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IL RITORNO
PIÙ SORPRENDENTE DI DE GREGORI
11
Settembre 2026 - Gino Morabito
Nessun sold out da esibire come trofeo. Nessuna hit da riproporre per
obbligo. Nessuna nostalgia da anniversario. Francesco De Gregori riparte
dalle sue «perfette sconosciute», le canzoni che non sono mai diventate
classici e che oggi ritornano al centro del progetto “Nevergreen”.
Dopo
il successo della residenza milanese al Teatro Out Off, da cui sono nati
il docufilm diretto da Stefano Pistolini e un album dal vivo in uscita
il prossimo 16 ottobre, Il Principe si prepara a riportare lo spettacolo
in scena: prima al Teatro Sala Umberto di Roma, poi nuovamente a Milano.
Un
ritorno alle origini che coincide anche con una riflessione sul presente
della musica italiana, a partire dal titolo.
«Nevergreen
è una parola che mi sono inventato io. Un innesto un po’ maccheronico
sull’inglese. Se gli evergreen sono le canzoni che restano nella memoria
collettiva, le nevergreen sono quelle che non sono mai diventate famose
e probabilmente non lo diventeranno mai. Per questo sulla locandina ho
aggiunto il sottotitolo “perfette sconosciute”.»
L’obiettivo è chiaro, liberarsi per una volta dal peso dei grandi
successi.
«Chi
viene a questi concerti non deve aspettarsi Generale, La donna cannone o
Rimmel. Il pubblico è avvertito.»
Eppure, la sorpresa è stata un’altra.
«Pensavo di trovarmi davanti persone che non conoscevano quelle canzoni,
invece le sapevano tutte.»
Dietro Nevergreen c’è anche una presa di posizione contro l’evoluzione
recente dell’industria musicale. Che cosa rappresenta questo progetto?
«In
parte è una reazione al gigantismo che vedo attorno alla musica. Sembra
che si parli soltanto di chi riempie gli stadi o i palazzetti. C’è una
parola che trovo terribile: sold out.»
I
club restano il suo ambiente naturale.
«Mi
piace avere il pubblico vicino. Mi piace quell’atmosfera un po’
disordinata, la gente che entra ed esce, che vive la musica in maniera
spontanea. Subito dopo vengono i teatri di piccole dimensioni. Anche lì
si crea una vicinanza particolare. È una dimensione che permette un
dialogo diverso rispetto ai grandi spazi.»
Il
rischio è che venga dimenticata la dimensione originaria della musica
dal vivo?
«Esiste una quantità enorme di artisti che non riempie gli stadi e
nemmeno i teatri medi. Persone che riescono a portare cento o
centocinquanta spettatori. Eppure è da lì che nasce la musica. Quella
realtà va sostenuta e incoraggiata.»
Parla
anche per esperienza personale.
«Io
ho iniziato in un locale minuscolo. Se quel posto non fosse esistito
probabilmente oggi non sarei qui. Molti spazi simili stanno chiudendo.
Da una parte il pubblico non li frequenta, dall’altra radio e media
tendono a concentrarsi su ciò che è già affermato.»
Un
giovane De Gregori riuscirebbe oggi a emergere nel mercato
contemporaneo?
«Credo di no. Non per una questione generazionale. È cambiato il modello
di canzone che viene premiato. La struttura che appartiene alla
tradizione dei cantautori oggi trova molto meno spazio.»
Il
riferimento è anche agli algoritmi che guidano sempre più spesso le
scelte dell’industria.
«L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile. Ma non
possono essere gli algoritmi a decidere tutto, soprattutto in ambito
creativo.»
La
sua regola è sempre stata fare l’artista e basta, con il bisogno di
documentare quello che accade sul palco. Così, dai duecento posti della
residenza milanese è nato anche il documentario diretto da Stefano
Pistolini. Un’opera a cui il cantautore tiene particolarmente perché
prende le distanze da un genere che non ha mai amato.
«La
parola biopic mi dà fastidio quasi quanto sold out. Il motivo è
semplice: spesso questi film trasformano l’artista nel narratore della
propria leggenda. Noi abbiamo fatto il contrario: abbiamo raccontato un
musicista e una band al lavoro.»
Sente
ancora l’ispirazione?
«Saranno circa dieci anni che non la sento più ribollire dentro di me.
Mi dispiace, certo, ma non ne faccio un dramma. Scrivere una canzone
richiede qualcosa che va oltre la tecnica. Tecnicamente potrei scrivere
una canzone in un pomeriggio. Ma senza ispirazione non avrebbe senso.»
