Scacchi E Tarocchi ‎(LP, Album) RCA Italiana PL 70845 Italy 1985

Scacchi E Tarocchi ‎(CD, Album, RE, Dig) Sony Music, RCA 88843067662 Italy 2014

Scacchi E Tarocchi ‎(LP, Album) RCA Victor RCLP 20357 Greece 1985

Scacchi E Tarocchi ‎(CD, Album, Dlx, RE, RM, S/Edition, Boo)

Scacchi E Tarocchi ‎(LP, Album, TP) RCA RCALP 20357 Greece  1985

 

 

 

 

Prodotto da F. De Gregori, tranne Scacchi e venezia, prodotti da Ivano Fossati. Registrazioni effettuate nei seguenti studi:  Quattro uno di Roma (Poeti per l'estate e La storia) da Luciano Torani; Studio Umbi di Modena (Scacchi e Taroccli, Ciao, ciao, A Pà, Piccoli Dolori, Tutti salvi, Miracolo a Venezia) da Maurizio Maggi; Right Track Recording Studios di New York (I cowboys e Sotto le stelle del Messico a trapanar) da Dominick Maita e Robert Russo - assistente Bill Miranda.  Edizioni Serraglio S.r.l.

Un ringranziamento particolare (special thanks): Louise Mc Govern CD Artwork Mario Scardala. Fotografie di Peppe d'Arvia.
Missaggio realizzato negli studi Town House di Londra da Osven Davies, Ivano Fossati e Francesco De Gregori - assistente al missaggio Martin White. Transfer realizzato negli studi Town House di Londra da lan Cooper. Ivano Fossati appare per gentile concessione della C.B.S. Records Sly Dunbar e Robbie Shakespeare by courtesy of Island Records. Organizzazione della Produzione e Management esclusivo: Filippo Bruni

 

 

“Credo che questi dieci anni di piombo che abbiamo passato in Italia, i cosiddetti anni di piombo, siano stati poco chiariti. Non si sa come sono cominciati e non si sa nemmeno come sono finiti, perlomeno io non lo so, non riesco a immaginarmelo e sì che ho letto spesso i giornali. Mi sembra che rimanga avvolta nel misero un po’ la sostanza di quel che è successo e che ha molte sofferenze a tutti quanti noi, al paese, anche se adesso ce ne siamo un po’ dimenticati e abbiamo rimosso certe cose. E Scacchi e tarocchi è quindi dedicata a solutori più che abili perché un solutore medio come me non è riuscito a trovarla questa soluzione. Non è pubblica ma secondo me qualcuno lo sa.”.

Cambio della guardia nella band di De Gregori: Francesco racconta dopo l’uscita del disco: “I musicisti di adesso li ho conosciuti in buona parte tramite Fossati, al quale avevo chiesto di darmi una mano per realizzare Scacchi e tarocchi. Così lui ha portato con sé Rivagli, Guglielminetti e Martellieri, mentre io ho portato Mancuso, con cui avevo già inciso dei provini per l'occasione: lo conoscevo da tempo, me lo aveva presentato un bassista che aveva lavorato con me in passato, Mario Scotti, ed era nata una simpatia immediata. Fu così che ho conosciuto anche Lucio Bardi: lui si autodefinisce scherzosamente il secondo chitarrista, ma appena può tira fuori le unghie, come nell'assolo di chitarra acustica su “Caterina”.

Fra quelle persone ce ne è una che, insieme al suo fedelissimo Filippo Bruni (conosciuto qualche anno prima), d’ora in poi gli farà da angelo custode, amico, consigliere, impresario, produttore, fratello, capobanda: Guido Guglielminetti.

Trova anche il tempo per fare il giornalista. Su l’Unità scrive bellissimi articoli relativi a fatti contemporanei: Un generoso manifesto contro ogni guerra, Una settimana da non dimenticare, Guai a creare barriere tra sani e sieropositivi, Se il mondo insanguina le fiabe, Che faremo dopo la domenica di silenzio?, La legalità nel paese senza regole, Le fughe di fine millennio e Mi manca la sua lucidità.

(Il Nostromo)

 

 

L’anno fa parte di quelli della rivoluzione tecnologica, dei laboratori politici, del risveglio economico e produttivo dopo gli anni di piombo, dei week end, delle vacanze esotiche, della seconda casa. Sono gli anni di un nuovo miracolo economico, del consumismo. Gli anni in cui tutti si arricchiscono in egual misura. In una parola: sono gli anni di una nuova, grande, generale abbuffata interrotta solo quando gli eccessi hanno iniziato a produrre tossine.

