VIGGIANELLO Anfiteatro 10 AGO CANCELLO ARNONE  Area Mercato 11 AGO PESCARA Teatro D'Annunzio 12 AGO RISPESCIA Festambiente 24 AGO PARTANNA Notte Bianca 29 AGO ROMA Foro Italico 8 SET TREVISO Home Festival 11 SET MODENA  Arena del Lago 12 SET MONCALIERI  Ritmika Moncalieri 24 SET S.VITO LO  CAPO  Cous Cous Festival 28 SET RIMINI Piazza Malatesta 12 OTT PONTRESINA  Rondo Voices on Top

 

Durante il tour estivo 2013 hanno collaborato Giorgio Tebaldi al trombone,  Stefano Ribeca al sassofono e Giancarlo Romani alla tromba

 

Giorgio Tebaldi Stefano Ribeca Giancarlo Romani

 

“Sulla strada” mi sento musicista

 

Francesco De Gregori lancia il suo disco “Sulla strada” al quale hanno collaborato Nicola Piovani e Malika Ayane. Due i concerti di presentazione dell’album martedì a Roma e il 28 a Milano. Due mesi per registrarlo con la sua band perché avesse l’immediatezza studiata del live

Esce il nuovo disco, otto canzoni che lo fotografano oggi: “È un fatto fisico, senza tour ho i sensi di colpa”
 

GABRIELE FERRARIS - La Stampa, 15.11.2012

TORINO. C’è questa immagine, in Guarda che non sono io, una delle canzoni del nuovo disco di Francesco De Gregori, Sulla strada, che dice tutto. Al punto che il resto dell’articolo potrei anche risparmiarmelo. Insomma, c’è uno che riconosce Francesco per strada, e gli domanda qualcosa di una vecchia canzone. E lui risponde, in musica e parole: «E io gli dico scusa, però non so di cosa stai parlando / sono qui con le mie buste della spesa, lo vedi che sto scappando / Se credi di conoscermi non è un problema mio / e guarda che non sto scherzando / guarda che non sono io».
È il gioco di specchi che ha accompagnato le nostre vite e la sua. Risposte rimaste nel vento. 

«Non è un atteggiamento malmostoso - spiega De Gregori, - ma l’imbarazzo di chi si trova davanti a una sfasatura, perché ciascuno in una canzone trova qualcosa che non necessariamente è ciò che aveva in mente chi l’ha scritta...». E così sia anche di queste otto canzoni nuove, con le quali il Principe si fotografa nei suoi sessantuno anni portati con orgoglio e allegria, unico fra i nostri cantautori storici a conservare la voglia di mettersi in gioco, senza arrendersi alla routine né chiudersi nel silenzio. «Secondo me in questo disco c’è molta verità, racconto senza troppi diaframmi, sono canzoni semplicissime che la band ed io abbiamo voluto lasciare così, con l’immediatezza di un live. Ma voluta, cercata. Abbiamo lavorato per due mesi alle registrazioni: per gli ultimi album era bastato molto meno».
Per raggiungere l’obiettivo, De Gregori non si è negato nulla, dalla collaborazione con Nicola Piovani, che ha scritto e diretto gli archi in Passo d’uomo e Guarda che non sono io, a Malika Ayane, che canta in Ragazza del ‘95 e Omero al Cantagiro. Il brano che dà il titolo al disco è il «manifesto» del De Gregori di oggi: 

«Io mi sento musicista solo andando in giro a suonare: ci sono quelli che fanno un solo concerto per ventimila persone, io preferisco farne dieci per duemila. È un fatto fisico. Il momento peggiore, per me, è quando sono fermo: ho come un senso di colpa, mi sento un perdigiorno». Quindi, subito due concerti di presentazione dell’album, il 20 novembre all’Atlantico di Roma e il 28 all’Alcatraz di Milano. E a marzo il tour. Tanto per non poltrire.

Di otto, solo due sono canzoni d’amore, Showtime e Falso movimento. 

«Non volevo fare un disco di canzoni d’amore. Ma questo non vuol dire che l’amore sia espulso dalla vita di un uomo di una certa età. Magari può essere un amore narrato, come in Falso movimento , o non risolto, come in Showtime. Però sono canzoni reali, parlano di sentimenti veri».
Poi, come sempre, De Gregori racconta la Storia, al ritmo rebetiko di Belle Epoque e nella piana e disperata quotidianità del soldatino de La guerra, che «ripensa al suo rancio disgraziato». E guarda al futuro in «Ragazza del ‘95»:

«Mi sono immaginato questa ragazza di diciassette anni, probabilmente bellissima, che spicca il volo, che cerca la sua strada, in un momento che è quello che sappiamo, in cui tutto sembra più difficile. Ma quando sento parlare di “diritto al futuro”, mi viene da rispondere che il futuro sarà affidabile quanto più lo si penserà come un dovere, non soltanto un diritto».
Infine, una strana canzone: Omero al Cantagiro, ritmi latini e un testo che si presta a mille letture.

 «Beh, io sono affezionato al ricordo del Cantagiro, quando non facevo ancora questo mestiere mi affascinava quel mondo, i cantanti mi sembravano figure mitologiche, Caterina Caselli era una dea... E così mi sono immaginato un cantante chiamato Omero, o forse è Omero stesso, che compare nella domesticità di quel mondo per regalare qualcosa di poetico, per rivendicare a questo lavoro una dignità spesso negata...». Però c’è un verso che suggerisce altre interpretazioni, «Lo sai che privato e politico si confondono spesso / Cambia la musica ma il controcanto è lo stesso»: «Ma certo, Omero è privato e politico, la guerra di Troia e il ritorno di Ulisse... La faccenda del privato che è politico mica me la sono inventata io con Rimmel»,

Ride l’inafferrabile Principe. E allora il giornalista fellone ci prova e gli domanda se, tra privato e politico, ha visto in tivù il dibattito per le primarie del Pd.

 «No: stavo facendo le prove con la band». 

Poco interesse per la politica di oggi? 

«Il fatto che non abbia visto il dibattito la dice lunga».
Diavolo d’un uomo.

 

C'è un soldato in mezzo al campo e una casa nella valle, attenzione soldatino c'è il tramonto alle tue spalle.
Sei una sagoma nel sole, un bersaglio in mezzo al fuoco e per prendere la mira basta niente e serve poco.
Occhi neri di carbone, bocca scura di corallo. Attenzione soldatino! Muore il giorno e canta il gallo.
Nella casa c'è una sposa con il cuore disperato, più non dorme da quel giorno che il suo amor partì soldato
Resta sempre sola sola nel suo letto abbandonato, occhi neri di carbone sono pronti per l'agguato.
Abbiamo preso la campagna, abbiamo perso la città,
abbiamo preso l'innocenza, abbiamo perso la pietà.
Per essere partiti chi ci ringrazierà? Per essere tornati chi ci saluterà?
Per essere partiti chi ci ricorderà? Per esserci salvati chi ci perdonerà?
E ripensa il soldatino, al suo rancio disgraziato, all'odore della notte e del sangue che ha versato.
Quella volta che la morte gli è passata proprio accanto, lo ha guardato di traverso e se ne è andata zoppicando.
Sotto il seno della sposa batte un cuore innamorato, canta forte e ride piano mentre stende il suo bucato.
Scotta il sole a mezzogiorno, sulla casa in mezzo al campo c'è una sposa disarmata e il soldato non ha scampo.
Abbiamo preso la campagna, abbiamo perso la città,
abbiamo preso l'innocenza, abbiamo perso la pietà
Per essere partiti chi ci ringrazierà? Per essere tornati chi ci saluterà?
Per essere partiti chi ci ricorderà? Per esserci salvati chi ci perdonerà?

 

 

 

Innamorati con le mie canzoni? Non è colpa mia, sono solo un cantante.

Renato Tortarolo - http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2012/11/16/APJGnYxD-innamorati_canzoni_colpa.shtml

 

Genova. Se è vero che il tempo fa un gran bene ai poeti, quelli veri, “Sulla strada” di Francesco De Gregori, album di inediti nei negozi da martedì, rende giustizia a un autore che nella sua carriera ha sbagliato ben poco. Anzi, continua a raccontare un Paese incerto ma fiducioso, umiliato e offeso eppure pronto a lottare.

Con una scrittura poetica di altissimo livello e una confluenza musicale fra mondo latino e quello rock, De Gregori, 61 anni, romano, affida a “Omero al Cantagiro”, “Guarda che non sono io” e “Ragazza del ’95" una riflessione su ciò che si può fare per rimanere integri, mentre la società corre verso il collasso.

De Gregori, lei affronta temi terribili con leggerezza...

«... perseguita e raggiunta con difficoltà. Tutto nasce da voce e pianoforte, poi con la band scatta la tentazione a complicare tutto. Poi, però, si torna all’inizio del cerchio».

Anche quando l’atmosfera diventa latina?

«Musicalmente sì perché, se parliamo di contenuti, non sono mai stato un gran lettore di “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, che pure apprezzo. Appartengo più ai tempi di Harry Belafonte e ho sempre pensato che la musica sudamericana o caraibica fosse più semplice da percepire. Io scrivo da sempre canzoni che all’inizio hanno una bassa soglia ritmica».

Così va a parare...

«... più a una beguine, un calypso, una rumba che a “Satisfaction”.E poi noi abbiamo parole più lunghe,piane e non tronche...».

La canzone che farà più discutere sarà “Guarda che non sono io”, dialogo con un fan...

«Eh sì, sarà così. Gli dico: non pensare di conoscermi. Però in questo avvertimento non c’è nulla di drammatico. Anzi, c’è molta serenità nell’accettare che gli altri ti conoscano...».

Ma non lo tratta neppure bene.

«Vede, tante persone vengono da me e mi spiegano che “Buona notte fiorellino” o “La storia siamo noi” sono state manifesti della loro vita. Io rispondo: prendete pure le mie canzoni, fatene l’uso che volete ma io c’entro poco. È come se ricamare un fazzoletto...».

Un fazzoletto? Sa cosa direbbe un lettore se lo scrivessi?

«E io le dico che mi rendo conto di aver scritto belle canzoni solo quando la mia autostima straripa. Sì, a volte erano più ispirate, altre meno. E così i miei dischi, più importanti alcuni, altri venuti meno bene. Ma le pare che davanti all’Ultima Cena di Leonardo tutti vedano la stessa opera? L’arte non è mica un reagente chimico».

E dai. Lei non concede mai nulla. Va sul palco, poi sparisce.

«Perché ho consapevolezza della mia assoluta normalità. Faccio l’artista ma non me la tiro. Non divento il maestro di nessuno. Scrivere canzoni è come fare il pane o montare una lampadina. Non c’è nulla di mitologico. I privilegiati che raccontano se stessi sono sempre esistiti, ma dovrebbero fare qualche servizio in più alla comunità».

Come quando canta “La guerra”?

«Anche lì, non voglio che si dica: ora De Gregori ammonisce contro la guerra. Piuttosto parlarne è una mia necessità. È un fattore potente dal punto di vista evocativo. Un po’ come le canzoni d’amore, che sono grandi detonatori letterari».

Invece in “Ragazza del ’95” lei descrive una giovanissima...

«Sì, se dovessi esprimere la mia idea di futuro sceglierei questa apparizione: lei all’aeroporto, svagata e molto contemporanea. Posso ammirarla per la sua bellezza, la capirei poco ma le farei tanti auguri...».

Ha solo 17 anni, se li merita...

«Sì perché non è l’ultraventenne che combatte per i suoi diritti, nella parabola post universitaria. La immagino con più opportunità, diversa dai giovani trascinati nel travaglio storico e sociale di oggi».

Le ricorda qualche canzone?

«... un po’ “La leva calcistica della classe ’68. Lì c’era l’homo novus, qui una donna nuova. Non che sia ottimista di natura, ma volevo creare un modello positivo».

Perché le canzoni non sono ancora considerate cultura?

«I nostri messaggi sono semplici, ci esibiamo in piazze di paese. Poi, un giorno, arriva Omero che non è un cantante sfigato ma proprio lui, e allora le sue parole di possono cambiare la vita. Le sue, non le mie».

 


Van le troie illuminando, il cammino sgangherato
del sergente innamorato che di notte se ne va
che di notte, che di notte, tutti i gatti sono grigi,
tutti i cani sono neri, non è ancora già domani
ma non è nemmeno ieri.
Il sergente innamorato già si sente un generale,
già si affaccia la sorella sulla cima delle scale
La sua bocca butta latte, idromele e cioccolato,
linfa, lacrime e saliva, il sergente è stramazzato,
ma la bestia è ancora viva.
Ti bacio e ti butto, vita mia, come un pezzo di pane
che passi attraverso le ossa come un filo di rame.
Ti bacio e ti butto, vita mia, nella bocca di un cane
ti bacio e ti butto, vita mia, come un pezzo di pane.
Van le troie sgangherando la fanfara del sergente
che ritorna dritto in sella nella notte di dicembre.
Fischia il sasso, fischia il vento, sta arrivando il Novecento,
dopo aprile viene maggio, il sergente va a casaccio
sotto i portici nel ghiaccio
Soffia il mantice del cuore alla fine dell'impresa
il sergente si addormenta sul portone di una chiesa,
candeline elettriche profumano d'incenso,
le troie si rivestono e chiedono il compenso
ma non restituiscono l'amore avuto in prestito.
Ti bacio e ti butto, vita mia, come un pezzo di pane
che passi attraverso le ossa come un filo di rame
ti bacio e ti butto, vita mia, nella bocca di un cane
Ti bacio e ti butto, vita mia, come un pezzo di pane.
Van le troie illuminando il cammino sgangherato
del sergente innamorato che di notte se ne va
che di notte che di notte.. tutti i gatti sono grigi
tutti i cani sono neri non è ancora già domani
ma non è nemmeno ieri.

 

 

Sulla strada

Paola De Simone - http://mobile.rockol.it/recensione-5036/Francesco-De-Gregori-SULLA-STRADA

 

Viviamo giorni strani, giorni che stanno ormai diventando anni e che ricorderemo per la dolorosa perdita di Lucio Dalla, il rispettabile abbandono artistico di Ivano Fossati, il forzato prendi e lascia di Vasco Rossi e il temuto annuncio di un ultimo disco a firma Francesco Guccini. Colonne che si sgretolano e che ci lasciano tra vuoti e interrogativi. Per fortuna, però, in questo scenario sconfortante qualche pilastro resta e dignitosamente resiste. Francesco De Gregori è tra questi. Il tempo non sembra averlo preso di mira e si presenta in gran spolvero all’interno delle nove tracce che compongono “Sulla strada”, suo nuovo disco di inediti che segue di quattro anni il precedente “Per brevità chiamato artista”. L’ispirazione è chiara: galeotto fu il libro “On the road”, manifesto della beat generation scritto da Jack Kerouac, che il Principe ha letto solo di recente, a 55 anni dalla sua pubblicazione. Così nasce anche la title track, chiamata a rappresentare il disco come singolo di lancio, anticipazione energica che sceglie il folk-rock a ritmare l’esperienza del viaggio.
Ma “Sulla strada” è solo la copertina di questo lavoro ricco di altre suggestioni: innamoramento, ironia, vita quotidiana e velata malinconia sono il mood di una narrazione realistica e sognante. Nove capitoli, nove racconti brevi, altrettanti colori musicali in un assortimento sonoro che varia con fluidità dal folk-rock (“Sulla strada”, “La guerra”) ai ritmi latineggianti (“Omero al Cantagiro”, “Ragazza del ‘95”), passando per il rebetiko di “Belle époque”, fino al valzer lento che sostiene la bella “Showtime”. Il tutto per la sempre riconoscibile produzione di Guido Guglielminetti, bassista e fedele capo banda dalle ottime intuizioni. Ma i meriti vanno condivisi anche con Malika Ayane, che ha prestato il suono della sua (seconda)voce ad accompagnamento di “Omero al Cantagiro” e “Ragazza del ‘95”, e soprattutto con Nicola Piovani, che ha scritto e diretto gli archi di “Guarda che non sono io”, aggiungendo bello al bello. E su questa canzone vale effettivamente la pena soffermarsi, perché il testo è così personale che De Gregori sembra nudo davanti alle sue parole, raccontando la fatica di riconoscersi nella proiezione che di lui arriva a ciascuno di noi attraverso le sue canzoni. Il punto esatto dove finisce l’artista e inizia l’uomo è qui identificato ed espresso con grande semplicità e immediatezza: “Qualcuno mi vede e mi chiama per nome, si ferma e mi ringrazia, vuole sapere qualcosa di una vecchia canzone e io gli dico scusami, però non so di cosa stai parlando, sono qui con le mie buste della spesa. Lo vedi sto scappando, se credi di conoscermi non è un problema mio. Guarda che non sto scherzando, guarda come sta piovendo, guarda che ti stai bagnando, guarda che ti stai sbagliando, guarda che non sono io”. Gli archi di Piovani, poi, fanno il resto.

 

 

Piove che Dio la manda sulle bocche aperte,
piove che ci si bagna sulle macchine scoperte
Sarà bellissimo fermare il tuo spettacolo in un fotogramma,
raccogliere pioggia e canzoni come fosse la manna
Perché ho fatto più di 100 km per essere qui
a farti firmare i miei dischi, a ringraziarti che esisti
fra lacrime e fischi.
Cantami, Omero, cantami una canzone,
di ferro e di fuoco e di sangue e d'amore e passione.
Lo sai che privato e politico li confondono spesso
Sarà diversa la musica ma il controcanto è lo stesso
Servono piedi buoni per la salita, fortuna e talento
e calli sulla punta delle dita
per vedere di far suonare questa chitarra
che sotto la pioggia risplende come un'arma da guerra.
Giove dall'alto scaglia le sue saette
e si alzano dieci palette ed è subito notte,
e la radio trasmette e la pioggia non smette
Cantami, Omero, cantami una canzone!
Che nascondi nel pugno fallimento e successo
Sarà diversa la musica ma il pentagramma è lo stesso
Sarà bellissimo fermare questa musica in un fotogramma
raccogliere pioggia e canzoni come fosse la manna
perché ho fatto più di 100 km per essere qui
a farmi bagnare i miei dischi, a vedere se esisti
ma ognuno si prende i suoi rischi

 

 

OMERO AL CANTAGIRO (SINGOLO)

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RELEASED   24 Gennaio 2014

LABEL   Caravan

DISTRIBUTION  Edel Italia

FORMAT  Digital Download MPEG-4 (Versione Album)

COUNTRY   Italia

 

Il sesto ed ultimo singolo, tratto dall’album Sulla strada, fu presentato con video ufficiale pubblicato sul canale Youtube. La versione presenta delle diversità sia per la durata più corta rispetto alla versione originale su Album, sia per piccole differenze del testo. Sulla piattaforma i-Tunes non è presente la versione Edit.

 

Omero al Cantagiro.

Pubblicazione sul canale Youtube: 12 Marzo 2014. Durata: 3:58

Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 20 Novembre 2012. Durata: 5:18.

 

 

Io, un Omero sulla strada», De Gregori racconta il suo Novecento


di Marco Molendini (il Messaggero)

 

Il De Gregori che non ti aspetti. O forse, a ben pensarci, quello che ti aspetti. Un Omero che canta il suo Novecento fatto di cose perdute, seduto sulla riva di un fiume chiamato Italia.
L’immagine sa di retorica, ma forse serve a descrivere con qualche precisione il momento contemplativo del più rigoroso dei cantautori, che sfida se stesso con nove canzoni ispirate, che non temono confronti con l’illustre passato, ma si tengono ben lontane dalle polveri dell’attualità.

«Mi sento come dice quel verso di Otis Redding in Sittin’ on the dock of the bay: seduto su un molo della baia a perdere tempo», dice Francesco aspirando una Gitane («Avevo smesso, il vizio me lo ha riattaccato Lucio Dalla durante la tournée. Fumava in continuazione e diceva: vedi, non aspiro. Non era vero»). Scorrono con facilità e aristocratica eleganza le nuove canzoni suonate in relax, cantate con la spontaneità delle cose riuscite. Una sorpresa felice, perché un disco come Sulla strada è raro, specie in tempi di crisi anche artistica e di album inzeppati di inutili riempitivi. «Ho sempre cercato di fare dischi che avevano una loro necessità, evitando di scrivere per forza. E infatti per quattro anni non ho scritto».

Quanto ha pesato nella scorrevolezza musicale la lunga collaborazione con Dalla, quasi due anni di tour assieme? Quando Lucio è morto lei ha rifiutato ogni commento, oggi ne possiamo parlare?

«Era un uomo diverso da me, gioioso, toccato dalla grazia di Dio, comunicativo e con cui si riusciva a fare facilmente il pane assieme. Quando, fra lo scetticismo generale, abbiamo deciso di incontraci di nuovo, nessuno si aspettava che sarebbe stato meglio della nostra prima volta. Banana Republic è stato un evento, ma Work in progress musicalmente è stato superiore, siamo riusciti a integrarci, a fare cose importanti, con sincerità e intensità. Mi manca molto».

Uno si aspettava, magari, che lei scrivesse una nuova Viva l'Italia, non si può dire che il momento che viviamo non sia privo di suggerimenti.

