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Su FB, Instagram e un po'
su tutto il web è in atto un massacro mediatico attorno alla
conferenza stampa tenuta da Francesco De Gregori per
presentare l'evento "Nevergreen". Le sue dichiarazioni,
estrapolate con maestria dai giornalisti presenti e
amplificate in rete a modo loro, sono state deformate fino a
far passare De Gregori per un menefreghista, generando un bordello
dal forte rumore di "niente". Messo alla gogna come al Palalido nel 1976, con la differenza che stavolta Francesco
se ne strafotte alla grande.
Sui social si sprecano i
commenti “ad minchiam”, mirati a ottenere i cosiddetti
cinque minuti di celebrità con discorsi "intelligenti". A
scriverli è gente che in passato gli ha sempre riservato
consensi con tassi glicemici così elevati da rasentare il
diabete (quello di tipo 1, il più pericoloso). Sì, proprio
quelli che avrebbero sbavato per un saluto o un selfie,
adesso gli voltano le spalle accusandolo di essere un
qualunquista.
A questi pseudo-fan
basta leggere due righe per uscire dalle tane dove stavano
nascosti da decenni e colpirlo. Proprio loro, che rompevano
le palle esibendo la copertina di
Rimmel
o la musicassetta Linea3, ascoltata in auto col papà
infinite volte, fino a consumare il nastro. C'è addirittura chi
accusa i fan storici di essere troppo "talebani" e chi si
scandalizza per le sue parole, come se il Principe stesse
parlando all'assemblea delle Nazioni Unite anziché sul
palcoscenico di un teatro. I dubbi emersi dalle sue
dichiarazioni? Scaturiscono dalle tonnellate di bufale
diffuse dai media, capaci oggi di confondere chiunque. E
averne, con tutte le fake news confezionate dall'IA che ci
propinano, è più che lecito.
Ho rivisto "Nevergreen" su Rai3. Se questi ignoranti,
invece di scambiare la "libertà di pensiero" per
"disimpegno", avessero conosciuto davvero le canzoni contenute
nel film..... avrebbero appurato che almeno sei o sette brani parlano di
guerre o disgrazie nel pianeta. Doveva pure gridarlo ai
quattro venti? No, Francesco lo fa con le sue
canzoni, ma questi non ci stanno perchè vogliono fare
gli splendidi per collezionare like a tempesta cavalcando l'onda del
momento storico e dimenticando
in un sol colpo la strepitosa carriera di un uomo che,
quando aveva qualcosa da dire sui dolori del mondo, lo ha
sempre fatto in Fa diesis o in Re maggiore, vedasi Il vestito del
violinista, Il cuoco di Salò, La storia, 1940, San Lorenzo,
Condannato a morte, Gesù bambino, Natale di seconda mano, Il panorama di
Betlemme, Le storie di ieri, Pilota di guerra, ecc., Ha
sempre fatto così e senza bisogno di lanciare proclami, al
contrario di alcuni abituati a stare seduti su imbarazzanti
poltrone televisive.
Vorrei
chiedere a queste Dame di carità: SEGUITE UN CANTANTE O UN
CAPOPOPOLO? Francesco non è mai stato
un Masaniello e, da persona intelligente qual è, mai lo
sarà. Farà sempre il suo mestiere di artista, fino alla
fine. Personalmente, nei social
non mi arrischio a rispondere a questi insulti perchè verrei
ricoperto immediatamente da una valanga di "posa il fiasco",
"cambia pusher", "fatti vedere
da uno bravo" o "te lo spiego con un disegnino?"...... ma
andate a C (con autonomia).
Di seguito, una piccola
raccolta di opinioni espresse da "degregoriani IGP" che,
grazie a Dio, la pensano ancora come il Nostromo.
(Mimmo Rapisarda)

Scusate se intervengo anche io sulla questione: "De Gregori
non si schiera", ma solo adesso ho avuto modo di ascoltare
per intero la conferenza stampa e le dichiarazioni sotto
accusa e per questo devo ringraziare l'amico Jakob PJ Dylan,
persona di enorme cultura che ha come unico difetto quello
di pensare che l'arancino sia femmina.
Detto questo ho ascoltato con attenzione e ritengo che
Francesco non solo non abbia detto nulla di nuovo rispetto
al suo passato, ma che anzi abbia fatto delle dichiarazioni
oneste ed intelligenti.
Non ama gli artisti che fanno sermoni, che devono
necessariamente fare appelli, non mi pare abbia detto di
apprezzare chi bombarda i palestinesi.
Qual è il problema?
Ha scritto "La Storia" o "Il panorama di Betlemme", deve
fare altro? Dobbiamo per forza sentirlo gridare dal palco "Trum
fuck you"? Ma chi se ne frega!
Semmai dovesse farlo penserei che sia impazzito.
Piuttosto dopo aver letto i commenti in giro sui social,
penso abbia ragione a parlare di fan talebani, gente che
cammina ancora con l'Eskimo.
Quello che ho visto on line è imbarazzante, frasi
estrapolate e date in pasto agli analfabeti funzionali e
cosa ancor più triste, vecchi amici sputare veleno su
Francesco, sol perchè non gli rivolge più la parola.
(Daniele Di Grazia - fondatore di Rimmelclub)
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Non
mi piacciono molto i processi mediatici
e diffido di chi "non ha dubbi mai". Ho
letto
parole pesanti e spropositate. Un tizio
è arrivato a dire che al Palalido hanno
fatto bene a contestarlo
perché è sempre stato un traditore e un
qualunquista.
Le solite
accuse di tradimento e le solite
invettive. Ma cosa c'è di nuovo in
quello che ha detto? Assolutamente
nulla. In uno dei passaggi finali della
conferenza stampa ha dichiarato: "Se lo
faccio [sensibilizzare il pubblico
rispetto a certi temi] lo faccio
attraverso le canzoni non per le cose
che dico".
Personalmente
ho le mie idee su quello che ci circonda
e francamente non sento il bisogno che
De Gregori dal palco mi dica come la
pensa. Continuo ad ascoltare Leonard
Cohen anche se è morto. Sono le opere
quelle che contano.
Poi ognuno è
libero di esprimersi o meno senza essere
attaccato con la violenza che ho visto,
letto e sentito in questi giorni.
Come cantava
Bob? Non lavorerò più nella fattoria di
Maggie.
(Giovanni Puma –
fan di Palermo)
____________
Vuoi sapere cosa pensa de Gregori di Israele e del popolo
palestinese? Ascoltati Il panorama di Betlemme. Vuoi sapere
cosa pensa dei migranti? Ascoltati Natale di seconda mano.
Cosa pensa della resistenza e della nostra storia?
Ascoltati Viva l'Italia.Cosa pensa del potere gaglioffo?
Ascoltati La ballata dell'uomo ragno. Cosa pensa degli eredi
di Salò? Ascoltati Le storie di ieri. Cosa pensa dello
sfruttamento del lavoro?
Ascoltati Pablo. Come ha scritto
magistralmente Luigi Manconi (non proprio un ignavo
conservatore) citando Calvino, l'impegno non sempre grida.
Dal palco da cinquant'anni ogni canzone è una sciabolata. Il
resto è fuffa da social.
