It/Rca - ZSLT 70017  - apr 1973

   

Alice Non Lo Sa ‎(8-Trk, Album, Ltd) - it - Z8ST 70017  Italy  1973     

Alice Non Lo Sa ‎(Cass, Album) - RCA Italiana - TPK1 1010 - Italy - 1974     

Alice Non Lo Sa ‎(LP, Album, RE)  RCA Italiana - TPL1-1010 - Italy - 1974     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album) - BMG Ricordi S.p.A., RCA - PD 74044 - Germany - 1989              

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album, RE) - RCA Italiana - PD 74044 - Italy - 1989     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album) - BMG Ricordi S.p.A., RCA - 74321450722 - Europe  1996     

Alice Non Lo Sa ‎(Cass, RE) - RCA  - 74321 450724 - Italy - 1996     

 

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album) - Panorama (23) - CD0940603 - Italy - 2000     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, RE, RM, Dig) - Ricordi - 74321 765062 - Italy - 2000     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album, RE, RM, Cas) - Corr.Della Sera - 9771825788145 90003 - Italy - 2009     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album, RE, Dig) - Sony Music, RCA -  88843067522 - Italy - 2014     

Alice Non Lo Sa ‎(LP, Album, RP, 180) - Sony Music, RCA  -  88875121251 - Europe  2015     

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album) - Sorrisi E Canzoni Tv -  3 -  Italy - Unknown           

Alice Non Lo Sa ‎(CD, Album, RE) Sorrisi E Canzoni TV - IGA 200115-TVSC - Italy - Unknown              

  

 

 

 

 

 

Produzione e realizzazione artistica a cura di Edoardo De Angelis.

Arrangiamenti a cura di Edoardo Da Angelis e Francesco De Gregori. 

Archi diretti dal maestro Luigi Zito.  Registrazioni effettuate presso lo studio 38 in Roma da Aurelio Rossitto e Ivano Casoni. Mixages effettuati presso il re-recording 1 della BMG Ariola in Roma da Sergio Patucchi con Edoardo Da Angelis e Francesco De Gregori
Fotografia di Giorgio Lo Cascio. Realizzazione grafica e disegno di Alvise Sacchi
Hanno inoltre collaborato: Alvise Sacchi CAMPANELLI, BIRIMBAO Marcello Feliciani OBOE Massimo Rocci BATTERIA, BONGOS Luciano Ciccaglione CHITARRE Jimmi Tamborelli CHITARRA CLASS. Sandro Ponzoni BASSO Franco Di Lelio ARMONICA Aldo Pizzolo PIANO Maurizio Biglio CHITARRA 12 corde, banjo Baba Yaga CORO Ed. IT/BMG Ariola . CD Artwork: Mario Scardala

 

 

 

 

 

Il Dott. Micocci mi disse che aveva intenzione di regalare a tutti i giornalisti una bambolina tipo Barbie vestita solo di un nastro intorno ai fianchi, per rappresentare la signora Aquilone esattamente come nel bel disegno di Alvise Sacchi nella busta intema, e realizzarla in modo da poter essere inserita sul pemo centrale del giradischi onde danzare soavemente durante l'ascolto delle canzoni di Francesco.

 

«Ma chi è 'sto Cesare? Ma chi lo conosce! Ma nun poi parlà come magni?». E Francesco, paziente, spiegava al tecnico del suono che non era necessario sapere per forza che si trattava di Cesare Pavese, che avrebbe potuto essere un Cesare qualsiasi, sotto la pioggia, ad attendere inutilmente il suo amore ballerina.”. Questo raccontava Lo Cascio del disco dove arrivano finalmente i violini.Quando esce “Alice non lo sa“, per Francesco è ancora fresca l’eliminazione dal “Disco per l’estate” del 1972, dove era arrivato ultimo con la sua Alice! Ma non gliene frega più di tanto: sente già che vento sta per tirare e quella sua partecipazione fu quasi una provocazione al mercato musicale italiano.Alla gara canora (perché di gara si tratta) partecipano, fra gli altri, i Nomadi con “Io vagabondo” (e non vincono nemmeno loro!), Giovanna con una canzone di Bennato “Perchè perché”, i Delirium di Fossati con "Haum”, Umberto  Balsamo con “Se fossi diverso”, Stormy Six con “Sotto il bambu”, Nada con “Una chitarra e un’armonica”.Vincerà Gianni Nazzaro con "Quanto e' bella lei", staccando la seconda classificata Orietta Berti con “Stasera ti dico di no” e i terzi classificati, i compagni di scuderia della It “I Vianella” con “Semo gente de borgata”. Le giurie bocciano anche grossi calibri come Gianni Morandi (Principessa), Patty Pravo (Io), Sergio Endrigo (Angiolina), Equipe 84 (Pullman), Romina Power (Nostalgia), Tony Renis (Un uomo tra la folla) e addirittura un certo Dalla Lucio, con un capolavoro che si chiamava “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”.

(Il Nostromo)

 

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Ah! Se Colombo potesse vedere quel che succede sulle rotte che aveva tracciato! Viene posto nell’oceano Atlantico il più grande cavo sottomarino del mondo in grado di permettere 1800 conversazioni simultanee; USA e Vietnam del nord e del sud firmano a Parigi l'accordo di pace dopo tredici anni dall'inizio della guerra, nonostante i sudvietnamiti continuino la loro lotta fino alla fine di aprile; ci governa Andreotti con una coalizione politica DC, PSDI, PLI e poi Rumor con DC, PSI, PSDI, PRI; una bomba esplode in mezzo alla folla davanti al portone della questura di Milano durante la cerimonia in memoria di Luigi Calabresi; Breznev si reca in visita negli Stati Uniti; il governo decreta il blocco dei prezzi per ventuno generi di prima necessità per combattere l'inflazione; rivolta e incendi a Regina Coeli a Roma e barricate sul tetto a San Vittore a Milano; a Napoli scoppia un'epidemia di colera che si estende fino in Puglia e Sardegna provocando il tracollo della pesca e dei mercati ortofrutticoli; in Cile l'esercito, guidato dal generale Pinochet, assalta il palazzo del presidente democraticamente eletto Allende, che viene ucciso. Molti anni dopo si scoprirà l'appoggio americano della CIA al golpe; i paesi arabi dell'Opec decidono di ridurre del 5% la produzione del greggio ai Paesi che appoggiano Israele fino a quando non abbandonerà i territori occupati; viene inaugurato ad Istanbul il ponte sul Bosforo che riunisce Europa ed Asia; il governo decreta provvedimenti di austerità, divieto di circolazione delle auto nei giorni festivi, chiusura alle 23 per TV e Cinema, bar e ristoranti; si registra ufficialmente in Italia il primo giovane morto a causa di un’iniezione di eroina; a Roma si svolge la più grossa manifestazione sindacale del dopoguerra: più di 200.000 metalmeccanici; muoiono Pablo Picasso, Pablo Neruda e Anna Magnani.E’ la grande stagione delle zattere, il periodo in cui siamo tutti più alti di almeno 3 o 5 cm per quei tacchi cubici. I maggiori rappresentanti sono I Cugini di Campagna. Indossiamo pantaloni a zampa d’elefante, lunghi cappottoni color amaranto o verde scuro che ci arrivano ai polpacci, camicie con colletti a punta e pullover colori militari con i gradi attaccatti addosso; camicioni etnici, camicie a fiori, foulard e bandane dalle stampe vivaci; orecchini a forma di cerchi enormi, anellazzi e ciondoli multicolori e appariscenti, cravatte grandi come lenzuoli. Portiamo i capelli lunghi sulle spalle ma curati, e con un accenno di frangettina sulla fronte alla Emerson Lake & Palmer.Ci intossichiamo con Zio Tom e Pepito, Cristallina Ferrero, le caramelle Dufour, la magnesia San Pellegrino, la Coppa del Nonno, il gelato a forma di piedone, il Duplo Ferrero, la Nutella, il formaggino Mio. E tutte queste briciole cascano sui sandaletti blu dei bambini, quelli con due buchi grandi e due piccoli.
Alla radio ascoltiamo Hit Parade di Lelio Luttazzi e Dischi caldi di Gian Carlo Guardabassi.
Spot da ricordare sono "Come mai non siamo in otto? Perchè manca Lancillotto. Arriva Lancillotto, arriva Lancillotto, succede un quarantotto e tutto a posto va"; Dixan e il suo Mister X; El Merenderoooo!!!, L'è lì l'è là, l'è là che aspettava Miguel"; il rabarbaro Zucca con la gheisha che si mette in posizione per formare una Zeta; "Pun...pun... appuntamento yeeeess, appuntamento con Punt e Mes!", 'La carne Montana che stringo, alé, vengon tutti a mangiare con Gringo' e …"Cimabue, cimabue, fai una cosa e ne sbagli due. Eh, che cagnara, sbagliando si impara !"Leggiamo Topolino, Gruppo TNT, l’Intrepido e il Monello con le storie di Billy Bis e Lone Wolf, Il mare colore del vino, Le ore, Playman e Playboy, Soldino, Lupo Alberto, Il Gabbiano, Nonna Abelarda, Tiramolla, Geppo, Zoe e Arturo, Cucciolo, Il grande Blek, Capitan Miki, Caro Michele, L’Osservatore Romano.In televisione c’è A come Andromeda e A come Agricoltura, L'uomo e il mare di Bruno Vailati e Jaques Costeau con la sua Calypso, Io Agata e tu, Senza Rete, Doppia Coppia, il Pinocchio di Comencini, Eneide, E.S.P., Rischiatutto, Paolo Villaggio con il suo cammello di pelusche, la Canzonissima con Loretta Goggi, Le sorelle Materassi, Ironside, Zorro. Programmi lenti, presentatori educati e in smoking, pubblico che sta compostamente seduto al proprio posto, quasi nessuna parolaccia. E questo avviene anche allo stadio.Infatti la domenica sera Alfredo Pigna ci racconta che al mitico Comunale di Torino la Juve vince lo scudetto con Carmignani, Spinosi, Marchetti, Furino, Morini, Salvadore, Causio, Capello, Anastasi, Cuccureddu, Bettega (All. Wickpalek) e che a Salonicco il Milan vince la Coppa delle Coppe con Vecchi, Sabadini, Zignoli, Biasiolo, Rosato, Schnelinger, Sogliano, Benetti, Bigon, Rivera, Chiarugi. Felice Gimondi nel ciclismo e Novella Calligaris nel nuoto sono campioni del mondo.
Di moda vanno l’alano e il volpino, i jeans Fiorucci, la chitarra elettrica, scrivere “vogliamo la pace e non la guerra” negli ultimi riflessi dell’era dei figli dei fiori, i viaggi con zaino in spalla e tanta voglia d'avventura per le capitali europee. Ma pensiamo anche a tirare calci al pallone (con i Supersantos, Supertele e San Siro) negli oratori delle parocchie dopo il piccolo ricatto del parroco: “o servite messa e cantate ‘Resta con noi Signore la sera’ o non vi faccio giocare”. Ritornando a casa giochiamo ancora: il Piccolo Silvan e il piccolo chimico, il miniflipper, le automobiline della Bburago e della Polistil, le radioline walkie talkie, i chiodini colorati, l'album di Nick Carter, i trenini della Rivarossi che coinvolgono anche i papà accovacciati a quattro piedi, mentre fumano le Nazionali semplici, le Colombo, le President, le Calipso, le Tre Stelle, le Super senza filtro. Le loro ginocchia reggono bene perchè si posano su qualcosa di morbido: la moquette! Distese interminabili di moquette, preferibilmente acrilica e con colori sgargianti, dove gli acari vivono indisturbati e non sono ancora l'incubo delle casalinghe.Il Premio Strega va a Manlio Cancogni con “Allegri, gioventù” e il Campiello va a Carlo Sgorlon con Il trono di legno.E i cinema? Chi dimentica i cinema dei nostri ricordi? Si entra dentro la sala fin dal primo pomeriggio, le sedie di legno vuote, il silenzio, la maschera che spruzza la lavanda e chiude le tende, la luce rossa “toilette”, il pacco di popcorn già finito durante i trailers. 