«E’ il destino delle canzoni significative diventare un manifesto. Ma i tempi che stiamo vivendo sono eloquenti da soli. E, francamente, preferisco starmene da un lato, vedendo le cose passare dolcemente. Anzi, non dolcemente. Non è necessario che chi scrive Viva l'Italia sia costretto a farlo sempre».

Oggi tutti si sentono autorizzati a esprimere i loro pensieri, cercando anche la condivisione, come invita Facebook.

«Visto che lo fanno tutti, preferisco evitare. I comici, i cantanti, i segretari di partito dicono in continuazione quello che pensano. Quello che penso sta nelle mie canzoni e internet lo uso per notificare i miei movimenti d'artista».

È passato nelle schiere ampie del Paese che si astiene?

«Ho le mie idee politiche e non le ho mai nascoste. Solo che non voglio essere trascinato nella mischia. Per me contano altre cose».

Per esempio?

«Le reminiscenze che riguardano il secolo che mi ha generato. È il mio modo di guardare il mondo in questo periodo, come dice la canzone Showtime: vedo le cose dolcemente passare. E lo faccio con lo sguardo di un uomo di 61 anni che si sente capace di vedere tutto con grande serenità».

C'è il rischio di cadere in un sentimento nostalgico?

«Questo non vuol dire essere ancorato al passato. Il Novecento mi avvolge, è la mia culla, ma considero gli anni ’70 i più terribili vissuti da questo Paese, anche se hanno coinciso con il mio successo personale».

C’è anche una rievocazione nel pezzo Omero al Cantagiro.

«Era un concorso musicale, oggi ce ne sono altri. Nella canzone piove dall'inizio alla fine. È una pioggia come quella di Blade runner: piove sul mondo del mio mestiere. C'è crisi forte, non solo economica, ma anche artistica. Nella pioggia un Omero miracolosamente sale sul palco e canta la guerra di Troia. Per fortuna nella musica ci sono tanti piccoli Omeri che tirano la baracca, mentre nessuno pensa più alla musica. La discografia non c'è più. Lo Stato aiuta altri prodotti come il cinema, anche quando non lo merita. So che non è il momento di chiedere soldi, ma è come se noi producessimo gomma da masticare, come se con De Andrè, Paoli, Jannacci o Ligabue la musica leggera non avesse scritto pagine importanti per questo Paese».

Lei la chiama musica leggera: così non la sminuisce?

«La chiamo per quello che è. Detesto definizioni come musica d’autore o cinema d’autore che metteva uno steccato fra Monicelli, che non veniva considerato tale, e Fellini».

A proposito d'autori, il suo disco deve il titolo a un libro manifesto della sua generazione come Sulla strada di Kerouac.

«L’ho letto a 60 anni. E sono contento di averlo fatto ora, perché tutta la parte trasgressiva e generazionale del libro, in particolare quella sessuale, mi avrebbe fatto un’impressione diversa. Invece mi sono soffermato su quanto di omerico c’è nel racconto e sul jazz. Ma il disco non ha nulla a che fare con il libro, a parte il titolo».

 

 

 

Oggi è un giorno perfetto per volare
per staccare l'ombra nel cortile.
La signora dei passaporti ha messo un timbro speciale,
Oggi è un giorno perfetto per volare,
oggi è un giorno perfetto per non morire.
Perchè una rosa è una rosa, è una rosa
anche se c'è da camminare
e la strada non è in discesa
una rosa è una rosa, è una rosa.
Diversamente non si può chiamare.
Una ragazza del '95 che si sta per imbarcare
Una ragazza del '95 che si sta per imbarcare
Una rosa è una rosa, è una rosa
anche nel sole di Gibilterra.
Il tempo scivola sull'orizzonte, comincia il mare
comincia la terra.
Comincia il mare, comincia la terra.
Comincia il mare, ricomincia la terra.
Oggi è un giorno perfetto per volare,
oggi penso che il futuro sia un dovere
Il ministero della speranza ha detto che si può sperare.
Oggi è un giorno perfetto per volare,
oggi è un giorno che c'è tutto da capire.
Perchè una rosa è una rosa, è una rosa
anche nel fuoco di ferragosto!
Una ragazza del '95 in questo volo a basso costo
rimette a posto il cellulare, intanto scivola su Gibilterra
comincia la terra e ricomincia il mare


 

 

 

 

RAGAZZA DEL ‘95  (SINGOLO)

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RELEASED   30 Maggio 2013

LABEL  Caravan

DISTRIBUTION  Edel Italia

FORMAT  Digital Download MPEG-4 (Versione Album)

COUNTRY    Italia

 

Il quarto singolo è differente dalla versione Album per via della durata più corta e non è presente sulla piattaforma i-Tunes. Fu realizzato un nuovo video dove non partecipa al controcanto Malika Ayane, ma la violinista Elena Cirillo.

Francesco De Gregori, a proposito di questo brano, ha detto che se dovesse esprimere la sua idea di futuro, sceglierebbe proprio questa apparizione: una ragazza di 18 anni all'aereoporto in partenza per una vacanza low cost, che spicca il volo ed entra nella vita e varca le Colonne d'Ercole. Si apre lo spazio infinito davanti agli occhi di un'adolescente. Le balena l'idea che il futuro è un dovere. Spegne addirittura il cellulare, come se dicesse un no anche alla tecnologia spicciola e la sostanza è che si può vivere anche un po’ staccati e non sempre connessi.

 

Regia: Nik Bello -  DOP e Steadycam: Cristiano Natalucci   -  Ass. operatore: Giorgio Perluigi  -  Video assist: Andrea Issich  -  Capo elettricista: Carlo Catin  -  Capo macchinista: Roberto Moreschini

 

 Ragazza del ‘95 (Edit).

Pubblicazione sul canale Youtube: 13 Giugno 2013. Durata: 3:29.

Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 30 Luglio 2013. Durata: 3:29.

 

 

 

 

«Sulla strada» a 40 anni dall'esordio. Quando Kerouac diventa musica

di Francesco Prisco

Si intitolerà «Sulla strada», in omaggio al romanzo capolavoro di Jack Kerouac, il prossimo disco di inediti di Francesco De Gregori, la cui uscita è programmata per novembre. La notizia però non è tanto il fatto che il Menestrello di Monteverde pubblichi un album di inediti a quattro anni di distanza dal precedente «Per brevità chiamato artista», quanto piuttosto il suo sorprendente coming out: De Gregori confessa infatti di aver letto per la prima volta il testo fondamentale della Beat Generation soltanto due mesi fa.
Una scoperta «tardiva», insomma, di quella che per le migliori (e le peggiori) menti della sua generazione è stata l'opera della svolta, il libro dopo il quale si abbandonava giurisprudenza per lettere, ci si faceva crescere barba e capelli, si fondava una comune o s'andava a Lisbona sulla Due Cavalli. Il tutto sognando la California attraversata da Sal Paradise e Dean Moriarty. Un romanzo che, letto a 20 anni, è un capolavoro assoluto; a 30 appare già pretenziosetto e un tantino acerbo; a 40 grondante di giovanili furori. Ebbene «L'uomo che cammina sui pezzi di vetro» del cantautorato italiano lo ha letto a 61 e, a quanto pare, non gli è neanche dispiaciuto. «Anch'io pensavo fosse per sentimenti giovanili, – ha detto in un'intervista – invece credo di averne tratto il senso autentico del viaggio, della ricerca». Se lo dice Francesco, che è un ragazzo di buone letture, ci si può fidare.

Un'annata perfetta. Seppure non siete d'accordo, in quest'anno per lui così importante sarete disposti a sorvolare: il 2012 saluta infatti il quarantennale di «Theorius Campus», l'esordio discografico condiviso con l'amico (poi nemico) Antonello Venditti. Il prossimo saranno trascorsi 40 anni di «Alice non lo sa», sua prima uscita solista. Tra pochi giorni verrà festeggiato nientemeno che al Festival del Cinema di Venezia, dove Stefano Pistolini presenterà il documentario «Finestre rotte» che si preannuncia assai interessante. Vogliamo star qui a disquisire su quale sia l'età giusta per leggere Kerouac? Mettiamola così: per quanto non avesse aperto «Sulla strada», il giovane De Gregori attinse a piene mani da uno che da Kerouac aveva attinto a piene mani. Ossia un certo Bob Dylan.
Sua Bobbità e il giro dei Beat. Di dieci anni più vecchio di De Gregori, il Menestrello di Duluth l'influenza di zio Jack la sentiva eccome. Frequentavano amici comuni: il poeta Allen Ginsberg, per esempio, che appare pure nel geniale promo di «Subterranean Homesick Blues». Due brani di Dylan, poi, sono evidentemente ispirati al romanzo di Kerouac «Angeli della desolazione»: «Just like Tom Thomb's Blues» e «Desolation Row». E indovinate un po' quale giovane cantautore aiutò il grande Fabrizio De André a tradurre in italiano quest'ultimo brano nell'intensa «Via della Povertà»? Risposta esatta: proprio Francesco De Gregori.
Quando un libro suona bene. La verità è che pochi romanzieri al mondo hanno avuto la stessa influenza di Kerouac su chi fa musica. Gli omaggi all'autore de «I vagabondi del Dharma» non si contano a cominciare da «Like Young», uno swing di Ella Fitzgerald datato 1959 in cui la Signora del Jazz tesse le lodi di un hipster che «beve caffè al Cafe Expresso/ legge Kerouac» e fa sentire lei – donna all'epoca 42enne - «come giovane». Per quanto non proprio diretto, l'omaggio più celebre al romanziere statunitense è il boogie acido «On the road again» dei Canned Heat ma spicca anche l'orecchiabile «Modern Times» di Al Stewart in cui c'è una lei che lascia casa con il fatidico sacco in spalla e si mette in viaggio sulla Highway con i suoi «anelli e Kerouac».
Omaggi parecchio espliciti quelli dei 10.000 Maniacs («Hey, Jack Kerouac») e del poeta-attore-cantautore Tom Waits, autore di «Jack and Neal», brano che rilegge l'amicizia tra il romanziere e Neil Cassady, fulcro dell'intero «Sulla strada». Più che un omaggio una citazione quella di Morrissey, leader degli Siths che attinge da «I vagabondi del Dharma» il titolo di uno dei suoi cavalli di battaglia di sempre: «Pretty girls make graves». Qualcosa come: le ragazze carine vanno in bianco. Potremmo continuare per ore, annoverando anche l'operazione «One fast move or I'm gone», documentario dedicato al Nostro con colonna sonora in cui Ben Gibbard e Jay Farrar hanno messo in musica le liriche di «Big Sur». Preferiamo fermarci ai raffinatissimi Belle and Sebastian di «Le Pastie de la Boureoisie»: «Non ti piacerebbe andare via?/ Kerouac ti fa cenno con le braccia aperte/ e strade aperte di eucalipti/ in direzione ovest». Molli tutto e finisci per seguirlo. A quanto pare, può capitare pure a 61 anni.
di Francesco Prisco - Il Sole 24 Ore

leggi su http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-08-24/gregori-strada-anni-esordio-164955.shtml?uuid=Abvwa7SG

 

 

 

Che posso farci se mi fai innamorare,
dove devo mettermi per non precipitare.
Che posso dirti se non ho di parole,
tutto è così stupido che è inutile parlare.
Ho paura a guardarti negli occhi, 

ho paura a guardarti nel cuore.
Tutti i miei trucchi sono da buttare, 

lo vedi, non servono più.
Che posso farci se mi fai sognare? 

Chissà se sogni anche tu.
Ecco il ragazzo e la sua bella chitarra 

appena sbarcati dal treno.
Ecco il torero e l'orecchio del toro, ecco l'applauso,

e il sorriso, e l'inchino.. l'inchino..
Che posso farci se mi fai sognare? 

Devi proprio andartene? Davvero vuoi scappare?
Fermati ancora in questo pezzo di tempo,
dentro questa musica, in questo ballo lento
che si muove davanti ai tuoi occhi,
come un onda si muove nel cuore.
Vedo le cose dolcemente passare, 

non chiedo niente di più.
Che posso farci se mi fai sognare? 

Chissà se sogni anche tu.

 

 

SHOWTIME  (SINGOLO)

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RELEASED   14 Marzo 2013

LABEL  Caravan

DISTRIBUTION   Edel Italia

FORMAT   Digital Download MPEG-4

COUNTRY  Italia

 

Il terzo singolo è tratto dalla versione originale dell’album Sulla strada. Fu presentato senza video pubblicato sul canale Youtube.

 Showtime (Versione Album). Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 20 Novembre 2012. Durata: 3:38.

 

 

 

 

 

De Gregori on the road. "Il mio canto sulla strada"

L'artista romano annuncia il nuovo album: dieci brani che usciranno a novembre. Canzoni come "Belle epoque" o "Passo lento" che parlano della vita e dei sentimenti di oggi con evocazioni di Kerouac, Fellini e McCarthy
di ANNA BANDETTINI - repubblica.it

 

ROMA - Sono passati quarant'anni dall'album d'esordio che sono molto più di un anniversario, sono una vita, sono musica, ricerca espressiva, arte e canzoni straordinarie come La leva calcistica del '68, La donna cannone, Atlantide...dove anche i ragazzini di oggi trovano nelle parole eleganti un po' di se stessi.
Sulla strada uscirà a novembre, dieci brani, il segno di un momento felice, dice, e preparato intrepidamente nel mezzo della doppia tournée estiva, una con Ambrogio Sparagna e l'altra col suo "Factory tour", autentico percorso d'artista in 25 canzoni, e con in più l'impegno di Venezia il 7 settembre per la presentazione alle Giornate degli autori di Finestre rotte, affettuoso video-ritratto di Stefano Pistolini, e la sfida di avviare, lui che odia gli sproloqui, sul sito www.francescodegregori.net un suo "Post Office", dove rispondere ai lettori su temi più disparati, da come smettere di fumare all'Ilva di Taranto.

È sempre difficile dire cosa faccia di più un grande artista, se il talento, la fortuna, il perfezionismo, l'intelligenza, la cultura, il feeling con il pubblico, e De Gregori li raccoglie un po' tutti. "Ho aspettato quattro anni per fare un disco nuovo perché scrivere canzoni è difficile. Nella tua testa scatta subito il già detto, il già visto... E poi forse, sì, ora c'è anche la preoccupazione di mettere su carta cose che pensi possano stare al livello di quello che hai già scritto", dice con quella sua voce lenta, arcana, seduto nello studio di Michele Mondella, amico e storico addetto stampa, stessa figura alta di sempre, la faccia barbuta, il famoso cappello e gli occhiali scuri, un bel sorriso e l'aria prudente ma come discrezione necessaria, buon gusto, non diffidenza.

Partiamo da Kerouac? 

"Un'anomalia, lo so, averlo letto così tardi. Ma ho mancato molti appuntamenti canonici della mia generazione. Per esempio non ho mai letto Siddharta. È che non mi è mai piaciuto fare le cose obbligatorie. "On the road" mi è capitato. Partivo per le vacanze, l'ho pescato dalla libreria. Il vecchio Oscar Mondadori, prova che comunque a suo tempo l'avevo comprato".

Non l'ha delusa? 

"Anch'io pensavo fosse per sentimenti giovanili, invece a 61 anni credo di averne tratto il senso autentico del viaggio, della ricerca. Il romanzo è la ricerca del padre, evocato, cercato, è Denver.... Ma tutto questo non c'entra poi molto col mio disco".

E allora perché "Sulla strada"? 

"È che non ho trovato titoli più convincenti. L'appartenere alla strada piuttosto che alla propria stanza penso sia il sentimento di molte delle cose che ho scritto nel disco. Che riverberano Kerouac, ma anche Fellini e Cormac McCarthy che mi ha fatto conoscere mio fratello, da "Cavali selvaggi" in poi, e di cui ho amato tutto, meno proprio "La strada" che, da appassionato di fantascienza, mi ha deluso".

Lei sulla strada c'è mai stato?

"Quella americana, solitaria dove l'individuo vede la sua ombra noi europei ce la sogniamo. La strada per me è la disponibilità agli altri. E il disco parla del mio star bene o meno al mondo, ma non è un concept, sono canzoni diverse per temi e ambienti musicali diversi. Una, Belle epoque, per esempio, è la storia di un sergente che festeggia il passaggio dall'Ottocento al Novecento, in un delirio di alcol e sesso, vino e bordelli. È la canzone meno personale ma riflette la mia visione del mondo".

Così disastrosa?

 "Sono un uomo del '900 e non posso fare a meno di vedere il mondo attraverso quel secolo, incubatrice di mali e di disastri, due guerre mondiali, i campi di concentramento... E ancora oggi non vedo tutti questi scenari di pace".

E la canzone dell'album che sente più "sua"?

"Passo d'uomo. Vuol dire lentezza, ma anche la misura con cui camminare nella vita, un passo da esseri umani. Spero che anche la musica esprima tutto questo".

Che vuol dire? 

"Da anni con i miei musicisti lavoro per arrivare a una linea povera di suoni, contrappunti... Avevo 15 anni quando i primi grandi gruppi rock, Beatles e Rolling Stones, hanno seminato nella mia testa. Mi piace fare dischi in quella direzione ma con la semplicità della canzone con quattro accordi e uno strumento come nella musica popolare che da ragazzo ascoltavo al Folkstudio di Roma".

Essenziale. "Mi piace togliere gli stereotipi: del rock come del genere "cantautore", parola che odio,
innesto linguistico sgraziato che evoca un mondo di ragazzetti supponenti, reclini sulla loro chitarra a narrare le loro disperate storie sentimentali".

E allora lei cos'è? 

"Un artista e basta, uno che va sulla strada, ha i calli alle dita... dopodiché un cantautore lo sono, visto che me le scrivo e me le canto".

Contento? "Sì, di fare musica sì. E se capita, come in questo tour, di suonare e sentire che quello che fai ingrana, che quello che pensavi è in sintonia con la gente, allora capisci che questo è uno dei più bei mestieri del mondo. Perché puoi sentirti compreso".

(25 agosto 2012)

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/08/25/news/francesco_de_gregori-41444992/

 

 

 

 

Come sono contento che il vino sia di tuo gradimento
che sia arrivata finalmente la notte su questa cittá
Sará stato un appuntamento o la forza di gravità,
oppure un falso movimento a scaraventarci qua.
Te ne devo parlare..l'amore é mascalzone!
Viaggia contro mano, parcheggia sempre dove vuole,
fa vedere la lingua, parla con la bocca piena.
Si presenta cosí, senza un invito, proprio in mezzo alla cena!
Come sono contento, cosa stiamo ad aspettare?
Che dici, sará il caso di ordinare?
E scusa la domanda, ci siamo mica conosciuti giá?
...in una vita precedente o solamente qualche giorno fa?
In una vita differente o solamente qualche tempo fa?
Vallo a spiegare l'amore, non si spiega..
muove le mani in fretta, rovescia il sale e non fa una piega
Come un gatto della placa sono qui a aspettare,
io che mi lecco i baffi, tu che continui a mangiare...
Come sono contento fuori si sente il mare,
anche se é tutto scuro e non si puà vedere...
Tu mi guardi negli occhi, io non so dove guardarti..
Stasera sono un libro aperto, mi puoi leggere fino a a tardi.

 

 

 

FALSO MOVIMENTO  (SINGOLO)

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RELEASED  11 Ottobre 2013

LABEL  Caravan

DISTRIBUTION  Edel Italia

FORMAT Digital Download MPEG-4 (Versione Album)

COUNTRY    Italia

 Il quinto singolo è tratto dalla versione originale dell’album Sulla strada. Fu presentato con video ufficiale pubblicato sul canale Youtube in occasione del lancio del suo nuovo online store.

Falso movimento (Versione Album). Pubblicazione sulla piattaforma i-Tunes: 20 Novembre 2012. Durata: 4:01.

  

 

De Gregori: io, cantautore non più di Antonacci e Ferro

"Domani suono al Regio di Torino con Maria Nazionale - dice De Gregori - e sto registrando un disco di inediti Sulla strada , trionfo della fantasia". In "Finestre rotte" l'artista si racconta: "Ora posso rischiare"
MICHELA TAMBURRINO


In fondo, come canta Francesco de Gregori, non c'è niente da capire; di un artista, di un grande artista, a spiegare, a certificare il percorso lungo 40 anni senza compromissioni stonate, sono le canzoni. E non c'è niente da capire anche se questo percorso diventa film che documenta una tournée, su e giù dalle Dolomiti alla Sicilia, da una Roma calda e avvolgente passando per una Torino algida e asettica; un modo di essere Francesco De Gregori che non indulge alla cinepresa ma registra il suo stare con gli artisti scelti lungo il cammino. Finestre rotte di Stefano Pistolini, prodotto da Rai Cinema per le Giornate degli Autori, è tanto perché non è molto di più, guardarsi attraverso vetri sbrecciati che offrono un varco più ampio alla vita e una possibilità in più per conoscere un autore al di là dell'icona. "Né biografia né storia ma istantanea del presente", era nelle premesse.

De Gregori, insidiosa l'idea di un film su se stessi.
"Ho capito che non aveva nulla del celebrativo e neanche di promozionale, riguardava il mio percorrere la strada da musicista, dare un senso al movimento senza una precisa progettualità".

Perchè adesso?
"Posso rischiare. Un anno fa mi sono detto, compio 60 anni senza mai un'incursione nel cinema, era arrivato il momento di raccontare quello che ero e apparivo".

