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De Gregori e il cinema - di Marco Ranaldi
Nel 1983 è
grazie a un giovane regista romano, Roberto Russo, che
abbiamo la prima collaborazione di De Gregori con il cinema. Francesco De Gregori ha partecipato, quale attore, nel film "Prete, fai un miracolo" di Mario Chiari (1975)
Edoardo Leo e Francesco De Gregori insieme a sorpresa per un videoclip
"Un po’ infreddolito, un
po’ emozionato", si definisce così il regista Edoardo Leo,
nell'autoscatto con cui si ritrae su una barca che sta
navigando su Il film prende il titolo dall'omonima canzone di Niccolò Fabi, è stato girato quest'estate al Pigneto e in altre zone della città, e vede Leo in veste di regista, ma anche di attore, insieme a Claudia Gerini, Stefano Fresi e alla spagnola Marta Nieto. "'Lasciarsi un giorno a Roma'" è una commedia sentimentale che racconta le vicende di alcune coppie che si separano", racconta Claudia Gerini (per l'occasione in veste di una sindaca ed Fresi interpreta suo marito, ndr), "ma lasciarsi, anche quando le storie d'amore sono finite, è sempre doloroso e in questo caso la presenza di Roma è determinante, perché la città diventa una sorta di grande madre in cui i protagonisti si rifugiano per curare le ferite". Lasciarsi un giorno a Roma è il film che segna il ritorno alla regia di Edoardo Leo a tre anni di distanza dal suo precedente lavoro "Cosa vuoi che sia".
Il perduto amore di De Gregori: «Volevo fare l’attore, ma Fellini mi mandò via»
(2002) Francesco De Gregori ha intrapreso, seppur episodicamente, la carriera davanti alla macchina da presa: il cantautore romano ha infatti preso parte, a Catania, alla riprese del film che segna l'esordio alla regia di Franco Battiato, "Perduto amor". Come informa una nota del fan club dell'autore di "Generale", http://clik.to/rimmelclub, l'artista avrebbe comunque dichiarato di non voler fare della recitazione una delle sue attività principali, preferendo considerare il suo cameo all'interno del lungometraggio del collega solo "un gioco". https://www.rockol.it/.../francesco-de-gregori-debutta...
Genova - Francesco De Gregori aveva un sogno, e non era quello di fare il cantautore, o perlomeno non solo quello. Gli sarebbe piaciuto fare il cinema e ancora di più far l’attore per Federico Fellini. Il cantautore romano, ospite del programma di Radio2 “Non è un paese per giovani”, condotto dal regista Giovanni Veronesi e da Massimo Cervelli, ha parlato del suo rapporto con il grande schermo. «In `Perduto amor´ di Franco Battiato ho fatto l’attore: un “cameo” in una brevissima scena in cui vesto i panni del critico musicale», ha esordito il cantautore. De Gregori ha poi raccontato come il suo sognò si infranse. «Prima (del cameo con Battiato, ndr), molto prima, quando non ero famoso, Paolo Pietrangeli, l’assistente alla regia di `Roma´ di Fellini (e cantautore a sua volta: scrisse la celeberrima “Contessa”, ndr) , mi disse che il regista cercava il protagonista del film. Per Fellini ho sempre avuto ammirazione infinita, dunque tutto speranzoso sono andato a Cinecittà, dove Pietrangeli mi ha introdotto a Fellini. Mi fa camminare, si rivolge a Paolo e gli dice: cosa ci devo fare con uno spilungone rosso di capelli?». Delusione cocente, compensata da quello che successe molti anni dopo: «Uno dei ricordi più belli che ho - ha raccontato De Gregori - è la telefonata che Fellini mi fece una mattina, molto presto. Voleva ringraziarmi per gli auguri di compleanno che gli avevo fatto, scrivendo un pezzo su un giornale: mi emozionai moltissimo». De Gregori ha poi spiegato di essersi aperto al cinema come autore musicale solo nella seconda parte della sua carriera: «Fino a un po’ di anni fa ero restio a dare le mie canzoni ai film, preferisco non mischiarle alla narrazione cinematografica, ora mi preoccupa di meno». Veronesi e Cervelli, infine, hanno chiesto a De Gregori per quale motivo i musicisti italiani siano poco apprezzati all’estero. «Perché per le canzoni c’è un problema di lingua: i film li puoi sottotitolare, le canzoni no, e tradurle... non è la stessa cosa. Poi arrivano casi eccezionali e irripetibili come `Volare´ di Modugno: la forza della melodia e il suo urlo dirompente hanno varcato i confini», ha concluso De Gregori. http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2014/07/11/AR4Nr89-gregori_perduto_fellini.shtml
