Francesco De Gregori: «Non è più tempo di raccontarsi storie»

In oltre quarant’anni di carriera, ci sono canzoni che vorrebbe aver scritto (vedi alla voce Battisti) e altre in cui non si riconosce più. Perché la libertà di cambiare punto di vista lui la rivendica. E, per restare di sinistra, dice che basta essere ancora dalla parte dei deboli e pagare le tasse fino all’ultimo centesimo

Alba degli anni ’70: «Lucio Battisti viveva a Milano e a Roma scendeva di rado per incontrare Adriano Pappalardo che mi incuteva un certo timore. Ex rugbista, fisicamente enorme, con qualche leggenda, a partire dalla sua presunta adesione all’estrema destra, che ne accompagnava l’incedere nei corridoi della Rca. Quando lo incontravo, per dire, mi scansavo perché avevo tutte le ragioni per pensare che per musica, interessi e frequentazioni ci stessimo cordialmente antipatici. In realtà, come ebbi modo di appurare in seguito, Adriano, grandissimo talento, era una pasta d’uomo.

Non dico che diventammo amici, ma ci fermavamo spesso a bere qualcosa al bar dopo l’orario di chiusura. Dopo le 18, questo panorama di gente, me compreso, che passava le ore a fare meno di niente, magicamente si diradava. Davanti a un bicchiere, un giorno, incontrai Lucio. Io avevo appena scritto Alice, lui vendeva più dischi di tutti ed era visto con sospetto perché non apparteneva in alcun modo alla categoria dei cantautori impegnati che allora andavano per la maggiore. Parlammo a lungo, per più di un’ora».

 

Francesco De Gregori è a Roma. Alle spalle, nel suo studio, un quadro di Karl Hubbuch. In bocca una Gauloises senza filtro. Ne fumerà parecchie, alzandosi di tanto in tanto per aprire la finestra, svuotare il posacenere, recuperare una frase, un nome, una citazione: «L’età avanza», sorride, «e i libri letti si confondono».

Battisti le piaceva?

«Moltissimo». «E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa / nascere un giorno una rosa rossa».

Se Emozioni l’avesse scritta lei, l’avrebbero lapidata.

«Però mi piacerebbe averla scritta. Quella e alcune canzoni pop, anche molto più semplici. Nel lavoro di Rita Pavone, Gianni Morandi o Nicola Di Bari ritrovo una nettezza di significato, di suono, di musica e arrangiamenti che è lontanissima dall’insopportabile pop di oggi. Ci sono sentimenti e cose meravigliose lì dentro. E nessuna traccia di quell’arroganza, di quella pretesa pedagogica che i cantautori, me compreso, portarono dentro le canzoni».

Quando accadde?

«Quando alcuni cominciarono a pensare che la canzone dovesse non soltanto intrattenere, ma dare una dritta politica, indirizzare il pensiero, normare».

È pentito di qualcosa?

«Pentito non sono pentito di niente, ma oggi alcune canzoni non le scriverei più».

Quali?

«Per esempio La storia. Ci sono versi che hanno l’olezzo del gentismo, che parlano della gente a sproposito. La mitologia della gente, oggi come oggi, viene accostata a lettura populista della vita, dell’Italia e della realtà che non mi appartiene».

In concerto continua a cantarla.

«Ci sono alcune canzoni che eseguo dal vivo perché mi piace cantarle, perché mi sembra che vengano in modo convincente o perché semplicemente ci sono affezionato. Non è che possa smettere di cantare La storia così come non posso smettere di cantare Rimmel».

Però non le riscriverebbe.

«Come altre riferite ad argomenti o figure femminili spesso sovrapposte tra loro che abitano in storie d’amore che non sono più mie e non mi appartengono più nemmeno nella memoria o nel rimpianto. C’è una parte musicale del mio lavoro e una parte emotiva che resta nonostante queste considerazioni, ma grazie a Dio non ho più lo stesso identico modo di pensare le cose e vivere i sentimenti che avevo 30 o 40 anni fa».

Rimmel era una canzone sulla fine di un amore o sulla fine della giovinezza?

«Sulla fine di un amore e sull’inizio di una giovinezza. All’epoca mi sentivo molto giovane».

A quel tempo, come in Bufalo Bill, lei era un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne.

«Bufalo Bill era una canzone scritta dopo il successo di Rimmel, da uno che davanti a sé aveva una prateria da esplorare. Era un modo per tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Il mio ruolo di artista che doveva firmare contratti, e firmandoli intravedeva il rischio di perdersi, di passare da eroe ad attrazione. Era un’autodifesa. “Non vorrei diventare un’attrazione da circo”, mi dicevo, “vorrei continuare a essere bello e biondo come Gesù e – sperando che gli animalisti non si infurino – continuare a sparare agli animali nella prateria”. Era il ritratto di una persona che non ambiva a diventare la caricatura di se stesso e non voleva finire in tournée con un finto circo pieno di indiani ancora più finti. C’è un magnifico racconto di Salgari sull’arrivo del circo di Bufalo Bill a Genova, che è la descrizione di una festa di piazza con un sottofondo di tristezza infinita».

Lei amava Lévi-Strauss. Ricorda l’incipit di Tristi tropici? «Detesto i viaggi e gli esploratori». Eppure ha viaggiato e ci ha fatto viaggiare.

«Credo che sotto ogni aspetto le canzoni siano letteratura e la letteratura fa viaggiare perché, da Omero a Melville, attinge da sempre all’idea del viaggio. C’è sempre una partenza, un ritorno, una terra che si allontana, un molo a cui attraccare. Se stai fermo, cosa vuoi raccontare?».

Salgari stava fermo e ti portava lontano.

«Stava fermo, ma raccontava dei viaggi interiori, familiari e personali. Il viaggio non è necessariamente prendere una nave e andare, ma anche muoversi dentro se stessi».

Scoprirsi, raccontarsi e viaggiare dentro se stesso le ha provocato sofferenza?

«No. Sono felice della vita che ho avuto. Mi sono mosso dentro me stesso con qualche deragliamento e qualche incidente. E non voglio escludere di averne altri in futuro».

Quando le si fa notare che esiste una divaricazione tra il De Gregori di ieri – ombroso, scostante, quasi antipatico – e quello di oggi – affabile, simpatico, aperto alla conoscenza e all’abbraccio con mondi lontanissimi dai suoi – lei si arrabbia. La lettura di uno dei suoi quotidiani preferiti, Il Foglio, ieri le sarebbe costato un processo in pubblica piazza.

«Intanto non mi arrabbio. Al limite rivendico la libertà di muoversi e di cambiare punto di vista. Una libertà che chiamerei normalità, ma non ha necessariamente a che fare con l’ammorbidirsi perché non sono affatto più morbido di come ero allora».

Duro fu con i partiti che usarono le sue canzoni per inaugurare i congressi senza chiederle il permesso.

«Rivendicavo l’unicità dell’opera d’arte. La canzone, tutte le canzoni, anche Semo gente de borgata, è un’opera d’arte, e che venga presa e abusata lo trovo offensivo. Nessuno si permetterebbe mai di prendere un quadro di Kounellis per trasformarlo in un manifesto utile alla campagna del Pd o dei 5 Stelle. Magari esistono molti artisti felici che questo avvenga perché si sentono legittimati o promossi, ma come diceva quel galantuomo di De Gasperi, fatta salva la mia personale cortesia, io non amo molto i politici. Non c’entro niente. Non voglio essere promosso o abbracciato da nessuno. Non amo gli artisti che cavalcano o si fanno cavalcare dalla politica, anche se a volte lo fanno loro malgrado perché poi, quando sei tirato in mezzo sui giornali, polemizzare diventa anche difficile. I cantanti sono considerati dei guitti, non hanno l’autorevolezza dei cineasti. Se un partito prendesse una sequenza di Sorrentino o Moretti per fare campagna elettorale, succederebbe l’inferno, con i cantanti no: “Che fai? Invece di dirci grazie osi pure incazzarti?”».

Oggi?

«Oggi evidentemente è tutto molto meno affascinante. Cambiano le idee, cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche la società intorno a te. Essere di sinistra negli anni ’70 aveva un senso, una motivazione e dei punti di riferimento che nei partiti, nella politica e nei suoi uomini trovavano senso. Non voglio dire che non sono più di sinistra, ma curiosità, attenzione e passione per quello che vedo pubblicare sui giornali sono molto diminuite. Sono meno di sinistra? Non lo so. Se essere di sinistra significa parteggiare per i deboli, sono rimasto dalla stessa parte di ieri. Purtroppo è sempre più difficile capire chi oggi nella politica esprima le ragioni dei deboli e chi dei forti, per cui mi sento un po’ perso e reagisco facendo un passo indietro. Rifiutando di indossare una bandiera in maniera esplicita come, devo dire, in fondo mi è raramente capitato di fare anche in passato».

«Se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta non si è capito niente della vita», sosteneva Flaiano.

Lei è diventato di destra?

«Le ho appena detto di no, ma se dovessi discutere con D’Alema, con Bersani o con Renzi non saprei cosa dirgli. Ascolti. Per me la partecipazione alla vita civile, che trovo nobilissima, significa pagare le tasse fino all’ultima lira. A quel punto io mi sento a tutti gli effetti dentro la politica e dentro la società. Altro è fare il tifo per qualcuno, entusiasmarsi per una legge elettorale di cui da anni non si capisce niente o perdere mezz’ora di mattina allo scopo di capire che cosa abbia detto Pisapia a Ingroia. Leggere che esiste un movimento che si chiama la Mossa del cavallo francamente mi atterrisce. E no. A quello ho detto basta da tempo. La mattina ho altro da fare: fumarmi la sigaretta al bar, andare dal barbiere o parlare con quello che pulisce le foglie ai giardinetti mi sembrano cose molto più importanti».

In Guarda che non sono io metteva in guardia gli appassionati che la incontravano per strada: «Se credi di conoscermi, non è un problema mio». Qualcuno ci rimase male.

«La canzone è nata al mercato di quartiere. Adesso passo e non mi si fila nessuno. Le prime volte invece mi fermavano: “Ahó France’, ho chiamato mia figlia Alice”. “Ma chi te l’ha chiesto?”, avrei voluto dire. Non è colpa mia. Come cantavo: “Guarda che non sono io quello che stai cercando”. Io sono io, le mie canzoni sono un’altra cosa. Avvertivo una frattura forte tra la persona che mi parlava e quello che ero. Quelle persone non vedevano me, vedevano la mia canzone. Non gli importava niente che io fossi lì, esattamente come uno di loro, a comprare la verdura o il pesce. Si creava una distanza che non desideravo avere. Io amo il rapporto quotidiano, normale. Mi sento come un medico o un gommista per cui nessuno deve pensare di conoscermi solo perché opero un’appendicite o riparo una gomma. Umanamente, io sono io. E non mi piacciono i pregiudizi, né quelli positivi, né quelli negativi. A volte mi capita di andare a cena con della gente e mi accorgo di stare antipatico a qualcuno che non mi conosce soltanto perché sulla base di una canzone o di un’intervista si è fatto di me un’idea tutta sua».

E si cruccia?

«Vorrei partire almeno alla pari» (sorride).

Se le dicevano che una sua canzone era un capolavoro, ci credeva?

«Non ci ho mai creduto e non ci credo nemmeno adesso. La parola capolavoro la trovo imbarazzante, anche in altri campi artistici. Non mi interessa».

Perché?

«Perché mi piace la parola lavoro. Non amo l’idea che qualcuno assuma una sua canzone, un suo libro, un suo quadro teorizzando che rimarrà. Io credo nel lavoro complessivo di un artista. È il pubblico che decide, ma “capolavoro” è una schematizzazione che dà la critica. Una schematizzazione che oltre a essere dannosa e deleteria può inchiodare l’artista».

Nel tour americano ed europeo ha cantato con sua moglie Chicca. In America era già stato altre volte.

«La prima nel 1976, un’avventura bellissima, proprio con lei. A quei tempi in Italia vigevano delle restrizioni valutarie e non potevi portare in viaggio abbastanza soldi per stare fuori due mesi. Andai da Ennio Melis, il patron della Rca con il cappello in mano: siete una multinazionale, datemi una mano voi. Melis mi fece accreditare diecimila dollari in una banca americana: “Non preoccuparti, me li restituirai con le royalty”. Io e Chicca, dubbiosi, quasi increduli che potesse accadere davvero, andammo sulla Sesta Strada a New York e fummo accolti da una ragazza, Sabina Von Rogalle, di cui incredibilmente non ho dimenticato il nome: “Vi accompagno”, ci disse, “altrimenti se voi due chiedete quella cifra chiamano la polizia”. In un istante fummo ricchissimi. Così ricchi che i soldi avanzarono e con quello che era rimasto in America tornammo anche l’anno dopo. Dormimmo prima al Chelsea Hotel che – non ancora ristrutturato, l’aria decadente e un po’ di topi che correvano su e giù per le scale – era un posto di un certo fascino. E poi altrove, in viaggio verso ovest, guidando fino al Colorado».

Melis le richiese i soldi indietro?

«Mai. Forse se lo dimenticò o forse – la soluzione a cui preferisco pensare perché l’ho amato e voglio continuare ad amarlo – chiuse un occhio consapevolmente».

Che impressione le ha fatto l’America vista quarant’anni dopo?

«New York è sempre stupenda, ma una serie di comportamenti nel modo di vivere e nel modo di ragionare degli americani un po’ mi hanno turbato. Ho avvertito una freddezza nei rapporti umani alla quale noi non siamo abituati».

L’America ha votato Trump.

«E ho il massimo rispetto per chi ha scelto di farlo. Mi piacerebbe viaggiare negli Stati centrali degli Stati Uniti per cercare di capire il perché. La vittoria di Trump però non è una sorpresa. Non è un mostro piombato dal nulla. Credo che sulla sua vittoria abbiano pesato un’area liberal lontana dai problemi della realtà, una rincorsa acritica alla globalizzazione e soprattutto un’ansia estetica del politicamente corretto che personalmente ho sempre trovato insopportabile. Sulla necessità di accogliere e di aprirsi forse puoi convincere un bostoniano, ma con un abitante dell’Ohio e in certe realtà sociali disperate fatichi di più».

A proposito di ansia da politicamente corretto. Che idea si è fatto del caso Weinstein?

«Credo che gli sopravviveremo. La discussione ha preso una piega assurda confondendo i piani. Stalkeraggio, molestie e violenze sono ambiti diversi dal corteggiamento. Non mi convincerò mai che una mano che sfiora la gamba di una tua amica al cinema sia da sanzionare con la galera».

C’è chi ha parlato di abuso di potere.

«Se una donna o un uomo viene sottoposto a un ricatto professionale di quel tipo ha due scelte: dire di sì o dire di no. Se dice di sì non è una mignotta, se dice di no non è una perseguitata. Scegliere appartiene alla libertà dell’individuo, ognuno fa i calcoli che crede. Poi se mi domanda: “Lei approfitterebbe del suo potere per portarsi a letto qualcuno?”, la risposta è sempre no perché è un comportamento che non mi appartiene. Ma parliamo di un contesto in cui i confini sono sfumati. Negli approcci tra un uomo e una donna, o se preferisce tra due uomini o due donne per essere politicamente corretti, c’è necessariamente una dose di ambiguità: se decidiamo di eliminarla, si elimina d’un tratto anche “Amor c’ha nulla amato amar perdona”. Anche lì ci sono due persone che leggono un libro e poi succede qualcosa. Per darsi un bacio non si può pretendere di far domanda in carta bollata. Uno della mia generazione non riesce a concepirlo. Noi al tempo ci siamo annusati, cercati e amati senza farci del male, anzi facendoci spesso del bene, e sulle rispettive intenzioni – mi creda – ci siamo chiariti molto prima che la situazione degenerasse. C’è un libro di Robert Hughes che si intitola La cultura del piagnisteo, un libro fondamentale sulle follie del politicamente corretto. Lì si racconta che un signore va in un caffè, apre la sua copia di Playboy e quando arriva la cameriera e sulla pagina, servendo un pezzo di torta, vede una donna nuda, denuncia il cliente per molestie. Così, a quei patti, ammetto di non farcela».

E a non fumare in America ce l’ha fatta?

«Sono un fumatore convinto che fumare faccia male, e in America c’è una campagna contro il fumo giustissima e sacrosanta, che sfortunatamente ti fa sentire un criminale appena ne accendi una. Non puoi fumare in camera, non puoi farlo davanti all’albergo e – come a Boston, dove pioveva – devi bagnarti come un cane sotto il diluvio in una specie di gogna pubblica francamente un po’ esagerata. Avranno sicuramente meno cancri al polmone, ma non sono così certo che abbiano meno polmoniti».

 Questa intervista è tratta dal numero di Vanity Fair in edicola il 6 dicembre.

https://www.vanityfair.it/music/storie-music/2017/12/09/francesco-de-gregori-intervista-canzoni

 

Nel cuore del centro storico di Roma, in via della Frezza 53, Federico e Marco De Gregori, figli di Francesco, hanno pensato e realizzato VINYL ROOM, un negozio che si propone di rilanciare il vinile come supporto ed oggetto privilegiato di ascolto contemporaneo.

L’apertura ufficiale avverrà domani, sabato 21 aprile, in occasione del RECORD STORE DAY 2018.

Nella VINYL ROOM chi non si accontenta della musica in streaming e di un paio di auricolari potrà trovare long playing nuovi ed usati, rari e meno rari, ogni genere musicale dal rock al folk, dal jazz alla canzone d'autore: cofanetti in edizione limitata, edizioni di lusso, proposte di ogni tipo per amatori e per collezionisti.Risultati immagini per Vinyl Room roma

Una sezione particolare del negozio (Highlits Shots) propone in vendita una collezione di foto originali d'archivio che ritraggono gli artisti più significativi ed importanti della nostra epoca, catturati in scatti inediti in bianco e nero.

I Beatles, Frank Zappa, Chet Baker, Fabrizio De André, Demetrio Stratos, David Bowie e molti altri ancora.