A volte vedevamo le pellicole già cominciate e, per capire la trama, si restava lì ad aspettare la proiezione successiva per guardare il resto (e anche di più). E allora nei cinema si poteva anche fumare! All’uscita, la cassiera, alla quale è affidato anche l’ingrato compito di valutare, dalla corporatura, i ragazzini per stabilire se abbiano o no diciott’anni, ci ricorda un po’ la tabaccaia grassona dipinta in quel geniale affresco autobiografico che è l’Amarcord di Federico Fellini. Ma vediamo pure La stangata, Sussuri e grida, Paper Moon, L’esorcista, Il Padrino parte II, Effetto notte, Jesus Christ Superstar, Anastasia mio fratello, Polvere di stelle, Il delitto Matteotti, Film d'amore ed anarchia.Viaggiamo con la Lancia Fulvia Coupè Montecarlo, il motociclo Ciao, le moto Gilera, la Fiat 127 special, l’Alfa Sud, l’Autobianchi A112, la Mini Minor modello Traveller con i bordi di legno, la Fiat 128 (preferibilmente verde); la Fiat 850 Sport, l’Audi, la Citroën CX, la Simca 1307 e la Porsche 911 (chi può).Peppino di Capri vince a Sanremo con “Un grande amore e niente più”, allo Zecchino d’oro vince "La sveglia birichina" e al Festivalbar vince Mia Martini con “Minuetto”.Nella musica il Glam contagia anche Lou Reed, che pubblica "Transformer"; Allman Brothers Band, Grateful Dead e Band suonano dal vivo a Watkins Glen davanti a una platea di seicentomila spettatori; Tom Waits pubblica "Closing Time" e Mike Oldfield "Tubular Bells". Il film "American Graffiti" di George Lucas lancia il revival musicale anni 50 e 60. Pete Townshend degli Who crea la sua seconda opera rock: "Quadrophenia", dalla quale viene poi realizzato un film sulla società dei giovani mods inglesi degli anni 60. L'elettronica comincia a poco a poco a prendere il sopravvento, le chitarre diventano più distorte, più tirate, l'hard rock, sempre più esasperato, lascia il posto alla prossima tendenza dell'Heavy Metal. Arriva una nuova generazione di cantautori americani: James Taylor, Carole King, Carly Simon e il giovane Bruce Springsteen, uno dei musicisti in grado di trasformare il sentimento di un'intera generazione in un "suono" introducendo il modello del cantautore degli anni Ottanta. In Italia spopolano i Pooh con un album che entra a far parte della storia: Parsifal. Lucio Battsti è all’apice della sua carriera.Ascoltiamo Crocodile rock, Questo piccolo grande amore, Il mio canto libero, La collina dei ciliegi, Minuetto, Io e te per altri giorni, He, My love, Infiniti noi, Harmony, Daniel, You're so vain, Tu nella mia vita, Un sorriso e poi perdonami, Una serata insieme a te, Io perchè io per chi, Happy 'Xmas, Come sei bella, Get down, Ciao mare, Un'estate fa, La spagnola.
Gli album più venduti in Italia sono Il mio canto libero, Il nostro caro angelo, The dark side of the moon, Don't shoot me I'm only the piano player, Dettagli, Pazza idea, Parsifal, Sempre, Questo piccolo grande amore, Dalla Bussola n. 2, Alessandra, 16ma Raccolta Fausto Papetti, 15ma Raccolta Fausto Papetti, Gira che ti rigira amore bello, Caravanserai, Who do we think we are, Storia di un impiegato, Felona e Sorona, Goats head soup Rolling Stones, Del mio meglio n. 2 Mina.
Ma la puntina la poggiamo anche su dischi come Octopus, Tapestry, Logging & Messina, Felona e Sorona, Crazy Eyes, Your mother wan’t like me, For you pleasure, Secrets, Close to the edge, Non farti cadere le braccia, Il giorno aveva cinque teste, Opera buffa, Le cose della vita.La palma di Tormentone dell’estate va a Pazza idea, di Patty Pravo. Si è detto del disco: “Non sapevo se lo avrei fatto o no questo disco, perchè dopo "Theorius Campus" ero stato abbastanza emarginato all'interno della IT. Comunque stavo bene, mi ricordo che dopo "Theorius Campus" andai in Grecia, l'estate feci le vacanze e un po' di canzoni le scrissi a Patmos. Ci sono poi gli arrangiamenti che facemmo insieme io e De Angelis, con molte ingenuità musicali: le ritmiche sono suonate in maniera accademica, non c'è nessuna invenzione né il minimo di fantasia nella realizzazione di queste cose: gli strumenti si limitano ad accompagnarmi, sono un sottofondo; invece nelle cose nuove sento che c'è un fatto musicale più vivo. Questo nuovo modo di usare la musica dipende dall'aver conosciuto molta gente, perchè ho suonato in giro e perchè quando hai la disponibilità della sala di incisione e ti pagano i musicisti, cambi tu stesso modo di scrivere la musica, ti viene spontaneo cambiare, quindi di divertirti un po'.”

http://www.rimmelclub.it/storia/storia.htm

 

 

 

 

 

Quando esce "Alice non lo sa", per Francesco è ancora fresca l'eliminazione dal "Disco per l'estate" del 1972, dove era arrivato ultimo con la sua Alice! Ma non gliene frega più di tanto: sente già che vento sta per tirare e quella sua partecipazione fu quasi una provocazione al mercato musicale italiano. Alla gara canora (perché di gara si tratta) partecipano, fra gli altri, i Nomadi con "Io vagabondo" (e non vincono nemmeno loro!), Giovanna con una canzone di Bennato "Perchè perché", i Delirium di Fossati con "Haum", Umberto Balsamo con "Se fossi diverso", Stormy Six con "Sotto il bambù", Nada con "Una chitarra e un'armonica", I Nuovi angeli con "Singapore", Gli alunni del sole con "Un ricordo", Patty Pravo con "Io".

