“OFF THE RECORD” è il titolo scelto per quella che si può definire una vera e propria "residency", un incontro particolarmente “confidenziale” in cui Francesco De Gregori e la sua band (formata da Guido Guglielminetti, Carlo Gaudiello, Paolo Giovenchi, Alessandro Valle e con la partecipazione di Vanda Rapisardi e Francesca La Colla ai cori) hanno proposto, dal 28 febbraio al 27 marzo 2019 al Teatro Garbatella di Roma, una scaletta diversa e quasi improvvisata, spesso interpretata da suoi cari amici.

Disponibile il sottostante poster celebrativo, a grande risoluzione.

 

Buona navigazione!

 

 

 

Benvenuti a casa mia!

 

L'artista accoglie il pubblico davanti alla porta del teatro dove terrà venti spettacoli di seguito in circa un mese: Ecco che cosa succede nei concerti di Francesco De Gregori

Repubblica spettacoli 28.2.2019 - di LUCA VALTORTA

 

Alla fine della salita Francesco De Gregori, per brevità chiamato artista (come dal titolo di un suo album bello e cattivo, pubblicato nel 2008), ti accoglie all’entrata del piccolo, delizioso teatro della Garbatella ("il quartiere che mi piace più di tutti", diceva l’indimenticato Nanni Moretti in vespa di Caro diario). Qualcuno come regalo gli ha appena portato le amate Gitanes senza filtro, che fuma con una certa soddisfazione prima di entrare.

Come promesso nelle prime dichiarazioni a riguardo, è casa sua: "Prego, prego accomodatevi che tra poco inizia", dice ai ritardatari che si sono fermati lì per salutarlo. Scende le scale, un breve abbraccio per gli amici incontrati nel percorso (poi tanto ci sarà tempo), forse anche a qualche vecchio 'nemico' perché queste prove sono per i giornalisti. Ormai, però, anche le vecchie ruggini che senso hanno? A lui, poi, pare che queste cose lo divertano parecchio, mentre se c'è qualcosa che schifa è la venerazione. In questo è tale e quale a Franco Battiato che, quando qualcuno gli dice reverente 'maestro', si volta a guardare come se colui a cui l'epiteto si riferisce fosse altrove.

L’attenzione però, quella sì, De Gregori la vuole. Sulla scaletta che viene data a ognuno dei 230 che occuperanno un posto a sedere c’è scritto: "Off the Record, Please! Francesco ringrazia e si congratula con tutti i suoi amici che decideranno di non usare il cellulare all'interno del teatro".

Del resto il titolo di questi venti concerti, da tempo già tutti esauriti, è appunto Off the Record, che vuol dire 'non ufficiale', 'confidenziale' ma, preso alla lettera, 'fuori dalla registrazione". Quindi, per piacere, niente video, niente foto e "godetevi il concerto!", ribadirà tirando fuori dalla tasca il suo telefonino: un reperto miracolosamente sopravvissuto della prima generazione dei cellulari, dall'aspetto per niente 'smart' (esattamente quello che, per paradosso, ci piacerebbe poter pensare usi Tim Cook quando vuole stare fuori da The Circle come dice Dave Eggers o da The Game come dice il nostro Alessandro Baricco o dal "gioco che ci gioca" di Huizinga, che aveva già capito tutto).

Uno chiede: "Ma come mai? Le piace il vintage?". Risposta: "No, mi piace la musica. Mi piace suonare. Credo che da spettatore se avessi vicino uno che per tutto il tempo filma e fa foto mi darebbe molto fastidio".

Poi, occhiali scuri e cappellino, sale sul palco. Ringrazia il pubblico. E dice: "Quello che indosso è il mio vestito da palco e allora ecco, adesso me lo tolgo". Via il cappello, via gli occhiali scuri (sbaglia e si mette quelli da vista sopra gli occhiali scuri, si accorge dell'errore e ride). Insomma, via l'artista. Si spengono le luci. Macché. "No, no accendete! Si sta meglio, no? Questa è una prova, siamo tra amici...". La band attacca: Viva l'Italia. Introduce questa sera deliziosamente il Coro popolare dei portatori di handicap.

Un altro 'flash forward' del dopoconcerto: a proposito di classici, lei è d'accordo sulle quote nella musica italiana? "Direi che è una stronzata. Non so cosa sarebbe stata la mia vita da musicista se non avessi potuto ascoltare fin da piccolo tutte le canzoni straniere che ho sentito. Sarei favorevole soltanto al fatto che un terzo della programmazione venisse riservato alle MIE canzoni (ride, ndr)! Ma le radio non mi passano. E come me non passano un sacco di gente e su questo bisognerebbe interrogarsi. Dopodiché c'è musica buona e musica cattiva: ci sono tante cose che mi fanno schifo ma naturalmente non dirò mai quali sono".

Ma perché proprio Viva l'Italia, allora? "Beh, se faccio una scaletta che inizia con Viva l'Italia, cui segue Ma che razza de città di Gianni Nebbiosi, un motivo ci sarà, ma non lo devo spiegare io. Comunque Viva l'Italia è una canzone che negli ultimi tempi avevo rifiutato e che adesso, invece, sono fiero di avere scritto e di avere cantato. Però non è necessariamente legata all'attualità politica, credo che indicare un sentimento di amore e di speranza per questo Paese possa essere importante per me e per tutti quelli che appena sentono l'attacco 'na-na-na-na-na' provano gli stessi sentimenti. Sono quelle canzoni che ti vengono bene e che riescono a identificare, credo, un sentire comune".

È subito chiaro che questo è un altro mondo. Nel piccolo teatro si sente bene, anzi benissimo. Si vede tutto, qualsiasi errore, qualsiasi imperfezione: "Tra un po' arriveranno sul palco quelli che devono consegnare una pianta. Sarà un vero Helzapoppin'!". Ma questo è proprio quello che colui che per brevità è chiamato 'Artista' vuole: essere nudo, senza rete davanti al suo pubblico. Una sfida. Perché "visto che ho scritto tanti brani che vengono considerati classici e ormai la gente fa fatica a fischiarmi, qui faccio le cose meno note. A me il fatto di essere considerato un venerato maestro mi rompe un po' i coglioni e così invece magari qualche fischio me lo becco ancora...".