«Per ovvi motivi di famiglia abbiamo sempre abitato fra dischi e chitarre fin da bambini - dichiarano Marco e Federico De Gregori - Questo negozio è la conseguenza inevitabile di un amore per la musica che non si è mai interrotto e che vorremmo condividere col pubblico più attento alla qualità del suono e alle proposte di mercato meno scontate».

Più che un negozio di dischi VINYL ROOM è dunque una galleria di testimonianze artistiche e sonore di un momento storico in cui la musica a 33 giri, che ancora ci gira intorno, ha dato un'impronta decisiva ed indelebile al gusto musicale e alla cultura del nostro tempo.

Vinyl Room - Via Della Frezza 53a - 00186 Roma - Tel: 06 3214295 - vinylroom2017@gmail.com

 

 

 

 

DAL NOSTRO INVIATO NEW YORKQUANDO

alla sala concerti della Town Hall si riaccendono le luci, gli occhi di Francesco De Gregori brillano più delle medaglie al collo dei non pochi spettatori che poco più di 48 ore prima hanno completato la maratona di New York. Anche i runner, pur con le gambe ancor dolenti, sono in piedi con gli altri ad applaudire il cantautore, che a 66 anni ha debuttato negli Stati Uniti.

Quasi un paradosso, per uno che ha spesso inserito — anche in anni in cui non era facile farlo, per ignoranza sul resto del mondo musicale e pregiudizi politici — l’America nelle sue canzoni, non nascondendo mai Bob Dylan tra le ispirazioni. «Poteva succedere in passato», ammette, «e invece doveva andare così. Ma è stato un caso, un’opportunità colta al volo». Non sembra un caso, però, la Town Hall: attaccata a Times Square, fondata da suffragette, tradizione di musica di qualità che va da Billie Holiday a Duke Ellington, da Nina Simone a Pete Seeger.

E il 12 aprile 1963 Bob Dylan tenne qui il primo concerto al di fuori dei club del Greenwich Village.

«Tutto vero, ma l’ho scoperto solo in seguito. Certo mi ha emozionato cantare qui Non è buio ancora, mia traduzione di Not dark yet che faceva parte di Amore e furto, il disco con cui ho omaggiato Dylan nel 2015. Avrei potuto metterne anche un’altra, ma mi sembrava troppo: in fondo il tour riguarda me e le mie canzoni, e lui è solo una delle tante influenze nella mia musica. C’è tanto della melodia italiana in me, mi sembrava giusto portarla all’estero, specie in una città dove gli italiani trapiantati sono tanti».

A proposito di melodia, ha sempre chiuso le date con “Anema e core” cantata assieme a sua moglie Alessandra Gobbi. Com’è nata la cosa?

«La stupirò per originalità: a Napoli. Eravamo in uno dei ristoranti più tipici, Zi Teresa, e speravo che arrivasse un posteggiatore, i menestrelli che cantano le melodie tradizionali. Incredibilmente neanche uno. E allora intonai io Anema e core. Così è nata l’idea di condividerla. Chicca, come tutti chiamiamo mia moglie, sa cantare, è anche in un coro di Giovanna Marini. Ed è piaciuta a entrambi l’idea di chiudere le serate con un po’ della grande canzone napoletana».

Parliamo di New York. Prima volta da artista, non da viaggiatore.

«Guardi, ci vengo dal 1976. Che posso dirle che non sia già stato detto? È affascinante, mi cattura il modo di vivere libero, senza che nessuno ti giudichi. E poi c’è un’etica del lavoro, forse purtroppo della competitività, che altrove manca. Camminare a New York è come muoversi su qualcosa di pulsante, di vivo».

E l’America?

«Giovanissima. Fa impressione che non arrivi a 250 anni come nazione, per noi abituati a millenarie radici storiche, artistiche e culturali. Un Paese ancora nuovo che mescola tutte le culture ed è in continuo cambiamento, nel bene e nel male. Ma non mi chieda di parlare di Trump. Anzi, neanche di politica, non saprei davvero cosa dirle».

In questo tour, il 20 ottobre è stato anche al Bataclan di Parigi. Che sensazione le ha fatto?

«Ho evitato di scendere in platea, temevo di vedere i segni dell’attentato. Ma la risposta migliore al terrorismo è stata proprio suonare lì, come in generale la risposta deve essere la normalità dei comportamenti. Parlavamo di New York: non sembra neppure che ci sia appena stato un attentato. C’è cautela, ci sono controlli, ma la vita procede. In questo, anche in questo, è un esempio ».

Tour finito, e adesso?

«E adesso mi faccio passare il raffreddore che mi è venuto in America e si vede. Una cosa che vorrei è registrare proprio Anema e core come singolo, per il divertimento che mi dà questo brano. Da questo tour non farò un disco live, anche se è stato bello: mi sono riappropriato di una parte del repertorio meno nota, come Buenos Aires e Due zingari, per rivendicare la voglia e il diritto di fare anche canzoni non famose, ma che magari lo sarebbero potute diventare se solo le radio le avessero trasmesse di più. E poi è stato un tour senza batteria, c’ero solo io che battevo il piede sul palco: ormai la maggior parte dei batteristi si buttano sull’elettronica, omologando il suono».

Ha pronti anche inediti?

«Pronti no. Come sempre ho foglietti, appunti, una frase, una battuta, un rigo appena, materiale sparso ovunque. Poi un giorno, chissà quando, mi diranno che potrei fare un tour più lungo se avessi delle canzoni nuove. E allora all’improvviso assemblerò tutto. Ma sarà un buttare di getto solo in apparenza, perché verrà dopo lunga sedimentazione».

Come vede la musica italiana? Tanti dicono che il cantautorato ora è rappresentato dai rapper: sono loro a raccontare la realtà come facevate voi.

«Senta, mi parlano della morte del cantautorato circa dal 1976, e siamo ancora qua. La verità è che c’è gente che lavora bene e gente che lavora male, esattamente come ci sono rapper che fanno cose ottime e altri pessime. Certo, raccontano il mondo con incisività, hanno grande attenzione alle parole, ma non hanno preso il nostro posto, si sono affiancati a noi. Non vedrei niente di male in una collaborazione, se fosse fondata artisticamente, ma nessuno me l’ha proposto e io non ho cercato nessuno».

Ha colpito il cambio di look: via la barba che la distingueva da sempre.

«Sa che me lo chiedete solo voi giornalisti? Al pubblico non frega niente. E non c’è nessun motivo nascosto, sono solo stato dal barbiere un giorno».

Di politica non vuol proprio parlare? Del mondo?

«Guardi, se vuole le posso indicare un’abbondante decina di miei colleghi che sono dispostissimi a parlare di tutto e su tutto. Io no, grazie. Ma non per reticenza: davvero non saprei cosa dire».

Ci dica almeno se è ottimista o pessimista.

«Sul mio futuro personale e professionale molto ottimista. Per il resto, mi creda non passo la mia vita a pensare al futuro del mondo».

Una volta però lo faceva, no?

«Eh, una volta leggevo anche la favola di Cappuccetto Rosso».

 

 

 

De Gregori, a New York, canta ai ragazzi andati in America per non morire

Francesco De Gregori incanta il The Town Hall di Manhattan, gremito di italiani, con un concerto di quasi due ore - di Iuri Moscardi - 08 Nov 2017

 

In un clima di grande intimità De Gregori, seppur "ospite", come un padrone di casa gentile e premuroso, introduce il pubblico alle sue canzoni ma senza mai imporsi. Accontenta i gusti dei suoi fan di ieri e di oggi cantando praticamente tutto il repertorio: da "La Storia" a "Titanic", da "Generale" a "La Donna Cannone", fino a "Rimmel" e "Alice". E chiude con un duetto al fianco della moglie

A Francesco De Gregori piace creare occasioni di incontro intime, anche a New York. Se vi sembra un paradosso, dal momento che parliamo di uno dei cantanti italiani più seguiti, la chiacchierata di lunedì sera, 7 novembre, alla Casa Italiana Zerilli Marimò e il concerto del “Principe” al Town Hall del giorno dopo lo hanno confermato. Infatti, i 1500 paganti del teatro si sono potuti godere appieno il cantante, concessosi senza ritrosie in una prova maiuscola.

Cantante bagnato, cantante fortunato, verrebbe da dire: il cielo sopra Manhattan è grigio, ma nemmeno la pioggia ferma i numerosi fan di De Gregori, che si dimostra ancora una volta capace di unire generazioni e nazionalità diverse grazie ai piccoli eroi e agli amori impossibili delle sue canzoni. Ad applaudirlo sono infatti moltissimi italiani, ai quali la melodia struggente di “Viva l’Italia” regala un po’ di nostalgia (nonché un solitario pugno chiuso alzato in mezzo al pubblico, memoria di un passato ideologico ormai abbandonato, ad accompagnare il passaggio “Viva l’Italia che resiste”), ma anche tanti americani, come la signora di mezza età seduta in platea che accompagna ritmicamente con la testa ogni nota e che si fa tradurre dal marito italiano le parole delle canzoni. Un pubblico eterogeneo anche per età: ci sono i fan storici, con i capelli bianchi, che si mostrano le foto di figli e nipoti sugli smartphone, prima dell’inizio del concerto; e ci sono i trentenni, che lo hanno scoperto più tardi e che ne apprezzano di più il repertorio storico.

Francesco De Gregori sale sul palco puntualissimo, alle 20.05. L’intimità da incontro tra amici è sottolineata dalla sobrietà del set: l’asta col microfono al centro, per lui, poi da sinistra a destra i quattro musicisti che lo accompagneranno con chitarre, basso, strumenti elettronici e piano. Non c’è la batteria, forse perché troppo baccano non serve. Il cantante è magrissimo, vestito di nero ma con mocassini bianchi, gli occhiali ma niente cappello: subito sommerso dagli applausi, ci tiene a specificare che questa è la prima volta che canta a New York, e questo gli fa un certo effetto.

La scaletta inizia con “Gambadilegno a Parigi”, canzone tratta dall’album “Pezzi” del 2005: il “Principe” presenta ogni canzone con una breve intro, spesso spiritosa e mai troppo esplicita, così che le note sgorghino sempre come una piccola sorpresa anche per le orecchie dei più affezionati. La prima parte del concerto scivola via all’insegna di quelle che lui stesso definisce, scherzando, delle «canzoni tristi o tristissime», aggiungendo però che tanto «se siamo allegri noi, che ce ne importa?». Tra le più intense “Il cuoco di Salò” (dall’album “Amore nel pomeriggio”, 2001) e “Non è buio ancora”, traduzione in italiano di “Not Dark Yet” di Bob Dylan. Dylan è un autore che il cantante ha rivisitato recentemente con l’album “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto” del 2015: nel presentarla, ha scherzato sul suo «cantare in italiano, in America, la canzone di un cantante americano».

 «Ora invece ci divertiamo» introduce alla seconda parte del concerto, incentrata sulle canzoni più famose del suo repertorio, quelle che non hanno bisogno di introduzioni e per questo partono subito, magari lasciando spiazzati quando il cantante strimpella qualche nota a caso accordando la chitarra. Si parte con la recente “Vai in Africa, Celestino!” dall’album “Pezzi” (2005), e più avanza nel territorio della sua carriera più De Gregori regala al suo pubblico delle piccole chicche. Lo strumento principale del suo show è la voce, potente e fresca, identica al timbro che tutti quelli che come me non lo avevano finora ascoltato dal vivo conoscono. E poi con una mimica coinvolgente quando – come un direttore d’orchestra – agita le mani o allunga le braccia in una sorta di metaforico abbraccio nei confronti dei membri della band sul palco con lui. Il pubblico viene coinvolto sempre di più in un crescendo che passa da “La Storia” (con il famosissimo «La Storia siamo noi, nessuno si senta offeso») a “Titanic” (che in un’intervista a La Voce di New York aveva promesso di voler dedicare a quei “ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”), fino a “Generale” (resa molto blues con l’accompagnamento dell’armonica al ritornello). Per arrivare a “Buonanotte fiorellino”, a “Rimmel”, e alle strepitose “Alice” e “La donna cannone”, che lascia cantare al pubblico al suo posto.

Come in ogni concerto che si rispetti, dopo quasi due ore De Gregori si ritira ma solo per essere richiamato a grandissima voce. A questo punto la sorpresa finale, perché insieme a lui c’è la moglie Alessandra Gobbi, una ragazza «che ho conosciuto tanto tempo fa e che mi è piaciuta così tanto da diventare la mia ragazza e poi mia moglie». Con lei, la sua Chicca, De Gregori regala al pubblico un duetto di “Anema e Core”, canzone napoletana di Salve D’Esposito e Tito Manlio incisa negli anni ’50: un ultimo messaggio di amore e di speranza.

Due ore di musica in un clima, come detto, di grande intimità. De Gregori, come un padrone di casa gentile e premuroso, introduce il pubblico alle sue canzoni ma senza mai imporsi. Accontenta i gusti dei suoi fan di ieri e di quelli di oggi cantando praticamente tutto il repertorio: uniche eccezioni “Il bandito e il campione” e le canzoni scritte con De André negli anni ’70, mentre non è mancato un toccante ricordo del grande amico Lucio Dalla con la sua “Gesù bambino”. Dopo la data di Boston, domenica 5 novembre, il tour americano di De Gregori si chiude con un grandissimo successo: buona la prima a New York, caro Principe, e arrivederci.

 

http://www.lavocedinewyork.com/arts/musica/2017/11/08/de-gregori-a-new-york-canta-ai-ragazzi-andati-in-america-per-non-morire/

 

 

 

Tra le pagine chiare e le pagine scure, De Gregori si racconta a New York

Il "Principe", ospite alla Casa Italiana NYU Zerilli-Marimò, ha svelato parte della sua musica alla vigilia del suo concerto alla The Town Hall

di Giovanna Pavesi

Francesco De Gregori alla Casa Italiana Zerilli-Marimò (Foto Shushu Chen)

07 Nov 2017

 

Francesco De Gregori, sul palco, sceglie di parlare in inglese. E spiega:

“Le persone trovano nelle canzoni parte della loro vita: perché le canzoni sono cose semplici, sono più semplici di un film o di un libro".

Le descrive come "un puzzle aperto: sono qualcosa che non ha soltanto una soluzione, non sono un’equazione. E non hanno soltanto una risposta, ma diverse interpretazioni"

La prima chitarra la portò a casa suo fratello, di sette anni più grande di lui. Gigi. Era la chitarra del nonno. Nato e cresciuto a Roma, come tutta la sua famiglia. Che prima di ogni altro, gli insegnò la musica e i suoi dettagli.

Per entrare si fa strada in silenzio, tra le persone rimaste in piedi, appoggiate al muro. Lì per ascoltarlo. È la sua prima volta a New York. Anche come cantante, in tanti anni di attività. Quasi intimidito, percorre lo spazio che separa l’ingresso dal palco, mentre nell’auditorium alcuni riconoscono la melodia di “Viva l’Italia”. Ha il passo svelto, ma tiene la testa bassa. Non indossa il cappello ed è vestito di nero. Porta una camicia e un maglione scuro e dei pantaloni semplici. Non è lì per cantare. Ma per raccontare le sfumature della sua vita artistica.

Per presentarlo, Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana NYU Zerilli-Marimò, utilizza cinque parole: “Una leggenda della musica italiana”. E, come una leggenda, Francesco De Gregori è su quel palco. Sospeso a metà. Tra l’uomo e il cantautore. Tra gli applausi appassionati che lo accolgono e il silenzio, tra una domanda e l’altra.

Prima di sedersi, ringrazia la platea, di fronte a lui. Con un gesto sobrio. Ed elegante. Lucio Dalla l’aveva soprannominato “il Principe”. Aveva iniziato a chiamarlo così durante un tour fatto insieme. Sorride, quando glielo ricordano. Un appellativo affettuoso, che gli anni gli hanno cucito addosso. E che lui, ridendo, non prende nemmeno troppo sul serio: “Lucio era più sociale di me”, spiega facendo riferimento al suo essere più solitario. Ridono tutti.

Il pubblico in sala conosce l’italiano, ma lui parla e risponde in inglese. Ogni tanto, chiede conferma: “Si dice…?”. È lì per raccontare una parte dell’incanto contenuto nelle sue canzoni. Ripercorre il suo percorso artistico attraverso i ricordi: la prima musica ascoltata, le influenze, gli episodi di una vita racchiusi in versi che attraversano generazioni. Poi la cultura: letteratura, cinema, arte, poesia. Cita Shakespeare, il Dadaismo, la Divina Commedia, Picasso e Fellini.

La prima domanda del direttore della Casa Italiana NYU riguarda le sonorità della sua musica e le sue ispirazioni: “La prima musica ascoltata era quella che sentiva mia madre: l’opera. La Traviata, Puccini. Non riuscivo a comprendere le parole, anche se erano in italiano, perché la lirica è complessa. Poi mio fratello, più grande di sette anni, mi fece ascoltare Elvis Presley. Un genere molto diverso da quello che ascoltava mia madre (sorride, ndr). Sicuramente, le radici della mia musica, in parte, appartengono all’America. La prima canzone di Elvis che ricordo è ‘It’s now or never’, la versione americana di una celebre canzone napoletana. ‘O sole mio’”. L’America, De Gregori, l’ha conosciuta nella musica di Bob Dylan, al quale ha dedicato tanto lavoro, nei film, nelle “wester song” e nei fumetti.

Enigmatico ed ermetico. I suoi testi hanno attraversato generazioni, raccontando, per immagini, mondi onirici e, a volte, lontani dall’ordinario. “Le persone trovano nelle canzoni parte della loro vita: perché le canzoni sono cose semplici. Sono più semplici di un film o di un libro”. Perché una canzone, come qualsiasi frammento d’arte, è per De Gregori “come un puzzle aperto: è qualcosa che non ha soltanto una soluzione, non è un’equazione. Non ha soltanto una risposta, ma diverse interpretazioni. I film che ho amato, nella mia vita, sono aperti a diverse interpretazioni. Un titolo su tutti: ‘Otto e mezzo’, di Federico Fellini. L’ho guardato dieci o dodici volte e, ogni volta, vi ho trovato qualcosa di diverso. Questo è il potere di questo film. E questo è il potere delle canzoni”.