Celebrazione
Ci sono posti dove sono stato, dove il Piave mormorava
E la sinistra era paralizzata e la destra lavorava
In certe stanche stanze dove discutono di pischiatria, di terrorismo e di fotografia
Ascoltami...
Parlare e razzolare insieme, parlare e razzolare insieme...
Ci sono posti dove sono stato, mi ci volevano inchiodare
Ai loro anni ciechi e sordi, ai loro amori raccontati male
A una canzone di quattro accordi, ad una stupida cantilena
Ma tu davvero non te lo ricordi quando parlavi e sbadigliavi
in scena..
(Giommaria Monti - scrittore e giornalista)
____________
Il polverone sulle
affermazioni di De Gregori è molto istruttivo e davvero
ridicolo.
Si tratta di un metodo
giornalistico di alzare polveroni e creare barricate,
indegno ovvero intervistare qualcuno (non è che De Gregori
ha scritto sui social oppure si è alzato la mattina per fare
una comunicazione pubblica al mondo), fare domande
incalzanti, fare esprimere un opinione dentro una
discussione più ampia e poi estrapolare un' affermazione e
farla diventare un titolo di un articolo che molti nemmeno
leggono nella sua interezza ma si basano sul titolo, che
letto così, come affermazione, come se lui si fosse
svegliato la mattina e avesse fatto questa dichiarazione al
mondo, sembra che stia dicendo qualcosa di simile a quello
che dice il sionista Erri De Luca ma non c entra un
kaiser.
Io ho ascoltato l'
intervista, devo dire che non condivido in questo caso la
sua posizione ( in questo caso !!!!!!ovvero relativamente
alla tragedia di Gaza, non in generale sul fatto che l'
artista debba fare parlare solo la sua arte) ma comprendo la
sua posizione e non penso affatto sia in malafede ovvero
penso che non si tratta affatto della posizione di chi non
vuole parlare per preoccupazione di subire ritorsioni o per
indifferenza, come invece tutti coloro che leggono solo il
titolo, possono erroneamente dedurre. Questa si chiama
difficoltà di comprensione semantica pragmatica, è un
sintomo dell' autismo ovvero non comprendere l' intenzione
del parlante nel contesto in cui parla, non comprendere il
non detto, il presupposto, ma basarsi solo sul significato
letterale del messaggio, peraltro separato dalla discussione
complessiva. Non sapere fare inferenze adeguate ma leggere
quattro parole e partire in quarta. Alzare il polverone
della minchionaggine
I social, e questo modo
di creare post pseudo giornalistici con questi titoli
fuorvianti, creano continuamente questa polarizzazione
barbara su ogni argomento dello scibile umano, dei bianchi
contro i neri ( i bianchi sono neri per i neri e i neri sono
bianchi per i neri) questa disfunzione nella nostra capacità
di leggere e comprendere i messaggi nella loro complessità.
Il modo di fare canzoni
di De gregori stimola l' intelligenza semantica pragmatica,
la capacità di comprendere le metafore, il pensiero
analogico, il pensiero e l'immaginazione di chi ascolta, non
fornisce un significato come risposta, non fa sintesi e non
da definizioni, offre chiavi di lettura. Chi ovviamente
conosce l'universo artistico di De Gregori non ha dubbi
sulla sua visione e sensibilità. Ma non tutti lo conoscono e
non tutti sono intelligenti.
Io personalmente non
condivido la sua opinione, in questo caso, ma la rispetto
perché, intervistato, comunica il suo disagio a fare
proclami ma non sta dicendo che non bisogna farli, ma che
lui prova disagio a farli. Gli hanno fatto una domanda e lui
risponde quello che a lui non piace fare. Non si vede nelle
vesti di Piero Pelù ad urlare dal palco. ( Non che Pelù
faccia male ma lui sarebbe a disagio) Io penso che ci sono
momenti nella storia, come fu per il nazismo o fascismo, che
bisogna farlo. Fa benissimo Pelù ad essere poco ermetico nel
suo eloquio.Quindi non condivido in questo caso il pensiero
di De Gregori ma non per questo ritengo che stia dicendo
altro come fanno tutti i barbari del pensiero rigido e
incapace di flessibilità. Coloro che addirittura vogliono
vendere i dischi di De Gregori si dicono "cog..ni" da soli:
stanno dicendo che un artista deve dire sempre quello che
loro pensano o che loro devono pensare sempre quello che l'
artista dice ( il che è lo stesso). Se no il rogo! Lo
scambiano per una figura messianica, non per un artista di
riferimento.
La flessibilità cognitiva
è una competenza che anche in una logica di guerra
permanente di tutti contro tutti non bisogna perdere per
evitare di intossicare il delirio del mondo con cazzate
immani come questo polverone mediatico.
Anche e soprattutto
dentro una logica di guerra e di delirio umano della
comunicazione, ascoltare le canzoni di Di Gregori, può
essere una terapia, un antidoto alla trivialità, alla
rigidità cognitiva, alla miseria psicologica e simbolica
devastante dell' umanità di questi tempi barbari. Significa
essere contro Trump senza doverlo dichiarare ma spingendo l'
ascoltatore ad evolversi culturalmente, come sensibilità per
cui diventa inevitabile esserlo. Esserlo diventa una
maturazione di chi ascolta, non un messaggio urlato contro.
"Non per entrare nel
merito del motore ma ogni motore è una musica e io la so".
Il pilota di guerra racconta la solitudine del pilota tra
riflessioni pacifiste e la tragica assurditá della guerra.
Buon ascolto a tutti.
P.S. Questa canzone vale più
di un proclama ma non tutti, come si vede, la capiscono,
quindi io, alla canzone, in questo caso, avrei aggiunto un
proclama alla Pelù per gli idioti. Ma io, non Francesco. Io
non sono lui.
Lui si fida dell'
intelligenza di chi ascolta. E sbaglia.
(Massimo Zito - fan su FB)
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Cari fascisti rossi,
fascisti neri , manipolatori, odiatori, qualunquisti da
social e analfabeti funzionali,
mi rivolgo a voi e mi
scuso se dimentico qualcuno: De Gregori, se lo conosci un
po’, lo sai: non è mai stato uno che proclama, che arringa,
che affida il proprio pensiero agli slogan.
È sempre stato uno che le
cose le manda a dire. Le lascia intendere.
Così come nelle canzoni
d’amore, quando raccontava una perdita o una nostalgia. Lo
ha sempre fatto anche quando affrontava temi politici,
sociali o civili. Quando si riferiva a Mussolini chiamandolo
“la mascella” che “al cortile parlava” o a Craxi (allora
premier, a proposito di coraggio) chiamandolo “Mastro
lindo”…
Vi racconto una cosa che
pochi sanno. Poco dopo l’offensiva israeliana sulla Striscia
di Gaza, durante un tour, ha inserito in scaletta una sua
canzone antica e poco conosciuta: Il panorama di Betlemme.
Una canzone che parla proprio di quella terra.
Quello è il suo modo di
parlare al pubblico. Quello era il suo modo di prendere
posizione.
A ciascuno il suo.
