Guido
Guglielminetti

Alessandro
Valle

Paolo
Giovenchi

Carlo

Gaudiello

Alessandra
Gobbi

Vincenzo Lombi

Alessandro Morella

Salvo Fauci

Lorenzo Tommasini

Basso e contrabbasso

Pedal steel guitar

Chitarre

Pianoforte e fisarmoniche

Voce in Anema e core

Personal manager

Backliner

Backliner

recording studio

   

   
   

Maurizio Degni

Giampaolo Bernardini

Simone Di Pasquale

Andrea Coppini

Mimmo Griffa

   
   

Autista Artista

merchandising

Fonico di palco

Light designer

Trasporti    

le foto della band sono di  Mario Burzio

 

L'esordio il 6 luglio dalla Cavea di Roma, poi il cantautore romano sarà impegnato sui palcoscenici delle più belle e prestigiose località italiane fino a settembre. Francesco De Gregori torna sul palco per il suo "Tour 2018".

Dopo aver girato l'Europa con tappa al Bataclan di Parigi, il cantautore romano torna ad esibirsi sui più importanti palcoscenici italiani.

La data d'inizio è il 6 luglio, con il primo appuntamento alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma.

A meno di cinque mesi dalla fine della sua tournee europea, Francesco De Gregori è pronto per esibirsi nuovamente, cantando per i suoi fan successi come "Rimmel", inclusa anche nel suo ultimo doppio album live "Sotto il Vulcano".

Per "Tour 2018" il cantautore romano torna con una formazione già rodata durante il suo tour in Europa e negli Stati Uniti: Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte.

Per il gruppo, il tour italiano di De Gregori sarà una prima volta assoluta.

Commentando l'inizio di questa nuova avventura, l'artista ha detto: "Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note, ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte".

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De Gregori apre il Tour 2018 con la canzone «Che razza de città»

Il brano del 1973 tratto dall’album «Mentre la gente se crede che vola» è stato un modo con cui il Principe ha affrontato i problemi di Roma

Una città rozza e difficile, dura e ingannevole. La capitale dove «ce vengono pe’ fame da lontano» perché «dice l’aria c’è più bona che a Milano» è stata la protagonista della prima canzone scelta da Francesco De Gregori venerdì sera all’Auditorium per inaugurare il Tour 2018. Dal titolo «Ma che razza de città» il brano di Gianni Nebbiosi pubblicato nel 1973 è una scelta presa dagli archivi dimenticati, dove la canzone era rimasta sepolta negli anni, visto che il pezzo è stato passato ben poco nelle radio e non è molto conosciuto.

 

«Dice l’aria c’è più bona che a Milano/ Specialmente pè chi campa solo d’aria./ Specialmente pè chi torna a casa a sera/ E nell’aria ce pò solo bestemmià./ Le matine de gennaio ce stà ‘n sole/ Tanto bello che je sputeresti ‘n faccia./ Come dentro a quer grugnaccio der capoccia/ Che fa i sordi mentre tu stai a lavorà» dice la canzone dalla melodia malinconica e il tono amaro.

Il brano tratto dall’album «Mentre la gente se crede che vola» è stato un modo con cui il Principe ha affrontato i problemi di Roma: «E ce vengono pè fame da lontano/ Perché Roma vuole dì la capitale/ Ma ‘n borgata pe’ strada che ‘n imbuto/ Roma vole di’ sortanto sei fottuto./ Sei fottuto e puro tocca tirà avanti/ E li giorni te li fanno co lo stampo/ E ‘na sera compri ‘n etto de castagne/ E te metti a sede e t’aritrovi a piagne./ Ma che razza dei città.»

Manuela Pelati.

 

 

 

 

 

Il tributo di Francesco De Gregori al “buen retiro” di Scario

 

03 settembre 2018

Non è solo il suo “buen retiro”, a pochi passi da quel mare dove si ode il “canto delle sirene in una notte senza lume”. Per Francesco De Gregori , Scario rappresenta un luogo di relax, di ricordi; un posto dell’anima, del buon cibo e dell’amicizia vera, fraterna, come quella con Vito Troccoli “’u Zifaro”, vero anfitrione tra i ristoratori del posto. La “Portofino del Sud” è pronta ad ospitare migliaia di fan ed appassionati nel piazzale del porto turistico per un abbraccio collettivo al Principe, come lo definì Lucio Dalla durante il loro fortunatissimo tour di “Banana Republic” del 1979. Domani a partire dalle 22:30 ad ingresso gratuito, il concerto di De Gregori aprirà la serie dei live inseriti nella 13esima edizione di Equinozio D’Autunno – Itinerari d’Arte nel Cilento Mediterraneo. L’artista chiuderà proprio nel piccolo borgo marinaro del Golfo di Policastro il suo “Tour 2018” che, partito lo scorso 6 luglio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, lo ha portato in giro per città, paesi e scorci caratteristici d’Italia. “Equinozio d’Autunno”, un ponte sul Mediterraneo attraverso ogni singola forma d’arte verso Matera 2019 “Capitale europea della Cultura”, ha preso ufficialmente il via sabato, sempre a Scario in piazza Immacolata, con “Equinozio incontra Cilento Capitale”, e la performance dei “Propaganda Moio Social Blues Club”, all’insegna di un forte impasto di satira e musica, dialetto cilentano ed italiano. Poi ieri era in programma, l’estemporanea di pittura dal titolo “Se un giorno dipingessi Scario” e lo Scario Festival. Dopo il concerto di stasera di Francesco De Gregori, nuovamente la musica protagonista venerdì 7 settembre, alla frazione di Bosco, con il cantautore romano Luca Barbarossa in concerto a partire dalle 22:30 in piazza “7 luglio 1828”, mentre il gran finale del programma musicale della kermesse, guidata dal direttore artistico don Gianni Citro , vedrà come scenario piazza Giovanni Paolo II a San Giovanni a Piro per il live, sabato 8 settembre alle 22:30, di Nina Zilli . La kermesse avrà, poi, il suo epilogo con la cultura e l’arte pittorica di forte denuncia sociale di José Ortega. A Bosco, luogo che il pintòr scelse per vivere i suoi ultimi 20 anni di vita, sabato 6 ottobre si terrà, a partire dalle 19, la 13esima edizione del “Premio Ortega” con l’apertura dei “Luoghi di Ortega”. Tutti gli eventi di “Equinozio d’Autunno 2018” saranno ad ingresso gratuito.

Vito Sansone

https://www.lacittadisalerno.it/cultura-e-spettacoli/il-tributo-di-francesco-de-gregori-al-buen-retiro-di-scario-1.2010901

 

 

 

 

Finale di Pollina, Teatro Parco Urbano

sono le 21.29 di una domenica di fine estate. Tanto per cambiare, soffia un leggero ma fastidioso vento di maestrale e alcune nuvole grigie minacciano di addensarsi. Se non fosse stato per una gigantesca luna piena proprio alle spalle delle gradinate, anche il cielo sarebbe parso allibito.

Un uomo alto, altissimo, con un jeans scuro, una T-shirt a manica lunga blu notte e giacca di pelle entra in silenzio sul palco da dietro le quinte. Alza le mani al cielo e saluta, la schiena mostra di profilo un cenno di scoliosi. Neanche fa in tempo a partire la prima nota che la giacca viene messa via: fa comunque caldo, saranno state quelle palme installate tutto intorno a ricordargli che in fondo siamo al 26 di agosto. Francesco De Gregori intona il primo brano del suo concerto a Finale, provincia di Palermo, l’ultimo paese e poi il confine con un’altra provincia.

Due strade in croce, larghe quanto basta a contenere tutte quelle macchine che in processione hanno risalito via Dante in cerca di un parcheggio; ci sono anche quelli a Finale, vicino quanto basta, male che vada farai un breve tratto a piedi e il teatro sta là: tra le case e il campo in erba, oltre la scuola. Duemilacinquecento anime, la frazione del comune di Pollina è la casa al mare di tanti, e ospita come può tutti, posto che si sappia della sua esistenza. Alle 20.45 una giovane coppia risaliva la strada per raggiungere il luogo del concerto: “Vengo qua da 35 anni, non sapevo ci fosse un teatro”; mentre la gente prende posto, molti si disperdono lungo Via Sciascia, devono ancora arrivare. Qualcuno sintonizza il proprio smartphone su Google Maps, affidandosi alla voce meccanica rassicurante che tra poco esclamerà “Sei giunto a destinazione”.

Fa sorridere. De Gregori ne canta una dietro l’altra, il primo coro vero si alza solo sull’incipit di “Sempre e per sempre”, il suo concerto è come bere un bicchiere d’acqua, fresco, celere, godibile. Di brani ne sono seguiti diciotto, gestiti tutti con lo stesso grado di partecipazione da parte di un cantautore di grande esperienza e professionalità. A un concerto ci vai per cantarle tutte ma se così non fosse, il peggio che possa capitare è di ascoltarle tutte. La musica, le parole, il testo, soprattutto i testi di De Gregori che da soli raccontano storie o talvolta, sono solo poesie, piccoli cosmi accesi che ti attirano a loro. E la platea diventa un grande uditorio attonito e omogeneo, rinsaldato solo dal fuoco della musica.

Non aggiunge quasi nulla, se ha qualcosa da dire allunga le braccia e incoraggia il pubblico a mettersi in piedi: lo fa quando non è lui che vuole essere omaggiato, ma l’indimenticato Lucio Dalla, di cui interpreta “4 marzo 1943”. Le luci della scenografia disegnano la sua grande ombra, lo accompagnano cinque musicisti sul palco: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, una formazione già sperimentata in autunno nel suo tour in Europa e negli Stati Uniti. Sul finale una sorpresa dal sapore tenero: appare Chicca, la moglie, che intona con lui Anima e Core. Due pezzi straordinariamente rappresentativi chiudono lo spettacolo, prima Alice, la storia di tanti che a questo mondo osservano da lontano, discretamente, la storia di chi in questo modo è capace di raccontare, come Francesco, la vita; e infine Rimmel, un epilogo che, come molti suoi testi, sembra aver scordato l’inizio. Una storia in media res, un amore che è stato e che adesso è finito, con uno strascico di inquietudine che non è solo rammarico, ma è capace in qualche modo di smuovere le anime.

La fine del concerto coincide con la fine dell’estate anche a Finale, che chiuderà nuovamente i battenti di questo sconosciuto Teatro. Un Parco Urbano immerso nella città, nascosto dalle case, nuovo ma con i primi pezzi di intonaco caduti. Ha acceso le sue luci per una notte, spalancando i cancelli e circondandosi di bella gente, anche di quella che passeggiava ai confini, incuriosita, incerta, sperando di strappare uno scatto e partecipare a quel coro social che vuole dire “io c’ero”. Prima ancora di riconoscersi in un evento perché tutti lo condividiamo però, c’era un altro modo di essere in trend topic: ed era cantare, timidamente, dal proprio posto, le parole di una canzone. Delicati, per la paura di stonare, se si tratta di canzoni da prendere con i guanti, come quelle di Francesco De Gregori.

Sono le 23.30 circa, De Gregori lascia il palco, stavolta per davvero. Una macchina è pronta a portarlo altrove e chissà se avrà chiesto “ma dove siamo? che c’è di bello da queste parti?”. Quante possibilità c’erano in fondo che quel palco fosse solcato da un siffatto artista? Uno di quelli che magari non piace a tutti e magari non è per tutti, ma ha un nome di forza e porta mille e più persone proprio qui, a Finale, impegnandole a cercare il Teatro Parco Urbano e, prendendo posto, a dire “ho trovato il tesoro”. E’ il teatro stesso che implora di essere usato ancora, e ancora, così. Finale ringrazia, qualcuno per aver assistito allo spettacolo di De Gregori, qualche altro per aver assistito a quanto conviene ospitare lo spettacolo di De Gregori.

Sofia D’Arrigo

http://www.cefaluweb.com/2018/08/27/de-gregori-finale-un-paradosso-diventato-realta/#EJ5vhbOrzJHEVh6k.99

 

 

 

 

 

L’Arena Fenicia incorona Francesco De Gregori principe del Sulcis

 

  È uno spettacolo di colori, musica e pubblico quello andato in scena ieri a Sant’Antioco nel secondo appuntamento del Festival che sta accendendo i riflettori sulla città sempre più centro culturale di tutto il Sulcis. Oltre 3 mila persone hanno assistito e partecipato allo spettacolo portato in scena dall’artista tanto amato dal grande pubblico. Il cantautore romano, nell’unica tappa sarda del suo “Tour 2018” ha scaldato i fan accorsi a Sant’Antioco per il festival che dopo il concerto di Ermal Meta sta portando in città migliaia di visitatori da tutta la Sardegna e non solo.

  De Gregori, accompagnato sul palco da Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, ha proposto una scaletta d’eccezione per il folto pubblico. Durante la serata, a fare visita all’artista, si è vista anche un’altra voce nota nel panorama nazionale Irene Grandi. Poi via al concerto con l’apertura della serata all’insegna di ‘Numeri da scaricare’ e ‘Caterina’, per proseguire con i grandi classici del ricco repertorio di De Gregori.