Se ne va sulle note de “La donna cannone”. Una dei testi più commoventi. Ma tra i più difficili da decifrare.

http://www.lavocedinewyork.com/arts/musica/2017/11/07/tra-le-pagine-chiare-e-le-pagine-scure-de-gregori-si-racconta-a-new-york/

 

 

 

Francesco De Gregori @ Palazzo dei Congressi, Lugano – 26 ottobre 2017

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

 

Fa strano vedere Francesco De Gregori senza barba e senza cappello. Ancora di più, guardarlo sul palco mentre canta molte delle canzoni in scaletta senza accompagnarsi alla chitarra, dimostrandosi molto lontano dall’essere un perfetto animale da palco. Se questo nuovo tour può avere un senso e una direzione, allora forse non sarebbe sbagliato dire che ci sta offrendo un’immagine alternativa e inedita del cantautore romano.

Non solo dal punto di vista scenico, comunque. Anche perché, ragioni vere e proprie per rimettersi on the road non ce n’erano proprio: dischi nuovi all’orizzonte non se ne vedono (“Sulla strada” è del 2012 e comincia ad essere vecchiotto), il tributo a Dylan è stato promosso a dovere, quest’estate è uscito l’ennesimo live… Un fan a questo punto glielo consiglierebbe: “Francesco, per favore, prenditi una pausa e scrivi qualcosa di nuovo, che sarebbe anche ora!”. Invece no. Forte della sua voglia di suonare, eccolo partito per l’ennesima tappa di questo suo personale “Neverending Tour”. Il pretesto, apparentemente, è quello di uscire un po’ dai confini nazionali: la maggior parte delle date sono state organizzate all’estero, con addirittura un finale a New York, nel prestigioso Town Hall. Una scelta che molti musicisti nostrani stanno facendo in questi ultimi anni ma che, a mio parere, ha poco senso. Non perché non ci siano possibilità per la nostra musica di affermarsi altrove, ma perché spesso e volentieri si finisce per cantare per gli italiani. Che per carità, è giusto che ci siano, ma non è la stessa cosa che conquistare nuovi mercati…

 

Ad ogni modo, a Lugano si gioca in casa. Il Palazzo dei Congressi è una cornice forse un po’ troppo borghese, ma del resto quello c’è e sono molti gli artisti che vi si esibiscono. La prima cosa che colpisce, a parte l’inizio puntuale poco dopo le 20.30 (ma questa ormai non è più una novità) sono i diversi spazi vuoti in platea e galleria: certo, il colpo d’occhio non è male, ma non essendo il posto molto grande, ci saremmo aspettati di più. È comunque un bel boato entusiasta quello che accoglie Francesco e i quattro musicisti che lo accompagnano.

Già, è proprio questa la novità più grande e, sia chiaro, il motivo di maggior interesse di questo nuovo tour: niente più gruppo allargato degli ultimi anni, che comprendeva una decina di musicisti, ma un nucleo ridotto ai soli Guido Guglielminetti (basso), membro storico della band e compagno di mille avventure, Paolo Giovenchi alla chitarra, Carlo Gaudiello al piano e Alex Valle che si divide tra Pedal Steel, dobro, mandolino, banjo e chitarra, elemento tuttofare, vero cuore dello show, responsabile della componente maggiormente “americana” che le canzoni proposte acquisteranno stasera.

La batteria non c’è. Ci sono degli elementi percussivi ogni tanto ma la scelta è stata di privilegiare la melodia rispetto al ritmo, di far risaltare di più l’ossatura di ogni singolo pezzo, la sua componente essenziale. Una scelta inusuale per lui, ma che alla fine si rivelerà vincente. Musicalmente parlando, questo è stato un gran concerto ed è stato bello poter ascoltare i vari brani, soprattutto di quelli che ormai ci escono dagli occhi, in un modo molto più vicino a come vennero scritti originariamente.

Altro motivo di curiosità era la scaletta: il mese scorso aveva colpito un post pubblicato dallo stesso Francesco nella sua pagina Facebook, nel quale annunciava che ci sarebbero state delle scelte inusuali, che avremmo ascoltato brani che da tempo non suonava dal vivo.

Detto fatto. L’inizio è affidato al Blues sanguigno di “Numeri da scaricare”, con la Pedal Steel grande protagonista, mentre subito dopo l’atmosfera cambia, il piano di Gaudiello sale in cattedra per una meravigliosa “Gambadilegno a Parigi”, per chi scrive una delle sue cose più belle degli anni Zero, forse la più bella in assoluto. La dimostrazione, per quanto mi riguarda, che uno come De Gregori potrebbe senza problemi rinunciare ai suoi pezzi più famosi e i suoi concerti sarebbero bellissimi lo stesso, anche se molto probabilmente in sala saremmo dentro in dieci. Ecco il principale problema di questo artista, come dirò a breve.

La prima parte del concerto, comunque, è fatta soprattutto per i conoscitori più approfonditi del suo repertorio. “Questi pezzi non sono né famosi, né ritmati – dice Francesco subito dopo i primi due e sembra quasi volersi scusare. Arrivano poi “Buenos Aires”, dove si respira una piacevole atmosfera popolare e “Due zingari”, tra i vertici assoluti della sua scrittura negli anni ’70, interpretata benissimo anche a livello vocale (bisognerebbe spendere due parole anche su questo fatto: stasera De Gregori canta benissimo, gli arrangiamenti più scarni fanno uscire la sua voce molto di più del solito, valorizzandola appieno).

L’apice dell’intero concerto arriva con “Il cuoco di Salò”, che tocca un tema scomodo, ma lo fa con una potenza letteraria che ha pochi uguali nel suo repertorio, con una sensibilità umana che la rende particolarmente adatta a questa contingenza storica in cui certe tematiche vengono spesso inutilmente strumentalizzate. Anche “I matti” costituisce una bella sorpresa, mentre la cupissima versione di “Not Dark Yet” (“Non è buio ancora”) rappresenta l’unico richiamo al disco tributo a Dylan e ci ricorda che, per quanto discussa, quell’operazione fu decisamente riuscita.

In mezzo, una “Cose” molto incisiva, suonata dal solo Francesco alla chitarra acustica e una “Sempre e per sempre” piano e voce, molto romantica.

Piacevole ma superflua “Va in Africa Celestino” (ormai troppo abusata, almeno dal mio punto di vista) mentre “Caterina”, per quanto anch’essa sia stata suonata molto negli ultimi anni, riesce sempre a commuovere risultando probabilmente la più bella canzone d’amore che abbia mai scritto, anche se non è una canzone d’amore in senso stretto.

Bene, le buone notizie finiscono qui. La seconda parte (dal punto di vista temporale almeno, perché non c’è stato nessun intervallo) si apre con “Titanic” e, nonostante si sia trattata di una bella versione, da qui in avanti avremo la manifestazione palese di tutto ciò che a mio parere non funziona in Francesco De Gregori. Potrei nominare almeno trenta titoli di canzoni da lui scritte dopo il 1975 che sono allo stesso livello o superiori rispetto alle varie “Rimmel”, “La donna cannone”, “Alice”, “La storia”, “La leva calcistica della classe ‘68”. Il De Gregori degli anni ’90 è ottimo, quello dei Duemila ha inanellato dei dischi straordinari, da “Amore nel pomeriggio”, a “Pezzi” a “Calypsos”. Ma anche andando più indietro, ci sono tantissimi pezzi a torto considerati “minori”  che invece potrebbero senza problemi vincere il confronto con i classici.

La domanda quindi sorge legittima: perché tutti i suoi concerti sono, almeno per una buona metà, degli stucchevoli e prevedibili Greatest Hits, con tanto di ammiccamenti gigioneschi e compiacenti verso il pubblico (quando sull’ultimo ritornello di “Alice” ha chiamato il singalong, giuro che volevo uscire per protesta!)? E soprattutto: perché il suddetto pubblico ha iniziato ad esaltarsi e a battere le mani solo e soltanto da “Titanic” in avanti, dando la netta impressione di non avere per nulla capito quel che era accaduto prima?

Io credo che sia una questione di scelte: Francesco De Gregori ha fatto una bellissima carriera, che non può in alcun modo ridursi ai dieci-quindici successi entrati indelebilmente nella memoria collettiva. Eppure, di questi successi ha deciso di essere schiavo. Di essere da loro tenuto in ostaggio. Per carità, non c’è nulla di male, ogni artista fa le scelte che ritiene più giuste per lui. E stiamo comunque parlando di capolavori indiscutibili, che oltretutto questa sera sono stati riletti e interpretati alla perfezione, nonostante alla lunga, la dimensione “stripped” sia risultata un po’ ripetitiva. Eppure, facendo così, rischia di richiamare sempre più gente che lo va a vedere per lo stereotipo che ha in testa e non per quello che realmente è. I veri conoscitori, quelli che si sono giustamente stufati di sentire sempre le stesse canzoni, si sentiranno penalizzati.

Non fraintendiamo: è stato un bellissimo concerto. Il finale, con la bella rilettura di “4 marzo 1943”, “Falso movimento” e la novità di “Anema e core” cantata in coppia con la moglie Alessandra Gobbi (musicalmente trascurabile ma pregno di significato, considerato che la donna è sempre stata lontana dai riflettori) è stato indubbiamente potente.

Tutto ha funzionato, dunque, ma continuiamo a pensare che se si fosse osato un po’ di più in scaletta, avrebbe potuto venire fuori qualcosa di indimenticabile. Adesso non rimane che il nuovo disco: direi che abbiamo aspettato anche troppo…

https://offtopicmagazine.net/2017/10/30/francesco-de-gregori-lugano-2017/

 

 

 

 

Sarà anche dimagrito De Gregori ma ha una forma strepitosa.

Grande band che senza batteria caratterizza ancora di più un sound asciutto eppure ricchissimo che vede spiccare la bellissima slide di Alex Valle.

Proprio la pedal steel, mai così in evidenza, trascina le canzoni.

Insieme a Guido Guglielminetti, Paolo Giovenchi e il bravissimo pianista di cui non ricordo il nome, sono una band delle meraviglie che tutti vorrebbero avere.

Partenza col ritmo di Bo Diddley con la bella Numeri da Scaricare e poi una serie di ballate che vedono in primo piano la voce, sempre più bella ed espressiva, che dispensa emozioni pure.

Gambadilegno a Parigi, una stupenda Il Cuoco di Salò, il Dylan di Non è buio ancora, Due Zingari, Sempre e per sempre.

Tutte bellissime con arrangiamenti raffinati che elevano la canzone d'autore sopra tutto.

Poi ci sono i classici, stupende Titanic, Generale e Rimmel e il toccante ricordo di Dalla che ha fatto emozionare e bagnare gli occhi "facciamo un brano di un amico".

Falso movimento è un brano che amo "stasera sono un libro aperto, puoi leggermi fino a tard", poesia in musica.

Il concerto si ascolta e si gusta abbracciati, è un costante invito all'amore e non è un caso che l'ultimo brano sia Anema e core duetto con la sua sposa che chiude questa bellissima serata.

Il miglior concerto di De Gregori a cui ho assistito, per me il migliore in Italia è lui.

Oggi è lunedì.

L'altro giorno Paolo Vites commentando un mio post ha scritto "one of those nights", una di quelle notti.

Ecco vorrei scrivere giusto due righe per rendere meno pesante questo lunedì mattina.

Venerdì pomeriggio parti a tutta corsa verso Milano per prendere Jennifer e correre a Trezzo che c'è De Gregori in concerto e magari ce la facciamo ad arrivare in tempo per salutarlo.

In macchina due panini col salame e una bottiglia di vino che non apriremo se non a notte fonda.

Arriviamo, Vites è già lì così come il rocker della brianza Steve Rudivelli.

Vedo Luigi De Gregori, lo abbraccio, facciamo due parole, gli do il mio ultimo disco, è un po' che non ci vediamo, da quando suonammo al Townes Van Zandt festival a febbraio.

È sempre un uomo fuori dal tempo Luigi, o un gran figo come dice Jenny.

Saluto Giovenchi sempre sorridente e cordiale.

Poi si spalancano le porte del backstage e quindi salutiamo Francesco.

Quella cazzo di mano che ti porge ha scritto un sacco di grandi canzoni sopra chissà quanti fogli.

È sempre gentile e soprattutto pare in forma strepitosa, come poi dimostrerà sul palco.

Del concerto vi ho già detto, non c'è molto altro da aggiungere se non che credo sia il primo concerto in cui ho bevuto acqua perché il bar era troppo lontano e affollato (ma appena finito è partito un rum doppio per festeggiare) e che abbiamo ascoltato tante belle parole: libro, parte, resiste e Sposa, una parola così bella eppure dimenticata.

Una parola che dovrebbe racchiudere molte cose.

Il concerto è finito ma come si può non bere in compagnia di amici?

Però Steve, la prossima volta che non servono rum in un pub lo ribaltiamo, sei d'accordo?

Poi c'è solo il Chianti, l'amore, il silenzio, la pace, la notte, una di quelle notti.

Cosa contano le incazzature, l'ossessione per i soldi, le misere vite dei politicanti?

Questo è ciò che ci rende vivi, queste notti.

Già...una di quelle notti.

Il giorno dopo ci ritroviamo a 70 km spersi nel niente in mezzo ai cavalli, ma questa è un'altra storia e ora è lunedì.

Buona settimana amici.
Luca Rovini

 

 

 

 

 

È uno dei cantautori “storici” della musica italiana, dalla carriera lunga e disseminata di titoli indimenticabili, dagli anni Settanta ad oggi. Qualche esempio? Alice, Generale, Titanic, La donna cannone, Rimmel e potremmo continuare a lungo. Brani in mirabile equilibrio fra folk, country, rock e melodia, con una vena poetica da fuoriclasse. Ma Francesco De Gregori è anche un artista curioso e instancabile, che non ha perso la voglia di suonare per il mondo con la sua band. Eccolo, allora, cimentarsi in una nuova avventura, un tour europeo con pochi musicisti e una scaletta speciale. Arriva anche in Ticino, il 25 ottobre al Palazzo dei Congressi di Lugano. E sarà una serata da non perdere, memorabile. Ci ha raccontato tutto ciò, e molto di più, in questa intervista esclusiva.

De Gregori, perché un’esperienza fuori dai confini italiani. Sarà anche a Zurigo e a Parigi…

Perché volevo fare qualcosa di diverso. In città diverse e con un pubblico diverso. Confesso di aver avuto, non dico paura, ma un po’ di titubanza per la lingua, magari non avrebbero capito i testi. Ma tanto lo so che in sala ci saranno molti italiani, magari di seconda generazione. E si scatenerà un po’ quel senso di nostalgia, di appartenenza, di amore verso la propria terra.

A Lugano “gioca in casa”, di fan ne troverà tanti…

E ne sono lieto. Conosco abbastanza la Svizzera, ho degli amici che ogni tanto vado a trovare. E ci ho suonato spesso, in Ticino ma non solo. Ricordo una volta, anni fa, in una specie di birreria a Lucerna: mi esibivo mentre la gente mangiava e beveva, un’atmosfera molto bella. Della Svizzera apprezzo la grande attenzione per le arti e la cultura in generale. E per la musica italiana in particolare.

Che concerto proporrà?

Suoneremo con una formazione strana, senza batteria, ma con basso, piano, chitarre, pedal steel guitar e mandolino. Dopo anni con la batteria, avevo voglia di ritrovare una dimensione meno violenta e riportare le canzoni vicine al momento in cui le ho scritte, voce e pianoforte. E sarà un concerto semplice, senza megaschermi ed effetti speciali che distraggono gli occhi. Mi piace il contatto diretto col pubblico. E la gente che sta in piedi a sentirti.

Qualche anticipazione sulla scaletta?

Ci sto lavorando, diciamo che non mancheranno i miei brani più famosi, perché sono belle canzoni e mi piace cantarle. Ma ci saranno anche delle sorprese, dei pezzi meno noti, magari perché poco radiofonici. Ma io non seguo ciò che piace alle radio, quindi…

Lei è sulla scena da tanti anni, ma non sa stare lontano dal palco. Cosa la spinge?

Non certo il denaro. Suonare è quello che so e mi piace fare, altrimenti m’annoio e mi deprimo. Mi mancano il pubblico, la band, il rapporto quotidiano con la musica e il canto. Una storia che va avanti da quarant’anni e, per esempio, ora mi porta all’estero.

A quando un nuovo disco d’inediti? I fan scalpitano…

Intanto, fino a novembre sarò in tour, e farò anche due date negli Usa. A gennaio, però, vorrei pensare a un nuovo disco, ma uso il condizionale perché dipenderà come sempre dall’ispirazione. Se arriva, bene. Altrimenti non ho fretta, né bisogno.

Lei ha fama di essere un po’ riluttante alla tecnologia: come vive in questo mondo tutto social?

Fisso ancora le idee su pezzi di carta, sul taccuino. Un tempo, poi, le mettevo in bella copia con la macchina da scrivere, perché gli errori sono più difficili da correggere e così ci pensi di più. Ma ora c’è il computer, molto comodo. Inutile negarlo, la tecnologia ti avvantaggia. Però, non capisco la mania dei social, quelli che postano di tutto. Sono al ristorante e non resistono a dirlo al mondo. Mi verrebbe da rispondere: e chi se ne frega!

Ultima domanda: cosa si augura per il suo futuro?

Vorrei imparare a suonare e cantare meglio. Ma, soprattutto, spero di continuare a farlo col divertimento e la passione che ho sempre dentro. Ancora oggi, quando salgo sul palco, succede qualcosa. Non è paura né ansia, ma qualcosa che tocca la mia parte emotiva.

http://www.cooperazione.ch/Intervista+a+De+Gregori

 

 

 

Questo video "amatoriale" (clicca sull'immagine per vederlo)  che ritrae De Gregori mentre duetta con la moglie sul palco del Vox, è stato caricato sul canale youtube di Enzo Memoli QUI e subito spopolato sul web.

