Matrix / Runout (Runout Groove Side A): LKAY 36670

Matrix / Runout (Runout Groove Side B): LKAY 36671

Titanic ‎(CD, Album) RCA PD 74049 Italy 1989       

Titanic ‎(CD, Album, RE, Dig) Sony Music, RCA 88843067582 Italy 2014      

Titanic ‎(LP, Album) RCA Victor PL 31622  Germany 1982 

Titanic ‎(Cass, Album) RCA PK 31622 Italy 1982     

 

 

Artwork, Design – Peter Quell - Engineer – Luciano Torani - Photography By – Armando Manni - Photography By, Producer, Written-By – Francesco De Gregori

Producer – Luciano Torani

 

 

 

 

 

 

 

Sono rimasto colpito una mattina entrando ìn cucina da quest’immagìne di morte per gelo: il piatto bianco,

il frigo con la brina, mezzo pesce e il limone accanto. Ma niente paura, non ho intenzione di fare il fotografo.

 

 

Sono passati tre anni da Viva l’Italia e tutti aspettiamo il nuovo disco come il Rex nell’Amarcord di Fellini. E infatti arriva, tutto illuminato. E’ in rada, e già possiamo sentire la voce dell’ufficiale di coperta: “Capitano Smith, eccola all’orizzonte! Sì, …..c'è in mezzo al mare una donna bianca, … …..è così enorme nella luce delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca……. no, non è ghiaccio …….è fatta di fulmini, armonie, torpedini, accordi, scintillante bellezza, chitarre, note musicali, fosforo e fantasia!”

Quella donna (e che donna!) sappiamo tutti come si chiama: musica. E’ uno dei suoi dischi più belli e, quando sta per essere pubblicato - come raccontato da Francesco - i discografici della RCA guardano il nostro come un matto, che narra la storia di un naufragio proprio all’inizio di un decennio che invece propaganda il protagonismo assoluto, il rampantismo, l’essere vincenti; lo considerano un uomo d’altri tempi capace di scrivere pezzi acustici come “San Lorenzo” in un momento in cui esplode la tecnologia applicata alla musica, oppure come “La leva calcistica”, in cui incoraggia ad andare avanti anche se la vita ti fa sbagliare i calci di rigore più importanti.

(Il Nostromo)

 

Proprio in quei giorni, in concomitanza con l’uscita della canzone, Nino Cabrini sbaglia davvero il rigore (sembra quasi una veggenza), ma in quel momento, quando gli pare che tutto il pianeta collegato in tv gli stia cascando addosso, i suoi compagni di squadra gli vanno vicino e gli dicono “Dai Antonio, un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Allora Cabrini sfodera un coraggio da leone, si toglie le scarpette di gomma dura, mette il cuore dentro alle scarpe e corre più veloce del vento diventando campione del mondo con Zoff, Gentile, Oriali, Collovati,  Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. (All. Bearzot). Ma quello che giocava con la maglia numero sette, Gaetano Scirea, lo lascerà presto.

Sugli spalti c’è un raggiante Sandro Pertini, mentre negli spogliatoi fa visita alla squadra Giovanni Spadolini, allora Capo del Governo con una coalizione politica DC, PSI, PSDI, PRI, PLI; Reagan è il Presidente U.S.A.; i generali argentini invadono le isole Falklands provocando la sottovalutata reazione degli inglesi che le riconquistano in dieci settimane di violenti scontri. Per la sua fermezza, il premier britannico Margareth Thatcher, diventa la "Lady di ferro"; migliaia di immigrati del Ghana vengono espulsi dal governo nigeriano; viene assegnato il nobel per la letteratura a Gabriel Garcia Marquez; A Mosca Jurij Andropov succede a Leonid Breznev; Time nomina macchina dell'anno il computer,  profetizzando che cambierà la nostra vita; in aprile la mafia uccide il segretario regionale del PCI Pio La Torre e in settembre il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e i suoi uomini di scorta; viene ritrovato impiccato sotto un ponte di Londra il banchiere Roberto Calvi, ex presidente del Banco Ambrosiano; l’Italia si fa conoscere in tutto il mondo col marchio Made in Italy, definizione di prodotto di qualità, forma e contenuto. I designer italiani sono nominati in tutto il mondo come maestri di stile; in Polonia, Lech Walesa, leader di Solidarnosc, è rinchiuso in un campo di concentramento; viene diagnosticato in Italia il primo caso di Aids; il Parlamento approva la legge "Rognoni-La Torre": agevolazioni in termini di pena per i pentiti; a Beirut duemila abitanti palestinesi e libanesi vengono massacrati dai miliziani delle Falangi libanesi e delle forze filo-israeliane del Libano meridionale; un commando Palestinese spara davanti alla Sinagoga di Roma. Nell’attentato muore un bambino di 9 anni, Stefano Tascè; muoiono Gilles Villenevue, Grace Kelly, Ingrid Bergman e Beppe Viola;

Riccardo Fogli vince a Sanremo con Storie di tutti i giorni e Vasco Rossi arriva ultimo con Vado al massimo. Allo Zecchino d’oro vince "Farfalla In Città" e al Festivalbar Miguel Bosè con “Bravi ragazzi”.

Altri bravi ragazzi come i fratelloni Abbagnale sono campioni del mondo di canottaggio e Saronni di ciclismo. Dopo lo scandalo del calcio scommesse Paolo Rossi vince il Pallone d’Oro e la domenica sera Adriano De Zan ci racconta che la Juve vince lo scudetto con Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Causio, Brady, Penzo, Tardelli, Bettega. (All. Trapattoni).

Indossiamo i fuseaux, la pezza di Naj Oleari sui jeans in un inconfondibile stile fatto di spalle grandi, zig zag, colori fluorescenti, tanti capelli, tanto trucco. Siamo incontentabili.

Come una certa famiglia che dopo aver rotto le palle, se ne esce dal negozio con la frase di rito del commesso di turno: "Ma lei è incontentabile" e il capo famiglia durissimo: "Sempre! Un altro spot da ricordare è “..è nuovo? No, lavato con Perlana, a mano e in lavatrice….”. La lavatrice la usiamo anche giocando con gli elettrodomestci Habert, e poi la cera Pongo, il cubo di Rubik (chi non ha mai barato staccando le etichette colorate?), il galeone Playmobil, Le Hotwheels, il Sapientino, il Grillo Parlante. Altro tipo di lavatrice è il nuovo prodotto della Fiat: la Panda, ovvero la "lavatrice in centrifuga" per l'inconfondibile rumore del motore quando andava a pieni giri, e poi la Lancia Delta, la Peugeot 502, la Fiat Uno, il Fiorino, la Croma e la Tempra, la Argenta, la Duna, l’Arna, Renault Fuego, la Ford Fiesta.

In televisione c’è uno stordimento televisivo di luci e paillettes, calderoni di effetti speciali un po’ primitivi sono i primi show di Mediaset, e poi c’è Lady Oscar, Saranno famosi, Cyranda de Pedra, Dallas, Sentieri, Arnolds, Wonder woman, Sandy dai mille colori, Kiss me licia, Wanna Marchi, Alla conquista del West, Chips, Lou Grant, Magnum P.I., Mash, Uccelli di rovo, Candy Candy, Anna dai capelli rossi, l'Apemaia, Popcorn, Discoring.

Consumiamo l'aranciata liofilizzata Agrumi Idrolitina, lo snack Milky Way, il cono gelato Atomic con granella rossa, gialla e verde, la magica Mentorzata, il Limoncedro Fabbri all'Up. Fumiamo Futura, Bis, MS Blu, Milde sorte, Philip morris, Winston.

Il Premio Strega va a Goffredo Parise con Sillabario n.2 e il Campiello va a Primo Levi con Se non ora, quando?

Al cinema vediamo Momenti di gloria, Victor Victoria, Blade runner, Ufficiale e gentiluomo, Gandhi, Tootsie, Scusate il ritardo, Rambo, E.T., Il marchese del Grillo, Io so che tu sai che io so, In viaggio con papà, Poltergeist, I predatori dell'arca perduta, Il tempo delle mele, La notte di San Lorenzo, Anni di piombo, Il tempo delle mele, Borotalco

Va di moda il san Bernardo e il setter irlandese, il piatto Marantz, l’orologio Casio70, il Gallo (il paninaro), le Sfitinzie (le ragazze dei paninari), gli scarafaggi (i ragazzi brutti che le paninare odiavano), i sapiens (genitori), i Cinesi o China (ragazzi di sinistra). Di moda vanno anche le espadrillas, i viaggi nei villaggi turistici Valtur e alle Maldive, comincia la cultura delle partenze intelligenti, così tanto che gli italiani si riscoprono tutti intelligenti nello stesso giorno e alla stessa ora: un caos che si ripete ogni anno ai consueti “esodi”.

"Holiday" fa conoscere al mondo della musica una 25enne italo-americana, tale Veronica Ciccone in arte Madonna, che diventa un fenomeno di trasgressione e stilismo e detta il suo look come strumento di identificazione e di appartenenza a una nuova comunità...ma.. nella musica mondiale si avverte la mancanza di qualcosa, ormai da due anni ci ha lasciati John Lennon, forse il più grande compositore del secolo.

Concerto pacifista a Central Park per ottocentomila persone; Peter Gabriel inventa il festival itinerante di world-music "Womad"; i Cure pubblicano "Pornography", i Sonic Youth inventano il noise-rock; "Thriller" di Michael Jackson, con 40 milioni di copie vendute nel mondo, batte ogni record di vendite e inaugura la stagione della Jackson-mania.

Ascoltiamo: Paradise, Bravi ragazzi, Der Kommissar, Il Ballo del qua qua, Reality, Ebony and ivory, Avrai, Hard to say I'm sorry , Non succederà più, Tanz Bambolina, Non sono una signora, Messaggio, Celeste nostalgia, Survival, Lisa, Ska chou chou, Eye in the sky, Blue eyes, Non stop twist, Sono un vagabondo, Soli, Private investigations, Love is in control, Un'Altra vita un altro amore, Radio station, Vado al massimo, You can do magic, Eye of the tiger

Gli album più venduti in Italia sono La voce del padrone, Cocciante, Eye in the sky, Teresa De Sio, Momenti, Love over gold, Thriller, Il tempo delle mele, 30 X 60, Artide Antartide, Bella 'mbriana, Tutto Sanremo '82, Via Tagliamento, Tug of war, E gia', Toto IV, Palasport, The concert in Central Park Simon & Garfunkel, Sotto la pioggia, Body talk Imagination, TITANIC, We Want Miles, Thriller, Nebraska, The Days of Wine and Roses. Tormentone dell’estate: Un'estate al mare, di Giuni Russo.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

 

“La maggior parte delle canzoni di Titanic le ho scritte durante la tourneè del pulmino. La tournee del pulmino fu uno stravagante giro di concerti che, a pezzi e bocconi, durò circa un anno. All’inizio eravamo io, Mimmo Locasciulli al piano, Peppe Caporello al basso e Marco Manusso alla chitarra. La gente si stupiva che non ci fosse la batteria e in effetti la cosa era un po’ strana e credo che sul palco non andassimo molto a tempo; ma grazie a Dio non ci sono nastri di quei concerti da ascoltare. Poi dopo un po’ arrivò Alfredo Minotti, prima alle percussioni e poi finalmente alla batteria e Rita Marcotulli alle tastiere. Fatto sta che giravamo sempre su un pulmino un po’ sgangherato preso in affitto e quando gli organizzatori ci vedevano arrivare pensavano sempre che fossimo il gruppo spalla.”

