Buongiorno Sior Capitano,

 

come passa il tempo! Sembra ieri quando 35 anni fa la tua barba rossiccia mi guardò negli occhi quasi a presagire il varo di questo transatlantico. Hai visto che stavolta è inaffondabile? Son già passati sei anni e da quella scaletta continuano a salire passeggeri per vedere se una signorina di prima classe è ancora innamorata di due occhi di ghiaccio. Come vedi, l'amore l'hai fatto scoppiare anche in terza classe! E non solo, migliaia di uomini si sono innamorati grazie a te e migliaia di donne si sono innamorate ..... anche di te (alcune le conosco). 

       Quando ti incontrai per la prima volta a Catania, nel 1976, avevi solo venticinque anni. Erano i tempi in cui, fresco cadetto di lungo corso e con Rimmel e Bufalo Bill già alle spalle, stavi già meditando di sbarcare da questo splendido viaggio a causa di corsari abbordaggi nella tua cabina. Grazie a Dio sei rimasto a bordo, ma nel frattempo quante te ne hanno dette? Ermetico, schivo, intellettuale, riservato, scorbutico, addirittura superbo, di sinistra, di destra, scontroso, borghese, ecc. Peccato che qualcuno non ti abbia conosciuto per come sei davvero, perchè non ho mai visto una persona più gentile, cortese, spiritosa e disponibile del comandante di questa nave. Soprattutto più "chiara e sincera" di te. Conoscerti è stata una delle tre cose che desideravo realizzare nella mia vita.

     In tutti questi anni hanno fatto l'analisi testuale alla tua carriera: l'hanno spremuta, rivoltata sottosopra e poi setacciata più volte sperando di trovare ancora chissà cosa. Si racconta che tu abbia composto la colonna sonora delle ultime generazioni italiane e poi immaginato cuori sanguinolenti, dediche memorabili e lo specchio della nostra storia nascosta sotto le tue metafore tutte da  decifrare. Senza saperlo, hai fatto da sigla in parecchie trasmissioni televisive e da terapia su parecchi divani freudiani. Ma soprattutto senza volerlo!

       Però li hai fregati. Non sanno quanto le tue canzoni siano invece di una semplicità impressionante, quasi da Zecchino d'oro. Quando arriva il momento di rivelare la soluzione dei tuoi cruciverba, all'improvviso le tue "ermetiche" diventano "lampanti" definizioni che si incastonano in modo perfetto nelle caselle bianche fino a stupire tutti, clamorosamente. "Ma come, noi abbiamo perso le notti a cercar di scoprirti, avevamo pensato ad altro, organizzato dibattiti, preparato tavole rotonde e talk-show storico-sociologici e tu ci sveli che il cuore infranto era di un mangiatore di fuoco?". 

        Allora era così facile? Non tanto, perchè quando si ottiene il difficile in modo così facile significa che chi raggiunge tutto ciò senza sudare è un grande artista. Eppure tanti anni fa lo avevi anche detto: "Le mie canzoni sono chiarissime!" Vero, se avessero guardato un po' più in là avrebbero capito quanto avevi ragione. Poi ognuno può "leggere" le canzoni (o qualsiasi opera d'arte) come meglio crede, ed è lì che è il bello. Ancora più bello è quando l'autore ti permette questo magico momento, che te lo lascia fare, che solca addirittura un percorso per farti arrivare al traguardo. Se sia giusto o sbagliato non importa, l'importante è che sia un traguardo. Sta a chi ascolta saper rubare i codici per scassinare la cassaforte. 

        Chi sarebbe riuscito ad inventarsi le extrasistole della donna cannone che abbandona il circo per amore o la tristezza senile di un mito come William Cody? Un normale lo avrebbe certamente scritto per altri, sempre che fosse riuscito a vederle, quelle allucinazioni. Un genio no, un genio è uno straordinario visionario che guarda oltre e meglio di te quegli stati di estasi non riesce a crearli nessuno. Li condividi assieme alla nostra meraviglia nello scoprire, ogni volta, come tu possa trasformare in splendidi capolavori certi sogni che noi non riusciamo a percepire nemmeno nei nostri dormiveglia. 

         In questi giorni ci sarà tanto di quel clamore attorno a te che ti verrà voglia di cambiarti il cognome (l'hai pure cantato) e meno male, almeno, che tutto questo Alice non lo sa. Lei continuerà ignara a girovagare nel paese delle tue meraviglie dove non si capisce più se Eugenio o Hilde siano reali oppure due personaggi scappati da un film di Tim Burton. 