Dal canale di Memoli, fotografo accreditato di Francesco de Gregori (sue alcune foto nell’ultimo album), alcune note testate giornalistiche lo hanno prelevato (si dice “rippare” e tutti sappiamo che significa) senza chiedere il permesso dell’autore, nè tantomeno citarlo, e lo hanno usato impropriamente

 

qui:

http://www.rockol.it/news-679613/de-gregori-canta-moglie-al-via-il-tour-2017-scaletta-e-video  l TG5 nell'edizione delle 20.00 al minuto 31.20...

 

qui:

 http://www.video.mediaset.it/video/tg5/full/edizione-ore-20-00-del-14-ottobre_764478.html

 

e qui:

 http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2017/10/14/de-gregori-mai-cercato-perfezione_0d72ec14-e034-4cb7-87f8-55643195838e.html , dove l'Ansa.it, che dovrebbe "tutelare" maggiormente tali diritti, ha pubblicato il video e attraverso alcuni frames, lo ha addirittura "blindato" con tanto di Copyright ANSA...

Complimenti!

 

 

 Francesco De Gregori canta «Anema e core» con la moglie Alessandra

di Andrea Laffranchi, inviato a Nonantola (Modena)

Alla fine della canzone lei gli prende la mano. La cerca. C’è il contatto. La afferra. C’è emozione in quel gesto. Del resto Chicca non fa la cantante di professione. Chicca è Alessandra Gobbi, la moglie di Francesco De Gregori. In quel gesto c’è anche la tenerezza di una storia che dura da una vita. La canzone è «Anema e core» e la scena non è un momento privato rubato e finito in Rete. È il finale del concerto di De Gregori al Vox di Nonantola di venerdì, la prima data del tour nei club che lo porterà in Europa e, per la prima volta in carriera, in America.

 «Di recente per festeggiare un compleanno siamo stati a Napoli in un ristorante. Avevo intenzione di chiedere al posteggiatore di cantare “Anema e core”. Quella sera lui non c’era e allora l’abbiamo fatta noi. È venuta bene e così ho pensato di metterla nel concerto. Io e mia moglie cantiamo spesso assieme, lei suona anche la chitarra. Mi piace il suono delle nostre voci insieme». Così racconta lui a fine serata. E si concede la battuta. «In più non la pago…».

 

 

Finale a sorpresa di uno spettacolo pieno di sorprese. Quelle fisiche anzitutto. De Gregori è senza barba (solo baffo) e senza cappello. Marchi di fabbrica, il primo addirittura di vita.

«Ho tagliato i capelli e il cappello con un taglio così corto non sta bene. È una questione di narcisismo».

Di sorprese ce ne sono anche musicali. La formazione prevede basso, chitarra, pianoforte e slide guitar. Niente batteria. Le sfumature sono tutte da godere, i ritmi rallentati aiutano.

«Cercavo un nuovo suono e credo di averlo trovato. Nell’ultimo tour eravamo in 11, qui privilegio l’ascolto di testo e melodia. Ecco, se devo pensare che sia una fase particolare della carriera non è per il cappello ma per questo. I batteristi mi annoiano, sono ripetitivi e si reputa bravo uno che ha un timing perfetto. Io cerco un’interazione, non un binario su cui appoggiarmi. Non mi interessa la calligrafia di un’esecuzione».

L’assenza delle percussioni rende ancora più intimo quello che è già per pochi. Il tour prevede solo piccoli club.

«Non so se sono più coraggioso o più scemo. È semplicemente il lavoro di un uomo libero. Non mi interessa corrispondere a un’immagine o all’imitazione che si fa di me in tv. Del resto se “Titanic” l’ho scritta alla chitarra forse posso fare a meno di una batteria».

Anche la scaletta non è scontata. Nella prima parte del concerto soprattutto.

«Ci sono pezzi che non facevo da anni come “Numeri da scaricare” o “Buenos Aires” e altri che credo di non aver mai fatto come “Deriva”».

Nella seconda parte ci sono i classici, un capitolo di storia della canzone italiana.

«So che ci vogliono, ma non li vivo come una tassa da pagare, piacciono anche a me».

Ha anche smesso di stravolgerli.

«Quando io vado a vedere un concerto chiedo che l’artista sia se stesso. E allora ci stanno delle modifiche rispetto a quello che ha fatto 40 anni prima. Ma ho avuto un periodo, circa 15 anni fa, in cui le stravolgevo veramente troppo. Ho esagerato. Me lo fece notare anche mio padre e fu come un rimprovero per un brutto voto a scuola». I

l tour espatria: a Parigi c’è il Bataclan, una ferita sulla storia della musica.

«Avrò lo stesso stato d’animo di chi entra in un grattacielo di New York o nella metro di Londra o di chi passeggia sul lungomare di Nizza. Suonare al Bataclan o qui al Vox è la stessa cosa: è un posto dove si è sempre fatta e sempre si farà musica. È la risposta della normalità, proprio quella che il terrorismo ci chiede di sospendere».

 La normalità di due mani che si stringono.

http://www.corriere.it/spettacoli/17_ottobre_15/francesco-de-gregori-canta-anema-core-la-moglie-alessandra-cb39fcf4-b105-11e7-8c8a-61b69bf57dc4.shtml

 

 

 

 

 

Il 'Principe' De Gregori, Dalla mi ha dato l'unico soprannome che mi piace

"Io un Maestro? Non mi piace essere chiamato così. L'unico soprannome che mi piace è Principe, perché Lucio Dalla mi soprannominò così durante Banana Republic". A parlare è Francesco De Gregori, che oggi si è raccontato al programma di Rai Radio2 'Non è un paese per giovani', condotto da Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli. De Gregori ha parlato delle sue influenze musicali, dei suoi miti, del panorama artistico attuale e ha risposto divertito alle 'statistiche' su alcune parole ricorrenti nei suoi brani che gli sono stati rivelati dai due conduttori.

Tra gli animali più citati nei suoi pezzi, per esempio, ci sono i cani. Per quale motivo? "Io popolo la mia vita reale e quella delle mie canzoni di cani, parlo con loro". Quali altri animali vivono nella sua musica? "Il gallo, per esempio. Perché rotola bene, suona bene, così come il cardellino, che ho messo in 'Volavola'. Non ho lesinato sui topi, ne ho messi bene 300 milioni nella canzone '300.000.000 di topi'. Ovviamente nelle sue canzoni ci sono molte donne: "Le donne nelle mie canzoni sono spesso e volentieri 'nom de plume': Alice, Caterina, Carmela, Irene, Annamaria, Hilde. Sono nomi che scelgo per il suono e, anche per il significato". "Irene, ad esempio, vuol dire pace. Non sono nomi reali di donne che ho conosciuto, tranne forse un paio di casi, come Caterina".

Quanto alla sua nota passione per Bob Dylan, De Gregori ha detto: "Sono figlio di Dylan, e si sente". Quali, infine, tra i giovani cantanti contemporanei piace particolarmente a de Gregori? "Mi piace Malika: ha una bellissima voce", ha concluso il cantautore.

 

 

Ieri grazie al suo grande fan Enzo Memoli , la cui foto è diventata l'immagine del poster del nuovo tour, ho rivisto de Gregori....

senza batteria

Un suono somigliante quello del Neverending Tour di Dylan di 10 anni fa ..... con un mandolino però spesso mediocre peccato perché poteva dare molto di più.

Sound bellissimo. Avvolgente a volte ritmato con le sole chitarre in maniera egregia.

Lui , nudo , così come è , senza maschere , niente cappello e barba.

Invecchiato , si vede ma in gran forma e la voce sempre affascinante.

Mimica un po' buffa questo menestrello italiano così alto e a volte un po' impacciato nei movimenti

Ma suscita rispetto e tenerezza

Sembrava essendo un tour in locali piccoli e teatri che volesse svelare il suo vero volto. E con molto rispetto sembrava cercare con la sua mimica l'applauso, come un attore di teatro al fine di un atto !

Inizio con brani che non conoscevo, mi piace molto ma non sono un suo fan, ma bellissimi, e ho seguito molto i testi, poesie pure !!!

Tanti brani che parlavano di amore, nelle sue sfaccettature e problemi che la vita gli pone ...... ed alcuni mi hanno toccato.

Quando ha fatto i classici il pubblico ha fatto sentire che era molto amato e sono stati cantati tutti dalla prima all'ultima frase !!!!

Versioni bellissime, come Generale, Buonanotte Fiorellino, una fantastica Rimmel, un grande omaggio a Lucio Dalla con 4 marzo .... ed ai bis hanno messo un secondo microfono !!! Che sia la sorpresa di Ligabue ?? Sarebbe stato fantastico .... in Italia queste cose succedono quasi mai mentre negli states è consuetudine quasi normale ........

Ed ecco la chicca della serata, quelle cose che per i fan che lo vedono continuamente è un qualcosa veramente da ricordare ed inaspettato.

Parla di una donna che ha incontrato tanti anni fa , e che è diventata sua moglie ...... e la invita sul palco per cantare con lei l'ultimo brano, Anema e Core .......

Bellissimo il rispetto e amore e attenzione con cui la chiama , la pone di fianco a lui e sebbene il brano non mi faccia impazzire è stato un momento bellissimo, due cuori che vedi così uniti dopo anni e anni di matrimonio.

Capisci che per fare questo significa che il suo grande amore non è stato certamente ininfluente nel suo successo !!!!!

Commovente

Bella persona, grande poeta, amante di Bob , cosa potevo aspettarmi di più da un concerto così ?

Tornato a casa con una bella sensazione, quella di essermi arricchito di qualcosa di bello, un pò di energia che in questo momento è molto importante.

Questo sono i concerti che scelgo, e grazie a Francesco ho vissuto a fondo i suoi capolavori e la sua arte , di saper raccontare ed emozionare come un vero menestrello !!!!

MAURIZIO POLVERELLI

 

 

Nei mesi di ottobre e novembre, Francesco De Gregori sarà protagonista di una tournée che lo porterà in alcune delle più importanti città europee, americane e canadesi. Suonerà anche a Parigi, nello storico locale protagonista della strage del 13 novembre 2015, il Bataclan.

 "Preparando la scaletta per il nuovo tour: 'Vedo un sacco di concerti trattati come eventi muscolari, spesso c'è di mezzo la parola MEGA (grandi numeri, grandi palchi, grandi schermi etc..) A me piacciono anche i posti piccoli, ho sempre amato i club, li ho già fatti e continuerò a farli. Quel suono un po' ferroso fatto solo per chi sta lì in carne e ossa, magari con una birra in mano e ogni tanto esce a fumarsi una sigaretta quando faccio un pezzo che non gli piace. E non si aspetta di rivedere tutto questo in televisione un anno o un giorno dopo":

in un post sulla sua pagina Facebook, Francesco De Gregori lancia un messaggio a corollario di una immagine che lo ritrae, in vacanza, in una taverna greca. Il post chiarisce molto qual è lo spirito preciso che lo riporterà sul palco, dopo il tour nei palazzetti per promuovere il disco di cover - termine riduttivo poiché le canzoni sono state magistralmente riadattate in italiano - di Bob Dylan, il suo più grande mentore, intitolato Amore e furto: solo piccoli locali, dove il contatto con il pubblico è più diretto e intimo.

 Non è la prima volta che De Gregori tenta di partire in tour per l'estero: già in passato aveva tentato il grande passo ma senza successo, tant'è che le date vennero cancellare. Ora, però, è finalmente arrivata la sua grande chance: nei club, a differenza dei grandi spazi già battuti, sarà accompagnato da una formazione inedita: Guido Guglielminetti (basso e contrabbasso), Carlo Gaudiello (piano e tastiere), Paolo Giovenchi (chitarre) e Alessandro Valle (pedal steel guitar e mandolino). A questo proposito, ha raccontato: "In questo giro di club che stiamo per fare non avremo un batterista, ci sarò io che batto il piede sul palco e basta. E poi ci saranno un paio di chitare, un basso e una tastiera. La maggior parte dei batteristi che conosco ormai cercano di somigliare a una batteria elettronica e questa cosa non mi piace. Non credo ai musicisti che dicono 'Sto cercando un nuovo suono'. È il suono che di solito viene a trovare te. E credo che con questa band succederà".

 Le date. Francesco de Gregori si esibirà il 16 ottobre a Monaco (Theaterfabrik), il 17 ottobre a Zurigo (Volkshaus), il 18 ottobre a Bruxelles (Le Madeleine), il 20 ottobre a Parigi (Bataclan), il 22 ottobre a Lussemburgo (Den Atelier), il 23 ottobre a Londra (Shepherd’s Bush Empire), il 25 ottobre a Lugano (Palazzo dei Conatgressi), il 5 novembre a Boston (Regent Theatre) e il 7 novembre a New York (Town Hall). Di questo luogo mitico per la musica, ha scritto: "Mi incuriosisce la Town Hall, il teatro dove andremo a New York a novembre. È un locale storico di Broadway, dove pare abbia suonato Dylan la prima volta che uscì dalla cerchia protetta dei piccoli club del Village. Di Dylan metterò in scaletta anche un pezzo preso del mio ultimo disco di traduzioni. Può sembrare una stranezza andarlo a cantare in italiano davanti a un pubblico internazionale. Ma una sera a Parigi ho sentito Dylan cantare in inglese Les feuilles mortes di Jacques Brel e da allora ho capito che si può fare tutto. Non credo che ci sia una gran differenza fra il nostro pubblico e quello che troverò a Monaco o a Londra o a Parigi. Anche lì è pieno di italiani, e poi il mondo si è rimpicciolito, i linguaggi si sono integrati".

 Prima e durante le date all’estero, però, ci sarà tempo anche per alcuni concerti italiani: il 13 ottobre al Vox Club di Nonantola (Modena), il 14 ottobre al Teatro della Concordia di Venaria Reale (Torino), il 26 ottobre alla Supersonic Arena di S. Biagio di Callalta (Treviso) e il 27 ottobre al Live Club di Trezzo sull’Adda (Milano).

 "Farò molti pezzi che ho suonato raramente perché magari non erano buoni come singoli", ha spiegato, "ma quando fai un concerto devi fregartene di quello che passano o non passano le radio. Penso che questa cosa al pubblico andrà bene anche se magari qualcuno dirà: 'E questa che è, da dove l'ha tirata fuori?'. Insomma, ai miei concerti vengono sia quelli che vorrebbero sentire solo Generale e Rimmel sia quelli che non ne possono più perché ormai gli escono dalle orecchie. Hanno ragione tutti e due, li capisco tutti e due e cercherò di mandarli a casa."

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2017/09/26/news/francesco_de_gregori_tour_in_autunno_tappa_anche_al_bataclan-176561098/

 

 

 

IL VIDEO

 

"Siamo tantissimi", fa notare De Gregori sul palco di Risorgi Marche, la manifestazione organizzata da Neri Marcorè nell'ambito dellla raccolta fondi per le vittime del terremoto.

 "Questo è il giorno più bello della mia vita", ha dichiarato commosso l'organizzatore Neri Marcorè. Orde di fan si sono recate a Macerata per assistere all'ultima esibizione dal vivo del cantautore romano, che ha fatto emozionare la folla con alcuni dei suoi più grandi capolavori. Si comincia da Generale, e mai scenario fu più azzeccato per una canzone dai toni così bucolici. "Non servono parole", commenta Marcorè. In effetti, basta la musica: "Potremmo restare qui altre tre ore per godere di questi momenti meravigliosi".

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

Il Generale, davanti alla Collina.

 

Francesco De Gregori, Gnu Quartet e Orchestra Filarmonica Marchigiana per RisorgiMarche.

SCALETTA: Generale, Cose, Due zingari, Caterina, Cardiologia, La Valigia dell'attore, Vai in Africa, Celestino!, Alice, Bellamore, Il cuoco di Salò, La leva calcistica della classe '68, Titanic, Sempre e per sempre, La donna cannone, La Storia, Rimmel, L'abbigliamento di un fuochista

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

   

 

 

 

 

 

 

 

Lui è Marco Scolastici. Produce formaggi e giovedì scorso ci ha concesso l'utilizzo gratuito di ettari ed ettari dei suoi terreni a Macereto per poter organizzare il concerto di Francesco De Gregori / FORM / Gnu Quartet.

Per giorni ha lavorato incessantemente per preparare le aree parcheggio (insieme al Comune di Pieve Torina), quelle del gusto e il magnifico spazio dove abbiamo potuto godere della magia di uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana.

E proprio Marco ha avuto l'onore di accompagnare De Gregori all'area concerto, con la sua jeep.

Da parte nostra un ringraziamento speciale a lui, che ha scelto di resistere e continuare a vivere nelle terre colpite dal terremoto.

E un grazie anche alla sua straordinaria famiglia, che ci ha fatto sentire veramente a casa.

#RisorgiMarche

 

 

 

Per chi è un appassionato della musica d'autore italiana, questo è davvero un libro da leggere tutto d'un fiato. Si fa divorare in poco tempo, vista la curiosità che scatena.

Che Guido sia anche un grande scrittore ce ne siamo accorti tutti da parecchio tempo ed "Essere basso" è stata la prova del nove di come sia dotato tecnicamente e della “buona penna” che si ritrova fra i polpastrelli.

Ha magnificamente saputo raccontare quarant'anni di musica leggera italiana attraverso le sue testimonianze di valente collaboratore, accanto ai mostri sacri della canzone d’autore.

Da navigato degregoriano, ovviamente le pagine dedicate a Francesco le conoscevo già; in passato abbastanza logorate comprese le orecchie agli angoli. Ma Guglielminetti non è solo De Gregori, per questo consiglio i suoi reportage (a volte spassosissimi, uguali al suo modo di essere) relativi alle esperienze musicali con grandissimi come Battisti (“Il mio canto libero”) o quelle con Fossati, delle quali una mi ha colpito in modo particolare: “Poco prima dell’aurora” del 1973, un capolavoro che oggi in pochi riuscirebbero a creare. Contiene perle come Apri le braccia, l’Africa, L’aurora, Prendi fiato e poi vai…. tutte, tutte, non bisogna perderne nemmeno una.