(Francesco De Gregori)

 

 

 

Da quando glì azzurri dì calcio hanno vinto il titolo di campíonì del mondo, cioè da metà luglio, ogni volta che Francesco De Gregori  nel corso della sua tournée attacca il pezzo “Viva l’Italia” il pubblico esplode in un boato e canta a una voce sola insieme al cantautore.

Patriottismo, gol e amore per le belle canzoni si affratellano in questo inno che molti tifosi vorrebbero addirittura sostìtuire a quello di Mameli in occasione delle partite internazionali calcio.

A parte i risvolti calcistici (De Gregori comunque è ben felice che l'Italia abbia vinto e soprattutto che Bruno Conti abbia ben figurato visto che è una colonna della Roma (la squadra del suo cuore), la tournée che De Gregori sta tenendo in giro per l'Italia fa riscontrare ovunque entusiasmi e tutto esaurito, come se Francesco non avesse mai spezzato quel filo che ormai da dieci anni lo tiene legato al pubblico giovanile.

Ragazzi e ragazzo, indistintamente, si riconoscono nelle canzoni di De Gregori, in quelle di oggi come "Titanic", il long playing appena uscito, e in quelle di ieri come "Alice", "Bufalo Bill, "Rimmel", "Banana Republic”.

 

 

 

 

 

Carlo Siliotto (violino); Marco Manusso (chitarra acustica e pedal steel); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)

Chris Whitten (batteria); Francesco De Gregori (chitarra custica); Alfredo Minotti (tamburello)

 

Belli capelli, capelli neri, 

che t'ho aspettato tutta notte e tu chissà dov'eri.
Capelli lunghi che arrivavano fino al mare
belli capelli, che nessuno li può tagliare.
Belli capelli, capelli d'oro,
che in mezzo a tutta quanta quella gente mi sentivo solo.
Capelli d'oro, che sei partita e chi lo sa se torni,
belli capelli, che mi tradivano tutti i giorni.
Capelli come autostrade, la mattina sopra il tuo cuscino,
che quando tira vento diventano i capelli di un ragazzino.
Capelli così lontani che nessuno li può vedere.
Capelli così sottili, che basta niente che li fai cadere.
Belli capelli, capelli bianchi 

che si fermarono al una fontana a pettinare gli anni.
Capelli stanchi dentro allo specchio di un bicchiere di vino.
Belli capelli che stanotte è notte ma verrà mattino.

 

 

Acoustic Guitar – Francesco De Gregori

Acoustic Guitar, Guitar [Pedal Steel Guitar] – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Drums – Chris Whitten

Organ [Hammond], Piano – Mimmo Locasciulli

Tambourine – Alfredo Minotti

Violin – Carlo Siliotto

 

 

Ascoltando De Gregori in televisione fare a pezzi alcune tra le sue più belle canzoni per una sorta di inspiegabile e stupido istinto suicida che lo perseguita da qualche tempo e che lo spinge ad arrampicarsi su note che non riesce più a raggiungere, a stravolgere melodie, sforzandosi di togliere senso alle parole che dice, di tirar via, nei concerti, le canzoni, una dietro l'altra come uno stanco travet che non vede l'ora che finisca il suo turno, mi è venuta voglia di riascoltare “Titanic”. Il disco, che come un buon vino d'annata (è del 1982) invecchia benissimo -anche per quanto riguarda gli arrangiamenti che sono la cosa di una canzone che risente di più del tempo trascorso- e contiene, a mio parere, alcuni tra i più bei brani scritti da De Gregori ed una delle più belle sequenze di canzoni (l'intera  prima facciata dell'album) della musica italiana. Scrivo prima facciata ma non ha molto senso, mi dico, mentre inserisco nel lettore del computer il cd dell'album ed il programma mi indica che il freddo dischetto metallico non ha un lato A e un lato B ma semplicemente 9 “tracks” in sequenza per complessivi 34 minuti e 42 secondi di musica; pochini rispetto agli standard odierni ma qui il “principe”, non so se soprannominato così per la sua sprezzante alterigia o per la sapiente maestria machiavellica nel governare note e parole, ha dato il meglio di sé.

Nove canzoni ognuna delle quali mi piace immaginarla come caratterizzata, colorata dal suono di uno strumento nelle mani degli ottimi solisti che accompagnarono De Gregori in sala d'incisione per la realizzazione di questo lavoro; “Titanic” si potrebbe definire, in parte, un concept album con quattro brani legati tra loro dalla tragedia dell'affondamento della nave che da il titolo al disco, ed altri pezzi, invece, dotati di una propria autonomia; come in ogni disco di De Gregori, poi, non manca “il brano di cui avremmo potuto farne a meno”, quello scritto, come si dice e non me ne vogliano i mancini, con la mano sinistra, il meno ispirato, quello buttato giù.

Ma ecco uscire dalle casse il violino (suonato da Carlo Silotto) di “Belli Capelli”, brano che apre il disco: le sue note si distendono dolcemente ad accarezzare i capelli dalla donna amata nei frammenti di storie che la canzone evoca attraverso questo inusuale punto di vista. Semplice, ispirata, ben riuscita. Storia d'amicizia è, invece, quella raccontata attraverso la lente deformante del ricordo dall'armonica a bocca (suonata da Franceso De Gregori stesso) in “Caterina”. Questa è forse, in assoluto, la canzone di De Gregori che preferisco ed essendo una scelta “di cuore” e non “di testa” faccio fatica a spiegare perchè: fatto sta che questo personaggio femminile (tratteggiato con piccoli sapienti tocchi -le spalle da uccellino, i riccioli sull'orecchio, e soprattutto quegli occhi ancora blu-), affamato di vita, pronto ad affrontare scomodità, solitudini, malinconie e delusioni, lo sento molto vicino. Un verso su tutti “e cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo/e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo”: non chiedetemi perchè e cosa significhi ma lo trovo bellissimo. Il pianoforte di Mimmo Locasciulli, con un motivo musicale ormai famosissimo, apre uno dei brani in assoluto più conosciuti di De Gregori e tra i suoi più belli e celebrati: “La leva calcistica della classe '68”, un pezzo che, da solo, vale tutto il disco. Troppo semplicistico parlare di riuscito parallelismo tra il gioco del calcio e la vita, troppo riduttivo definirla ritratto di un'infanzia nella quale ci specchiamo un po' tutti, banale considerare quel rigore tirato una sorta di rito iniziatico, metafora di una prova da superare. La canzone è di quelle che riescono rare volte nella carriera di un compositore, perfetto equilibrio di parole e musica, e mi piace definirla “pasoliniana” nell'accezione più ampia che si possa attribuire all'aggettivo. Ed a me, sul finale che sfuma nelle note del sintetizzatore, mi piace immaginarla come un film chiuso da una lunga carrellata con la macchina da presa che si alza sul Dolly ed il campo da pallone e Nino sul dischetto che diventano sempre più piccoli e lontani senza sapere se quel rigore lo tirerà o lo segnerà mai. La mia personale “sequenza da portare su un isola deserta” si conclude con “L'abbigliamento del fuochisita”, commovente storia di partenze e di addii, sempre uguali in ogni porto oggi come ieri, alla quale il controcanto di Giovanna Marini (con il quale De Gregori realizzerà vent'anni dopo un intero disco di canzoni della tradizione popolare italiana) aggiunge la partecipazione dello strazio materno. E' l'inizio del viaggio del Titanic visto da chi rimane a terra e lascia un figlio andare incontro al proprio sogno ed al proprio destino su quella “nera, nera nave che mi dicono che non può affondare” in quello che è un brano dal tono popolare nel senso più nobile del termine (il paragone con “Mamma mia dammi cento lire” è fin troppo facile). Ed eccoli i passeggeri del transatlantico inaffondabile: ballano sui ritmi sudamericani delle percusisoni di Alfredo Minotti (congas, campanaccio, tamburello e maracas) in “Titanic”, ecco un'intera società, ancora rigidamente suddivisa in classi, che corre verso un disastro epocale, sorridendo, facendo tintinnare i bicchieri e continuando a confidare ciecamente nel progresso. Lo sguardo di De Gregori passa dai saloni delle feste ai ponti più bassi, entra in sala macchine e nella torre del marconista, ha occhi per la ragazza di prima classe ed il “cafone” delle cuccette di terza, in un riuscitissimo, e straordinariamente attuale, affresco. Sul ponte di comando ci sono “I muscoli del capitano”, brano nervoso e poco musicale nel quale predonima la chitarra acustica di Marco Manusso. Lo sguardo del capitano e quello del mozzo guardano verso lo stesso orizzonte ma vedono mondi profondamente differenti: è un immagine “futurista” di motori e valvole, di guerre lampo e di palle di cannone, “fosforo e fantasia” quella che annebbia la vista del capitano incapace di vedere la ben più vicina ed enorme “Donna Bianca” che brilla enorme alla luce delle stelle negli occhi del mozzo, incantato a guardarla, mentre la barra del timone è saldamente fissa sull'avanti tutta. Il disco potrebbe chiudersi qui, fatto salvo il delicato finale di “San Lorenzo” dove De Gregori ci racconta un bombardamento per soli pianoforte e voce con la mano felice ed ispirata di ritrattista che ha saputo usare per quasi tutto il disco, ma, per la serie “il brano di cui avremmo potuto tranquillamente fare a meno” ecco “Centocinquanta stelle”, motivo tirato dalla bella batteria di Chris Whitten, e “Rollo & his Jet”, un pezzo sul filo del ricordo di un gruppo rock ascoltato alla radio negli anni dell'infanzia appena impreziosito dai bei sax di Sal Genovese (tenore) e Gianni Oddi (alto). Ma nel frattempo sono già sul “rewind” per sentirmi raccontare un'altra volta la storia di Caterina e di Nino, del fuochista e del mozzo, in questa forse insuperata serie di ritratti per parole e musica che è “Titanic”.

In copertina una “natura morta con pesce” (definizione di Delfinabizantina, in realtà una foto realizzata da De Gregori stesso)

(Robgiach)

 

   

 

 

Luego llegó la mañana y con la mañana un ángel
y ese ángel eras tú, con dos alas de pajarito
En un vestido demasiado pequeño y con los ojos azules todavía.
Y la guitarra en realidad la tocabas muy mal,
pero cuando cantabas parecía Carnaval,
y una botella nos bastaba para una tarde entera,
contarlo hoy ni siquiera parece verdad.
Y la vida Caterina, sabes, no es fácil para nadie,
Cuando quieres saborear hasta el fondo todo su perfume.
Tienes que arriesgar la noche, el vino y la melanconía,
la soledad y las maletas de un amor que se marcha (vuela lejos).
Y quinientas cadenas que se rompen en un segundo
Y no son suficientes (no te bastan) para llorar las lágrimas de todo el mundo.
Quién sabe si en estos momentos te acuerdes de mi cara,
cuando la noche baja y se te congelan los brazos.