Una bella differenza?
"A volte appaio diverso anche a me stesso. Non ho la chiave del 100% di me. Vedermi mi ha anche stupito".

Che impressione le ha fatto il film?
"Prima mi sono augurato fosse indolore, durante mi sono divertito, vedendolo me ne sono compiaciuto. Un'ora e mezza a parlare di me senza noia né paura. Scava a fondo nel mio modo di fare il mestiere, gli restituisce dignità, proprio qui a Venezia dove emerge spesso il senso vacuo della popolarità. Nel film si testimonia la sostanza".

Nel film c'è Giovanna Marini con cui ha inciso un disco, Ambrogio Sparagna, famoso organettista, entrambi studiosi di musica popolare, Cristina Donà e Vasco Brondi. Che rapporto ha con i colleghi?
"Con alcuni ci sono stati momenti di sintonia, poi ognuno è tornato per la sua strada. Con tutti è stato così tranne che con Lucio Dalla".

Perché questa eccezione?
"Abbiamo fatto un grande lavoro insieme a fine Anni 70 mai più pensando di tornare insieme. Poi, come una malattia esantematica abbiamo sentito la necessità di ritrovarci, due anni fa, con un risultato incomprensibilmente migliore di quello fatto prima".

Lei detesta la definizione di cantautore, si sente un poeta?
"Non mi piacciono le parole composte come cantautore ma lo sono. Poeta no, parlando al contemporaneo, poeti sono Caproni, Penna, Cucchi, gente che non ha a che fare con la chitarra. Faccio parte della letteratura contemporanea, non più di Antonacci o Tiziano Ferro".

Che peso ha la politica nella sua vita artistica?
"Avendo scritto Viva l'Italia, non posso negare come la penso. Eppure, paradossalmente, non è una canzone politica, è una dichiarazione d'amore per un paese che ha due anime. Oggi però quella spinta la sento meno. Non mi sveglio più la mattina pensando alla politica".

Prima accadeva?
"Prima accadeva".

Le canzoni che sono nel film come sono state scelte?
"Loro mi seguono e cambiano con me, un po' come la mia voce. Sono lì per caso tranne quella che chiude il film, La leva calcistica della classe '68.

Prima la musica o prima le parole?
"Nessun predominio dell'una sull'altra, piuttosto la terza: chi canta".

La canzone del cuore?
"Il ragazzo della via Gluck, con quella ho imparato a suonare la chitarra".

 

 

Zalone arruola il generale De Gregori
“Stiamo scrivendo il film nuovo, ma mi mancano le musiche. Se ci fosse un cantautore italiano bravo che mi aiutasse…”. Checco Zalone stuzzica con la consueta ironia Francesco De Gregori, alla conduzione della trasmissione Hollywood party di Radio 3 per pochi giorni, al fianco di Steve Della Casa. E De Gregori non si lascia sfuggire l’occasione per scherzare: “Le musiche devi farle tu, io potrei fare l’attore”. Non è una novità, che la voce di capolavori come “Rimmel” e “Cardiologia” apprezzi il comico di Capurso, ma la notizia che si candidi a recitare nel prossimo film di Checco Zalone stupisce lo stesso Luca Medici: “Sarebbe un sogno”. Per ora l’unica cosa certa sulla nuova fatica cinematografica di quest’ultimo è che uscirà a ottobre, “ma non mi viene il titolo”. De Gregori ha poi ammesso pubblicamente di aver amato “Che bella giornata”, soprattutto la scena dell’incontro tra il padre di Checco e i terroristi, e ha confessato di non sapere come rivolgersi a Medici: “Se incontro Sean Connery lo chiamo James, quindi mi viene da chiamarti Checco”. “Tu puoi tutto, Francesco”, è stata la pronta risposta dell’attore

di ANNA PURICELLA  http://video.repubblica.it/edizione/bari/zalone-arruola-il-generale-de-gregori/115984/114392

 

Quest’anno il Premio Tenco era dedicato al centenario della nascita di Woody Guthrie. Soltanto il leggendario padre della canzone sociale e politica poteva ricongiungere sullo stesso palco Luigi Grechi e Francesco De Gregori.
E’ accaduto l’altra sera al Club Tenco, per la prima volta dai tempi del Folkstudio, quando Luigi sognava l’America e Francesco, dietro di lui, la scopriva. Ed è la prima volta che il fratello maggiore, durante il convegno pomeridiano intorno alla figura di Guthrie, usa il suo vero cognome, presentandosi come Luigi Grechi De Gregori. C’è anche Giovanna Marini che alla notizia pare rincuorata, lei che li ha visti crescere e ha lo spirito inalterato, una schiettezza e un entusiasmo genuini sulla scena e nella vita per cui è pronta a lanciarsi se ritrova due vecchi amici con cui cantare e a cui risponde pure “fate un po’ come vi pare”, se si defilano con un’argomentazione inoppugnabile: il problema di conciliare le diverse tonalità.
Più che un cavallo di battaglia del Folkstudio, il vero colpo di scena sarebbe stato il bis con “Il bandito e il campione”, fatto a due voci dall’autore e dal suo primo interprete, con l’ausilio prezioso di Ambrogio Sparagna e la sua banda, ma il mio volo mentale e di autrice radiofonica che mette in connessione le cose si scontra a volte con un sipario già calato.Nel rituale Dopofestival (niente di tutto quello a cui il Tenco negli anni ci aveva abituato), agguantiamo Grechi che ci onora della sua presenza mentre gli altri artisti lo attendono al ristorante nel sano e meritato posto a tavola, che qui è come dire pesto a tavola. Siamo gli unici tre giornalisti romani, “gli irriducibili”, Pinto, Pellegrini, Pistolini, privi quest’anno della compagnia di pilastri come Felice Liperi, Elisabetta Malantrucco, Giorgio Galleano.
Uno dei motivi della diaspora, oltre al fatto che il Tenco è diviso tra la manifestazione sanremese e la consegna delle “Targhe” che avverrà a Novara nei giorni dell’Immacolata e qualcuno ha dovuto scegliere su quale trasferta puntare, è che la stampa, anche quella che sopravviveva e lottava insieme a noi, non ha più spazio per il Tenco. Credo, però, che alla resa delle radio non ci si debba rassegnare e che anche il Tenco debba fare uno sforzo di comunicazione, perché a volte il lavoro nelle redazioni culturali è vittima di meccanismi ed automatismi dove ci si desta e ci si organizza intorno ad un’agenda dettata da chi parla e fa parlare di più, grazie agli uffici stampa accreditati a cui lo stesso sistema dei media ha dato un prezioso potere e sacrosanto (se usato bene): “è l’ufficio stampa, bellezza!” dico spesso tra me e me parafrasando la celebre battuta di Bogart. Insomma, ma non voglio dilungarmi su questo, non ci si poteva organizzare per una bella diretta radiofonica?

Tornando invece al Club Tenco e a quando ho intercettato Luigi Grechi al buffet per avere conferma di quella che ritenevo la vera notizia della serata e che ho sintetizzato nel titolo “Fratelli d’America”. “Già… – risponde Luigi, “pastore di nuvole” con aria sorpresa – “forse non era mai accaduto”. E poi sempre più convinto: “non accadeva da un bel pò“.
Non potevo trovare occasione migliore per inaugurare questo blog: tre miti che stanno alla base delle scelte, del lavoro e delle fantasie della mia vita: Giovanna Marini, Francesco De Gregori e Alessandro Portelli. De Gregori che consegna il Premio Tenco a Portelli dicendo “una cosa sola ci divide: io amo molto Dylan, lui Springsteen. Però vuol dire che entrambi amiamo Woody Guthrie da cui sia Dylan che Springsteen hanno attinto”. Naturalmente non si tratta della Roma e della Lazio (altro argomento che li divide) e così Portelli, non disdegnando affatto il menestrello di Duluth, ci tiene a precisare di essere stato il primo, nel 1966, a trasmettere Dylan alla radio in Italia. “Ed io ad ascoltarlo grazie a Portelli” chiosa elegantemente come solo il Principe sa fare. Sempre elegantemente, De Gregori offre un condensato del suo tour con Ambrogio Sparagna, rileggendo i suoi classici “Santa Lucia” e “San Lorenzo”, quest’ultimo inteso come il quartiere romano squartato dal bombardamento del 19 luglio 1943 e l’affronto più brutale da parte dei bombardieri “alleati”nei confronti della inerme popolazione civile (e quindi ulteriore omaggio allo storico Sandro Portelli).Alla fine della giostra musicale (quanto me li vorrei portare a casa sul comodino in formato carillon), De Gregori, anche qui per la prima volta, in un “ubi maior” ribaltato, lascia la scena a Luigi Grechi, perché gli stivali da cowboy in casa li ha sempre portati lui. C’è da fare almeno un pezzo di Woody Guthrie e Luigi ne fa due, “My land is your land” e “Hard travelin’”, e Francesco con l’armonica a bocca e grande riverenza ne sottolinea il legame emotivo ed esistenziale, avvicinandosi a Luigi e al suo microfono solo nel lirico afflato finale.
Parola all’esperto, dunque, Luigi, il primo a cantare Guthrie al Folkstudio, e quindi in Italia. Ci assicura che quella di Dylan nel celebre locale di Cesaroni, Giancarlo Cesaroni, non è una leggenda ma la verità. “Perché Bob venne in occasione di un tour europeo di Pete Seeger ed era in compagnia di Susy Porco che studiava a Perugia”. In ogni caso, dietro lo sbarco della musica americana in Italia c’era sempre una donna. Pensiamo ad un’altra studentessa, Deborah Kooperman, per Guccini, o alla hostess di cui racconta lo stesso Grechi che gli faceva da corriere di vinili da importazione. “E’così che entrai in possesso di Dust Bowl Ballads e scoprii che l’Oklahoma era un catino di sabbia perché una terribile tempesta costrinse tutti i coltivatori ad emigrare in California. Woody era uno che come vedeva rosso scriveva una canzone”.C’è anche Davide Van de Sfroos, grande cultore di Gutrhie, tanto da citarlo (a proposito di miti) insieme a Johnny Cash, Robert Johnson e Jimi Hendrix, nel suo brano “Il camionista ghost rider”: Sull’autostrada a Casalpusterlego c’è un gran polverone, non si vede niente, non è nebbia non è fumo, è tutta sabbia e nel mezzo c’è un uomo, ha in testa un cappello che sembra quasi uno straccio, ha la salopette e gli scarponi grossi, ride un po’ poi tossisce, ha terra sulla faccia e dentro ai polmoni. Questa è la traduzione dal tremezzino (detto anche laghée), lingua che risuona nel Lago di Como. Nel suo dialetto tronco e sanguigno, Van De Sfroos traduce “My land is your land” e un classico del folk statunitense da tutti conosciuto per la versione degli Animals di Eric Burdon, entrato tra i classici di Guthrie, “The house of the rising sun”.
“Le canzoni di Woody sono sovrapponibili all’oggi in modo inquietante. – dice il cantautore comasco. – Le cose che ha scritto non sono svanite nella sabbia, nonostante tutte le tempeste di polvere”.Certo, anche sentir parlare del periodo della “Grande Depressione” ci fa pensare al clima in cui siamo sommersi negli ultimi tempi, al quale nemmeno il Tenco è immune, e ci fa pensare anche che la musica, proprio grazie e a partire da Guthrie debba essere un bene comune, e come tale, tutelata.
Ero con Giovanna Marini, nel famoso camerino di Pippo Baudo che sta subito dietro al palco, ma senza neanche una stufetta. Giovanna si mette lo scialletto sulle gambe e comincia a raccontare la storia dei suoi anelli, dopo avermi interrogato sui miei. Poi mi dice, ma lo sai che ogni volta che accompagno all’aeroporto la donna che mi aiuta in casa penso sempre a te? Tutti in Romania volano su Timisoara.
La nipote di Woody Guthrie è intanto sul palco per il suo set di quattro canzoni. “Te la racconto io una storia curiosa Giovanna, lo sai che Sarah Lee Guthrie, figlia di Arlo e nata nel ’79, dodici anni dopo la morte del nonno, è sposata con Johnny Irion che è il nipote di John Steinbeck e girano il mondo suonando insieme?” “Ma tu guarda che coppia, nipoti d’arte, si potrebbe dire”. Sì Giovanna… nipoti d’America…

 

http://www.bravonline.it/cronache-dal-premio-tenco-fratelli-damerica/
 


 

 

(ANSA) - AOSTA, 28 SET - I grandi successi di Francesco De Gregori riarrangiati da L'Orage e cantati dalla band valdostana assieme al cantautore romano. Un po' come la Pfm fece nel 1979 con Fabrizio De Andre'. Il progetto, nato alcuni mesi fa, si sta concretizzando in questi giorni e sara' presentato al pubblico durante un concerto in programma a febbraio 2013 al Palais di Saint-Vincent nell'ambito della Saison Culturelle.

 

 

Non sono uno scontroso! Adesso ho anche un sito...
Maestro Francesco De Gregori, lei ritorna a Marostica esattamente dieci anni dopo quella serata del tour con Pino Daniele, Fiorella Mannoia e Ron in cui su Piazza degli Scacchi si abbattè un acquazzone che vi costrinse a una lunga interruzione e a una ripresa "unplugged" dato che la strumentazione elettrica era pressoché fuori uso. Noi spettatori ne conserviamo un ricordo comunque molto bello. E lei? È un ricordo piacevole anche per me: rammento l'affetto del pubblico che non volle andarsene nonostante la pioggia torrenziale. Il concerto non saprei dire quanto fosse ineccepibile dal punto di vista strettamente musicale, non avevamo mai provato una cosa del genere e probabilmente i risultati tecnicamente non furono eccezionali, ma il clima... quello sì! E certamente gli spettatori quella sera poterono assistere a qualcosa di unico. Ricordo anche che dovetti buttare via un bel tappeto che avevo portato da casa per allestire il mio camerino, dov'erano entrati dieci centimetri d'acqua, e che alla fine risultò irrecuperabile. Alla Mostra del Cinema di Venezia è stato appena presentato il docu-film "Finestre rotte" che le ha dedicato Stefano Pistolini, il suo sito web è entrato a pieno regime da non molto, offrendo chicche come il lungo video "Dress Rehearsal", il disco "Pubs and Clubs" è stato diffuso prima in Rete e poi stampato: tutto ciò rappresenta una svolta rispetto alla sua carriera precedente. È sintomo d'una maggior voglia da parte di Francesco De Gregori di comunicare con i fan, specie quelli di nuova generazione? Forse è così, oppure semplicemente mi sono stufato di sentir dire che sono scontroso. Faccio un mestiere che richiede visibilità e ne sono sempre stato consapevole, ma ho sempre cercato di evitare la sovraesposizione, quella che mi capita spesso di chiamare "ipertrofia dell'immagine". Credo che sia il film di Pistolini che il carattere del mio sito siano lontani da tutto ciò. Documentano il mio lavoro e anche il mio modo di essere senza sbavature troppo celebrative e questo mi piace. Il sito naturalmente nasce anche da un'esigenza promozionale, ma non si limita a questo, è pieno di materiali visivi e musicali ufficialmente inediti che credo possano risultare una bella sorpresa per tutti quelli che mi seguono. E poi, fondamentalmente, la Rete dà oggi a uno che fa il mio mestiere delle possibilità di comunicare che fino a qualche tempo fa erano impensabili. L' importante è non strafare. Nei suoi ultimi album si nota una grande ricerca dal punto di vista del suono, specie nei brani più rock, frutto anche del livello e dell'omogeneità raggiunta dalla band che lei ha saputo costruirsi attorno, tra collaboratori storici e nuovi innesti. Inoltre, la sua attuale stagione di concerti è denominata "Factory Tour", mentre il suo prossimo disco, annunciato per novembre, s'intitola "Sulla strada": Kerouac e Warhol a parte, sembra trattarsi di due concetti fortemente intrecciati, vale a dire il lavoro "live" che dà frutti anche nella "fabbricazione" in studio e quest'ultima che si nutre dell'esperienza maturata sera dopo sera sul palco: è così? Sicuramente il rapporto con la band (ma ormai mi piace chiamarla "Factory ") è sempre più importante. Sono tutti musicisti che come me amano stare lontani dagli stereotipi musicali di qualsiasi genere e che, come me, se ne fregano abbastanza della bella calligrafia musicale. Sono disposti a sperimentare cose nuove come anche a suonare, quando è il caso, in maniera semplicissima. Credo che non mi considerino il Capo, anche se per scherzo ormai ognuno di noi chiama gli altri "Capo". Il risultato è una musica veramente condivisa, anche se per ora l'unico che scrive le canzoni sono io. È così che abbiamo pensato al lavoro di questa estate come a un lavoro unico, fra concerti e sala di registrazione. E ci stiamo avvicinando - forse ci arriveremo la prossima volta - a un disco suonato in studio come se fosse una serata. Un'ultima e inevitabile domanda: l'album di Bob Dylan uscito in questi giorni, "Tempest", è stato accolto unanimemente come un capolavoro: condivide? Di Dylan ho sentito qualche brano in streaming sulla Rete e mi sembra, come al solito, un grandissimo lavoro. D'altra parte, cosa si aspettava che le dicessi?

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/407085_non_sono_uno_scontroso_adesso_ho_anche_un_sito/

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Povero cuore.
con la mano sul cuore, giuro, che mai non ti vedrò
accompagnare il male e voltare la testa
e piegare la schiena abbassare la testa
e abbandonare la scena.
Povero cuore
come un povero scemo apro la finestra
e sono qui che fumo
e vivo la mia vita a passo d'uomo
altro passo non conosco
soltanto questo passo d'uomo.
Qualcuno sta aspettando all'uscita della chiesa
benedici il suo cappello vuoto, la sua lunga attesa
è una vita che si affanna e cerca e ruba
illumina il suo tempo, insegnagli la strada
Sono solo un operaio lungo la massicciata
il mio pane sa di polvere, la mia acqua è salata.
E lavoro per la ruggine e respiro il carbone,
costruisco per niente e non ne vedo la fine.
Sono qui che guardo fuori, senza troppo pensare
vedo cadere la cenere, vedo il fumo che sale
e non c'è niente da nascondere, niente da svelare
niente da tenere stretto, non c'è niente da lasciare.
Povero cuore
come uno straniero giro, la mia terra abbandonata
abbandonato e solo e vado per la vita
a passo d'uomo
altra misura non conosco altra parola non sono.

 


De Gregori al Lido: "Non parlo di politica"


"Non è il mio primo pensiero quando mi alzo alla mattina". Francesco De Gregori a Venezia liquida con queste parole la richiesta di un commento sulla situazione politica ed economica in Italia. Il cantautore è passato al Lido per il documentario di Stefano Pistolini, "Francesco De Gregori - Finestre rotte" in cartellone alle Giornate degli Autori.

 

Riguardo a "Sulla strada", album che uscirà a novembre, il musicista dice: "Sono partito da me stesso. Non descrivo il paese, se volessi fare un paragone filmico potrebbe essere un 8 e mezzo felliniano in cui cerco di raccontare sogni e delusioni. Molti dei miei colleghi stanno parlando di quello che sta succedendo nel paese, mi sono impegnato politicamente quando mi andava di farlo, oggi tocco corde diverse".

"Non avevo mai pensato di raccontarmi in un documentario - dichiara ancora il cantautore - oggi invece a sessant'anni mi piaceva l'idea di raccontarmi, di tirare una linea sulla mia vita artistica lunga quarant'anni, forse ho una maggiore accettazione di me stesso, mentre a cinquant'anni avevo paura". Il documentario è un viaggio nella musica di De Gregori e "un viaggio nell'Italia moderna che mostriamo attraverso i suoi occhi - spiega Pistolini - Non volevo realizzare una biografia, ma il ritratto di un artista adulto nel presente".

Non è mica da questi particolari... che si giudica un cantautore
a cura di Marco Minniti  - Il documentario di Stefano Pistolini offre un interessante ritratto di uno dei più rappresentativi esponenti della musica d'autore italiana, che si racconta attraverso interviste alternate a spezzoni di esibizioni.

Non è mica da questi particolari... che si giudica un cantautore Tra i cantautori espressi da una generazione e da una scena musicale (quelle, rispettivamente, degli anni '70 e del Folkstudio di Roma) Francesco De Gregori resta tra i più rappresentativi, ma anche tra i più schivi. Così come quella di Nanni Moretti, altro rappresentante di una sinistra che da sempre rivendica la propria autonomia rispetto a ortodossie e schieramenti, la scarsa propensione di De Gregori alla luce dei riflettori e ai convenevoli sociali è diventata proverbiale; non destano stupore, in questo senso, frasi leggermente tranchant contenute in questo documentario di Stefano Pistolini, quali "non mi è mai piaciuto stare in mezzo a una moltitudine di persone" (affermazione quantomai curiosa per chi fa questo mestiere) oppure "gli artisti valgono sempre più dei critici, ma gli spettatori valgono molto più degli artisti". Che siano provocazioni o espressioni autentiche di un modo di essere, o piuttosto (più verosimilmente) un insieme delle due cose, queste affermazioni sono ben caratterizzanti il personaggio-De Gregori: non tanto cantautore, termine che lui stesso ha dichiarato di non amare, quanto piuttosto "artista", uomo che usa la musica come mezzo di espressione di sé, e che da questa, nella sua natura autoesplicativa, si sente evidentemente rappresentato a sufficienza.

