www.iltitanic.com - rumore di niente

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Estratti dalla conferenza stampa, per quelli che hanno ascoltato solo quel che volevano ascoltare:

 

- No, la situazione attuale di guerra non mi sta dando spunti per scrivere nuove canzoni perché saranno circa dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me. La cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma. Per scrivere una canzone devi essere ispirato, non basta la tecnica. Sarei in grado di scrivere una canzone in un pomeriggio, ma se non ho l’ispirazione non la farò.

- Chiaramente vivo con apprensione e con dolore tutto quello che sta succedendo adesso. Non voglio dire che questo l’avessi già previsto quando ho scritto Generale, Il panorama di Betlemme o Il vestito del violinista. Non c’era bisogno di prevederlo, bastava guardarsi intorno, uscire un po’ fuori dal nostro recinto dell’Europa per capire che il mondo era coinvolto in guerre, massacri, ingiustizie e cose orribili. Quelle canzoni nascono allora e valgono purtroppo ancora adesso.

- Io avevo 16-17 anni e già uno dei miei sogni era quello di fare il cantante, scrivere canzoni, mi piacevano i cantautori. Quando si uccise Luigi Tenco, quella sera giurai a me stesso che mai sarei andato al Festival di Sanremo, a nessuna condizione.

- Se canterò le canzoni di Bufalo Bill? Sì, canzoni che poi non sono state conosciute molto. Alcune sono venute fuori come Bufalo Bill, che la gente comunque identifica come una Hit, così anche Atlantide. Ce ne sono altre meno conosciute, magari quelle lì le faccio. Fra l’altro, quel disco ebbe una sorte infelice, vendette molto meno di Rimmel; anche perché uscì due tre giorni prima del processo del Palalido. Poi io mi fermai e si parlò di me in tutt’altro modo. Insomma, la promozione del disco che dovevo fare si bloccò completamente, in più io ero abbastanza demoralizzato e non mi andava più di occuparmene. Quindi quel disco lo ricordo come un danno professionale oltre che come danno morale.

- Questa sui quindicenni che vanno ai concerti di Springsteen è una domanda di sociologia, non ho questa consapevolezza dell’anagrafe del pubblico che viene ai miei concerti, di solito viene a sentirmi gente abbastanza anziana. Ora se Springsteen abbia i ragazzini o a me manca quella fascia che scende in piazza per l’ambiente, onestamente non mi preoccupa più di tanto. Forse si preoccuperà Springsteen che ha sempre cavalcato, in qualche modo, la politica. A margine di questo, volevo dire che provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo e che, quindi, ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, ecc. Tutto il mondo che ci sta attorno va analizzato con estrema cura, il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico… perché? Non sono già sensibili per conto loro? C’è bisogno di scrivere che Springsteen è contro l’amministrazione Trump? Non credo, è un ruolo che non mi sento di condividere.

- Se devo sensibilizzare lo faccio attraverso le mie canzoni, non con le cose che dico. Dylan? Non lo so, non credo che Dylan faccia grandi proclami, comunque saranno cazzi di Bob Dylan. Io non li faccio perché non mi sento superiore a nessuno da potergli insegnare come si vive, come si legge un articolo di giornale, quale posizione prendere su Gaza, su Israele o sull’Iran. Non mi sento di dare lezioni, ho le idee confuse anch’io e mi sembra onesto avere le idee confuse. Per citare Whitman prima di Dylan, “contengo moltitudini”. Vuol dire che il mio pensiero non è totalitario e quindi non mi sento in grado di dare lezioni a nessuno e nemmeno prenderle da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Se devo prendere lezioni da qualcuno, vado da un filosofo. Un uomo di spettacolo non ha nessun ruolo, non è predominante. Che titoli ha?".

Francesco De Gregori, Milano  26.5.2026

 

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Su FB, Instagram e un po' su tutto il web è in atto un massacro mediatico attorno alla conferenza stampa tenuta da Francesco De Gregori per presentare l'evento "Nevergreen". Le sue dichiarazioni, estrapolate con maestria dai giornalisti presenti e amplificate in rete a modo loro, sono state deformate fino a far passare De Gregori per un menefreghista, generando un bordello dal forte rumore di "niente". Messo alla gogna come al Palalido nel 1976, con la differenza che stavolta Francesco se ne strafotte alla grande.

Sui social si sprecano i commenti “ad minchiam”, mirati a ottenere i cosiddetti cinque minuti di celebrità con discorsi "intelligenti". A scriverli è gente che in passato gli ha sempre riservato consensi con tassi glicemici così elevati da rasentare il diabete (quello di tipo 1, il più pericoloso). Sì, proprio quelli che avrebbero sbavato per un saluto o un selfie, adesso gli voltano le spalle accusandolo di essere un qualunquista.
A questi pseudo-fan basta leggere due righe per uscire dalle tane dove stavano nascosti da decenni e colpirlo. Proprio loro, che rompevano le palle esibendo la copertina di Rimmel o la musicassetta Linea3, ascoltata in auto col papà infinite volte, fino a consumare il nastro. C'è addirittura chi accusa i fan storici di essere troppo "talebani" e chi si scandalizza per le sue parole, come se il Principe stesse parlando all'assemblea delle Nazioni Unite anziché sul palcoscenico di un teatro. I dubbi emersi dalle sue dichiarazioni? Scaturiscono dalle tonnellate di bufale diffuse dai media, capaci oggi di confondere chiunque. E averne, con tutte le fake news confezionate dall'IA che ci propinano, è più che lecito.
Ho rivisto "Nevergreen" su Rai3. Se questi ignoranti, invece di scambiare la "libertà di pensiero" per "disimpegno", avessero conosciuto davvero le canzoni contenute nel film..... avrebbero appurato che almeno sei o sette brani parlano di guerre o disgrazie nel pianeta. Doveva pure gridarlo ai quattro venti? No, Francesco lo fa con le sue canzoni, ma questi non ci stanno perchè vogliono fare gli splendidi per collezionare like a tempesta cavalcando l'onda del momento storico e dimenticando in un sol colpo la strepitosa carriera di un uomo che, quando aveva qualcosa da dire sui dolori del mondo, lo ha sempre fatto in Fa diesis o in Re maggiore, vedasi Il vestito del violinista, Il cuoco di Salò, La storia, 1940, San Lorenzo, Condannato a morte, Gesù bambino, Natale di seconda mano, Il panorama di Betlemme, Le storie di ieri, Pilota di guerra, ecc., Ha sempre fatto così e senza bisogno di lanciare proclami, al contrario di alcuni abituati a stare seduti su imbarazzanti poltrone televisive.

Vorrei chiedere a queste Dame di carità: SEGUITE UN CANTANTE O UN CAPOPOPOLO? Francesco non è mai stato un Masaniello e, da persona intelligente qual è, mai lo sarà. Farà sempre il suo mestiere di artista, fino alla fine. Personalmente, nei social non mi arrischio a rispondere a questi insulti perchè verrei ricoperto immediatamente da una valanga di "posa il fiasco", "cambia pusher", "fatti vedere da uno bravo" o "te lo spiego con un disegnino?"......  ma andate a C (con autonomia).

Di seguito, una piccola raccolta di opinioni espresse da "degregoriani IGP" che, grazie a Dio, la pensano ancora come il Nostromo.

