Guido
Guglielminetti

Alessandro
Valle

Paolo
Giovenchi

Carlo

Gaudiello

Alessandra
Gobbi

Vincenzo Lombi

Alessandro Morella

Salvo Fauci

Lorenzo Tommasini

Basso e contrabbasso

Pedal steel guitar

Chitarre

Pianoforte e fisarmoniche

Voce in Anema e core

Personal manager

Backliner

Backliner

recording studio

   

   
   

Maurizio Degni

Giampaolo Bernardini

Simone Di Pasquale

Andrea Coppini

Mimmo Griffa

   
   

Autista Artista

merchandising

Fonico di palco

Light designer

Trasporti    

le foto della band sono di  Mario Burzio

 

L'esordio il 6 luglio dalla Cavea di Roma, poi il cantautore romano sarà impegnato sui palcoscenici delle più belle e prestigiose località italiane fino a settembre. Francesco De Gregori torna sul palco per il suo "Tour 2018".

Dopo aver girato l'Europa con tappa al Bataclan di Parigi, il cantautore romano torna ad esibirsi sui più importanti palcoscenici italiani.

La data d'inizio è il 6 luglio, con il primo appuntamento alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica di Roma.

A meno di cinque mesi dalla fine della sua tournee europea, Francesco De Gregori è pronto per esibirsi nuovamente, cantando per i suoi fan successi come "Rimmel", inclusa anche nel suo ultimo doppio album live "Sotto il Vulcano".

Per "Tour 2018" il cantautore romano torna con una formazione già rodata durante il suo tour in Europa e negli Stati Uniti: Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte.

Per il gruppo, il tour italiano di De Gregori sarà una prima volta assoluta.

Commentando l'inizio di questa nuova avventura, l'artista ha detto: "Mi fa piacere quando il pubblico riconosce un pezzo dalle prime note, ma mi piace anche quel silenzio un po’ stupito che accoglie le canzoni meno conosciute. La bellezza del live è anche questa, la scaletta non deve essere scontata, bisogna mischiare le carte".

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De Gregori apre il Tour 2018 con la canzone «Che razza de città»

Il brano del 1973 tratto dall’album «Mentre la gente se crede che vola» è stato un modo con cui il Principe ha affrontato i problemi di Roma

Una città rozza e difficile, dura e ingannevole. La capitale dove «ce vengono pe’ fame da lontano» perché «dice l’aria c’è più bona che a Milano» è stata la protagonista della prima canzone scelta da Francesco De Gregori venerdì sera all’Auditorium per inaugurare il Tour 2018. Dal titolo «Ma che razza de città» il brano di Gianni Nebbiosi pubblicato nel 1973 è una scelta presa dagli archivi dimenticati, dove la canzone era rimasta sepolta negli anni, visto che il pezzo è stato passato ben poco nelle radio e non è molto conosciuto.

 

«Dice l’aria c’è più bona che a Milano/ Specialmente pè chi campa solo d’aria./ Specialmente pè chi torna a casa a sera/ E nell’aria ce pò solo bestemmià./ Le matine de gennaio ce stà ‘n sole/ Tanto bello che je sputeresti ‘n faccia./ Come dentro a quer grugnaccio der capoccia/ Che fa i sordi mentre tu stai a lavorà» dice la canzone dalla melodia malinconica e il tono amaro.

Il brano tratto dall’album «Mentre la gente se crede che vola» è stato un modo con cui il Principe ha affrontato i problemi di Roma: «E ce vengono pè fame da lontano/ Perché Roma vuole dì la capitale/ Ma ‘n borgata pe’ strada che ‘n imbuto/ Roma vole di’ sortanto sei fottuto./ Sei fottuto e puro tocca tirà avanti/ E li giorni te li fanno co lo stampo/ E ‘na sera compri ‘n etto de castagne/ E te metti a sede e t’aritrovi a piagne./ Ma che razza dei città.»

Manuela Pelati.

 

De Gregori incanta e stupisce Villa Bertelli

 

Il Tour 2018 del cantautore romano ha fatto tappa a Villa Bertelli per un concerto affatto scontato: canzoni storiche e brani meno famosi trovano spazio in una dimensione acustica intima ma coinvolgente.

 Il pubblico che dimostra di riconoscere le sue canzoni più famose dalle prime due, tre note appena, gli fa piacere. Ma anche quel silenzioso stupore che accoglie brani meno conosciuti, non gli dispiace. Per questo Francesco De Gregori, nel suo Tour 2018, che lo vede impegnato dal 6 luglio scorso in giro per l’Italia, ha deciso di stupire i suoi fan proponendo anche qualche canzone meno nota.

 Lo ha fatto anche nella tappa di sabato 11 agosto, che ha visto il cantautore romano esibirsi a Forte dei Marmi, presso Villa Bertelli. Accompagnato sul palco da Guido Guglielminetti al contrabbasso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte, De Gregori ha riproposto i classici che hanno segnato la sua carriera e la stessa storia della musica italiana, ma anche alcuni “gioielli nascosti”.

 Accanto alle sue canzoni più famose, infatti, hanno trovato spazio altri brani raramente eseguiti dal vivo e mai passati alla radio: un vero e proprio regalo a chi non si perde neanche un’esibizione dell’artista 67enne.

 Voce e chitarra, in una dimensione acustica senza batteria, De Gregori mescola note e melodie, stravolgendo versioni originali e scaletta: “E’ la bellezza del live” ha spiegato.

 Lui che sul palco è sempre a suo agio, che riesce a emozionare e a non essere mai scontato. Per tenere vivo l’interesse del suo pubblico, ma anche per non annoiarsi lui stesso. D’altronde, giocare con musica e parole gli riesce piuttosto bene, da anni. E ogni sua esibizione dal vivo è sempre una scoperta.

 Dopo Forte dei Marmi, De Gregori sarà a Castoglioncello e poi il viaggio dello chansonnier romano continuerà verso Sud, fino al prossimo 3 settembre.

 

https://www.versiliatoday.it/2018/08/12/de-gregori-incanta-stupisce-villa-bertelli/

 

 

 

Villa Torlonia

 

 

 

Verteglia Mater: un teatro a cielo aperto per Francesco De Gregori

Il GAL Irpinia-Sannio ha accettato la sfida e l’ha vinta, portando per cinque giorni un pezzo di mondo in un luogo incredibile per vastità e bellezza, a parlare del territorio e della sua promozione, a farlo conoscere attraverso tutti i sensi. E’ finita ieri quest’avventura coraggiosa con l’esibizione da brividi dell’artista romano che ha incantato l’altopiano

E’ il tour dell’estate quello di Francesco De Gregori, sull’Altopiano di Verteglia sembrava di stare in teatro. Voce e strumenti, la magia è servita: Generale, Titanic, La donna cannone e Rimmel con due cover belle e sincere, 4 marzo 1943 di Lucio Dalla e Anema e Core di Roberto Murolo cantata insieme alla moglie Chicca. L’artista romano è salito ieri sera sul palco della prima edizione di Verteglia Mater: giacca di pelle e cappello, con una collana d’armonica a bocca.