Guido racconta che Oscar Prudente, firmatario di parecchie musiche del disco, non aveva mai scritto una nota sul pentagramma, ma riusciva in modo magico a capire la musica e a farla capire agli altri attraverso gesti per indicarne la direzione utile; sentirla tanto da chiedere a un consumato turnista, senza nessuna vergogna, “io ce l’ho qui in testa e sulla chitarra, ma tu come la faresti?”. E’ un dono di natura che apparteneva solo a Dalla, De Gregori e a pochi eletti.

Ecco, quando gente come Prudente riesce a scrivere una canzone come “L’Africa” senza bisogno di accademia, ci troviamo di fronte a un vero musicista che le note le sente nell’anima, senza il bisogno di scrivere nulla. Ecco un passo che lo ricorda:

“Suonare il basso, per me, da allora in poi, non fu più la stessa cosa. Oscar Prudente mi rivelò un mondo completamente nuovo, mi resi conto veramente di cosa significasse “comunicare” con uno strumento musicale. Non ho mai abbandonato quel modo di pensare il basso.

Spesso, ancora adesso, quando devo inventare qualche “riff”, mi vedo di fronte Oscar che ballonzola come uno sciamano, rapito in chissà quale rituale magico, e allora credo di seguire le sue indicazioni.

Finora con successo! Grazie Oscar!”

Bravo Capobanda!

 

 

A Bisceglie Guido Guglielminetti, bassista e produttore di Francesco De Gregori, presenta il suo libro “Essere…basso - Piccole storie di musica”

 

 

 

 

Francesco De Gregori e il calcio: «Sul palco ti senti rigorista.

Totti il top, gli dedico “Volare”»

 

È una mattina calda e pigra sui Navigli. Il cortile interno dell’hotel color pastello profuma di fiori e primavera, un’atmosfera senza tempo, manca solo Alice che guarda i gatti, ideale per un incontro con Francesco De Gregori. Giubbotto di pelle, berrettino nero, aria rilassata, il cantautore giallorosso ci racconta i retroscena del doppio album live Sotto il vulcano, registrato al teatro greco di Taormina nel corso del suo Amore e furto Tour, un mix di successi con sonorità nuove, a partire dall’intramontabile Rimmel.

Quali sono le sue sensazioni nel rivisitare brani apprezzati anche dai giovani?

«Gioia e soddisfazioni non comuni. È come se scoprissi che c’è più musica di quella che pensavo. Una volta ero più tranchant negli arrangiamenti, adesso invece le canzoni si aprono, mi diverto a cambiarle».

«Rimmel», la fine di una storia, il trucco e i quattro assi di un colore solo, nel ’75 fu rivoluzionaria: dove la scrisse?

«In due tempi. Le strofe in una stanza d’albergo a Milano. Anche l’inciso l’ho scritto a Milano: ero in attesa di andare in onda negli studi Rai di porta Carlo Magno a una trasmissione per bambini presentata dal mago Zurlì, Cino Tortorella, non sapevo che cosa fare ed è arrivato il ritornello».

Ma è vero che «Sotto il vulcano», il cui titolo prende spunto dall’Etna, è stato registrato a sua insaputa?

«Sì. Due, tre giorni prima della serata di Taormina dissi al bassista, Guido Guglielminetti: “Peccato che non abbiamo mai tenuto nulla, così, per risentirci...”. Lui, zitto zitto, ha chiamato una troupe tecnica e soltanto qualche giorno dopo abbiamo saputo che aveva registrato tutto. Meglio, c’è sempre un minimo di ansia quando sai di essere ripreso».

Lei e Lucio Dalla, i primi a esibirsi negli stadi con «Banana Republic» nel 1979: che effetto faceva?

«Eravamo ragazzini entusiasti. Avevamo approcci diversi: lui era più musicista e scafato. Ci accomunava lo stupore, tutta quella gente per noi. Non cambiò il modo di vedere il nostro mestiere, rimanemmo con i piedi per terra, eravamo convinti che fosse una parentesi».

Nell’album, oltre a «4 marzo 1943», c’è anche la «Leva calcistica della classe ’68» con il mitico Nino e la paura del calcio di rigore: com’era nata?

«Ripensando a me da ragazzino, all’iniziazione e alla crescita in un gioco di squadra: tutti ci tengono a fare bella figura. C’è competizione, a volte sofferenza e amarezza».

È vero che l’aveva dedicata ad Agostino Di Bartolomei?

«No, è falso».

Lei li sbagliava i calci di rigore?

«Sì, certo. Ma all’inizio giocavo in porta perché ero alto e intervenivo sui cross – ride – sapevo fare solo quello. La canzone è stata scritta dalla parte del portiere, ho rovesciato la visione».

Che tifoso è?

«Caldo, come tutti, ma non competente. Se volete parlare di schemi chiedete pure ad Antonello Venditti. Anche Barbarossa, Ruggeri e Ligabue sono più bravi di me. Io sono uno spettatore – ridacchia – e vorrei veder piangere il mio capoufficio stampa Vitanza, che è juventino...».

La Roma ha sei punti di distanza dalla Juve a sette giornate dal termine del campionato: nutre una speranza?

«La speranza c’è sempre, ma è meglio guardarsi le spalle dal Napoli, che è molto in palla, per evitare i preliminari di Champions. Il fatto è che questa Roma è forte, ma la Juve lo è di più, quest’anno è davvero incredibile».

Se la Roma fosse una canzone?

«Grazie Roma e Roma Roma di Antonello. È difficilissimo scrivere l’inno per una squadra, lui è riuscito in due imprese meravigliose, sono due canzoni intense, commoventi, una fortuna averle composte».

Canta: «Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia...». Chi è?

«Francesco Totti. È immenso non soltanto in campo, ma anche fuori, apprezzo la sua autoironia».

Quale brano sceglierebbe per lui?

«Merita una grandissima canzone: Volare».

Spalletti?

«Siamo amici, sarei contento se restasse. Ammiro la sua indipendenza intellettuale: in un mondo di “forse” e di “non so” lui parla chiaro».

Domani la Roma gioca contro l’Atalanta, la leva calcistica degli anni Novanta...

«L’assonanza con la mia canzone non mi porterà a fare il tifo per loro – ride – spero che per un giorno si sentano un po’ più vecchi».

C’è tanto di Bob Dylan nell’album «Sotto il vulcano», dalle sonorità ad alcuni brani tradotti: che cosa ne pensa del Nobel?

«Giusto. Il Nobel per la letteratura non è soltanto per il testo, ma per la canzone, musica compresa, un’opera letteraria. Io l’avrei dato anche a Fellini, Rossellini, Walt Disney».

Un atleta italiano da Nobel?

«Il primo che mi viene in mente è Pietro Mennea».

Se non fosse diventato cantautore che cosa avrebbe fatto?

«Il giornalista o il maestro».

Che cosa vuol dire salire sul palcoscenico?

«Confrontarsi con un’emozione. Racconto molto di me a sconosciuti che diventano intimi. È una scossa, c’è sempre un po’ di ansia: è come tirare un calcio di rigore e la porta la vedi sempre più piccola... oppure, se fai il portiere, la vedi sempre più grande».

Si è mai dimenticato le parole?

«Sì, anche perché non uso il gobbo elettronico, toglie naturalezza. Mi è capitato anche con Rimmel e la Donna Cannone, a volte il pubblico non se ne accorge perché le cambio, altre mi tira le orecchie e ride. La mia band si diverte, siamo molto affiatati».

«Buonanotte Fiorellino» in versione Dylan è spiritosa, alla fine del concerto fa andare a casa tutti più leggeri. Com’era nata quella canzone?

«L’avevo pensata come un addio tra due amanti. Oggi è la giocosa confessione di un debito dylaniano e ho rovesciato l’ottica: nella versione originale “l’anello resterà sulla spiaggia”, invece in questa – sorride ironico – ho aggiunto “se per caso qualcuno lo trova lo può pure lasciare dov’è”. Le cose cambiano, le canzoni si ossidano e rivivono».

Che effetto le fa «Generale» cantata da Vasco?

«Ne sono felice. Vasco è autorevole, un Omero narrante».

La notte crucca e assassina è alle spalle, il treno va veloce, il generale già pensa al Natale, un’incantevole cartolina di pace: come vive questi tempi di terrorismo e venti di guerra?

«Con inquietudine, come tutti».

«E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure»: dopo oltre quarant’anni di musica che cosa rimane nel cuore?

«Il rapporto con il pubblico che nel tempo si è modificato, ma non si è mai interrotto. Al di là di tradimenti e di dischi meno belli continua perché è sostenuto dalle canzoni. Tutto questo è miracoloso».

GABRIELLA MANCINI

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58f0d47f910fc

 

 



 

 

Francesco De Gregori: «A volte mi chiedo se io non sia stato solo un bluff»

I marciapiedi di ieri: «Per molto tempo mio padre e mia madre hanno pensato che con il mestiere che avevo scelto, mi sarei trovato presto a vivere in strada». I marciapiedi di oggi: «Ho visto la mia foto in prima pagina mentre con qualche gentiluomo del quartiere spazzavo uno spartitraffico di Roma e mi è parso assurdo. Mi ha infastidito moltissimo. Sembravo Suor Sorriso, mentre in realtà pulire cartacce, escrementi e bottiglie rotte era un gesto assolutamente normale». Ci sono pezzi di vetro e pezzi di vetro: «Non era la prima volta che lo facevo anche se visto il clamore, con ogni probabilità sarà l'ultima, non era una mia iniziativa solitaria, non avevo certo convocato i fotografi e non volevo mandare un messaggio a nessuno».

Un ciuffo di giorni ancora e al principio del mese più crudele, Francesco De Gregori compirà 66 anni. Pacchetti di sigarette francesi, quadri alle pareti, riflessioni: «Non so se alla mia età veda le cose in maniera più nitida che da ragazzo, ma oggi so che non pretendere di vederle più così lucidamente è normale e accettabile. A 20 anni mi sembrava che una persona avesse l'obbligo di farsi un'idea del mondo e di darsi una mappa. Adesso credo che rinunciare a questa ambizione confini con l'innocenza e che essere un po' scettici sulla nostra capacità di decifrare ciò che abbiamo intorno, tranquillizzi. Paradossalmente è lucidità anche questa: sapere di non sapere».

La pretesa di decifrare coincideva con la presunzione?

«Era solo naturale. A 30 anni hai un certo passo e una certa velocità: vedi l'autobus passare e lo insegui. A 66 anni no, aspetti quello successivo perché sai che l'esistenza non cambia e non perderai più l'appuntamento della tua vita».

 e si guarda indietro prova più orgoglio o tenerezza?

«Ho seguito il corso della mia vita e mi è capitato anche qualche colpo di fortuna. Ho avuto talento e sorte, ma non so in quale ordine».

Fortune?

«Nascere a Roma, avere il Folkstudio e la Rca a portata di mano e potrei continuare a lungo. Se fossi stato di Crotone, come Rino Gaetano, sarebbe stato tutto più difficile».

Lei è considerato tra i più grandi cantautori italiani di sempre.

«C'è gente che mi stima molto, ma sono veramente stato così bravo come dicono? Me lo merito? Ogni tanto me lo chiedo. E mi domando: sarà vero? E se invece fosse tutto un bluff? Accade di essere sopravvalutati e a forza di sentirsi elogiare per La Donna Cannone o per Rimmel, finisci per credere a quel che ti dicono».

Paolo Sorrentino ha raccontato di come dopo l'Oscar, l'atteggiamento nei suoi confronti sia cambiato.

«Magari un po' anche il mio nei suoi confronti. È inevitabile. Temi che il successo cambi l'altro e lo irrigidisca. Ti rapporti con lui attraverso uno specchio che prima non esisteva. Non lo guardi più come prima. È accaduto anche a me».

È stato difficile essere De Gregori?

«La parte complicata è arrivata dopo aver conquistato il grande pubblico. Certe amicizie si sono inquinate e i gesti di prima- il semplice mandare al diavolo qualcuno, una delle basi della dialettica- sono stati interpretati alla stregua di un manifesto che dimostrava che ero cambiato. Non è più lo stesso- dicevano- si è montato la testa. Probabilmente, a forza di sentirmelo dire, un po' stronzo in quel periodo devo essere anche diventato».

 Era invidia?

«Anche. E non ci puoi fare niente, se non attraversare quella fase cercando di mantenerti consapevolmente sdoppiato. Dopo essere diventato un cantante famoso vieni messo in una luce diversa e sei persino ingiustamente odiato da alcuni amici, anche se continui ad andare con loro nelle stesse pizzerie che frequentavi prima. Un po' ho sofferto, ma non è che non ci dormissi la notte. Anche perché, ad essere sinceri fino all'osso, c'era comunque il compiacimento personale per avercela fatta».

Perché alcuni amici la odiavano?

«Fino a quando le mie canzoni piacevano molto a un ristrettissimo numero di persone, tutto andava bene. I membri di una minuscola élite intellettuale apprezzavano il povero cantante che scriveva cose meravigliose comprensibili solo a loro, certi che tanto non ce l'avrebbe mai fatta. Quando il pubblico si allargò e da 30 persone passai a 3.000, subii un un processo di svalutazione perché piacevo anche al volgo. Il meccanismo mi era già molto chiaro all'epoca, e psicologicamente quella consapevolezza mi salvava la vita. Non sono io che sono cambiato, siete voi che siete diventati orrendi- pensavo- io continuo a scrivere le stesse cose».

Il suo ermetismo era voluto?

«No, assolutamente. Erano canzoni incuranti della comprensibilità, le scrivevo come mi andava, non mi importava che si capissero o meno, ma non è che inseguissi l'ermetismo. Per tutta la prima fase della mia carriera ho pensato: Me ne frego del pubblico, prendetemi come sono, non c'è niente da capire e se non mi capite, peggio per voi».

Poi cosa è accaduto?

«Ho cercato la semplicità, mi sono evoluto, ho cambiato linguaggio e poi forse ho sentito il bisogno di essere meno contorto, anche sul piano della melodia. Quando non è più un hobby, ma un lavoro, al pubblico devi arrivare. Essere compresi per un artista è importante».

Cosa le ha tolto il suo lavoro?

«Il professionista si alza, va in ufficio, torna a casa tardi e inevitabilmente sottrae qualcosa agli affetti. Io ho viaggiato di notte per spostarmi e suonare da una città all'altra, ma non vedo differenze. Il mio è un mestiere come gli altri, solo più pittoresco».

Da giovane guardava all'epica maledetta della tradizione americana? Le piaceva tirare tardi e far mattino per dirla con Guccini?

«Forse per un paio d'anni, quando ero un animale solitario e non avevo rapporti stabili. Mi sono divertito un po', senza mai cavalcare l'estetica dello sbando. Nelle biografie di Dylan che ogni tanto mi diletto a leggere, scopro che sulla sua vita, con tanto di fuga da casa, aveva raccontato episodi del tutto inventati. Io non ho mai avuto la tentazione di inventarmi una storia, mi va benissimo quella che ho. Se dovessi mai un giorno scrivere la mia autobiografia, non potrei richiamare nulla che si avvicini a James Dean».

Perché?

«In Italia? Cosa vuole? Quali sono le avventure di un giovane artista italiano? Cosa vai a inventarti? L'infanzia a Pescara, con un padre bibliotecario e un ragazzino che si scotta sulla spiaggia bianca e lunghissima, non equivalgono al mito della frontiera».

A Pescara lei abitò dai 2 ai 9 anni.

«Abitavo vicino al mare e in acqua, con le telline che potevi pescare con le mani e poi mangiare direttamente a riva, trascorrevo 4 mesi l'anno».

Suo padre Giorgio era bibliotecario, sua madre Rita, insegnante.

«Due grandi liberali che hanno protetto con amore me e mio fratello Luigi. Gente sobria e appassionata al proprio lavoro. Mamma, bellissima moralmente e fisicamente, si sbatteva per 16 ore al giorno. Correggeva compiti e preparava lezioni. Ogni tanto mi fermano i miei coetanei e mi parlano di lei: Lo sa che era la mia professoressa alla Trilussa?»

Suo padre invece?

«Se avesse potuto scegliere, avrebbe voluto che facessi il suo mestiere. Un mestiere più utile del mio, ma almeno per me, meno divertente. Né lui né lei, che avevano ricostruito però mi hanno mai impedito di inseguire i miei sogni. In fondo ero un bravo studente, non mi drogavo. Avrò fumato in tutto due canne in 66 anni, ma posso sempre cominciare domani» (Ride)

Che rapporto ha con la memoria?

«Intanto ho da sempre pochissima memoria. Dimentico le cose importanti, ma dimenticarle mi aiuta a essere disincantato nei confronti della vita. E' come se accettassi che tutto può essere dimenticato. Forse il dato sottintende che niente è stato così importante da essere scolpito nella memoria o messo dentro un album».

Forse anche che non ci sono stati grandi dolori.

«Evidentemente no, o forse sono soltanto riuscito a rimuoverli proprio come dicono avvenga con i dolori del parto. Ma non sono una donna e sul tema non posso legiferare».

Per anni lei è stato riottoso a concedersi, oggi sembra sorridere molto di più. Apprezza Zalone, va in tv da Maria De Filippi.

«Trent'anni fa non ci sarei andato. Mi sono addolcito. Ho avuto il mio periodo forastico, quando pensavo che la scarsa socievolezza preservasse la mia autonomia e il mio modo di essere. Vado ad Amici anche se non è la mia tazza di tè preferita e so che devo accettare la possibilità che esista un linguaggio che appartiene a quel programma. Posso chiedere degli aggiustamenti, ma non posso neanche pretendere che si faccia come dico io».

Lo chiamerebbe compromesso ?

«Solo realismo e buona educazione. L'autonomia però l'ho mantenuta. Se De Filippi mette un elemento scenografico, un letto rosa che non mi piace e di fronte al quale non me la sento di cantare, lo dico chiaramente».

Non mi ha detto perché va ad Amici però.

«Perché è il mio mestiere e perché magari voglio conquistare un pubblico che pensa che sia solo un barbuto guevarista degli anni 70 e dopo Rimmel non abbia più scritto niente di importante. Avere 66 anni mi consente di farlo con leggerezza».