(Mimmo Rapisarda)

 

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Scusate se intervengo anche io sulla questione: "De Gregori non si schiera", ma solo adesso ho avuto modo di ascoltare per intero la conferenza stampa e le dichiarazioni sotto accusa e per questo devo ringraziare l'amico Jakob PJ Dylan, persona di enorme cultura che ha come unico difetto quello di pensare che l'arancino sia femmina.

Detto questo ho ascoltato con attenzione e ritengo che Francesco non solo non abbia detto nulla di nuovo rispetto al suo passato, ma che anzi abbia fatto delle dichiarazioni oneste ed intelligenti.

Non ama gli artisti che fanno sermoni, che devono necessariamente fare appelli, non mi pare abbia detto di apprezzare chi bombarda i palestinesi.

Qual è il problema?

Ha scritto "La Storia" o "Il panorama di Betlemme", deve fare altro? Dobbiamo per forza sentirlo gridare dal palco "Trum fuck you"? Ma chi se ne frega!

Semmai dovesse farlo penserei che sia impazzito.

Piuttosto dopo aver letto i commenti in giro sui social, penso abbia ragione a parlare di fan talebani, gente che cammina ancora con l'Eskimo.https://www.iltitanic.com/2026/fig2.jpg Quello che ho visto on line è imbarazzante, frasi estrapolate e date in pasto agli analfabeti funzionali e cosa ancor più triste, vecchi amici sputare veleno su Francesco, sol perchè non gli rivolge più la parola.

(Daniele Di Grazia - fondatore di Rimmelclub)

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Non mi piacciono molto i processi mediatici e diffido di chi "non ha dubbi mai". Ho letto parole pesanti e spropositate. Un tizio è arrivato a dire che al Palalido hanno fatto bene a contestarlo perché è sempre stato un traditore e un qualunquista.

Le solite accuse di tradimento e le solite invettive. Ma cosa c'è di nuovo in quello che ha detto? Assolutamente nulla. In uno dei passaggi finali della conferenza stampa ha dichiarato: "Se lo faccio [sensibilizzare il pubblico rispetto a certi temi] lo faccio attraverso le canzoni non per le cose che dico".

Personalmente ho le mie idee su quello che ci circonda e francamente non sento il bisogno che De Gregori dal palco mi dica come la pensa. Continuo ad ascoltare Leonard Cohen anche se è morto. Sono le opere quelle che contano.

Poi ognuno è libero di esprimersi o meno senza essere attaccato con la violenza che ho visto, letto e sentito in questi giorni.

Come cantava Bob? Non lavorerò più nella fattoria di Maggie.

(Giovanni Puma – fan di Palermo) 

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Vuoi sapere cosa pensa de Gregori di Israele e del popolo palestinese? Ascoltati Il panorama di Betlemme. Vuoi sapere cosa pensa dei migranti? Ascoltati Natale di seconda mano. Cosa pensa della resistenza e della nostra  storia? Ascoltati Viva l'Italia.Cosa pensa del potere gaglioffo? Ascoltati La ballata dell'uomo ragno. Cosa pensa degli eredi di Salò? Ascoltati Le storie di ieri. Cosa pensa dello sfruttamento del lavoro? Ascoltati Pablo. Come ha scritto magistralmente Luigi Manconi (non proprio un ignavo conservatore) citando Calvino, l'impegno non sempre grida. Dal palco da cinquant'anni ogni canzone è una sciabolata. Il resto è fuffa da social.

Celebrazione

Ci sono posti dove sono stato, dove il Piave mormorava

E la sinistra era paralizzata e la destra lavorava

In certe stanche stanze dove discutono di pischiatria, di terrorismo e di fotografia

Ascoltami...

Parlare e razzolare insieme, parlare e razzolare insieme...

Ci sono posti dove sono stato, mi ci volevano inchiodare

Ai loro anni ciechi e sordi, ai loro amori raccontati male

A una canzone di quattro accordi, ad una stupida cantilena

Ma tu davvero non te lo ricordi quando parlavi e sbadigliavi in scena..

(Giommaria Monti - scrittore e giornalista)

 

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Il polverone sulle affermazioni di De Gregori è molto istruttivo e davvero ridicolo.

Si tratta di un metodo giornalistico di alzare polveroni e creare barricate, indegno ovvero intervistare qualcuno (non è che De Gregori ha scritto sui social oppure si è alzato la mattina per fare una comunicazione pubblica al mondo), fare domande incalzanti, fare esprimere un opinione dentro una discussione più ampia e poi estrapolare un' affermazione e farla diventare un titolo di un articolo che molti nemmeno leggono nella sua interezza  ma si basano sul titolo, che letto così, come affermazione, come se lui si fosse svegliato la mattina e avesse fatto questa dichiarazione al mondo, sembra che stia dicendo qualcosa di simile a quello che dice il sionista Erri De Luca ma  non c entra un kaiser. 

Io ho ascoltato l' intervista, devo dire che non condivido in questo caso la sua posizione ( in questo caso !!!!!!ovvero relativamente alla tragedia di Gaza, non in generale sul fatto che l' artista debba fare parlare solo la sua arte) ma comprendo la sua posizione e non penso affatto sia in malafede ovvero penso che non si tratta affatto della  posizione di chi non vuole parlare per preoccupazione di subire ritorsioni o per indifferenza, come invece tutti coloro che leggono solo il titolo, possono erroneamente dedurre. Questa si chiama difficoltà di comprensione semantica pragmatica, è un sintomo dell' autismo ovvero non comprendere l' intenzione del parlante nel contesto in cui parla, non comprendere il non detto, il presupposto, ma basarsi solo sul significato letterale del messaggio, peraltro separato dalla discussione complessiva. Non sapere fare inferenze adeguate ma leggere quattro parole e partire in quarta. Alzare il polverone della minchionaggine

I social, e questo modo di creare post pseudo giornalistici con questi titoli fuorvianti, creano continuamente questa polarizzazione barbara su ogni argomento dello scibile umano, dei bianchi contro i neri ( i bianchi sono neri per i neri e i neri sono bianchi per i neri) questa disfunzione nella nostra capacità di leggere e comprendere i messaggi nella loro complessità.

Il modo di fare canzoni di De gregori  stimola l' intelligenza semantica pragmatica, la capacità di comprendere le metafore, il pensiero analogico, il pensiero e l'immaginazione di chi ascolta, non fornisce un significato come risposta, non fa sintesi e non da definizioni, offre chiavi di lettura. Chi ovviamente conosce l'universo artistico di De Gregori non ha dubbi sulla sua visione e sensibilità. Ma non tutti lo conoscono e non tutti sono intelligenti.

Io personalmente non condivido la sua opinione, in questo caso, ma la rispetto perché, intervistato, comunica il suo disagio a fare proclami ma non sta dicendo che non bisogna farli, ma che lui prova disagio a farli. Gli hanno fatto una domanda e lui risponde quello che a lui non piace fare. Non si vede nelle vesti di Piero Pelù ad urlare dal palco. ( Non che Pelù faccia male ma lui sarebbe a disagio) Io penso che ci sono momenti nella storia, come fu per il nazismo o fascismo, che bisogna farlo. Fa benissimo Pelù ad essere poco ermetico nel suo eloquio.Quindi non condivido in questo caso il pensiero di De Gregori ma non per questo ritengo che stia dicendo altro come fanno tutti i barbari del pensiero rigido e incapace di flessibilità. Coloro che addirittura vogliono vendere i dischi di De Gregori si dicono "cog..ni" da soli:  stanno dicendo che un artista deve dire sempre quello che loro pensano o che loro devono  pensare sempre quello che l' artista dice ( il che è lo stesso). Se no il rogo! Lo scambiano per una figura messianica, non per un artista di riferimento.