         Lo so, lo so che ti nasconderai in cambusa per non farti trovare. Che staccherai gli ormeggi e il telegrafo, che manderai il marconista in ferie e al diavolo chi ti festeggia. Ma... Capitano mio Capitano, se queste torte multimediali non le confeziono io .....chi te le prepara? ....va bè Francesco, quella parola che si usa in queste occasioni  e che comincia per Au.... nemmeno la scrivo, nè la disegno. L'affetto però sì, e lo puoi ben vedere.

 

          in navigazione sulla rotta di Atlantide, 4 aprile 2011.

 

                                   Con ossequi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COME LO HA FESTEGGIATO VANITY FAIR

 

Al Principe, nel giorno dei suoi sessant'anni, Berlino è sembrata la città giusta dove scappare. Ha preso le valigie e via, con la moglie ex compagna del liceo Chicca, e con i figli gemelli Marco e Federico, prima di continuare a girare l'Italia con il tour Work in Progress (e con Lucio Dalla). Che una cifra tonda così (se sei Francesco De Gregori) già di prima mattina è cellulare che scotta, richieste d'interviste (e bilanci), probabilmente noia da sbuffare per lui, sempre passato ai ritagli di giornale per uno che, oltre i suoi versi, poco ama concedere, e concedersi.
Eppure, in quarant'anni di carriera, ha cantato «la nostra paura del buio e della fantasia», messo a nudo il nostro Paese «metà giardino e metà galera», e ci ha lasciati un po' così, quando ci ha chiesto di scegliere da che parte stavamo, se «dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando».
Noi lo festeggiamo con discrezione, mettendo insieme i suoi Pezzi, per ricomporre i 60: con 10 canzoni illustrate, 10 momenti di vita, 10 video, 10 foto dei «vecchi amici» di sigarette e palcoscenico, 10 album, 10 cose da sapere su di lui. Dagli inizi. Da quando, cioè, a 17 anni, si è infilato «infreddolito e preoccupatissimo nei vicoli di Roma, giù dalle pendici del Gianicolo», come racconta Tra le pagine chiare e le pagine scure (Claudio Fabretti, Arcana, 300 pp. - 18,50 euro), uscito per la ricorrenza. Era avvolto «nell'impermeabile paterno, bavero rialzato e pipa spenta». Aveva i polpastrelli congelati. Di lì a poco, «arruffato, barba e capelli incolti» si sarebbe seduto su uno «sgabello di bar di legno rosso», in quella «cantina umida a forma di L» che era il Folkstudio a Trastevere. E sarebbe iniziato tutto. Le sue commistioni di Bob Dylan e Leonard Cohen. I suoi «rebus acerbi». Con una canzone ispirata a Fabrizio De André, Buonanotte Nina.

AL TAVOLO DEL POKER
Ci sono (tante) carte, scacchi e tarocchi nelle sue canzoni. Nella vita vera, a casa sua ama riunire attorno a un tavolo di poker gli amici più stretti, per giocare la sera.
Succede, tournée permettendo, almeno una volta ogni dieci giorni

IN CUCINA
Pochi lo sanno, ma una delle più intense passioni di Francesco De Gregori è il pesce. Ne è un grande cuoco.
Quando invita i suoi amici più stretti a cena, tutti uomini, con il cappellino in testa scola da pentoloni enormi pastasciutte. La sua specialità è la gallinella all'acqua pazza.

AL BAMBIN GESU'
Un pomeriggio degli Anni Novanta l'hanno visto nei corridoi dell'ospedale pediatrico romano Bambin Gesù, aggirarsi con un suo cappello tra le mani, e alcuni dischi.
Andava a trovare Barbara, una ragazza lì ricoverata dopo un trapianto di cuore e polmoni. Nel suo ultimo concerto a Milano, nel 2010, lei è andato a trovarlo in camerino. Portava ancora il suo cappello.

QUADRI, LIBRI E FEDELTA'
L'amore che lo lega a Pierpaolo Pasolini non è solo nella canzone A Pa' a lui dedicata e nell'omaggio iniziale della Leva calcistica della classe '68.
Ma è nella libreria della sua casa romana, anche. De Gregori, da figlio di un'insegnante di lettere e di un dirigente bibliotecario legge tantissimo, è un appassionato di arte ed è un uomo fedele. Nell'amore. Come nell'amicizia.