Ci governa Craxi con una coalizione politica DC, PSI, PSDI, PRI, PLI; Mikhail Gorbaciov viene eletto segretario generale del Pcus: "glasnost e perestrojka" (trasparenza e rinnovamento) sono due parole che mai si erano sentite pronunciare da un  leader russo; il 24 giugno Francesco Cossiga è il nuovo presidente della Repubblica; vertice del disarmo a Ginevra fra Reegan e Gorbaciov: viene assegnato il Nobel per l’economia a Franco Modigliani; il 29 maggio, allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale della Coppa dei Campioni fra Juve e Liverpool, i tifosi inglesi schiacciano sugli spalti 39 italiani. Le squadre inglesi pagheranno questa tragedia con l’esclusione dalle coppe per cinque anni; Vincenzo Muccioli, fondatore di San Patrignano, finisce sotto accusa per i metodi utilizzati nel suo centro; alcuni terroristi palestinesi sequestrano la nave da crociera Achille Lauro, con a bordo 454 persone, e si arrendono dopo aver ucciso e gettato in mare un turista americano invalido; un ciclone in Bangladesh uccide più di 10.000 persone e una gigantesca eruzione del vulcano Nevado del Ruiz provoca la morte di 25.000 persone in Colombia; vengono assolti tutti gli imputati del processo sulla strage di piazza Fontana; tutta la penisola da nord a sud viene coperta dalla neve. A Firenze la temperatura scende fino a 23 gradi e a Lucca per il freddo muoiono più della metà degli animali di un circo; in Val di Fiemme, a causa dell'incuria cede un bacino artificiale per il contenimento di acqua e fango di una miniera. Le acque travolgono i paesi di Stava e Tesero; vengono assassinati dalla mafia i commissario di polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, l'agente Roberto Antiochia e il pentito Salvatore Marino; terroristi del gruppo estremistico Abu Nidal con raffiche di mitragliatori e bombe a mano provocano una strage negli uffici box d'imbarco a Fiumicino uccidendo 13 persone; una coppia di fidanzati francesi viene assassinata mentre si trova appartata in una tenda canadese vicino Firenze. Si tratta dell’ultimo delitto attribuito al “mostro di Firenze”; muoiono Italo Calvino ed Elsa Morante.

Carovita: giornale £ 650, biglietto del Tram £ 500, Tazzina Caffè £.400, Pane £ 1200 al kg, Latte £ 780, Vino al litro £ 900, Pasta al kg £. 980, Riso al kg £.1150, Carne di Manzo al kg. £.11.000, Zucchero al kg £ 960, Benzina al litro £ 1329.

Si profilano nuovi modelli alimentari, anche di importazione (esotici, macrobiotici, naturali, dietetici, anglosassoni) mentre si affermano nuove modalità di consumo degli alimenti (mense aziendali, ristoranti, fast food, snack bar). Però ci intossichiamo con il vino al metanolo, artefatto con alcol metilico che provoca in Italia più di venti morti e consumiamo i biscotti di un pazzoide con i riccioli gialli vestito da romanista, che propone colazioni in tazzone giallorosse e di nome fa Mago Galbusera.

Il Premio Strega va a Carlo Sgorlon con L'armata dei fiumi perduti e il Campiello va a Mario Biondi con Gli occhi di una donna.

Indossiamo pantaloni a sigaretta con colori elettrici, minigonne scozzesi. Il blu elettrico, il fucsia e il giallo sono padroni indiscussi dei tessuti. Indossiamo anche le scarpe sportive "Canguro" o "Soldini", il piumino Moncler, le scarpe Timberland, le felpe Best Company e Naj oleari, la cintura El Charro, le Nike bianche in pelle con il baffo azzurro, le calze Burlington, le scarpe Adidas “Stan smith” che al posto dei lacci hanno due fiocchi di tulle, nella migliore tradizione del look madonnaro.

Nella pubblicità degli anni Ottanta, troviamo la donna sempre impegnata fra merende per ragazzi, in ambienti con pareti colorate di verde pisello e pavimenti così puliti che sarebbe un peccato calpestarli. In cucina i tradizionali ruoli femminili vengono ricoperti da mariti un po' goffi e impacciati (solo pizzette?) Lei, al massimo, prepara qualcosa di surgelato. La massaia comincia a cedere il passo alla donna in carriera, che per la casa e la famiglia ha sempre meno tempo a disposizione.

Spot da ricordare sono anche "Gusto pulito.... colore chiaro...." pronunciato dall’amico antipatico Michele, intenditore di whisky che sorseggia, bendato, un Glen Grant (e quelli che lo ascoltano e ridono divertiti per la sua imbecille esibizione non scherzano per antipatia!) e "Per una parete grande non occorre un pennello grande, ma un grande pennello”.

Giochiamo con Gira la Moda, l'Isola di Fuoco, i Transformers, i Popples, gli Angelorsi, gli Orsetti del Cuore, i Wuzzles.

Nello sport il diciassettenne Boris Becker è il più giovane vincitore di Wimbledon della storia; i fratelli Abbagnale sono, come al solito, campioni del mondo di canottaggio; Michel Platini nuovamente vince il Pallone d’Oro e la Coppa intercontinentale con la Juve. La domenica sera Marino Bartoletti ci racconta che il Verona vince lo scudetto con Garella, Brighel, Marangon, Marchetti, Fontolan, Tricella, Fanna, Volpati, Galderisi, Di Gennaro, Heilcker. (All. Bagnoli).

Di moda sono parole come look e must. Era infatti "must" andare a Cortina, avere la Jeep, il Tuareg o l'Arizona; di moda sono anche il dalmata e lo spaniel Inglese, i viaggi a Ibiza e in Jugoslavia, gli occhiali da sole Persol, i legging e i braccialetti punk, il graffitismo.

Leggiamo Vita standard, L'uomo che guarda, La notte della cometa, La città della gioia

Mentre tutti si domandavano se le donne delle spiagge californiane sono davvero tutte come Pamela Anderson, in tv guardiamo Celeste, Love boat, Quelli della notte, Ok il prezzo giusto, Parola mia, Operazione five, M’ama non m’ama, Il gioco delle coppie, Bim bum bam, La schiava Isaura, Il diritto di nascere, Veronica il volto dell'amore.

Viaggiamo con Opel Corsa, Autobianchi Y10, Citroen Visa, Ford Scorpio, Wolkswagen Golf, Opel Omega, Fiat Tipo.