 

Vincerà Gianni Nazzaro con "Quanto e' bella lei", staccando la seconda classificata Orietta Berti con "Stasera ti dico di no" e i terzi  classificati, i compagni di scuderia della It "I Vianella" con "Semo gente de borgata". Le giurie bocciano anche grossi calibri come Gianni Morandi (Principessa), Patty Pravo (Io), Sergio Endrigo (Angiolina), Equipe 84 (Pullman), Romina Power (Nostalgia), Tony Renis (Un uomo tra la folla) e addirittura un certo Dalla Lucio, con un capolavoro che si chiamava "Sulla rotta di Cristoforo Colombo". Gianni Nazzaro partecipava alla manifestazione per la seconda volta, e non era di ottimo umore. Si sentiva trascurato dalla casa discografica, a vantaggio del conterraneo Massimo Ranieri. "Siamo due scugnizzi nati e cresciuti a Napoli, tutti e due abbiamo fatto la fame, tutti e due siamo giunti al successo dopo aver molto tribolato, tutti e due interpretiamo suppergiù lo stesso genere di canzoni. Forse proprio per queste ragioni nella stessa casa discografica uno di noi è di troppo. E quell'uno sono io. In ogni occasione, chi va avanti è lui. Ed io sono il numero 13 in panchina, come si dice nel linguaggio calcistico". Ranieri replicò: "A Napoli si dice: 'C'è sole per tutti'". Nel giugno 1972, con Ranieri lontano dalla ribalta perché impegnato nel servizio militare, il "numero 13" riuscì ad affermarsi al Disco per l'Estate e in hit-parade. Ma quindici anni dopo, l'antico rivale si rifece con gli interessi: nel 1987 infatti Nazzaro si presentò alla commissione selezionatrice del Festival di Sanremo, e ne venne scartato. La canzone da lui presentata era 'Perdere l'amore': l'anno dopo sarebbe stata la vincitrice del Festival, cantata da Ranieri.

 

 

 

 

 

 

 

Era un periodo in cui ero affascinato da tutto ciò che riguardava le associazioni e la scrittura automatiche, ero figlio di una cultura dadaista e freudiana. Non so bene cosa sia successo, probabilmente pensando ad Alice è stato automatico evocare lo Stregatto; il gatto poi è notoriamente animale sacro agli egizi che adoravano il sole

 

 

I RAGAZZI DELLA RCA DI MICOCCI

 

 

Quando ho scritto la prima strofa di "Alice" non sapevo da che parte avrebbe tirato l'ultima. Però volevo fare una canzone su una persona incoscienìe. Anche la scelta del nome non è una scelta a caso solo perchè Alice suona bene, è un riferimento letterario anche quello. 

E poi c'è l'episodio del "Cancro nel cappello" censurato dalla Rai; mi hanno chiesto esplicitamente di cambiare quella parola. Loro mi dissero: "se non la cambi, questa canzone noi non te la trasmetteremo mai", quindi lo chiesero. Mi dissero che siccome la canzone doveva andare in onda verso mezzogiorno, la gente che mangìava non aveva voglia di sentir parlare di cancri. La parola cancro infatti è una parola proibita, da noi non si usa. Fa paura, fa sgomento, ti fanno cantare culo ma cancro no; è peggio della sifilide. In una famiglia per bene non si dice. E la Rai, come tutti sanno, è una famiglia per bene.

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"...alla fine "Alice" cominciai a non sopportarla più perché durante le serate tutti me la chiedevano dall'inizio alla fine, come se fosse l'unica canzone che avessi mai scritto... io invece pensavo che anche tutte le altre fossero delle buone canzoni... e così a poco a poco cominciai ad odiare il fatto che la gente voleva sentire "Alice" solo perché l'aveva sentita un paio di volte alla radio e questo era l'unico motivo per cui gli piaceva. Ecco, mi dava fastidio questa grande forza che aveva la radio (o la televisione) nel determinare i gusti della gente. Poi in realtà io credo che "Alice" sia una bella canzone ma mi seccava passare per "quello che cantava Alice". Oltretutto non era nemmeno una di quelle canzoni che si dicono scritte di getto; avevo fatto la musica sei mesi prima di riuscire a metterci le parole e questa cosa non mi piaceva. Ancora adesso credo che le canzoni non andrebbero scritte in quel modo, salvo eccezioni. ...Anche adesso non è una canzone che faccio volentieri nei concerti. Troverei assurdo rifarla come è nel disco, ma non credo che possa sopportare altri arrangiamenti e allora forse è giusto che se ne stia lì, dove chi vuole se la può andare a sentire ...Credo che nacque in quel periodo questa storia dell'"ermetismo". Io non l'ho mai capita questa storia, mi sembra una forzatura critica un po' grossolana: se proprio dovessi dire che "Alice" somiglia a qualcosa direi che somiglia a una poesia Dada o a un quadro cubista."

.....Siamo andati al bar e il tecnico del suono, che quindi aveva lavorato su tutto il disco, per il bene del whiskey diceva: <<Ma perché devi parlare così? Ma perché non mi devi far capire quello che stai dicendo?>>, diceva: <<Ma chi è 'sto Cesare? Ma chi lo conosce? Ma se io non ho studiato non so che è Cesare Pavese>>, perché qualcuno gliel'aveva detto. <<Ma come faccio a capirlo?>>. E Francesco diceva: <<Ma non è importante che sia Cesare Pavese. Cesare Pavese lo è perché io l'ho presa da lì la storia >>.

 

"Se non sei un po' strano non fai Alice non lo sa. Nel '73 non c'entrava niente con quello che c'era: Paoli, De André, Endrigo, che erano i miei riferimenti, quelli che mi avevano fatto capire che le canzoni possono essere un veicolo non solo di banalità".

"Sì, l'immagine di Alice che guarda i gatti appartiene a Carroll e alle illustrazioni di John Tenniel: quella bambina con gli occhi sgranati era stato il primo impatto visivo quando da piccolo lessi il libro. La verità è che venivo da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell'arte non seguiva un filo logico. Mi ero innamorato degli scrittori dadaisti, Tristan Tzara, la scrittura automatica, avevo letto Joyce, lo stream of consciousness, Freud e l'interpretazione dei sogni".

"Sì, l'immagine di Alice che guarda i gatti appartiene a Carroll e alle illustrazioni di John Tenniel: quella bambina con gli occhi sgranati era stato il primo impatto visivo quando da piccolo lessi il libro. La verità è che venivo da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell'arte non seguiva un filo logico. Mi ero innamorato degli scrittori dadaisti, Tristan Tzara, la scrittura automatica, avevo letto Joyce, lo stream of consciousness, Freud e l'interpretazione dei sogni".

"Non avevo nessuno che mi premesse, nessuno si aspettava che vendessi dischi. Ero libero di fare tutti i danni che volevo. E la canzone me la sono scritta esattamente come pensavo si dovesse scrivere una canzone. Avevo già una musica su cui io cantavo un testo finto inglese, una specie di grammelot, ci misi sopra quello che avevo scritto... Quando la portai a Vincenzo Micocci, allora direttore artistico della Rca, e al mio produttore Edoardo de Angelis, piacque anche a loro".