Da
Generale a Il panorama di Betlemme, fino a Il vestito del violinista, il
conflitto è stato spesso osservato attraverso uno sguardo umano prima
ancora che politico.
«Non
credo di aver previsto nulla. Bastava guardarsi intorno: il mondo era
già pieno di guerre, massacri e ingiustizie. Quelle canzoni sono nate
allora e purtroppo parlano ancora del presente.»
Alla
fine il discorso si sposta inevitabilmente sul futuro. Per quanto tempo
continuerà a fare concerti?
«Finché ne avrò voglia. Quando arriverà il momento smetterò
semplicemente. Potrei stancarmi io oppure potrebbe stancarsi il
pubblico. Nessuna tournée d’addio, non farò annunci. Sparirò e basta.»
Una
risposta che sembra riassumere perfettamente la sua carriera: lontano
dalle celebrazioni, dalle mode e dalle etichette. Con la stessa libertà
con cui continua a riportare sul palco le sue “perfette sconosciute”.
https://www.musicaintorno.it

“Sento molti concerti che somigliano a dei dischi, con sequenze
pre-registrate, questo è un disco che somiglia a un concerto. Io gli
album dal vivo li faccio da sempre”, ci aveva tenuto a precisare De
Gregori lo scorso maggio, quando venne annunciato questo disco. Che non
aveva ancora una forma, una scaletta - ma un’idea sì. Quella di
documentare un progetto preciso, una “residenza” in un teatro della
periferia di Milano a suonare le canzoni minori, di fronte a 200
persone. L’esatto opposto dei megatour sold out con visual, grandi
produzioni e le “hit” una in fila all’altra: “Vedo che anche sui
giornali si tende a parlare sempre di chi riempie gli stadi, di chi
riempie i palazzetti” Questi miei concerti vorrebbero essere un
controcanto a questa rincorsa ai grandi numeri”, aveva raccontato.
Poi quella presentazione deviò, si parlò di politica e si innescò una
catena di commenti sul perché un cantante dovrebbe o non dovrebbe
parlarne. L’uscita di De Gregori non fu felicissima o venne travisata?
Fatto sta che nelle settimane successive, sull’onda di quelle
dichiarazioni una domanda sul tema veniva fatta a ogni cantante. Era la
nuova versione di “andrai a Sanremo l’anno prossimo?”, domanda di rito
che in quel periodo non si poteva fare perché il festival era ancora
lontano.
Con l’uscita di questo album si torna alla musica, in anticipazione del
ritorno di De Gregori in teatro, dopo qualche mese passato a celebrare
"Rimmel" tra palazzetti e club tra fine 2025 e inizio 2026. Questi
giorni a Roma, dove questa idea prese la prima forma nel 2019, poi dal
25 novembre si ritorna all’Out-Off di Milano.
“Nevergreen (Perfette sconosciute)” è uno di quei dischi dal vivo che
hanno un senso: documenta un'idea precisa di concerto e di musica, con
una selezione di 17 canzoni meno conosciute del repertorio di De
Gregori, suonate da una band formidabile.
Il disco si apre con due voci fuori campo che parlano di accendere le
luci quasi a ricordarci che siamo in un teatro. Poi parte “Il fischio
del vapore”, che più di 20 anni fa diede il titolo al disco con Giovanna
Marini. Voce, organetto e fisa, musica popolare su cui si innesta poco
dopo la band e il suono si riempie: chitarre, organo Hammond, momenti
acustici e altri decisamente più rock. Una band di sette elementi,
guidata da Guido Guglielminetti, che suona con una naturalezza e una
compattezza impressionanti. Quello a cui avevo assistito nell'ottobre
del 2024, alla prima delle venti serate al Teatro Out Off, era stato
musicalmente uno dei concerti italiani più belli che avessi visto negli
ultimi anni. Questo disco restituisce la bellezza di quel suono.
Inevitabilmente, “Nevergreen” è una selezione: nelle venti serate
milanesi De Gregori cambiava scaletta ogni sera e rispetto al concerto a
cui avevo assistito, nel disco ce ne sono relativamente pochi. Manca,
purtroppo, la versione rock-blues di “Caldo e scuro”, che ricordo come
uno dei momenti più intensi della serata. Manca “Cercando un altro
Egitto”, con le sue chitarre elettriche. E manca anche “Il cuoco di
Salò”, uno dei brani centrali di quella serata.