Già, ma quali canzoni farà allora? Dopo il concerto tira fuori un leggio su cui mostra un grande foglio dove c'è scritto un lungo elenco di titoli: un altro atto irrituale nell'era in cui il pubblico della Rete impazzisce di rabbia quando qualcuno fa uno "spoiler", ovvero anticipa qualcosa che può rovinare la sorpresa. Qui invece è proprio quello che dovrebbe far di tutto per tenere il segreto a rivelarlo: sul leggio si va da Rimmel (che questa sera ha arrangiato in versione country) a (per brevità chiamata) Hilde (che sarebbe poi La casa di Hilde, un piccolo gioiello dall'album Alice non lo sa, del 1973), da Pablo (sì Pablo! Leggete l'intervista qui sopra per conoscere un sacco di dettagli in più sul brano e molto altro) a Vincent (sempre per brevità, ma il titolo intero sarebbe Informazioni di Vincent, un pezzo stupendo che non fa davvero mai dal vivo, tratto dall'album 'della pecora', quello pazzo, indecifrabile e psichedelico del 1974 che, in realtà, si intitola laconicamente Francesco De Gregori).

Scorrono una stratosferica Desolation Row di Dylan ribattezzata nella versione 'De Gregori' Via della povertà e poi Cercando un altro Egitto, A Pa', Cardiologia ma anche classici come Generale, applauditissima ("Ah ma allora vi piacciono anche i classici eh?") tra prese in giro come nell'assolo del chitarrista Paolo Giovenchi in Desolation Row che strappa un applauso ("Gli avevo chiesto di fare un assolo il più tamarro possibile e voi applaudite?"). O ancora quando dice cose come: "Siete un pubblico moscissimo!". Infine, momenti di grande intensità come quando fa San Lorenzo o Il cuoco di Salò.

Alla fine del concerto, quando buona parte del pubblico è andato via, gli chiediamo: "Ma la farai davvero Vincent?". "Non lo so". E in questo c'è tutta la meravigliosa iconoclastia di un artista per brevità chiamato Francesco De Gregori.

 

 

 

 

COPIO SPRINGSTEEN? MA NO, IL FOLKSTUDIO ERA GIA' COSI'

intervista di Gino Castaldo

 

Col suo passo felpato e i 192 centimetri di altezza, Francesco De Gregori sembra un trampoliere pensoso in bilico sul filo delle riflessioni. E passeggia verso di noi portando un vassoio carico di nuove idee: un documentario nuovo di zecca (Vero dal vivo, diretto da Daniele Barraco, su Rai3 il 1° dicembre), una serie estiva di concerti con orchestra in grandi arene d’arte, a partire dall’11 giugno con l’inaugurazione della stagione estiva del Teatro dell’Opera a Caracalla. Ma soprattutto uno strano ed elettrizzante debutto, il 28 febbraio, in una cosiddetta "residence", ovvero un mese di concerti intimi e raccolti, a tu per tu con soli 230 spettatori, al teatro della Garbatella nell’omonimo quartiere romano:

«Più che un debutto direi un desiderio che mi viene dal ricordo di un’esperienza al teatro dei Satiri, appena 80 posti, che apparteneva al conte di Partanna, un omosessuale dandy elegantissimo, e noi eravamo partiti per fare tre giorni e alla fine ci rimanemmo un mese. Parliamo della metà degli anni 70».

Perché dice "noi"?

«Perché eravamo in tre, io, Antonello Venditti e Riccardo Cocciante».

Niente a che vedere con quello che sta facendo Bruce Springsteen a New York, da solo in teatro, ormai da un anno?

«No, lo ammetterei tranquillamente, ma in realtà è un’idea che coltivo da tempo. Forse Springsteen me l’ha richiamata, ma ero talmente ignaro che il primo titolo era stato "Off Broadway", poi ho detto meglio di no, e infatti si chiamerà "Off the record". Io e la mia band suoneremo di tutto e di più con una certa nonchalance per la calligrafia. Del resto, avendo avuto l’imprinting del Folkstudio ti rimane nel sangue quel modo di stare a tu per tu con i frequentatori del locale, li vedi negli occhi, magari stai lì con loro e poi sali sul palco, di sicuro chiamerò qualche amico, gli dirò di passare a trovarmi, ma senza formalità. Credo che mi divertirò, anche per il solo fatto di non viaggiare, di non dover tornare in albergo, alle 11 e mezzo è finito, una pizza e poi a casa, magnifico».

È presumibile che il suo desiderio corrisponda a quello del pubblico, superare lo schema del concerto, rivedere l’artista in una dimensione umana…

«Lo spero, e poi penso che la stessa gente che oggi ascolta la musica in streaming senza più contatto fisico con l’oggetto, abbia piacere a riconnettersi col suono dal vivo».

Visto che parliamo di memorie lontane, la sua età, 67 anni, per un uomo è cruciale, come vive l’invecchiamento?

«Potrei dire che non ho ancora l’età. Anche perché quando penso al mio futuro immediato mi viene sempre in testa questa frase: quando sarò vecchio… Io automaticamente ragiono così: quando sarò vecchio farò questo e quest’altro. Forse c’è qualcosa che non funziona ma del resto ho solo 67 anni, certo se mi paragono a Benji e Fede sono vecchio, ma la verità è che chi ha a che fare con la musica non cresce mai, forse invecchia, ma sicuramente non cresce, si rimane dei fanciullini. Ho una vita ricca di emozioni, idee, suggestioni, vivo immerso nella realtà quotidiana, leggo, m’informo, tutto questo mi fa sentire sereno su quello che mi aspetta».

Come è cambiata la sua visione del mondo? Col tempo è diventato più ottimista o pessimista?

«Non mi riesce di valutare il presente secondo queste categorie. Risponderei con un gioco di parole. Quando eravamo giovani si diceva che "il personale è politico", per dire che il nostro vissuto di individui andava a convogliare in una visione più collettiva e quindi politica. Oggi direi il contrario, che il politico è diventato personale. Non che mi chiuda in me stesso, ma è come se tutto quello che vedo accadere intorno, bello o brutto che sia, venisse ricondotto a quello che sono io come individuo, alla mia sfera affettiva e sentimentale, come se avessi trovato una ragione di quiete, che mi fa sentire partecipe senza che io mi debba interrogare più di tanto sui destini del mondo, e questo ha sicuramente a che fare con l’età. Ne abbiamo già viste tante, siamo stati una generazione fortunata e famosa, ma le nostre scosse le abbiamo vissute».

