La graphic novel ‘Figli del mondo’ è un tributo all’universo dei cani, tanto presenti nei brani del cantautore romano quanto al centro dell’impegno di LNDC Animal Protection. L’opera, che cita 20 brani di De Gregori ed è tributo ai suoi 70 anni compiuti proprio ad aprile, ci porta nell’anima di uno dei legami più forti della nostra vita, quello con i nostri fedeli amici cani, parlando di libertà, lotta e poesia, ma anche ingiustizie e riscatti. Da oggi è visibile e scaricabile gratuitamente sul sito dell’associazione.

Milano, 21 aprile 2021 – Una graphic novel che omaggia i cani, tanto presenti nei brani di Francesco De Gregori quanto al centro dell’impegno di LNDC Animal Protection. Si chiama ‘Figli del mondo’ e da oggi è visibile e scaricabile gratuitamente.

Sono venti i brani del cantautore romano che, ripresi attraverso citazioni e immagini, raccontano il profondo intreccio d’amore, e di silenziosa comprensione, capace di creare non solo legami tanto intensi quanto indissolubili, ma anche momenti di intimità unici, come quelli che segnano il cammino delle grandi amicizie della vita. Il rapporto tra l’uomo e il cane, quindi, può ed è tutto questo, sia nelle canzoni di De Gregori sia nelle attività giornaliere di LNDC Animal Protection, degli oltre 3mila volontari e di tutto il team dell’associazione che strenuamente lavora per portare questi preziosi compagni di vita ad essere rispettati, protetti, riconosciuti, amati, ma anche spesso salvati da morte certa. La lotta per la vita e l’amore che ne scaturisce, infatti, è l’altro tema al centro dell’opera, densa anche di momenti poetici e riflessivi nei quali uomo e animale viaggiano senza ombra di dubbio sulla stessa strada, dentro un orizzonte comune.

Da ‘Quattro cani’ fino a ‘Due Zingari e ‘Sempre per sempre’ le immagini di questa amicizia scorrono nelle pagine della graphic novel scritta e voluta da Michele Pezone, responsabile diritti animali LNDC Animal Protection che, con questo lavoro, ha voluto togliersi le vesti di avvocato a difesa degli animali per indossare quelle, decisamente più romantiche, di uomo in osservazione della vita. “La storia raccontata”, spiega Pezone, “è stata illustrata dal mio caro amico Francesco Di Gregorio e Francesco Colafella, valorizzata poi dal progetto grafico di Silvia Paglione. Vuole essere un omaggio da parte di LNDC, oltre che mio, a De Gregori per ringraziarlo di tutto quello che, senza saperlo, è stato per me e per tutte le persone che nei suoi brani hanno ritrovato e nutrito tante parti preziose di sé. E che continueranno a farlo, perché parole e musica non sbiadiscono, come la luce dell’antica e intramontabile amicizia che lega uomini e animali”.

https://www.legadelcane.org/rassegna-stampa/lndc-omaggia-de-gregori-i-cani-una-passione-comune/?fbclid=IwAR2LFreFkYcAEZz2jRS7w77xHYV8fxLKWkbbxedxD2rblOJf_u4jSIPvQvc

nella foto di Daniele Barraco, Francesco De Gregori con il suo Billo.

 

 

 

Francesco De Gregori, dischi a pezzi, pezzi di canzoni

 

                                                 di Valeria Rusconi

 

 

 

 

 

 

De Gregori: “Invidio a Venditti gli inni della Roma, sentirli è una bella botta d’emozione”

Il cantautore: “Le avrei volute scrivere io, ma non ero abbastanza pop”. Antonello: “Lui laziale? Macché…” 11.2.2021

 

Due cantautori che hanno scritto alcune tra le pagine più belle della musica italiana. Nel loro cuore, però, un posto speciale è per la Roma. Francesco De Gregori e Antonello Venditti sono stati ospiti di “Lui è peggio di me”, il programma sulla Rai condotto da un altro grande tifoso giallorosso come Marco Giallini, oltre a Panariello: “Le due canzoni che ha scritto Venditti sulla Roma gliele invidio – ha confessato De Gregori -. Quando guardo le partite in televisione, perché allo stadio non vado, e sento l’inno, uno prima e uno dopo se la Roma ha vinto, è una botta bella. Gliele invidio perché le avrei volute scrivere io. Ma non ero abbastanza pop”. Poi Panariello scherza con Venditti: “Ma Francesco è laziale no? Non ha mai scritto una canzone sulla Roma, è laziale”. “Ma no, macché – la risposta di Antonello – non ha scritto canzoni perché le ha lasciate a me…”.

 

 

Francesco De Gregori: 'Mai pensato solo alle vendite. E quel giornalista...'

Il cantautore romano presenta la raccolta dei suoi testi, appena arrivata in libreria. E si toglie qualche sassolino dalla scarpa.

 

Il "grande schivo" del cantautorato italiano autorizza per la prima volta in oltre cinquant'anni di carriera la pubblicazione di un volume ufficiale le cui lavorazioni hanno visto uno storico della canzone - e non uno qualunque, ma Enrico Deregibus, che al Principe ha dedicato già altri volumi che hanno ricevuto l'apprezzamento del diretto interessato - analizzare e decifrare i testi delle sue canzoni.

"Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni", 720 pagine, in libreria dal 30 settembre per Giunti, è stato presentato questa sera 4 ottobre all'Auditorium Parco della Musica di Roma a conclusione dell'ultima giornata della fiera editoriale "Insieme", con un incontro che ha visto lo stesso Francesco De Gregori dialogare con Deregibus e con il due volte Premio Strega Sandro Veronesi:

"Avere per le mani cinquant'anni di lavoro è emozionante. Non mi sono mai reso conto di aver scritto tutte queste canzoni. Ritrovarsele adesso tutte quante con questo bel peso è una sensazione strana, soprattutto per un uomo che nella sua vita ha sempre sostenuto che i testi delle canzoni da soli non vanno letti. Se ho cambiato idea? No, la penso ancora così".

E allora cosa l'ha spinto ad autorizzare l'operazione?

"L'ho fatto un po' per narcisismo e un po' per correggere gli errori che si trovano nelle analisi dei miei testi su internet. L'altro giorno sono andato a cercare il testo de 'La storia' e ho trovato questa versione: 'La storia siamo noi, nessuno si senta un fesso' (offeso, nella versione originale). In casi del genere l'autore, soprattutto se vivente, ha il diritto di intervenire e correggere. Io volevo consegnare a futura memoria i testi così come li ho scritti". (a conferma delle parole di De Gregori, ecco il link al sito 'incriminato')

 

 

Sollecitato dalle domande e dalle osservazioni di Veronesi e Deregibus, De Gregori non ha mancato di guardarsi indietro e rivendicare certe scelte fatte nel corso della sua carriera:

"Ho sempre avuto assoluto disinteresse verso l'esito commerciale dei miei dischi, altrimenti non avrei scritto canzoni come 'Bambini venite parvulos' o 'Disastro aereo sul canale di Sicilia'. Certo, quando uscivano i miei lavori avrei pure portato l'acqua con le orecchie a Pippo Baudo, ma il successo non era l'obiettivo principale. Sono sempre stato a cavallo tra la mia necessità di esprimermi attraverso le canzoni e l'esigenza di rispettare le regole dell'industria culturale, che non ho certo inventato io".

E si è tolto anche qualche sassolino dalla scarpa:

"Un giornalista a cui non stavo simpatico e che lavorava per un grosso settimanale di musica voleva intervistarmi a tutti i costi e io accettai, durante la promozione dell'album 'Scacchi e tarocchi'. Sulla copertina fece scrivere: 'Scacchi, tarocchi e baiocchi', ripetendo nel pezzo più volte, tra le righe, che avevo fatto quel disco solo per denaro. Mi ha portato sfiga: quello è stato il disco che ha venduto di meno della mia carriera".

Deregibus, già autore nel 2003 di "Quello che non so, lo so cantare" e nel 2015 di "Mi puoi leggere fino a tardi", ha commentato a proposito della collaborazione con De Gregori:

"Mi ha lasciato carta bianca. Non solo autorizzando l'analisi dei testi, ma anche delle schede critiche contenute nel volume".

 Ha molta ragione, Francesco De Gregori, quando lamenta che i testi delle sue canzoni siano travisati dai (troppi) siti, alcuni autorizzati e la maggioranza no, che li riportano.

Dell'argomento avevo scritto già più di dieci anni fa, in un articolo pubblicato dal sito dell'Enciclopedia Treccani, che se volete potete rileggere qui.

La situazione, da allora, non è migliorata, anzi. E sarebbe gran tempo che chi rappresenta gli autori di testi intervenisse decisamente in proposito, anche per pretendere - come sarebbe giusto e doveroso - che i testi delle canzoni pubblicati su Internet fossero sempre corredati dai nomi di chi li ha scritti. (fz)

 

https://www.rockol.it/news-717257/francesco-de-gregori-nuovo-libro-presentazione-dichiarazioni

 

Un mare profondo

Storia e testi delle canzoni di De Gregori - 21 ottobre 2020 - Paolo Mattei

 

Com’è profondo il mare di certe canzoni. C’è chi vi nuota in superficie godendone «l’ansare / che quasi non dà suono», per dirla col Montale di Mediterraneo , e chi vi si inabissa, alla ricerca di tesori nascosti. Questa libertà di scelta vale anche per le parole che Francesco De Gregori mette pubblicamente in musica da quasi mezzo secolo: si può provare a coglierne sullo specchio d’acqua le trasparenze dei referenti oppure immergersi nelle penombre di suoi eventuali significati segreti. O fare l’una e l’altra cosa. In ogni caso, i miraggi che sfavillano in questo mare di testi cantati sono sempre in agguato ed è facile finire per ubriacarsi con la «voce ch’esce dalle sue bocche quando si schiudono».