 Il pubblico emozionato si è stretto in un coro unico, dal primo all’ultimo verso, adulti e ragazzi hanno messo insieme il passato e il presente di una musica che non tramonterà mai.

 E De Gregori ha testimoniato che non si canta e non si suona più in questo modo appassionato da tempo, con la serena consapevolezza che le sue poesie in musica non appartengono più a lui, e infatti il ritornello di Alice lo ha lasciato alle voci del pubblico, con tanto di sorriso scanzonato. I brividi poi, quelli sono inclusi durante un’esibizione così e non era il freddo di Montella.

 Il GAL Irpinia-Sannio ha accettato la sfida e l’ha vinta, portando per cinque giorni un pezzo di mondo in un luogo incredibile per vastità e bellezza, a parlare del territorio e della sua promozione, a farlo conoscere attraverso tutti i sensi. E’ finita ieri quest’avventura coraggiosa, ma noi speriamo che di edizioni ce ne siano molte altre.

 E come ha cantato De Gregori: sará stato un appuntamento o la forza di gravitá, oppure un falso movimento a scaraventarci qua: comunque sia andata, è andata bene.

Maria Fioretti

http://www.orticalab.it/De-gregori

 

 

 

 

 

La butto lì, ma mi sembra sempre più evidente da come Francesco De Gregori 'appoggia' il cantato sulla musica che a questo punto della sua carriera ci tiene assolutamente che la sua Voce sia in primo piano, che le parole fluiscano in modo tale da favorire al massimo grado la sua espressività e, ovviamente, che si capiscano tutte, dalla prima all'ultima. Probabilmente è ciò che desiderava fin dall'inizio della sua carriera, ma un po' il finire per adattarsi sempre a ciò che gli addetti ai lavori e gli standard inerenti le regole a cui attenersi quando si suona dal vivo gli suggerivano/imponevano, e un po' il fatto che non se la sentiva di poter fare totale affidamento sulla sua vocalità - nonostante la sua intonazione fosse impeccabile, direi perfetta, ieri come oggi - avevano sempre finito per frenarlo in tal senso, inducendolo così, bene o male, ad 'adattarsi'. Non è che l'ennesima dimostrazione del fatto che ha sempre avuto ragione lui da sempre su tutto. E nessuno, da quel che ne so, come Guido Guglielminetti lo ha aiutato a credere nei suoi mezzi e nelle sue idee da sempre, anche quando Francesco era il primo a interrogarsi se fossero buone, efficaci, legittime o meno. E vivaddio che sia andata così. Lode a entrambi. Questo tour mi sembra, tra le altre cose, un ulteriore consolidamento del fatto che hanno vinto su tutto e su tutti. Francesco si conferma il migliore cantante che abbiamo in Italia - qui lo dico e qui 'non' lo nego - oltre che il migliore scrittore di canzoni. E Guglielminetti colui che più di tutti lo ha aiutato a prendere consapevolezza del fatto che "lui può", che poteva da sempre, in effetti, ma ora finalmente lo sa come non lo ha mai saputo, e lo sappiamo anche noi che lo amiamo e riusciamo a "sentirlo" non solo con le orecchie e con il cuore, ma anche e soprattutto con l'anima, e lo sa chiunque ha la capacità di concepire, penetrare e percepire il vero spirito di questo tour.

Rosario Tedesco.

 

 

 

La magia di Francesco De Gregori conquista Montella

di Andrea Fantucchio

 «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore». Francesco De Gregori ha calciato il suo ennesimo rigore, un concerto da tutto esaurito nella cornice del Verteglia Mater a Montella. Ieri sera il pubblico ha risposto presente (Le immagini girate da Orlando Matarazzo).

Non solo affezionati di lungo corso, ma anche tanti giovani. Dopotutto la grandezza di questo cantautore sta nella capacità di superare, con le sue canzoni, il tempo e lo spazio. La profondità dei testi che conquista per la sua semplicità. Almeno apparente. Perché in De Gregori, spesso, a radicarsi nell'ascoltatore è proprio il non detto. La multiformità del messaggio che si cela dietro la semplicità di testi che possono essere compresi anche da un bambino.

Ieri sera in tanti hanno viaggiato in Africa con Celestino, o hanno sentito la chitarra di Caterina che suonava male, ma piaceva uguale. Perché è più importante quello che si ha dentro degli strumenti che si possiedono per esprimerlo. Quante volte, ascoltando la Donna cannone, abbiamo pensato che un posto nel mondo alla fine c'è per tutti. Basta trovare gli occhi capaci di vedere oltre le apparenze. E poi avere il coraggio di spiccare il volo in quell'emozione, l'amore, che non contempla reti di sicurezza.

E così in tanti si sono lasciati andare a parole e note che hanno segnato gli ultimi decenni della musica italiana. De Gregori non ha avuto bisogno di strafare o sorprendere, dopotutto la sua sobrietà e continuità sono il marchio di fabbrica. Un artista che non ha mai smesso di rinnovarsi, raccogliendo anche molte critiche. Un po' come al di là dell'oceano ha fatto Bob Dylan. Inviso ai fan della prima ora che lo vorrebbero relegato nelle vesti dell'eterno menestrello della musica country. Ma, si sa, la musica così come l'arte, quelle vere almeno, non possono essere confinate neppure nella ineluttabile prigione del tempo e perciò riescono a sottrarvisi.

https://www.ottopagine.it/av/attualita/163223/la-magia-di-francesco-de-gregori-conquista-montella-il-video.shtml

 

 

 

 

Musart: Francesco De Gregori incanta piazza della Santissima Annunziata Uno spettacolo di due ore che ha ripercorso la carriera del cantautore dalle canzoni più famose a perle quasi inedite

Giorgia Gobo 26 luglio 2018 11:04   

 

Vestito di nero e con il suo inseparabile cappello, De Gregori ha suonato la chitarra, l'armonica e ha incantato piazza della Santissima Annunziata con il suo timbro avvolgente e la sua presenza scenica.

Due ore di poesia che sono state disturbate solo da qualche probelma tecnico che ha interrotto cantante e band proprio durante l'omaggio a Lucio Dalla con la canzone 4/3/1943, dopo qualche minuto di caos i problemi sono stati risolti, nonostante in sottofondo si sentissero delle interferenze, e il concerto si è avviato verso la fine.

Lo spettacolo è stato l'occasione per ascoltare alcune delle sue canzoni più famose (La donna Cannone, Buonanotte Fiorellino, Caterina, La leva calcistica della classe ’68, Generale) ma anche alcune meno conosciute e cariche di grande emozione. I musicisti con lui sul palco sono stati dei compagni di viaggio perfetti: Guido Guglielminetti al basso, Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Carlo Gaudiello al pianoforte.

