1990

 

Il Signor Hood - Bambini venite parvulos - Pane e castagne - Sotto le stelle del Messico a trapanar - Ninetto & la colonia - Buonanotte fiorellino - La Donna Cannone - La leva calcistica della classe '68 - A Pa' - Titanic - Bufalo Bill

 

Foto di copertina: Giorgio Lo Cascio  

 

1990

 

Natale -Cercando un altro Egitto - La ragazza e la miniera - Buenos Aires - Cose - Ciao ciao - Caterina - Pablo - Il canto delle sirene - Raggio di sole - La storia

 

Brani registrati live dal 1987 al 1989

Disegno in opertina: Marco De Gregori

 

1990

 

Niente da capire - Gesù bambino & la guerra - Scacchi e tarocchi - Rimmel - Nero - Pentathlon - Generale - L'abbigliamento di un fuochista - Capatàz - La storia - Due zingari - Rollo & his jets

 

 

Foto interne: Francesca Gobbi  

 

 

 

 

 

Elio Rivagli

Gilberto Martellieri

Guido Guglelminetti

Vincenzo Mancuso

Francesco De Gregori

Orazio Maugeri

Lucio Bardi

BATTERIA

TASTIERE

BASSO

CHITARRE

VOCE, CHITARRA

FIATI

CHITARRE E MAND.

Aldo Banfi

Massimo Spinosa

Lalla Francia

Lola Feghaly

Thomas Sheret

TASTIERE

TASTIERE

VOCE

VOCE

SAX E TAMBURELLO

 

 

Il titolo del primo dei tre album è Catcher In The Sky: si tratta di una citazione, se non sbaglio...- Sì, una citazione da Salinger: Catcher In The Rye è il titolo originale del romanzo che noi conosciamo come Il giovane Holden. - Ed esiste un qualche percorso allusivo nella serie dei tre titoli: Catcher In The Sky, Niente da capire e Musica leggera? - No, erano semplicemente dei titoli che avevo in testa, mi piacevano ed oltretutto non erano nemmeno gli unici. Nell'ultima fase di ascolto e di scelta dei pezzi, mi sono messo a delineare la scaletta dei tre probabili dischi e dovevo in qualche modo distinguerli l'uno dall'altro, così sono venuti fuori vari titoli. Non vi sono significati particolari, anche se una volta scelto il titolo Catcher In The Sky - perché mi piaceva - l'ho assegnato al disco dove maggiore è il numero di canzoni che in qualche modo riguardano il mondo dell'adolescenza, così come nel romanzo di Salinger. Comunque è un'accostamento molto sfumato.   "CHITARRE" - INTERVISTA A FRANCESCO DE GREGORI (DICEMBRE 1990) - DI GIUSEPPE BARBIERI E ANDREA CARPI)

 

 

 Bene, il prossimo non sarà certamente un anno sabbatico. Ho voglia di scrivere nuove canzoni, sto pensando ad un nuovo disco che forzatamente sarà un disco che si guarderà intorno e che quindi potrebbe risultare più vicino a "Miramare" che a "Terra di Nessuno". Non lo so, non ho ancora scritto una nota, ma ho voglia di farlo: ho passato un anno con la mente rivolta al passato a riascoltare le mie vecchie canzoni per il "live" ed adesso sento il bisogno di mettere a frutto tutto questo e di scrivere canzoni nuove. Probabilmente, con la Serraglio, produrrò anche dei dischi di altri artisti: vorrei fare un album con Giovanna Marini e poi ho in mente di produrre un album di mio fratello (Luigi Grechi, ndr) che ha registrato un nastro autoprodotto di canzoni molto belle.  BLU – IL MENSILE DI MUSICA TUTTA ITALIANA – 1990 DI PIERLUIGI DE PA LMA) 

 

 La qualcosa, devo dire, non è che mi faccia poi tanto piacere: se da un lato dimostra effettivamente che un po' so cantare, dall'altra potrebbe anche voler dire che le mie canzoni funzionano soltanto quando le canto io. Questo potrebbe essere considerato un limite, anche se le rare volte che ho scritto per altri sono rimasto soddisfatto, come nel caso del testo scritto per Zucchero o della canzone "Cuore di cane", scritta per Fiorella Mannoia. E poi ho sentito una versione di un pezzo già cantato da me, la quale mi ha lasciato esterrefatto per come è venuta bene: si tratta di una versione dal vivo di "Saigon", cantata da Paola Turci.   "CHITARRE" - INTERVISTA A FRANCESCO DE GREGORI (DICEMBRE 1990) - DI GIUSEPPE BARBIERI E ANDREA CARPI) 