 Fuor di metafora, non è inutile suggerire come il modo più corretto, e più bello, per gustare le parole di De Gregori sia ascoltarle. Certo, anche leggerle, ma se possibile sempre con la musica — di cui sono componente inscindibile — a portata di orecchi (e di cuore), e magari tenendo a portata di mano il nuovo libro curato da Enrico Deregibus — Francesco De Gregori, I testi. La storia delle canzoni  (Firenze, Giunti 2020, pagine 720, euro 28) — che raccoglie le parti letterarie dei più di duecento pezzi composti dal musicista romano e incisi in album ufficiali a suo nome, a partire dal primo disco realizzato insieme all’amico Antonello Venditti (Theorius Campus , 1973) fino al cd con le traduzioni dell’amatissimo Dylan (Amore e furto , 2015), passando per un drappello di brani sparsi usciti su antologie e registrazioni di concerti. Ma nel prezioso volume c’è molto altro: oltre alla storia di ogni singola canzone — la genesi creativa con gli eventuali riferimenti cinematografici, letterari, autobiografici, musicali; il lavoro di produzione in sala di registrazione; le trasformazioni subite nelle versioni live e in quelle allestite da numerosi colleghi italiani e stranieri; il successo o l’insuccesso di pubblico e critica — c’è quanto intorno a ogni pezzo è germinato in termini di analisi testuale: un articolato corpus documentale desunto da libri, interviste e articoli, ma anche frutto della lunga amicizia del curatore con l’artista. Ovviamente, le spiegazioni dell’autore, quando vi sono, hanno la primazia sul resto (pure sui non pochi commenti di illustri colleghi). Ed è interessante notare come De Gregori, oltre a esprimere inevitabilmente il proprio punto di vista — comunque sempre instancabilmente ribadendo che canzoni e poesie sono cose diverse —, paia suggerire approcci interpretativi che un semiologo potrebbe definire alternativamente reader oriented  e text oriented , a seconda che lasci libertà ermeneutica al lettore o che lo esorti a «non cercare significati nascosti nelle mie canzoni oltre al testo». Certo è che l’intentio lectoris  senza briglie genera di frequente leggende metropolitane e malintesi, alcuni dei quali, nella fattispecie, sono diventati dei classici, quasi (si fa per dire) come i brani cui si riferiscono (si vedano, per esempio, le fantasiose congetture tuttora in circolazione intorno ai soggetti di Piano bar , Quattro cani , Vecchi amici  e Buonanotte fiorellino ).

Ma tutto ciò è trattato nelle pagine del libro con una sfumatura di divertita ironia, nella consapevolezza che sotto il velame dei versi degregoriani non v’è quasi mai la certezza di un unico indefettibile significato. È noto infatti come ogni artista venga spesso “superato” dalle proprie opere, sulle quali ha un controllo limitato, e come egli stesso sia fruitore di arte. In questo senso è interessante rileggere quanto De Gregori ebbe a dire nell’intervista con Antonio Gnoli pubblicata nel volume Passo d’uomo  (Laterza, 2013): «Con le opere d’arte degli altri ho un rapporto di gioia. La gioia è il termometro che registra la temperatura della mia febbre. Vado in un museo, in una galleria, a un cinema e se quello che vedo mi piace esco da quei luoghi più contento. È una verifica banalissima. Ma è così. Ed è anche ciò che mi serve del lavoro degli artisti: la gioia, la serenità, la pulizia. Gli stessi sentimenti che vorrei trasmettere con le mie canzoni». E sulle interpretazioni: «A me quelle spiegazioni, che sono assolutamente legittime, non danno nessuna emozione. Godo del piano emozionale: lacrime e gioia. Per me è una condizione necessaria e sufficiente del mio rapporto con l’opera d’arte».

Ottimi suggerimenti per gustare la bellezza del suo mare di testi e musica, e procedere “a passo d’uomo” magari confrontando quanto personalmente si intuisce e si “sente” con gli indizi messi a disposizione nelle pagine del volume.

Si può per esempio scoprire — o riscoprire — la speranza che soffia come un refolo nei versi di certi brani, e che nel canzoniere prende inaspettata forza con il passare degli anni (da Natale  a Due zingari , dalla Leva calcistica della classe ’68  a San Lorenzo , da Pane e castagne  a Pilota di guerra  a Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra ). Oppure trovare, o ritrovare, gli accenni di preghiera che salgono con la musica («Aiutami Signore mio / A dire acqua e terra», Acqua e terra ; «Ascoltaci o Signore perdonaci la vita intera!»,  Il canto delle sirene ; «Ogni giorno metto in tavola qualcosa da mangiare [...] / E certe volte non trovo le parole per ringraziare / Per ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra», Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra ; «Qualcuno sta aspettando / All’uscita della chiesa / Benedici il suo cappello vuoto / La sua lunga attesa», Passo d’uomo ). E, ancora, ci si può domandare a chi si stia rivolgendo la voce di In onda che canta : «Sto aspettando e sto chiamando / Che qualcuno mi risponda / E sono a casa / La mia porta è aperta / E la mia luce è accesa / Come un ladro nella notte / Puoi venire / Io non ho difesa»; e chiedere di chi si parli davvero nei bellissimi versi finali delle Lacrime di Nemo-L’esplosione-La fine : «E passo dopo passo piano piano / Illumina i miei passi con i tuoi / Che ogni passo avanti è un passo in meno / E meno ossigeno nei serbatoi / Illumina le torri medievali / E i falchi e il tempo e i sogni e gli ideali / E le città sconfitte in fondo al fumo / Il sangue e l’innocenza di nessuno», dove quel “nessuno” innocente potrebbe (condizionale d’obbligo) non riferirsi solo al Capitano del romanzo di Verne.

Come è profondo il mare delle canzoni di De Gregori. Nei concerti accenna al brano del suo amico Lucio Dalla, “citandolo” nell’explicit di Santa Lucia , la canzone preferita in assoluto dall’artista bolognese. Ascoltandola, possiamo anche identificarci, per un momento, con il «ragazzino al secondo piano / Che canta ride e stona / Perché vada lontano / Fa’ che gli sia dolce / Anche la pioggia nelle scarpe / Anche la solitudine».

 

di Paolo Mattei

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-10/un-mare-profondo.html?fbclid=IwAR1pdhuK8Ib_nz0vU1CoSp9j0McXHzZ0t2ebiYxsPDVYDGnNcjB7mokxTtc

 

 

Più di 700 pagine. Un volume imponente, un caso quasi unico fra i libri dedicati a un cantautore nel nostro Paese. Edito da Giunti si intitola Francesco De Gregori I Testi La Storia delle Canzoni

Una parola ha sedotto il Principe. Enrico De Regibus da anni lavorava a un progetto che racchiudesse l'immensa opera di Francesco De Gregori. Il cantautore sapeva e seguiva a distanza finché indagando tra i versi de Le Strade di Lei l'investigatore Deregibus ha scoperto che la parola santi diventava salti e a quel punto è sorta l'esigenza di rivedere scientificamente tutta l'opera degregoriana. Non è un romanzo che si legge dall'inizio alla fine ma è alla stregua di un libro di poesie. Va tenuto sul comodino e ogni sera, prima che la notte ci assorba, va aperto a caso e bisogna soffermarsi qualche minuto sulla canzone che il caso ci ha offerto. Oppure potete affrontarlo in modo più personale, intimo cercando la canzone che per voi ha un significato speciale e penetrarne il mistero. La mia prima incursione dell'opera di Enrico Deregibus è stata per saperne di più su La Casa di Hilde, brano che amo, che mi muove suggestioni particolari. E sebbene credessi di conoscerne anche le pieghe più occulte ho appreso che ero fermo in superficie. L'opera è strutturata in ordine cronologico, è un viaggio nel tempo. Le schede dei brani oltrepassano il valore testuale perché sono corredate da aneddoti, dalle fonti e dalle ispirazioni. Cui si aggiungo stralci di interviste a Francesco De Gregori. Quello che posso aggiungere è che non è solo un itinerario articolato, meticoloso, affascinante nella storia di uno dei massimi cantautori italiani di sempre ma è anche una riscoperta di tanti momenti della nostra vita e della storia di questo nostro paese. Viva l'Italia, insomma!

https://tg24.sky.it/spettacolo/musica/2020/10/22/francesco-de-gregori-testi-canzoni

 

 

Ieri sera ho seguito la presentazione del libro di Enrico Deregibus. C'erano con lui Sandro Veronesi e lo stesso de Gregori che sente questo libro come " il mio libro". Perché raccoglie tutti i testi delle canzoni scritte da De Gregori in cinquant'anni (dal 1972). Le schede di Deregibus sulle canzoni sono puntuali, contengono preziose informazioni che contestualizzano, sono lontane dalla tentazione di spiegare alcunché. Un grande, bellissimo lavoro che consegna al lettore un artista che lavora come un poeta ma che fa un'altra cosa: scrive canzoni che sono un autentico e bellissimo genere letterario. Quando leggerete i testi sentirete risuonare la voce di de Gregori nella testa e vi troverete a sorridere e dire: non la sentivo da dieci anni ma la so a memoria... Grazie Enrico per questo lavoro monumentale

Giommaria Monti

 

 

 

 

De Gregori, quel concerto per 200 persone e il valore delle emozioni ritrovate

 

Domenica 27 Settembre 2020 di Maria Latella

 

De Gregori, quel concerto per 200 persone e il valore delle emozioni ritrovateÈ successo venerdì sera. In duecento abbiamo sperimentato il ritorno a emozione pre Covid. E in tanti abbiamo capito la differenza tra prima e oggi. Prima avevamo vite con un catalogo infinito di esperienze da vivere anche collettivamente. Bastava scegliere. Oggi, almeno per ora, non è così. E se ti capita la fortuna di poter vivere un momento “come prima” devi stare attento, trattarlo con delicatezza, quel momento. Con prudenza.