Per il bis (arrivato con qualche minuto di ritardo per colpa dei problemi tecnici) torna sul palco con un calice di vino in una mano e nell'altra una sigaretta, si è scusato per i disagi: "Viva la musica e l'arte, abbasso la tecnica". Poi invita la moglie "chicca" a raggiungerlo e insieme cantano "Anema e Core", un momento di grande complicità e emozione. Gran finale con Rimmel.

Francesco De Gregori saluta il pubblico ringraziando per la partecipazione e definisce un onore aver cantato in Santissima Annunziata essendo per metà fiorentino (la madre era di Firenze). "Ci vediamo presto".

 http://www.firenzetoday.it/attualita/de-gregori-concerto-musart-25-luglio-2018.html

 

 

 

Un abbraccio lieve e sincero fra vecchi amici: Francesco De Gregori in concerto al Carroponte.

 

Si prova una strana, dolce malinconia nell’ultimo concerto di Francesco De Gregori. È il tono di “Generale” oppure di “Gambadilegno a Parigi”, è la capacità di cantare in una stessa canzone, in uno stesso verso la grandezza dell’esistenza e certi dolori che segnano per sempre. È il modo in cui voce e strumenti si sintonizzano su un punto su cui convergono dolore e gioia. Bello e struggente, ma al tempo stesso leggero e in certi momenti persino spensierato: così è stato il concerto di ieri sera, 21 luglio, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Un abbraccio lieve e sincero fra vecchi amici.

A giudicarlo sulla carta, questo tour sembrerebbe adatto più ai teatri che all’estate. E invece funziona anche all’aperto, di fronte a migliaia di persone. Al centro c’è il cantante, spesso senza chitarra. Attorno, quattro musicisti: da una parte Guido Guglielminetti (basso) e Carlo Gaudiello (pianoforte, fisarmonica), dall’altra Paolo Giovenchi (chitarre) e Alessandro Valle (pedal steel guitar, mandolino, chitarra elettrica). Niente batteria, poco rock, un po’ di blues, tante ballate assieme dense e lievi. De Gregori sembra privilegiare i ritratti struggenti, raccontati con una voce che sembra oggi più che mai espressiva. La strumentazione elettro-acustica permette di goderne ogni accento, ogni sfumatura e pure la breve risata dopo le parole “Queste cinque stelle” di “Generale”.

È un concerto in cui si scopre che canzoni che nessuno cita mai, come “Caterina” o “Raggio di sole”, in realtà sono amate e vengono accolte con gioia dal pubblico. C’è un solo pezzo dal repertorio di Dylan (“Se non vi piace prendetevela con lui… se riuscite a beccarlo da qualche parte”) e soprattutto ci sono versioni calde e avvolgenti che invitano al canto. E la gente canta, eccome, a volte accelerando il tempo, come se avesse fretta di buttare fuori tutto e subito l’amore che prova per questi versi.

De Gregori ricambia e non somiglia per niente al performer ombroso di cui si è letto per anni. E conquista tutti mettendo in fila una dopo l’altra “Santa Lucia”, che tanto piaceva a Lucio Dalla, e una versione piena d’affetto di “4 marzo 1943”, col tema esposto dal mandolino.

foto FP Group

Nel finale e poi nei bis, De Gregori appare particolarmente allegro e interpreta una “Buonanotte fiorellino” lievemente buffa, lascia che sia il pubblico a cantare i ritornello di “Alice non lo sa”, invita sul palco la moglie Chicca per intonare assieme “Anema e core”, chiude con “Rimmel”.

Sarà stato il panorama post industriale offerto dalle arcate illuminate di rosso del Carroponte, saranno state certe canzoni ambientate nel passato, sarà stato il tono agrodolce della musica.

Fatto sta che è parso d’assistere a un modo di raccontare l’esperienza umana che nessuno più replicherà, un’idea di musica che sembra appartenere al passato. O forse non lo è a giudicare dai tanti ragazzi e ragazze – “bellissimi”, li definisce De Gregori – che non erano nemmeno nati al tempo di queste canzoni eppure le cantano come se fossero state scritte per loro.

SET LIST

Numeri da scaricare Caterina Il cuoco di Salò Buenos Aires Non è buio ancora Vai in Africa, Celestino Sempre e per sempre Cose La leva calcistica del ’68 Generale Raggio di sole Gambadilegno a Parigi Bambini venite parvulos Santa Lucia 4 marzo 1943 La donna cannone Buonanotte fiorellino Titanic Falso movimento Alice Anema e core Rimmel

 

https://www.rockol.it/news-693528/francesco-de-gregori-concerto-carroponte-recensione-scaletta

 

 

 

 

 

 

Francesco De Gregori incanta Lignano con voce sublime e nuovi arrangiamenti

 

É un De Gregori “in grazia di Dio”, elegante e sereno, quello che porta in giro per le città italiane questo su nuovo tour 2018, e che abbiamo visto salire sul palco dell’Arena Alpe Adria di Lignano Sabbiadoro lo scorso 19 luglio. Quando già le prime note della sua musica si levano nell’aria, il Principe dei cantautori italiani sale sul palco dove una inedita formazione di musicisti ha già iniziato a suonare. La band è ridotta rispetto alla scorsa estate, ora è più scarna ed essenziale: mancano la batteria, i fiati e il violino, e questo fa già pensare a un concerto più acustico, meno “carico” di suono ma sicuramente più intenso nell’atmosfera.

La vera novità per il pubblico italiano è infatti la scelta di Francesco De Gregori di circondarsi solo di strumenti a corda, con l’unica eccezione della sua cara armonica a bocca. Tale scelta ha quindi determinato un totale riarrangiamento della maggior parte dei brani in scaletta ed ha orientato la scelta sulla presenza di più canzoni lente, alcune delle quali mancavano da molto tempo. Scelta che appare subito apprezzata dal pubblico, in particolare per certi brani tornati in scaletta dopo anni, come ad esempio la cadenzata “Buenos Aires”, la ballata lenta “Raggio di sole” con il preziosissimo solo di chitarra di Paolo Giovenchi, la nostalgica “Gambadilegno a Parigi” accompagnata nella sua languida lentezza dal mandolino di Alessandro Valle, la bellezza quasi cinematografica de “Il cuoco di Salò”, le cui parole sono scandite e accompagnate da ampia gestualità da parte dei De Gregori, al centro della scena.

E poi “Bambini venite parvoulos”, tra i brani più inaspettati, forte della sua tragica attualità e la ritmata “Numeri da scaricare” che si regge ora esclusivamente sul basso di Guido Guglielminetti che introduce e conduce, abbraccia e scalda atmosfere inusuali.

E la scenografia, semplice e scarna anch’essa, riproduce un cantiere: bidoni di latta, cartelli di lavori in corso, una scala e quelle lampadine in fila che penzolano semplicemente dal soffitto e i riflettori da cinema anni 50 alle spalle a illuminare la scena. E il pubblico, inondato di luce e di musica, si fa più partecipe, coinvolto e incoraggiato dai gesti del padrone di casa, che invita a cantare, applaudire, alzarsi in piedi.