PREVISIONI SBAGLIATE
«Ai tempi di Rimmel, De Gregori aveva rivelato che si sarebbe ritirato quindici anni dopo, perché proprio non ci si vedeva, quarantenne, sul palco, a strimpellare ancora canzoni d'amore».
(Claudio Fabretti, Fra le pagine chiare e le pagine scure, Arcana)

CREDENTE A MODO SUO
«Non so dirmi ateo», confessa nel 2003. «E anche non credente non è la definizione giusta. Avverto un bisogno di spiritualità che non trova risposte nelle istituzioni cattoliche. Insomma, mi metterei tra quanti in qualche modo
credono in Dio anche se non lo conoscono e non riescono a vederlo».

LA BOTTA DA MATTO
A un giornalista del Venerdì di Repubblica che nel 2005 gli chiede se avesse mai avuto avuto botte da matto, lui risponde: «Una volta. Agli esordi.
Nel '73 per la conferenza stampa di Alice non lo sa, ci fu una festa in una villona. Mangiai molti tramezzini e bevvi ancora più bicchieri, poi mi misi sul divano per rispondere ai giornalisti. Uno mi chiese qual era il mio tipo di donna ideale: dissi che mi piacevano gli uomini. Forse non ero stato abbastanza spiritoso io o forse non lo fu lui, ma lo scrisse. E il giorno dopo mio padre lo lesse. Un brutto momento».

ROMA DA NON CAMBIARE
«A Roma ci vivo. Abito in Prati, esco poco per locali, ma faccio la vita di quartiere. Vado in giro, faccio la spesa, esco da casa con la mia chitarra sotto braccio.
Roma ha i problemi di una grande metropoli ma esiste ancora una vita di quartiere: ogni rione è un po' come un paesello con le sue abitudini. Ci vivo bene. Certo è fastidioso il grande traffico, le auto,
ma non la cambierei con nessuN'altra città.
Per lavoro viaggio spesso ma non andrei mai a vivere a Milano o a Bologna; forse solo qualche paesino del sud Italia potrebbe indurmi in tentazione»

 


 

 

ROMA - Camminando sui pezzi vetro, Francesco De Gregori e' giunto al traguardo dei sessant'anni - li compira' il 4 aprile - forte del suo istinto di cantastorie, e di una rinnovata voglia di divertirsi sul palco, come dimostra il tour Work in Progress insieme a Lucio Dalla. E in quarant'anni di canzoni, quella del Principe e' stata certamente ''un'evoluzione nella continuita' '', scrive Claudio Fabretti in 'Fra le pagine chiare e le pagine scure' (Arcana, Collana Songbook, 300 pp. - 18,50 euro), volume che ne analizza biografia e opera, in libreria dal 30 marzo.

Canzoni che fanno ancora presa sul pubblico, anche quello piu' giovane, e che l'autore classifica in due filoni: quello lirico-letterario-fiabesco e quello narrativo-storico-politico, che pero' spesso si intersecano tra loro. Dalle prime ballate folk agli album storici e alla dimensione concertistica dell'ultimo periodo, e' un viaggio nel songbook degregoriano che si snoda attorno ai suoi principali nuclei tematici, in bilico tra personale e sociale, realta' e fantasia. Tenendosi sempre a rigorosa distanza di sicurezza dalle mode e dai rituali dello show business. Si parte dall'inizio: il diciassettenne Francesco De Gregori, infreddolito e preoccupatissimo, si infila nei vicoli di Roma , giu' dalle pendici del Gianicolo. Sta per esibirsi per la prima volta con la sua chitarra.

Ad accompagnarlo e' il fratello Luigi, alias Ludwig, cantautore country-folk. Destinazione, una cantina di via Garibaldi, il Folkstudio, ai tempi crocevia obbligato per ogni folksinger o aspirante tale. Scuola di musica ma anche di vita, officina di amicizie vere (Venditti, Lo Cascio e Bassignano). ''Avevo le dita congelate e non presi un accordo giusto sulla chitarra'', raccontera', ''e a meta' di Buonanotte Nina per l'emozione mi venne un groppo in gola e mi dovetti fermare e ricominciare da capo. Qualcuno in mezzo al pubblico comincio' a tossicchiare, io diventai rosso e in qualche modo arrivai fino alla fine e scesi dal palco convinto che mai piu' avrei accettato di salirci''. Quello di De Gregori, ''dylaniano fino al midolllo'', e' un percorso che, lungo le curve della memoria, attraversa le fasi piu' oscure e controverse della storia italiana: dal fascismo agli anni di piombo, da Piazza Fontana a Tangentopoli. Non solo. Perche' nei suoi versi si e' compiuta anche una rivoluzione lessicale decisiva per la canzone italiana.