Quando sul palco del cineteatro Odeon di Catania, un prezioso gioiello Deco, Francesco De Gregori attacca “Viva l’Italia, l’Italia del valzer e l’Italia dei caffè, l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, l’Italia che non ha paura” i duecento ammessi in un teatro che ne terrebbe mille sentono di essere dentro un momento speciale.

Eravamo emozionati. Noi in platea e loro, i musicisti, sul palco. Noi con la mascherina e lui pure, De Gregori, non sul palco ovviamente ma dopo il concerto sì, quando si ferma a chiacchierare ha una mascherina di stoffa blu. Come succede in questo autunno 2020, quando ci si rivede dopo tanto tempo, si parla ovviamente di una cosa sola: cosa hai fatto, dov’eri durante il lockdown. Lui a Roma, più o meno a fare le cose di sempre: “Leggevo e andavo a fare la spesa”.

Le mascherine sul viso, il distanziamento, il fatto di essere in pochi per obbligo e non per scelta, fanno parte dell’oggi, del nuovo presente. Invece il concerto, i musicisti sul palco, fanno parte di quel che si poteva fare prima, quel “prima” che non sapevamo se e quando sarebbe tornato. Ecco, il passato torna, e almeno per una sera torniamo anche noi a condividere le emozioni con un certo numero di altri esseri umani. Bella sensazione.

Condividiamo gli applausi. Con gli altri cantiamo “Buonanotte fiorellino” fieri di ricordarne tutte le parole e mentre De Gregori intona “Pezzi di vetro”, “ferirti non è possibile, morire meno che meno mai”, capita di commuoversi con Giuseppe Ayala, col capogruppo dei 5 Stelle a Bruxelles Fabio Massimo Castaldo, con Marco Tardelli e pure con i produttori Camilla e Pietro Valsecchi, tutti ospiti del festival di geopolitica Mare Liberum che ha appunto avuto come gran finale il concerto di De Gregori.

Così, di colpo capisci che questa sera è speciale per tante ragioni: perché Claudio Corbino e la sua associazione “I Diplomatici” hanno tenuto duro e organizzato il festival nonostante tutto. Perché a un certo punto sul palco arriva “un mio amico che suona bene il pianoforte” dice De Gregori e l’amico è Checco Zalone e i due suonano insieme.

È una serata speciale perché speciale è Francesco De Gregori che nelle sue canzoni ha tanto visto e previsto, perfino “l’Italia che va sulla Luna” e ci va davvero, sulla Luna il nostro Paese, l’altroieri hanno firmato il protocollo d’intesa con gli Stati Uniti. Però De Gregori lo cantava già nel 1979.

Tutte buone ragioni. Ma venerdì sera, 25 sett a Catania, la cosa veramente speciale è stato capire la differenza tra il prima e l’oggi. E riconoscere il valore di certe emozioni che per anni lasciavamo lì, come se fosse scontato poterle recuperare riprendendo il catalogo quando ci andava.

 Tornare a viverle ora è possibile. Ma solo se non si dimentica che potremmo perderle di nuovo.

https://www.ilmessaggero.it/social/maria_latella_tornare_a_vivere_l_importanza_di_riscoprire_emozioni_normali-5487258.html

 

 

 

Tiziano Ferro torna ad emozionare i suoi fan con una cover d'eccezione. Il cantante di Latina ha rilasciato il suo primo estratto del nuovo album "Accetto miracoli: L'esperienza degli altri", e ha "Rimmel", brano di grande spessori di Francesco De Gregori.

Oltre a De Gregori, nell'album sono presenti brani di Giuni Russo, Franco Battiato, Riccardo Cocciante, Mia Martini, Domenico Modugno, Massimo Ranieri e Scialpi.

 

Le canzoni, una volta pubblicate, diventano di tutti? Sì e no. Lo diventano nella misura in cui teoricamente chiunque può identificarsi nella storia che viene raccontata nel brano e farla propria. Ma ci sono canzoni e canzoni. Certe sono così private e così strettamente legate al nome - e alla storia, personale o artistica che sia - da chi le ha scritte che andrebbero cantate solo e solamente dall'autore. "Rimmel" è una di queste. Così poetica e ispirata, fece di Francesco De Gregori uno dei protagonisti del cantautorato italiano degli Anni '70 e del Principe è forse la canzone più identificativa: lo è più di "Generale", "Viva l'Italia" e "La donna cannone", delle quali si contano innumerevoli cover di colleghi noti (da Vasco a Mia Martini, passando per Gianna Nannini, Elisa e Malika Ayane). A differenza di "Rimmel", che invece - a riprova di quanto scritto sopra - non è stata interpretata spessissimo da voci diverse da quella di De Gregori. Ora arriva questa versione di Tiziano Ferro, prima anticipazione di un disco di cover che ha visto il cantautore di Latina provare a fare sue alcune delle canzoni che più lo hanno segnato come uomo e come artista. E - sorpresa - è l'eccezione che conferma la regola.

 La canzone, l'album, le critiche, i Baci Perugina

Nessuno in Italia aveva raccontato la fine di una storia d'amore in maniera così ironica, antiretorica, criptica e surreale come fece nel '75 Francesco De Gregori con "Rimmel". Il cantautore, che veniva dal disco inciso insieme ad Antonello Venditti ("Theorius Campus" del '72) e da due album di discreto successo come "Alice non lo sa" e "Francesco De Gregori", a ventiquattro anni rivoluzionò - forse inconsciamente, forse no - il genere con un brano che metteva da parte i lamenti amorosi, gli struggimenti e gli strazi che fino a quel momento avevano caratterizzato i brani tematicamente affini. Anzi: trasformò tutti questi elementi in qualcosa di diverso e di decisamente più poetico, grazie a versi come "e qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure" (l'incipt più bello della storia della canzone italiana?), "ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo", "i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo". L'operazione artistica di De Gregori non fu immune alle critiche: "È evidente che l'evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto degregoriano kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i Baci Perugina", scrisse a proposito dell'intero album - che si intitolava proprio così: "Rimmel" - Giaime Pintor, tra gli esponenti di quella critica apertamente schierata a sinistra e che contestava i cantautori quando le loro canzoni mettevano da parte l'impegno e abbracciavano altri temi (l'articolo, dal titolo "De Gregori non è Nobel, è Rimmel", uscì non a caso su "Muzak", rivista musicale nata un paio d'anni prima dell'uscita del brano attorno agli ambienti della sinistra extraparlamentare).

 Cantautore, popstar o entrambe le cose?

Chissà quante volte Tiziano Ferro ha letto sulle sue canzoni e sui suoi dischi commenti del genere, lui che con brani come "Imbranato", "Sere nere", "Non me lo so spiegare", "Ti scatterò una foto", "E fuori è buio", "Il regalo più grande", "L'amore è una cosa semplice" e "L'ultima notte al mondo" ha offerto alla generazione di chi è nato negli Anni '90 ampio materiale da usare per dediche d'amore e scritte sull'asfalto o sui muretti (i suoi testi sono stati effettivamente utilizzati per i cartigli dei Baci Perugina), che è stato - e continua ancora oggi ad essere - il cantore d'amore per eccellenza e che a differenza di De Gregori è stato forse esposto maggiormente a certe critiche, non godendo dello status di cantautore con la "c" maiuscola (diversamente dai vari De André, Guccini, Fossati o - tra quelli più vicini alla sua età - Silvestri, Fabi, Brunori Sas, tutti circondati da quell'aura di sacralità) poiché considerato il più delle volte una popstar che un cantautore, anche se di fatto lo è. La cover di "Rimmel" incuriosisce anche per questo e l'ascolto non fa storcere il naso.

https://www.rockol.it/news-716708/tiziano-ferro-rimmel-cover-de-gregori-recensione-ascolto

 

 

FRANCESCO DE GREGORI, L'ANIMA DELLA FESTA. SUL VANITY FAIR IN EDICOLA

Dietro le quinte, e dietro una canzone, ciò che conta è lo spirito, dice Francesco de Gregori. Che qui ricorda impresari e tecnici diventati famiglia, ragazzi che corrono «come lepri» sul palco, microfoni e phon, e una certa telefonata al premier Conte

Malcom Pagani, 1.7.2020 -  https://www.vanityfair.it/music/storie-music/2020/07/01/francesco-de-gregori-a-tutto-volume

 

Il poeta in affari veniva da molto lontano: «Libero Venturi, impresario di Baglioni, Venditti e della tournée di Banana Republic, era simpatico e divertente. Originario di Cesena, apparteneva in tutto e per tutto alla provincia e onestamente non si capacitava del perché la gente venisse ad ascoltare uno che cantava Alice o Saigon. Si faceva sera, arrivavamo nei locali, vedevamo i parcheggi strapieni e lui allargava le braccia: “Ma che casso succede qui? Ma son davvero venuti a sentire te?”».