Eppure, sarebbe ingeneroso negare al cantautore romano (non ce ne voglia, De Gregori, se continuiamo ad usare questo termine: lo facciamo per comodità) di essersi raccontato e lasciato raccontare (a suo modo) in questo Francesco De Gregori - Finestre rotte: magari senza molti sorrisi, ma con l'essenzialità e la schiettezza che lo caratterizzano, puntando ogni volta al centro delle questioni. Come quando rievoca, con parole molto chiare, il discusso "processo" intentato contro di lui da un gruppo di giovani dei collettivi studenteschi, durante un suo concerto a Milano nel 1976: qui, De Gregori dice senza mezzi termini che le cose da lui allora dette e cantate restano valide, e sostenibili, tuttora; lo stesso non si può dire delle accuse che gli furono mosse da quei contestatori, che non potrebbero essere ripetute oggi "a patto di non cadere nel ridicolo". Il suddetto processo, in realtà, è una delle poche rievocazioni storiche di un documentario che non vuole essere prettamente biografico: più che raccontare filologicamente la carriera dell'artista, il film di Pistolini intende infatti gettare una luce (ulteriore) sul modo di scrivere e comporre di De Gregori, sul suo procedimento creativo e sulle istanze alla base della sua arte. 

Lo fa attraverso interviste allo stesso cantautore e ad alcuni dei personaggi che hanno collaborato con lui negli ultimi anni, alternati a spezzoni di alcune sue recenti esibizioni.

Tra le collaborazioni in questione, spiccano quella con la folksinger romana Giovanna Marini (autrice di musica popolare) per l'album Il fischio del vapore; nelle confessioni incrociate in cui i due artisti si raccontano, singolarmente e a vicenda, è interessante rilevare elementi di confronto generazionale, tra una scuola di musica popolare ormai quasi dimenticata, e quella scena cantautoriale, di fatto anch'essa pienamente storicizzata, di cui l'artista romano è tra i principali rappresentanti. L'altra collaborazione interessante, raccontata e sviscerata in molte delle sue curiosità dal film, è quella con il musicista Ambrogio Sparagna; il quale ha recentemente tenuto un concerto, insieme all'Orchestra Popolare Italiana, all'Auditorium Parco della Musica di Roma (documentato nel suo album Vola Vola Vola) che ha visto la partecipazione straordinaria di De Gregori. Occasioni, quelle di tali confronti, per raccontare e capire meglio la versatilità di un musicista, attraverso quegli elementi di contaminazione, a volte dimenticati, che tuttavia hanno sempre fatto parte della sua arte.

L'esibizione su cui tuttavia il documentario si concentra maggiormente è quella tenutasi a Torino, nella centrale Piazza San Carlo, il 7 luglio 2011: un concerto in cui De Gregori si esibì insieme a Cristina Donà e Vasco Brondi, importanti rappresentanti dell'attuale musica d'autore italiana. Ed è un peccato, in questo senso, che nel film non siano stati intervistati anche questi due artisti, che avrebbero potuto allargare ulteriormente lo sguardo trans-generazionale offerto dal documentario. Il film di Pistolini si chiude con altre due singolari 'esibizioni', una pubblica e una privata: quella, dalle immagini estremamente suggestive, che il cantautore tenne in Val di Fassa, sulle Dolomiti, nell'agosto 2011, una specie di Woodstock montana nella cornice della quale assistiamo a un'intensa esecuzione di Generale; e quella, tenuta nel suo appartamento di fronte alla sola videocamera del regista, con cui De Gregori ha acconsentito ad eseguire una strofa di un altro dei suoi pezzi più rappresentativi, La leva calcistica del '68. Un'esecuzione sofferta, una specie di "concessione" che, a detta dello stesso cantautore, va contro quella che è sempre stata la sua prassi. Evidentemente, malgrado le sue dichiarazioni, De Gregori si sente molto più a suo agio ad esibirsi tra una moltitudine di persone, quella rappresentata, da ormai quattro decadi, dal suo pubblico.

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da un'intervista rilasciata a Checco Zanone:

"Ero in barca a Bari quando mi è arrivato uno strano sms: sono in città per un concerto, mi farebbe piacere incontrarti. Firmato Francesco D. Convinto che si trattasse di Dj Francesco (Francesco Facchinetti, ndr), ho risposto: mi spiace, non posso, ho una pizza con gli amici. Che figura! Era Francesco De Gregori". Parola di Checco Zalone. Trascorre qualche giorno e De Gregori dichiara a Venezia di essere un fan dei film del comico pugliese. Scatta la telefonata: "Francesco, ma che sostanze hai preso per fare un’affermazione del genere?" chiede Zalone. "Non ti sto prendendo in giro" è la risposta del cantautore. "Penso che ci incontreremo presto" anticipa Checco. "Gli amici più stretti mi sfottono, dicono che ormai sono diventato un intellettuale di sinistra".

 

 

 

la cosa che mi lega più a lui è la grande onestà che ha nel rapporto con gli altri. Questo è quello che ci insegnava, forse senza nemmeno rendersene conto. Il rispetto per gli altri.

Una volta fece ascoltare a me e Antonello una canzone di un nostro collega: la canzone non era bella e questo collega non attraversava un momento felice della sua vita professionale. Noi ci mettemmmo a sghignazzare come due deficienti e allora Lilli s'incazzò e ci disse che non dovevamo permetterci di ridicolizzare a quel modo un collega.

Ci tolse il saluto per qualche mese. Aveva perfettamente ragione.

(FdG - da "C'era una volta la RCA")

 

"Ciao Italo, che Dio ti benedica"

 

 

 


Il cantautore romano al Lido a presentare il documentario sulla sua carriera, firmato da Stefano Pistolini. Musica, interviste e ricordi. Con una missione: smontare il mito di se stesso

di V. Colosimo · 07 settembre 2012 - Vanity Fair
Festival di Venezia 2012, le "finestre rotte" di De Gregori

In piedi sul ciglio della strada, come Bob Dylan nella cover dei Bootleg Series: 7. Con le auto che gli sfrecciano accanto, il sole negli occhi e la voce a tratti coperta dai rumori della statale. Per la prima volta in un film, Francesco De Gregori parla della sua vita, della sua carriera dagli esordi a oggi, delle sue canzoni e della sua poetica. A compiere il "miracolo" di potare sul grande schermo il più schivo tra i cantautori italiani è il giornalista musicale Stefano Pistolini in Finestre rotte, il documentario presentato al Festival di Venezia nella Settimana della Critica. Quasi due ore di canzoni, dalla Leva calcistica del '68 a Generale: interviste, ricordi, incontri (Giovanna Marini, Cristina Donà, Vasco Brondi e Ambrogio Sparagni) e testimonianze, che Pistolini ha raccolto in quattro mesi di tour, fra tappe come Torino, Segesta, la Val di Fassa e l'Auditorium Parco della Musica di Roma.
Obiettivo: "Dare il cinema al cantante cinematografico", capace di evocare visioni da film con i suoi versi. Si comincia, inevitabilmente, dalla definizione e da quella parola, "cantautore", che De Gregori mal sopporta, perché, spiega, "quello che faccio io ha più a che vedere con l'arte, che è una sola: non esiste un'arte con la maiuscola e una con la a minuscola". Lo scopo di quest'arte resta comunque altissimo: "Cercare la verità". Con canzoni che nascono da un "accumulo di note e versi, che un giorno prendono forma". E poi le influenze, a partire da quella, predominante, di Bob Dylan, "un esempio enorme". E non solo musicalmente. Da Dylan, De Gregori prende anche quella che lui chiama "una certa rivendicazione della propria autonomia".
Quella autonomia che in molti, negli anni, hanno scambiato per carattere difficile se non spocchia. Lui un po' se ne frega, un po' ci tiene a sottolineare che no, il punto è un altro, e cioè che "se non aderisci al protocollo dello spettacolo, se non vai alle feste, se non ridi in alcuni programmi televisivi, questo atteggiamento viene scambiato per imbarazzo. Ma io sono per niente imbarazzato, forse sono solo una persona imbarazzante".

Di certo, De Gregori non spicca per disponibilità verso il pubblico, quando, una scena del documentario, si rifiuta di farsi fotografare da un gruppo di fan e li liquida con un "spero che abbiate di meglio da fare". Pazienza. È che nei riti dello showbusiness non si ritrova e neanche gli interessa. Dalle sue parole emerge soprattutto questo suo distacco dall'industria dell'immagine.
Anche in politica, spiega, ha scelto di mantenere una distanza, "di non farmi arruolare a sinistra", e oggi "la politica non è il mio primo pensiero". E c'è poi il ricordo di uno degli eventi più traumatici della carriera di De Gregori: il processo pubblico al Palalido di Milano, nel 1976, con un gruppo di autonomi che lo costringono a salire sul palco dopo il concerto e lo sottopongono a un interrogatorio "del popolo". "Quanto hai preso stasera?", o "Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l'incasso", o "Vai a fare l'operaio e suona la sera a casa tua". Dice De Gregori che quello fu "un sequestro di persona: fui costretto a tornare sul palco a rispondere a domande inquisitorie", ma il tempo ha fatto giustizia se "le cose che dicevano quei contestatori non possono più essere dette oggi, mentre le mie canzoni di allora sono ancora valide".

Come La leva calcistica della classe '68, che De Gregori canta unplugged nella scena finale del documentario. E sfata una delle costruzioni e ipotesi di Pistolini, che come tutti i fan si arrovellano nell'esegesi delle sue canzoni. Pistolini domanda se quel primo verso, "Il sole che batte sui palazzi in costruzione" sia un riferimento a Pasolini e al cinema neorealista. De Gregori lo smonta con un sorriso: "Non c'è niente di culturale, è solo un'immagine della mia infanzia, in un quartiere dove crescevano i palazzi. È Monteverde nuovo".

 

 

«Viva l'Italia, ancora il mio augurio» Francesco De Gregori il 23 a Zafferana. In autunno disco di inediti, alla Mostra di Venezia documentario su di lui 

Domenica 12 Agosto 2012 - La Sicilia - Maria Lombardo

Del nuovo disco in lavorazione parla il nome dato a questo tour estivo 2012, «Factory tour», con il quale Francesco De Gregori sta percorrendo la penisola da Tortona (prima tappa) a Zafferana Etnea dove il 23 agosto il Principe dei cantautori terrà l'unico concerto siciliano di questa stagione per Rapisarda Management nell'ambito di Etna in scena. Una canzone nuova senza titolo è nascosta anche tra le pieghe delle scalette. Per chi saprà riconoscerla. E non è l'unica novità. In autunno il nuovo disco con una ventina di inediti, il primo dopo Per brevità chiamato artista (2008).

Che i fan del mitico (la sua «Donna cannone» è stata riconosciuta una delel canzoni più belle del mondo) si tengano forte. De Gregori va pure alla Mostra di Venezia o meglio sullo schermo per la sezione Venice Nights nel documentario «Finestre rotte» (titolo mutuato da un canzone dell'ultimo album) diretto da Stefano Pistolini, in programma il 6 settembre. Vi partecipano artisti che fanno parte del mondo di De Gregori e che si sono accompagnati a lui nei tour, come Ambrogio Sparagna (proprio questa estate nell'altro tour che s'intreccia con «Factory») e poi Vasco Brondi, Cristina Donà, Giovanna Marini. Un ritratto dell´artista al presente lungo un´estate di concerti e una serie di conversazioni. Pistolini ci fa ascoltare i suoi pezzi, testimonia i suoi esperimenti, registra gli stati mentali dell'artista, i suoi incontri e le sue riflessioni. «Francesco De Gregori - dice il regista - è un uomo accurato nei movimenti, nei ragionamenti, nelle cose che dice, in come le dice: praticamente non sbaglia mai. Nella sua musica c´è la sublimazione del discorso: Francesco è esigente prima di tutto con se stesso. Colloca le sue canzoni sul piano dell´arte, come quadri, sculture, pezzi unici. Va filmato con delicatezza: si lavora con un´estetica complessa, sebbene ci sia la familiarità con quei pezzi e con quella voce. Contano i punti di vista, il rispetto delle proporzioni, la profondità di campo. De Gregori va aspettato a centrocampo». Pistolini, giornalista, scrittore, autore tv, ha partecipato al Festival di Locarno nel 2004 con «Skateboard Confidential», alla Festa del Cinema di Roma nel 2010 con «Nessuna Speranza Nessuna Paura» e l'anno seguente con «Killer Plastic - Tu ti faresti entrare? ». Per La7 ha diretto dei documentari.
Ma sentiamo Big Francesco (big nel senso della statura: il suo fisico a 61 anni resta asciutto come lo era a 20). Al telefono dalla sua Umbria, terra d'adozione dove trascorre il tempo libero e le giornate di pausa nel verde della campagna.
Un'estate divista fra due fronti. Un artista diviso in due?
«Faccio con Sparagna un tour legato alla canzone popolare, ai suoni tradizionali italiani, usando strumenti come l'organetto, la tamorra, la zampogna. Stavolta sono io ospite nel concerto di Ambrogio con l'orchestra popolare italiana. Ma sono un ospite molto invadente, presente con 15 canzoni. Ma con questo tour che si chiama «Vola, vola, vola» non veniamo in Sicilia. «Vola, vola, vola» è la nota canzone popolare che ho ripreso e messo nel mio ultimo disco».

Ma parliamo di Factory Tour, il tour che ti porta in Sicilia.
«Nella playlist ci stanno canzoni recenti e non recenti. Ma alcune sono come il vino: più invecchiano e meglio sono. Tuttavia io sono molto legato alla contemporaneità e le vecchie canzoni le metto in scaletta ma arrangiate con suoni di oggi. Sennò non avrebbe senso. Insomma canzoni antiche e nuove convivono in maniera pacifica. Mi sono accorto, dopo aver fatto la scaletta, che le 25 canzoni rappresentano 15 miei dischi. E' come se ognuno di questi Dischi continuasse ad avere significato. Seguo l'istinto della musica, seguo la band. Il brano più vecchio è Alice del ‘71 ma si arriva fino all'ultimo che è di quattro anni fa».
Il pubblico cosa mostra di gradire maggiormente?

«Il pubblico non è mai un'unica entità. I coetanei di De Gregori sono più legati al repertorio classico, tipo La donna cannone ma non solo. Prediligono Vai in Africa Celestino o Il cuoco di Salò. Credo che vecchio e nuovo convivano senza grandi difficoltà».
Lucio Dalla che d'estate era spesso a Milo non avrebbe mancato questo concerto di Zafferana. Ci penserai? Senti la sua mancanza dopo aver fatto tante cose assieme?
«Aver fatto della strada assieme a lui è stato un privilegio. Non scherzo. Dalla è stato un artista dal talento smisurato. Pochi come lui. La sua assoluta vitalità e generosità l'ha portato a morire sul palcoscenico: ci ha fatto capire che il suo lavoro non era un mestiere ma il prolungamento della vita stessa. Raramente due artisti dividono il palco con la stessa sincerità a distanza a 30 anni come abbiamo fatto sulle orme di Banana Republic. E non per nostalgia. Avevamo sentito entrambi la necessità vera di far incontare due anime diverse. Eravamo molto differenti e perciò producevamo scintille».
Capitano, è stagione di viaggi in mare, di navigazione
«E' vero che d'estate navigo a vista lungo le coste dei luoghi dove vado a cantare: è anche un modo di fare vacanza. Zafferana Etnea è bellissima, ci ho già fatto un concerto».
C'è bisogno di musica per tirarsi su, per dimenticare spread e default.
«Siamo tutti consapevoli di avere dei problemi, dei sacrifici da fare. Mi sembra che però ci sia in Italia la consapevolezza che i sacrifici abbiano un senso, un valore, mi sembra che gli italiani non siano sopraffatti dal senso della sconfitta».
E allora «Viva l'Italia, l'Italia che resiste... ».
«La canto tutte le sere, è un augurio».
Il mercato discografico risente pure della crisi.
«Certo, girano meno soldi ma non è detto che sia un momento difficile per la musica. Ci sono molte possibilità per chi vuole fare musica, c'è il mondo della rete».
A parte il «Castello» di Kafka tuo «livre de chevet» cosa leggi in questo momento?
«Grisham. I suoi romanzi sono solo apparentemente dei gialli. E' un bravo scrittore. Ho letto casualmente Sulla strada di Kerouac perchè forse 30 anni fa non era il momento giusto per leggerlo. Non avrei capito. Invece oggi mi ha dato una grande scossa. E' un libro sulla ricerca del padre, del senso della vita. Ovviamente a 20 anni capisci delle cose, a 61 delle altre».


 

04 LUG - San Marino - Teatro Concordia   05 LUG - Tortona (AL - Piazza Duomo   06 LUG - Gardone Riviera (BS) Anfiteatro del Vittoriale 17 LUG - Prato (Piazza Duomo) 24 LUG - San Leucio (CE) Cortile del Belvedere 22 LUG - Itri (LT) Piazza Rodari 03 AGO - Civitavecchia (Piazzale della Marina) 05 AGO - Aosta (Teatro Romano) 10 AGO - Perugia (PIazza IV Novembre) 11 AGO - Rispescia  (RG) - Festambiente 14 AGO - Gallipoli (LE) Parco Gondar 16 AGO - Corleto Perticara (PZ) - PIazza del Plebiscito 21 AGO - S. Stefano di Magra (SP) Area ex Vaccari 23 AGO - Zafferana Etnea (Anfiteatro) 02 SET - Govone (CN) Collina degli Elfi 14 SET - Marostica (VI) - Piazza degli Scacchi

 

Alessandro Arianti

tastiere e fisarmonica

 

Paolo Giovenchi

chitarre

Stefano Parenti

batteria

Elena Cirillo

violino elettrico e voce

Alex Valle

pedal steel guitar e mandolino

Guido Guglielminetti

basso, contrabasso, capobasso e capobanda

Lucio Bardi

chitarre


ROMA - Francesco De Gregori raccontato al presente. Sul palco e fuori. Con chitarra e senza. Così lo voleva Stefano Pistolini, giornalista, scrittore e regista, che l' anno scorso, per tre mesi, ha seguito il musicista in una delle sue tournée più riuscite; così lo ha avuto, non senza fatica, e così, molto piacevolmente, lo vedremo. Il 7 settembre alle Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia sarà presentato Finestre rotte, un documentario on the road che, come dice Pistolini, potrebbe avere come sottotitolo "ritratto dell' artista da adulto". Le finestre rotte del titolo sono quelle attraverso le quali De Gregori ama guardare il mondo. Finestre che non separano, ma neanche uniscono. "E' così con lui" dice il regista "Difficile arrivargli vicino, ma se ci riesci ti dà tutto". Lettore di Pistolini giornalista, De Gregori gli chiese di firmare un' intervista promozionale per un suo disco. Nacque una amicizia. "Il nostro primo incontro professionale fu totalmente concordato, schematico, preparato. Quello che gli proposi in seguito avrebbe dovuto essere il contrario. Non disse di no, disse: devo pensarci. Poi accettò". Finestre rotte segue il tour dell' anno scorso, inizia dall' abbraccio di piazza San Carlo a Torino, scende in Sicilia, risale in Val di Fassa (nei "Suoni delle Dolomiti")". Tra un brano dal vivo e l' altro, tra l' incontro con Giovanna Marini e quello con Ambrogio Sparagna - alla fine è evidente di come, iniziato con Dylan, il percorso di De Gregori sia meravigliosamente approdato alla nostra musica popolare - il musicista parla. "Convincerlo a parlare non è stato facile, ma una volta deciso ho proposto alcune location. Avevo pensato a Roma, la sua casa o altri luoghi evocativi. Non gliene piaceva alcuno. Allora lo ha trovato lui, il luogo: sul bordo di un' autostrada, con le auto che sfrecciano, lo spostamento d' aria dei tir, e a momenti ci ammazziamo; una citazione del video di "Subterranean homesick blues" di Dylan girato per strada, ma senza traffico. Alla fine sono riuscito a filmarlo in casa sua. Piano piano si è sciolto, ha accettato. E la performance casalinga voce e chitarra della "Leva calcistica del ' 68" è una delle cose più emozionanti che mi siano capitate di girare".
LAURA PUTTI (La Repubblica)

 

VOLA VOLA VOLA - In tour con gli organetti di Ambrogio Sparagna

La musica popolare ha radici talmente profonde che ognuno di noi, seppur nato lontano dalle assolate cittadine salentine o dai vicoli di Napoli, sente familiare il rumore del tamburello della pizzica e il ritmo forsennato della taranta. E’ la nostra terra che si muove e che fa sentire che è viva. E l’Orchestra Popolare Italiana, guidata da quel grande menestrello che è Ambrogio Sparagna, ha riportato ancora una volta sul palco, questa volta quello dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il calore e i colori delle terre aspre del nostro Sud. Menestrello, cantore, maestro concertatore, in completo scuro e con in spalla il suo organetto, Sparagna ieri ha deliziato e divertito il numeroso pubblico accorso, con al fianco ottimi musicisti e tre meravigliose figure femminili.