Cosa dirà al pubblico di Roma quando si ritroverà a tu per tu con la gente nel piccolo teatro della Garbatella, come negli anni Settanta al Folkstudio?

«Non lo so. Certo non dirò "Ciao Roma!", forse comincerò a suonare un’ora prima così che la gente entrando mi trovi già in concerto, oppure starò al bar a chiacchierare, prima di iniziare. Ma forse è troppo, non esageriamo. Diciamo che non so come reagirò ma ho una gran voglia di farlo, e quindi penso che reagirò bene».

 

 

 

 

C’è qualcosa nella musica che ti rende dipendente da essa. Qualcosa che continua a richiamarti, anche quando pensi di averne ormai abbastanza e che ti abbia dato già tutto. E che tu abbia dato a lei tutto quello che potevi. Ma non è mai abbastanza in realtà e tu accetti questo giogo senza sapere perché, ma ricominci daccapo, ancora. È così che dopo 50 anni di carriera ti trovi a salire sul piccolo palcoscenico di un ex cinemino dell’oratorio e ricominci daccapo. E quando le corde di metallo delle chitarre scintillano e i tasti neri e bianchi del pianoforte martellano e il basso pulsa di nascosto ritrovi la tua voce e il pubblico ritrova se stesso in quella nota di comune di appartenenza.

Francesco De Gregori in quella sala da 240 posti del Teatro Garbatella ha dato 20 appuntamenti consecutivi al suo pubblico, in una ambientazione quasi casalinga, sicuramente simile alla piccola sala del Folkstudio a Trastevere dove aveva mosso i suoi primi passi insieme al fratello maggiore Luigi, per l’occasione ospite speciale di questa serata di sabato (ce ne saranno altri di ospiti a sorpresa nelle prossime serate) ritrova tutta la voglia di fare musica che tanti suoi colleghi coetanei hanno invece perso.

Di quella generazione magnifica per un motivo o per l’altro è rimasto praticamente l’unico a tenere orgogliosamente alta la bandiera di una canzone d’autore di cui si sono perse le tracce. Lo fa omaggiando a inizio serata il suo maestro, ma in fondo maestro di tutti, con due straordinarie versioni da lui tradotte nel suo ultimo disco “De Gregori canta Dylan” di Desolation Row e I Shall Be Released. Canta in modo incisivo, sferragliante la prima, con quell’incrociarsi di chitarre acustiche ed elettriche, in modo declamatorio e visionario la seconda, ben supporto da due voci femminili gospel. Lo fa andando a tirare fuori brani che sembravano ormai dimenticati come Condannato a morte e ti stupisci di quella voce sempre più vibrante, sempre più convincente, sempre più poetica nonostante le migliaia di concerti e di sigarette dietro le spalle.

Concerto che comincia in modo rassicurante con due classici in sequenza, Titanic e L’abbigliamento del fuochista, ben sostenuta la prima dalla pedal steel di Alex Valle, ridotte all’osso, in veste folkettara. Certo, l’intimità della piccola sala contribuisce a rendere tutto più vero, intenso, con gli sguardi dell’artista che incrociano quelli degli spettatori e con lui che spiega che siamo tutti invitati a casa sua. C’è voglia di divertirsi e non prendersi sul serio, ma le canzoni sono talmente belle che la serietà è dentro di loro, comunque si voglia stravolgere Cercando un altro Egitto in una cavalcata rock con tanto di assolo di chitarra sguaiato e un po’ cialtrone.

Voglia di divertirsi che si trasforma in magia e poesia altissima, come sempre succede con Santa Lucia, una delle più belle canzoni della musica italiana di sempre seguita in un unico omaggio all’amico scomparso Lucio Dalla con la sua 4 marzo 1943.

Dopo aver sgridato il pubblico che nonostante l’invito scritto all’ingresso di non usare i cellulari lo fa lo stesso, sul palco sale il fratello Luigi Grechi, in una simpatica rimpatriata che porta di schianto a giorni antichi. I due cominciano con Banana Republic, brano del songwriter americano Steve Goodman tradotto da Luigi e manifesto dell’omonimo tour che De Gregori condivise con Dalla esattamente 40 anni fa. Canzone d’autore italiana e americana si incrociano e abbeverano alla medesima fonte seguita da Il bandito e il campione con Luigi rimasto sul palco da solo a eseguire la sua Sangue e carbone. La serata, un po’ breve in realtà, arriva al finale con I matti, Generale e una Rimmel uptempo in chiave country.

Ci sarà il tempo per due bis con la conclusiva Buonanotte fiorellino in cui invita chi vuole a ballare il noto valzer. E una coppia di trentenni lo fa davvero, alzandosi nel corridoio a ballare teneramente abbracciati con De Gregori che li applaude contenti. In fondo siamo soltanto in un ex cinemino dell’oratorio tanti anni fa, quando il mondo era ancora tutto intero.

https://www.ilsussidiario.net/news/musica-e-concerti/2019/3/3/francesco-de-gregori-off-the-record-venti-serate-al-cinema-delloratorio/1854681/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco De Gregori: 'Non mi parlate di politica, di Sanremo e di me'

Il cantautore si racconta in occasione della partenza di "Off the record", la residency al Teatro Garbatella di Roma: lo abbiamo incontrato.

Francesco De Gregori ha appena finito di salutare gli amici e i parenti che ha invitato alle prove generali dello spettacolo, firmato alcuni autografi e posato per qualche selfie. "Ora devo farmi interrogare", dice, sorridendo, prima di raggiungere i giornalisti che lo stanno aspettando già da un po' seduti tra le prime file della piccola sala, ormai vuota, per parlare dei venti concerti che da oggi (e fino al 27 marzo) lo vedranno esibirsi nel piccolo teatro romano di fronte ad un pubblico di appena 230 spettatori a sera.

Il Principe si accende una sigaretta, si appoggia a bordo del palco e si prepara a rispondere alle domande:

"Non mi parlate di politica, di Sanremo e di me", avverte. Ma sa bene che la sua richiesta verrà rispettata solo in parte.