Con un cappello pieno di ricordi, i suoi impresari Francesco De Gregori li ricorda tutti: quelli

«che sembravano Alberto Sordi in Mafioso di Lattuada, con il gessato, i capelli impomatati e gli anelli enormi sulle dita», quelli «che guidavano come pazzi mentre a bordo delle Lancia Coupé dell’epoca provavo con sprezzo della fisica a tenermi la chitarra sulle gambe in uno spazio strettissimo», quelli «che giravano in coppia», quelli «sempre ubriachi», «sudati»,«somiglianti a Nero Wolfe». I cialtroni «che potevano darti appuntamento per un concerto che non si sarebbe mai tenuto nella campagna romana mentre attaccato al telefono di una cabina cercavo di avere indicazioni» e gli altri, più corretti: «Che erano lontani dal professionismo e si stavano inventando un mestiere, ma erano fondamentalmente seri. Puntavano al risultato ed erano ignari delle sfumature. Per loro seguire un cantante equivaleva a prendere un’entità, fosse un musicista o una pecora, promuoverla e farla fruttare nell’interesse sia della pecora sia del pastore».

Ora che l’applauso del pubblico pagante latita sottolineando un’assenza e i pensieri magri non bastano a saziare la nostalgia, De Gregori pensa a quelli che restano fermi, i lavoratori dello spettacolo:

«Gente che fin dai miei inizi mi tranquillizzava molto. Ieri, molto più di oggi, prima di esibirmi avvertivo tensione. Avevo un po’ paura del pubblico e mi facevo le tipiche domande dell’età dell’insicurezza: “Oddio, mi ricorderò le parole?”, “Stonerò?”, “la chitarra sarà accordata?”. Poi incontravo persone che esattamente come me avevano a cuore la riuscita della serata e mi rilassavo».

Un nome?

«Ce ne sarebbero tantissimi. Da Franco Guarnieri, detto Mani Bruciate per via dei dorsi ustionati in un incidente sul lavoro, I a Giovanni Chinnici, il direttore di palco che mi accompagna ormai da anni. Sono persone a cui ho voluto e voglio molto bene».

Persone che somigliano a una seconda famiglia?

«Un po’ retoricamente posso dire di sì. Si creano inevitabilmente rapporti di vicinanza e di simpatia, ti senti accolto in un gruppo che ti protegge e che ricorda vagamente la carovana dei teatranti de Il settimo sigillo. Il clima era ed è quello».

Provi a descriverlo.

«Chi non capisce che dietro un concerto c’è l’anima delle persone che lavorano perché ogni cosa sia al suo posto, non ha capito niente della musica, della sua rete di contatti, di solidarietà, anche, di competizione virtuosa se vogliamo, ma con un’unica, fortissima, componente umana. E non ha capito fino in fondo neanche il divertimento del mio mestiere che è come aprire una finestra su questo mondo parallelo al nostro con cui magari non ci si ritrova a cena dopo lo spettacolo, ma con il quale si contribuisce a costruire una cosa in comune».

Senza i lavoratori dello spettacolo i concerti non esisterebbero?

«Senza dubbio. C’è sempre un incidente dell’ultimo istante – uno spinotto da sostituire, un cavo del monitor da cambiare, un casino improvviso – e allora con la stessa lena del trovarobe in teatro, vedi questi ragazzi correre come lepri per risolvere i problemi. È quasi ovvio che con il tempo si saldino legami duraturi. Ancora oggi, negli ultimi concerti prima del lockdown, mi capitava di incontrare qualcuno che aveva partecipato a Banana Republic e mi veniva a salutare. Il mondo della musica leggera italiana è un unico grande palcoscenico che va da Nord a Sud e attraversa le epoche».

Quanto è cambiato il suo mondo dalla metà degli anni ’70?

«La professionalità di oggi, ieri era impensabile. Il primo concerto della mia vita, al Teatro della Cometa di Roma, nel ’68 o forse nel ’69, lo vidi da ragazzino. Sul palco c’era Enzo Jannacci, praticamente uno sconosciuto, da solo, con la chitarra. Allora sembrava naturale che un artista arrivasse in teatro, trovasse il primo microfono a disposizione e suonasse. Jannacci aveva fatto più o meno quello e la stessa cosa avevo fatto io ai tempi dei miei primissimi concerti. Tutto l’aspetto organizzativo che in seguito siamo stati abituati a vedere a bordo palco era inesistente».

Un po’ come al Folkstudio?

«Lì addirittura non c’era nemmeno il microfono. Era un posto molto piccolo, spesso neanche pieno, dove si cantava e si suonava con una sola velleità: provare a esprimersi».

Poi arrivarono le maestranze, i grandi impianti di amplificazione, i concerti davvero strutturati.

«Il personale arrivò a montare e a smontare i palchi, vedemmo i primi camion, i facchini e le maschere, ma erano tempi eroici e si respirava ancora un certo pionierismo. Se ci ripenso mi vengono in mente episodi che oggi fanno tenerezza. A Udine, poco prima di un concerto, iniziò a diluviare e l’impianto si bagnò in maniera irrimediabile. Bibi Ballandi e il Venturi di cui le parlavo prima, gli impresari, diedero ordine di acquistare un enorme quantitativo di phon per capelli. Anche se l’impianto della Lem di Cattolica morì la sera stessa, quei cinquanta tecnici impegnati ad asciugare le trombe degli altoparlanti con i phon non me li sono più dimenticati».

Era una scena da cinema.

«Non a caso forse, registi come Truffaut hanno dedicato al dietro le quinte capolavori come Effetto notte e ci sono molti film di Fellini che al cinema dentro il cinema e alle maestranze hanno dato enorme importanza. Pensi al finale di 8 e mezzo, a chi va in spiaggia a girare un fotoromanzo ne Lo sceicco bianco o all’Intervista».

Nell’Intervista due pittori dialogano in un teatro di posa.

«Dipingono un cielo azzurro nel teatro 5 di Cinecittà. Uno dei due si rivolge all’altro: “A Cè, lo sai che ho incontrato un amico mio?”, “Ah, e che ti ha detto?”, “Che te la devi andà a pija ’nder culo”. Apparentemente Fellini rappresentava queste persone come dei cafonacci scurrili, ma in realtà se lo si legge meglio, da romagnolo che aveva captato una romanità, nobilissima, ma sempre sardonica, irridente, e caustica, si capisce l’amore e il rispetto che provava per queste figure».

Quelle che lavorano intorno alla musica stanno soffrendo.

«Hanno problemi, sono abituati ad avere un ciclo lavorativo intenso, a passare da una tournée all’altra, da un cantante all’altro. Lavorano con me, poi magari accompagnano Vasco Rossi, Laura Pausini o Ligabue. Se tutti questi concerti saltano per un anno è naturale che la categoria entri in sofferenza, che fatichi con le bollette, con gli affitti e con le scadenze come qualsiasi altra. E questo non vale soltanto per chi è in regola: esiste anche una fetta di lavoratori pagati a giornata che non hanno nessun tipo di tutela se non la cassa integrazione che, come saprà, è in ritardo. Andrebbero tutelati: quando ripartiremo ci sarà bisogno di tutti loro».

L’evento di Verona è un primo passo importante. Poi servirà una legge di settore. E un’attenzione nuova della politica.

«Durante la quarantena ho provato a contattare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Aveva usato alcune parole di una mia canzone per festeggiare il 25 aprile. Volevo ringraziarlo e provare a parlargli».

Come mai le era venuta voglia di parlare con il presidente del Consiglio?

«Perché al di là dei versi di Viva l’Italia, mandare un messaggio al Paese attraverso una canzone mi sembrava un implicito riconoscimento dell’utilità delle canzoni. Durante il lockdown, d’altra parte, tra un balcone e l’altro, le canzoni avevano rappresentato una consolante bandiera di socialità condivisa. Ed è normale perché la gente ama le canzoni. Quindi decido di telefonare a Conte pur sapendo che aveva e ha i suoi problemi. Non è che volessi intrattenerlo, né pensavo che me lo passassero subito. Credevo però di poter parlare con la sua segreteria, lasciare un messaggio, fargli sapere che lo stavo cercando».

Risultato?

«Nessuno. Il centralino non mi ha passato la segreteria di Conte e così non ho potuto nemmeno lasciargli un messaggio. Capisco che abbia molto da fare, ma se devo dirle la verità l’ho trovato un atteggiamento abbastanza deludente».

Che cosa avrebbe detto a Conte?

