De Gregori cantaNapoli: «È bellissima, dovrebbe essere la capitale d'Italia»

Un programma speciale dedicato alla vita del cantautore romano che racconta la sua dimensione privata ripercorrendo il tour invernale 2017 tra i club d’Europa, degli Stati Uniti e i Real World Studios di Bath in Inghilterra. Nel doc l’amico filmaker e fotografo Daniele Barraco mostra un De Gregori in totale libertà, senza schemi, ironico e inconsueto.

A un certo punto, a New York, in un'auto che lo porta alla sala concerti, De Gregori scopre che l'autista è di origini napoletane e si lascia andare al suo pensiero. Romantica anche la spiegazione che lo stesso De Gregori dà sull’idea di cantare insieme con la moglie il capolavoro napoletano «Anema e core». «Per festeggiare un compleanno siamo stati a Napoli in un ristorante, da Zi' Teresa» ha spiegato l'autore di «Generale» e di tante altre canzoni indimenticabili. «Avevo intenzione di chiedere al posteggiatore di cantare "Anema e core". Quella sera lui non c’era e allora l’abbiamo fatta noi. È venuta bene e così ho pensato di metterla nel concerto. Io e mia moglie cantiamo spesso assieme, lei suona anche la chitarra. Mi piace il suono delle nostre voci insieme».

https://www.ilmattino.it/societa/persone/napoli_capitale_italia_de_gregori-4148697.html

 

 

 

 

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La quinta edizione del “Change the World – Emirates”, sarà impreziosita dalla presenza straordinaria di Francesco De Gregori, special guest dell’evento.

Il grande artista, tra i più apprezzati e celebrati nel panorama musicale italiano e internazionale, chiuderà la conferenza con un concerto, riservato ai partecipanti del CWMUN, sabato 10 novembre presso l’auditorium della New York University.

 Il Change the World Model UN Emirates rappresenta la prima tappa del CWMUN World Program 2019. Il gioco di simulazione ed i suoi meccanismi non differiscono rispetto a quelli dei tradizionali eventi di Diplomatici, ma la favolosa location nella quale si mescolano tradizioni millenarie con lo sfarzo metropolitano, e la suggestiva atmosfera interculturale, conferiscono al Change the World Model UN Emirates il valore di un’esperienza ancor più eccezionale.

 La struttura scelta per il Change the World Model UN Emirates è il Campus della New York University ad Abu Dhabi, location perfetta per ospitare la conferenza internazionale alla quale parteciperanno centinaia studenti delle scuole superiori ed universitari di tutto il mondo.

 Anche in questo caso, l’aspetto formativo è posto al centro dell’esperienza. Gli studenti dovranno infatti confrontarsi con topics inerenti il disarmo, le sfide globali e le minacce alla pace che interessano l’intera comunità internazionale, le misure di prevenzione contro il terrorismo internazionale, la cooperazione internazionale in materia di sviluppo, la prevenzione dei conflitti ed il peace-keeping.

 Il CWMUN Emirates 2018 si svolge in collaborazione con la New York University di Abu Dhabi, e sarà supportato, come già accaduto per tutte le precedenti edizioni della Conferenza, dall’Ambasciata d’Italia presso Abu Dhabi e dal Consolato Generale d’Italia a Dubai.

http://www.diplomatici.it/change-the-world-model-un-emirates/?fbclid=IwAR1lNm416SAnIis-X6IZA6TPT1c7H6zfU-41qkTn-n81j13yexlROqIoXmM

 

 

 

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Francesco De Gregori e Mimmo Paladino insieme per una “Anema e core” in 99 copie in vinile

 Redazione Vinile 6 settembre 2018

“Ci piace definire questa opera una edizione d’arte anche perché la parola arte riguarda tutti e due, seppure in modo diverso” ha detto il cantautore romano, che canta il classico napoletano insieme alla moglie

Due protagonisti dell’arte italiana, Mimmo Paladino e Francesco De Gregori, si sono uniti per offrire in un’edizione a tiratura limitata in vinile il nuovo progetto del cantautore romano, il brano “Anema e Core”, cantato insieme alla moglie Alessandra “Chicca” Gobbi, in uscita il 26 ottobre e disponibile in pre-order da venerdì 7 settembre in esclusiva sui siti di IBS.it e LaFeltrinelli.it

De Gregori si tuffa per la prima volta insieme alla moglie nelle meraviglie della lingua napoletana per raccontare in una canzone senza tempo il respiro e la passione d’amore. Mimmo Paladino li rappresenta sulla copertina di questo vinile come due semplici profili che si fronteggiano, misteriosamente complici ed antagonisti, in una preziosa xilografia firmata e numerata in 99 copie e realizzata negli storici laboratori dei Fratelli Bulla di Roma.

“Anema e Core” è dunque un lavoro a quattro mani, un’opportunità, un gioco, una sfida: “Ci piace definire questa opera una “edizione d’arte” – ha detto De Gregori – anche perché la parola “arte” riguarda tutti e due, seppure in modo diverso. Il vinile è materia, come materia sono i colori, la carta, il linoleum. Ma così come un pezzo di vinile può girare su se stesso e raccontare qualcosa del mondo così i colori, che pure hanno un tono e una frequenza, possono vibrare di volta in volta in ogni diversa e inedita partitura. Mi raccontava una volta Mimmo di quando in tempi ormai abbastanza lontani lavorava ascoltando alla radio la musica dei cantautori e li sentiva in qualche modo suoi compagni di viaggio e di avventura. Forse anche da qui la motivazione, o meglio, la necessità di questo incontro, la sua rarità, la sua semplicità, la sua bellezza”.

“La musica per un pittore ha la forma dell’acqua – sottolinea Paladino – fluida e mutevole, eterea e geometrica. Con Francesco abbiamo giocato all’antico molto serio gioco dell’arte: pagine variopinte, colle e torchi, alchimie di appunti poetici e voci cantanti forse di una notte a Capri”.

http://stonemusic.it/11592/francesco-de-gregori-e-mimmo-paladino-insieme-per-una-anema-e-core-in-99-copie-in-vinile/

 

 

 

 

 

  "Dopo tanti anni passati a fare questo mestiere viene voglia di 'sporcarsi' le mani con arti diverse dalle musica". A raccontare è Francesco De Gregori, che così ha riassunto l'idea alla base del nuovo progetto 'Anema e core', firmato a quattro mani assieme a Mimmo Paladino, pittore, scultore e incisore di fama mondiale. Dall'incontro tra i due artisti, curiosi di esplorare territori esterni a quelli normalmente frequentati, è nata quella che il cantautore romano ha definito come una edizione d'arte ("e per caritRisultati immagini per de gregori moglie anema e coreà non chiamatelo cofanetto" ha aggiunto) in cui la xilografia originale di Mimmo Paladino fa da contenitore ad una seconda opera d'arte, il vinile 10" con due versioni (acustica ed orchestrale) della canzone 'Anema e core', titolo tradizionale della cultura musicale napoletana, cantata da De Gregori e dalla moglie Chicca che per registrare sono andati in Inghilterra, a Bath, nei Real World Studios di Peter Gabriel.

