Anche il transatlantico vuole festeggiare il quarantennale di quel che successe nell'inverno che partorì questo gioiello: lo splendido risveglio di nove sogni,  tradotti in musica, frullati nella testa di un geniale giovanotto.

Buon anniversario, Rimmel.

(Il Nostromo)

 

 

 Davanti a oltre 12mila persone, Francesco De Gregori ha tenuto ieri sera, all'arena di Verona, "Rimmel 2015", concerto evento per celebrare il quarantesimo anniversario della pubblicazione di un dei suoi album più conosciuti e apprezzati. Il cantautore romano ha ribadito come la serata non avrà una coda televisiva:

"Questo concerto non andrà in tv perché è un evento dedicato a chi è venuto stasera e si è goduto questa festa. Anche se abbiamo suonato davanti a molta gente, io la considero come una cosa privata, come ogni concerto. Ho sempre trovato molto difficile sovrapporre i tempi televisivi ai tempi dello spettacolo, sono due tempi giusti ma vanno rispettati separatamente. Mi piacerebbe fare una cosa così in tv ma andrebbe comunque programmata appositamente per la tv. Stasera secondo me c’è stato un gran bel pezzo di storia della musica italiana sul palco, 'Rimmel' o non 'Rimmel'. Mi piacerebbe vedere una cosa così in tv però andrebbe studiata secondo i tempi televisivi e la regia. Non si possono sovrapporre le due cose in maniera indolore, secondo me. Ci tenevo molto che questa serata venisse bene e non avesse dei vincoli di altro tipo"

anti, come già annunciato, gli ospiti intervenuti: Malika Ayane ha suonato il violoncello su "Pezzi di vetro", Checco Zalone ha inserito nella sua apparizione imitazioni di diversi big della musica italiana assenti - tra gli altri, Vasco Rossi, Al Bano, Tiziano Ferro e Gigi D'Alessio - e Fedez, chiamato sul palco per l'esecuzione di "Viva l'Italia", ha aggiunto un verso al brano ("Viva l'Italia, l'Italia del '68 condannata a un '69"). Sul giovane collega, De Gregori ha dichiarato:

http://www.rockol.it/news-646808/francesco-de-gregori-arena-verona-rimmel-2015-dichiarazioni

 

 

 

 

 

 

FRANCESCO DE GREGORI IN UN GRANDE CONCERTO ALL’ARENA

DI VERONA FESTEGGIA I 40 ANNI DELL’ALBUM RIMMEL.

Valeria Bissacco

 

Se ne parla da tempo e se ne parlerà ancora a lungo, crediamo. Sono per lo più pagine chiare quelle che raccontano di un grande concerto-evento, di una coloratissima e luminosa “festa di compleanno”, la festa per i 40 anni di Rimmel, l’album di Francesco De Gregori uscito appunto nel 1975 e destinato a cambiare per sempre il modo di scrivere (e cantare) canzoni in Italia. Rimmel ha rappresentato infatti un punto di svolta (per quanto probabilmente De Gregori a quel tempo ne fosse inconsapevole) nel panorama della canzone d'autore italiana, una sorta di punto di non ritorno. Se non suonasse retorico, si potrebbe dire che nulla dopo quel disco (e il successivo Buffalo Bill) sarebbe stato più come prima. Basterebbe pensare ai fiumi di inchiostro "sprecati" dai critici e dai giornalisti dell'epoca, subito dopo la sua uscita. E ancora oggi, anche dopo questo concerto.

Basterebbe infine pensare che tutti noi, che abbiamo comprato, amato (e perché no, anche odiato in qualche modo) quel disco, ci ricordiamo  ancora oggi perfettamente il momento in cui per la prima volta l’abbiamo messo sul piatto per farlo girare.

O, se era una musicassetta, magari frutto di risparmi di settimane di “paghetta” (come nel caso di chi scrive) , il momento esatto in cui l’abbiamo infilata nel mangianastri per poterla ascoltare.

Se non apparisse azzardata la similitudine” suggerisce Andrea Podestà “si potrebbe quasi dire che Rimmel sta alla musica italiana come Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band sta alla musica mondiale”. Sì, perchè fra le altre cose “De Gregori è il primo a scrivere canzoni d’amore senza le parole delle canzoni d’amore” spiega inoltre Claudio Fabretti. Le canzoni dell’album “sono piccoli film, dalla trama tutt’altro che lineare, frammenti di un puzzle da ricostruire, giochi di specchi che deformano una realtà molto più ampia e indecifrabile.” “In tutto Rimmel dura meno di mezz’ora,” scrive Enrico Deregibus nel suo recentissimo libro Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi (Giunti Editore) “sufficiente a farci stare nove canzoni lontane da quello che c’è in giro, con un rapporto nuovo tra parola e musica, con un continuo mutamento di prospettiva, di piani descrittivi, con una straordinaria forza espressiva e di sintesi. (…) Canzoni che hanno scavallato gli anni, tutte quante.”

Per festeggiare questo prezioso album, De Gregori ha quindi pensato a un concerto speciale, fatto di tanti diverse situazioni, per concludere il tour “Vivavoce” iniziato a marzo di quest’anno e ricchissimo di date in ogni piazza d’Italia. Lui stesso ha voluto che fosse una festa, l’incontro di più artisti sullo stesso prestigioso palcoscenico, ognuno dei quali ha a modo suo omaggiato la famosa ragazza con il collo di pelliccia e le lacrime di trucco sbavato, e tutte le altre memorabili canzoni dell’album, colonna sonora anche affettiva di più generazioni. L’autore di Rimmel ha quindi idealmente incontrato e abbracciato quelle stesse  generazioni attraverso la presenza di artisti tanto diversi tra loro come Elisa e Caparezza, come Sparagna e Fedez, come Fausto Leali  e Giuliano Sangiorgi, e ancora il comico Checco Zalone piuttosto che Ligabue, Malika Ayane e il gruppo dei L’Orage, pur sapendo di non rispecchiare esattamente sempre il gusto del proprio pubblico, dei suoi fans più affezionati e magari più intransigenti, pur immaginando l’insorgere di polemiche inutili che poi, di fronte ad uno spettacolo ben costruito e di così ampio respiro, lasciano effettivamente il tempo che trovano.

C’è stato qualcuno che ha storto il naso, qualche critico ha scritto alcune pagine più scure mettendo in dubbio l’autenticità dell’iniziativa. Qualcun altro ha bollato il concerto come un grande show “televisivo” (che però è stato trasmesso solo in “radiovisione” sul canale di RTL 102.5), ma sono stati soprattutto coloro che non l’hanno vissuto dal vivo in quello scenario unico, avvolgente e coinvolgente che è l’Arena di Verona, a gridare al “sacrilegio”. Noi dell’Isola, che c’eravamo ed eravamo tra il pubblico con molta curiosità, emozione e voglia di festeggiare, ve lo vogliamo quindi raccontare così.

L’appuntamento è stato fissato da mesi al 22 settembre nel “tempio” della musica (non solo lirica), quell’Arena di Verona teatro di grandi spettacoli, quelli che non si dimenticano facilmente. I biglietti, in vendita dalla primavera, sono esauriti da settimane. E stiamo parlando di una capienza di quasi 15.000 posti a sedere, occupati per l’occasione da amici arrivati da tutta Italia a festeggiare idealmente lei, l’inconfondibile e gentile signora ritratta di profilo sulla copertina-icona di un disco che ha contribuito in maniera determinante alla storia della musica italiana. E a tutti gli “invitati” alla festa viene regalato all’entrata proprio il 45 giri stampato in edizione speciale per l’occasione, contenente come l’originale di 40 anni fa Rimmel da un lato e Piccola mela sul lato B. De Gregori inizia il concerto alle 21 precise, uscendo dal buio azzurro sul palco di un’Arena strapiena, con la chitarra in braccio e la voce piena e chiara, ed intona Lettera da un cosmodromo messicano, per poi proseguire senza interruzione con Il canto delle sirene. Intorno a lui vi sono i fedeli musicisti della Band che lo ha accompagnato in tour, nell’ordine Stefano Parenti alla batteria, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alex Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, i tre fiatisti, Stefano Ribeca, Giancarlo Romani e Giorgio Tebaldi, Elena Cirillo al violino, Alessandro Arianti alle tastiere e alla fisarmonica, Lucio Bardi alla chitarra e il “Capobanda” Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso elettrico, elegantissimi come per ogni occasione importante, in giacca nera. Con loro, alle spalle di De Gregori, prendono posto le due coriste “storiche” di De Gregori e della miglior musica italiana, Lalla Francia e Lola Feghaly, sorprese molto gradite e preziose di questa serata speciale. I primi brani provengono direttamente dalla scaletta del tour Vivavoce, con gli arrangiamenti del live e del disco omonimo. De Gregori è perfettamente in sintonia con la band e appare a proprio agio su quel palco così vasto. La voce è limpida e ricca di sfumature. Sorride spesso, come fa ultimamente, anche mentre canta. Molti tra il pubblico notano ed apprezzano quella sorta di “stato di grazia” del cantautore in questi anni più recenti. Chi è arrivato presto a Verona nel pomeriggio, e si è soffermato fuori dall’Arena, ha potuto ascoltare infatti Francesco De Gregori provare per quasi cinque ore con tutti gli ospiti della serata senza mai smettere, e adesso se lo ritrova davanti per almeno altre tre ore di concerto con una voce che non conosce sbavature, che non esce dal registro, che mantiene fino all’ultimo brano potenza e pulizia e arriva davvero “fino all’ultima fila” dell’antico anfiteatro.