 L’idea che arriva è quella di uno spettacolo in continua evoluzione data dopo data, dove niente è definito e nel quale la scaletta può ancora cambiare, evolversi, costruirsi quasi al momento. Ma dove niente è veramente improvvisato, complice il talento dei musicisti, l’esperienza del Capobanda Guglielminetti (artefice dei nuovi arrangiamenti) e quasi mezzo secolo di navigazione alle spalle del Capitano della nave, De Gregori appunto.

Cambiano veste anche i classici, naturalmente, e si adeguano ai tempi, dimostrando di essere brani sempre vivi, sempre attuali e sempre molto amati, sotto qualsiasi aspetto siano presentati sul palco: il basso scandisce una marcia lenta che accompagna “Generale”, l’armonica prolunga il finale della “Leva calcistica del 68” lasciando spazio alla fantasia del Principe, la pedal steel guitar di Valle lacera il buio e i cuori alla fine di “Santa Lucia”, tanto amata da Lucio Dalla, con il reef di “Come è profondo il mare” mentre De Gregori incoraggia una standing ovation dedicata all’amico, per proseguire poi con il suo personale omaggio, quella “4 marzo 1943” che è presente anche nell’album live del 2017 “Sotto al vulcano”.

E ancora, sono senz’altro da ricordare, l’allegria caraibica di “Titanic”, il valzer romantico ritrovato di “Buonanotte fiorellino”,  mentre nei bis, la bella “Alice” che riscopre il suo splendore attonito adolescenziale (nonostante i suoi 45 anni di età sulla carta) e la “Donna cannone” che si fa ancora più sublime in una interpretazione quasi teatrale di gesti lenti con le mani e il nuovo vestito al pianoforte da parte dell’ottimo Carlo Gaudiello, nella band dallo scorso inverno.

Sul finale, un De Gregori visibilmente emozionato e compiaciuto, presenta la sua “sposa”, Alessandra Gobbi, che lui chiama affettuosamente Chicca e che sale sul palco a cantare in duetto “Anema e core”, la celebre canzone napoletana di Roberto Murolo, mentre la chiusura è affidata a una versione quasi country dell’intramontabile “Rimmel” (quarto e ultimo bis, richiesto a gran voce), che coinvolge tutto il pubblico presente (l’arena è praticamente piena) accorso sotto al palco e che non ha alcuna voglia di smettere di cantare e di andarsene.

Come del resto sembra proprio da questo tour che lo stesso Principe non abbia alcuna intenzione di fare altrettanto, quantomeno a breve. “E menomale” viene da pensare prendendo a prestito un suo verso “che c’è sempre uno che canta e la tristezza ce la fa passare” perchè davvero, questo è un concerto che lascia un bel sorriso e una grande voglia di applaudire ancora e ancora a lungo Francesco De Gregori e i suoi impareggiabili musicisti.

http://www.concertionline.com/musica-italiana/francesco-de-gregori-incanta-lignano-voce-sublime-nuovi-arrangiamenti/

 

 

Giù il cappello e ancora applausi per il Principe in controluce

Una specie di cantiere. Transenne, bidoni di latta verniciati di bianco su cui è appoggiata l’armonica, una bottiglietta d’acqua e poche altre cose, un fondale bianco alle spalle che separa il fronte palco da tutto quanto succede o è successo dietro le quinte, e del nastro teso da un capo all’altro, bianco e rosso. C’è pure un cartello: vietato fumare. Per la prima volta in un tour di Francesco De Gregori c’è una scenografia, se di scenografia si può parlare. Ah, impossibile non notarle, ci sono anche delle lampadine nude appese a pavese sopra al palco, e alcuni riflettori da cinema d’annata alle spalle, rivolti verso il pubblico. Un cantiere, dicevamo, dove si lavora in continuazione da più di mezzo secolo.

De Gregori, classe 1951, torna a suonare nelle piazze e nei teatri all’aperto italiani in questa estate rovente del 2018 con la voglia, ancora una volta, di rimettere mano al suo repertorio, lavorando sulla resa di certi brani famosi, riscoprendone altri che erano stati accantonati, scavando lui stesso con le mani per recuperare alcuni suoni di tempi più o meno lontani ed inventarne altri. Il Principe dei cantautori si rimette in gioco divertendosi (perché questa è l’impressione) a riprendere in mano il suo lavoro, a cominciare dalla formazione della band che lo accompagna in questo tour, scegliendo di circondarsi solo di strumenti a corda, limando, smussando, ripulendo il tutto, lasciando emergere l’essenza in un continuo work in progress che in fondo non stupisce chi lo segue da sempre, ma che suona anomalo nel panorama attuale dove tutto, troppo spesso, appare “infiocchettato” per apparire più di quel che è. Qui, invece, sembra che si giochi al contrario, e si riveda anche lo stesso ruolo di “front man” o addirittura di “star” della musica italiana: De Gregori fa un passo indietro e mette avanti la sua musica.

Valeria Bissacco ph

Lui, in t-shirt e cappello, entra in scena sulle prime note di basso e si siede, lontano dal microfono. Si siede in penombra, dove solo un raggio di luce taglia il suo viso improvvisamente, e osserva dal fondo del palco il movimento del proprio lavoro, l’impatto sul pubblico, le facce della gente che applaude il suo ingresso. Per la prima volta, forse, si siede a osservare gli altri che suonano, e coloro che ascoltano, prima di cominciare a cantare. Intanto il Capobanda (o dovremo dire in questo caso, “il capocantiere”) Guido Guglielminetti introduce e conduce, guida i lavori, espone alla luce dei riflettori quei suoi arrangiamenti (a volte inediti) che ancora una volta un po’ sorprendono, spiazzano, incuriosiscono. Ma quando inizia a cantare, De Gregori incanta forse più di sempre. Mai come ora infatti, la cura che egli mette nel canto, nel modulare la voce e accarezzare le parole, nell’accompagnarle rallentando e respirando tra un verso e l’altro, è stata così evidente. Al centro del palco, rinuncia spesso alla chitarra per rapportarsi solo con il microfono. Lo accarezza con le lunghe dita, gli sorride, alza le spalle, inclina la testa e asseconda le parole con gesti eleganti delle mani, quasi teatrali.

L’Isola anche stavolta c’era, ha vissuto questa nuova evoluzione e ora prova a raccontare questa prima parte di tour. Redattori affezionati e curiosi erano presenti tra il pubblico a Roma, a Como, a Lignano Sabbiadoro, al Carroponte di Sesto San Giovanni. Inoltre, chi ha fotografato questo concerto ha notato in particolare un’altra interessante novità: le luci spesso sono rivolte verso il pubblico. I volti di chi assiste al concerto sono quasi sempre illuminati, le emozioni sono visibili, si canta con l’artista in modo “sfacciato”, ci si abbraccia, si sorride o si piange palesemente, senza nascondersi. Sul palco anche i musicisti sono ben illuminati, mentre è proprio De Gregori ad essere spesso in ombra, e la sua alta e sottile figura appare controluce al microfono. A brillare sono ancora una volta le sue canzoni, protagoniste assolute, che si susseguono senza bisogno di presentazione; del resto il Principe non è mai stato particolarmente loquace, e anche adesso le parole per introdurre i brani scarseggiano. C’è solo un accenno a Dylan, prima di cantare la sua No dark yet (Non è buio ancora): “Non è mia e se non vi piace prendetevela con lui” e alla fine la presentazione della moglie, Alessandra Gobbi come “una ragazza, che poi è diventata la mia sposa, Chicca”, che sale sul palco per interpretare in duetto affettuoso Anema e core.