Al cinema vediamo Cocoon, L'onore dei Prizzi, La mia Africa, Il colore viola, Pensavo fosse amore invece era un calesse, 9 settimane e mezzo, La messa è finita e La storia infinita, Piccoli fuochi, La rosa purpurea del Cairo, Top Gun, Amadeus, Urla del silenzio, Così parlò Bellavista, Casablanca Casablanca, Pizza Connection.

A Sanremo vincono I Ricchi e Poveri con “Se m'innamoro”, Il Premio Tenco lo vince Paolo Conte con Sotto le stelle del Jazz, allo Zecchino d’oro vince "Riprendiamoci la fantasia" e al Festivalbar i Righeira con “L'estate sta finendo”.

Bob Geldof, per raccogliere fondi per l’Etiopia colpita dalla carestia, riunisce in 16 ore di musica le più importanti rockstar del mondo, raccogliendo più di 70 milioni di dollari nei due concerti "Live Aid" tenuti in contemporanea il 13 luglio a Wembley e al JFK Stadium di Philadelphia. Partecipano Who, Led Zeppelin. Black Sabbath, U2, Dire straits, Queen, Santana e Pat Metheny in duo, Elton John, Madonna, Paul McCartney, Mick Jagger, Tina Turner, Elton John, David Bowie, Bob Dylan, Keith Richards e Ron Wood dei Rolling Stones. Gli artisti americani che non partecipano contribuiscono con il disco "We are the world", che dominerà le classifiche. Intanto, con “Like a virgin”, la signorina Veronica Ciccone in arte Madonna diventa sempre più un oggetto di culto.

La Disco frana improvvisamente su un mondo musicale che aveva assistito anche alla morte del progressive rock. Tutto spazzato via da canzonette nelle quali bastava fare il verso a Paperino (Disco duck) per vendere milioni di copie! Il CD s’impone nel mercato ed è dunque indispensabile un canale di promozione musicale totalmente nuovo: il videoclip o lo spot pubblicitario di una canzone da scaricare su supporto magnetico. Il supporto video diventa fondamentale.

I ragazzini vanno matti per Simon Le Bon. Ma l’impatto sociale dei Duran non è paragonabile a quello delle star degli anni ’60, nemmeno quando vendono un gran numero di dischi. Altre meteore come gli Spandau Ballet e Wham tramontano velocemente.

La nascita di MTV, la televisione musicale non stop, si inserisce perfettamente in un rinnovato clima di euforia elettronica. Il video,assicura diffusione e fama mondiale ad altre indimenticabili voci, come quella di Freddie Mercury dei Queen, protagonista di una musica sopravvissuta alla sua morte. La TV e il walk-man rendono individuale la fruizione della musica.

Ascoltiamo We are the world, Wild boys, Into the groove, Noi ragazzi di oggi, Questione di feeling, Una Storia importante, La vita è adesso, The Neverending story, The Power of love, Ghostbusters, I'll fly for you, This is not America, L'Ultima poesia, If you love somebody set them free, Mixing, Imagination, Sole papà, Crazy for you, Acqua, No time no space, La Pappa non mi va, Like a virgin

Gli album più venduti in Italia sono La vita e' adesso, The dream of the blue turtles, Born in the U.S.A., Arena, Parade, Cosa succede in citta', Like a virgin, We are the world, Make it big Wham!, Promise, Quelli della notte, I miei americani, Our favourite shop, SCACCHI E TAROCCHI, Vanoni/Paoli...insieme, Finalmente ho conosciuto il conte Dracula, Once upon a time, No jacket required, Boys and girls, So red the rose, Brothers in arms. Ma sui nostri walkman infiliamo anche CD come Empire Burlesque, The Dream of the Blue Turtle, Aura, Vocalese, Rain Dogs, Helloween. Tormentone dell’estate: L'Estate sta finendo, dei Righeira.

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

 

 

"Scacchi e tarocchi" sembra anche un disco molto polemico..."Lo era, anzi, molto incazzato... questo invece non è polemico, anche perché non si può polemizzare ogni due anni, se no si diventa anche schiavi di un clichè, di quelle che Dylan chiama le "fingerpointed songs" le canzoni col dito puntato, quelle che lui ha scritto nei primi dischi e poi ha superato per andare avanti. Io le mie "fingerpointed songs" le ho scritte a 36 anni, poi basta... anzi in futuro vorrei scrivere delle belle canzoni commerciali, da Sanremo...". Come "La donna cannone"? "Naturalmente scherzo. Come La donna cannone va ancora bene. Ma, in un certo senso, anche quello è stato un po' un incidente. Certe aperture melodiche mi imbarazzano. Mi autocensuro, perchè si sta sul filo del rasoio...". DE GREGORI: CONTINUERO' A NON ESSERE D'ACCORDO - DI GINO CASTALDO - 21 GENNAIO 1988)  

 

Fu proprio tra le nebbie dell'invemo milanese che mi giunse SCACCHI E TAROCCHI, simile a un richiamo, con la bellissima canzone dedicata a Pasolini. (…) La storia. Credo che nessuno abbia mai, prima di lui, scritto una canzone d’amore per la storia, dichiarando ciò che in questa canzone è chiaramente espresso. E’ come un canto augurale per l’incredibile evoluzione che stava per cadere su questo nostro vecchio e arruginito mondo. E, se penso alle altre canzoni italianiste scritte dopo Viva l’Italia, avrei preferito che nessuno ne scrivesse dopo di lui, lasciandogli simpaticamente questo grande privilegio di esclusiva.DE GREGORI – LO CASCIO – MUZZIO 1990)