Springsteen è un rocker e
comunica da rocker. De Gregori è un autore di altra natura.
Il suo linguaggio non è quello del proclama, ma
dell’allusione, del simbolo, della suggestione.
Certo, uno slogan sarebbe
più immediato. Più esplicito. Più comprensibile per tutti.
Ma per quello esistono
già i politici, gli opinionisti, i giornalisti, gli
intellettuali televisivi.
I poeti — anche se lui
detesta essere definito tale — raramente si esprimono
attraverso concetti dichiarati o manifesti programmatici. Il
loro linguaggio si muove su un piano più sottile e
sofisticato: evocano, suggeriscono, lasciano spazio
all’intelligenza e alla sensibilità di chi ascolta.
Questa è soltanto una
delle possibili spiegazioni di quanto accaduto.
Poi c’è la manipolazione,
quella sì molto esplicita, costruita estrapolando alcune
frasi dal contesto complessivo della conferenza stampa.
E poi c’è la valanga di
merda che gli è stata scientemente riversata addosso. Non
per colpire soltanto lui, ma ciò che rappresenta: un
simbolo, una storia, un pezzo di opinione pubblica che
continua ostinatamente a non collocarsi nelle caselle
giuste, quelle che qualcuno vorrebbe assegnarle.
Un’opinione pubblica che
resta libera.
(Daniela Spaziani Gregori
- fan di Roma)
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In verità De Gregori ha detto di avere le idee confuse in
merito a tutto quello che sta succedendo nel mondo, oltre a
quello che viene raccontato, un po' dovunque, della stessa
intervista.
La trovo una dichiarazione di grande onestà ed umiltà, che
condivido in pieno, molto diversa da quello che gli è stato
poi attribuito, e di rispetto per il pubblico, dicendo che
non ha bisogno di essere "sensibilizzato" in quanto già
sensibile in merito.
Molto diverso, a mio parere, e migliore, di chi, con una
chitarra in mano e forte della superiorità che regala un
palco, sale sul carro del momento e fa l'arringafolle.
De Gregori ha sempre dichiarato non solo la sua appartenenza
politica, ma anche le sue posizioni rispetto alle minoranze,
alle dittature e al malaffare.
Ma soprattutto ha fatto canzoni memorabili, che non cito per
noia, contro le guerre e i soprusi, nel mondo e in Italia, e
questo è uno schierarsi, eccome! Basti sapere che quaranta
anni fa dedicò NERO allo stato degli immigrati irregolari in
Italia, trasportati e trattati come animali.
E non mi si venga a dire che non ha preso parte attiva a
manifestazioni, cortei ecc...
Cosa è rimasto dei girotondo di Moretti? Cosa delle marce
per la pace di Dylan, degli strilli dal palco di Joan Baez
se non le loro canzoni, come Farewell Angelina? Cosa
rappresenta gli anni del Vietnam per l'America più delle
canzoni dei Creedence Clearwater Revival? Persino Gianni
Morandi ha fatto la sua bella figura sull'argomento
traducendo "C'era un ragazzo che come me..."...
O vogliamo prendere ad esempio di impegno civile Vasco Rossi
che dal palco, forte della sua integrità e dei suoi testi
notoriamente impegnati politicamente, sfotte i nostri
politicanti!?
Penso sia abbondantemente ora di finirla
(Mario Basile – fan di Teramo)
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Leggo le parole di Francesco De Gregori e, sinceramente, non
ci vedo nulla di scandaloso.
Non ha difeso Trump, non ha fatto propaganda per qualcuno e
non ha detto che gli artisti debbano tacere. Ha
semplicemente espresso un concetto che condivido pienamente:
"Chi fa musica dovrebbe parlare soprattutto attraverso le
proprie canzoni, senza trasformare ogni concerto in un
comizio politico".
Una buona regola sarebbe quella di ascoltare le interviste
anzichè commentare i titoli o le frasi estratte e maneggiate
a piacere.
Trovo inoltre molto più onesto ammettere di avere dubbi e
idee non sempre definitive su questioni complesse, piuttosto
che dispensare certezze assolute su tutto. In un'epoca in
cui tutti sembrano obbligati a prendere posizione politica
immediatamente e su qualsiasi tema, la prudenza
intellettuale non dovrebbe essere vista come una colpa.
Essere un grande artista non significa automaticamente
essere un'autorità morale o politica. E riconoscerlo, a mio
avviso, è un segno di umiltà, non di indifferenza.
(Gaetano La Rocca – fan di Roma)
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Ho letto tanti commenti, molti probabilmente scritti
d’impulso e senza riflettere, come oggi si usa fare. Tra i
tanti commenti ne voglio condividere uno, quello che sento
più mio:
“Credo che De Gregori stesse dicendo qualcosa di molto più
semplice e, per certi versi, anche più umile. Un artista
dovrebbe parlare innanzitutto attraverso la propria opera.
Non c’è alcuna necessità di ergersi a guida morale o a
essere umano superiore che arringa il pubblico dal palco,
come se il fatto di essere artista conferisse
automaticamente una particolare autorità etica o politica.
Mi sembra che De Gregori riconosca proprio uno dei mali del
nostro tempo: il personalismo, la centralità dell’io, la
convinzione che ogni opinione debba essere continuamente
esibita e trasformata in dichiarazione pubblica.
In questo senso la sua posizione mi ricorda una celebre
intuizione di Fellini: forse, facendo un po’ più di
silenzio, riusciremmo a capire qualcosa di più.
Si può non condividere il suo silenzio, ma trasformare la
scelta di non fare proclami in una colpa morale mi sembra un
equivoco. Un artista può testimoniare attraverso le sue
canzoni, i suoi libri o i suoi film; non è obbligato a
diventare un predicatore. … in sintesi
… la gente (perché è la gente che fa la storia), quando si
tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli
occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.
(Maria Lea Ziino – fan di Catania)
______________
De Gregori ha perfettamente ragione. Già non ne capiscono i
politici, adesso ci si mettono pure i cantanti o gli attori.
Sono d'accordo con lui, lo ammiro.
(Giancarlo Giannini - attore)

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In pochi giorni ci è capitato di assistere a una scena
piuttosto singolare.
Prima un grande scrittore viene messo sotto accusa per ciò
che ha detto.
Poi un grande cantautore viene criticato per ciò che non ha
detto.
Prima Erri De Luca. Adesso Francesco De Gregori.
E confesso che, osservando queste due vicende, ho provato
una sensazione strana.
Come se il dibattito stesse lentamente spostando il proprio
centro.
Erri De Luca è stato contestato per alcune sue parole su
Israele e Gaza. Francesco De Gregori perché ha rivendicato
il diritto di non trasformare il palco in una tribuna
politica. Due storie diverse, quasi opposte.
Eppure qualcosa le accomuna. Entrambe ci parlano del
rapporto sempre più difficile che abbiamo con la libertà, Mi
colpisce anche un’altra cosa. La rapidità con cui il
dissenso si trasforma in scomunica.
Nel giro di poche ore, uno scrittore che per decenni ha
raccontato gli ultimi, i migranti, gli sconfitti della
storia può essere ridotto a una sola frase. Un cantautore
che ha accompagnato intere generazioni con le sue canzoni
può essere liquidato come se tutto ciò che ha scritto,
cantato e rappresentato non avesse più alcun valore.
