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Una sera venni invitato alla RCA in un grande albergo di Sabaudia dove c'era una riunione degli addetti alle vendite; una specie di festa del lavoro, se così si può dire, alla quale partecipavano vari artisti della RCA fra i quali appunto anch'io. Naturalmente la cosa finì tardissimo e io tornai a Roma verso le cinque del mattino e alle sette doveva passarmi a prendere Michele Mondella per andare insieme a Catania dove avevo una serata.

Pensai che non valeva la pena mettersi a dormire per due ore e cominciai a scrivere questa canzone. Mi ricordo una stanza abbastanza grande con due finestre e addossato alla parete fra queste due finestre il pianoforte verticale. Allora mi misi lì a suonare e a scrivere questa canzone appuntando le parole su un foglio di carta e intanto faceva giorno piano piano e la luce entrava da queste due finestre a destra e a sinistra del pianoforte e pensai che quello fosse il miglior giorno stereofonico che avessi mai visto.

E un po' perché sembrava proprio di stare sott'acqua, un po' perché quello era un raro, prezioso momento di solitudine, mi venne in mente di chiamare questa canzone "Atlantide".

Più tardi in aereo feci leggere le parole a Mondella. Ormai era giorno fatto, il sole a quell'altezza scottava attraverso i finestrini dell'aereo. Sia io che Mondella avevamo dei grandi occhiali scuri ed eravamo morti di sonno e lui mi disse che ero matto.

FdG

 

Ciao Michele.

(l'equipaggio del Titanic)

 

 

 

 

 
                     

 

 

 

 

 

 

 

I CONSIGLI DEL NOSTROMO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi

 

 

 

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