Si prosegue con La leva calcistica del 68, poi De Gregori decide che è arrivato il momento in cui  “forse questa bella gente vuole sentire qualche canzone del vecchio Rimmel” (urla e applausi fragorosi) e quindi si comincia con Il Signor Hood dove le tre voci femminili ai cori (compresa Elena Cirillo) sono l’accompagnamento ideale. Di seguito “ Quattro cani” con il tempo scandito dal battito delle mani dei fiatisti, delle coriste e di tutto il pubblico che li segue, è di una bellezza struggente. La luna è nascosta a tratti dalle nuvole ma non fa freddo stasera, e quindi si potrebbe cantare, anzi si può, decisamente e a lungo. Ma è già il momento di un repentino cambio di atmosfera. Sul palco irrompe Caparezza con la sua straordinaria e travolgente presenza scenica, la sua energia, la sua maglietta giallo canarino e i suoi capelli da fumetto, che  attacca L’Agnello di Dio. Tutta l’Arena batte mani e piedi seguendo con lo sguardo la falcata dell’artista pugliese che percorre più volte la lunghezza del palcoscenico. De Gregori riconduce, con il suo timbro pacato e intenso, alla giusta atmosfera nel ritornello.

Le luci si spengono, poi tingono il palco di un azzurro soffuso. Renzo Zenobi prende posto accanto al pianoforte con la sua mitica chitarra ed esegue da solo l’intro di Piccola Mela che ha lo stesso “sapore” di 40 anni fa. De Gregori inizia a cantarla da solo, con dolcezza poi, visibilmente emozionata, entra in scena Malika Ayane che fa il controcanto nella seconda strofa. Una splendida alchimia nel gioco di voci che, di seguito, lascia posto ad un’altra voce particolare, quella di Giuliano Sangiorgi che entra nella seconda strofa di Pablo. Il leader dei Negramaro sul momento lascia tutti un po’ spiazzati: il suo accostarsi a quel pezzo forte della discografia degregoriana magari non viene del tutto apprezzato, ma l’approccio è comunque garbato e alla fine tutto il pubblico dell’Arena intona in coro con grande coinvolgimento la celeberrima frase: “ Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Un inedito arrangiamento blues introduce poi la voce “nera” inconfondibile di Fausto Leali che si dedica a una appassionata e inedita versione de La valigia dell’attore, quindi Elisa con il suo leggerissimo abito azzurro e i piedi scalzi si siede al pianoforte per cantare e suonare da sola Buonanotte fiorellino. Un intoppo tecnico spezza purtroppo per un attimo la bellezza di questa scena delicata e dolce, ma poi tutto pare più o meno risolto e l’interpretazione molto personale della cantante friulana dona una ennesima nuova veste al pezzo, una ninna nanna che segue il ritmo di un carillon.Del resto questo è uno dei brani di De Gregori che hanno avuto più rivisitazioni ed arrangiamenti diversi in tutta la loro storia, e anche Elisa l’ha voluta fare a modo suo.

Torna Caparezza con la sua voce ruvida su Buffalo Bill, terminata poi da De Gregori, quindi Giuliano Sangiorgi canta da solo Guarda che non sono io, dichiarandosi molto emozionato ma non rendendo a nostro parere tutto il fascino di un brano che nell’immaginario del pubblico riguarda strettamente De Gregori, e che si fa in parte fatica a pensare possa calzare allo stesso modo addosso ad un altro interprete.

Si torna alle atmosfere vivaci dell’ultimo tour con Finestre rotte che De Gregori canta  accompagnato dalla band, per poi passare ad una Viva l’Italia che, dice, “oggi avrebbe bisogno di un aggiornamento”. De Gregori ci propone quindi l’inedita versione in duetto con con Fedez, il quale inserisce liberamente spezzoni di frasi rap tra una strofa e l’altra del famosissimo brano. L’effetto delle parole di un (anche lui) visibilmente emozionato giovane rapper è strano e straniante, il tentativo appare forse un po’ forzato, ma nell’insieme della festa anche questo ci può stare, se pensiamo che ognuno degli artisti presenti ha portato qualcosa di sé e del proprio modo di interpretare nel contesto “degregoriano”. Che piaccia o meno, questo è il senso più volte dichiarato dallo stesso De Gregori della serata. Col suo organetto fa ingresso sul palco anche Ambrogio Sparagna, evidenziando così ancora di più l’accostamento decisamente insolito tra folk ed estrema modernità.

Il cambio di scena è di nuovo repentino. Arriva Checco Zalone, che dopo qualche battuta ironica con De Gregori, si siede al pianoforte e inizia a cantare la “sua” Donna Cannone, cioè una parodia del celeberrimo brano con le voci di vari interpreti della canzone italiana. Il testo originale viene rispettato, ma le imitazioni seguono le melodie di altre canzoni molto famose degli artisti citati, da Vasco Rossi a Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti, Carmen Consoli, Renato Zero e Gigi D’Alessio. Il pubblico dell’Arena apprezza (forse più di quanto dimostri lo stesso De Gregori, tra il finto stupito e il simpaticamente offeso), ride fino alle lacrime, applaude con gusto il siparietto comico. Zalone, da parte sua, rivela doti canore non indifferenti e dai più inaspettate nell’interpretazione successiva, stavolta seria, di Piano bar. L’intervento di De Gregori spiazza a sua volta con un cambio di testo che ai più non sfugge: “…un pianista di piano bar che affitta l’anima per poche lire”.

Torna in scena Malika, si siede al centro tra la violoncellista Giulia Monti ed Elena Cirillo al violino, e pizzicando le corde di un cello elettrico, canta con molto garbo ed intensità una splendida Pezzi di vetro.

Il pubblico di De Gregori a quel punto fatica a riconoscere le sonorità del brano successivo, infatti il padrone di casa inizia a cantare il brano di Ligabue Il muro del suono, duettando poi con lo stesso autore in una interpretazione convincente che fa raccogliere ai due cantautori affiancati sul palco l’ovazione del pubblico. Accompagnati poi dalle loro sole chitarre acustiche, in mezzo al buio del palco fattosi nuovamente deserto, i due eseguono Alice, nella versione presente nell’album Vivavoce ( con l’alternarsi delle voci differenti, gli accenti caratteristici così evidenti e il finale un po’ trascinato e corale) della quale i fans più“puristi” di De Gregori si sono oramai, loro malgrado, fatti una ragione.

Torna in scena la band con cui De Gregori esegue una allegra e rilassata Niente da capire, con l’ormai famoso“gioco” dell’attesa prolungata nel finale del ritornello in dialogo scherzoso col pubblico.  Sugli schermi ai lati del palco viene quindi proiettato il filmato di un’intervista a De Gregori all’epoca dell’uscita di Rimmel; vi sono anche delle inquadrature in studio di registrazione dove per qualche istante compaiono Ivan Graziani e Lucio Dalla, accolte dall’applauso caloroso del pubblico dell’intera Arena.

Una versione molto bella e sentita di Le storie di ieri ci viene regalata dal gruppo folk rock valdostano dei L’Orage, guidato da Alberto Visconti alla chitarra e voce solista sicura e dal timbro pieno.  L’omaggio allo splendido pezzo interpretato come è noto anche da Fabrizio De Andrè, risulta qui davvero notevole, rispettoso e ben riuscito. Il ritorno di Caparezza con Ambrogio Sparagna ci regala una vivace Vieni a ballare in Puglia, e a seguire l’atmosfera torna di nuovo intima e lieve con la bellissima Bellamore, cantata in duetto da De Gregori ed Elisa (che entra nella seconda strofa) con grande intensità.

Il cantautore romano inizia a cantare A chi, mentre alle sue spalle appare dall’ombra un Fausto Leali ironico e divertito, il quale irrompe con potenza dopo il primo ritornello suscitando un boato del pubblico che restituisce al suo interprete originale il giusto tributo, dopo che per anni la voce di De Gregori aveva un po’ “maltrattato” nei suoi live (volutamente ma anche affettuosamente) questo celeberrimo brano.  – Ci conosciamo da una vita - dirà poi De Gregori  spiegando la presenza dell’amico sul palco e un abbraccio complice metterà in evidenza la notevole differenza di statura (in realtà solamente fisica) fra i due.

Dopo una esecuzione lenta di Generale, un altro brano che nel corso del tempo ha subito infiniti arrangiamenti e rivisitazioni, De Gregori presenta la sua Band e le coriste d’eccezione, e dedica un momento anche a Renzo Zenobi, storico chitarrista dell’album che stasera si celebra e al ricordo degli altri musicisti vi che parteciparono. La donna cannone è eseguita come di consueto con grande intensità con Alessandro Arianti al pianoforte ed Elena Cirillo al violino. De Gregori, al centro della scena difronte al microfono, accarezza le parole con lievi gesti delle mani. Poi si inchina al pubblico pagante che esplode in un lunghissimo (quanto scontato ed inevitabile) applauso.

Nuovo cambio di intensità che anticipa il clima festoso del finale: Sotto le stelle del Messico con Sparagna  e i fiati potentissimi invita all’allegria, alla festa, al ballo. Si prosegue sempre insieme ad Ambrogio Sparagna  e la sua banda coloratissima con una splendida L’abbigliamento di un fuochista nella versione più bella e già nota, quindi tornano sul palco Giuliano Sangiorgi e Ligabue che si alternano con De Gregori nel cantare Rimmel, dopo la lunga e molto piacevole introduzione di chitarra dello stesso Sangiorgi. Uscito di scena il leader dei Negramaro, rientra Elisa che si siede al pianoforte e accompagna un Ligabue forse un po’ distante dalle sonorità intense del brano che si appresta a cantare, Sempre e per sempre in duetto con De Gregori. L’esecuzione del rocker emiliano non è impeccabile, anzi, sembra quasi distratta - o forse è solo l’emozione che gli fa commettere anche qualche errore nel testo - e la resa non è delle migliori a nostro avviso. Del resto questo è un altro di quei brani dalla struttura piuttosto complessa in cui quasi nessun interprete ( forse solo Fiorella Mannoia c’è riuscita egregiamente finora) può reggere il confronto con la versione originale. Crediamo che la scelta di questo duetto canoro non sia stata delle più felici, ma naturalmente questa è soltanto una opinione di chi scrive.