 

Acoustic Guitar, Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Congas, Drums – Alfredo Minotti

Harmonica – Francesco De Gregori

Organ [Hammond], Piano – Mimmo Locasciulli

 


Pero si sólo por un instante pudiera tenerte a mi lado
a lo mejor no te diría nada sino que sólo te miraría.
Quién sabe si aún juegas con tus rizos sobre la oreja
o si me miraras a los ojos me encontrarías un poco más viejo.
Y cuántos villanos (sinvergüenza) has conocido y cuántas veces has pedido ayuda,
pero no te ha servido nada.
Caterina esta canción tuya quisiera verla mientras vuela
sobre los tejados de Florencia para que pueda conquistarte

 

Addio a Caterina Bueno

 

E’ morta ieri, lunedì 16 luglio, la cantante Caterina Bueno.
Una scomparsa improvvisa quella dell’artista sessantunenne, che avrebbe dovuto esibirsi durante il prossimo week end ad un festival.
La Bueno divenne famosa durante gli anni Sessanta come cantante e ricercatrice.
Negli anni del suo esordio, quando Caterina cominciò ad esibirsi come solista, ad accompagnarla alla chitarra c’era un giovane Francesco De Gregori. De Gregori rimase tanto colpito dalla cantante toscana da dedicarle una canzone negli anni Ottanta, intitolata “Caterina”.
(Fonte: Quotidiano Nazionale e La Repubblica)
- © Tutti i diritti riservati. Rockol.com S.r.l. http://www.rockol.it/ (17 Lug 2007)

 

IO E CATERINA - Intervista a Francesco De Gregori - (estratto da L'Isola che non c'era -luglio 2001)

di Andrea Fantacci

 

L'Isola offre ai suoi lettori un documento unico. Un'intervista con Francesco De Gregori, realizzata il 6 febbraio 1997 al Cineteatro Metropolitan di Siena in occasione di un suo concerto.

L'intervista, curata da Andrea Fantacci, doveva fare parte di un grosso lavoro dell'università di Siena su Caterina Bueno, cantante e ricercatrice toscana di musica popolare che ha avuto un ruolo basilare per De Gregori. Tanto che nel 1982 in "Titanic" ha dedicato uno dei suoi più bei brani, Caterína appunto, proprio a lei e al periodo in cui si sono conosciuti e hanno collaborato, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. A partire dagli esordi al Folkstudío di Roma sino ad un tour che De Gregori fece come chitarrista della Bueno.

Il lavoro dell'Università dì Siena non è mai stato completato ed è interamente inedito, compresa quest'intervísta, che mette in luce aspetti scarsamente noti e di grande rilievo del percorso artistico del cantautore romano, ma che permette anche di parlare della Bueno, una figura di estrema importanza della musica tradizionale italiana e a cui dedicheremo ampio spazio sul prossimo numero.

 

In quale periodo e come hai conosciuto Caterina?

Non so essere molto preciso, ero molto gìovane, non avevo ancora fatto un disco, e quindi io penso nel '69, '70, quegli anni lì.

Che tipo di collaborazione è nata? Tu sei un cantautore e lei una cantante popolare. Queste due anime convivevano? I vostri spettacoli come li organizzavate?

Convivevano geograficamente in un luogo fisico che era il Folkstudio di Roma, dove passavano molti cantanti popolari e ricercatori di musica popolare: la Marini, la Bueno, Sandra Mantovani, Settimelli, il Duo di Piadena, Matteo Salvatore, Otello Profazio, e contemporaneamente, parallelamente, passavano anche giovanissimi o anche meno giovani autori, cantanti, interpreti. C'ero io, Antonello Venditti, Giorgío Lo Cascio, Bassignano. Arrivava gente dall'America, dall'Inghilterra in quegli anni, che faceva della musica che per noi era sconosciuta. Mi ricordo un duo che si chiamava John e Jean. Con due chitarre cominciavano a farci conoscere le canzoni di Bob Dylan e altri che noi non conoscevamo. Quindi il Folkstudio era un punto d'incontro di varie tendenze, di vari generi musicali. E chiaramente da questi incontrì nascevano anche contaminazioni. lo fui uno degli esempi più fulgidi di queste contaminazioni. Cominciavo a scrivermi le canzoni, però contemporaneamente ero anche molto ammiratore di Fabrizio De André e anche delle canzoni popolari italiane, Bella Ciao, Gorizia, le più pubblicizzate. Quando il Folkstudio mi invitava a fare una serata, per evitare di espormi troppo direttamente con le mie canzoni, delle quali non ero così sicuro, nella prima parte facevo dei pezzi della tradizione popolare, facevo canzoni delle mondine, canzoni anarchiche. Questo era molto bello, perché era un repertorio che potevano fare tutti, non c'era molta accademia, nessuno si scandalizzava. Anche se Otello Profazio le aveva fatte molte volte. Ecco, ma se andavo lì, e facevo un pezzo che era del repertorio dei Duo di Piadena, io, studentello di Roma, sbarbatello borghese figlio di borghesi andavo Iì, non gliene fregava niente a nessuno. Ho fatto anche pezzi di Caterina, come Maremma. Io poi avevo un atteggiamento di grande rispetto per questi personaggi, perché mi rendevo conto che, chi più chi meno, Caterina sicuramente più di altri, faceva un lavoro dì grande importanza, e lo faceva con grande competenza e grande buona fede. Caterína rifulgeva insomma. E quando poi lei un'estate doveva fare venti, trenta serate, dichiarò di avere bisogno di due chitarristi anche se poi lei la chitarra se la suona, e la suonava come me. Un altro chitarrista, che si chiamava Antonio De Rose, era invece uno che suonava musica classica. Però era questo clima di grande gioia, non di professionismo, ma dì non accademia, per cui anche un chitarrista classico era tutto dìvertito, a suonare con me, e ad accompagnare una cantante come Caterina. E quindi ci imbarcammo in quest'avventura, che poi a ripensarci adesso è stata la mia..

Quanto è durata?
Non so, diciamo un mese, forse qualcosa di più, è stata la mia prima tournée, cioè è stata la prima volta che uscivo da casa mia, per andare a Firenze... ci fermammo in una pensione, proprio dietro alla Biblioteca Nazionale, una bellissima pensione, un palazzo antico, mi ricordo ancora. Mi riesce difficile parlare di tutto questo. Però quello che vorrei dire, che vorrei venisse fuori, è che io ho scritto una canzone su Caterina perché forse l'unico modo che io ho per descrivere è utilizzare un linguaggio poetico, che appartiene a Caterina. Secondo me può essere descritta soltanto attraverso un linguaggio poetico. Parlare di quello che ha fatto, di com'era. Era una donna stupenda, in tutti i sensi, una donna che a me ha dato un forte esempio su come si lavora, sulla correttezza nei confronti del pubblico, sulla correttezza nei confronti dei compagni di lavoro; insomma per me è stata un'esperienza fondamentale. lo a quel tempo non avevo assolutamente idea di cosa fosse questo mestiere, è evidente. Caterina era un po' incuriosita del fatto che scrivessi canzoni; infatti mi diceva "perché non ne fai  qualcuna prima che incominci a cantare le mie?" Ma io mi sono sempre vergognato.

Con lei hai fatto solo il chitarrista, il corista...
Solo il chitarrista, e mi divertivo. Poi lei a volte era molto logorroica nelle presentazioni, a volte esagerata, per lei è essenziale. C'era un pubblico che era preparato: andavo lì perché conosceva Caterina e voleva sentire. Sarebbe stato lì anche tre ore. Altri, le famiglie, i giovanotti, invece no. Ma lei imperterrita se ne fregava. E anche questa è stata una grande lezione su come si sta sulla scena.

Ho intervistato Fausto Amodei e la domanda che gli ho fatto riguarda qualcosa di particolare dì Caterina mi ha detto che lei aveva degli strumentisti di altissirna classe, che forse sotto il suo influsso riuscivano ad adeguarsi a una chiave etnomusicologica rigorosa. Non era mai un tradimento, non si trasformavano mai in Segovia. 

Secondo te è vero, e a che cosa lo attribuisci?
E' vero. Lo attribuisco alla forte personalità che aveva Caterina, e alla sua capacità di comunicare le cose che sa.

Quanto ti ha influenzato Caterina in alcune composizioni (in "Titanic" è evidente) ma comunque in generale, a livello artistico e umano?
Mah, l'ho già detto. A livello umano tantissimo. Ti faccio un esempio, addirittura esagerato: Caterina pigliava 90.000 lire a quel tempo, o può essere 120.000 lire. Ecco: lei divideva per tre. A me faceva comodo, e anche a Antonio De Rose, ma tutt'e due onestamente dicevamo "non è giusto, perché qui la gente vuole te, non dividiamo per tre, dividiamo per sei e tu pigli quattro parti". Lei non ne volle mai sapere nulla. Un atteggiamento se vuoi anche eccessivo. Ecco, questo per dirti anche qual è il grande rigore morale e il grande disinteresse per i fatti economici di Caterina. Lei, nata per cantare, per darsi alla gente, e fiera, fiera di sé in modo straordinario. Ora ti racconto questo: ho fatto un concerto a Firenze, lei è venuta e io non lo sapevo, però pensando che lei ci fosse ho fatto la canzone Caterina anche perché poi dice "i tetti di Firenze" quindi la gente è contenta. Allora, come capita spesso in tante canzoni che faccio, ci sono dei versi che ballano, a volte dico in un modo a volte in un altro. Il verso in questione era "per i tetti di Firenze per poterti conquistare", come dice la canzone nel disco. Invece io a volte dico "per poterti consolare" perché fin dall'inizio ero indeciso fra i due verbi. Allora quella sera dissi "per poterti consolare". Viene Caterina in camerino le dico "sei contenta? Ho fatto la tua canzone. "Sì, sì, grazie però non mi piace che dici 'per poterti consolare'. lo le dico "Caterina, ho capito, però tutti abbiamo bisogno di
essere consolati nella vita". Lei mi ha guardato e mi ha fatto "Io 'un son mi(a)a tutti!". Ecco, questa è Caterina. Lo ha detto ridendo, l'ha detto come uno scherzo tra vecchi compagni, però me l'ha detto alzando la testa. Più di questo non ti voglio dire.

Quali, invece, i momenti più difficili durante la collaborazione artistica?
Non è mai stata una persona piantagrane, una persona isterica. Si comportava con i disagi di un lavoro fatto con pochi mezzi. Mi ricordo che non sapevamo mai se trovavamo il treno, alberghi brutti, mangiare poco.

Cosa ne dici del coraggio di Caterina dì gustare fino in fondo il sapore della vita?
lo l'ammiro, l'ammiro ma in realtà so poco della sua vita. Credo che sia una donna che abbia avuto molti amori, molti dolori. Una cosa che intuisco. Mi sembra una donna che reagisce con grande orgoglio e grandi sentimenti a ciò che la vita le dà, in positivo e in negativo.

Qualche episodio particolare?
Mah, quest'ultimo che ti ho detto di pochi giorni fa, mi sembra molto carino, lei che dice 'io 'un son mi(a)a tutti!