"Il "Cesare perduto nella pioggia" è Cesare Pavese. Avevo letto tutto di lui, e nella biografia c'è questo episodio di quando una sera aspettò per una notte Costance Dowling, donna bellissima, ballerina che lo illuse e poi lo lasciò. Alice per me è una specie di sfinge che guarda il mondo senza nessi consequenziali. Non è nemmeno chiaro se è lei la narratrice o io che scrivo. Mentre il personaggio dello sposo ha qualcosa di sicuramente autobiografico. No, non perché volessi sposarmi, ma fuggire. Una fuga che era probabilmente dalla vita cui ero predestinato da studente universitario, fare l'insegnante come mia madre o il bibliotecario come mio padre. Ma forse fuggire anche dal mondo della musica per cui ero uno strano".

da Francesco De Gregori: “Ho scritto canzoni strane. Adesso ve le spiego” di ANNA BANDETTINI

 

 

 

Io ero molto contento di andarci, cioè l'avevo chiesto io di andare al "Disco per l'estate"; perché volevo andare per radio e il "Disco per l'estate" sai come funziona, garantisce un certo numero di passaggi radiofonici e rimasi molto male quando mi buttarono fuori subito perchè speravo di andare alla finale a Saint Vincent; poi a conti fatti sono felice di non esserci andato perchè mi è molto convenuto. Comunque "Alice" fece più o meno quello che aveva fatto "Roma Capoccia" con Venditti, cioè mi fece conoscere ad un pubblico abbastanza vasto; cominciai a fare le serate, e durante le serate mi accorsi che la gente non voleva solamente "Alice", ma voleva sentire anche le altre canzoni del LP. Andai a vedere le vendite e vidi che il LP aveva venduto 6.000 copie e il 45 giri 2.600, allora cominciai a capire che la cosa girava bene, che l'interesse per me non era legato al "Disco per l'estate", ma andava oltre.

 

 

Non è facile spiegare come si scrive una canzone; in realtà non lo so nemmeno io. È un prodotto artistico, e come tutti i prodotti artistici nasce dall'ispirazione. L'ispirazione è misteriosa, chissà da dove viene e perché viene... A volte viene perché qualcuno ti dice una frase, ti racconta qualcosa, a volte perché hai letto un libro, hai visto un film. Direi che nel mio caso alla base c'è questa mia passione dilettantesca per la storia contemporanea. Io ho interrotto i miei studi universitari, ma sono stato affascinato dalle letture che ho svolto in quel periodo, e poi gli sono andato appresso, continuando poi nella mia vita successiva a leggere libri di storia o libri legati alla storia. Per cui di base sicuramente c'è una mia predisposizione a interessarmi di storia piuttosto che di geografia, ecco, altrimenti avrei scritto canzoni geografiche. Però l'ispirazione in sé... che ti posso dire, 1940, che è una delle mie più antiche canzoni, che parla dell'entrata in guerra dell'Italia, mi è venuta in mente perché mia madre mi raccontò, forse nemmeno stimolata da me, il suo giorno, il suo 10 giugno del 1940. Mi raccontò dove era, lei stava aspettando l'autobus e non capiva niente, come molti italiani dell'età di mia madre allora non capivano niente di politica, di guerra, non sapevano a cosa sarebbero andati incontro, pensavano che tutto sarebbe stato facile. Quindi, questo racconto fatto dalla madre probabilmente può suscitare, toccare le corde molli, l'animo di un artista e tradursi in canzone. CONOSCERE IL PASSATO ATTRAVERSO LE CANZONI – DAL SITO UFFICIALE SONY)

 

 

1940

Era il primo disco di De Gregori, ed io ero uno studente di liceo. Accanto al pezzo più accattivante, Alice non lo sa, mi colpì molto questa canzone.

Da bambino, nella grande cucina di mia nonna in Corso S. Giorgio, sopra i portici di Fumo, dove anche io vivevo in un altro appartamento coi miei genitori, avevo distrattamente colto, nel tempo, qualche accenno al periodo della guerra, attraverso i racconti di mio nonno, nostalgico uomo di destra, di suo fratello, ex fascista militante e maresciallo in guerra, di mia nonna, sfollata prima a Napoli e poi a Teramo. Racconti sempre un pò omertosi, appena accennati, ma che bastavano ad accendere la mia fantasia e curiosità, ammantati di un velo di mistero e di una patina di ostentato eroismo...

Gli anni della scuola, poi, hanno reso ragione, nel bene e nel male, a quelle vicende, dentro di me, acquistando la giusta collocazione storica e sociale nel passaggio da racconti familiari a realtà documentata.

Questa canzone, 1940, mi fulminò: mi restituì, in un attimo, tutto il processo, l'intero percorso che io avevo compiuto, nella mia mente, in anni di evoluzione. Mi confermò, soprattutto, il penoso divario che avevo intuito esistere tra il generale entusiasmo, fra la gente, per l'entrata in guerra, e le miserie e gli orrori che la stessa avrebbe prodotto, lasciando macerie nelle cose e nelle persone. Quello che mi colpiva, nella canzone, era il contrasto bruciante tra la spensieratezza goliardica e guascone dei popoli che si accingevano ad entrare in guerra e l'amaro destino finale, come un gregge di pecore che procede ignaro verso il burrone che li inghiottirà. È il bello e il terribile della Storia, poter vedere, a volo d'uccello, col senno del poi, il prima e il dopo...

E allora mi colpì l'immagine della madre di De Gregori, che avrebbe potuto essere mia madre dodicenne, che aspetta l'autobus nel mattino luminoso; l'eccitazione della gente per strada, che legge i giornali e parla dell'uomo coi baffi (Hitler) che ha invaso Parigi, che a breve cadrà. C'è un generale, orrendo ottimismo, le persone ridono e credono, ignare, in un futuro migliore, e aspettano con ansia di partire per il fronte, per fare la loro parte. I soldati invasori fraternizzano con le donne del posto, quasi tutto fosse un bel gioco, mentre in realtà stanno entrando nella bocca del mostro; con una struggente metafora familiare, De Gregori li descrive ormai lontani, fisicamente ed emotivamente, dai cortili che li hanno visti crescere, dall'infanzia, dalla pace, proiettati ad appropriarsi di terre e vite altrui.

La canzone si chiude con un'altra fortissima metafora: i soldati attraversano, cantando, il ponte che faranno saltare, mentre il fiume, cittadino di sempre del paese, simbolo di eternità, li guarda passare, e sembra di capire che lui già sa come andrà a finire...

A mio parere, la grande lezione della canzone è quella di porre l'accento sulla vastità del consenso, totalmente acritico, che ebbe l'entrata in guerra dell'Italia da parte della gente comune, senza il quale, forse, le cose sarebbero andate diversamente. E l'invito, conseguente, ad acquisire una coscienza critica nei confronti della politica e, più in generale, delle cose del mondo, perché, come dice lo stesso De Gregori, la Storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

 

Mario Basile

https://www.facebook.com/mario.basile.7568596/posts/494189637579969

 

 

 

Anche in questa seconda fase il Dott. Micocci non badò a spese. Michele Mondella diede il meglio di se stesso e stese un piano promozionale veramente importante. Innanzi tutto fu deciso di proporre Francesco al Disco per l'Estate con il brano Alice. Qualcuno mi disse che Francesco partecipò a questa manifestazione al posto di Rosalino Cellamare che, reduce dal successo de Il Gigante e la bambina, aveva realizzato un bel long-playing con belle canzoni sul tema dell'infanzia. Mi dissero anche che ciò irritò moltissimo Lucio Dalla che a quel tempo cercava di aiutare in tutti i modi Rosalino a emergere. Si dice che formulò le sue proteste in modo tangibile ed esplicito, ma noi, persone adulte, certamente non diamo alcun peso ai pettegolezzi, e quindi abbandoniamo prontamente l'argomento.

 L'uscita del disco e la partecipazione di Francesco al Disco per l'Estate furono annunciate in un incontro con la stampa curato da Michele in tutti i particolari. Il Dott. Micocci mi disse che aveva intenzione di regalare a tutti i giornalisti una bambolina tipo Barbie vestita solo di un nastro intorno ai fianchi, per rappresentare la signora Aquilone esattamente come nel bel disegno di Alvise Sacchi nella busta intema, e realizzarla in modo da poter essere inserita sul pemo centrale del giradischi onde danzare soavemente durante l'ascolto delle canzoni di Francesco. Non so se questo piano efferato sia stato portato a termine perché non partecipai a quella presentazione, ma mi auguro vivamente di no. Madrina della manifestazione fu una giovane ed esordiente attrice, Pia Giancaro. Ricordo di avere visto da qualche parte una fotografia del rinfresco offerto in quell'occasione: Francesco con i pugni serrati, lo sguardo torvo seduto a fianco dell'attrice illuminata dai propri sorrisi. Sembra anche che fu in quell'occasione che Francesco diede avvio alla sua ormai mitica ruvidità nei confronti dei giornalisti. Per la scuderia di Micocci prendevano parte al Disco per l'Estate anche i Vianella. Qualcuno, desiderando esprimere un augurio sincero e realistico disse: "Auguro ai Vianella di arrivare primi e a De Gregori, di arrivare almeno ultimo tra i primi". Al che Francesco rispose: "Veramente io mi auguro di arrivare primo tra i primi e che i Vianella arrivino ultimi tra gli ultimi".