Valentina Ferraiolo al tamburello, il ritmo, il calore, il cuore del Salento; Lucia Cremonesi alla viola, l’eleganza e la delicatezza, come un soffio di vento sul golfo di Napoli; Maria Nazionale, voce potente e sensuale di tutte le donne del Sud. E se tutto questo non fosse bastato alla

  creazione di uno spettacolo vivo, coinvolgente e appassionato, al resto ha pensato Francesco De Gregori. Salito sul palco in jeans, scarpe bianche e l’immancabile cappello in testa, lui che senza la sua chitarra sembra sentirsi nudo di fronte al pubblico, lui che cammina sempre un po’ dinoccolato, che quando non canta sta lì, braccia conserte e piede destro che tiene il tempo. Lui che ha regalato un’emozionante versione di ‘Santa Lucia’, in coppia con Maria Nazionale, una sentita ‘San Lorenzo’, e poi ‘Sotto le stelle del Messico a trapanar’, ‘La ragazza e la miniera’, ‘Stelutis Alpinis’, ‘Vola vola’ e ‘Terra e acqua’.

E così, la musica d’autore del principe dei cantautori italiani si sporca, si mescola con le tradizioni popolari delle tarante e, se perde quella sacralità che molti dei suoi brani hanno, si rinnova in suoni che le danno un nuovo splendore. Si spoglia così di tutto la musica di De Gregori e, tra tamburelli, zampogne e organetti, ritrova una forza essenziale e primordiale. Le strade di Sparagna e De Gregori si sono ormai incrociate anni fa e sembrano, seppur proseguendo su binari vicini ma diversi, avere molto piacere a intrecciarsi ogni tanto lungo il cammino. Questo loro sodalizio fa piacere anche a noi, che ci lasciamo trasportare dai ritmi di canzoni che non hanno tempo e che il tempo l’hanno evidentemente battuto, e che guardiamo ammirati ancora una volta Francesco De Gregori. Lui nudo senza la sua chitarra, sempre un po’ dinoccolato, che sul palco se non canta non sa che fare e sembra sentirsi un po’ perso. Poi tira fuori quella sua voce, inconfondibile, raccontandoci la vita. E la magia si compie di nuovo.

http://www.newsmag.it/21667/musica/francesco-de-gregori-tra-i-tamburelli-e-gli-organetti-di-ambrogio-sparagna-auditorium-roma

 

 

A migliaia con De Gregori in Piazza Grande, a cantare Santa Lucia (la prediletta di Dalla).

E' questo il suo speciale saluto a un amico che non c'è più.

 

fotografie di Valeria Bissacco

 

 

 

Ultime note per Dalla: "Ciao Lucio". 

Sono arrivati a migliaia per ascoltare il Principe che ha suonato un'ora, chiudendo con le sue canzoni la Repubblica delle idee. Da 'Rimmel' a 'Titanic', da 'Generale' a 'W l'Italia'. 
di KATIA RICCARDI

BOLOGNA - Il giornale torna a casa sulle note del Principe. Francesco De Gregori è stato il gran finale di una Repubblica che le sue idee le ha appoggiate qui, per le strade di Bologna, per tutti, e le ha lasciate a disposizione. Con il concerto di Piazza Maggiore il cantautore ha reso omaggio alla musica, alla gente, e alla memoria di un amico che ora non c'è più ma che nella stessa piazza grande, come cantava, avrebbe voluto morirci. Così come ci aveva sempre vissuto, tra amori, santi, gatti e vagabondi. De Gregori il suo saluto l'ha fatto cantando, tenendo in vita la stessa piazza. E l'ha fatto con una canzone, Santa Lucia, la preferita di Dalla.

La sua perdita l'ha celebrata in privato. Non ha partecipato ai funerali e il suo saluto ha scelto di non renderlo pubblico. Tornare oggi in questa piazza, e cantare sotto il palazzo dove Dalla amava festeggiare il capodanno tra i barboni, è un gesto che le parole avrebbero sminuito e che le canzoni hanno invece incorniciato. E quando ha cantato Compagni di viaggio, ha detto 'due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai. Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai'. E l'ha fatto a suo modo. Con un "Ciao Lucio" alla fine del concerto, diretto a lui, e alla piazza.

Il distacco che il Principe mantiene in ogni occasione, stasera, per un'ora, si è annullato sul palco di Piazza Maggiore dove già dal pomeriggio, le persone sono arrivate a rubare qualche nota di prove. Sotto il sole forte, sedute sparse sulle sedie bollenti, hanno guardato il palco e visto Paolo Giovenchi accordare le chitarre, Alessandro Valle il mandolino, Elena Cirillo impugnare il violino e Alessandro Svampa il cajón. Scintille. Pezzi di vetro che durante la sera, alle 18 quando il concerto è cominciato, hanno preso forma. "La gente si deve divertire, e anche noi che suoniamo. Questa è la regola", dice spesso il cantautore.

E la Repubblica delle idee il suo finale l'ha voluto far cantare a tutti. W l'Italia, che uscì nel '79 pochi mesi dopo il live 'Banana Republic' proprio di Dalla e De Gregori, è ancora la colonna sonora perfetta di quanto si è visto in questi giorni per le strade e le piazze di Bologna. L'Italia che resiste. L'Italia che non muore. L'Italia che un terremoto ha scosso ma non ha fatto arrendere.

Un'ora di musica. Un'ora di pausa. Un'ora per chiudere anche le redazioni di un giornale trasportato qui, in messo alla gente. De Gregori è salito sul palco davanti alla pizza gremita. Ha salutato, poi ha cominciato seduto suil palco con la chitarra, l'armonica, con il cappello. Com'è il Principe. E i suoi testi, oggi, hanno preso significati che sono andati oltre quello con cui sono nati. Com'è successo con Finestre rotte, quando dice 'i vetri alle finestre sono rotti e il tetto è da rifare'. O con Vai in Africa Celestino, e il suo 'pezzi di pericolo, pezzi di coraggio. Pezzi di vita che diventano viaggio', che è anche contenuto in Work in Progress 2010, l'album della lunga tournée che fece insieme a Dalla in giro per tutta Italia, pubblicato trent'anni dopo Banana Republic.

Le canzoni sono di tutti. I principi le scrivono e poi le regalano. I testi acquistano significati diversi e cambiano, ancora più degli arrangiamenti con cui De Gregori gioca spesso a nascondino. Si sciolgono e si ricompongono quando a cantarle sono persone che il viaggio adesso lo stanno facendo su una terra che gli si è aperta sotto i piedi. Titanic, di nuovo.

De Gregori le canzoni che canta su un palco le sceglie con cura, ne prende alcune in mezzo a centinaia perché siano adatte alla piazza dove prenderanno forma. La melodia e l'amore di Rimmel, ma anche Tempo reale, uscito nel 2005 e che ritrae un Paese arrivato deludente alle porte di un terzo millennio appena cominciato ('se potessi rinascere ancora... Preferirei non rinascere qua') . O Generale, la sua potenza, fino a Sempre e per sempre. Cantata al piano. Richiesta come bis. Insieme a Pezzi di vetro. Pezzi di idee, che da oggi, con la fine di questi giorni, restano qui. A cambiare forma nelle mani di tutti quelli che decideranno di ricordarle.

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/06/17/news/de-gregori_ultima-sera-37392214/

 

 

 

www.valeriabissacco.it

 

 

Lucio Dalla, l'amico che mi manca, ma il "primo tempo" della vita continua...
Francesco De Gregori si racconta: la gioia di suonare con Lucio Dalla dopo tanti anni

di Paolo Vites - 31.5.2012

 

Qualche mese fa, nel buio di un minuscolo camerino perso da qualche parte nella bassa padana, parlando di colleghi cantautori che annunciavano il ritiro dalle scene, Francesco De Gregori mi confidava, un po' perplesso dalla notizia: "Ma come si fa a vivere senza musica?". Difficile, quasi impossibile, per chi della musica non ha fatto un mestiere come tanti, e neanche una passione, un hobby. Della musica ne ha fatto invece un mezzo, anzi il mezzo, per scrutare la vita, il fascino del suo mistero: come si fa a vivere senza musica? Sarebbe come strapparsi un braccio. Le sapeva bene queste cose un grande amico di De Gregori, e cioè Lucio Dalla, morto nel modo più vero e più bello per chi ha vissuto sempre di musica. La mattina dopo un concerto preparandosi a un altro concerto che avrebbe dovuto tenere quella sera stessa.
Per la prima volta dalla scomparsa di Dalla, Francesco De Gregori, che con lui aveva condiviso canzoni e concerti per molti anni, parla della sua morte e di quanto gli manchi. Quando Lucio è morto, De Gregori aveva rifiutato di rilasciare ogni commento, troppo provato dal dolore di quella morte. Adesso, che qualche mese di distanza ha permesso se non di cancellare il dolore, almeno di metabolizzarlo, lo può fare: "Non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione". In questa intervista concessa in esclusiva a IlSussidiario.net, De Gregori parla anche in anteprima del nuovo disco a cui sta lavorando e dei concerti che terrà questa estate, tra cui alcuni insieme al grande musicologo ed esperto di musica folk Ambrogio Sparagna.

L’estate si avvicina e si torna sulla strada, ai concerti, al pubblico. E’ la tua prima serie di esibizioni dopo la scomparsa del tuo grande amico e compagno di avventure Lucio Dalla. Con che sentimento ti rimetti al lavoro?

Beh, sai, è stato terribile. Io e Lucio avevamo finito di lavorare insieme da pochi mesi quando lui è morto, quindi non c’è solo la mancanza, ma proprio un distacco improvviso, qualcosa con la quale ti sembra di non poter fare i conti. Quando giravamo insieme lui parlava spesso della vita – e della morte – ma senza fare chissà quali discorsi. Ne parlava in maniera semplice. E’ vera questa cosa, che Lucio diceva sempre, che la vita era solo il primo tempo. Ci credeva, era sicuramente un uomo sereno da questo punto di vista, magari su tante cose fingeva, ma non su questo: quando eravamo in tour qualche imbecille mise in rete la notizia che era morto Lucio Dalla e a lui non gliene fregò niente. Io gli dicevo “Lucio io mi arrabbierei moltissimo se lo facessero a me”, ma lui era così, la cosa non lo colpì più di tanto. Lascia un grande vuoto e un grande pieno, mi sento privilegiato ad aver condiviso con lui gli ultimi momenti della sua vita d’artista. Credo che insieme siamo riusciti a scrivere e cantare cose importanti, con una sincerità e un’intensità rara che ha sempre superato diversità di carattere, di stile, di cultura, di educazione.

Come si convive con la perdita di una persona cara?

Banalmente non posso alzare il telefono e dirgli “Ehi, come stai, hai sentito questo, hai sentito quello, quando passi da Roma?”. Non posso più progettare niente di comune, intendo dire nemmeno prendere un caffè insieme, no. Tanto meno scrivere ancora canzoni insieme o salire su un palco. La verità è che tutto è scritto e dobbiamo convivere anche con il distacco e il rimpianto. Ma lui lascia dietro di sé qualcosa di vivo, di non definitivo e quindi di vitale e questa in qualche modo è una consolazione. Sarà difficile che Lucio Dalla possa diventare un santino, la sua musica continuerà a piacere e a influenzare gli artisti più sensibili e innovativi.

 

 

So che stai lavorando a un disco nuovo e intanto torni a fare concerti: è difficile?

Credo che mi sia capitato altre volte lavorare contemporaneamente ai concerti e in sala, sicuramente ai tempi di "Rimmel". Mi ricordo che lasciavo i musicisti in sala con dei compiti da fare e Renzo Zenobi fungeva da produttore mentre io andavo in giro a suonare solo con la mia chitarra. Anche quest’estate andrà così solo che la band è con me e quindi lavoreremo al disco nelle pause fra un concerto e l’altro. L’abbiamo chiamato per questo “Factory Tour”, perché è l’estate in cui stiamo fabbricando qualcosa tutti insieme e quindi ci sarà inevitabilmente un unico suono intorno al nostro lavoro.

Proporrete qualche pezzo inedito in anteprima? Sai che Bob Dylan una volta presentò un intero disco inedito in tour, poi non lo ha più fatto per paura dei dischi pirata. Ti preoccupa che qualche pezzo finisca sulla Rete prima che sul disco finito?

Non so se faremo già qualche pezzo nuovo, forse sì. Del fatto che possa andare in giro sulla Rete me ne frega poco, casomai la preoccupazione è che la gente si affezioni alla versione live e poi non gli piaccia più quella in studio - il contrario di quello che succede di solito! Però suonare i pezzi nuovi dal vivo ci può aiutare molto. Vedremo. In qualche occasione già l’ho fatto, e poi se l’ha fatto anche Dylan… Insomma ci può anche stare. Bisogna vedere però che succede quando dovremo suonare pezzi che magari in studio hanno un arrangiamento più complesso, con gli archi, le sovrapposizioni, sai, quel tipo di problema che ebbero anche i Beatles negli ultimi concerti. Solo che loro smisero di suonare dal vivo e io non vorrei fare quella fine. In molti per risolvere questo tipo di cose usano sequenze e campionatori ma io non li ho mai sopportati.

Quest’estate ti “sdoppierai”. Hai in programma anche una partecipazione straordinaria nel concerto di Ambrogio Sparagna, amico musicale di vecchia data.

L’idea di sdoppiarmi mi piace molto, la trovo caotica e molto promettente sul piano del divertimento. Sparagna sta portando in giro uno spettacolo gioioso che mette al centro alcune sonorità tipiche della musica popolare italiana… Organetti, zampogna, ciaramelle, un cantare molto basato sull’importanza dei testi, sul racconto. Allora un giorno lui mi invita a pranzo, più o meno un anno fa e mi dice che vorrebbe “importarmi” dentro questa cosa, arrangiando alcuni miei pezzi – non molto mainstream, per la verità – in questa veste strumentale. Allora io dico subito di sì e parte questa cosa dove io (ma a volte anche Maria Nazionale, a volte anche un coro di cento persone) interveniamo qua e là con le nostre voci. L’abbiamo già fatto a Roma l’anno scorso e a Barcellona all’inizio dell’anno e adesso faremo altre undici date in giro per l’Italia. Avremmo voluto farne anche di più, ma come ti ho detto io gioco anche sull’altro fronte, quello del “Factory”.

E quali sono queste canzoni “non troppo mainstream” che canterai come ospite del concerto di Ambrogio?

Cose tipo Ipercarmela o San Lorenzo, La ragazza e la miniera o Babbo in prigione e anche qualcuna molto recente come Vola Vola, che per inciso dà il titolo al tour. Sono pezzi che raramente faccio dal vivo e che si sposano bene con la musica di Sparagna. Poi canto anche un paio di cose di Ambrogio e qualche terzina della Divina Commedia, come già ho fatto anni fa alla Notte della Taranta di Melpignano.

E’ difficile sdoppiarsi artisticamente?

Più facile che nella vita.

Nel “Factory Tour”, invece, hai intenzione di ripescare qualche perla meno conosciuta tipo Informazioni di Vincent o Cardiologia?

Sì, certamente ci sarà qualche sorpresa di questo tipo… Magari Informazioni di Vincent non lo so, è un pezzo così vecchio… Non è che non mi piaccia più, ma ho sempre trovato che l’inciso melodicamente è un po’ troppo enfatico, quasi Sanremese per intenderci… Comunque sentirò la band, in certi casi – in molti casi, direi - decidono loro. Fare la scaletta è sempre una rogna, c’è sempre qualcuno che si lamenta perché non faccio Generale oppure perché la faccio. Comunque la gente si deve divertire, e anche noi che suoniamo. Questa è la regola.

Negli anni settanta dicesti che a quarant’anni non ti ci vedevi ancora su di un palcoscenico a esibirti…

Avrò detto questa cosa un sacco di volte, e altrettante il contrario. La verità è che non lo puoi sapere cosa ti andrà di fare domattina, figurati fra un anno o dieci anni. Suonare per gli altri mi ha sempre dato gioia, a questo punto posso solo dire che la mia vita fin qui è stata la vita di un uomo di musica, il mio mestiere è scrivere canzoni e cantarle, se non facessi questo non farei niente, e non ho molta voglia di non fare niente, capisci cosa voglio dire. Cosa dovrei fare, andare a pesca o giocare a golf o chiudermi in casa oppure viaggiare? E’ molto più semplice continuare a fare quello che faccio, finché mi riesce e mi piace.

Per questo novo disco in cantiere hai in mente qualche collaborazione? In passato ne hai fatte diverse.

Ho avuto dei produttori in passato, non troppi in verità, e devo dire col senno di poi che mi pare che nessuno abbia lasciato il segno. Forse un paio, Edoardo De Angelis e Vincenzo Mancuso, loro hanno fatto un buon lavoro, ma gli altri… Un produttore di solito vuole mettere il suo suono al posto del tuo, è convinto che il suo suono sia migliore del tuo, che tu sia un ragazzo alle prime armi. Corrado Rustici mi voleva spiegare addirittura come dovevo cantare. E poi comunque mi sembra che questo nuovo disco mi appartenga in maniera troppo viscerale per farci entrare un altro, ovessi descriverlo in due parole direi che è l’istantanea di quello che sono oggi, del mio modo di stare al mondo. Non credo che ci sia molto spazio per interventi esterni di qualsiasi tipo. E’ vero che sto lavorando con Sparagna, nei concerti, ma credo che neanche lui interverrà in questo nuovo lavoro anche se in passato abbiamo lavorato insieme in studio in qualche occasione.

Come è oggi il rapporto con i tuoi fan? Vedi ancora dei talebani in mezzo a loro? Ci sono un sacco di ragazzi che non erano neanche nati quando hai scritto tante tue canzoni oggi ai tuoi concerti.

Ho sempre pensato che tutti quelli che mi vengono a sentire o ascoltano un mio disco - e in qualche caso addirittura lo comprano - merito rispetto se non addirittura amore. Magari con alcuni di loro potrei anche andare a mangiare una pizza e sono sicuro che mi piacerebbe… Poi ce ne sono altri un po’ maniacali, ma non credo che siano tanti, i famosi talebani. Da quelli uno si deve un po’ guardare perché ti vogliono esattamente come ti immaginano e spesso immaginano cose sbagliate, comunque va bene così, fa parte del gioco. A parti rovesciate credo che anche a me è capitato e capita anche adesso di fare così con gli artisti che ammiro. Dopo un po’ di anni che hai scritto una canzone inevitabilmente non è più solo tua e anche chi l’ha scritta diventa un po’ di tutti. Non è che non ci dormo la notte. Poi il fatto che molti siano giovanissimi mi fa piacere, ma mi stupisce anche un po’ perché non è che le mia canzoni siano mai andate molto per radio… Probabilmente è proprio merito della Rete se hanno potuto ascoltarle, meglio così.

(Paolo Vites)

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2012/5/31/L-INTERVISTA-De-Gregori-Lucio-Dalla-l-amico-che-mi-manca-ma-il-primo-tempo-della-vita-continua-/3/285873/

 

 

Allo Sferisterio di Musicultura, arriva De Gregori. Inaugurerà le serate finali
Il direttore artistico Piero Cesanelli: «La sua presenza era un desiderio che cullavamo da anni» Tra gli ospiti anche Paolo Villaggio e Mark Strand, premio Pulitzer per la poesia contemporanea
  Macerata, 15 maggio 2012 - Sarà Francesco De Gregori a inaugurare le serate finali del Festival Musicultura, venerdì 15 giugno, all'Arena Sferisterio. «E' uno dei pochi artisti che coniuga con grande sensibilità intelligenza, buon gusto e gentilezza d'animo, la sua presenza allo Sferisterio è un desiderio che cullavamo da qualche anno», commenta il direttore artistico Piero Cesanelli. Altro grande atteso ospite, domenica 17 giugno, Paolo Villaggio. Tra gli ospiti internazionali, ci sarà uno dei più grandi poeti americani e in assoluto una delle voci più rilevanti della poesia contemporanea, Mark Strand, vincitore del premio Pulitzer per la poesia nel 1999.

Strand proporrà una lettura e sarà anche ospite della Controra, la manifestazione che accenderà le piazze storiche di Macerata nella settimana del Festival con un ricco programma di eventi. Continuano intanto a girare vorticosamente i contatori dei voti e la gara si fa sempre più accesa in tutta Italia, dove migliaia di fans sostengono e selezionano i nuovi cantautori del 2012. Due degli otto vincitori del Festival saranno infatti decretati rispettivamente dal popolo di Facebook e dal risultato finale del Televoto.

C'è tempo fino al 18 maggio per votare. Oltre che nel web, su www.radiouno.rai.it e www.musicultura.it, si possono ascoltare le canzoni finaliste e le interviste agli artisti su Radio 1 Rai, in compagnia di Gianmaurizio Foderaro e Alessandro Mannozzi. E procede a ritmo serrato anche il lavoro del Comitato artistico di garanzia, composto da Claudio Baglioni, Edoardo Bennato, Luca Carboni, Ennio Cavalli, Carmen Consoli, Simone Cristicchi, Teresa De Sio, Tiziano Ferro, Giorgia, Maurizio Maggiani, Curzio Maltese, Fiorella Mannoia Dacia Maraini, Gino Paoli, Pau (Negrita), Vasco Rossi, Enrico Ruggeri, Michele Serra, Daniele Silvestri, Paola Turci, Roberto Vecchioni, Sandro Veronesi, Antonello Venditti e Lello Voce, che dovranno decretare gli altri sei vincitori del Festival. Gli otto vincitori accederanno alle serate finali di Musicultura il 15, 16 e 17 giugno, in diretta su Radio 1 Rai.

