Francesco De Gregori e il calcio: «Sul palco ti senti rigorista.

Totti il top, gli dedico “Volare”»

 

È una mattina calda e pigra sui Navigli. Il cortile interno dell’hotel color pastello profuma di fiori e primavera, un’atmosfera senza tempo, manca solo Alice che guarda i gatti, ideale per un incontro con Francesco De Gregori. Giubbotto di pelle, berrettino nero, aria rilassata, il cantautore giallorosso ci racconta i retroscena del doppio album live Sotto il vulcano, registrato al teatro greco di Taormina nel corso del suo Amore e furto Tour, un mix di successi con sonorità nuove, a partire dall’intramontabile Rimmel.

Quali sono le sue sensazioni nel rivisitare brani apprezzati anche dai giovani?

«Gioia e soddisfazioni non comuni. È come se scoprissi che c’è più musica di quella che pensavo. Una volta ero più tranchant negli arrangiamenti, adesso invece le canzoni si aprono, mi diverto a cambiarle».

«Rimmel», la fine di una storia, il trucco e i quattro assi di un colore solo, nel ’75 fu rivoluzionaria: dove la scrisse?

«In due tempi. Le strofe in una stanza d’albergo a Milano. Anche l’inciso l’ho scritto a Milano: ero in attesa di andare in onda negli studi Rai di porta Carlo Magno a una trasmissione per bambini presentata dal mago Zurlì, Cino Tortorella, non sapevo che cosa fare ed è arrivato il ritornello».

Ma è vero che «Sotto il vulcano», il cui titolo prende spunto dall’Etna, è stato registrato a sua insaputa?

«Sì. Due, tre giorni prima della serata di Taormina dissi al bassista, Guido Guglielminetti: “Peccato che non abbiamo mai tenuto nulla, così, per risentirci...”. Lui, zitto zitto, ha chiamato una troupe tecnica e soltanto qualche giorno dopo abbiamo saputo che aveva registrato tutto. Meglio, c’è sempre un minimo di ansia quando sai di essere ripreso».

Lei e Lucio Dalla, i primi a esibirsi negli stadi con «Banana Republic» nel 1979: che effetto faceva?

«Eravamo ragazzini entusiasti. Avevamo approcci diversi: lui era più musicista e scafato. Ci accomunava lo stupore, tutta quella gente per noi. Non cambiò il modo di vedere il nostro mestiere, rimanemmo con i piedi per terra, eravamo convinti che fosse una parentesi».

Nell’album, oltre a «4 marzo 1943», c’è anche la «Leva calcistica della classe ’68» con il mitico Nino e la paura del calcio di rigore: com’era nata?

«Ripensando a me da ragazzino, all’iniziazione e alla crescita in un gioco di squadra: tutti ci tengono a fare bella figura. C’è competizione, a volte sofferenza e amarezza».

È vero che l’aveva dedicata ad Agostino Di Bartolomei?

«No, è falso».

Lei li sbagliava i calci di rigore?

«Sì, certo. Ma all’inizio giocavo in porta perché ero alto e intervenivo sui cross – ride – sapevo fare solo quello. La canzone è stata scritta dalla parte del portiere, ho rovesciato la visione».

Che tifoso è?

«Caldo, come tutti, ma non competente. Se volete parlare di schemi chiedete pure ad Antonello Venditti. Anche Barbarossa, Ruggeri e Ligabue sono più bravi di me. Io sono uno spettatore – ridacchia – e vorrei veder piangere il mio capoufficio stampa Vitanza, che è juventino...».

La Roma ha sei punti di distanza dalla Juve a sette giornate dal termine del campionato: nutre una speranza?

«La speranza c’è sempre, ma è meglio guardarsi le spalle dal Napoli, che è molto in palla, per evitare i preliminari di Champions. Il fatto è che questa Roma è forte, ma la Juve lo è di più, quest’anno è davvero incredibile».

Se la Roma fosse una canzone?

«Grazie Roma e Roma Roma di Antonello. È difficilissimo scrivere l’inno per una squadra, lui è riuscito in due imprese meravigliose, sono due canzoni intense, commoventi, una fortuna averle composte».

Canta: «Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia...». Chi è?

«Francesco Totti. È immenso non soltanto in campo, ma anche fuori, apprezzo la sua autoironia».

Quale brano sceglierebbe per lui?

«Merita una grandissima canzone: Volare».

Spalletti?

«Siamo amici, sarei contento se restasse. Ammiro la sua indipendenza intellettuale: in un mondo di “forse” e di “non so” lui parla chiaro».

Domani la Roma gioca contro l’Atalanta, la leva calcistica degli anni Novanta...

«L’assonanza con la mia canzone non mi porterà a fare il tifo per loro – ride – spero che per un giorno si sentano un po’ più vecchi».

C’è tanto di Bob Dylan nell’album «Sotto il vulcano», dalle sonorità ad alcuni brani tradotti: che cosa ne pensa del Nobel?

«Giusto. Il Nobel per la letteratura non è soltanto per il testo, ma per la canzone, musica compresa, un’opera letteraria. Io l’avrei dato anche a Fellini, Rossellini, Walt Disney».

Un atleta italiano da Nobel?

«Il primo che mi viene in mente è Pietro Mennea».

Se non fosse diventato cantautore che cosa avrebbe fatto?

«Il giornalista o il maestro».

Che cosa vuol dire salire sul palcoscenico?

«Confrontarsi con un’emozione. Racconto molto di me a sconosciuti che diventano intimi. È una scossa, c’è sempre un po’ di ansia: è come tirare un calcio di rigore e la porta la vedi sempre più piccola... oppure, se fai il portiere, la vedi sempre più grande».

Si è mai dimenticato le parole?

«Sì, anche perché non uso il gobbo elettronico, toglie naturalezza. Mi è capitato anche con Rimmel e la Donna Cannone, a volte il pubblico non se ne accorge perché le cambio, altre mi tira le orecchie e ride. La mia band si diverte, siamo molto affiatati».

«Buonanotte Fiorellino» in versione Dylan è spiritosa, alla fine del concerto fa andare a casa tutti più leggeri. Com’era nata quella canzone?

«L’avevo pensata come un addio tra due amanti. Oggi è la giocosa confessione di un debito dylaniano e ho rovesciato l’ottica: nella versione originale “l’anello resterà sulla spiaggia”, invece in questa – sorride ironico – ho aggiunto “se per caso qualcuno lo trova lo può pure lasciare dov’è”. Le cose cambiano, le canzoni si ossidano e rivivono».

Che effetto le fa «Generale» cantata da Vasco?

«Ne sono felice. Vasco è autorevole, un Omero narrante».

La notte crucca e assassina è alle spalle, il treno va veloce, il generale già pensa al Natale, un’incantevole cartolina di pace: come vive questi tempi di terrorismo e venti di guerra?

«Con inquietudine, come tutti».

«E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure»: dopo oltre quarant’anni di musica che cosa rimane nel cuore?

«Il rapporto con il pubblico che nel tempo si è modificato, ma non si è mai interrotto. Al di là di tradimenti e di dischi meno belli continua perché è sostenuto dalle canzoni. Tutto questo è miracoloso».

GABRIELLA MANCINI

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58f0d47f910fc

 

 



 

 

Francesco De Gregori: «A volte mi chiedo se io non sia stato solo un bluff»

I marciapiedi di ieri: «Per molto tempo mio padre e mia madre hanno pensato che con il mestiere che avevo scelto, mi sarei trovato presto a vivere in strada». I marciapiedi di oggi: «Ho visto la mia foto in prima pagina mentre con qualche gentiluomo del quartiere spazzavo uno spartitraffico di Roma e mi è parso assurdo. Mi ha infastidito moltissimo. Sembravo Suor Sorriso, mentre in realtà pulire cartacce, escrementi e bottiglie rotte era un gesto assolutamente normale». Ci sono pezzi di vetro e pezzi di vetro: «Non era la prima volta che lo facevo anche se visto il clamore, con ogni probabilità sarà l'ultima, non era una mia iniziativa solitaria, non avevo certo convocato i fotografi e non volevo mandare un messaggio a nessuno».

Un ciuffo di giorni ancora e al principio del mese più crudele, Francesco De Gregori compirà 66 anni. Pacchetti di sigarette francesi, quadri alle pareti, riflessioni: «Non so se alla mia età veda le cose in maniera più nitida che da ragazzo, ma oggi so che non pretendere di vederle più così lucidamente è normale e accettabile. A 20 anni mi sembrava che una persona avesse l'obbligo di farsi un'idea del mondo e di darsi una mappa. Adesso credo che rinunciare a questa ambizione confini con l'innocenza e che essere un po' scettici sulla nostra capacità di decifrare ciò che abbiamo intorno, tranquillizzi. Paradossalmente è lucidità anche questa: sapere di non sapere».

La pretesa di decifrare coincideva con la presunzione?