 "Io e Mimmo siamo amici da tanto - ha detto sempre il cantautore - e quando abbiamo cominciato a pensare di fare qualcosa insieme, abbiamo convenuto che non poteva trattarsi solamente di una copertina, che poi sarebbe stata stampata in modo industriale e cioè male". Così è stato che i due hanno deciso di pubblicare l'opera in 99 esemplari esclusivi (numerati e firmati da Paladino e da Francesco e Chicca De Gregori) dedicati agli amanti dell'arte e ai collezionisti. Per il mese prossimo, invece, dello stesso progetto sarà pubblicata anche un'edizione 'commerciale', sempre numerata e distribuita in cinquecento copie, ma con una copertina differente. "In un mestiere come il mio - ha detto De Gregori - dove si lavora spesso in base alla prevedibilità del mercato discografico, interpretata a torto come garanzia, è importante buttare anche il cuore oltre l'ostacolo". La xilografia è stata realizzata in una storica stamperia romana, quella dei Fratelli Bulla, tra carta, torchi e colla e in un ambiente molto lontano dal concetto di musica e arte digitale. "Paladino è una sorta di Virgilio - ha detto De Gregori - da cui io, nei panni di un Dante, mi faccio condurre in un viaggio attraverso l'arte. Dovessi rinascere forse farei il pittore, ma non potendolo fare in questa vita, chissà che il percorso con Mimmo non ci porti altrove ancora".

 

 

 

 

 

La festa per i settant'anni di Don Cosimo Scordato con Francesco De Gregori

Alessia Rotolo - 1 ottobre 2018

 

Festa a sorpresa per Don Cosimo: a Palermo per lui anche Francesco De Gregori

Vera istituzione del quartiere Albergheria, Don Cosimo Scordato si è dimostrato un avanguardista in molte occasioni, dalla lotta alla mafia alle coppie omosessuali.

Don Cosimo Scordato è rettore della chiesa di San Saverio e San Giovanni Decollato dal 1985, all'Albergheria è un'istituzione (e non solo) e la comunità di fedeli si estende e si allarga ben oltre i confini del quartiere di appartenenza.

Ha festeggiato i suoi settant'anni e per l'occasione è stata organizzata una festa a sorpresa proprio nella chiesa di San Giovanni Decollato, con più di duecento persone.

Tra questi anche un ospite molto famoso e suo amico da diversi anni: il cantautore Francesco De Gregori. Insieme ai due c'era anche Monsignor Galatino, presidente della CEI fino alla settimana scorsa.

Tutti e tre hanno intavolato una discussione: una sorta di lectio magistalis sui testi di alcune canzoni di cantautori italiani che parlano di Dio, un tema molto caro a Padre Scordato che ha scritto anche delle dispense su questo argomento.

Alla fine dell'incontro, partecipato e molto sentito, c'è stato un brindisi e i fedeli gli hanno regalo un'armonica.

Don Cosimo Scordato è da sempre un simbolo per Palermo, tantissime sono state le battaglie che si è intestato e che ha portato avanti.

Ha fondato nel 1988 il Centro Sociale San Saverio attivo ancora oggi come oratorio che da un posto ai ragazzi del quartiere per giocare e per studiare il pomeriggio.

Ha ospitato l'attore Franco Scaldati e la sua compagnia per diversi anni quando l'attore non aveva un posto in cui potere provare. Si è battuto contro il fenomeno della pedofilia all'Albergheria che vent'anni fa colpì il quartiere.

Aprì le porte della sua chiesa alle ragazze del Telefono Azzurro di Palermo quando scioperarono per la chiusura della sede nel capoluogo isolano, "l'occupazione" durò circa un mese e si concluse con un nulla di fatto, perché la sede chiuse ugualmente ma lui fu sempre, durante tutto il periodo, al fianco delle ragazze.

Due anni fa ha benedetto e presentato la prima coppia lesbica che si è iscritta al registro delle unioni civili a Palermo alla sua comunità.

È molto vicino all'associazione Libera e a Don Ciotti. Quando si è insediato l'ultimo governo regionale e Gianfranco Micciché annunciò che come primo atto d'indirizzo non si sarebbero toccati gli stipendi lui si indignò e scrisse una lettera pubblica che lo portò come ospite negli studi di Rai uno.

Un esempio che ha conquistato molti, da tutta Palermo vengono a seguire la sua messa e la sua omelia domenicale, mai scontata, mai banale, che arricchisce dando speranza a molti, insospettabili, fedeli.

 https://www.balarm.it/news/festa-a-sorpresa-per-don-cosimo-a-palermo-per-lui-anche-francesco-de-gregori-21659

 

Palermo, anche De Gregori canta "Tanti auguri a te" a don Scordato

Una festa a sorpresa, a Palermo, per i 70 anni di don Cosimo Scordato, rettore di San Francesco Saverio all’Albergheria. L’hanno organizzata gli amici del sacerdote, nella chiesa di San Giovanni Decollato, accanto alla questura. Ospite d’onore della serata Francesco De Gregori, che da anni conosce e frequenta il prete palermitano. Alla fine dell’incontro, il coro e tutti i presenti hanno intonato insieme “tanti auguri a te”. Con una sorpresa nella sorpresa: nel finale, le note di “Viva l’Italia” di De Gregori. Che prima ha diretto il coro e poi si è alzato in piedi per applaudire.

https://video.repubblica.it/edizione/palermo/palermo-anche-de-gregori-canta-tanti-auguri-a-te-a-don-scordato/315635/316267

 

Venditti trova De Gregori sotto il segno dei pesci: "Noi come Bartali e Coppi"

All'Arena di Verona oltre tre ore di concerto.

Paolo Giordano - Mar, 25/09/18

 

Quarant'anni e risentirli. Ha impiegato poco Antonello Venditti, l'altra sera all'Arena di Verona, a ritrovare le atmosfere di Sotto il segno dei pesci, il disco che gli ha cambiato la carriera e che ha accompagnato i nostri tempi più cupi: uscito quarant'anni fa nel giorno del suo compleanno, l'8 marzo del 1978, arrivò otto giorni prima del sequestro di Aldo Moro rimanendo in testa alla classifica per gran parte dei 55 giorni di prigionia dello statista.