   Ma durante lo spettacolo spazio anche alle ultime uscite, a brani inediti e canzoni mai passate alla radio o, ancora, brani raramente eseguiti dal vivo negli ultimi anni. “Sant’Antioco continua a essere sempre più il centro dell’attività culturale di tutto il Sulcis - dice il sindaco Ignazio Locci - puntiamo a fare del Festival, che sta riscuotendo un grande successo frutto del duro lavoro di tutta la comunità antiochense, un punto di riferimento di tutto il territorio per lo spettacolo e la grande musica. L’Arena Fenicia si inserisce anche come attrattore in un contesto più generale di sviluppo di tutto il nostro territorio”. Ma il grande spettacolo dell’Arena Fenicia Festival a Sant’Antioco proseguirà stasera, nella location di Piazza Italia, con il concerto della “Paolo Nonnis orchestra”.

 https://www.buongiornoalghero.it/contenuto/0/21/101568/larena-fenicia-incorona-francesco-de-gregori-principe-del-sulcis

 

 

 

 

 

PERDONANZA: IN 10 MILA PER IL CONCERTO DI CHIUSURA, DE GREGORI SHOW

di Alessia Centi Pizzutilli e Loredana Lombardo

 

L’AQUILA - Dalla “donna cannone” a “Buonanotte fiorellino “, tra gli applausi e l’emozione, in 10 mila, stando a una prima stima, non sono voluti mancare al grande concerto di chiusura dell’edizione 2018 della Perdonanza Celestiniana.

Il cantautore Francesco De Gregori ha incantato il folto  pubblico sul piazzale di Collemaggio, per uno spettacolo che si è concluso con una standing ovation.

Non sono mancate però le polemiche per la  724esima Perdonanza , evento clou del territorio, che consegna la città alla ribalta internazionale per il messaggio di perdono e fratellanza tra i popoli lasciato da Papa Celestino V.

Macchine caricate con il carroattrezzi su viale Collemaggio, via Strinella e nella zona dell'ex ospedale psichiatrico, proprio nel giorno in cui centinaia di fedeli si sono riversati nel luogo sacro per confessarsi e passare sotto la Porta Santa della basilica di Collemaggio per ricevere l'indulgenza plenaria, o per prendere posto in attesa del grande concerto gratuito del cantautore romano, Francesco De Gregori, che ha mandato in tilt il sistema di prenotazione on-line, con oltre 40 mila persone connesse contemporaneamente e solo 1.500 posti a sedere disponibili.

Proprio per questo è partita la corsa per “accaparrarsi” almeno i posti in piedi, questi non prenotabili, che ha portato molti cittadini a recarsi già dal primo pomeriggio nel piazzale della basilica, dove alle 21,30 è iniziato l’attesissimo spettacolo.

Intanto, le lamentele di tutti coloro che non sono riusciti a prenotare non si sono lasciate attendere, e c’è anche chi ha parlato di presunte irregolarità nella gestione delle prenotazioni, scatenando reazioni a catena sui social.

 

Dubbi che ha messo a tacere l’assessore alla Cultura del Comune dell’Aquila e vice presidente del Comitato Perdonanza, Sabrina Di Cosimo, che ha postato una foto con tutti gli utenti  connessi,  per la precisione 40.129.

L’assessore ad AbruzzoWeb in quell’occasione ha sottolineato che “ci sono altri 6.500 sul prato al quale chiunque potrà accedere liberamente a partire dalle ore 19”, sottolineando che “tutto si è svolto in maniera regolare”.

A chiudere la 724esima edizione della Perdonanza Celestiniana, con il Corteo di rientro della Bolla del Perdono, rimasta esposta alla devozione dei fedeli, all’interno della basilica di Santa Maria di Collemaggio, anche un toccante discorso del sindaco del capoluogo Pierluigi Biondi.

"Quello che ho visto, in questa edizione della Perdonanza, nelle strade e nelle piazze finalmente traboccanti di vitalità, nei volti delle persone, nei sorrisi dei bambini, nell’entusiasmo dei giovani, è l’amore per questa Città".

È uno dei pasaggi del discorso del primo cittadino. Al termine della celebrazione della santa messa stazionale, officiata dal cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila,  si è celebrato il rito solenne della chiusura della Porta Santa.

De Gregori sta girando l’Italia con il suo ultimo tour, in cui propone alcuni dei più grandi successi della sua lunga carriera. Il cantautore si esibisce cambiando spesso la scaletta dei suoi concerti e ne spiega anche i motivi: “Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note, ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte”, come riporta SkyTg24.

Per questo motivo, non è possibile dare una scaletta definitiva dello show a cui assisteranno gli spettatori questa sera. Ecco una delle ultime scalette del cantautore romano, per avere un’idea di quali saranno le atmosfere del prossimo live:  Numeri da scaricare Caterina Il cuoco di Salò Buenos Aires Non è buio ancora Vai in Africa, Celestino! Sempre e per sempre Cose La leva calcistica della classe ’68 Generale Raggio di sole Gambadilegno a Parigi Bambini venite parvulos Santa Lucia La donna cannone Buonanotte fiorellino Titanic Falso movimento Alice Rimmel

 http://www.abruzzoweb.it/contenuti/perdonanza-multe-a-raffica-nel-giorno-della-chiusura-in-migliaia-per-de-gregori-/666012-427/

 

 

 

 

«L'Italia musicale migliore dell'Italia reale» Il celebre cantautore si confessa alla vigilia dei suoi tre concerti siciliani

La Sicilia - 23/08/2018di Stefano Pistolini

Ufficialmente non si chiama “Francesco De Gregori & il suo Quartetto”, ma se avesse voluto avrebbe potuto battezzarlo così. Arriva in Sicilia colui che ama essere “per brevità chiamato artista”, con una nuova formazione ristretta, quasi acustica, eppure già magnificamente rodata, che sta raccogliendo esauriti e consensi in tutta la Penisola. De Gregori, alla vigilia del debutto sull’Isola, ha concesso in esclusiva a “La Sicilia” la sua unica intervista dell’estate.

Francesco, qual è l’idea di spettacolo che porti in tournée in questa occasione?

«Ho voluto replicare ciò che l’anno scorso avevo sperimentato in alcune date in Europa e negli Stati Uniti, suonando con un gruppo ridotto e senza la batteria, un fatto che a prima vista può sembrare un piccolo sacrilegio. Grazie a quei concerti ho capito che la cosa funzionava e infatti a questo punto del tour sono molto soddisfatto, prima di tutto perché penso che siamo veramente diventati più bravi ad interpretare la nuova situazione musicale e che ci stiamo vicendevolmente capendo sempre di più. E poi perché la risposta del pubblico è straordinaria. Erano anni che non incontravo un entusiasmo del genere, a ogni tappa della tournée».

 Come lo spieghi?

«Beh, sarà merito del nostro infinito talento… ma soprattutto, e a parte gli scherzi, credo dipenda dal fatto che essendo in pochi a suonare sul palco ogni musicista ora gode di uno spazio maggiore a sua disposizione. Prima c’erano più chitarre, fiati, un violino, i cori e questo produceva molto suono, ma sacrificava le singole parti. Trovo che adesso i pezzi, e in particolare la mia voce, arrivino a chi ascolta con una potenza straordinaria. E dal momento che i testi sono parte sostanziale delle mie canzoni, trovo che adesso vengano recepiti in modo ancora più diretto e privo di mediazioni».

Pescando nel tuo sterminato canzoniere, come hai scelto i brani da suonare in questo tour?

«Ho cercato di comporre una scaletta di brani che vada “in discesa”, o “in salita”, a seconda da come la intendi. Comincio con pezzi non molto conosciuti, come “Numeri da scaricare”, “Caterina”, “Gambadilegno”. Così si crea questa aspettativa che, dopo quattro o cinque canzoni, viene risolta perché comincio a proporre i titoli che la gente conosce. E’ un meccanismo abbastanza micidiale, che un po’ ho studiato a tavolini, un po’ ho messo a punto lungo la strada. Davvero: a questo punto del tour non ho niente di cui lamentarmi. Sono uno a cui piace cambiare, ma posso confessarti che sicuramente, quando registrerò dei pezzi nuovi, la base di partenza sarà proprio questo formato musicale».

Parliamo di quella che è stata la sorpresa dei tuoi concerti nell’ultimo anno: la regolare apparizione di tua moglie Chicca a fine della serata e il vostro duetto in “Anema e Core”, ormai atteso come la famosa ciliegina sulla torta…

«… e giustamente, perché lei è sempre più brava - e non lo dico da sposo, ma da musicista. A lei piace moltissimo, ed è diventata molto più espressiva e anche compiacente verso il pubblico. Al punto che adesso suona anche il tamburello e fa i coretti su “Rimmel”, che peraltro è una canzone che ho scritto quando Chicca ancora non stava con me, cosa questa che l’ha divertita ancora di più. Del resto le ragazze fanno così…».

E lungo questo nuovo giro d’Italia cosa osservi? Un punto di vista fuori palco…

«Come artista al lavoro, vedo un Italia bellissima. Grande professionalità di chi organizza, straordinario calore da parte del pubblico. Dieci anni fa non era così. Se l’Italia politica e sociale somigliasse minimamente all’Italia musicale, saremmo molto più tranquilli. Per il resto continuo a leggere i giornali, ma non riesco ad andare più in là di un’idea di base: la mia estrazione è quella di uomo di sinistra, del tutto incompatibile con certe uscite xenofobe o razziste che ascoltiamo in questi giorni. Però un’idea precisa di cosa stia accadendo non ce l’ho e credo che in realtà non ce l’abbia nessuno. C’è molta gente che parla, insulta, difende, mi pare senza grande costrutto. Di fatto credo che da un governo di destra certi segnali devi aspettarteli – se non fosse che in Italia non siamo abituati ad avere un governo di destra. I politologi se ne sono sempre lamentati: la mancanza di una destra in Italia, che ha drogato il dibattito politico. La democrazia cristiana non era un governo di destra, neanche Berlusconi era veramente di destra, ora invece abbiamo un governo di destra, che potrebbe anche essere di estrema destra. A questo punto non mi sorprendo più di nulla, ma nulla in effetti mi interessa così profondamente. La mia idea pessimistica è che siamo fritti, non solo in Italia, ma in Europa. E dunque, come diceva Eugenio Finardi: “extraterrestre portami via”».

Uno stato d’animo preoccupato. Che ti rende più faticoso fare il tuo lavoro, in questi mesi?

«Ma no, al contrario, questo tour mi sembra una vacanza. La scorsa estate non ho fatto concerti e, appunto, sono ufficialmente andato in vacanza: sono stato di qua, sono stato di là, ma in buona sostanza mi sarei ammazzato. Cosa c’è di meglio che andare in giro a suonare, vedere l’Italia attraverso il tuo lavoro, accompagnato da tua moglie e con un gruppo di persone che sono solidali e amiche? Quando le cose vanno così bene, la sera a me il concerto sembra che duri venti minuti. Nemmeno sudo. E mi pare di suonare a casa mia».

Che libri hai messo in valigia per affrontare questo giro d’Italia?

«Ho portato con me i “Racconti di mare e di costa” di Conrad e un libro di racconti di Stevenson. E poi, siccome sono ho fatto un concerto al Vittoriale, ospite di Giordano Bruno Guerri, ho comprato alcuni dei volumi che ha dedicato alla figura di Gabriele D’Annunzio. Li ho letteralmente divorati. Ho scoperto un uomo compromesso con tante cose: con la sua vanità, con la dipendenza dalle donne, dalla cocaina, dalla scrittura. Ma anche uno spirito libero e indipendente, che oggi soffre della damnatio memoriae prodotta dal fatto che gli ignoranti pensano che lui fosse fascista. Cosa non vera, perché già nel ’22 D’Annunzio prese le distanze da Mussolini e si chiuse al Vittoriale a farsi gli affari suoi. Era un uomo all’avanguardia e credo un personaggio nodale per il passaggio dal Novecento al Novecento».

Ora ti accoglie la Sicilia…

«Posto di musicisti, di gente che sa di musica. Nata e cresciuta immersa nella musica. Dunque un pubblico di grande competenza».

Hai seguito la recente vicenda mediatica attorno alle condizioni di salute di Franco Battiato?

«Purtroppo, quando uno è una persona pubblica, non viene rispettato nemmeno nei momenti più delicati. Ho sempre vivo il ricordo della foto del cadavere straziato di Pier Paolo Pasolini, sbattuta sulla copertina di un settimanale. A Battiato formulo solo i miei auguri più affettuosi. E’ un amico: finché non l’avevo conosciuto, avevo di lui l’idea di santone. Invece ho scoperto un personaggio divertente, brillante acuto. Ed elegantissimo. Ecco: voglio dichiarare la mia ammirazione per l’eleganza dei siciliani, un fattore naturale e condiviso. Per quell’approccio sorridente ed educato che hanno tutti gli abitanti dell’isola. Dal notabile al più umile».

https://www.lasicilia.it/news/cultura/183111/francesco-de-gregori-l-italia-musicale-migliore-dell-italia-reale.html

 

 

Zafferana Etnea - Francesco De Gregori, la semplicità del mito di sempre per sempre

Francesco Pira

 Sono tra quelli che hanno visto dal vivo Francesco De Gregori un sacco di volte. Lo hanno ascoltato quando era con la faccia triste o birbona, allegro in compagnia di Ron, Pino Daniele e Fiorella Mannoia, solo in un teatro o all’aperto. Ed ancora con una band al completo. Ma vederlo all’opera in Sicilia, per un siciliano, è altra cosa. Ho vissuto il primo dei tre concerti estivi siciliani, quello di Zafferana Etnea, dove si respira l’aria dell’Etna. Dove aveva casa il suo amico vero, Lucio Dalla, e dove abita Franco Battiato. E’ la prima di tre date: poi a Noto ed ancora Finale di Pollina. Seduta dietro di me una ragazzina di 12 anni. Biondissima e con gli occhi azzurri. Conosce a memoria tutti i testi del Principe. Come noi. Da ragazzo conducevo un programma in una radio di Licata di sola musica italiana. Assoluta controtendenza rispetto ai Dj più d’esperienza. Loro proponevano soltanto dischi in inglese dei grandi gruppi o dei grandi cantautori. Passare la musica italiana non garantiva popolarità. Ma ero riuscito a guadagnare qualche ascoltatore proponendo i miei cantautori preferiti. Tra questi c’era anche lui.