«Era solo naturale. A 30 anni hai un certo passo e una certa velocità: vedi l'autobus passare e lo insegui. A 66 anni no, aspetti quello successivo perché sai che l'esistenza non cambia e non perderai più l'appuntamento della tua vita».

 e si guarda indietro prova più orgoglio o tenerezza?

«Ho seguito il corso della mia vita e mi è capitato anche qualche colpo di fortuna. Ho avuto talento e sorte, ma non so in quale ordine».

Fortune?

«Nascere a Roma, avere il Folkstudio e la Rca a portata di mano e potrei continuare a lungo. Se fossi stato di Crotone, come Rino Gaetano, sarebbe stato tutto più difficile».

Lei è considerato tra i più grandi cantautori italiani di sempre.

«C'è gente che mi stima molto, ma sono veramente stato così bravo come dicono? Me lo merito? Ogni tanto me lo chiedo. E mi domando: sarà vero? E se invece fosse tutto un bluff? Accade di essere sopravvalutati e a forza di sentirsi elogiare per La Donna Cannone o per Rimmel, finisci per credere a quel che ti dicono».

Paolo Sorrentino ha raccontato di come dopo l'Oscar, l'atteggiamento nei suoi confronti sia cambiato.

«Magari un po' anche il mio nei suoi confronti. È inevitabile. Temi che il successo cambi l'altro e lo irrigidisca. Ti rapporti con lui attraverso uno specchio che prima non esisteva. Non lo guardi più come prima. È accaduto anche a me».

È stato difficile essere De Gregori?

«La parte complicata è arrivata dopo aver conquistato il grande pubblico. Certe amicizie si sono inquinate e i gesti di prima- il semplice mandare al diavolo qualcuno, una delle basi della dialettica- sono stati interpretati alla stregua di un manifesto che dimostrava che ero cambiato. Non è più lo stesso- dicevano- si è montato la testa. Probabilmente, a forza di sentirmelo dire, un po' stronzo in quel periodo devo essere anche diventato».

 Era invidia?

«Anche. E non ci puoi fare niente, se non attraversare quella fase cercando di mantenerti consapevolmente sdoppiato. Dopo essere diventato un cantante famoso vieni messo in una luce diversa e sei persino ingiustamente odiato da alcuni amici, anche se continui ad andare con loro nelle stesse pizzerie che frequentavi prima. Un po' ho sofferto, ma non è che non ci dormissi la notte. Anche perché, ad essere sinceri fino all'osso, c'era comunque il compiacimento personale per avercela fatta».

Perché alcuni amici la odiavano?

«Fino a quando le mie canzoni piacevano molto a un ristrettissimo numero di persone, tutto andava bene. I membri di una minuscola élite intellettuale apprezzavano il povero cantante che scriveva cose meravigliose comprensibili solo a loro, certi che tanto non ce l'avrebbe mai fatta. Quando il pubblico si allargò e da 30 persone passai a 3.000, subii un un processo di svalutazione perché piacevo anche al volgo. Il meccanismo mi era già molto chiaro all'epoca, e psicologicamente quella consapevolezza mi salvava la vita. Non sono io che sono cambiato, siete voi che siete diventati orrendi- pensavo- io continuo a scrivere le stesse cose».

Il suo ermetismo era voluto?

«No, assolutamente. Erano canzoni incuranti della comprensibilità, le scrivevo come mi andava, non mi importava che si capissero o meno, ma non è che inseguissi l'ermetismo. Per tutta la prima fase della mia carriera ho pensato: Me ne frego del pubblico, prendetemi come sono, non c'è niente da capire e se non mi capite, peggio per voi».

Poi cosa è accaduto?

«Ho cercato la semplicità, mi sono evoluto, ho cambiato linguaggio e poi forse ho sentito il bisogno di essere meno contorto, anche sul piano della melodia. Quando non è più un hobby, ma un lavoro, al pubblico devi arrivare. Essere compresi per un artista è importante».

Cosa le ha tolto il suo lavoro?

«Il professionista si alza, va in ufficio, torna a casa tardi e inevitabilmente sottrae qualcosa agli affetti. Io ho viaggiato di notte per spostarmi e suonare da una città all'altra, ma non vedo differenze. Il mio è un mestiere come gli altri, solo più pittoresco».

Da giovane guardava all'epica maledetta della tradizione americana? Le piaceva tirare tardi e far mattino per dirla con Guccini?

«Forse per un paio d'anni, quando ero un animale solitario e non avevo rapporti stabili. Mi sono divertito un po', senza mai cavalcare l'estetica dello sbando. Nelle biografie di Dylan che ogni tanto mi diletto a leggere, scopro che sulla sua vita, con tanto di fuga da casa, aveva raccontato episodi del tutto inventati. Io non ho mai avuto la tentazione di inventarmi una storia, mi va benissimo quella che ho. Se dovessi mai un giorno scrivere la mia autobiografia, non potrei richiamare nulla che si avvicini a James Dean».

Perché?

«In Italia? Cosa vuole? Quali sono le avventure di un giovane artista italiano? Cosa vai a inventarti? L'infanzia a Pescara, con un padre bibliotecario e un ragazzino che si scotta sulla spiaggia bianca e lunghissima, non equivalgono al mito della frontiera».

A Pescara lei abitò dai 2 ai 9 anni.

«Abitavo vicino al mare e in acqua, con le telline che potevi pescare con le mani e poi mangiare direttamente a riva, trascorrevo 4 mesi l'anno».

Suo padre Giorgio era bibliotecario, sua madre Rita, insegnante.

«Due grandi liberali che hanno protetto con amore me e mio fratello Luigi. Gente sobria e appassionata al proprio lavoro. Mamma, bellissima moralmente e fisicamente, si sbatteva per 16 ore al giorno. Correggeva compiti e preparava lezioni. Ogni tanto mi fermano i miei coetanei e mi parlano di lei: Lo sa che era la mia professoressa alla Trilussa?»

Suo padre invece?

«Se avesse potuto scegliere, avrebbe voluto che facessi il suo mestiere. Un mestiere più utile del mio, ma almeno per me, meno divertente. Né lui né lei, che avevano ricostruito però mi hanno mai impedito di inseguire i miei sogni. In fondo ero un bravo studente, non mi drogavo. Avrò fumato in tutto due canne in 66 anni, ma posso sempre cominciare domani» (Ride)

Che rapporto ha con la memoria?

«Intanto ho da sempre pochissima memoria. Dimentico le cose importanti, ma dimenticarle mi aiuta a essere disincantato nei confronti della vita. E' come se accettassi che tutto può essere dimenticato. Forse il dato sottintende che niente è stato così importante da essere scolpito nella memoria o messo dentro un album».

Forse anche che non ci sono stati grandi dolori.

«Evidentemente no, o forse sono soltanto riuscito a rimuoverli proprio come dicono avvenga con i dolori del parto. Ma non sono una donna e sul tema non posso legiferare».

Per anni lei è stato riottoso a concedersi, oggi sembra sorridere molto di più. Apprezza Zalone, va in tv da Maria De Filippi.

«Trent'anni fa non ci sarei andato. Mi sono addolcito. Ho avuto il mio periodo forastico, quando pensavo che la scarsa socievolezza preservasse la mia autonomia e il mio modo di essere. Vado ad Amici anche se non è la mia tazza di tè preferita e so che devo accettare la possibilità che esista un linguaggio che appartiene a quel programma. Posso chiedere degli aggiustamenti, ma non posso neanche pretendere che si faccia come dico io».

Lo chiamerebbe compromesso ?

«Solo realismo e buona educazione. L'autonomia però l'ho mantenuta. Se De Filippi mette un elemento scenografico, un letto rosa che non mi piace e di fronte al quale non me la sento di cantare, lo dico chiaramente».

Non mi ha detto perché va ad Amici però.

«Perché è il mio mestiere e perché magari voglio conquistare un pubblico che pensa che sia solo un barbuto guevarista degli anni 70 e dopo Rimmel non abbia più scritto niente di importante. Avere 66 anni mi consente di farlo con leggerezza».

 Il più grande talento che ha incontrato?

«Lucio Dalla. A prescindere dall'amicizia e dal fatto che in certi periodi non siamo stati neanche tanto amici».

È vero che soffriva l'istrionismo di Dalla durante la prima tournée di Banana Republic?

«Lucio era sovrastante, era molto diverso da me, era immediatamente simpatico. Io no, avevo un altro ruolo. Lui saliva sul palco e prendeva molti più applausi di me. Tre quarti dello stadio lo invocava e un po' soffrivo. Dalla era abile a giocarsela sta cosa, un po' ti voleva fregare. Io lo sapevo e la sua inclinazione non ha mai scalfito la nostra reciproca ammirazione: vera profonda, sostanziale. La rivalità esisteva. La soffriva anche lui. Per quello che rappresentavo. Sotto quell'aspetto, era geloso di me. Mi chiamava il principe, mi addebitava una certa alterità».

Poi ci fu il caso de L'Espresso.