L’atmosfera infine si scioglie e si riscalda vivacemente nell’interpretazione corale di Fiorellino #12&35 (la versione live più “dylaniana”), con tutti gli artisti presenti insieme sul palco a festeggiare il disco forse più famoso (e venduto) di quel Francesco De Gregori che ora si inchina, ringrazia, abbraccia, applaude verso il pubblico e sorride visibilmente sereno e soddisfatto per la gran bella serata appena trascorsa.

Dopo tre ore abbondanti di musica, emozioni (dalle lacrime alle risa), immagini e suoni strepitosi, si fa quasi fatica a lasciare la platea e le gradinate dell’Arena. Tra il pubblico si sono ritrovate amicizie geograficamente lontane, molte di vecchia data e ne sono scoppiate di nuove. Si sono visti volti noti ed altri incontrati finora solo virtualmente, ci si è conosciuti e riconosciuti per sensibilità e passione comuni. Qualcuno si appresta a staccare gli striscioni che, sulle transenne delle gradinate, hanno testimoniato la presenza di fans club storici come il Rimmelclub o altri più recenti, come Oltre il confine chissà, il gruppo nato sulle pagine di facebook.

Qualcun altro ancora raccoglie impressioni ed emozioni che poi vorrà raccontare con passione, anche attraverso immagini fotografiche scattate quasi furtivamente, su queste pagine chiare.

C’è da continuare a sognare sulle note di questa serata, canticchiando canzoni in macchina fino al ritorno a casa a tarda notte, ma c’è soprattutto da prepararsi al prossimo evento, l’uscita annunciata per il 30 ottobre del nuovo album di Francesco De Gregori Amore e furto, il disco che raccoglie le traduzioni di 11 canzoni di Bob Dylan  tradotte in italiano e interpretate dal cantautore, con grande amore e rispetto.

Il primo singolo che anticipa l’album si intitola Un angioletto come te ( traduzione di Sweetheart like you) ed è in rotazione alle radio già dal 2 ottobre. De Gregori quindi farà molto presto parlare ancora di sè, con questo disco a cui seguirà una nuova toruneè nel 2016, per la gioia di tutti noi.

http://www.lisolachenoncera.it/rivista/concerti/-2066/

 

 

 

 

I miei quarant’anni con Rimmel. Ora vi spiego i miei testi.

Francesco De Gregori ricorda come nacque l’album diventato una perla della musica italiana. E a settembre ricanterà tutti i brani del disco all’Arena di Verona: «Non sarà una celebrazione, termine che non mi piace. Però festeggiare un compleanno non mi sembra sbagliato»

Corriere della Sera, venerdì 6 marzo 2015

Adesso viene voglia di riprendere il disco, metterlo sul piatto dello stereo e ascoltarlo dalla prima all’ultima canzone. E anche se non ci saranno i graffi del passato sul vinile a far gracchiare il suono, qualcosa del genere succederà il 22 settembre all’Arena di Verona. Perché a 40 anni dalla pubblicazione di un album che ha fatto storia, Francesco De Gregori rimetterà insieme i novi brani di Rimmel e per la prima volta nella sua carriera li eseguirà tutti dal vivo.

Ce ne ha messo di tempo.

«È vero, ma non sarà una celebrazione, termine che non mi piace. Però festeggiare un compleanno non mi sembra sbagliato. E poi mi consente di suonare queste canzoni che mi sono portato appresso nel corso del tempo. Se la memoria non mi inganna, in nessun concerto le ho fatte tutte insieme. “Piano bar”, ad esempio, non credo di averla mai proposta dal vivo. Così come pure “Piccola mela”. L’idea mi diverte, ma non sarà niente comunque che assomiglierà a una torta con 40 candeline portata sul palco».

Farà festa da solo in questo «Rimmel2015»?

«Assolutamente no. Con me ci saranno Elisa, Malika Ayane, Caparezza, Fedez e Ambrogio Sparagna. Per il momento...».

In passato era considerato un artista dal carattere un po’ spigoloso: si è accorto che è cambiato?

«Certo. Se dovessi sforzarmi di capire come, quando e perché, direi durante il tour che ho fatto con Dalla nel 2010. Perché l’ho visto vivere con tale leggerezza il suo amore per la musica, che mi sono detto: “Se lo fa lui, allora lo posso fare anch’io”. Lucio sembrava che si fosse liberato di tutto l’apparato che circonda un cantante. Era uno che viveva con grande divertimento il proprio ruolo e si dava agli altri con generosità. Così ho capito che si può fare questo mestiere con levità».

Allora approfittiamo di questa sua disponibilità: le va di fare un gioco?

«Quale?».

Visto che sulle canzoni di «Rimmel» circolano da sempre interpretazioni tra le più bizzarre, perché una volta per tutte non le spiega lei?

«D’accordo, ma con una premessa: le canzoni sono fatte di chiaroscuri, consentono di dire e non dire, di lasciare immaginare. Nel momento in cui le vado a spiegare si impoveriscono, si liofilizzano. Detto questo, sono pronto».

Chi è «l’uomo che cammina sui pezzi di vetro»?

«Passeggiavo con la mia fidanzata di allora in piazza Navona. Tra i tanti artisti di strada c’era uno che mangiava il fuoco e camminava sui cocci di bottiglia a piedi nudi. Ad un certo punto la mia ragazza disse: “Però, che bel ragazzo che è quello”. Finisce qua la storia, fu semplicemente un momento di leggera toccatina di gelosia. Da lì nacque l’incipit di una canzone autobiografica».

Si sa che «Il signor Hood» è dedicata a Marco Pannella.

«Sì, ma con autonomia. Ho molto amato Pannella per certe cose. È integro, nobile, ma di lui non condivido tutto. E anche allora la pensavo così».

«Pablo» racconta la morte di un emigrante.

«Ma è una storia immaginata. L’invenzione della canzone era di mettere una di fronte all’altra due persone spaesate, una italiana e una spagnola che stanno in Svizzera e che si confrontano sul benessere economico raggiunto, ma pure sul senso di precarietà, sul rischio della vita, come poi succede allo spagnolo che cade per caso, che si suppone precipiti da una impalcatura».

Dicono che «Buonanotte fiorellino» l’abbia scritta per ricordare una fidanzata morta in un incidente.

«Vorrei trovare un giorno colui che ha originato questa storia e da dove nasce l’equivoco. È un omaggio a Dylan, perché io sono dylaniano e dilaniato».

E «Quattro cani»?

«Nessun riferimento né a Patty Pravo né ad altre persone. Sono solo quattro cani, che se li incontri per strada realmente si nota che hanno caratteri diversi: c’è quello che annusa, quello che scappa, quello intimidito, e magari c’è la cagna che fa il capobranco. Adoro i cani e il brano esprime il mio amore per gli animali. Punto».

«Piano bar»...

«Non è dedicata a Venditti. Al bar di un albergo c’era uno che suonava il piano e mi misi a pensare: lui suona il pianoforte meglio di me; a lui lo pagano, a me ancora no; però io canto quello che mi va, lui magari fa le canzoni che non gli va di suonare... Tutto qui».

Per «Piccola mela» non c’è mai stata nessuna interpretazione fantasiosa.

«Il testo è di una canzone popolare sarda, la musica è mia. Feci un innesto. Mi affascinava questa operazione e dissi: adesso rubo. Io ho sempre rubato da tutti, non solo da Dylan. Picasso diceva: bisogna rubare, non imitare».

Resta «Rimmel», storia di un amore finito: chi è quello mollato tra i due?

«Bisogna mettersi nei panni di uno che aveva 23-24 anni. La vita sentimentale di un ragazzo a quell’età è quanto mai gioiosa, piena di domande e risposte. Adesso chiedersi chi ha lasciato chi è difficile. Posso dire diplomaticamente che non ha importanza. Ma in quella canzone non c’è una sola figura femminile. Può essere difficile da credere, ma è un insieme di situazioni, di storie, di sentimenti, di smarrimenti».

Già, forse è meglio che le emozioni di una canzone restino in penombra, «fra le pagine chiare e le pagine scure».

Pasquale Elia

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=54f96209601d4

 

 

 

 

 

De Gregori: “40 anni di Rimmel e Pezzi di… Vetro, musica e parole”

di Ilaria Maria Dondi

Ci saranno Ligabue, Fedez, Elisa, Giuliano Sangiorgi, Malika Ayane e molti altri a festeggiare con lui i 40 anni di Rimmel in uno storico evento all'Arena di Verona. Nel frattempo, Francesco De Gregori racconta a Roba da Donne come sono nate alcune delle sue canzoni più belle, incontri importanti e i prossimi progetti.

 Erano gli anni in cui al bar della RCA ci trovavi Venditti, ti bevevi qualcosa con Baglioni, sbattevi contro Renato Zero nei corridoi, ti facevi un giro di chitarra con Rino Gaetano, gli rubavi una sigaretta e… ogni tanto, più di rado, c’era pure la possibilità di incrociare i ricci di Battisti. Era il 1975, l’anno in cui uscì “Rimmel” di Francesco De Gregori, con le sue Pezzi di Vetro, Il Signor Hood, Pablo, Buonanotte Fiorellino, Le storie di ieri, Quattro cani, Piccola mela e Piano Bar. Sì, perché alla RCA, una sorta di casermone sul raccordo anulare, ci trovavi anche lui che, grazie a Vincenzo Micocci, aveva già pubblicato Theorius Campus (1972) con Signora Aquilone – la prima canzone che, per sua stessa ammissione, appartenesse davvero a lui e non fosse un attingere a piene mani da De André -, Alice non lo sa (1973) e Francesco De Gregori (1974) con, tra le altre, Niente da Capire. Ma non era ancora Francesco De Gregori. Non in quel senso lì.