Dalle sue prime canzoni d'amore, ''virate a tinte fosche'', secondo la lezione di De Andre', altro suo grande modello, come 'Rosso Corallo'. Passando per 'Pezzi di vetro' e 'Alice non lo sa', che fara' decollare la sua carriera, liberandolo dall'abbraccio protettivo del Folkstudio. Nelle sue canzoni d'amore, forse si e' ''consumata la sua piu' importante rivoluzione semantica e concettuale''. 'Rimmel' e' l'archetipo di questo nuovo approccio basato sulla rottura degli argini angusti del rapporto di coppia, in cui l'amore e' l'unica prospettiva di salvezza, ma anche una possibile dannazione permanente. Mai un addio era stato raccontato in modo cosi' tagliente (''ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la mia faccia sovrapporla a a quella di chissa' chi altro'').

Esattamente l'opposto di quel che andranno vaneggiando quei critici che imputeranno all'intero Rimmel un eccesso di svenevolezza e romanticismo'', scrive Fabretti. Ma all'epoca mescolare politica e sdolcinatezze ''non rientrava nello schema del cantautore impegnato'', spieghera' De Gregori . Seconda, per fraintendimenti, alla sola Viva l'Italia, un'altra ballata sentimentale dell'album, Buonanotte Fiorellino, che restera' una delle canzoni piu' amate/odiate di De Gregori. ''Inchiodato per chissa' quanto tempo ancora allo stereotipo del cantautore con la k, del vate dell'impegno e del rigore, attaccato altrettanto spesso, da sinistra, per la presunta leziosita' di alcuni suoi testi'', De Gregori, sottolinea l'autore, e' sempre andato avanti a testa bassa, incurante dei fraintendimenti e dei significati a perdere.

Il cantautore romano ''insospettisce subito i pasdaran della sinistra. E' comunista, ma non abbastanza. Del resto, quel suo sussiego altezzoso e aristocratico e' gia' un indizio di eterodossia. Poi e' borghese, piace alle ragazze. In piu', fatto ancor piu' imperdonabile, comincia a vendere molti dischi''. Dopo 40 anni sul palco, ora il Principe sembra piu' affabile con il pubblico, meno serioso e ingessato. In un'intervista di qualche anno fa ha confessato: ''Ora mi da' meno fastidio incontrare la gente, ho imparato l'autoironia. O forse da domani tornero' ad essere la solita testa di cazzo''.

Elisabetta Malvagna

 

 

 

Ho scritto canzoni per tutti i dolori ma forse questa qui non è delle migliori”. Francesco De Gregori ci aveva avvertiti, quando di anni ne aveva appena 21, che forse più in là col tempo avrebbe trovato il modo di raccontarci meglio come e quando finisce un amore.
Chissà cosa diavolo gli sarà successo durante l'Università o quale travagliata relazione avrà avuto per scrivere questo verso così famoso: “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo e la tua faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro ancora”.

Era il 1975: Rimmel, Buonanotte fiorellino, Pablo, Pezzi di vetro, Quattro cani. Per i cultori della materia è praticamente il disco perfetto. Oggi, il Principe dei Cantautori raggiunge un duplice traguardo: 40 anni di carriera e, soprattutto, 60 anni di età. Se “20 anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più...” figuriamoci 60, verrebbe da dire! Tuttavia, per celebrare questa ricorrenza domani uscirà il libro di Claudio Fabretti: TRA LE PAGINE CHIARE E LE PAGINE SCURE.

Non è la prima volta che qualcuno prova a raccontare le vicende del cantautore attraverso le pagine di un libro: il primo fu l'amico fraterno di De Gregori, il compianto Giorgio Lo Cascio, grazie ad una specie di diario di gioventù: iniziò tutto attorno ad una seggiola rossa, in fondo ad un corridoio in cui si perdeva il senso del tempo:, con un pianoforte, una chitarra e molta fantasia. Erano in quattro: Venditti, Lo Cascio, Bassignano e, appunto, Francesco De Gregori; li chiamavano “i Giovani del Folkstudio”.