Naturalmente le idee si discutono. Le parole si criticano.
Le prese di posizione si contestano. È il sale della
democrazia.
Ma c’è una differenza tra criticare un pensiero e cancellare
una persona. E questa differenza mi sembra sempre più
fragile nel nostro tempo.
Personalmente non ho mai pensato che un artista abbia il
dovere di schierarsi. Non esiste una patente morale che
obblighi un cantante, uno scrittore o un attore a commentare
ogni tragedia del mondo.
Ma non ho mai pensato neppure il contrario.
Perché la storia della musica, della letteratura e dell’arte
è attraversata da donne e uomini che hanno sentito il
bisogno di prestare la propria voce a una causa più grande
di loro. Hanno cantato contro le dittature, contro il
razzismo, contro le guerre, contro le ingiustizie. Non
perché si credessero più intelligenti del loro pubblico, ma
perché la loro coscienza non permetteva loro di restare
altrove.
Per questo faccio fatica a comprendere l’imbarazzo che De
Gregori dice di provare verso chi sceglie quella strada.
La libertà di tacere è sacrosanta. Ma lo è altrettanto la
libertà di parlare.
E forse è proprio qui che il ragionamento si complica.
Perché più osservo questa discussione, più mi accorgo che il
vero problema non è Erri De Luca. Non è Francesco De
Gregori. Non sono gli scrittori, i cantanti o gli artisti.
Il vero problema è che mentre discutiamo di loro, Gaza
continua a esistere.
Continua a esistere con le sue macerie, con i suoi morti,
con i suoi bambini affamati, con una popolazione civile che
da mesi vive una tragedia che molti osservatori definiscono
ormai portatrice di caratteri genocidari.
Ed è qui che la polemica perde improvvisamente importanza.
Perché a quel punto la domanda non riguarda più gli artisti.
Riguarda ciascuno di noi. Non se dobbiamo parlare o tacere.
Ma se siamo ancora capaci di guardare la realtà senza
distogliere lo sguardo.
Perché il rischio più grande, oggi, non è avere opinioni
diverse. È finire per discutere all’infinito di chi indica
la luna, dimenticando che la luna è ancora lì, davanti ai
nostri occhi.
(Rocco Femia – fondatore Radici)
____________
Le parole di
Francesco De Gregori durante la conferenza stampa mi
hanno fatto riflettere molto. Quando dice di non
sentirsi ispirato da circa dieci anni, qualcuno potrebbe
leggerlo come un segnale di distacco o di stanchezza. Io
non ne sono così sicura. Del resto, De Gregori oggi ha
75 anni, non 50. E se c'è una cosa che la vita insegna è
che le persone cambiano continuamente. Io stessa ho
soltanto 25 anni, eppure mi accorgo di essere una
persona diversa rispetto a cinque anni fa ma anche
rispetto a 5 mesi fa. Sono cambiate idee, priorità,
sensibilità e perfino il modo di interpretare ciò che
accade intorno a me. Per questo faccio fatica a
immaginare cosa significhi attraversare altri
cinquant'anni di esperienze senza che cambi anche il
rapporto con la creatività, con il mondo e con
l'ispirazione.
De Gregori è sempre
stato un artista attento alla realtà, alle questioni
politiche e sociali. Ma la sua forza non è mai stata
quella di impartire lezioni. Anzi, forse proprio il
contrario. Canzoni come “La storia”, “Generale” o
“Pablo”raccontano il mondo, le sue contraddizioni, le
sue ingiustizie e le sue speranze senza mai trasformarsi
in slogan. Ti invitano a riflettere, non a schierarti
per forza.
Per questo trovo
particolarmente condivisibili le sue parole quando dice:
«Io sono un cantante, sensibilizzo attraverso le canzoni
che scrivo, non attraverso i discorsi che faccio. Non mi
sento di avere gli strumenti per dire a qualcuno che
posizione prendere. Non voglio dare lezioni». È una
dichiarazione di umiltà che oggi appare quasi
controcorrente. Viviamo in un tempo in cui si pretende
che ogni artista diventi un commentatore permanente
dell'attualità e che abbia una risposta pronta su
qualsiasi tema. De Gregori, invece, ricorda che il ruolo
di un cantautore non è necessariamente quello di
indicare una direzione politica, ma di raccontare la
realtà attraverso la propria arte.
Da ragazza di 25
anni, trovo questa posizione molto più onesta di tante
altre. Non perché gli artisti non debbano esprimere le
proprie idee, ma perché credo che la musica abbia una
forza particolare proprio quando non pretende di
impartire lezioni. Le canzoni migliori non ci dicono
cosa pensare ma ci aiutano a pensare. Non ci consegnano
verità assolute, ma ci mettono davanti a domande che
continuano a risuonare nel tempo.
Forse la riflessione
più interessante riguarda proprio il cambiamento umano.
Se io, a soli 25 anni, mi sento diversa rispetto alla
persona che ero a 20, perché dovrei stupirmi se un uomo
di 75 anni guarda il mondo in modo diverso rispetto a
quando ne aveva 20, 40 o 50? La maturità non consiste
nell'avere sempre qualcosa da dire a tutti i costi, ma
anche nel riconoscere i propri limiti e nel sapere quale
sia il linguaggio più autentico per esprimersi. Per De
Gregori quel linguaggio è sempre stato la musica. E dopo
una vita passata a raccontare il mondo attraverso le sue
canzoni, trovo che ci sia una grande coerenza nel
continuare a scegliere le note e le parole dei suoi
brani, piuttosto che i proclami o le prediche. È una
forma di saggezza discreta, rara e, proprio per questo,
preziosa. Grazie
(Sara Costantini -
fan di Roma)
____________________
Oh, ma che piagnisteo gli intellettuali di sinistra che non
accettano che Francesco De Gregori non si schieri
politicamente da un palco con proclami e invettive... Quei
capipopolo investiti dalla tv e dai giornali del ruolo di
insegnanti del pensiero, che non solo spiegano alla gente
comune cosa e come dovrebbe pensare, ma si permettono con la
loro altera sicumera di decidere persino cosa e come un
artista dovrebbe pensare e dire in nome della libertà. La
loro libertà di imporre un pensiero e un atteggiamento
comune, come i tagli di capelli che il dittatore prevede in
Corea del Nord per la sua gente: ventotto. Quelli e solo
quelli, fissati rigorosamente in un catalogo per
parrucchieri e scelti da lui personalmente. Un'altra
pettinatura o un'altra acconciatura non sono consentite. E
qui l'intellighenzia di sinistra pretende in nome della sua
fraintesa libertà di imporre l'acconciatura del pensiero a
tutti. Pure a chi da cinquant'anni è lì a pensare con la
propria testa. Ah, ma l'artista deve schierarsi, ci sono
momenti... quando passa la storia... non si può essere
moderati... e chi l'ha detto? Chi lo dice? I piangina del
pensiero unico finto democratico. Che amano plasmare la
societá e distribuire patenti e accusando De Gregori di non
aver detto abbastanza finiscono per cadere precisi in un suo
verso (loro che dicono di conoscerlo da sempre e molto
bene)... "...con aria stupita e il vuoto nel cuore...
aprimmo al pianto le finestre del dolore...". E soffono
perché quello è fuggito dal gregge che pretenderebbero di
controllare...