«Gli avrei chiesto di porre una doverosa attenzione e un occhio di riguardo per i lavoratori dello spettacolo che in questo momento sono in grande difficoltà e di non dimenticarsi di migliaia di famiglie che campano grazie agli spettacoli dal vivo. So che non siamo i primi di cui il governo si occuperà, ma mi sarebbe piaciuto dire comunque “esistiamo anche noi”».

Un accenno al mondo dello spettacolo, in uno dei suoi discorsi, Conte lo ha fatto, parlando degli artisti che «ci fanno tanto divertire».

«Al contrario di molti miei colleghi lì però non mi sono sentito affatto offeso e anzi l’ho preso per un complimento. Non c’è arte e non c’è cultura senza il gancio del divertimento: io mi diverto se vedo Alberto Sordi come credo che ai tempi di Shakespeare la gente si divertisse nei teatri elisabettiani. Uno spettacolo deve essere divertente, non ci trovo niente di sbagliato, di sminuente, di squalificante».

In quarantena lei ha compiuto 69 anni.

«Finalmente un compleanno tranquillo, ho evitato qualsiasi tentazione di pranzo allargato e tutt’al più ho risposto a qualche telefonata».

Tante?

«Negli anni ho fatto capire che se non mi telefonano è meglio, quindi poche». Ride.

Le pesa l’idea di non potersi esibire?

«Non ho più vent’anni e lo stop alla mia vita di cantante girovago è stata pesante. Un anno, alla mia età, non si recupera. Per me un anno significano 12 mesi in meno nel tempo che mi verrà dato e che io mi darò per continuare a fare questo lavoro. Invidio Cohen che ha lavorato fino all’ultimo con allegria, Dylan che ha dieci anni più di me, zompetta ancora sui palcoscenici e nel tempo libero fabbrica cancelli e dipinge, ma non so se sarò come loro. Per come mi sento adesso penso potrei lavorare fino a cent’anni, ma domani non so».

Ha sempre voglia di cantare dal vivo?

«Sì, sempre. Mi piace muovermi: se stai bene di umore e di salute l’idea di viaggiare, anche se alla fine vedi sempre gli stessi posti, gli stessi autogrill e gli stessi alberghi, mi diverte ancora. È quando mi fermo che mi sembra che passi la voglia, ma è un momento».

A inizio settembre avrebbe tenuto un grande concerto romano con Antonello Venditti.

«Dire addio a quell’idea, anche se solo per il momento, è stato doloroso. Eravamo partiti belli gasati. Io e Antonello abbiamo ricostruito un’unione intellettuale che onestamente negli ultimi tempi era mancata. Ci vedevamo ogni tanto e chiacchieravamo senza mai pensare di poter fare insieme una cosa così importante. Ho conosciuto un Antonello diverso da quello che mi aspettavo e probabilmente la stessa cosa è accaduta a lui. La nostra sintonia è rimasta forte anche se ci siamo bloccati. Ci ritroveremo insieme sul palco».

Con nuove canzoni? Ne ha scritte, in quarantena?

«No, e in un certo senso non è cambiato nulla».

In quale senso?

«Nel senso che non ho più voglia, capacità o ispirazione per scrivere una nuova canzone. Non ce l’ho in testa. Ne ho scritte tante e ovviamente ne potrei scrivere una se volessi, ma non ho quell’ansia e non mi va di scrivere cose che non mi escano fuori dall’anima».

 Qual è la spinta di una nuova canzone per lei?

«La spinta è la necessità. La scrivo perché la sento. Perché deve uscire fuori. Ma quando accade, la canzone nasce quasi da sola».

 

 

 

De Gregori attenda in linea

Massimo Gramellini | 03 luglio 2020

 

Francesco De Gregori ha raccontato di avere cercato invano di mettersi in contatto con il presidente del Consiglio (voleva ringraziarlo per una citazione di «Viva l’Italia»). Non capita spesso che un Principe si degni di chiamare un Conte. Invece il centralino di Palazzo Chigi lo ha lasciato in attesa, senza nemmeno passargli la segreteria del premier. L’idea di De Gregori trattato dalla Nuova Casta come uno stonato qualsiasi è suggestiva, ma non basta a spiegare il fenomeno del centralinismo romano, autentico presidio democratico del Paese. Nessuno sottovaluta il contributo dei centralini lombardi, veneti o lucani: chi non si è mai sentito dire «Attenda in linea» da una voce scocciata? E i centralini elettronici, benché asettici, sono altrettanto indisponenti. Però il centralinista romano in carne e ossa, nei rari habitat dove ancora sopravvive, presenta una peculiarità: la sublime indifferenza per lo status dell’interlocutore.

Rimane famoso il caso del centralinista di un quotidiano della Capitale a cui le Brigate Rosse osarono telefonare per rivendicare un attentato durante la pausa pranzo. «Un momento, sto a magnà», li rintuzzò l’eroe. «Forse non ha capito, siamo le Br». E lui, serafico: «Ho capito, mica so’ scemo. Mo’ prendo er taccuino, un po’ de pazienza». Quel giorno il terrorismo capì che non avrebbe mai fatto breccia nelle classi popolari. Quanto a De Gregori, la prossima volta che vorrà ringraziare Conte gli suggerisco di mandare un disco autografato a Casalino.

 

21 giugno Festa #senzamusica

Nella Musica lavorano in tanti, non solo i musicisti e i cantanti. La Musica fa cultura, educa, emoziona, intrattiene e, se non bastasse, produce economie importanti (il solo comparto Cultura fa il 16% del PIL), dando lavoro a decine di migliaia di persone che oggi, causa Covid, rischiano di restare a casa.

Sappiamo che ci sono delle proposte di emendamento al DL Rilancio che ci riguardano. Chiediamo che la politica non le ignori, adoperandosi al più presto per dare finalmente dignità a tutti coloro i quali lavorano per il bene della Musica.

 

 

 

“Quelli che suonano” è l’omaggio artistico di Mimmo Paladino al mondo musicale italiano: un merlo, il più musicale fra gli uccelli, in appoggio all’appello divulgato, in questo periodo di crisi mondiale, dai cantanti e musicisti a sostegno degli operatori del mondo dell’intrattenimento.

Siamo entrati nella Fase 2 e leggiMIMMO PALADINO regala una sua opera all'appello dei musicisti ...amo ovunque di normative e modalità che consentiranno una graduale ripresa delle attività produttive e commerciali. Ma non leggiamo mai di cosa accadrà ai lavoratori del mondo dell’intrattenimento.

Noi artisti che condividiamo con questi lavoratori una parte fondamentale della nostra vita e conosciamo a fondo le difficoltà che stanno attraversando, ci chiediamo come potranno reggere ad un’emergenza che diventa sempre più lunga. Cosa succederà agli eventi di questa estate e a quelli programmati nei mesi successivi? Quando potremo, tutti insieme, tornare a lavorare?

Chiediamo al Governo che a tutti i lavoratori del settore per tutta la fase di emergenza venga assicurato un trattamento economico e previdenziale dignitoso. E che si possa al più presto definire una data per la ripresa dei concerti dal vivo, nel pieno rispetto della salute del pubblico e di tutti quelli che lavorano sul palco e dietro le quinte. In ogni canzone cantata dai balconi in questi giorni c’è il lavoro di tante persone, di tanti amici. Ci rivedremo presto: in un club, in un teatro, nei palasport, negli stadi, nelle arene e nelle piazze. E quando ci rivedremo, il primo applauso sarà dedicato a loro, ai nostri costruttori di suoni, ai nostri costruttori di sogni.”

 

Dal profilo ufficiale Facebook di Francesco De Gregori

 

 

 

BRUXELLES - "L'Italia è notoriamente il Paese del bel canto: forse per questo la gente pensa che tutti possano cantare e quindi che la nostra non sia una professione vera e propria".

Così il cantautore Francesco De Gregori in un'intervista all'ANSA commenta la situazione degli artisti in questo momento di emergenza per il coronavirus.

"L'industria dello spettacolo sarà una delle ultime a riprendere le attività, per molti si prospettano mesi di sofferenza economica, a questo occorrerà mettere rimedio".

La crisi avrà impatto anche sui tecnici dello spettacolo.

"Posso solo sperare che gli innumerevoli lavoratori dell'indotto, che costituiscono la manovalanza necessaria a mettere in piedi un concerto e di cui il pubblico spesso ignora l'esistenza, possano essere protetti dalla cassa integrazione o da altri meccanismi di tutela. Le categorie meno sindacalizzate sono le meno protette. Artisti affermati hanno adottato lo smart working, mettendo in streaming concerti "one man band" fatti a casa e questo "può sicuramente servire a sollevare il morale della gente, l'arte è fatta per questo, è consolatoria! Perfino Bob Dylan, considerato non del tutto a torto scontroso ed anaffettivo verso il pubblico, ha messo in rete un suo bellissimo pezzo inedito, Murder most foul, per la gioia e la sorpresa dei suoi fan" ai tempi del coronavirus.

Il cablaggio corretto del palco (prima parte) - ROBA DA FONICIIl pensiero del cantautore va anche a tanti colleghi che vivono di piccoli concerti e adesso si trovano costretti a casa. In Italia il lavoro di musicisti non è riconosciuto come professione.

"Nei Paesi di cultura anglosassone è diverso, l'industria musicale è nata lì e quando vai a fare un concerto ti trattano come un professionista. E' così quasi dappertutto nell'Ue"

In Italia la visione che si ha dei musicisti è molto diversa:

"Mi capita di andare a una festa e sentirmi dire "dai, perché non ci canti una canzoncina?". Nessuno nella stessa situazione chiederebbe a un dentista di levargli un dente".