Ne ha viste tante questo austero uomo barbuto: processi politici, molotov lanciate sul palco, gli anni di piombo e la strage del 12 dicembre (piazza Fontana), la tomba di un giornalista ancora difficile da ritrovare (Mauro de Mauro), Almirante con la faccia serena e la cravatta intonata alla camicia... e non solo.
In 60 anni Francesco De Gregori ha raccontato ciò che sentiva ma a 60 anni sono ancora tante le cose che non si sanno e non si devono sapere. Per fortuna lui ce lo ha detto: “quello che non so, lo so cantare”.

Francesco Corallo 

http://www.infooggi.it/articolo/i-60-anni-di-francesco-de-gregori-tra-le-pagine-chiare-e-le-pagine-scure/11531/

 

 

 

De Gregori, i 60 anni del 'Principe' un compleanno 'Work in progress' (larepubblica.it)
Il cantautore festeggia il 4 aprile con una tournèe in coppia con Lucio Dalla, trent'anni dopo la storica 'Banana Republic'. Una carriera, la sua, che ha attraversato le fasi più oscure e controverse della storia italiana. Nata sullo sgabello del mitico locale romano Folkstudio
Francesco De Gregori

Sicuramente non festeggerà in modo clamoroso, non è nel suo stile, ma una cosa è certa: Francesco De Gregori il quattro aprile arriva al traguardo dei 60 anni in piena attività professionale, a dimostrazione che il 'Principe', come è da sempre soprannominato, non ha nessuna intenzione di deporre le armi della sua creatività poetica.

Il cantautore romano è infatti attualmente in giro per l'Italia con il suo 'Work in progress', una tournèe in coppia con lo storico e ritrovato partner Lucio Dalla. La collaborazione tra i due 'mostri sacri' della musica italiana è nata infatti nel 1978, quando, dopo un pranzo insieme, di fronte ad un bicchiere di vino composero - chitarra in mano - 'Ma come fanno i marinai'.

ll tour attuale segue trent'anni dopo quello storico del 1979, dal titolo 'Banana Republic' che riempì gli stadi di tutta Italia, lanciato da un concerto nel luglio dell'anno precedente allo stadio Flaminio di Roma con ben quarantamila spettatori. Lucio Dalla collaborerà con De Gregori nell'82 anche nella stesura di 'Viva l'Italia', uno dei brani più belli, famosi (e fraintesi) della discografia dell'artista.

Scorbutico ma coerente, poco mondano e socievole quanto intenso e profondo, De Gregori è stato da sempre a metà tra poesia e impegno, tra la figura di cantautore raffinato ed elitario e quella di artista popolare e amato da tutti. Molte le ballate 'storiche' ed indimenticabili che hanno fatto parte del repertorio dei suoi quarant'anni di musica, tra cui 'Rimmel', 'Buonanotte fiorellino', 'La donna cannone', 'Alice non lo sa', fino aI 'Bandito e il campione', 'Niente da capire', 'Sempre e per sempre'.

Una carriera, la sua, che ha attraversato le fasi più oscure e controverse della storia italiana: dal fascismo agli anni di piombo, da Piazza Fontana a Tangentopoli. Partita dallo sgabello del Folkstudio (lo storico locale che ha tenuto a battesimo tanti artisti della 'scuola romana') agli album storici, dal 'processo' sul palco di Milano nel 1976 alla dimensione concertistica dell'ultimo periodo.

La sua proverbiale ritrosia non ha però mai fatto rima con mancanza di generosità. Molte sono infatti le canzoni rimaste nella storia che De Gregori ha 'regalato' a colleghi ed artisti. A partire dall'indimenticabile 'Una citta' per cantare, scritta a quattro mani con Dalla per Ron, a 'Io e mio fratello' scritta per l'amico-nemico Antonello Venditti a 'Diamante', splendido pezzo di Zucchero Fornaciari.

Da sempre innamorato della musica di Bob Dylan, suo grande ispiratore insieme a Simon & Garfunkel, Leonard Cohen e Fabrizio De Andrè, nel 2003 prese parte al film di Bob Dylan 'Masked and anonymous', in cui canta 'Non dirle che non è cosi", versione italiana scritta dallo stessoDe Gregori di 'If you see her, say hello' di Dylan, tratto da 'Blood on the tracks' del 1975. Nelle note illustrative della colonna sonora di Masked and anonymous, Dylan lo definì "la leggenda della musica leggera italiana".