 

 

  

 

 

 

I musicisti di adesso li ho conosciuti in buona parte tramite Fossati, al quale avevo chiesto di darmi una mano per realizzare Scacchi e tarocchi. Così lui ha portato con sé Rivagli, Guglielminetti e Marteffleri, mentre io ho portato Mancuso, con cui avevo già inciso dei provini per l'occasione: lo conoscevo da tempo, me lo aveva presentato un bassista che aveva lavorato con me in passato, Mario Scotti, ed era nata una simpatia immediata. Però non ci avevo ancora suonato insieme, sapevo che difficilmente sarebbe venuto a suonare fuori dalla Sicilia. Quando poi ho bisogno di altri musicisti, come d'altronde è accaduto, è a questo nucleo di collaboratori che mi affido per un consiglio. Del resto non conosco bene il mondo dei musicisti, alcuni li conosco di fama, ma non mi va di chiamarli soltanto in funzione del nome. In linea di massima, preferisco che siano i musicisti con cui suono a suggerirmi altri musicisti. Fu così che ho conosciuto anche Lucio Bardi: lui si autodefinisce scherzosamente il secondo chitarrista, ma appena può tira fuori le unghie, come nell'assolo di chitarra acustica su "Caterina". "CHITARRE" - INTERVISTA A FRANCESCO DE GREGORI (DICEMBRE 1990) - DI GIUSEPPE BARBIERI E ANDREA CARPI)

 

 

 

 

 Non mi ricordo se c'era la luna
e né che occhi aveva il ragazzo,
ma mi ricordo quel sapore in gola
e l'odore del mare, come uno schiaffo.
A Pa'
E c'era Roma così lontana
E c'era Roma così vicina
E c'era quella luce che ti chiama,
come una stella mattutina.
A Pa', a Pa'
Tutto passa e il resto va.
E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli nel cielo campare.
E voglio vivere come i gigli nei campi
e sopra i gigli nei campi volare.

 

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Mario Scotti (basso)
Massimo Buzzi (batteria)

Vincenzo Mancuso (chitarra elettrica)
Stefano Senesi (tastiere)
Francesco De Gregori (armonica)

 

 

 

 

 

 


A PA', FIRMATO FRANCESCO

In concerto De Gregori omaggia l'intellettuale a 30 anni dalla morte. Storia di un'affinità dalle radici antiche. di Giommaria Monti

"Una canzone dedicata al più grande poeta del Novecento". Poi l'armonica avvia lenta e struggente "A Pà", scritta nel 1985, dieci anni dopo la morte di Pasolini. Così De Gregori apre lo showcase di presentazione di "Pezzi" a Milano, ai Magazzini Generali lo scorso 22 marzo. Così, spiega nelle interviste, aprirà i concerti della prossima tournée che partirà il 17 maggio da Palermo. Trent'anni dopo la morte del grande poeta, ucciso all'idroscalo di Ostia la notte tra l'1 e il 2 novembre 1975.

Perché Pier Paolo Pasolini è stato innanzitutto questo: un grande poeta prima ancora che narratore, regista, autore di teatro,  saggista, polemista e perfino paroliere con Domenico Modugno (sue sono le parole di "Che cosa sono le nuvole", canzone musicata da Modugno per l'omonimo episodio pasoliniano del film "Capriccio all'italiana" del 1968).

Pasolini aveva già incrociato la vita di Francesco De Gregori nel febbraio del 1945, quando il fratello del poeta friulano fu ucciso insieme allo zio di De Gregori, il comandante Bolla che portava il suo nome. Partigiani uccisi da partigiani filo titini nelle malghe di Porzus, in Friuli, in una delle pagine più orrende della storia partigiana. Nel lavoro artistico di De Gregori, Pasolini lo si incontra dovunque: negli espliciti riferimenti di "A Pà" ("Voglio vivere come i gigli dei campi / Come gli uccelli del cielo campare" è una citazione da "Trasumanar e organizzar"); in immagini come quella de "La leva calcistica della classe '68", col ragazzino che gioca a pallone nei campi impolverati della periferia; nella sfida coraggiosa del "Canto delle sirene" che ricorda il pasoliniano "gettare il proprio corpo nella lotta".

Perfino nell'ultimo disco in "Vai in Africa, Celestino!" si può leggere quell'invocazione "Africa! Unica mia alternativa" del "Frammento alla morte". Ma soprattutto Pasolini nelle canzoni di De Gregori è presente nella forza di puntare lo sguardo dove è più difficile guardare, nella capacità di attraversare storie senza enfasi, nella lucidità nel raccontare il mondo. Proprio la lucidità è quello che di Pasolini forse oggi manca di più, come ha perfettamente spiegato De Gregori in un articolo pubblicato il 28 ottobre del 1995 su "L'Unità". Si intitolava "Mi manca la sua lucidità". Scriveva nell'articolo: "Mi manca soprattutto la sua opinione su ciò che è avvenuto dopo la sua morte, in questi vent'anni. Pasolini e l'Aids. Pasolini e le lettere di Moro. Pasolini e Berlusconi. Pasolini e Internet".

Forse è per questo che De Gregori rende così visibile e palmare il riferimento a Pasolini, per quella lucidità. Aprire i concerti con "A Pà" non è solo un omaggio al poeta, è una chiave di lettura di ciò che si ascolterà dopo. Un modo per segnare la propria strada e indicare la direzione.