«Quel giornale, che aveva messo Pasolini sul letto dell'obitorio in prima pagina nel novembre del 75, non mi era mai stato simpatico. Quando Michele Mondella ci informò che Giorgio Bocca sarebbe arrivato a Pescara per intervistarci e fare una copertina su di noi andai da Dalla e gli dissi: Non lo facciamo, L'Espresso, vero?. Lui mi rassicurò: Ma certo, fratellino. Poi andò a cena con Bocca e mi ritrovai L'Espresso con il solo Dalla in copertina come fenomeno dell'estate 1979. Io nel pezzo ero del tutto ignorato o quasi, fatta eccezione per un giudizio di Lucio, una cosa del tipo: De Gregori vive in un empireo tutto suo. Mi arrabbiai e la mattina dopo gliene dissi quattro, ma il mio ricordo di quel tour rimane splendido».

Dalla lo fece con animo da Candide?

«Macché, non eravamo Candide né io né lui. Bisogna provare a dire la verità e non essere manichei: se si può discutere Benedetto Croce, lo si può fare anche con Dalla o De André».

Il suo ultimo disco si intitola Sotto il vulcano. È una metafora?

«Non siamo sotto il vulcano, ci siamo proprio dentro».

________________

Malcom Pagani (le foto sono del Messaggero.it)

http://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/musica/francesco_de_gregori_intervista-2340971.html

 

 

 

Francesco De Gregori, questa non è un'intervista:

"Perché ho 'dylaniato' 'Buonanotte fiorellino'"

di Luca Valtorta - La Repubblica 5 febbraio 2017

 

Tutti conoscono De Gregori per le parole delle sue canzoni ma lui, che ha appena pubblicato un nuovo album live, 'Sotto il vulcano', spiega perché invece una canzone non deve mai essere uguale a se stessa."Ho fatto 'Buonanotte fiorellino' in mille modi: con il violino, senza e adesso la faccio dichiaratamente in versione Dylan"

 

Tra le pagine chiare e le pagine scure prendono forma immagini, frammenti di vita, pezzi di sogno, pezzi di stella, pezzi di costellazione, pezzi di sorriso, pezzi di canzone. Le parole diventano musica, la musica è parola. "Musica fanciulla esangue/ segnato di linea di sangue/ nel cerchio delle labbra sinuose/ regina de la melodia". Chiamatela poesia se vi pare, come fosse Campana, ma no perché, appunto, "c'è la melodia!", chiamatela come volete. Certo se Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista, invece di scrivere “ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo" avesse scritto "mi sono lasciato con la mia ragazza" non staremmo parlando di lui a più di quarant'anni anni di distanza da Rimmel, non avremmo immaginato di volare via con La donna cannone, con quelle parole che vanno dritte al cuore ("e non avrò paura/ se non sarò bella come dici tu") e non avremmo in mente, scolpite, visioni dei gatti che "muoiono nel sole" e la desolazione di Cesare (Pavese) perduto nella pioggia che aspetta il suo amore, ballerina.

 "No, poeta no", dunque. Artista sì, però ("uso questo termine senza alcun sussiego né presunzione ma solo per indicare il lavoro che faccio"). Comunque icona ("per carità no!") con cui siamo cresciuti, che ogni italiano ha nel suo dna: chi non ha un ricordo legato a una canzone di De Gregori? Canzoni d'amore (certo Buonanotte fiorellino, tante volte 'dylaniata', ma anche psichedeliche come Dolce amor del Bahia, non a caso rifatta da Vasco Brondi, il più 'degregoriano' dei nuovi artisti, ma passando per i CCCP e il punk rock), canzoni politiche senza politica (Pablo che era il mio modo per sintonizzarmi su Radio Popolare di Milano trent'anni fa, perché la trasmettevano in continuazione e poi, naturalmente, Viva l'Italia, che tutti hanno cercato di fare propria senza riuscirci o il cuoco di Salò che tanta discussione aveva suscitato), canzoni 'esistenziali' (da Il signor Hood a La leva calcistica della classe '68). E poi quanti capolavori: Rimmel, l'album perfetto, ma anche il disco omonimo del 1978 con Generale e Natale, forse il successo commerciale più grande; e che dire di Titanic che gli esegeti considerano il 'vero' capolavoro, contrapponendolo a Rimmel? E Calypsos, che non si smetterebbe mai di ascoltare? E Sulla strada? E il disco dal vivo italiano più bello di sempre, Banana Republic con Lucio Dalla?

 Francesco De Gregori, nella sua casa romana piena di luce, un pianoforte in mezzo alla stanza, dalla parte opposta una libreria, quadri, dischi, un pacchetto di Gitanes senza filtro appoggiate su un tavolino basso che fumerà con discrezione e un certo gusto insieme a un caffè in tazza grande. Anche l'sms che mi era arrivato il sabato precedente l'intervista era elegante ed essenziale: poche parole, concise, il luogo dell'incontro. A capo. 'f' minuscola. Punto.

  __________________________

 

Tutti conosciamo Francesco De Gregori ma lei, in un pezzo intitolato Guarda che non sono io, dice "guarda che non sono io/ quello che stai cercando/ quello che conosce il tempo/ e che ti spiega il mondo". Insomma un conto è la fotografia, l’icona, un altro la persona reale, un po' come il Magritte di Questa non è una pipa.

"L’arte è sempre qualcosa che allude. Non dà mai risposte, nemmeno in termini di identità. Gli oggetti si trasformano: l’Orinatoio di Duchamp può diventare tutt’altro. Il divertimento sta proprio nello spostare i termini della questione. Questo vale anche per il mio mestiere".

 A parte il punk, che si poneva l’idea di distruggere l’idea stessa di rockstar, non sono molte le 'icone' che cercano di non essere considerate tali, che dicono 'preferirei di no'.

"No, ecco, appunto icona, no! Ma non è che io ci abbia fatto un ragionamento sopra. Io faccio uno dei mestieri più liberi del mondo: perché non devo approfittarne?".

 Lei suona con gli stessi musicisti da molto tempo e ama molto suonare dal vivo, cambiando spesso le canzoni. È alla ricerca del suono perfetto?

"Sono alla ricerca del mio suono. E avendo una frequentazione ormai lunghissima con gli stessi musicisti ci capiamo al volo. Non sono degli esecutori, partecipano tutti al processo produttivo ma, banalmente, visto che ci conosciamo così bene, non si perde tempo. Soprattutto conoscono le mie idiosincrasie…".

 Quali sono le sue idiosincrasie?

"Certe scorciatoie che ammiccano al pop, certe soluzioni più banali. Io tra loro sono il meno musicista, nel senso che la mia formazione è avvenuta sul campo a poco poco, ma proprio per questo mi capita di avere delle idee non ortodosse che poi cerco di tradurre in musica: non è facile sintonizzarsi con la mia anarchia ma col tempo ci siamo riusciti. Io ho iniziato a fare le prime cose con un gruppo solo dopo aver fatto Rimmel nel '76/'77. Per me è stato drammatico l’incontro con altri perché partivo dal testo e cercavo di spiegargli quello che dovevano fare a partire da quello, dal senso del brano. A quei tempi, ai musicisti del testo invece non gliene fregava niente, non volevano nemmeno ascoltarlo. Io poi avevo preso dei giovani che venivano dal jazz, che era proprio un altro mondo, molto elitario, del tipo 'noi facciamo jazz poi andiamo a suonare con De Gregori perché ci paga'. E io gli dicevo: 'Dovete suonare Atlantide, che sono tre accordi tutti uguali'. Loro lo facevano e a me faceva schifo come veniva. Glielo facevo notare e loro: 'Vabbè sono tre accordi!'. Certo, sono tre accordi. Che vanno suonati in un certo modo. Io per suonarli come volevo davvero ci ho messo vent’anni. E adesso ci riesco perché sono diventato più bravo io e perché si è molto alzato anche il livello culturale di chi suona: non c’è più nessuno che ti dice: 'Ah, ma no io faccio rock, jazz etc.!'. C’è molta più consapevolezza di cosa vuol dire suonare".

Le scorciatoie sono odiose anche nel nostro mestiere, che è quello di divulgare dando al pubblico degli strumenti per capire, non perché i lettori sono stupidi, ma perché non hanno il tempo di informarsi su tutto. Ma naturalmente evitando anche qui, come nella musica cui faceva accenno prima, gli stereotipi. Tipo 'l’elfo islandese' quando si parla di Björk, 'la sacerdotessa del rock' per Patti Smith e, la madre di tutti i luoghi comuni, 'il menestrello di Duluth' per Bob Dylan…

"Uh, uh, uh! (suoni di sincera disapprovazione, ndr). Quello dovrebbe essere proprio vietato per legge! Sono le cose per cui quando leggi un articolo e trovi una di queste definizioni volti pagina. Vale per tutti i settori di un giornale. L’uso di certi termini nei titoli: la rabbia per esempio è abusata. La rabbia dei postelegrafonici! O dei ristoratori o… intercambiabile per tutte le categorie (ride)".