Aprii il mio primo programma con Rimmel la stessa canzone con cui Francesco De Gregori conclude questo concerto particolarissimo, minimalista. Non ci sono effetti speciali, fumogeni, non c’è neanche il batterista. Una scelta. Soltanto due fili di luce sul palco e tre pannelli, dove ogni tanto appare qualcosa. Francesco De Gregori entra da subito, è conscio che il pubblico siciliano è speciale e va subito ad onorarlo e passa subito l’energia giusta. Dietro di lui musicisti maturi, due bottigliette d’acqua, un po’ di chitarre e un pianoforte. Ed è subito magia pura. Ci sono donne e uomini di tutte le età. Ragazze e ragazzi che cantano a squarciagola e molti capelli bianchi, tanti brizzolati. Non sono soltanto i segni del tempo. Ma anche di una maturità che il cantante dimostra pezzo dopo pezzo. Poi la magia del ricordo di Lucio Dalla con 4-3-1943 e il gran finale del duetto con la moglie Chicca, sua compagna di vita da 40 anni, con cui canta in napoletano Anema e Core. Ogni suo gesto, ogni suo movimento non è calcolato, è spontaneo.

Persino quando per il bis esce con sigaretta in bocca e calice pieno di vino da sorseggiare tra una strofa e l’altra. E’ tutto, lo ripetiamo convintamente, molto magico, molto diverso, molto bello e anche molto siciliano. Anche quando in siciliano o in italiano gli urlano quanto è bravo De Gregori non si scompone. “Grazie Amico” dice con educazione e stile principesco.  Lo circondano quattro musicisti altrettanto magici divisi tra destra e sinistra, (ma non politicamente): da un lato Guido Guglielminetti (basso) e Carlo Gaudiello (pianoforte e fisarmonica), dall’altro Paolo Giovenchi (chitarre) e Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, chitarra elettrica). Non c’è la batteria e il batterista. Qualcuno ne sente la mancanza perché i testi sono nati anche per  la batteria. Il Principe è un gigante, ma anche un bandito e un campione. E’ tutto quello che avremmo potuto immaginare e anche di più. Una dopo l’altra le sue canzoni ci prendono e conquistano, come quando le abbiamo sentite per la prima volta: Numeri da scaricare, Caterina, Il cuoco di Salò, Buenos Aires, Non è buio ancora, Vai in Africa Celestino, Sempre e per sempre, Cose,  La leva calcistica del ’68, Generale, Raggio di sole, Gambadilegno a Parigi, Bambini venite parvulos, Santa Lucia, 4 marzo 1943, La donna cannone,  Buonanotte fiorellino,  Titanic.

Sparisce per qualche attimo il Principe poi ritorna ed è subito tripudio. Tutti in piedi: Falso movimento, Alice, Anema e core e Rimmel. Le luci si accendono e gli occhi sono lucidi e felici. E’ un grande cantautore che ha scelto di essere generoso, sempre per sempre.  E chi lo ama glielo riconosce. Coerente, capace, efficace, un verso cantautore. Non ha fatto battute, non ha parlato di politica. Ha fatto parlare la sua musica. Forse qualcuno gli ha spiegato da tempo che in Sicilia la miglior parola è quella che non si dice. W il Principe.

http://www.affaritaliani.it/entertainment/francesco-de-gregori-la-semplicita-del-mito-di-sempre-per-sempre-557054.html

 

 

Tenimmoce accussì: anema e core...

Mimmo Rapisarda

Con Daniele Di Grazie, ieri abbiamo sconfitto meteo.it, 3b.meteo e tutti gli altri servizi meteorologici perché la musica di Francesco ha fatto risplendere le stelle all’Arena di Zafferana allontanando qualsiasi minaccia di temporale paventata nella giornata. A dire il vero, Guido voleva prendermi a scarpate per le previsioni che gli avevo inviato, anzi quando gli ho detto che in gioventù non mi voleva più invitare nessuno perché portavo pioggia, mi stava buttando fuori dalle prove.

Arrivano Francesco e la gentilissima signora Chicca. Quando vedo la sua gioia nel vederci, il divertimento di infilarci fra le sue lunghe braccia nel selfie allo strozzo, la voglia di rimanere in camerino a bere del vino con lui, mi fa pensare “forse avrò letto male?”. E’ lui o non è lui? Ormai non mi stupisco più.

Il benvenuto in tono siculo “minchia, che si dice nella Stiva di Ciccio?” ah ah. ..un compagnone, uno di noi. Poi il cappello in paglia di non so quale tour che ha infilato in testa alla capoccia di Daniele, altre cose che non è il caso di raccontare qui e, in sintesi, la grandissima considerazione (parole che conservo solo per me) che ha nei confronti del www.iltitanic.com che mi onoro di governare, e dello storico e mitico www.rimmelclub.it , entrambi catanesi.

Ieri sera in grande vena e abbastanza loquace. Dopo l’omaggio al suo grande amico Lucio che con il riff di “Come è profondo il mare” e l’invito all’ovation ha fatto arrivare fino al cielo della sua Milo, ha continuato con la scaletta standard di questo tour che viaggia per tutta l’Italia sotto questa luna gigante.

E poi il turno di Alice “…. ma la sposa aspetta un figlio e lui sa, non è così e se ne andrà..”. Siamo quasi alla fine, con la chitarra imbracciata avanza davanti alla platea, forse troppo, ma che sta facendo? Di fronte a migliaia di spettatori si avvicina alla prima fila e, continuando a suonare la chitarra, arriva di fronte a due storici fans e chiede “ragazzi, come stiamo andando?” !!! Da brividi, indimenticabile momento.

E questo sarebbe l’artista scorbutico? Quale altro cantante farebbe cose del genere? Grazie Ciccio e non Francesco (siamo al sud, come vuol essere chiamato da Roma in giù).

Grandissimo De Gregori, come sempre.

 

 

 

La Summer Arena stregata dalla musica di Francesco De Gregori

 

Ancora un sold out festoso per la Summer Arena. Questa volta, dopo Sfera Ebbasta, è toccato al cantautore italiano per eccellenza, il Principe Francesco De Gregori conquistare con un successo senza precedenti il pubblico calabrese che ieri sera si è ritrovato a Soverato per l’unico concerto in esclusiva regionale del tour.

La programmazione della Esse Emme Musica di Maurizio Senese che gestisce anche l’area allestita al campo Marino, a Soverato, ha voluto infatti andare incontro il più possibile alle varie richieste, provenienti da pubblici diversi. Ecco allora anche uno spazio per il cantautorato doc, con un artista fedelissimo al suo stile, ma che riesce a coinvolgere più generazioni, rapite dalla poesia di musica e testi e che ha voluto personalmente abbracciare i tanti presenti con un saluto finale: «E’ una bellissima città, una bellissima regione, ogni volta che vengo qua mi diverto un mondo», ha detto prima di congedarsi. Il concerto, del resto, ha emozionato in ogni momento ripercorrendo i brani più noti e anche quelli amati tanto dal pubblico ma meno eseguiti dal vivo come “Sempre e per sempre”, in una scaletta eccezionale. Da “Numeri da scaricare” con cui ha aperto l’esibizione, De Gregori è passato a “Caterina”, “Buenos Aires”, “Il cuoco di Salò”, “Non è buio ancora”, “Cose”, non tralasciando le celeberrime “Vai in Africa Celestino”, “La leva calcistica della classe ‘68”, “Generale”, “Bambini venite parvulos”, “La donna cannone” – cantata insieme al pubblico, cui ha ceduto il microfono nei ritornelli -, “Titanic”, “Buonanotte fiorellino”, tra le altre.

 Accompagnato sul palco da Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, Francesco De Gregori – che pure un momento davvero emozionante lo aveva riservato all’amico Lucio Dalla con una sua versione di “4 marzo 1943” -, ha voluto sul palco anche la sua compagna di una vita, Alessandra Gobbi, per “Anema e core”, scelta insieme a “Falso movimento” e “Alice” per i bis finali. La chiusura, non poteva esserci scelta migliore, è stata con “Rimmel”, e il pubblico entusiasta a tributare applausi senza sosta.

https://www.calabriamagnifica.it/musica-e-spettacolo/la-summer-arena-stregata-dalla-musica-di-francesco-de-gregori/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il “principe” domina Presicce: in 15mila in piazza per il maestro De GregoriRisultati immagini per de gregori presicce

Uno degli eventi più attesi dell’estate, nel comune dell’olio e dei frantoi ipogei. Due ore di concerto del cantautore romano

PRESICCE – E’ salito sul maxi palco allestito in Piazza delle Regioni con quasi un’ora di ritardo e con un piglio più estroverso di quello che ricordavamo in precedenti concerti. Nell’impaziente attesa, madida di sudore e intrisa di umidità, di circa quindicimila fan. Potrebbe però trattarsi anche del doppio dei numeri: c'è chi parla di qusi trentamila presenze). Si è però  fatto “perdonare” in fretta il maestro Franesco De Gregori, in concerto a Presicce, per l’ultimo appuntamento della rassegna “I colori dell’olio”, organizzata per il decimo anno consecutivo dall'omonima associazione.

Il cantautore romano, accompagnato da un pianista, da un chitarrista e dal bassista nel suo tour estivo nelle più belle prestigiose piazze italiane, si è esibito per quasi due ore con brani meno celebri al pubblico, come lui stesso aveva già accennato e “mai passati alla radio”. Per poi giungere, nell’eccitazione collettiva, a quelli più noti: La donna cannone, Buonanotte Fiorellino e Generale. A cantare a squarciagola, tra centinaia di turisti, un pubblico davvero eterogeneo: accanto agli anziani, infatti, vi erano ragazzini e intere famiglie, con bambini in spalla.

Un tappeto luminoso fatto di smartphone è stato “srotolato” durante il live, per immortalare quel momento unico per l’estate di Presicce, Città dell’olio e dei frantoi ipogei. Poco prima della mezzanotte, il Principe ha lasciato il palco, nella commozione del suo pubblico più affezionato, accalcato tra le prime fila sin dal primo pomeriggio per avere garanzia di un posto privilegiato davanti all’artista. E conservare ogni attimo di quei “Pezzi di sorriso e pezzi di canzone”.

http://www.facebook.com/pages/LeccePrimait/112352998793334

 

 

 Missione compiuta! Statuetta consegnata!

Tante emozioni difficili da raccontare ma noi ci proveremo lo stesso.

Trovarsi di fronte la storia della musica italiana ti rende piccolo, l’imbarazzo è totale, ma De gregori è stata persona gentile e amabilissima. Non solo per il vino che ci ha versato o per il pane che ci ha offerto e condito con le sue stesse mani, ma perché era visibilmente preso dalla sua copia in cartapesta. Osservava, domandava.

Sapeva che cosa avrebbe ricevuto perché qualche immagine delle fasi di lavorazione era già arrivata a lui. Ecco perché era curioso di conoscere il risultato finale. E’ stata una grande soddisfazione e mai avremmo pensato che sarebbe stato lui a chiedere di farci un selfie (veramente!).

Questo rimarrà un ricordo bellissimo. Ma se abbiamo potuto realizzarlo lo dobbiamo a Presicce e all’Associazione "I colori dell’olio" che hanno organizzato il concerto. Un sentito ringraziamento a tutta la squadra quindi, e al loro enorme lavoro, ma soprattutto a Marino e Anacleto, veri artefici di un sogno che si avvera.

Un’ultima cosa, in questa foto manca una persona che purtroppo non è potuta esserci, Roberto e il suo grande talento nel riprodurre immagini con l’argilla. De Gregori era piacevolmente colpito dalla somiglianza del viso e dall’espressione. Ben fatto!

https://www.facebook.com/pg/fattidicarta.cartapesta/about/?ref=page_internal

 

 

 

 

 

 

 

De Gregori incanta e stupisce Villa Bertelli

 

Il Tour 2018 del cantautore romano ha fatto tappa a Villa Bertelli per un concerto affatto scontato: canzoni storiche e brani meno famosi trovano spazio in una dimensione acustica intima ma coinvolgente.

 Il pubblico che dimostra di riconoscere le sue canzoni più famose dalle prime due, tre note appena, gli fa piacere. Ma anche quel silenzioso stupore che accoglie brani meno conosciuti, non gli dispiace. Per questo Francesco De Gregori, nel suo Tour 2018, che lo vede impegnato dal 6 luglio scorso in giro per l’Italia, ha deciso di stupire i suoi fan proponendo anche qualche canzone meno nota.

 Lo ha fatto anche nella tappa di sabato 11 agosto, che ha visto il cantautore romano esibirsi a Forte dei Marmi, presso Villa Bertelli. Accompagnato sul palco da Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, De Gregori ha riproposto i classici che hanno segnato la sua carriera e la stessa storia della musica italiana, ma anche alcuni “gioielli nascosti”.

 Accanto alle sue canzoni più famose, infatti, hanno trovato spazio altri brani raramente eseguiti dal vivo e mai passati alla radio: un vero e proprio regalo a chi non si perde neanche un’esibizione dell’artista 67enne.

 Voce e chitarra, in una dimensione acustica senza batteria, De Gregori mescola note e melodie, stravolgendo versioni originali e scaletta: “E’ la bellezza del live” ha spiegato.