 Il più grande talento che ha incontrato?

«Lucio Dalla. A prescindere dall'amicizia e dal fatto che in certi periodi non siamo stati neanche tanto amici».

È vero che soffriva l'istrionismo di Dalla durante la prima tournée di Banana Republic?

«Lucio era sovrastante, era molto diverso da me, era immediatamente simpatico. Io no, avevo un altro ruolo. Lui saliva sul palco e prendeva molti più applausi di me. Tre quarti dello stadio lo invocava e un po' soffrivo. Dalla era abile a giocarsela sta cosa, un po' ti voleva fregare. Io lo sapevo e la sua inclinazione non ha mai scalfito la nostra reciproca ammirazione: vera profonda, sostanziale. La rivalità esisteva. La soffriva anche lui. Per quello che rappresentavo. Sotto quell'aspetto, era geloso di me. Mi chiamava il principe, mi addebitava una certa alterità».

Poi ci fu il caso de L'Espresso.

«Quel giornale, che aveva messo Pasolini sul letto dell'obitorio in prima pagina nel novembre del 75, non mi era mai stato simpatico. Quando Michele Mondella ci informò che Giorgio Bocca sarebbe arrivato a Pescara per intervistarci e fare una copertina su di noi andai da Dalla e gli dissi: Non lo facciamo, L'Espresso, vero?. Lui mi rassicurò: Ma certo, fratellino. Poi andò a cena con Bocca e mi ritrovai L'Espresso con il solo Dalla in copertina come fenomeno dell'estate 1979. Io nel pezzo ero del tutto ignorato o quasi, fatta eccezione per un giudizio di Lucio, una cosa del tipo: De Gregori vive in un empireo tutto suo. Mi arrabbiai e la mattina dopo gliene dissi quattro, ma il mio ricordo di quel tour rimane splendido».

Dalla lo fece con animo da Candide?

«Macché, non eravamo Candide né io né lui. Bisogna provare a dire la verità e non essere manichei: se si può discutere Benedetto Croce, lo si può fare anche con Dalla o De André».

Il suo ultimo disco si intitola Sotto il vulcano. È una metafora?

«Non siamo sotto il vulcano, ci siamo proprio dentro».

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Malcom Pagani (le foto sono del Messaggero.it)

http://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/musica/francesco_de_gregori_intervista-2340971.html

 

 

 

Francesco De Gregori, questa non è un'intervista:

"Perché ho 'dylaniato' 'Buonanotte fiorellino'"

di Luca Valtorta - La Repubblica 5 febbraio 2017

 

Tutti conoscono De Gregori per le parole delle sue canzoni ma lui, che ha appena pubblicato un nuovo album live, 'Sotto il vulcano', spiega perché invece una canzone non deve mai essere uguale a se stessa."Ho fatto 'Buonanotte fiorellino' in mille modi: con il violino, senza e adesso la faccio dichiaratamente in versione Dylan"

 

Tra le pagine chiare e le pagine scure prendono forma immagini, frammenti di vita, pezzi di sogno, pezzi di stella, pezzi di costellazione, pezzi di sorriso, pezzi di canzone. Le parole diventano musica, la musica è parola. "Musica fanciulla esangue/ segnato di linea di sangue/ nel cerchio delle labbra sinuose/ regina de la melodia". Chiamatela poesia se vi pare, come fosse Campana, ma no perché, appunto, "c'è la melodia!", chiamatela come volete. Certo se Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista, invece di scrivere “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo" avesse scritto "mi sono lasciato con la mia ragazza" non staremmo parlando di lui a più di quarant'anni anni di distanza da Rimmel, non avremmo immaginato di volare via con La donna cannone, con quelle parole che vanno dritte al cuore ("e non avrò paura/ se non sarò bella come dici tu") e non avremmo in mente, scolpite, visioni dei gatti che "muoiono nel sole" e la desolazione di Cesare (Pavese) perduto nella pioggia che aspetta il suo amore, ballerina.

 "No, poeta no", dunque. Artista sì, però ("uso questo termine senza alcun sussiego né presunzione ma solo per indicare il lavoro che faccio"). Comunque icona ("per carità no!") con cui siamo cresciuti, che ogni italiano ha nel suo dna: chi non ha un ricordo legato a una canzone di De Gregori? Canzoni d'amore (certo Buonanotte fiorellino, tante volte 'dylaniata', ma anche psichedeliche come Dolce amor del Bahia, non a caso rifatta da Vasco Brondi, il più 'degregoriano' dei nuovi artisti, ma passando per i CCCP e il punk rock), canzoni politiche senza politica (Pablo che era il mio modo per sintonizzarmi su Radio Popolare di Milano trent'anni fa, perché la trasmettevano in continuazione e poi, naturalmente, Viva l'Italia, che tutti hanno cercato di fare propria senza riuscirci o il cuoco di Salò che tanta discussione aveva suscitato), canzoni 'esistenziali' (da Il signor Hood a La leva calcistica della classe '68). E poi quanti capolavori: Rimmel, l'album perfetto, ma anche il disco omonimo del 1978 con Generale e Natale, forse il successo commerciale più grande; e che dire di Titanic che gli esegeti considerano il 'vero' capolavoro, contrapponendolo a Rimmel? E Calypsos, che non si smetterebbe mai di ascoltare? E Sulla strada? E il disco dal vivo italiano più bello di sempre, Banana Republic con Lucio Dalla?

 Francesco De Gregori, nella sua casa romana piena di luce, un pianoforte in mezzo alla stanza, dalla parte opposta una libreria, quadri, dischi, un pacchetto di Gitanes senza filtro appoggiate su un tavolino basso che fumerà con discrezione e un certo gusto insieme a un caffè in tazza grande. Anche l'sms che mi era arrivato il sabato precedente l'intervista era elegante ed essenziale: poche parole, concise, il luogo dell'incontro. A capo. 'f' minuscola. Punto.

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Tutti conosciamo Francesco De Gregori ma lei, in un pezzo intitolato Guarda che non sono io, dice "guarda che non sono io/ quello che stai cercando/ quello che conosce il tempo/ e che ti spiega il mondo". Insomma un conto è la fotografia, l’icona, un altro la persona reale, un po' come il Magritte di Questa non è una pipa.

"L’arte è sempre qualcosa che allude. Non dà mai risposte, nemmeno in termini di identità. Gli oggetti si trasformano: l’Orinatoio di Duchamp può diventare tutt’altro. Il divertimento sta proprio nello spostare i termini della questione. Questo vale anche per il mio mestiere".

 A parte il punk, che si poneva l’idea di distruggere l’idea stessa di rockstar, non sono molte le 'icone' che cercano di non essere considerate tali, che dicono 'preferirei di no'.

"No, ecco, appunto icona, no! Ma non è che io ci abbia fatto un ragionamento sopra. Io faccio uno dei mestieri più liberi del mondo: perché non devo approfittarne?".

 Lei suona con gli stessi musicisti da molto tempo e ama molto suonare dal vivo, cambiando spesso le canzoni. È alla ricerca del suono perfetto?Risultati immagini per de gregori tour 2017

"Sono alla ricerca del mio suono. E avendo una frequentazione ormai lunghissima con gli stessi musicisti ci capiamo al volo. Non sono degli esecutori, partecipano tutti al processo produttivo ma, banalmente, visto che ci conosciamo così bene, non si perde tempo. Soprattutto conoscono le mie idiosincrasie…".

 Quali sono le sue idiosincrasie?

"Certe scorciatoie che ammiccano al pop, certe soluzioni più banali. Io tra loro sono il meno musicista, nel senso che la mia formazione è avvenuta sul campo a poco poco, ma proprio per questo mi capita di avere delle idee non ortodosse che poi cerco di tradurre in musica: non è facile sintonizzarsi con la mia anarchia ma col tempo ci siamo riusciti. Io ho iniziato a fare le prime cose con un gruppo solo dopo aver fatto Rimmel nel '76/'77. Per me è stato drammatico l’incontro con altri perché partivo dal testo e cercavo di spiegargli quello che dovevano fare a partire da quello, dal senso del brano. A quei tempi, ai musicisti del testo invece non gliene fregava niente, non volevano nemmeno ascoltarlo. Io poi avevo preso dei giovani che venivano dal jazz, che era proprio un altro mondo, molto elitario, del tipo 'noi facciamo jazz poi andiamo a suonare con De Gregori perché ci paga'. E io gli dicevo: 'Dovete suonare Atlantide, che sono tre accordi tutti uguali'. Loro lo facevano e a me faceva schifo come veniva. Glielo facevo notare e loro: 'Vabbè sono tre accordi!'. Certo, sono tre accordi. Che vanno suonati in un certo modo. Io per suonarli come volevo davvero ci ho messo vent’anni. E adesso ci riesco perché sono diventato più bravo io e perché si è molto alzato anche il livello culturale di chi suona: non c’è più nessuno che ti dice: 'Ah, ma no io faccio rock, jazz etc.!'. C’è molta più consapevolezza di cosa vuol dire suonare".

Le scorciatoie sono odiose anche nel nostro mestiere, che è quello di divulgare dando al pubblico degli strumenti per capire, non perché i lettori sono stupidi, ma perché non hanno il tempo di informarsi su tutto. Ma naturalmente evitando anche qui, come nella musica cui faceva accenno prima, gli stereotipi. Tipo 'l’elfo islandese' quando si parla di Björk, 'la sacerdotessa del rock' per Patti Smith e, la madre di tutti i luoghi comuni, 'il menestrello di Duluth' per Bob Dylan…

"Uh, uh, uh! (suoni di sincera disapprovazione, ndr). Quello dovrebbe essere proprio vietato per legge! Sono le cose per cui quando leggi un articolo e trovi una di queste definizioni volti pagina. Vale per tutti i settori di un giornale. L’uso di certi termini nei titoli: la rabbia per esempio è abusata. La rabbia dei postelegrafonici! O dei ristoratori o… intercambiabile per tutte le categorie (ride)".

 A proposito di sfidare gli stereotipi, lei a un certo punto ha fatto una cover di Vita spericolata di Vasco Rossi.

"Perché è un pezzo che mi è sempre piaciuto. Sembra strano?".

Abbastanza.

"È una delle più belle canzoni italiane. La cosa incredibile è che Vasco la fece a Sanremo e notoriamente io non sono un ammiratore del mondo sanremese, ma devo dire che ogni tanto da lì uscivano pezzi straordinari. Ma perché sembra strano che io faccia Vita spericolata? (ride)".

Beh, ho avuto l’impressione che anche il suo pubblico…

"Il mio pubblico rimase esterrefatto (ride)".

Insomma... lei è il Principe.

"Che vuol dire? Il pubblico va per stereotipi: il Principe, il maledetto, il professore… A me è sempre piaciuto cantare le canzoni degli altri. Certo, lo ammetto, mi rendevo conto che poteva sembrare una provocazione ma per me non lo era per niente".

 Non essere mai dove gli altri pensano che tu possa essere, anzi che tu debba essere: tutto ciò è molto punk. Anzi è l'essenza stessa del punk: strano per De Gregori.

"Per me conta il fatto di non porsi nemmeno questa domanda. Non voglio mai neppure lontanamente pensare a come devo essere. Non voglio essere dove qualcuno vorrebbe che io sia. Le dirò di più: anche se l'intero mio pubblico pensasse che io debba stare in un certo luogo, non ci starei. La mia necessità è solo quella di essere sempre me stesso. In un mondo dove ormai le playlist le fa Spotify mi sembra essenziale fare sempre e solo tutto quello che mi viene in mente e pazienza se non è quello che ci si aspetta da me. Con un solo limite".

 Quale?

"Del cercare di non fare cose brutte. Per questo cerco di lavorare molto su tutto ciò che faccio: è questa la forma di rispetto che devo al pubblico, non il fatto di dargli quello che vorrebbe io facessi. Per esempio, se mi va di fare una cosa con Fausto Leali, come il duetto di Sempre per sempre, non ci penso due volte. La spinta deve essere di totale innocenza e indipendenza".

 Del resto, quando Vasco fa Generale, è un tripudio assoluto, si diverte tantissimo.

"Certo. Per fortuna è solo ai puristi che non va che De Gregori faccia Vasco Rossi e viceversa: ben venga Vita spericolata quindi! Vasco poi ha uno stadio intero che lo ascolta: è un'emozione…".

Lei però è stato il primo a riempire gli stadi.

"Sì, io e Dalla. Siamo stati i primi proprio a farli gli stadi, in realtà. Si parla del 1978 e in effetti nemmeno gli artisti stranieri si esibivano lì, allora. Dopo di noi forse la prima fu Patti Smith, nel 1979, a Firenze".

Come nacque l’incontro con Dalla?

"Io stavo alla IT, una piccolissima etichetta discografica che faceva capo a Vincenzo Micocci che Lucio, che aveva preso da poco casa a Roma, frequentava perché c’era anche Ron. C’era un pianoforte, lui a volte si metteva lì e suonava. Era già famoso, aveva fatto 4 marzo 1943. A poco a poco ci siamo incuriositi l'uno dell'altro e così capitava che suonassimo insieme e poi magari partecipavamo ai rispettivi concerti. Era un’atmosfera un po’ da gita scolastica, tipo: 'Lucio, stasera io suono a Viterbo' 'Ok, vengo anch’io' e magari saliva sul palco con me e faceva una cosa col clarinetto; oppure ricordo, per esempio, che c'era Anidride solforosa, un pezzo che a me piaceva moltissimo. Lucio mi aveva detto: 'Dai, suonaci sopra l’armonica! E così facevamo'. Pablo infatti è firmata anche da Lucio, perché mentre io la stavo scrivendo lui mi accompagnò a Bari e nel pomeriggio, mentre l'ascoltava, mi disse: 'Qui nell’inciso non si muove abbastanza'. Lui non sapeva suonare la chitarra ma io l’ascoltai perché avevo capito che aveva ragione. Ecco, questo era il clima. E quindi Banana Republic non fu altro che il coronamento di questa amicizia. Anzi, direi che poi con Banana Republic si esaurì inevitabilmente. Non ci vedemmo per diversi anni e ci rincontrammo nel 2010. La tournée che abbiamo fatto allora dal punto di vista musicale secondo me era molto più bella della precedente, però certo, non aveva più quel fascino della novità, dell’unione di questi due strani personaggi in un periodo in cui i grandi concerti non esistevano".

Musica dal vivo: lei non fatto dischi live per un lungo periodo, poi improvvisamente ne ha fatti tantissimi. Come mai?

"Io credo dipenda dal fatto che all'inizio non sapevamo suonare molto bene e quindi i dischi live ho iniziato a farli uscire quando mi sembrava che ne valesse la pena. Sono stato anche molto criticato per questo. In effetti, se vado a contare i dischi in studio e quelli live, sono quasi una discografia parallela. Perché li ho fatti allora? Un artista ha necessità di documentare quello che fa, nel mio caso i concerti, proprio come un pittore fa tutti i quadri che vuole. C’è del narcisismo? Sicuramente. Ma chi non ha piacere a mostrare una propria opera… A parte la compulsività a pubblicare se stessi, il live è anche rendicontare la possibilità di una canzone di trasformarsi, da sera a sera o dall'anno prima o da vent'anni prima. Io non la forzo: io vado appresso questa trasformazione. Cambia la mia voce da sera a sera, non può non cambiare la canzone. E questi cambiamenti per me è inevitabile raccontarli: è per questo che pubblico tanti dischi dal vivo. Molti mi hanno criticato ma per me non c'è una legge da seguire, la mia libertà sta nel fare quello che sento, la libertà del pubblico è nel comprare o meno i dischi che faccio: non divento ricco a fare tanti dischi live, ma perché mai non li devo fare?".

Tra l’altro, in questo nuovo album, Sotto il vulcano, che è appunto un live e, oltretutto, doppio, lei ha rifatto un pezzo che cantavate con Dalla in Banana Republic.

"Mi è venuta l'idea passando da Milo, in Sicilia, dove abitava Lucio. A un certo punto mi sono scoperto a canticchiare questa canzone e il giorno dopo, a Taormina, avevo la penultima tappa del tour. Ho deciso lì per lì. Tra l'altro, per motivi tecnici, non avevo la possibilità di provarla con la band per cui gli ho detto: 'Ascoltatela su YouTube, lì c'è la versione originale'. A quel punto mi è venuta la voglia contraria rispetto a quello che ho teorizzato fino a ora: ritornare a fare esattamente la canzone com'era, perché nel frattempo sono state fatte talmente tante versioni a molte delle quali ho partecipato anch'io. Non la rifacevamo mai uguale. Invece questa volta volevo proprio il violino e la chitarra con quel riff popolaresco. L'ho fatta solo quella sera: quella dopo avevamo un concerto in Sardegna ma non l'abbiamo suonata".

 Come mai ha scelto la versione censurata, quella in cui il verso “ancora adesso che bestemmio e bevo vino/ per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” è stato cambiato?

"Mi sono innamorato di quella versione quando l'ho sentita a Sanremo: non so se l'originale era l'altro o se Lucio nel corso del tempo l'abbia attualizzata. Trovo molto più delicato dire 'ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ per la gente del porto sono Gesù Bambino' perché mi sembra più adatto a una canzone dedicata a un tema importante come la maternità. Non desiderata ma comunque vissuta con dolcezza, un tema nobile: questa giovane donna, lui che nasce e gli viene dato quello strano nome, tutto riconduce a un'atmosfera quasi sacra. Per cui immettere un tema che sicuramente è più realistico, come un riferimento alla bestemmia e alle puttane, non mi affascinava, anche se l'ho cantata tante volte insieme a Lucio anche con questo testo".

 Lucio non teneva a una versione in particolare?

"No, credo che la cantasse di volta in volta come gli veniva. Questa canzone ha qualcosa di arcaico, non perché 'vecchia': lo era già quando è stata scritta. Fa rifermento a degli archetipi: la maternità, la guerra, la solitudine. È una delle canzoni più belle che abbia mai cantato Lucio. Poi non so se qualcuno ha detto a Lucio: 'Non usare parole come bestemmia o puttane a Sanremo'. È una canzone commovente per la sua bellezza".