D'altronde è stato lui stesso a stuzzicare la curiosità, durante le prove del concerto. In "Via della povertà", la sua versione in italiano di "Desolation row" di Bob Dylan, le "cartoline dell'impiccagione" sono diventate "cartoline del Ku Kux Klan". E sulle "cinque stelle" di "Generale" gli è scappata una mezza risata:

"Non c'è niente da dire. Poi io non parlo. Che c'è da dire? Lo capite da soli".

Sono piccoli dettagli che non passano inosservati. Come la scelta di aprire il concerto con "Viva l'Italia" e "Ma che razza de città" di Gianni Nebbiosi (un ritratto impietoso di Roma, scritto all'inizio degli anni '70 ma di un'attualità disarmante): "Non è casuale. Se faccio una scaletta che comincia così un motivo ci sarà", risponde secco. Niente da fare. Preferisce parlare del fondale che l'artista campano Paolo Bini ha realizzato appositamente per questa residency di venti date e che - insieme a un registratore a bobine Revox posizionato alle spalle dei musicisti - rappresenta di fatto l'unico elemento scenografico sul palco: "È sintomo di modernità che un artista come lui abbia accettato di lavorare con un cantautore. Le arti si devono incontrare", commenta De Gregori, che recentemente ha collaborato anche con Mimmo Paladino per il vinile di "Anema e core", "è un fondale luminoso, illumina un concerto che ha dei momenti di gravità. Nel senso che non parliamo sempre di noccioline. Mi sembra sia giusto che la canzone non si occupi sempre di noccioline".

Oggi che i concerti vengono trattati come eventi muscolari, tra megaschermi, megapalchi e megascenografie, questa residency rappresenta per il cantautore un modo per saltare meccanismi consolidati del suo mestiere e cercare una maggiore intimità con il pubblico: "Sapere che gli spettatori mi possono vedere da vicino, e senza un maxischermo, crea un altro tipo di dialogo e di ascolto. È una scommessa per quelli che sono i moduli dello show business italiano. Perché lo faccio? Perché mi piace suonare, perché mi piace provocare e perché mi diverto. Il mio mestiere è fare quello che mi va di fare".

La parola chiave è improvvisazione:

"Questi giorni mi è venuto sempre in mente 'Hellzapoppin'' [il film capolavoro del nonsense diretto da H.C. Potter nel 1941]. Può succedere davvero di tutto", dice lui. Insieme alla sua band, Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Carlo Gaudiello al piano e tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, ha preparato per questi concerti circa sessanta canzoni. Ovviamente non le suonerà tutte ogni sera: "La scaletta è mobile. L'unico nucleo più o meno fisso è quello finale, in cui faccio ascoltare le mie canzoni più 'mainstream': lì ci potranno essere 'Titanic', 'Alice', 'La donna cannone'".

Sono canzoni scomode. Se fossi andato a Sanremo con queste canzoni sicuramente non solo non sarei arrivato primo, ma sarei stato ansioso di un giudizio che non le avrebbe premiate.

Per rendere meglio l'idea, a un certo punto De Gregori si fa portare un grosso tabellone con su scritti tutti i titoli dei brani che ha provato. Quello che colpisce è la grande quantità di canzoni mai eseguite dal vivo o eseguite solo raramente: "Festival", "I matti", "Quattro cani", "Pablo", "Stelutis Alpinis", "Baci da Pompei", "Showtime", "Cardiologia". Alle prove fa ascoltare - tra le altre - "San Lorenzo" (è l'ultima traccia di "Titanic", 1982, lo stesso album di "Caterina" e "La leva calcistica della classe '68") e "A Pa'" (dedicata a Pier Paolo Pasolini, pescata da "Scacchi e tarocchi" del 1985): "Sono canzoni scomode. Se fossi andato a Sanremo con queste canzoni sicuramente non solo non sarei arrivato primo, ma sarei stato ansioso di un giudizio che non le avrebbe premiate. C'è un pubblico che le ama, che le vuole ascoltare anche se le radio non le passano, che non vuole solo noccioline. E il teatro mi sembrava il posto giusto per riproporle", spiega lui. Che poi, sollecitato sul tema delle radio, viene invitato a dire la sua sulla proposta di legge relativa alle quote minime di musica italiana da imporre alle emittenti radiofoniche: "Mi sembra una stronzata. Non so che artista sarei oggi se da ragazzo non avessi ascoltato tutte le canzoni straniere che passavano in radio. Sarei favorevole soltanto al fatto che un terzo della programmazione venisse riservato alle mie, canzoni (ride)".

Sembra particolarmente rilassato, De Gregori. Si prende meno sul serio che in passato: ha voglia di divertirsi e di scherzare. Sul palco, provando le canzoni, si toglie pure il cappello e gli occhiali scuri, da cui non si separa quasi mai: "Facciamo come se fossimo dentro casa", dice. La voce è come il vino, quello che si fa portare per accompagnare la terza sigaretta: più invecchia e più diventa buona, così ruvida e rugosa. Tornare ad esibirsi per una piccola platea lo riporta per certi versi agli anni del Folkstudio, il locale di Trastevere che nella seconda metà degli anni '60 fu la culla della prima scuola di cantautori della Capitale, quei quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla che Venditti avrebbe nostalgicamente ricordato qualche anno più tardi nella sua "Notte prima degli esami": "Sono uno di quelli che ha fatto la gavetta. Bella. Suonare per quindici o venti persone, a quell'età, non era assolutamente frustrante. Ricordo che Cesaroni, il gestore del Folkstudio, mi dava 500 lire perché suonassi fuori dal locale per attirare gente", riflette il cantautore, mentre qualcuno gli porge un posacenere.

 I dischi non hanno futuro, oggi come oggi. Le case discografiche sembrano più interessate alle raccolte che ai dischi di inediti. Oggi se avessi dieci brani nuovi probabilmente non farei un album ma li presenterei direttamente live.