ag Non ne abbiamo mai
parlato, qual è il tuo rapporto con il cinema? fdg È un rapporto superficiale. Da dilettante. Ma anche da spettatore curioso. Direi che è un atteggiamento abbastanza simile al discorso che abbiamo fatto per i libri. Non occorre aver visto tutti i film importanti. Come non è essenziale aver letto tutti i capolavori della letteratura. Da bambino mi piaceva molto il cinema americano. I film western furono le mie prime scelte autonome. All’inizio vidi un po’ di Chaplin e quel meraviglioso Ventimila leghe sotto i mari, con James Mason nella parte del capitano Nemo. Insomma tanta avventura e qualche cartone animato. Erano i prodotti che arrivavano dall’America. Quello che trovo prodigioso, soprattutto della Hollywood classica, è stata la capacità di restituire in maniera dinamica l’immagine che la società americana voleva dare di se stessa. ag Più che un sistema di produzione era un sistema culturale. fdg Capace di parlare all’uomo comune e di confermargli i valori in cui crede. Grande macchina estetica e di consenso sociale. Questo fu la Hollywood degli anni Trenta e Quaranta, e anche successivamente. Diverso dall’odierno cinema hollywoodiano che mi annoia pesantemente. Non trovo quasi più nulla di interessante in quella grande invenzione. ag Cos’è che non ti piace? fdg Non amo il cinema degli effetti speciali. I miei registi preferiti sono Kubrick e Hitchcock. Mentre tra gli italiani mi piacciono Rossellini e Fellini, qualcosa di Pasolini, molta commedia all’italiana, molto (non tutto) cinema d’autore. E come tutti sanno, adoro Checco Zalone. Ma voglio anche dirti che nel giudicare il cinema come la letteratura non c’è nessuna pretesa intellettuale. _______________ tratto da "A passo d'uomo - A. Gnoli e F. De Gregori - Ed. Laterza - 2016
È il magio che si è perso per ragioni produttive: non poteva girare con gli altri, ma ci voleva essere e mi ha dato il pretesto per inventare un altro magio. La tradizione ne vuole tre, forse sono quattro, io li ho fatti diventare cinque, con l’ultimo, quello della filosofia, raccattato in mezzo alle pecore. In tutto questo c’è un gioco di scrittura precedente fatto con Maurizio Braucci, poi integrato con l’improvvisazione. È un po’ come nella pittura: se mi cade una macchia ne faccio forse la ragione di un quadro.
Mimmo Paladino
"Con Nevergreen rendo omaggio alle mie non hit"
Francesco De Gregori
arriva al Lido per presentare
Videointervista della nostra inviata a Venezia Arianna Finos - Riprese Rocco Giurato, montaggio di Davide Bosco.
Le canzoni di De Gregori sono l’ultimo patrimonio condiviso che ci resta Una regia scarna, un racconto discreto, una telecamera che a volte s’infila in camerino e trasmette, sul serio, l’impressione di immagini rubate. Tra prove e show, “tra palco e realtà”. Poco altro. Non c’è granché da vedere nell’ora e mezzo scarsa di Nevergreen, il documentario di Stefano Pistolini su Francesco De Gregori, presentato a Venezia e al cinema, da evento speciale, fino al 18 settembre. Ci sono solo le canzoni del Principe, neanche le famose: Nevergreen, appunto, come i tanti pezzi sedicenti minori della sua discografia, che lo scorso autunno ha eseguito per venti sere di fila – ma ogni appuntamento aveva una scaletta diversa, il repertorio è sterminato – al Teatro Out/Off di Milano e che sullo schermo Pistolini immortala tra live, registrazioni di palco, backstage, pure intervistando le decine di ospiti che lo sono andati a trovare per duettare. Non c’è Rimmel, né La donna cannone, né qualsiasi altro successo della casa – anche se poi, com’è ovvio, qua e là le aveva suonate, ma la regia chiaramente le taglia, non sono loro il punto. Non c’è niente di cool, ecco. Eppure, è proprio questo il bello.