Essendo uno dei cento dischi più belli della nostra storia (Rolling Stone dixit), Venditti lo ha celebrato con un concerto emotivamente intenso anche se tecnicamente pedinato da disguidi e obiettivamente un tantino lungo (una maratona da tre ore e quaranta fino all'una di notte, compreso un faticoso collegamento con Totti ospite di Fazio a Che tempo che fa). «Con questo concerto ho riunito le generazioni, sotto il palco c'erano tutti, dai miei coetanei ai loro nipoti» ha spiegato a notte fonda fumando l'ennesima sigaretta. Riascoltandole dal vivo, le canzoni di Sotto il segno dei pesci ripubblicate con inedito e brani live, suonate all'Arena quasi per intero ma affiancate comunque da classici come Alta marea, sono la cartina al tornasole di quanto siano cambiati i tempi: «Quando mi chiedevano se ero comunista, rispondevo di leggersi il testo di Compagno di scuola, specialmente nei versi finali, quelli di Compagno di scuola, compagno per niente/ ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?». Dopotutto i temi e i dibattiti erano quelli e ciò che oggi è un sogno (il posto fisso) allora era considerato soprattutto una resa alla borghesia.

Altra epoca.

«Sono considerato solo quello di Roma capoccia o Grazie Roma, ma per certi versi anche in Sotto il segno dei Pesci sono stato un visionario: ad esempio in Bomba non bomba, avevo previsto anche Renzi». E, quando lo ha cantato con Francesco De Gregori in una Arena strapiena e mai stanca nonostante il concerto extralarge, non soltanto si sono riuniti due amici sul palco dopo decenni e qualche screzio, ma è stata la reunion di una parte decisiva del nostro cantautorato anni Settanta, quello impegnato, quello evidentemente arrossito dalla politica: «Per me il comunismo è una cosa semplice: portare le persone che stanno peggio a stare meglio», spiega un po' troppo sbrigativamente prima di tornare indietro nel tempo e parlare del suo amico fin dal Folk Studio: «Tra Francesco e me non è successo niente di che, solo qualche problemino scatenato dalla retorica di qualche giornalista classista. Eravamo come Bartali e Coppi (anche se lui dice Moser, ma è un lapsus - ndr) o come i Beatles e Rolling Stones: a qualcuno faceva comodo la nostra rivalità. Ora lui è un vecchio ma nuovo amico, prima eravamo più inconsapevoli e meno felici».

E, nonostante qualche benevola frecciatina del «Principe» («Io ai miei concerti parlo di meno»), il loro è stato un incontro al vertice soprattutto in Roma capoccia, davvero emozionante con un De Gregori strepitoso che, sotto sotto, ha rivissuto anch'egli le emozioni di quel tempo.

In fondo nel 1978 Sotto il segno dei pesci è stato il disco più venduto in assoluto, ancora più di Una donna per amico di Lucio Battisti (pubblicato però a ottobre) e quello che con brani come Chen il cinese (sulla droga) o Il telegiornale (per certi versi ancora attuale) ha davvero fissato i paletti di un cantautorato ormai remoto ma allora decisivo. Forse il contrasto epocale si è sublimato nel duetto più spiazzante ma riuscito della serata: quello con Ermal Meta. Per capirci, prima hanno cantato insieme una ariosa ed emozionante Che fantastica storia è la vita e poi quella Caro Antonello che Ermal Meta ha dedicato proprio a lui nell'ultimo album Non abbiamo armi.

Alla fine, esausto ma ancora sotto l'effetto dell'«unica droga che uso, ossia l'adrenalina», Venditti (che tornerà con un disco nuovo nel 2019) ha dato, forse senza volerlo, l'immagine di come anche l'attenzione del pubblico sia cambiata rispetto a quarant'anni fa: «In platea ho visto meno telefonini del solito impegnati a riprendere il concerto». È un rito che ai nuovi artisti sembra naturale, ma a quelli di lungo corso è ancora indigesto perché sono cresciuti con i concerti come condivisione tra palco e platea e non tra platea e il resto del mondo, come accade in questi tempi di pubblico nato sotto il segno dei social invece che dei Pesci.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/venditti-trova-de-gregori-sotto-segno-dei-pesci-noi-bartali-1580112.html

 

 

ROMA È che mi chiedevo se la più grande fatica è riuscire a non fare niente », comincia così, con De Gregori che declama in un assordante silenzio di musica.

Il tempo di finire la prima strofa, a cappella, e la voce di Elisa risponde: « È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza quella che ti frega e ti prende le gambe ».

È l’inizio di Quelli che restano, una traccia impudica e coraggiosa, che cresce con passo intenso, frase dopo frase, e diventa sempre più cantabile, ma lontana anni luce da qualsiasi ipotesi commerciale, un pezzo che la cantautrice diffonde domani per annunciare l’arrivo del suo nuovo album previsto per la fine di ottobre. La notizia, quella sì davvero insolita, è che il testo di questo ispiratissimo duetto che racconta di quelli che " restano in piedi", dei sopravvissuti al deserto delle coscienze e del sentire comune, non l’ha scritto De Gregori, bensì proprio Elisa.Risultati immagini per de gregori elisa youtube

È la prima volta che De Gregori accetta di cantare una nuova canzone non scritta da lui. Ma come ha fatto? Elisa ce lo racconta dallo studio di registrazione nel quale sta ultimando l’album: «Semplicemente perché gli piace, è una cosa che sente, vicina al suo mondo. Io del resto l’ho scritta pensando proprio alle sue canzoni. Non ero certa che mi avrebbe dato ascolto, ma ci speravo. Ho scritto il brano praticamente in un’ora, diciamo in una notte, ho aperto una finestra su un mondo sterminato, pensavo che potesse essere un linguaggio anche suo. Ci ho messo di più a scrivergli il messaggio per sottoporglielo».

È incredula Elisa per questa specie di miracolo, lei che sulle canzoni di De Gregori è cresciuta. Si sente da una frase che ricorre nel pezzo: " Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi da ballo", niente male per una che fino a pochi anni fa riusciva a scrivere solo in inglese. «Lui è stato un riferimento da quando ho cominciato a 18 anni. Alcune sue cose sono talmente profonde: La donna cannone o Leva calcistica, per me era quasi "inarrivabile"».