 Lui che sul palco è sempre a suo agio, che riesce a emozionare e a non essere mai scontato. Per tenere vivo l’interesse del suo pubblico, ma anche per non annoiarsi lui stesso. D’altronde, giocare con musica e parole gli riesce piuttosto bene, da anni. E ogni sua esibizione dal vivo è sempre una scoperta.

 Dopo Forte dei Marmi, De Gregori sarà a Castoglioncello e poi il viaggio dello chansonnier romano continuerà verso Sud, fino al prossimo 3 settembre.

 

https://www.versiliatoday.it/2018/08/12/de-gregori-incanta-stupisce-villa-bertelli/

 

 

Villa Torlonia

 

 

Verteglia Mater: un teatro a cielo aperto per Francesco De Gregori

Il GAL Irpinia-Sannio ha accettato la sfida e l’ha vinta, portando per cinque giorni un pezzo di mondo in un luogo incredibile per vastità e bellezza, a parlare del territorio e della sua promozione, a farlo conoscere attraverso tutti i sensi. E’ finita ieri quest’avventura coraggiosa con l’esibizione da brividi dell’artista romano che ha incantato l’altopiano

E’ il tour dell’estate quello di Francesco De Gregori, sull’Altopiano di Verteglia sembrava di stare in teatro. Voce e strumenti, la magia è servita: Generale, Titanic, La donna cannone e Rimmel con due cover belle e sincere, 4 marzo 1943 di Lucio Dalla e Anema e Core di Roberto Murolo cantata insieme alla moglie Chicca. L’artista romano è salito ieri sera sul palco della prima edizione di Verteglia Mater: giacca di pelle e cappello, con una collana d’armonica a bocca.

 Il pubblico emozionato si è stretto in un coro unico, dal primo all’ultimo verso, adulti e ragazzi hanno messo insieme il passato e il presente di una musica che non tramonterà mai.

 E De Gregori ha testimoniato che non si canta e non si suona più in questo modo appassionato da tempo, con la serena consapevolezza che le sue poesie in musica non appartengono più a lui, e infatti il ritornello di Alice lo ha lasciato alle voci del pubblico, con tanto di sorriso scanzonato. I brividi poi, quelli sono inclusi durante un’esibizione così e non era il freddo di Montella.

 Il GAL Irpinia-Sannio ha accettato la sfida e l’ha vinta, portando per cinque giorni un pezzo di mondo in un luogo incredibile per vastità e bellezza, a parlare del territorio e della sua promozione, a farlo conoscere attraverso tutti i sensi. E’ finita ieri quest’avventura coraggiosa, ma noi speriamo che di edizioni ce ne siano molte altre.

 E come ha cantato De Gregori: sará stato un appuntamento o la forza di gravitá, oppure un falso movimento a scaraventarci qua: comunque sia andata, è andata bene.

Maria Fioretti

http://www.orticalab.it/De-gregori

 

 

La butto lì, ma mi sembra sempre più evidente da come Francesco De Gregori 'appoggia' il cantato sulla musica che a questo punto della sua carriera ci tiene assolutamente che la sua Voce sia in primo piano, che le parole fluiscano in modo tale da favorire al massimo grado la sua espressività e, ovviamente, che si capiscano tutte, dalla prima all'ultima. Probabilmente è ciò che desiderava fin dall'inizio della sua carriera, ma un po' il finire per adattarsi sempre a ciò che gli addetti ai lavori e gli standard inerenti le regole a cui attenersi quando si suona dal vivo gli suggerivano/imponevano, e un po' il fatto che non se la sentiva di poter fare totale affidamento sulla sua vocalità - nonostante la sua intonazione fosse impeccabile, direi perfetta, ieri come oggi - avevano sempre finito per frenarlo in tal senso, inducendolo così, bene o male, ad 'adattarsi'. Non è che l'ennesima dimostrazione del fatto che ha sempre avuto ragione lui da sempre su tutto. E nessuno, da quel che ne so, come Guido Guglielminetti lo ha aiutato a credere nei suoi mezzi e nelle sue idee da sempre, anche quando Francesco era il primo a interrogarsi se fossero buone, efficaci, legittime o meno. E vivaddio che sia andata così. Lode a entrambi. Questo tour mi sembra, tra le altre cose, un ulteriore consolidamento del fatto che hanno vinto su tutto e su tutti. Francesco si conferma il migliore cantante che abbiamo in Italia - qui lo dico e qui 'non' lo nego - oltre che il migliore scrittore di canzoni. E Guglielminetti colui che più di tutti lo ha aiutato a prendere consapevolezza del fatto che "lui può", che poteva da sempre, in effetti, ma ora finalmente lo sa come non lo ha mai saputo, e lo sappiamo anche noi che lo amiamo e riusciamo a "sentirlo" non solo con le orecchie e con il cuore, ma anche e soprattutto con l'anima, e lo sa chiunque ha la capacità di concepire, penetrare e percepire il vero spirito di questo tour.

Rosario Tedesco.

 

 

 

La magia di Francesco De Gregori conquista Montella

di Andrea Fantucchio

 «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». Francesco De Gregori ha calciato il suo ennesimo rigore, un concerto da tutto esaurito nella cornice del Verteglia Mater a Montella. Ieri sera il pubblico ha risposto presente (Le immagini girate da Orlando Matarazzo).

Non solo affezionati di lungo corso, ma anche tanti giovani. Dopotutto la grandezza di questo cantautore sta nella capacità di superare, con le sue canzoni, il tempo e lo spazio. La profondità dei testi che conquista per la sua semplicità. Almeno apparente. Perché in De Gregori, spesso, a radicarsi nell'ascoltatore è proprio il non detto. La multiformità del messaggio che si cela dietro la semplicità di testi che possono essere compresi anche da un bambino.

Ieri sera in tanti hanno viaggiato in Africa con Celestino, o hanno sentito la chitarra di Caterina che suonava male, ma piaceva uguale. Perché è più importante quello che si ha dentro degli strumenti che si possiedono per esprimerlo. Quante volte, ascoltando la Donna cannone, abbiamo pensato che un posto nel mondo alla fine c'è per tutti. Basta trovare gli occhi capaci di vedere oltre le apparenze. E poi avere il coraggio di spiccare il volo in quell'emozione, l'amore, che non contempla reti di sicurezza.

E così in tanti si sono lasciati andare a parole e note che hanno segnato gli ultimi decenni della musica italiana. De Gregori non ha avuto bisogno di strafare o sorprendere, dopotutto la sua sobrietà e continuità sono il marchio di fabbrica. Un artista che non ha mai smesso di rinnovarsi, raccogliendo anche molte critiche. Un po' come al di là dell'oceano ha fatto Bob Dylan. Inviso ai fan della prima ora che lo vorrebbero relegato nelle vesti dell'eterno menestrello della musica country. Ma, si sa, la musica così come l'arte, quelle vere almeno, non possono essere confinate neppure nella ineluttabile prigione del tempo e perciò riescono a sottrarvisi.

https://www.ottopagine.it/av/attualita/163223/la-magia-di-francesco-de-gregori-conquista-montella-il-video.shtml

 

 

 

 

 

Musart: Francesco De Gregori incanta piazza della Santissima Annunziata Uno spettacolo di due ore che ha ripercorso la carriera del cantautore dalle canzoni più famose a perle quasi inedite

Giorgia Gobo 26 luglio 2018 11:04   

 

Vestito di nero e con il suo inseparabile cappello, De Gregori ha suonato la chitarra, l'armonica e ha incantato piazza della Santissima Annunziata con il suo timbro avvolgente e la sua presenza scenica.

Due ore di poesia che sono state disturbate solo da qualche probelma tecnico che ha interrotto cantante e band proprio durante l'omaggio a Lucio Dalla con la canzone 4/3/1943, dopo qualche minuto di caos i problemi sono stati risolti, nonostante in sottofondo si sentissero delle interferenze, e il concerto si è avviato verso la fine.

Lo spettacolo è stato l'occasione per ascoltare alcune delle sue canzoni più famose (La donna Cannone, Buonanotte Fiorellino, Caterina, La leva calcistica della classe ’68, Generale) ma anche alcune meno conosciute e cariche di grande emozione. I musicisti con lui sul palco sono stati dei compagni di viaggio perfetti: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte.

Per il bis (arrivato con qualche minuto di ritardo per colpa dei problemi tecnici) torna sul palco con un calice di vino in una mano e nell'altra una sigaretta, si è scusato per i disagi: "Viva la musica e l'arte, abbasso la tecnica". Poi invita la moglie "chicca" a raggiungerlo e insieme cantano "Anema e Core", un momento di grande complicità e emozione. Gran finale con Rimmel.

Francesco De Gregori saluta il pubblico ringraziando per la partecipazione e definisce un onore aver cantato in Santissima Annunziata essendo per metà fiorentino (la madre era di Firenze). "Ci vediamo presto".

 http://www.firenzetoday.it/attualita/de-gregori-concerto-musart-25-luglio-2018.html

 

 

 

Un abbraccio lieve e sincero fra vecchi amici: Francesco De Gregori in concerto al Carroponte.

 

Si prova una strana, dolce malinconia nell’ultimo concerto di Francesco De Gregori. È il tono di “Generale” oppure di “Gambadilegno a Parigi”, è la capacità di cantare in una stessa canzone, in uno stesso verso la grandezza dell’esistenza e certi dolori che segnano per sempre. È il modo in cui voce e strumenti si sintonizzano su un punto su cui convergono dolore e gioia. Bello e struggente, ma al tempo stesso leggero e in certi momenti persino spensierato: così è stato il concerto di ieri sera, 21 luglio, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Un abbraccio lieve e sincero fra vecchi amici.

A giudicarlo sulla carta, questo tour sembrerebbe adatto più ai teatri che all’estate. E invece funziona anche all’aperto, di fronte a migliaia di persone. Al centro c’è il cantante, spesso senza chitarra. Attorno, quattro musicisti: da una parte Guido Guglielminetti (basso) e Carlo Gaudiello (pianoforte, fisarmonica), dall’altra Paolo Giovenchi (chitarre) e Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, chitarra elettrica). Niente batteria, poco rock, un po’ di blues, tante ballate assieme dense e lievi. De Gregori sembra privilegiare i ritratti struggenti, raccontati con una voce che sembra oggi più che mai espressiva.

La strumentazione elettro-acustica permette di goderne ogni accento, ogni sfumatura e pure la breve risata dopo le parole “Queste cinque stelle” di “Generale”.

È un concerto in cui si scopre che canzoni che nessuno cita mai, come “Caterina” o “Raggio di sole”, in realtà sono amate e vengono accolte con gioia dal pubblico. C’è un solo pezzo dal repertorio di Dylan (“Se non vi piace prendetevela con lui… se riuscite a beccarlo da qualche parte”) e soprattutto ci sono versioni calde e avvolgenti che invitano al canto. E la gente canta, eccome, a volte accelerando il tempo, come se avesse fretta di buttare fuori tutto e subito l’amore che prova per questi versi.

De Gregori ricambia e non somiglia per niente al performer ombroso di cui si è letto per anni. E conquista tutti mettendo in fila una dopo l’altra “Santa Lucia”, che tanto piaceva a Lucio Dalla, e una versione piena d’affetto di “4 marzo 1943”, col tema esposto dal mandolino.

foto FP Group

Nel finale e poi nei bis, De Gregori appare particolarmente allegro e interpreta una “Buonanotte fiorellino” lievemente buffa, lascia che sia il pubblico a cantare i ritornello di “Alice non lo sa”, invita sul palco la moglie Chicca per intonare assieme “Anema e core”, chiude con “Rimmel”.

Sarà stato il panorama post industriale offerto dalle arcate illuminate di rosso del Carroponte, saranno state certe canzoni ambientate nel passato, sarà stato il tono agrodolce della musica.

Fatto sta che è parso d’assistere a un modo di raccontare l’esperienza umana che nessuno più replicherà, un’idea di musica che sembra appartenere al passato. O forse non lo è a giudicare dai tanti ragazzi e ragazze – “bellissimi”, li definisce De Gregori – che non erano nemmeno nati al tempo di queste canzoni eppure le cantano come se fossero state scritte per loro.

SET LIST

Numeri da scaricare Caterina Il cuoco di Salò Buenos Aires Non è buio ancora Vai in Africa, Celestino Sempre e per sempre Cose La leva calcistica del ’68 Generale Raggio di sole Gambadilegno a Parigi Bambini venite parvulos Santa Lucia 4 marzo 1943 La donna cannone Buonanotte fiorellino Titanic Falso movimento Alice Anema e core Rimmel

 

https://www.rockol.it/news-693528/francesco-de-gregori-concerto-carroponte-recensione-scaletta

 

 

 

 

 

 

Francesco De Gregori incanta Lignano con voce sublime e nuovi arrangiamenti

 

É un De Gregori “in grazia di Dio”, elegante e sereno, quello che porta in giro per le città italiane questo su nuovo tour 2018, e che abbiamo visto salire sul palco dell’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro lo scorso 19 luglio. Quando già le prime note della sua musica si levano nell’aria, il Principe dei cantautori italiani sale sul palco dove una inedita formazione di musicisti ha già iniziato a suonare. La band è ridotta rispetto alla scorsa estate, ora è più scarna ed essenziale: mancano la batteria, i fiati e il violino, e questo fa già pensare a un concerto più acustico, meno “carico” di suono ma sicuramente più intenso nell’atmosfera.