 

 

 

Ciao ciao,
andarsene è un peccato però ciao ciao
bella donna che alla porta che mi saluti
e baci abbracci e sputi,
e io che sputo amore, io che non sputo mai.
Ciao ciao,
andarsene era scritto però ciao ciao
bella ragazza che non m'hai capito mai
già parte il treno,
sventola il fazzoletto amore mio, però, piangi di meno.
Cioa ciao,
ciao amore ciao, amore ciao.
Guarda che belli i fiori in quella città.
Ciao amore, ciao, amore come va?
Ciao amore, ciao, amore ciao.
Ciao ciao,
guarda che belli i fiori in quella città,
che mai mi ha visto e mai nemmeno mi vedrà.
Guarda che mare,
guarda che barche piccole che vanno, a navigare.

 

Guido Guglielminetti (basso)
Gilberto Martellieri (tastiere)
Ivano Fossati (emulator)

 

 

 

 

 

I cowboys vanno a cavallo per i Canyons della vita,
La loro gloria è una cintura d'oro e una fibbia arrugginita.
Il deserto è la loro stella, la loro stella non ha famiglia,
e il futuro per loro non ha mattino, il loro vino non ha bottiglia.
Il deserto è la loro stella, la loro stella fa che non tramonti.
E il futuro per loro è una cosa bella che quando arriva ci si fanno i conti.
I cowboys sono animali veloci, quando ritornano già vanno via,
le loro strade non hanno incroci, la loro vita è una ferrovia.
Che quando riparte il treno, tutti armati fino ai denti,
ti salutano coi fucili, a cavalcioni dei respingenti.
I cowboys vanno a cavallo, nell'Arizona dei nostri cuori,
non hanno figli e non hanno padri, non hanno armi e non hanno amori.
All'avventura vanno da soli, così si perdono raramente.
Sono cuori nella deriva, sono anime nella corrente.
E quando ritorna il treno che è sera e il futuro si fa presente,
prima dei cowboys chissà se c'era,

ma dopo i cowboys non c'è più niente.

 

Robbie Shakespeare (basso)
Sly Dunbar (batteria)
Ivano Fossati (chitarra elettrica)
Pat Thrall (chitarra elettrica)
Bernie Worrel (piano e synt)
Francesco De Gregori (chitarra acustica)

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La storia siamo noi, nessuno si senta offeso;
Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono: "Tutti sono uguali, tutti rubano nella stessa maniera".
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso in casa, 

quando viene la sera;
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze e le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi,
siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere.
E poi la gente (perché è la gente che fa la storia),
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare:
quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli.
Siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.

 

 

Francesco De Gregori (pianoforte e voce)

Una mattina, uscendo da casa, ho visto che il marciapiede era pieno di siringhe. Ho pensato: non mi riguarda finchè mio figlio non si punge lì, giocando. Così è nata “La storia”, pensando che se non siamo noia a fare la storia è lei che fa noi, che ci toglie la sedie da sotto il culo, brucia le nostre stanze, ci dà ogni giorno torto o ragione. Ecco tutto: c’è un disinteresse che la gente crede di potersi permettere, ma poi si scopre sempre che non è vero. (L’Unità – gennaio 1988

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Venezia sta sull'acqua, manda cattivo odore.
La radio e i giornalisti dicono sempre: Venezia muore!
Cadono tutte le stelle, si spengono una ad una,
e sembrano caramelle che si sciolgono sulla laguna.
Cadono tutte le stelle e tu lasciale cadere,
lascia che si nascondino se non le vuoi vedere.
Venezia sta sull'acqua e piano piano muore,
il cielo sopra le fabbriche, cambia colore.
Le nuvole sono fumo sopra Marghera,
dove non c'è nessuno, nessuno esce la sera.
Mentre al Lido davanti al cinema pastori ed operai,
fanno a gara su quelle gondole che non avevano preso mai,
e navigano fino all'Africa, senza motore,
fino a che finisce il Cinema e ricomincia il rumore.
Venezia sta sull'acqua e muore piano piano.
Un uomo sotto al cappotto nasconde un coltello ed un geranio.
Galleggiano i nostri cuori, come isole per la via.
Venezia luogo comune della malinconia.

 

Ivano Fossati (Roland synt guitar)
Danilo Madonia (synt)
Guido Guglielminetti (basso)
Elio Rivagli (batteria)

 

 

 

 

 

 

 

 

Volevo fare questo disco nella maniera più scarna possibile. Volevo che le parole uscissero fuori dalla base musicale come degli sputi, o delle sassate. LA STORIA è un provino registrato in dieci minuti quasi un anno prima e messo sul disco così, nudo e crudo, proprio perché non c'era bisogno di nient'alro. Poi ho chiesto a Ivano (Fossati) di aiutarmi perché ero convinto che fosse l'unico a poter capire la "francescanità" di questo progetto e a unirla con la musicalità necessaria a far sì che poi il disco non suonasse troppo poco o troppo male. Con Ivano ci siamo divertiti, credo; forse proprio perché siamo due persone e due musicisti molto diversi. Quando siamo andati a New York a registrare un paio di canzoni con dei musicisti americani ho voluto che venisse anche lui con la chitarra elettrica perché volevo assolutamente che tutto ruotasse intorno a lui, anche se basso e batteria erano due mostri sacri. (…)…Ogni tanto ti chiedono se c'è una canzone che non riscriveresti. Qui sicuramente non riscriverei la canzone sui poeti, oppure cercherei di farla un po' meglio. Non è una canzone riuscita; io volevo fare una canzone sullo scoramento che mi prende quando paragonano le canzoni alle poesie pensando di fargli un complimento. Invece è venuta fuori una canzone un po' stizzita contro i poeti in genere, ma non era questo quello che volevo." "DA ALICE A SCACCHI E TAROCCHI" – MOLLICA - 1989)