La flessibilità cognitiva è una competenza che anche in una logica di guerra permanente di tutti contro tutti non bisogna perdere per evitare di intossicare il delirio del mondo con cazzate immani come questo polverone mediatico.

Anche e soprattutto dentro una logica di guerra e di delirio umano della comunicazione, ascoltare le canzoni di Di Gregori, può essere una terapia, un antidoto alla trivialità, alla rigidità cognitiva, alla miseria psicologica e simbolica devastante dell' umanità di questi tempi barbari. Significa essere contro Trump senza doverlo dichiarare ma spingendo l' ascoltatore ad evolversi culturalmente, come sensibilità per cui  diventa inevitabile esserlo. Esserlo diventa una maturazione di chi ascolta, non un messaggio urlato contro.

"Non per entrare nel merito del motore ma ogni motore è una musica e io la so". Il pilota di guerra racconta la solitudine del pilota tra riflessioni pacifiste e la tragica assurditá della guerra.

Buon ascolto a tutti.

P.S. Questa canzone vale più di un proclama ma non tutti, come si vede, la capiscono, quindi io, alla canzone, in questo caso, avrei aggiunto un proclama alla Pelù per gli idioti. Ma io, non Francesco. Io non sono lui. 

Lui si fida dell' intelligenza di chi ascolta. E sbaglia.

(Massimo Zito - fan su FB)

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Cari fascisti rossi, fascisti neri , manipolatori, odiatori, qualunquisti da social e analfabeti funzionali,

mi rivolgo a voi e mi scuso se dimentico qualcuno:  De Gregori, se lo conosci un po’, lo sai: non è mai stato uno che proclama, che arringa, che affida il proprio pensiero agli slogan.

È sempre stato uno che le cose le manda a dire. Le lascia intendere.

Così come nelle canzoni d’amore, quando raccontava una perdita o una nostalgia. Lo ha sempre fatto anche quando affrontava temi politici, sociali o civili. Quando si riferiva a Mussolini chiamandolo “la mascella” che “al cortile parlava” o a Craxi (allora premier, a proposito di coraggio) chiamandolo “Mastro lindo”…

Vi racconto una cosa che pochi sanno. Poco dopo l’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, durante un tour, ha inserito in scaletta una sua canzone antica e poco conosciuta: Il panorama di Betlemme. Una canzone che parla proprio di quella terra.

Quello è il suo modo di parlare al pubblico. Quello era il suo modo di prendere posizione.

A ciascuno il suo.

Springsteen è un rocker e comunica da rocker. De Gregori è un autore di altra natura. Il suo linguaggio non è quello del proclama, ma dell’allusione, del simbolo, della suggestione.

Certo, uno slogan sarebbe più immediato. Più esplicito. Più comprensibile per tutti.

Ma per quello esistono già i politici, gli opinionisti, i giornalisti, gli intellettuali televisivi.

I poeti — anche se lui detesta essere definito tale — raramente si esprimono attraverso concetti dichiarati o manifesti programmatici. Il loro linguaggio si muove su un piano più sottile e sofisticato: evocano, suggeriscono, lasciano spazio all’intelligenza e alla sensibilità di chi ascolta.

Questa è soltanto una delle possibili spiegazioni di quanto accaduto.

Poi c’è la manipolazione, quella sì molto esplicita, costruita estrapolando alcune frasi dal contesto complessivo della conferenza stampa.

E poi c’è la valanga di merda che gli è stata scientemente riversata addosso. Non per colpire soltanto lui, ma ciò che rappresenta: un simbolo, una storia, un pezzo di opinione pubblica che continua ostinatamente a non collocarsi nelle caselle giuste, quelle che qualcuno vorrebbe assegnarle.

Un’opinione pubblica che resta libera.

(Daniela Spaziani Gregori - fan di Roma)

 

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In verità De Gregori ha detto di avere le idee confuse in merito a tutto quello che sta succedendo nel mondo, oltre a quello che viene raccontato, un po' dovunque, della stessa intervista.

La trovo una dichiarazione di grande onestà ed umiltà, che condivido in pieno, molto diversa da quello che gli è stato poi attribuito, e di rispetto per il pubblico, dicendo che non ha bisogno di essere "sensibilizzato" in quanto già sensibile in merito.

Molto diverso, a mio parere, e migliore, di chi, con una chitarra in mano e forte della superiorità che regala un palco, sale sul carro del momento e fa l'arringafolle.

De Gregori ha sempre dichiarato non solo la sua appartenenza politica, ma anche le sue posizioni rispetto alle minoranze, alle dittature e al malaffare.

Ma soprattutto ha fatto canzoni memorabili, che non cito per noia, contro le guerre e i soprusi, nel mondo e in Italia, e questo è uno schierarsi, eccome! Basti sapere che quaranta anni fa dedicò NERO allo stato degli immigrati irregolari in Italia, trasportati e trattati come animali.

E non mi si venga a dire che non ha preso parte attiva a manifestazioni, cortei ecc...

Cosa è rimasto dei girotondo di Moretti? Cosa delle marce per la pace di Dylan, degli strilli dal palco di Joan Baez se non le loro canzoni, come Farewell Angelina? Cosa rappresenta gli anni del Vietnam per l'America più delle canzoni dei Creedence Clearwater Revival? Persino Gianni Morandi ha fatto la sua bella figura sull'argomento traducendo "C'era un ragazzo che come me..."...

O vogliamo prendere ad esempio di impegno civile Vasco Rossi che dal palco, forte della sua integrità e dei suoi testi notoriamente impegnati politicamente, sfotte i nostri politicanti!?

Penso sia abbondantemente ora di finirla

(Mario Basile – fan di Teramo)

 

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Leggo le parole di Francesco De Gregori e, sinceramente, non ci vedo nulla di scandaloso.

Non ha difeso Trump, non ha fatto propaganda per qualcuno e non ha detto che gli artisti debbano tacere. Ha semplicemente espresso un concetto che condivido pienamente: "Chi fa musica dovrebbe parlare soprattutto attraverso le proprie canzoni, senza trasformare ogni concerto in un comizio politico".

Una buona regola sarebbe quella di ascoltare le interviste anzichè commentare i titoli o le frasi estratte e maneggiate a piacere.

Trovo inoltre molto più onesto ammettere di avere dubbi e idee non sempre definitive su questioni complesse, piuttosto che dispensare certezze assolute su tutto. In un'epoca in cui tutti sembrano obbligati a prendere posizione politica immediatamente e su qualsiasi tema, la prudenza intellettuale non dovrebbe essere vista come una colpa.

Essere un grande artista non significa automaticamente essere un'autorità morale o politica. E riconoscerlo, a mio avviso, è un segno di umiltà, non di indifferenza.

(Gaetano La Rocca – fan di Roma)

 

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Ho letto tanti commenti, molti probabilmente scritti d’impulso e senza riflettere, come oggi si usa fare. Tra i tanti commenti ne voglio condividere uno, quello che sento più mio:

“Credo che De Gregori stesse dicendo qualcosa di molto più semplice e, per certi versi, anche più umile. Un artista dovrebbe parlare innanzitutto attraverso la propria opera. Non c’è alcuna necessità di ergersi a guida morale o a essere umano superiore che arringa il pubblico dal palco, come se il fatto di essere artista conferisse automaticamente una particolare autorità etica o politica.