La scaletta del concerto propone naturalmente alcuni brani molto noti, inossidabili e immancabili, dalla marcia di Generale a Buonanotte fiorellino che ritorna ad essere un romantico valzer lento, da Alice che rivive come splendida adolescente nel suo originale splendore a dispetto della reale “età anagrafica” a Rimmel  in un nuovo abito country, e canzoni che da tempo non erano eseguite dal vivo, come Il cuoco di Salò, carica di particolare intensità, Raggio di sole (una delle più gradite sorprese), la malinconica Gambadilegno a Parigi e nelle prime date la delicata Due zingari (che, chissà come mai, è purtroppo uscita di scaletta), veri e propri gioielli quasi dimenticati.

 

 E poi ancora, Bambini venite parvoulos, tra i brani più inaspettati, forte della sua purtroppo tragica attualità e Numeri da scaricare che si regge tutta sul basso possente del Capobanda, sono indubbiamente tra gli episodi migliori. Tutti i brani sono rivestiti di nuove sonorità acustiche anche in funzione dell’assenza di batteria, dei fiati e del violino (presenti fino all’estate scorsa), e danno la possibilità ai musicisti di spiccare in modo autonomo e assolutamente originale. In particolare, il suono avvolgente e un po’ misterioso della pedal steel guitar di Alessandro Valle si nota molto di più rispetto al passato, così come anche il mandolino, mentre i preziosi “soli” di Paolo Giovenchi alla chitarra diventano protagonisti assoluti in alcuni brani. Al pianoforte e alla fisarmonica Carlo Gaudiello, entrato nella band alla fine dello scorso anno debuttando al fianco di De Gregori nel tour internazionale (che aveva la stessa formazione, finora inedita in Italia), accompagna con un suono essenziale e discreto (o forse ancora un po’ “timoroso”) pezzi monumentali come La donna cannone e Sempre e per sempre che sono comunque particolarmente emozionanti per l’intensa interpretazione del Principe.

 

Valeria Bissacco ph

Toglierci il cappello, quando gli applausi e le standing ovation non bastano più, sarebbe il minimo da parte nostra, se solo in queste serate torride avessimo anche noi un cappello in testa. Invece lo fa lui, quello che un tempo era famoso per essere scontroso, sfuggente e ombroso. De Gregori, con il cappello tra le mani e un sorriso compiaciuto e insieme grato si inchina, ringrazia più volte guardando in viso gli spettatori, saluta. Presenta la band e ancora sorride, e ancora si inchina, e ancora, di nuovo, saluta come raramente gli abbiamo visto fare. Sembra proprio essere grato al “pubblico pagante” di esserci stato, di averlo ascoltato, di aver accompagnato e compreso questa sua fase di cambiamento, questa sua nuova età, questa rilassatezza che lo fa entrare in scena per i bis con in mano un bicchiere di vino bianco e la sigaretta accesa. E sul fatto di aprire un altro “cantiere” dopo una carriera del genere, e con il piacere evidente di farlo, davvero tanto di cappello.

 

Foto di Valeria Bissacco

http://www.lisolachenoncera.it/rivista/concerti/-2163/

 

 

 

De Gregori a effetto sorpresa, brani meno noti e senza batteria

Al Gru Village stasera l’esibizione del Principe come sempre scortato dalla band capitanata dall’asso torinese Guido Guglielminetti

 

PAOLO FERRARI

La certezza che la maggior parte delle canzoni sarà accolta da applausi e cori; la voglia al tempo stesso di stupire, tirando fuori dal cilindro brani che non eseguiva in pubblico da tanti anni. È il gusto double face del concerto che Francesco De Gregori propone questa sera sul palco del Gru Village (Grugliasco, via Crea 10, alle 22. Biglietto 20 euro). 

Come sempre scortato dalla band capitanata dall’asso torinese Guido Guglielminetti, imprescindibile anche in occasione dei recenti show in giro per l’Europa e negli Stati Uniti.

Il Piemonte ha già ospitato la carovana del Principe della canzone italiana, che lo scorso 9 luglio ha fatto registrare il tutto esaurito per il live tenuto a Saluzzo in qualità di padrino in pectore del festival “Occit’Amo”. Una serata con effetto sorpresa, dal momento che nel finale è salita sul palco la moglie, Alessandra Gobbi, per un duetto romantico sulle note del classico napoletano «Anema e core». Brano soffice, come si conviene alla grande capacità di De Gregori nel costruire scenari suggestivi senza bisogno di andare alla ricerca del ritmo a tutti i costi.

Lo conferma la scelta, rara soprattutto nelle arene estive, di presentarsi in scena senza l’ausilio della batteria, per limitarsi a dettare il ritmo col battere del piede sulle assi del palco.

Per quanto sin qui messo in mostra nel tour iniziato lo scorso 6 luglio da Roma, il sessantasettenne menestrello capitolino propone nello spettacolo attuale circa venticinque brani in un paio d’ore senza intervallo. 

Con il capobanda Guglielminetti al contrabbasso, lo attorniano Paolo Giovenchi alla chitarra, Alessandro Valle alla pedal steel guitar e Claudio Gaudiello al pianoforte. La tournée si concluderà il 3 settembre al porto di Scario, in provincia di Salerno. 

http://www.lastampa.it/2018/07/17/cronaca/de-gregori-a-effetto-sorpresa-brani-meno-noti-e-senza-batteria-zUc8gol8eKZj3i3BxQub5M/pagina.html

 

 

 

 

Conto alla rovescia quasi terminato per l’«Occit’Amo Festival», la kermesse curata dalla Fondazione Amleto Bertoni in programma sino a Ferragosto nelle valli e terre del Monviso, con incursioni in val Susa e Francia. Un mix di musica, enogastronomia e cultura.

Dopo l’apertura di ieri (venerdì 6 luglio) oltralpe, ad Embrun, con «Gran Bal Dub», progetto di Sergio Berardo (Lou Dalfin) e Madaski (Africa Unite) oggi (sabato 7) Occit’Amo veste il tricolore. L’appuntamento è a Scarnafigi, in piazza, alle 21,30, con Lou Pitakass, gruppo nato da un’idea di Berardo e formato da ragazzi tra i 13 e i 16 anni. Sul palco Gabriele Arnaudo (organetto), Davide Bagnis (batteria), Gioele Bernardi (ghironda e cornamusa), Luca Declementi (organetto, voce, fifre e cornamusa) e Loris Giraudo (organetto e ghironda).