Be' , coi miei ultimi due album Mira Mare 19.4.89 e Canzoni d'amore ho interpretato con un certo anticipo la nuova onda. Senza rivendicare chissà quale ruolo profetico, dico solo che oggi mi sarebbe difficile scrivere una canzone su Tangentopoli. Sarei in imbarazzo, perché è una cosa che ora fanno benissimo i giornali". Argomento più frivolo: Sanremo e l'antifestival dei metalmeccanici.   DE GREGORI: MAI AVUTO TANTA GIOIA DI CANTARE - LA REPUBBLICA - 4 FEBBRAIO 1993 – DI GIACOMO PELLICCIOTTI)

 

Probabilmente non avete ben presente la versione di Morandi, altrimenti lo capireste: Morandi aveva letteralmente smontato il testo e l'aveva ricomposto in una specie di collage. Qui sta il motivo della mia indignazione, che non era una semplice presa di posizione sul suo modo di cantare. Del resto, alla fine, lui e l' RCA mi hanno dato ragione e a denti stretti si sono impegnati a non stampare più quel disco, e Morandi a non cantare più quel pezzo. Quanto alla mia versione dal vivo, la considero filologicamente corretta malgrado la diversa atmosfera, perché il testo della canzone rimane quello che ho scritto, così come gli accordi. E poi, attenzione, non è neanche per un motivo del genere che me la sono presa con Morandi, come se si fosse limitato a cambiare una parola o ad introdurre un'annonia diversa qua e là: troverei un simile intervento più che lecito per qualsiasi interprete. Lui, invece, ha ridotto la canzone ad una sola strofa, tagliando e cucendo alcuni pezzi delle tre strofe originarie secondo la sua sensibilità e il suo gusto estetico, che sono chiaramente lontanissimi dal mio. Per esempio io ho posto la parola "fiorellino" all'inizio della seconda strofa, quindi a metà della canzone, proprio perché in questo modo arriva quando già è avvenuto uno sviluppo del testo, ed è quindi meno zuccherosa che non presa da sola. Al contrario Morandi l'ha sbattuta all'inizio, e questo è bastato a farmi rabbrividire, perché io non inizierei mai una canzone dicendo: "Buonanotte fiorelfino".

 

 

 

 

 

Sanremo è morta, viva la musica - FRANCESCO DE GREGORI

 

Ogni anno in questi giorni la musica italiana e le sue buone intenzioni si vanno ad incagliare puntualmente nei bassifondi di Sanremo. Del Festival di Sanremo è stato già detto tutto e il contrario di tutto: perché allora continuare ad infierire, o comunque a discuterne? Lo scarso spessore della manifestazione sia dal punto di vista artistico che da quello commerciale è abbastanza scontato: nessuna persona di buonsenso potrebbe sostenere che le belle canzoni oggi in Italia siano quelle di Sanremo; ed ogni addetto ai lavori sa che il fatturato dell'’ndustria discografica in Italia dipende solo marginalmente dagli esiti festivalieri. In tal senso, dunque, la definizione stessa: «Festival della canzone italiana» suona un po’ troppo totalizzante per essere del tutto legittima. Il punto, doloroso, è un altro: e cioè che questo Festival da una parte si arroga il diritto di rappresentare in esclusiva la produzione musicale leggera corrente e dall’altra sembra invece voler ribadire, quasi con una sorta di accanimento, la subalternità culturale della canzone rispetto ad altri generi di spettacolo e ad altre forme di espressione artistica. Proviamo a chiederci, per esempio, che dignità e che credibilità potrebbe avere un Festival del cinemala cui giuria fosse composta in massa da giocatori del Totip; oppure a chi verrebbe assegnato il Premio Strega sulla basa di un’indagine della Doxa; che effetto ci farebbe se ai vincitori dei Grammy Awards venissero abbinati i biglietti vincenti di una lotteria.

A che cosa è funzionale, dunque, questa pervicace volontà di degradare a tutti i costi a sottocultura ciò che sottocultura potenzialmente non è? Quale determinazione e quali interessi affidano, tanto per dirne una, l’organizzazione di una rassegna così ambiziosa e, ahimé, anche la sua direzione artistica, ad una persona che non ha altri titoli di competenza che non quelli di una passata attività di impresario di feste di piazza e di una presente, ostentata, amicizia politica?