Per buona parte delle prove le bobine del registratore in fondo al palco girano, ma De Gregori promette che da questa residency non verrà tratto alcun disco dal vivo: "Non registro niente. Anzi, ogni sera inviterò il pubblico a non riprendere il concerto con i cellulari. Come la frase sulla lapide di Keats: 'Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua'. Ecco, questi concerti sono scritti sull'acqua". Se i concerti al Teatro Garbatella resteranno scritti sull'acqua, potrebbe invece non limitarsi solamente ai palchi l'altra impresa live di De Gregori, la tournée che la prossima estate lo vedrà esibirsi all'aperto accompagnato dagli GnuQuartet e da un'orchestra, insieme alla quale riproporrà i suoi più grandi successi: "Se sarò soddisfatto del risultato finale, mi piacerebbe entrare in studio e registrare il concerto in presa diretta con l'orchestra. Ma per ora è solo un'idea, una suggestione", anticipa, confermando poi di essere in contatto con un impresario cinese che vorrebbe coinvolgerlo in un progetto a Pechino.

Anche se negli ultimi anni non è stato poi così lontanissimo dalla sala d'incisione (nel 2014 è uscito "Vivavoce", con cui ha rivisitato in studio alcuni suoi classici, mentre nel 2015 è stata la volta di "Amore e furto", il disco delle traduzioni di Dylan), il cantautore non pubblica un nuovo album di inediti da ben sette anni: "Ma i dischi non hanno futuro, oggi come oggi. Le case discografiche sembrano più interessate alle raccolte che ai dischi di inediti", scrolla le spalle. Non c'è mai stato un intervallo di tempo così lungo nella sua discografia tra un disco e l'altro, ma al momento De Gregori non sembra essere interessato a interromperlo: "L'ultima preoccupazione che ho è di fare un disco. Oggi se avessi dieci brani nuovi probabilmente non farei un album ma li presenterei direttamente live, magari qui alla Garbatella". Chissà che non gli venga voglia di farlo davvero.

di Mattia Marzi

https://www.rockol.it/news-701383/francesco-de-gregori-tour-2019-concerti-teatro-garbatella-intervista

 

 

 

 

 

La Garbatella, per chi non è di Roma, è un borgata sorta intorno agli anni ’20, una volta popolata da modesti lavoratori e oggi diventata un quartiere di tendenza, portato alla ribalta anche dalla fiction dei “Cesaroni”. È qui che si trova il Teatro Garbatella, che dal 28 febbraio al 27 marzo vede in scena l’Off The Record di Francesco De Gregori: Residency Tour andato sold out per tutte e venti le date.

Io ho assistito a quello del 13 marzo e alle 21,00 precise è iniziato questo storytelling di Francesco De Gregori, particolarmente voglioso di interagire con il pubblico: il “Principe” ha subito dichiarato di non essere quel personaggio scontroso e distaccato che spesso viene descritto; con lui la sua band, formata da Guido Guglielminetti al basso, Carlo Gaudiello al piano, Paolo Giovenchi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, più due coriste.

La scaletta – come annunciato – è variabile, tra canzoni mai eseguite dal vivo o eseguite solo raramente e i suoi classici successi; questa sera viene distribuito all’ingresso del teatro un foglio con i titoli delle canzoni, e l’invito a non riprendere con i cellulari il concerto.

Si inizia, anzi si salpa subito con un tris a tema: “Titanic”, “L’abbigliamento di un fuochista” e “Tutti salvi”, storie emozionanti di questo storico naufragio.

Si passa poi a “Buenos Aires2, canzone che parla dei desaparecidos e “Come il giorno (I shall be released)” omaggio tratto dal suo album dedicato a Bob Dylan; al termine di questa canzone il nostro chiede a tutto il pubblico in sala quanti dei presenti avesse comprato l’album “Amore e Furto”.

Tra grandi i grandi classici di “Sempre per sempre”, “Cercando un altro Egitto”, “La leva calcistica della classe ’68”, “Banana Republic” e “La valigia dell’attore” (dedicata ad Alessandro Haber), De Gregori inserisce dei brani minori come “Un guanto” e “Piccola mela”, cantata insieme a sua moglie Alessandra “Chicca” Gobbi.

Dimenticavo, prima di raccontare il crescendo finale, che sul palco quasi tutte le sere ci sono degli ospiti a sorpresa: Stefano Bollani, Elisa, Luca Barbarossa; a noi sono toccati Bobo Craxi e Renzo Zenobi, e quest’ultimo ha cantato in solitaria la sua canzone di “Di tamerici e di sabbia”.

Si riprende lo show con “Quattro cani” e “Vai in Africa Celestino” per poi chiudere con “Generale” e “Rimmel” dove incita tutto il pubblico a fargli da coro.

E dopo i saluti e ringraziamenti per essere venuti ad ascoltarlo, una brevissima pausa prima del bis.

Il Principe ritorna sul palco con sigaretta e calice di vino bianco e chiude la serata intonando “Buonanotte Fiorellino”, e al ritmo di questo valzer invita tutto il pubblico in sala a ballare, facendo anche salire sul palco una coppia di giovani.

Adesso cala il sipario: grazie per questa magica serata di musica e poesia.

Di Filippo De Orchi

 

 

 

 

Alcune riflessioni su ieri sera. Ultima serata. Un rilassatissimo Francesco che, nei saluti finali, dice che è stata un’esperienza bellissima che in qualche modo cercherà di ripetere, gli verrà in mente un’idea. Francesco che introduce i brani con piccoli aneddoti, divertito dalle reazioni del pubblico che invita a fare ancora più caciara “questo era un applauso da wine bar, ne voglio uno da osteria”, e partono delle cose, tipo Cercando un altro Egitto, con arrangiamenti pazzeschi. Questa è la cosa che mi ha colpito più di tutto, oltre al clima da concerto ideale: gli arrangiamenti. Lontani da quelli un po’ troppo estremi, passatemi il termine, degli anni passati. Insomma, io l’ho trovato in stato di grazia. Il plus della serata è stato sicuramente, e non me ne voglia l’istrionico Tricarico, l’immenso Ambrogio Sparagna. Quello che riesce a fare con i suo organetto, che suona con l’anima, non si può spiegare. Ci sarebbero altre mille cose da dire, mi limiterò solo a questa: per me è stato il concerto più bello di tutti quelli visti fino ad ora. Ci si rivede a Caracalla.