Fu “colpa” di Rimmel, scritta per metà in una stanza di albergo, per metà dietro le quinte di un programma del Mago Zurlì, prima di un’ospitata.

Da lì in poi i concerti cominciarono a non essere più per poche centinaia di persone e neppure come le serate live al Folkstudio degli esordi.

Roba da riempirci l’Arena di Verona, 40 anni dopo, per le celebrazioni di Rimmel 2015, il concerto-evento del 22 settembre 2015, in cui Francesco De Gregori suonerà per la prima volta integralmente il suo album più amato.

Nel frattempo si conclude il Vivavoce Tour (il 7 settembre a Viggiano, Potenza) e si avvicina l’uscita, a fine ottobre, di “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto”, l’album in cui il cantautore traduce e canta Dylan. E allora ha senso parlare ancora di, ma soprattutto con Francesco De Gregori, anche se è già stato scritto, detto, domandato tutto; anche  se parlare (o scrivere) di De Gregori è un po’ come leggere i testi di una sua canzone senza ascoltarne la musica. Possono essere bellissimi, ma si rompe una magia. Qualsiasi parola, da sola, non sarà mai all’altezza. E allora è meglio affidarsi alle sue, direttamente.

Partiamo dagli ospiti di Rimmel 2015 all’Arena di Verona: Ligabue, Fedez, Caparezza, Malika Ayane, Elisa, Checco Zalone, Fausto Leali, Giuliano Sangiorgi, Ambrogio Sparagna e L’Orage. Alcuni erano attesi, se non prevedibili, come Sparagna o Ligabue dopo il duetto in “Alice” dell’ultimo album “Vivavoce”. Ma altri sono a tutti gli effetti la sorpresa che non ti aspetti. I puristi hanno storto il naso, i malfidenti hanno già avanzato l’ipotesi di una scelta un po’ ruffiana per conquistare un pubblico più ampio, giovanissimi compresi e… quelli che non hanno la necessità o la pretesa di avere una versione dei fatti sono curiosi di sapere il perché di alcune scelte e, soprattutto, vedere e… ascoltare.

 Sono artisti che mi piacciono. Semplicemente. Alcuni sono molto distanti da me, dal mio modo di fare musica? Vero, ma mi piacciono e li stimo. Prendiamo Caparezza e Fedez, quelli che probabilmente lasciano più perplessi: sono due artisti che reputo ispirati e apprezzo anche perché non sono rinchiusi nello stereotipo di un genere, il rap, ma lo usano per esprimersi. Leali, l’ho sempre amato molto: era un invito per me naturale. Gli altri, mi sembra che non dovrebbero destare stupore… Ah, Checco Zalone! Lui l’ho chiamato perché è uno che suona bene, ha fatto un’adolescenza al piano bar e, infatti, gli ho affidato, tra le altre cose, la canzone Piano Bar. E poi sono un appassionato di cinema e amo molto i suoi. Trovo che il suo modo di fare cinema, che tutti riducono a svago ed evasione, sia sì molto divertente ma racchiuda anche una visione del mondo e della realtà per cui sceglierei l’aggettivo… raffinata.

 

 

 

 

 

 

 40 anni di Rimmel e, va da sé, 40 anni di carriera (e più, perché c’è anche il prima), in cui lei non è mai riuscito a cantare le sue canzoni, neppure gli evergreen al modo dell’originale. È la solita storia: alcuni fan non glielo perdonano, altri la amano per questo suo essere sempre nuovo. C’è da credere che Rimmel 2015 non farà eccezione.

 In realtà, alcune canzoni ho cercato di toccarle pochissimo, altre ammetto le vivo in modo diverso e, probabilmente, saranno altra cosa rispetto all’originale. Ci stiamo ancora lavorando. Altre ancora le ho affidate ai miei colleghi e, in quel caso, ovvio, c’è da aspettarsi arrangiamenti e interpretazioni diversi. Del resto io non posso invitare due artiste di grande sensibilità come Elisa o Malika e dire loro di fare “Buonanotte Fiorellino” o un’altra canzone come l’ho fatta o la faccio io. E poi diciamocelo. Sono passati 40 anni. Io sono un uomo diverso, la tecnologia, i musicisti, gli strumenti a disposizione sono diversi. Non si può mettere la musica in un museo, farla diventare un totem. La musica è viva. Persino quella classica, che ha una rigida partitura, cambia radicalmente se a dirigere un Beethoven è Toscanini o Von Karajan. Figuriamoci la mia. Per ascoltare Rimmel di quarant’anni fa, basta mettere il disco.

Vede, non è questione di rispettare l’originale. È questione di rispettare la musica, il suo nerbo. Se cercassi di fare “Rimmel” oggi come la facevo 40 anni fa, non la rispetterei.

 Lo ascolti parlare e pensi che del “Principe” ha l’eleganza e la cortesia, non l’austerità un po’ sprezzante che alcuni gli hanno a volte attribuito. A meno che, per quest’ultima, non si intenda una forte personalità, intenzionata a difendere la sua sfera privata, le sue idee e a esporre le proprie opinioni in modo non sovrastante ma chiaro, senza la necessità di risultare a tutti i costi popolare. Ma allora è un’altra cosa.

 

 

Restiamo sul tema. Nel 2014 ha pubblicato Vivavoce, che lei stesso ha definito come “l’album di cover di me stesso”: 28 canzoni che ripercorrono, senza un filo logico apparente, la sua carriera. In realtà, anche in questo caso, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di molto nuovo. “Generale”, “Per le strade di Roma”, “Celestino”, sono brani nuovi. Lo è “Alice”, cantata con Ligabue, e pure “La donna cannone”, spogliata da ogni retorica nostalgica da Nicola Piovani. “Il ’56” ha guadagnato un ritmo incalzante dove, lo ammetta, si sente che vi siete proprio divertiti. L’impressione è che molte persone ascoltino le sue canzoni con reverenza e grande nostalgia. Reverenza e nostalgia che, invece, non sembrano affliggerla.

     Vero. Non provo nostalgia. Non guardo con nostalgia neppure me stesso. Certo, a 64 anni ci sono cose che uno rimpiange di quando era più giovane. Cose banali: l’energia, la fisicità, ma anche quelle fino a un certo punto. Le ho sostituite con altro.

 Prendiamo “Rimmel”, è una canzone per cui non ho nostalgia. Mi piace ancora, la sento ancora attuale e ho ancora voglia di suonarla e di sperimentare con lei.

     Certo, capisco che molte persone siano legate agli originali: ricordano loro qualcosa. Non c’è nulla di male. Per questo ci sono i dischi. Dal canto mio non sono in grado di suonare due volte la stessa cosa, per i motivi che ci siamo detti sopra e perché fare musica continua a piacermi e divertirmi molto.

 Nelle sue interviste e nelle recensioni di Vivavoce sorprende vedere che l’ultima traccia, “Fiorellino # 12&35” è quasi passata sotto silenzio o, comunque, non ha fatto troppo clamore. Eppure in questa versione “dylaniana” di “Buonanotte Fiorello”, lei ha proprio stravolto tutto e, stavolta, non parliamo solo di arrangiamenti, ma anche di parole. Un verso è saltato e subito dopo “l’anello resterà sulla sabbia”, ci si trova un “se per caso qualcuno lo trova, lo può pure lasciare dov’è”. Capirà che, lasciando stare chi è inorridito, gli altri si sono quanto meno divertiti, e tanto, nel sentire questa sorta di dissacrazione di una delle canzoni d’amore per eccellenza della musica italiana, Ha detto di averlo fatto per ragioni metriche. Nulla di più?

 Ho preso di peso l’arrangiamento del brano di Dylan, insieme al titolo e, con la chitarra, in camera mia, ho provato a vedere se funzionava e, sì, funzionava, tranne che per due versi… e li ho cambiati.

     Però, lo ammetto, forse c’è dell’altro: al di là del non amare le canzoni imbalsamate, sono passati 40 anni e, diciamocelo – ride De Gregori –, se uno ritrova un anello, un amore o qualcos’altro che allora erano molto preziosi, può anche darsi che decida di lasciare quelle cose lì, al tempo cui appartenevano, perché il suo presente lo è altrettanto. Anzi, di più, proprio perché presente. O no?

 Parlando di Dylan, a fine ottobre uscirà il disco “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto”: traduzione e interpretazione di 11 brani dell’artista americano che, forse, De Gregori ha amato più di tutti. Di sicuro quello con cui, più di tutti, i parallelismi si sono sprecati.

 L’incontro tra De Gregori e Bob Dylan avvenne a Roma, proprio nel 1975, l’anno di Rimmel: fu l’amico e impresario David Zard a trascinarlo nel suo camerino per presentarglielo conoscendo la sua grande ammirazione per l’artista.

Anni dopo Dylan inserì la sua versione italiana di If You See Her Say Hello, tradotta da De Gregori nel brano “Non dirle che non è così”, in un cd che raccoglieva la colonna sonora del film in cui lui recitava.

 Lo stesso Dylan chiamò “Love and Theft”, amore e furto appunto, un suo album denso di citazioni. Oggi De Gregori riprende quello stesso titolo per dare vita a quella che, lo stesso cantautore, ha definito “Una grande avventura”, e a un disco dal nome evocativo e già molto atteso.