(Lucio Rizzica – giornalista)
____________
l cantante ha contestato un modo di pensare totalitario.
La citazione del celebre verso di Walt Whitman, tratto da
Foglie d’erba è la chiave per comprendere il senso di quello
che ha detto Francesco De Gregori: «Sono vasto, contengo
moltitudini». Contenere moltitudini, avere il piacere e la
libertà del dubbio, convivere con la complessità. Non sono
queste, quasi antropologicamente, le sfide, quelle vere, del
nostro tempo? Ha già detto Antonio Polito di certi antichi
riflessi pavloviani che hanno spinto immediatamente a usare
il timbro rovente per marcare di tradimento o peggio chi
nella sua esistenza, con il suo impegno civile e con i suoi
versi, è stato inequivoco, sentendosi parte di certi valori
di libertà e di giustizia sociale.
Non bisogna usare i testi di Francesco De Gregori per
raccontare le sue convinzioni più profonde. È facile, forse
inutile. Lo faccio solo per dire che De Gregori non la pensa
così da oggi, se ha cantato, negli anni Settanta, una
preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi
mai». E «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato
vivo».
Ciò che preme, nel guardare alle reazioni social, non quelle
di meditati articoli, alle sue parole, è salvaguardare, per
tutti, la libertà di essere sé stessi. La sostanza profonda
della parola libertà, quella che viene sradicata da tutte le
dittature, anche culturali, che impongono di ragionare tutti
alla stessa maniera.
De Gregori ha contestato un modo di pensare «totalitario»
privo dell’abrasione del dubbio, portato allo schieramento
automatico invece che alla libera ricerca intellettuale. Mi
pare che, con le sue parole, De Gregori non inviti chi ha
legittimamente scelto di usare la propria arte o la propria
popolarità per importanti cause sociali a non farlo. La
storia, che il cantautore romano conosce bene, è piena di
figure che hanno consacrato con onore la propria vita a
questa missione, spesso pagando di persona. Il disco
bellissimo che De Gregori ha inciso con Giovanna Marini ha
dentro di sé il senso di quelle esperienze.
Ma qui si discute di altro. Si discute del diritto
culturale, per fortuna non formale, di «contenere
moltitudini». Cioè di cercare, magari nel silenzio della
propria riflessione individuale, il senso delle cose che
accadono e di guardarle non attingendo solamente alla logica
delle facili appartenenze che tutto risolve e spiega
istantaneamente, ma alla foresta del dubbio. Certo più
intricata, ma è quella che ha sempre sospinto il mondo più
avanti.
Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono
imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di
recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di
certezze apodittiche non di prolifici dubbi. Non per caso
tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i
populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si
affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene
con Trump.
Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio,
la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un
impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della
interrelazione delle cose del mondo e delle persone.
Pasolini, inevitabile il riferimento, fu duramente attaccato
per la posizione da lui presa nella famosa lettera
all’Espresso dopo i fatti di Valle Giulia. Rispose dicendo:
«È nata insomma una divisione terroristica tra giusti e
reprobi che non è soltanto moralistica e ha quindi perduto
ogni rito e fair play. No. Verso il reprobo il giusto sente
un’antipatia fisica così forte che, benché magari suo
conoscente da anni e fino al giorno prima appartenente a una
stessa generica cerchia sociale, con analoghe idee
politiche, sente quasi una sorta di ripugnanza: non gli
stringe la mano, lo evita, gli gira a largo, gli prepara
intorno una specie di clima da linciaggio».
Un riflesso dal quale si fatica a liberarsi e che ora è più
violento e diffuso per effetto dell’universo allucinato dei
social. Non esistono «giusti e reprobi», ciascuno ha diritto
a misurare le forme, i limiti, la natura del proprio
rapporto tra ruolo sociale e impegno politico.
Spesso la sinistra ha avuto paura dell’innovazione o di ciò
che sfuggiva alla definizione, sovente arbitraria, di
politicamente corretto. Invece dovrebbe capire che
rinchiudersi nei bastioni di un fortino fatto di certezze
assolute e gettare olio su chi manifesta pensiero altro, è
dannoso e produce isolamento.
Si può stare da una parte, ma con la testa libera, senza
doversi sentire richiamare a ortodossie che non esistono
più, per fortuna. E questo è vero per tutti, non solo per
uno dei più grand
(Walter Veltroni)
____________
Temo proprio che il mio ex fratellino Francesco, uomo
controcoŕente, bastian contrario, poeta e intellettuale di
alta classe, sia stato equivocato e brutalmente frainteso ,
come si usa normalmente oggi fare non perdendo mai l
occasione di scordare il passato e di non capire mai certe
sfumature..per azzannare! Francesco non ha esecrato il Boss
per il suo tour antiDonald..ha solo detto quel che ha sempre
detto: l artista puo far politica eccome, ma meglio la
faccia con l'arte e non con i comizi! E' finita l era di
Contessa e di Woody Guthrie, quella della chitarra fucile!
Quella in cui anche Bax lottava con sloganistiche tremende
abbandonando la poesia civile con cui aveva
iniziato...Certo ci furono e ci sono momenti in cui l'
impegno sovrastava l' arte ed e' stato giusto cosi. Ma e'
anche altrettanto giusto che un poeta come Francesco
continui a scrivere i suoi straordinari testi metaforici e
simbolisti, (che certo sono impegnati comunque, senza fare
spettacoli o tour CONTRO qualcuno! Ha forse sbagliato le
parole e il momento per spiegare il suo pensiero, certo, ma,
vivaddio, meglio un grande artista che fa politica con la
poesia alta..che cento combattenti che buttano li certe
ballate come quelle che scrivevo io per compiacere i miei
compagni..(ma svilendo le mie vere capacita'...
(Ernesto Bassignano - cantautore e giornalista)
____________
E così accade che perfino
Erri De Luca e Francesco De Gregori, figure che hanno
contribuito a costruire l'immaginario culturale della
sinistra italiana, vengano improvvisamente trattati come
corpi estranei. Le loro colpe? Aver pensato con la propria
testa. Aver rifiutato l'omologazione. Aver esercitato un
diritto che dovrebbe essere sacro in democrazia: quello di
non conformarsi.
Antonio Polito ricorda un
episodio inquietante della storia italiana. Nel 1976 De
Gregori fu sottoposto a una sorta di processo politico da
parte di militanti estremisti che lo accusavano di essere
troppo borghese e troppo poco rivoluzionario.
Sono trascorsi
cinquant'anni. Sono cambiati i linguaggi. Sono cambiati gli
strumenti. Ma la tentazione di processare gli eretici sembra
essere rimasta la stessa. Oggi non si sale più su un palco
per organizzare un processo popolare. Bastano una tastiera,
un hashtag e una folla digitale pronta a colpire chiunque
non si adegui al verbo dominante.