Mettiamola così: fare un concerto ogni sera diverso, in un
teatro minuscolo, con poche centinaia di persone, significa
tornare all’essenza stessa della musica. E De Gregori, che nel
2019 aveva provato un esperimento simile a Roma (ma all’epoca,
probabilmente, non era ancora in odor di santità come oggi, e se
n’era parlato prima), è uno che non ha paura a sporcarsi le
mani, come hanno dimostrato in questi anni gli infiniti tour
dovunque, piazze comprese, con un’ottica di mestierante. Ecco,
qui si ha la sensazione di stare, davvero, sul palco, ma
soprattutto si vede come lavora un genio, perché di questo si
tratta. Spceie nel dietro le quinte, quando via via lo vengono a
trovare Ligabue,
Perché sulla sua musica c’è un culto particolarissimo, da noi. Hanno estimatori dovunque, da anni ci s’interroga sul significato di questo o quel passaggio, anche appunto minori, se ne realizzano cover e omaggi a tutti i livelli. Gianni Mura, tra i tanti, ha detto: “Se mi chiedessero qual è la migliore sarei indeciso tra 6 o 7 titoli, tutti suoi però”. Sul corpus degregoriano c’è uno studio – popolare e in parte profano, ma non per questo meno vero, anzi – che non ha pari. E anche io suoi pezzi meno famosi, come del resto sta a dimostrare Nevergreen, sono come reliquie: hanno una classe, a loro modo uno spessore, un valore letterario (tra le grandi questioni, c’è quella per cui sarebbero “poesie” o meno, sempre rimandata al mittente dal Principe), da studiare. Se le parole di De André, per certi versi, per la musica italiana sono un po’ come quelle di Omero per la letteratura, insomma il grande inizio di tutto, quelle di De Gregori sono paragonabili a Dante: lontano dal fanatismo con cui si rievoca lo stesso Faber, senz’altro meno sfuggente e alieno di un Battisti o di un Battiato, però anche meno popolare dei vari Dalla, Guccini e Venditti, ecco, le canzoni di De Gregori sono il meglio che l’Italia e l’italiano, inteso proprio come lingua e cultura, hanno da offrire, al contempo sia nobile e sia strettamente rappresentativo. Voi buttereste testi “minori” di Dante? Ecco, appunto, Nevergreen. Patrizio Ruviglioni
Un piccolo teatro milanese, l’Out Off, diventa il rifugio intimo di Nevergreen, il documentario che Stefano Pistolini dedica a Francesco De Gregori. Non i grandi stadi o le piazze gremite, ma un luogo raccolto dove il cantautore sceglie di riportare alla luce canzoni meno eseguite, “minori” solo di fama, che si rivelano invece essenziali. Accanto a lui scorrono amici e colleghi — da Jovanotti a Ligabue, da Pausini a Malika Ayane — in un dialogo tra generazioni che illumina la forza nascosta del suo repertorio. Presentato a Venezia, il film sarà distribuito nelle sale italiane dall'11 al 17 settembre. La prima impressione guardando questo film concerto è che su quel piccolo palco e con un pubblico ristretto lei si goda appieno l’essere lì, in quel momento. Come ci è arrivato? “Io cerco di arrivarci sempre anche nei concerti tradizionali, e anche quelli diciamo fatti nei circuiti più grandi. In questa occasione forse mi è venuto più facile. Intanto la quotidianità: è stato un mese a Milano e ogni sera andare a teatro era un po’ come stare a casa, come cantare nel salotto, con poche persone davanti. E quindi questa cosa mi ha permesso non di ritrovare me stesso, ma di divertirmi con me stesso utilizzando la canzone veramente per quello che è: un gioco creativo che a volte riesce bene, a volte riesce meno bene, ma che comunque appartiene a te, al tuo modo di suonare la chitarra o di sentire come va il batterista in un determinato film. Tutto viene più facile in una situazione come quella milanese”.