 A proposito di sfidare gli stereotipi, lei a un certo punto ha fatto una cover di Vita spericolata di Vasco Rossi.

"Perché è un pezzo che mi è sempre piaciuto. Sembra strano?".

Abbastanza.

"È una delle più belle canzoni italiane. La cosa incredibile è che Vasco la fece a Sanremo e notoriamente io non sono un ammiratore del mondo sanremese, ma devo dire che ogni tanto da lì uscivano pezzi straordinari. Ma perché sembra strano che io faccia Vita spericolata? (ride)".

Beh, ho avuto l’impressione che anche il suo pubblico…

"Il mio pubblico rimase esterrefatto (ride)".

Insomma... lei è il Principe.

"Che vuol dire? Il pubblico va per stereotipi: il Principe, il maledetto, il professore… A me è sempre piaciuto cantare le canzoni degli altri. Certo, lo ammetto, mi rendevo conto che poteva sembrare una provocazione ma per me non lo era per niente".

 Non essere mai dove gli altri pensano che tu possa essere, anzi che tu debba essere: tutto ciò è molto punk. Anzi è l'essenza stessa del punk: strano per De Gregori.

"Per me conta il fatto di non porsi nemmeno questa domanda. Non voglio mai neppure lontanamente pensare a come devo essere. Non voglio essere dove qualcuno vorrebbe che io sia. Le dirò di più: anche se l'intero mio pubblico pensasse che io debba stare in un certo luogo, non ci starei. La mia necessità è solo quella di essere sempre me stesso. In un mondo dove ormai le playlist le fa Spotify mi sembra essenziale fare sempre e solo tutto quello che mi viene in mente e pazienza se non è quello che ci si aspetta da me. Con un solo limite".

 Quale?

"Del cercare di non fare cose brutte. Per questo cerco di lavorare molto su tutto ciò che faccio: è questa la forma di rispetto che devo al pubblico, non il fatto di dargli quello che vorrebbe io facessi. Per esempio, se mi va di fare una cosa con Fausto Leali, come il duetto di Sempre per sempre, non ci penso due volte. La spinta deve essere di totale innocenza e indipendenza".

 Del resto, quando Vasco fa Generale, è un tripudio assoluto, si diverte tantissimo.

"Certo. Per fortuna è solo ai puristi che non va che De Gregori faccia Vasco Rossi e viceversa: ben venga Vita spericolata quindi! Vasco poi ha uno stadio intero che lo ascolta: è un'emozione…".

Lei però è stato il primo a riempire gli stadi.

"Sì, io e Dalla. Siamo stati i primi proprio a farli gli stadi, in realtà. Si parla del 1978 e in effetti nemmeno gli artisti stranieri si esibivano lì, allora. Dopo di noi forse la prima fu Patti Smith, nel 1979, a Firenze".

Come nacque l’incontro con Dalla?

"Io stavo alla IT, una piccolissima etichetta discografica che faceva capo a Vincenzo Micocci che Lucio, che aveva preso da poco casa a Roma, frequentava perché c’era anche Ron. C’era un pianoforte, lui a volte si metteva lì e suonava. Era già famoso, aveva fatto 4 marzo 1943. A poco a poco ci siamo incuriositi l'uno dell'altro e così capitava che suonassimo insieme e poi magari partecipavamo ai rispettivi concerti. Era un’atmosfera un po’ da gita scolastica, tipo: 'Lucio, stasera io suono a Viterbo' 'Ok, vengo anch’io' e magari saliva sul palco con me e faceva una cosa col clarinetto; oppure ricordo, per esempio, che c'era Anidride solforosa, un pezzo che a me piaceva moltissimo. Lucio mi aveva detto: 'Dai, suonaci sopra l’armonica! E così facevamo'. Pablo infatti è firmata anche da Lucio, perché mentre io la stavo scrivendo lui mi accompagnò a Bari e nel pomeriggio, mentre l'ascoltava, mi disse: 'Qui nell’inciso non si muove abbastanza'. Lui non sapeva suonare la chitarra ma io l’ascoltai perché avevo capito che aveva ragione. Ecco, questo era il clima. E quindi Banana Republic non fu altro che il coronamento di questa amicizia. Anzi, direi che poi con Banana Republic si esaurì inevitabilmente. Non ci vedemmo per diversi anni e ci rincontrammo nel 2010. La tournée che abbiamo fatto allora dal punto di vista musicale secondo me era molto più bella della precedente, però certo, non aveva più quel fascino della novità, dell’unione di questi due strani personaggi in un periodo in cui i grandi concerti non esistevano".

Musica dal vivo: lei non fatto dischi live per un lungo periodo, poi improvvisamente ne ha fatti tantissimi. Come mai?

"Io credo dipenda dal fatto che all'inizio non sapevamo suonare molto bene e quindi i dischi live ho iniziato a farli uscire quando mi sembrava che ne valesse la pena. Sono stato anche molto criticato per questo. In effetti, se vado a contare i dischi in studio e quelli live, sono quasi una discografia parallela. Perché li ho fatti allora? Un artista ha necessità di documentare quello che fa, nel mio caso i concerti, proprio come un pittore fa tutti i quadri che vuole. C’è del narcisismo? Sicuramente. Ma chi non ha piacere a mostrare una propria opera… A parte la compulsività a pubblicare se stessi, il live è anche rendicontare la possibilità di una canzone di trasformarsi, da sera a sera o dall'anno prima o da vent'anni prima. Io non la forzo: io vado appresso questa trasformazione. Cambia la mia voce da sera a sera, non può non cambiare la canzone. E questi cambiamenti per me è inevitabile raccontarli: è per questo che pubblico tanti dischi dal vivo. Molti mi hanno criticato ma per me non c'è una legge da seguire, la mia libertà sta nel fare quello che sento, la libertà del pubblico è nel comprare o meno i dischi che faccio: non divento ricco a fare tanti dischi live, ma perché mai non li devo fare?".

Tra l’altro, in questo nuovo album, Sotto il vulcano, che è appunto un live e, oltretutto, doppio, lei ha rifatto un pezzo che cantavate con Dalla in Banana Republic.

"Mi è venuta l'idea passando da Milo, in Sicilia, dove abitava Lucio. A un certo punto mi sono scoperto a canticchiare questa canzone e il giorno dopo, a Taormina, avevo la penultima tappa del tour. Ho deciso lì per lì. Tra l'altro, per motivi tecnici, non avevo la possibilità di provarla con la band per cui gli ho detto: 'Ascoltatela su YouTube, lì c'è la versione originale'. A quel punto mi è venuta la voglia contraria rispetto a quello che ho teorizzato fino a ora: ritornare a fare esattamente la canzone com'era, perché nel frattempo sono state fatte talmente tante versioni a molte delle quali ho partecipato anch'io. Non la rifacevamo mai uguale. Invece questa volta volevo proprio il violino e la chitarra con quel riff popolaresco. L'ho fatta solo quella sera: quella dopo avevamo un concerto in Sardegna ma non l'abbiamo suonata".

 Come mai ha scelto la versione censurata, quella in cui il verso “ancora adesso che bestemmio e bevo vino/ per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” è stato cambiato?

"Mi sono innamorato di quella versione quando l'ho sentita a Sanremo: non so se l'originale era l'altro o se Lucio nel corso del tempo l'abbia attualizzata. Trovo molto più delicato dire 'ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ per la gente del porto sono Gesù Bambino' perché mi sembra più adatto a una canzone dedicata a un tema importante come la maternità. Non desiderata ma comunque vissuta con dolcezza, un tema nobile: questa giovane donna, lui che nasce e gli viene dato quello strano nome, tutto riconduce a un'atmosfera quasi sacra. Per cui immettere un tema che sicuramente è più realistico, come un riferimento alla bestemmia e alle puttane, non mi affascinava, anche se l'ho cantata tante volte insieme a Lucio anche con questo testo".

 Lucio non teneva a una versione in particolare?

"No, credo che la cantasse di volta in volta come gli veniva. Questa canzone ha qualcosa di arcaico, non perché 'vecchia': lo era già quando è stata scritta. Fa rifermento a degli archetipi: la maternità, la guerra, la solitudine. È una delle canzoni più belle che abbia mai cantato Lucio. Poi non so se qualcuno ha detto a Lucio: 'Non usare parole come bestemmia o puttane a Sanremo'. È una canzone commovente per la sua bellezza".

Restando sul tema delle canzoni commoventi, ha visto la performance di Patti Smith alla cerimonia del Nobel?

"In un contesto così diverso da quello normale, così paludato non credo ci si senta a proprio agio e poi certo l'emozione: è facile dimenticare le parole in simili circostanze...".

 A lei è mai capitato?

"Come no? Su YouTube ci sono cose impressionanti...".

 Lei ha un repertorio di più di duecento canzoni. Come fa a ricordarle?