La vera novità per il pubblico italiano è infatti la scelta di Francesco De Gregori di circondarsi solo di strumenti a corda, con l’unica eccezione della sua cara armonica a bocca. Tale scelta ha quindi determinato un totale riarrangiamento della maggior parte dei brani in scaletta ed ha orientato la scelta sulla presenza di più canzoni lente, alcune delle quali mancavano da molto tempo. Scelta che appare subito apprezzata dal pubblico, in particolare per certi brani tornati in scaletta dopo anni, come ad esempio la cadenzata “Buenos Aires”, la ballata lenta “Raggio di sole” con il preziosissimo solo di chitarra di Paolo Giovenchi, la nostalgica “Gambadilegno a Parigi” accompagnata nella sua languida lentezza dal mandolino di Alessandro Valle, la bellezza quasi cinematografica de “Il cuoco di Salò”, le cui parole sono scandite e accompagnate da ampia gestualità da parte dei De Gregori, al centro della scena.

E poi “Bambini venite parvoulos”, tra i brani più inaspettati, forte della sua tragica attualità e la ritmata “Numeri da scaricare” che si regge ora esclusivamente sul basso di Guido Guglielminetti che introduce e conduce, abbraccia e scalda atmosfere inusuali.

E la scenografia, semplice e scarna anch’essa, riproduce un cantiere: bidoni di latta, cartelli di lavori in corso, una scala e quelle lampadine in fila che penzolano semplicemente dal soffitto e i riflettori da cinema anni 50 alle spalle a illuminare la scena. E il pubblico, inondato di luce e di musica, si fa più partecipe, coinvolto e incoraggiato dai gesti del padrone di casa, che invita a cantare, applaudire, alzarsi in piedi.

 L’idea che arriva è quella di uno spettacolo in continua evoluzione data dopo data, dove niente è definito e nel quale la scaletta può ancora cambiare, evolversi, costruirsi quasi al momento. Ma dove niente è veramente improvvisato, complice il talento dei musicisti, l’esperienza del Capobanda Guglielminetti (artefice dei nuovi arrangiamenti) e quasi mezzo secolo di navigazione alle spalle del Capitano della nave, De Gregori appunto.

Cambiano veste anche i classici, naturalmente, e si adeguano ai tempi, dimostrando di essere brani sempre vivi, sempre attuali e sempre molto amati, sotto qualsiasi aspetto siano presentati sul palco: il basso scandisce una marcia lenta che accompagna “Generale”, l’armonica prolunga il finale della “Leva calcistica del 68” lasciando spazio alla fantasia del Principe, la pedal steel guitar di Valle lacera il buio e i cuori alla fine di “Santa Lucia”, tanto amata da Lucio Dalla, con il reef di “Come è profondo il mare” mentre De Gregori incoraggia una standing ovation dedicata all’amico, per proseguire poi con il suo personale omaggio, quella “4 marzo 1943” che è presente anche nell’album live del 2017 “Sotto al vulcano”.

E ancora, sono senz’altro da ricordare, l’allegria caraibica di “Titanic”, il valzer romantico ritrovato di “Buonanotte fiorellino”,  mentre nei bis, la bella “Alice” che riscopre il suo splendore attonito adolescenziale (nonostante i suoi 45 anni di età sulla carta) e la “Donna cannone” che si fa ancora più sublime in una interpretazione quasi teatrale di gesti lenti con le mani e il nuovo vestito al pianoforte da parte dell’ottimo Carlo Gaudiello, nella band dallo scorso inverno.

Sul finale, un De Gregori visibilmente emozionato e compiaciuto, presenta la sua “sposa”, Alessandra Gobbi, che lui chiama affettuosamente Chicca e che sale sul palco a cantare in duetto “Anema e core”, la celebre canzone napoletana di Roberto Murolo, mentre la chiusura è affidata a una versione quasi country dell’intramontabile “Rimmel” (quarto e ultimo bis, richiesto a gran voce), che coinvolge tutto il pubblico presente (l’arena è praticamente piena) accorso sotto al palco e che non ha alcuna voglia di smettere di cantare e di andarsene.

Come del resto sembra proprio da questo tour che lo stesso Principe non abbia alcuna intenzione di fare altrettanto, quantomeno a breve. “E menomale” viene da pensare prendendo a prestito un suo verso “che c’è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare” perchè davvero, questo è un concerto che lascia un bel sorriso e una grande voglia di applaudire ancora e ancora a lungo Francesco De Gregori e i suoi impareggiabili musicisti.

http://www.concertionline.com/musica-italiana/francesco-de-gregori-incanta-lignano-voce-sublime-nuovi-arrangiamenti/

 

 

Giù il cappello e ancora applausi per il Principe in controluce

Una specie di cantiere. Transenne, bidoni di latta verniciati di bianco su cui è appoggiata l’armonica, una bottiglietta d’acqua e poche altre cose, un fondale bianco alle spalle che separa il fronte palco da tutto quanto succede o è successo dietro le quinte, e del nastro teso da un capo all’altro, bianco e rosso. C’è pure un cartello: vietato fumare. Per la prima volta in un tour di Francesco De Gregori c’è una scenografia, se di scenografia si può parlare. Ah, impossibile non notarle, ci sono anche delle lampadine nude appese a pavese sopra al palco, e alcuni riflettori da cinema d’annata alle spalle, rivolti verso il pubblico. Un cantiere, dicevamo, dove si lavora in continuazione da più di mezzo secolo.

De Gregori, classe 1951, torna a suonare nelle piazze e nei teatri all’aperto italiani in questa estate rovente del 2018 con la voglia, ancora una volta, di rimettere mano al suo repertorio, lavorando sulla resa di certi brani famosi, riscoprendone altri che erano stati accantonati, scavando lui stesso con le mani per recuperare alcuni suoni di tempi più o meno lontani ed inventarne altri. Il Principe dei cantautori si rimette in gioco divertendosi (perché questa è l’impressione) a riprendere in mano il suo lavoro, a cominciare dalla formazione della band che lo accompagna in questo tour, scegliendo di circondarsi solo di strumenti a corda, limando, smussando, ripulendo il tutto, lasciando emergere l’essenza in un continuo work in progress che in fondo non stupisce chi lo segue da sempre, ma che suona anomalo nel panorama attuale dove tutto, troppo spesso, appare “infiocchettato” per apparire più di quel che è. Qui, invece, sembra che si giochi al contrario, e si riveda anche lo stesso ruolo di “front man” o addirittura di “star” della musica italiana: De Gregori fa un passo indietro e mette avanti la sua musica.

Valeria Bissacco ph

Lui, in t-shirt e cappello, entra in scena sulle prime note di basso e si siede, lontano dal microfono. Si siede in penombra, dove solo un raggio di luce taglia il suo viso improvvisamente, e osserva dal fondo del palco il movimento del proprio lavoro, l’impatto sul pubblico, le facce della gente che applaude il suo ingresso. Per la prima volta, forse, si siede a osservare gli altri che suonano, e coloro che ascoltano, prima di cominciare a cantare. Intanto il Capobanda (o dovremo dire in questo caso, “il capocantiere”) Guido Guglielminetti introduce e conduce, guida i lavori, espone alla luce dei riflettori quei suoi arrangiamenti (a volte inediti) che ancora una volta un po’ sorprendono, spiazzano, incuriosiscono. Ma quando inizia a cantare, De Gregori incanta forse più di sempre. Mai come ora infatti, la cura che egli mette nel canto, nel modulare la voce e accarezzare le parole, nell’accompagnarle rallentando e respirando tra un verso e l’altro, è stata così evidente. Al centro del palco, rinuncia spesso alla chitarra per rapportarsi solo con il microfono. Lo accarezza con le lunghe dita, gli sorride, alza le spalle, inclina la testa e asseconda le parole con gesti eleganti delle mani, quasi teatrali.

L’Isola anche stavolta c’era, ha vissuto questa nuova evoluzione e ora prova a raccontare questa prima parte di tour. Redattori affezionati e curiosi erano presenti tra il pubblico a Roma, a Como, a Lignano Sabbiadoro, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Inoltre, chi ha fotografato questo concerto ha notato in particolare un’altra interessante novità: le luci spesso sono rivolte verso il pubblico. I volti di chi assiste al concerto sono quasi sempre illuminati, le emozioni sono visibili, si canta con l’artista in modo “sfacciato”, ci si abbraccia, si sorride o si piange palesemente, senza nascondersi. Sul palco anche i musicisti sono ben illuminati, mentre è proprio De Gregori ad essere spesso in ombra, e la sua alta e sottile figura appare controluce al microfono. A brillare sono ancora una volta le sue canzoni, protagoniste assolute, che si susseguono senza bisogno di presentazione; del resto il Principe non è mai stato particolarmente loquace, e anche adesso le parole per introdurre i brani scarseggiano. C’è solo un accenno a Dylan, prima di cantare la sua No dark yet (Non è buio ancora): “Non è mia e se non vi piace prendetevela con lui” e alla fine la presentazione della moglie, Alessandra Gobbi come “una ragazza, che poi è diventata la mia sposa, Chicca”, che sale sul palco per interpretare in duetto affettuoso Anema e core.

La scaletta del concerto propone naturalmente alcuni brani molto noti, inossidabili e immancabili, dalla marcia di Generale a Buonanotte fiorellino che ritorna ad essere un romantico valzer lento, da Alice che rivive come splendida adolescente nel suo originale splendore a dispetto della reale “età anagrafica” a Rimmel  in un nuovo abito country, e canzoni che da tempo non erano eseguite dal vivo, come Il cuoco di Salò, carica di particolare intensità, Raggio di sole (una delle più gradite sorprese), la malinconica Gambadilegno a Parigi e nelle prime date la delicata Due zingari (che, chissà come mai, è purtroppo uscita di scaletta), veri e propri gioielli quasi dimenticati.

 

 E poi ancora, Bambini venite parvoulos, tra i brani più inaspettati, forte della sua purtroppo tragica attualità e Numeri da scaricare che si regge tutta sul basso possente del Capobanda, sono indubbiamente tra gli episodi migliori. Tutti i brani sono rivestiti di nuove sonorità acustiche anche in funzione dell’assenza di batteria, dei fiati e del violino (presenti fino all’estate scorsa), e danno la possibilità ai musicisti di spiccare in modo autonomo e assolutamente originale. In particolare, il suono avvolgente e un po’ misterioso della pedal steel guitar di Alessandro Valle si nota molto di più rispetto al passato, così come anche il mandolino, mentre i preziosi “soli” di Paolo Giovenchi alla chitarra diventano protagonisti assoluti in alcuni brani. Al pianoforte e alla fisarmonica Carlo Gaudiello, entrato nella band alla fine dello scorso anno debuttando al fianco di De Gregori nel tour internazionale (che aveva la stessa formazione, finora inedita in Italia), accompagna con un suono essenziale e discreto (o forse ancora un po’ “timoroso”) pezzi monumentali come La donna cannone e Sempre e per sempre che sono comunque particolarmente emozionanti per l’intensa interpretazione del Principe.

 

Valeria Bissacco ph

Toglierci il cappello, quando gli applausi e le standing ovation non bastano più, sarebbe il minimo da parte nostra, se solo in queste serate torride avessimo anche noi un cappello in testa. Invece lo fa lui, quello che un tempo era famoso per essere scontroso, sfuggente e ombroso. De Gregori, con il cappello tra le mani e un sorriso compiaciuto e insieme grato si inchina, ringrazia più volte guardando in viso gli spettatori, saluta. Presenta la band e ancora sorride, e ancora si inchina, e ancora, di nuovo, saluta come raramente gli abbiamo visto fare. Sembra proprio essere grato al “pubblico pagante” di esserci stato, di averlo ascoltato, di aver accompagnato e compreso questa sua fase di cambiamento, questa sua nuova età, questa rilassatezza che lo fa entrare in scena per i bis con in mano un bicchiere di vino bianco e la sigaretta accesa. E sul fatto di aprire un altro “cantiere” dopo una carriera del genere, e con il piacere evidente di farlo, davvero tanto di cappello.

 

Foto di Valeria Bissacco

http://www.lisolachenoncera.it/rivista/concerti/-2163/

 

 

 

De Gregori a effetto sorpresa, brani meno noti e senza batteria

Al Gru Village stasera l’esibizione del Principe come sempre scortato dalla band capitanata dall’asso torinese Guido Guglielminetti

 

PAOLO FERRARI

La certezza che la maggior parte delle canzoni sarà accolta da applausi e cori; la voglia al tempo stesso di stupire, tirando fuori dal cilindro brani che non eseguiva in pubblico da tanti anni. È il gusto double face del concerto che Francesco De Gregori propone questa sera sul palco del Gru Village (Grugliasco, via Crea 10, alle 22. Biglietto 20 euro). 

Come sempre scortato dalla band capitanata dall’asso torinese Guido Guglielminetti, imprescindibile anche in occasione dei recenti show in giro per l’Europa e negli Stati Uniti.

Il Piemonte ha già ospitato la carovana del Principe della canzone italiana, che lo scorso 9 luglio ha fatto registrare il tutto esaurito per il live tenuto a Saluzzo in qualità di padrino in pectore del festival “Occit’Amo”. Una serata con effetto sorpresa, dal momento che nel finale è salita sul palco la moglie, Alessandra Gobbi, per un duetto romantico sulle note del classico napoletano «Anema e core». Brano soffice, come si conviene alla grande capacità di De Gregori nel costruire scenari suggestivi senza bisogno di andare alla ricerca del ritmo a tutti i costi.

Lo conferma la scelta, rara soprattutto nelle arene estive, di presentarsi in scena senza l’ausilio della batteria, per limitarsi a dettare il ritmo col battere del piede sulle assi del palco.

Per quanto sin qui messo in mostra nel tour iniziato lo scorso 6 luglio da Roma, il sessantasettenne menestrello capitolino propone nello spettacolo attuale circa venticinque brani in un paio d’ore senza intervallo. 