 

 

 


Mi fa male una gamba,
la schiena è una carcassa
ho una bestia alla gola,
che cammina e non passa.
Ho le stelle negli occhi,
e le sento scoppiare
Ferite sui ginocchi e voglia di pregare.
Piccoli dolori,
che vivono dentro ai cuori,
non vogliono dottori, piccoli dolori.
Scusate se ho fretta,
ma devo scappare,
ho dei cani nella testa, stanno per abbaiare.
L'inferno nello stomaco
e nelle orecchie il rumore.
E da qualche altra parte
qualche altro dolore.
Passano ad uno ad uno,
tutti i miei vizi in croce,
e ti vorrei parlare, ma ho perduto la voce.
Piccoli dolori, che passano nei nostri cuori.
Commessi viaggiatori, piccoli dolori.
Non riesco a dormire ma non posso svegliarmi,
ho la notte alla finestra e continuo a girarmi.
Ho un vuoto nel futuro, un morso nella memoria
cicala nel cervello, granchio fra le lenzuola.
Piccoli dolori, che scavano dentro ai cuori,
non serbano rancori, piccoli dolori.
Piccoli dolori, passano piano piano.
Fanno ciao con la mano, piccoli dolori.

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Guido Guglielminetti (basso)
Elio Rivagli (batteria)
Ivano Fossati (Roland synt guitar)
Vincenzo Mancuso (chitarra elettrica)
Danilo Madonia (synt)
Gilberto Martellieri (pianoforte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A proposito di fedeltà, credo che sia opportuno spendere due parole per uno dei tanti collaboratori di Francesco, che gli è tuttora particolarmente vicino: Filippo Bruni. La vera storia di Filippo non la conosco, naturalmente, ma potrebbe essere più o meno così: Filippo era uno dei giovani aiuti di un potente e affermato impresario. Un giorno si trovò a seguire come road manager (colui che deve risolvere tutti gli incredibili problemi che nascono quotidianamente nel corso di una tournée) un tour di De Gregori. Ne rimase affascinato e, a differenza dell'autista aspirante impresario ai tempi del tour per i Circoli Ottobre, riuscì evidentemente in qualche modo a fare buona impressione su Francesco. Non vi sembra una storia da film americano? Fatto sta che il giovane Filippo non lasciò più Francesco e divenne il suo impresario personale e collaboratore più affidabile. Quando lo conobbi mi riuscì immediatamente molto simpatico. Pensai che se ci fosse stato lui la sera triste del Palalido avrebbe afferrato da terra una mascella d'asino e avrebbe fatto strage di filistei creando il vuoto intorno a Francesco e salvandolo così da ogni male. (Giorgio Lo Cascio)

 

 

 

 

 

 

 

Vanno a due a due i poeti verso chissà che luna
amano molte cose, forse nessuna.
Alcuni sono ipocriti e gelosi come gatti,
scrivono versi apocrifi, faticosi e sciatti.
Sognano di vittorie e premi letterari
pugnalano alle spalle gli amici più cari.
Quando ne vedono uno ubriaco in un fosso,
per salvargli la vita, gli tirano addosso.
Però quando si impegnano lo fanno veramente,
convinti come sono di servire alla gente.
E firmano grandi appelli per la guerra e la fame,
vecchi mosconi ipocriti, vecchie puttane.
Vanno a due a due i poeti e poi ritornano quasi sempre,
come gli alberi di Natale quando arriva dicembre.
Si specchiano nelle vetrine dentro ai loro successi,
poveri poeti soliti, quasi sempre gli stessi.
Però l'avvenimento, il più sensazionale
e quando in televisione te li vedi arrivare,
profetici e poetici, sportivi ed eleganti
pubblicare loro stessi come fanno i cantanti.
Vanno a due a due i poeti, traversano le nostre stagioni
e passano poeti brutti e poeti buoni.
Ma quando fra tanti poeti ne trovi uno vero,
è come partire lontano, come viaggiare davvero.

 

 

Francesco De Gregori (chitarra acustica, armonica)

 

 

 

  

 

 

  

Venivano da lontano, avevano occhi e cani,
avevano stellette e guanti e paura.
Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro
erano il sale della terra, erano il fuoco della guerra.
Erano il segno della croce, erano cani senza voce,
erano denti, erano denti senza bocca, erano fuoco che scotta,
erano la vita che rintocca.
Erano tre, erano quattro, avevano sassi.
Avevano cuori, avevano parrucche e occhiali
e pistole e tamburi e silenziatori.
Avevano linguaggio e chitarre,
e da dietro le sbarre ridevano e pure parlavano.
Avevano alcuni mogli e figli,
che da dietro un vetro adesso, li salutavano.
Avevano certo dei mandanti, ed erano tanti,
senza né viso né nome e senza prove.
Alcuni sapevano tutto e tutto ricordavano e andavano,
ma non dicevano dove.
Altri giuravano e spergiuravano e tutto confessavano,
nome e cognome.
Tutti sapevano tutto di tutti perfino il numero,
ma non dicevano come.
Venivano da lontano, avevano occhi e cani.
Avevano stellette e guanti e paura.
Erano tre, erano quattro, erano più di ventiquattro,
erano dieci, o diecimila.
Erano bocca ed occhi, scacchi e tarocchi,
erano occhi e brace, erano giovani e forti,
erano giovani vite, dentro una fornace.