Mi sembra che De Gregori riconosca proprio uno dei mali del nostro tempo: il personalismo, la centralità dell’io, la convinzione che ogni opinione debba essere continuamente esibita e trasformata in dichiarazione pubblica.

In questo senso la sua posizione mi ricorda una celebre intuizione di Fellini: forse, facendo un po’ più di silenzio, riusciremmo a capire qualcosa di più.

Si può non condividere il suo silenzio, ma trasformare la scelta di non fare proclami in una colpa morale mi sembra un equivoco. Un artista può testimoniare attraverso le sue canzoni, i suoi libri o i suoi film; non è obbligato a diventare un predicatore. … in sintesi

… la gente (perché è la gente che fa la storia), quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.

(Maria Lea Ziino – fan di Catania)

 

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De Gregori ha perfettamente ragione. Già non ne capiscono i politici, adesso ci si mettono pure i cantanti o gli attori. Sono d'accordo con lui, lo ammiro.

(Giancarlo Giannini - attore)

 

 

 

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In pochi giorni ci è capitato di assistere a una scena piuttosto singolare.

Prima un grande scrittore viene messo sotto accusa per ciò che ha detto.

Poi un grande cantautore viene criticato per ciò che non ha detto.

Prima Erri De Luca. Adesso Francesco De Gregori.

E confesso che, osservando queste due vicende, ho provato una sensazione strana.

Come se il dibattito stesse lentamente spostando il proprio centro.

Erri De Luca è stato contestato per alcune sue parole su Israele e Gaza. Francesco De Gregori perché ha rivendicato il diritto di non trasformare il palco in una tribuna politica. Due storie diverse, quasi opposte.

Eppure qualcosa le accomuna. Entrambe ci parlano del rapporto sempre più difficile che abbiamo con la libertà, Mi colpisce anche un’altra cosa. La rapidità con cui il dissenso si trasforma in scomunica.

Nel giro di poche ore, uno scrittore che per decenni ha raccontato gli ultimi, i migranti, gli sconfitti della storia può essere ridotto a una sola frase. Un cantautore che ha accompagnato intere generazioni con le sue canzoni può essere liquidato come se tutto ciò che ha scritto, cantato e rappresentato non avesse più alcun valore.

Naturalmente le idee si discutono. Le parole si criticano. Le prese di posizione si contestano. È il sale della democrazia.

Ma c’è una differenza tra criticare un pensiero e cancellare una persona. E questa differenza mi sembra sempre più fragile nel nostro tempo.

Personalmente non ho mai pensato che un artista abbia il dovere di schierarsi. Non esiste una patente morale che obblighi un cantante, uno scrittore o un attore a commentare ogni tragedia del mondo.

Ma non ho mai pensato neppure il contrario.

Perché la storia della musica, della letteratura e dell’arte è attraversata da donne e uomini che hanno sentito il bisogno di prestare la propria voce a una causa più grande di loro. Hanno cantato contro le dittature, contro il razzismo, contro le guerre, contro le ingiustizie. Non perché si credessero più intelligenti del loro pubblico, ma perché la loro coscienza non permetteva loro di restare altrove.

Per questo faccio fatica a comprendere l’imbarazzo che De Gregori dice di provare verso chi sceglie quella strada.

La libertà di tacere è sacrosanta. Ma lo è altrettanto la libertà di parlare.

E forse è proprio qui che il ragionamento si complica.

Perché più osservo questa discussione, più mi accorgo che il vero problema non è Erri De Luca. Non è Francesco De Gregori. Non sono gli scrittori, i cantanti o gli artisti.

Il vero problema è che mentre discutiamo di loro, Gaza continua a esistere.

Continua a esistere con le sue macerie, con i suoi morti, con i suoi bambini affamati, con una popolazione civile che da mesi vive una tragedia che molti osservatori definiscono ormai portatrice di caratteri genocidari.

Ed è qui che la polemica perde improvvisamente importanza. Perché a quel punto la domanda non riguarda più gli artisti. Riguarda ciascuno di noi. Non se dobbiamo parlare o tacere.

Ma se siamo ancora capaci di guardare la realtà senza distogliere lo sguardo.

Perché il rischio più grande, oggi, non è avere opinioni diverse. È finire per discutere all’infinito di chi indica la luna, dimenticando che la luna è ancora lì, davanti ai nostri occhi.

(Rocco Femia – fondatore Radici)

 

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Le parole di Francesco De Gregori durante la conferenza stampa mi hanno fatto riflettere molto. Quando dice di non sentirsi ispirato da circa dieci anni, qualcuno potrebbe leggerlo come un segnale di distacco o di stanchezza. Io non ne sono così sicura. Del resto, De Gregori oggi ha 75 anni, non 50. E se c'è una cosa che la vita insegna è che le persone cambiano continuamente. Io stessa ho soltanto 25 anni, eppure mi accorgo di essere una persona diversa rispetto a cinque anni fa ma anche rispetto a 5 mesi fa. Sono cambiate idee, priorità, sensibilità e perfino il modo di interpretare ciò che accade intorno a me. Per questo faccio fatica a immaginare cosa significhi attraversare altri cinquant'anni di esperienze senza che cambi anche il rapporto con la creatività, con il mondo e con l'ispirazione.

De Gregori è sempre stato un artista attento alla realtà, alle questioni politiche e sociali. Ma la sua forza non è mai stata quella di impartire lezioni. Anzi, forse proprio il contrario. Canzoni come “La storia”, “Generale” o “Pablo”raccontano il mondo, le sue contraddizioni, le sue ingiustizie e le sue speranze senza mai trasformarsi in slogan. Ti invitano a riflettere, non a schierarti per forza.

Per questo trovo particolarmente condivisibili le sue parole quando dice: «Io sono un cantante, sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso i discorsi che faccio. Non mi sento di avere gli strumenti per dire a qualcuno che posizione prendere. Non voglio dare lezioni». È una dichiarazione di umiltà che oggi appare quasi controcorrente. Viviamo in un tempo in cui si pretende che ogni artista diventi un commentatore permanente dell'attualità e che abbia una risposta pronta su qualsiasi tema. De Gregori, invece, ricorda che il ruolo di un cantautore non è necessariamente quello di indicare una direzione politica, ma di raccontare la realtà attraverso la propria arte.

Da ragazza di 25 anni, trovo questa posizione molto più onesta di tante altre. Non perché gli artisti non debbano esprimere le proprie idee, ma perché credo che la musica abbia una forza particolare proprio quando non pretende di impartire lezioni. Le canzoni migliori non ci dicono cosa pensare ma ci aiutano a pensare. Non ci consegnano verità assolute, ma ci mettono davanti a domande che continuano a risuonare nel tempo.