È una deriva che dovrebbe
preoccupare tutti, indipendentemente dalle idee politiche.
Perché la libertà di espressione non consiste soltanto nel
diritto di dire ciò che si pensa. Comprende anche il diritto
di non partecipare a una campagna, di non sottoscrivere un
appello, di non recitare una parte imposta dal clima del
momento.
La democrazia vive di
pluralismo. L'intolleranza vive di conformismo. E quando il
dissenso viene trattato come una colpa e il silenzio come un
peccato, non siamo davanti a una manifestazione di coscienza
civile.
Siamo davanti
all'ennesima dimostrazione di una cultura politica che
continua a confondere il confronto con l'obbedienza e la
libertà con l'allineamento. Forse è proprio questa la
lezione più importante che emerge dall'articolo di Antonio
Polito.
(Stefano Albamonte -
giornalista)
____________
Le opinioni di De Gregori sono molto personali e
rispettabilissime e non è che dica cose sbagliate ma è un
modo di vedere le cose provocatorio. Non mi sono
meravigliato: lui è fatto così, è un poeta, non un
politico che fa discorsi perché gli serve avere del
consenso”. Le mie canzoni parlano chiaramente da sole. Io
non ho bisogno di fare, diciamo così, dei discorsi dal palco
perché non li faccio mai. Proprio perché le canzoni parlano
chiarissimo per chi vuole sentire naturalmente. Invece chi
non vuole sentire è chiaro che… Non vuol capire.
(Vasco Rossi)
____________
“Fiore di scienza e libero pensiero..” (/da Le lacrime di
Nemo)
Sono spaventato dalle retoriche difese di ufficio quando si
tratta di amici e parenti.
Trattandosi di arte e del suo rapporto con la politica non
posso però che infastidirmi della pietosa polemica sollevata
nei confronti di Francesco de Gregori.
Libero di non “ostentare” l’impegno politico e soprattutto
non facendolo a comando per compiacere il mainstream.
Chi vuole capire e comprendere come la pensi sul conflitto
israelo-palestinese si può ascoltare il “panorama di
betlemme”
Chi cerca di farsi un’idea sull’orientamento politico circa
la questione della emigrazione interna ed esterna ascolti e
riascolti “-Titanic” e “ Nero” e “due zingari”
In “Condannato a Morte” c’è una denuncia chiara delle
teocrazie fondamentaliste.
Una produzione così esplicita e copiosa di testi legati ad
una visione del mondo e della società chiara ed in continua
evoluzione, un pensiero mai stereotipato non può accettare
il patetico patibolo che hanno issati i professionisti del
farsi belli con le disgrazie altrui, la prima fila
dell’appello facile che pretende di assegnare il posto nella
fila dei buoni e dei cattivi.
“Ci sono posti dove sono stato, mi ci volevano inchiodare.
Ai loro anni ciechi e sordi, ai loro amori raccontati male.
A una canzone di quattro accordi, ad una stupida cantilena.
Ma tu davvero non lo ricordi quando cantavi e sbadigliavi
in scena..?”
Questo de Gregori scrisse qualche anno fa, ben felice di
sentirsi libero non di non schierarsi ma di non sentirsi
obbligato a farlo, a salire in cattedra o pretendendo di
scambiare il ruolo di artista con quello di capopopolo. C’è
qualcuno che in questo paese lo ha fatto; e non è andata
affatto bene; per lui e per noi.
(Bobo Craxi - parlamentare della Repubblica italiana)
____________
Io credo che per un
artista parlino le sue opere, non servono proclami e comizi
dal palco, se quello che ha scritto parla già abbastanza
chiaro. Forse non tutti conoscono le canzoni di De Gregori
(non sto parlando di Rimmel e La donna cannone), forse non
ne hanno colto la poetica, la denuncia, la parte in cui sta.
Stiamo assistendo in questi giorni al Palalido II - la
vendetta, da parte di chi magari quando lui a 24 anni
scriveva un disco come Rimmel, appunto, in cui ci sono brani
come Pablo o Le storie di ieri che non lasciano adito ad
alcun dubbio, magari non era ancora nato. Cantanti
(colleghi?) o comici che certi brani se li sognano (nel
senso che non ci arrivano proprio).
Con questo chiudo il
discorso. L'avete messo alla gogna, gli avete dato del
rincoglionito. Magari bastava aprire le orecchie e ascoltare
quello che ha detto davvero in quell'intervista, e in più di
60 anni di carriera. Punto.
(Valeria Bissacco - fan
Castelfranco Veneto)
____________
Grandi sono grandi proprio perché sono grandi, non perché
recitano la parte dei grandi. E Francesco De Gregori, finito
al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni su Bruce
Springsteen, ha mostrato ancora una volta — semmai ce ne
fosse ancora bisogno — la stoffa che lo distingue da molti
suoi colleghi. Affermando di provare «sempre un certo
imbarazzo quando un uomo di spettacolo, forte della propria
visibilità pubblica, si schiera in maniera così netta e
apodittica su questioni internazionali e di guerra», il
cantautore romano ha ricordato una verità oggi quasi
dimenticata: i temi complessi richiedono analisi e prudenza,
non slogan pronunciati da un palco.
Del resto, De Gregori non appartiene a quella generazione di
artisti che scoprono la politica per moda o per convenienza.
Insieme a Venditti, De André, Gaber e Guccini, egli fa parte
di quella stagione di cantautori che negli anni Settanta
venivano definiti “impegnati”: uomini che la politica
l’hanno vissuta, discussa e spesso contestata. Forse anche
per questo, e per le inevitabili disillusioni maturate
osservando l’evoluzione del Paese nei decenni successivi,
tendono oggi a diffidare delle semplificazioni e delle
verità gridate.
D’altronde sapete qual è la cosa che accomunava i cantautori
impegnati ai criminali politici sia di destra che di
sinistra? La speranza e la volontà di costruire un mondo
diverso.
I primi si limitavano a cantarla, i secondi, per
realizzarla, compivano rapine per finanziare la cosiddetta
rivoluzione e, in qualche caso, anche omicidi e attentati.
Ciò che li accomunava non erano certo i mezzi impiegati, né
tantomeno le responsabilità morali e penali, ma il medesimo
orizzonte ideale: la convinzione che fosse possibile
rifondare radicalmente la società. Fintanto che l’abbaglio
non colse tutti.
Così i primi, avendo soltanto perso tempo dietro una falsa
musa, iniziarono a cantare altro: sentimenti, storie,
introspezione. Gli altri, i delinquenti, rimasero soli con i
loro crimini e continuarono a delinquere, questa volta
soltanto per denaro e magari insieme a coloro che, fino a
pochi anni prima, avrebbero semplicemente cercato di
uccidersi a vicenda.
È stato il caso, ad esempio, emerso con l’inchiesta sul
“Mondo di Mezzo”, dove un “nero” come Massimo Carminati si
era messo in affari con un “rosso” come Salvatore Buzzi.
Lo so, può sembrare un paragone esagerato o persino
fuorviante, ma la materia prima con cui entrambi quei mondi
— i cantautori e i criminali politici — si muovevano e
sognavano negli anni Settanta era la stessa: la politica.