E invece l’incontro c’è stato: prima De Gregori le ha chiesto un arrangiamento per un progetto speciale, poi l’ha invitata al concerto all’Arena di Verona dove ha celebrato i 40 anni di Rimmel. «È lì che ci siamo conosciuti. Io in realtà gli avevo già chiesto un duetto su un’altra canzone, tra l’altro non mia, ma lui mi aveva risposto che in quel pezzo non si sentiva a proprio agio. Dovevo trovare un modo a ogni costo». La canzone è sufficientemente lontana dai canoni pop per incuriosire De Gregori.

«Il testo è molto poco artistico, è una confessione a cuore aperto, una riflessione sulla vita. Mi capita spesso di avvicinarmi a quei temi, poi magari molti di questi scritti li lascio da parte, chissà, forse ho sbagliato a farlo in passato. In questo caso quei versi erano lì da qualche tempo, poi all’improvviso mi è venuta la musica. Ho preparato il demo e gliel’ho mandato. Lui l’ha subito apprezzato: mi piace tantissimo, mi ha detto, è un piacere da sentire e risentire, non so come hai fatto. E lì Elisa Toffoli è finita, non mi sono ancora ripresa».

Viva la diversità dunque, per un pezzo molto poco commerciale, anzi, un colpo di fortuna come dice Elisa, consapevole che spesso le cose migliori in musica arrivano da chissà dove: e arrivano a "quei pazzi che venite a cercare", a quelli che malgrado tutto " restano in piedi".

 

 

ELISA E FRANCESCO DE GREGORI

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QUELLI CHE RESTANO

testo e musica di Elisa

 

È che mi chiedevo se la più grande fatica

è riuscire a non far niente.

A lasciare tutto com’è, fare quello che ti viene

e non andare dietro la gente.

È che mi perdevo dietro a chissà quale magia,

quale grande canzone in un cumulo di pietre.

Sassi più o meno preziosi

e qualche ricordo importante che si sente sempre.

ELISA

È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza,

quella che ti frega e ti prende le gambe,

che ti punta i piedi in quella direzione opposta

così lontana dal presente.

Ma noi siamo quelli che restano

in piedi e barcollano su tacchi che ballano

e gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore,

fino in fondo le vite che sfrecciano.

DE GREGORI

E vai e vai che presto i giorni si allungano

e avremo sogni come fari,

avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici degli animali.

ELISA

È che mi voltavo a guardare indietro

e indietro ormai, per me, non c’era niente.

Avevo capito le regole del gioco

e ne volevo un altro, uno da prendere più seriamente.

DE GREGORI

È che mi perdevo dietro chissà quale follia,

quale grande intuizione tra piatti sporchi e faccende,

tra occhi più o meno distanti

e qualche ricordo importante che si sente sempre.

Ma noi siamo quelli che restano

in piedi e barcollano su tacchi che ballano

E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore,

fino in fondo Risultati immagini per quelli che restano de gregori elisa le vite che sfrecciano.

E vai e vai, che presto i giorni si allungano

e avremo sogni come fari,

avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici  degli animali.

E più di una volta e più di un pensiero,

è stato così brutto da non dirlo a nessuno.

ELISA

Più di una volta sei andato avanti dritto,

 dritto sparato contro un muro,

ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno,

ELISA / DE GREGORI

ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno.

Siamo quelli che restano

in piedi e barcollano su tacchi che ballano

e gli occhiali li perdono e sulle autostrade così belle

le vite che sfrecciano.

E vai e vai, che presto i giorni si allungano

e avremo sogni come fari,

avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici e selvatici, selvatici.

Siamo quelli che guardano

una precisa stella in mezzo a milioni.

Quelli che di notte, luci spente e finestre chiuse,

non se ne vanno da sotto i portoni.

Quelli che, anche voi, chissà quante volte

ci avete preso per dei coglioni.

Ma quanto siete stanchi e senza neanche una voglia,

siamo noi quei pazzi che venite a cercare,

 

____________________________

 

Quelli che restano è il primo singolo di Elisa, pubblicato il 14 settembre 2018, che anticipa l’uscita del nuovo album previsto nel prossimo autunno. Presentato in anteprima – con Vincenzo Mollica – al TG1, andato in onda il 12 settembre 2018, che ha fatto ascoltare una parte della canzone.

Testo e musica sono stati scritti da Elisa: «Presto vi svelerò una grande sorpresa!», aveva detto pochi giorni fa la cantante, che ha deciso così di cantarla in duetto Francesco De Gregori.

La fotografia che ritrae l’artista friulana con il cantautore romano è stata scattata da Mattia Zoppellaro, commentando: «Una canzone, io e lui. Emozione immensa».

RELESE DATE      14 settembre 2018

LABEL     Island Records / Universal Music Italia Srl.

FORMAT Digital Downloads        

 

 

C’era anche un entusiasta Francesco De Gregori, fan d’eccezione, in primissima fila tra il pubblico di Vasco Rossi a Roma, per la seconda data del VascoNonStop Live 2018 nella Capitale, nonché ventesimo concerto in carriera per il rocker di Zocca.

Il cantautore romano ha assistito al secondo dei due concerti romani del Blasco sotto il palco, raggiunto dal rocker per un saluto durante l’esecuzione de Il Mondo Migliore e infine salutato nuovamente con un inchino nel finale dello show: Vasco Rossi ha chiesto al pubblico un applauso per il “Maestro” che lo ha onorato della sua presenza in platea e lo stadio ha risposto calorosamente. Purtroppo per chi ci ha sperato, guardando l’immagine di De Gregori sui maxischermi, la presenza del collega a ridosso delle transenne sotto il palco non ha però decretato nessuna deviazione in scaletta con un accenno a Generale da parte del rocker, che pure, visto il successo della cover, sarebbe certamente stata gradita dal pubblico.

 http://www.optimaitalia.com/blog/2018/06/13/francesco-de-gregori-tra-il-pubblico-di-vasco-rossi-a-roma-foto-e-video-linchino-del-rocker-dal-palco-del-20-concerto-allolimpico/1142949

 

sotto il palco di Vasco - Teatro Olimpico di Roma - giu 2018

(clicca e guarda il video)

 

Il Komandante e il Generale. Uno che si inchina da sopra il palco, l'altro in adorazione da sotto. È un'immagine emozionante quella catturata durante il concerto di Vasco ieri sera allo Stadio Olimpico e condivisa dallo stesso Rossi sul suo profilo Instagram. «Un inchino di fronte al Grande Maestro Francesco De Gregori!!!», ha scritto il Blasco accanto alla foto, che ha ricevuto quasi 55 mila like e centinaia di commenti.

Il cantautore romano era infatti tra le prime file, e ha seguito lo show di Vasco con particolare entusiasmo. Tanto che il rocker, vedendolo, si è inginocchiato e lo ha abbracciato suscitando l'ovazione dei 60 mila dell'Olimpico.