Forse la riflessione più interessante riguarda proprio il cambiamento umano. Se io, a soli 25 anni, mi sento diversa rispetto alla persona che ero a 20, perché dovrei stupirmi se un uomo di 75 anni guarda il mondo in modo diverso rispetto a quando ne aveva 20, 40 o 50? La maturità non consiste nell'avere sempre qualcosa da dire a tutti i costi, ma anche nel riconoscere i propri limiti e nel sapere quale sia il linguaggio più autentico per esprimersi. Per De Gregori quel linguaggio è sempre stato la musica. E dopo una vita passata a raccontare il mondo attraverso le sue canzoni, trovo che ci sia una grande coerenza nel continuare a scegliere le note e le parole dei suoi brani, piuttosto che i proclami o le prediche. È una forma di saggezza discreta, rara e, proprio per questo, preziosa. Grazie

(Sara Costantini - fan di Roma)

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Oh, ma che piagnisteo gli intellettuali di sinistra che non accettano che Francesco De Gregori non si schieri politicamente da un palco con proclami e invettive... Quei capipopolo investiti dalla tv e dai giornali del ruolo di insegnanti del pensiero, che non solo spiegano alla gente comune cosa e come dovrebbe pensare, ma si permettono con la loro altera sicumera di decidere persino cosa e come un artista dovrebbe pensare e dire in nome della libertà. La loro libertà di imporre un pensiero e un atteggiamento comune, come i tagli di capelli che il dittatore prevede in Corea del Nord per la sua gente: ventotto. Quelli e solo quelli, fissati rigorosamente in un catalogo per parrucchieri e scelti da lui personalmente. Un'altra pettinatura o un'altra acconciatura non sono consentite. E qui l'intellighenzia di sinistra pretende in nome della sua fraintesa libertà di imporre l'acconciatura del pensiero a tutti. Pure a chi da cinquant'anni è lì a pensare con la propria testa. Ah, ma l'artista deve schierarsi, ci sono momenti... quando passa la storia... non si può essere moderati... e chi l'ha detto? Chi lo dice? I piangina del pensiero unico finto democratico. Che amano plasmare la societá e distribuire patenti e accusando De Gregori di non aver detto abbastanza finiscono per cadere precisi in un suo verso (loro che dicono di conoscerlo da sempre e molto bene)... "...con aria stupita e il vuoto nel cuore... aprimmo al pianto le finestre del dolore...". E soffono perché quello è fuggito dal gregge che pretenderebbero di controllare...

(Lucio Rizzica – giornalista)

 

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l cantante ha contestato un modo di pensare totalitario.

La citazione del celebre verso di Walt Whitman, tratto da Foglie d’erba è la chiave per comprendere il senso di quello che ha detto Francesco De Gregori: «Sono vasto, contengo moltitudini». Contenere moltitudini, avere il piacere e la libertà del dubbio, convivere con la complessità. Non sono queste, quasi antropologicamente, le sfide, quelle vere, del nostro tempo? Ha già detto Antonio Polito di certi antichi riflessi pavloviani che hanno spinto immediatamente a usare il timbro rovente per marcare di tradimento o peggio chi nella sua esistenza, con il suo impegno civile e con i suoi versi, è stato inequivoco, sentendosi parte di certi valori di libertà e di giustizia sociale.

Non bisogna usare i testi di Francesco De Gregori per raccontare le sue convinzioni più profonde. È facile, forse inutile. Lo faccio solo per dire che De Gregori non la pensa così da oggi, se ha cantato, negli anni Settanta, una preghiera laica «per le persone facili che non hanno dubbi mai». E «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo».

Ciò che preme, nel guardare alle reazioni social, non quelle di meditati articoli, alle sue parole, è salvaguardare, per tutti, la libertà di essere sé stessi. La sostanza profonda della parola libertà, quella che viene sradicata da tutte le dittature, anche culturali, che impongono di ragionare tutti alla stessa maniera.

De Gregori ha contestato un modo di pensare «totalitario» privo dell’abrasione del dubbio, portato allo schieramento automatico invece che alla libera ricerca intellettuale. Mi pare che, con le sue parole, De Gregori non inviti chi ha legittimamente scelto di usare la propria arte o la propria popolarità per importanti cause sociali a non farlo. La storia, che il cantautore romano conosce bene, è piena di figure che hanno consacrato con onore la propria vita a questa missione, spesso pagando di persona. Il disco bellissimo che De Gregori ha inciso con Giovanna Marini ha dentro di sé il senso di quelle esperienze.

Ma qui si discute di altro. Si discute del diritto culturale, per fortuna non formale, di «contenere moltitudini». Cioè di cercare, magari nel silenzio della propria riflessione individuale, il senso delle cose che accadono e di guardarle non attingendo solamente alla logica delle facili appartenenze che tutto risolve e spiega istantaneamente, ma alla foresta del dubbio. Certo più intricata, ma è quella che ha sempre sospinto il mondo più avanti.

Il nostro tempo ha ormai scandito due messaggi che sono imperativi: semplificare e polarizzare. È una stagione di recinti, non di praterie. Di grida, non di parole. Di certezze apodittiche non di prolifici dubbi. Non per caso tutto il mondo si va politicamente radicalizzando e i populismi, la sublimazione delle logiche semplificatorie, si affermano ovunque con sprezzo della ragione, come avviene con Trump.

Nessuno più della sinistra dovrebbe invece amare il dubbio, la complessità del ragionare, la robustezza culturale di un impegno che nasce dalla ricerca e dalla coscienza della interrelazione delle cose del mondo e delle persone. Pasolini, inevitabile il riferimento, fu duramente attaccato per la posizione da lui presa nella famosa lettera all’Espresso dopo i fatti di Valle Giulia. Rispose dicendo: «È nata insomma una divisione terroristica tra giusti e reprobi che non è soltanto moralistica e ha quindi perduto ogni rito e fair play. No. Verso il reprobo il giusto sente un’antipatia fisica così forte che, benché magari suo conoscente da anni e fino al giorno prima appartenente a una stessa generica cerchia sociale, con analoghe idee politiche, sente quasi una sorta di ripugnanza: non gli stringe la mano, lo evita, gli gira a largo, gli prepara intorno una specie di clima da linciaggio».

Un riflesso dal quale si fatica a liberarsi e che ora è più violento e diffuso per effetto dell’universo allucinato dei social. Non esistono «giusti e reprobi», ciascuno ha diritto a misurare le forme, i limiti, la natura del proprio rapporto tra ruolo sociale e impegno politico.

Spesso la sinistra ha avuto paura dell’innovazione o di ciò che sfuggiva alla definizione, sovente arbitraria, di politicamente corretto. Invece dovrebbe capire che rinchiudersi nei bastioni di un fortino fatto di certezze assolute e gettare olio su chi manifesta pensiero altro, è dannoso e produce isolamento.

Si può stare da una parte, ma con la testa libera, senza doversi sentire richiamare a ortodossie che non esistono più, per fortuna. E questo è vero per tutti, non solo per uno dei più grand

(Walter Veltroni)

 

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Temo proprio che il mio ex fratellino Francesco, uomo controcoŕente, bastian contrario, poeta e intellettuale di alta classe, sia stato equivocato e brutalmente frainteso , come si usa normalmente oggi fare non perdendo mai l occasione di scordare il passato e di non capire mai certe sfumature..per azzannare! Francesco non ha esecrato il Boss per il suo tour antiDonald..ha solo detto quel che ha sempre detto: l artista puo far politica eccome, ma meglio la faccia con l'arte e non con i comizi! E'  finita l era di Contessa e di Woody Guthrie, quella della chitarra fucile! Quella in cui anche Bax lottava con sloganistiche tremende abbandonando la poesia  civile con cui aveva iniziato...Certo ci  furono e ci sono momenti in cui l' impegno sovrastava l' arte ed e' stato giusto cosi. Ma e' anche altrettanto giusto che un  poeta come Francesco continui a scrivere i suoi straordinari testi metaforici e simbolisti, (che certo sono impegnati  comunque, senza fare spettacoli o tour CONTRO qualcuno! Ha forse sbagliato le parole e il momento per spiegare il suo pensiero, certo, ma, vivaddio, meglio un grande artista che fa politica con la poesia alta..che cento combattenti che buttano li certe ballate come quelle che scrivevo io per compiacere i miei compagni..(ma svilendo le mie vere capacita'...