(l Resto del Carlino)

 

 

"Pubs and Clubs live @ The Place": una città per cantare...
Paolo Vites -  martedì 15 maggio 2012


ESCLUSIVA/ Francesco De Gregori si racconta: la gioia di suonare con Lucio Dalla dopo tanti anni

Dopo aver fatto il giro dell’Italia almeno due volte nel corso di due anni, chiunque si sarebbe concesso del riposo. Francesco De Gregori no. Archiviato lo straordinario "Work in Progress", il tour insieme all’amico Lucio Dalla che per ben due anni li aveva portati sui palcoscenici dei più prestigiosi teatri della penisola, De Gregori fa giusto in tempo ad appoggiare le valigie per riprenderle in mano. D’altro canto, per lui è sempre stato così, almeno da un certo punto della sua carriera: impossibile fare a meno della dimensione live, dell’adrenalina da palcoscenico, della sfida che si rinnova sera dopo sera con se stessi e con gli spettatori davanti. Live, che vuol proprio dire “vivo”: così è la musica per il cantautore romano, cosa viva che va rimodellata e riproposta proprio come la vita. Che è movimento, insoddisfazione, tensione a dipingere quel capolavoro che si può solo ambire a sfiorare.

Ecco allora che si riparte ancora una volta e questa volta è “Pubs and Clubs Tour”: un giro nei piccoli locali, a volte piccolissimi, dove riproporsi come a inizio carriera. Se allora si doveva sperare che gli spettatori venissero a sentirti, adesso invece magari se ne lasceranno a casa parecchi, ma non importa. Tanto ci sarà già un altro tour in arrivo. Registrato nell’ultima data di questa serie di concerti, lo scorso 15 dicembre 2011, al The Place di Roma, e trasmesso quella sera in diretta video su canale Youtube, ecco adesso su cd la testimonianza di quell’ultima data. “Pubs and Clubs Live @ The Place” esce in questi giorni non solo su cd ma diponibile da qualche tempo anche su iTunes, un “instant album” come è stato definito.

Istantaneo, ma straordinario. Forse consapevoli di essere arrivati all’ultima tappa di un tour, forse la tensione di esibirsi in diretta davanti alle telecamere, De Gregori e band offrono una performance smagliante, vibrante e ricca di vivacità. Non è finita fino a quando non è finita, sembrano dire a se stessi, agli spettatori e adesso agli ascoltatori, e allora le 14 tracce qui presentate (non il concerto integrale, la cui scaletta viene mischiata e ricomposta a dare l’immagine di qualcosa che sta accadendo ora, “live”) brillano di una energia e di una coesione espressiva rare nei dischi dal vivo.

La qualità sonora poi con cui è registrato il concerto è smagliante: suoni caldi, la voce del cantante al centro in primissimo piano, le chitarre che escono dal singolo amplificatore calde, avvolgenti, toniche e piene di intensità; il batterista che si inventa passaggi inediti trascinato dall’esecuzione; basso, tastiere, violino. Che bellezza. Finestre rotte, pulsante, swingante, nella sua torrida essenza blues è sorretto dall’armonica guizzante di Francesco De Gregori che sembra non averne mai abbastanza, mentre i due bravissimi Paolo Giovenchi e Lucio Bardi si sbizzarriscono a duellare e a incalzarsi a vicenda. Il panorama di Betlemme è altrettanto vibrante, decisamente rock questa volta, ma ecco che ci sono cose che quando eri lì sotto al palco ti sono sfuggite e adesso ti sorprendi a sentire come se cadessero giù dal cielo in questo istante: una Compagni di viaggio che suona diversa e nuova come mai ti era accaduto di ascoltare. Anche questo è il belli dei dischi dal vivo: recuperare attimi, momenti persi, riappropriarsene insieme all'artista.

Aperta da un riff che sembra quello di Honky Tonk Women, subisce l’assalto vocale di De Gregori che la strapazza e la grida con sentimento inappagato: che festa. Se Battere e levare è adesso un incalzante country da festa paesana, ben guidato da violino della brava Elena Cirillo, ecco l’altra sorpresa che nella disattenzione ti era sfuggita. Sempre e per sempre solo voce e piano elettrico di una purezza che fa quasi male al cuore a sentirla . “Il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai”: è certamente così, perché il modo in cui lo canta De Gregori, non può mentire, l’amore è certamente così. Alice vive di incanto e di delicatezza nuove con qualche accenno al Dylan più romantico, mentre Buonanotte fiorellino è la sarabanda festosa presa in prestito questa sì dalla dylaniana Rainy Day Women. La donna cannone, Titanic, Bellamore e l’irruente versione hard blues di A chi, antico classico di Fausto Leali, completano un disco che si candida a miglior live tra quelli pubblicati da Francesco De Gregori, e sono tanti.

O forse no: basta aspettare che l’uomo decida di riprendere in mano la valigia e rimettersi ancora una volta sulla strada. Magari con il cuore un po’ più gonfio pensando agli amici che ci hanno lasciati tra un palcoscenico e l’altro. Ma proprio per questi amici, varrà la pena cantarle ancora una volta queste benedette canzoni. Cantare la vita, che altro di meglio può fare un uomo? In fondo, “eccoci qua siamo il padre e la figlia capitati fin qua siamo una grande famiglia abbiam lasciato soltanto un momento la nostra vita di là nel camerino già vecchio tra un lavandino ed un secchio”. Quello che ci aspetta è un'altra città. Una città per cantare.

Paolo Vites

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2012/5/15/FRANCESCO-DE-GREGORI-Pubs-and-Clubs-live-The-Place-una-citta-per-cantare-/2/277868/

 

 

 

 

 

Ambrogio Sparagna e l'OPI con Francesco De Gregori suoneranno a Roma presso l'Auditorium Parco della Musica per Luglio Suona Bene 2012

Concerto di Ambrogio Sparagna e l'OPI, con la partecipazione del cantautore Francesco De Gregori, il 25 giugno 2012 presso l'Auditorium Parco della Musica durante la manifestazione musicale dell'Estate Romana Luglio Suona Bene 2012.

Sarà una serata di canto e musica popolare quella proposta da Ambrogio Sparagna e Francesco De Gregori, i quali si avvarranno dell'Orchestra Popolare Italiana dell'Auditorium Parco della Musica anche per reintarpretare con un suono tutto nuovo il repertorio del cantautore romano. Lo show "Vola Vola Vola" non proporrà solo canti tradizionali, quindi, ma anche canzone d'autore, per uno straordinario viaggio che lo spettatore potrà vivere ascoltando i suoni tipici degli strumenti della nostra musica popolare quali organetti, zampogne e chitarre battenti. De Gregori, non si limiterà al suo repertorio, ma interpreterà anche canzoni popolari in varie lingue e dialetti, oltre a voler rendere omaggio all'antica usanza di cantare terzine della Divina Commedia, per uno spettacolo tutto incentrato sulla tradizione.

Il costo del biglietto è di 20€ , mentre il concerto inizierà alle 21.00.

http://www.romavisibile.it/concerti/4182/luglio-suona-bene-2012-concerto-di-ambrogio-sparagna-e-lopi-con-francesco-de-gregori.roma

 

 

 

Lucio Dalla: il silenzio di De Gregori. Michele Mondella: "Lucio tornerà"
Lucio Dalla: il silenzio di De Gregori. Il press-agent: "Lucio tornerà"
Il press-agent di Dalla e De Gregori: "Morire non è nello stile di Dalla. Qualcuno l'avrà chiamato. Tanto poi torna". Francesco De Gregori preferisce il silenzio: "Non vuole fare dichiarazioni. Ha solo detto che è molto triste"
"Lui da morto non esiste. Era immortale. Come fa a morire? Lucio diceva che la morte era la fine del primo tempo. Ora c'è l'intervallo, si starà riposando. Poi torna, vedrai...". Il press agent Michele Mondella stenta a crederci. La morte improvvisa di Lucio Dalla, avvenuta questa mattina a Montreux, ha lasciato tutti basiti, lui per primo. Mondella ha passato una vita accanto al cantautore bolognese. La loro collaborazione è iniziata dai primi anni Settanta. Notissimo negli ambienti dell'industria musicale italiana, ha curato e cura la promozione e la comunicazione di tanti big, da Francesco De Gregori ad Antonello Venditti, da Gianni Morandi a Eros Ramazzotti, da Luca Carboni a Samuele Bersani, Enrico Ruggeri e Ron.

DE GREGORI - E proprio quello che più si fa sentire in queste ore è il silenzio di De Gregori, che non ha la forza di parlare per esprimere il dolore della perdita di un grande amico. "E' passato da me, a consolarmi. Siamo stati un po' qui, storditi. Non vuole fare dichiarazioni. Ha solo detto che è molto triste", racconta con la voce rotta dall'emozione il manager riferendosi al cantante romano. "Forse è uno scherzo. Morire non è nello stile di Dalla. Qualcuno l'avrà chiamato. Tanto poi torna, io non mi fiderei tanto...", afferma tra l'amaro e l'ironico Mondella che racconta gli ultimi momenti di vita di Dalla. "L'altro ieri avevamo fatto l'anteprima del tour a Sassuolo, c'era anche Pierdavide Carone", dice riferendosi all'ex concorrente di Amici con il quale Dalla ha deciso, dopo 40 anni di assenza, di tornare sul palco dell'Ariston con un pezzo co-firmato dal titolo "Nanì''. E poi l'ultimo concerto: "Ieri a Montreux il concerto era andato molto bene. Stamattina si era alzato, ha fatto colazione, e poi si è sentito male".
http://www.romatoday.it/cronaca/morte-lucio-dalla-1-marzo-2012.html

 

 

 

De Gregori torna nei club: “Avevo bisogno di respirare”

 

ROMA – “Avevo bisogno di respirare”. Francesco De Gregori abbandona il tour con Lucio Dalla. Il cantautore tornerà a suonare nei club. Il suo nuovo disco “Pubs and clubs live at the Place”, registrato nei live, sarà venduto solo sul web. De Gregori ha dichiarato di capire i giovani che sperano nei talent show. La televisione e internet sono per lui gli strumenti che hanno i giovani per emergere oggi nel panorama musicale. Tra i rapper invece il cantautore vede un ansia di protestare, che troppo speso sfocia nella superficialità dei modi e dei temi trattati.
“Non è stata una scelta nostalgica, volevo cambiare regime, uscire da un’ esperienza intensa che è durata un anno e mezzo. Lucio e io avevamo bisogno di respirare. Così, da amici, abbiamo diviso le nostre strade. In quarant’anni ho visto diecimila cambiamenti intorno a me, l’unica cosa che è rimasta la stessa è suonare dal vivo. Sul palco trovo il senso più profondo di questo mestiere. Dopo le arene e i teatri ho scelto di tornare nei club perché credo che per continuare a salire su un palco sia importante riuscire a contraddirsi. Eppoi le mie origini sono queste, ancora prima del Folkstudio suonavo nei locali da ballo, allora si chiamavano così. Non dico che mille persone siano meglio di quarantamila. È diverso. Sui palchi minuscoli, da dove riesci a vedere gli occhi della gente, avverti anche una predisposizione all’ ascolto diversa. È così che si rompono le vetrine del mausoleo”, ha detto De Gregori.
Dal 20 gennaio il suo cd live sarà in vendita sul web: “Sulla rete passa molta musica, quindi è lì che devo andare. È un esperimento, non mi aspetto grossi risultati commerciali, voglio vedere come si muovono le cose. Nelle mie canzoni ho sempre raccontato me stesso e poi è venuta fuori anche l’ Italia… continuerò così. – ed ha aggiunto parlando della distribuzione - Ora non ci penso, certo la diffusione non potrà avvenire solo su internet. E ormai il cd è diventato un prodotto da autogrill. Provo imbarazzo quando vedo i dischi miei e dei miei colleghi infilati negli scaffali fra i dentifrici, la schiuma da barba e i maialini che quando ci passi davanti ridon”.
Parlando dei rapper moderni e dei cantautori De Gregori ha detto: “Li capisco. Però sono contro le generalizzazioni. Il cantautore, come il rapper, rischia di diventare uno stereotipo. Per quel poco che conosco dell’ hip hop, mi sembra che i rapper abbiano solo l’ ansia di protestare e spesso lo fanno con superficialità. E non li trovo ritmici, gli manca lo swing. Ma fra loro ce ne sono di bravi. A me piace Frankie Hi Nrg”.
De Gregori non condanna i giovani che scelgono i talent show: “Se avessi 18 anni oggi, forse anche io ci andrei. Cercherei di sfruttare le opportunità che offrono internet e la tv come un mezzo per fare ascoltare la mia musica. Quando ero un emergente andavo ovunque. Ricordo che nel ‘ 73 portai “Alice” a “Un disco per l’ estate” e finì male: arrivai ultimo. Ma sono convinto che la televisione non debba essere il riferimento più importante per chi fa questo mestiere. Chi propone una musica che si discosta dalle mode, come i cantautori di quaranta anni fa, è all’ avanguardia ed è sempre 2 o 3 anni avanti rispetto a una certa tv o a chi dà i giudizi in pagella. Gli artisti che escono dalle cantine ci mettono un po’ per essere riconosciuti, per diventare “mainstream”. E dipendere da un voto mi sembra poco. Chi ha talento sopravvive anche ai talent show”.
17 gennaio 2012 

http://www.blitzquotidiano.it/musica-showblitz/dalla-de-gregori-tour-rapper-talent-show-1084105/

 

 

De Gregori in diretta su YouTube "L'arte prescinde dai mezzi"


Al The Place di Prati il 15 dicembre in scena il "gran finale" dello show dell'artista romano. Non più di un centinaio di fan potranno assistere al concerto che andrà in contemporanea sul web. "Ho voluto fissare un punto d'approdo nel mare magnum della rete, che esiste ed è legittimato"
di PIETRO D'OTTAVIO

Per la prima volta un grande artista italiano, Francesco De Gregori, si esibisce in concerto in diretta su YouTube. L'evento è in programma per il 15 dicembre, quando il "principe dei cantautori" suonerà dal vivo sul palco del club romano The Place (via Alberico II 27, 15 dicembre ore 21, info 0668307137). "Mi sembra molto interessante questa nuova via, per questo registro anche il concerto per realizzare un "istant live", che quindi uscirà su iTunes - spiega l'artista - È un intervento a 360 gradi tutto su internet, che in realtà frequento da sempre come utente non accanito: fino a qualche tempo compravo on line solo il biglietto del treno, andavo su Google per scoprire l'attore di cui non mi ricordavo il nome o magari per ascoltare musica".

Il rapporto di De Gregori con internet si è rafforzato quando il cantautore ha varato il suo nuovo sito, attraverso il quale si potrà anche conquistare un posto in platea al concerto. "Mi è sembrato opportuno mettere un po' d'ordine nell'affettuoso caos che si produce su internet nei confronti di un artista - aggiunge De Gregori - Ho voluto fissare un punto d'approdo nel mare magnum della rete, che esiste ed è legittimato, ma ora c'è un punto di riferimento preciso. Ma non credo che sia un bivio quello tra internet e le case discografiche: ci sono stati tanti cambiamenti dal grammofono in poi... La discografia ha fatto diventare di massa l'ascolto e finora ha sempre colto
le novità tecnologiche. Ora la discografia è in crisi, ma la rete è una opportunità per superarla. E l'arte prescinde dai mezzi tecnologici, se Van Gogh avesse cambiato pennello sarebbe comunque rimasto un grande artista".

Il concerto è anche il gran finale di "Pubs&Clubs Tour", una serie di appuntamenti in piccoli spazi giocati sul filo del rock e del ritmo tirato quanto sull'atmosfera che si crea con il pubblico così a stretto contatto con il palco. "Questa formula è uno snodo importante nella mia vita di musicista - dice De Gregori - perché sono riuscito ad avere una sonorità che mi sta bene addosso: non è la band che accompagna il cantante, sono il cantante di una band".
(02 dicembre 2011 - repubblica.it)

 

 

 

"De Andrè non è stato il più grande poeta italiano del ’900"


Il principe alla radio: "Fabrizio è stato una grande voce narrante. Ma le iperboli non sarebbero piaciute neanche a lui"

 

Roma, 10 dicembre 2011 - AL PRINCIPE non piacciono le iperboli, fuori luogo, le considera, se partono dalla musica leggera e sfiorano l’altezza della poesia. Così a chi piace dire che Fabrizio De André è stato il più grande poeta del Novecento, Francesco De Gregori manda a dire che è una esagerazione senza fondamento. "Quando si dice è stato il più grande poeta italiano del Novecento, ecco, mi sembra troppo. La poesia è altro dalla canzone. Detto questo, De André è De André".


GELOSIE pregresse fra due grandi cantautori? In effetti, anche se gli esperti riconoscono a De André momenti di poesia vera, quella propria dei poeti - solo alcuni versi magari: "l’amore ha l’amore come solo argomento" - è anche vero che poeta e cantautore sono due mestieri differenti e tutt’e due appartengono alla 'letteratura', come vi appartengono la musica e il cinema. Fabrizio De André, anche autore di poesie mai diventate canzoni, ha attinto molti testi da altri autori, come sottolinea De Gregori: è noto a tutti il gran lavoro fatto insieme a Fernanda Pivano per trasfigurare nove poesie della Spoon River di Edgar Lee Master in altrettante canzoni per l’album 'Non al denaro, non all’amore né al cielo'.

"DE ANDRÉ - ha detto De Gregori ai microfoni di 'Start', Radiouno Rai - si è circondato di collaborazioni, quindi ciò che è ascrivibile direttamente a lui non è la gran parte del suo lavoro. Questo non gli toglie nulla, perché se non avesse avuto quell’autorevolezza insita nelle sue corde vocali la musica italiana sarebbe molto, molto più povera". Aggiunge: "Per me De André resta una grande voce narrante. Ma a volte si sentono dire cose iperboliche. Credo che questo non faccia bene né a lui né alla gente che deve capire e ascoltare. E credo che non sarebbe piaciuto neanche a Faber".
Fra le «collaborazioni» c’è ovviamente anche il suo nome: da un incontro e un soggiorno in Sardegna, fra sigarette e alcol, con uno che scriveva di giorno (De Gregori) e l’altro di notte (De André) sono nati grandi pezzi come “La cattiva strada”, “Oceano”, “Le storie di ieri”, “Dolce Luna”, “Canzone per l’estate”.

"CI SIAMO CONOSCIUTI, aveva un carattere difficile. Abbiamo avuto scontri e incomprensioni". Ma Francesco ammette anche di aver avuto la sua poetica come riferimento, almeno per un periodo. "Fabrizio De André è stato fondamentale all’inizio del mio lavoro. Mi ha fatto capire che la canzone, anche quando parla d’amore, può avere l’ambizione di raccontare la realtà in modo più profondo, di raccontare la sgradevolezza del mondo. Credo che non avrei fatto questo mestiere se non mi fossi imbattuto a dodici anni in canzoni come 'Il testamento' o 'La guerra di Piero'’. Poi il nostro rapporto si è modificato. Lui ha scritto cose molto belle, magari non tutte così fondamentali, per me".
Annalisa Siani

http://qn.quotidiano.net/spettacoli/musica/2011/12/10/635083-gregori_stoccata_andre.shtml

 

 

 

 

De Gregori canta il nuovo inizio
Il cantautore da sempre a sinistra ha fiducia nel governo Monti. "Con le dimissioni di Berlusconi spero che sia finita un'epoca".