I musicisti stanno anche conducendo una battaglia per il recepimento della direttiva Ue sul copyright - e il riconoscimento di un compenso per le opere condivise online dalle piattaforme - che dovrebbe entrare in vigore in tutti i Paesi Ue entro marzo 2021.

"Gli autori non possono difendersi come farebbero i metalmeccanici, non possono scioperare. La loro difesa è affidata unicamente alle normative ed al loro rispetto. La direttiva Ue va in questo senso. Sarebbe bene che l'Italia la recepisse, ma non ho molte speranze: non ho visto ancora nel Parlamento una presa di coscienza del problema né una chiara volontà di risolverlo. Il diritto d'autore non ha una lobby al suo servizio. Mentre i suoi avversari sembrano assai agguerriti".

Per il cantautore il "diritto d'autore è la democrazia dell'arte. Introducendo il principio che l'autore viene remunerato direttamente dal suo pubblico (non dal mecenate), la dottrina del diritto d'autore ha voluto rendere l'artista libero di esprimersi senza condizionamenti, promuovendo così sia la sua responsabilità intellettuale che la sua autonomia creativa".

Per questo, secondo De Gregori, questo principio va difeso ad ogni costo, pur adattandolo ai cambiamenti tecnologici

"Ma senza mai considerarlo, come alcuni pretenderebbero, un'anticaglia obsoleta o un privilegio di casta".

https://www.ansa.it/

 

Serie MG - Caratteristiche - Mixer - Audio professionale ...

 

 

Ogni cosa ha il suo tempo ed oggi è ancora il tempo del dolore per chi non c’è più, delle cure ai malati e del sostegno economico, morale e organizzativo da chiedere a gran voce per tutti gli operatori sanitari che sono in prima linea e questa senza dubbio è la priorità.

Domani però, nel rispetto di tutti, dovremo ripartire e non possiamo permetterci di dimenticare qualcuno, di lasciare indietro centinaia di migliaia di lavoratori senza colpe ed oggi senza prospettive.

Non stiamo parlando per noi o di noi. Stiamo parlando di tutti i musicisti, gli autori, i dee jay, i ballerini, gli operai, i tecnici, i lavoratori specializzati, i professionisti di ogni settore dello spettacolo, i lavoratori senza cassa integrazione, i lavoratori occasionali, tutte le maestranze che lavorano nel mondo della musica e dell’intrattenimento. Stiamo parlando di chi suona la sera nei locali delle vostre città e di chi insegna musica ai vostri figli.

Non sono star, ma è gente che lavora e con quel lavoro ci paga ciò che serve per vivere. Gente che, come tutti, ha il diritto di lavorare. E che come tutti ha il diritto ad essere protetto quando, senza alcuna colpa, il lavoro e la dignità vengono messi in pericolo. Di loro, della loro angoscia e del loro disagio economico si parla pochissimo.

Il Paese si appresta a definire la Fase 2 e leggiamo ovunque di iniziative, proposte, modalità che consentiranno una graduale, difficile e doverosa ripresa delle attività produttive e commerciali. Ma non leggiamo mai di cosa accadrà ai lavoratori del mondo dell’intrattenimento.

Noi artisti che condividiamo con questi lavoratori una parte fondamentale della nostra vita e conosciamo a fondo le difficoltà che stanno attraversando, ci chiediamo:

Come potranno reggere ad una emergenza che diventa sempre più lunga? Come potranno vivere dignitosamente senza neanche la prospettiva di poter, un giorno, tornare a fare il proprio lavoro? Cosa succederà agli eventi di questa estate e a quelli programmati nei mesi successivi? Quando potranno tornare a lavorare?

Per questo attendiamo e ci auguriamo:

- che a tutti i lavoratori del settore, per tutta la fase di emergenza venga assicurato un trattamento economico e previdenziale dignitoso

- che sulla falsariga di quanto già fatto in altre nazioni, si definisca il futuro dei prossimi eventi rispettando e garantendo i diritti di tutti.

- che il Governo ascolti le varie associazioni di categoria coinvolte e possa offrire all’intero settore un’ipotesi realistica dei tempi in cui poter tornare a lavorare, con risorse concrete che consentano la ripresa delle attività in condizioni di sicurezza, per i lavoratori e per il pubblico.

Ci auguriamo infine di rivederci presto. In un club, in teatro, nei palasport, negli stadi, nelle arene e nelle piazze. E quando ci rivedremo, il primo applauso sarà dedicato a loro, ai nostri costruttori di sogni.
 

I professionisti dello spettacolo.                 

 

Francesco De Gregori torna per un giorno a trovarci e con lui si inaugurano i festeggiamenti per i novant'anni di Clint Eastwood (31 maggio), vero e proprio spirito guida di Hollywood Party, da anni una delle voci contenute nella sigla del programma.

Dai suoi ruoli più iconici, dai western ai polizieschi, fino a Richard Jewell, il suo ultimo film da regista: sarà l'occasione per ripercorrere una carriera sterminata che attraversa i generi cinematografici e le fasi più significative della storia di Hollywood, il tutto in compagnia del nostro cantautore cinefilo. 

Continueremo a festeggiare il californiano dagli occhi di ghiaccio per tutto il mese con quattro puntate del Cinema alla radio: dal 10 al 31 maggio, ogni domenica alle 19.00, un film di e con Clint Eastwood da ascoltare e ripercorrere in compagnia dei conduttori e dei loro preziosi approfondimenti.

Per la rubrica dedicata agli studi degli attori sarà ospite Massimo Wertmüller, attore che si è formato nella scuola di Gigi Proietti.

06 maggio 2020 alle 19.00

 

https://www.raiplayradio.it/audio/2020/04/HOLLYWOOD-PARTY-Francesco-De-Gregori-auguri-Clint-28590cfd-5c96-4ea7-afcb-aace9503a455.html

 

 

 

 

“Il Papa mette le canzoni accanto a letteratura e cinema. Non è scontato”

Intervistato da L’Osservatore Romano, il cantautore commenta il Messaggio di Bergoglio per la Giornata delle Comunicazioni sociali. «Oggi si narra meno di una volta. Si fanno vedere foto sul cellulare, ma non “raccontano” molto. Succede quando una tecnologia viene abusata»

  

CITTÀ DEL VATICANO. Oggi si racconta «meno di una volta. Si fanno vedere delle foto sul cellulare e di solito quelle foto non “raccontano” molto». Questo succede quando una tecnologia «viene abusata anziché usata correttamente, quando invade un altro campo, quando stimola la nostra pigrizia invece della nostra creatività». È la riflessione che Francesco De Gregori consegna ad Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, in un colloquio pubblicato nell’edizione di domani, 6 marzo (uscita, come da consuetudine del quotidiano d’Oltretevere, nel pomeriggio precedente). Il cantautore romano commenta le parole di papa Francesco nel recente Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, in cui sottolinea la necessità della narrazione, e, ricorda Monda, «che ci sia chi abbia la capacità e il coraggio di raccontare storie buone, perchè altrimenti prevarrebbe lo smarrimento, il disorientamento, la resa al dominio della chiacchiera e delle narrazioni false e negative, manipolative e scoraggianti».

De Gregori è rimasto «molto colpito» dalle meditazioni del Pontefice, a partire da «una cosa piccola piccola: il fatto che egli non abbia nessun problema a mettere accanto alla letteratura e al cinema anche le canzoni. Questo non è affatto scontato».

 Allo stesso tempo, De Gregori rivela a Monda di non credere molto «nelle canzoni “edificanti” nel senso banale del termine, come non ho mai creduto nelle canzoni “impegnate”». E non è detto che, «perché una narrazione sia “buona”, il bene debba necessariamente trionfare sul male, non sempre il lieto fine è obbligatorio, plausibile o sopportabile».

 Infatti, ricorda Monda, nello stesso Messaggio il Papa precisa che «“storie buone” non vuol dire prive del racconto del male, tutt'altro, ma che “Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio”».

 Poi, lo sguardo cade sulle epocali trasformazioni che hanno investito le società odierne, in particolare nell’ambito delle comunicazioni. Per De Gregori «oggi si racconta meno di una volta: non si raccontano più le vacanze, il matrimonio della cugina, la nascita di un bambino». Invece «si fanno vedere delle foto sul cellulare e di solito quelle foto non “raccontano” molto. Quando mi capita di vederle, immagino delle vacanze finite male, dei matrimoni destinati a non durare, dei bambini che diventeranno un po’ antipatici». Questo succede quando una tecnologia «viene abusata anziché usata correttamente - denuncia l’artista romano - quando invade un altro campo, quando stimola la nostra pigrizia invece della nostra creatività». Quando il bello del narrare e dell’ascoltare «viene rimosso in nome di una pretesa velocità o semplicità nella comunicazione che spesso sono il contrario della verità», rincara.