 

 

 

 

Nel cuore del centro storico di Roma, in via della Frezza 53, Federico e Marco De Gregori, figli di Francesco, hanno pensato e realizzato VINYL ROOM, un negozio che si propone di rilanciare il vinile come supporto ed oggetto privilegiato di ascolto contemporaneo.

L’apertura ufficiale avverrà domani, sabato 21 aprile, in occasione del RECORD STORE DAY 2018.Risultati immagini per Vinyl Room roma

Nella VINYL ROOM chi non si accontenta della musica in streaming e di un paio di auricolari potrà trovare long playing nuovi ed usati, rari e meno rari, ogni genere musicale dal rock al folk, dal jazz alla canzone d'autore: cofanetti in edizione limitata, edizioni di lusso, proposte di ogni tipo per amatori e per collezionisti.

Una sezione particolare del negozio (Highlits Shots) propone in vendita una collezione di foto originali d'archivio che ritraggono gli artisti più significativi ed importanti della nostra epoca, catturati in scatti inediti in bianco e nero.

I Beatles, Frank Zappa, Chet Baker, Fabrizio De André, Demetrio Stratos, David Bowie e molti altri ancora.

«Per ovvi motivi di famiglia abbiamo sempre abitato fra dischi e chitarre fin da bambini - dichiarano Marco e Federico De Gregori - Questo negozio è la conseguenza inevitabile di un amore per la musica che non si è mai interrotto e che vorremmo condividere col pubblico più attento alla qualità del suono e alle proposte di mercato meno scontate».

Più che un negozio di dischi VINYL ROOM è dunque una galleria di testimonianze artistiche e sonore di un momento storico in cui la musica a 33 giri, che ancora ci gira intorno, ha dato un'impronta decisiva ed indelebile al gusto musicale e alla cultura del nostro tempo.

Vinyl Room - Via Della Frezza 53a - 00186 Roma - Tel: 06 3214295 - vinylroom2017@gmail.com

 

 

 

IL VIDEO

 

"Siamo tantissimi", fa notare De Gregori sul palco di Risorgi Marche, la manifestazione organizzata da Neri Marcorè nell'ambito dellla raccolta fondi per le vittime del terremoto.

 "Questo è il giorno più bello della mia vita", ha dichiarato commosso l'organizzatore Neri Marcorè. Orde di fan si sono recate a Macerata per assistere all'ultima esibizione dal vivo del cantautore romano, che ha fatto emozionare la folla con alcuni dei suoi più grandi capolavori. Si comincia da Generale, e mai scenario fu più azzeccato per una canzone dai toni così bucolici. "Non servono parole", commenta Marcorè. In effetti, basta la musica: "Potremmo restare qui altre tre ore per godere di questi momenti meravigliosi".

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

Il Generale, davanti alla Collina.

 

Francesco De Gregori, Gnu Quartet e Orchestra Filarmonica Marchigiana per RisorgiMarche.

SCALETTA: Generale, Cose, Due zingari, Caterina, Cardiologia, La Valigia dell'attore, Vai in Africa, Celestino!, Alice, Bellamore, Il cuoco di Salò, La leva calcistica della classe '68, Titanic, Sempre e per sempre, La donna cannone, La Storia, Rimmel, L'abbigliamento di un fuochista

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

foto di Giovanna Bianchelli

 

   

 

 

 

 

 

 

 

Lui è Marco Scolastici. Produce formaggi e giovedì scorso ci ha concesso l'utilizzo gratuito di ettari ed ettari dei suoi terreni a Macereto per poter organizzare il concerto di Francesco De Gregori / FORM / Gnu Quartet.

Per giorni ha lavorato incessantemente per preparare le aree parcheggio (insieme al Comune di Pieve Torina), quelle del gusto e il magnifico spazio dove abbiamo potuto godere della magia di uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana.

E proprio Marco ha avuto l'onore di accompagnare De Gregori all'area concerto, con la sua jeep.

Da parte nostra un ringraziamento speciale a lui, che ha scelto di resistere e continuare a vivere nelle terre colpite dal terremoto.

E un grazie anche alla sua straordinaria famiglia, che ci ha fatto sentire veramente a casa.

#RisorgiMarche

 

 

 

Per chi è un appassionato della musica d'autore italiana, questo è davvero un libro da leggere tutto d'un fiato. Si fa divorare in poco tempo, vista la curiosità che scatena.

Che Guido sia anche un grande scrittore ce ne siamo accorti tutti da parecchio tempo ed "Essere basso" è stata la prova del nove di come sia dotato tecnicamente e della “buona penna” che si ritrova fra i polpastrelli.

Ha magnificamente saputo raccontare quarant'anni di musica leggera italiana attraverso le sue testimonianze di valente collaboratore, accanto ai mostri sacri della canzone d’autore.

Da navigato degregoriano, ovviamente le pagine dedicate a Francesco le conoscevo già; in passato abbastanza logorate comprese le orecchie agli angoli. Ma Guglielminetti non è solo De Gregori, per questo consiglio i suoi reportage (a volte spassosissimi, uguali al suo modo di essere) relativi alle esperienze musicali con grandissimi come Battisti (“Il mio canto libero”) o quelle con Fossati, delle quali una mi ha colpito in modo particolare: “Poco prima dell’aurora” del 1973, un capolavoro che oggi in pochi riuscirebbero a creare. Contiene perle come Apri le braccia, l’Africa, L’aurora, Prendi fiato e poi vai…. tutte, tutte, non bisogna perderne nemmeno una.

Guido racconta che Oscar Prudente, firmatario di parecchie musiche del disco, non aveva mai scritto una nota sul pentagramma, ma riusciva in modo magico a capire la musica e a farla capire agli altri attraverso gesti per indicarne la direzione utile; sentirla tanto da chiedere a un consumato turnista, senza nessuna vergogna, “io ce l’ho qui in testa e sulla chitarra, ma tu come la faresti?”. E’ un dono di natura che apparteneva solo a Dalla, De Gregori e a pochi eletti.

Ecco, quando gente come Prudente riesce a scrivere una canzone come “L’Africa” senza bisogno di accademia, ci troviamo di fronte a un vero musicista che le note le sente nell’anima, senza il bisogno di scrivere nulla. Ecco un passo che lo ricorda:

“Suonare il basso, per me, da allora in poi, non fu più la stessa cosa. Oscar Prudente mi rivelò un mondo completamente nuovo, mi resi conto veramente di cosa significasse “comunicare” con uno strumento musicale. Non ho mai abbandonato quel modo di pensare il basso.