 

Una medicina, per quanto amara, quando serve tocca prenderla. Nell'epoca del governo Monti gli Italiani lo hanno capito. E inghiottono con misurati mugugni. Ma il bello del governo Monti è anche la mancanza di look... c'è chi la pensa così? E come no: un grande della nostra canzone, un poeta, appena appena di parte: Francesco De Gregori. Quello della canzone «Titanic», insomma uno che di catastrofi se ne intende. De Gregori, ieri, un po' dopo l'ora di pranzo, era ospite di «Ma anche no», ultimo dei talk show dell'anchorman Antonello Piroso su La7.
Alla domanda sul nuovo esecutivo De Gregori non ha esitato, se l'aspettava, forse la voleva: «Mi hanno fatto un'ottima impressione. Forse non è un caso che non vengano dalla politica, perché sono persone che non hanno obblighi di look, per cui non devono essere simpatici e accattivanti per forza e poi sono investiti di una grande serietà e dimostrano un grande senso di responsabilità». In questa risposta del cantautore sembra sottinteso che i sacrifici bisogna farli. Ma un'anticchia di dispiacere per i guai passati da chi non arriva alla fine del mese non ci sarebbe stata male. E invece il «Principe» (una volta lo chiamavano così), dopo aver detto che quelli del governo Monti «hanno un problema terribile da risolvere», dà per scontato, come una sorta di immanenza metafisica, che si debbano fare sacrifici. Come le lacrime del ministro del Welfare Elsa Fornero che sono inevitabili: «Credo di capire la sua sofferenza, perché questa manovra è sicuramente dolorosissima, soprattutto per i più deboli». E poi sospira di sollievo per una cosa che gli sembra importante: l'addio al Cav. «Spero sia finita un'epoca - ha detto - abbiamo vissuto anni dati in appalto a un'opinione pubblica che si fronteggiava, a volte con molta violenza, su un argomento unico, che era la legittimazione o la delegittimazione di Berlusconi». Sì, vabbé: ma il problema qual è, o qual era? Che era arrivato a Palazzo Chigi uno che ai «politicamente corretti» della «sinistra progressista e democratica» proprio non andava giù? O magari che c'era un pezzo di Paese che continuava a non voler considerare il verdetto politico delle urne? Quella si chiama democrazia. Vince chi prende più voti. «Ognuno può pensarla come vuole su Berlusconi - ha spiegato ancora il cantautore - ma credo che questa contrapposizione abbia bloccato la discussione politica nel nostro Paese. Ci siamo impantanati per anni e adesso che è finita staremo meglio». Staremo meglio? Speriamo, ma invece di continuare a parlare del Cav sarebbe meglio concentrarsi su una crisi che rischia di travolgere le idee per le quali hanno combattuto Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e tutto il Manifesto di Ventotene. Al momento rischia di sparire, dalla realtà e dalle idee, quel «solido stato internazionale» che si sta costruendo con il nome di Europa. E di fronte a questo la caduta del governo Berlusconi (che comunque ha fatto un passo indietro come forma di responsabilità civile e politica) appare come una ben misera consolazione. Insomma il momento è difficile, Monti è una medicina amara, ma c'è chi un po' si consola, (a sinistra) nell'illusione che quella purga, che è contro la crisi dell'Eurozona, sia servita in realtà contro il Cav.
Insomma muoia Sansone e tutti i filistei. Curioso è il fatto che l'esecutivo Berlusconi, al netto dei procedimenti giudiziari nei quali compare come testimone e imputato, è stato sottoposto ad una sorta di «tribunale del popolo», legittimato non si sa bene da chi. Mentre chi sta a sinistra con moderazione (come Rutelli) quando Berlusconi ha vinto ha detto: «Ha vinto lui e noi andiamo all'opposizione», chi sta a sinistra roso dal fuoco della rivoluzione a tutti i costi ha detto che il Cav la politica... non la poteva fare. Insomma il tribunale del popolo aveva emesso la sua sentenza. Strano allora che della caduta del Cav sia sollevato uno che, come De Gregori, con i «tribunali del popolo» ha avuto i suoi momenti tristi. Era più o meno il 1976 quando, al Palalido di Milano, il povero Francesco De Gregori, senza preavviso da artista di una bel concerto, divenne imputato di un processo improvvisato. Durante la sua esibizione un gruppo di facinorosi extraparlamentari di sinistra si impossessò manu militari del palco, lo mise con le spalle al muro e lo accusò di essere «uno di sinistra per finta».

Insomma uno che sfruttava le idee dei compagni solo per far soldi. Francesco dopo quell'esperienza dichiarò che alla squadraccia rossa «mancava solo l'olio di ricino». Ecco non vorremmo che oggi qualcuno, al Berlusconi che ha fatto un passo indietro per senso di responsabilità, volesse dare pure l'olio di ricino. In nome della democrazia.

Antonio Angeli (Il Tempo)

Year Of Release: 2012   Label: Caravan               Tracklist: 01. Finestre rotte 02. Il panorama di Betlemme 03. Sempre e per sempre 04. La storia 05. Tempo reale 06. Alice 07. Buonanotte fiorellino 08. La donna cannone 09 Titanic 10. Bellamore 11. Compagni di viaggio 12. Battere e levare 13. A chi 14. Generale

 

 

 

"Pubs and Clubs Tour": come si fa a vivere senza musica?

Paolo Vites lunedì 10 ottobre 2011

"Hai sentito cosa ha detto Ivano Fossati? Lascia la musica, ha detto che non si può vivere senza il mare". Francesco De Gregori, che con Fossati condivide un percorso lungo (hanno lavorato anche insieme a un disco di De Gregori stesso) si fa pensieroso, piega il capo: "Non so, può darsi, il mare è importante". Poi tira su la testa, lo sguardo e la voce decisi: "E io ti dico: come si fa a vivere senza la musica?".
Hanno la stessa età, Ivano Fossati e Francesco De Gregori, sessant'anni, l'età in cui - ormai non più, che in pensione chi può permettersi di andare - si è pronti per il "buon ritiro". Uno ha scelto di smettere, l'altro proprio non ci pensa lontanamente. E' la sua vita, De Gregori respira musica e palcoscenici da quando di anni non ne aveva manco 20 e a rivederlo, ancora una volta su quel palcoscenico, capisci perché. Si diverte come un matto, ha un sacco di storie da raccontare e la voglia di farlo.
In un momento in cui tanti vecchi guerrieri della musica italiana sembrano arrendersi, vedi quanto ha detto poco tempo fa anche Vasco Rossi, c'è chi ha chiaro che la domanda è sempre aperta: come si fa a vivere senza musica? Lo diceva anche un vecchio adagio del rock'n'roll degli anni Cinquanta: non mi toglierò mai le mie scarpe da rock'n'roll.
Non è un mestiere, del tipo timbra il cartellino, è la vita stessa, e alla vita non si può dire di no. Al Fillmore, un vecchio ex cinema della provincia di Piacenza, tra antiche chiese e fattorie di campagna, fa tappa il nuovo Pubs and Clubs Tour di Francesco De Gregori, concerti in piccoli locali (1200 persone, tutto esaurito) che dopo i fasti e i teatri di lusso del lungo tour in coppia con Lucio Dalla, lo riporta a vedere negli occhi i suoi fan, che si appoggiano alle assi del palcoscenico vicino a lui. "E' così che ho cominciato" commenta De Gregori "anzi in posti ancora più piccoli, come il Folkstudio di Roma. La mia prima vera tournée, poi, poco dopo l'uscita del disco Rimmel, fu nelle balere, che credo oggi non esistano neanche più. Questa dei locali a dimensioni ridotte è una delle dimensioni più autentiche per vivere la musica, sia per chi suona che per chi viene ad ascoltare il concerto".

 

 

Tour dopo tour, De Gregori è sempre sulla strada. Da dove ci troviamo noi, nel minuscolo retro palco, un camerino dove si fatica a starci in due, anche abbastanza trasandato con scritte balorde sui muri, viene da pensare: qua va bene per chi è a inizio carriera, non per uno che ha riempito stadi e palazzetti dello sport da quasi quarant'anni. A De Gregori invece va bene anche così, l'importante è suonare. E' una star, ma non si comporta da star, sia sul palco che fuori dal palco. La porta del suo camerino è aperta agli amici, una bottiglia di vino rosso da condividere, i racconti della vita, una band straordinaria che lo aspetta come si aspetta un comandante, pronta ad entusiasmarsi con lui.
Con l'aggiunta della bravissima Elena Cirillo al violino ma anche alla seconda voce, questa band è probabilmente la miglior formazione rock oggi esistente in Italia. In un paese come il nostro dove fare musica rock, il che significa fare musica americana, è sempre stato nel miglior dei casi imitazione, questa band ha invece assimilato l'essenza di uno spirito, di una dimensione impalpabile evitando la piaggeria. Trascendendo qualcosa che non ci appartiene Francesco De Gregori e i suoi si muovono perfettamente a loro agio in un vocabolario musicale che appare e scompare dentro alle canzoni stesse, citazioni che emergono a dire di una passione profonda. Il concerto vive così momenti e sussulti differenti che la dimensione ridotta del locale amplifica ed esalta: dall'inizio tenue, sussurrato di una Generale pregna di emozioni, dove il violino nuovo arrivato dona un respiro profondo, ai ritmi scatenati di un rock che deborda dalla dimensione garage - perfetta per i club - a sentimenti pregni di blues oltreoceano: è il caso de L'agnello di Dio, Pezzi, Tempo reale, Il panorama di Betlemme. Stupisce ancora una volta, ma non è una novità per De Gregori, la voglia e la capacità di dare dimensioni nuove, a tratti estreme come la rilettura del super classico Rimmel che inizia per sola voce e ukulele per debordare in un reggae ad alta tensione. I fan, sembra di capire, apprezzano.
Non mancano le citazioni dylaniane, sempre più presenti nel repertorio del cantautore romano: Buonanotte fiorellino ad esempio è costruita sulla scrittura musicale di Rainy Day Women di Bob Dylan mentre Non dirle che è così viene introdotta con queste parole: "Una canzone di Bob Dylan che ho tradotto e che Bob Dylan ha inserito in un suo film". Magia purissima. Un concerto che passa in rassegna pagine meno eclatanti ma ugualmente belle, come Gambadilegno a Parigi, Bellamore e La casa, così come i grandi classici, Non c'è niente da capire a ritmo country-rock e Alice dove ci si stupisce della capacità del suo autore di trovare ancora nuovi risvolti melodici per nulla stucchevoli, anzi, a un brano che è un classico della canzone italiana da quasi quarant'anni. Fino alla sorpresa finale: A chi, il famoso pezzo portato al successo da Fausto Leali e che diventa un torrido blues sudista con una interpretazione vocale impressionante. Al termine di una serata così, dove appare evidente che si è assistito a una testimonianza di appartenenza a un qualcosa che va "oltre", la domanda è inevitabile: ma come si fa a vivere senza la musica? No, non è possibile.

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/Recensioni-Live/2011/10/10/DE-GREGORI-Pubs-and-Clubs-Tour-come-si-fa-a-vivere-senza-musica-/212774/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRENTO. Sono saliti in tantissimi - quasi diecimila - quest'oggi al rifugio Fuchiade per ascoltare il cantautore romano, che in un'ora e mezza di musica ha proposto alcuni dei suoi più grandi successi, da "Generale" a "La donna cannone", passando per "Rimmel", "La storia" e "W l'Italia"

Si è concluso oggi il percorso all'interno della musica d'autore italiana proposto da I Suoni delle Dolomiti, che ha visto alternarsi nomi del calibro di Roberto Vecchioni e Max Gazzè, per concludersi con Francesco De Gregori. E quello del musicista romano è stato un live set di grande intensità, che ha richiamato sui verdi e ampi prati attorno al rifugio Fuchiade un pubblico foltissimo e colorato, che ha potuto perdersi tra i successi di oltre trent'anni di carriera.

Agli strumenti in una formazione essenziale ed acustica, ha aggiunto la violinista e vocalist Elena Cirillo e il pianista Alessandro Arianti, mentre De Gregori, col proprio immancabile cappellino, si è mosso tra chitarra, armoniche a bocca e pianoforte. Il risultato è stato un'ora e mezza di musica in cui, senza i fronzoli dell'elettronica, l'artista è tornato alla forma canzone nella sua essenzialità più pura e affascinante, a partire da "Finestre rotte", che ha aperto il concerto, fino al bis de "La donna cannone", accolta da un autentico boato del pubblico.

Nel mezzo alcune dei brani più belli della sua storia e della canzone italiana, cantate dal pubblico, tra tutte "Generale" e "Rimmel". Nella scaletta proposta si è intravisto un progetto chiaro, che ha portato De Gregori a occuparsi di padri e figli, di amore, di destino, per lasciare infine i sentimenti a favore dell'impegno civile. E così ecco che dopo "La casa di Hilde" è stato il turno di "Niente da capire", "Bellamore", "L'uccisione di Babbo Natale", "Alice". Sempre impossibile da imbrigliare e da definire, per la profondità dei suoi testi e la ricchezza di rimandi che contengono, De Gregori ha poi proposto "Atlantide" e "Vai in Africa, Celestino".

Per le canzoni che si potrebbero definire "politiche", ossia legate al rapporto dell'uomo con la storia e il proprio destino nel mondo, l'artista romano si seduto al pianoforte ed ha proposto "La storia siamo noi" e "W l'Italia", al termine della quale ha ringraziato dicendo «Questo è davvero un bel posto dove cantare, grazie per avermi invitato qui a farlo».

Richiamato a gran voce agli strumenti, ha poi regalato un intenso bis con una canzone di montagna, sacrificio e amore dal titolo "Stelutis Alpinis", dall'andamento tipico di un canto d'Alpi e guerra, e la già ricordata "Donna Cannone". 26 agosto 2011

 

IMPERDIBILI!

Ha chiuso con le case discografiche. E ha aperto un nuovo canale con il pubblico attraverso il web. Da grande artista De Gregori reinventa la propria storia.

di GIOMMARIA MONTI  - Left n.  27, 8 LUG 2011

 

Si firmava "Ciccio quello che canta" ed era davvero lui, Francesco De Gregori che parlava con il suo pubblico nel forum del sito creato dalla Sony, allora la sua casa discografica. Ma era quasi dieci anni fa, sembra la preistoria. Erano anni nei quali lui, Francesco De Gregori, raccontava di "uomini nella rete senza una meta", i naviganti di Internet. Il forum durò pochi mesi, Francesco parlava di scalette dei concerti, di libri, i fan gli  chiedevano chitarre in regalo. Poi su sua richiesta fu chiuso, anche perché qualcuno si spacciò per i suoi figli. Adesso De Gregori ha con Internet un rapporto nuovo e ricco di sorprese. Tanto da aver consegnato ai suoi moltissimi ammiratori (tre generazioni spalmate su quarant'anni di carriera) un magnifico video in esclusiva sul suo sito (www. francescodegregori.net).
Un filmato che non è "un semplice backstage (come spiega il sito), bensÌ settanta minuti di prove di un concerto visto dal palco; dalla creazione della scaletta fino al giorno prima dell'esibizione, il tutto ripreso dall'accurata mano di Niccolò Bello". Nel filmato ci sono canzoni, ovviamente, ma anche prove, errori, battute seguite con mano sapiente da Bello che alterna la narrazione cinematografica al montaggio stile videoclip con una luce e un colore che danno al magazzino dove vengono fatte le prove un fascino che nessun palco riesce a dare. Il filmato si intitola Dress Rehearsal, ovvero la prova dei costumi, la prova generale di uno spettacolo. Che è anche il titolo di una vecchia, bellissima canzone di Leonard Cohen (nell'anno di grazia 1968 cantava: "Hey principe, hai bisogno di raderti"). E questo è il modo esatto con il quale vengono presentate le canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana: vestite di un costume spesso nuovo, cioè un modo diverso di eseguirle e interpretarle. Uno modo per De Gregori di interpretare il suo lavoro sul palco, di restituire al pubblico pagante con sorpresa le cose che conosce. E cosÌ è vedendo il video e riascoltando le canzoni. Presentando il filmato e il sito a Repubblica tv, De Gregori spiega che Internet non gli suscita nessun entusiasmo messianico, non è "la scoperta dell'elettricità". È
invece un modo molto veloce e diretto, senza mediazioni, di raggiungere il pubblico, proporgli le cose che fa l'artista De Gregori, di raccontare il suo mestiere. "È la banchina del porto dove espongo le mie mercanzie, come le balle di cotone scaricate dalle navi", dice ridendo con l'ironia che pervade il suo lavoro da sempre. E sul sito, appena inaugurato nella sua nuova veste, si possono trovare interviste, fotografie, canzoni note vecchie e nuove, date delle tourné. Altra novità, è possibile acquistare cinque cd a 6.99 l'uno con iThunes (Il fischio del vapore, Per brevità chiamato artista, Calypsos, Pezzi, Left € Right), di fatto introducendo una modalità nuova per far circolare il suo lavoro di artista.

 De Gregori con le grandi case discografiche ha chiuso, adesso è libero di inventarsi ogni modo di raccontare la sua arte, senza vincoli contrattuali, uffici stampa che impongono cose inutili e spesso imbarazzanti, scadenze. Il sito è per lui una specie di palo intorno al quale far ruotare le molte cose che circolano in rete sul suo lavoro e sulla sua persona. Ci sono decine di siti dedicati a lui: alcuni storici e molto ben fatti, come Rimmelclub di Daniele Di Grazia che si è guadagnato la citazione sulla copertina di un disco o Il Titanic.com di Mimmo Rapisarda. Fan discreti e meticolosi, che hanno raccolto con grande gusto e dedizione il lavoro di De Gregori e al quale lui ha guardato con grande simpatia. Altri approssimativi e perfino dannosi, con falsi De Gregori che raccontano a suo nome cose improbabili. Lui a sessant'anni vuole stupire ancora, salendo su un palco e anche presentandosi in modo nuovo al pubblico che con devozione lo segue qualunque cosa faccia. "Ora voglio una vita vivace e disordinata", dice a La Stampa. Dopo aver cantato "Vita spericolata" di Vasco Rossi e proprio quando l'artista emiliano annuncia di voler chiudere la sua carriera di roker, il mite De Gregori dagli anni Novanta, imbracciando la Takamine elettrica, ha riscoperto la sua versione rock che lo accompagna in ogni concerto. Lui che ha attraversato gli anni Settanta cantando Alice e Rimmel, gli anni Ottanta cantando Titanic e La donna cannone. Del resto ha raccontato spesso che con i primi rock 'n roll italiani ha imparato a cantare. Fino alla scoperta di De André che gli ha fatto capire come si scrivono le canzoni.
Adesso vuole reinventarsi anche musicalmente. La sorpresa è vederlo fianco a fianco a giovanissimi artisti con origini musicali opposte alle sue. Giovedì scorso era sul palco del Traffic di Torino a cantare "Viva l'Italia" insieme a Cristina Donà e Vasco Brondi, ovvero Le Luci della Centrale elettrica. Cristina Donà è una straordinaria cantautrice con alle spalle molti cd: proviene dalla musica degli Afterhours e dei La Crus. Vasco Brondi è invece un ragazzo di ventisei anni con una formazione musicale legata al punk. Ma che chiudeva la sua Per respingerti in mare con una citazione di De Gregori a diciotto karati: non c'è niente da capire. L'incontro tra generazioni così distanti è un evento non comune nel panorama italiano, dove gli artisti hanno la tendenza o a sentirsi i tutori dei giovani talenti (gli scopritori, i talent-scout), oppure a sentirsi superiori e distanti, forti di una carriera spesso decennale. Il modo con il quale De Gregori si è avvicinato a due artisti come Cristina Donà e Vasco Brondi è simile a quello con il quale ha approcciato Internet, il suo sito, le nuove tecnologie. Curiosità e rispetto, nessuna fede incondizionata (quella che porta a dire: Internet è la nuova rivoluzione o i giovani sono sempre più avanti di tutti), ma grande predisposizione all'ascolto e soprattutto attenzione. Non è un caso che De Gregori, uno degli artisti più acuti e attenti del panorama italiano, abbia unito negli stessi giorni i due esperimenti. Non è un caso forse perché entrambi gli eventi appartengono a un universo nuovo e inesplorato, quello dal quale De Gregori raccoglie le sue storie e le parole con le quali le rac-conta. È stato lui con le sue canzoni a spalancare finestre su mondi sconosciuti per milioni di ragazzi nel corso di quattro decenni. Misurarsi col mondo nuovo, con i suoni nuovi dà la misura dell'intelligenza di un artista che ha ancora molto da dire. E soprattutto da dare.

http://www.avvenimentionline.it/content/view/4092/145/

 

De Gregori gioca d'anticipo e duetta con Cristina Donà. Era atteso dopo le 22,30, a sorpresa arriva alle 20
Traffic, musica d'autore nel salotto di Torino

 

Torino, 7 luglio 2011

PAOLO FERRARI - LA STAMPA.IT

 

«Sono occasioni preziose per incontrarsi, scambiare musica e idee, condividere». Parola di Francesco De Gregori, appena sceso dal palco per la prima delle sue apparizioni alla serata inaugurale del Traffic Free Festival. Sono quasi le 21, sta per salire sul palco Le Luci della Centrale Elettrica, con tutto il gruppo, a differenza del formato minimale in cui si era presentato in apertura di Jovanotti al PalaOlimpico.

Strano, questo Traffic. Al nuovo trasloco, si trova catapultato in piazza San Carlo con un programma per la prima volta tutto italiano. Alle 19,30 parte Esma, torinese, bravo e concentrato. Ma tutto il materiale pubblicitario dava l’inizio della kermesse per le 20,30, e il povero Enrico è penalizzato. Poi Cristina Donà scalda le prime migliaia di spettatori in arrivo alla spicciolata; quando il Principe la raggiunge sul palco per «Miracoli», sono almeno diecimila ad andare in delirio per il duetto inatteso.

Non un’improvvisazione, precisa De Gregori: «Abbiamo fatto un’intensa giornata di prove mercoledì, con lei e con Vasco Brondi. Cristina la conoscevo, in pratica l’ho voluta io qui; Le Luci della Centrale Elettrica me lo ha suggerito Max Casacci dei Subsonica, il direttore del Traffic, ed è stato una piacevole sorpresa». Al punto che per il gran finale tocca proprio al ventisettenne di Ferrara l’onore di cantare «Viva l’Italia», canzone simbolo della serata, del festival, un po’ anche della Torino dei 150 anni dell’Unità. E De Gregori, 33 anni più di lui, compiaciuto, divertito e coinvolto nel ruolo di gregario alla chitarra, naturalmente complice la stessa Donà.

A quel punto i 50.000 sono raggiunti, e la scommessa, almeno per il primo giorno, è vinta. Traffic dimostra di rimanere sé stesso, nonostante in rete il fermento del pubblico rock indipendente lo abbia bollato di essere un affare per vecchi, lontano dai fasti internazionali conosciuti con Manu Chao, Daft Punk, Arctic Monkeys, Aphex Twin. La sensazione è che i ventenni siano qui soprattutto per De Gregori, e che agli over 40 sia venuta una maledetta curiosità di conoscere una Cristina Donà applaudita dai figli agli Mtv Days, il Vasco Brondi che canta a squarciagola di gigantesche scritte Coop, amore ai tempi del licenziamento dei metalmeccanici, paesaggi disadorni.