(Ernesto Bassignano - cantautore e giornalista)

 

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E così accade che perfino Erri De Luca e Francesco De Gregori, figure che hanno contribuito a costruire l'immaginario culturale della sinistra italiana, vengano improvvisamente trattati come corpi estranei. Le loro colpe? Aver pensato con la propria testa. Aver rifiutato l'omologazione. Aver esercitato un diritto che dovrebbe essere sacro in democrazia: quello di non conformarsi.

Antonio Polito ricorda un episodio inquietante della storia italiana. Nel 1976  De Gregori fu sottoposto a una sorta di processo politico da parte di militanti estremisti che lo accusavano di essere troppo borghese e troppo poco rivoluzionario.

Sono trascorsi cinquant'anni. Sono cambiati i linguaggi. Sono cambiati gli strumenti. Ma la tentazione di processare gli eretici sembra essere rimasta la stessa. Oggi non si sale più su un palco per organizzare un processo popolare. Bastano una tastiera, un hashtag e una folla digitale pronta a colpire chiunque non si adegui al verbo dominante.

È una deriva che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle idee politiche. Perché la libertà di espressione non consiste soltanto nel diritto di dire ciò che si pensa. Comprende anche il diritto di non partecipare a una campagna, di non sottoscrivere un appello, di non recitare una parte imposta dal clima del momento.

La democrazia vive di pluralismo. L'intolleranza vive di conformismo. E quando il dissenso viene trattato come una colpa e il silenzio come un peccato, non siamo davanti a una manifestazione di coscienza civile.

Siamo davanti all'ennesima dimostrazione di una cultura politica che continua a confondere il confronto con l'obbedienza e la libertà con l'allineamento. Forse è proprio questa la lezione più importante che emerge dall'articolo di Antonio Polito.

(Stefano Albamonte - giornalista)

 

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Le opinioni di De Gregori sono molto personali e rispettabilissime e non è che dica cose sbagliate ma è un modo di vedere le cose provocatorio. Non mi sono meravigliato: lui è fatto così, è un poeta, non un politico che fa discorsi perché gli serve avere del consenso”. Le mie canzoni parlano chiaramente da sole. Io non ho bisogno di fare, diciamo così, dei discorsi dal palco perché non li faccio mai. Proprio perché le canzoni parlano chiarissimo per chi vuole sentire naturalmente. Invece chi non vuole sentire è chiaro che… Non vuol capire.

(Vasco Rossi)

 

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“Fiore di scienza e libero pensiero..” (/da Le lacrime di Nemo)

Sono spaventato dalle retoriche difese di ufficio quando si tratta di amici e parenti.

Trattandosi di arte e del suo rapporto con la politica non posso però che infastidirmi della pietosa polemica sollevata nei confronti di Francesco de Gregori.

Libero di non “ostentare” l’impegno politico e soprattutto non facendolo a comando per compiacere il mainstream.

Chi vuole capire e comprendere come la pensi sul conflitto israelo-palestinese si può ascoltare il “panorama di betlemme”

Chi cerca di farsi un’idea sull’orientamento politico circa la questione della emigrazione interna ed esterna ascolti e riascolti “-Titanic” e “ Nero” e “due zingari”

In “Condannato a Morte” c’è una denuncia chiara delle teocrazie fondamentaliste.

Una produzione così esplicita e copiosa di testi legati ad una visione del mondo e della società chiara ed in continua evoluzione, un pensiero mai stereotipato non può accettare il patetico patibolo che hanno issati i professionisti del farsi belli con le disgrazie altrui, la prima fila dell’appello facile che pretende di assegnare il posto nella fila dei buoni e dei cattivi.

“Ci sono posti dove sono stato, mi ci volevano inchiodare. Ai loro anni ciechi e sordi, ai loro amori raccontati male.

A una canzone di quattro accordi, ad una stupida cantilena. Ma tu davvero non lo ricordi quando cantavi e sbadigliavi in scena..?”

Questo de Gregori scrisse qualche anno fa, ben felice di sentirsi libero non di non schierarsi ma di non sentirsi obbligato a farlo, a salire in cattedra o pretendendo di scambiare il ruolo di artista con quello di capopopolo. C’è qualcuno che in questo paese lo ha fatto; e non è andata affatto bene; per lui e per noi.

(Bobo Craxi - parlamentare della Repubblica italiana)

 

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Io credo che per un artista parlino le sue opere, non servono proclami e comizi dal palco, se quello che ha scritto parla già abbastanza chiaro. Forse non tutti conoscono le canzoni di De Gregori (non sto parlando di Rimmel e La donna cannone), forse non ne hanno colto la poetica, la denuncia, la parte in cui sta. Stiamo assistendo in questi giorni al Palalido II - la vendetta, da parte di chi magari quando lui a 24 anni scriveva un disco come Rimmel, appunto, in cui ci sono brani come Pablo o Le storie di ieri che non lasciano adito ad alcun dubbio, magari non era ancora nato. Cantanti (colleghi?) o comici che certi brani se li sognano (nel senso che non ci arrivano proprio).

Con questo chiudo il discorso. L'avete messo alla gogna, gli avete dato del rincoglionito. Magari bastava aprire le orecchie e ascoltare quello che ha detto davvero in quell'intervista, e in più di 60 anni di carriera. Punto.

(Valeria Bissacco - fan Castelfranco Veneto)

 

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Grandi sono grandi proprio perché sono grandi, non perché recitano la parte dei grandi. E Francesco De Gregori, finito al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni su Bruce Springsteen, ha mostrato ancora una volta — semmai ce ne fosse ancora bisogno — la stoffa che lo distingue da molti suoi colleghi. Affermando di provare «sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, forte della propria visibilità pubblica, si schiera in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali e di guerra», il cantautore romano ha ricordato una verità oggi quasi dimenticata: i temi complessi richiedono analisi e prudenza, non slogan pronunciati da un palco.

Del resto, De Gregori non appartiene a quella generazione di artisti che scoprono la politica per moda o per convenienza. Insieme a Venditti, De André, Gaber e Guccini, egli fa parte di quella stagione di cantautori che negli anni Settanta venivano definiti “impegnati”: uomini che la politica l’hanno vissuta, discussa e spesso contestata. Forse anche per questo, e per le inevitabili disillusioni maturate osservando l’evoluzione del Paese nei decenni successivi, tendono oggi a diffidare delle semplificazioni e delle verità gridate.

D’altronde sapete qual è la cosa che accomunava i cantautori impegnati ai criminali politici sia di destra che di sinistra? La speranza e la volontà di costruire un mondo diverso.

I primi si limitavano a cantarla, i secondi, per realizzarla, compivano rapine per finanziare la cosiddetta rivoluzione e, in qualche caso, anche omicidi e attentati. Ciò che li accomunava non erano certo i mezzi impiegati, né tantomeno le responsabilità morali e penali, ma il medesimo orizzonte ideale: la convinzione che fosse possibile rifondare radicalmente la società. Fintanto che l’abbaglio non colse tutti.