 

 

Guido Guglielminetti (basso)
Elio Rivagli (batteria)
Ivano Fossati (chitarra elettrica)
Vincenzo Mancuso (chitarra elettrica)
Danilo Madonia (synt)
Francesco De Gregori (armonica)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco come una volta l'ho copiato a colloquio con Francesco De Gregori

l'Unità, domenica 27 maggio 1984

 

ROMA - Guai a ricordargli, anche solo per scherzo, la faccenda del "Dylan italiano". Dice, incupendo la voce e lo sguardo, che fu una brutta trovata giornalistica, la solita pigrizia mentale di chi crede di poter sistemare ogni artista nel cassetto che fa più comodo al momento. Si può dargli torto? Eppure, in questi ultimi giorni Francesco De Gregori è stato tormentato (e corteggiato) da settimanali, rubriche RAI e riviste di musica affinché dicesse la sua sull'arrivo in Italia di Bob Dylan. A tutti, cortesemente, ha risposto di no (per pudore, per paura di essere messo in mezzo, per rispetto verso il "maestro"), ma per l'Unità ha voluto fare un'eccezione. Eccoci dunque a casa sua a stuzzicarlo sulla musica, sui temi, sui ricordi, in una parola, sui sentimenti che gli ispira quel mito vivente dalle debolezze così umane. Sul tavolo campeggia un libro americano sul cantante, più in là ci sono due armoniche a bocca (che lui suon4a rigorosamente alla Dylan) e una chitarra; la copertina di Highway 61 Revisited occhieggia dallo scaffale dei dischi. E per creare l'atmosfera giusta ci accoglie con le note (è un nastro consunto, sentito mille volte) di George Jackson, quella che dice "A volte penso che questo vecchio mondo non sia altro che una grande prigione, alcuni di noi sono prigionieri, gli altri sono le guardie". Anche lui "dylaniato dal dylanismo"? Sì, un po'; ma non è fanatismo il suo: è amore gentile, omaggio struggente alla colonna sonora della nostra vita. - Facciamo un salto indietro: qual è la prima canzone di Bob Dylan che hai ascoltato? E quando? "Confesso di aver saputo dell'esistenza di Dylan un bel po' di tempo dopo aver ascoltato quello che molti considerano il suo capolavoro, vale a dire Blowing In The Wind. Era successo che mio fratello Luigi aveva portato a casa il 45 giri di Peter Paul & Mary con quel brano. Lì per lì mi parve un delicato e malinconico inno alla pace che mi conquistò, però, più per la ineccepibile interpretazione (così levigata e polifonica), che non per il suo folgorante contenuto. Più tardi arrivò la versione interpretata da Dylan. Fu una rivelazione. Dylan non cantava, lui sputava le parole come sassi, non cercava d'esser piacevole, al contrario... Come tutti i grandi artisti non dava l'impressione di voler parlare a qualcuno, ma di parlare a nome di qualcuno. Magari a nome di un'intera generazione. Erano gli anni '64-'65". - Dicci la verità: c'è un verso di una canzone di Dylan che avresti voluto scrivere? "No, e ti spiego il perché. Qui non si tratta di invitare [invidiare?] la capacità di scrivere un singolo verso o di comporre, "architettare" un'intera canzone o addirittura un'intera opera. Ciò che è stupefacente in Dylan, il suo dono più grande, è il coraggio di interpretare la propria epoca e i suoi cambiamenti senza mai abdicare alla propria condizione di individuo, e di vivere fino in fondo (chissà quanto dolorosamente) questa contraddizione. Se proprio dovessi scegliere un verso -ma non vorrei averlo scritto io, per la disperazione senza scampo da cui pare nascere- citerei quello tratto da I and I: "Ho fatto scarpe per tutti, anche per te, e io vado ancora in giro scalzo..."". - Hai mai copiato Dylan? "Sì, c'è una canzone, che tra l'altro mi è venuta benissimo (Buonanotte Fiorellino), in cui ho coscientemente copiato la metrica e lo stile di un pezzo di Dylan, Winterlude. Te lo ricordi? E poi ho il sospetto che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono dylaniano. Del reso come potrebbe un romanziere di oggi prescindere dalla lezione di Manzoni, di Cervantes, di Céline?". - Ci sono stati molti Dylan: dal "menestrello" con la chitarra acustica che dava voce alla rivolta giovanile a quello "elettrico", da quello "mistico" a quello di Infidels che sembra marcare un ritorno all'impegno politico. Qual è il Dylan che ti piace di più? "È incredibile che ci si possa ancora stupire dei cambiamenti operati da Dylan i questi vent'anni. Tutti testimoniano la vivacità dell'uomo-Dylan, il suo essersi testardamente rifiutato di somigliare, giorno dopo giorno, al Dylan delle riviste specializzate per continuare semplicemente a somigliare a se stesso. Quello che a certi "dylanologi" sembrano rivoluzioni copernicane, in realtà sono solo impudiche testimonianze di un uomo che cambia in un mondo che cambia". - Dylan viene in Italia per la prima volta. Ma pare diventato di moda parlare male di lui. Si dice che è un cinico, si riportano interviste malevole dei suoi "amici", c'è chi che è solo un grande "orecchiante" e che canta per fare pubblicità alle "lobbies" ebraiche... Che ne pensi? "Penso che il voler ad ogni costo inquadrare Dylan in un movimento politico sia una forzatura sciocca. E per favore, lasciamo ai politologi la pratica della dietrologia. Come dicevo prima, Dylan ha sempre ricercato la sintonia e perseguito la coerenza con se stesso. Le sue prese di posizione politiche (sulle quali, peraltro, mi sembra che non abbia mai rilasciato interviste) credo influiscano relativamente poco sulle canzoni che scrive. Canzoni che non hanno (e non danno) certezze, che vivono di una meravigliosa ambiguità. Canzoni necessariamente impenetrabili, canzoni-specchio che riflettono realtà scomode e contraddittorie, canzoni assolutamente non addomesticabili, senza prezzo e senza regime". - A proposito di prezzo, Dylan prende circa 300 milioni a concerto. Se li merita? "Ritengo che Dylan guadagni esattamente quello che vale sul mercato. Personalmente sono molto più preoccupato per il prezzo della benzina che sale. E poi è stupefacente vedere riemergere puntualmente, in occasioni del genere, l'atteggiamento blandamente ipocrita di chi, senza conoscere le cose e le cifre, si erge a pubblico moralizzatore dei costumi altrui. Sono certo che Dylan non sarebbe disposto di cambiare una virgola di se stesso per un centesimo in più: e questo mi basta. Egli stesso, intervistato sull'argomento, taglia corto: "É l'essere fuori dal compromesso che qualifica un artista. Non importa il denaro che si ha. Guardate Matisse: era un banchiere..."". - Joan Baez ha fatto un bel concerto a Roma. C'era tanta gente e un clima caldo, commosso, forse nostalgico. Ci sarà di sicuro tanta gente a Verona. Pensi che diventerà un raduno di "reduci" in peregrinazione sulle macerie del proprio passato? Oppure una grande festa? "Bah, a dire la verità mi sembra che metà del pubblico di Joan Baez fosse costituito da giovani e giovanissimi che conoscono a menadito Michael Jackson e Boy George e che, non per questo, rinunciano a ritrovare (o a scoprire) nel repertorio di una "vecchia signora" i temi universali e concreti di della lotta per la pace e le libertà. Credo, però, che il pubblico che andrà a sentire Dylan sarà più confuso e indecifrabile, più caotico e variegato: un pubblico più problematico e quotidiano, forse più "casinaro", sicuramente più rappresentativo. Un pubblico - almeno lo spero - che non canterà insieme a Dylan il 90 % dei brani, ma che starà a sentire insieme a lui, ormai ultraquarantenne, al di là delle carte di identità ideologiche, pur sempre dolorosamente giovane". - Per concludere: come definiresti Bob Dylan? "Un uomo, un artista che ha galleggiato sul suo tempo come un'esca". Michele Anselmi