Spesso, ancora adesso, quando devo inventare qualche “riff”, mi vedo di fronte Oscar che ballonzola come uno sciamano, rapito in chissà quale rituale magico, e allora credo di seguire le sue indicazioni.

Finora con successo! Grazie Oscar!”

Bravo Capobanda!

 

 

A Bisceglie Guido Guglielminetti, bassista e produttore di Francesco De Gregori, presenta il suo libro “Essere…basso - Piccole storie di musica”

 

 

 

 

Francesco De Gregori e il calcio: «Sul palco ti senti rigorista.

Totti il top, gli dedico “Volare”»

 

È una mattina calda e pigra sui Navigli. Il cortile interno dell’hotel color pastello profuma di fiori e primavera, un’atmosfera senza tempo, manca solo Alice che guarda i gatti, ideale per un incontro con Francesco De Gregori. Giubbotto di pelle, berrettino nero, aria rilassata, il cantautore giallorosso ci racconta i retroscena del doppio album live Sotto il vulcano, registrato al teatro greco di Taormina nel corso del suo Amore e furto Tour, un mix di successi con sonorità nuove, a partire dall’intramontabile Rimmel.

Quali sono le sue sensazioni nel rivisitare brani apprezzati anche dai giovani?

«Gioia e soddisfazioni non comuni. È come se scoprissi che c’è più musica di quella che pensavo. Una volta ero più tranchant negli arrangiamenti, adesso invece le canzoni si aprono, mi diverto a cambiarle».

«Rimmel», la fine di una storia, il trucco e i quattro assi di un colore solo, nel ’75 fu rivoluzionaria: dove la scrisse?

«In due tempi. Le strofe in una stanza d’albergo a Milano. Anche l’inciso l’ho scritto a Milano: ero in attesa di andare in onda negli studi Rai di porta Carlo Magno a una trasmissione per bambini presentata dal mago Zurlì, Cino Tortorella, non sapevo che cosa fare ed è arrivato il ritornello».

Ma è vero che «Sotto il vulcano», il cui titolo prende spunto dall’Etna, è stato registrato a sua insaputa?

«Sì. Due, tre giorni prima della serata di Taormina dissi al bassista, Guido Guglielminetti: “Peccato che non abbiamo mai tenuto nulla, così, per risentirci...”. Lui, zitto zitto, ha chiamato una troupe tecnica e soltanto qualche giorno dopo abbiamo saputo che aveva registrato tutto. Meglio, c’è sempre un minimo di ansia quando sai di essere ripreso».

Lei e Lucio Dalla, i primi a esibirsi negli stadi con «Banana Republic» nel 1979: che effetto faceva?

«Eravamo ragazzini entusiasti. Avevamo approcci diversi: lui era più musicista e scafato. Ci accomunava lo stupore, tutta quella gente per noi. Non cambiò il modo di vedere il nostro mestiere, rimanemmo con i piedi per terra, eravamo convinti che fosse una parentesi».

Nell’album, oltre a «4 marzo 1943», c’è anche la «Leva calcistica della classe ’68» con il mitico Nino e la paura del calcio di rigore: com’era nata?

«Ripensando a me da ragazzino, all’iniziazione e alla crescita in un gioco di squadra: tutti ci tengono a fare bella figura. C’è competizione, a volte sofferenza e amarezza».

È vero che l’aveva dedicata ad Agostino Di Bartolomei?

«No, è falso».

Lei li sbagliava i calci di rigore?

«Sì, certo. Ma all’inizio giocavo in porta perché ero alto e intervenivo sui cross – ride – sapevo fare solo quello. La canzone è stata scritta dalla parte del portiere, ho rovesciato la visione».

Che tifoso è?

«Caldo, come tutti, ma non competente. Se volete parlare di schemi chiedete pure ad Antonello Venditti. Anche Barbarossa, Ruggeri e Ligabue sono più bravi di me. Io sono uno spettatore – ridacchia – e vorrei veder piangere il mio capoufficio stampa Vitanza, che è juventino...».

La Roma ha sei punti di distanza dalla Juve a sette giornate dal termine del campionato: nutre una speranza?

«La speranza c’è sempre, ma è meglio guardarsi le spalle dal Napoli, che è molto in palla, per evitare i preliminari di Champions. Il fatto è che questa Roma è forte, ma la Juve lo è di più, quest’anno è davvero incredibile».

Se la Roma fosse una canzone?

«Grazie Roma e Roma Roma di Antonello. È difficilissimo scrivere l’inno per una squadra, lui è riuscito in due imprese meravigliose, sono due canzoni intense, commoventi, una fortuna averle composte».

Canta: «Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia...». Chi è?

«Francesco Totti. È immenso non soltanto in campo, ma anche fuori, apprezzo la sua autoironia».

Quale brano sceglierebbe per lui?

«Merita una grandissima canzone: Volare».

Spalletti?

«Siamo amici, sarei contento se restasse. Ammiro la sua indipendenza intellettuale: in un mondo di “forse” e di “non so” lui parla chiaro».

Domani la Roma gioca contro l’Atalanta, la leva calcistica degli anni Novanta...

«L’assonanza con la mia canzone non mi porterà a fare il tifo per loro – ride – spero che per un giorno si sentano un po’ più vecchi».

C’è tanto di Bob Dylan nell’album «Sotto il vulcano», dalle sonorità ad alcuni brani tradotti: che cosa ne pensa del Nobel?

«Giusto. Il Nobel per la letteratura non è soltanto per il testo, ma per la canzone, musica compresa, un’opera letteraria. Io l’avrei dato anche a Fellini, Rossellini, Walt Disney».

Un atleta italiano da Nobel?

«Il primo che mi viene in mente è Pietro Mennea».

Se non fosse diventato cantautore che cosa avrebbe fatto?

«Il giornalista o il maestro».

Che cosa vuol dire salire sul palcoscenico?

«Confrontarsi con un’emozione. Racconto molto di me a sconosciuti che diventano intimi. È una scossa, c’è sempre un po’ di ansia: è come tirare un calcio di rigore e la porta la vedi sempre più piccola... oppure, se fai il portiere, la vedi sempre più grande».

Si è mai dimenticato le parole?

«Sì, anche perché non uso il gobbo elettronico, toglie naturalezza. Mi è capitato anche con Rimmel e la Donna Cannone, a volte il pubblico non se ne accorge perché le cambio, altre mi tira le orecchie e ride. La mia band si diverte, siamo molto affiatati».

«Buonanotte Fiorellino» in versione Dylan è spiritosa, alla fine del concerto fa andare a casa tutti più leggeri. Com’era nata quella canzone?