Al momento dei bis una ragazza ha chiesto insistentemente Sempre e per sempre. Francesco le ha risposto “ma è una canzonaccia, l’ho scritta con la mano sinistra”. Niente, lei insisteva. Lui ha replicato, ridendo “Ce l’hai la scaletta? L’avrai ascoltata mille volte”. Poi ha raccontato un piccolo aneddoto. A proposito di Amore nel pomeriggio (titolo suggeritogli da Guido, perché non se lo ricordava), ha detto che una delle opzioni papabili per l’intero album era, appunto, Sempre e per sempre. Fatta la proposta al saggio Capobanda, la sua risposta fu “sì, e come copertina ci mettiamo una bella lastra di marmo”.

Nunzia Gabriella Viniero

 

 

La serata si apre con una rinnovata trilogia del Titanic (Titanic e il Fuochista e poi il Messico al posto del Capitano, “perché il fuochista è uno dei pochi a salvarsi e, arrivato in America, scende verso sud fino al Messico, perché è andando verso sud che si trova la civiltà”).

Con la torpedine di Sparagna sin da subito sul palco a dare pepe al tutto, perché qui il Principe vuole un clima da osteria, però “fraschetta e non fighetta”, bettola e non “wine bar”!

Ci racconta e ci regala Innocenza e Verità (Come il giorno) e poi i brividi di Nino non aver paura. La voce di De Gregori ha qualcosa di magico.

L’Egitto e una letterale immersione in San Lorenzo, dove ci fa percepire partecipazione e quasi commozione (sembra immedesimarsi lui stesso nell’angelo con gli occhiali che apre la mano a contare e benedire i morti).

Poi ci spiega con dovizia di dettagli il Guanto e ci regala Raggio di sole.

Arriva Tricarico che fa i suoi pezzi forti e poi partecipa ad una bella Santa Lucia, anche dimenticandosi le parole e costringendo il Principe ad un intervento di supporto.

Il resto è poesia rodata ma sempre emozionante (4 marzo, Celestino, Generale, Rimmel).

Per il bis Falso movimento, piazza Barberina e Fiorellino.

Quante generazioni di adepti! Che bella serata nel cuore di una Roma popolare e verace!

Promette che prima o poi rifarà un’avventura come questa. È aperto e solare, ma con autorità.

Gli parte un vaffa quando gli vola il plettro. Intoppa più volte organetti e basso. Evidentemente il palco è troppo stretto per il suo entusiasmo di stasera!

Due gemelline in prima fila si divertono a gustare dal vivo canzoni con le quali sono state evidentemente svezzate, e sono protagoniste di un valzer con papà che merita un ricordo speciale.

Pino Vumbaca

 

 

 

Sono andato senza troppe speranze a Garbatella e ho trova l'ultimo biglietto disponibile! Ecco la rapida recensione di un fortunato imbucato.

Il concerto a mio parere si è diviso in due grandi parti: prima e dopo Vessicchio; prima noia dopo gioia.

Principe che entra in gran forma chiedendo più volte non un applauso da teatro ma da "osteria sulla Tuscolana".

Poi lunga descrizione di Titanic (vista sui passeggeri dall'alto, "da un drone") e del Fuochista (vista in soggettiva nel dialogo figlio-madre che sa che non lo vedrà mai più).

Prima di Banana Republic chiede ancora di "non perdere lo spirito tuscolano".

Poi presenta La valigia dell'attore quasi scusandosi perché "questa è una canzone molto triste ma non prendetela troppo sul serio, non sempre uno scrive di se stesso; spesso degli altri o dei film che vede".

Celestino era in scaletta ma non è stata fatta.

A questo punto racconta che Giovenchi alla stazione Tiburtina aveva incontrato Beppe Vessicchio ed è venuto a trovarli. Più di qualcuno non ci crede e ride.

Invece entra davvero Vessicchio e attacca un super pippone sull'incontro con Giovenchi, sul fatto che Off The Records è un'idea grandiosa, che i giovani non fanno più musica impegnata e fa anche una specie di mea culpa perché lui era quello che "tagliava le canzoni troppo lunghe per la tv". Se ne va così un quarto d'ora, tra sbadigli e microfoni che non funzionano.

Finalmente si torna a suonare, ma non va meglio.

I musicisti che porta Vessicchio bravissimi, ma non mi sono piaciuti molto gli arrangiamenti. Troppo "barocchi" secondo me. Soprattutto San Lorenzo perde molto.

Fin qui noia: Titanic, Leva calcistica e Donna cannone sentite e risentite, Banana Republic e Valigia dell'attore cantate piuttosto male...

Ma il Principe si è ormai riscaldato: esce finalmente Vessicchio e comincia la festa.

Prima breve accenno ai cellulari "abbandonato il vostro cordone ombelicale, lasciate perdere gli amici"; poi comincia Santa Lucia, che è sempre da brividi.

Forse c'è qualche problema alla pedal steel di Valle perché l'omaggio a Com'è profondo il mare parte in ritardo, o forse no.

Fatto sta che ci fa alzare tutti in piedi per l'applauso al "Ragno, come lo chiamiamo noi. Qui si sarebbe divertito, avrebbe suonato il clarinetto e avrebbe cantato. Canto questa per citarlo".

Meravigliosa 4 marzo coi coretti finali.

"La canzone romana è sempre stata la cenerentola della canzone italiana, bistrattata rispetto a quella napoletana o quella del nord (accenna "Maremma"); è una canzone inquinata come è inquinata Roma, assorbe tutto. Questa però è straordinariamente lirica".

Su Nina si voi dormite entra Giallini (davvero bravo: "canta come un cantante, non come un attore").

E qui la vera chicca, dopo una breve introduzione ("una piccola lezione sulla canzone popolare romana") sul lavoro delle guardie di città e su chi fa pipì in strada, fanno insieme Piazza Barberina. Da segnalare un bel "li mortacci tua" iniziale. Grande pezzo, se non lo conoscete andatevi a leggere il testo.

Ti leggo nel pensiero la canta solo Giallini, Francesco fa “solo” i controcanti.

Cercando un altro Egitto per la mia gioia è nella meravigliosa versione rock di inizio anni 2000, con Giallini alle percussioni.

Grandiosa Generale, con lunga improvvisazione iniziale Guglielminetti-Giovenchi e un finale “Non dite che non vi faccio cantare. Sì, prima ero cattivo ma ora sono buono e lo sarò a lungo”.