Con il capobanda Guglielminetti al contrabbasso, lo attorniano Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Claudio Gaudiello al pianoforte. La tournée si concluderà il 3 settembre al porto di Scario, in provincia di Salerno. 

http://www.lastampa.it/2018/07/17/cronaca/de-gregori-a-effetto-sorpresa-brani-meno-noti-e-senza-batteria-zUc8gol8eKZj3i3BxQub5M/pagina.html

 

 

 

 

 

 

 

 

Conto alla rovescia quasi terminato per l’«Occit’Amo Festival», la kermesse curata dalla Fondazione Amleto Bertoni in programma sino a Ferragosto nelle valli e terre del Monviso, con incursioni in val Susa e Francia. Un mix di musica, enogastronomia e cultura.

Dopo l’apertura di ieri (venerdì 6 luglio) oltralpe, ad Embrun, con «Gran Bal Dub», progetto di Sergio Berardo (Lou Dalfin) e Madaski (Africa Unite) oggi (sabato 7) Occit’Amo veste il tricolore. L’appuntamento è a Scarnafigi, in piazza, alle 21,30, con Lou Pitakass, gruppo nato da un’idea di Berardo e formato da ragazzi tra i 13 e i 16 anni. Sul palco Gabriele Arnaudo (organetto), Davide Bagnis (batteria), Gioele Bernardi (ghironda e cornamusa), Luca Declementi (organetto, voce, fifre e cornamusa) e Loris Giraudo (organetto e ghironda).

Domani, alle 21,30, a Palazzo Drago di Verzuolo, i San Salvador, gruppo interamente vocale formato da sei voci, due tom, dodici mani ed un tamburino. Il gruppo da anni lavora ad un rinnovamento poetico delle musiche tradizionali.

Fra gli appuntamenti più attesi quello di lunedì. Alle 21,30, all’ex caserma Musso di Saluzzo, si esibisce Francesco De Gregori. Il cantautore romano proporrà un concerto guardando all’intera sua carriera. Forte il suo legame con la musica popolare a partire dalle canzoni popolari rispolverate, all’inizio degli anni 2000, con Giovanna Marini, da «Bella Ciao» a «Saluteremo il signor padrone». 

Prevendite online

Le prevendite online sono chiuse. Gli ultimi 200 biglietti disponibili saranno messi in vendita lunedì, al botteghino, dalle 16. Le porte si apriranno alle 19 per consentire la degustazione delle pietanze del territorio, a cura di un consorzio di locali saluzzesi, e le birre di «C’è Fermento».

http://www.lastampa.it/2018/07/07/cuneo/de-gregori-a-occitamo-omaggia-la-canzone-popolare-7yL3maSxB7G9r7TooRmDHN/pagina.html

 

Saluzzo

 

 

 

FRANCESCO DE GREGORI: «COSÌ HO CONVINTO MIA MOGLIE A CANTARE»

Il cantautore in tour con la compagna di una vita. Un duetto sul classico napoletano «Anema e core». «Le sussurrai la canzone per il suo compleanno a Napoli» di Andrea Laffranchi

 

Casa De Gregori, quartiere Prati a Roma, sa di musica. Di canzoni da ascoltare. In salotto i cd sono in bell’ordine all’interno di una consolle. Per Bob Dylan, passione e riferimento assoluto, c’è una nicchia dedicata: vinili e volumi pieni di memo gialli. Di canzoni da ascoltare bene. Sul soffitto sono montati pannelli acustici per migliorare la diffusione delle onde. Persino di canzoni da suonare, al pianoforte che arreda con eleganza un angolo della stanza.

«Le mie canzoni funzionano anche solo voce e piano, ma non farei mai un concerto del genere. Mi annoierei subito. L’ho visto fare a Randy Newman, uno dei miei artisti preferiti, ed è stata dura».

Sa anche di canzoni neonate.

«A volte capita che componga qui, ma non ho uno spazio determinato. Se lo avessi, non ci andrei perché l’idea di dover creare mi renderebbe disciplinato».

Il metodo di scrittura di Francesco De Gregori invece non ha regole.

«Non sono metodico, non sono nemmeno uno strumentista e quindi non ho un allenamento quotidiano. Le canzoni mi vengono nei luoghi più impensati, anche in coda al supermercato».

La regola numero uno è mantenere la calma.

«Non ho bisogno di attaccarmi al registratore del telefono o di prendere appunti sullo scontrino. Se il giorno dopo non ricordo l’idea per un titolo o lo spunto musicale, evidentemente non vale. Vicino al comodino però tengo carta e penna: la mente stanca a volte si lascia andare e in quel caso meglio essere pronti».

Al via il tour estivo: prima data il 6 luglio a Roma Carta e penna sono ferme da tempo, l’ultimo album di inediti risale al 2011.

«Non mi sono ancora arrivate dieci nuove canzoni per poter pensare a un album».

Quest’estate c’è un tour (parte il 6 luglio da Roma e tra le altre date ci sono il 21 luglio a Milano-Sesto e il 25 a Firenze) con una scaletta in cui ci saranno «i pezzi più conosciuti che devi dare a una parte di pubblico, ma anche brani pescati dal repertorio che un’altra parte vuole sentire». E ci sarà anche quella versione di Anema e core, vista nei concerti dello scorso autunno, in duetto con la moglie Alessandra Gobbi. «Sembra strano che De Gregori canti in napoletano. Figuriamoci poi se lo fa con la sua ragazza...».

La prima volta che la fecero assieme, in un club a Nonantola, lei gli prese la mano.

«Era emozionata e divertita allo stesso tempo. Con quel tanto di atteggiamento di assoluta normalità che non guastava. Confesso che anche io un po’ di emozione l’ho avvertita».

Tutto è nato da un gesto di altrettanta tenerezza del Principe.

«Lo scorso anno per il compleanno di Chicca, il 21 agosto, siamo andati in gita a Napoli. C’è una trattoria dove vado spesso e di solito c’è un posteggiatore».

Parentesi linguistica per i non napoletani. Il posteggiatore non è quello che si occupa delle macchine dei clienti e le parcheggia, ma il cantante che intrattiene la sala.

«Avevo pensato di chiedergli Anema e coree dedicarla a Chicca. Un po’ come fa Berlusconi-Servillo con Fabio Concato in Loro 1 di Sorrentino. Quella sera il posteggiatore non si è presentato e allora l’ho fatta io. Le ho spiegato quale fosse il mio piano e per rimediare gliel’ho canticchiata sottovoce. Da lì è nata la voglia di andarsi a rileggere le parole. E poi, visto che mia moglie canta nel Coro del Testaccio di Giovanna Marini, le ho chiesto di farla con me dal vivo».

Chicca si è messa on the roadper tutto il tour.

«La canzone arriva sempre a fine serata e lei mi chiede “ma che faccio fino a quel momento?”. E io sdrammatizzo: “leggi un libro”».

In primavera si sono esibiti oltre confine.

«A Parigi e New York abbiamo portato anche i nostri figli. Siamo riusciti a fare anche i turisti: distrae e alleggerisce».

Federico e Marco, gemelli classe 1978, da qualche mese hanno aperto a Roma un negozio di vinili.

«Certo che ci sono anche i miei», ride Francesco.

Ci sarà anche quello di Anema e core, edizione limitata che verrà pubblicata in autunno in parallelo a una distribuzione gratuita sul digitale.

«La musica che va di moda non è certo questa, ma trovo bello questo spirito indipendente, un distacco da certi protocolli e meccanismi che a questo punto della carriera mi posso anche permettere. Mi disturba che la musica ormai si ascolta solo in maniera distratta»

Assomiglia alle strategie della nuova «generazione trap» che pubblica canzoni senza seguire la liturgia dell’album ogni paio di anni.

«È la dura legge del gol. Lo streaming ha cambiato il meccanismo, si ascolta il pezzo e non l’ellepi come opera integra. Non ci trovo nulla di negativo, ma non uso le piattaforme come Spotify. Non mi piace frazionare l’ascolto e gli autori che amo non si possono frequentare a metà. Quello che mi disturba invece è che la musica ormai si ascolti in maniera distratta, che sia un sottofondo mentre si fa la spesa. Con Nicola Piovani ci diciamo che sarebbe bello fare una canzone su quel tema e presentarla con un flash mob alla farmacia qui sotto».

Negli ultimi mesi molti colleghi hanno ufficializzato il ritiro: Elton John, Neil Diamond, Joan Baez...

«Volete che molli? Non ho annunciato il mio arrivo e non vedo perché farlo con l’addio. La comunicazione apodittica non fa per me, sembra quasi il volersi togliere un dente. Ci sono stati momenti nel passato in cui ho pensato di mollare, ma poi ragionandoci a fondo ho trovato le motivazioni per continuare».

L’unico che ha detto basta veramente, senza ripensamenti pubblici o privati, è stato Ivano Fossati...

«Un’assenza che si sente. Peccato. Vorrei che ci ripensasse e tornasse a fare sia dischi che concerti».

 

Nel racconto che De Gregori fa di se stesso al di fuori delle canzoni, torna spesso la parola narcisismo.

«Tutti noi artisti lo siamo. Vogliamo specchiarci negli altri e ritrovarci belli. Anche quelli che fanno finta di nascondersi».

Ci sono stati momenti in cui lui è stato campione di nascondino, con il pubblico e con la stampa.

«Non ero stronzo, al limite un po’ ruvido... C’è stato un momento in cui chi era attorno a me aveva creato una cortina fra me e i giornali. E anche con il pubblico ero più imbronciato: il mio atteggiamento sul palco, naturale e non studiato, era condizionato dalla paura di apparire come quello che vuole stare sotto le luci».

Qualcuno ha detto che sia stato il tour del 2010-11 con Lucio Dalla a fargli cambiare atteggiamento.

«Forse... Ho visto la sua innocenza e il suo distacco dagli stilemi del comportamento dell’artista con chi gli sta intorno. “È giusto fare così” mi disse una volta. Un po’ mi ha cambiato. Però detesto ancora chi non sa chi sono e arriva a chiedere un selfie. Lo capisco dallo sguardo se c’è voglia di rompere o la curiosità di chi mi vuole bene. Chi non ti conosce artisticamente e ti vede come un personaggio da tenere sul telefono, non ti rispetta».

C’era curiosità quando lo scorso anno si è presentato sul palco senza barba e senza cappello. Adesso è tornato il De Gregori classico.

 

 

«Non volevo sembrare diverso. Quando qualcuno mi ha detto che stavo malissimo senza barba non me ne importava nulla. Forse era stato il caldo dell’estate scorsa a spingermi al taglio. Il fatto che sia uomo di spettacolo non determina che debba curare il look. I cappelli sono l’unico articolo di scena che utilizzo. Mi piacciono, ma non è che li indossi sempre, nella vita di tutti i giorni. Non c’è attrito fra il modo in cui vivo la mia vita privata e l’artista. Se non nel linguaggio: non parlo come scrivo, altrimenti chi mi sta attorno mi prenderebbe a calci».

Con o senza cappello cosa ama fare il Francesco privato?

«Mi piace leggere, andare al cinema e avere relazioni con persone di sostanza, che non parlino di banalità. Il successo di una cena dipende in primo luogo da quello. Non ho hobby o manie. Amo viaggiare. L’ultimo viaggio l’ho fatto ad Atene. Questo lavoro può essere una gabbia, ma se te lo concedi ti permette una libertà massima».

Alla domanda «citami un cantautore italiano», molti risponderebbero con il suo nome. Ma lui eliminerebbe la definizione dalla conversazione.

«Non la amo. Come non amo impiattare e vip. Cantautore è una parola ibrida, definisce poco. Sembra volerti mettere su un piedistallo, al di sopra degli altri. Cantautorato è ancora peggio: è spocchiosa. Questi termini hanno identificato un personaggio ombroso, reclinato su se stesso, che vuole ammaestrare il pubblico e fare discorsi prima delle canzoni. Non rifiuto il mio mestiere, ma preferisco cantante, rievoca il mondo sano degli anni Sessanta».

In quegli anni De Gregori muoveva i primi passi al Folkstudio, culla della cosiddetta scuola romana dei cantautori. Negli anni Novanta ci fu una seconda ondata con Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri e Alex Britti tra gli altri, poi il vuoto. Oggi con Coez e Tommaso Paradiso la Capitale è tornata al centro della scena.

«La musica non è slegata dal contesto. Roma ha grossi problemi di tutti i tipi. Questo fermento potrebbe essere una reazione alla stagnazione culturale che si percepisce. Forse c’è un segnale anche in questo palazzo. Nel seminterrato c’è un appartamento che è stato occupato a lungo da un commercialista. Adesso vedo entrare e uscire un gruppo di ragazzini: li sento spesso fare musica la sera, dalle nove alle undici, e direi che fanno trap. Non mi riconoscono o forse fanno finta di non sapere chi sia».

Un paio di anni fa ha dato la sua benedizione a Fedez, ma con i rapper, da alcuni considerati i nuovi cantautori, non ha mai collaborato.

«Me lo hanno chiesto ma mi sembrerebbe una forzatura».

 https://www.corriere.it/liberitutti/18_giugno_29/04-degregori-catenacciocorriere-web-sezioni-ed41af4e-793d-11e8-80e9-424fd8b8c17b.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“DEVI SUONARE L’ARMONICA FINCHÈ LA BOCCA NON SANGUINA” CHE A SPELLARMI LE MANI DAGLI APPLAUSI C'HO PENSATO IO.

Auditorium Parco della Musica

Ci sono concerti, a volte, che riescono a diventare magici. Sono quelli dove musica e parole si fondono in un corpo solo, dove le emozioni si toccano e rabbrividiscono nell’aria brulicante di note e dove generazioni diverse si incontrano.