 

 

 

Buonanotte fratello, che riprendeva e trasfigurava il contenuto di alcune nostre discussioni nelle quali Francesco mi metteva in guardia circa il mio atteggiamento verso il prossimo. Sosteneva infatti che dietro la mia estrema disponibilità non vi fosse una reale capacità di partecipare alla vita interiore dei miei amici, e che pertanto in caso di necessità non ero in grado di fornire un vero aiuto. Scherzosamente mi diceva che se fossi stato un farmaco sarei stato un anestetico e non un lassativo.

(Giorgio Lo Cascio)

 

 

 

Proprio in questo periodo Comencini stava girando il film Pinocchio, con attori magnifici, un Manfredi in splendida forma e di grande umanità, Franchi e Ingrassia la cui bravura e il cui spessore ancora erano ignoti a tutti a causa del genere di film che li avevano portati al successo e molti altri, per uno dei prodotti più belli che mamma RAI avesse messo in cantiere. Manfredi era in contatto con il Dott. Micocci in quanto aveva inciso con discreto successo il famoso brano di Petrolini Tanto pe' cantà, così chiese se ci fosse stata una canzone da inserire nella colonna dello sceneggiato. Micocci ne parlò con Francesco che in un lampo scrisse una canzoncina deliziosa che fu subito accettata con entusiasmo. Francesco inoltre accettò di rinunciare alla patemità di quel brano anche dal punto di vista dei diritti, e ne fece dono al simpatico attore.
Il tema Pinocchio e' quello piu' noto, suonato spesso in trasmissioni tv e ripreso qualche anno fa anche in versione disco. Il tema Geppetto e' il mio preferito, e fu anche la musica della canzone "La storia di Pinocchio", dal bellissimo testo scritto e cantato dallo stesso Nino Manfredi. La canzone di Pinocchio e' la sigla finale dell'ultima puntata e fu incisa su 45 giri. 

Eccone il testo:
Com'e' triste l'uomo solo / che si guarda nello specchio / ogni giorno un po' piu' vecchio / che non sa con chi parlare / passa giorno dopo giorno / senza avere senza dare / Quando il sole va a dormire / ed il cielo si fa scuro / resta solo una candela / ed un'ombra sopra il muro / Per non essere piu' solo / mi son fatto un burattino / per avere l'illusione / d'esser padre di un bambino / che mi tenga compagnia / senza darmi grattacapi / che non usi la bugia / come pane quotidiano / e che adesso che son vecchio / possa darmi anche una mano./ Com'e' stato lo sapete / e' la storia di Pinocchio / naso lungo e capo tondo / che va in giro per il mondo / e pretende di pensare / e su tutto ragionare. / Chi mi dice di ascoltarlo / chi mi dice di punirlo / ma non so che cosa fare / non e' facile educare / lui non vuole andare a scuola / lui non vuol lavorare / debbo dirvi in confidenza / che com'e' non mi dispiace / m'e' riusciuto proprio bene / piu' lo vedo e piu' mi piace.

 

   

 

Dal FOLKSTUDIO a FOLKEST   Edoardo De Angelis intervista Francesco De Gregori

Febbraio 2015.

 

Tra i protagonisti della canzone d’autore, della musica e della cultura italiana, Francesco De Gregori è probabilmente quello che ha saputo individuare e seguire un percorso personale e coerente all’insegna dell’equilibrio tra passione e intelligenza, edificando e consolidando un saldo rapporto con diverse generazioni di pubblico. Come lui stesso conferma in una lunga intervista recentemente concessa al quotidiano “la Repubblica”, si è saggiamente tenuto a distanza dagli effetti distruttivi di certa immagine televisiva, centellinando i media, e lasciando sempre che fossero le sue canzoni a parlare per lui. Così, a volte, si ha l’impressione, o il desiderio, di scoprire in ogni suo brano qualche tratto autobiografico.

- Buongiorno Francesco, fino a che punto è così?

 … Veramente c’è qualcosa di autobiografico, sempre, in quello che si scrive. Credo che anche nei Promessi Sposi ci sia molto della vita personale di Manzoni anche se la storia in sé è una ” fiction”. Intendo dire che quello che appartiene alle tue vicende personali confluisce sempre, magari anche involontariamente, dentro quello che scrivi. Poi ci sono alcune canzoni che ho scritto dove si può leggere chiaramente un pezzo di vita vissuta, persone esistite, fatti avvenuti. Ma se non ci fosse anche qui un’invenzione, qualcosa che sposta la canzone dalla cronaca individuale a qualcosa di più interessante su un piano emotivo di tutti, qualsiasi canzone avrebbe poco senso. Per essere chiari: se ti lascia la fidanzata puoi scriverci una canzone sopra, ma solo se poi chi la ascolterà proverà le tue stesse sensazioni di smarrimento, di gelosia, di dolore o di quello che ti pare, solo in questo caso quella canzone è una buona canzone, qualcosa che andava la pena di scrivere. Ti faccio anche un altro esempio a proposito di biografia in canzone: capita che noi due scriviamo una canzone insieme, “La Casa di Hilde”, partendo da un tuo racconto su un episodio d’infanzia capitato durante una gita con tuo padre. Da lì partiamo, ma poi la canzone si fa tutto un giro per conto suo, cominciamo ad inventare diamanti, doganieri, capre etc etc… Quanto c’è di autobiografico e quanto di invenzione? Boh.

    Nella stessa intervista sostieni che con il successo di Rimmel ti eri già assicurato una posizione nella storia della musica italiana, e che quindi, con misura, non hai voluto premere sull’acceleratore, preferendo pubblicare un album meno “immediato”, come Bufalo Bill, per non dare punti di riferimento troppo precisi. Chi ti ha ascoltato, però, li ha trovati lo stesso, costantemente, lungo tutto l’arco della tua carriera, fino a oggi. A guardare indietro negli anni, ci sono canzoni che sono sulla strada e sulla bocca di tutti, e costituiscono ben più di un punto di riferimento per la nostra cultura, la nostra società, la nostra storia: Alice, Rimmel, Titanic, Generale, La donna cannone, La storia… Quali altre, tra le più recenti, metteresti per completare il paniere di questi capitoli eccellenti?

 Ormai mi sono rassegnato al fatto che la gente consideri la parte migliore del mio lavoro quelle dei miei primi vent’anni (Rimmel, Alice, La donna Cannone, Titanic, Viva l’Italia…) ma non credo che sia vero. Ho scritto un sacco di canzoni buone, anche di recente. E non tutte quelle del periodo “d’oro” erano dei capolavori. Degli ultimi tempi (ultimi si fa per dire) mi piacciono molto Compagni di viaggio, Bellamore, Caldo e scuro, Celestino, (anzi mi piace quasi tutto di quel disco). Poi anche dopo… L’Infinito, Finestre Rotte,Cardiologia. E tutto il disco che si intitola “Sulla strada”, che è l’ultimo inedito che è uscito.

 - A me sembra che ti abbia sempre divertito cambiare faccia alla musica delle tue canzoni. Ora con questo corposo e snello VIVAVOCE hai realizzato un atto d’amore nei confronti del pubblico e di te stesso. Quando, come e perché è nata l’idea?

 Vivavoce l’ho voluto anche per questo, per dare un’altra occasione al mio pubblico di andarsele a sentire e magari scoprirle per la prima volta. Sai, magari qualcuno se l’è comprato solo perché dentro c’era Alice con Ligabue e poi ha detto “beh, però non è male Un Guanto, da dove esce fuori?”. Comunque l’ho fatto anche perché volevo continuare a fare musica e non volevo darci troppo dentro con i concerti, così ho passato un sacco di tempo con la chitarra in mano comunque.

    Ho ascoltato con piacere e interesse tutto l’album, felice di scoprire il nuovo vestito di canzoni che conoscevo, che riconosco. Trovo il lavoro ben fatto, semplice, molto diretto, come acqua limpida e fresca di torrente, vicino al live. Apprezzo poi tutta una serie di finezze, tra le quali la citazione, delicata e sentimentale, di Com’è profondo il mare nel finale di Santa Lucia. Non ti perdono invece l’esclusione di alcune canzoni, Due zingari, ad esempio. Come si è sviluppata la scelta?

 Il criterio con cui ho scelto i pezzi rispondeva un po’ a questa voglia di metterci dentro canzoni più recenti e magari non troppo famose, ma è stato anche dettato dal gusto che provavamo mentre le suonavamo per registrarle. Quando dovevamo faticare troppo per farle venire bene le mollavamo. Onestamente a “Due Zingari” non ci abbiamo pensato, ma per esempio “Rimmel” abbiamo provato, ma non ci veniva fuori niente. Sarà per la prossima volta!