Domani, alle 21,30, a Palazzo Drago di Verzuolo, i San Salvador, gruppo interamente vocale formato da sei voci, due tom, dodici mani ed un tamburino. Il gruppo da anni lavora ad un rinnovamento poetico delle musiche tradizionali.

Fra gli appuntamenti più attesi quello di lunedì. Alle 21,30, all’ex caserma Musso di Saluzzo, si esibisce Francesco De Gregori. Il cantautore romano proporrà un concerto guardando all’intera sua carriera. Forte il suo legame con la musica popolare a partire dalle canzoni popolari rispolverate, all’inizio degli anni 2000, con Giovanna Marini, da «Bella Ciao» a «Saluteremo il signor padrone». 

Prevendite online

Le prevendite online sono chiuse. Gli ultimi 200 biglietti disponibili saranno messi in vendita lunedì, al botteghino, dalle 16. Le porte si apriranno alle 19 per consentire la degustazione delle pietanze del territorio, a cura di un consorzio di locali saluzzesi, e le birre di «C’è Fermento».

http://www.lastampa.it/2018/07/07/cuneo/de-gregori-a-occitamo-omaggia-la-canzone-popolare-7yL3maSxB7G9r7TooRmDHN/pagina.html

 

Saluzzo

 

 

 

FRANCESCO DE GREGORI: «COSÌ HO CONVINTO MIA MOGLIE A CANTARE»

Il cantautore in tour con la compagna di una vita. Un duetto sul classico napoletano «Anema e core». «Le sussurrai la canzone per il suo compleanno a Napoli» di Andrea Laffranchi

 

Casa De Gregori, quartiere Prati a Roma, sa di musica. Di canzoni da ascoltare. In salotto i cd sono in bell’ordine all’interno di una consolle. Per Bob Dylan, passione e riferimento assoluto, c’è una nicchia dedicata: vinili e volumi pieni di memo gialli. Di canzoni da ascoltare bene. Sul soffitto sono montati pannelli acustici per migliorare la diffusione delle onde. Persino di canzoni da suonare, al pianoforte che arreda con eleganza un angolo della stanza.

«Le mie canzoni funzionano anche solo voce e piano, ma non farei mai un concerto del genere. Mi annoierei subito. L’ho visto fare a Randy Newman, uno dei miei artisti preferiti, ed è stata dura».

Sa anche di canzoni neonate.

«A volte capita che componga qui, ma non ho uno spazio determinato. Se lo avessi, non ci andrei perché l’idea di dover creare mi renderebbe disciplinato».

Il metodo di scrittura di Francesco De Gregori invece non ha regole.

«Non sono metodico, non sono nemmeno uno strumentista e quindi non ho un allenamento quotidiano. Le canzoni mi vengono nei luoghi più impensati, anche in coda al supermercato».

La regola numero uno è mantenere la calma.

«Non ho bisogno di attaccarmi al registratore del telefono o di prendere appunti sullo scontrino. Se il giorno dopo non ricordo l’idea per un titolo o lo spunto musicale, evidentemente non vale. Vicino al comodino però tengo carta e penna: la mente stanca a volte si lascia andare e in quel caso meglio essere pronti».

Al via il tour estivo: prima data il 6 luglio a Roma Carta e penna sono ferme da tempo, l’ultimo album di inediti risale al 2011.

«Non mi sono ancora arrivate dieci nuove canzoni per poter pensare a un album».

Quest’estate c’è un tour (parte il 6 luglio da Roma e tra le altre date ci sono il 21 luglio a Milano-Sesto e il 25 a Firenze) con una scaletta in cui ci saranno «i pezzi più conosciuti che devi dare a una parte di pubblico, ma anche brani pescati dal repertorio che un’altra parte vuole sentire». E ci sarà anche quella versione di Anema e core, vista nei concerti dello scorso autunno, in duetto con la moglie Alessandra Gobbi. «Sembra strano che De Gregori canti in napoletano. Figuriamoci poi se lo fa con la sua ragazza...».

La prima volta che la fecero assieme, in un club a Nonantola, lei gli prese la mano.

«Era emozionata e divertita allo stesso tempo. Con quel tanto di atteggiamento di assoluta normalità che non guastava. Confesso che anche io un po’ di emozione l’ho avvertita».

Tutto è nato da un gesto di altrettanta tenerezza del Principe.

«Lo scorso anno per il compleanno di Chicca, il 21 agosto, siamo andati in gita a Napoli. C’è una trattoria dove vado spesso e di solito c’è un posteggiatore».

Parentesi linguistica per i non napoletani. Il posteggiatore non è quello che si occupa delle macchine dei clienti e le parcheggia, ma il cantante che intrattiene la sala.

«Avevo pensato di chiedergli Anema e coree dedicarla a Chicca. Un po’ come fa Berlusconi-Servillo con Fabio Concato in Loro 1 di Sorrentino. Quella sera il posteggiatore non si è presentato e allora l’ho fatta io. Le ho spiegato quale fosse il mio piano e per rimediare gliel’ho canticchiata sottovoce. Da lì è nata la voglia di andarsi a rileggere le parole. E poi, visto che mia moglie canta nel Coro del Testaccio di Giovanna Marini, le ho chiesto di farla con me dal vivo».

Chicca si è messa on the roadper tutto il tour.

«La canzone arriva sempre a fine serata e lei mi chiede “ma che faccio fino a quel momento?”. E io sdrammatizzo: “leggi un libro”».

In primavera si sono esibiti oltre confine.

«A Parigi e New York abbiamo portato anche i nostri figli. Siamo riusciti a fare anche i turisti: distrae e alleggerisce».

Federico e Marco, gemelli classe 1978, da qualche mese hanno aperto a Roma un negozio di vinili.

«Certo che ci sono anche i miei», ride Francesco.

Ci sarà anche quello di Anema e core, edizione limitata che verrà pubblicata in autunno in parallelo a una distribuzione gratuita sul digitale.

«La musica che va di moda non è certo questa, ma trovo bello questo spirito indipendente, un distacco da certi protocolli e meccanismi che a questo punto della carriera mi posso anche permettere. Mi disturba che la musica ormai si ascolta solo in maniera distratta»

Assomiglia alle strategie della nuova «generazione trap» che pubblica canzoni senza seguire la liturgia dell’album ogni paio di anni.

«È la dura legge del gol. Lo streaming ha cambiato il meccanismo, si ascolta il pezzo e non l’ellepi come opera integra. Non ci trovo nulla di negativo, ma non uso le piattaforme come Spotify. Non mi piace frazionare l’ascolto e gli autori che amo non si possono frequentare a metà. Quello che mi disturba invece è che la musica ormai si ascolti in maniera distratta, che sia un sottofondo mentre si fa la spesa. Con Nicola Piovani ci diciamo che sarebbe bello fare una canzone su quel tema e presentarla con un flash mob alla farmacia qui sotto».