Sotto il soffitto di stelle della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Principe ha creato un'incantesimo, un po' per la location così speciale e un po' per la magia che questo “poeta” è in grado di generare ogni volta.

Ogni suo concerto è così, riesce a toccare le corde dell'anima di ciascuno dei presenti e credetemi quando dico che lo fa con la stessa maestria che usa nel comporre con la sua chitarra: dolce e dirompente.

Il mio sguardo fissa senza riuscire a scostarsene, quest’uomo che passeggia sul palco come fosse nel giardino di casa, che applaude e dà luce ai suoi numerosi musicisti, che alterna esecuzioni immortalmente perfette dei suoi grandi successi fino agli omaggi al caro amico Dalla: momento magico in cui ci siamo stretti tutti attorno a lui, in un immaginario abbraccio.

Cantare è la sua natura, come per noi respirare: è la sua sostanza, è ciò che lo compone e noi lo ringraziamo per questo. E, proprio perchè sono materia viva, la sua musica e i suoi testi non sono fermi e mai saranno stanchi.

Le canzoni, quelle vere, non si spengono, sono vive: nascono, crescono e risorgono nello stomaco di chi li ascolta e le sue arrivano, ogni volta, come un pugno allo stomaco.

Grazie Principe, me lo sono proprio assaporato tutto il tuo concerto e so che non ero sola: una stella, bella e luminosa più delle altre, ha condiviso con me questo spettacolo speciale. D'altronde, ce lo siamo promessi

 

 

Ecco stasera mi piace così

Con queste stelle Appiccicate al cielo

Ecco, questa è una di quelle sere che vorresti dipingere su un muro per poterla ammirare sempre, guardarla da più angoli possibili e restarne sempre ammaliato. E` una sera in cui soffia leggero il ponentino, pronto a mitigare il caldo afoso del giorno che sta calando.

De Gregori decide che non puoi fissare un limite alla meraviglia e alla bellezza, perché lui è sempre pronto a stupirti. Apre la serata dell`Auditorium con Che Razza De Città, ballata dolce amara scritta negli anni `70 da Gianni Nebbiosi, romano, medico, psichiatra, psicoanalista e…cantautore ! De Gregori usa la canzone come  omaggio alla città che ama, denunciandone nello stesso tempo il degrado ormai irrefrenabile. In formazione a cinque come nel tour di Ottobre scorso, Alex Valle al dobro, chitarre e pedal steel, Paolo Giovenchi alle chitarre, Carlo Gaudiello piano e tastiere e Guido Guglielminetti al basso, Francesco sfoglia le pagine del suo canzoniere scegliendo anche quelle meno consuete. Numeri Da Scaricare è un blues cupo e nero sul tema della guerra "E` l`inferno che avanza/ma non ti devi preoccupare".

Due Zingari disegna la poesia nel cielo di Roma "e due zingari stavano appoggiati alla notte/forse mano nella mano e si tenevano negli occhi". Buenos Aires è un tuffo nel passato, calde atmosfere anni `80, sapore d`estate in bianco e nero.

Torna il tema della guerra con Il Cuoco di Salò e inevitabilmente girano i brividi sottopelle quando Don Ciccio soffia dentro l`armonica l`intro di Caterina "poi arrivò il mattino e col mattino un angelo". Meraviglia. Sorry

Dal disco tributo a Dylan arriva Non è Buio Ancora e anche qui è un gran bel sentire. Dopo il viaggio in Africa con Celestino, (Vai in Africa, Celestino!) ecco un altro momenti di quelli che il cantautore romano ti stampa ogni volta lì, proprio nel cuore "pioggia e sole cambiano la faccia  alla persone". Sempre e Per Sempre, biglietto di sola andata da qui al Paradiso.

Grande versione, intensità a mille, la band ormai ha trovato una propria precisa identità anche senza percussioni. De Gregori veste poi i panni del folksinger, direttamente dal Greenwich Village, voce, chitarra, armonica e Cose viene servita così, scarna ed essenziale.

 A un certo punto dimentica anche le parole, si ferma e riparte, senza paura, senza vergogna. Inaspettato, gradito e atteso da tempo torna a brillare Raggio di sole, scalda i cuori di struggente nostalgia insieme con le successive La Leva Calcistica, Generale e Buonanotte Fiorellino.

Arriva poi una delle sorprese della serata, quella Mira Mare, che, in quasi trent`anni di militanza ai concerti del Principe, non ricordo di aver mai ascoltato. L’esecuzione è notevole, gran pezzo, spesso dimenticato.

Dopo Bambini Venite Parvulos, altro momento unico e indimenticabile con Santa Lucia "per le persone facili che non hanno dubbi mai" Sul finale della canzone l`omaggio strumentale all`amico Lucio Dalla con l`intro di Com`è Profondo Il Mare, preludio alla successiva 4/3/1943, cantata da De Gregori con rispetto e commozione. "Un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà", accolta da una vera ovazione e cantata da tutto l`Auditorium ecco La Donna Cannone, seguita dall`immancabile Titanic.

Con Falso Movimento emerge la grande poetica del De Gregori più recente "stasera sono un libro aperto/mi puoi leggere fino a tardi". "Adesso canterò una canzone un pò vecchia" dice Francesco e parte Alice, immortale e collettiva. Per il finale, come  consuetudine nell`ultimo tour, invita sul palco la moglie per un intenso e applaudito duetto su Anema e Core. "E qualcosa rimane" non poteva che essere Rimmel a suggellare il patto di eterna fedeltà e gratitudine al Principe

"O farli rimanere buoni amici come noi"

https://www.mescalina.it/musica/live/06/07/2018/francesco-de-gregori

 

 

 

 

Del concerto di ieri a Civitella del Tronto, Teramo, si è detto già tutto: come sempre coinvolgente, magico, con De Gregori molto carismatico ad evocare, con i suoi classici, un flusso di emozioni nel pubblico.

Organico della band piuttosto essenziale, con sezione ritmica dimezzata senza la batteria, senza i tre della sezione fiati, senza la violinista-corista Elena Cirillo e senza la seconda chitarra acustica di Lucio Bardi.

Novità per questo tour italiano Carlo Gaudiello a pianoforte, tastiere e fisarmonica, che non fa rimpiangere il bravissimo Alessandro Arianti. Gli altri, i noti Guglielminetti, Giovenchi e Valle. Musicisti di classe, dal gusto impareggiabile, ciascuno portatore del proprio originale contributo al continuo mutare dei bellissimi arrangiamenti.

Ma voglio dedicare una menzione tutta particolare al lavoro prezioso di Alessandro Valle, che col portamento della sua pedal steel ha esaltato all'estremo l'espressivita' di queste canzoni: un canto di sirene!

Un esempio per tutti, il magnifico lavoro su Rimmel; l'impressione è che quel suono ci fosse già, inespresso nella prima versione ma già suonante nel cuore dell'ascoltatore, talmente giusto e funzionale al pezzo da chiedersi come potesse non esserci da sempre!

Uno sguardo goloso alla strumentazione: Giovenchi con la sua tagliente Fender Telecaster, che Dio lo benedica per preferirla quasi sempre alle altre elettriche, e la Gibson J45 sunburst come acustica, probabilmente quella personale di Degre...il Principe ha sfoggiato sempre la sua più recente compagna, la jumbo Gibson J200 natural, tranne in un pezzo in solitaria con chitarra e armonica, Cose, dove ha suonato lo stesso modello, in colore sunburst.

Guglielminetti ha suonato tre bassi: il solito potente Sting Ray Music Man nero, il già visto basso semiacustico Gibson dal bellissimo suono gommoso, e uno splendido modello fretless PJ, dal suono caldo e profondissimo.

Valle, oltre alla già detta pedal steel guitar, ha suonato un bellissimo mandolino bluegrass, una Fender acustica e una Stratocaster surf green con tastiera in acero!

Mi raccomando, dal vivo seguite il lavoro di Alex Valle alla pedal steel: da solo vale già tutto il concerto!

Mario Basile

 

 

 

 

Valeria Bissacco ph

 

 

 

Francesco De Gregori: «Non è più tempo di raccontarsi storie»

 

In oltre quarant’anni di carriera, ci sono canzoni che vorrebbe aver scritto (vedi alla voce Battisti) e altre in cui non si riconosce più. Perché la libertà di cambiare punto di vista lui la rivendica. E, per restare di sinistra, dice che basta essere ancora dalla parte dei deboli e pagare le tasse fino all’ultimo centesimo

Alba degli anni ’70: «Lucio Battisti viveva a Milano e a Roma scendeva di rado per incontrare Adriano Pappalardo che mi incuteva un certo timore. Ex rugbista, fisicamente enorme, con qualche leggenda, a partire dalla sua presunta adesione all’estrema destra, che ne accompagnava l’incedere nei corridoi della Rca. Quando lo incontravo, per dire, mi scansavo perché avevo tutte le ragioni per pensare che per musica, interessi e frequentazioni ci stessimo cordialmente antipatici. In realtà, come ebbi modo di appurare in seguito, Adriano, grandissimo talento, era una pasta d’uomo.

Non dico che diventammo amici, ma ci fermavamo spesso a bere qualcosa al bar dopo l’orario di chiusura. Dopo le 18, questo panorama di gente, me compreso, che passava le ore a fare meno di niente, magicamente si diradava. Davanti a un bicchiere, un giorno, incontrai Lucio. Io avevo appena scritto Alice, lui vendeva più dischi di tutti ed era visto con sospetto perché non apparteneva in alcun modo alla categoria dei cantautori impegnati che allora andavano per la maggiore. Parlammo a lungo, per più di un’ora».

 Francesco De Gregori è a Roma. Alle spalle, nel suo studio, un quadro di Karl Hubbuch. In bocca una Gauloises senza filtro. Ne fumerà parecchie, alzandosi di tanto in tanto per aprire la finestra, svuotare il posacenere, recuperare una frase, un nome, una citazione: «L’età avanza», sorride, «e i libri letti si confondono».

Battisti le piaceva?

«Moltissimo». «E ricoprir di terra una piantina verde sperando possa / nascere un giorno una rosa rossa».

Se Emozioni l’avesse scritta lei, l’avrebbero lapidata.

«Però mi piacerebbe averla scritta. Quella e alcune canzoni pop, anche molto più semplici. Nel lavoro di Rita Pavone, Gianni Morandi o Nicola Di Bari ritrovo una nettezza di significato, di suono, di musica e arrangiamenti che è lontanissima dall’insopportabile pop di oggi. Ci sono sentimenti e cose meravigliose lì dentro. E nessuna traccia di quell’arroganza, di quella pretesa pedagogica che i cantautori, me compreso, portarono dentro le canzoni».

Quando accadde?

«Quando alcuni cominciarono a pensare che la canzone dovesse non soltanto intrattenere, ma dare una dritta politica, indirizzare il pensiero, normare».

È pentito di qualcosa?

«Pentito non sono pentito di niente, ma oggi alcune canzoni non le scriverei più».

Quali?

«Per esempio La storia. Ci sono versi che hanno l’olezzo del gentismo, che parlano della gente a sproposito. La mitologia della gente, oggi come oggi, viene accostata a lettura populista della vita, dell’Italia e della realtà che non mi appartiene».

In concerto continua a cantarla.

«Ci sono alcune canzoni che eseguo dal vivo perché mi piace cantarle, perché mi sembra che vengano in modo convincente o perché semplicemente ci sono affezionato. Non è che possa smettere di cantare La storia così come non posso smettere di cantare Rimmel».

Però non le riscriverebbe.

«Come altre riferite ad argomenti o figure femminili spesso sovrapposte tra loro che abitano in storie d’amore che non sono più mie e non mi appartengono più nemmeno nella memoria o nel rimpianto. C’è una parte musicale del mio lavoro e una parte emotiva che resta nonostante queste considerazioni, ma grazie a Dio non ho più lo stesso identico modo di pensare le cose e vivere i sentimenti che avevo 30 o 40 anni fa».

Rimmel era una canzone sulla fine di un amore o sulla fine della giovinezza?

«Sulla fine di un amore e sull’inizio di una giovinezza. All’epoca mi sentivo molto giovane».

A quel tempo, come in Bufalo Bill, lei era un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne.

«Bufalo Bill era una canzone scritta dopo il successo di Rimmel, da uno che davanti a sé aveva una prateria da esplorare. Era un modo per tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Il mio ruolo di artista che doveva firmare contratti, e firmandoli intravedeva il rischio di perdersi, di passare da eroe ad attrazione. Era un’autodifesa. “Non vorrei diventare un’attrazione da circo”, mi dicevo, “vorrei continuare a essere bello e biondo come Gesù e – sperando che gli animalisti non si infurino – continuare a sparare agli animali nella prateria”. Era il ritratto di una persona che non ambiva a diventare la caricatura di se stesso e non voleva finire in tournée con un finto circo pieno di indiani ancora più finti. C’è un magnifico racconto di Salgari sull’arrivo del circo di Bufalo Bill a Genova, che è la descrizione di una festa di piazza con un sottofondo di tristezza infinita».

Lei amava Lévi-Strauss. Ricorda l’incipit di Tristi tropici? «Detesto i viaggi e gli esploratori». Eppure ha viaggiato e ci ha fatto viaggiare.

«Credo che sotto ogni aspetto le canzoni siano letteratura e la letteratura fa viaggiare perché, da Omero a Melville, attinge da sempre all’idea del viaggio. C’è sempre una partenza, un ritorno, una terra che si allontana, un molo a cui attraccare. Se stai fermo, cosa vuoi raccontare?».