L’hanno sempre dipinta come un individualista. In realtà nei suoi ultimi lavori emerge tanto la band, sarà anche che sono stati anni di live. Ma lei, Guido Guglielminetti, Giovenchi, Bardi, Arianti, Parenti e gli altri, sul palco sembrate uno squadrone di calcio molto affiatato e vincente.

 In passato sicuramente ero più individualista e, in parte, lo sono ancora. Fa parte dell’essere un cantautore probabilmente. Hai bisogno anche di solitudine e individualità. Diciamo che non ci vedo conflitto. Se mi si passa un confronto forse azzardato penso di essere un po’ come Mick Jagger per i Rolling Stone: lui è il cantate, lui è quello che scrive le canzoni, ma lui non fa ombra alla banda e la banda non fa ombra a lui. Quello che posso dire della mia band di oggi è che funziona, perché ci diverte fare musica e fare musica sempre diversa. Non sappiamo suonare la stessa cosa due volte in modo uguale.

 Quando descrive gli anni in RCA, descrive anni in cui fare il musicista voleva dire immergersi in un clima che, raccontandolo oggi, sembra quasi idilliaco, fatto di condivisione di suoni, spazi, ristoranti, case. Oggi cosa significa fare musica?

 Per dirlo dovrei trovarmi a vivere la situazione di un novizio cantautore. Ora posso parlare dalla situazione privilegiata di chi, se vuole qualcosa, sa dove andare a prenderselo e a chi chiedere. Di sicuro quel clima non c’è più, ma è stato sostituito da un altro sistema di relazioni tra musicisti. Parlo principalmente della Rete, che offre una nuova modalità di scambio e confronto a livello planetario. Allora era più difficile. Forse è un modo meno umano, ma ha i suoi svantaggi e i suoi vantaggi.

 Lei è tecnologico?

Quanto basta. Nel tempo libero preferisco un libro, il cinema, il teatro, il calcio. Ma la tecnologia può essere un mezzo utilissimo. Anche la chitarra di per sé è un mezzo. Il valore di un mezzo sta nel fatto che sia usata con un fine.

 Si è detto tutto sulle sue collaborazioni e sui suoi incontri importanti: De André, Dalla, Fossati, Venditti. Si è parlato molto poco delle donne di De Gregori, quelle che ha incrociato nella sua carriera, hanno influenzato la sua musica o ne hanno creata con lei.

 Un incontro che ricordo con grande piacere è quello con Monica Vitti. Lei venne in RCA perché voleva incidere un disco. Voleva cantare “Buonanotte Fiorellino” che per me, diciamocelo, in quegli anni sarebbe stata una botta di vita. Ma io le dissi, anche un po’ spocchioso, che non era adatta e le consigliai di cantare “Avanti Bionda” di Paolo Conte, che trovavo perfetta per lei.

Finì che non se ne fece nulla, neppure il disco che io sappia.

 Per quanto riguarda la musica un punto di riferimento fu Caterina Bueno, la incontrai al Folkstudio negli anni Sessanta, stava cercando un chitarrista e io mi proposi con un po’ di incoscienza. La seguì per parecchio tempo e da lei imparai molto, delle canzoni popolari e in termini di rigorosità.

 Poi c’è Giovanna Marini – riprende De Gregori –, un pilastro: musicologa, critica, musicista colta e donna di spettacolo. Una donna di grande acume.

 Come si vide chiaramente ne “L’abbigliamento di un fuochista” prima e in quella “scommessa musicale, oltre che un riconoscimento del valore stoico e della bellezza delle canzoni (popolari) che ci stanno dentro” che è “Il Fischio del Vapore” (2002), per dirla con la Viglietti in “Guarda che non sono io”, il libro.

 Per la cronaca, tornando invece a Caterina Bueno, De Gregori le dedicò “Caterina”, inclusa in “Titanic” (1982), che gli costò il rimprovero della stessa per un verso in cui il cantautore scriveva di volerla consolare: “Non ho nessun bisogno di essere consolata io!”.

     Mi piacciono molto le voci femminili – aggiunge De Gregori –, poi è inutile nascondersi: la musica cantautorale in particolare è sempre stata un po’ ingiusta verso le donne.

 Terminato il Vivavoce Tour (il 7 settembre), dopo Rimmel 2015 e l’uscita di “Amore e Furto” che succede?

Succede che ci saranno una decina di date live per promuovere l’album nuovo e poi, inevitabilmente, mi metterò a pensare a un disco nuovo.

 Perché inevitabilmente?

     Per non interrompere questo cerchio di musica che mi sta intorno, da qualche anno a questa parte in particolare. Dopo un po’ che sto senza musica e musicisti mi sembra di non fare nulla di serio. E poi scrivere e suonare per me è un fatto di condivisione, un fatto collettivo, uno lo fa per farsi ascoltare. Quando scrivo una canzone è per comunicare qualcosa, non è per sfogarmi con me stesso.

 

 

Si parla da oltre un’ora. È ora di chiudere. De Gregori è gentile, come all’inizio, ha la voce profonda, a tratti divertita. Quando qualcosa non lo gradisce o lo mette in guardia si capisce. Vale anche in positivo. È bella una tale chiarezza. Mette a proprio agio e, chi scrive, all’inizio non lo era. Non per colpa sua, chiaro. Ma va da sé che quando hai passato anni, dalla tua adolescenza in poi a De Gregori, De André, Fossati e Conte e ti trovi a parlarci insieme, il piacere si mischia a quel senso di infantile inadeguatezza, per cui ti sembra che tutto sia troppo banale, non all’altezza.

 Si chiama ammirazione, pazienza, nulla di brutto, anzi. L’importante è non cadere nell’idolatria che, come bonfonchiò Dylan quando incontrò De Gregori, quella sì che è una brutta cosa. Così è vero, potresti provare a dirglielo, a raccontargli che al figlio che stai aspettando fai ascoltare ogni sera “Santa Lucia”, perché hai deciso che quella, insieme al “Suonatore Jones” di De André, sarà la sua ninna nanna. Ma le parole banalizzano un’emozione e le emozioni non vanno maltrattate.

 Non resta che concludere, con le domande che, stavolta, non la sottoscritta, ma la community di Roba da Donna ha chiesto di sottoporre all’artista.

 In molti la paragonano a un poeta e equiparano le sue canzoni a poesie. Lei si è già espresso più volte in merito. Proviamo a fare un riassunto.

 Non so dare una definizione assoluta alla poesia, se non in senso tecnico: banalizzando, un componimento scritto con o senza rima. Manzoni dei Promessi Sposi fa la prosa, Pascoli fa poesia, per intenderci. Poi c’è la poeticità, che è una categoria a sé e riguarda vari tipi di creazioni: un film, un quadro, forse anche una canzone. Ecco, io credo che la gente confonda poesia e poeticità: anche in un film della Disney o nei baci Perugina può esserci poeticità.

Definire le mie canzoni poesia denota una mancanza di conoscenza della poesia. Poeti contemporanei sono Ferlinghetti, Caproni, Raboni… La poesia la puoi leggere, declamare, le mie canzoni non starebbero in piedi senza la musica.

 Posto il beneficio del dubbio sul fatto che le canzoni debbano essere spiegate, in molti sono curiosi rispetto al significato di “Alice”, che lei ha detto più volte essere ispirata ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Carroll. In particolare chiedono lumi su “Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole”.

Era un periodo in cui ero affascinato da tutto ciò che riguardava le associazioni e la scrittura automatiche, ero figlio di una cultura dadaista e freudiana. Non so bene cosa sia successo, probabilmente pensando ad Alice è stato automatico evocare lo Stregatto; il gatto poi è notoriamente animale sacro agli egizi che adoravano il sole. Da lì il gioco di specchi dei versi. Questo, ovviamente, se devo provare a dare una spiegazione; ma, come dice lei, è proprio necessario?

 Lei è, al tempo stesso, uno dei “cantautori della vecchia scuola”, perdoni se non trovo un altro modo per definirla, e un cantautore contemporaneo. Ha attraversato almeno tre generazioni, che saranno riunite sotto il palco di Rimmel 2015, nonostante differenza anagrafiche, sociali e culturali abbastanza evidenti. Sente mai la responsabilità di questo suo ruolo di “cantautore di tre generazioni”?

 No, non sento nessuna responsabilità. Mi fa piacere, sono grato della cosa, mi diverte e, a tratti, mi sorprende, ma non ne sento la responsabilità.

     Nella mia vita privata tendo a essere molto responsabile, ma nel mio essere artista solo totalmente irresponsabile e voglio continuare a esserlo.

 http://www.robadadonne.it/81500/de-gregori-40-anni-di-rimmel-e-pezzi-di-vetro-musica-e-parole-intervista/

 

 

 

«I miei quarant’anni con Rimmel. Ora vi spiego i miei testi».

 

Francesco De Gregori ricorda come nacque l’album diventato una perla della musica italiana. E a settembre ricanterà tutti i brani del disco all’Arena di Verona: «Non sarà una celebrazione, termine che non mi piace. Però festeggiare un compleanno non mi sembra sbagliato»

Corriere della Sera, venerdì 6 marzo 2015

Adesso viene voglia di riprendere il disco, metterlo sul piatto dello stereo e ascoltarlo dalla prima all’ultima canzone. E anche se non ci saranno i graffi del passato sul vinile a far gracchiare il suono, qualcosa del genere succederà il 22 settembre all’Arena di Verona. Perché a 40 anni dalla pubblicazione di un album che ha fatto storia, Francesco De Gregori rimetterà insieme i novi brani di Rimmel e per la prima volta nella sua carriera li eseguirà tutti dal vivo.

Ce ne ha messo di tempo.