Dopo 40 anni sul palco, ora il Principe sembra più affabile con il pubblico, meno serioso e ingessato. In un'intervista di qualche anno fa ha confessato: "Ora mi dà meno fastidio incontrare la gente, ho imparato l'autoironia. O forse da domani tornerò ad essere la solita testa di cazzo".


 

Non ama le chiacchiere su di sé, Francesco De Gregori. Figurarsi i libri. Non prese bene neanche quello dell’amico Lo Cascio. E a Deregibus, autore della sua prima (e ottima) biografia, raccomandò scherzosamente di rinviarla a dopo la sua morte. Non è solo la sua celebre allergia ai media a insospettirlo. È anche il timore di veder dissezionate le sue canzoni con quello zelo didascalico che imputa a un’intera “scuola fatta da maestre  vecchie e impreparate”. Anche perché ci ha già spiegato che “non c’è niente da capire”. E allora? E allora perché un libro su Francesco De Gregori? Forse, proprio per sfatare questi tabù, per tentare di raccontare il suo canzoniere in modo diverso. Schivando il cliché, la spiegazione pedante, o peggio il gossip cui ormai è spesso relegata l’informazione musicale su giornali e tv. Lasciando che siano proprio le canzoni a conquistare il proscenio. Parole, sì, ma certamente anche i suoni, senza i quali quegli stessi versi perderebbero senso. E in questo non si può non essere d’accordo proprio con De Gregori, nemico giurato dell’accostamento canzone/poesia. Se Dylan o chi per lui potrà un giorno essere candidato al Nobel per la letteratura, non sarà certo perché è “un poeta”, ma perché alla canzone è stata finalmente riconosciuta la dignità letteraria che le spetta. Così come, forse, sarebbe anche il caso di ridimensionare l’assunto che nell’opera di De Gregori la musica sia ingrediente secondario: a volte, è proprio il piatto forte.
Ma ad affascinare non è solo l’arte del prestigiatore di parole e del musicista. C’è quello sguardo profondo, intransigente, lungimirante, che, tra innocenza e ferocia, ha scoperchiato quarant’anni d’Italia.
Riletti oggi, i suoi versi, pur criptici e ammantati di metafore, sono proprio la più stupefacente cartina di tornasole del paese “metà giardino e metà galera”. Forse perché, più che dalla passione politica, sono mossi dalla curiosità dell’irriducibile studente di Storia, interessato a ricostruire il presente con la memoria del passato
e la prospettiva aperta sul futuro. Si spiega così anche l’insofferenza verso tutte le consorterie politiche e mediatiche che hanno sempre cercato di strattonarlo dalla loro parte: è la ritrosia di chi preferisce salire sulla tolda della nave a scrutare l’orizzonte, invece di invischiarsi nel mare delle polemiche quotidiane.
Non a tutti può piacere, uno così. Uno che appena vede una telecamera si dilegua. Uno che dice: “I simpatici mi stanno antipatici”.
E che non si sforza certo di apparire simpatico o affabile, pur essendo in possesso di un’ironia affilatissima, forgiata sul trabiccolo rosso del Folkstudio, quando sbeffeggiava potenti e cortigiani a suon di ballate satiriche.
Ma questo libro non vuole convincere nessuno, né tantomeno imbastire un’improbabile agiografia. Ho cercato solo di raccogliere i pezzi di questo smisurato puzzle musicale lungo più di quarant’anni.
Senza suggerire soluzioni definitive (che, probabilmente, neanche esistono), ma tentando di individuare qualche traccia, qualche chiave per orientarsi meglio in un percorso che affascina e che, in fondo, ci riguarda tutti. Chi non si è immedesimato almeno in un verso, in una storia, in un personaggio delle sue canzoni?
A differenza di altri libri, però, ho scelto di non seguire un ordine cronologico e di raccontare l’opera di De Gregori per nuclei tematici: l’amore, la storia, il viaggio, la sofferenza degli sconfitti e l’arroganza dei potenti, le fiabe e gli occhi dell’infanzia. Focalizzando anche alcune tappe cruciali della sua carriera: dagli esordi al Folkstudio all’inaspettato ritorno “in progress” insieme a Lucio Dalla.
Un capitolo ad hoc è stato poi riservato al rebus dei rebus: il lessico degregoriano, fonte di cruciali innovazioni semantiche rispetto non solo alla canzone “cuore-amore”, ma agli stessi avamposti del cantautorato tricolore degli anni Sessanta e Settanta.
Tutto questo mentre il giovane Principe compie sessant’anni e sembra più in forma che mai. Soprattutto nelle sue performance dal vivo. Perché è il palco, ormai, il fulcro della sua attività, come testimoniano le lunghe tournée e la sfilza di album live pubblicati in questi anni. Le sue canzoni cambiano sempre gli abiti di scena, ma restano sempre lo stesso, meraviglioso enigma. Un ostinato cammino controcorrente, fra le pagine chiare e le pagine scure della nostra storia.
In comune con l’esperienza di OndaRock c’è il desiderio di accostarsi alla musica con passione e senza pregiudizi. Cercando di raccontare e di incuriosire, più che di emettere verdetti. Perché se è vero, come dice De Gregori, che una canzone non si può spiegare, c’è sempre la possibilità di stimolarne l’ascolto (e il riascolto), di suggerirne nuovi orizzonti. Magari liberando la fantasia, lungo le rotte dei tanti treni, navi e aerei disseminati su questa immaginaria cartografia.
Ecco, un viaggio “con le orecchie e con il cuore”, proprio come quello di Eugenio: questo è stato per me Fra le pagine chiare e le pagine scure e questo sarei felice che fosse anche per voi. Fatemi sapere.