"Questa è una bella domanda. Me le ricordo al 99,9%. Quello che non ricordo lo invento al momento, oppure succede il disastro. Però mi piace ricordarmele: non ho mai usato e non uso il gobbo elettronico. Quando leggi non è la stessa cosa, credo che il canto ne risenta. Quando abbiamo fatto il tour nel 2010 leggevamo perché Dalla preferiva così. Ma devi stare attento: le sue parti erano segnate in rosso, le mie in bianco. Per me era un freno. A proposito di Dylan, però, devo dire che mi è piaciuto molto il discorso che ha mandato in occasione del Nobel".

 Cosa in particolare?

"Beh, per esempio quando dice: 'Vi ringrazio per avermi chiarito le idee sul fatto che sono uno scrittore. Io in realtà nella vita ho sempre avuto problemi pratici, tipo trovare lo studio giusto, il bassista adatto'. Fa tutto un ragionamento low profile e poi, ecco la cosa che ti fulmina: 'Del resto credo che anche Shakespeare abbia avuto lo stesso problema: doveva rispondere ai committenti, allestire una sua tragedia, per cui si chiedeva: 'Ci saranno abbastanza posti in platea?', 'abbiamo lo sponsor', 'dove lo trovo un teschio umano per domani sera?'. Per cui vi ringrazio di avermi detto che faccio letteratura perché non me ne ero mai accorto'. Capito? Prima dice di non essere uno scrittore e poi conclude ‘proprio come Shakespeare!’".

 Anche lei ama molto questa praticità del mestiere?

"Certo: senza quella non saremmo qua né io né Dylan. Lo dico spesso: facciamo un mestiere che per buona parte è fisico, manuale, dove dobbiamo anche saper cambiare la valvola dell’amplificatore. Altrimenti hai voglia a scrivere di 'Pavese perduto nella pioggia': non arriva proprio materialmente. Viaggiamo quindi sulla falegnameria, sulla praticità, sulle previsioni del tempo, sull’elettricità".

 Parlando di Dylan, lei ha letteralmente 'dylaniato' uno dei suoi pezzi più famosi, Buonanotte fiorellino, un tempo considerato da alcuni un cedimento alla decadenza borghese, troppo smielato e al tempo stesso follemente amato dal suo pubblico. Forse persino troppo amato.

"Certo l'ho 'dylaniata' mille volte e non solo con Dylan: una volta c'è il violino, un'altra no, una volta è in tre quarti, in quattro quarti non l'ho ancora fatta ma prima o poi ci arriverò. Sì, certo, da un po' la faccio dichiaratamente in versione Rainy Day Women (un brano molto giocoso e “stonato” di Dylan che apre il suo capolavoro, Blonde On Blonde, ndr) è un po' la stessa operazione che fa Duchamp quando mette i baffi alla Gioconda. Prende, ruba, cita: fa tutte queste cose insieme. Diciamo che, fondamentalmente, si diverte. E forse mette anche il suo pubblico nelle condizioni di divertirsi, nel senso nobile: gli offre punti di riflessione, di arricchimento, di scoperta. La famosa 'sfasatura' che sta dentro i processi artistici".

 C'è una parte del pubblico che vorrebbe cullarsi con il ricordo della 'sua' Buonanotte fiorellino...

"C'è una parte del pubblico che è conservatore. Mi rendo conto di cosa vuol dire perché quando io sono pubblico, anch'io sono conservatore. Se andassi a sentire un concerto di Dylan e lui per una volta mi facesse Like a Rolling Stone o Just Like A Woman o Blowin' In the Wind così come le ha fatte sui dischi esclamerei: 'Ooooh!'. Subito dopo però mi porrei il problema: è sincero mentre sta facendo questo o sta facendo un monumento a se stesso? E penso che la risposta sarebbe: 'Non è sincero fino in fondo'. Io a un artista sul palcoscenico quello che chiedo è la sincerità, cioè che in quel momento lui mi restituisca quello che sta succedendo nella sua testa. La sua testa non può essere quella di quarant'anni prima. L'evoluzione di una canzone è peggiore? Pazienza, mi becco la peggiore".

 Manuel Agnelli degli Afterhours a un certo punto chiedeva al suo pubblico di non cantare. Ma poi si è dovuto rassegnare.

"Ha ragione, si può creare una discrasia che ti può far sbagliare, soprattutto se tu cambi il pezzo. Come anche battere le mani: succede spesso che il pubblico non vada a tempo e così diventa una cosa strana. Comunque va bene, il concerto è anche un momento di festa, non è un saggio accademico".

 Quali sono i suoi dischi dal vivo preferiti?

"Direi 4 Way Street di Crosby, Stills, Nash & Young e sono indeciso tra Hard Rain e Before the Flood di Dylan, escludendo la Bootleg Series dal momento che sono dischi che lui non aveva intenzione di pubblicare in origine. Ha accettato di farlo solo molto tempo dopo".

 Come saprà è appena uscito un box di 36 cd, Bob Dylan: The 1966 Live Recordings, che documenta tutto il tour del 1966 di Bob Dylan, quello del passaggio dal folk al suono elettrico in cui ogni sera c’è una battaglia con il pubblico che gli urla 'traditore'.

"Ecco, questo è proprio l'esempio giusto: un giorno ti ascolti un disco, un giorno l'altro e senti la stessa canzone come cambia nel giro di poco tempo. È un documento storico importantissimo e da musicista impari molte cose. Ma è importante anche per un non musicista, credo. È un po' come entrare nell'atelier di Picasso e vedere cosa c'è dietro un suo quadro: gli studi, i tentativi, gli errori anche. Diciamo che l'ascolto dei dischi live contraddice quelli che pensano che la musica debba essere per forza patinata, inappellabile dal punto di vista tecnico. Nei dischi live invece devi evitare l'eccesso di perfezione, anche perché altrimenti non ti fermi mai: puoi restare anni in studio su una canzone e non capire mai quando è davvero finita. Al tempo stesso devi contenere l'irruenza. Vivere con questa dualità nella testa è interessante. Io ho fatto un album intitolato Left & Right che non è nemmeno mixato: sono solo i canali del banco presi e masterizzati senza dire 'alzo i livelli del basso' o cose simili, ed è uno dei miei preferiti".

 Poi c'è Bootleg che si rifà all'idea della naturalezza, credo.

"Sì, quello però è mixato. Ma è vero: andai a Dublino a mixarlo proprio perché volevo un fonico che non capisse il testo. Trovai uno che non solo non capiva il testo ma gli stavo anche antipatico: per me era perfetto! (ride)".

 Lei ha conosciuto molti musicisti nella tua vita. Chi ricorda più volentieri?

"Uno di quelli che più ho amato è Leonard Cohen. Una volta l’ho incontrato proprio a Roma, per caso, mentre camminavo: era insieme a una mia amica che me l’ha presentato, a Santa Maria in Trastevere. Aveva una chitarra in mano e io pure: 'Ah, anche tu suoni?', mi chiede e ci scambiammo un po’ di pareri tecnici. La seconda volta fu nei camerini dopo un suo concerto al Teatro Olimpico a Roma e lì feci un po' il fan, andai in camerino dove stava mangiando da un cartone un pezzo di pizza al taglio, coccolato dalle due coriste, e mi misi a parlare un po'".

 Le disse che vi eravate già incontrati?

"Non gli dissi nulla e per pudore non mi feci neppure autografare il disco. Dopo di me arrivò uno che si portò dietro l’intera discografia che Cohen firmò interamente, con grande pazienza".

 Immagino che capiti spesso anche a lei il contrario.

"Sì. Cerco di fare fino in fondo il mio dovere, ma a volte vorresti che quelli che ti chiedono autografi non esistessero. Memore di questo, tollero a mia volta e cerco di essere discreto ma capisco il fan, lo sono anch’io e quindi capisco: però non ci devono essere invasioni improprie…".

 Qualche altro esempio del suo essere fan?

"Stavo mangiando con mia moglie e i bambini a Venezia e al tavolo accanto al nostro c’era Elton John. Per me fu stranissimo perché non sapevo che stesse a Venezia, che ne fosse innamorato. I suoi primi dischi sono stati formativi per me e soprattutto per Antonello Venditti, anzi ricordo che in realtà fu proprio lui a farmelo conoscere: Tumbleweed Connection, un disco straordinario, lui e Bernie Taupin, il paroliere: che coppia! Poi col tempo per me ha perso interesse, pur mantenendo sempre una certa qualità di scrittura, ma cose come Your Song sono eccezionali".

 Ci parlò in quell’occasione?

"No, 'schiscio', come dite voi a Milano. Un altro aneddoto divertente forse è quello che riguarda Lou Reed. Quando stavo alla Rca, nel 1978-'79, venne a Roma per un concerto e volle fare il soundcheck proprio lì negli studi dove pascolavamo tutti noi cantautori dell’epoca. A un certo punto si sparse la voce e ovviamente eravamo curiosi. Lui non voleva vedere né essere visto da nessuno. Quando si mise a suonare però, a poco a poco, alla chetichella, entrammo nella regia e… rimanemmo a bocca aperta! Sentimmo una botta di suono impressionante: noi li conoscevamo bene quegli studi ma era come se qualcuno improvvisamente avesse cambiato tutto lì dentro. Anche i fonici erano lì, con gli occhi di fuori, e dicevano: 'Ma questo da dove viene?”'. E anche al di là del vetro aveva un’aria arcigna: non ti saresti mai avvicinato…".