 

 

 

 

 

 

Marco Manusso (chitarra acustica ed elettrica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte, piano Fender, Hammond); 

Chris Whitten (batteria); Alfredo Minotti (tamburello)

 

 

 

Centocinquanta stelle in fila indiana,
in questa notte umida che sa di maggiorana,
in questa notte splendida che sa di malva
Centocinquanta stelle in questa notte calda.
Centocinquanta stelle o centocinquantuno,
ed io che le sto a contare in questo cielo di nero fumo,
le conto e le riconto e vai col tango,
in questa notte lurida che sa di fango.
E tirano certe bombe che nessuno se le aspettava,
in questa storica senza lapilli e senza lava.
E tirano certe bombe che sembrano dei giocattoli,
che ammazzano le persone, 

ma risparmiano gli scoiattoli.
Centocinquanta stelle e più di una scintilla,
in questa notte isterica che sa di camomilla
Centocinquanta stelle o millecinquecento,
ed io che le riconto e piano, piano mi addormento.
Centocinquanta stelle od una stella sola,
in questa notte ipocrita che sa di Coca Cola
Una notte così amichevole da dormire in un sacco a pelo.
Centocinquanta stelle in mezzo al cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Acoustic Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Drums – Chris Whitten

Organ [Hammond], Piano, Piano [Fender] – Mimmo Locasciulli

Tambourine – Alfredo Minotti

 

 

La maggior parte delle canzoni di TITANIC le ho scritte durante la tourneè del pulmino. La tournee del pulmino fu uno stravagante giro di concerti che, a pezzi e bocconi, durò circa un anno. All’inizio eravamo io, Mimmo (Locasciulli) al piano, Peppe Caporello al basso e Marco Manusso alla chitarra. La gente si stupiva che non ci fosse la batteria e in effetti la cosa era un po’ strana e credo che sul palco non andassimo molto a tempo; ma grazie a Dio non ci sono nastri di quei concerti da ascoltare. Poi dopo un po’ arrivò Alfredo Minotti, prima alle percussioni e poi finalmente alla batteria e Rita Marcotulli alle tastiere. Fatto sta che giravamo sempre su un pulmino un po’ sgangherato preso in affitto e quando gli organizzatori ci vedevano arrivare pensavano sempre che fossimo il gruppo spalla.

 

 

La registrazione di TITANIC fu lunga e laboriosa perché Luciano Tornai, il fonico-produttore, era molto meticoloso e quindi si andava  avanti con lentezza, spesso con fatica. Poi invece ascoltando il disco finito, tutto questo non si sente, anzi, tutto sembra molto fresco e spontaneo. Uno dei momenti migliori fu quando venne Giovanna (Marini) a cantare con me la canzone del Fuochista. Lei era per me, e lo è tuttora, una specie di mito e così io ero quasi imbarazzato a spiegarle esattamente cosa volevo che facesse, ma lei è stata stupenda, molto ansiosa di collaborare e di rendermi la vita facile. Io sarei stato lì delle ore a sentirla cantare e a cantare con lei. Quando poi lei se ne andò ed io rimasi da solo, cominciai ad ascoltare e riascoltare il nastro appena registrato e capii che grazie a lei quella canzone era venuta fuori esattamente come doveva essere, esattamente come era dentro la mia testa nel momento stesso in cui la stavo scrivendo."

  

Marco Manusso (chitarra acustica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte e sintetizzatore polifonico)
Chris Whitten (batteria); Alfredo Minotti (palo della pioggia); Luciano Torani (sintetizzatore polifonico)

 

la prossima canzone si chiama I Muscoli Del Capitano, un capitano imbecille e dispettoso, che ci insegna

a diffidare da tutti i capitani, soprattutto da quelli che hanno muscoli troppo grossi, e anche da quelli che anche avendoceli molto piccoli, li ostentano e ce li fanno vedere..

 

 

Guarda i muscoli del Capitano,

 tutti di plastica e di metano,
guardalo nella notte che viene,

 quanto sangue nelle vene.
Il Capitano non tiene mai paura, 

dritto sul cassero fuma la pipa,
in questa alba fresca e scura,

 che rassomiglia un po' alla vita.
E poi il Capitano se vuole si leva l'ancora dai pantaloni

e la getta nelle onde
e chiama forte quando vuole qualcosa, 

c'è sempre uno che gli risponde.
"Capitano, non te lo volevo dire,

 ma c'è in mezzo al mare una Donna Bianca.
Così enorme alla luce delle stelle, così bella, 

che di guardarla uno non si stanca".
Questa nave fa duemila nodi, 

in mezzo ai ghiacci tropicali.
Ed ha un motore di un milione di cavalli,

 che al posto degli zoccoli hanno le ali.
La nave è fulmine, torpedine miccia, 

scintillante bellezza, fosforo e fantasia,
molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia.
In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di novecento,
il futuro è una palla di cannone accesa 

e noi lo stiamo quasi raggiungendo.
E il Capitano dice al mozzo di bordo: 

"Signor mozzo, io non vedo niente,
c'è solo un po' di nebbia che annuncia il sole, 

andiamo avanti tranquillamente"


 

 

 

 

Bass – Peppe Caporello

Drums – Chris Whitten

Piano, Synthesizer [Polifonic] – Mimmo Locasciulli

Synthesizer [Polifonic] – Luciano Torani

 

 

 

 

 

Marco Manusso (chitarra acustica); Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte e Hammond)
Massimo Buzzi (batteria); Luciano Torani (sintetizzatore polifonico); Francesco De Gregori (sintetizzatore polifonico)

 

 

 

 

“La leva calcistica del ‘68” è percorsa da simboli immediati, è collocabile in un momento della cronaca e della storia, ma è anche per sempre, perché non basta un errore, qualsiasi errore a mortificare la dignità della speranza umana.  

Periferia, quasi pasoliniana, i palazzi devono ancora essere costruiti, ma c’è il sole. E c’è un campo di pallone pieno di vento e polvere, un rettangolo insomma senz’erba, né prato, un limite. Nino in questo campo che è il suo mondo, il nostro mondo, va a giocare con il continuo presentimento di tirar male, di sbagliare nei momenti cruciali, perché non ha la forza, non ha avuto la fortuna di altri. Chi sono quelli come Nino?

“Giocatori tristi che non hanno vinto mai” “che hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro” “e ridono dentro un bar”, e da dieci anni stanno con una donna mai veramente amata. Ecco. Mezza Italia. Gente che al primo rigore sbagliato si è data per spersa: gente che quel rigore comunque non gliel’avrebbero fatto tirare una seconda volta, che cambia scena e quadro e si trova all’ammasso nell’illudersi collettivo, compagnesco, sempre meno credibile (ex-sessantottini? Proletari? Deboli?).

Ma Nino è l’eccezione, senza saperlo è l’eccezione. Nino esce dal ghetto grazie ad uno straordinario allenatore, Nino prende coraggio, e con la palla incollata al piede arriva in porta e segna (o lo fanno segnare?). O lo fanno segnare.

Entrerà in una squadra, sarà uno del gruppo, seguirà un programma, una linea prestabilita: sarà libero? Sarà un numero (il 7) e basta? Vincerà veramente o crederà di vincere?

____________________

 

 E così la società crea due tipi d’uomini: lo sconfitto, perché non serve, non produce, non dà quanto basta (“ridono nei bar”) e il vincente, vincente alle sue regole, se sta ai patti. Ma un vero giocatore di pallone non è né questo, né quello, non si giudica, non si può giudicare da particolari come un rigore segnato o sbagliato, da un errore (spesso di altri) pagato, o da un merito sublimato: un giocatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia e non di un momento, di tutta la vita, e non in seguito a vittorie o sconfitte, ma sempre, in qualsiasi caso, perché coraggio, altruismo, fantasia sono terminali unici ed indispensabili del suo valore, del suo essere uomo.

(Roberto Vecchioni)  

 

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,

 sole che batte sul campo di pallone,
e terra e polvere che tira vento e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo, 

con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e un cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio,
  dall'altruismo e dalla fantasia.
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai,
di giocatori tristi che non hanno vinto mai,
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro al bar.
E sono innamorati da dieci anni con una donna

 che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.
Nino capì fin dal primo momento, l'allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe 

e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato, 

accanto al piede rimaneva incollato

entrò nell'area, tirò senza guardare ed il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
Un giocatore, lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette Quest'altr'anno giocherà, con la maglia numero sette.

 

Acoustic Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Organ, Piano – Mimmo Locasciulli

Synthesizer [Polifonic] – Francesco De Gregori, Luciano Torani

 

 

Chissà che fine ha fatto Nino? Aveva dodici anni, nel 1968. Si spolmonava, su un campo polveroso della periferia di Roma, per mettersi in luce in mezzo a tanti altri coetanei cui lo accomunavano sogni e aspirazioni ormai evaporate. Puntava a conquistare la maglia numero sette, Nino. Nonostante quelle spalle strette che, in qualche modo, avrebbero potuto penalizzarlo.

Il ragazzo di allora oggi è un cinquantenne del quale non sappiamo più niente, dopo aver condiviso con lui le irripetibili emozioni di quella giornata e di quel provino. Ignoriamo quale sia stata la sua parabola, calcistica e non. Se a un certo punto abbia appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso passi il suo tempo a ridere dentro un bar. Se si sia mai innamorato, per dieci anni, di una donna che non ha amato mai.

E neppure lo vogliamo sapere. Perché Nino è, per quelli come noi, l’icona immortalata nel tempo di un calcio che non c’è più. Sarebbe un delitto tirarlo fuori dal dolce oblio che lo avvolge, come si fa nei lacrimevoli talk shaw che imperversano sugli schermi della mediocre televisione italiana.

Per Nino (e per noi che abbiamo vissuto le sue stesse sensazioni) ci auguriamo solo che, nel calcio e nella vita, abbia saputo continuare a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Ogni volta che è stato necessario farlo. Che non sia diventato uno di quei tanti giocatori (uomini) che non hanno vinto mai niente nella loro carriera (vita), per lasciarsi stancamente trasportare dalle onde del destino.

Qualcuno ha scritto che Francesco De Gregori, se non fosse diventato un poeta musicista (o un musicista poeta), sarebbe stato un grande uomo di cinema. Niente di più vero. Le storie che ha saputo ideare in 35 anni di carriera, vale a dire da quando nel 1975 irruppe dentro le nostre vite con quel gioiello artistico che resta l’album “Rimmel”, sono scrigni letterari ed eleganti sceneggiature. Quella di Nino non fa eccezione. Anzi, ne rappresenta uno dei punti più alti.

Per gli innamorati del football “La leva calcistica della classe 1968” resta un capolavoro da tenere sempre a mente. Pochi hanno saputo raccontare con altrettanta semplicità e armonia i valori etici che erano il caposaldo di questo sport, la cui inarrestabile deriva è legata anche alla mediocrità di chi oggi lo dirige. E che ha finito per contaminare addetti ai lavori e tifosi, che avrebbero dovuto esserne i tutori nel corso del tempo.

Quasi tutti oggi hanno paura di tirare un calcio di rigore, in una fuga dalle responsabilità che sta mettendo a terra la precaria società globalizzata del terzo millennio. In pochi sanno ispirarsi nel calcio (nella vita) al coraggio, all’altrusimo e alla fantasia. Che dovrebbero essere il paradigma di ogni vero giocatore (e di ciascuno di noi nel suo percorso umano). La magia del calcio (della vita) si sta perdendo anche per la dissoluzione di questi valori.