Restando sul tema delle canzoni commoventi, ha visto la performance di Patti Smith alla cerimonia del Nobel?

"In un contesto così diverso da quello normale, così paludato non credo ci si senta a proprio agio e poi certo l'emozione: è facile dimenticare le parole in simili circostanze...".

 A lei è mai capitato?

"Come no? Su YouTube ci sono cose impressionanti...".

 Lei ha un repertorio di più di duecento canzoni. Come fa a ricordarle?

"Questa è una bella domanda. Me le ricordo al 99,9%. Quello che non ricordo lo invento al momento, oppure succede il disastro. Però mi piace ricordarmele: non ho mai usato e non uso il gobbo elettronico. Quando leggi non è la stessa cosa, credo che il canto ne risenta. Quando abbiamo fatto il tour nel 2010 leggevamo perché Dalla preferiva così. Ma devi stare attento: le sue parti erano segnate in rosso, le mie in bianco. Per me era un freno. A proposito di Dylan, però, devo dire che mi è piaciuto molto il discorso che ha mandato in occasione del Nobel".

 Cosa in particolare?

"Beh, per esempio quando dice: 'Vi ringrazio per avermi chiarito le idee sul fatto che sono uno scrittore. Io in realtà nella vita ho sempre avuto problemi pratici, tipo trovare lo studio giusto, il bassista adatto'. Fa tutto un ragionamento low profile e poi, ecco la cosa che ti fulmina: 'Del resto credo che anche Shakespeare abbia avuto lo stesso problema: doveva rispondere ai committenti, allestire una sua tragedia, per cui si chiedeva: 'Ci saranno abbastanza posti in platea?', 'abbiamo lo sponsor', 'dove lo trovo un teschio umano per domani sera?'. Per cui vi ringrazio di avermi detto che faccio letteratura perché non me ne ero mai accorto'. Capito? Prima dice di non essere uno scrittore e poi conclude ‘proprio come Shakespeare!’".

 Anche lei ama molto questa praticità del mestiere?

"Certo: senza quella non saremmo qua né io né Dylan. Lo dico spesso: facciamo un mestiere che per buona parte è fisico, manuale, dove dobbiamo anche saper cambiare la valvola dell’amplificatore. Altrimenti hai voglia a scrivere di 'Pavese perduto nella pioggia': non arriva proprio materialmente. Viaggiamo quindi sulla falegnameria, sulla praticità, sulle previsioni del tempo, sull’elettricità".

 Parlando di Dylan, lei ha letteralmente 'dylaniato' uno dei suoi pezzi più famosi, Buonanotte fiorellino, un tempo considerato da alcuni un cedimento alla decadenza borghese, troppo smielato e al tempo stesso follemente amato dal suo pubblico. Forse persino troppo amato.

"Certo l'ho 'dylaniata' mille volte e non solo con Dylan: una volta c'è il violino, un'altra no, una volta è in tre quarti, in quattro quarti non l'ho ancora fatta ma prima o poi ci arriverò. Sì, certo, da un po' la faccio dichiaratamente in versione Rainy Day Women (un brano molto giocoso e “stonato” di Dylan che apre il suo capolavoro, Blonde On Blonde, ndr) è un po' la stessa operazione che fa Duchamp quando mette i baffi alla Gioconda. Prende, ruba, cita: fa tutte queste cose insieme. Diciamo che, fondamentalmente, si diverte. E forse mette anche il suo pubblico nelle condizioni di divertirsi, nel senso nobile: gli offre punti di riflessione, di arricchimento, di scoperta. La famosa 'sfasatura' che sta dentro i processi artistici".

 C'è una parte del pubblico che vorrebbe cullarsi con il ricordo della 'sua' Buonanotte fiorellino...

"C'è una parte del pubblico che è conservatore. Mi rendo conto di cosa vuol dire perché quando io sono pubblico, anch'io sono conservatore. Se andassi a sentire un concerto di Dylan e lui per una volta mi facesse Like a Rolling Stone o Just Like A Woman o Blowin' In the Wind così come le ha fatte sui dischi esclamerei: 'Ooooh!'. Subito dopo però mi porrei il problema: è sincero mentre sta facendo questo o sta facendo un monumento a se stesso? E penso che la risposta sarebbe: 'Non è sincero fino in fondo'. Io a un artista sul palcoscenico quello che chiedo è la sincerità, cioè che in quel momento lui mi restituisca quello che sta succedendo nella sua testa. La sua testa non può essere quella di quarant'anni prima. L'evoluzione di una canzone è peggiore? Pazienza, mi becco la peggiore".

 Manuel Agnelli degli Afterhours a un certo punto chiedeva al suo pubblico di non cantare. Ma poi si è dovuto rassegnare.

"Ha ragione, si può creare una discrasia che ti può far sbagliare, soprattutto se tu cambi il pezzo. Come anche battere le mani: succede spesso che il pubblico non vada a tempo e così diventa una cosa strana. Comunque va bene, il concerto è anche un momento di festa, non è un saggio accademico".

 Quali sono i suoi dischi dal vivo preferiti?

"Direi 4 Way Street di Crosby, Stills, Nash & Young e sono indeciso tra Hard Rain e Before the Flood di Dylan, escludendo la Bootleg Series dal momento che sono dischi che lui non aveva intenzione di pubblicare in origine. Ha accettato di farlo solo molto tempo dopo".

 Come saprà è appena uscito un box di 36 cd, Bob Dylan: The 1966 Live Recordings, che documenta tutto il tour del 1966 di Bob Dylan, quello del passaggio dal folk al suono elettrico in cui ogni sera c’è una battaglia con il pubblico che gli urla 'traditore'.

"Ecco, questo è proprio l'esempio giusto: un giorno ti ascolti un disco, un giorno l'altro e senti la stessa canzone come cambia nel giro di poco tempo. È un documento storico importantissimo e da musicista impari molte cose. Ma è importante anche per un non musicista, credo. È un po' come entrare nell'atelier di Picasso e vedere cosa c'è dietro un suo quadro: gli studi, i tentativi, gli errori anche. Diciamo che l'ascolto dei dischi live contraddice quelli che pensano che la musica debba essere per forza patinata, inappellabile dal punto di vista tecnico. Nei dischi live invece devi evitare l'eccesso di perfezione, anche perché altrimenti non ti fermi mai: puoi restare anni in studio su una canzone e non capire mai quando è davvero finita. Al tempo stesso devi contenere l'irruenza. Vivere con questa dualità nella testa è interessante. Io ho fatto un album intitolato Left & Right che non è nemmeno mixato: sono solo i canali del banco presi e masterizzati senza dire 'alzo i livelli del basso' o cose simili, ed è uno dei miei preferiti".

 Poi c'è Bootleg che si rifà all'idea della naturalezza, credo.

"Sì, quello però è mixato. Ma è vero: andai a Dublino a mixarlo proprio perché volevo un fonico che non capisse il testo. Trovai uno che non solo non capiva il testo ma gli stavo anche antipatico: per me era perfetto! (ride)".

 Lei ha conosciuto molti musicisti nella tua vita. Chi ricorda più volentieri?

"Uno di quelli che più ho amato è Leonard Cohen. Una volta l’ho incontrato proprio a Roma, per caso, mentre camminavo: era insieme a una mia amica che me l’ha presentato, a Santa Maria in Trastevere. Aveva una chitarra in mano e io pure: 'Ah, anche tu suoni?', mi chiede e ci scambiammo un po’ di pareri tecnici. La seconda volta fu nei camerini dopo un suo concerto al Teatro Olimpico a Roma e lì feci un po' il fan, andai in camerino dove stava mangiando da un cartone un pezzo di pizza al taglio, coccolato dalle due coriste, e mi misi a parlare un po'".

 Le disse che vi eravate già incontrati?

"Non gli dissi nulla e per pudore non mi feci neppure autografare il disco. Dopo di me arrivò uno che si portò dietro l’intera discografia che Cohen firmò interamente, con grande pazienza".

 Immagino che capiti spesso anche a lei il contrario.

"Sì. Cerco di fare fino in fondo il mio dovere, ma a volte vorresti che quelli che ti chiedono autografi non esistessero. Memore di questo, tollero a mia volta e cerco di essere discreto ma capisco il fan, lo sono anch’io e quindi capisco: però non ci devono essere invasioni improprie…".

 Qualche altro esempio del suo essere fan?

"Stavo mangiando con mia moglie e i bambini a Venezia e al tavolo accanto al nostro c’era Elton John. Per me fu stranissimo perché non sapevo che stesse a Venezia, che ne fosse innamorato. I suoi primi dischi sono stati formativi per me e soprattutto per Antonello Venditti, anzi ricordo che in realtà fu proprio lui a farmelo conoscere: Tumbleweed Connection, un disco straordinario, lui e Bernie Taupin, il paroliere: che coppia! Poi col tempo per me ha perso interesse, pur mantenendo sempre una certa qualità di scrittura, ma cose come Your Song sono eccezionali".

 Ci parlò in quell’occasione?

"No, 'schiscio', come dite voi a Milano. Un altro aneddoto divertente forse è quello che riguarda Lou Reed. Quando stavo alla Rca, nel 1978-'79, venne a Roma per un concerto e volle fare il soundcheck proprio lì negli studi dove pascolavamo tutti noi cantautori dell’epoca. A un certo punto si sparse la voce e ovviamente eravamo curiosi. Lui non voleva vedere né essere visto da nessuno. Quando si mise a suonare però, a poco a poco, alla chetichella, entrammo nella regia e… rimanemmo a bocca aperta! Sentimmo una botta di suono impressionante: noi li conoscevamo bene quegli studi ma era come se qualcuno improvvisamente avesse cambiato tutto lì dentro. Anche i fonici erano lì, con gli occhi di fuori, e dicevano: 'Ma questo da dove viene?”'. E anche al di là del vetro aveva un’aria arcigna: non ti saresti mai avvicinato…".

 Negli ultimi anni si era addolcito: Laurie Anderson mi raccontava che dietro l’aspetto burbero era una persona tenera, che non smetteva mai di incoraggiare i giovani artisti. Una violinista che aveva suonato con lui durante l’intervallo di un concerto gli chiese com’era andata. Lui rispose: 'Tutto lì quello che sai fare?'. Così la violinista nella seconda prova fece rimanere tutti a bocca aperta.

"Naturalmente sarà stata bravissima, ma certo, da uomo di musica ha fatto quello che andava fatto: l’ha spinta a dare il meglio di sé. Comunque è incredibile: anche in un pezzo come Perfect Day, apparentemente dolce, c’è una narrazione a doppio taglio: c’è ghiaccio, c’è distanza. La musica in realtà è quasi una presa in giro della dolcezza, c’è il diavolo dentro! La dolcezza è solo un abito di quella canzone".

 Lucio Battisti, un altro artista dal carattere difficile, l’ha conosciuto?

"Ci ho parlato solo una volta al bar della Rca, un paio d’ore. Era molto timido ma al tempo stesso emanava un carisma assoluto per cui non ti veniva voglia di andare lì, dargli una manata sulla spalla e dirgli: “Ciao Lucio, come va?".

 Cosa vi siete detti?

"Avevo appena pubblicato Alice e mi fece dei complimenti: 'Ahò, è forte quel pezzo!'. Poi mi disse una cosa che mi parve davvero strana: 'Tu canti benissimo”. In quel periodo mi sentivo tutto meno che un cantante! E poi: 'Sei bravo perché tu riesci a far capire bene il testo, quello che dici'. A me! Uno a cui tutti dicevano che non si capiva niente di quello che scrivevo! Tornai a casa volando".

 Tra i nuovi artisti chi le piace?

“Non ho molto tempo per ascoltare musica, è brutto da dire ma è così. Però posso dirti che ho suonato una volta con Cristina Donà, che è bravissima, mi piace tantissimo e con Vasco Brondi. Anzi, con Vasco io ho suonato la chitarra mentre lui cantava Viva l’Italia”.

 C’è uno di questi nuovi autori, si chiama Calcutta e in suo brano, Limonata, fa un quadro impietoso della sua ragazza e dei suoi genitori e ti cita, non so se le è capitato di sentirlo. Dice: “Tu spremi limonata e non ce la fai più/ salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje/ e non mi importa niente di tuo padre/ ascolta De Gregori/ a me quel tipo di gente no non va proprio giù”…

“Beh intanto uno che riesce a fare una rima Medjugorje/ De Gregori è notevole. Lo trovo molto carino dai… (ride). No, non lo conosco ma credo nel karma: credo che prima o poi una cosa se ti deve arrivare ti arriva”.

 Restando sulle cose politicamente scorrette, è vero che lei ha conosciuto De André suonando una presa in giro de La guerra di Piero intitolata “La cacca di Piero”?

“Sì, è vero. Avrò avuto diciott’anni: era una di quelle cose goliardiche che si facevano ai tempi del Folkstudio”.

 Ma lei sapeva che lui era lì?

“(ride) Sì… Andò così. Io credo di non averla nemmeno mai fatta in pubblico: tra l’altro La guerra di Piero era stata una canzone fondativa per me. Poi succede che mio fratello conosce De André in un bar di Roma, fanno amicizia, bevono insieme e qualche giorno dopo mio fratello lo porta al Folkstudio dove io suonavo insieme a Venditti e altri, tutti assolutamente sconosciuti. E questo disgraziato di mio fratello dice a De André che io avevo fatto questa ignobile cosa! E De André, che era luciferino, insisttete perché la facessi: io non avrei mai osato fare una cosa del genere. Sarebbe stata veramente una cosa da idioti. E invece lui: ‘Dai belin fai sentire questa canzone!’. Lui si divertì molto e da lì nacque il nostro rapporto, diventammo amici tanto che tempo dopo mi invitò persino da lui in Sardegna a lavorare insieme".

 Da quel vostro incontro nacquero anche dei brani di Rimmel…

“Non abbiamo mai cantato insieme se non una strofa per uno in una canzone di Fossati Quei posti davanti al mare. In Sardegna ho scritto Buonanotte fiorellino: lavoravo a Rimmel e, insieme, al suo disco”.

 Anche se lui aveva il giorno invertito con la notte.

“Sì è vero. Cominciava a ingranare molto tardi così capitava che stessi molto tempo durante il giorno con Cristiano che a quei tempi era proprio un ragazzino ma suonava già uno strumento: la batteria ed era molto bravo”.

 Lei non ama la politica e nemmeno i salotti.

“Per niente. Soprattutto detesto i politici che in un ingiustificato atto di supponenza ti passano davanti con le loro scorte a sirene spiegate costringendoti a fermarti. Ma non è rabbia anticasta: è proprio un dato di fatto intollerabile. Un abuso di potere che altrove non potrebbe accadere. In Inghilterra per esempio il Primo Ministro non ha la scorta con le sirene spiegate e si ferma normalmente ai semafori”.

 Questa idiosincrasie le racconta in vari brani. Ma c’è un testo che mi ha colpito in maniera particolare, si intitola Povero me e dice cose come “i simpatici mi stanno antipatici/ i comici mi rendono triste/ mi fa paura il silenzio/ ma non sopporto il rumore”.

“Beh, è una buona descrizione di me stesso, autocaricaturale: io non sono così cattivo e malmostoso come in quella canzone. Dopo un po’ di tempo dall’uscita di questa canzone, incontro un’amica che non vedevo da un bel po’ e nel frattempo era diventata psichiatra, e mi dice: ‘Senti ho sentito quella tua canzone: è la canzone di un depresso! (ride). No guarda, descrive tutti i sintomi della depressione: ce li hai tutti!’ Io le dico: ‘Guarda non mi sento un depresso’. E lei continua: ‘Eppure è la canzone di un depresso’. Che dire? Forse aveva ragione lei. Ma vuol dire che evidentemente sono bravo a identificarmi. Ci ho messo tutto: ‘nessuno mi vuole bene’, ‘sono tutti migliori di me’ (ride). E appunto quello che dicevo prima: ‘ci sono i pretoriani con la sirena’. E’ una canzone che amo molto”.

 Questo dunque non è Francesco De Gregori, almeno non tutto. Forse una piccola parte sì, ma appena vi voltate l'immagine è già cambiata. Non è più quella della fotografia. Del resto, non è forse così per tutti? Non siamo mai noi stessi, almeno non del tutto. Non sempre. Non siamo il profilo Facebook, non siamo neppure il nostro libro o la nostra canzone se abbiamo la fortuna di scrivere, non siamo il nostro lavoro, non siamo sempre coraggiosi o sempre vili, sempre tristi o sempre felici, non siamo quello che pensano gli altri di noi e neanche quello che pensiamo noi di noi stessi. Camminiamo tutti sui pezzi di vetro. E questa non è un'intervista.

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2017/02/05/news/francesco_de_gregori_questa_non_e_un_intervista_perche_ho_dylaniato_buonanotte_fiorellino_-157615972/

 

 

DOPPIO ALBUM IN USCITA IL 3 FEBBRAIO 2017 (Live Taormina 27 agosto 2016)

 

Con un post brevissimo pubblicato sulla sua pagina Facebook ufficiale, il cantautore romano ha annunciato titolo e data d'uscita del suo nuovo progetto discografico. Il nuovo album del Principe della canzone italiana si intitola "Sotto il vulcano" ed è un doppio album registrato lo scorso 27 agosto al Teatro Antico di Taormina, durante una tappa del tour di supporto a "De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto", il disco-tributo al Bardo di Duluth. Durante il bis di quel concerto, De Gregori eseguì una sua versione di "4 marzo 1943" di Lucio Dalla per omaggiare il compianto amico e collega (i due collaborarono a più riprese nel corso delle rispettive carriere). E proprio la cover di "4 marzo 1943" è stata scelta come singolo apripista del doppio album: la canzone sarà disponibile a partire dal prossimo 20 gennaio.

Disco 1: Pezzi di vetro,L'agnello di Dio, La leva calcistica della classe '68, Vai in Africa Celestino!, La storia, Alice, Caterina, Sempre e per sempre, Servire qualcuno, Un angioletto come te, Come il giorno.