Così i primi, avendo soltanto perso tempo dietro una falsa musa, iniziarono a cantare altro: sentimenti, storie, introspezione. Gli altri, i delinquenti, rimasero soli con i loro crimini e continuarono a delinquere, questa volta soltanto per denaro e magari insieme a coloro che, fino a pochi anni prima, avrebbero semplicemente cercato di uccidersi a vicenda.

È stato il caso, ad esempio, emerso con l’inchiesta sul “Mondo di Mezzo”, dove un “nero” come Massimo Carminati si era messo in affari con un “rosso” come Salvatore Buzzi.

Lo so, può sembrare un paragone esagerato o persino fuorviante, ma la materia prima con cui entrambi quei mondi — i cantautori e i criminali politici — si muovevano e sognavano negli anni Settanta era la stessa: la politica. L’idea di un mondo migliore.

Una chimera che può fare molto male quando non si è attrezzati a riconoscerla. E De Gregori non solo è senz’altro attrezzato a riconoscerla, ma è anche abbastanza colto e intelligente da tacere persino su quest’ultima considerazione da me esposta, evitando di sembrare matto e di fare ancora più danni di quanti finora non ne siano già stati fatti.

Perché se è vero che ognuno di noi, in Italia, ha il diritto e in una certa misura anche il dovere di esprimere le proprie opinioni — e quindi anche i cantanti — è altrettanto innegabile che un artista, proprio a causa della propria popolarità, nel momento in cui si pronuncia su determinate questioni, anche qualora ne abbia contezza meno dell’omino seduto al bar davanti a una birra, possiede una capacità di influenzare le menti deboli e disarmate del pubblico tale da trasformarlo in una vera e propria “arma non convenzionale”.

Per questo motivo, tacere anziché pontificare su questioni che non si conoscono realmente è spesso la scelta più onesta che si possa compiere sul piano intellettuale.

Ad ognuno il proprio mestiere: agli analisti politici l’onere di analizzare le cose del mondo, ai cantanti quello di cantare, agli sportivi quello di parlare di sport e agli scienziati quello di fare scienza. Diversamente, non si eleva il dibattito pubblico: si rischia soltanto di fare danni.

Lorenzo Valloreja https://www.lortis.it/

 

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Esiste una nuova aristocrazia in servizio permanente effettivo, arroccata su un Olimpo di certezze indiscutibili da cui dispensa patenti di rettitudine e sentenze di condanna.

È la declinazione nostrana dello star system musicale e artistico, una riserva indiana di privilegiati convinti di detenere il monopolio della verità e trasformatasi nel megafono acritico di parole d’ordine preconfezionate.

L’aspetto più grottesco di questa mutazione risiede nella selezione chirurgica delle cause per cui vale la pena esporsi: un palcoscenico ridotto a un solo, unico copione.

In questo bizzarro teatro morale, l’analisi geopolitica scompare, rimpiazzata da uno spartito elementare. Figure pubbliche incapaci di distinguere la complessità storica si fanno portavoce, più o meno consapevoli, di istanze che ricalcano la propaganda e le narrazioni delle teocrazie oscurantiste del Medio Oriente, riducendo una tragedia epocale a un jingle da festival.

Chi canta deve uniformarsi; la militanza non è più una scelta individuale frutto di studio, ma una tassa d’iscrizione obbligatoria al circuito del consenso. Se non si pronuncia la parola d’ordine fissata dal mainstream – l’immancabile “Free Palestine” declinato senza alcuna sfumatura o riflessione critica – scatta immediata la ritorsione del tribunale progressista.

Il meccanismo di omologazione ha svelato la sua ferocia culturale nel trattamento riservato a Francesco De Gregori – e, prima ancora, a uno scrittore come Erri De Luca.

Un artista che fa il suo mestiere con la dignità e la riservatezza del grande intellettuale, scegliendo di non piegare la propria statura a maestro di morale o a megafono di piazza, viene liquidato, criticato e persino bollato come “mediocre” o superato.

La sua colpa? Non aver espresso la “loro” opinione, non aver pronunciato la parola “genocidio”, rifiutandosi di prestarsi alla recita collettiva per rivendicare la libertà dell’intelligenza contro il dovere del coro.

Questa caccia al controriformista, a ben guardare, ha il sapore di un vecchio e sinistro déjà-vu.

Bisogna riavvolgere il nastro fino al 1976, quando a Milano lo stesso De Gregori fu vittima di un grave episodio di intimidazione da parte di facinorosi ed extraparlamentari di sinistra, che lo prelevarono nei camerini con le armi in pugno per sottoporlo a una sorta di surreale “processo popolare” sul palcoscenico.

In quel cupo scorcio degli anni Settanta, per una certa frangia ideologizzata, essere un cantautore – un artista – significava l’obbligo di cantare gratis e, soprattutto, il dovere tassativo di stare dalla loro parte, pena l’accusa di essere troppo borghese o disallineato rispetto alla “rivoluzione”.

Oggi quel periodo e quei mentecatti sembrano essere tornati, mutati soltanto nella forma ma identici nella sostanza squadrista.

Non ti minacciano più fisicamente con le pistole nei camerini, ma la dinamica del plotone d’esecuzione è la stessa: oggi fanno violenza social.

Il linciaggio digitale, l’ostracismo mediatico e il fango riversato dalle squadracce da tastiera hanno sostituito le vecchie armi, mirando allo stesso identico obiettivo: annientare chi non si piega all’allineamento obbligatorio della propaganda.

Questo totalitarismo del sentimento impone criteri rigidi: o ci si adegua al pacchetto ideologico completo o si viene marchiati come nemici dei diritti civili, dell’umanità e della storia stessa.

È una dinamica totalizzante, in cui la minima deviazione dal dogma comporta l’esclusione dal consorzio dei “giusti”.

Se un cantante esprime nostalgia per l’Italia ma dalle colonne di “Repubblica” si premura di criticare una presunta “deriva dei diritti civili” per rassicurare il salotto buono, riceve il plauso immediato; se un’altra voce si permette di rimanere in silenzio o di preservare una complessità di pensiero, viene accusata di girarsi dall’altra parte.

La riduzione della cultura a un prontuario di slogan ha azzerato lo spazio del dubbio.

L’importante non è capire la storia, ma esibire il segno giusto sul palcoscenico della vanità digitale, mentre il pensiero critico affonda sotto il peso di un conformismo senza pudore.

(Alessandro Tedesco – InOltre)

 

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I BAMBINI NON HANNO BISOGNO DI SPRINGSTEEN. De Gregori, il silenzio come posizione, e quella canzone del 1989 che spiega tutto.

Francesco De Gregori ha deciso di non dirci cosa pensare. In cambio, da cinquant'anni, ci offre canzoni. Se non ci basta, il problema non è suo.

Ha usato alla conferenza stampa di Milano una parola che pochi sembrano aver ascoltato con attenzione. Ha detto che prova “imbarazzo”.  Non disaccordo, e nemmeno fastidio; imbarazzo per quando un uomo di spettacolo si schiera in modo netto e apodittico su questioni internazionali. Quello che si prova quando qualcuno fa una cosa che non sta facendo a te, ma che ti riguarda lo stesso. Poi ha citato Whitman: "contengo moltitudini" per spiegare che il suo non è pensiero totalitario. Ha chiesto, con quella sua ironia obliqua che taglia sottovoce, che titoli abbia un uomo di spettacolo per dare lezioni.