«È vero, ma non sarà una celebrazione, termine che non mi piace. Però festeggiare un compleanno non mi sembra sbagliato. E poi mi consente di suonare queste canzoni che mi sono portato appresso nel corso del tempo. Se la memoria non mi inganna, in nessun concerto le ho fatte tutte insieme. “Piano bar”, ad esempio, non credo di averla mai proposta dal vivo. Così come pure “Piccola mela”. L’idea mi diverte, ma non sarà niente comunque che assomiglierà a una torta con 40 candeline portata sul palco».

Farà festa da solo in questo «Rimmel2015»?

«Assolutamente no. Con me ci saranno Elisa, Malika Ayane, Caparezza, Fedez e Ambrogio Sparagna. Per il momento...».

In passato era considerato un artista dal carattere un po’ spigoloso: si è accorto che è cambiato?

«Certo. Se dovessi sforzarmi di capire come, quando e perché, direi durante il tour che ho fatto con Dalla nel 2010. Perché l’ho visto vivere con tale leggerezza il suo amore per la musica, che mi sono detto: “Se lo fa lui, allora lo posso fare anch’io”. Lucio sembrava che si fosse liberato di tutto l’apparato che circonda un cantante. Era uno che viveva con grande divertimento il proprio ruolo e si dava agli altri con generosità. Così ho capito che si può fare questo mestiere con levità».

Allora approfittiamo di questa sua disponibilità: le va di fare un gioco?

«Quale?».

Visto che sulle canzoni di «Rimmel» circolano da sempre interpretazioni tra le più bizzarre, perché una volta per tutte non le spiega lei?

«D’accordo, ma con una premessa: le canzoni sono fatte di chiaroscuri, consentono di dire e non dire, di lasciare immaginare. Nel momento in cui le vado a spiegare si impoveriscono, si liofilizzano. Detto questo, sono pronto».

Chi è «l’uomo che cammina sui pezzi di vetro»?

«Passeggiavo con la mia fidanzata di allora in piazza Navona. Tra i tanti artisti di strada c’era uno che mangiava il fuoco e camminava sui cocci di bottiglia a piedi nudi. Ad un certo punto la mia ragazza disse: “Però, che bel ragazzo che è quello”. Finisce qua la storia, fu semplicemente un momento di leggera toccatina di gelosia. Da lì nacque l’incipit di una canzone autobiografica».

Si sa che «Il signor Hood» è dedicata a Marco Pannella.

«Sì, ma con autonomia. Ho molto amato Pannella per certe cose. È integro, nobile, ma di lui non condivido tutto. E anche allora la pensavo così».

«Pablo» racconta la morte di un emigrante.

«Ma è una storia immaginata. L’invenzione della canzone era di mettere una di fronte all’altra due persone spaesate, una italiana e una spagnola che stanno in Svizzera e che si confrontano sul benessere economico raggiunto, ma pure sul senso di precarietà, sul rischio della vita, come poi succede allo spagnolo che cade per caso, che si suppone precipiti da una impalcatura».

Dicono che «Buonanotte fiorellino» l’abbia scritta per ricordare una fidanzata morta in un incidente.

«Vorrei trovare un giorno colui che ha originato questa storia e da dove nasce l’equivoco. È un omaggio a Dylan, perché io sono dylaniano e dilaniato».

E «Quattro cani»?

«Nessun riferimento né a Patty Pravo né ad altre persone. Sono solo quattro cani, che se li incontri per strada realmente si nota che hanno caratteri diversi: c’è quello che annusa, quello che scappa, quello intimidito, e magari c’è la cagna che fa il capobranco. Adoro i cani e il brano esprime il mio amore per gli animali. Punto».

«Piano bar»...

«Non è dedicata a Venditti. Al bar di un albergo c’era uno che suonava il piano e mi misi a pensare: lui suona il pianoforte meglio di me; a lui lo pagano, a me ancora no; però io canto quello che mi va, lui magari fa le canzoni che non gli va di suonare... Tutto qui».

Per «Piccola mela» non c’è mai stata nessuna interpretazione fantasiosa.

«Il testo è di una canzone popolare sarda, la musica è mia. Feci un innesto. Mi affascinava questa operazione e dissi: adesso rubo. Io ho sempre rubato da tutti, non solo da Dylan. Picasso diceva: bisogna rubare, non imitare».

Resta «Rimmel», storia di un amore finito: chi è quello mollato tra i due?

«Bisogna mettersi nei panni di uno che aveva 23-24 anni. La vita sentimentale di un ragazzo a quell’età è quanto mai gioiosa, piena di domande e risposte. Adesso chiedersi chi ha lasciato chi è difficile. Posso dire diplomaticamente che non ha importanza. Ma in quella canzone non c’è una sola figura femminile. Può essere difficile da credere, ma è un insieme di situazioni, di storie, di sentimenti, di smarrimenti».

Già, forse è meglio che le emozioni di una canzone restino in penombra, «fra le pagine chiare e le pagine scure».

Pasquale Elia

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=54f96209601d4

 

 

 

 

De Gregori, leggenda all’Arena

Concerto per i 40 anni dell'album "Rimmel". Sul palco anche Ligabue, Elisa, Fedez, Sangiorgi, Zalone

 

«Rimmel è un disco che ha una forza sua e ne ignoro anche i motivi. Ci sono cose che avvengono quando scrivi le canzoni e non sai bene perché escono così e perché funzionano. Era un periodo dove avevo la testa piena di cose, volevo mischiare le carte, volevo uscire dallo stereotipo del cantautore voce e chitarra verso cui però la mia casa discografica mi spingeva a quei tempi. È stato un po’ un disco combattuto». Sì, ma anche un’opera baciata dalla grazia, come sanno tutti quelli che da 40 anni continuano a innamorarsi di quel mucchietto di cose irrinunciabili.

 Per celebrarne il compleanno, Francesco De Gregori ha organizzato una festa speciale, «dove ho invitato gli amici e non i parenti stretti, è una cosa privata, come ogni concerto». E gli imbucati erano in 13mila, l’altra sera all’Arena di Verona: gli ospiti, invece, quelli che hanno rivisitato sul palco assieme al Principe un album leggendario che, ha sottolineato lui, «era il centro della serata ma non un totem da adorare» in una scaletta da 30 pezzi. Tant’è che ognuno dei colleghi di De Gregori ha messo la propria cifra sui brani, e Francesco ne è stato felice: «Vedere certi artisti che rifanno i miei pezzi a modo loro è la conferma che le canzoni sono vive, non possono essere inchiodate come le farfalle con gli spilli per farle sempre restare uguali a se stesse». Perché «il mio incubo per questa serata era il Festivalbar, il portare questi ospiti uno dietro l’altro riempiendo le caselle, mentre a me interessava creare un "pastiche"».

 L’obiettivo è stato raggiunto, in un evento a suo modo storico e irripetibile, «anche se l’hanno registrato, non è stato pensato per finire in tv, dove occorre un’organizzazione diversa», e forse neppure su un disco live (poi si vedrà).

 Ma quante perle, nella parure degregoriana. Vedi "Viva l’Italia" con Fedez, dove il giovane rapper ha cantato niente male le strofe cardine, aggiungendo poi di suo il verso folgorante "Viva l’Italia del ’68, condannata a un ’69" («È entrato in questa cosa con una sapienza difficile per un uomo di 25 anni», lo promuove il padrone di casa). O Malika Ayane che ha reso eterea (suonando anche il violoncello) la sua interpretazione di "Pezzi di vetro", o Elisa che al piano ha trasformato "Buonanotte fiorellino" in un incantesimo nordico. («Sono state coraggiose, Elisa mi ha detto che l’avrebbe cantata a modo suo, io ho risposto: "Meno male!"»). Giuliano Sangiorgi si è appropriato di "Guarda che non sono io", Fausto Leali ha teso le corde su "La valigia dell’attore", Caparezza ha giocato su "Bufalo Bill": questi ultimi due sono stati poi remunerati con "A chi" e "Vieni a ballare in Puglia".

 

foto di Daniele Barraco

 

 

E QUALCOSA RIMANE

di Francesco Luna

 “Rimmel” mi ricorda pomeriggi piovosi, passati da “Ricordi” in via del Corso, a guardare i dischi, ad ascoltare musica e a sfogliare gli spartiti. Francesco de Gregori era dappertutto, su quegli scaffali e nella mia adolescenza, insieme agli altri grandi di quegli anni. C’erano Dalla, Guccini, Venditti, Baglioni, Renato Zero, ovviamente Battisti. C’erano Bennato, Cocciante, Rino Gaetano, Stefano Rosso.

De Gregori era il più grande. Ricordo le 6.500 lire racimolate per comprare Rimmel, finalmente, dopo averlo sentito tante volte a casa di amici. Ricordo la corsa a casa, la plastica che si apriva, l’odore del vinile, il disco nero con l’etichetta blu della RCA che girava sul piatto. Ricordo le foto di de Gregori che uscirono quasi a sorpresa dal disco, quella sua faccia da ragazzo, che allora poteva essere mio padre e che adesso potrebbe essere mio figlio. E l’attacco, fantastico, della canzone che dà il nome all’album. Un mix di pianoforte e contrabbasso, cinque accordi a salire sulla scala di do, geniale a suo modo. E poi lui, la sua voce, che si rivolge alla misteriosa (e un po’ stronza) “dolce venere di Rimmel”. Un disco che apre un’epoca che si apre con una congiunzione, come se venisse dal vuoto che lo precede: “… e qualcosa rimane”, e già questo era rivoluzionario.

continua .. http://www.francescoluna.com/?p=245

 

 

 

 

 

“Il bosco piano piano si riprende le case. Sono immobili gli aeroplani, negli aeroporti sotto la luna. Ammutoliscono i cani per la groppa delle montagne, sono disperse le greggi, abbandonati i pastori. Io vivo fuori, in questo cosmodromo messicano. Tutto è forte, è chiaro, il cielo è un gigante, la vita è un acquario sopra di noi, la luce è immensa” proprio con Lettera da un cosmodromo messicano Francesco De Gregori ha aperto il concerto evento Rimmel 2015, l’album più amato. Il Principe è salito sul palco con la sua band e ha proseguito il live con altri due grandi classici, Il canto delle sirene e La leva calcistica della classe ’68. La festa di Rimmel 2015 è stata aperta proprio da De Gregori con Il Signor Hood e Quattro Cani, ma ad un certo punto sul palco sono arrivati anche gli ospiti.