Riascoltare le parole e la musica di Francesco De Gregori, nei momenti bui e in quelli solari delle nostre giornate spesso così travagliate, serve da monito per affrontare i problemi di ogni giorno con lo stesso slancio che guidava l’adolescente Nino nel 1968. Un’epoca nella quale anche partecipare a una leva di aspiranti giocatori era il modo per mettersi davvero alla prova e confrontarsi con se stessi. Riuscendo a perpetuare, nel tempo, i valori etici cui quel calcio si ispirava.

Sergio Mutolo - www.calciopress.net

 

 

quasi a profetizzare ciò che successe una quindicina di giorni dopo con un certo Antonio Cabrini, per gli amici Nino ......

Ride di gusto quando gli riferiamo che alcuni tifosi hanno mandato a Cabrini, terzino della Juve e della nazionale, "Titanic" sottolineando le parole del brano "La leva calcistica del'68" là dove dice "…Nino non aver paura di di sbagliare un calcio di rigore".

 

 

 

Figlio con quali occhi, con quali occhi ti devo vedere,
Coi pantaloni consumati al sedere e queste scarpe nuove nuove.
Figlio senza domani, con questo sguardo di animale in fuga,
e queste lacrime sul bagnasciuga che non ne vogliono sapere.
Figlio con un piede ancora in terra e l'altro già nel mare,
con una giacchetta per coprirti ed un berretto per salutare,
e i soldi chiusi dentro alla cintura, che nessuno te li può strappare,
la gente oggi non ha più paura, nemmeno di rubare.
Ma mamma a me mi rubano la vita, quando mi mettono a faticare,
per pochi dollari nelle caldaie sotto al livello del mare.
In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare.
In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare.
Figlio con quali occhi e quale pena dentro al cuore.
Adesso che la nave se ne è andata e sta tornando il rimorchiatore.
Figlio senza catene, senza camicia così come sei nato.
Su questo Atlantico cattivo, figlio già dimenticato.
Figlio che avevi tutto e che non ti mancava niente
che andrai a confondere la tua faccia con la faccia dell'altra gente.
E che ti sposerai probabilmente in un bordello americano
E avrai dei figli da una donna strana e che non parlano l'italiano.
Ma mamma io per dirti io vero l'italiano non so cosa sia.
E pure se attraverso il mondo, non conosco la geografia.
In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare.
In questa nera nera nave che mi dicono, che non può affondare.

 

 

 

Acoustic Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Synthesizer [Polifonic] – Luciano Torani, Mimmo Locasciulli

Tambourine – Alfredo Minotti

Violin – Carlo Siliotto

Voice [Controcanto] – Giovanna Marini

 

Uno dei momenti migliori fu quando venne Giovanna (Marini) a cantare con me la canzone del Fuochista. Lei era per me, e lo è tuttora, una specie di mito e così io ero quasi imbarazzato a spiegarle esattamente cosa volevo che facesse, ma lei è stata stupenda, molto ansiosa di collaborare e di rendermi la vita facile. Io sarei stato lì delle ore a sentirla cantare e a cantare con lei. Quando poi lei se ne andò ed io rimasi da solo, cominciai ad ascoltare e riascoltare il nastro appena registrato e capii che grazie a lei quella canzone era venuta fuori esattamente come doveva essere, esattamente come era dentro la mia testa nel momento stesso in cui la stavo scrivendo

 

 

 

 

 

Ettore Castagna - "Occhi che hanno visto terra" (World Music, Roma, n. 35, dicembre 1998)

I due personaggi intorno ai quali ruota tutta quanta la canzone sono una madre ed un figlio del tutto paradigmatici. Due figure simboliche sullo scenario storico della grande emigrazione italiana di primo '900 nelle americhe. Questo fenomeno, come sappiamo, impressionò notevolmente più di una generazione e continua a lasciare ancora oggi una traccia evidente e tangibile nella memoria e nella cultura nazionale oltre che delle stesse classi popolari che ne sono state direttamente vittime e protagoniste (Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar...). Si tratta di una paradigmaticità storica: da una parte il figlio/partente/emigrante dall'altra la madre smarrita, sbigottita di fronte al "vuoto" creato dall'evento dell'abbandono.

La canzone è immaginata in forma di dialogo improbabile, successivo alla partenza della nave. Non avvenuto al!momento del commiato, il dialogo si trasferisce sul piano "dei pensieri" fra la madre rimasta sulla banchina ed il figlio "già nel mare" dopo che la nave ha già mollato gli ormeggi e sta per affrontare l'Atlantico. Il punto di vista iniziale parte proprio dalla banchina. E' quello della madre che non ha ancora smesso di salutare e mentre saluta ha già dato il via alla rincorsa dei ricordi.

Il personaggio-madre si caratterizza proprio per l'intensità con la quale "racconta" il partente, quasi un lamento funebre per il proletario-marinario, una piccolissima epica che ne chiarisce l'"eroica normalità". Il riferimento qui è alla concezione antropologica di lamento funebre come sostanziale "epica" celebrativa delle "gesta" del morto. La letteratura in merito fa riferimento a casi, ai primi del secolo, di lamentazione funebre indirizzate a partenti per l'oltremare . Si tratta, se vogliamo, di  una forma di estremo saluto nel quale, all'interno della concezione culturale tradizionale, la partenza per l'oltremare veniva a coincidere simbolicamente con quella per l'oltremondo. Fra l'altro, l'analogia inquietante fra il bastimento diretto di là del mare e la barca di Caronte diretta di là dello Stige ci sta tutta. Troppa e irrecuperabile era la distanza che si creava in entrambi i casi con il "viaggio" (Per una più vasta informazione in merito si veda la fondamentale opera di Ernesto De Martino , Morte e pianto rituale nel mondo antico - Boringhieri, Milano, 1956).

Per conto suo la madre finisce per autoconnotarsi attraverso la stessa descrizione che ci fornisce del figlio. Il linguaggio  utilizzato dal personaggio-madre è accorato, fortemente ricco di stereotipie

relative alla ben conosciuta "apprensività materna", potremmo dire "all'italiana": dalla compassione per l'abbigliamento poco "decente" del figlio, qualificato in positivo solo dalle scarpe "nuove nuove" che contrastano con i pantaloni lisi, "consumati al sedere" e la sola, quasi inconsistente "giacchetta" (si noti il diminutivo che sottolinea l'esiguità, la pochezza dell'indumento) per coprirsi, alle raccomandazioni ed alle precauzioni contro un mondo ingordo ed

aggressivo che sembra non desiderare altro che i soldi del fuochista nascosti, ovviamente, "sotto la cintura". Per quanto riguarda l'autoconnotazione della madre viene proposta un'altra immagine classica che è quella delle preoccupazioni e delle incertezze sul futuro del partente/emigrante.

La separazione avviene per interposizione dell' "atlantico cattivo" fra i due protagonisti. Ai primi versi di tristezza per la separazione avvenuta sussegue una forzata, proletaria rassegnazione ("Figlio già dimenticato"). Una rassegnazione espressa in un solo verso quasi a sottolineare in modo coinciso e poco "parlato" l'arte silenziosa del rassegnarsi purtroppo "tipica" di tanta storia delle classi popolari in particolare al Sud. Ma il dolore per la separazione dal figlio subito dopo non si arresta, trabocca e si trasforma quasi in moderato rimprovero "figlio che avevi tutto e che non ti mancava niente" prima dell'amaro presagio che conclude definitivamente l'intervento del personaggio-madre e che riguarda il radicamento oltremare del figlio. Tale radicamento avverrà ovviamente attraverso il!matrimonio e la generazione di figli. Sia i figli che la moglie saranno "altri" ed esprimeranno questa loro alterità non parlando l'italiano. La donna sarà "strana", dunque estranea, conosciuta in un bordello, dunque poco onesta e caricata così di valenze negative.

Successivamente, in altri due momenti corrispondenti del testo,tocca al figlio marinaio produrre una autodescrizione "sentimentale" .

Se parlare italiano per la madre rimasta sulla banchina diviene un principio di identificazione dettato dall'emozione dell'abbandono e della partenza, per il figlio "parlare l'italiano" diviene un elemento di autoriconsiderazione. Il "cafone", il "proletario" finito nel  ventre della nave a fare il fuochista è cosciente di colpo della sua dimensione di abbandonato, di reietto, di emigrato. Non sa più se ri/conosce l'italiano e capisce di non averlo mai conosciuto configurandosi, sotto la luce di una piccola epica di innocenza sacrificale, come figura del mondo popolare, ignaro della cultura scritta. La consapevolezza di essere un "dannato del lavoro", incatenato al ventre della macchina-nave (d'altra parte il fuochista è proprio colui che nutre col carbone le viscere divoratrici del mostro meccanico, il motore della nave) emerge già nei quali viene proposta un'immagine molto chiara di sfruttamento: La nave, luogo di fatica e di pena (si noti infatti l'utilizzo del verbo "faticare" più marcato e più "sudato" di "lavorare"), è ovviamente "nera", una specie di luogo di sospensione dell'allegria e della speranza.

Nera, "altra" e sperduta nel mare come la balena di Pinocchio. Fondamentale è qui l'espediente della ripetizione dell'aggettivo "nera nera" che accentua l'aspetto plumbeo della nave-macchinamostro del quale il verso "Che non può affondare" poi più volte ripetuto sottolinea l'invincibilità, per lo meno apparente.

Il ventre di una notte d'acciaio e di salsedine attende il piccolo proletario. Come Giona sarà restituito al mondo da questa balena di carbone. Ma è un mondo nuovo, the beautiful land of opportunities, un orizzonte da ridefinire per questo fuochista di Genova, di Alghero, forse di Palermo.

 

 

Testo e musica di Francesco De Gregori

Marco Manusso (chitarra elettrica);  Peppe Caporello (basso); Mimmo Locasciulli (pianoforte); Alfredo Minotti (batteria); 

Sal Genovese (sax tenore); Gianni Oddi (sax alto)

 

 

Se potessi questa sera ascolterei volentieri Rollo con gli amici suoi.
Come ai tempi che le radio funzionavano a valvole e i bambini eravamo noi.
In un programma dalla sette alle sette e venti andava in onda tutti i Lunedì,
Si intitolava se ricordo bene il discobolo o giù di li.
Una musica tutta chitarra e batteria, l'altoparlante faceva croc,
ed il più esperto dei nostri amici, quelle canzoni le chiamava rock.
Se potessi questa sera ascolterei volentieri Rollo con i suoi Jets.
E quel bassista mezzo messicano soprannominato Chicco di caffè.
E il chitarrista con quel nome strano, chi se lo dimentica più,
con quel suo stile sudamericano, ma che ogni tanto svisava blues
Una musica tutta chitarra e batteria, l'altoparlante faceva croc,
ed il più esperto dei nostri amici, quelle canzoni le chiamava rock.