 - Dal FOLKSTUDIO a FOLKEST, da Caterina Bueno al grande pubblico, passando e ripassando per le collaborazioni con Giovanna Marini e con Ambrogio Sparagna… Qual è, a tuo parere, il rapporto tra canzone popolare e canzone d’autore?

 Beh, questo del rapporto fra folk e musica d’autore (ma io preferirei chiamarla “pop” così tagliamo corto) è un discorso doloroso qui da noi. Mentre in altri Paesi (penso all’America, ma anche alla Francia, per non parlare dell’Inghilterra o della Spagna) vedi che c’e un certo prelievo da parte della musica pop nei confronti del patrimonio della musica tradizionale e nessuno ci trova niente di strano, qui in Italia sembrano essere mondi separati. Mi piace pensare che tante melodie e tanti testi della tradizione sarebbero perfetti per scriverci delle canzoni nuove, ma ci vorrebbe uno veramente coraggioso, lo accuserebbero di copiare. Invece andrebbe fatto. Per come stiamo messi il folk rischia di finire in una nicchia accademica, roba da studiosi e basta. Roba da studiare invece che da suonare. E questo nonostante ci siano tanti gruppi di musicisti giovani, che si rifanno a questo. Ma non fanno una vita facile. Quando con Giovanna Marini abbiamo fatto “Il Fischio del Vapore” un sacco di gente – intellettuali, appunto, musicologi, professori universitari – si è incazzata perché avevamo osato trattare le “loro” canzoni con le chitarre elettriche. Che ci vuoi fare?

 - Ammesso che ci sia distinzione, come definiresti la tua posizione personale?

 Io al Folkstudio li avevo conosciuti in carne e ossa i grandi interpreti della musica popolare italiana, Giovanna a parte, e quindi mi sembrava così normale che quello che portavano fosse utile anche a me che facevo il cantautore. E prendevo, hai voglia se prendevo. Anche Antonello… Ma tu te la ricordi Tapùm di Antonello? O anche “A Cristo”? Anche Roma Capoccia è una canzone popolare romana, a tutti gli effetti. Gran belle cose. Poi magari ci è piaciuto anche venirne fuori… col blues, Dylan, il rock. Va bene, ma quella roba che sentivamo da Matteo Salvatore o da Rosa Balistreri quanto ci è servita? Lo voglio dire a testa alta. E tutto il lavoro di Ivan Della Mea? L’uso che faceva del dialetto milanese nelle sue ballate? In certi casi, giustamente, era difficile trovare un confine fra le canzoni popolari e quelle che alcuni andavano scrivendo.

 - La stessa domanda, riferita a Bob Dylan e Leonard Cohen.

 A proposito di questo viene fuori per forza il nome di Dylan, l’uomo che ha preso tutto quello che si poteva prendere dalla musica tradizionale americana e senza nessuno scrupolo l’ha fatta totalmente sua. Assai più di Cohen o di Springsteen. Ma anche loro sono figli consapevoli della musica che li ha preceduti e che è un giacimento infinito di storia e di storie, e di melodie su cui alla fine si finisce sempre per ritornare, per girarci intorno. Tutto viene usato, la tradizione non è uno scavo archeologico ma una fonte di energia rinnovabile.

 - Così come alcuni altri significativi artisti (penso a Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Francesco Guccini …), ma con la tua personale letteratura, hai scosso con le canzoni la coscienza civile, la memoria storica, hai contribuito alla consapevolezza. Penso, tra le altre, a 1940, Viva l’Italia, Bambini venite parvulos, Scacchi e tarocchi, Il cuoco di Salò… Versi quali “legalizzare la mafia /sarà la regola del duemila” li definiresti più etici o profetici?

 Profetiche certe canzoni? Certamente no, se potessi predire il futuro farei altre cose. È solo che gli artisti si collegano al presente con un altro occhio, vedono luccicare delle cose che altri non vedono. Gli artisti “guardano” in profondità, non in avanti. Ma sicuramente dalla profondità del loro sguardo vengono fuori delle cose che ad altri risultano invisibili. E allora magari puoi trovare nel lavoro degli artisti una visione che sembra profetica semplicemente perché è in fin dei conti più acuta di quella di un sociologo o di un giornalista o di un politico. Quanto all’etica è una parola pericolosa. Odio i contenuti normativi nell’arte, non sopporterei di aver scritto una canzone impegnata, non credo che le canzoni e l’arte in generale abbiano a che fare con la bontà.

 - Infine, Francesco, ti confesso che molte tue canzoni, sia pure ascoltate e riascoltate, imparate e digerite, tornate ora all’attenzione con VIVAVOCE, toccano ancora corde profonde, tra brivido e commozione. Vedi, ad esempio, Il canto delle sirene. Quali tra le tue canzoni sortiscono uguale effetto anche sull’autore?

 Certo che mi emoziono quando sento o canto alcune cose. È per questo che si scrivono le canzoni. A parte alcune delle mie ti posso dire che quasi sempre quando sento “Sfiorisci bel fiore” di Jannacci o “Bella ciao ” cantata da Giovanna Daffini o da Giovanna Marini nella versione delle mondine la mia risposta è emotiva, antintellettuale. Si muove qualcosa che ha a che fare con il sentimento puro, come certi suoni, quello della zampogna o, paradossalmente, dell’organo Hammond.

 - Ti ringrazio, e dopo l’onda lunga di questa raccolta, e un nuovo giro d’Italia in tour, attendo qualche nuova canzone che mi stupisca e mi faccia pensare ancora a quanto è bravo il mio amico. Mi accorgo adesso che non ti ho proposto nemmeno una domanda cattiva, o imbarazzante …

Facciamo come da Marzullo? Vuoi suggerirmela tu?

 … Beh, c’è stato un periodo in cui Marzullo mi invitava regolarmente ad andare da lui ma non ci sono mai andato proprio perché ero terrorizzato da questa domanda. Risparmiamocela!

 

http://www.folkbulletin.com/edoardo-de-angelis-intervista-francesco-de-gregori-dal-folkstudio-a-folkest/

 

 

 

 

 

 

La riscoperta di Alice non lo sa

 

Francesco De Gregori s’annuncia così, con una canzone abitata da personaggi abbozzati, ombre dietro alle quali si nascondono chissà quali storie, frasi ad affetto aperte a ogni interpretazione, immagini potenti e nitide, eppure enigmatiche. Il brano s’intitola “Alice” e nel 1973 apre il primo album del cantautore romano “Alice non lo sa”. La scrittura poetica, immaginifica e allegorica di certo folk americano entra nel linguaggio cantautorale italiano, e spiazza un po’ tutti. Liberate dalla necessità di trasmettere un solo significato, di fornire una risposta univoca, le canzoni rinnovano ad ogni ascolto le proprie domande come quadri astratti di cui è facile catturare il sentimento sebbene ne sfugga la logica.

“Alice” esce nel 1973, quando Francesco De Gregori sta ancora cercando la propria strada dopo avere pubblicato l’anno precedente il 33 giri “Theorius campus” in coppia con Antonello Venditti. Bazzica il Folkstudio di Roma, ascolta Bob Dylan e Leonard Cohen, cerca di portare quel modo di scrivere canzoni in Italia. Intanto stringe amicizia con Fabrizio De André, scrive per Amedeo Minghi, traduce canzoni americane, per poi essere messo sotto contratto dall’etichetta discografica It. Il frutto più limpido della sua ricerca è “Alice”. De Gregori la abbozza in finto inglese, per poi sostituire il testo con frasi frutto di scrittura automatica. Ad Anna Bandettini di Repubblica dirà che in quel periodo veniva “da un periodo in cui ero attratto da tutto ciò che nell’arte non seguiva un filo logico. Mi ero innamorato degli scrittori dadaisti, Tristan Tzara, la scrittura automatica, avevo letto Joyce, lo stream of consciousness, Freud e l’interpretazione dei sogni”. Non c’è una storia, c’è la fotografia di un momento vissuto da personaggi senza legame apparente fra di loro. Eppure, grazie al potere della musica, la canzone tutta e certi versi in particolare s’imprimono nell’immaginario collettivo: “Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole”, “Tutti pensarono dietro ai cappelli lo sposo è impazzito oppure ha bevuto”, “Ma la sposa aspetta un figlio e lui lo sa”.

Rincorrere riferimenti e citazioni può essere utile, ma non risolve l’enigma della canzone: la protagonista inconsapevole del mondo che la circonda prende il nome da “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll; il Cesare perduto nella pioggia è Cesare Pavese che aveva effettivamente raccontato d’avere aspettato per lunghe ore sotto la pioggia l’attrice e ballerina Constance Dowling di cui era invaghito; Lili Marlene è la protagonista dell’omonima canzone d’inizio Novecento.