«L’avevo pensata come un addio tra due amanti. Oggi è la giocosa confessione di un debito dylaniano e ho rovesciato l’ottica: nella versione originale “l’anello resterà sulla spiaggia”, invece in questa – sorride ironico – ho aggiunto “se per caso qualcuno lo trova lo può pure lasciare dov’è”. Le cose cambiano, le canzoni si ossidano e rivivono».

Che effetto le fa «Generale» cantata da Vasco?

«Ne sono felice. Vasco è autorevole, un Omero narrante».

La notte crucca e assassina è alle spalle, il treno va veloce, il generale già pensa al Natale, un’incantevole cartolina di pace: come vive questi tempi di terrorismo e venti di guerra?

«Con inquietudine, come tutti».

«E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure»: dopo oltre quarant’anni di musica che cosa rimane nel cuore?

«Il rapporto con il pubblico che nel tempo si è modificato, ma non si è mai interrotto. Al di là di tradimenti e di dischi meno belli continua perché è sostenuto dalle canzoni. Tutto questo è miracoloso».

GABRIELLA MANCINI

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=58f0d47f910fc

 

 

 

Dallo zio partigiano a “Rimmel” il libro-confessione del cantautore

 “Non sono ancora riuscito a scrivere canzoni semplici”

«Vorrei che non passasse mai in secondo piano la fisicità del mio lavoro. Mi trovo davanti persone che dimenticano che faccio il cantante e suono la chitarra. Che ho le “mani sporche”. Guarda che calli!».

 

Francesco De Gregori si racconta ad Antonio Gnoli. La frase appena riportata è una delle possibili sintesi delle

Passo d’uomo, quasi un’autobiografia in forma di dialogo (Laterza). Dei nostri artisti popolari De Gregori è in molti sensi il più intellettuale. Lo è per formazione (libresca, familiare, “politica”), lo è per la qualità della sua opera, quarant’anni di canzoni di grande densità testuale. C’è molta molta scrittura, in De Gregori. E le tante letture che l’hanno ispirata e formata nel tempo aleggiano dentro e fuori il suo lavoro. Ma è come se lui trepidasse, da sempre, per la matrice “misteriosa”, intima, sfuggente della sua arte come dell’arte in genere. Come se cercasse di difendere il suo campo – la canzone – da un doppio equivoco: quello “basso”, che tende a sottovalutarla e svilirla come canzonettismo, e quello “alto”, che cerca di costruirle attorno un’aura, appunto, intellettualistica. Difatti non gli piace, non gli è mai piaciuta, laDe Gregori, dallo zio partigiano a "Rimmel": il libro-confessione del cantautore parola “cantautore”. Preferisce “cantante”. Come per ripetere costantemente a sé e agli altri: «Io non sono un intellettuale, sono un artista. Non so se questo sia “di più” o “di meno” ma so che non è la stessa cosa, non è lo stesso mestiere, non è la stessa funzione». Per questo De Gregori mostra a Gnoli i calli da chitarrista. Sono le sue stimmate.

La lunga conversazione tra i due, legati da una solida amicizia e anche in virtù di questo non sempre d’accordo tra loro, gira lungamente attorno a questo enigma: da dove sortisca la formula indicibile che fa di una canzone – tre o quattro minuti appena – una ragione di così forte coinvolgimento emotivo. Si arriva in fondo al libro senza averlo veramente capito, e questa forse è una piccola vittoria dell’artista De Gregori sull’intellettuale Gnoli, la cui ammirevole, tenace fatica è cercare di ricondurre il discorso ai suoi termini “oggettivi” – la cultura, la politica, la società, l’arte nell’epoca della massificazione – pur sapendo bene che per il suo amico cantante l’arte non è un fatto sociale, neppure un fatto estetico, ma un “destino sentimentale”. «Il riflesso di uno splendore senza spiegazioni ulteriori », come scrive Gnoli nella prefazione.

Il bello del libro è che l’artista non sfugge, comunque, all’intellettuale. Gli si sottopone di buon grado, dalla lunga seduta vuole ricavare qualcosa di più su se stesso, sul proprio mestiere, sul proprio rapporto con il pubblico, rosa con le sue spine. È la stessa caratura culturale di De Gregori, del resto, a renderlo ben conscio dell’importanza della ricognizione intellettuale; di quel “taglio”, di quello sguardo, di quell’altro “mestiere” diverso dal suo, ma così complementare al suo. Come detto, si arriva in fondo con una sola vera certezza: l’arte non si fa afferrare più di tanto, non solamente il pubblico, perfino l’artefice non sa spiegare con precisione “come ha fatto”. Semplicemente, lo ha fatto. (Dice il grande critico Jean Clair: «l’opera d’arte è la ricompensa delle difficoltà del discorso. Permette di non pensare più»).

In compenso, fatti salvi con reciproco sollievo il mistero dell’arte e il riserbo dell’artista, il libro restituisce in pieno, con passaggi anche emozionanti, anche potenti, la persona De Gregori, la sua storia, le sue passioni culturali, le sue amicizie, la costruzione abbastanza tipica di un italiano “di sinistra” nato negli anni Cinquanta, cresciuto tra Pescara e Roma, formatosi nella fervida temperie degli anni Sessanta- Settanta, cittadino interessato alla vita pubblica, artista di immediato successo – Rimmel uscì che aveva ventiquattro anni – poi “star” piuttosto ritrosa, tipicamente antidivo, gelosissimo della vita privata, quasi scorbutico in certe relazioni connesse al suo lavoro, infine, oggi, serenamente veleggiante verso una vecchiaia bene accetta, pacificato con molte delle sue incertezze e delle sue durezze.

Dentro il libro c’è molta Italia, la nostra storia politica, la nostra cultura pop e non, i nostri umori buoni e cattivi, infine la nostra presente incertezza. Dalla e De André, il Festival di Sanremo, Nicola di Bari e Caterina Caselli, Berlinguer e il Pci, Craxi e Di Pietro. Raccontati con una misura invidiabile, non “da protagonista” che ambirebbe a impartire qualche lezione, ma da cittadino democratico (cioè: uguale agli altri) che partecipa alla vita collettiva, ascolta, riflette. E ha il tempo, perfino, per qualche ripensamento: «oggi comprerei un’auto usata da Craxi, non da Di Pietro».