L’idea di un mondo migliore.
Una chimera che può fare molto male quando non si è
attrezzati a riconoscerla. E De Gregori non solo è
senz’altro attrezzato a riconoscerla, ma è anche abbastanza
colto e intelligente da tacere persino su quest’ultima
considerazione da me esposta, evitando di sembrare matto e
di fare ancora più danni di quanti finora non ne siano già
stati fatti.
Perché se è vero che ognuno di noi, in Italia, ha il diritto
e in una certa misura anche il dovere di esprimere le
proprie opinioni — e quindi anche i cantanti — è altrettanto
innegabile che un artista, proprio a causa della propria
popolarità, nel momento in cui si pronuncia su determinate
questioni, anche qualora ne abbia contezza meno dell’omino
seduto al bar davanti a una birra, possiede una capacità di
influenzare le menti deboli e disarmate del pubblico tale da
trasformarlo in una vera e propria “arma non convenzionale”.
Per questo motivo, tacere anziché pontificare su questioni
che non si conoscono realmente è spesso la scelta più onesta
che si possa compiere sul piano intellettuale.
Ad ognuno il proprio mestiere: agli analisti politici
l’onere di analizzare le cose del mondo, ai cantanti quello
di cantare, agli sportivi quello di parlare di sport e agli
scienziati quello di fare scienza. Diversamente, non si
eleva il dibattito pubblico: si rischia soltanto di fare
danni.
Lorenzo Valloreja
https://www.lortis.it/

___________
Esiste una nuova aristocrazia in servizio permanente
effettivo, arroccata su un Olimpo di certezze indiscutibili
da cui dispensa patenti di rettitudine e sentenze di
condanna.
È la declinazione nostrana dello star system musicale e
artistico, una riserva indiana di privilegiati convinti di
detenere il monopolio della verità e trasformatasi nel
megafono acritico di parole d’ordine preconfezionate.
L’aspetto più grottesco di questa mutazione risiede nella
selezione chirurgica delle cause per cui vale la pena
esporsi: un palcoscenico ridotto a un solo, unico copione.
In questo bizzarro teatro morale, l’analisi geopolitica
scompare, rimpiazzata da uno spartito elementare. Figure
pubbliche incapaci di distinguere la complessità storica si
fanno portavoce, più o meno consapevoli, di istanze che
ricalcano la propaganda e le narrazioni delle teocrazie
oscurantiste del Medio Oriente, riducendo una tragedia
epocale a un jingle da festival.
Chi canta deve uniformarsi; la militanza non è più una
scelta individuale frutto di studio, ma una tassa
d’iscrizione obbligatoria al circuito del consenso. Se non
si pronuncia la parola d’ordine fissata dal mainstream –
l’immancabile “Free Palestine” declinato senza alcuna
sfumatura o riflessione critica – scatta immediata la
ritorsione del tribunale progressista.
Il meccanismo di omologazione ha svelato la sua ferocia
culturale nel trattamento riservato a Francesco De Gregori –
e, prima ancora, a uno scrittore come Erri De Luca.
Un artista che fa il suo mestiere con la dignità e la
riservatezza del grande intellettuale, scegliendo di non
piegare la propria statura a maestro di morale o a megafono
di piazza, viene liquidato, criticato e persino bollato come
“mediocre” o superato.
La sua colpa? Non aver espresso la “loro” opinione, non aver
pronunciato la parola “genocidio”, rifiutandosi di prestarsi
alla recita collettiva per rivendicare la libertà
dell’intelligenza contro il dovere del coro.
Questa caccia al controriformista, a ben guardare, ha il
sapore di un vecchio e sinistro déjà-vu.
Bisogna riavvolgere il nastro fino al 1976, quando a Milano
lo stesso De Gregori fu vittima di un grave episodio di
intimidazione da parte di facinorosi ed extraparlamentari di
sinistra, che lo prelevarono nei camerini con le armi in
pugno per sottoporlo a una sorta di surreale “processo
popolare” sul palcoscenico.
In quel cupo scorcio degli anni Settanta, per una certa
frangia ideologizzata, essere un cantautore – un artista –
significava l’obbligo di cantare gratis e, soprattutto, il
dovere tassativo di stare dalla loro parte, pena l’accusa di
essere troppo borghese o disallineato rispetto alla
“rivoluzione”.
Oggi quel periodo e quei mentecatti sembrano essere tornati,
mutati soltanto nella forma ma identici nella sostanza
squadrista.
Non ti minacciano più fisicamente con le pistole nei
camerini, ma la dinamica del plotone d’esecuzione è la
stessa: oggi fanno violenza social.
Il linciaggio digitale, l’ostracismo mediatico e il fango
riversato dalle squadracce da tastiera hanno sostituito le
vecchie armi, mirando allo stesso identico obiettivo:
annientare chi non si piega all’allineamento obbligatorio
della propaganda.
Questo totalitarismo del sentimento impone criteri rigidi: o
ci si adegua al pacchetto ideologico completo o si viene
marchiati come nemici dei diritti civili, dell’umanità e
della storia stessa.
È una dinamica totalizzante, in cui la minima deviazione dal
dogma comporta l’esclusione dal consorzio dei “giusti”.
Se un cantante esprime nostalgia per l’Italia ma dalle
colonne di “Repubblica” si premura di criticare una presunta
“deriva dei diritti civili” per rassicurare il salotto
buono, riceve il plauso immediato; se un’altra voce si
permette di rimanere in silenzio o di preservare una
complessità di pensiero, viene accusata di girarsi
dall’altra parte.
La riduzione della cultura a un prontuario di slogan ha
azzerato lo spazio del dubbio.
L’importante non è capire la storia, ma esibire il segno
giusto sul palcoscenico della vanità digitale, mentre il
pensiero critico affonda sotto il peso di un conformismo
senza pudore.
(Alessandro Tedesco – InOltre)
_______________
I BAMBINI NON HANNO BISOGNO DI SPRINGSTEEN. De Gregori, il
silenzio come posizione, e quella canzone del 1989 che
spiega tutto.
Francesco De Gregori ha deciso di non dirci cosa pensare. In
cambio, da cinquant'anni, ci offre canzoni. Se non ci basta,
il problema non è suo.
Ha usato alla conferenza stampa di Milano una parola che
pochi sembrano aver ascoltato con attenzione. Ha detto che
prova “imbarazzo”. Non disaccordo, e nemmeno fastidio;
imbarazzo per quando un uomo di spettacolo si schiera in
modo netto e apodittico su questioni internazionali. Quello
che si prova quando qualcuno fa una cosa che non sta facendo
a te, ma che ti riguarda lo stesso. Poi ha citato Whitman:
"contengo moltitudini" per spiegare che il suo non è
pensiero totalitario. Ha chiesto, con quella sua ironia
obliqua che taglia sottovoce, che titoli abbia un uomo di
spettacolo per dare lezioni.
E il web ha risposto come sa fare: male : Tradimento.
Complicità per omissione. Qualcuno ha sfoderato persino la
parola "ignavo" con tanto di hashtag #Dante.