Più difficile dire chi siano Irene che si guarda allo specchio o il mendicante arabo con “un cancro nel cappello”, che diventa “qualcosa nel cappello” per evitare la censura della Rai. Dietro al personaggio dello sposo c’è un po’ di De Gregori, come ha raccontato lui stesso a Repubblica: “Non perché volessi sposarmi, ma fuggire. Una fuga che era probabilmente dalla vita cui ero predestinato da studente universitario, fare l’insegnante come mia madre o il bibliotecario come mio padre. Ma forse fuggire anche dal mondo della musica per cui ero uno strano”.

La musica di “Alice” è suonata con tocco leggero, in una miscela di strumenti acustici e archi diretti dal Maestro Luigi Zito. In un’intervista con Chitarre, De Gregori attribuirà l’approccio musicale della canzone alla timidezza e al “ritegno da novizio che avevo allora”. Eppure la canzone diventa talmente significativa da provare una reazione di rigetto: il cantautore reagisce alle critiche circa il carattere incomprendibile del pezzo scrivendo “Niente da capire” e con Fabrizio De André “Oceano” in risposta al figlio di quest’ultimo, Cristiano, che gli chiede di risolvere il rebus di “Alice”. La canzone contribuisce a creare la fama di De Gregori cantautore ermetico. Nel suo libro, l’amico del Folkstudio Giorgio Lo Cascio ricorda le discussioni al bar tra il fonico e il cantautore: “Ma chi è ‘sto Cesare? Ma chi lo conosce! Ma nun poi parlà come magni?”. De Gregori parlerà dell’accusa d’essere ermetico a Paolo Vites in un’intervista inclusa nelle ristampe del 2009 della collana Contemporanea: “È una critica che ho sempre trovato pretestuosa. Chi se l’era inventata fraintendeva anche il significato della parola ‘ermetico’: volevano dire che ero incomprensibile, ma in realtà ermetico vorrebbe dire una cosa un po’ diversa... comunque era una critica che non ho mai accettato, anche perché il fatto che le mie canzoni piacessero e si cominciassero a sentire in giro, dimostrava che la gente le capiva, eccome”.

Scritto in parte durante una vacanza in Grecia, arrangiato con Edoardo De Angelis, che è co-autore dell’unica canzone non interamente composta da De Gregori, “La casa di Hilde”, “Alice non lo sa” è per certi versi ancora acerbo rispetto alle opere che verranno, e in futuro il musicista imparerà ad usare in modo più espressivo la voce, ma già contiene buona parte delle caratteristiche del migliore De Gregori. L’amore per Leonard Cohen suggerisce i nomi di Marianna (da “So long, Marianne”) e Suzanne contenuti in “Marianna al bivio”, che contiene riferimenti anche all’ex produttore Lilli Greco e ad Antonello Venditti, “il poeta che suonava il pianoforte”. Due pezzi, “I musicanti” e “Suonatori di flauto”, raccontano il mestiere di musicista, un argomento cui De Gregori tornerà in futuro, mentre “La casa di Hilde” e “Il ragazzo” testimoniano l’interesse per i racconti d’infanzia e giovinezza. La prima si basa su un ricordo di De Angelis trasfigurato con toni da romanzo d’avventura, la seconda è il racconto della malintesa diversità di chi deve ancora trovare un posto nel mondo, e secondo l’autore deve qualcosa a Lucio Battisti.

Nel gennaio 1973 gli accordi Parigi pongono fine alla guerra in Vietnam che De Gregori evoca in “Saigon”, dove la città diventa simbolo di libertà e il sogno della pace è raccontato attraverso i pensieri di una donna. Dirà il cantautore a Vites che quella “fu una guerra idealizzata e la prima vista in televisione. Tutti facevamo un grande uso della parola rivoluzione e sembrava facilissimo dividere il mondo fra buoni e cattivi. La fantasia stava andando al potere. E tutto il disco di Alice è immerso nello spirito di quel tempo, un tempo in cui forse ci immaginammo migliori di quello che eravamo”. C’è la guerra anche in “1940” che narra l’Italia del 10 giugno attraverso la prospettiva della madre del cantautore che aspetta l’autobus e intanto la gente legge sui giornali che l’“uomo coi baffi” (Hitler) è arrivato a Parigi. È una fotografia dell’ingenuità dei molti che non avevano idea degli orrori che aspettavano dietro l’angolo.

“Alice non lo sa” esce nell’aprile 1973. Francesco De Gregori non sarà tenero col disco e in un giudizio del 1980 riportato nella bio-discografia di Giommaria Monti parla di ingenuità musicali: “Le ritmiche suonate in maniera accademica, non c’è nessuna invenzione né il minimo di fantasia nella realizzazione di queste cose” poiché “gli strumenti si limitano ad accompagnarmi, sono un sottofondo”. Suonato da un bel cast di musicisti, fra cui i Blue Morning del chitarrista Roberto Ciotti, “Alice non lo sa” vende 6.000 copie e arriva al ventinovesimo posto in classifica in un anno in cui, fra gli italiani, spopolano Lucio Battisti con i due album “Il mio canto libero” e “Il nostro caro angelo”, la Patty Pravo di “Pazza idea”, i Pooh di “Parsifal”, l’Ornella Vanoni di “Dettagli”, e sul fronte dei cantautori il Baglioni di “Questo piccolo grande amore” e il De André di “Storia di un impiegato”. In compenso, il 45 giri di “Alice” è fra i 100 più venduti nel corso del 1973. La canzone partecipa persino alla manifestazione Un disco per l’estate. “Mi divertiva questo fatto”, dice il cantautore, citato nel libro “Mi puoi leggere fino a tardi” di Enrico Deregibus, “che la gente avrebbe spento la radio probabilmente, avrebbe detto: chi è questo stronzo?”. E così va: il primo capolavoro di Francesco De Gregori si classifica in ultima posizione.

 

http://www.rockol.it/news-653928/francesco-de-gregori-alice-non-lo-sa-recensione

 

 

 

 

 

 

 

Negli anni mi hanno chiesto spesso di spiegare qualcosa di questa canzone, ma io non sono mai riuscito a dire nulla di più del fatto che l'Alice di cui si parla è vagamente ispirata alla protagonista del romanzo 'Alice nel paese delle meraviglie', il resto non si può spiegare. Un anno dopo scrissi una canzone chiamata Niente da capire proprio per dire che non si può sempre pretendere di trovare una soluzione, che anche una canzone non è un'espressione matematica che deve dare per forza un risultato. d'altra parte mi sembrava naturale che dovesse essere così,  che anche le canzoni potessero essere come i quadri di Picasso o i film di Fellini, apparentemente prive di grammatica e indipendenti da ogni analisi logica.
di Alice scrissi la musica molto tempo prima delle parole. E' una cosa per me più unica che rara. Avevo inciso la melodia su un registratore casalingo, cantando in finto inglese un testo tutto da inventare. E per dei mesi ogni tanto facevo girare il nastro aspettando che mi venisse qualche idea. Alla fine vennero fuori queste parole, mi lasciai trasportare da questa specie di scrittura automatica ... era una cosa abbastanza nuova per le canzoni italiane e anche rispetto alle cose che avevo scritto prima: qui sembra mancare completamente qualsiasi accenno a una storia compiuta, le immagini sono del tutto slegate una dall' altra, l'ascoltatore deve stare al gioco per godersi la canzone, lasciarsi prendere senza farsi troppe domande, e allora tutto funziona". La canzone, che da allora entrata nel novero dei classici della canzone d'autore moderna, venne curiosamente mandata da Micocci al Disco per l'estate, una manifestazione canora che andava per la maggiore in quegli anni.
Micocci mi propose di partecipare e io accettai. il Disco per l'estate prevedeva una gara, ma soprattutto garantiva una serie di passaggi radiofonici che aiutarono molto la canzone. Alla gara arrivai ultimo ma Alice era diventata un successo. Incredibilmente, direi.