Se potessi questa sera ascolterei volentieri Rollo, qualche novità?
E' un po' di tempo che non si sentiva ma questa sera è ritornato qua.
Con un programma che ci porta attraverso al mare, 

fino all'America e pure più in la.
Le nere vele di una nave a vapore da consegnare alla posterità.
Una musica tutta chitarra e batteria, l'altoparlante faceva croc,
ed il più esperto dei nostri amici, quelle canzoni le chiamava rock.

 

   

Acoustic Guitar, Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Drums – Alfredo Minotti

Piano – Mimmo Locasciulli

Saxophone [Alto] – Gianni Oddi

Tenor Saxophone – Sal Genovese

 

INTERVISTA A PEPPE CAPORELLO, MITICO BASSISTA DI FRANCESCO DE GREGORI 

E FRA I PROTAGONISTI DEL TITANIC

 

Quel bassista mezzo messicano soprannominato Chicco di Caffè

 

(di Mimmo Rapisarda - www.iltitanic.com - 12 gennaio 2007)

 

Il Nostromo: Ciao Peppe, la prima volta che ti vidi suonare fu nel 1976 all'Ambasciatori di Catania, un concerto che tutt'ora viene ricordato dai cinquantenni catanesi come "il concerto dell'Ambasciatori". Cosa ricordi di quella sera o di quel periodo?

Caporello: Quei concerti me li ricordo abbastanza bene perché la tournee iniziò proprio in Sicilia. Mi ricordo i concerti a Palermo, Messina, Catania e Siracusa.. forse c’era anche una data ad Enna.

Quei tempi me li ricordo bene anche perché in alcuni casi….. l’atmosfera che si respirava a teatro era veramente bollente. Alcune volte è capitato di suonare anche in presenza di manifestazioni "non particolarmente affettuose" ostili da parte degli autonomi. Devo dire che in quel periodo ebbi modo per la prima volta di stimare Francesco per quello che stava facendo. Vi assicuro che non era facile esprimere quello che lui aveva dentro in quel contesto lì. Sta di fatto che la tournee si interruppe, mi sembra, a La Spezia.

Il Nostromo: Allora si usavano le spalle, la vostra erano il gruppo folk Taberna Mylaensis. Che rapporto avevate con loro? Entrando con due ore di anticipo, vedevo che un ragazzone magro, alto e coi lunghi capelli rossi, scherzava con loro.

Caporello: Il rapporto era ottimo, Francesco con noi e con loro stava sempre a suo agio. Certo però che la differenza di background musicale era abbastanza evidente tra noi e loro.

Il Nostromo: Quella sera eri in compagnia di Fabrizio Cecca e dei fratelli Ascolese. Tu che eri un contrabbassista jazz, come mai ti sei adattato a fare da piano player?

Caporello: Il discorso è un po’ più complicato: in quel periodo io ed i fratelli Ascolese stavamo in un nostro gruppo (Spirale) che andava per la maggiore (ricordo un mitico concerto insieme a Mario Schiano nella Università occupata di Catania… il concerto si intitolava “…ora e sempre resistenza…”) e capitava spesso, al Folkstudio di Roma, di incontrare Francesco ed altri cantautori che passavano la sera lì per incontrare amici e sentire della buona musica. Accade allora che Francesco si mise in testa di suonare con dei jazzisti e rivisitare i suoi pezzi in quella chiave (già in Rimmel avevano suonato Mario Schiano e Roberto della Grotta). Fece delle telefonate ed accadde che scritturò i fratelli Ascolese, Fabrizio Cecca ed un pianista (Corrado Nofri) che però da lì a breve sarebbe partito per il Brasile.

A me Francesco piaceva molto e nel gruppo di jazz ero io che scrivevo i pezzi e gli arrangiamenti per cui sapevo suonare il pianoforte abbastanza bene. Così mi feci avanti, e pur di partecipare alla tournee, dissi a Francesco che ero un pianista e che avrei potuto sostituire il vero pianista che stava partendo per il Brasile.

Detto fatto, a Francesco piacque molto il suono che riuscivamo ad esprimere e quindi fu contento di partire con quella formazione che tu hai sentito poi nella tournee.

Il Nostromo: I fatti del Palalido erano già accaduti da qualche mese, eppure Francesco fece un piccolo tour autunnale con qualche tappa siciliana. Fu proprio allora che annunciò il suo ritiro, interrompendo la tourneè. Che ricordo hai di quel processo, come la prese effettivamente Francesco?

Caporello: Come dicevo prima, Francesco, dopo i fatti di Milano (di cui non volle mai parlare), voleva ritornare a suonare per esorcizzare un po’ quello che era successo. Penso inoltre che fosse stato spinto a fare questa tournee dal suo manager che desiderava rimetterlo in carreggiata. Purtroppo il giocattolo si interruppe a metà della tournee che però da quello che ricordo non era così piccola.

Francesco ad un certo punto non se la sentì più di continuare (e devo dire che lì scoprii la sincerità di quello che lui voleva esprimere con la musica) e perciò interrompemmo.

Durante il tour, non mi ricordo in quale città, non resistetti a suonare unicamente il piano e provai a suonare il basso con i fratelli Ascolese durante un sound check. Francesco mi ascoltò…. ed apriti cielo, non capì più come interpretare quello che io facevo.

Sta di fatto che pochi mesi dopo ci ritrovammo in sala di incisione Francesco, i fratelli Ascolese alla chitarra ed alla batteria ed io al basso…. Provammo i pezzi che sarebbero poi andati nell’LP di “Generale” .

Ti assicuro che ci fu una versione di “Due zingari” completamente jazzata, con i cambi degli accordi modificati ed un suono…. che ancora mi viene la pelle d’oca. Poi però non se ne fece niente perché forse l’RCA voleva qualcosa di meno sperimentale….

Il Nostromo: Oltre a quel tour del '76 sei stato uno dei protagonisti dell'inaffondabile Titanic, indimenticabile disco che ha ispirato questo sito. De Gregori non produceva dal 1979, da Viva l'Italia. Come avvenne la richiamata da parte del Capo?

Caporello: Cinque anni dopo, ritorno dal Brasile dove ero stato a suonare per 6 mesi, ed al FolkStudio mi rincontra Francesco che ha già in mente qualcosa di speciale. A quel punto faccio conoscenza con Marco Manusso e cominciamo a suonare in trio: basso (io) , chitarra acustica (F.) e chitarra elettrica (M). Facciamo una serie di concerti per il folkstudio: Francesco è entusiasta e suoniamo veramente bene tutti i pezzi “tradizionali”: mitiche delle versioni di Niente da capire ed Alice in cui addirittura faccio assoli di basso. Sta di fatto che Francesco decide di andare in giro per “provare” il gruppo…. ma manca un batterista ed allora io chiamo Alfredo Minotti che era tornato con me dal Brasile. Inizia così la tournee del pulmino con l’aggiunta di un batterista (Alfredo) che in alcuni casi suonava anche le conga…….. che cose meravigliose !!! Francesco De Gregori nella sua profondità con un contesto completamente anticommerciale e creativo…. Ti assicuro uno spettacolo! Chi ci ha sentiti rimaneva a bocca aperta per come avevamo trasformato tutte le sue canzoni!!

Francesco però stava pensando già ad altro e così (da lì a poco) chiamò Mimmo (che in quell’epoca vedevamo molto spesso) ed un batterista inglese, Chris Whitten, che avrebbe poi suonato con Paul McCartney. Con questa formazione cominciammo a mettere giù le NUOVE CANZONI.

Per me Titanic rimane uno dei più bei prodotti di Francesco (e non perché ci ho suonato) ma perché lo penso sinceramente e trovo ancora della gente che a distanza di 25 anni continua a ripetermelo!!!

Tra l’altro da quella esperienza nacque una forte amicizia (basata sulla stima professionale e personale) tra me e Francesco. Si facevano delle cose ora impensabili….. andavamo nelle bische a giocare a biliardo, o allo stadio a vedere la Roma, o ci vedevamo a Villa Pamphili per giocare a calcio nei prati come veramente dei ragazzi “normali”…….

Il Nostromo: Il famoso "Tour del pulmino". In qualche modo, ricorderà per sempre questo disco. Ma ne parlano a malapena Locasciulli e lo stesso De Gregori, ma con con entusiasmo. E' una tappa importante della storia di Francesco, eppure ci sono soltanto sbiaditi ricordi.....

Caporello: Il tour del pulmino è quello che ti ho descritto in precedenza ed era praticamente acustico, la scaletta era quella “ante” Titanic e si fece nell’81.

Il Nostromo: Che atmosfera si respirava durante la registrazione di Titanic?

Caporello: Iniziammo in maniera un po’ artificiosa fra Modena e Roma, alla ricerca dello spunto giusto… ma poi quando incontrammo Luciano Torani che doveva essere solo il fonico e che poi invece si rivelò una fonte inesauribile di consigli …fu Magia….

Eravamo veramente un Gruppo con la G maiuscola. Ricordo che stavamo in studio anche 14 ore al giorno, Francesco era ispirato e si divertiva davvero… ricordo una versione di Belli Capelli esilarante …. in origine il pezzo parlava di una corrida……

Io feci gli arrangiamenti di Rollo e Francesco mi chiese cosa volevo per tutte le partiture che avevo scritto….. gli dissi “mi bastano un paio di Superga come le tue”, detto fatto si presentò il giorno seguente con un paio di scarpe da ginnastica.

Fui io poi a convincerlo a fare S. Lorenzo solo con il pianoforte.

In quel periodo poi (in tempi non sospetti) a Francesco piacevano moltissimo le melodie di Battisti… c’è ne sono vari spezzoni in alcuni pezzi di Titanic.

Il Nostromo: Nel tour che seguì il disco, assieme a te c'erano Alfredo Minotti e Sergio Barlozzi alla batteria, Gian Franco Diletti e Marco Manusso alle chitarre, Rita Marcotulli e Mimmo Locasciulli al piano e tastiere. Che ricordi hai di quei compagni di viaggio?

Caporello: Quello a cui tu fai riferimento è la vera e propria tournee negli stadi per la presentazione di Titanic “all over the world” nell’estate dell’82 dopo i mondiali spagnoli.

Beh, fu un successone…. Mi dispiace non riuscire più a ritrovare il video del concerto che tenemmo a Cagliari nel settembre dell’82 e che la RAI trasmise e poi un bellissimo live a Grosseto che purtroppo non si tramutò in disco dal vivo. I musicisti della tournee erano tutti amici… in più avevo portato (dal mio gruppo jazz) Rita Marcotulli che poi sarebbe diventata celebratissima in tutta Europa, arrivando perfino a suonare con Pat Metheny.

Il Nostromo: Un altro bassista che ha suonato con Francesco è Mario Scotti.

Caporello: Non so se ho già risposto in precedenza….. se volevi sapere di Mario, non posso dirti niente in quanto non lo conosco…. ed in ogni caso è colui che mi ha sostituito….. non è che mi ha fatto tanto piacere!

Io penso che lui sia un ottimo bassista per turni (preciso, pertinente, impeccabile), ma sinceramente Francesco (che secondo me è il più grande artista di musica popolare che c’è in Italia) merita qualcosa di più del “compitino”: secondo il mio modo di intendere la musica, Francesco ha bisogno intorno a sé di creatività, di stimoli, di provocazioni, di non certezze….….solo in quel caso tira fuori tutto quello che lui possiede e che tutti gli altri possono solo intuire (esempio classico Joni Mitchell).