Negli ultimi mesi molti colleghi hanno ufficializzato il ritiro: Elton John, Neil Diamond, Joan Baez...

«Volete che molli? Non ho annunciato il mio arrivo e non vedo perché farlo con l’addio. La comunicazione apodittica non fa per me, sembra quasi il volersi togliere un dente. Ci sono stati momenti nel passato in cui ho pensato di mollare, ma poi ragionandoci a fondo ho trovato le motivazioni per continuare».

L’unico che ha detto basta veramente, senza ripensamenti pubblici o privati, è stato Ivano Fossati...

«Un’assenza che si sente. Peccato. Vorrei che ci ripensasse e tornasse a fare sia dischi che concerti».

 

Nel racconto che De Gregori fa di se stesso al di fuori delle canzoni, torna spesso la parola narcisismo.

«Tutti noi artisti lo siamo. Vogliamo specchiarci negli altri e ritrovarci belli. Anche quelli che fanno finta di nascondersi».

Ci sono stati momenti in cui lui è stato campione di nascondino, con il pubblico e con la stampa.

«Non ero stronzo, al limite un po’ ruvido... C’è stato un momento in cui chi era attorno a me aveva creato una cortina fra me e i giornali. E anche con il pubblico ero più imbronciato: il mio atteggiamento sul palco, naturale e non studiato, era condizionato dalla paura di apparire come quello che vuole stare sotto le luci».

Qualcuno ha detto che sia stato il tour del 2010-11 con Lucio Dalla a fargli cambiare atteggiamento.

«Forse... Ho visto la sua innocenza e il suo distacco dagli stilemi del comportamento dell’artista con chi gli sta intorno. “È giusto fare così” mi disse una volta. Un po’ mi ha cambiato. Però detesto ancora chi non sa chi sono e arriva a chiedere un selfie. Lo capisco dallo sguardo se c’è voglia di rompere o la curiosità di chi mi vuole bene. Chi non ti conosce artisticamente e ti vede come un personaggio da tenere sul telefono, non ti rispetta».

C’era curiosità quando lo scorso anno si è presentato sul palco senza barba e senza cappello. Adesso è tornato il De Gregori classico.

 

 

«Non volevo sembrare diverso. Quando qualcuno mi ha detto che stavo malissimo senza barba non me ne importava nulla. Forse era stato il caldo dell’estate scorsa a spingermi al taglio. Il fatto che sia uomo di spettacolo non determina che debba curare il look. I cappelli sono l’unico articolo di scena che utilizzo. Mi piacciono, ma non è che li indossi sempre, nella vita di tutti i giorni. Non c’è attrito fra il modo in cui vivo la mia vita privata e l’artista. Se non nel linguaggio: non parlo come scrivo, altrimenti chi mi sta attorno mi prenderebbe a calci».

Con o senza cappello cosa ama fare il Francesco privato?

«Mi piace leggere, andare al cinema e avere relazioni con persone di sostanza, che non parlino di banalità. Il successo di una cena dipende in primo luogo da quello. Non ho hobby o manie. Amo viaggiare. L’ultimo viaggio l’ho fatto ad Atene. Questo lavoro può essere una gabbia, ma se te lo concedi ti permette una libertà massima».

Alla domanda «citami un cantautore italiano», molti risponderebbero con il suo nome. Ma lui eliminerebbe la definizione dalla conversazione.

«Non la amo. Come non amo impiattare e vip. Cantautore è una parola ibrida, definisce poco. Sembra volerti mettere su un piedistallo, al di sopra degli altri. Cantautorato è ancora peggio: è spocchiosa. Questi termini hanno identificato un personaggio ombroso, reclinato su se stesso, che vuole ammaestrare il pubblico e fare discorsi prima delle canzoni. Non rifiuto il mio mestiere, ma preferisco cantante, rievoca il mondo sano degli anni Sessanta».

In quegli anni De Gregori muoveva i primi passi al Folkstudio, culla della cosiddetta scuola romana dei cantautori. Negli anni Novanta ci fu una seconda ondata con Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri e Alex Britti tra gli altri, poi il vuoto. Oggi con Coez e Tommaso Paradiso la Capitale è tornata al centro della scena.

«La musica non è slegata dal contesto. Roma ha grossi problemi di tutti i tipi. Questo fermento potrebbe essere una reazione alla stagnazione culturale che si percepisce. Forse c’è un segnale anche in questo palazzo. Nel seminterrato c’è un appartamento che è stato occupato a lungo da un commercialista. Adesso vedo entrare e uscire un gruppo di ragazzini: li sento spesso fare musica la sera, dalle nove alle undici, e direi che fanno trap. Non mi riconoscono o forse fanno finta di non sapere chi sia».

Un paio di anni fa ha dato la sua benedizione a Fedez, ma con i rapper, da alcuni considerati i nuovi cantautori, non ha mai collaborato.

«Me lo hanno chiesto ma mi sembrerebbe una forzatura».

 https://www.corriere.it/liberitutti/18_giugno_29/04-degregori-catenacciocorriere-web-sezioni-ed41af4e-793d-11e8-80e9-424fd8b8c17b.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“DEVI SUONARE L’ARMONICA FINCHÈ LA BOCCA NON SANGUINA” CHE A SPELLARMI LE MANI DAGLI APPLAUSI C'HO PENSATO IO.

Auditorium Parco della Musica

Ci sono concerti, a volte, che riescono a diventare magici. Sono quelli dove musica e parole si fondono in un corpo solo, dove le emozioni si toccano e rabbrividiscono nell’aria brulicante di note e dove generazioni diverse si incontrano.

Sotto il soffitto di stelle della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il Principe ha creato un'incantesimo, un po' per la location così speciale e un po' per la magia che questo “poeta” è in grado di generare ogni volta.

Ogni suo concerto è così, riesce a toccare le corde dell'anima di ciascuno dei presenti e credetemi quando dico che lo fa con la stessa maestria che usa nel comporre con la sua chitarra: dolce e dirompente.

Il mio sguardo fissa senza riuscire a scostarsene, quest’uomo che passeggia sul palco come fosse nel giardino di casa, che applaude e dà luce ai suoi numerosi musicisti, che alterna esecuzioni immortalmente perfette dei suoi grandi successi fino agli omaggi al caro amico Dalla: momento magico in cui ci siamo stretti tutti attorno a lui, in un immaginario abbraccio.

Cantare è la sua natura, come per noi respirare: è la sua sostanza, è ciò che lo compone e noi lo ringraziamo per questo. E, proprio perchè sono materia viva, la sua musica e i suoi testi non sono fermi e mai saranno stanchi.

Le canzoni, quelle vere, non si spengono, sono vive: nascono, crescono e risorgono nello stomaco di chi li ascolta e le sue arrivano, ogni volta, come un pugno allo stomaco.