claudio.fabretti@ondarock.it

 

 

 

GLI AUGURI DI ROCKOIL.IT - DI FIORELLA E DI DANIELE SILVESTRI

Ti porto un ragazzo che se io sono il liceo classico lui è l'università": il "liceo classico" a parlare è Fabrizio De André, mentre avverte Nanni Ricordi, decano della discografia italiana, di tenere d'occhio un giovane talento del "giro" del Folkstudio di Roma. L'"università", il ragazzo che poi divenne uno dei maggiori rimpianti professionali di Ricordi, che non riuscì mai a lavorare con lui, è Francesco De Gregori. Un carattere spigoloso e delle canzoni indimenticabili: la carriera del cantautore meno innamorato dei riflettori sulla scena tricolore è tutta giocata su questo dualismo. Innamorato di Bob Dylan e Leonard Cohen nei primissimi anni Settanta, quando nella capitale - grazie al fratello Luigi - muove i primi passi, il "Principe" - come lo chiamano - incrocia, in modo più o meno significativo, le carriere di tutti i suoi colleghi più illustri, da Venditti a Dalla, da De André e Graziani, fino a Baglioni (protagonista, con lui, di un'improvvisata esibizione davanti al Pantheon, nella Capitale, verso la fine del 1975, e che ritrovò per la prima volta su un palco "vero" lo scorso anno, dopo quarant'anni, sul palco del festival O'Scià di Lampedusa).
Cantautore impegnato, come si diceva all'epoca, ma non allineato (celebre il "processo" al Palalido di Milano da parte di alcuni esponenti della sinistra extraparlamentare, poi cantato da alcuni colleghi come Roberto Vecchioni, in "Vaudeville", Edoardo Bennato, in "Era una festa", e Luciano Ligabue, in "Nel tempo"), insofferente ai tic e ai riti del musicbiz tricolore (è uno dei pochi, o forse l'unico, a non fare del suo deliberato disinteresse per Sanremo - al quale pur partecipò, come autore, nel 1980, firmando il testo di "Mariù", che su musica di Ron venne presentata in gara da Gianni Morandi - un vessillo snob), De Gregori ha regalato alla storia della canzone italiana episodi indimenticabili come "Alice", "Niente da capire", "Rimmel", "Generale", "Ma come fanno i marinai", "Viva l'Italia", "La leva calcistica della classe '68", "La donna cannone" e tanti altri che adesso sarebbe inutile stare ad elencareLui, che oggi doppia la boa dei sessant'anni, forse festeggerà, o forse no.
A fargli gli auguri però, ci pensa qualche suo illustre collega. Come Fiorella Mannoia, che con lui ha condiviso tanto: le canzoni, anzitutto, come quelle che Francesco ha scritto per lei. Ma anche una lunga serie di concerti, culminata nel 2002 con la pubblicazione del disco dal vivo "In tour". E, guarda caso, anche lei compie gli anni proprio oggi.
Rockol l'ha raggiunta al telefono e Fiorella ha colto l'occasione per salutarlo così. "Gli faccio i più grandi e sinceri, amorevoli auguri. E gli ricordo che è tre anni più vecchio di me, come faccio ogni anno quando ci sentiamo per scambiarceli", scherza l'artista. "Francesco all'inizio incute soggezione, sarà la sua autorevolezza, la sua altezza o il fatto che ha un carattere un pochino spigoloso qualche volta", prosegue la Mannoia, "La prima volta che l'ho incontrato ero imbarazzatissima, quasi intimorita. Ma poi si è sciolto e ho capito che è un uomo simpatico, divertente e gioviale, anche se spesso è piuttosto umorale".
Ma quali canzoni sceglierebbe la Mannoia, tra tutte quelle che De Gregori ha scritto per lei? "Sicuramente `Giovanna d'Arco´ perché secondo me è un capolavoro, posso dirlo tanto non l'ho scritta io". E tra quelle scritte da Francesco? "La scelta è molto difficile, con grande sforzo posso dire `Bufalo Bill´".
Rockol, per questa occasione speciale, ha però voluto contattare anche un autore della "nuova generazione", Daniele Silvestri, che con un videomessaggio ha voluto rendere onore al "Principe" della canzone italiana. Ecco gli auguri di Daniele, per il quale Francesco De Gregori è sempre stato un esempio da seguire, un cantautore da imitare.