Enzo Iacchetti, Eros Ramazzotti, e qualche altro risentito,
orfani di un capogruppo obbligato a infondere certezze, ci
restano male e allora dicono che le sue stesse canzoni
dimostrano il contrario; che De Gregori "predica bene e
razzola male". E c'è chi, in modo ancora più sottile e
disonesto, usa la sua posizione per agganciarsi al momento,
per fare, "instant marketing sull'umido della fama altrui."
alludendo a Springsteen e al suo amato Dylan.
Vorrei provare a fare una cosa diversa. Io, partigiano e
devoto al mio Principe da quella volta in cui a 16 anni
persi la verginità con “Rimmel” in sottofondo, provo a
dargli torto senza insultarlo.
È che mentre lo faccio, scopro che non aveva torto affatto.
“Mira Mare 19.4.89” esce nell'aprile di trentasei anni fa. È
l'undicesimo album di De Gregori, e la traccia che lo apre
si intitola “Bambini venite parvulos”. Il titolo è un
pastiche maccheronico del versetto evangelico "sinite
parvulos venire ad me", lasciate che i bambini vengano a me,
svuotato di grazia e riempito di veleno.
Lo ha spiegato lui stesso, con quella precisione chirurgica
che a volte concede: "È una canzone sull'abbassamento
progressivo dell'età media dei killer e delle vittime nel
mondo di oggi, e sul fatto che tutti e due portano spesso la
stessa marca di scarpe."
È, in ogni senso possibile, una canzone politica. Anzi: è
una canzone di denuncia feroce, senza attenuanti. Ci sono il
trasformismo ("i professori dell'altro ieri stanno
affrettandosi a cambiare altare”), la connivenza ("qualsiasi
tipo di fallimento ha bisogno della sua claque”), il
populismo predatorio "si avvicina sorridendo l'arrotino col
suo know-how, venuto a vendere perline e a regalare crack”.
E poi i bambini usati, consumati, sacrificati: "vale un
occhio il vostro cuore, mille dollari i vostri occhi, i
vostri occhi senza dolore”.
È una delle canzoni più politicamente precise che la musica
italiana abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni. Ed è
firmata da un uomo che, trentasei anni dopo, dice di non
voler fare proclami.
Quindi: si contraddice? Razzola male? No. Fa esattamente
quello che ha sempre detto di fare.
C'è una differenza abissale tra prendere posizione in
un'opera e salire su un palco per dire al proprio pubblico
cosa pensare. La prima è letteratura, o musica, o arte:
costruisce una domanda, agita la coscienza, lascia uno
spazio vuoto che il lettore o l'ascoltatore deve riempire da
solo. La seconda è propaganda anche quando serve una causa
giusta, anche quando viene da un posto sincero.
De Gregori, in quello splendido mosaico di ingiustizie e
brutture che è “Bambini venite parvulos”, ti piazza davanti
ai bambini nel nero del mare, ti scaglia davanti a un
arrotino sorridente che porta crack, ti sporca col sangue
che sgorga sotto al sole e ti molla lì, da solo con quella
immagine che puzza di ferro e dolore. Ma non ti dice chi
votare, chi applaudire e chi odiare. Sei tu che devi fare i
conti con quello che senti. Sei tu che devi decidere cosa
farne.
Sì, questo è proprio il contrario di ciò che fa chi sale sul
palco e grida che Trump è un imbecille. o “Palestina libera"
prima dell’ultimo bis.
Quella è la scorciatoia emotiva di chi vuole il plauso senza
il rischio, non c’entra nulla con l’impegno civile. È
parlare a chi è già convinto, sopra ad un palco dove tutti,
lì sotto, ti applaudirebbero comunque.
Ero presente alla conferenza stampa dell’altro giorno a
Milano e posso garantirvi che De Gregori non ha detto che i
bambini di Gaza non esistono. Non ha detto che le loro morti
non contano. Ha abbassato lo sguardo, ha appoggiato le mani
sulle sue ginocchia ossute e ha confessato confusione in un
mondo di presunte certezze, sbandierate. A me è sembrato uno
degli atti di onestà intellettuale più rari degli ultimi
anni. Ha detto che i mille dollari degli occhi dei bambini,
lui, li ha già messi in musica. Da trentasei anni quegli
occhi "senza dolore" girano l’Italia suonati dal vivo, nelle
cuffie delle persone, nei dormitori e nelle macchine e nelle
cucine.
Chi ha una canzone come quella nel proprio repertorio, e
sceglie di non aggiungere altro, è tutt’altro che un ignavo.
È semmai qualcuno che ha già fatto la sua parte, e che ha
abbastanza rispetto per il proprio lavoro e per il proprio
pubblico da non ridurlo a volantinaggio.
C'è poi una questione di forma, che in (certe) canzoni è
anche una questione di sostanza.
Certe canzoni durano. I proclami no. “Bambini venite
parvulos” nel 1989 descriveva l'Italia di Tangentopoli che
stava per esplodere, i populismi che stavano per nascere, la
generazione che stava per essere sacrificata sull'altare del
disincanto. Oggi, ascoltata con Gaza in testa e con Trump
che mescola demenza a idiozie geopolitiche, dice le stesse
cose. Anzi, ne dice di più, perché il tempo le ha
stratificate.
I nostri tweet indignati saranno bit di passaggio, minuzie
digitali trascurabili, note d'archivio al massimo. O forse
nemmeno quello.
La differenza tra arte e militanza non è di valore morale. È
di durata. È di profondità. È nel fatto che una canzone
scritta bene può cambiare il modo in cui una persona vede il
mondo per trent'anni, mentre uno slogan, anche il più
giusto, esaurisce la sua funzione nel momento in cui viene
pronunciato.
Confesso: per me De Gregori è qualcosa di più di un
argomento di dibattito culturale. È la voce che mio padre,
tanti anni fa, inconsapevolmente, durante un viaggio in
macchina mi ha messo dentro per sempre.
Quella voce non mi ha mai detto cosa pensare. Mi ha
insegnato come guardare. Mi ha fatto compagnia, mi ha fatto
diventare l’adulto che speravo di essere. E questa, è la
forma più alta di impegno che un artista possa permettersi:
non dire al mondo dove stare, ma dargli gli occhi per
vederlo.
(Niccolò Agliardi – Rockol.it)
_______________
BLA..BLA..
BLA.. 2.0. E vabbé, se questo è il mondo che mi tocca, devo
farmene una ragione. L'incontenibile fiera del bla bla bla
si è allargata: dagli "illuminati pensatori" che affollano
giornali e TV al pecorume social. Con tutti i problemi che
attanagliano il nostro tempo e la nostra vita tutti,
difensori d'ufficio o pubblici ministeri, non trovano di
meglio che stare a sparare la loro insipienza sul tema del
giorno: di cosa devono parlare o non parlare i cantanti.
(Mimmo Locasciulli -
medico e cantautore)
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De Gregori ha ragione. Lo dico da un sacco di tempo. Un
artista dovrebbe esprimere il suo credo politico? Pensasse a
fare il suo mestiere. Siccome faccio l'attore e sono
conosciuto, adesso influenzo pure gli altri. Ma se già
abbiamo i politici che non sanno neanche loro parlare.
(Giancarlo Giannini – attore)
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