Grazie Principe, me lo sono proprio assaporato tutto il tuo concerto e so che non ero sola: una stella, bella e luminosa più delle altre, ha condiviso con me questo spettacolo speciale. D'altronde, ce lo siamo promessi

 

 

Ecco stasera mi piace così

Con queste stelle Appiccicate al cielo

Ecco, questa è una di quelle sere che vorresti dipingere su un muro per poterla ammirare sempre, guardarla da più angoli possibili e restarne sempre ammaliato. E` una sera in cui soffia leggero il ponentino, pronto a mitigare il caldo afoso del giorno che sta calando.

De Gregori decide che non puoi fissare un limite alla meraviglia e alla bellezza, perché lui è sempre pronto a stupirti. Apre la serata dell`Auditorium con Che Razza De Città, ballata dolce amara scritta negli anni `70 da Gianni Nebbiosi, romano, medico, psichiatra, psicoanalista e…cantautore ! De Gregori usa la canzone come  omaggio alla città che ama, denunciandone nello stesso tempo il degrado ormai irrefrenabile. In formazione a cinque come nel tour di Ottobre scorso, Alex Valle al dobro, chitarre e pedal steel, Paolo Giovenchi alle chitarre, Carlo Gaudiello piano e tastiere e Guido Guglielminetti al basso, Francesco sfoglia le pagine del suo canzoniere scegliendo anche quelle meno consuete. Numeri Da Scaricare è un blues cupo e nero sul tema della guerra "E` l`inferno che avanza/ma non ti devi preoccupare". Due Zingari disegna la poesia nel cielo di Roma "e due zingari stavano appoggiati alla notte/forse mano nella mano e si tenevano negli occhi". Buenos Aires è un tuffo nel passato, calde atmosfere anni `80, sapore d`estate in bianco e nero. Torna il tema della guerra con Il Cuoco di Salò e inevitabilmente girano i brividi sottopelle quando Don Ciccio soffia dentro l`armonica l`intro di Caterina "poi arrivò il mattino e col mattino un angelo". Meraviglia. Sorry

Dal disco tributo a Dylan arriva Non è Buio Ancora e anche qui è un gran bel sentire. Dopo il viaggio in Africa con Celestino, (Vai in Africa, Celestino!) ecco un altro momenti di quelli che il cantautore romano ti stampa ogni volta lì, proprio nel cuore "pioggia e sole cambiano la faccia  alla persone". Sempre e Per Sempre, biglietto di sola andata da qui al Paradiso. Grande versione, intensità a mille, la band ormai ha trovato una propria precisa identità anche senza percussioni. De Gregori veste poi i panni del folksinger, direttamente dal Greenwich Village, voce, chitarra, armonica e Cose viene servita così, scarna ed essenziale. A un certo punto dimentica anche le parole, si ferma e riparte, senza paura, senza vergogna. Inaspettato, gradito e atteso da tempo torna a brillare Raggio di sole, scalda i cuori di struggente nostalgia insieme con le successive La Leva Calcistica, Generale e Buonanotte Fiorellino.

 

Arriva poi una delle sorprese della serata, quella Mira Mare, che, in quasi trent`anni di militanza ai concerti del Principe, non ricordo di aver mai ascoltato. L’esecuzione è notevole, gran pezzo, spesso dimenticato. Dopo Bambini Venite Parvulos, altro momento unico e indimenticabile con Santa Lucia "per le persone facili che non hanno dubbi mai" Sul finale della canzone l`omaggio strumentale all`amico Lucio Dalla con l`intro di Com`è Profondo Il Mare, preludio alla successiva 4/3/1943, cantata da De Gregori con rispetto e commozione. "Un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà", accolta da una vera ovazione e cantata da tutto l`Auditorium ecco La Donna Cannone, seguita dall`immancabile Titanic.

Con Falso Movimento emerge la grande poetica del De Gregori più recente "stasera sono un libro aperto/mi puoi leggere fino a tardi". "Adesso canterò una canzone un pò vecchia" dice Francesco e parte Alice, immortale e collettiva. Per il finale, come  consuetudine nell`ultimo tour, invita sul palco la moglie per un intenso e applaudito duetto su Anema e Core. "E qualcosa rimane" non poteva che essere Rimmel a suggellare il patto di eterna fedeltà e gratitudine al Principe

"O farli rimanere buoni amici come noi"

https://www.mescalina.it/musica/live/06/07/2018/francesco-de-gregori

 

 

 

 

Del concerto di ieri a Civitella del Tronto, Teramo, si è detto già tutto: come sempre coinvolgente, magico, con De Gregori molto carismatico ad evocare, con i suoi classici, un flusso di emozioni nel pubblico.

Organico della band piuttosto essenziale, con sezione ritmica dimezzata senza la batteria, senza i tre della sezione fiati, senza la violinista-corista Elena Cirillo e senza la seconda chitarra acustica di Lucio Bardi.

Novità per questo tour italiano Carlo Gaudiello a pianoforte, tastiere e fisarmonica, che non fa rimpiangere il bravissimo Alessandro Arianti. Gli altri, i noti Guglielminetti, Giovenchi e Valle. Musicisti di classe, dal gusto impareggiabile, ciascuno portatore del proprio originale contributo al continuo mutare dei bellissimi arrangiamenti.

Ma voglio dedicare una menzione tutta particolare al lavoro prezioso di Alessandro Valle, che col portamento della sua pedal steel ha esaltato all'estremo l'espressivita' di queste canzoni: un canto di sirene!

Un esempio per tutti, il magnifico lavoro su Rimmel; l'impressione è che quel suono ci fosse già, inespresso nella prima versione ma già suonante nel cuore dell'ascoltatore, talmente giusto e funzionale al pezzo da chiedersi come potesse non esserci da sempre!

Uno sguardo goloso alla strumentazione: Giovenchi con la sua tagliente Fender Telecaster, che Dio lo benedica per preferirla quasi sempre alle altre elettriche, e la Gibson J45 sunburst come acustica, probabilmente quella personale di Degre...il Principe ha sfoggiato sempre la sua più recente compagna, la jumbo Gibson J200 natural, tranne in un pezzo in solitaria con chitarra e armonica, Cose, dove ha suonato lo stesso modello, in colore sunburst.

Guglielminetti ha suonato tre bassi: il solito potente Sting Ray Music Man nero, il già visto basso semiacustico Gibson dal bellissimo suono gommoso, e uno splendido modello fretless PJ, dal suono caldo e profondissimo.

Valle, oltre alla già detta pedal steel guitar, ha suonato un bellissimo mandolino bluegrass, una Fender acustica e una Stratocaster surf green con tastiera in acero!

Mi raccomando, dal vivo seguite il lavoro di Alex Valle alla pedal steel: da solo vale già tutto il concerto!

Mario Basile

 

 

 

 

 

 

Valeria Bissacco ph

 

 

E allora eccoci, siamo qua. Siamo venuti per niente, perché per niente si va

 

E c'inchiniamo ripetutamente, e ringraziamo infinitamente…

 

 

 

 

 

 

in sottofondo MA CHE RAZZA DE CITTA' - di Gianni Nebbiosi (1973)