Salgari stava fermo e ti portava lontano.

«Stava fermo, ma raccontava dei viaggi interiori, familiari e personali. Il viaggio non è necessariamente prendere una nave e andare, ma anche muoversi dentro se stessi».

Scoprirsi, raccontarsi e viaggiare dentro se stesso le ha provocato sofferenza?

«No. Sono felice della vita che ho avuto. Mi sono mosso dentro me stesso con qualche deragliamento e qualche incidente. E non voglio escludere di averne altri in futuro».

Quando le si fa notare che esiste una divaricazione tra il De Gregori di ieri – ombroso, scostante, quasi antipatico – e quello di oggi – affabile, simpatico, aperto alla conoscenza e all’abbraccio con mondi lontanissimi dai suoi – lei si arrabbia. La lettura di uno dei suoi quotidiani preferiti, Il Foglio, ieri le sarebbe costato un processo in pubblica piazza.

«Intanto non mi arrabbio. Al limite rivendico la libertà di muoversi e di cambiare punto di vista. Una libertà che chiamerei normalità, ma non ha necessariamente a che fare con l’ammorbidirsi perché non sono affatto più morbido di come ero allora».

Duro fu con i partiti che usarono le sue canzoni per inaugurare i congressi senza chiederle il permesso.

«Rivendicavo l’unicità dell’opera d’arte. La canzone, tutte le canzoni, anche Semo gente de borgata, è un’opera d’arte, e che venga presa e abusata lo trovo offensivo. Nessuno si permetterebbe mai di prendere un quadro di Kounellis per trasformarlo in un manifesto utile alla campagna del Pd o dei 5 Stelle. Magari esistono molti artisti felici che questo avvenga perché si sentono legittimati o promossi, ma come diceva quel galantuomo di De Gasperi, fatta salva la mia personale cortesia, io non amo molto i politici. Non c’entro niente. Non voglio essere promosso o abbracciato da nessuno. Non amo gli artisti che cavalcano o si fanno cavalcare dalla politica, anche se a volte lo fanno loro malgrado perché poi, quando sei tirato in mezzo sui giornali, polemizzare diventa anche difficile. I cantanti sono considerati dei guitti, non hanno l’autorevolezza dei cineasti. Se un partito prendesse una sequenza di Sorrentino o Moretti per fare campagna elettorale, succederebbe l’inferno, con i cantanti no: “Che fai? Invece di dirci grazie osi pure incazzarti?”».

Oggi?

«Oggi evidentemente è tutto molto meno affascinante. Cambiano le idee, cambia il modo di vedere il mondo e cambia anche la società intorno a te. Essere di sinistra negli anni ’70 aveva un senso, una motivazione e dei punti di riferimento che nei partiti, nella politica e nei suoi uomini trovavano senso. Non voglio dire che non sono più di sinistra, ma curiosità, attenzione e passione per quello che vedo pubblicare sui giornali sono molto diminuite. Sono meno di sinistra? Non lo so. Se essere di sinistra significa parteggiare per i deboli, sono rimasto dalla stessa parte di ieri. Purtroppo è sempre più difficile capire chi oggi nella politica esprima le ragioni dei deboli e chi dei forti, per cui mi sento un po’ perso e reagisco facendo un passo indietro. Rifiutando di indossare una bandiera in maniera esplicita come, devo dire, in fondo mi è raramente capitato di fare anche in passato».

«Se non si è di sinistra a vent’anni e di destra a cinquanta non si è capito niente della vita», sosteneva Flaiano.

Lei è diventato di destra?

«Le ho appena detto di no, ma se dovessi discutere con D’Alema, con Bersani o con Renzi non saprei cosa dirgli. Ascolti. Per me la partecipazione alla vita civile, che trovo nobilissima, significa pagare le tasse fino all’ultima lira. A quel punto io mi sento a tutti gli effetti dentro la politica e dentro la società. Altro è fare il tifo per qualcuno, entusiasmarsi per una legge elettorale di cui da anni non si capisce niente o perdere mezz’ora di mattina allo scopo di capire che cosa abbia detto Pisapia a Ingroia. Leggere che esiste un movimento che si chiama la Mossa del cavallo francamente mi atterrisce. E no. A quello ho detto basta da tempo. La mattina ho altro da fare: fumarmi la sigaretta al bar, andare dal barbiere o parlare con quello che pulisce le foglie ai giardinetti mi sembrano cose molto più importanti».

In Guarda che non sono io metteva in guardia gli appassionati che la incontravano per strada: «Se credi di conoscermi, non è un problema mio». Qualcuno ci rimase male.

«La canzone è nata al mercato di quartiere. Adesso passo e non mi si fila nessuno. Le prime volte invece mi fermavano: “Ahó France’, ho chiamato mia figlia Alice”. “Ma chi te l’ha chiesto?”, avrei voluto dire. Non è colpa mia. Come cantavo: “Guarda che non sono io quello che stai cercando”. Io sono io, le mie canzoni sono un’altra cosa. Avvertivo una frattura forte tra la persona che mi parlava e quello che ero. Quelle persone non vedevano me, vedevano la mia canzone. Non gli importava niente che io fossi lì, esattamente come uno di loro, a comprare la verdura o il pesce. Si creava una distanza che non desideravo avere. Io amo il rapporto quotidiano, normale. Mi sento come un medico o un gommista per cui nessuno deve pensare di conoscermi solo perché opero un’appendicite o riparo una gomma. Umanamente, io sono io. E non mi piacciono i pregiudizi, né quelli positivi, né quelli negativi. A volte mi capita di andare a cena con della gente e mi accorgo di stare antipatico a qualcuno che non mi conosce soltanto perché sulla base di una canzone o di un’intervista si è fatto di me un’idea tutta sua».

E si cruccia?

«Vorrei partire almeno alla pari» (sorride).

Se le dicevano che una sua canzone era un capolavoro, ci credeva?

«Non ci ho mai creduto e non ci credo nemmeno adesso. La parola capolavoro la trovo imbarazzante, anche in altri campi artistici. Non mi interessa».

Perché?

«Perché mi piace la parola lavoro. Non amo l’idea che qualcuno assuma una sua canzone, un suo libro, un suo quadro teorizzando che rimarrà. Io credo nel lavoro complessivo di un artista. È il pubblico che decide, ma “capolavoro” è una schematizzazione che dà la critica. Una schematizzazione che oltre a essere dannosa e deleteria può inchiodare l’artista».

Nel tour americano ed europeo ha cantato con sua moglie Chicca. In America era già stato altre volte.

«La prima nel 1976, un’avventura bellissima, proprio con lei. A quei tempi in Italia vigevano delle restrizioni valutarie e non potevi portare in viaggio abbastanza soldi per stare fuori due mesi. Andai da Ennio Melis, il patron della Rca con il cappello in mano: siete una multinazionale, datemi una mano voi. Melis mi fece accreditare diecimila dollari in una banca americana: “Non preoccuparti, me li restituirai con le royalty”. Io e Chicca, dubbiosi, quasi increduli che potesse accadere davvero, andammo sulla Sesta Strada a New York e fummo accolti da una ragazza, Sabina Von Rogalle, di cui incredibilmente non ho dimenticato il nome: “Vi accompagno”, ci disse, “altrimenti se voi due chiedete quella cifra chiamano la polizia”. In un istante fummo ricchissimi. Così ricchi che i soldi avanzarono e con quello che era rimasto in America tornammo anche l’anno dopo. Dormimmo prima al Chelsea Hotel che – non ancora ristrutturato, l’aria decadente e un po’ di topi che correvano su e giù per le scale – era un posto di un certo fascino. E poi altrove, in viaggio verso ovest, guidando fino al Colorado».

Melis le richiese i soldi indietro?

«Mai. Forse se lo dimenticò o forse – la soluzione a cui preferisco pensare perché l’ho amato e voglio continuare ad amarlo – chiuse un occhio consapevolmente».

Che impressione le ha fatto l’America vista quarant’anni dopo?

«New York è sempre stupenda, ma una serie di comportamenti nel modo di vivere e nel modo di ragionare degli americani un po’ mi hanno turbato. Ho avvertito una freddezza nei rapporti umani alla quale noi non siamo abituati».

L’America ha votato Trump.

«E ho il massimo rispetto per chi ha scelto di farlo. Mi piacerebbe viaggiare negli Stati centrali degli Stati Uniti per cercare di capire il perché. La vittoria di Trump però non è una sorpresa. Non è un mostro piombato dal nulla. Credo che sulla sua vittoria abbiano pesato un’area liberal lontana dai problemi della realtà, una rincorsa acritica alla globalizzazione e soprattutto un’ansia estetica del politicamente corretto che personalmente ho sempre trovato insopportabile. Sulla necessità di accogliere e di aprirsi forse puoi convincere un bostoniano, ma con un abitante dell’Ohio e in certe realtà sociali disperate fatichi di più».

A proposito di ansia da politicamente corretto. Che idea si è fatto del caso Weinstein?

«Credo che gli sopravviveremo. La discussione ha preso una piega assurda confondendo i piani. Stalkeraggio, molestie e violenze sono ambiti diversi dal corteggiamento. Non mi convincerò mai che una mano che sfiora la gamba di una tua amica al cinema sia da sanzionare con la galera».

C’è chi ha parlato di abuso di potere.

«Se una donna o un uomo viene sottoposto a un ricatto professionale di quel tipo ha due scelte: dire di sì o dire di no. Se dice di sì non è una mignotta, se dice di no non è una perseguitata. Scegliere appartiene alla libertà dell’individuo, ognuno fa i calcoli che crede. Poi se mi domanda: “Lei approfitterebbe del suo potere per portarsi a letto qualcuno?”, la risposta è sempre no perché è un comportamento che non mi appartiene. Ma parliamo di un contesto in cui i confini sono sfumati. Negli approcci tra un uomo e una donna, o se preferisce tra due uomini o due donne per essere politicamente corretti, c’è necessariamente una dose di ambiguità: se decidiamo di eliminarla, si elimina d’un tratto anche “Amor c’ha nulla amato amar perdona”. Anche lì ci sono due persone che leggono un libro e poi succede qualcosa. Per darsi un bacio non si può pretendere di far domanda in carta bollata. Uno della mia generazione non riesce a concepirlo. Noi al tempo ci siamo annusati, cercati e amati senza farci del male, anzi facendoci spesso del bene, e sulle rispettive intenzioni – mi creda – ci siamo chiariti molto prima che la situazione degenerasse. C’è un libro di Robert Hughes che si intitola La cultura del piagnisteo, un libro fondamentale sulle follie del politicamente corretto. Lì si racconta che un signore va in un caffè, apre la sua copia di Playboy e quando arriva la cameriera e sulla pagina, servendo un pezzo di torta, vede una donna nuda, denuncia il cliente per molestie. Così, a quei patti, ammetto di non farcela».

E a non fumare in America ce l’ha fatta?

«Sono un fumatore convinto che fumare faccia male, e in America c’è una campagna contro il fumo giustissima e sacrosanta, che sfortunatamente ti fa sentire un criminale appena ne accendi una. Non puoi fumare in camera, non puoi farlo davanti all’albergo e – come a Boston, dove pioveva – devi bagnarti come un cane sotto il diluvio in una specie di gogna pubblica francamente un po’ esagerata. Avranno sicuramente meno cancri al polmone, ma non sono così certo che abbiano meno polmoniti».

 Questa intervista è tratta dal numero di Vanity Fair in edicola il 6 dicembre.

https://www.vanityfair.it/music/storie-music/2017/12/09/francesco-de-gregori-intervista-canzoni

 

 

 

Il 'Principe' De Gregori, Dalla mi ha dato l'unico soprannome che mi piace

"Io un Maestro? Non mi piace essere chiamato così. L'unico soprannome che mi piace è Principe, perché Lucio Dalla mi soprannominò così durante Banana Republic". A parlare è Francesco De Gregori, che oggi si è raccontato al programma di Rai Radio2 'Non è un paese per giovani', condotto da Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli. De Gregori ha parlato delle sue influenze musicali, dei suoi miti, del panorama artistico attuale e ha risposto divertito alle 'statistiche' su alcune parole ricorrenti nei suoi brani che gli sono stati rivelati dai due conduttori.

Tra gli animali più citati nei suoi pezzi, per esempio, ci sono i cani. Per quale motivo? "Io popolo la mia vita reale e quella delle mie canzoni di cani, parlo con loro". Quali altri animali vivono nella sua musica? "Il gallo, per esempio. Perché rotola bene, suona bene, così come il cardellino, che ho messo in 'Volavola'. Non ho lesinato sui topi, ne ho messi bene 300 milioni nella canzone '300.000.000 di topi'. Ovviamente nelle sue canzoni ci sono molte donne: "Le donne nelle mie canzoni sono spesso e volentieri 'nom de plume': Alice, Caterina, Carmela, Irene, Annamaria, Hilde. Sono nomi che scelgo per il suono e, anche per il significato". "Irene, ad esempio, vuol dire pace. Non sono nomi reali di donne che ho conosciuto, tranne forse un paio di casi, come Caterina".

Quanto alla sua nota passione per Bob Dylan, De Gregori ha detto: "Sono figlio di Dylan, e si sente". Quali, infine, tra i giovani cantanti contemporanei piace particolarmente a de Gregori? "Mi piace Malika: ha una bellissima voce", ha concluso il cantautore.

 

E allora eccoci, siamo qua. Siamo venuti per niente, perché per niente si va

 

E c'inchiniamo ripetutamente, e ringraziamo infinitamente…

 

 

in sottofondo MA CHE RAZZA DE CITTA' - di Gianni Nebbiosi (1973)