Stefano Pistolini, è un gioco condiviso con la sua regia sartoriale, un abito cucito su misura del Principe. “Mi sono divertito molto perché è partito, appunto come accenna lei, da una base di familiarità e quindi non avevo da fare quel faticoso, complicato, guardingo passaggio dell’avvicinamento e poi del conoscerci, dello studio della vicenda e quant’altro. E quindi siamo andati dritti allo scopo quasi subito. Abbiamo molte canzoni che sono nel film e che appartengono alla prima sera del concerto, alcune dell’ultimo. In mezzo c’è stato questo mese di frequentazione. E poi erano magnifici, sembravano un plotone dei carabinieri. Arrivava prima la band, dopo un’ora arrivava Francesco, noi accendevamo le telecamere subito, poi se fosse stato previsto, sarebbe arrivato l’ospite. Quindi si era creata veramente una consuetudine e un ritmo di lavoro interessante perché creava storia e non solo concertone da grande rete nazionale, ma si creava una storia che avrebbe potuto diventare un piccolo film che si muoveva tra le pieghe di questa vicenda”. Nel suo repertorio come ha ricercato e ritrovato delle parole e delle canzoni che le parlavano in questo momento? “Sicuramente sono molto condizionato dal fatto di essere uno che ama il cinema, perché il cinema proprio tecnicamente va avanti per scatti. E questo accade anche nelle mie canzoni, dove io ritrovo – se le analizzo – dei piani lunghi accostati a dei piani americani, e poi un primissimo piano. E questo è un gioco veramente molto bello”. Moltissime canzoni potrebbero essere scritte oggi perché raccontano veramente il presente. “Certi miei brani devo dire lo sono, ma devo dire purtroppo. Io ho scritto delle canzoni contro la guerra, che purtroppo evidentemente sono evergreen, anche se la mia generazione ha vissuto un periodo di pace – io sono del ’51, sono un fortunato ragazzo che non ha mai avuto i soldati dentro casa, però le guerre ci sono sempre state, più vicine o lontano. Quindi ho scritto canzoni come Generale, Il vestito del violinista, che parlano anche di questi giorni. Non lo considero un complimento e non mi sento un profeta, ma anche il quadro di Picasso che racconta il bombardamento di una città basca, quello è attuale, potrebbe essere il manifesto di un bombardamento di oggi”. Glielo dico perché qui alla Mostra si parla tantissimo di questo film che si chiama The Voice of Hind Rajab e racconta una bambina attraverso gli audio originali. E poi, come sa, c’è stata una manifestazione… L’arte significa anche schierarsi? “Io penso che preferisco schierarmi attraverso quello che faccio e scrivo e canto. Sulle dichiarazioni e sugli appelli… per grazia di Dio io ho firmato, forse, non so nemmeno se me ne sono pentito, ma insomma, non è nel mio carattere spiegare le cose. E non credo in questa parola “sensibilizzare l’opinione pubblica”. La trovo anche un pochino offensiva verso l’opinione pubblica, perché è come se tu ti rivolgessi a persone che sono insensibili, e se non ci fossi tu che le sensibilizzi… Un po’ come dire: io sono più intelligente di te, quindi ti racconto io. C’è qualcosa che stride in tutto questo. E quindi la parola nelle canzoni, sta nel quadro di Picasso, sta in Orizzonti di gloria di Kubrick. È lì che si parla di Gaza, che si parla dell’Ucraina, che si parla di tutto quello che sta succedendo oggi”. Ha citato tra i film recenti che le sono piaciuti US Palmese, che mi ha fatto pensare a La leva calcistica della classe ’68: il calcio: è grande musica e anche grande cinema. “Quel film restituisce il calcio alla sua realtà. E io sono stato colpito molto favorevolmente da come vengono descritte le azioni sul campo. Dove ci sono dei fermo immagine che non solo non rallentano il ritmo del film ma son metafora del calcio raccontato nel film. Perché tu non puoi far vedere l’azione di un terzino che blocca l’attaccante in tempo reale. Quel film raccontare i pensieri dell’attaccante e i pensieri del terzino che lo deve bloccare fermando il fotogramma: l’irruzione di qualcosa di irreale, di anacronistico in senso proprio etimologico mi affascinava. Poi c’è Papaleo, un attore che io amo moltissimo. Mi piacciono questi film leggeri, mi piacciono molto”. Nei testi delle sue canzoni c’è anche molto racconto personale e di sentimento. Lei chiude il concerto esortando a ballare Buonanotte fiorellino. Quanto è importante quella canzone e quel momento per lei? “Quella canzone è una canzone amata da tante persone, e quindi la uso molto spesso per chiudere i concerti, perché è una specie di darsi la mano col pubblico, di dare del tu al pubblico alla fine, con quel senso. E il pubblico gradisce molto questa danza. E non se lo aspetta, che uno come me che viene descritto spesso come una persona troppo riservata, troppo un po’ così… Da me il pubblico non se lo aspetta. E quindi sono tutti contenti, e io sono contento altrettanto. Come segno di pace, alla fine”. Vado in pace… però mi deve regalare il primo verso che le viene in mente di una delle canzoni che ha scelto e che ha voluto far rivivere insieme al pubblico. “Avevano parlato a lungo di passione e spiritualità”.
LE SUE PASSIONI SUL GRANDE SCHERMO
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