Dopo Rimmel i bis.

Cantata benissimo Falso Movimento (con vino, sigaretta, e coppie invitate sul palco) e imitazione di Vasco (!) su una strofa.

Su Buonanotte Fiorellino si siede a bordo palco.

Tanti in piedi, tanti increduli per questo principe "buono".

Raffaele Scocca

 

 

 

 

 

Questa settimana sono andata a trovare i miei amici e il mio “Capo”(perché per me sarà sempre e solo lui il mio Capo) al Teatro Garbatella. Ho assistito da pubblico ad un concerto magico, intimo, emozionante grazie anche all’inossidabile bravura dei miei colleghi e delle splendide coriste. Mi sono commossa più volte e alla fine ho anche ballato il Valzer... Sono tornata a casa rigenerata e piena di nuova energia, perché la Musica, quando è fatta con passione, fa questo effetto.

Elena Cirillo

 

 

 

 

«Ora posso rischiare, non mi fischiano più»

ROMA - «Questi concerti sono una scommessa. Lavoriamo sottopagati, ma mi piace suonare e provocare qualcosa che non è nell’aria. E soprattutto mi diverto». Il Principe torna a casa. Nella sua Roma, con 20 date, da ieri fino al 27 marzo. Dallo sgabello rosso del Folkstudio al piccolo palco del Teatro Garbatella (230 posti): in mezzo, quasi cinquant’anni di canzoni, entrate nell’immaginario nazionale. Come Viva l’Italia, che ha aperto le prove finali del concerto.

«L’avevo ripudiata - racconta ai giornalisti sorseggiando un calice di vino bianco - invece ora ne sono fiero. È un modo di rivendicare un sentimento di amore e di speranza per questo paese e credo che anche per il mio pubblico sia diventata questo».

E che a seguirla sia una cover di Ma che razza de città di Gianni Nebbiosi (ritratto impietoso di Roma, scritto negli anni 70 ma attuale come non mai) non è casuale:

«Se faccio una scaletta che inizia così un motivo ci sarà», risponde secco, chiudendo il sipario su qualsiasi argomento politico. Anche se poi è lui stesso a stuzzicare la curiosità, quando in Via della povertà (la sua versione in italiano di Desolation Row di Bob Dylan), le «cartoline dell’impiccagione» sono diventate «cartoline del Ku Kux Klan».

Francesco De Gregori si sente a casa davvero, in questa ambientazione un po’ vintage, con un registratore a bobine Revox posto alle spalle dei musicisti:

«Al Folkstudio mi esibivo anche davanti a 15 persone e Cesaroni mi pagava 500 lire per attirare la gente suonando fuori dal locale. Ho sentito il richiamo della foresta e ho voluto ritrovare quel senso di intimità, chiedendo anche al pubblico di non registrare o filmare nulla».

Off the record, appunto.

«Come la frase sulla lapide di Keats: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”. Ecco, questi concerti sono scritti sull’acqua».

Nelle scalette mutanti delle serate (ogni sera ne cambierà un quarto) troveranno spazio pezzi meno noti e chicche assortite. Nell’ultima prova, ad esempio, hanno fatto capolino San Lorenzo, A Pa’, Stelutis Alpinis, Cercando un altro Egitto. Nella prima serata sono state ripescate anche Banana Republic e In onda.

«Un concerto in un teatro da 230 posti ha senso perché forse queste canzoni vanno ascoltate in 230 - osserva - Vale la pena rischiare, tanto alla mia età e con la mia carriera, ormai non mi fischia più nessuno. Sarà un po’ un Hellzapoppin, in cui succederà di tutto».

E non mancheranno all’appello le canzoni più scomode, dedicate a temi storici e politici:

«Ci sono momenti di gravità - riconosce De Gregori - Nel senso che non parliamo sempre di noccioline. Mi sembra sia giusto che la canzone non si occupi sempre di noccioline. Ma non vorrei sembrare presuntuoso, è solo il mio modo di vedere la musica».

Un modo diverso da quello di Bruce Springsteen - tiene a precisare - malgrado le analogie con la residency che il Boss ha tenuto tra il 2017 e il 2018 a Broadway, New York.

«Springsteen mi perseguita. Non l’ho copiato. E poi nessuno è andato a dire a lui che Born In The Usa è uscita dopo la mia Viva l’Italia»,

ironizza. Il suo, del resto, è sempre più un Never Ending Tour sul modello di mastro Dylan:

«Ormai l’attività live per me è preponderante. Anche perché i dischi non hanno più molto senso. Le case discografiche mi chiedono solo greatest hits. E se avessi dieci canzoni nuove, faticherei a farle pubblicare in un album, forse preferirei cantarle tutte in un concerto».

I suoi evergreen invece - da Rimmel a Generale e La leva calcistica della classe ‘68 - continuano a cambiare pelle, come sempre:

«Le canzoni per me non sono oggetti da museo - ribadisce - Se qualcuno vuole vedere la fotocopia del 1975, non venisse. A me piace cambiare. E rispetto il pubblico al punto tale che non voglio che nessuno si aspetti niente da me».

Lui, invece, ha perso ogni aspettativa nei confronti delle radio:

«Le mie canzoni non le trasmettono più».

E se passasse la legge sulle quote italiane, proposta dalla Lega e appoggiata dal presidente della Siae, Mogol?

«Mi sembra una stronzata - taglia corto senza pietà - Cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi potuto ascoltare tanti artisti stranieri? Sarei favorevole al 33,3%... di miei pezzi!».

Poi si diverte a scherzare con i giornalisti:

«Siete un po’ agé, ma il mio pubblico è più giovane. Ho dei sostenitori anche tra i nuovi musicisti, tipo il mio amico Fedez».

La parodia di Max Giusti giura di non averla vista («Non amo gli imitatori, e poi io sono inimitabile!»), mentre sul suo futuro non esclude sorprese. Incluso un concerto in Cina: «C’è un impresario bellicoso che vorrebbe portarmi lì. Se si può organizzare senza che nessuno si faccia male, va bene».