Dicevano che ero ermetico. E' una critica che ho sempre trovato pretestuosa. Chi se l'era inventata fraintendeva anche il significato della parola 'ermetico': volevano dire che ero incomprensibile, ma in realtà ermetico vorrebbe dire una cosa un po' diversa ... comunque era una critica che non ho mai accettato, anche perché il fatto che le mie canzoni piacessero e si cominciassero a sentire in giro, dimostrava che la gente le capiva, eccome.
Certo, dietro il testo di Alice ci sono tante cose che in quegli anni mi avevano colpito: letture disordinate e compulsive, film, canzoni. D'altra parte, avevo quell'età in cui tutto quello che vedi in giro lascia il segno. Lo stream of consciousness dell'Ulisse di Joyce, le libere associazioni dadaiste, film come Otto e mezzo o Blow Up, l'America di Kerouac e quella di Andy Warol. Tutto quello che mi colpiva nella letteratura, nell' arte astratta, nel cinema poteva diventare materiale per canzoni. Stavo cercando un mio stile e tutto tornava utile. Certe critiche nascevano da chi non accettava che quello che avveniva nelle altre forme artistiche potesse avvenire anche in una canzone, come se le cose che scrivevo fossero un attentato - o forse magari lo erano - alle forme consolidate e un po' ossidate del canzoniere tradizionale italiano. Comunque io sentivo di avere il pubblico dalla mia parte, e questa consapevolezza mi ha sempre aiutato nei momenti difficili del mio lavoro.
Tratto da "Contemporanea" di Paolo Vites - allegato al Corriere della Sera

 

 

 

 

 

La canzone deve qualcosa a un certo Lucio Battisti. E' il tentativo di fare una canzone in qualche modo orecchiabile, più delle altre. E' un pezzo autobiografico solo fino a un certo punto, non si deve pensare che ci sia autobiografia in tutto quello che uno scrive ... si usa anche quella, ma si mescola tutto con cose viste o ascoltate che non c'entrano niente con te, le vite degli altri, le loro storie o quuelle che magari ti immagini siano importanti come la tua".  Tratto da "Contemporanea" di Paolo Vites - allegato al Corriere della Sera

  

 

Sono canzoni che definirei tardo adolescenziali, le ho rimosse dalla mia mente e dal mio repertorio non per un caso, ma perché ci vedo una scrittura ormai superata, nel testo e anche nella parte musicale. Oggi vedo quelle canzoni un po' come degli esercizi di stile, che magari possono anche aver fatto nascere buone cose, perché no .... non era sicuramente un'accusa, quelle dell'ermetismo, dettata da un modo di "leggere" le canzoni legato a preconcetti formali e culturali ormai datati e che mal si adattavano ai nuovi cantautori.
Tratto da "Contemporanea" di Paolo Vites - allegato al Corriere della Sera

  

 Una volta avevo ascoltato in una discoteca una canzone che mi era rimasta in testa, mi era piaciuta tantissimo, ed era "Alice" di Francesco De Gregori. Nello stesso tempo mi era rimasta in testa una domanda: ma perché Alice guarda i gatti e non può guardare quel lampione là o non può guardare qualsiasi altra cosa, un sasso piuttosto che un cespuglio, un albero? E volevo chiederglielo, però non sapevo come, non lo conoscevo e avevo questa domanda da fargli... L'estate successiva scopro che sta iniziando a lavorare con mio padre ad un album che era "Volume ottavo". Figurati, impazzisco, vado in Sardegna e me lo trovo lì, a casa. In pigiama. Che lavora con mio padre, seduto sul mio divano, con la chitarra, giovane, con la barba rossa, un po' fricchettone, era un grande e lo è tuttora, è una persona che stimo moltissimo, non soltanto a livello artistico, ma anche umano... E allora io prendo coraggio e vado da lui. Questo è il figlio di Fabrizio, Cristiano; piacere Francesco. Comincio alla larga, poi piano piano mi convinco e un giorno: Francesco, perché Alice guarda i gatti? Lui mi guarda con un occhio aperto e l'altro chiuso... Non mi risponde. E non mi ha mai risposto. Anzi mi ha risposto, però in un modo abbastanza inconsueto: cioè scrivendo una canzone, con mio padre. Si chiama "Oceano", e devo dire che io sono orgoglioso di questa canzone perché è stata dedicata a me. E' la risposta di perché Alice guarda i gatti. Al che non mi sono più sognato di fargli domande di questo genere.  

 

 

 

Edoardo fu molto importante, intanto perché aprì una porta. Nel senso che senza di lui il disco non sarebbe proprio stato registrato. Lui invece riuscì a portarmi in sala di registrazione con i costi che questo comportava facendo uso di insospettate capacità diplomatiche oltre che artistiche. Del resto aveva una certa esperienza di studio, aveva fatto un disco di successo e Vincenzo Micocci si fidava di lui. Insomma, anche se aveva solo pochi anni più di me si era già fatto le ossa ... conosceva un po' di trucchi, un po' di cose tecniche di sala di registrazione. A Edoardo piaceva molto il mio modo di scrivere e cantare, spese il suo credito con molta generosità e riuscì a farmi entrare in quei binari su cui doveva camminare uno come me per poter mettere nero su bianco una canzone. Per quel che riguarda gli arrangiamenti, nella confezione sonora del disco non so dire quanto ci fosse di suo e quanto di mio, credo che lui stesse parecchio a sentire quello che gli dicevo e del resto andavamo sostanzialmente d'accordo, ma la verità è che senza di lui 'Alice' non sarebbe mai uscito. Non credere fosse facile per uno che non ha mai messo piede in sala di registrazione tradurre la canzone in qualche cosa di compatibile con un nastro".
C'era però anche una certa dose di ingenuità: basti pensare a quell'incredibile parte di batteria nel brano 1940: "certo risentire adesso certe cose ... una strana impressione la fa. Sicuramente certe scelte sonore di allora oggi sono invecchiate e vanno come dire ... storicizzate. Ma quello comunque era un modo di suonare la batteria che andava molto in voga allora, puoi ritrovarlo in molti dischi di quel periodo. Magari tornerà a essere di moda fra un po'. Sicuramente Edoardo e soprattutto io nel fare gli arrangiamenti pagavamo un prezzo all'entusiasmo, qua e là forzammo un po' la mano. Però alla fine portammo a casa un disco che a risentirlo oggi sta ancora in piedi".
Tratto da "Contemporanea" di Paolo Vites - allegato al Corriere della Sera

 

 

 

 

La scrissi per Edoardo De Angelis perché una sera a cena mi raccontò di questa gita in montagna che aveva fatto con suo padre ed è esattamente come dice la canzone, tranne il fatto che il contrabbandiere non era suo padre ma una persona che loro incontrarono in questa casa di Hilde dove loro dormirono, e naturalmente non contrabbandava diamanti ma orologi. E quella notte mentre lui e suo padre dormivano, nell'altra stanza c'era questo contrabbandiere che credo scopasse con Hilde; arrivò la Guardia di Finanza che lo perquisì ma non trovò niente perché Hilde aveva nascosto gli orologi da qualche parte.  Così mi raccontò Edoardo e io poi scrissi la canzone; infatti la firmò anche lui che mi aveva dato l'idea..

 

 

 

Le strade di lei è al contrario indiscutibilmente un'overdose di metafore.  Dolcissima e malinconica, giocata delicatamente sul do maggiore e il la minore, colorata a pastello dalle voci intrecciate di un oboe e di una soprano, parla una lingua che posso comprendere potesse lasciare qualcuno perplesso.  

 

 

 

è una canzone autobiografica piena di riferimenti, per esempio Venditti, "Il poeta che suonava il pianoforte", poi parlo di Lilli Greco, il produttore con cui avevo litigato. Suzanne della canzone di Cohen... dicevo: "Suzanne mi dà anche la mano", ero ancora legato a queste cose.

 

 

Antonio De Rose e Francesco, chitarristi di Caterina Bueno.

 

 

 

 

 

Paola Turci ne fece una bella versione, alcuni anni fa, molto migliore della mia. Ma oggi per me una canzone come Saigon è veramente acqua passata come del resto tutto quel periodo di entusiasmi e granitiche certezze. La guerra del Vietnam fu la guerra sognata, la guerra idealizzata e anche la prima guerra vista in televisione. Tutti facevano un grande uso della parola 'rivoluzione' e sembrava facilissimo dividere il mondo fra buoni e cattivi. La fantasia stava andando al potere ... forse quegli anni e quelle suggestioni furono per molti di noi proprio come 'il paese delle meraviglie'. E tutto il disco di Alice è immerso nello spirito di quel tempo, un tempo in cui forse ci immaginammo migliori di quello che eravamo.
Tratto da "Contemporanea" di Paolo Vites

- allegato al Corriere della Sera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio primo fìglio, che chiamai Francesco in memoria del mio amatissimo nonno matemo, De Gregori fu chiamato a testimoniarne l'ingresso nella società umana, e in tale circostanza si presentò con i seguenti doni: un magnifico Graal d'argento massiccio e una canzone dal titolo Suonatori di flauto.

(Giorgio Lo Cascio)

 

 

 

 

 

 

 

 

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