 

 

 

 

 

 

 

 


Sotto le stelle del Messico a trapanàr, nelle miniere di petrolio dimenticàr e nelle sere quando scende la sera andàr,
Sotto le stelle del Messico a trabajàr.
Sotto la luna dei tropici a innamoràr, dentro le ascelle dei poveri a respiràr, sSul pavimento dei treni a vomitàr,
e quando arriva lo sciopero a scioperàr.

E quando arriva la musica a emozionàr, e quando arriva le femmine a immaginàr, e intanto arrivano i treni e si va si va,
sotto le stelle del Messico a passeggiàr.

 

 

E quando arrabbiano i diavoli a spaventàr, e quando tornano gli angeli a ringraziàr, e quando suona l'armonica a festeggiàr,
e quando torna Domenica a lavoràr.
Sotto le stelle del Messico a ritornàr, e quando arriva le nuvole a rincasàr, e quando piove nel fango a trasumanàr,
Sotto le stelle del Messico a naufragàr.

 

Robbie Shakespeare (basso) Sly Dunbar (batteria) Ivano Fossati (chitarra elettrica)
Pat Thrall (chitarra elettrica) Fred Zarr (piano e sybt) Francesco De Gregori (chitarra custica)

 

 

 

 

 

   


Vennero a galla finalmente,

alcuni coriandoli di allegria,
e certe note dell'orchestra

che i pesci non vollero portare via.
Erano belle quelle note

che pure il mare le perdonò,
e si arenarono una mattina

sulla spiaggia di New York.
Scusate ma del Titanic,

ancora vi devo parlare.
E delle cose rimaste a galla

sull'azzurrissimo mare.
Delle risate e delle preghiere,

dell'incredibile esplosione.
delle notizie arrivate a terra,

poche notizie e nemmeno buone.
Erano belle erano tonde,

e rotolavano sulle onde.
Come le note che ho detto prima,

insieme al nome di una bambina.
Senza nessuna mediazione,

praticamente senza padrone.
Si costruivano in sintonia,

e intanto il mare le portava via.
Si disse infatti che la nave,

viaggiava ancora in buona salute,
e che le vite, le vite umane,

no, non erano perdute.
Erano belle erano tante,

e poi nessuno le reclamava,
insieme al nome della bambina

e di suo padre che la chiamava.


Flavio Boltro (flicorno)
Felice Reggio (tromba)
Gabriele Comeglio e Alfredo Ponissi (sassofoni)
Elio Rivagli (batteria)
Guido Guglielminetti (basso)
Ivano Fossati (Roland synt guitar)
Gilberto Martellieri (pianoforte)
Vincenzo Mancuso (chitarra elettrica)
Danilo Madonia (cabasa elettrica)