1.3.2019

https://www.leggo.it/spettacoli/musica/francesco_de_gregori_roma_garbatella_offthe_record-4330788.html

 

 

 

Francesco De Gregori, un mese di concerti a Roma tra classici e sorprese: “Scaletta sempre diversa”

di Francesco Raiola

Parte questa sera il lungo appuntamento che vedrà Francesco De Gregori esibirsi per un mese al teatro della Garbatella di Roma con uno spettacolo dal nome “Off the record”. Il cantautore romano suonerà ogni sera davanti a un massimo di 230 persone con una scaletta che cambierà continuamente, e al cui nucleo di classici affiancherà anche qualche sorpresa.

In questi 37 anni di vita mi hanno sempre raccontato di un Francesco De Gregori burbero, schivo, altero, un'etichetta che si è portato appresso per anni, esorcizzata anche in una canzone, "Guarda che non sono io", in cui semplicemente spiegava la differenza tra l'uomo e l'artista, partendo dal giudizio e dalle idiosincrasie dei fan. Un'etichetta rimasta in testa, però, a chi in questi ultimi anni non lo ha seguito molto da vicino, e infatti l'artista che ieri sera, sul palco del Teatro della Garbatella, teneva l'ultima prova prima della serie di concerti romani che si concluderanno il 27 marzo era affabile, divertente, divertito. Lo ha spiegato spesso nelle interviste di questi ultimi anni, a chi gli chiedeva di questo cambiamento, e lo si vedeva ieri sera in una dimensione ormai a lui estremamente congeniale, quella del live e in particolare quello di un palco che lo vedrà protagonista, fino al 27 marzo di fronte a sole 230 persone a sera ("Le canzoni vanno ascoltate 230 persone alla volta" ha scherzato in un incontro post prove).

La scaletta dei concerti di De Gregori a Roma

"Off the records" è un concerto intimo, senza dubbio, e anche variegato, con una scaletta mobile che pescherà da circa 64 canzoni preparate che hanno un nucleo forte composto da pezzi storici come "La leva calcistica della classe '68", "Generale", "Il cuoco di Salò", "Rimmel" ("Quelle sono le canzoni più conosciute forse perché sono anche le più belle, quindi nella parte finale ci saranno questo tipo di canzoni, ma varieranno, appunto. Uno che viene venti volte vedrà concerti abbastanza diversi, anche se il nucleo fondamentali è quello") e ogni sera si riempirà di pezzi in base alla voglia del cantante e della sua band storica. Sarà anche un'occasione per ascoltare alcuni pezzi meno suonati, canzoni che forse sono un po' impolverate, ma che hanno una potenza live che è bello riscoprire, anche grazie a nuove vesti che di volta in volta assumeranno. Chi segue De Gregori sa che nella dimensione live le canzoni si vestono di abiti nuovi, arrangiamenti blueseggianti, ad esempio, con assolo "cafoni" (come chiede, scherzando, lui stesso sul palco), momenti piano e voce e ovviamente uno sguardo a Bob Dylan, sia nei pezzi tradotti in "Amore e furto" che in un mood generale che talvolta lo accompagna sul palco (proprio Dylan decostruisce le proprie canzoni nei live rendendole quasi irriconoscibili).

Una scaletta mobile e ospiti

Ogni sera al pubblico verrà data la scaletta e nelle varie sere probabilmente ci saranno anche alcuni amici che lo accompagneranno, a partire da suo fratello Luigi "Greghi" De Gregori passando per nomi che, al momento, ha tenuto per sé. Non vi sarà un album live, come ci tiene a sottolineare citando Keats, che sulla lapide fece scrivere "Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell'acqua", quindi non resterà traccia di quello che avverrà sera dopo sera, ma non esclude che in futuro questo progetto possa toccare altre città.

Come cambiano le canzoni

De Gregori non viene meno all'attesa del pubblico (ci saranno i grandi classici, appunto) ma un po' se ne frega di quello che ci si aspetta, se ne frega di dover fare tale e quale un pezzo di 40 anni fa, scritto in un'altra epoca, ad un'altra età e così unisce utile e dilettevole, il classico che piace al pubblico al gusto personale, alla novità, tanto "alla mia età, con quello che ho fatto, nessuno mi fischia più". Lo dice ridendo, prendendosi in giro, smontando l'aura che lo circonda, ma senza perdere la consapevolezza di quello che ha scritto, rappresenta e ha rappresentato, e, alla fine, anche se non vuole parlare di politica riesce a parlarne con una scaletta che, almeno ieri, ha visto in testa due pezzi come "W l'Italia" (introdotto dal Coro popolare composto anche da ragazzi Down, la cui Associazione il cantante ha tenuto a ringraziare) e "Ma che razza di città".

Dediche a Roma, pezzi tradizionali e piccole perle

Alle spalle di De Gregori e della band composta da Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Carlo Gaudiello al piano e tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, una scenografia colorata, un fondale pop disegnato da Paolo Bini che nasce dalla necessità di mescolare le carte e le arti dice il cantante che in questa scaletta mobile ha provato tre pezzi dylaniani, ovvero "Via della povertà (Desolation Row), "Come il giorno" (I shall be released) e "Un angioletto come te" (Sweetheart like you), un piccolo omaggio alla città con "Ma che razza de città", appunto, brano di Gianni Nebbiosi del 1973 – ha ripescato un altro brano tradizionale come "Stelutis Alpinis" -, un pezzo più nascosto come "A pa'", una bellissima "San Lorenzo" fatta ovviamente piano e voce, ci sono, poi, "La guerra" e "Cercando un altro Egitto" in uno strano testacoda della sua discografia, "Cardiologia", tratta da Calypsos ("Se siete depressi questa canzone vi farà male" dice presentandola e sorridendo), una "Showtime" valzerina fino ai classici come "La leva", "Generale", "Il cuoco diSalò" e "Rimmel" intervallata da "Miramare".  Una scaletta che cambierà già questa sera e nelle prossime, ma quello che importa è la sensazione che ha dato De Gregori sul palco: "Do il meglio di me stesso, mi diverto molto" dice e si vede. E si divertirà anche il pubblico, non ci sono molti dubbi.

https://music.fanpage.it/francesco-de-gregori-un-mese-di-concerti-a-roma-tra-classici-e-sorprese-scaletta-sempre-diversa/

 

 

le foto in bianco e nero sono di Alice Lombardi

 

 

l'audio in sottofondo proviene da videoraccolta presente in Youtube, contenente brevissimi spezzoni dell'evento