Purtroppo ciò comporta ansia e insofferenza…. noi che siamo cresciuti con il jazz siamo abituati a questo “stress”… lui purtroppo, forse perché mal consigliato, troppo spesso ultimamente ha tirato i remi in barca. (naturalmente questa è solo una mia opinione…).

Il Nostromo: Che percorso ha avuto poi la tua carriera?

Caporello: Mah, nel novembre dell’82 partii per l’India e probabilmente ci fu un “disguido” con Francesco che in un primo tempo mi fece partire dandomi ampie rassicurazioni sui progetti futuri e poi (secondo me) fu portato a chiamare Mario Scotti per una tournee in Svizzera….. io ci rimasi male, al suo ritorno andai da lui chiedendo spiegazioni…. e purtroppo (devo dire) non ne sentii di plausibili…. ci lasciammo e non ci vedemmo mai più, come succede per le storie più vere e sincere.

Da lì continuai a suonare jazz nel mondo (New York, Barcellona, Parigi, etc..), studiai Musica Classica e mi diplomai al Conservatorio, cominciai a suonare musica medievale e contemporanea…. interpretare Mozart, Beethoven e Stravinsky ed infine…… mi stufai.

La musica in Italia non era più quella che avevo suonato da giovane, quella che mi aveva fatto sognare, piangere e fatto viaggiare per le strade della mia mente ….

Così, ripresi l’università e (a tempo di record) mi laureai in ingegneria informatica con il massimo dei voti…15 anni più tardi… sono diventato un super manager: sono il responsabile della sicurezza informatica del più grande archivio telematico italiano!!!!

Ma dentro di me ho un segreto inconfessabile: sono ancora lì insieme a Rollo..... "sono il bassista mezzo messicano soprannominato chicco di caffè…..”

Il Nostromo: Ingegnere.... questa Sua ultima affermazione è davvero stupenda, commovente!

Il passato cantautoriale italiano era certamente più genuino mentre oggi, se non suoni su un cellulare, non sei nessuno. Secondo te, dove va oggi la "pura" canzone d'autore italiana?

Caporello: Forse non c’è più. Devo dire che di italiano riesco ad apprezzare solo alcune cose (vecchie) di Lorenzo Cherubini ed invece molte altre di Pino Daniele.

Lo dico sinceramente (ma anche dolorosamente), mi piacerebbe che Francesco producesse altro…. si lasciasse andare…. ecco, trovo che ultimamente la sua musica sia troppo “conformista”…. forse dovrebbe avere il coraggio di dare una discontinuità alla sua produzione. Sono sicuro che lui ha dentro delle cose che non sono venute fuori negli ultimi 10 anni!!

Il Nostromo: Un saluto al Titanic (il sito)?

Caporello: Caro Mimmo, continua così… ti dico solo questo: quando ho intuito la passione che c’è dietro il tuo progetto, non ho avuto dubbi nello scriverti… e stasera per la prima volta sono qui a ripercorrere (e a scrivere) i miei ricordi di 30 anni fa. Se ti capita di sentire qualcuno dei miei ex-colleghi ti prego di “abbracciarli” da parte mia perché ho con loro vissuto uno dei momenti più belli della musica popolare italiana del ‘900.

Un ultimo pensiero per Francesco: Ragazzo, mi senti? Perché non apri la finestra per cambiare un po’ l’aria della stanza? Fuori, in giro, ci sono tante idee nuove … basta accorgersene! E ricordati… sei il più grande!

Grazie. Peppe Caporello.

Il Nostromo: Ciao Peppe, grazie a te.

 

 

 

 

Cadevano le bombe come neve, il 19 luglio a san Lorenzo
sconquassato il Verano dopo il bombardamento
tornano a galla i morti e sono più di cento.
Cadevano le bombe a San Lorenzo
E un uomo stava a guardare la sua mano.
Vista dal Vaticano, sembravano scintille
l'uomo raccoglie la sua mano e i morti sono mille.
E un giorno credi questa guerra finirà.
Ritornerà la pace ed il burro abbonderà
E andremo a pranzo la Domenica fuori porta a Cinecittà.
Oggi pietà l'è morta, ma un bel giorno rinascerà,
e poi qualcuno farà qualcosa, magari si sposerà.
E il Papa la mattina, da San Pietro, uscì tutto da solo fra la gente
e in mezzo a San Lorenzo spalancò le ali,
sembrava proprio un angelo con gli occhiali.
E un giorno credi questa guerra finirà....

 

Francesco De Gregori (pianoforte)

Un'altra canzone che ho composto sul bombardamento di San Lorenzo ha un'origine molto più banale. Un amico mi ha detto: sai che ho sognato? Che tu avevi scritto una canzone su San Lorenzo. Ho detto: mi sembra un'idea stupenda! Mi sono messo al pianoforte e ho scritto una canzone. Le canzoni nascono veramente per caso, non c'è una regola, non c'è un'alchimia, non c'è niente di magico, c'è solo qualcosa di misterioso. È come dire "perché hai scritto quella cosa, su quella cartolina?" Perché mi è venuto in mente. CONOSCERE IL PASSATO ATTRAVERSO LE CANZONI – DAL SITO UFFICIALE SONY)

 

 

Roma 19 luglio 1943. E’ lunedì, una bella giornata dell’estate romana, calda, senza un alito di vento. Alle ore 13 il termometro arriverà a 40 gradi all’ombra. Ma è alle 11,02 minuti che nella città si ode il suono acuto delle sirene, il segnale minaccioso dell’attacco aereo. Molti romani che pure hanno notizia dei tremendi bombardamenti sulle altre città italiane non se ne preoccupano: l’Urbe, la “città santa”non può  essere attaccata dal cielo, Roma è patrimonio dell’umanità, a Roma c’è il Papa, anche gli alleati lo sanno. Che Roma sia inviolabile lo crede l’uomo della strada ma lo credono anche i gerarchi e i generali: al momento dell’attacco aereo, sono trentotto i caccia italiani in grado di levarsi in volo a difesa della città, a contrastare gli aerei nemici. Alle ore 11,03 minuti 362 bombardieri americani decollati dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla Libia iniziano il bombardamento. Il bombardamento del 19 luglio 1943 è stato ricostruito con grande ampiezza di dati e ricchezza di testimonianze da Cesare De Simone in Venti angeli sopra Roma, Mursia, Milano1993. Il primo attacco centra in pieno i binari, due vagoni e un capannone dello scalo merci San Lorenzo, sopra via Piccolomini. Le altre bombe colpiscono le cabine elettriche, gli scambi, i magazzini di smistamento, gli uffici, i convogli in sosta sui binari dello scalo, investono il viale dello scalo San Lorenzo e il viale del Verano che costeggiano sulla destra l’area ferroviaria. Almeno otto palazzi sono centrati nell’area che tocca largo Talamo, via dei Liguri, via degli Enotri, via dei Piceni.. I bombardieri che seguono la prima formazione hanno l’ordine di colpire dove si leva la nube di polvere e di fumo provocata dal primo passaggio, ma la nube si allarga sempre più e le bombe colpiscono sino a cinquecento metri di distanza dallo scalo. Il popoloso quartiere San Lorenzo viene investito in pieno. Le bombe cadono su via dei Volsci, via dei Sabelli, via dei Sardi, via dei Marrucini, Via dei Vestini, via degli Enotri, via degli Equi, via dei Ramni, largo degli Osci, piazza dei Campani, via dei Reti, via degli Ausoni e sulle altre strade del quartiere. I cortili, le loggette, i ballatoi, luoghi di svago e di socializzazione vengono sventrati, le ringhiere di ferro battuto divelte pendono tra la polvere e i calcinacci. In via dei Marsi viene colpita la “Casa dell'infanzia” di Maria Montessori, banchi, tavoli e sedie vengono distrutte dalle fiamme. L’edificio, simbolo della "rivoluzione dell'educazione infantile" che ha reso famoso il quartiere in tutto il mondo, non esiste più.

 A via dei Latini due palazzi vengono distrutti completamente. In uno, al civico 71, abitano trenta famiglie: poche persone sopravvivranno. In piazza dei Sanniti 42 una bomba centra l’edificio dove si trova la trattoria “Pommidoro”, e seppellisce sotto tonnellate di detriti gli abitanti che al suono delle sirene sono scesi in cantina. In via dei Marrucini una bomba invece penetra sino alla cantina e lì esplode uccidendo novantasette persone che vi si sono rifugiate, soprattutto donne e bambini. I vigili del fuoco impiegheranno sei giorni a portare alla luce i cadaveri. L’orfanotrofio statale di via dei Sabelli che ospita cinquecento bambini viene colpito e dal rifugio sotterraneo i piccoli e le suore vengono estratti dopo trentasei ore; 78 bambini e sei suore rimangono uccisi. In via dei Reti il carcere minorile diventa per molti ragazzi, forse una quarantina, una tomba. Gli altri riusciranno a salvarsi.

Viene distrutta un’ala del Convento delle suore Concezioniste in via dei Marsi, mentre sul piazzale Tiburtino le bombe seppelliscono una ventina di persone rifugiatesi nella farmacia Sbarigia, molto nota nel quartiere. Sopravvivono sino alla salvezza, per due giorni, nutrendosi di medicinali, ma il farmacista, il dottor Sbarigia, appena riportato alla luce viene stroncato da un infarto. Brucia in via degli Apuli la fabbrica della birra Wuhrer, colpita da bombe incendiarie al fosforo. Brucia per tre giorni il pastificio Pantanella, tra la Prenestina e la Casilina, vicino a Porta Maggiore. In fondo a via dei Sabelli lungo il muraglione del camposanto erano allineati in capannoni bassi e lunghi i laboratori dei marmisti. Le bombe spianano le costruzioni, fanno strage tra gli operai, spargono per centinaia di metri i frammenti dei blocchi di marmo.

 

 

 

Titanic è la grande allegoria: la nave è in festa, non pensa, non può pensare a pericoli imminenti e va verso la rovina : non bisogna mai fidarsi troppo di una nave invincibile e del suo capitano troppo ottimista. Lezione chiara, che però non risulterà opprimente e prolissa nell’album; infatti solo tre brani fanno direttamente riferimento alla tragedia di una società che sguazza nel benessere e pensa di non dover mai affondare.  

Per Titanic vale quel che è stato detto nella parte finale dell’introduzione a “De Gregori”. Anzi qui siamo pure oltre. De Gregori non maschera, opera allo scoperto, accusa, ironizza, non le manda a dire, con tutti i mezzi espressivi a sua disposizione, dalla popolareggiante e polemica verve di “San Lorenzo” e “Centocinquanta stelle”, alla parabola lunga, assillante di “Titanic”, all'ironia celebrativa de “I muscoli del capitano”. Si sente (e non solo da “Caterina”, dedicata alla Bueno) l’esigenza fortissima che ha De Gregori di prender posizioni popolari e usare sberleffo e rabbia senza troppi diaframmi: si avverte in lui come il bisogno del ritorno ad un’infanzia del cantare che non ha mai avuto e ha solo sfiorato (con la Bueno, appunto). E’ un De Gregori da

battaglia, convinto di ogni parola, di ogni concetto, è anche il De Gregori che sa rendere poema epico lo scontro rionale fra un ragazzo e un gioco, fra una generazione e un fallimento già avvenuto ,quello della "leva calcistica".