Disco 2: L'abbigliamento di un fuochista, Generale, Il panorama di Betlemme, Sotto le stelle del Messico a trapanar, Titanic, Rimmel, 4 marzo 1943, La donna cannone, Fiorellino 12&35.

 

http://www.rockol.it/news-667062/francesco-de-gregori-nuovo-album-2017-sotto-il-vulcano-copertina#.WFuuxvKcDcU.facebook

 

Il prezzo dei due cd in uscita il 3 febbraio 2017 è di 21,65 euro. I tre LP invece 38,38 euro.

Il dipinto in copertina è di Silvia Codignola

 

 

IL CANTAUTORE NECESSARIO di Edoardo De Angelis.

 

Palazzo Mattei, a Roma, in Via Michelangelo Caetani 32, sede dell'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ex Discoteca di Stato). Giovedì 19 gennaio, ore 16.30, presenterò alla Stampa e agli operatori d'informazione di Roma IL CANTAUTORE NECESSARIO di Edoardo De Angelis.

 Moderatore dell'incontro il giornalista e storico della canzone italiana Luciano Ceri. Sarà presente anche Valentino Saliola, titolare dell'etichetta Helikonia, che ha pubblicato l'album. L'ingresso sarà gratuito, e tutti gli amici presenti potranno acquistare l'abum a un prezzo particolare, e ricevere una dedica personalizzata e una foto autografata.

Sempre di Luciano Ceri, giornalista musicale e storico della canzone italiana, è in edicola un nuovo mensile, CANTAUTORI, dedicato alla categoria. Nel numero di gennaio, un'intervista sul IL CANTAUTORE NECESSARIO, sotto riportata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fausto Leali, 'Sempre e per sempre' è con Francesco De Gregori

 

 

Il nuovo singolo di Fausto Leali è 'Sempre e per sempre', storico brano di Francesco De Gregori. Il brano è interpretato insieme allo stesso De Gregori ed è tratto dall’album 'Non solo Leali'. La canzone, anche nella versione video, è cantata con De Gregori: il duetto nasce dall’amicizia e stima reciproca che lega Fausto al cantautore romano: "Ci conosciamo da molto tempo e ho chiesto a Francesco di cantare insieme questa sua canzone che, a ogni ascolto, mi ha sempre dato forti emozioni". L’album 'Non solo Leali', pubblicato lo scorso ottobre, contiene dieci brani interpretati insieme ad alcuni dei più grandi cantautori e interpreti della canzone italiana e non solo, come Mina, Renzo Arbore, Claudio Baglioni, Alex Britti, Clementino, Massimo Ranieri, Enrico Ruggeri, Umberto Tozzi e Tony Hadley.

fonte La Repubblica

 

GUARDA IL VIDEO

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/fausto-leali-sempre-e-per-sempre-e-con-francesco-de-gregori/258735/259030?ref=fbpz

 

Nobel per la letteratura 2016 a Bob Dylan

 

E' una notizia che mi riempie di gioia, vorrei dire non è mai troppo tardi. Il Nobel per la letteratura assegnato a Dylan non è solo un premio al più grande scrittore di canzoni di tutti i tempi ma anche il riconoscimento definitivo che le canzoni fanno parte a pieno titolo della letteratura di oggi e possono raccontare, alla pari della scrittura, del cinema e del teatro, il mondo e le storie degli uomini.

Bob Dylan incarna l'essenza di tutto questo, nessuno come lui ha saputo mettere in musica e parole l'epica dell'esistenza, le sue contraddizioni, la sua bellezza.

GIORGIA, DE GREGORI E ZERO NEL NUOVO ALBUM DI ENZO AVITABILE

Enzo Avitabile ha annunciato sul suo sito ufficiale che il 7 ottobre uscirà il nuovo album di inediti “Lotto infinito”, che arriva 4 anni dopo “Black Tarantella”.

Il disco sarà cosmopolita e conterrà 14 tracce con grandi collaborazioni, tra cui quelle con Giorgia, Francesco De Gregori e Renato Zero.

Ecco la tracklist completa: “Napoli nord”, “De profundis” con Giorgia, “Quando la felicità non la vedi, cercala dentro”, “Attraverso l’acqua” con Francesco De Gregori, “San Ghetto Martire” con Mannarino, “Bianca” con Renato Zero, “Amm’a amm’a” con Caparezza, “Abbi pietà di noi” con Angela e Marianna Fontana, “Comm’a ‘na” con Daby Touré, “Jastemma d’ammore” con Pippo Delbono, “Nisciuno sape” con Elena Ledda e Paolo Fresu, “Lotto infinito” con Giovanna Marini, “Verità sarà” con Hindi Zahra e “Addò so’ nato io” con la voce recitata di Lello Arena.

http://www.radioitalia.it/news/enzo_avitabile/nuova_uscita/13014_giorgia_de_gregori_e_zero_nel_nuovo_album_di_enzo_avitabile.php#

 

 

 Esce il 28 ottobre “Il cantautore necessario”, il nuovo album di Edoardo De Angelis realizzato assieme a Michele Ascolese con la direzione artistica di Francesco De Gregori.

Racconta Edoardo De Angelis in merito all’album: “La bellezza che non muta, che brilla nel tempo, è sconosciuta, poco praticata, o dimenticata. Così è anche per le canzoni. “Il cantautore necessario” non è una persona fisica, è la voce forte della canzone d’autore che ha accompagnato, e accompagna, ogni giorno, il nostro vivere. È un umile, devoto, atto d’amore nei confronti della profonda bellezza di musica e parole che Francesco, Michele ed io abbiamo conosciuto, riconosciuto, amato, e portiamo nel nostro bagaglio. È questa bellezza senza fine, animata, vissuta, sentita, che desideriamo riportare all’attenzione di chi non ha avuto in sorte di conoscerla direttamente, e di chi, con il tempo, l’ha dimenticata. Abbiamo, di comune accordo, proposto queste dodici canzoni, e non altre, perché un album non è un contenitore illimitato, e una scelta andava condotta. Scelta sofferta che, però, non esclude, in futuro, di essere rinnovata con ulteriori, difficili, benché amate e amabili, opzioni”.

http://www.rockol.it/news-664020/edoardo-de-angelis-album-il-cantautore-necessario-ottobre-2016

 

 

Dallo zio partigiano a “Rimmel” il libro-confessione del cantautore

 “Non sono ancora riuscito a scrivere canzoni semplici”

«Vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro. Mi trovo davanti persone che dimenticano che faccio il cantante e suono la chitarra. Che ho le “mani sporche”. Guarda che calli!».

 

Francesco De Gregori si racconta ad Antonio Gnoli. La frase appena riportata è una delle possibili sintesi delle

Passo d’uomo, quasi un’autobiografia in forma di dialogo (Laterza). Dei nostri artisti popolari De Gregori è in molti sensi il più intellettuale. Lo è per formazione (libresca, familiare, “politica”), lo è per la qualità della sua opera, quarant’anni di canzoni di grande densità testuale. C’è molta molta scrittura, in De Gregori. E le tante letture che l’hanno ispirata e formata nel tempo aleggiano dentro e fuori il suo lavoro. Ma è come se lui trepidasse, da sempre, per la matrice “misteriosa”, intima, sfuggente della sua arte come dell’arte in genere. Come se cercasse di difendere il suo campo – la canzone – da un doppio equivoco: quello “basso”, che tende a sottovalutarla e svilirla come canzonettismo, e quello “alto”, che cerca di costruirle attorno un’aura, appunto, intellettualistica. Difatti non gli piace, non gli è mai piaciuta, laDe Gregori, dallo zio partigiano a "Rimmel": il libro-confessione del cantautore parola “cantautore”. Preferisce “cantante”. Come per ripetere costantemente a sé e agli altri: «Io non sono un intellettuale, sono un artista. Non so se questo sia “di più” o “di meno” ma so che non è la stessa cosa, non è lo stesso mestiere, non è la stessa funzione». Per questo De Gregori mostra a Gnoli i calli da chitarrista. Sono le sue stimmate.

La lunga conversazione tra i due, legati da una solida amicizia e anche in virtù di questo non sempre d’accordo tra loro, gira lungamente attorno a questo enigma: da dove sortisca la formula indicibile che fa di una canzone – tre o quattro minuti appena – una ragione di così forte coinvolgimento emotivo. Si arriva in fondo al libro senza averlo veramente capito, e questa forse è una piccola vittoria dell’artista De Gregori sull’intellettuale Gnoli, la cui ammirevole, tenace fatica è cercare di ricondurre il discorso ai suoi termini “oggettivi” – la cultura, la politica, la società, l’arte nell’epoca della massificazione – pur sapendo bene che per il suo amico cantante l’arte non è un fatto sociale, neppure un fatto estetico, ma un “destino sentimentale”. «Il riflesso di uno splendore senza spiegazioni ulteriori », come scrive Gnoli nella prefazione.

Il bello del libro è che l’artista non sfugge, comunque, all’intellettuale. Gli si sottopone di buon grado, dalla lunga seduta vuole ricavare qualcosa di più su se stesso, sul proprio mestiere, sul proprio rapporto con il pubblico, rosa con le sue spine. È la stessa caratura culturale di De Gregori, del resto, a renderlo ben conscio dell’importanza della ricognizione intellettuale; di quel “taglio”, di quello sguardo, di quell’altro “mestiere” diverso dal suo, ma così complementare al suo. Come detto, si arriva in fondo con una sola vera certezza: l’arte non si fa afferrare più di tanto, non solamente il pubblico, perfino l’artefice non sa spiegare con precisione “come ha fatto”. Semplicemente, lo ha fatto. (Dice il grande critico Jean Clair: «l’opera d’arte è la ricompensa delle difficoltà del discorso. Permette di non pensare più»).

In compenso, fatti salvi con reciproco sollievo il mistero dell’arte e il riserbo dell’artista, il libro restituisce in pieno, con passaggi anche emozionanti, anche potenti, la persona De Gregori, la sua storia, le sue passioni culturali, le sue amicizie, la costruzione abbastanza tipica di un italiano “di sinistra” nato negli anni Cinquanta, cresciuto tra Pescara e Roma, formatosi nella fervida temperie degli anni Sessanta- Settanta, cittadino interessato alla vita pubblica, artista di immediato successo – Rimmel uscì che aveva ventiquattro anni – poi “star” piuttosto ritrosa, tipicamente antidivo, gelosissimo della vita privata, quasi scorbutico in certe relazioni connesse al suo lavoro, infine, oggi, serenamente veleggiante verso una vecchiaia bene accetta, pacificato con molte delle sue incertezze e delle sue durezze.

Dentro il libro c’è molta Italia, la nostra storia politica, la nostra cultura pop e non, i nostri umori buoni e cattivi, infine la nostra presente incertezza. Dalla e De André, il Festival di Sanremo, Nicola di Bari e Caterina Caselli, Berlinguer e il Pci, Craxi e Di Pietro. Raccontati con una misura invidiabile, non “da protagonista” che ambirebbe a impartire qualche lezione, ma da cittadino democratico (cioè: uguale agli altri) che partecipa alla vita collettiva, ascolta, riflette. E ha il tempo, perfino, per qualche ripensamento: «oggi comprerei un’auto usata da Craxi, non da Di Pietro».

Incalcolabile il numero di poeti e scrittori citati, Steinbeck, Verne, Salinger, Hemingway, Aldo Buzzi, Kafka, Valentino Zei- chen, Fred Vargas, Pasolini, Kerouac, Dostoevskij, l’amatissimo Dino Campana, Borges… Molta America, ovviamente Dylan, e quella “sottomissione” al Novecento americano, musicale, letterario, artistico, che accomuna tantissimi di quella generazione. L’indice dei nomi che chiude il libro è una attendibile summa, con le ovvie varianti personali, della formazione di un italiano di età matura e di buona cultura attento ai suoi tempi e al suo Paese. La biografia è di quelle che rivendicano “normalità” e misura anche laddove si rischia di perderne traccia. L’omaggio finale allo zio partigiano (suo omonimo: Francesco De Gregori) ucciso a Porzûs da una brigata comunista in una atroce faida interna alla Resistenza è di rara pietas. Ne stilla un dolore composto, non vindice, colmo di gratitudine per un uomo morto per la libertà.

Infine, a proposito di misura, memorabile la frase (quasi un’epigrafe) che De Gregori, nelle ultime pagine del libro, pone a suggello della sua luminosa carriera artistica. «L’unico mio rimpianto è non avere mai scritto una canzone veramente semplice». È un rimpianto artistico. Non si sa se l’intellettuale Gnoli lo condivida: una delle grandi doti dell’intervistatore è il rispetto dell’intervistato.

 

Michele Serra

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/05/05/news/francesco_de_gregori_libro-139108624/?refresh_ce

 

E non c’è niente da capire. Francesco De Gregori e la sua quieta rassegnazione all’assurdo

“IL PRINCIPE” DELLA CANZONE ITALIANA A PORDENONE

Il cantautore e il suo rapporto con il dolore, il disorientamento, Kafka e la balena bianca

domenica 18 settembre 2016 - 20:20

 

PORDENONE – Siamo abituati a sentirlo cantare, abbiamo tutti in mente una voce nasale, con le vocali aperte, una voce senza tempo che ricorda vinili e musicassette. Ma quando parla, Francesco De Gregori ha un timbro più profondo, caldo, chiudendo gli occhi si immagina un uomo sulla trentina. Parla della sua istruzione, sempre a occhi chiusi potrebbe essere un neolaureato, appena qualche anno fuori corso. Invece, alla laurea non è mai arrivato: «Il successo mi ha travolto negli anni universitari, così l’ho seguito invece di finire la tesi. Una tesi sulle biblioteche  popolari scolastiche durante il fascismo, perché mio padre era bibliotecario. La storia è sempre stata importante per me, da piccolo ritagliavo foto di guerra dalle riviste, la prima volta a cinque anni, ho ritagliato l'immagine di un carro armato a Budapest, come nella mia canzone, ‘Il ‘56’. Grazie a quella foto, per la prima volta ho sbattuto contro la storia.  Il passato mi attrae così tanto che qualche anno fa ho cercato di finire la tesi, a distanza di decenni, ho ripagato tutte le tasse per farlo. E nuovamente non è successo. Però chissà, potrei ripagare tutto e provare di nuovo».

     Oggi a Pordenonelegge viene presentato il suo libro, scritto in collaborazione con Antonio Gnoli: ‘Passo d’uomo’. È il titolo di una canzone tratta dall’album ‘Sulla strada’, ispirato al romanzo di Kerouac. Infatti nel libro, più che di storia, si parla di letteratura. E dalla voce, inaspettatamente giovane, di De Gregori, i libri non escono come siamo abituati a pensarli, ad esempio Kafka diventa un autore ‘rassicurante’: «All’inizio de ‘Il castello’ vediamo un’agrimensore che attraversa una distesa di neve, disorientato, che entra in una locanda e si intrattiene con dei contadini sconosciuti. Sappiamo che alla fine si perderà nel castello e la sua condanna sarà tremenda, ma nell’incipit di questa storia io trovo un senso di pace, di straniamento». Lo dice come se pace e straniamento fossero sinonimi. E l’incomprensibile, un rifugio: «Lo spiazzamento che arriva dal dolore provoca sofferenza a quasi tutti gli uomini, ma per l’artista è una forma di riscatto. Quello che Kafka ha di risolutivo è l’acuta capacità di raccontare il dolore, regalarlo o infliggerlo al lettore, e nel suo caso non è triste e angoscioso, quello che cambia è la sua quieta rassegnazione all’assurdo».

     Più di Kafka lo affascina Melville, ci legge un lungo passo da Moby Dick, quello in cui Achab vorrebbe smettere di cercare la balena bianca e pensa di invertire la rotta verso una vita normale, con la sua famiglia e l’odore dell’erba. Ma il fascino di una vita stanziale si dissolve quasi subito, il capitano prosegue il suo viaggio nel mare che lo inghiottirà, insieme al suo equipaggio. «Questa, se permettete, è letteratura», sentenzia chiudendo il libro.

     Ma guai a chiamarlo intellettuale anche se, a metà di una frase. dice ‘i miei libri’ al posto de ‘le mie canzoni’. Un lapsus che lo contraddice, se rende conto ridendo, poi torna serio: «Sono un cantante, ho i calli sulle mani, non mi occupo di intelletto ma di emozioni. Non mi interessa che la gente capisca le mie canzoni, voglio che si emozioni ascoltandole». Quindi, per dirla assieme a lui, ‘non c’è niente da capire’: «Il mio sogno è scrivere una canzone semplice e bella come ‘Sapore di sale’, invece nelle mie canzoni le parole si accalcano, si affollano, qualcuno dice che sono criptico».

     Vorrei chiedergli che altro ci si potrebbe aspettare da qualcuno che confonde la pace con lo straniamento. E si commuove leggendo il lento suicidio di Achab, che sacrifica una vita semplice e serena per rincorrere un cetaceo negli abissi. Glielo chiederei, ma non ha fissato un appuntamento con la stampa.

    Una risposta mi sembra di trovarla in ‘Passo d’uomo’, la canzone che dà il titolo al libro: «E non c'è niente da nascondere, niente da svelare, niente da tenere stretto, non c'è niente da lasciare. Povero cuore, come uno straniero giro la mia terra abbandonata, abbandonato e solo, e vado per la vita a passo d'uomo. Altra misura non conosco, altra parola non sono».

     Si riconosce un capitano ferito che insegue una balena, o il protagonista di ‘Sulla strada’ che cerca il padre scomparso. Qualcuno che, da solo, corre incontro all’incomprensibile sognando la semplicità. Eppure, De Gregori non dà l’impressione di essere disorientato, sembra trovarsi esattamente dove deve essere: dove gli uomini soffrono e gli artisti si riscattano. E anche se gli anni lo hanno cambiato, la sua voce è ancora quella di un giovane uomo.

 

Stefano Mattia Pribetti

http://www.diariodipordenone.it/pordenone/articolo/?nid=20160918_391198