 Scrive Jorge Mario Bergoglio che «l’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli». È il passaggio che ha coinvolto da subito De Gregori: «È difficile che le canzoni sono considerate cultura, raramente ciò che “raccontano” le canzoni viene invitato alla stessa tavola delle arti cosiddette “maggiori». D’altra parte la Chiesa «è stata spesso anticipatrice di atteggiamenti e di aperture analoghe. Pochi giorni fa ho visitato i Musei Vaticani e lungo il corridoio dei candelabri, ho ammirato sul soffitto un bellissimo affresco della fine dell'800 dedicato alle arti e fra queste è compresa, seppure collocata ai piedi delle consorelle, anche la fotografia, incredibile! ben prima che questa venisse riconosciuta come un’espressione artistica e narrativa autonoma». Nell’affresco una «primitiva macchina fotografica, una semplice cassetta con un rudimentale obiettivo, sicuramente una delle prime mai sperimentate, è raffigurata accanto ad un telaio. L’arte della narrazione accanto a quella della tessitura quindi. Ambedue raccontano. Un unico  “testo”, come dice il Papa, avvolge l’uomo e coinvolge l’umanità».

 Come evidenzia Monda, dei tre requisiti che papa Francesco indica come proprietà fondamentali delle storie di cui ha bisogno l'umanità, il vero, il bello, il buono, è il primo quello che più attrae il cantautore: «Il Papa parla di racconti belli, racconti veri e buoni, forse è un modo di dire che debbano non solo essere belli esteticamente ma avere a che fare direttamente, concretamente, con la vita, essere capaci di trasformarla. Il punto è che la vita, e questi tre aspetti fondamentali di essa, sono un po' come il poligono e il mal di denti di cui parla Borges: solo il primo è chiaramente definibile, mentre il bello, il vero e il buono sono tre concetti difficili da definire, somigliano piuttosto al mal di denti di cui tutti abbiamo esperienza ma che sfugge ad una descrizione precisa». Gli sembra però che «nel “vero” possano rientrare anche gli altri due, senza troppe forzature. Per chi produce racconti, per chi tesse la trama sia del reale che dell’immaginario, per chi se ne lascia vestire ascoltando, leggendo, abitando una grande casa comune. È la verità che informa il lavoro dell’artista, se l’artista è un artista onesto (non necessariamente un “grande artista”)».

De Gregori vuole puntualizzare che la verità per lui «non è soluzione ma ricerca e ispirazione continua. “State contenti, umana gente, al quia”: non possiamo sapere tutto, avverte Dante, se non rimandando la nostra legittima esplorazione di noi stessi e del mondo a qualcosa che ci trascende e ci sfugge in continuazione, che possiamo intuire e fare nostra solo con una atto di fiducia, se non di fede, in una verità che è sempre un passo più avanti di noi».

Allora, si domanda, «che forma devono avere dunque un racconto e una bibliografia del mondo che siano veri e buoni e belli ma che non rinuncino alla descrizione del male e del fallimento così presenti nella storia degli uomini? Come non commettere falsa testimonianza? Qual è la responsabilità dell’artista, dell’editore, dell’ingegnere? Come distinguere il vero dal fake? Come collocare in una stessa biblioteca il Vangelo e Mein Kampf? E come percorrere le sale di questa biblioteca senza smarrirsi?». Forse la risposta a tutte queste domande «è confusa nel vento, come dice Dylan, ma basta sapere ascoltare per orientarci, per scegliere cosa raccontare, cosa leggere e come vivere da arbitri di noi stessi».

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/03/05/news/de-gregori-il-papa-mette-le-canzoni-accanto-a-letteratura-e-cinema-non-e-scontato-1.38554679/amp/?fbclid=IwAR2p1pkanAYRnB3RUhg0b2JrgRhxdszGxz_HYRRMPYm1T1ET3jZnJSERSNI

 

 

 

 

 

Conclusa con successo di critica e di pubblico ‘La Settimana Pacifica’

E’ stato un vero successo di critica e di pubblico ‘La settimana Pacifica’ di Luigi De Crescenzo, in arte Pacifico, che dal 2 all’8 dicembre è andata in scena al Teatro dei Filodrammatici di Milano.

Nel corso de ‘La settimana Pacifica’, il cantautore milanese ha voluto sul palco Malika Ayane lunedì 2 dicembre, Samuele Bersani il 3 dicembre, Gianna Nannini il 4, Francesco De Gregori il 5, Giuliano Sangiorgi il 6, Francesco Bianconi il 7 e Neri Marcorè l’8 dicembre. Con loro Pacifico ha condiviso momenti di musica e parole, creato un’atmosfera intima e accogliente ed emozionato ogni sera il pubblico.

Con la sua particolare formula della ‘descrizione dell’artista‘, Pacifico ha anche rivestito il ruolo di narratore e intrattenitore, curiosando nelle vite dei suoi ospiti con fatti e aneddoti mai raccontati.

Per tutta la settimana Pacifico ha accolto sul palco anche Luca Zaffaroni, un cameriere milanese diventato l’incarnazione del brano ‘Il cameriere anziano’: Zaffaroni, 71 anni e 60 di esperienza nelle sale dei ristoranti e degli hotel più famosi al mondo (tra cui l’Hotel Michelangelo a Milano), ha raccontato la sua lunga carriera e le incredibili esperienze vissute nel corso della sua vita.

Nella serata di venerdì, inoltre, è salita a sorpresa sul palco la compagna di Pacifico, Cristina Marocco, con la quale ha duettato sulle note de ‘L’ora meravigliosa’, definita da entrambi la loro canzone.

Pacifico è stato accompagnato dai musicisti Carlo Gaudiello (piano), Francesco Arcuri (polistrumentista) e Simona Severini (chitarra e voce). Il 6 e il 7 dicembre ad accompagnare il cantautore sul palco anche Frey (in sostituzione di Simona Severini).

https://www.ilmohicano.it/2019/12/09/conclusa-con-successo-di-critica-e-di-pubblico-la-settimana-pacifica/

 

Antonello Venditti e Francesco De Gregori con "Bomba o non bomba" e "La storia siamo noi" si sono esibiti sul palco di X Factor 2019, durante la quinta puntata dedicata agli inediti. I due cantautori tra gli applausi del pubblico e l'apprezzamento sui social hanno dato un annuncio importante: «È un’idea che ci è venuta qualche giorno fa - ha detto De Gregori - faremo un concerto all'Olimpico a Roma il 5 settembre». Antonello Venditti e Francesco De Gregori in concerto a Roma a settembre

Un ritorno alle origini per entrambi perchè l’esordio musicale di Venditti e De Gregori avvenne nel 1972 con Theorius Campus, il primo e unico album del duo, dove vennero pubblicate alcune pietre miliari della musica italiana come "Roma Capoccia", "Ciao Uomo".

L'album riscosse scarso successo, tuttavia tra i pochi compratori figura un giovanissimo Luciano Ligabue:«A dodici anni ho capito che c'era qualcuno che poteva fare le canzoni in modo diverso, erano i cantautori. In particolare Theorius Campus di Venditti e De Gregori ha cambiato la mia percezione».

Giovedì 21 Novembre 2019, 22:59

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Il Principe che fa il suo dovere di buon cittadino nei pressi diu casa sua a Roma

 

 

De Gregori: rabbia non mi è mai appartenuta, cambiare è bello

Firenze, 23 nov 2019 . (askanews)

 

Più che uno dei più amati cantautori di sempre sembra un turista, quel signore placido che gironzola per piazza della Signoria, a Firenze, fumandosi una sigaretta. Pronto a concedere una parola e anche una foto perchè "no, dai, non è vero che ho un brutto carattere".

Francesco De Gregori è l'ospite che chiude la Festa del Foglio a Palazzo Vecchio, 'confessandosi', in una intervista con Annalena Benini, tra passato e presente. Senza cedere alla nostalgia, mai.

"Non c'è da rimpiangere gli ideologismi del passato, degli anni '70, quando io ho cominciato a cantare - dice Ma un po' più di ideali oggi non guasterebbero".

"No, non mi manca il passato, si cambia ed è bello cambiare". "Io non capisco - riprende - chi resta aggrappato a uno scoglio perchè è stato la sua ancora per 30, 40 o 50 anni. Per fortuna si cambia, affrontando le rivoluzioni che si susseguono nella vita sociale, politica e culturale ed anche musicale, come nel mio caso".

La rabbia? "La parola rabbia non mi è mai piaciuta e non mi appartiene. Ho cercato sempre di fare analisi su ciò che accadeva attorno a me, anche negli anni '70, anni molto ideologizzati e di forti contrapposizioni, che oggi sono archeologia, e in cui l'indignazione era molto forte". La festa del Foglio è dedicata all'ottimismo...

"Non so se sono ottimista, ho scritto anche canzoni un po' catastrofiste... Mi chiedo: possiamo permetterci oggi di essere ottimisti? Non lo so francamente... Potrei cavarmela ricorrendo al famoso 'ottimismo della volontà', ma in fondo che cos'è, che cosa vuol dire? Preferisco non dare risposte".

Ma un invito De Gregori lo lancia: "Semmai cerchiamo tutti di essere dialoganti e meno criminalizzanti verso i nostri avversari, verso chi la pensa diversamente da noi... Sarebbe già un buon inizio per il presente".

Intanto, il 5 settembre allo Stadio Olimpico di Roma, dopo quasi mezzo secolo, De Gregori tornerà a cantare insieme ad Antonello Venditti: "Con Antonello per un certo verso è un ritorno al passato, a tempi archeologici, ma torniamo per fare un concerto vitale, per far sentire cosa cantano oggi due musicisti quasi settantenni", conclude.