Probabilmente Francesco De Gregori non si curerà troppo di queste celebrazioni, con la grande nonchalance che gli è propria. "Mi sembra di aver scritto un'unica canzone", ebbe a dire poi lui, al quale gli onori e le celebrazioni non sono mai piaciuti. Se lo dice lui, probabilmente, sarà vero, quindi noi non aggiungiamo altro. Anzi, ci permettiamo solo di citare un suo collega, che in "Forever young" canta: "May your song always be sung".

http://www.rockol.it/news-228996/I-60-anni-di-Francesco-De-Gregori--gli-auguri-di-Rockol-e-degli-artisti

 

 

 

Lo so, a quest'ora il compleanno se n'è andato e uno già benedice che domani è un altro giorno. Avranno telefonato in mille a Francesco De Gregori per l'intervista dei sessant'anni che cadevano il 4 aprile, ma lui - mi dicono - si è tirato indietro, non aveva niente da dire.
Che deve dire, uno che compie 60 anni? Al massimo, la frase che poi si presume accompagnerà i compleanni successivi: "Sono contento di essere ancora vivo". E tuttavia mai sapremo cos'ha pensato oggi De Gregori, se è nel suo momento up (simpatico, immaginifico, affascinante, misterioso, acuto) oppure se è nel down (ostico, polemico, crudele, aggressivo, vendicativo). Non lo sapremo mai e io onestamente non me ne curo più da tempo, abbiamo già dato.
E tuttavia un omaggio al De Gregori artista va fatto, in questo giorno che uno i bilanci li fa anche pro domo sua.
Un artista che nei suoi momenti di malinconia cristallina, ha scritto canzoni indimenticabili, da Rimmel alla Donna Cannone.
Un artista che nei suoi momenti di più lucida scrittura impegnata ha saputo tratteggiare come nessun altro il pacifismo con quella poesia scabra che attraversa "Generale".
Un artista che ha inventato il più bel concept album italiano che io ricordi, "Titanic".
Un artista che ha inventato l'Italia di oggi in un inno destinato a non morire mai: Viva l'Italia.
Un artista che nel suo furore politico è stato il manifesto di gente che non trovava le parole: "Adelante adelante c'è un uomo al volante, ha due occhi che sembra il diavolo". (era Craxi)
Non m'interessa fare una biografia, e metter in fila i capolavori. Queste sono le poche canzoni che mi sono venute in mente, e che rappresentano una vita d'artista.
E' un peccato che in questi anni bui si sia rintanato in un silenzio creativo, che si sia accontentato di fare un megatour con Dalla, dove peraltro ha cantato benissimo canzoni bellissime come quelle che dicevo.
Ci manca il suo furore, ci mancano le sue delizie. Tace. Nessuno sa perché. Pazienza, e peccato però.

(La Stampa, 4.4.2011)