Quale incontinente forma di masochismo spinge le case discografiche più potenti ad accettare meccanismi che è eufemistico definire oscuri ed avvilenti pur di promuovere i loro prodotti, con risultati spesso meno che modesti?

Come mai Raiuno investe cifre faraoniche per trasmettere in diretta per varie sere consecutive nella fascia di massimo ascolto una sfilacciata quanto ultrasponsorizzata sagra strapaesana? L’audience, certo: ma sfido qualsiasi programma televisivo con la massiccia copertura pubblicitaria preventiva di cui gode il Festival a non essere un successo, se per successo si intende la quantità dell’attenzione e non la sua qualità. Come mai, per farla breve, si vuole a tutti i costi far diventare un evento (anche se poi l’anno dopo nessuno si ricorda più il nome del vincitore) questo carrozzone pieno di piccoli e grandi imbrogli?

La risposta sta probabilmente nel tentativo di promuovere, attraverso la banalità delle canzoni, la banalità in quanto tale intesa come valore assoluto e positivo del mondo di oggi; banalità che, se parliamo di televisione, non è purtroppo limitata a Raiuno e al Festival, ma pervade la maggior parte dei programmi di intrattenimento «per famiglie» e che assume addirittura valore o funzione politica in quanto tranquillizzante, consolatoria, «normalizzatrice». In una società che si fa sempre più problematica e densa di incognite l’impegno di Sanremo sembra quello di suggerire a tutti i costi un generalizzato «tira a campà» espresso in musica, anzi, in musichetta.

Su posizione ben diverse si trova invece, naturalmente, l’«altra» canzone, quella che come al solito diserterà il Festival ma che nonostante il Festival esiste e gode di ottima salute (e i suoi risultati commerciali poi, visto che la gente non è stupida, sono incomparabilmente superiori a quelli dell’indotto sanremese).

Quest’altra canzone, che chiameremo «d’autore» solo per intenderci dato che questa definizione sa un po’ troppo di carboneria, giustamente non scende a patti, se non sporadicamente, col mondo del Festival. Come dargli torto?  

La distanza qualitativa è abissale, l’universo culturale nel quale si muovono i suoi rappresentanti è del tutto diverso, gli ideali e i valori cui fa riferimento sono agli antipodi del piccolo cabotaggio festivaliero.

Questo rifiuto certamente può portare degli svantaggi professionali a coloro che lo praticano, primo fra tutti quello di una rinuncia alla promozione del proprio prodotto di fronte ad una platea televisiva disattenta e indifferenziata quanto si vuole ma pur sempre molto vasta. Ma d’altra parte è un rischio che vale la pena correre se serve a prendere le distanze dalle grandi e piccole volgarità di una rassegna che tende a mero fatto di costume una presenza culturale ed artistica di tutto rilievo e che, ora come ora, non rende assolutamente giustizia al livello raggiunto dalla musica leggera italiana.

l’Unità, Domenica 24 febbraio 1991

 

 

 

 

 

La Repubblica - Giovedì, 13 settembre 1990 - pagina 31 - di GINO CASTALDO

AUTORITRATTO IN TRE ALBUM

 

Esce il disco triplo di Francesco De Gregori, una ricca scelta di canzoni registrate dal 1987 al 1989

IMMAGINIAMO un ritratto di cantautore in cammino, colto nel pieno di quello spiritato nomadismo che porta gli artisti della nuova canzone a macinare centinaia di chilometri sulla strada per offrire eloquenti saggi della loro produzione ai pubblici più diversi. Questo è quello che ha da proporci oggi Francesco De Gregori, una sorta di autoritratto in movimento fatto di canzoni, suoni e applausi. Con la sola eccezione di Banana Republic, firmato insieme a Lucio Dalla e legato all' insolito tour organizzato a due voci, De Gregori era praticamente l' unico dei grandi cantautori italiani a non aver mai pubblicato un album live. La lacuna viene prontamente colmata in questo singolare, irripetibile mese di settembre scadenzato da tanti eventi che riguardano la musica italiana. E anche questa uscita è a suo modo un episodio un po' speciale. Forse proprio perché non c' erano precedenti nella sua carriera, De Gregori ha realizzato addirittura un disco triplo, o meglio una sequenza di tre distinti album con tre differenti titoli che possono essere acquistati anche separatamente Niente da capire, Musica leggera e Catcher in the sky (ed. Serraglio/Cbs), questi i tre titoli, con una ricchissima scelta di canzoni, tutte registrate in un arco di tempo che va dal 1987 al 1989 nei più disparati angoli della penisola. Dentro ci sono i quindici anni circa di attività nei quali De Gregori ha scritto una delle più importanti pagine della nostra musica. Mancano le canzoni dei due primi album, Theorius campus (realizzato in società con Venditti) e Alice non lo sa, ma poi ci sono quasi tutti gli episodi più significativi.