Ci sono invece “L'uccisione di Babbo Natale”, “Numeri da scaricare”, “I
matti” e “San Lorenzo”: canzoni che raccontano storie e personaggi,
spesso sullo sfondo della Storia con la S maiuscola, una parte
importante del repertorio di De Gregori, anche se meno frequentata nei
concerti. Brani che non hanno perso nulla della loro forza, anzi, che in
queste versioni sembrano acquistare una nuova vita.
Ci sono canzoni come “Cose”, “A Pa'”, “Vai in Africa, Celestino!” o “Due
zingari”, a comporre una scaletta che attraversa epoche diverse senza
seguire un ordine cronologico. Sono rimasti fuori anche gli evergreen,
quelli che alla fine dei concerti arrivavano comunque, nonostante le
premesse: “Rimmel”, “Buonanotte fiorellino”, “Generale”. E va bene così:
inserirli avrebbe in qualche modo contraddetto l'idea stessa del
progetto.
Discorso analogo per ospiti e cover: durante le serate sul palco
dell'Out Off erano passati diversi artisti, da Gianna Nannini a
Pacifico, da Jovanotti a Elisa. Erano momenti spesso divertenti, quasi
degli esperimenti, giochi tra amici e colleghi che De Gregori si
concedeva nella libertà di quei concerti. Alcuni sono finiti nel film di
Stefano Pistolini, tratto dalle stesse serate. Ma inserirli nel disco
avrebbe spostato l'attenzione, trasformandolo in qualcosa di più simile
ai tanti album dal vivo che vengono pubblicati normalmente, con ospiti e
duetti a fare da richiamo.
L'unica eccezione è nel finale, con una cover che offre una possibile
chiave di interpretazione. Assieme Zucchero De Gregori canta
“Everybody's Talkin'”, la canzone di Fred Neil resa celebre da Harry
Nilsson. Sembra quasi un commento (in)volontario a quello che era
successo dopo quella conferenza stampa. “Everybody's talking at me”,
canta il testo: “Everybody's talking at me/I don't hear a word they're
saying/Only the echoes of my mind”
In fondo, con “Nevergreen” De Gregori ribadisce la sua idea: a parlare
deve essere soprattutto la musica. Si può essere d'accordo o no - ma
quando la musica è questa, c'è davvero di che ascoltare.
(Gianni Sibilla)
https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/12004/francesco-de-gregori-nevergreen-perfette-sconosciute

In questa assolata domenica di metà ottobre - sospesa tra il
cambio d'ora e quello di stagione negli armadi - mi diletto a
riascoltare il live appena uscito.
È una ventata di freschezza, benché i dischi dal vivo di De
Gregori superino ormai quello in studio.
Uno dei motivi è che sul palco riesce (in questo penso sia unico)
a ridare nuova linfa a canzoni nate già perfette.
"Baci da Pompei" è una di queste. Prendere e lasciare, anno 1996.
Il disco fu annunciato da un servizio del Tg1 in cui Vincenzo
Mollica intervista De Gregori poggiato ad una scala.
Internet era ancora un miraggio, il mondo sembrava non dovesse
crollare o almeno si reggeva su qualche certezza.
Quel disco fu caratterizzato dalla sterile polemica clericale
attorno a "L'agnello di Dio", smorzata durante un'epica puntata del Roxy
Bar in cui il cardinal Tonini prese per mano De Gregori e
sostanzialmente si dissero: "ognuno vada dove vuole andare, ognuno
invecchi come gli pare ma non raccontare a me la libertà".
Eppure...in quel disco c'erano Compagni di Viaggio, Rosa Rosae,
Un guanto e...Baci da Pompei.
Claudia quando la ascoltò per la prima volta scoppiò a piangere
come le capitava con le canzoni di Baglioni.
Perché la sequenza di immagini trascende il reale per fondersi (è
proprio il caso di dire) con il mito, la magia e la storia.
In questa versione live (canzone mai presente in altre raccolte)
Francesco De Gregori rilegge il testo in modo assolutamente spontaneo e
surrealistico, elevando Baci da Pompei ad acqua che canta.
Anzi, ad acqua che..lava.
(Francesco Corallo)
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Lettera da un cosmodromo messicano,
Cose, Mimi sarà, Il ‘56, Rollo & his
Jets, I muscoli del capitano,
L’abbigliamento di un fuochista,
Numeri da scaricare, Disastro aereo
sul canale di Sicilia, Bene, Deriva,
Bellamore, Caldo e scuro,
Pentathlon, San Lorenzo, Il cuoco di
Salò, Il panorama di Betlemme, Due
zingari, La ragazza e la miniera, A
pa’, Pezzi di vetro, La valigia
dell’attore, Blowin’ in the Wind
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