E il web ha risposto come sa fare: male : Tradimento. Complicità per omissione. Qualcuno ha sfoderato persino la parola "ignavo" con tanto di hashtag #Dante.

Enzo Iacchetti, Eros Ramazzotti, e qualche altro risentito, orfani di un capogruppo obbligato a infondere certezze, ci restano male e allora dicono che le sue stesse canzoni dimostrano il contrario; che De Gregori "predica bene e razzola male". E c'è chi, in modo ancora più sottile e disonesto, usa la sua posizione per agganciarsi al momento, per fare, "instant marketing sull'umido della fama altrui." alludendo a Springsteen e al suo amato Dylan.

Vorrei provare a fare una cosa diversa. Io, partigiano e devoto al mio Principe da quella volta in cui a 16 anni persi la verginità con “Rimmel” in sottofondo, provo a dargli torto senza insultarlo.

È che mentre lo faccio, scopro che non aveva torto affatto.

“Mira Mare 19.4.89” esce nell'aprile di trentasei anni fa. È l'undicesimo album di De Gregori, e la traccia che lo apre si intitola “Bambini venite parvulos”. Il titolo è un pastiche maccheronico del versetto evangelico "sinite parvulos venire ad me", lasciate che i bambini vengano a me, svuotato di grazia e riempito di veleno.

Lo ha spiegato lui stesso, con quella precisione chirurgica che a volte concede: "È una canzone sull'abbassamento progressivo dell'età media dei killer e delle vittime nel mondo di oggi, e sul fatto che tutti e due portano spesso la stessa marca di scarpe."

È, in ogni senso possibile, una canzone politica. Anzi: è una canzone di denuncia feroce, senza attenuanti. Ci sono il trasformismo ("i professori dell'altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare”), la connivenza ("qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque”), il populismo predatorio "si avvicina sorridendo l'arrotino col suo know-how, venuto a vendere perline e a regalare crack”. E poi i bambini usati, consumati, sacrificati: "vale un occhio il vostro cuore, mille dollari i vostri occhi, i vostri occhi senza dolore”.

È una delle canzoni più politicamente precise che la musica italiana abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni. Ed è firmata da un uomo che, trentasei anni dopo, dice di non voler fare proclami.https://www.iltitanic.com/2026/bizzarri.jpg

Quindi: si contraddice? Razzola male? No. Fa esattamente quello che ha sempre detto di fare.

C'è una differenza abissale tra prendere posizione in un'opera e salire su un palco per dire al proprio pubblico cosa pensare. La prima è letteratura, o musica, o arte: costruisce una domanda, agita la coscienza, lascia uno spazio vuoto che il lettore o l'ascoltatore deve riempire da solo. La seconda è propaganda anche quando serve una causa giusta, anche quando viene da un posto sincero.

De Gregori, in quello splendido mosaico di ingiustizie e brutture che è “Bambini venite parvulos”, ti piazza davanti ai bambini nel nero del mare, ti scaglia davanti a un arrotino sorridente che porta crack, ti sporca col sangue che sgorga sotto al sole e ti molla lì, da solo con quella immagine che puzza di ferro e dolore. Ma non ti dice chi votare, chi applaudire e chi odiare. Sei tu che devi fare i conti con quello che senti. Sei tu che devi decidere cosa farne.

Sì, questo è proprio il contrario di ciò che fa chi sale sul palco e grida che Trump è un imbecille. o “Palestina libera" prima dell’ultimo bis.

Quella è la scorciatoia emotiva di chi vuole il plauso senza il rischio, non c’entra nulla con l’impegno civile. È parlare a chi è già convinto, sopra ad un palco dove tutti, lì sotto, ti applaudirebbero comunque.

Ero presente alla conferenza stampa dell’altro giorno a Milano e posso garantirvi che De Gregori non ha detto che i bambini di Gaza non esistono. Non ha detto che le loro morti non contano. Ha abbassato lo sguardo, ha appoggiato le mani sulle sue ginocchia ossute e ha confessato confusione in un mondo di presunte certezze, sbandierate. A me è sembrato uno degli atti di onestà intellettuale più rari degli ultimi anni. Ha detto che i mille dollari degli occhi dei bambini, lui, li ha già messi in musica. Da trentasei anni quegli occhi "senza dolore" girano l’Italia suonati dal vivo, nelle cuffie delle persone, nei dormitori e nelle macchine e nelle cucine.

Chi ha una canzone come quella nel proprio repertorio, e sceglie di non aggiungere altro, è tutt’altro che un ignavo. È semmai qualcuno che ha già fatto la sua parte, e che ha abbastanza rispetto per il proprio lavoro e per il proprio pubblico da non ridurlo a volantinaggio.

C'è poi una questione di forma, che in (certe) canzoni è anche una questione di sostanza.

Certe canzoni durano. I proclami no. “Bambini venite parvulos” nel 1989 descriveva l'Italia di Tangentopoli che stava per esplodere, i populismi che stavano per nascere, la generazione che stava per essere sacrificata sull'altare del disincanto. Oggi, ascoltata con Gaza in testa e con Trump che mescola demenza a idiozie geopolitiche, dice le stesse cose. Anzi, ne dice di più, perché il tempo le ha stratificate.

I nostri tweet indignati saranno bit di passaggio, minuzie digitali trascurabili, note d'archivio al massimo. O forse nemmeno quello.

La differenza tra arte e militanza non è di valore morale. È di durata. È di profondità. È nel fatto che una canzone scritta bene può cambiare il modo in cui una persona vede il mondo per trent'anni, mentre uno slogan, anche il più giusto, esaurisce la sua funzione nel momento in cui viene pronunciato.

Confesso: per me De Gregori è qualcosa di più di un argomento di dibattito culturale. È la voce che mio padre, tanti anni fa, inconsapevolmente, durante un viaggio in macchina mi ha messo dentro per sempre.

Quella voce non mi ha mai detto cosa pensare. Mi ha insegnato come guardare. Mi ha fatto compagnia, mi ha fatto diventare l’adulto che speravo di essere. E questa, è la forma più alta di impegno che un artista possa permettersi: non dire al mondo dove stare, ma dargli gli occhi per vederlo.

(Niccolò Agliardi – Rockol.it)

 

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BLA..BLA.. BLA.. 2.0. E vabbé, se questo è il mondo che mi tocca, devo farmene  una ragione. L'incontenibile fiera del bla bla bla si è allargata: dagli "illuminati pensatori" che affollano giornali e TV al pecorume social. Con tutti i problemi che attanagliano il nostro tempo e la nostra vita tutti, difensori d'ufficio o pubblici ministeri, non trovano di meglio che stare a sparare la loro insipienza sul tema del giorno: di cosa devono parlare o non parlare i cantanti.

(Mimmo Locasciulli - medico e cantautore)

 

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De Gregori ha ragione. Lo dico da un sacco di tempo. Un artista dovrebbe esprimere il suo credo politico? Pensasse a fare il suo mestiere. Siccome faccio l'attore e sono conosciuto, adesso influenzo pure gli altri. Ma se già abbiamo i politici che non sanno neanche loro parlare.

(Giancarlo Giannini – attore)

 

 

 

 

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