 Da Niente da capire a Bambini venite parvulos si passa attraverso le prime sorprendenti intuizioni dell' album detto la pecora con Cercando un altro Egitto al capolavoro di questi primi anni, ovvero Rimmel, abbondantemente citato in questi album live, con tra le altre Rimmel, Pablo, Buonanotte fiorellino, poi si attraversa la successiva maturazione arrivata con Bufalo Bill, e con De Gregori, altro album molto ricordato, con tra le altre Generale, Due zingari, e poi ancora qualcosa da W l' Italia e molti pezzi da Titanic, che è da considerare il capolavoro della maturità (datato 1982). Poi ci si avvicina ai giorni nostri, a partire dalla Donna cannone a finire a Scacchi e tarocchi (da cui è tratta A Pa' la canzone dedicata a Pasolini che rimane ancora oggi una delle sue migliori in assoluto), a Canto delle sirene e ai recenti pezzi di Mira Mare 19.4.89. E mutano anche i luoghi dove sono stati registrati i pezzi, da Orvieto a Bisceglie, da Trieste a Roma, con un paio di pezzi ripresi addirittura dal Folkstudio. Mentre non risulta chiara la ripartizione dei pezzi nei tre differenti album, mescolati in modo apparentemente casuale rispetto alla loro struttura e alla collocazione cronologica. Dunque soprattutto un' occasione per storicizzare l' avventura creativa di De Gregori, dal primitivo, a volte ingenuo, ermetismo degli inizi alla successiva maturazione in cui in alcuni straordinari e felici momenti è riuscito a fondere una soave e raffinata elaborazione poetica a quella ferma e solida coscienza civile e politica che è alla base di gran parte della sua opera. E' un evoluzione palpabile e avvincente, perfettamente documentata da questi dischi, anche se l' aspetto interpretativo è racchiuso in un arco di tempo piuttosto limitato. Ma si tratta ovviamente principalmente di esecuzioni dal vivo, circostanza che permette di cogliere pregi e difetti di questo ricchissimo canzoniere. Intanto l' album dal vivo esalta il talento, generalmente visto marginalmente, di cantante, di interprete in cui De Gregori eccelle, anche nella capacità di reinterpretare se stesso in modo sempre diverso. D' altra parte emerge un certo limite musicale di quest'opera, che ascoltata nell' insieme risulta piuttosto monocorde, un limite derivato dal rifiuto che De Gregori ha sempre mostrato nei confronti della ricerca musicale, da lui minimizzata rispetto ad una serie di splendide intuizioni melodiche e un elevatissimo livello di testi.

 

Lola Feghaly e Lalla Francia

 

 

 

FELLINI NON ESISTE (di Francesco De Gregori) l'Unità , 20 gennaio 1990

 