 

 

Il cantautore e autore Pacifico festeggia la sua lunga carriera al Teatro Filodrammatici di Milano con una Settimana Pacifica. Sette concerti con sette ospiti speciali, da lunedì 2 a domenica 8 dicembre. Ospite nella serata di giovedì 5 dicembre 2019 il Principe Francesco De Gregori.

 

 

Abu Dhabi - Metti una sera a cena, un poeta prestato alla musica e due campioni del mondo che ormai qualche decennio fa fecero sognare un Paese intero. In un campo neutro che più neutro non si può, Abu Dhabi, Emirati Arabi, campus universitario della New York University. Francesco De Gregori sta seduto al centro fra Marco Tardelli e Paolo “Pablito” Rossi. Professori nemmeno tanto per caso di un migliaio di studenti provenienti da tutto il mondo con un grande sogno, diventare ambasciatori e cambiare il mondo. Si parla di calcio e disciplina, business e poesia, odio e tolleranza. Ma il discorso non può che scivolare indietro nel tempo e tornare a quella torrida estate spagnola del 1982 in cui un gruppo di calciatori italiani, contro tutto e tutti, riportò a casa una Coppa del mondo che mancava da quasi mezzo secolo.

 “Voi non lo sapete, ma questi due mi hanno salvato la carriera - scherza Francesco De Gregori - Soltanto un paio di mesi prima era uscito uno dei miei pezzi più conosciuti, La leva calcistica del ‘68, quella di ‘Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore’. Provate a immaginare come mi sono sentito quando nella finale dei Mondiali contro la Germania, Cabrini ha mandato fuori quel penalty. Poi si chiama pure Antonio, quasi Nino... Ho temuto di passare per jettatore, sono stati minuti d’inferno. Poi Rossi e Tardelli hanno messo tutto a posto e io voglio ringraziarli pubblicamente dopo 37 anni. Oh, chiedetemi qualsiasi cosa, sono in debito con voi, anche se siete della Juve e per me romanista sfegatato non è poi cosi facile”.

E i due campioni di Spagna ‘82 non se lo sono fatto ripetere due volte: “Noi un sogno lo avremmo, ma devi avere un bel coraggio: ci fai cantare con te in concerto?”. Forse Francesco non se l’aspettava, ma ormai... Tra l’altro per Paolo Rossi non è nemmeno una novità. Lui in carriera vanta persino un 45 giri inciso negli anni d’oro. Si intitola 'La domenica alle tre' e per i più temerari c’è una versione assai vintage su Youtube. E così ieri sera, davanti a oltre mille giovani della New York University di Abu Dhabi, l’inedito trio De Gregori-Tardelli-Rossi ha scatenato la standing ovation: “Ho scelto 'La storia siamo noi', un pezzo che sembra scritto apposta per loro che la storia l’hanno fatta davvero” ha spiegato il cantautore romano.

A cena, tra una battuta e l’altra - “La tua fortuna, caro Paolo, è che stavi alla Juve, segnavi sempre in fuorigioco” attacca il romanista De Gregori - si parla anche di calcio di ieri e quello assai più patinato di oggi: “Faccio solo un esempio - spiega Rossi - e penso al mio Vicenza. Il nostro allenatore è Mimmo Di Carlo, con lui è arrivato uno staff di 7 persone. Sette, e siamo in serie C. Ai nostri tempi c’era il mister e basta, a volte nemmeno il vice. Ora c’è il motivatore, il tattico, chi guarda le partite dall’alto, chi con un occhio solo. Ok, scherzo, ma dove è finito il romanticismo di un tempo?”{}

 “Troppi soldi, troppa tv. Ma forse siamo noi che invecchiamo”, riprende Tardelli. Oggi a 13 anni i ragazzini hanno già il procuratore, io a quell’età correvo da un autobus all’altro per allenarmi dopo la scuola. Tornavo a casa stravolto e mio padre controllava che avessi pure fatto i compiti. Per noi il calcio era una passione che poi, soltanto poi, è diventata una professione. Oggi la passione mi pare sia passata in secondo piano. Ed è un peccato”.

 “Però non è che il calcio sia tanto male - interviene De Gregori - Io mi diverto ancora a guardare le partite”. “Pure quella di ieri della Roma?” affonda Pablito alludendo alla sconfitta col Borussia in Europa League. “Un assist così nemmeno io riuscivo a farglielo” ride Tardelli. “Niente, passano gli anni ma restate juventini dentro”, commenta laconico Francesco.

Il più divertito di tutti è Claudio Corbino, presidente dell’Associazione Diplomatici che ha organizzato la spedizione negli Emirati degli aspiranti ambasciatori, in vista dell’appuntamento di marzo all’Onu di New York dove la stella sarà l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: “Sono juventino ma adoro De Gregori. Mi tocca dare ragione a tutti...”.

Pausa sigaretta, un bicchiere di coca (qui il vino è off-limits), ma il juke box dei ricordi alla fine torna sempre lì, a quell’estate del 1982 che ha inevitabilmente segnato la vita di Tardelli e Rossi. “Ma davvero Bearzot e Pertini erano amici?” chiede il cantante. “Forse amici è troppo, ma sicuramente erano esattamente cosi come li vedevate dall’esterno - spiega Rossi - Veri, anche duri, ma reali. Poi, ovviamente io posso parlare soprattutto del mister. Gli devo tutto, venivo da una squalifica di due anni, mi ha difeso anche dopo le prime partite deludenti, un altro magari avrebbe ceduto alle pressioni della piazza. Per fortuna mi ha tenuto in campo, mi pare che contro Brasile, Polonia e Germania qualcosina di buono sono riuscito a farla”.

Qualcosina, sei reti, titolo mondiale e capocannoniere di quella edizione. “Però il gol piu bello è il mio” scherza Tardelli. E non ha nemmeno tutti i torti, visto che la foto di quell’urlo del 2-0 alla Germania qualcuno ce l’ha ancora appesa in camera. Finisce con un inedito De Gregori che intona l’osteria dei magnaccioni, quasi a esorcizzare la mancanza di alcol che proprio non avrebbe guastato. Pazienza, per questa notte il carico di emozioni è sufficiente. Appuntamento al tour di primavera, senza campioni del mondo. Anche se non si sa mai.

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Carlo Verdelli

https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2019/11/08/news/de_gregori_tra_rossi_e_tardelli_la_storia_siamo_noi_-240635786/

 

 

 

 

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Anticipato dal primo singolo "Freedom", domani, venerdi' 8 novembre, esce in tutto il mondo "D.O.C." (Polydor/Universal Music), il nuovo disco di inediti di Zucchero "Sugar" Fornaciari.

L'album e' disponibile in 3 versioni: cd, doppio vinile e in una versione doppio vinile speciale color arancio (edizione limitata in esclusiva per Amazon).

Prodotto da Don Was e Zucchero con Max Marcolini, "D.O.C." e' stato "concepito" dall'artista a Pontremoli nella sua Lunisiana Soul e registrato tra Los Angeles e San Francisco.

Autore di quasi tutti i brani, Zucchero per la scrittura di alcune tracce dell'album ha collaborato con Francesco De Gregori (in "Tempo al Tempo"), Davide Van De Sfroos (in "Testa o Croce"), Pasquale Panella e Daniel Vuletic (in "La canzone che se ne va"), Rory Graham (noto come Rag'n'Bone Man), Steve Robson e Martin Brammer (in "Freedom"), F. Anthony White (noto come Eg White) e Mo Jamil Adeniran (in "Vittime del Cool") e l'artista scandinava Frida Sundemo (in "Cose che gia' sai"). (ITALPRESS).

 

 

 

TRICARICO - A MILANO NON C'E' IL MARE (FEAT FRANCESCO DE GREGORI)

 

De Gregori incanta la Rotonda, De Piscopo la fa ballare

5 Ottobre 2019 -  Angelo Di Leohttps://www.iltitanic.com/2019/taranto19.jpg

Francesco De Gregori che canta di Nino e del suo calcio di rigore sulla Rotonda del lungomare di Taranto (guarda) nella prima vera serata d’autunno, davanti a migliaia di persone che lo accompagnano, segna forse uno dei punti artistici più alti del 2019 qui sui Due Mari.

E poi Tullio De Piscopo, che sembra lo stesso di quel concertone a Maricento nell’estate 1982 (guarda), “portatore sano di musica” per dirla con Peppe Vessicchio, mattatore della serata con la sua bacchetta e quella faccia che sembra strappata alla vecchia mille lire, per dirla con Checco Zalone.

Un bella serata di musica, ieri a Taranto, voluta da Francesco Pugliese, tarantinissimo amministratore delegato di Conad e ieri circondato sul palco anche dai ragazzi del Cus Jonico Basket che oggi cominciano l’avventura in C gold. Quindi, Massimo Cimaglia e il suo monologo su Taranto e i tarantini… da applausi anche lui. E anche questa non è una novità. Ben arrangiati, da maestri e piccoli orchestrali, gli omaggi a Pino Daniele e Morricone. Sonorità care al pubblico di qualsiasi generazione.  Patrimonio della cultura contemporanea italiana.

(Foto. A. Castellaneta)

https://www.laringhiera.net/de-gregori-incanta-la-rotonda-de-piscopo-la-fa-ballare/