 Negli ultimi anni si era addolcito: Laurie Anderson mi raccontava che dietro l’aspetto burbero era una persona tenera, che non smetteva mai di incoraggiare i giovani artisti. Una violinista che aveva suonato con lui durante l’intervallo di un concerto gli chiese com’era andata. Lui rispose: 'Tutto lì quello che sai fare?'. Così la violinista nella seconda prova fece rimanere tutti a bocca aperta.

"Naturalmente sarà stata bravissima, ma certo, da uomo di musica ha fatto quello che andava fatto: l’ha spinta a dare il meglio di sé. Comunque è incredibile: anche in un pezzo come Perfect Day, apparentemente dolce, c’è una narrazione a doppio taglio: c’è ghiaccio, c’è distanza. La musica in realtà è quasi una presa in giro della dolcezza, c’è il diavolo dentro! La dolcezza è solo un abito di quella canzone".

 Lucio Battisti, un altro artista dal carattere difficile, l’ha conosciuto?

"Ci ho parlato solo una volta al bar della Rca, un paio d’ore. Era molto timido ma al tempo stesso emanava un carisma assoluto per cui non ti veniva voglia di andare lì, dargli una manata sulla spalla e dirgli: “Ciao Lucio, come va?".

 Cosa vi siete detti?

"Avevo appena pubblicato Alice e mi fece dei complimenti: 'Ahò, è forte quel pezzo!'. Poi mi disse una cosa che mi parve davvero strana: 'Tu canti benissimo”. In quel periodo mi sentivo tutto meno che un cantante! E poi: 'Sei bravo perché tu riesci a far capire bene il testo, quello che dici'. A me! Uno a cui tutti dicevano che non si capiva niente di quello che scrivevo! Tornai a casa volando".

 Tra i nuovi artisti chi le piace?

“Non ho molto tempo per ascoltare musica, è brutto da dire ma è così. Però posso dirti che ho suonato una volta con Cristina Donà, che è bravissima, mi piace tantissimo e con Vasco Brondi. Anzi, con Vasco io ho suonato la chitarra mentre lui cantava Viva l’Italia”.

 C’è uno di questi nuovi autori, si chiama Calcutta e in suo brano, Limonata, fa un quadro impietoso della sua ragazza e dei suoi genitori e ti cita, non so se le è capitato di sentirlo. Dice: “Tu spremi limonata e non ce la fai più/ salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje/ e non mi importa niente di tuo padre/ ascolta De Gregori/ a me quel tipo di gente no non va proprio giù”…

“Beh intanto uno che riesce a fare una rima Medjugorje/ De Gregori è notevole. Lo trovo molto carino dai… (ride). No, non lo conosco ma credo nel karma: credo che prima o poi una cosa se ti deve arrivare ti arriva”.

 Restando sulle cose politicamente scorrette, è vero che lei ha conosciuto De André suonando una presa in giro de La guerra di Piero intitolata “La cacca di Piero”?

“Sì, è vero. Avrò avuto diciott’anni: era una di quelle cose goliardiche che si facevano ai tempi del Folkstudio”.

 Ma lei sapeva che lui era lì?

“(ride) Sì… Andò così. Io credo di non averla nemmeno mai fatta in pubblico: tra l’altro La guerra di Piero era stata una canzone fondativa per me. Poi succede che mio fratello conosce De André in un bar di Roma, fanno amicizia, bevono insieme e qualche giorno dopo mio fratello lo porta al Folkstudio dove io suonavo insieme a Venditti e altri, tutti assolutamente sconosciuti. E questo disgraziato di mio fratello dice a De André che io avevo fatto questa ignobile cosa! E De André, che era luciferino, insisttete perché la facessi: io non avrei mai osato fare una cosa del genere. Sarebbe stata veramente una cosa da idioti. E invece lui: ‘Dai belin fai sentire questa canzone!’. Lui si divertì molto e da lì nacque il nostro rapporto, diventammo amici tanto che tempo dopo mi invitò persino da lui in Sardegna a lavorare insieme".

 Da quel vostro incontro nacquero anche dei brani di Rimmel…

“Non abbiamo mai cantato insieme se non una strofa per uno in una canzone di Fossati Quei posti davanti al mare. In Sardegna ho scritto Buonanotte fiorellino: lavoravo a Rimmel e, insieme, al suo disco”.

 Anche se lui aveva il giorno invertito con la notte.

“Sì è vero. Cominciava a ingranare molto tardi così capitava che stessi molto tempo durante il giorno con Cristiano che a quei tempi era proprio un ragazzino ma suonava già uno strumento: la batteria ed era molto bravo”.

 Lei non ama la politica e nemmeno i salotti.

“Per niente. Soprattutto detesto i politici che in un ingiustificato atto di supponenza ti passano davanti con le loro scorte a sirene spiegate costringendoti a fermarti. Ma non è rabbia anticasta: è proprio un dato di fatto intollerabile. Un abuso di potere che altrove non potrebbe accadere. In Inghilterra per esempio il Primo Ministro non ha la scorta con le sirene spiegate e si ferma normalmente ai semafori”.

 Questa idiosincrasie le racconta in vari brani. Ma c’è un testo che mi ha colpito in maniera particolare, si intitola Povero me e dice cose come “i simpatici mi stanno antipatici/ i comici mi rendono triste/ mi fa paura il silenzio/ ma non sopporto il rumore”.

“Beh, è una buona descrizione di me stesso, autocaricaturale: io non sono così cattivo e malmostoso come in quella canzone. Dopo un po’ di tempo dall’uscita di questa canzone, incontro un’amica che non vedevo da un bel po’ e nel frattempo era diventata psichiatra, e mi dice: ‘Senti ho sentito quella tua canzone: è la canzone di un depresso! (ride). No guarda, descrive tutti i sintomi della depressione: ce li hai tutti!’ Io le dico: ‘Guarda non mi sento un depresso’. E lei continua: ‘Eppure è la canzone di un depresso’. Che dire? Forse aveva ragione lei. Ma vuol dire che evidentemente sono bravo a identificarmi. Ci ho messo tutto: ‘nessuno mi vuole bene’, ‘sono tutti migliori di me’ (ride). E appunto quello che dicevo prima: ‘ci sono i pretoriani con la sirena’. E’ una canzone che amo molto”.

 Questo dunque non è Francesco De Gregori, almeno non tutto. Forse una piccola parte sì, ma appena vi voltate l'immagine è già cambiata. Non è più quella della fotografia. Del resto, non è forse così per tutti? Non siamo mai noi stessi, almeno non del tutto. Non sempre. Non siamo il profilo Facebook, non siamo neppure il nostro libro o la nostra canzone se abbiamo la fortuna di scrivere, non siamo il nostro lavoro, non siamo sempre coraggiosi o sempre vili, sempre tristi o sempre felici, non siamo quello che pensano gli altri di noi e neanche quello che pensiamo noi di noi stessi. Camminiamo tutti sui pezzi di vetro. E questa non è un'intervista.

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2017/02/05/news/francesco_de_gregori_questa_non_e_un_intervista_perche_ho_dylaniato_buonanotte_fiorellino_-157615972/

 

 

DOPPIO ALBUM IN USCITA IL 3 FEBBRAIO 2017 (Live Taormina 27 agosto 2016)

 

Con un post brevissimo pubblicato sulla sua pagina Facebook ufficiale, il cantautore romano ha annunciato titolo e data d'uscita del suo nuovo progetto discografico. Il nuovo album del Principe della canzone italiana si intitola "Sotto il vulcano" ed è un doppio album registrato lo scorso 27 agosto al Teatro Antico di Taormina, durante una tappa del tour di supporto a "De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto", il disco-tributo al Bardo di Duluth. Durante il bis di quel concerto, De Gregori eseguì una sua versione di "4 marzo 1943" di Lucio Dalla per omaggiare il compianto amico e collega (i due collaborarono a più riprese nel corso delle rispettive carriere). E proprio la cover di "4 marzo 1943" è stata scelta come singolo apripista del doppio album: la canzone sarà disponibile a partire dal prossimo 20 gennaio.

Disco 1: Pezzi di vetro,L'agnello di Dio, La leva calcistica della classe '68, Vai in Africa Celestino!, La storia, Alice, Caterina, Sempre e per sempre, Servire qualcuno, Un angioletto come te, Come il giorno.

Disco 2: L'abbigliamento di un fuochista, Generale, Il panorama di Betlemme, Sotto le stelle del Messico a trapanar, Titanic, Rimmel, 4 marzo 1943, La donna cannone, Fiorellino 12&35.