"Ma Fellini esiste veramente? Scommetto di no.Fellini potrebbe esistere solo in quanto mito, o materia di insegnamento universitario, o monumento della storia del cinema. Solo all'interno di quel Grande Tutto Cinematografico nel quale abitano, più o meno legittimamente, tutte le stelle del mondo del cinema,inteso come il cinema di tutto il nostro mondo.Insieme quindi a Buster Keaton, e a Stallio e Ollio, a Dustin Hoffmann, a Bergman , a Kubrick : attori e registi che forse gli piacciono o forse no, ma che loro sì , esistono, forse per merito della loro grandiosa astrattezza. Ed hanno perciò un posto numerato in quell'immenso calderone di invenzione e di sogni dove possiamo trovarli da sempre e per sempre( e di solito per sempre giovani). Insieme a John Wayne, e a Marilyn Monroe, a Totò e a Zeffirelli, ai Fratelli Marx, ai fratelli Taviani e ai fratelli Vanzina. Ma Fellini? Davvero non ci sembrerebbe un po' strana , per quanto dovuta , la sua collocazione in questo sconfinato pantheon? La verità è che Fellini non esiste, anche se ogni tanto fa dei film, anzi dei "filmetti",come ama definirli, e anche se si sostiene che abbia perfino una sua immagine o "look", come si diceva negli anni 80.Ma così come una bombetta e un bastone non sono sufficienti ad identificare Chaplin, così una sciarpa ed un cappello non bastano a dimostrare l'esistenza di Fellini. Una prova però ci sarebbe, e questa, in un certo senso , inoppugnabile:io Fellinil'ho visto con i miei occhi. Stavo andando a passeggio quando l'ho veduto rientrare a casa sua (aveva anche la sciarpa ed il cappello!), ed attardarsi a dialogare con un enorme gatto promettendogli a breve adeguati rifornimenti alimentari.Il gatto per la verità sembrava un po' scettico, probabilmente già edotto di quanta finzione possa esservi nel Cinema, e Fellini pazientemente , continuando a parlare, piano piano ha richiuso il portone. Non Ho assistito alla conclusione di questa epifania, ma sono pronto a giurare che Fellini abbia mantenuto l'impegno. Se esiste, Fellini è un uomo sicuramente generoso e,nelle cose sostanziali , di parola. Non ricordo quale sia stato il primo film della mia vita, ma certo non era un film di Fellini:probabilmente era uno di quei western senza pretese con i cowboys buoni e gli indiani cattivi, girato senza troppe velleità artistiche e anche senza molte speranze di sfondare al botteghino: un "filmetto", insomma , nel vero senso della parola , ma che magari a Fellini sarebbe piaciuto.Ma chissà se Fellini c'è mai andato, al cinema. Io , invece, ci vado spesso, anche se non lo considero una missione, e i film di Fellini li ho visti tutti, e molti li ho anche rivisti e avrei voglia di rivederli ancora. Solo Casanova fa eccezione: c'ero andato ma sono uscito quasi subito, come per un attacco di claustrofobia,, davanti a quel mare di plastica nera e alla faccia sbiancata di Donald Sutherland.Sono scappato via, forse pensando di poter scappare così anche al fantasma della vecchiaia, tanto potentemente e misteriosamente evocata. In un'intervista di qualche tempo fa Fellini dice di essersi sempre sentito dentro ,anche da giovane, i suoi odierni settant'anni, Non so se lo abbia detto per affermare in maniera divertente il contrario, cioè di sentirsi ancora oggi un ventenne, o se sia stata solo una battuta per scrollarsi di dosso quel tanto che vi è di celebrativo e di ingombrante in una ricorrenza come questa; o se non sia stato magari in definitiva un modo raffinato di glissare sulla propria reale inesistenza. Tutto sommato Fellini ha sempre giocato con l'età e con le età ( penso soprattutto ad Amarcord, ma anche al Fellini giovane di Roma e al terribile invecchiamento posticcio di Mastroianni in Ginger e Fred) . 

Perchè dovrebbe proprio oggi prendere sul serio la sua? Eppoi se Fellini ,come credo, non esiste, è evidente che non ha età.Ma se Fellini esistesse ( il che , ammettiamolo, può anche darsi)vorrei fargli oggi tanti auguri. Che sono gli auguri di un suo ammiratore, e mai questa parola ha avuto più senso di adesso. E vorrei fare gli auguri anche a me e ai lettori. Perchè se oggi è la festa di Fellini è la festa anche di tutti quelli che almeno una volta nella vita sono entrati in un cinema e si sono commossi e si sono divertiti." Francesco De Gregori”.

 

 

 

 

 

02/06 Porto S. Giorgio 03/06 Nola 04/06 Roma 06/06 Torino 07/06 Cuneo 08/06 Chianciano 11/06 Bolzano 12/06 Milano 13/06 Brescia 14/06 Belluno 15/06 Cesenatico 16/06 Schio 17/06 Bologna 20/06 Cosenza 21/06 Napoli 22/06 Marsciano 23/06 Salsomaggiore 25/06 Bari 27/06 Lucca 28/06 Masone 29/06 Acqui Terme 01/07 Lucca 02/07 Udine 03/07 Mede 05/07 Pescara 06/07 Sant'Iario 07/07 Macerata 10/07 Salerno 12/07 Cagliari 13/07 Tortoli 16/07 Pietrasanta 17/07 Sarzana 18/07 Mantova 19/07 Firenze 20/07 Pesaro 28/08 Gricignano D'Aversa 29/08 Casalduni 02/09 Genazzano 03/09 Sezze 05/09 Capalbio 06/09 Ferrara 07/09 Milano