Incalcolabile il numero di poeti e scrittori citati, Steinbeck, Verne, Salinger, Hemingway, Aldo Buzzi, Kafka, Valentino Zei- chen, Fred Vargas, Pasolini, Kerouac, Dostoevskij, l’amatissimo Dino Campana, Borges… Molta America, ovviamente Dylan, e quella “sottomissione” al Novecento americano, musicale, letterario, artistico, che accomuna tantissimi di quella generazione. L’indice dei nomi che chiude il libro è una attendibile summa, con le ovvie varianti personali, della formazione di un italiano di età matura e di buona cultura attento ai suoi tempi e al suo Paese. La biografia è di quelle che rivendicano “normalità” e misura anche laddove si rischia di perderne traccia. L’omaggio finale allo zio partigiano (suo omonimo: Francesco De Gregori) ucciso a Porzûs da una brigata comunista in una atroce faida interna alla Resistenza è di rara pietas. Ne stilla un dolore composto, non vindice, colmo di gratitudine per un uomo morto per la libertà.

Infine, a proposito di misura, memorabile la frase (quasi un’epigrafe) che De Gregori, nelle ultime pagine del libro, pone a suggello della sua luminosa carriera artistica. «L’unico mio rimpianto è non avere mai scritto una canzone veramente semplice». È un rimpianto artistico. Non si sa se l’intellettuale Gnoli lo condivida: una delle grandi doti dell’intervistatore è il rispetto dell’intervistato.

 

Michele Serra

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2016/05/05/news/francesco_de_gregori_libro-139108624/?refresh_ce

 

E non c’è niente da capire. Francesco De Gregori e la sua quieta rassegnazione all’assurdo

“IL PRINCIPE” DELLA CANZONE ITALIANA A PORDENONE

Il cantautore e il suo rapporto con il dolore, il disorientamento, Kafka e la balena bianca

domenica 18 settembre 2016 - 20:20

 

PORDENONE – Siamo abituati a sentirlo cantare, abbiamo tutti in mente una voce nasale, con le vocali aperte, una voce senza tempo che ricorda vinili e musicassette. Ma quando parla, Francesco De Gregori ha un timbro più profondo, caldo, chiudendo gli occhi si immagina un uomo sulla trentina. Parla della sua istruzione, sempre a occhi chiusi potrebbe essere un neolaureato, appena qualche anno fuori corso. Invece, alla laurea non è mai arrivato: «Il successo mi ha travolto negli anni universitari, così l’ho seguito invece di finire la tesi. Una tesi sulle biblioteche  popolari scolastiche durante il fascismo, perché mio padre era bibliotecario. La storia è sempre stata importante per me, da piccolo ritagliavo foto di guerra dalle riviste, la prima volta a cinque anni, ho ritagliato l'immagine di un carro armato a Budapest, come nella mia canzone, ‘Il ‘56’. Grazie a quella foto, per la prima volta ho sbattuto contro la storia.  Il passato mi attrae così tanto che qualche anno fa ho cercato di finire la tesi, a distanza di decenni, ho ripagato tutte le tasse per farlo. E nuovamente non è successo. Però chissà, potrei ripagare tutto e provare di nuovo».

     Oggi a Pordenonelegge viene presentato il suo libro, scritto in collaborazione con Antonio Gnoli: ‘Passo d’uomo’. È il titolo di una canzone tratta dall’album ‘Sulla strada’, ispirato al romanzo di Kerouac. Infatti nel libro, più che di storia, si parla di letteratura. E dalla voce, inaspettatamente giovane, di De Gregori, i libri non escono come siamo abituati a pensarli, ad esempio Kafka diventa un autore ‘rassicurante’: «All’inizio de ‘Il castello’ vediamo un’agrimensore che attraversa una distesa di neve, disorientato, che entra in una locanda e si intrattiene con dei contadini sconosciuti. Sappiamo che alla fine si perderà nel castello e la sua condanna sarà tremenda, ma nell’incipit di questa storia io trovo un senso di pace, di straniamento». Lo dice come se pace e straniamento fossero sinonimi. E l’incomprensibile, un rifugio: «Lo spiazzamento che arriva dal dolore provoca sofferenza a quasi tutti gli uomini, ma per l’artista è una forma di riscatto. Quello che Kafka ha di risolutivo è l’acuta capacità di raccontare il dolore, regalarlo o infliggerlo al lettore, e nel suo caso non è triste e angoscioso, quello che cambia è la sua quieta rassegnazione all’assurdo».

     Più di Kafka lo affascina Melville, ci legge un lungo passo da Moby Dick, quello in cui Achab vorrebbe smettere di cercare la balena bianca e pensa di invertire la rotta verso una vita normale, con la sua famiglia e l’odore dell’erba. Ma il fascino di una vita stanziale si dissolve quasi subito, il capitano prosegue il suo viaggio nel mare che lo inghiottirà, insieme al suo equipaggio. «Questa, se permettete, è letteratura», sentenzia chiudendo il libro.

     Ma guai a chiamarlo intellettuale anche se, a metà di una frase. dice ‘i miei libri’ al posto de ‘le mie canzoni’. Un lapsus che lo contraddice, se rende conto ridendo, poi torna serio: «Sono un cantante, ho i calli sulle mani, non mi occupo di intelletto ma di emozioni. Non mi interessa che la gente capisca le mie canzoni, voglio che si emozioni ascoltandole». Quindi, per dirla assieme a lui, ‘non c’è niente da capire’: «Il mio sogno è scrivere una canzone semplice e bella come ‘Sapore di sale’, invece nelle mie canzoni le parole si accalcano, si affollano, qualcuno dice che sono criptico».

     Vorrei chiedergli che altro ci si potrebbe aspettare da qualcuno che confonde la pace con lo straniamento. E si commuove leggendo il lento suicidio di Achab, che sacrifica una vita semplice e serena per rincorrere un cetaceo negli abissi. Glielo chiederei, ma non ha fissato un appuntamento con la stampa.

    Una risposta mi sembra di trovarla in ‘Passo d’uomo’, la canzone che dà il titolo al libro: «E non c'è niente da nascondere, niente da svelare, niente da tenere stretto, non c'è niente da lasciare. Povero cuore, come uno straniero giro la mia terra abbandonata, abbandonato e solo, e vado per la vita a passo d'uomo. Altra misura non conosco, altra parola non sono».

     Si riconosce un capitano ferito che insegue una balena, o il protagonista di ‘Sulla strada’ che cerca il padre scomparso. Qualcuno che, da solo, corre incontro all’incomprensibile sognando la semplicità. Eppure, De Gregori non dà l’impressione di essere disorientato, sembra trovarsi esattamente dove deve essere: dove gli uomini soffrono e gli artisti si riscattano. E anche se gli anni lo hanno cambiato, la sua voce è ancora quella di un giovane uomo.

 

Stefano Mattia Pribetti

http://www.diariodipordenone.it/pordenone/articolo/?nid=20160918_391198