 

http://www.rockol.it/news-667062/francesco-de-gregori-nuovo-album-2017-sotto-il-vulcano-copertina#.WFuuxvKcDcU.facebook

 

Il prezzo dei due cd in uscita il 3 febbraio 2017 è di 21,65 euro. I tre LP invece 38,38 euro.

Il dipinto in copertina è di Silvia Codignola

 

 

IL CANTAUTORE NECESSARIO di Edoardo De Angelis.

 

Palazzo Mattei, a Roma, in Via Michelangelo Caetani 32, sede dell'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (ex Discoteca di Stato). Giovedì 19 gennaio, ore 16.30, presenterò alla Stampa e agli operatori d'informazione di Roma IL CANTAUTORE NECESSARIO di Edoardo De Angelis.

 Moderatore dell'incontro il giornalista e storico della canzone italiana Luciano Ceri. Sarà presente anche Valentino Saliola, titolare dell'etichetta Helikonia, che ha pubblicato l'album. L'ingresso sarà gratuito, e tutti gli amici presenti potranno acquistare l'abum a un prezzo particolare, e ricevere una dedica personalizzata e una foto autografata.

Sempre di Luciano Ceri, giornalista musicale e storico della canzone italiana, è in edicola un nuovo mensile, CANTAUTORI, dedicato alla categoria. Nel numero di gennaio, un'intervista sul IL CANTAUTORE NECESSARIO, sotto riportata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fausto Leali, 'Sempre e per sempre' è con Francesco De Gregori

 

 

Il nuovo singolo di Fausto Leali è 'Sempre e per sempre', storico brano di Francesco De Gregori. Il brano è interpretato insieme allo stesso De Gregori ed è tratto dall’album 'Non solo Leali'. La canzone, anche nella versione video, è cantata con De Gregori: il duetto nasce dall’amicizia e stima reciproca che lega Fausto al cantautore romano: "Ci conosciamo da molto tempo e ho chiesto a Francesco di cantare insieme questa sua canzone che, a ogni ascolto, mi ha sempre dato forti emozioni". L’album 'Non solo Leali', pubblicato lo scorso ottobre, contiene dieci brani interpretati insieme ad alcuni dei più grandi cantautori e interpreti della canzone italiana e non solo, come Mina, Renzo Arbore, Claudio Baglioni, Alex Britti, Clementino, Massimo Ranieri, Enrico Ruggeri, Umberto Tozzi e Tony Hadley.

fonte La Repubblica

 

GUARDA IL VIDEO

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/fausto-leali-sempre-e-per-sempre-e-con-francesco-de-gregori/258735/259030?ref=fbpz

 

Nobel per la letteratura 2016 a Bob Dylan

 

E' una notizia che mi riempie di gioia, vorrei dire non è mai troppo tardi. Il Nobel per la letteratura assegnato a Dylan non è solo un premio al più grande scrittore di canzoni di tutti i tempi ma anche il riconoscimento definitivo che le canzoni fanno parte a pieno titolo della letteratura di oggi e possono raccontare, alla pari della scrittura, del cinema e del teatro, il mondo e le storie degli uomini.

Bob Dylan incarna l'essenza di tutto questo, nessuno come lui ha saputo mettere in musica e parole l'epica dell'esistenza, le sue contraddizioni, la sua bellezza.

GIORGIA, DE GREGORI E ZERO NEL NUOVO ALBUM DI ENZO AVITABILE

Enzo Avitabile ha annunciato sul suo sito ufficiale che il 7 ottobre uscirà il nuovo album di inediti “Lotto infinito”, che arriva 4 anni dopo “Black Tarantella”.

Il disco sarà cosmopolita e conterrà 14 tracce con grandi collaborazioni, tra cui quelle con Giorgia, Francesco De Gregori e Renato Zero.

Ecco la tracklist completa: “Napoli nord”, “De profundis” con Giorgia, “Quando la felicità non la vedi, cercala dentro”, “Attraverso l’acqua” con Francesco De Gregori, “San Ghetto Martire” con Mannarino, “Bianca” con Renato Zero, “Amm’a amm’a” con Caparezza, “Abbi pietà di noi” con Angela e Marianna Fontana, “Comm’a ‘na” con Daby Touré, “Jastemma d’ammore” con Pippo Delbono, “Nisciuno sape” con Elena Ledda e Paolo Fresu, “Lotto infinito” con Giovanna Marini, “Verità sarà” con Hindi Zahra e “Addò so’ nato io” con la voce recitata di Lello Arena.

http://www.radioitalia.it/news/enzo_avitabile/nuova_uscita/13014_giorgia_de_gregori_e_zero_nel_nuovo_album_di_enzo_avitabile.php#

 

 

 Esce il 28 ottobre “Il cantautore necessario”, il nuovo album di Edoardo De Angelis realizzato assieme a Michele Ascolese con la direzione artistica di Francesco De Gregori.

Racconta Edoardo De Angelis in merito all’album: “La bellezza che non muta, che brilla nel tempo, è sconosciuta, poco praticata, o dimenticata. Così è anche per le canzoni. “Il cantautore necessario” non è una persona fisica, è la voce forte della canzone d’autore che ha accompagnato, e accompagna, ogni giorno, il nostro vivere. È un umile, devoto, atto d’amore nei confronti della profonda bellezza di musica e parole che Francesco, Michele ed io abbiamo conosciuto, riconosciuto, amato, e portiamo nel nostro bagaglio. È questa bellezza senza fine, animata, vissuta, sentita, che desideriamo riportare all’attenzione di chi non ha avuto in sorte di conoscerla direttamente, e di chi, con il tempo, l’ha dimenticata. Abbiamo, di comune accordo, proposto queste dodici canzoni, e non altre, perché un album non è un contenitore illimitato, e una scelta andava condotta. Scelta sofferta che, però, non esclude, in futuro, di essere rinnovata con ulteriori, difficili, benché amate e amabili, opzioni”.

http://www.rockol.it/news-664020/edoardo-de-angelis-album-il-cantautore-necessario-ottobre-2016

 

 

Dallo zio partigiano a “Rimmel” il libro-confessione del cantautore

 “Non sono ancora riuscito a scrivere canzoni semplici”

«Vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro. Mi trovo davanti persone che dimenticano che faccio il cantante e suono la chitarra. Che ho le “mani sporche”. Guarda che calli!».

 

Francesco De Gregori si racconta ad Antonio Gnoli. La frase appena riportata è una delle possibili sintesi delle

Passo d’uomo, quasi un’autobiografia in forma di dialogo (Laterza). Dei nostri artisti popolari De Gregori è in molti sensi il più intellettuale. Lo è per formazione (libresca, familiare, “politica”), lo è per la qualità della sua opera, quarant’anni di canzoni di grande densità testuale. C’è molta molta scrittura, in De Gregori. E le tante letture che l’hanno ispirata e formata nel tempo aleggiano dentro e fuori il suo lavoro. Ma è come se lui trepidasse, da sempre, per la matrice “misteriosa”, intima, sfuggente della sua arte come dell’arte in genere. Come se cercasse di difendere il suo campo – la canzone – da un doppio equivoco: quello “basso”, che tende a sottovalutarla e svilirla come canzonettismo, e quello “alto”, che cerca di costruirle attorno un’aura, appunto, intellettualistica. Difatti non gli piace, non gli è mai piaciuta, laDe Gregori, dallo zio partigiano a "Rimmel": il libro-confessione del cantautore parola “cantautore”. Preferisce “cantante”. Come per ripetere costantemente a sé e agli altri: «Io non sono un intellettuale, sono un artista. Non so se questo sia “di più” o “di meno” ma so che non è la stessa cosa, non è lo stesso mestiere, non è la stessa funzione». Per questo De Gregori mostra a Gnoli i calli da chitarrista. Sono le sue stimmate.

La lunga conversazione tra i due, legati da una solida amicizia e anche in virtù di questo non sempre d’accordo tra loro, gira lungamente attorno a questo enigma: da dove sortisca la formula indicibile che fa di una canzone – tre o quattro minuti appena – una ragione di così forte coinvolgimento emotivo. Si arriva in fondo al libro senza averlo veramente capito, e questa forse è una piccola vittoria dell’artista De Gregori sull’intellettuale Gnoli, la cui ammirevole, tenace fatica è cercare di ricondurre il discorso ai suoi termini “oggettivi” – la cultura, la politica, la società, l’arte nell’epoca della massificazione – pur sapendo bene che per il suo amico cantante l’arte non è un fatto sociale, neppure un fatto estetico, ma un “destino sentimentale”. «Il riflesso di uno splendore senza spiegazioni ulteriori », come scrive Gnoli nella prefazione.