Altro segnale positivo, l’atmosfera nel backstage, con il Principe che sorseggia vino rosso, chiacchiera, curiosa; tra una tenda e l’altra, nel retropalco spartano, il traffico umano è palpabile. Sono occasioni importanti, come dice De Gregori. È vero, Traffic le crea, ma bisogna saperle cogliere, porsi nella maniera giusta; lui lo ha fatto, e se la gode.

 

 

 

Francesco De Gregori: "Ora voglio una vita vivace e disordinata"

L'artista aprirà Traffic a Torino con Brondi e Donà: «Perchè no? Amo gli incontri musicali»
GABRIELE FERRARIS - TORINO

Francesco De Gregori inaugura giovedì prossimo a Torino i concerti dell’ottava edizione di Traffic, il più grande fra i free festival europei, che resiste impavido ai tagli dei finanziamenti pubblici sciorinando su quattro sere un cartellone tutto italiano, in omaggio al Centocinquantenario dell’Unità. Sul palco di piazza San Carlo si confronteranno generazioni e stili diversi, dalla Pfm ai Verdena, da Edoardo Bennato ai rinati Area con Manuel Agnelli chiamato a ricoprire il ruolo che fu di Demetrio Stratos.

De Gregori condividerà il palco con Cristina Donà, rappresentante della leva cantautorale degli Anni Novanta, e con il giovanissimo Vasco Brondi, il giovanissimo talento che si fa chiamare Le Luci della Centrale Elettrica. Nuovi incontri per il Principe, dopo lo straordinario sodalizio con Lucio Dalla.
«Il tour con Lucio è finito – conferma De Gregori. - Dopo cento e passa concerti, quello che volevamo dire l’abbiamo detto. Non è escluso che ci siano altre occasioni, altre idee. Ma non sarebbe la prosecuzione di questo tour, che è durato già ben più di quanto prevedessimo».

E adesso Traffic: l’aspettavano da un bel po’...
«Sì, già due anni fa Max Casacci (leader dei Subsonica e direttore artistico del Festival, Ndr) mi aveva proposto un progetto, che non si realizzò perché già stava prendendo forma quello con Dalla. Stavolta Max è tornato alla carica: a novembre ero a Torino, e lui è venuto a parlarmi di questa serata sulla canzone d’autore, con Cristina e Vasco Brondi. Beh, mi sono detto, perché no?».

Che cosa farete?
«Faremo qualche pezzo insieme, ma non vorrei anticiparli, per lasciare un minimo di sorpresa. Se non li scrive, mi fa una cortesia».

Sono cortese. E con Vasco Brondi pensa di intendersi? L’hanno definito «il nuovo De Gregori».
«Penso che Vasco basti a se stesso, e poi non mi sembra che le sue canzoni assomiglino alle mie; lui viene da un mondo musicale diverso, molto sperimentale, però è ben ancorato alla forma canzone, in quel senso è davvero un cantautore».

Termine che lei ha a lungo rifiutato.
«E’ un termine che una volta gente come me un po’ si vergognava ad usare, ma le cose cambiano. Certo che se per cantautore si intende uno che, reclinato sulla chitarra, canta con voce flebile su tre accordi, beh, allora quel termine lo rifiuto. E chi lo accetterebbe?».

La serata di Traffic promette bene.
«Cristina e Vasco sono due artisti interessanti, e ho sempre amato gli incontri musicali, soprattutto in un festival, dove tutto accade con molta naturalezza. Anche di recente, al festival Poiesis di Fabriano, c’era Neri Marcorè e così, sui due piedi, abbiamo improvvisato insieme Caterina e Viva l’Italia, che ormai è una canzone che non si può non fare...».

E la situazione di oggi – la situazione sociale, politica, morale del Paese – non le ispira un’altra canzone così, di quelle che una volta si dicevano «impegnate»?
«Guardi, sto pensando a un nuovo album, ci lavorerò su quest’inverno, ho già parecchi spunti, ad esempio un pezzo sul mio famigerato “processo del Palalido”: però non credo proprio che parlerò di quello che avviene oggi in Italia: lo fanno già i comici».

Si chiama fuori?
«No, non è un rifiuto a priori, semplicemente non mi viene. Non mi interessa “esternare”, lo fanno già in tanti, a destra e a sinistra. Anche in passato, se ho scritto canzoni di un certo tipo, l’ho fatto sempre con un linguaggio sfumato, e senza un legame immediato con l’attualità. Viva l’Italia e La Storia, per dire, non sono legate alla loro contemporaneità. Per questo sono diventate dei classici: sono sempre attuali».

Purtroppo. Non tenterò quindi di estorcerle dichiarazioni «politiche». Sarebbe avvilente per entrambi. Però una sua opinione sulle ultime vicende, quanto meno sull’esito dei referendum, potrebbe darmela...
«Che vuole che dica? Il fatto che la gente vada a votare è positivo, sono contento: però le assicuro che al mattino non mi alzo con l’ossessione dei referendum, o di qualsiasi altra questione legata alla politica di giornata».

Con quale ossessione si alza?
«Beh, non parlerei di ossessioni, per mia fortuna. Oggi penso alla musica, ho rimesso insieme la mia band dopo la parentesi con Lucio, ho ripreso in mano il mio suono, le mie carabattole, sono in un periodo di grande effervescenza, proprio ora sto lavorando su una canzone, La testa nel secchio, che non ho mai suonato dal vivo, e che mi piacerebbe inserire nelle scalette del prossimo tour. Sarà un tour molto divertente: ho convinto i miei impresari a portarci in giro per i club, andremo al Vox, al Fuori Orario, a Hiroshima, in quei posti dove passa la musica più viva, e dove c’è un pubblico speciale, esigente, non “addomesticato”. Dopo tanti teatri, dopo un bagno di velluti rossi, sento il bisogno di ritrovare una dimensione, come dire?, più “disordinata”...».

Abbasso la routine, insomma.
«Non l’ho mai fatta, la routine. E’ faticosa e frustrante. E pure scomoda. Cerco di rimanere vivace, di non ragionare per schemi, di non dare retta a chi di default mi indica una strada ovvia. Cerco di metterci del mio, insomma».

Allora mi sorprenda. Lei è stato e resta il massimo avversatore di Sanremo: al Festival non ci ha mai messo piede, e secondo logica mai ce lo metterà. Benché, dopo la vittoria del nostro amico Vecchioni, fors’anche uno come lei potrebbe farci un pensiero...
«Chiariamo: non è importante andare o non andare al Festival di Sanremo. Sono scelte personali, legate alla cultura in cui sei cresciuto fin dai tuoi esordi. Non sono un integralista, e se mi piacesse il Festival ci andrei. Non è che non ci vado perché devo rispettare un fioretto: semplicemente, ciò che vedo a Sanremo non mi piace, e quindi non ci vado. Mi pare logico. Ma non è una questione di vita o di morte, Sanremo non è lo spartiacque della musica italiana».

 

 

 

E’ Francesco De Gregori a firmare la colonna sonora dell’atteso film di Paolo Genovese dal titolo “Sei mai stata sulla luna?”.

Nelle sale dal 22 gennaio il film è una commedia sentimentale sospesa tra città e campagna che racconta l’incontro tra due mondi diversi.

Da un lato il caos della città dove si muove con disinvoltura la nostra protagonista (Liz Solari), il suo fidanzato (Pietro Sermonti) e la sua assistente (Giulia Michelini). Dall’altro un piccolo paese della Puglia stravolto dall’arrivo della bella giornalista, dove troveremo un carosello di personaggi esilaranti e originali: il fattore Renzo (Raoul Bova), il barista avanguardista (Emilio Solfrizzi); e quello tradizionalista (Sergio Rubini), Pino (Neri Marcore’), il cugino autistico aspirante prete; Mara (Sabrina Impacciatore), la bancaria sognatrice e Anita, la veterinaria misteriosa; Oderzo (Nino Frassica), il contadino emigrato al nord e il notaio latinista (Dino Abbrescia); l’agente immobiliare macellaio (Paolo Sassanelli), la mucca Celestina e tanti altri. 

 Il brano di De Gregori, che porta il titolo del film, è un inedito che non è contenuto in “Vivavoce”, il doppio album in cui l’artista rivisita con arrangiamenti inediti 28 tra i più importanti e significativi brani del suo repertorio, per cui inizierà un tour il 20 marzo a Roma, cui seguiranno tappe nelle principali città italiane. 

LA STAMPA

 

 

I TESTI E GLI ACCORDI

 

Una commedia romantica di quelle fanno sognare ed emozionare, fin dal titolo Sei mai stata sulla luna? e dalla canzone omonima, composta ad hoc nientemeno che da Francesco De Gregori. È il nuovo film di Paolo Genovese (già regista di successi come Immaturi e Immaturi – Il viaggio e di Tutta colpa di Freud) con protagonista Raoul Bova e Liz Solari, modella e attrice argentina già conosciuta nel nostro paese per avere partecipato ad Ex - Amici come prima di Carlo Vanzina e allo show di Raiuno con Enrico Brignano. La storia è sospesa tra città e campagna e racconta l’incontro tra due mondi diversi. Da una parte quello di Guia, giornalista di una prestigiosa rivista di moda, che vive tra Milano e Parigi, gira su auto di lusso e jet privati e manda avanti un rapporto di coppia a dir poco vacuo tra aperitivi e riunioni di lavoro. Dall’altra un contadino affascinante (Raoul Bova), un “papà rimasto vedovo che dedica le sue giornate alla cura della fattoria e al figlio. L’amore è stato accantonato e sostituito con la cura per gli animali e con una vita scandita dai ritmi della campagna”.Un carosello umano fatto da grandi attori - A farli incontrare, o meglio scontrare, un’eredità: un casale in uno sperduto paese della Puglia nel quale vive un carosello umano fatto di un piccolo plotone di umanità variegate: il barista avanguardista (Emilio Solfrizzi) e il barista tradizionalista (Sergio Rubini), il cugino autistico aspirante prete (Neri Marcoré) e la bancaria romantica (Sabrina Impacciatore). Nel cast anche Giulia Michelini nei panni dell’assistente della protagonista e Pietro Sermonti, in quelli dell’arido fidanzato. Come andrà a finire? Gli amori che sulla carta sembrano impossibili hanno qualche chance? Ecco cosa ci ha detto Raoul Bova a proposito della sua vita: “L’amore anche più difficile può diventare possibile. L’importante è rimanere se stessi, portare sempre comn sé il proprio bagaglio di convinzioni e di ideali. Poi, il resto, le cose materiali, possono cambiare senza grandi scossoni. Se uno ha uno spirito libero il suo amore lo insegue e lo realizza”.21 gennaio 2015

 

 

RAI RADIO2: AL SOCIAL CLUB DE GREGORI E CARMEN CONSOLI

Francesco De Gregori, Carmen Consoli e Raoul Bova: ecco gli invitati della grande festa che animerà la nuova puntata di Radio2 Social Club, il programma condotto da Luca Barbarossa con Andrea Perroni e Neri Marcoré, in onda il sabato e la domenica su Rai Radio2 alle 11.35. Nella puntata di sabato, il Social Club ospiterà il cantautore Francesco De Gregori che suonerà, accompagnato dalla Social Band, la canzone scritta per il film ‘Mai Stata sulla Luna’. E, vista la presenza della cantautrice Carmen Consoli, chissà che tra lei, De Gregori e Barbarossa non possa nascere una inedita jam session firmata Radio2.

 INTERVISTE, TRAILER E BACKSTAGE DEL FILM

 

Roma, 22 dicembre 2014 - Francesco De Gregori firma la colonna sonora dell'atteso film di Paolo Genovese 'Sei mai stata sulla luna?', nelle sale dal 22 gennaio. Il brano del cantautore romano è ancora top secret: la canzone, inedita, porta il titolo del film e non è contenuta in 'Vivavoce', il doppio album che contiene, riarrangiati, 28 tra i più importanti brani del suo repertorio.

Le note di De Gregori faranno da sfondo a una commedia sentimentale che avrà come protagonisti, fra gli altri, Raoul Bova, Emilio Solfrizzi, Sabrina Impacciatore, Nino Frassica, Pietro Sermonti, Giulia Michelini. Distribuito da 01 Distribution, il film, prodotto da Pepito e Rai Cinema, è una storia sospesa tra città e campagna che racconta l`incontro tra due mondi diversi. Da un lato il caos della città dove si muove con disinvoltura la protagonista (Liz Solari), il suo fidanzato (Pietro Sermonti) e la sua assistente (Giulia Michelini). Dall`altro un piccolo paese della Puglia stravolto dall`arrivo di una bella giornalista, con un carosello di personaggi esilaranti e originali: il fattore Renzo (Raoul Bova), il barista avanguardista (Emilio Solfrizzi); e quello tradizionalista (Sergio Rubini), Pino (Neri Marcorè), il cugino autistico aspirante prete; Mara (Sabrina Impacciatore), la bancaria sognatrice e Anita, la veterinaria misteriosa; Oderzo (Nino Frassica), il contadino emigrato al nord e il notaio latinista (Dino Abbrescia); l`agente immobiliare macellaio (Paolo Sassanelli), la mucca Celestina e tanti altri.

 

 

come si diverte a farla il Principe, con Carmen Consoli Come si diverte a farla Neri Marcorè

 

 

 

Francesco De Gregori conduttore di Hollywood Party!

Una grande notizia per tutti gli ascoltatori di Hollywood Party e di Radio3.

Francesco De Gregori condurrà una intera settimana della trasmissione di attualità e approfondimento cinematografico Hollywood Party.

dal 19 al 23 gennaio, in diretta dalle ore 19.00, il cantautore romano sarà negli studi di via Asiago nelle vesti inconsuete di conduttore radiofonico.

Grande appassionato di cinema, Francesco De Gregori torna dopo due anni al microfono di Hollywood Party: sarà lui, insieme a Steve Della Casa, a intervistare i registi e gli attori ospiti del programma, a confezionare il quiz quotidiano e a ripercorre l’opera cinematografica degli autori più amati.

Una settimana ricca di ospiti, musica e grandi film.

Lunedì 19 gennaio saranno in studio il regista Paolo Genovese, Raoul Bova, Neri Marcorè e Pietro Sermonti per presentare Sei mai stata sulla luna?, la nuova commedia a cui De Gregori ha regalato l’omonima canzone dei titoli di coda.

La puntata di martedì 20 gennaio sarà invece dedicata al ricordo dell’alluvione di Firenze del 1966: De Gregori quindicenne era tra gli angeli del fango, gli stessi ragazzi di cui parla Marco Tullio Giordana ne La meglio gioventù. Insieme al regista, Hollywood Party rifletterà su come il cinema ha mostrato quelle giornate di dolore e impegno civile.

La storia e la settima arte protagoniste delle ultime due serate. Giovedì 22 gennaio i film che narrano la campagna di Russia, mentre venerdì 23 gennaio sarà in studio Marco Bechis, autore del documentario Il rumore della memoria, la storia di Vera Vigevani, costretta ad affrontare la Shoah e il dramma dei desaparecidos.

Sul sito di Hollywood Party, oltre che riascoltare le puntate in podcast, si può rivedere in esclusiva l’intervista televisiva del 1981 in cui un giovane De Gregori racconta dell’importanza della sua esperienza fiorentina.

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-9af360e0-7175-45ec-bc91-fb943138fe8b.html

 

 

TORINO, 03 DICEMBRE 2014 - Posti a sedere esauriti due ore prima del suo arrivo. Francesco De Gregori è stato atteso con trepidazione dai suoi fans all’interno dello spazio incontri della Feltrinelli di Porta Nuova a Torino per la presentazione del suo nuovo album. Al suo fianco il vicedirettore de La Stampa Massimo Gramellini a fare da relatore ed intervistatore.

L’album “Vivavoce” è il ventunesimo del cantautore romano, si tratta di una raccolta dei suoi maggiori successi, reinterpretati nel modo in cui De Gregori concepisce oggi la musica. Prima del suo ingresso viene fatto partire il video del singolo “Alice”, che vede la partecipazione straordinaria di Luciano Ligabue, seguito da “La donna cannone”. Ed il pubblico è commosso già prima dell’evento.

Gramellini introduce con il proprio primo ricordo del “Principe”, risalente al 1979. Più precisamente la notte prima degli esami del giornalista volto di Che Tempo Che fa, in cui con alcuni suoi amici assistette al maxi concerto allo stadio Comunale di De Gregori con Lucio Dalla del tour Banana Republic. Tra l’altro quello fu il concerto che aprì gli stadi italiani alla musica.

Poi il ricordo al grande Cantautore bolognese è doveroso, e proprio alla Feltrinelli di Porta Nuova presentarono insieme il doppio album “Work in progress”. Un tributo che si riscontra anche nel cd. Alla fine di “Santa Lucia”, De Gregori fischietta la canzone “Come è profondo il mare” in uno stupendo omaggio puramente musicale.

La domanda d’obbligo in periodo come questo è: la musica dei cantautori esiste ancora? Qua De Gregori si fa serio ma allo stesso tempo rassicurante: “Il cantautorato c’è sempre stato. Il primo che io mi ricordi fu Edoardo Spadaro. Oggi mi da fiducia il fatto che ci sia ancora l’attenzione per le parole, soprattutto nei rappers, che della parola fanno ancora il loro strumento di forza”.

Un De Gregori, che sembra molto cambiato durante gli anni non risparmia aneddoti divertenti sui propri colleghi: “Quando con Dalla facemmo ‘Gelato al limon’ di Conte, che allora non era ancora famoso, lui ci disse grazie, ma potevate fare meglio”. E ancora: “Si è vero, con Baglioni ci mettemmo a suonare per le strade di Roma e in pochi ci riconobbero, fu lui quello a rimanerci più male perché è il più vanitoso…si vede dal modo in cui si pettina”.

La data del prossimo Vivavoce tour a Torino ancora non c’è, sicure finora soltanto Roma e Milano, ma dopo questa scoppiettante presentazione che ha contagiato il pubblico presente, si può sperare che una puntata sul capoluogo piemontese De Gregori la faccia.

Jacopo Bergeretti

http://www.infooggi.it/articolo/fracesco-de-gregori-e-il-suo-nuovo-album-vivavoce/73874/

 

 

Francesco De Gregori e Mario Martone, ospiti di "Capri Hollywood", domenica sera sono saliti sul palco del cinema Paradiso ad Anacapri, accolti da Peppino Di Capri, davanti a un platea gremita di ospiti e si sono consegnati a vicenda i premi assegnati dalla rassegna cinematografica caprese, diretta da Pascal Vicedomini.

De Gregori ha ricevuto il Capri Legend Music Award, mentre Martone il premio per il miglior film dell'anno per "Il giovane favoloso".  "Essere sul palco con De Gregori è un'emozione indimenticabile - ha detto il regista -  ricordo perfettamente il momento esatto in cui da ragazzino sentii per la prima volta "Alice" nel jukebox di un paesino del Cilento dove ero in vacanza". Il cantautore a sua volta si è detto fan di Martone sin dai tempi del suo primo film "Morte di un  matematico napoletano".

De Gregori ha regalato un miniconcerto a sorpresa alla platea gremita di fan e ospiti internazionali, tra questi il presidente della diciannovesima edizione di Capri Hollywood il regista indiano Shekar Kapur. Standing ovation per il menestrello romano, in scaletta i brani dal disco d'oro "Vivavoce" che contiene i suoi più grandi successi, da "Alice" a  "Generale" , e per la prima volta dal vivo l'inedito "Sei mai stata sulla luna?", non contenuto nell'album, composto da De Gregori per la commedia romantica di Paolo Genovese con Raul Bova al cinema dal 22 gennaio. La serata è stata aperta dalla proiezione del documentario su De Gregori "Finestre rotte" di Stefano Pistolini.

Tra il pubblico ad applaudirlo anche Peppino Di Capri: "Un poeta, un mito, figuratevi la mia sorpresa quando una volta incontrandomi mi disse: sei tu il mio mito!", ha raccontato il cantante caprese. De Gregori, che ha trascorso qualche giorno sull'isola azzurra, ha rivelato: "Grazie al film di Pistolini ho capito che dovevo aprirmi, parlare, questo film per me è stato una svolta".

Nei giorni scorsi a Capri sono stati premiate anche le star di "Gomorra  -  La serie" Marco D'Amore, Salvatore Esposito e Maria Pia Calzone e il cantante Franco Ricciardi, vincitore del David di Donatello per la canzone del film "Song 'e Napule". I riconoscimenti sono stati consegnati dal co-presidente della kermesse Fabio Testi ( l'attore a 73 anni convolerà a seconde nozze proprio a Capri il 3 gennaio con la fidanzata la gallerista Antonella Liguori) e dalla madrina Pasqualina Sanna. In questa foto, da sinistra: Shekar Kapur, Francesco De Gregori, Peppino Di Capri, Mario Martone e Pascal Vicedomini. (ilaria urbani)

 

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2014/12/29/foto/peppino_di_capri_premia_de_gregori_e_martone-103952303/1/#1