1) Lettera da un cosmodromo messicano

 

2) Il canto delle sirene

 

3) La leva calcistica della classe 1968

 

4) Il signor Hood

 

5) Quattro cani

 

6) L'agnello di Dio (con Caparezza)

 

Caparezza

Non posso scegliere, è un album perfetto. Certo,mi toccano di più le cose non di matrice sentimentale. Chevolete, sono fatto così...

 

 

7) Piccola mela (con Renzo Zenobi e Malika Ayane)

 

8) Pablo (con Giuliano Sangiorgi)

 

 Giuliano Sangiorgi

Ho un rapporto di amore-odio col disco. Da ragazzino si accendevano i falò sulla spiaggia,tutti facevano all’amore e io... prendevo la chitarra

 

 

9) La valigia dell'attore (con Fausto Leali)

 

 

10) Buonanotte Fiorellino (Elisa)

 

a Elisa invece ho chiesto io di fare 'Buonanotte Fiorellino' e lei ha detto 'sì, ma la faccio a modo mio' e io le ho detto 'meno male'… anche io la faccio a modo mio da molti anni. Comunque non c’è stata nessuna imposizione né da parte mia né da quella degli amici e colleghi. Io semplicemente li ho invitati a questo concerto, dove 'Rimmel' era il centro della serata ma non un totem da adorare. Tutti si sono collegati a un’idea di musica più che a un’idea di disco. Infatti  non mi piace chiamare celebrazione questa serata, è stata una festa di compleanno a cui ho invitato gli amici e non i parenti stretti…. Questo mi ha molto esaltato.

 

Elisa

“Buonanotte fiorellino” per il verso “e l’anello resterà sulla spiaggia”. Mi rivedo quando perdo qualcosa (il mio incubo) e immagino che qualcuno se lo prenda

  

 

11) Bufalo Bill (con Caparezza)

 

12) Guarda che non sono io (Giuliano Sangiorgi)

 

"'Rimmel' è un disco che ha una forza sua e ignoro anche i motivi precisi per cui l’abbia avuta. Ci sono delle cose che avvengono quando scrivi le canzoni e non sai bene perché escono così e perché funzionano. 'Rimmel' l’ho prodotto totalmente io e mi stupisco come sia riuscito a farlo…era un periodo dove avevo la testa piena di cose, volevo mischiare le carte, volevo uscire dallo stereotipo del cantautore voce e chitarra verso cui però la mia casa discografica mi spingeva a quei tempi. E’ stato un po’ un disco combattuto"

 

 

13 Finestre rotte

 

14) Viva l'Italia (con Fedez)

 

"Io non considero Fedez come un uomo prigioniero dell’hip hop o del rap, lui come molti della sua età conosce quella musica e si muove e scrive dento essa ma è un uomo sapiente musicalmente. Fedez non ha solo rappato su “Viva l’Italia” ma ha cantato le strofe che canto io e lo ha fatto da grande cantante. Il rap è qualcosa che ci sta intorno… anche Caparezza viene dal rap ma definirlo rapper è riduttivo, come per Fedez. Fedez ha avuto un’idea su come aggiungere delle cose a 'Viva l’Italia', è entrato in questa canzone con una sapienza difficile per un uomo di 25 anni. E’ riuscito a mischiare il suo stile, perché ha fatto delle parti rappate, e poi a cantare le strofe come le canto io, da cantante. Uno dei momenti più commoventi della serata. Mi piace avere intorno gente giovane"

 

Fedez

Sono appassionato di scrittura e“Pezzi di vetro”è quella che mi  arriva di più. Le parole sono come uno scalpello,creano immagini reali

 

 

15) La donna cannone (di Checco Zalone)

 

«A me piace il suo cinema, non fa film stupidi ma molto divertenti. Per incontrarlo, come un fan invadente, sono andato a Bari e ho chiesto a tutti il numero di Zalone. Gli ho scritto dicendogli sono Francesco DG e ti vorrei conoscere, lui ha pensato che fossi Dj Francesco. È uno che mi piace molto. Prima ha fatto il suo numero di cabaret con affetto e stima verso chi non era qui ,

 

16) Piano bar (Checco Zalone)

Poi ha iniziato "Piano Bar" come un musicista, ideale su quel pezzo». Il cabaret era una esilarante risciacquatura di "La donna cannone" dove Zalone, arrivato dicendo «Sono vent’anni che non salivo su un palco...gratis» ha imitato in modo irresistibile voci e successi dei cantanti che «non sono qui perché a Francesco stanno sul c...», ha scherzato: Ferro, Vasco, Eros, Carmen Consoli, Modà, Al Bano, D’Alessio («Che cosa orrenda!», ha celiato alla fine il Principe).

 

Checco Zalone

La preferita - sarò banale -è“Rimmel”. La suonavo nei pianobar e piaceva anche ai tamarri di Bari. È il segno che è davvero grande

 

 

17) Pezzi di Vetro (Malika Ayane)

 

"Malika mi ha chiesto di fare 'Pezzi di vetro', Giuliano Sangiorgi mi ha detto che voleva assolutamente cantare 'Guarda che non sono io'

 

Malika Ayane

“Pezzi divetro”mi ricorda i 17 anni. Un ragazzo che adoravo, un artista di strada, stava partendo e mi ha lasciato un disco con questa canzone: ascoltarla era una coltellata.

 

 

 

18) Il muro del suono (con Ligabue)

 

Il più atteso degli amici vip era naturalmente Ligabue, fresco del trionfo di Campovolo. Insieme si sono spartiti "Il muro del suono" («che ha parole molto vicine alla mia sensibilità, è un brano in equilibrio tra denuncia di un mondo malato e una grande scrittura»), più "Alice",

 

19) Alice (con Ligabue)

 

'Alice' con Ligabue l'ho fatta perché era anche su disco, ci piace farla.

 

20) Niente da capire

 

 

21) Le storie di ieri (L'Orage)

 

“Francesco ha saputo creare un’atmosfera molto distesa per la preparazione di questo specialissimo compleanno dedicato al suo disco più amato. È riuscito a far coesistere artisti diversissimi grazie all’armonia intrinseca che appartiene al suo mondo e alle sue canzoni. Siamo elettrizzati di fare parte di tutto questo e infinitamente grati a lui per averci invitato”. Francesco è De Gregori e chi parla è L’Orage, la band rock folk valdostana che il 22 settembre suonerà proprio con lui all’Arena di Verona nel suo “Rimmel 2015”.

Quando abbiamo vinto Musicultura 2012 Francesco era l’ospite della serata. Dietro le quinte sono andato a chiedergli: “Scusi, posso stringerle la mano?”. E lui mi ha risposto: “Se sei qui siamo colleghi, dammi del tu”. Così siamo diventati amici. Dopo qualche tempo gli abbiamo proposto quella che a tutti sembrava una follia: un intero concerto insieme, le sue canzoni riviste e arrangiate da L’Orage. Ha accettato subito. Ci ha dato carta bianca. Il risultato è stato “L’Orage e Francesco De Gregori insieme dal vivo!“, concerto che si è tenuto a St. Vincent il 2 febbraio 2013. La serata più emozionante della nostra vita. E come se non bastasse ha cantato una nostra canzone, “La Teoria del Veggente” che è poi stata inclusa nel nostro disco “L’età dell’Oro“.

 

22 Vieni a ballare in Puglia

(con Caparezza e Ambrogio Sparagna)

 

A Caparezza all’inizio avevo chiesto di fare 'Fuori dal tunnel', ma lui voleva fare 'Vieni a ballare in Puglia'

e ci mancherebbe… porte aperte.

23) Bellamore (con Elisa)

 

24) A chi (con Fausto Leali)

 

 

FaustoLeali

Adoro “Pablo”. Ho analizzato bene i brani di Francesco: si maschera dietro la barba e il cappello, ma è un cantautore finto. In realtà, è un grande compositore

 

25) Generale

 

 

 

Presentazione Band e .... vecchi amici

 

Renzo Zenobi ha suonato la chitarra su Piccola mela, sul 45 giri che avete in mano, ai tempi di Rimmel.

L’ha suonata anche stasera, e non è passato un anno né a me né a lui. Siamo grandi!

E Renzo è qui a rappresentare anche tutti quegli altri musicisti che hanno suonato su quel disco che questa sera stiamo festeggiando alla grande.

Io non so dove siano ognuno di loro stasera, ma sono tutti cari al mio cuore, al nostro cuore. E allora li vorrei dire, così: Mick Brill! Dave Sumner! Franco Di Stefano! Non so dove siete questa sera, ma è bello pensare che siete tutti qua.

Douglas Meakin!  Roberto della Grotta, il contrabbassista. Voi sentite Rimmel, sentite il contrabbasso? Ecco che cosa suonava Roberto Della Grotta.  E Mario Schiano, un grande sassofonista, grande mio amico che suonava il sax su Le storie di ieri.

Se non ci fossero stati loro, forse stasera non avremmo tutte queste cose da dirci. Grazie, grazie a tutti!

  

 

(nota del Nostromo:  .... anche George Sims, Alberto Visentin e Roger Smith.

L'emozione gioca brutti scherzi.)