Il bello del libro è che l’artista non sfugge, comunque, all’intellettuale. Gli si sottopone di buon grado, dalla lunga seduta vuole ricavare qualcosa di più su se stesso, sul proprio mestiere, sul proprio rapporto con il pubblico, rosa con le sue spine. È la stessa caratura culturale di De Gregori, del resto, a renderlo ben conscio dell’importanza della ricognizione intellettuale; di quel “taglio”, di quello sguardo, di quell’altro “mestiere” diverso dal suo, ma così complementare al suo. Come detto, si arriva in fondo con una sola vera certezza: l’arte non si fa afferrare più di tanto, non solamente il pubblico, perfino l’artefice non sa spiegare con precisione “come ha fatto”. Semplicemente, lo ha fatto. (Dice il grande critico Jean Clair: «l’opera d’arte è la ricompensa delle difficoltà del discorso. Permette di non pensare più»).

In compenso, fatti salvi con reciproco sollievo il mistero dell’arte e il riserbo dell’artista, il libro restituisce in pieno, con passaggi anche emozionanti, anche potenti, la persona De Gregori, la sua storia, le sue passioni culturali, le sue amicizie, la costruzione abbastanza tipica di un italiano “di sinistra” nato negli anni Cinquanta, cresciuto tra Pescara e Roma, formatosi nella fervida temperie degli anni Sessanta- Settanta, cittadino interessato alla vita pubblica, artista di immediato successo – Rimmel uscì che aveva ventiquattro anni – poi “star” piuttosto ritrosa, tipicamente antidivo, gelosissimo della vita privata, quasi scorbutico in certe relazioni connesse al suo lavoro, infine, oggi, serenamente veleggiante verso una vecchiaia bene accetta, pacificato con molte delle sue incertezze e delle sue durezze.

Dentro il libro c’è molta Italia, la nostra storia politica, la nostra cultura pop e non, i nostri umori buoni e cattivi, infine la nostra presente incertezza. Dalla e De André, il Festival di Sanremo, Nicola di Bari e Caterina Caselli, Berlinguer e il Pci, Craxi e Di Pietro. Raccontati con una misura invidiabile, non “da protagonista” che ambirebbe a impartire qualche lezione, ma da cittadino democratico (cioè: uguale agli altri) che partecipa alla vita collettiva, ascolta, riflette. E ha il tempo, perfino, per qualche ripensamento: «oggi comprerei un’auto usata da Craxi, non da Di Pietro».

Incalcolabile il numero di poeti e scrittori citati, Steinbeck, Verne, Salinger, Hemingway, Aldo Buzzi, Kafka, Valentino Zei- chen, Fred Vargas, Pasolini, Kerouac, Dostoevskij, l’amatissimo Dino Campana, Borges… Molta America, ovviamente Dylan, e quella “sottomissione” al Novecento americano, musicale, letterario, artistico, che accomuna tantissimi di quella generazione. L’indice dei nomi che chiude il libro è una attendibile summa, con le ovvie varianti personali, della formazione di un italiano di età matura e di buona cultura attento ai suoi tempi e al suo Paese. La biografia è di quelle che rivendicano “normalità” e misura anche laddove si rischia di perderne traccia. L’omaggio finale allo zio partigiano (suo omonimo: Francesco De Gregori) ucciso a Porzûs da una brigata comunista in una atroce faida interna alla Resistenza è di rara pietas. Ne stilla un dolore composto, non vindice, colmo di gratitudine per un uomo morto per la libertà.

Infine, a proposito di misura, memorabile la frase (quasi un’epigrafe) che De Gregori, nelle ultime pagine del libro, pone a suggello della sua luminosa carriera artistica. «L’unico mio rimpianto è non avere mai scritto una canzone veramente semplice». È un rimpianto artistico. Non si sa se l’intellettuale Gnoli lo condivida: una delle grandi doti dell’intervistatore è il rispetto dell’intervistato.

 

Michele Serra

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/05/05/news/francesco_de_gregori_libro-139108624/?refresh_ce

 

E non c’è niente da capire. Francesco De Gregori e la sua quieta rassegnazione all’assurdo

“IL PRINCIPE” DELLA CANZONE ITALIANA A PORDENONE

Il cantautore e il suo rapporto con il dolore, il disorientamento, Kafka e la balena bianca

domenica 18 settembre 2016 - 20:20

 

PORDENONE – Siamo abituati a sentirlo cantare, abbiamo tutti in mente una voce nasale, con le vocali aperte, una voce senza tempo che ricorda vinili e musicassette. Ma quando parla, Francesco De Gregori ha un timbro più profondo, caldo, chiudendo gli occhi si immagina un uomo sulla trentina. Parla della sua istruzione, sempre a occhi chiusi potrebbe essere un neolaureato, appena qualche anno fuori corso. Invece, alla laurea non è mai arrivato: «Il successo mi ha travolto negli anni universitari, così l’ho seguito invece di finire la tesi. Una tesi sulle biblioteche  popolari scolastiche durante il fascismo, perché mio padre era bibliotecario. La storia è sempre stata importante per me, da piccolo ritagliavo foto di guerra dalle riviste, la prima volta a cinque anni, ho ritagliato l'immagine di un carro armato a Budapest, come nella mia canzone, ‘Il ‘56’. Grazie a quella foto, per la prima volta ho sbattuto contro la storia.  Il passato mi attrae così tanto che qualche anno fa ho cercato di finire la tesi, a distanza di decenni, ho ripagato tutte le tasse per farlo. E nuovamente non è successo. Però chissà, potrei ripagare tutto e provare di nuovo».

     Oggi a Pordenonelegge viene presentato il suo libro, scritto in collaborazione con Antonio Gnoli: ‘Passo d’uomo’. È il titolo di una canzone tratta dall’album ‘Sulla strada’, ispirato al romanzo di Kerouac. Infatti nel libro, più che di storia, si parla di letteratura. E dalla voce, inaspettatamente giovane, di De Gregori, i libri non escono come siamo abituati a pensarli, ad esempio Kafka diventa un autore ‘rassicurante’: «All’inizio de ‘Il castello’ vediamo un’agrimensore che attraversa una distesa di neve, disorientato, che entra in una locanda e si intrattiene con dei contadini sconosciuti. Sappiamo che alla fine si perderà nel castello e la sua condanna sarà tremenda, ma nell’incipit di questa storia io trovo un senso di pace, di straniamento». Lo dice come se pace e straniamento fossero sinonimi. E l’incomprensibile, un rifugio: «Lo spiazzamento che arriva dal dolore provoca sofferenza a quasi tutti gli uomini, ma per l’artista è una forma di riscatto. Quello che Kafka ha di risolutivo è l’acuta capacità di raccontare il dolore, regalarlo o infliggerlo al lettore, e nel suo caso non è triste e angoscioso, quello che cambia è la sua quieta rassegnazione all’assurdo».

     Più di Kafka lo affascina Melville, ci legge un lungo passo da Moby Dick, quello in cui Achab vorrebbe smettere di cercare la balena bianca e pensa di invertire la rotta verso una vita normale, con la sua famiglia e l’odore dell’erba. Ma il fascino di una vita stanziale si dissolve quasi subito, il capitano prosegue il suo viaggio nel mare che lo inghiottirà, insieme al suo equipaggio. «Questa, se permettete, è letteratura», sentenzia chiudendo il libro.

     Ma guai a chiamarlo intellettuale anche se, a metà di una frase. dice ‘i miei libri’ al posto de ‘le mie canzoni’. Un lapsus che lo contraddice, se rende conto ridendo, poi torna serio: «Sono un cantante, ho i calli sulle mani, non mi occupo di intelletto ma di emozioni. Non mi interessa che la gente capisca le mie canzoni, voglio che si emozioni ascoltandole». Quindi, per dirla assieme a lui, ‘non c’è niente da capire’: «Il mio sogno è scrivere una canzone semplice e bella come ‘Sapore di sale’, invece nelle mie canzoni le parole si accalcano, si affollano, qualcuno dice che sono criptico».

     Vorrei chiedergli che altro ci si potrebbe aspettare da qualcuno che confonde la pace con lo straniamento. E si commuove leggendo il lento suicidio di Achab, che sacrifica una vita semplice e serena per rincorrere un cetaceo negli abissi. Glielo chiederei, ma non ha fissato un appuntamento con la stampa.

    Una risposta mi sembra di trovarla in ‘Passo d’uomo’, la canzone che dà il titolo al libro: «E non c'è niente da nascondere, niente da svelare, niente da tenere stretto, non c'è niente da lasciare. Povero cuore, come uno straniero giro la mia terra abbandonata, abbandonato e solo, e vado per la vita a passo d'uomo. Altra misura non conosco, altra parola non sono».

     Si riconosce un capitano ferito che insegue una balena, o il protagonista di ‘Sulla strada’ che cerca il padre scomparso. Qualcuno che, da solo, corre incontro all’incomprensibile sognando la semplicità. Eppure, De Gregori non dà l’impressione di essere disorientato, sembra trovarsi esattamente dove deve essere: dove gli uomini soffrono e gli artisti si riscattano. E anche se gli anni lo hanno cambiato, la sua voce è ancora quella di un giovane uomo.

 

Stefano Mattia Pribetti

http://www.diariodipordenone.it/pordenone/articolo/?nid=20160918_391198