Tre, si è detto, sono i brani che attengono più allegoricamente al Titanic e al suo affondamento. Il più proletario, il più innocente, il più “destinato” è “l’abbigliamento del fuochista”. Qui tutto è giocato sulla trovata scenica di un figlio che lavora alle caldaie, con la madre lontana (“Ma mamma, qui mi rubano la vita, quando mi mettono a faticare per pochi dollari nelle caldaie sotto il livello del mare”). Il pathos è creato dal contrasto stridente tra un uomo “reale”, emarginato, ma verosimile con l’”Uomo” dei ponti superiori , quello che si crede invincibile a cavallo com’è dell’infallibile modernismo, della tecnologia del novecento.

Emblema a tutto tondo di questa presunzione, di questa protervia sprezzante è il capitano della nave. Anche “I muscoli del capitano” è un dialogo, ravvicinato però, tra il mozzo e il capitano appunto, ovvero tra due mondi, tra due idee di mondo: la verità dettata dalla fatica e dalla miseria del primo, l’illusione sfrenata, il cieco ottimismo del secondo. Nel suo andamento oleografico, “I muscoli del capitano” è sicuramente il centro del concept-album, il cuore, il nocciolo di tutta l’avventura allegorica e cioè il viaggio, il senso dell’umanità, l’origine e lo sviluppo della prevaricazione, il senso della ragione e delle idee, una nudità vestita di seta d’oro. Al pari di “Generale” è, questa, una canzone folgorante e inimitabile ed è insieme una storia gnomica, un atto di sublime disperazione umana. Tutto il mondo illuminista da Swift a Defoe, su su per i Russeau, i d’Alambert; tutto il mondo positivista Darwin, Comte e soci, l’imprudente, fracassante sfida futurista di Marinetti e contubernali, si accartoccia, svapora qui in tre minuti e poco più: l’orgoglio smisurato dell’uomo padrone va a incocciare e a frantumarsi nella sua UBRIS, in stato di trance, sonnolenza ludica, rincoglionimento da stupefacenza.

L’andamento della narrazione è magico: il capitano è lui stesso una macchina perfetta (“di plastica e metano”), libero da passioni e sentimenti (“non tiene mai paura”, volutamente alla napoletana); per iperbole è lui stesso la nave (“si leva l’ancora dai pantaloni”), innamorato perso, in overdose di narcisismo per quel se stesso-nave (“la nave è fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo fantasia, molecole d’acciaio, pistone rabbia, guerra lampo e poesia”), fino al delirio di poter raggiungere l’irraggiungibile (Icaro, Ulisse) e cioè il futuro, che per la sua velocità è “una palla di cannone acceso”. Al soliloquio, sproloquio dell’”Uomo”, il mozzo può opporre soltanto ingenuamente la verità : lui sì che l’iceberg l’ha visto e tenta di dare l’allarme (“In mezzo al mare c’è una donna bianca”). Il mozzo ha un cuore e un’immaginazione, è arte contro scienza, per cui quell’ammasso di ghiaccio si trasfigura, diventa poesia (“una donna bianca, così enorme alla luce delle stelle, così bella che di guardarla uno non si stanca”).

Il finale è naturalmente scontato: il capitano non può nemmeno lontanamente sospettare, nella sua presunta invincibilità, di andare verso la fine, e risponde con la stessa cecità di tutti gli inquisitori della storia (“giovanotto, io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia… andiamo avanti tranquillamente”).

Festaiola, irriverente, metà rumba, metà fox trot, intrisa della stessa falsa allegria che circola fra i saloni del “Titanic” è la canzone che dà titolo all’album. Anche qui si procede per contrasti evidenti, anche qui due sono le umanità rappresentate, quella di 3^ classe e quella di lusso. Gran parte della narrazione è occupata dai pensieri liberi del “cafone”, dell’emigrante che in felice ironia, quasi non si accorge del trattamento spaventoso che sta subendo, emozionato com’è per cose che non ha mai visto e per la prospettiva di un futuro migliore (“Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male? Questa cuccetta sembra un letto a due piazze ci si sta meglio che in ospedale”); più la descrizione va avanti e più appare fantozziana, grottesca da un lato, patetica dall’altro (“A noi cafoni ci hanno sempre chiamato, ma qui ci trattano da signori, che quando piove si può star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori”), tanto che quel disastro di sistemazione in terza classe (“sudore dal boccaporto e odore di mare morto”) finisce col sembrare a tutti una vacanza.

Ma “Titanic” è uno spaccato di classi sociali e ovviamente non può mancare il borghese arricchito, il “pervenu” che sventola addirittura sotto il naso del capitano le mille lire per aver diritto alla prima classe, così come sbandiera sua figlia quindicenne (con cappello parigino), per essere invitato al tavolo del comando, anche lui per motivi diversi da quelli dei “cafoni”, elettrizzato, entusiasta per lo champagne, il panorama lunare e le meraviglie del viaggio. Non è da meno sua figlia, ovviamente “innamorata del proprio cappello”, così da non vedere altro che se stessa, non pensare ad altro che alla sua bella figura in un delirio di vanità ed egocentrismo, non senza lasciarsi tentare dal fascino del marconista.

A questi due diversi tipi di allegria fittizia, provocata, illusoria (la proletaria e la borghese), fa da termine discriminante, da chiosa morale, l’immensa diversità di obiettivi che si propongono l’uno e l’altro ceto: secondo i “cafoni” di terza classe “per non morire si va in America”, secondo la ragazza di “prima” “per sposarsi si va in America”.

L’assoluta originalità di tutta la canzone, sta, come si è detto, nell’incoscienza pressochè totale di chi viaggia, nel non vedere, non accorgersi, non capire, lasciarsi trasportare dal clima festaiolo e credere (i cafoni soprattutto) di essere lontano dal passato, in una nuova dimensione onirica: nel non riconoscere cioè che sempre nello stesso mondo sono, sempre nel passato, anche se cammuffato da sogno.

Da ultimo un particolare inquietante. La parola “ghiaccio” ricorre nella canzone un sacco di volte e con significati sempre diversi, ma premonitori.

(Roberto Vecchioni)

 

 

 

La prima classe costa mille lire, la seconda cento,
la terza dolore e spavento e puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto.
Sior Capitano mi stia a sentire, ho belle e pronte le mille lire,
in prima classe voglio viaggiare su questo splendido mare.
Ci sta mia figlia che ha quindici anni ed a Parigi ha comprato un cappello,
se ci invitasse al suo tavolo a cena stasera, come sarebbe bello.
E con l'orchestra che ci accompagna, con questi nuovi ritmi americani,
saluteremo la Gran Bretagna col bicchiere tra le mani.
E con il ghiaccio dentro al bicchiere, faremo un brindisi tintinnante,
a questo viaggio davvero mondiale e a questa luna gigante.
Ma chi l'ha detto che in terza classe, che in terza classe si viaggia male,
questa cuccetta sembra un letto a due piazze, ci si sta meglio che in ospedale.
A noi cafoni ci hanno sempre chiamati, ma qui ci trattano da signori,
che quando piove si può star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori.
Su questo mare nero come il petrolio, ad ammirare questa luna-metallo,
e quando suonano le sirene ci sembra quasi che canti il gallo.
Ci sembra quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore,
piano, piano si vada a squagliare, in mezzo al fumo di questo vapore,
di questa vacanza in alto mare.
E gira, gira, gira, gira, l'elica e gira, gira che piove e nevica,
per noi ragazzi di terza classe che per non morire, si va in America.
E il Marconista sulla sua torre, le lunga dita celesti nell'aria.
Riceveva messaggi d'auguri per questa crociera straordinaria,
e trasmetteva saluti e speranze in quasi tutte le lingue del mondo.
Comunicava tra Vienna e Chicago in poco meno di un secondo.
E la ragazza di prima classe, innamorata del proprio cappello,
quando la sera lo vide ballare, lo trovò subito molto bello.
Forse per via di quegli occhi di ghiaccio, così difficili da evitare,
pensò magari con un po' di coraggio, prima dell'arrivo, mi farò baciare.
E com'è bella la vita stasera, tra l'amore che tira ed un padre che predica,
per noi ragzze di prima classe che per sposarci, si va in America.
Per noi ragazze di prima classe che per sposarci, si va in America!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titanic

Acoustic Guitar, Guitar – Marco Manusso

Bass – Peppe Caporello

Drums – Chris Whitten

Piano – Mimmo Locasciulli

Tambourine, Congas, Maracas – Alfredo Minotti

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa nave aveva un capitano, un capitano di nome Smith, nome in qualche modo inquietante, chiunque di voi abbia letto un romanzo giallo nella sua vita, sa che quando arriva il personaggio che si chiama Smith è sempre un momento drammatico... o è uno stupratore, o un esibizionista, un ladro, un assassino, insomma una persona da cui prendere le distanze... il capitano di questa nave, il titanic, si chiamava appunto Smith, ed era un uomo al contempo imbecille ed ottimista, imbecille perchè lo vedremo dopo, ottimista perchè... perchè avendo da pochi giorni inventato la radio, il telegrafo senza fili, quest'uomo partì per fare l'attraversata dall'Europa all'America, che non è proprio uno zompetto così... senza portarsi appresso nemmeno il binocolo, che uno il binocolo se lo porta appresso non dico quasi sempre, ma insomma quando uno va in gita... spesso uno va nelle Alpi e dice: vediamo dei camosci, si porta il binocolo, o anche sull'autostrada a volte... vabbè insomma, comunque lì poi c'è un tratto di mare quasi vicino all'arrivo, quasi vicino a Nuova York, che fa molto freddo, e allora ghiaccia... e voi sapete che quando ghiaccia anche sull'autostrada, uno deve andare più piano perchè la macchina scivola... ora quando il ghiaccio c'è al mare non è che la nave scivola, ma il ghiaccio del mare forma dei grossi conglomerati durissimi chiamati icebergs... quand'ero ragazzino sulle enciclopedie per ragazzi c'era scritto: l'iceberg... un terzo emerge, due terzi stanno sotto e sono i più pericolosi... adesso non so se le proporzioni siano cambiate negli anni, però l'iceberg è una delle cose più preoccupanti, anche perchè nell'incontro o nello scontro tra un iceberg e una nave ci rimette quasi sempre la nave, anche perchè l'iceberg non porta passeggeri a bordo, percui se si rompe l'iceberg al massimo qualche ecologo rimane malissimo, dice: si è rotto un iceberg mannaggia, abbiamo perso una volpe... e quando la nave affondò, il capitano Smith, essendo appunto come dicevo prima un imbecille, affondò insieme alla nave, ma questo non vale a riscattarlo ai nostri occhi, perchè la nave affondò per colpa sua, ma ai 1500, 2000, 3000 passeggeri che avevano pagato il biglietto per arrivare e per vivere, a quelli lì la vita chi gliela ridà?... 

 

 

 

si ringraziano sentitamente Sergio Barlozzi e Peppe Caporello

per la concessione delle fotografie del tour estivo 1982

 

 

 

 

 

 

 

 

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