 

 

Legittimamente, è stato evocato Lucio Dalla, apparso in un video («senza orpelli retorici») del 1975 dove compariva anche Ivan Graziani. Ecco, ci fossero stati pure loro, ogni frammento del puzzle sarebbe andato a posto. Rivedendosi giovane 40 anni più tardi, De Gregori ha sottolineato: «Le stesse cose che dico oggi le dicevo allora: o ero vecchio allora o sono giovane adesso». Citazione criptata da Dylan, di cui Francesco ha tradotto in italiano 11 brani per cantarli nell’album "Amore e furto" che uscirà il 30 ottobre. Un tributo da allievo, da uno che ha imparato bene l’arte da mastro Bob.

 Stefano Mannucci

http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2015/09/24/de-gregori-leggenda-all-arena-1.1460579

 

 

26) La donna cannone

 

27) Sotto le stelle del Messico a trapanár

(con Ambrogio Sparagna)

 

28) L'abbigliamento di un fuochista

(con Ambrogio Sparagna)

 

29 Rimmel (con Ligabue e Giuliano Sangiorgi)

 

 

Ligabue

Ho sentito la mia prima canzone di De Gregori quando avevo 13 anni. Le radio libere ancora non esistevano,era sullaRai. Mi sembrò una specie di rivoluzione

 

30) Sempre e per sempre (con Elisa e Ligabue)

 

Poi con Ligabue ho voluto cantare anche 'Sempre e per sempre' perché secondo me condivide il senso della canzone. Non dovete pensare che ci sia una particolare alchimia o un bilancino nella scelta …voi mettete insieme 10 persone diverse che cantano e vengono fuori delle cose che funzionano"

 

31) Buonanotte Fiorellino (con tutti)

 

 

”Festeggia i quarant’anni di“rimmel”in grande stile, duetta con il Volo, pensa a un programma tv..

Di Maria Laura Giovagnini

 

Mi scuso, ho quattro minuti di ritardo. noi romani siamo un po’ cialtroni, si sa». Francesco De Gregori è

in modalità scherzosa (“cazzara”, direbbero appunto a roma), allergico alle celebrazioni («non ho mai visto la puntata di La Storia siamo noi che mi riguarda»), stavolta ha fatto le cose in grande per i 40 anni dell’album Rimmel: tre ore di spettacolo all’arena di Verona (dove la sera prima aveva duettato assieme a il Volo) con ospiti come Ligabue, Fedez, checco Zalone («L’ho tampinato io,sono un suo fan»), Malika Ayane, Caparezza, Giuliano Sangiorgi, Elisa, Fausto Leali, L’orage e Ambrogio Sparagna. «Mi piacerebbe replicare una cosa del genere in tv.

ovvio: con la formula giusta». e l’audience sarebbe garantita:Rimmel è un album-totem per tanti. Tantissimi.

«non tutte le canzoni sono le mie più belle, eppure il pubblico ha dimostrato negli anni di considerarlo il disco più importante che abbia inciso...sicuramente è così, per qualche alchimia misteriosa che però mi sfugge».

Azzardi una spiegazione.

Rappresentò una novità: nel 1975 a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere qualcosa del genere. Quindi c’è l’elemento “dirompenza” di Rimmel, Buonanotte forellino, Il signor Hood, Pezzi di vetro, Pablo, Le storie di ieri... La stranezza dei testi (che mi valse pure parecchie critiche, al tempo) probabilmente conquistò. cosa era successo nella musica italiana? in due,tre anni da una situazione ormai acquisita - con grandi interpreti e grandi canzoni - si passò d’improvviso a brani che venivano buttati giù in camera da ragazzini che sapevano appena mettere le mani su una chitarra... per acquisito intendo il mondo di Morandi, di Rita Pavone, dei Vianella (che facevano un pop - sembrerà strano che io lo dica – musicalmente raffinato, dietro parecchi arrangiamenti di quel periodo c’era la mano di Ennio Morricone e di altri maestri

dello stesso calibro). Fu una scossa tellurica: il pubblico aveva bisogno di novità, e i cantautori rappresentarono questo. All’interno del gruppo io ero ancora un filino più stravagante, per diecimila motivi. per come cantavo (o non cantavo, secondo alcuni), per i testi.

Ecco, i testi. C’è una vena ermetico-dadaista. Da dove l’ha tirata fuori?

Da quello che avevo letto in quel periodo, tra la fine del liceo e l’inizio dell’università. avevo 24 anni quando ho inciso Rimmel, ero freschissimo di studi che mi erano piaciuti: letteratura inglese, americana, storia,filosofia...

Eh, oggi i ragazzi leggono sempre meno cose di qualità.

Non è vero. Vedo gli amici più giovani, i miei figli, i loro amici... non praticano le biblioteche perché ci sono altri mezzi, c’è la rete. Io invece non vedo molti che leggano Guerra e pace e, se non lo leggi a 16 anni, finisce che non lo leggi più.

E io sono fra quelli che non l’hanno mai letto, pensi un po’.

A scuola era bravo?

Da media del sette, con preferenza per italiano/storia/flosofa.

A proposito di studi classici, parliamo di esegesi. L’eccesso più divertente di interpretazione dei brani di Rimmel?

Più che eccessi, invenzioni. Per Buonanotte forellino c’è ancora chi sostiene che io l’abbia scritta per una mia moglie morta in un incidente aereo... Per Pablo, siccome era il periodo del Cile, via a spiegare: è dedicata a Pablo Neruda. Che non c’entra niente: era ispirata a un immigrato spagnolo in Svizzera. Per Quattro cani per strada tirarono in ballo Patty Pravo, Venditti, un mio produttore di allora... come se ci si rifutasse di credere che io potessi parlare davvero di quattro cani! Amo i cani, ho un cagnolino qua con me. Sono sempre rimasto affascinato dai loro comportamenti, così misteriosi.

Davvero niente di autobiografco?

Be’, Rimmel è una specie di riassunto sentimentale della vitadi un uomo di 24 anni, sconfi tte e vittorie, non legata a un’unica persona... In Pezzi di vetro, in effetti, un elemento c’è: stavo passeggiando con una mia fidanzata a piazza Navona e, fra gli artisti di strada, c’era un ragazzo a torso nudo assai prestante che spaccava le bottiglie e poi camminava a piedi nudi sui cocci. Lei disse: “Ma che bello!”. Venni morso dalla gelosia per un attimo fugace: Come, stai passeggiando con me e dici che quell’altro è bello?

E Buonanotte fiorellino?

Altra canzone sull’addio, come Rimmel: una buonanotte definitiva... Puntualizzo che ho usato apposta un linguaggio zuccheroso, infantile: fiorellino, monetina. Volevo scardinare la poetica dei cantautori di allora, militante. L’argomento, l’andamento valzeristico mi servivano a marcare la differenza con la musica  impegnata, contorta, esistenzialista.

Tanti addii nei testi ma una vita sentimentale super-lineare, è sposato dal 1978 con una sua compagna di liceo.

Super-bella, sì!

Chi le ha fatto le carte, l’ha chiamata vincente. Raccontano che non sia stato uno zingaro, ma la moglie di De André.

È vero, ma quel verso sarebbe venuto fuori lo stesso.

E comunque aveva ragione.

(ride) Eh, in qualche modo sì. Dopo bisogna intendersi sul significato di vincente: non identifico il successo nella vita con ilsuccesso nella musica. Certo fa piacere, però non è quello.

E che cos’è?

Non voglio dire banalità, ma ciò che tutti si augurano: la salu- te, la famiglia, gli amici, la serenità. La soddisfazione personale.

Come è cambiato, in questi 40 anni?

Le domande epocali... E lei?

Ho scoperto la leggerezza, per esempio.

Non so analizzarmi così. Sono un uomo diverso, non so bene come e perché, se non per quei dati banali: a 64 anni uno è più ma-turo, più saggio, riflessivo... Ma in definitiva non lo so, forse no.

Era abbastanza noto per il brutto carattere. Come quando acccolse De Andrè cantando La cacca di Piero...

Anzi, quella è una testimonianza di leggerezza! Fabrizio era il mio mito musicale quando mi esibii in quella squallida parodia di La guerra di Piero. C’era la voglia di giocare, forse anche per superare una certa timidezza... Non penso di aver mai avuto un brutto carattere, mi atteggiavo a enfant terrible, cose che stanno nella fisiologia della crescita. Sono stato disponibile con gli altri, credo. Mediamente ben educato. Anche buono.

E spiritoso?

Non appartengo alla categoria. Raramente la gente si sbellica dalle risate quando dico qualcosa. Di sicuro però è più giocoso di un tempo. Via, uno sforzo di autoanalisi: rintracci un episodio di svolta... Forse il tour del 2010 con Dalla. Lucio era così vivace, privo di difese, di resistenze, era continuamente se stesso.La sua vicinanza mi ha fatto capire che è inutile alzare le barriere in maniera preconcetta.

Riscriverebbe Guarda che non sono io, quella specie di avvertimento ai fan che pretendono di conoscerla?

Eh, una canzone che da lei potrebbe venir ascritta alla mia antipatia...E invece no, non risulto antipatico.

“Sono qui con le mie buste della spesa” recita un verso. De Gregori fa la spesa?

Sì, ci vado. Normalmente.

 

https://drive.google.com/file/d/0ByptWWQ-eACXdUpUeTFxcXNUSlk/view?pli=1

 

 

I FAN CLUB PRESENTI ALL'ARENA DI VERONA

 

 

 

 

 

fotografie di

 Valeria Bissacco  Enzo Memoli

  

Daniele Barraco

http://danielebarraco.com/PERSONAL/RIMMEL-PORTFOLIO/1/caption

 

 

 

 

 

VAI AL DISCO